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Andrea Chaves. Il poeta e le montagne (Marcus Risso)

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Marcus Risso

ANDREA CHAVES Il poeta e le montagne


Marcus Risso Andrea Chaves. Il poeta e le montagne www.itacaedizioni.it/andrea-chaves Prima edizione: settembre 2018 Š 2018 Itaca srl, Castel Bolognese Tutti i diritti riservati ISBN 978-88-526-0574-1 Itaca srl via dell’Industria, 249 48014 Castel Bolognese (RA) - Italy tel. +39 0546 656188 fax +39 0546 652098 e-mail: itaca@itacalibri.it in libreria: www.itacaedizioni.it/librerie on line: www.itacalibri.it Cura editoriale: Cristina Zoli, Martina Amoruso Grafica di copertina: Andrea Cimatti Stampato nel mese di settembre 2018 da Ge.graf, Bertinoro (FC) In copertina Andrea Chaves sul Monte Bianco, 6-8 settembre 2017.


L’amore per lo studio   79

parte seconda

Teso verso le altezze: il poeta e le montagne


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La scoperta di Dante

Un giorno al liceo Andrea fu incaricato dalla sua insegnante di fotocopiare il quinto canto dell’Inferno, quello di Paolo e Francesca, e lui, tra una pagina e l’altra, lesse quei versi come acqua viva e ne rimase completamente rapito. Qualcosa lo attirava verso quella straordinaria poesia, verso il mistico viaggio del più grande tra i poeti. Andrea era un avventuriero, un Ulisse in cerca di nuove terre da esplorare, di nuovi confini da superare, ma era allo stesso tempo più avanti di Ulisse perché, come Dante, aveva un anelito di eternità e capiva che il suo più grande cimento doveva essere andare oltre i confini del mondo, a ricercare il senso dell’esistenza. Le montagne lo attiravano sempre di più perché in cima a quelle vette, nella rarefazione dell’aria, nella creazione ancora incontaminata, toccava il punto estremo in cui finiva il mondo e cominciava Dio. Dentro di sé sentiva quell’anelito, quella spinta alla ricerca e alla salita, lo stesso desiderio che leggeva così forte e caratterizzante in Dante; ed era anche quello di Ulisse, la volontà di andare oltre, di incontrare i limiti e superarli. Andrea amava le montagne anche perché, come il monte del Purgatorio di Dante, esse costituivano un percorso di purificazione. Per lui la fatica, la paura, la solitudine dell’alpinismo rappresentavano un percorso ascetico di conquista di se stesso e della propria natura, un percorso di purezza, un esercizio spirituale per poter praticare le virtù. Sapeva che quello che


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sentiva dentro al cuore, quell’anelito all’amore, alla giustizia, alle vette dello spirito, doveva essere realizzato nel mondo. Doveva diventare realtà, cambiamento sociale, strumento di rinnovamento e di elevazione per l’umanità. Andrea sapeva che la poesia di Dante andava vissuta, incarnata, realizzata nella propria vita perché vivesse ancora. Quando, qualche anno dopo, recitò Dante in alcuni dei luoghi di cultura più importanti d’Italia, dissero di lui che non recitava Dante ma lo incarnava. Perché lui di Dante non era l’attore ma il “profeta”. Quei quindici anni di Andrea, con il canto di Paolo e Francesca che aveva letto facendo le fotocopie per la classe, furono una folgorazione. Si innamorò di Dante. Cominciò a interessarsi alla Commedia e alla vita del poeta, che divenne per lui una guida e un protettore. I suoi genitori si accorsero di questa passione di straordinario valore e aiutarono Andrea acquistandogli i primi libri sull’argomento e poi proponendogli una cosa bellissima: una visita a Ravenna per vedere la città in cui Dante visse durante l’esilio e dove si trova la sua tomba. Andrea si entusiasmò e si informò su tutto quello che c’era da vedere a Ravenna. Si accorse che proprio nel periodo in cui sarebbero stati là era in programma un incontro su Dante con Silvio Orlando e Carlo Ossola, l’illustre professore di cui Andrea possedeva una Introduzione alla Divina Commedia. Partì con la mamma e il papà, fino ad arrivare a quella dolce città, fatta di antiche case medievali e pini marittimi, di profumi silvestri nella luce calda dell’aria che viene dal mare. A Ravenna Andrea, come una spugna, assorbì ogni dettaglio, ogni suggestione storica, ogni particolare della via in cui era stata la casa di Dante, ogni ombra del suo sepolcro. Sulla tomba del poeta Andrea passò lunghi momenti silenziosi, in un dialogo segreto con la sua guida. Prima di proseguire poggiò la mano sulla pietra sepolcrale, con lo stesso gesto porta fortuna con cui batteva la mano a papà e mamma prima di ogni viaggio e di ogni impresa montana.


