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Sulla via di Damasco

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Sulla via di

DAMASCO

L’inizio di una vita nuova

ideazione e coordinamento editoriale

Eugenio Dal Pane curatore I sezione

Giorgio M. Vigna, OFM

in collaborazione con Studium Biblicum Franciscanum Gerusalemme curatori ii sezione

Gianluca Attanasio, FSCB Jonah Lynch, FSCB

in collaborazione con Fraternità Sacerdotale dei Missionari di san Carlo Borromeo ricerca e commento iconografico

Sandro Chierici, Ultreya collaborazione organizzativa

Giuseppe Caffulli, Terra Santa organizzazione e comunicazione

Gaia Aulino, Cristina Zoli Itaca Eventi progetto grafico

Andrea Cimatti

mostra promossa da

PATROCINIO

Caravaggio (1571-1610), Conversione di san Paolo. Roma, Santa Maria del Popolo. © 1990 Foto Scala, Firenze/Fondo Edifici di Culto - Ministero dell’Interno · Stampa pannelli: www.comunico-online.it

Custodia di Terra Santa

Basilica Papale di San Paolo fuori le Mura anno paolino

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A.D. 36

Il persecutore

Roma Pozzuoli

Tessalonica

Reggio Calabria

Atene Corinto

Filippi

Efeso Mileto

Tarso

Sir acusa

Antiochia

Malta Pafo

Damasco Cesarea Gerusalemme

Gerusalemme

Il martirio di Stefano Saulo, non ancora trentenne e zelante sostenitore del più rigido giudaismo farisaico, partecipa al martirio di Stefano.

Trascinarono Stefano fuori della città e si misero a lapidarlo. E i testimoni deposero i loro mantelli ai piedi di un giovane, chiamato Saulo. Atti 7,58

Saulo approvava la sua uccisione. Atti 8,1

1. Annibale Carracci (1560-1609), Lapidazione di santo Stefano. Parigi, Musée du Louvre. Foto Archivio Lessing 2. Gerusalemme, Valle del Cedron, Roccia del martirio di santo Stefano. Foto Archivio SBF (Studium Biblicum Franciscanum) 3. Gerusalemme, Valle del Cedron, Roccia del martirio di santo Stefano (foto 1890 ca.). Foto Archivio SBF

«Metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno» (Lc 21,12). Così avvenne per Stefano, con l’accusa di aver bestemmiato contro Mosè e contro Dio, contro il tempio e contro la Torah. Le stesse ingiuste accuse furono mosse a Gesù. Ma nessuno ha potuto resistere alla parola di verità pronunciata da Stefano e sostenuta dalla forza dello Spirito (cfr. At 6,10). Agli accusatori non rimane che la reazione rabbiosa che conduce alla lapidazione dell’eretico. Il giovane Saulo raccoglie i mantelli degli uccisori. È come se ricevesse la loro eredità. Non sa che un giorno raccoglierà l’eredità dell’ucciso: nella capitale dell’Impero, fuori dalle mura della città, darà la sua ultima testimonianza di fedeltà al suo Signore.


A.D. 36

Scelto da Dio

Roma Pozzuoli

Tessalonica

Reggio Calabria

Atene Corinto

Filippi

Efeso Mileto

Tarso

Sir acusa

Antiochia

Malta Pafo

Damasco Cesarea Gerusalemme

Damasco

La chiamata di Saulo

Con la legittimazione delle autorità religiose di Gerusalemme, si dirige verso Damasco per arrestare i cristiani.

Mentre era in viaggio e stava per avvicinarsi a Damasco, all’improvviso lo avvolse una luce dal cielo e, cadendo a terra, udì una voce che gli diceva: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?». Atti 9,3-4

1. La conversione di Paolo, mosaico. Monreale, Duomo, cappella settentrionale del coro, XII secolo. Foto Archivio Ultreya 2. Damasco, Grotta della conversione di san Paolo. Foto Archivio SBF 3. Damasco, Antica strada romana. Foto Archivio SBF 4. Damasco, Chiesa del Memoriale di San Paolo. Foto Archivio SBF

Il persecutore di Gesù è da lui scelto, la Via colpisce Saulo sulla via. La chiamata degli antichi profeti (cfr. Is 49,1; Ger 1,15) si ripete in Paolo: Gesù chiama Saulo per nome, lo sceglie per pura grazia. È attimo di conoscenza intima e folgorante, è eternità di Presenza da annunciare a tutto il mondo. La luminosità del Crocifisso e Risorto d’ora in poi sarà la catena del servo della libertà del Vangelo. Una vita nuova inizia per Saulo, il fariseo. Grazie alla mediazione della comunità cristiana di Damasco, Paolo diventa discepolo di Colui che prima perseguitava (cfr. Gal 1,13-17). Dalla comunità di Damasco Paolo ascolterà i racconti su Gesù di Nazaret; nella comunità di Antiochia Paolo troverà, con Barnaba, la spinta per le sue missioni tra le genti.


A.D. 8*-36

Le origini di Paolo

Roma Pozzuoli

Tessalonica

Reggio Calabria

Atene Corinto

Filippi

Efeso Mileto

Tarso

Sir acusa

Antiochia

Malta Pafo

Damasco Cesarea Gerusalemme

La data di nascita è collocata dagli storici tra il 7 e il 10 d.C. Il padre aveva ottenuto la cittadinanza romana, uno status che si rivelerà decisivo per Paolo.

Io sono un giudeo, nato a Tarso di Cilicia, ma educato in questa città, formato alla scuola di Gamaliele nell’osservanza scrupolosa della Legge dei padri, pieno di zelo per Dio, come oggi siete tutti voi. Atti 22,3

Circonciso all’età di otto giorni, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, Ebreo figlio di Ebrei; quanto alla Legge, fariseo; quanto allo zelo, persecutore della Chiesa; quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della Legge, irreprensibile. Filippesi 3,5 * DATA INCERTA 1. Tarso, Pozzo di Paolo. Foto Archivio SBF 2. Tarso, Chiesa di San Paolo. Foto Archivio SBF

Tarso

Ebreo per nascita e formazione Un passato di tutto rispetto. Nato a Tarso, in Asia Minore, «una città non senza importanza» (At 21,39), da una famiglia ebrea che può ancora ricordare – dopo secoli di diaspora – il nome della tribù a cui appartiene, a Gerusalemme Paolo riceve l’educazione ai piedi di Gamaliele II, uno dei grandi maestri del giudaismo farisaico del I secolo, ricordato anche nella Mishnah. Ciò che può essere un vanto e un guadagno, Paolo, trasformato, lo considererà una perdita e come spazzatura. Altro diventa determinante: la conoscenza del suo Signore, il suo incondizionato affidamento a Lui, la conformità alla sua vita donata per la libertà dell’uomo (cfr. Fil 3,7-14).


A.D. 39

Roma Pozzuoli

Tessalonica

Reggio Calabria

Atene Corinto

Filippi

Efeso Mileto

Tarso

Sir acusa

Antiochia

Malta Pafo

Damasco Cesarea Gerusalemme

Ricevuto il battesimo, Paolo viene istruito sui contenuti della fede. Per tre anni si ritira nel deserto d’Arabia. Ritorna a Damasco, ma è costretto a fuggire, calato di notte dalle mura in una cesta.

Venuto a Gerusalemme, cercava di unirsi ai discepoli, ma tutti avevano paura di lui, non credendo che fosse un discepolo. Allora Barnaba lo prese con sé, lo condusse dagli apostoli e raccontò loro come, durante il viaggio, aveva visto il Signore che gli aveva parlato e come in Damasco aveva predicato con coraggio nel nome di Gesù. Così egli poté stare con loro e andava e veniva in Gerusalemme, predicando apertamente nel nome del Signore. Parlava e discuteva con quelli di lingua greca; ma questi tentavano di ucciderlo. Atti 9,26-29

1. San Paolo disputa con Ebrei e Gentili, smalto, da un reliquiario inglese della fine del XII secolo. Lione, Musée de la Civilisation Gallo-Romaine. Foto Archivio Lessing 2. Gerusalemme, Monte Sion, Il Cenacolo. Foto Archivio SBF

Gerusalemme

Barnaba presenta Paolo agli apostoli A Gerusalemme, sul Monte Sion, vive la Chiesa Madre, presieduta dall’apostolo Giacomo. Paolo vi fa ingresso grazie alla presentazione autorevole dell’apostolo Barnaba, Ebreo originario di Cipro (At 4,36). La Chiesa Madre, centro del giudaismo cristiano, è il luogo di verifica della missione degli apostoli (cfr. At 11 e 15). Agli Ebrei della diaspora presenti nella Città Santa Paolo rivolge il suo annuncio in tutta libertà; ma già iniziano i primi contrasti.


A.D. 44-49

La prima missione

Roma Pozzuoli

Tessalonica

Reggio Calabria

Atene Corinto

Filippi

Efeso Mileto

Tarso

Sir acusa

Antiochia

Malta Pafo

Damasco Cesarea Gerusalemme

Antiochia

Paolo e Barnaba scelti per la missione

Anche da Gerusalemme Paolo deve fuggire. Torna a Tarso. Barnaba va a cercarlo per portarlo ad Antiochia, città cosmopolita, dove c’era una fiorente comunità cristiana.

Antiochia: una Chiesa ricca di profeti e dottori, tra i quali Barnaba. Avendo conosciuto di persona Paolo e il suo valore missionario, questi va a cercarlo a Tarso.

Barnaba poi partì alla volta di Tarso per cercare Saulo: lo trovò e lo condusse ad Antiochia. Rimasero insieme un anno intero in quella Chiesa e istruirono molta gente. Ad Antiochia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani.

Chiamato dallo Spirito Santo per evangelizzare le genti, Paolo partirà da Antiochia per i suoi tre viaggi missionari.

Atti 11,25-26

Mentre essi stavano celebrando il culto del Signore e digiunando, lo Spirito Santo disse: «Riservate per me Barnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati». Atti 13,2

1. Antiochia di Pisidia, Frammento del tempio di Augusto. Foto Archivio SBF 2. Antiochia sull’Oronte. Foto Archivio SBF 3. Antiochia di Pisidia, Il Decumano. Foto Archivio SBF

La Chiesa di Antiochia diviene molto presto il riferimento della missione tra i pagani, così come Gerusalemme lo è per la missione tra i giudei.

