Reginaldo Dal Pane
Il sindaco contadino L’ideale di costruire il bene comune A cura di Eugenio Dal Pane
Un vivo ringraziamento ad Angelo Minarini per la paziente ricerca nel suo archivio dal quale proviene la maggior parte delle fotografie riportate nel volume.
Reginaldo Dal Pane Il sindaco contadino Itaca, Castel Bolognese www.itacaedizioni.it/il-sindaco-contadino Prima edizione: maggio 2015 © 2015 Itacalibri, Castel Bolognese © Libreria Editrice Vaticana per il testo di papa Francesco tratto da www.vatican.va Tutti i diritti riservati ISBN 978-88-526-0427-0 Le edizioni Itaca sono distribuite da: Itacalibri srl via dell’Industria, 249 48014 Castel Bolognese (RA) - Italy tel. +39 0546 656188 fax +39 0546 652098 e-mail: itaca@itacalibri.it on line: www.itacalibri.it in libreria: www.itacaedizioni.it/librerie Grafica di copertina: Andrea Cimatti Cura editoriale: Cristina Zoli Stampato nel mese di maggio 2015 da Modulgrafica Forlivese, Forlì (FC) In copertina Inaugurazione di Palazzo Mengoni, 1960 (foto Minarini).
Presentazione
Tra pochi mesi mio padre compirà novant’anni. La sua è una generazione singolare, che si è trovata a vivere a più riprese profondi e radicali cambiamenti a livello sociale, economico, politico, tecnologico. Questa generazione, nata e cresciuta in una diffusa povertà, quando la vita era per tanti aspetti simile a quella dei secoli precedenti, ha conosciuto la dittatura, la tragedia e le devastazioni della guerra, ha pagato col sangue di tanti la libertà, ha lavorato intensamente per ricostruire il Paese, ha accettato fatiche e sacrifici per assicurare ai figli una esistenza migliore, nella convinzione che dal benessere sarebbe derivata una vita più felice. Molti che appartengono a tale generazione hanno vissuto la politica come servizio. Forti erano le contrapposizioni – alcune pagine del libro ci riportano a quella stagione –, ma «una cosa avevamo in comune con gli avversari della sinistra: volevamo una società più giusta» (p. 47). A un certo punto, però, qualcosa è accaduto: si è introdotta anche nel nostro Paese «una mentalità individualista di tipo radical-borghese» (p. 53) che ha posto al centro della società non il bene comune, non la solidarietà, ma l’individuo con i suoi desideri e i suoi diritti, da affermare ad ogni costo, anche quando il prezzo da pagare sia il bene dell’altro. Benedetto xvi ha definito tale contesto «dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia
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come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie»1 i cui esiti sono, per usare le efficaci espressioni di papa Francesco, «la globalizzazione dell’indifferenza» e «la cultura dello scarto»2. Chi ha vissuto la politica come servizio, mosso da un ideale per il quale ha speso tempo, energie, risorse personali, il meglio di sé non in vista di un profitto egoistico, ma per contribuire al bene di tutti e di ciascuno, non da oggi prova un’intima delusione e amarezza di fronte non solo al ricorrente, triste spettacolo offerto da tanti politici, ai costi e ai privilegi di chi occupa ruoli importanti nei vari organismi dello Stato, ma anche al diffuso venir meno nella società di quei valori che, solo qualche decennio fa, erano condivisi da tutti e ne costituivano gli indiscussi fondamenti3. Vi è nell’uomo un’indole naturale a rendere sempre più confortevole la propria esistenza sulla terra; ogni generazione vorrebbe consegnare ai figli e ai nipoti un mondo migliore rispetto a quello ricevuto, ma se è possibile progredire nelle condizioni di vita e consolidare il benessere conseguito – lo vediamo a tanti livelli, dalle abitazioni ai mezzi di comunicazione, dal lavoro alla medicina –, non altrettanto può dirsi a livello della coscienza personale e civile4: ogni persona, come ogni Benedetto xvi, Omelia Missa pro eligendo romano pontifice, 18 aprile 2005. Cfr. ivi, pp. 137-139. 3 Quale ideale umano avesse quella generazione lo possiamo cogliere dai testi delle due lapidi poste all’ingresso del Museo civico di Castel Bolognese, già sede dell’Asilo Camerini, che ricordano Umberto Brunelli (1861-1931), «medico con fede e sapienza di missionario». Parole prese dal linguaggio religioso per delineare i tratti morali di un uomo di fede socialista, il quale non solo «onorò la professione di medico con disinteresse e abnegazione», ma, al pari di un sacerdote, «elevò le coscienze additando nel socialismo le vie nuove della redenzione umana», indicata come vero fine dell’agire. 4 «Un progresso addizionabile è possibile solo in campo materiale. […] Nell’ambito invece della consapevolezza etica e della decisione morale non c’è una simile possibilità di addizione per il semplice motivo che la libertà dell’uomo è sempre nuova e deve sempre nuovamente prendere le sue decisioni. […] La libertà presuppone che nelle decisioni fondamentali ogni uomo, ogni generazione sia un nuovo inizio. Certamente, le nuove generazioni possono costruire sulle conoscenze e sulle 1 2