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Io credevo che imparasse un canto tra un incontro e l’altro, che solitamente si tenevano a un mese di distanza. Solo in seguito mi accorsi che lo faceva in pochi giorni. Trovavo la sua memoria prodigiosa, degna di un Pico della Mirandola. Andrea aveva un desiderio insoddisfatto: fare almeno un incontro con i suoi compagni di scuola. Già in quegli anni voleva parlare ai giovani, ai suoi coetanei, di Dante. Il preside non era interessato: rimandò diverse volte, dava risposte elusive, né sì né no. Andrea invece voleva esplodere, convincere i compagni che quello che provava per Dante era qualcosa di grandioso, che poteva arricchire e cambiare la vita di tutti. Allora cambiò strategia: “Chiamo il Comune di Novi e faccio una maratona dantesca, recito a memoria tutto l’Inferno! ”. “Ma tu sei matto!” gli dissi. “Nessuno ha mai fatto una cosa del genere! Nemmeno Gassman o Albertazzi hanno mai osato cimentarsi in un’impresa del genere. Anzi, loro recitavano a memoria solo alcuni canti o addirittura solo alcuni passaggi dei canti, che ripassavano e preparavano a dovere, non certo un’intera cantica fatta di 34 canti. E poi al giorno d’oggi, quando chiunque tra il pubblico può aprire un cellulare e leggere il canto che stai recitando per verificare che tu non sbagli nemmeno una virgola”. Fare errori o avere amnesie in un’impresa del genere avrebbe significato ottenere un effetto opposto a quello da lui desiderato. Ma Andrea era sicuro di potercela fare e andò». A Novi, nell’auditorium della biblioteca, dalle cinque del pomeriggio alle undici di sera, stette in piedi per sei ore di seguito, recitando i 34 canti dell’Inferno senza soluzione di continuità, fermandosi solo ogni tanto per bere. Un’impresa che solo dal punto di vista fisico è straordinaria, da quello mnemonico poi faraonica. «Recitò tutto l’Inferno con una perfezione assoluta, come il suo solito» continua Benito. «Gli ricordai che sarebbe stato il 750° anniversario della nascita di Dante. “Lo so, vado a Ravenna” mi disse. A Ravenna lo conoscevano già. Mi accorgevo che a parlare di se stesso era schivo, così co-


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minciai a stimolarlo: “Perché, oltre a recitare Dante, non fai anche tu una presentazione del canto?”. Così, negli ultimi due anni della nostra collaborazione, curò delle presentazioni che diventavano sempre più competenti, fino a raggiungere il livello di un’analisi critica ferrata. Si stava piano piano modificando lo scopo delle serate: da semplici discussioni tra amici erano diventate vere e proprie lezioni universitarie che però spesso il pubblico faticava a seguire. Era nell’indole di Andrea portare al massimo tutte le cose che faceva. Inizialmente, dato il carattere molto riservato di Andrea, parlavamo soltanto di Dante, ma negli ultimi mesi avevamo cominciato a parlare anche di altri aspetti della sua vita. Un giorno Andrea non si presentò alla serata dantesca, mi disse suo padre che aveva la febbre alta. Era rimasto intrappolato sei giorni sul Cervino. Scalare in notturna e in solitaria il Cervino, d’inverno… mi sembrava una cosa assurda. “Ma non è troppo rischioso?” gli chiesi la volta dopo. “Perché fai queste cose? Perché sfidi la sorte?” Non mi rispose. Mi guardò con un’aria molto umile ma con la luce negli occhi. Continuai: “Proverai delle sensazioni stupende, ma puoi provare le stesse sensazioni leggendo il xxxiii canto del Paradiso o il xxxiv dell’Inferno”. A quel punto Andrea parlò: “Visto che mi parli del Paradiso ti dico cosa provo io quando sono sulle montagne”. Mi citò la profezia della Sibilla, scritta su foglie che poi vengono frantumate e gettate a terra; chi vuole interpretarla deve ricomporre correttamente i pezzi delle foglie. “Come per la profezia della Sibilla scritta sulle foglie – mi disse Andrea – Dante vide raccolto in un unico volume ciò che nell’universo si squaderna”. Lui, alle sei del mattino, in cima a una montagna, si sentiva al cospetto di Dio e ne capiva l’essenza. Io ero un po’ a disagio, imprese del genere erano fuori dalle mie corde».