In questa città, i discepoli della Via ricevono il nome identificativo – in uso ancora oggi – per la loro fede in Gesù di Nazaret creduto il Messia: furono detti “cristiani”.


A.D. 44-49

La prima missione

Roma Pozzuoli

Tessalonica

Reggio Calabria

Atene Corinto

Filippi

Efeso Mileto

Tarso

Sir acusa

Antiochia

Malta Pafo

Damasco Cesarea Gerusalemme

Pafo

Saulo-Paolo e il proconsole Sergio Paolo

Antiochia, capitale della Siria, è la base di partenza dei tre viaggi missionari di Paolo, nei quali compie circa tredicimila chilometri, molti dei quali a piedi.

Il primo viaggio missionario di Paolo, insieme con Barnaba, vede Cipro come prima tappa.

Attraversata tutta l’isola fino a Pafo, vi trovarono un tale, mago e falso profeta giudeo, di nome Bar-Iesus, al seguito del proconsole Sergio Paolo, uomo saggio, che aveva fatto chiamare a sé Barnaba e Saulo e desiderava ascoltare la parola di Dio. Ma Elimas, il mago – ciò infatti significa il suo nome – faceva loro opposizione, cercando di distogliere il proconsole dalla fede.

Paolo sperimenterà ancora avversità e sofferenze di ogni sorta, come lui stesso racconta: fustigazioni, lapidazioni, naufragi, pericoli e travagli… e «l’assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese» (cfr. 2Cor 11,24-28). Ma «la parola di Dio non è incatenata!» (2Tim 2,9).

Atti 13,6-8

Il proconsole credette, colpito dall’insegnamento del Signore. Atti 13,12

1. Pafo, Mosaico della Villa di Dioniso. Foto Archivio SBF 2. Pafo, Colonna della flagellazione di Paolo. Nello sfondo la chiesa della Chrysopolitissa. Foto Archivio SBF

Il proconsole romano Sergio Paolo è affascinato dalla parola di Dio annunciata dai cristiani. Nonostante le forze del male lavorino per soffocare il seme della parola, il pagano diventa credente.


A.D. 49

Roma Pozzuoli

Tessalonica

Reggio Calabria

Atene Corinto

Filippi

Efeso Mileto

Tarso

Sir acusa

Antiochia

Malta Pafo

Damasco Cesarea Gerusalemme

Dopo tre anni, nei quali ha percorso le strade di Cipro, della Panfilia e della Galazia, torna ad Antiochia. Da lì parte un anno dopo per il secondo viaggio missionario.

Ora alcuni, venuti dalla Giudea, insegnavano ai fratelli: «Se non vi fate circoncidere secondo l’usanza di Mosè, non potete esser salvati». Poiché Paolo e Barnaba dissentivano e discutevano animatamente contro costoro, fu stabilito che Paolo e Barnaba e alcuni altri di loro salissero a Gerusalemme dagli apostoli e dagli anziani per tale questione. Atti 15,1-2

1. Guido Reni (1575-1642), I santi Pietro e Paolo. Milano, Pinacoteca di Brera. Foto Archivio Lessing 2. Gerusalemme, Monte Sion, Il Cenacolo (foto 1890 ca.). Foto Archivio SBF

Antiochia

A quali condizioni l’uomo accede alla salvezza? L’evangelizzazione tra i pagani si estende in poco tempo, e notevole è il successo riscontrato dagli apostoli in Asia Minore. Tale missione non avviene senza tensioni e discussioni all’interno della Chiesa primitiva. Il punto di contrasto in questo caso è il seguente: è necessario farsi circoncidere, dunque assumere il segno di appartenenza al popolo di Israele, per essere salvi in Gesù Cristo, come sostengono i cristiani di stretta osservanza farisaica, oppure è sufficiente la fede in Lui, come sostengono Paolo a Barnaba? La questione viene risolta nuovamente con il ricorso alla Chiesa Madre di Gerusalemme, secondo la cui decisione finale ai pagani è richiesta solamente l’osservanza delle norme di purità rituale.


A.D. 50-52

La seconda missione

Roma Pozzuoli

Tessalonica

Reggio Calabria

Atene Corinto

Filippi

Efeso Mileto

Tarso

Sir acusa

Antiochia

Malta Pafo

Damasco Cesarea Gerusalemme

Filippi

Lidia: battesimo e ospitalità

Via terra va verso nord per visitare le comunità fondate durante il primo viaggio. Giunge alle coste occidentali della Turchia, al porto di Troade; poi va a Filippi, città della provincia macedone.

Restammo a Filippi alcuni giorni. Il sabato uscimmo fuori della porta lungo il fiume, dove ritenevamo che si facesse la preghiera e, dopo aver preso posto, rivolgevamo la parola alle donne là riunite. Ad ascoltare c’era anche una donna di nome Lidia, commerciante di porpora, della città di Tiàtira, una credente in Dio, e il Signore le aprì il cuore per aderire alle parole di Paolo. Dopo essere stata battezzata insieme alla sua famiglia, ci invitò dicendo: «Se mi avete giudicata fedele al Signore, venite e rimanete nella mia casa». E ci costrinse ad accettare. Atti 16,12b-15

1. San Paolo e santa Tecla, avorio. Londra, British Museum. Foto Archivio Lessing 2. Filippi, Chiesa del battesimo di Lidia. Foto Archivio SBF 3. Filippi, La Via Egnatia. Foto Archivio SBF 4. Filippi, Il teatro. Foto Archivio SBF

In terra di Grecia, una delle prime comunità cristiane è stata quella di Filippi. Da subito, Paolo trova ottima accoglienza, tanto da trovarsi ‘costretto’ ad accettare l’ospitalità di una neoconvertita, Lidia. Questa Chiesa è stata di grande sostegno a Paolo, durante la sua prigionia ad Efeso. Testimone del legame affettuoso e solidale è la Lettera indirizzata alla Chiesa di Filippi: «Vi porto nel cuore, sia quando sono in prigionia, sia quando difendo e confermo il Vangelo, voi che con me siete tutti partecipi della grazia. Infatti Dio mi è testimone del vivo desiderio che nutro per tutti voi nell’amore di Cristo Gesù» (Fil 1,7-8). «Avete fatto bene tuttavia a prendere parte alle mie tribolazioni. Lo sapete anche voi, Filippesi, che all’inizio della predicazione del Vangelo, quando partii dalla Macedonia, nessuna Chiesa mi aprì un conto di dare e avere, se non voi soli» (Fil 1,7-8; 4,14-15).


A.D. 50-52

La seconda missione

Roma Pozzuoli

Tessalonica

Reggio Calabria

Atene Corinto

Filippi

Efeso Mileto

Tarso

Sir acusa

Antiochia

Malta Pafo

Damasco Cesarea Gerusalemme

Le tappe successive sono Tessalonica, Atene, dove pronuncerà il celebre discorso all’AreÒpago, e infine Corinto.

Giunsero a Tessalonica, dove c’era una sinagoga dei Giudei. Come era sua consuetudine, Paolo vi andò e per tre sabati discusse con loro sulla base delle Scritture, spiegandole e sostenendo che il Cristo doveva soffrire e risorgere dai morti. E diceva: «Il Cristo è quel Gesù che io vi annuncio». Alcuni di loro furono convinti e aderirono a Paolo e a Sila, come anche un gran numero di Greci credenti in Dio e non poche donne della nobiltà. Atti 17,1-4

1. Paolo e Timoteo, miniatura dalla Biblia historiale di Guiart Desmoulins. Oxford, Ashmolean Museum, Ms Douce 211, f. 245. Foto Archivio AKG / Electa 2. Tessalonica. Foto Archivio SBF 3. Tessalonica, Mura della città. Foto Archivio SBF

Tessalonica

Il cuore dell’annuncio ai pagani Alla Chiesa di Tessalonica Paolo rivolge la sua prima lettera. In essa troviamo descritta la dinamica della conversione dei pagani: «Noi siamo venuti in mezzo a voi e vi siete convertiti dagli idoli a Dio, per servire il Dio vivo e vero e attendere dai cieli il suo Figlio, che egli ha risuscitato dai morti, Gesù, il quale ci libera dall’ira che viene» (1Ts 1,9-10). Non mancano espressioni che ricordano la presenza dell’Apostolo: «Siamo stati amorevoli in mezzo a voi, come una madre che ha cura dei propri figli. Sapete pure che, come fa un padre verso i propri figli, abbiamo esortato ciascuno di voi, vi abbiamo incoraggiato e scongiurato di comportarvi in maniera degna di Dio, che vi chiama al suo regno e alla sua gloria» (1Ts 2,7b.11-12).


A.D. 51

La seconda missione

Roma Pozzuoli

Tessalonica

Reggio Calabria

Atene Corinto

Filippi

Efeso Mileto

Tarso

Sir acusa

Antiochia

Malta Pafo

Damasco Cesarea Gerusalemme

Atene

L’annuncio all’AreÒpago Il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene, che è Signore del cielo e della terra, non abita in templi costruiti da mani d’uomo né dalle mani dell’uomo si lascia servire come se avesse bisogno di qualche cosa: è lui che dà a tutti la vita e il respiro e ogni cosa. Atti 17,24-25

Poiché dunque siamo stirpe di Dio, non dobbiamo pensare che la divinità sia simile all’oro, all’argento e alla pietra, che porti l’impronta dell’arte e dell’ingegno umano. Ora Dio, passando sopra ai tempi dell’ignoranza, ordina agli uomini che tutti e dappertutto si convertano, perché egli ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare il mondo con giustizia, per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti. Quando sentirono parlare di risurrezione dei morti, alcuni lo deridevano, altri dicevano: «Su questo ti sentiremo un’altra volta». Atti 17,29-32 1. Atene, Fregio del corteo dei cavalieri, particolare. Il Partenone. Foto Archivio SBF 2. Atene, L’Areòpago. Foto Archivio SBF

Atene, città di grande tradizione culturale e di vivace religiosità pagana. Sull’Acropoli, nell’Areòpago, Paolo annuncia agli ateniesi il “Dio ignoto”, con un discorso retoricamente elaborato, perché sia più facilmente accettabile dagli ascoltatori, esigenti e curiosi di conoscere la “nuova dottrina”. Se il punto di partenza dell’argomentazione è condivisibile, il punto di arrivo provoca una secca rottura: “Su questo ti sentiremo un’altra volta”. È così scontato credere in un Dio capace di risuscitare i morti? «Ma alcuni si unirono a lui e divennero credenti: fra questi anche Dionigi, membro dell’Areòpago, una donna di nome Dàmaris e altri con loro» (At 17,34).