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società, deve decidere su quali fondamenta intenda costruire la propria esistenza. La ragione profonda per la quale mio padre ha voluto fortemente questo libro, frutto di conversazioni fatte con me nel corso di due anni e di memorie da lui scritte un decennio fa, credo stia qui: attraverso il racconto della propria esperienza rivolgere un appello, in modo speciale ai giovani, a scegliere la strada della vita, concepita come impegno e responsabilità5. C’è un aspetto che mi ha particolarmente colpito: la sua capacità di giudizio sulla realtà in un momento di grande complessità quali furono gli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale. L’ideale di giustizia sociale lo portò a vent’anni a simpatizzare per il socialismo, a frequentare la Casa del Popolo e a leggere «L’Unità», quotidiano del Partito comunista italiano, ma ciò che ascoltava e leggeva non era recepito acriticamente, bensì sottoposto al vaglio della sua coscienza, fedele all’esigenza di verità, di giustizia e di bene, e delle sue conoscenze, frutto di quotidiane letture. A me pare una lezione importante in un tempo dove la memoria personale è sostituita dalle informazioni reperibili in rete o dai vari strumenti messi a disposizione dalla tecnologia che stanno modificando rapidamente il nostro approccio alla realtà. Siamo bombardati da informazioni, ma abbiamo sempre meno conoscenze e comprensione della realtà nel suo insieme. In tal modo si è in balia degli avvenimenti, non aven-
esperienze di coloro che le hanno precedute, come possono attingere al tesoro morale dell’intera umanità. Ma possono anche rifiutarlo, perché esso non può avere la stessa evidenza delle invenzioni materiali. Il tesoro morale dell’umanità non è presente come sono presenti gli strumenti che si usano; esso esiste come invito alla libertà e come possibilità per essa» (Benedetto xvi, Spe salvi, n. 24). 5 Vengono in mente le parole di Alessandro Manzoni, che identificano un sentire largamente diffuso nel nostro popolo, almeno fino a qualche decennio fa: «La vita non è già destinata ad essere un peso per molti, e una festa per alcuni; ma per tutti un impiego, del quale ognuno renderà conto» (I Promessi Sposi, cap. xxii).
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do più elementi e criteri per giudicare né quanto accade né i tentativi di modificare perfino i fattori più elementari della natura umana e dell’esistenza e di rendere impronunciabili le parole con cui ci affacciamo alla vita: mamma, papà. Chi leggerà queste pagine troverà citati numerosi luoghi, fatti, persone, giudizi che hanno contribuito a formare in mio padre la sua visione della realtà, tutti custoditi non in qualche server collocato chissà dove, ma nella sua memoria. Un’ultima considerazione personale. Sono tanti i motivi di gratitudine che ho verso mio padre. Il primo è di avermi fatto lavorare fin da bambino, così come accadeva in ogni famiglia di contadini. Certamente lui avrebbe sperato che ne seguissi le orme. Ricordo una gita a Portogruaro – forse ai tempi delle elementari – per visitare una stalla di mucche da latte. Mi colpì il fatto che erano mucche, però ascoltavano la musica di Beethoven, perché, ci spiegarono, le rendeva tranquille e producevano più latte. Negli anni in cui frequentavo il liceo classico, ogni estate, già negli ultimi giorni di scuola, ero assegnato ai lavori nella stalla per accudire il bestiame. L’impatto con gli odori assai sgradevoli e con le diverse mansioni che dovevo svolgere – mettere il fieno nella mangiatoia, smaltire il letame, mungere – non era facile. A ciò si aggiungevano i lavori nei campi: l’irrigazione – decisamente faticosa e fastidiosa quella del granoturco –, l’aratura col trattore, la raccolta della frutta e la vendemmia, che preludeva al ritorno a scuola. Tale impegno, oltre a rinnovare ogni estate la voglia di studiare, mi ha portato a considerare il lavoro manuale e fisico di pari dignità rispetto a quello intellettuale. Avevo visto mio padre lavorare i campi non come schiavo, ma da uomo libero, e dunque ogni attività aveva per me profonda dignità. Il fatto che nel tempo della giovinezza non mi siano stati risparmiati lavoro, sacrifici e sudore mi ha reso naturale accettare quella parte di lavoro fisico, di sacrificio e di sudore che la mia professione, di per sé intellettuale, ha comportato e comporta.