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13 aprile 2017 Perché rischio tanto, tutto, scalando le montagne? L’avventura dell’alpinismo è per me una ricerca: sono attratto dalle creste, dalle pareti, dalle valli silenziose e dal libero cielo. Una dolce fitta al cuore mi ricorda che sono parte di quel mondo e non mi lascia più. La mia ricerca più grande è comprendere la ragione – l’amore – per cui scalo le montagne e come la ragione di questo gesto, che è sogno e forza reale insieme, farne un dono per gli altri. Condividere la vera felicità, donarla per farla più grande, vera, inalienabile: questa sarà la mia scalata più bella e grande! La bellezza nitida e insondabile dell’avventura è un dono che io vedo da lassù e so che in qualche modo può migliorare il mondo come la musica che si infonde misteriosamente e con dolce forza nelle fibre dell’anima. Forse non c’è una meta: è il mio stesso scalare che può rendermi una persona migliore per gli altri. Nella vita non bisogna vincere o arrivare in cima, fare bene; questo non conta. È necessario fare meglio, il meglio che siamo e che possiamo dare. Quando sono lassù, da solo, i pensieri si fanno più limpidi, più tersi, come il cielo; la testa si libera dal frastuono grigio e costante del quotidiano che riempie offuscando. Lo sguardo si riposa nell’orizzonte terrestre di luce. La morte si avvicina e diventa un tutt’uno con la vita. Allora si diventa più buoni (forse anche perché si è più vicini al cielo), si vedono meglio le proprie colpe, ma non c’è rimpianto: c’è desiderio e speranza di rimediare, di cambiare. Si apprezzano di più tutte le semplici cose (e questo anche quando si sta per partire), si ha voglia di amare e da lassù cessa l’odio. Il mondo appare più bello – un’aiuola che ci fa tanto feroci – ma da lassù vedo e credo nella speranza. Dalla città il cielo pare lontano, dalla vetta il cielo abbraccia la terra nella sua vastità e nel suo silenzio; per questo voglio tornare a casa: perché ora so come guardare il mondo; anche da quaggiù nel cuore porto la bellezza di quel cielo! Vale tutta la forza con cui cerco la vetta, questa mia ricerca, perché è il senso della vita, l’amore per il mondo, ciò che io posso immaginare e sognare per renderlo più meraviglioso, l’io che sono, vivere con dignità il dono immenso della vita donatami dai


Il Cervino, la montagna perfetta   115

miei genitori, avere la forza di donare speranza ai giovani, lottare per quello in cui credo, amare le persone che amo, non smettere di sognare – cercare – amare – mai, quello che io vedo, quando sono a un passo dalla vetta con negli occhi la fatica e la gioia e tra le labbra un intimo sorriso di chi ha compreso la bellezza della vita e di come solo ora sia l’inizio di una bellissima corsa senza fine, davanti a me nella croce, stagliata nel cielo e inondata di luce. A.C. «Cervino, la Montagna del Mondo» È la cima perfetta (cfr. libro Rébuffat). Se vuoi spiegare che cos’è una montagna, racconti il Cervino. Nella Montagna non può esserci né invidia, né rivalità, né lotta con il cronometro. A.C. La prima volta di Andrea sul Cervino fu una delle esperienze più importanti della sua vita. Come avrà a dire in seguito, questa montagna è per un alpinista la meta più importante, la montagna che ha segnato i punti di svolta determinanti nella storia dell’alpinismo e nella vita degli scalatori. Così fu anche per Andrea quando riuscì a salirlo per la prima volta con l’amico alpinista Paolo Scarsi. «Ho conosciuto Andrea – inizia a raccontare Scarsi – perché i miei figli frequentavano i corsi di karate con lui. Un giorno suo padre mi si è avvicinato, sapendo che ero un alpinista, e mi ha chiesto se potevo accompagnare suo figlio sul Cervino. All’inizio ho pensato che fosse uno spaccone e soprattutto alla responsabilità che mi sarei dovuto prendere ad accompagnare un ragazzo di quell’età niente meno che sul Cervino. Andrea mi aveva comunque dato sempre l’impressione di essere un ragazzo molto posato, tranquillo e serio. Ho deciso dunque di fare con lui alcune uscite di prova per conoscerlo meglio e valutarne sia il carattere che l’abilità. Ci accompagnava anche


