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Oltre ogni limite. Nazarena monaca reclusa 1945-1990

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OLTRE OGNI LIMITE Nazarena monaca reclusa 1945-1990 A cura di Emanuela Ghini Prefazione di Stefano Res Postfazione di Sandro Carotta


Oltre ogni limite Nazarena monaca reclusa 1945-1990 A cura di Emanuela Ghini Prefazione di Stefano Res Postfazione di Sandro Carotta


Ringrazio con profonda riconoscenza la redattrice del volume, Cristina Zoli, per la fine sensibilità con cui ha curato gli scritti di Nazarena e corretto numerose imprecisioni contenute nelle precedenti edizioni. E.G.

Oltre ogni limite. Nazarena monaca reclusa 1945-1990 A cura di Emanuela Ghini www.itacaedizioni.it/oltre-ogni-limite-nazarena Prima edizione: febbraio 2019 © 2019 Itaca srl, Castel Bolognese Tutti i diritti riservati ISBN 978-88-526-0578-9 Itaca srl via dell’Industria, 249 48014 Castel Bolognese (RA) - Italy tel. +39 0546 656188 fax +39 0546 652098 e-mail: itaca@itacalibri.it in libreria: www.itacaedizioni.it/librerie on line: www.itacalibri.it Cura editoriale: Cristina Zoli Grafica di copertina: Andrea Cimatti Stampato nel mese di febbraio 2019 da Modulgrafica Forlivese, Forlì (FC)


A tutti coloro che lungo le vie piĂš diverse cercano Dio, ÂŤla bellezza del puro amoreÂť


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Prefazione

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Prefazione

Prima di dedicare l’attenzione dovuta al volume che raccoglie gli scritti e narra la storia di suor Maria Nazarena, monaca camaldolese che visse quarantacinque anni (1945-1990) reclusa in una cella del monastero romano di Sant’Antonio Abate sull’Aventino, ho letto il Regolamento, poche pagine che racchiudono le norme di vita che la monaca si diede (e che fece approvare, in una versione ridottissima, da papa Pio XII in persona, il quale, dopo una breve esitazione, fece sul foglio un segno di croce). Ho percorso queste paginette alla ricerca di un appiglio, di uno spunto qualsiasi, anche minimo, di «debole umanità» dal quale partire per provare a comprendere questa vicenda estrema. Qualcosa che magari non avesse nulla a che vedere con il resto, ma che mi mostrasse il segno di un terreno, per quanto piccolo, comune. Al punto 3 («Silenzio e solitudine») Nazarena scrive: «Non potrà uscire dalla reclusione se non per recarsi da medici e per cure […]. Passeggerà in cella o sulla piccola terrazza della reclusione». Mentre al punto 8 («Vitto») precisa, tra l’altro: «Non userà mai vino né caffè. Sempre esclusi: carne, pesce, uova, pasta asciutta, burro, pizza e ogni specie di dolce». Ecco, mi sono detto, quando ha dovuto elencare ciò cui avrebbe rinunciato, le è scappata la cosa che forse le piaceva di più. Bene, da quella pizza, e da quella piccola terrazza, posso cominciare ad ascoltarla.


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Nazarena, monaca reclusa «So quanto sia facile illudersi circa queste intuizioni. Perciò non intendo essere presa sul serio. Forse Dio non c’entra affatto con quello che dico, né ispira ciò che sento. Non mi fido assolutamente di quanto provo, anche quando credo che venga da lui. Mi fido invece di chi mi parla nel suo nome». Non sorprende che la prima a essere cauta circa la propria eccezionale esperienza sia lei stessa, suor Maria Nazarena, al secolo Julia Crotta (Glastonbury, Connecticut, 1907 - Roma, 1990; i genitori sono piacentini emigrati). E non sorprende anche, ma per un altro motivo, che la stessa prudenza si intuisca nelle parole dell’autrice dell’ottima cura del volume, la carmelitana Emanuela Ghini, come se stesse maneggiando materiale altamente infiammabile. Quando Nazarena si dilunga sulla propria fame («per almeno vent’anni ho sofferto questo tormento»), la curatrice si chiede se non fosse bulimica, per poi scartarne la possibilità. E ancora: «Davanti a un cammino penitenziale estremo qual è quello di Nazarena, può sorgere il sospetto di atteggiamenti psichici non normali di genere masochistico», un’esperienza «anzi umanamente folle» che però è illuminata da quello che la monaca ha lasciato scritto e che non dà adito a dubbi circa il suo pieno equilibrio psicologico: Nazarena «volle vivere totalmente nascosta non certo per difficoltà umane di rapporto». Gli scritti che gettano un po’ di luce sono undici note di carattere autobiografico, il Regolamento (con il quale si presenta nel 1945 a Pio XII perché lo approvi), trentatré lettere delle circa cento conservate e una scelta di frasi di Giovanni della Croce e Teresa di Lisieux. Vi si legge di un’infanzia e un’adolescenza serene e ricche di esperienze. Julia studia, fa sport, fa musica, con impegno e ottimi risultati (si laurea infine in lettere e filosofia). È alta (più di un metro e ottanta, e infatti gioca a basket), determinata, allegra, «golosissima», forte (una salute «robu-


