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L’appuntamento del venerdì

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numero 39 – STORIA

DI UNA RELIGIOSA VAGHEZZA Il Convento del Bigorio

04 – Déjà vu. Questo luogo mi è noto… 10 – Shopping. L’acquisto febbricitante 12 – Doppelgänger. Il “Doppio” (a volte) ritorna Corriere del Ticino • laRegioneTicino • Giornale del Popolo • Tessiner Zeitung • CHF. 2.90 • con Teleradio dal 5 all’11 ottobre


numero 41 3 ottobre 2008

Agorà Déjà vu. Questo luogo mi è noto… Arti Arnold Böcklin. Tra l’Ade e il Walhalla

Impressum

Media Abbonamenti. Telefoni nella giungla

MARIELLA DAL FARRA

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ALESSANDRO TABACCHI

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MARCO FARÈ

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Tiratura controllata 93’617 copie

Chiusura redazionale Venerdì 26 settembre

Editore

Teleradio 7 SA Muzzano

Direttore editoriale Peter Keller

Società Shopping. L’acquisto febbricitante

DI

ANTONELLA SICURELLO

Salute Doppelgänger. Il “Doppio” (a volte) ritorna Vitae Pino Brioschi

DI

DI

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MARIELLA DAL FARRA

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FEDERICA BAJ . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Reportage Il Bigorio. Storia di una religiosa vaghezza

DI

GIANCARLO FORNASIER

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Capo progetto, art director, photo editor

Astri . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

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Redattore responsabile

Giochi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

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Adriano Heitmann Fabio Martini

Coredattore

Giancarlo Fornasier

Concetto editoriale IMMAGINA Sagl, Stabio

Amministrazione via San Gottardo 50 6900 Massagno tel. 091 922 38 00 fax 091 922 38 12

Direzione, redazione, composizione e stampa Società Editrice CdT SA via Industria CH - 6933 Muzzano tel. 091 960 31 31 fax 091 968 27 58 ticino7@cdt.ch www.ticino7.ch

Stampa

(carta patinata) Salvioni arti grafiche SA Bellinzona TBS, La Buona Stampa SA Pregassona

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In copertina

Altare della chiesa dell’Assunta Convento del Bigorio Fotografia di Peter Keller

Libero pensiero Egregi Fabio Martini e Giancarlo Fornasier, A seguito della stimolante pagina Libero pensiero apparsa nel n. 37 di Ticinosette, butto giù disordinatamente qualche riflessione molto personale. Con Mariella Dal Farra (scritto pubblicato sul n. 31) mi trovo d’accordo per buona parte della sua relazione e trovo particolarmente spiritoso il suo interrogarsi sul perché le sue amiche non s’innamorano del cartolaio! La sua conclusione mi lascia meno concorde. Mariella dice, cito: “Le donne sono oggi ancora troppo spesso fortemente discriminate”, quindi per superare le difficoltà scelgono inconsciamente un compagno importante. Conclusione da perdenti. Tenterò di illustrare il mio punto di vista e mi rimane difficile essere breve perché è un argomento molto sentito e studiato a lungo. Quando iniziò in illo tempore la contestazione femminista, io, che mi trovavo a mio agio nel ruolo di donna, ebbi paura che il movimento degenerasse. Infatti. Allora presuntuosamente come tentativo di difendere e proteggere il mio sesso dal perseguire una strada sbagliata, progettai di scrivere un libro dal titolo Femministe sì, Femminista no. Grosso modo volevo dimostrare che la donna ha sempre potuto esprimersi in qualunque campo, a condizione che ne avesse veramente la volontà. Se non ci riusciva era perché o non ne aveva i numeri o non aveva volontà di lottare per arrivare. Capii che questo, a molte, sarebbe risultato offensivo e non vero. Perciò, a sostegno della

mia tesi, feci ricerche nei secoli passati di donne che si erano affermate in vari campi. Volevo dare esempi concreti. Lavoro lungo, entusiasmante! Conclusione: dal mio punto di vista la donna è inferiore all’uomo solo nella forza fisica (si potrebbe dire compensata dalla sua forza di attrazione, quindi un vantaggio della femminilità). Nei secoli molte donne si sono affermate e hanno lasciato traccia in tanti campi. Anche nella guerra, vedi Giovanna d’Arco. È che numericamente sono poche. Perché? Perché la Natura le ha assegnato il ruolo di madre? Perché è più naturale appoggiarsi all’uomo? Il discorso è antico. Per essere valido adesso, secondo me, dovrebbe essere modernamente e intelligentemente risolto dalla donna d’oggi. Concluderei dicendo che è la complementarietà della coppia che dà pari significato e valore ai due sessi e potrebbe indicarvi la via da percorrere. Va anche osservato che negli ultimi quarant’anni almeno, la donna è stata veramente libera e di studiare, dipingere, scolpire, scrivere musica, poesia, saggistica, aforismi, alta cucina, alta sartoria, alta politica, giornalismo e di dimostrare. Purtroppo la proporzione delle donne che sono emerse è sconfortante. L’uomo da questa lotta femminista è uscito sminuito. E la donna? Quanto ha guadagnato e quanto ha perso? Si aspetti aiuto da se stessa (sempre secondo me). Il mio libro rimase nel cassetto, altre possono tirarlo fuori. Dulcis in fundo: la donna è più forte dell’uomo perché ne è la madre. Cordialissimi saluti F.B. (Lugano)