A.D. 51

La seconda missione

Roma Pozzuoli

Tessalonica

Reggio Calabria

Atene Corinto

Filippi

Efeso Mileto

Tarso

Sir acusa

Antiochia

Malta Pafo

Damasco Cesarea Gerusalemme

A Corinto, Paolo resta circa un anno e mezzo, per poi ritornare ad Antiochia da dove riparte due anni dopo.

Una notte, in visione, il Signore disse a Paolo: «Non aver paura; continua a parlare e non tacere, perché io sono con te e nessuno cercherà di farti del male: in questa città io ho un popolo numeroso». Atti 18,9-10

Ciascuno di voi dice: «Io sono di Paolo», «Io invece sono di Apollo», «Io invece sono di Cefa», «E io sono di Cristo». È forse diviso il Cristo? Prima Corinzi 1,12-13a

1. Corinto, Particolare di statua, Museo Archeologico. Foto Archivio SBF 2. Corinto, La bema (Il tribunale). Foto Archivio SBF

3. Corinto, Pietra della Sinagoga. Foto Archivio SBF 4. Corinto, La fontana di Glauco. Foto Archivio SBF 5. Corinto, Il tempio di Apollo. Foto Archivio SBF

Corinto

Una comunità vivace e turbolenta Dopo la deludente esperienza ateniese, Paolo giunge a Corinto e vi rimarrà un anno e mezzo. Nella prima Lettera alla comunità, ricorda con quale animo e con quale messaggio si è rivolto ai Corinzi: «Quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso. Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione. La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio» (1Cor 2,1-5). A questa comunità vivace e turbolenta, a cui «non manca più alcun carisma» (1Cor 1,7), Paolo indica qual è il carisma sommo da cercare: la carità (1Cor 13).


Ricondurre a Cristo tutte le cose

Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’a more della sua volontà, a lode dello splendore della sua grazia, di cui ci ha gratificati nel Figlio amato. In lui, mediante il suo sangue, abbiamo la redenzione, il perdono delle colpe, secondo la ricchezza della sua grazia. Egli l’ha riversata in abbondanza su di noi con ogni sapienza e intelligenza, facendoci conoscere il mistero della sua volontà, secondo la benevolenza che in lui si era preposto per il governo della pienezza dei tempi: ricondurre al Cristo, unico capo, tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra. In lui siamo stati fatti anche eredi, predestinati – secondo il progetto di colui che tutto opera secondo la sua volontà – a essere lode della sua gloria, noi, che già prima abbiamo sperato nel Cristo. In lui anche voi, dopo aver ascoltato la parola della verità, il Vangelo della vostra salvezza, e avere in esso creduto, avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo che era stato promesso, il quale è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato a lode della sua gloria.

Efesini 1,3-14


A.D. 54-57

La terza missione

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Filippi

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Efeso Mileto

Tarso

Sir acusa

Antiochia

Malta Pafo

Damasco Cesarea Gerusalemme

Efeso

Centro di evangelizzazione Il terzo viaggio segue parzialmente l’itinerario del secondo: visita le comunità della Galazia e della Frigia fondate durante i viaggi precedenti. Per oltre due anni rimane a Efeso, capitale della provincia romana dell’A sia.

Entrato poi nella sinagoga, vi poté parlare liberamente per tre mesi, discutendo e cercando di persuadere gli ascoltatori di ciò che riguardava il regno di Dio. Ma, poiché alcuni si ostinavano e si rifiutavano di credere, dicendo male in pubblico di questa Via, si allontanò da loro, separò i discepoli e continuò a discutere ogni giorno nella scuola di Tiranno. Atti 19,8-10

1. Efeso, La chiesa di San Giovanni, frammento. Foto Archivio SBF 2. Efeso, La chiesa di San Giovanni. Foto Archivio SBF 3. Efeso, Il teatro. Foto Archivio SBF 4. Efeso, La biblioteca di Celso. Foto Archivio SBF

La lunga permanenza di Paolo nella città di Efeso, importante centro culturale dell’Asia Minore, ha avuto un ruolo strategico: ha permesso la diffusione del Vangelo nella regione circostante. La Lettera alla comunità, scritta probabilmente da un discepolo di Paolo, ne ricorda l’annuncio: «Ricordatevi che in quel tempo eravate senza Cristo, esclusi dalla cittadinanza d’Israele, estranei ai patti della promessa, senza speranza e senza Dio nel mondo. Ora invece, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate lontani, siete diventati vicini, grazie al sangue di Cristo. Egli infatti è la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l’inimicizia, per mezzo della sua carne» (Ef 2,12-14).


A.D. 58

La terza missione

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Tessalonica

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Atene Corinto

Filippi

Efeso Mileto

Tarso

Sir acusa

Antiochia

Malta Pafo

Damasco Cesarea Gerusalemme

Mileto

Il testamento di Paolo Paolo è a Mileto. Convocati gli anziani della Chiesa di Efeso, dà loro le ultime raccomandazioni, sapendo che non avrebbero più rivisto il suo volto.

Non mi sono mai tirato indietro da ciò che poteva essere utile, al fine di predicare a voi e di istruirvi in pubblico e nelle case, testimoniando a Giudei e Greci la conversione a Dio e la fede nel Signore nostro Gesù. Atti 20,20-21

Il lungo e appassionato discorso di addio ai cristiani di Efeso è in realtà uno sguardo retrospettivo sulla missione di Paolo in Asia Minore, segnata dall’instancabile predicazione sia ai Giudei sia ai pagani. È anche una sorta di testamento: «Io sono innocente del sangue di tutti riguardo a coloro che si perdessero» (At 20,26) ed un avvertimento sui pericoli nel futuro delle Chiese: «Io so che dopo la mia partenza verranno fra voi lupi rapaci, che non risparmieranno il gregge; perfino in mezzo a voi sorgeranno alcuni a parlare di cose perverse, per attirare discepoli dietro di sé» (At 20,29-30). Possiamo anche riconoscervi l’esortazione spirituale: «In tutte le maniere vi ho mostrato che i deboli si devono soccorrere lavorando così, ricordando le parole del Signore Gesù, che disse: “Si è più beati nel dare che nel ricevere!”» (At 20,35).

1. Mileto, Tempio di Apollo, frammento. Foto Archivio SBF 2. Mileto, Ingresso del teatro greco. Foto Archivio SBF 3. Mileto, Il teatro. Foto Archivio SBF

4. Mileto, Bouleutherion. Foto Archivio SBF 5. Mileto, La Stoà. Foto Archivio SBF


A.D. 58

La terza missione

Roma Pozzuoli

Tessalonica

Reggio Calabria

Atene Corinto

Filippi

Efeso Mileto

Tarso

Sir acusa

Antiochia

Malta Pafo

Damasco Cesarea Gerusalemme

Costeggiando il Mar Egeo, si reca in Macedonia e in Acaia, visita nuovamente Filippi e Corinto. Per mare ritorna a Cesarea, dove riceve il primo annuncio del suo martirio.

Eravamo a Cesarea da alcuni giorni, quando scese dalla Giudea un profeta di nome Agabo. Egli venne da noi e, presa la cintura di Paolo, si legò i piedi e le mani e disse: «Questo dice lo Spirito Santo: l’uomo al quale appartiene questa cintura, i Giudei a Gerusalemme lo legheranno così e lo consegneranno nelle mani dei pagani». Atti 21,10-11

1. Cesarea, Statua del Buon Pastore. Foto Archivio SBF 2. Cesarea, Iscrizione di Ponzio Pilato. Foto Archivio SBF 3. Cesarea, Il porto. Foto Archivio SBF 4. Cesarea, Il palazzo di Erode. Foto Archivio SBF

Cesarea

«Sono pronto a morire per il Signore Gesù»

Parole e gesti profetici indicano a Paolo quello che sarà il suo futuro. Molto presto la profezia si realizzerà: Gerusalemme sarà per Paolo il punto di partenza per un nuovo e particolare viaggio missionario. Come i suoi precedenti viaggi di evangelizzazione iniziavano e finivano ad Antiochia, così dalla Città Santa inizierà il viaggio della testimonianza che si concluderà nella capitale dell’Impero. In ogni caso, il cammino dell’Apostolo si dipana ancora una volta dietro la spinta dello Spirito (At 13,2; 16,6).


A.D. 58

La terza missione

Roma Pozzuoli

Tessalonica

Reggio Calabria

Atene Corinto

Filippi

Efeso Mileto

Tarso

Sir acusa

Antiochia

Malta Pafo

Damasco Cesarea Gerusalemme

Gerusalemme

Il discorso alla Fortezza Antonia

Da Cesarea sale a Gerusalemme, dove viene riconosciuto e trascinato fuori dal tempio per essere ucciso.

Pochi giorni dopo l’arrivo a Gerusalemme, la profezia di Agabo inizia a compiersi. Proprio nel tempio Paolo è accusato dai Giudei di parlare contro il popolo, contro la Torah e contro il tempio stesso (cfr. At 21,28).

Fratelli e padri, ascoltate la mia difesa davanti a voi.

Con simili accuse Stefano fu lapidato e Saulo allora approvò l’uccisione… (cfr. At 8,1; 22,20). È ora la volta di Paolo a difendersi di fronte ai suoi accusatori.