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stissima» che la sosterrà nelle privazioni). La «chiamata», interiore, verso un’altra «cosa» è del 1934, «cosa» che prende la forma della solitudine, del «deserto». Passati due anni a New York (la New York del 1935-37), entra nel Carmelo di Newport, ma ne viene respinta tre mesi dopo. Così parte per Roma (non tornerà mai più negli Stati Uniti) e qui, attraverso vari contatti, fa un primo passo verso l’Ordine camaldolese, un’esperienza che si interrompe dopo solo un anno. Nel 1939 entra nel Carmelo francese di Torpignattara, dove passa cinque anni durissimi (per motivi non chiari, probabilmente perché «non è al suo posto», dice la curatrice), che la prostrano («Ero uno scheletro ambulante»). Si riprende lentamente, mentre il richiamo della solitudine diventa sempre più imperioso. Finalmente nel 1945 entra nel monastero camaldolese sull’Aventino, dove resterà fino alla fine. Nel 1947 professa i voti perpetui e assume il nome di suor Maria Nazarena. Nel 1959 ottiene una piccola cella – cinque metri per tre, con un’ancor più piccola terrazza «per respirarvi aria» – appositamente sistemata secondo i suoi intenti. Julia Crotta raggiunge infine il suo «deserto», in via di Santa Sabina 64, Roma. Nazarena (che si definiva «grossolano cavolfiore») è una Madre del deserto teletrasportata nel ventesimo secolo. Ma non è inconsapevole del mondo che ha lasciato, né rozza e illetterata. È persona colta e fine, dalla grandissima sensibilità, una pianista innamorata della musica, una lettrice innamorata della Bibbia e della Summa di san Tommaso d’Aquino. La sua «durezza» è rivolta soltanto contro se stessa, il suo combattimento ha due soli nemici: «il diavolo e l’io». La sua scelta di un eterno presente – «Bisogna liberare il momento dal peso del passato che non torna e dalle preoccupazioni del futuro ignoto», una frase buddhista che Nazarena certo declinava secondo l’evangelico «a ciascun giorno basta la sua


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pena» (Mt 6,34) –, la sua ricerca dello svuotamento dell’io per far spazio al Signore, possono sembrare ancora più impressionanti considerando la condizione da cui è partita, che non è difficile immaginare. La sua «immolazione perpetua di sé» è una sepoltura ante litteram. Ancora una volta, è paradossale che l’aspirazione all’annullamento si traduca in una «soluzione» che fa di lei un caso unico: invece di nascondersi nell’anonimato di una professione monastica senza particolarità, lei sceglie l’assoluta eccezione, che la trasforma in una specie di punto di riferimento, un modello estremo (ancora in vita era già citata in varie pubblicazioni). La sua obbedienza a oltranza (in questo caso rivolta alla «chiamata» del Signore) ha, ai miei occhi, i tratti della ferrea volontà di chi, contro tutto e tutti, ha deciso di andare per la sua strada (come dimostra il suo percorso di avvicinamento alla reclusione). Una strada priva di valore – lo ripete in continuazione – ma che allo stesso tempo rappresenta il sacrificio totale di quella limitata dotazione di vita che abbiamo. Infine ci si potrebbe chiedere: non si tratta in fondo di una libera scelta? Non c’è posto nel mondo per tutti? Insomma, che male fa? O non è forse che la sua intransigenza mette a disagio perché espone il desiderio oggi tanto diffuso di fuga dal traffico, dal rumore, dall’inquietudine, verso una solitudine che però abbia tutti i comfort? Scrive la curatrice, Emanuela Ghini: «La sua ascesi radicale fa problema. […] Indubbiamente la vita di Nazarena ha aspetti di un totalitarismo accettabile solo nell’ambito della sua eccezionale vocazione». Immagino quanto sia stata meditata quella parola – «totalitarismo» – e forse è per questo che non riesco a seguirla, anche soltanto per comprendere. O, più semplicemente, questo è uno di quei casi in cui da non credente è più onesto dire “non capisco”, in cui la fede è una nebbia oltre la quale mi è impossibile vedere. Oltre la quale non so nemmeno cosa ci sia da vedere. Pure intuendo