Questo luogo mi è noto, qui sono già stato…

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uesto episodio risale al 1991. Mi trovavo in Inghilterra per conto della società per la quale lavoravo allora. Non avevo mai viaggiato in quel paese. Io e altri quattro colleghi ci dirigevamo, a bordo di una limousine, verso una località vicino a Norwich. All’improvviso, una sensazione di calore mi pervase, come quando si fa una doccia calda alla mattina, d’inverno, e subito dopo un senso di profonda calma si stabilì dentro di me. Guardai fuori dal finestrino, verso i campi e le case del villaggio che stavamo attraversando, e mi sentii come se fossi a casa, o nel mio vecchio vicinato. Poiché si trattava di una sensazione così strana, evitai di parlarne ai colleghi. Durò al massimo un paio di minuti e iniziai subito ad analizzarla, anche se per oltre dieci anni non ne feci parola con nessuno. Successivamente, presi confidenza con la geneaologia della mia famiglia e, dopo molte ricerche, scoprii che quattordici generazioni addietro, un antenato da cui discendo in linea diretta era nato, cresciuto e si era sposato nel raggio di dieci miglia da dove ebbi quell’esperienza. Una coincidenza? Non saprei: a me era sembrato tutto molto reale… Esempi di déjà vu come quello riportato (tratto da www.serendip. brynmawr.edu) sono facilmente rintracciabili su internet, segno della bontà delle statistiche che affermano che questo fenomeno, di solito non correlato ad alcuna manifestazione psicopatologica particolare, viene sperimentato da una persona su tre nel corso della propria esistenza. Generalmente i “contatti” più frequenti con fenomeni di questo tipo avvengono nell’adolescenza, per poi calare gradualmente nel corso degli anni. Le persone che sperimentano con maggiore frequenza il déjà vu? Quelle che viaggiano molto e che sono in possesso di un diploma o di una laurea. Questo fattore forse è legato al fatto di essere incappati più facilmente nelle descrizioni che del déjà vu hanno fornito scrittori come Proust e Tolstoj, ma anche Dickens, Hawthorne e moltissimi altri.

Che cos’è e come si presenta Cosa si intende, però, precisamente per déjà vu? Arthur Funkhouser, psicoanalista junghiano che si è occupato a lungo del fenomeno, definisce con questo termine “tutti quegli episodi, difficili da spiegare e talvolta francamente inquietanti, caratterizzati da un’inattesa sensazione di riconoscimento, senza che la persona coinvolta riesca a identificare gli antecedenti degli eventi e/o dei luoghi che appaiono così stranamente e intensamente familiari”. Sempre Funkhouser distingue poi tre tipologie di déjà vu: il déjà vécu, il “già vissuto”, che è quello più comune e implica la sensazione di avere già fatto una determinata cosa o di essersi già trovati in un’identica situazione, sapendo quindi in anticipo ciò che sta per accadere; il déjà senti, ovvero l’avere “già provato” quella particolare emozione, sentimento o impressione; il déjà visité, l’aver “già visitato”, nel quale rientra, per esempio, l’episodio di apertura. Al di là delle definizioni e delle classificazioni, la realtà è che il déjà vu non ha una spiegazione univoca, anche se sono state eleborate diverse ipotesi per spiegare questo affascinante fenomeno. Secondo la teoria della Gestalt, per esempio, il déjà vu

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Agorà

Q


rappresenterebbe un occasionale “cortocircuito” nella costante attività di assemblamento e significazione che caratterizza la nostra mente. Per semplificare, se paragoniamo il ricordo a un ologramma, il nostro cervello necessiterà soltanto di piccoli pezzi di informazione per ricostruire l’intera immagine tridimensionale. Così, quando il cervello capta uno stimolo parziale (un colore, un aroma, un suono ecc.), magari emotivamente pregnante, molto simile a un dettaglio rilevato nel passato, è possibile che l’intera configurazione presente nella sua memoria e a esso associata riemerga, causando la sconcertante sensazione del déjà vu.

Teorizzare la “doppia percezione” Un’ipotesi alternativa spiega il déjà vu secondo la teoria della “doppia percezione”, in base alla quale una breve interruzione nella continuità della nostra attenzione potrebbe determinare un senso di falsa familiarità. Quest’ultimo può scaturire da diverse fonti, alcune appartenenti alla vita reale e altre no, come hanno dimostrato gli esperimenti condotti da due ricercatori della Duke University (Durham, USA), Alan S. Brown e Elisabeth Marsch. In una serie di prove, i due ricercatori hanno sottoposto all’attenzione di un gruppo di studenti alcune fotografie di luoghi differenti: zone dei campus della loro università, ben conosciuti dai partecipanti all’esperimento, e paesaggi del tutto sconosciuti. Gli scatti venivano mostrati uno alla volta, mentre gli studenti avevano il compito di individuare una piccola croce rossa “nascosta” in ciascuna delle fotografie. Una settimana più tardi, gli studenti hanno ripetuto l’esperimento visionando una parte delle foto utilizzate durante la prima sessione, insieme a scatti presentati per la prima volta. L’ipotesi dei ricercatori era che, mentre gli studenti si concentravano, durante la prima sessione, sulla ricerca delle croci, le immagini dei paesaggi si sarebbero impresse nella loro memoria visiva a livello inconscio, lasciando una traccia che nella seconda sessione avrebbe dato luogo a una sensazione di déjà vu. Per questa ragione, alla fine dell’esperimento è stato chiesto a ogni studente se conoscesse i luoghi che aveva visto e se ci fosse mai stato. I risultati ottenuti sembrano confermare l’ipotesi di partenza dei due ricercatori: molti degli 81 studenti della Duke che hanno