Atti 22,1

Dopo il mio ritorno a Gerusalemme, mentre pregavo nel tempio, fui rapito in estasi e vidi lui che mi diceva: «Affrettati ed esci presto da Gerusalemme, perché non accetteranno la tua testimonianza su di me. […] Va’, perché io ti manderò lontano, alle nazioni». Atti 22,17-18.21

1. Iscrizione “Thanaton” contro i pagani nel tempio di Gerusalemme. Museo di Istanbul. Foto Archivio SBF 2. Gerusalemme, La Fortezza Antonia (foto 1890 ca.). Foto Archivio SBF 3. Gerusalemme, La spianata del tempio (foto 1890 ca.). Foto Archivio SBF 4. Gerusalemme, Ha Kotel (Muro Occidentale della spianata del tempio). Foto Archivio SBF

Il suo discorso nella Fortezza Antonia, che contiene uno dei racconti dell’esperienza di Damasco, dà l’avvio alle ostilità, nel momento in cui dichiara ai Giudei di essere stato inviato tra i pagani.


A.D. 58

La terza missione

Roma Pozzuoli

Tessalonica

Reggio Calabria

Atene Corinto

Filippi

Efeso Mileto

Tarso

Sir acusa

Antiochia

Malta Pafo

Damasco Cesarea Gerusalemme

Viene salvato dal tribuno della coorte che lo arresta e lo conduce alla Fortezza Antonia, da dove chiede di poter portare la propria difesa ai fratelli e padri ebrei.

Paolo, sapendo che una parte era di sadducei e una parte di farisei, disse a gran voce nel sinedrio: «Fratelli, io sono fariseo, figlio di farisei; sono chiamato in giudizio a motivo della speranza nella risurrezione dei morti». Appena egli ebbe detto questo, scoppiò una disputa tra farisei e sadducei e l’assemblea si divise. Atti 23,6-7

«Coraggio! Come hai testimoniato a Gerusalemme le cose che mi riguardano, così è necessario che tu dia testimonianza anche a Roma». Atti 23,11

1. L’arresto di san Paolo, bassorilievo. Marsiglia, Basilica di San Vittore. Foto Archivio Lessing 2. Gerusalemme, Muro sud della spianata del tempio. Foto Archivio SBF 3. Gerusalemme, Fortezza Antonia e arco dell’Ecce Homo (foto 1890 ca.). Foto Archivio SBF

Gerusalemme

La difesa di Paolo davanti al Sinedrio

La tensione a Gerusalemme sale a tal punto da costringere il capo della guardia romana a far ricondurre Paolo alla Fortezza Antonia. Siccome la ragione della rivolta dei Giudei contro Paolo è prettamente religiosa, il tribuno pensa bene di affidare la causa al tribunale del sinedrio (cfr. At 23,29). Le parole di Paolo creano in realtà ulteriore scompiglio, nel momento in cui parla della sua “speranza nella risurrezione dei morti” ad un pubblico diviso sulla questione. Anche per il mondo giudaico, come lo fu per il mondo pagano, la risurrezione è uno scandalo. Si profila intanto sempre più chiaramente la meta verso cui Paolo è chiamato: la testimonianza a Roma.


A.D. 58-60

Verso Roma

Roma Pozzuoli

Tessalonica

Reggio Calabria

Atene Corinto

Filippi

Efeso Mileto

Tarso

Sir acusa

Antiochia

Malta Pafo

Damasco Cesarea Gerusalemme

Cesarea

La prigionia di Paolo

Informato di un complotto per uccidere Paolo, cittadino romano per nascita, il tribuno dà ordine di condurlo sano e salvo a Cesarea. Vi rimane due anni in prigione.

Fece poi chiamare due dei centurioni e disse: «Preparate duecento soldati per andare a Cesarèa insieme con settanta cavalieri e duecento lancieri, tre ore dopo il tramonto».

Trasferito a Cesarea, alla presenza del Governatore romano Felice, la requisitoria di parte giudaica contro “la peste” (Atti 24,5) è pronunciata dall’avvocato Tertullo. L’accusa: «Fomenta disordini fra tutti i Giudei che sono nel mondo ed è un capo della setta dei nazorei. Ha perfino tentato di profanare il tempio e noi l’abbiamo arrestato» (At 24,5-6).

Atti 23,23

Paolo smentisce le accuse e conferma la sua fede giudaica: l’adorazione del Dio dei padri, l’obbedienza a quanto è conforme alla Torah e ai Profeti e la speranza nella risurrezione dei giusti e degli ingiusti (cfr. At 24,15).

Il Governatore disse: «Ti ascolterò quando saranno qui anche i tuoi accusatori». E diede ordine di custodirlo nel pretorio di Erode.

Le dichiarazioni di Paolo mostrano con chiarezza la piena continuità della tradizione giudaica-farisaica con la fede in Gesù Messia.

Atti 23,35

1. San Paolo condotto al martirio, bassorilievo dal Sarcofago di Giunio Basso. Città del Vaticano, grotte vaticane. Foto Archivio Lessing 2. Cesarea. Foto Archivio SBF 3. Cesarea, Il fossato della cittadella crociata. Foto Archivio SBF 4. Cesarea, Acquedotto romano. Foto Archivio SBF


A.D. 60-61

Verso Roma

Roma Pozzuoli

Tessalonica

Reggio Calabria

Atene Corinto

Filippi

Efeso Mileto

Tarso

Sir acusa

Antiochia

Malta Pafo

Damasco Cesarea Gerusalemme

Malta

Il naufragio e il soggiorno

Poiché Paolo si è appellato a Cesare, il nuovo governatore Festo lo invia a Roma. Durante il viaggio la nave naufraga sull’isola di Malta.

Il Governatore Festo, dopo aver discusso con il consiglio, rispose: «Ti sei appellato a Cesare, a Cesare andrai». Atti 25,12

Quando fu deciso che ci imbarcassimo per l’Italia, consegnarono Paolo, insieme ad alcuni altri prigionieri, a un centurione di nome Giulio della coorte Augusta. Atti 27,1

1. Nicolò Circignani detto il Pomarancio, Il naufragio di san Paolo a Malta. Roma, Torre dei venti, Sala della Meridiana. Foto Archivio Segreto Vaticano 2. Malta, Scoglio del naufragio di san Paolo. Foto Archivio SBF

Il libro degli Atti degli Apostoli descrive con interessanti dettagli il viaggio per mare da Cesarea a Roma. Un viaggio avventuroso e ricco di episodi dai quali emerge la testimonianza dell’Apostolo. Durante il breve soggiorno a Malta, dove Paolo e i suoi compagni sono approdati a seguito della tempesta, l’Apostolo compie un gesto significativo nell’esortarli a mangiare: «Detto questo, prese un pane, rese grazie a Dio davanti a tutti, lo spezzò e cominciò a mangiare. Tutti si fecero coraggio, e anch’essi presero cibo» (At 27,35-36). Le parole e i gesti di Paolo rimandano ad un pasto particolare, quello eucaristico! (cfr. 1Cor 11,23-25)


A.D. 61-63*

La missione a Roma

Roma Pozzuoli

Tessalonica

Reggio Calabria

Atene Corinto

Filippi

Efeso Mileto

Tarso

Siracusa

Antiochia

Malta Pafo

Damasco Cesarea Gerusalemme

Roma

Agli arresti domiciliari

Dopo tre mesi riprende il viaggio. Fa scalo a Siracusa e a Reggio Calabria, infine sbarca a Pozzuoli, dove rimane una settimana. Parte poi per Roma. Qui Paolo vive per due anni in una casa con un soldato di guardia.

Paolo trascorse due anni interi nella casa che aveva preso in affitto e accoglieva tutti quelli che venivano da lui, annunciando il regno di Dio e insegnando le cose riguardanti il Signore Gesù Cristo, con tutta franchezza e senza impedimento. Atti 28,30-31

* DATA INCERTA 1. Anelli della catena di san Paolo. Roma, Basilica Papale di San Paolo fuori le Mura. Foto Archivio Basilica 2. La facciata della Basilica Papale di San Paolo fuori le Mura. Foto Archivio Basilica

«Riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra» (At 1,8). La promessa e il comando del Risorto ai discepoli si sta compiendo. L’annuncio del Vangelo ha raggiunto la capitale dell’Impero. Qui Giudei e pagani incontrano e ascoltano Paolo, colui che, carico della formazione giudaica ricevuta a Gerusalemme e chiamato a Damasco ad essere apostolo delle genti, ha attraversato nelle tribolazioni l’Asia Minore e la Grecia per raccontare la libertà del Vangelo.


A.D. 67*

La missione a Roma

Roma Pozzuoli

Tessalonica

Reggio Calabria

Atene Corinto

Filippi

Efeso Mileto

Tarso

Sir acusa

Antiochia

Malta Pafo

Damasco Cesarea Gerusalemme

Paolo, nel quattordicesimo anno di Nerone, fu decapitato a causa di Cristo e fu sepolto nella via Ostiense, il ventisettesimo anno dopo la passione di nostro Signore. San Girolamo

Durante il regno di Nerone Paolo fu decapitato proprio a Roma e Pietro vi fu crocifisso: il racconto è confermato dal nome di Pietro e di Paolo che è ancor oggi conservato sui loro sepolcri in quella città. Eusebio di Cesarea

Io ti posso mostrare i trofei degli apostoli. Se andrai al Vaticano o sulla via Ostiense, vi troverai i trofei dei fondatori della Chiesa. Eusebio di Cesarea

Il martirio «Paolo il Confessore fu condannato a morte, e la sentenza fu la decapitazione per spada. Quando poi questo uomo benedetto giunse al luogo dell’esecuzione, domandò a colui che stava per decapitarlo di pazientare per un poco. Ottenuto quanto richiesto, in primo luogo, con voce dolce e gentile innalzò il ringraziamento, la lode e la gloria e la supplica a Dio per averlo reputato degno di questa vittoria. Pregò poi per la tranquillità e la pace del nostro popolo, e supplicò Dio che desse loro presto la libertà. Dopo questo offrì preghiere per i Giudei, molti dei quali gli stavano attorno, e pregò per i Samaritani e per quanti tra i Gentili erano nell’ignoranza; pregò perché essi potessero convertirsi alla conoscenza della verità. Né trascurò quanti lo circondavano, anzi pregò per loro. E pregò persino per il giudice che lo aveva condannato a morte, per i sovrani e per il soldato che stava per decapitarlo. E siccome stava offrendo le sue suppliche a Dio, il soldato udì che stava pregando per loro, domandando di non imputare loro ciò che avrebbero fatto. E siccome pregò per tutti con voce implorante, la folla che lo circondava e che lo osservava prese a piangere. Poi, di propria iniziativa piegò il corpo e sporse il collo perché fosse tagliato con la spada. Il conflitto di questo vittorioso martire fu consumato il 25 del mese di Tamuz». Eusebio di Cesarea