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una realtà che si rivela misteriosamente, per grazia, e alla quale si accede, secondo Nazarena, dopo una lunga ricerca. Ma le premesse, per Nazarena, datano dalla prima infanzia, e hanno mosso la sua inflessibile ricerca, lo straordinario coraggio, la pazienza invincibile che ha orientato tutto il suo cammino, umanamente impervio e folle, e pure – è questo lo sconcertante paradosso – incredibilmente gioioso. Nazarena non è imitabile, secondo la curatrice, ma pure è una sorella lontana e vicina. Vicina ai cristiani, certamente, e ad ogni spirito religioso, ma vicina anche, come domanda e provocazione, a chiunque, in ricerca o arreso alla convinzione dell’impossibilità di essa, l’incontri casualmente e vinca la percezione di una estraneità che può capovolgersi in tutt’altro. Esiste per ciascuno una «cosa» indecifrabile, che pochi arrivano a conoscere, o almeno a percepire. Stefano Res


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Presentazione

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Presentazione

Questa raccolta di lettere di Nazarena, pubblicata per la prima volta nel 1993, a soli tre anni dalla morte, per il desiderio e l’amore di padre Anselmo Giabbani, guida spirituale per quasi mezzo secolo della monaca camaldolese reclusa, vede, per una richiesta mai venuta meno, una nuova edizione con due nuovi apporti: la prefazione di un uomo di cultura laico e la postfazione di un monaco benedettino. Due voci diverse, accomunate dall’ammirazione per Nazarena. Entrambi colgono in lei la profonda equilibrata umanità, che si esprime nella gioia. Dove il monaco vede in lei una partecipazione particolare alla chenosi di Cristo, che la immerge nella sua morte e risurrezione e la rende libera e gioiosa, Stefano Res vede tutto il cammino di Nazarena «umanamente impervio e folle, e pure incredibilmente gioioso». Quello che è per lui «sconcertante paradosso» è la conseguenza normale dell’accoglienza dell’amore, che è Dio. Ed è significativo che una persona non credente, ma abitata da una costante ricerca interiore e affascinata dalla vita monastica, intuisca nella reclusa camaldolese «una realtà che si rivela misteriosamente, per grazia, e alla quale si accede, secondo Nazarena, dopo una lunga ricerca». La celebrazione fatta da Sandro Carotta del valore del monachesimo fino alle sue forme più estreme, di cui è segno la lunga reclusione di Nazarena, e l’intuizione espressa da Stefano Res dell’esperienza potente di un oltre che si coglie per rivelazione, come ogni partecipazione al mistero, sono due volti


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dell’unica realtà che inquieta, tormenta, a volte sequestra ogni persona che cerchi. Dalla morte di Nazarena a oggi la conoscenza della sua straordinaria vicenda spirituale si è diffusa ad ampio raggio non solo in Italia1. In attesa dell’edizione critica di tutte le sue lettere, è significativa questa convergenza di attenzione affascinata e commossa nei confronti di una monaca che sembra emergere dal deserto di Scete, ma è invece una nostra contemporanea, una donna colta, uscita da una delle più antiche e prestigiose università degli Stati Uniti, dalla grande sensibilità artistica e musicale, dinamica, sportiva, “nostra” in ogni senso. Incendiata dalla luce dello Spirito, lungo un percorso umanamente sconcertante, questa donna ha testimoniato in modo straordinario la forza dell’Amore che, amando per primo, può trasformare una creatura umana in un dono di sé oltre ogni limite. Seguendo una singolarissima vocazione vissuta tutta nell’ambito della Chiesa e, in essa, dell’Ordine monastico che l’ha accolta riconoscendo e rispettando la sua tensione all’eremitismo più assoluto, Nazarena, severissima con se stessa, misericordiosa con tutti, è espressione di sapienza, di equilibrio, di una pace che supera ogni intendimento. Nel nostro mondo frantumato ma spesso inconsapevolmente teso all’unità, schiavo del rumore ma desideroso di silenzio, stordito dal vaniloquio ma avido di verità, asservito al potere ma anelante alla libertà, disperso per mille strade ma in cerca di una mèta, questa nostra contemporanea, così simile

1  Cf. Fr. Louis-Albert Lassus o.p., Nazarena. Une recluse au coeur de Rome (1907-1990), Le Barroux 1966; Thomas Matus, An American Anchoress, New York & Mahwah 1998 (trad. it. Nazarena, una monaca reclusa nella comunità camaldolese, Rimini 1998).