“La strada di Swann” di Marcel Proust (1913) partecipato all’esperimento, dicono di avere visitato il campus della Southern Methodist di Dallas, pur non essendo mai stati nella città del Nevada. “L’effetto non è eclatante – conclude Elisabeth Marsch –, ma i risultati sono attendibili e significativi, e bisogna considerare che gli studenti hanno visto le immagini solo per un secondo o due”. Le teorie scientifiche e gli esperimenti sono certamente fondamentali per arrivare a comprendere il fenomeno déjà vu. Eppure la spiegazione più suggestiva rimane quella del padre della psicanalisi, Sigmund Freud, che in un suo saggio del 1919 intitolato Il perturbante scrive: “Questo perturbante (Unheimliche) è l’accesso all’antica patria (Heimat) dell’uomo, al luogo in cui ognuno ha dimorato un tempo e che anzi è la sua prima dimora. «Amore è nostalgia», dice un’espressione scherzosa, e quando colui che sogna una località o un paesaggio pensa, sempre sognando: «Questo luogo mi è noto, qui sono già stato» è lecita l’interpretazione che inserisce al posto del paesaggio l’organo genitale o il corpo della madre”. Per saperne di più Il perturbante di Sigmund Freud, a cura di Cesare Musatti (Theoria, 1993) Il testo classico in cui Sigmund Freud affronta la questione del “perturbante”, inteso come tutto ciò che provoca spaesamento, disorientamento e angoscia di fronte all’inspiegabile. Déjà vu e la coscienza: dal Ricordo del presente di Bergson al Presente ricordato di Edelman di Benedetto Farina (Franco Angeli, 1999) Comprendere la relazione tra il déjà vu e la coscienza, tra il Ricordo del presente e il Presente ricordato, attraverso un itinerario il cui sfondo è la psicopatologia neojacksoniana di Henri Ey e le cui tappe sono le recenti scoperte della ricerca neuropsicologica e neurofisiologica. Freud il perturbante di Aldo Carotenuto (Bompiani, 2002) Un saggio che mostra come il “perturbante” non abiti soltanto gli ambigui territori dell’inconscio, ma anche come esso stesso abbia costituito un rifugio per il peregrinare di artisti e letterati. Piramidi di tempo. Storie e teorie del déjà vu di Remo Bodei (Il Mulino, 2006) Il tema del déjà vu attraverso l’analisi di poesie di Shakespeare, Rossetti, Verlaine e Ungaretti, delle teorie filosofiche di Bergson, Benjamin e Bloch e di ipotesi mediche del passato e del presente, per arrivare a una rigorosa spiegazione del fenomeno.

Agorà

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di Mariella Dal Farra » fotografia di A. Heitmann; elaborazione di Flavia Leuenberger »

Un rapido incontro, il mio sguardo catturato per pochi attimi. Ho già visto questo volto, ma dove? Poi l’immagine si arricchisce di particolari che riemergono dalla mia memoria e tutto diventa chiaro: l’ho incontrata dalle nostre parti la Venere del Botticelli… (Adriano Heitmann)

“Toccherà mai la superficie della mia piena coscienza quel ricordo, l’attimo antico che l’attrazione d’un attimo identico è venuta così di lontano a richiamare, a commuovere, a sollevare nel più profondo di me stesso? Non so. Adesso non sento più nulla, s’è fermato, è ridisceso forse; chi sa se risalirà mai dalle sue tenebre?”


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to di Böcklin per creare le complesse liturgie di sapore pagano utilizzate per i riti d’iniziazione degli ufficiali delle SS. Böcklin sarebbe certo inorridito di fronte a un uso tanto “insano” del suo capolavoro. Fortunatamente L’isola dei morti è capace di suggestionare anche artisti raffinatissimi: il russo Sergej Rachmaninoff gli dedicò uno splendido poema sinfonico nel 1911 e il dipinto fu una delle principali fonti d’ispirazioni per i soggetti metafisici di Giorgio De Chirico. Anche il cinema ha spesso sfruttato il soggetto, tanto che un artista controverso come Hans Ruedi Giger, creatore delle scenografie del film di Ridley Scott Alien, alla fine degli anni Settanta fece una personale versione dell’opera di Böcklin, trasferendo nel suo spaventoso immaginario infernale e futuribile l’elegiaca scena originaria. È proprio la capacità dell’opera di Arnold Böcklin di affa-

Libro

L’Arcadia di Arnold Böcklin Sillabe, 2001 Catalogo della mostra svoltasi a Firenze. Una sintesi fra l’animo nordico e la natura mediterranea dell’artista.

così nella pittura un ruolo affine a quello svolto da Richard Wagner nella musica classica: il ponte d’unione fra il titanismo romantico, essenzialmente nordico e germanico, e la cristallina eleganza dei classici. Böcklin, infatti, era per nascita (nacque a Basilea nel 1827) molto legato al mondo e alla cultura tedesca, ma amava smisuratamente la classicità e l’Italia, tanto che nei suoi ultimi anni vi si traferì definitivamente. Firenze, in particolare, fu il centro gravitazionale della sua esistenza e fu sua costante fonte d’ispirazione. Durante un suo lunghissimo soggiorno fiorentino, fra il 1879 e il 1886, dipinse le cinque versioni dell’Isola dei morti, due nel 1880, conservate al Metropolitan Museum of Art di New York e al Kunstmuseum di Basilea, una nel 1883, oggi alla già citata Alte Nationalgalerie di Berlino, una nel 1884, distrutta a Rotterdam durante la Seconda guerra mondiale, l’ultima nel 1886, esposta oggi al Museum der bildenden Künste di Lipsia. L’ispirazione fiorentina fu fondamentale: le architetture che intravediamo fra le rocce, infatti, furono ispirate dalla grande sistemaL’isola dei morti di Arnold Böcklin ha affasci- zione urbanistica che nato folli dittatori, artisti e persone comuni. interessò il capoluogo toscano tra il 1870 e Ma cosa si nasconde dietro il fascino del di- il 1875. In quell’occapinto e il genio del suo creatore? sione venne rifatto il piazzale Donatello, che isolava il Cimitero degli Inglesi come un’isoscinare artisti tanto diversi tra la di pietre e cipressi rialzata nel contesto loro a colpirci maggiormente. urbano fiorentino. E quel cimitero – dove fu Molto è dovuto alla persosepolta la figlioletta dell’artista, Mary, morta nalità del pittore svizzero, precocemente – rinasce nelle Isole di Böcklin capace di portare alle estreme come l’incarnazione di un sogno arcaico, un conseguenze il linguaggio romisto di Ade e Walhalla illuminato dalla luce mantico, arrivando a sfiorare degli inverni appenninici. tematiche simboliste. Assunse