* DATA INCERTA 1. La decollazione di san Paolo, mosaico. Monreale, Duomo, cappella settentrionale del coro, XII secolo. Foto Archivio Ultreya 2. La tomba dell’Apostolo, posta sotto l’altare maggiore della Basilica Papale di San Paolo fuori le Mura. Foto Archivio Basilica


La imprevedibile iniziativa di Dio

Stefano e Saulo Dopo la risurrezione di Cristo, la comunità cristiana cresce rapidamente. Uno di loro, il giovane diacono Stefano, viene arrestato e condannato a morte: «Si scagliarono tutti insieme contro di lui, lo trascinarono fuori della città e si misero a lapidarlo. E i testimoni deposero i loro mantelli ai piedi di un giovane, chiamato Saulo. E lapidavano Stefano, che pregava e diceva: “Signore Gesù, accogli il mio spirito”. […] Saulo approvava la sua uccisione» (At 7,57-8,1). Saulo assiste, mentre i sacerdoti iniziano a pronunciare con le pietre il loro giudizio. Assiste e approva la sentenza. Quel Gesù che andava predicando il Regno di Dio voleva sostituire sé stesso al Dio dei padri, al Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. E per lui questo è inaccettabile.

«Saulo approvava la sua uccisione» Annibale Carracci (1560-1609), Lapidazione di santo Stefano. Parigi, Musée du Louvre. Foto Archivio Lessing La scena vive sul contrasto tra la figura di Stefano, a sinistra, e quella di Paolo, a destra. Il primo sta, in ginocchio, apparentemente senza fatica, le mani giunte in segno di totale affidamento alla volontà del Padre; il secondo, seduto ma in tensione, le braccia protese con le mani aperte, grida il suo incitamento ai carnefici. Fra loro, tutto lo spazio per la violenza dell’uomo; intorno, la curiosità morbosa, i discorsi di chi crede di sapere. Ma l’angelo, che reca la corona e la palma, lega l’evento al disegno misericordioso di Dio.


La imprevedibile iniziativa di Dio

Sulla via di Damasco Qualche giorno dopo la vita di Saulo cambia radicalmente. Mentre è in viaggio verso Damasco, inviato dai sommi sacerdoti per stanare e colpire il maggior numero possibile di cristiani, un lampo d’improvviso lo colpisce, e cade a terra. Al lampo segue una voce: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?». Saulo risponde: «Chi sei, o Signore?».

E io dissi: «Chi sei, o Signore?». E il Signore rispose: «Io sono Gesù, che tu perseguiti. Su, alzati e rimettiti in piedi; ti sono apparso infatti per costituirti ministro e testimone di quelle cose che hai visto di me».

Saulo è travolto dalla bellezza di Cristo che gli appare, tanto da cadere a terra. Si tratta di una esperienza singolare ma reale, la visione della gloria di Dio. Colpisce anche la perentorietà dell’intervento di Dio: subito, un istante dopo aver pronunciato il suo nome, il Signore ordina a Saulo di rimettersi in piedi. Lo vuole come suo ministro e testimone, segno che egli non solo è perdonato, ma anche preferito, prescelto, voluto per un compito speciale.

Non si può comprendere Paolo se non ci si lascia persuadere da lui che a Damasco egli ha contemplato la bellezza suprema, così come la contemplarono i profeti nelle visioni della loro vocazione, per riuscire quindi a vender tutto in cambio dell’unica perla.

Allora tutto cambia. A partire da questo momento l’unica preoccupazione di Saulo, la sua sola ragione di vita, diventa l’annuncio di Cristo agli Ebrei e ai pagani. Come se fosse generato una seconda volta, come se nascesse di nuovo. Non è più l’oppressore, ma il missionario. Addirittura cambia nome: non più Saulo, ma Paolo.

«Chi sei, o Signore?» La conversione di Saulo, affresco. Monastero di Decani, Kosovo, XIV secolo. Foto Archivio Lessing Il raggio di luce che scende su Saulo è segno di elezione, che lo rende diverso dal gruppo dei personaggi in piedi, chiamato a un compito ancora misterioso, ma certo perché scritto nel rotolo della volontà del Padre, che Cristo tiene in mano.

Atti 26,15-16

Hans Urs von Balthasar


La imprevedibile iniziativa di Dio

Ricreato dalla misericordia Di fronte all’evidenza della realtà di Cristo, apparsogli realmente, col suo corpo glorioso, Saulo percepisce l’enormità del proprio peccato, la tremenda pesantezza del male compiuto. Ma più delle tenebre delle sue colpe, brilla ancora più chiaramente la luce della grazia divina, la forza misteriosa e reale che affida un compito ad ogni cristiano. La luce abbagliante di Cristo rende Paolo cieco. Ma proprio l’evento che lo acceca è quello che gli apre gli occhi sulla verità del mondo, sul senso delle sacre scritture che ha studiato per anni, sulla sorte del popolo d’Israele che egli ama con tutto il cuore.

Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Cristo Gesù ha voluto in me, per primo, dimostrare tutta quanta la sua magnanimità, e io fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna. Prima Timoteo 1,15-16

A ciascuno di noi, tuttavia, è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo. […] Ed egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri, per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo. Efesini 4,7-12

Paolo è consapevole di essere apostolo per vocazione, cioè non per autocandidatura né per incarico umano, ma soltanto per chiamata ed elezione divina. Nel suo epistolario, più volte l’Apostolo delle genti ripete che tutto nella sua vita è frutto dell’iniziativa gratuita e misericordiosa di Dio. Benedetto XVI

Per grazia di Dio, però, sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana. Prima Corinzi 15,10

«Per grazia di Dio sono quello che sono» La conversione di Saulo, smalto, da un reliquiario inglese della fine del XII secolo. Lione, Musée de la Civilisation Gallo-Romaine. Foto Archivio Lessing Gli occhi chiusi di Saulo, la mano aperta a ripararsi dalla luce abbagliante, nulla possono di fronte allo sguardo penetrante di Cristo e alle Sue dita protese a imporgli il segno della Sua scelta.


La imprevedibile iniziativa di Dio

La Chiesa, corpo di Cristo Se si perde di vista l’inizio, non si può comprendere l’ansia missionaria di Paolo, la sua instancabile operosità, il suo passare da un capo all’altro del mondo, la sua letizia nelle prove e nelle persecuzioni. Perché ciò che lo muove, al fondo, è solo il desiderio di rivedere quel Volto che lo ha folgorato sulla via di Damasco. Ogni suo passo, ogni sua parola, ogni suo gesto è l’espressione del desiderio di rivedere Lui, di riconoscere il suo Volto, di ritrovarlo nelle persone da Lui cambiate. Il Signore volle introdurre da subito Paolo nel grande mistero della Chiesa, che è il corpo di Cristo. Sulla via di Damasco, infatti, riferì a sé stesso le persecuzioni subite dai cristiani. Dicendo «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?», identificò sé stesso con i suoi, in modo tanto netto da imprimersi in modo indelebile nel pensiero e nel cuore di Paolo.

«Voi siete corpo di Cristo e sue membra.» Prima Corinzi 12,27

Come infatti il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo. Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito. Prima Corinzi 12,12-13

«Voi siete corpo di Cristo e sue membra» Il battesimo di Paolo, mosaico. Monreale, Duomo, cappella settentrionale del coro, XII secolo. Foto Archivio Ultreya Il fonte battesimale, nel quale Paolo, toccato dal raggio divino, rinasce nuova creatura per la Chiesa, diventa un nuovo fiore destinato a impreziosire il giardino del mondo.


Al centro della vita L’avvenimento accaduto sulla via di Damasco costituisce per Paolo un’autentica rivoluzione. Perché nel cuore della sua vita, da quel momento in avanti, non c’è più l’ansia del fariseo che vive per difendere la Legge di Mosè, lo strenuo tentativo di chi vuole essere coerente con le prescrizioni della Legge. Ora, nel centro esatto della sua esistenza, c’è la regale Presenza di Cristo, morto e risorto per lui. È il Cristo vivente, lo stesso che l’aveva scaraventato a terra mentre infuriava contro i Suoi discepoli, contro di Lui. Cristo è una forza capace di cambiare non solo la sua missione, ma anche tutta la sua personalità. Così Paolo, pur restando l’uomo di prima – totale, risoluto, orgoglioso, duro, coraggioso… –, diventa capace di grande amicizia, di gioia, di umiltà, di tenerezza, di paterno sacrificio di sé.

«Vivo, non più io, ma in me Cristo» Pompeo Batoni (1708-1787), Ritratto di san Paolo. Basildon Park, Berkshire. Foto National Trust Batoni pone l’accento sull’energia dell’uomo Paolo, trasformato dall’incontro con Cristo. Non la spada, non il libro, ma la mano alzata, lo sguardo intenso dicono di qualcosa che è accaduto, e ha cambiato il cuore di Paolo.


Il giusto peso delle cose Paolo misura tutto ciò che la vita gli offre sulla bilancia della sua amicizia con Cristo. Così tutti gli oggetti, gli incontri e gli eventi riacquistano il loro peso reale, quello stabilito da Dio. Nessuna zavorra ostacola la corsa dell’Apostolo, nessuna cosa materiale lo può dominare, nessuna persona lo può fuorviare. Perchè l’uomo che appartiene a Dio non è posseduto da nient’altro. E tale appartenenza si può esprimere in qualsiasi circostanza della vita. Non si tratta di un’indifferenza di fronte a tutto, di una ritirata sospettosa e sprezzante dalla realtà, bensì, al contrario, di un amore bruciante che investe e santifica la vita, capace di esaltare la festa di un banchetto nuziale come di santificare il digiuno. La vera libertà è vivere il rapporto con le cose e con le persone nel modo nuovo inaugurato da Gesù. Questa è l’esaltante novità che Paolo sperimenta ed esprime.

«Tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio» Cristo dona il Verbo di Dio a Pietro e Paolo, mosaico. Roma, Santa Costanza, V-VI secolo. Foto Archivio Lessing Spesso l’arte cristiana circonda le scene che descrivono l’operare di Cristo con fregi popolati di fiori, frutta, animali, a dirci che la natura, la realtà come ci si presenta nello scorrere del tempo, è la cornice entro la quale Cristo continua ad agire.

Sia che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio. Prima Corinzi 10,31

Infatti ogni creazione di Dio è buona e nulla va rifiutato. Prima Timoteo 4,4

Tutto è vostro: Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio. Prima Corinzi 3,21-23


La libertà di un figlio Paolo sa che il nome di Dio non è più IHWH, il nome santo che poteva essere pronunciato solo dal sommo sacerdote, soltanto una volta all’anno. No, ora Dio è talmente vicino che lo si può chiamare Abbà, cioè babbo. E si può parlare con Lui certi di essere ascoltati, perché ci ama come ama il suo unico figlio, ci ama come ama sé stesso. Se siamo coeredi di Cristo, cosa mai ci verrà negato?

E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: «Abbà! Padre!». Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria. Romani 8,15-17

Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? […] Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono! Luca 11,11-13

«Avete ricevuto lo spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: Abbà, Padre!» Claude-Guy Halle (1652-1736), La liberazione di Paolo e Sila. Parigi, Musée Carnavalet. Foto Archivio Lessing Una somiglianza stupefacente marca i volti di Paolo e Sila, che appaiono davanti alle guardie del carcere di Filippi dopo che un terremoto ha aperto le porte della prigione e spezzato le loro catene, a dire di una nuova fratellanza che appare nel mondo, davanti alla quale il carceriere si arrende.


La vera libertÀ

La libertà dell’a more La libertà di Paolo è la libertà dell’amore, di quell’Amore che è andato in croce pur di salvare i suoi persecutori, tra cui Saulo… Ora la sua più grande sofferenza sono gli Ebrei che non si convertono al Cristo. Paolo giunge, per assurdo, a desiderare la propria dannazione se potesse giovare ai suoi fratelli. Anche se Paolo si dirigerà sempre più lontano, verso i pagani, la sua prima tappa in ogni città sarà alla sinagoga. Sa che Dio è fedele, e che il popolo eletto rimane tale.

Mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno. Prima Corinzi 9,22

Vorrei infatti essere io stesso anatema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne. Romani 9,3

Non abbiate paura di Cristo! Egli non toglie nulla, e dona tutto. Chi si dona a lui, riceve il centuplo. Sì, aprite, spalancate le porte a Cristo – e troverete la vera vita. Benedetto XVI

E se il sacrificio del figlio di Abramo è valso una discendenza numerosa come le stelle, cosa varrà il sacrificio del figlio di Dio?

«Mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo Qualcuno» L’incontro fra san Pietro e san Paolo, mosaico. Monreale, Duomo, cappella meridionale del coro, XII secolo. Foto Archivio Ultreya Lo straordinario segno delle due aureole che si intrecciano a formare un unico cuore pone il fondamento dell’unità tra due personaggi molto diversi fra loro per storia e temperamento, ma entrambi protesi a vivere nell’unità con Cristo.


Inno alla Carità

Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita. E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla. E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe. La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà e la conoscenza svanirà. Infatti, in modo imperfetto noi conosciamo e in modo imperfetto profetizziamo. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Divenuto uomo, ho eliminato ciò che è da bambino. Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia. Adesso conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto. Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità! Prima Corinzi 13,1-13


Lieto nelle sofferenze La missione di Paolo non è affatto priva di difficoltà. Egli stesso riconosce di aver agito nelle fatiche, nelle prigionie, nelle percosse e di essersi trovato spesso in pericolo di morte. Si tratta di un elenco stilato nell’anno 57, e noi sappiamo che potrebbe essere allungato di molto, fino a comprendere il martirio subito a Roma nell’anno 64. Ma Paolo non vuole limitarsi ad enumerare le proprie sofferenze. Infatti aggiunge: «Ora io sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne» (Col 1,24). La sofferenza di Cristo anticipa e dà significato alla sofferenza dell’Apostolo. Dare tutto sé stesso, come Gesù, è per Paolo la gioia più grande, la gioia dell’immedesimazione totale con Lui. È un sentimento che si percepisce ardente nelle sue lettere. Se alcuni brani sottolineano i patimenti subiti, non è per dar voce al lamento, ma per annunciare un’insospettabile sorgente di letizia.

«Do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne» La fuga di san Paolo da Damasco, mosaico. Monreale, Duomo, cappella settentrionale del coro, XII secolo. Foto Archivio Ultreya Paolo viene calato dalle mura di Damasco entro una cesta. Iconografia strana, che dice come anche in questa circostanza Paolo sia chiamato a una obbedienza, a una dipendenza ultima persino nelle modalità della fuga.

Cinque volte dai Giudei ho ricevuto i quaranta colpi meno uno; tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno e una notte in balia delle onde. Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nelle città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi fratelli; disagi e fatiche, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità. Oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese. Seconda Corinzi 11,24-28

Queste parole hanno quasi il valore di una definitiva scoperta, che viene accompagnata dalla gioia. […] La gioia proviene dalla scoperta del senso della sofferenza, ed una tale scoperta, anche se vi partecipa in modo personalissimo Paolo di Tarso che scrive queste parole, è al tempo stesso valida per gli altri. Giovanni Paolo II


Orgoglioso delle debolezze Non bisogna dimenticare che Paolo, sebbene capace di resistere a fatiche immani, di affrontare viaggi lunghissimi, di sopportare avversità di ogni sorta, era di salute cagionevole. Non è chiaro se fosse vittima di una malattia particolare. Ai Galati ricorda di essersi trovato a predicare tra loro sfigurato da una malattia che rendeva il suo aspetto impresentabile. Forse la delicatezza di costituzione accrebbe il senso di sproporzione tra la sua debolezza e l’immenso compito affidatogli. Ma proprio nella debolezza e nell’apparente assenza di mezzi, emerge con dirompente evidenza la forza del Signore. Ecco il fuoco che alimenta l’inconfondibile ironia di Paolo, quell’ironia per cui la debolezza diventa il suo maggiore motivo di vanto, il segno più chiaro che è veramente Cristo ad agire in lui.

Affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina. Seconda Corinzi 12,7

E chi è mai all’altezza di questi compiti? Seconda Corinzi 2,16

Egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. […] Quando sono debole, è allora che sono forte. Seconda Corinzi 12,9-10

Gli straordinari risultati apostolici che Paolo poté conseguire non sono da attribuire ad una brillante retorica o a raffinate strategie apologetiche e missionarie. Il successo del suo apostolato dipende soprattutto da un coinvolgimento personale nell’annunciare il Vangelo con totale dedizione a Cristo. Benedetto XVI

«Abbiamo questo Tesoro in vasi di creta» El Greco (Domenikos Theotokopulos, 1541-1613), Ritratto di san Paolo. Toledo, Casa y Museo del Greco. Foto Archivio Lessing La pittura del Greco bene rende l’immagine di Paolo consumato dall’amore di Cristo. La gigantesca impugnatura della spada la riduce a simbolo di un impeto che ha trovato nell’umile strumento della scrittura la via per raggiungere il cuore degli uomini.


Gloria e gratitudine Paolo parla di sé come del primo dei peccatori, come l’ultimo degli apostoli, come il minimo tra tutti. Sembra voler rivendicare il primato della pochezza e dell’indegnità. Ma dal centro di questa coscienza fiorisce un sentimento prima sconosciuto, forse addirittura impossibile: l’ammirazione per sé stesso. Meglio: l’ammirazione per ciò che Cristo opera in lui. Perfino ciò che di sé Paolo avrebbe scartato, ciò che avrebbe preferito dimenticare, riceve uno spazio centrale nel rapporto con Cristo. Tutto il male, il dolore per la vita passata, tutti i limiti sono travolti e pervasi di un amore nuovo. Non cancellati né dimenticati, ma trasformati dalla misericordia di Colui che può tutto.

Io infatti sono il più piccolo tra gli apostoli, e non sono degno di essere chiamato apostolo perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. Prima Corinzi 15,9

Quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo. Galati 6,14

Chi si vanta si vanti nel Signore! Seconda Corinzi 10,17

La pochezza di Paolo, il suo limite anche fisico, diventano così motivo di orgoglio. Egli è fiero di essere poco, per testimoniare Colui che è tutto. I tradimenti, gli insuccessi, le malattie, tutto gli ricorda, istante dopo istante, che la sua vita non appartiene a lui stesso, ma a Colui che lo ha generato e che lo ha voluto salvare. Il vanto di Paolo nasce dalla stessa fonte dell’umiltà. Il gloriarsi è gratitudine.

«Chi si vanta si vanti nel Signore!» Diego Velazquez, (1599-1660), Ritratto di san Paolo. Barcellona, Museo de Arte Catalana. Foto Archivio Scala Paolo – le mani a serrare il pesante volume che spunta da sotto il mantello – appare agli occhi di Velazquez come il custode della Fede; pienamente consapevole di “avere combattuto la buona battaglia”, tiene stretto a sé ciò che ha conservato fra mille battaglie.


La vera libertÀ

Non dominato da nulla La storia – Paolo se ne accorge di colpo quando Cristo gli appare – non è nelle mani dell’uomo, bensì in quelle di Cristo morto e risorto. Lui è il Signore, da Lui tutto dipende. Per chi ne ha coscienza, questa è l’origine di una libertà sconfinata. Il tempo si è fatto breve, scrive Paolo, perché sa che la nave della storia umana è quasi giunta al suo porto definitivo, le vele sono ormai ammainate e tutto sta tornando al Signore. Ogni cosa è vista alla luce dell’eternità, del destino, del Bene.