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a noi e così diversa, non addita il suo cammino impervio e inimitabile, non si propone ad alcuno come modello. Detersa dal rogo purificatore nel quale è stata irresistibilmente attratta, abitatrice del silenzio, spazio di ascolto della Parola che sazia e salva, fisso lo sguardo a Colui che rende raggianti (Sal 34,6), dice con dolce vigore parole umanissime e consolanti, concrete, vive della vita dello Spirito, sapienti della sapienza di Cristo, adatte a ogni condizione umana. Dalla sua angusta cella, che chiama «anticamera del paradiso», Nazarena continua a dire a tutti le sue parole d’amore, semplici e umanissime, piene della gaiezza consolatrice dello Spirito. Esse emergono da un deserto arido al di là di ogni immaginazione, fiorito dalla sua vita crocifissa e risorta a «glorificare il Padre per tutta l’umanità». Ma anche a guarire i cuori feriti, aprendoli all’unico Consolatore. È l’esperienza di quanti hanno incontrato finora questa nostra sorella così lontana e così vicina e l’augurio per quanti l’incontreranno ancora. Emanuela Ghini Carmelo S. Teresa Savona, 15 ottobre 2018 Santa Teresa d’Avila


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L’abito della reclusa, di tela grezza.

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Postfazione

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Postfazione Elogio dell’inutile

Clauditur velut carcere […] Clauditur velut tumulo […] Patet in hoc ergastulo solum Dei spectaculo. Si chiude come in un carcere […] Si chiude come in una tomba […] In questo stretto carcere, si apre solo alla vista di Dio. Dall’inno Concinat plebs fidelium «Sei il prodigio, tu, che nel deserto / accade solo a chi vive l’esilio». Queste parole del poeta austriaco Rainer Maria Rilke bene interpretano – a mio parere – la vicenda singolare di suor Nazarena, monaca camaldolese morta a Roma nel 1990. Davvero, la sua esistenza, spesa unicamente per Dio e i fratelli in una forma di vita consacrata tra le più estreme, quella della reclusione, sa di prodigio. Leggendo le sue lettere, qui raccolte e curate con passione e convinzione da suor Emanuela Ghini, Nazarena ci appare come una di quelle donne – e sono molte – che lungo la storia «hanno salvato la loro anima gettandola nel solo luogo possibile»: Cristo; donne che perciò, con poche parole, «reggono il mondo assetato di morte. Anime segregate, isolate, crocifisse in mille modi; indicibilmente libere e gioiose», come ebbe a scrivere Cristina Campo. Anime, aggiungo, che celebrano il lato più muto e nascosto della vita e allo stesso


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istante il più reale e palpitante. Infatti, dentro l’angustia di un claustrum, segno e riflesso dell’exinanitio del Figlio di Dio, Nazarena è stata, per più di quarant’anni, docile ricettività a quella fecondità consacrante che rinnova i cuori e il mondo: lo Spirito Santo. Una monaca, quando è tale, si pone infatti nel cuore della Chiesa e dell’umanità come una interiorità attiva, come un “braciere” a quel Fuoco d’amore «che solo spinge all’azione le membra della Chiesa» e senza il quale «gli apostoli non avrebbero più annunziato il Vangelo, i martiri non avrebbero più versato il loro sangue», stando alla testimonianza di Teresa di Lisieux. Noi siamo ammirati, o forse anche scandalizzati, dalla forma vitae che Nazarena abbracciò con tanto ardore. Ma sarebbe fuorviante soffermarsi solo sugli aspetti esteriori, pur importanti, che l’hanno caratterizzata. Bisogna cercare di capire cosa si cela dietro e dentro una sequela del Signore così immersa nella Sua morte e risurrezione. Ai consigli di povertà, castità e obbedienza, Nazarena ha aggiunto la reclusione volontaria, come modo suo proprio di vivere la kenosi di Cristo – come abbiamo già ricordato; una reclusione che, ben più di una limitazione spaziale, è stata in lei un’apertura a quell’Infinito che le chiedeva in prestito carne e sangue. «La pienezza dell’essere – osservava la pensatrice spagnola Maria Zambrano – può essere raggiunta solo in uno stato di totale carenza». Infatti, a chi spende la vita unicamente nella ricerca di continui riempimenti l’Immensità non appare, ma chi sa farsi da parte – umbratili vita integre – sperimenta una germinazione senza confini. La kenosi di Cristo è il limite ultimo del dirsi e donarsi di Dio e allo stesso tempo la rivelazione dell’Amore come autolimitazione. Ne parla anche la tradizione ebraica con la teoria dello tzimtzum, ovvero del ritrarsi di Dio, nel mattino della creazione, affinché la creatura sia davanti a Lui libera e autonoma. Il segreto dell’esistenza non è perciò la riuscita, mondanamente intesa, ma la fedeltà al proprio dato ontologico; non è il