» di Alessandro Tabacchi

Arti

barca minuscola si avvicina a un’isola rocciosa: trasporta, avvolta in candide vesti, una figura assorta in cupe meditazioni. Il cielo è plumbeo, l’atmosfera silente, un senso di attesa pervade la scena. L’isola, nelle cui rocce possiamo intravedere scolpita l’architettura di antichi tumuli, è un vecchio cimitero. La barca si dirige verso un portale di pietra oramai prossimo e altissimi cipressi precludono all’osservatore la visuale di ciò che attende i viaggiatori dopo averne varcato la soglia. L’intera scena è pervasa di mestizia, eppure da essa promana anche un senso di classica e quasi rasserenante compostezza, che rimanda alle letture di Virgilio e degli antichi… Siamo di fronte all’Isola dei morti di Arnold Böcklin, uno dei soggetti più famosi della pittura tardo romantica e simbolista, un soggetto tanto amato dal suo autore che ne fece ben cinque versioni, pur mantenendo intatto l’impianto compositivo di base. Un soggetto carico di fascino, che proprio per questo non ha mai cessato di attirare l’attezione. E di inquietare. Molto si è scritto sui presunti contenuti esoterici di questo dipinto, oggetto di una passione ossessiva da parte di Adolf Hitler, proprietario della terza versione oggi ammirabile alla Alte Nationalgalerie di Berlino. Il dittatore fece addirittura riferimento alla scenografia del dipin-

www.kunstmuseumbasel.ch Sito del Kunstmuseum di Basilea, il luogo migliore per conoscere l’arte di Arnold Böcklin. Il museo conserva ben 82 opere dell’artista. La biblioteca del museo ospita anche l’Arnold Böcklin-Archiv, che conserva monografie, saggi critici, tutto quanto è stato scritto sul grande pittore.

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Una

Tra l’Ade e il Walhalla

L’isola dei Morti di Arnold Böcklin (1880; Kunstmuseum di Basilea)

Internet


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diversi tra loro, che offrono, però, servizi sostanzialmente simili e costi, alla fine, più o meno uguali. Inoltre la voglia di confrontare le offerte dei diversi operatori ed eventualmente cambiare è poca. Per questo le compagnie telefoniche ricorrono a un marketing spesso molto aggressivo per acquisire nuovi utenti. Capita sovente che qualche venditore ci disturbi la sera, per proporci un contratto vantaggioso. A volte ne incontriamo fuori dai grandi magazzini, con stand colorati e contratti pronti per essere firmati. Promettono offerte strabilianti, perché sanno che convincerci a cambiare non è facile. Fanno leva non tanto sui costi effettivi dei piani telefonici, difficili da comparare, ma piuttosto sull’imGli abbonamenti proposti dagli operatori magine dell’azienda telefonici sono tantissimi. Tutti diversi, ma per cui lavorano, coltivata in mesi di spot anche molto simili tra loro. In comune hanno pubblicitari televisivi e una promessa: pagare di meno e telefonare sui giornali. Spingono di più. Ma sarà proprio vero? sull’emozione e lasciano in secondo piano i ricordarsi di scrivere e spedire fattori obiettivi. Certo il regime di concoruna lettera, prendere confirenza qualche vantaggio l’ha portato: le denza con la nuova bolletta. compagnie telefoniche hanno introdotto Si tratta di investire tempo, nuovi servizi, offrono telefonini in omaggio risorsa sempre più preziosa, a chi si abbona e anche i prezzi, in alcuni per risparmiare pochi franchi casi, sono calati, anche se restano incomal mese. Forse… prensibilmente alti per gli Sms e le telefonate Abbiamo piani tariffari comall’estero, tanto da suscitare l’interesse di plessi e all’apparenza molto vari uffici di controllo della concorrenza.

» di Marco Farè; illustrazione di Micha Dalcol

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chiara delle proprie esigenze e abitudini in fatto di telefonate. Proviamo a fare altre due riflessioni. La prima: le telefonate sono tutte uguali. Oggi, chiamare attraverso un operatore o un altro è lo stesso, non cambia nulla. Anche gli accordi di roaming, quelli che ci permettono di usare il telefonino anche quando si è all’estero (ma a che prezzi!), sono simili. La seconda riflessione riguarda la difficoltà nel cambiare abbonamento. La legge garantisce la piena libertà dell’utente di cambiare gestore telefonico, conservando inoltre il proprio numero di telefono. Le compagnie telefoniche si sono adeguate e non ci sono più ostacoli né tecnici né amministrativi. Comunque, bisogna tener conto dei termini di disdetta,