Ecco il paradosso: la libertà è dipendenza da Dio. Luigi Giussani

Il tempo si è fatto breve; d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; quelli che piangono, come se non piangessero; quelli che gioiscono, come se non gioissero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano i beni del mondo, come se non li usassero pienamente: passa infatti la figura di questo mondo! Prima Corinzi 7,29-31

«Tutto mi è lecito!». Sì, ma non tutto giova. «Tutto mi è lecito!». Sì, ma non mi lascerò dominare da nulla. Prima Corinzi 6,12

«“Tutto mi è lecito!” Sì, ma non mi lascerò dominare da nulla» Nicolò Circignani detto il Pomarancio, Il naufragio di san Paolo a Malta. Roma, Torre dei venti, Sala della Meridiana. Foto: Archivio Segreto Vaticano


La vera libertÀ

Proteso verso il futuro Tutto lo sforzo di Paolo è una risposta alla chiamata di Cristo, come una corsa affrontata a perdifiato per giungere ad abbracciare il premio, la vita eterna con Cristo.

Non ho certo raggiunto la mèta, non sono arrivato alla perfezione; ma mi sforzo di correre per conquistarla, perché anch’io sono stato conquistato da Cristo Gesù.

Continuamente, nelle sue lettere, Paolo ribadisce il suo stupore pieno di gratitudine per la grazia di Dio che lo ha amato per primo: «Mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rm 5,8).

Fratelli, io non ritengo ancora di averla conquistata. So soltanto questo: dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, corro verso la mèta, al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù.

E insieme sottolinea l’urgenza di una risposta, la necessità di collaborare con la grazia, il desiderio di offrirsi totalmente all’amore ricevuto.

Filippesi 3,12

Filippesi 3,13-14

«Mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch’io sono stato conquistato da Cristo Gesù» Domenichino (Domenico Zampieri, 1581-1641), San Paolo rapito al cielo. Parigi, Musée du Louvre. Foto Archivio Lessing Le braccia spalancate rimandano a quelle immortalate da Caravaggio nella celebre Conversione di Saulo. Ma qui alla pesantezza del corpo atterrato si sostituisce la levità dell’anima ormai libera di andare lietamente alla presenza di Colui che l’ha chiamata.


La generazione della Chiesa

Apostolica L’incontro con Cristo segna Paolo nel cuore della sua persona e nel suo compito nella storia. Egli diventa apostolo, non meno di Pietro e Giovanni. Un fuoco ardente chiuso nelle sue ossa gli impedisce di restare fermo: vuole raccontare a tutti ciò che gli è accaduto, a tutti vuole parlare dell’amore che lo ha investito. Il suo slancio missionario porta subito molti frutti, e nel giro di soli sette anni egli fonda nuove comunità ad Antiochia, Tarso, Listra, Iconio, Dorilea, Samotracia, Troade, Neapolis, Filippi, Tessalonica, Anfipoli, Laodicea, Corinto, Efeso… Lungi dall’essere uno stratega impegnato a disegnare piani di conquista, Paolo è un uomo innamorato di Cristo, disponibile ai suoi voleri, desideroso di farsi guidare. Non teme difficoltà o pericoli, perché sa di non agire solo, ma in comunione con Cristo stesso, che, attraverso di lui, va in cerca di ogni uomo. Ogni volta che giunge in una nuova città, Paolo vuole anzitutto incontrare la comunità degli Ebrei, i suoi prediletti nonostante la sofferenza spesso provocata in lui dal loro rifiuto di Cristo. Va ad abitare dove vivono loro, e con loro lavora, dedicandosi alla fabbricazione di tende. Al sabato si reca in sinagoga dove si presenta come dottore della Legge per mostrare come l’Antico Testamento sia profezia di Cristo. Intorno a lui si genera ovunque una fittissima trama di rapporti e amicizie, il cui conto si perde tra le righe delle sue lettere. Maestro de Soriguerola, I santi Pietro e Paolo. Vich, Museo Episcopale. Foto Archivio Scala Arte serba, Icona dei santi Pietro e Paolo. Città del Vaticano, Biblioteca Vaticana. Foto Archivio Scala


La generazione della Chiesa

Cattolica Gli antichi romani erano soliti incorporare le credenze dei popoli sottomessi, integrandole nel loro pantheon. Tutto ciò non era privo di un calcolo politico. L’atteggiamento di Paolo è profondamente diverso. Egli è aperto nei confronti delle altre culture, ma con un’apertura più simile allo sguardo dell’amante che sorprende ovunque le tracce dell’amata. Preoccupato solo di annunciare Cristo, Paolo abbraccia tutte le persone e condivide l’esperienza di chiunque incontri. Il suo approccio è fondato su una sorta di simpatia previa, come se desiderasse stringere un’alleanza con quanto di più schiettamente umano c’è in ciascuno, scommettendo sulla possibilità di arrivare, pur partendo da punti differenti, a un comune culto dell’unico vero Dio. Tuttavia la sua apertura, il suo gusto per i piccoli brandelli di verità sparsi in ogni luogo, in ogni tradizione e in ogni persona, non è mai disgiunta dal messaggio franco e privo di artificiose attenuazioni della verità di Cristo.

Allora Paolo, in piedi in mezzo all’Areòpago, disse: «Ateniesi, vedo che, in tutto, siete molto religiosi. Passando e osservando i vostri monumenti sacri, ho trovato anche un altare con l’iscrizione: “A un dio ignoto”. Ebbene, colui che, senza conoscerlo, voi adorate, io ve lo annuncio». Atti 17,22-23

Mi sono fatto come Giudeo per i Giudei […] allo scopo di guadagnare coloro che sono sotto la Legge; […] mi sono fatto come uno che è senza Legge allo scopo di guadagnare coloro che sono senza Legge. Prima Corinzi 9,20-21

Mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani. Prima Corinzi 1,22-23

«Colui che, senza conoscerlo, voi adorate, io ve lo annuncio» Raffaello Sanzio (1483-1520), Predica di san Paolo ad Atene, disegno. Firenze, Uffizi, Gabinetto dei Disegni e Stampe, inv. 540 E. Foto Archivio Scala, su concessione Ministero dei Beni e Attività Culturali Lo schizzo appena abbozzato mette in evidenza il gesto di Paolo, che pare invitare gli astanti a levare lo sguardo verso un orizzonte incommensurabilmente più vasto. La cultura greca è chiamata a spalancarsi a una novità totale.


La generazione della Chiesa

Una Alcuni anni dopo la sua conversione, qualcuno continua a mettere in dubbio l’autenticità della fede di Paolo. Per questo egli si decide ad andare a parlare con gli amici più stretti di Cristo, quelli considerati i pilastri della comunità cristiana. Scopo del viaggio non è appena ricevere conferme e credibilità, quanto provare a cominciare una vera costruzione comune, collaborare alla generazione del popolo cristiano. Paolo intuisce che l’unità che si genera nella partecipazione al sacramento si deve esprimere anche visibilmente attraverso l’unità con Pietro, colui che è stato messo da Cristo a guidare tutta la Chiesa.

«Noi siamo, benché molti, un solo corpo»

Andai di nuovo a Gerusalemme. Esposi loro il Vangelo che io annuncio tra le genti. […] Riconoscendo la grazia a me data, Giacomo, Cefa e Giovanni, ritenuti le colonne, diedero a me e a Barnaba la destra in segno di comunione, perché noi andassimo tra le genti e loro tra i circoncisi. Galati 2,1-2.9

Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane. Prima Corinzi 10,17

Ovviamente, sottolineare l’esigenza dell’unità non significa sostenere che si debba uniformare o appiattire la vita ecclesiale secondo un unico modo di operare. Altrove Paolo insegna a «non spegnere lo Spirito» (1Ts 5,19), cioè a fare generosamente spazio al dinamismo imprevedibile delle manifestazioni carismatiche dello Spirito, il quale è fonte di energia e vitalità sempre nuova. Ma se c’è un criterio a cui Paolo tiene molto è la mutua edificazione: «Tutto si faccia per l’edificazione» (1Cor 14,26). Tutto deve concorrere a costruire ordinatamente il tessuto ecclesiale, non solo senza ristagni, ma anche senza fughe e senza strappi. Benedetto XVI

Il mulino mistico, capitello scolpito. Vézélay, S.te-Madeleine (XII-XIII secolo). Foto Archivio AKG / Electa La straripante fantasia medievale crea nell’immagine del Mulino mistico uno dei più straordinari esempi di teologia per immagini: il profeta Isaia versa dal sacco dell’Antico Testamento il grano che il mulino trasforma in farina, raccolta da Paolo in un altro sacco. Tutto il sapere dei profeti non va perduto, ma diventa attraverso il sacrificio di Cristo conoscenza nuova vivificata dalla fede.


La generazione della Chiesa

Santa «Sono stato ghermito da Cristo» (Fil 3,12). L’immagine usata da Paolo è viva e carnale. Perché quando Dio sceglie, ama il suo prediletto di un amore intenso e concreto, un amore geloso, come ricorda più volte l’Antico Testamento. Paolo stesso, nei confronti delle comunità da lui fondate, sperimenta in prima persona questo ardore, questo struggimento tipicamente divino. È una gelosia reale e ardente, la passione di un innamorato che vuole l’amato solo per sé. Ma qui ci si trova davanti a un paradosso: Paolo ama come un innamorato, però lo sposo non è lui, ma Cristo. Paolo desidera solo che tutti i suoi discepoli siano fedeli all’annuncio di Cristo, vuole che amino il Signore, che nel loro cuore ci sia posto per Lui. A volte egli rivolge alle comunità critiche anche pesanti. Ma la sua è la collera di un padre che ama i suoi figli. Tutto ciò che accade nelle comunità si ripercuote profondamente nell’intimo di Paolo, lo allieta, lo ferisce, lo sconvolge. Alcuni fatti gravi accaduti a Corinto lo angosciano. Ma anche mentre ricorda una dura lettera già scritta ai cristiani di quella città, lascia trasparire tutto l’affetto che lo muove.