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gesto prensile ma quello casto, che rende possibile il miracolo della compiutezza umana e cristiana. Nazarena – ed è bene ricordarlo – non ha assunto l’arctum reclusorium come una difesa dal di fuori, tanto meno per disprezzo del secolo, ma come una obbedienza d’amore: «Perciò, ecco, io la sedurrò, / la condurrò nel deserto / e parlerò al suo cuore» (Os 2,16). Anche per questo, come Ella scrive nelle sue note autobiografiche, «dopo che le monache se ne furono andate e la porta fu chiusa, percepii con certezza che ero finalmente al mio posto, quello voluto da Dio per me». Io Gesù ho saziato tutte le vergini della terra: le ho rese gravide del mio amore […]. E tremano le mie mani sul ventre di queste donne pure che si esaltano della mia morte e sono pronte a edificare con la loro carne il regno dei cieli. Sì, la carne verginale edifica il Regno, come giustamente asseriva Alda Merini. Ma se avere un corpo significa vivere nella speranza di un incontro, offrirlo a Dio in quanto virgo fa sì che tutto l’essere si dilati verso i compiti della nuzialità e della maternità spirituale. Donna totalmente offerta, Nazarena è divenuta così sposa e madre. Leggiamo in uno scritto del 1931 di Edith Stein: «Ella [la sposa del Cristo] sta in piedi al suo fianco, come la Chiesa e come la Madre di Dio. […] Là ella sta, per aiutare l’opera della redenzione. Il dono totale del suo essere e della sua vita la fa entrare nella vita e nelle fatiche di Cristo, permettendole di compatire e di morire con lui, di quella terribile morte che fu per l’umanità la sorgente della vita. La sposa di Dio conosce così una maternità soprannaturale che abbraccia l’umanità intera, sia che prenda parte attiva


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alla conversione delle anime sia che ottenga con la sua immolazione i frutti della grazia per coloro che non incontrerà mai sul piano umano». Allo sguardo semplicemente razionale non è facile scorgere l’utilità di una vita come quella di Nazarena, e forse sorge in molti la domanda sul senso stesso della vita monastica e claustrale. Se non la si relega nella categoria dei parassiti – pensiamo a quanto scriveva François-Marie Arouet, più conosciuto come Voltaire –, la si classifica come anacronistica. E questo, per una certa cultura, è imperdonabile. Talora – anche all’interno della compagine ecclesiale – c’è chi spinge a suggerire un impiego più utile di queste forze sprecate nel silenzio. Ma Nazarena – e qui sta uno dei suoi grandi messaggi – non ha temuto d’essere considerata d’altri tempi, non ha condiviso la sciocca paura dell’inutilità. Non sono forse le forze nascoste quelle più feconde quando l’amore è chiamato in causa? E se l’amore è inutile, Nazarena ha scritto il miglior elogio dell’inutile; l’amore non serve a fare soldi né a far carriera; non serve alla cultura e neppure alla scienza. «L’amore – ci ricorda suor Chiara Augusta Lainati – è là dove mancano calcolo e misura, dove lo spazio ristretto di una piccola cella può dilatarsi all’infinito sugli orizzonti del mondo, dove basta un sospiro per effondere l’anima e un sorriso donato per dare senso alla vita». Certo, sostanzia il tempo, e orienta la storia, ma in primis l’amore narra l’eterno della persona, ovvero la sua avvenuta risurrezione. C’è un ultimo aspetto che vorrei qui ricordare. Nazarena ha saputo sostenere la tenebra luminosa – Agostino parlava di un Dio praesentissime et secretissime – sorretta da una fede declinata come nudo affidamento. Basta porsi in ascolto: Dio è tra noi e in ciascuno di noi, ma noi siamo come una «cisterna profonda aperta sotto il cielo» – stando alle parole di Bernanos. «Indubbiamente la superficie è ancora ingombra di detriti, di rami spezzati, di foglie putride da cui sale un odore di morte. Su di essa brilla una specie di luce fredda e dura che è