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Si chiamano Zero, Piccolo, Standard, Maxima. Oppure Chiacchierate, Nonstop, Optima, Smart Deal, Liberty. O ancora Pro, TakeAway, Big Deal, Prima, X-treme. E non è finita: Go, Moonlight, Grande, Max, Mezzo… Sono i nomi di alcuni dei piani tariffari telefonici dei maggiori operatori svizzeri. Abbonamenti, detto in modo più banale. Come funzionano, lo sappiamo: si paga un fisso al mese più un costo variabile a seconda delle telefonate che facciamo. Semplice, no? Per niente. Con una rapida ricerca dal Pc di casa, si scopre che gli abbonamenti per la telefonia mobile costano da poco più di 10 a 90 franchi mensili (tra 0 e 25 per la telefonia fissa). Il costo per minuto di conversazione al cellulare varia, a seconda dell’abbonamento scelto, da 0 a circa 70 centesimi (tra 0 e 7 centesimi per quella fissa). Inoltre, alcuni abbonamenti prevedono un certo numero di minuti gratuiti o includono un apparecchio telefonico a prezzo scontato. Se si combinano gli abbonamenti di rete mobile e fissa, e magari pure internet o la tv digitale, le offerte si complicano ancora di più. Insomma, scegliere l’abbonamento giusto è difficile. Bisogna sapere fare i conti e, soprattutto, avere un’idea

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non sanno neppure di avere molti degli oggetti frutto di spese folli, né ricordano perché li hanno acquistati. “Ricordo una paziente che “Occorre innanzitutto dare un aveva problemi di spazio in casa – racconta senso al disturbo collocandolo Mattioni –. Non sapeva dove riporre tutte nella complessa situazione di le scarpe e le borsette che possedeva. Molti vita della persona”, spiega Mardi questi oggetti non erano mai stati usati”. co Mattioni, psicoterapeuta di La fase dell’ingorgo domestico è seguita da Lugano. “Si compera perché quella nostalgica: facendo lo slalom tra tanti ormai è divenuto un comporantichi oggetti del desiderio, si attiva una sorta tamento acquisito, automatidi amarcord. “Spesso chi soffre di shopping co, spesso per sfuggire a uno compulsivo ha un rapporto speciale con le stato di disagio interiore”. cose acquistate – spiega Mattioni –. Si prende La spesa motivata o come gradel tempo per contemplarle con orgoglio: le tificazione in un momento ripone nell’armadio secondo un certo ordine, particolare della vita sono copassandole in rassegna di tanto in tanto, cerse normali. Ben altra cosa è cando di ricordare dove e perché si è deciso la patologia. “A volte queste di farle proprie”. persone hanno difficoltà nel Dietro la gioia dell’acquisto si cela un disagio gestire i propri soldi – contiche riaffiora una volta usciti dal negozio con nua Mattioni –. Non sanno le borse strapiene. “La spesa può diventare a quanto ammontano le loro motivo di vergogna e di colpa, se si ha la spese mensili, il capitale a loro sensazione di aver fallito di nuovo, perché disposizione o i debiti matunon si è riusciti a controllarsi. Si riattiva così rati. Devono, perciò, recupeun giudizio negativo verso se stessi”. rare prima di tutto un diverso Uscire da questo circolo vizioso non è però una Lo shopping compulsivo colpisce soprattutmissione impossibile. to le donne… e il conto in banca. Una vera “Chi soffre di questo e propria dipendenza: perché il desiderio di disturbo deve essere possedere sovrasta ragione e necessità motivato ad affrontare il problema, a conoscersi e a modificare i propri comportamenti nella atteggiamento di cura verso quotidianità. Per esempio, dovrebbe uscire se stessi e riuscire a gestire il con i soldi contati e lasciare a casa carta di credenaro”. dito e bancomat, per evitare di spendere tropIl livello di dipendenza di chi po”. Nei casi più gravi, in cui si riscontrano ha problemi di shopping comsintomi come depressione, ansia, irascibilità e pulsivo si misura anche tra un difficile controllo degli impulsi, può essere le mura di casa: gli armadi necessario associare al sostegno psicologico scoppiano, il disordine regna una terapia farmacologica. sovrano, spesso queste persone

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L’acquisto febbricitante

Società

“Non farò follie, lo prometto a me stessa. Solo qualcosa per aiutarmi a resistere. Mi sono già presa il golfino, quindi niente vestiti, e l’altro giorno ho comperato un paio di Chanel col tacco a rocchetto, per cui... anche se a dire il vero ho visto delle belle scarpe tipo Prada... hmmm. Ci penserò. Passo davanti a una profumeria e di colpo non ho più dubbi. Trucco. Ecco di cosa ho bisogno”. Per Becky, la simpatica protagonista dei romanzi di Sophie Kinsella, acquistare è una questione di vita o di morte, una tentazione a cui è impossibile resistere. Il romanzo I love shopping e i sequel riescono così a descrivere in modo ironico, divertente e spigliato un problema che colpisce soprattutto le donne, in particolare quelle del ceto medio e con un buon livello di scolarizzazione: lo shopping compulsivo o compulsive buying. Il desiderio irrefrenabile di possedere un oggetto, quasi sempre superfluo, può diventare, infatti, una vera e propria dipendenza che si ripercuote inevitabilmente sul conto in banca e sulla salute psichica della persona. Le cause dello shopping compulsivo sono le più disparate.

Sophie Kinsella I love shopping Mondadori, 2000 Becky è una giornalista con la passione dello shopping: in ogni negozio vede un oggetto di cui non può fare proprio a meno. Sino a quando arriva l’estratto conto della banca e iniziano i primi seri guai...