Io provo infatti per voi una specie di gelosia divina: vi ho promessi infatti a un unico sposo. Seconda Corinzi 11,2

Chi non vuol lavorare, neppure mangi. Sentiamo infatti che alcuni fra voi vivono una vita disordinata, senza fare nulla e sempre in agitazione. Seconda Tessalonicesi 3,10-11

Non per farvi vergognare vi scrivo queste cose, ma per ammonirvi, come figli miei carissimi. Potreste infatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri. Prima Corinzi 4,14-15

Vi ho scritto in un momento di grande afflizione, col cuore angosciato, tra molte lacrime, non perché vi rattristiate, ma perché conosciate l’amore che nutro particolarmente verso di voi. Seconda Corinzi 2,4

«Sono stato ghermito da Cristo» Rembrandt van Rijn (1606-1669), San Paolo. Vienna, Kunsthistoriches Museum, Gemaeldegalerie. Foto Archivio Lessing Distolto lo sguardo dal libro, davanti agli occhi di Paolo sembrano scorrere tutti i volti incontrati nel suo lungo peregrinare. Rembrandt gli dà lo stesso sguardo carico di misericordia del padre che accoglie il figliol prodigo, di un uomo che vede il compiersi del Mistero nella propria vita passata, presente e futura.


La generazione della Chiesa

L’abbraccio degli amici Non bisogna pensare a Paolo come a un eroe solitario. La dedizione totale a Cristo lo rende capace di un amore profondo agli uomini che incontra, lo rende capace di un amplissimo abbraccio alle sue comunità, di un’amicizia tenera, commossa, paterna.

Fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete in questo modo saldi nel Signore, carissimi!

Paolo vive dell’affetto degli amici. E non si tratta mai di un amore generico o formale.

Notte e giorno, chiediamo di poter vedere il vostro volto e completare ciò che manca alla vostra fede.

Nelle sue lettere giunge perfino a dare consigli utili per la salute, con la premura di un padre preoccupato per il figlio: «Non bere soltanto acqua, ma bevi un po’ di vino, a causa dello stomaco e dei tuoi frequenti disturbi» (1Tm 5,23).

Vi raccomando Febe; salutate Prisca e Aquila, salutate il mio amatissimo Epèneto, salutate Maria, Andronìco e Giunia, Ampliato, e il mio carissimo Stachi. Salutate Apelle, quelli della casa di Aristòbulo, Erodione, quelli della casa di Narcìso che credono nel Signore. Salutate Trifèna e Trifòsa, la carissima Pèrside. Salutate Rufo, e sua madre, che è una madre anche per me […] e tutti i santi che sono con loro.

Filippesi 4,1

Infatti chi, se non proprio voi, è la nostra speranza, la nostra gioia e la corona di cui vantarci davanti al Signore nostro Gesù, nel momento della sua venuta? Siete voi la nostra gloria e la nostra gioia! Prima Tessalonicesi 2,19-20

Prima Tessalonicesi 3,10

cfr. Romani 16,1-16

«Notte e giorno, chiediamo di poter vedere il vostro volto e completare ciò che manca alla vostra fede» Luca di Tommè (1330-1389), Predica di san Paolo. Siena, Pinacoteca Nazionale. Foto Archivio Scala, su concessione Ministero dei Beni e Attività Culturali L’inseparabile spada ha la punta rivolta a terra, mentre il dito di Paolo punta decisamente verso il cielo e il suo sguardo si fissa sugli astanti; e non ve n’è uno che non rimanga, in un modo o nell’altro, colpito. Gli essenziali, scarni volumi delle case si svolgono come una quinta teatrale gettando violentemente in primo piano i protagonisti della storia.


La generazione della Chiesa

I collaboratori di Paolo Sono numerosi i collaboratori di cui Paolo si circonda. Certamente li ricerca anzitutto per essere aiutato nell’immensa opera missionaria, ma le relazioni che instaura con loro non sono mai utilitaristiche, né determinate soltanto dalle necessità pastorali. Piuttosto bisogna riconoscere che Paolo cercava persone con cui condividere il proprio cammino di fede. Cercava amicizie vere, che fossero per lui aiuto, correzione e conforto.

Per vivere tra i fratelli bisogna avere un amico, anche lontano; per avere un amico bisogna vivere tra i fratelli, per lo meno essere tra loro in ispirito. Infatti, per poter trattare tutti come sé stessi, bisogna vedere e sentire sé stessi almeno in uno, bisogna in quest’uno percepire la vittoria già ottenuta, anche se parziale, sulla solitudine dell’egoismo. Pavel Florenskij

Una particolare vicinanza lega Paolo a Timoteo. A nessuno rivolge parole tenere come quelle che usa per lui. Nella loro amicizia, tuttavia, non riscontriamo tracce di egoismo. Proprio in uno dei momenti in cui avrebbe più bisogno del suo conforto, quando si trova ridotto in carcere, ad Efeso, Paolo non esita ad inviarlo presso la comunità di Filippi, dove lo reclamavano le urgenze della missione.

Paolo consegna le lettere a Timoteo e Sila, mosaico. Monreale, Duomo, cappella settentrionale del coro, XII secolo. Foto Archivio Ultreya La missione genera missione. Paolo è inviato da Pietro e a sua volta consegna a Timoteo e Sila le lettere che i due fidati collaboratori e discepoli andranno a portare “per universum orbem” come recita la scritta: l’orizzonte nuovo del cristiano è il mondo.


Vittoria

tutto concorre al bene «Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno. Che diremo dunque di queste cose? Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui? Chi muoverà accuse contro coloro che Dio ha scelto? Dio è colui che giustifica! Chi condannerà? Cristo Gesù è morto, anzi è risorto, sta alla destra di Dio e intercede per noi! Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Come sta scritto: Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo considerati come pecore da macello. Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore».

Nella disputa sul modo retto di vedere e di vivere il Vangelo, alla fine, non decidono gli argomenti del nostro pensiero; decide la realtà della vita, la comunione vissuta e sofferta con Gesù, non solo nelle idee o nelle parole, ma fin nel profondo dell’esistenza, coinvolgendo anche il corpo, la carne. I lividi ricevuti in una lunga storia di passione sono la testimonianza della presenza della croce di Gesù nel corpo di san Paolo, sono le sue stigmate. Non è la circoncisione che lo salva: le stigmate sono la conseguenza del suo battesimo, l’espressione del suo morire con Gesù giorno per giorno, il segno sicuro del suo essere nuova creatura (cfr. Gal 6,15). Benedetto XVI

Romani 8,31-39

«Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?» Duccio di Buoninsegna (1260-1318), Cristo davanti a Erode, dalla Maestà. Siena, Museo dell’Opera Metropolitana. Foto Archivio Scala / Opera Metropolitana, Siena Luca di Tommè (1330-1389), San Paolo condotto al martirio. Siena, Pinacoteca Nazionale. Foto Archivio Scala, su concessione Ministero dei Beni e Attività Culturali L’accostamento del martirio di Paolo a quello di Cristo è il segno più drammatico di una identificazione che Paolo ha voluto vivere fino in fondo nella sofferenza per giungere a condividerne la gloria.


Vittoria

«Vivo, non più io, ma in me Cristo» «Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?» (Gv 3,4). Nella maturità della vita, sembra impossibile ritornare alla freschezza della gioventù. Ma alla domanda di Nicodemo, Paolo offre in risposta la sua vita. L’incontro con Cristo lo rende una creatura nuova, gli dona una nuova esistenza, lo fa vivere della Sua stessa vita. Come si può rispondere a questo amore, se non abbracciando Cristo crocifisso, fino a vivere della sua stessa vita?

«Questa vita che vivo nel corpo, io la vivo nella fede del Figlio di Dio» San Paolo in gloria, tavola, dalla chiesa di Sant Pere di Orós. Arte catalana, XII secolo. Foto Archivio AKG / Electa Come ha condiviso nella carne i patimenti di Cristo, così Paolo in questa tavola catalana ne condivide la gloria; è raffigurato infatti in trono, nella mandorla gloriosa, segno del destino di gloria che tutti ci attende.

Questa vita, che vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato sé stesso per me. Galati 2,20

Sono stato crocifisso con Cristo e non vivo più io, ma Cristo vive in me. Galati 2,20


Vittoria

La certezza della risurrezione «Ma se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede. […] Se i morti non risorgono, mangiamo e beviamo, perché domani moriremo» (1Cor 15,14.32). Invece i morti risorgono, poiché Cristo risorto è apparso a Paolo. E l’Apostolo può esprimere con gioia la sua certezza: «Quando poi questo corpo corruttibile si sarà vestito d’incorruttibilità e questo corpo mortale d’immortalità, si compirà la parola della Scrittura: la morte è stata inghiottita nella vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria?» (1Cor 15,54-55). Tutto è salvato nella risurrezione di Cristo, anche la nostra debole carne. E nulla possiamo desiderare di più che unire la nostra vita a lui: «L’amore del Cristo infatti ci possiede; e noi sappiamo bene che uno è morto per tutti, dunque tutti sono morti. Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per sé stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro» (2Cor 5,14-15).

«Dov’è, o morte, la tua vittoria?» Cristo in gloria fra gli apostoli, tavola. Barcellona, Museo de Arte Catalana, XII secolo. Foto Archivio Scala La gloria di Cristo non è gloria di uno solo. Essa esige la presenza dell’uomo, qui dei discepoli chiamati a condividere la felicità eterna.


Pentecoste, miniatura dal Collectarius Ottobeuren, f. 28, XI secolo. Londra, British Library. Foto Archivio Lessing La grande libertà del miniatore non ha avuto paura di porre Paolo fra gli apostoli nel momento della discesa dello Spirito Santo; tanto evidente è apparso ai cristiani che la Chiesa non avrebbe potuto sussistere e non potrebbe vivere senza la presenza fondante di Paolo, unito a Pietro.

Come la mitica coppia di fratelli Romolo e Remo, ai quali si faceva risalire la nascita di Roma, così Pietro e Paolo furono considerati i fondatori della Chiesa di Roma. Per quanto umanamente diversi l’uno dall’altro, e benché il rapporto tra di loro non fosse esente da tensioni, Pietro e Paolo appaiono dunque come gli iniziatori di una nuova città, come concretizzazione di un modo nuovo e autentico di essere fratelli, reso possibile dal Vangelo di Gesù Cristo. Benedetto XVI


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