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Di quelle estati ho un ricordo bellissimo: il lavoro fatto da mio padre assieme ad alcuni coltivatori amici; in base a ciò che c’era da fare ci si trasferiva nel campo dell’uno o dell’altro. Credo che questo fatto mi abbia segnato nel profondo: avere visto che il lavoro, l’amicizia, la solidarietà, il reciproco aiuto potevano stare insieme e questa modalità rendeva lieti anche nella fatica. Il secondo e più profondo motivo di gratitudine è la testimonianza di impegno disinteressato per il bene degli altri – e mi sembra doveroso ricordare il ruolo nascosto e silenzioso di mia madre, che ha accettato di prendere su di sé il peso della famiglia e talora anche del lavoro dei campi. Ho sempre custodito una frase ascoltata in un dialogo tra i miei genitori; a un certo punto mio padre disse: «Bisogna fare del bene e il bene va fatto gratuitamente». In lui l’onestà non è mai stata parola retorica o arma politica da usare a tempo debito per mettere fuori gioco qualche avversario, bensì intima convinzione che lo ha portato a vivere sempre del proprio lavoro. Spesso l’ho sentito ricordare con ammirazione Cincinnato6, nel quale vedeva espressa la figura dell’uomo politico che serve la comunità per il tempo che gli è richiesto, per poi tornare al proprio lavoro. In tempi di forte individualismo dove si è tutti tentati di pensare a sé e ai propri affari, vale la pena sottolineare che l’impegno per gli altri non è in contrapposizione con il bene della propria famiglia, ma ne è la condizione. Senza il bene comune quale bene per sé, che non sia di effimera durata, può realizzarsi? Se la società “non sta bene”, se si diffonde un malessere a livello sociale, culturale, spirituale, economico, politico, possiamo forse pensare di non esserne contagiati? Lucio Quinzio Cincinnato fu un politico romano, vissuto nel v secolo a.C. Dopo aver ricoperto le cariche di console e di dittatore, si ritirò in campagna a vivere dei prodotti della terra. Quando gli domandarono perché avesse lasciato la città e gli onori che legittimamente gli spettavano, rispose semplicemente che la Patria non aveva più bisogno di lui. 6
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Il generoso impegno di mio padre in diversi ambiti, spesso frequentati contemporaneamente, non ha impedito a noi figli di studiare, di costruire le nostre famiglie, di intraprendere ciascuno la propria strada in base all’indole personale, creando imprese e occasioni di lavoro o servendo gli altri sul piano sociale. In qualche modo abbiamo visto confermata la promessa di Gesù: «Non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo, che non riceva già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna» (Mc 10,29-30). La fede e l’obbedienza alla Chiesa hanno guidato mio padre nelle molteplici forme di impegno al tempo della giovinezza e della maturità, quella fede che oggi, nel buio della cecità, continua ad essere la luce e il conforto di quest’ultimo tratto della sua lunga e feconda vita. Eugenio Dal Pane
Avvertenza per il lettore Le pagine che seguono mi sono state dettate da mio padre che, essendo divenuto cieco, non ha potuto consultare alcun documento né le sue agende. Tutto, quindi, è raccontato non con la precisione propria di un libro di storia, ma come vive nella sua memoria: persone, luoghi, fatti, giudizi. Già in passato mio padre aveva scritto alcune memorie della sua vita e delle sue molteplici attività che ho integrato nel corso del testo il quale conserva la forma della conversazione e del racconto orale. Ho ritenuto di inserire qua e là delle note a beneficio dei lettori più giovani che potranno rendersi conto di quanto sia cambiata la vita nell’arco di alcuni decenni.