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dida dida dida

Libri


» di Nicoletta Barazzoni

Le coppie d’anziani felici che ballano al ritmo di sette ottavi hanno da sempre rievocato l’immagine reale o idealizzata dell’amore eterno. Con l’opera di André Gorz Lettera a D. Storia di un amore, è più facile elaborare la secolare domanda se l’amore sia immortale oppure no. Se il matrimonio, in quanto convenzione e istituzione, sia la congiunzione oltre la morte di due mondi che si incrociano per poi divenire intersezione e punto d’incontro. “Fin che morte non ci unisca” potrebbe essere il predicato di una sola vita che culmina con la morte di André Gorz, suicida l’anno scorso a ottantaquattro anni assieme alla moglie Dorine, affetta da un morbo degenerativo. È nell’intercapedine del tempo trascorso insieme che André Gorz descrive la forza della sua compagna, la quale si è data tutta per aiutarlo a ritrovare se stesso. Riducendo nel titolo il nome dell’amata a un’iniziale, descrive la sua sicurezza, pervenutagli da una natura originaria di spontaneità e perspicacia. Accompagnandolo in silenzio, Dorine non ha avuto bisogno delle scienze cognitive per capire che senza intuizioni e affetti non c’è nemmeno intelligenza e significato. “In un altro mondo mi sentivo altrove, in un luogo estraneo a me stesso. Mi offrivi l’accesso a una dimensione di alterità supplementare, a me che ho sempre rifiutato qualsiasi identità, avevo l’impressione di costruire con te un mondo protetto e protettore”. Con lei André capisce che il piacere non è qualche cosa che si prende o che si dà, c’è un modo di darsi e di invocarsi all’altro. E loro si sono interamente dati l’uno all’altra. La centralità del racconto, la cui architettura si erige su un periodo costellato da impegni politici, affrontati insieme sullo sfondo della città di Losanna, mette a fuoco l’esperienza fondatrice, ovvero il passato di entrambi, presupposto ma anche rinuncia per un unico destino di condivisione. Gorz, filosofo pensatore della sinistra esistenzialista e libertaria francese, è stato allievo e amico intimo di Jean-Paul Sartre. L’attitudine umana di Gorz non preclude al lettore di coglierne gli estratti e i concetti filosofici che sorreggono la lettera, redatta in risposta al suo rifiuto e alla sua reticenza nei confronti dell’amore e del matrimonio. Anche se André Gorz era convinto che l’amore è un segno di debolezza e, malgrado la parola ti amo non figura nel racconto, con l’estremo gesto che sfocia in una simbiosi mortale, il distacco finale dall’amata decreta la potenza e l’elevazione intima del suo rapporto con lei.

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Abbiamo letto per voi

André Gorz Lettera a D. Storia di un amore Sellerio editore, 2008

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Il “Doppio” (a volte) ritorna

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Salute

mento della persona – non della personalità – in due entità autonome e separate, le cui versioni più tipiche sono rappresentate dal “gemello malvagio” (o sosia) e dalla “bilocazione”, un fenomeno che in parapsicologia indica la presenza simultanea di un corpo in due luoghi diversi. Una condizione quest’ultima che oggi viene normalmente praticata da milioni di persone collegate in teleconferenza. In letteratura, il caso più famoso di Doppelgänger è quello di Emilie Sagée, un’insegnante francese di trentadue anni che nel 1845 lavorava al collegio femminile di Von Neuwelcke vicino a Wolmar, nell’attuale Lettonia. Sembra che la Sagée avesse un “Doppio fantasmatico” che appariva e scompariva in presenza dell’intera classe, un episodio riportato da Robert Dale Owen, che lo apprese da Julie von Güldenstubbe, una ex allieva della stessa Sagée. Il Doppelgänger è, in estrema sintesi, un individuo identico a te ma anche contrario, che si aggira da qualche parte, lì fuori nel mondo, e che, prima o poi ti potrebbe anche capitare di incontrare. Il poeta Percy B. Shelley si imbattè nel suo in Italia: il “Doppio” se ne stava sulla spiaggia e indicava silenziosamente il Mar Mediterraneo. Poco dopo, nel 1822, qualche giorno prima di compiere Richard Mansfield (1857–1907) da una locandina de Lo strano caso del dottor il suo trentesimo compleanno, Shelley morì Jekyll e del signor Hyde (1887), adattamento teatrale di T.R. Sullivan del noto romanzo di R.L. Stevenson (immagine tratta da www.wikipedia.org) in un incidente nautico in quello stesso mare. Analogamente, si dice che la regina Ho una concezione tenden- o addirittura secoli e tutti Elisabetta I d’Inghilterra vide il suo “Doppio” zialmente animistica delle se ne dimenticano. Poi però sdraiato al suo posto nel letto, pochi giorni storie: credo che esistano in- tornano a essere raccontate, prima di morire. dipendentemente da chi le mantenendo intatta la loro Altri casi riportati suggeriscono che i Dopracconta. Credo anche che, qualità suggestiva. pelgänger siano riconducibili a un fenomeno in una certa misura, prescin- Una di queste è la storia del di carattere fisico, piuttosto che metafisico: dano dal tempo e dallo spazio Doppelgänger: un vocabolo rappresenterebbero quei “noi stessi” che in cui vengono raccontate. avremmo potuto esseA volte penso che le storie Doppelgänger ovvero la copia spettrale di re qualora determinati siano “organismi” apparteeventi si fossero svolti una persona vivente. Storia di un fenomeno in maniera diversa da nenti a una specie di natura sconosciuta, dotati di vita fra fantasia, letteratura e realtà. E dove an- come si sono effettiautonoma e probabilmente tagonismo e persecuzione s’incontrano vamente verificati: per senziente. esempio, se avessimo Le storie hanno un’aspetta- tedesco composto dall’attriperso la metropolitana sulla quale invece, tiva di vita lunghissima – la buto doppel, cioè “doppio” e almeno in questa dimensione, siamo riusciti maggior parte di esse sono Gänger, letteralmente “colui a catapultarci all’ultimo secondo. Il film di eterne – e risultano carat- che va”, ovvero “viandante; Peter Howitt Sliding Doors (1998) fornisce, terizzate da un andamento passante”. Nel linguaggio coin questo senso, una moderna ed efficace ciclico e ricorsivo: non di mune, il termine Doppelgänger interpretazione dell’archetipo del Doppelgänrado scompaiono per anni si riferisce a uno sdoppiager, inteso come slittamento dimensionale


all’interno di uno stesso corpo. Per quanto riguarda il “qui e ora”, l’elemento differenziale è, a mio parere, costituito dalla contingenza storica in cui ci troviamo, con particolare riferimento all’avanzare della ricerca sulla clonazione. Se, parafrasando lo storico dell’arte Walter Benjamin, “viviamo nell’epoca della riproducibilità tecnica di quelle particolarissime opere d’arte che sono gli esseri umani”, allora è bene tenere presente il presupposto da cui siamo partiti: le storie ritornano. Speriamo solo che, anche stavolta, si limitino a farsi raccontare...