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il mio amico Gianni Acerbo, alpinista e uomo di grande esperienza, molto selettivo con le amicizie e le simpatie. Andrea ci colpì da subito perché era molto freddo in montagna, non andava mai nel panico. Tecnicamente era preparatissimo, ma quello che più sorprendeva è che aveva fatto tutto da solo, informandosi su libri e internet. Prima di tentare il Cervino abbiamo fatto un’uscita con Andrea e suo padre, ed era bellissimo vedere il figlio in cordata con il genitore, uniti da una fune come fosse un cordone ombelicale, ma nello stesso tempo in una situazione in cui i ruoli si erano invertiti, perché in forza del suo straordinario talento era Andrea ad accudire il padre: stava attento che non cadesse in passaggi difficili, gli indicava il modo in cui fare i nodi. Tra il 25 e il 27 luglio 2015 finalmente decisi di accompagnare Andrea sul Cervino. Era il 150° anniversario della prima scalata che aveva permesso di conquistarne la cima, fino ad allora considerata irraggiungibile. Io, Andrea e Gianni avevamo fatto un primo approccio di avvicinamento al Cervino senza guida, per studiare la montagna. Poi, il 25 luglio, decidemmo tutti e tre di partire e affrontare la montagna passando per la Cresta del Leone, sul versante sud. Normalmente si arriva a Cervinia e poi, su una strada carrozzabile, si raggiunge il rifugio Duca degli Abruzzi utilizzando dei mezzi del luogo. Andrea però era un alpinista puro e aveva un’etica molto rigorosa, per cui decise di partire a piedi già da Cervinia, volendo percorrere senza ausili e con le proprie forze tutta la distanza e quasi ottocento metri di dislivello. Partimmo insieme verso il bivacco Carrel dalla “via normale italiana” e lo raggiungemmo nel pomeriggio. Per tutto il tempo è stato lui a coccolarci e a prendersi cura di noi. Arrivati al rifugio ci ha preparato la cena a base di pasta e fagioli.


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Ma chi era Andrea?

Andrea era un guerriero, un giovane ragazzo dal cuore coraggioso, dalla mente che tanto desiderava conoscere; uomo che sfidò le altezze, privazioni durissime, ma che era capace di raggiungere le delicate e fragili vette della più alta sensibilità. Di conoscere la pena di troppa tenerezza, di avere il cuore gonfio di amore. Andrea guardava attratto le Stelle; solo lui conosceva quel fremito, quella chiamata interiore a cui non ci si poteva negare ma solo offrire. E lui la seguiva, quella voce interiore che lo chiamava dalle Stelle e domandava di bruciarsi d’amore per i suoi simili, che lo riempiva di tanta forza cosicché non c’era stanchezza che lo potesse fermare dal darsi. «Chi era Andrea? È difficile a dirsi, specialmente da parte mia che sono suo padre» dice Yonny Chaves. «Si dice che sia stato un ragazzo straordinario, un fenomeno, di un’intelligenza fuori dal comune… Sinceramente questo mi rende un grande onore come genitore, ma se dovessi veramente esprimere chi fosse Andrea, lo descriverei come una persona semplice: per me il suo maggior pregio. Tutto quello che faceva è da leggere attraverso questa semplicità che lo caratterizzava. Non amava la notorietà, la pubblicità, lui amava la vita. Vivendo un rapporto profondo con lui e leggendo il suo diario dopo la sua morte, ho capito che Andrea, attraverso le sue montagne e Dante, voleva cambiare le cose nel mondo. Voleva trasmettere qualcosa di profondamente umano. Ora non dirò “chi era Andrea”, ma “chi è Andrea” o “cosa sarà Andrea” in futuro per le persone, soprattutto per i giovani, attraverso il suo messaggio».


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