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quella dell’intelligenza ragionatrice, ma al di sotto dello strato malsano, l’acqua è subito tanto limpida e tanto pura. Ancora un po’ più addentro, e l’anima si ritrova nel suo elemento natale, infinitamente più puro dell’acqua più pura: quella luce increata che avvolge tutta la creazione; in Lui era la vita e la vita era la luce degli uomini». Nazarena ci invita a ritrovare il nostro “elemento natale” sotto i molti detriti ideologici e culturali, sotto le false sicurezze e i nostri egoismi. Nazarena, chiusa «fra quattro mura / stupefatte di spazio», secondo una bella immagine di Clemente Rebora, è l’icona della gratuità irradiante dell’Amore che ancora oggi allieta la nostra terra di serena speranza. «L’amore per Gesù e i fratelli divori il mio cuore in un martirio di amore ignoto anche a me stessa», sono le sue parole, che noi vogliamo raccogliere come preziosa eredità; parole che attestano come il divino e l’umano possono abbracciarsi in un unico slancio oblativo. A noi quel martirio d’amore resta nascosto – secretum meum mihi –, tuttavia lo crediamo coronato di gloria immortale. Ciò che Nazarena ha scritto giorno per giorno sulle pagine della sua esistenza ora forma lassù il libro della vita dell’Agnello immolato e risorto. Padre Sandro Carotta o.s.b.


Indice generale

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Indice generale

Prefazione Stefano Res

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Presentazione Introduzione alla prima edizione Elenco delle abbreviazioni

» 11 » 15 » 18

Prima parte SCRITTI DI NAZARENA Ricordi autobiografici Premessa 1. Ricordi d’infanzia 2. Primi segni della vocazione alla reclusione 3. Studi universitari 4. La conversione 5. Primi passi nella vita monastica 6. La dura prova del Carmelo 7. Lotta per vivere 8. Verso la reclusione 9. Reclusa 10. Nella speranza 11. Congedo

» 21 » 22 » 24 » 26 » 27 » 29 » 30 » 32 » 34 » 35 » 37 » 39


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Regolamento 1. Reclusione anacoretica 2. Cella della reclusione 3. Silenzio e solitudine 4. Orario 5. Preghiera 6. Lettura spirituale 7. Penitenza 8. Vitto 9. Lavoro 10. Corredo 11. Carità 12. Castità 13. Povertà 14. Obbedienza 15. Umiltà 16. Nell’ombra di morte (Sal 87,7)

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Lettere 1946-1978

» 55

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Seconda parte LA FIGURA DI NAZARENA Cenno sulla reclusione nella Chiesa

» 131

Nota biografica 1. La famiglia Crotta 2. Infanzia e adolescenza di Julia 3. Prima giovinezza 4. Università di Yale e Albertus Magnus College 5. La chiamata al deserto 6. Al Carmelo di Newport 7. A Roma 8. Primo incontro con l’Ordine camaldolese 9. Al Carmelo de la Réparation

» » » » » » » » »

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Indice generale

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10. Ricerca angosciosa 11. Suor Maria Nazarena, reclusa camaldolese privata 12. Monaca camaldolese reclusa 13. Gli eventi di Nazarena reclusa

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Spiritualità di Nazarena Premessa 1. Fine apostolico della penitenza 2. Dio solo basta 3. Quando sono debole, sono forte 4. Obbedienza e gioia 5. Combattimento spirituale e discrezione 6. Superiori e padri spirituali 7. Parola di Dio e parola della Chiesa 8. La sorella spirituale 9. Cristo, il presente 10. Missione di Nazarena

» 163 » 165 » 169 » 176 » 180 » 185 » 191 » 196 » 202 » 209 » 214

Postfazione Elogio dell’inutile Sandro Carotta

» 221

APPENDICI E CRONOLOGIA Appendici Cronologia

» 229 » 239 INDICI

Indice cronologico Indice biblico Indice dei nomi Indice analitico

» » » »

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Non si aspetta niente se non si aspetta tutto. Simone De Beauvoir

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