Libri

Agota Kristof Trilogia della città di K Einaudi, 2005 In un paese occupato dalle armate straniere due gemelli, Lucas e Klaus, scelgono due destini diversi. Uno resta in patria, l’altro fugge nel mondo cosidetto “libero”.

» di Mariella Dal Farra

fra differenti livelli di realtà. Tuttavia, come linea di condotta generale, è sicuramente preferibile evitare di incontrare il proprio Doppelgänger poiché – come insegna Edgar Allan Poe nel William Wilson (1839) – il “Doppio” è quasi sempre persecutorio, tende ad agire in maniera antagonista al proprio agire e ha inoltre la fastidiosa abitudine di riflettere quegli aspetti di noi stessi che normalmente preferiamo ignorare. Proprio ciò che accade ne Il ritratto di Dorian Gray (1890) di Oscar Wilde o anche ne Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde (1886) di Robert Louis Stevenson. Il Doppelgänger simbolizza egregiamente l’intrinseca duplicità – morale, etica, sessuale – dell’essere umano, fino a strutturarsi in forme di psicosi più o meno organizzate in cui l’“Altro” o gli “Altri” convivono insieme all’“Io”

Fëdor Dostoevskij Il sosia Garzanti, 2003 Il romanzo è la storia di uno sdoppiamento psichico, di una scissione dell’Io. Il protagonista, Goljadkin, crea nella sua mente un sosia, fisicamente uguale a lui ma psicologicamente opposto.

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» testo di Federica Baj; fotografia di Adriano Heitmann

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Portone e ho aperto uno studio lì vicino, al primo piano della casa dove nel frattempo mi ero trasferito con mia moglie Aurelia e dove vivo e lavoro ancora oggi. In quegli anni ho iniziato a fare il fotografo come avevo sempre desiderato, trovando clienti nell’ambiente pubblicitario e dell’industria. Era una novità al tempo, un “terreno” ancora poco battuto dai professionisti della fotografia. Con tre figli si doveva arrotondare il guadagno, quindi, mi adattavo a fare lavoretti come, per esempio, i servizi per i matrimoni. Cercavo sempre, in qualsiasi attività, anche nella più noiosa, un aspetto Artigiano della fotografia, sessantaduenne, divertente. Svolgere bene un lavoro migliora la qualità deluna vita trascorsa fra studio, la- la vita. Un’occupazione fatta voro e famiglia. Poi un’esperienza che gli male o contro voglia ha il ha profondamente cambiato l’esistenza potere di logorarti, di rubarti l’anima. Vale la pena rifiutare salire in piedi su una sedia per una commissione ma non vale mai la pena scattare le foto, fra gli sguardi scattare una brutta foto. Il lavoro è un buon di tenerezza e di affetto dei maestro di vita, non c’è dubbio. Ma l’inseclienti, i quali, vedendo un gnamento più grande lo impartisce la mabambino all’obiettivo, si molattia. L’ho capito dieci anni fa, quando mia stravano molto più rilassati moglie si è ammalata gravemente. Cancro. I e spontanei. Col tempo ho due anni in cui l’ho accompagnata fino alla insegnato il mestiere a mia sua morte sono stati per noi, paradossalmenmamma. Divenne più brava te, i migliori della nostra vita. Ho smesso di di me: sapeva cogliere l’anima lavorare per dedicarmi completamente a lei. di una persona mentre io ero Perché quando non c’è più niente da fare c’è più preparato tecnicamente. molto da fare. Ha vissuto a casa, con me, sino Anche mia sorella ci dava una alla fine. Ho fatto dei corsi per assisterla e di mano, ritoccando con una notte dormivo con un occhio aperto e con matita i negativi. Abbiamo le orecchie tese per ascoltare il suo respiro. fatto un bel lavoro di squadra, L’Aurelia più autentica, io e i miei figli, la riuscendo a campare. Di tutti ricordiamo nel periodo che è stato invece quegli anni ricordo i militari il più difficile per tutti noi. È stata un’espedella caserma lì vicino, che rienza che mi ha sconvolto la vita e che venivano a fare le fotogrami ha fatto capire che è meglio avere a che fie per il passaporto. Erano fare con un cancro che vincere alla lotteria. tutti uguali. Scattavamo anAttraverso la Malattia l’uomo deve evolvere, che venti o trenta fotografie volente o nolente. Oggi la morte mi angoogni sera. E sembravano tutte scia meno, forse proprio perché la conosco uguali. Per riuscire a distinmeglio. Ho letto molto libri sull’argomento. guerli dovevamo mettere sotDopo quell’esperienza, il cambiamento più to il taglio dell’immagine un grande per me è stato di non desiderare tropporta numeri che ci aiutava a po spesso momenti speciali. Un momento riconoscere a chi esattamente è davvero unico quando non accade tutti i corrispondesse il ritratto. giorni. Anche un buon vino, se bevuto solo Terminate le scuole dell’obbliuna volta al mese, ha un sapore diverso. Ora go ho iniziato l’apprendistato preferisco vivere con poco e il mio motto è da due fotografi di Lugano. “togliere per avere di più”. È una regola che Non mi sono mai posto il ho ben ferma nella mia mente. Un principio problema di trovarmi qualche cerco di applicare prima alla vita quoche altro lavoro. Nel 1972 tidiana, poi alla fotografia. E in entrambi i ho chiuso la bottega di viale casi pare funzionare…

Pino Brioschi

Vitae

uando sono diventato fotografo? Non lo so ancora adesso. Mi ritengo piuttosto un “buon artigiano”. Artisti ci si può improvvisare, camuffando le proprie lacune, ma per diventare artigiani bisogna conoscere gli strumenti del mestiere “a regola d’arte”. Ogni artigiano che si rispetti ha fatto esperienza nelle botteghe. La mia prima “bottega” è stata il laboratorio fotografico di mio padre, a Bellinzona. Un piccolo negozio in viale Portone, una delle strade più trafficate della città, da cui passava tutto il traffico diretto a nord e a sud d’Europa. Erano i primi anni Cinquanta. Io avevo sei anni e con mia sorella trascorrevo lì i nostri doposcuola. Papà era molto paziente e spesso mi insegnava dei lavoretti. A volte erano “stratagemmi” per rendermi meno noiose le giornate, ma che comunque mi sono serviti per apprendere i “trucchi” del mestiere. Avevo dieci anni quando lui se n’è andato. Improvvisamente. Una sera. Nel sonno. Per il funerale arrivarono le mie zie da Milano. Quello stesso giorno andai in bottega e stampai per loro degli ingrandimenti del volto di papà. La stampa era perfetta ma l’immagine era invertita: avevo inserito la pellicola nell’ingranditore con la gelatina rivolta verso l’alto… Mio padre non ci vedeva da un occhio e il difetto era visibile anche fisicamente. Perciò tutti si accorsero dell’errore. Ecco come andò il mio primo lavoro. Dopo la sua morte in famiglia ci rimboccammo tutti le maniche. Io ero l’unico ad avere una certa dimestichezza con la fotografia, l’avevo acquisita osservando i gesti di mio padre. La mamma stava in negozio e fissava gli appuntamenti. Io, terminate le lezioni di scuola, mi precipitavo ad aiutarla. Ero ancora troppo basso per “essere all’altezza” della macchina fotografica, una vecchia macchina tecnica di legno. Così mi toccava

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Storia di una religiosa vaghezza

IL CONVENTO DEL BIGORIO

Reportage

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Semplicità, lavoro, dedizione e comunanza caratterizzano i Cappuccini,

uno dei rami riformati dell’ordine di San Francesco d’Assisi e che al Bigorio trovò, quasi cinque secoli or sono, il suo primo avamposto nelle terre svizzere. Appoggiato sui gentili saliscendi delle Prealpi, davanti a sé quinte naturali che invogliano lo sguardo a fuggire e protetto alle spalle da boschi di castagni. Ecco il Convento… il suo sguardo rivolto a sud

di Giancarlo Fornasier fotografie di Peter Keller


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Sopra: fra Roberto Pasotti nella biblioteca del Convento Pagina precedente: entrata del complesso conventuale del Bigorio


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Perché raccontare e mostrare Santa Maria del Bigorio, monumento ai più già noto? Forse perché il Convento continua a mostrare un enorme carisma, quasi umano. Per la sua meravigliosa posizione, certamente, ma in particolare per il fascino creato da un edificio carico di storia e vicende personali. Aspetti che esulano dal contesto prettamente religioso: sì, vi è una “strana aria qui su”, una tranquillità che genera un altrettanto sereno appagamento materiale, per divenire una pace interiore capace di generare spunti per riflessioni intime, personali. Il complesso conventuale sorge sulla costa del monte omonimo a 728 metri sul livello del mare. Fondato dai frati Pacifico Carli di Lugano e Ludovico Filicaia di Firenze nel 1535 – pochi anni dopo gli inizi della riforma cappuccina – è da considerarsi il primo insediamento dell’ordine nell’attuale Confederazione e il quarto nell’intera Lombardia. Una fondazione precoce e straordinariamente longeva, visto che il Convento non fu mai soppresso e ospitò sempre e solo i frati cappuccini. Alla chiesa presente nell’edificio religioso dedicata all’Assunta, il complesso “maestoso e dolcemente severo” – per altri di “religiosa vaghezza” – deve ancora oggi il suo nome.

LA STORIA DEL CONVENTO Il primo nucleo era formato da un’antica chiesetta attorniata da alcune capanne. Tra i primi tre frati figurava il già citato De Carli, primo guardiano scomparso nel 1559. Il primordiale complesso fu per molto tempo un semplice romitorio, che nel 1567 contava solo sei religiosi, alloggiati in undici celle fatte di vimini e creta. I frati edificarono una prima chiesa francescana, consacrata il 15 dicembre 1577 da San Carlo Borromeo, allora arcivescovo di Milano, promotore dell’insediamento dei Cappuccini nei cantoni della svizzera tedesca. Definito sin dai suoi albori “alto luogo dello spirito”, il romitaggio di Bigorio ospitò a più riprese importanti riunioni dell’Ordine cappuccino e fu per secoli luogo di formazione per i giovani frati. Costruito inizialmente “secondo la forma di una povertà estrema”, seguendo lo stile dell’Ordine, il Convento venne leggermente ampliato nel 1600, mentre nel 1659 fu ulteriormente ingrandito. Tra il 1760 e il 1767 l’edificio subì un “restauro” generale su progetto di Giuseppe Caresana di Cureglia – esperto in fortificazioni militari – e dal frate capomastro Angelo Maria da Cologno.


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Sopra: la Cappella dopo gli interventi di restauro degli anni Settanta A sinistra: scorcio del Coro; sullo sfondo il crocifisso medievale

I documenti ci parlano di uno spirito animato da una “cultura fatta di comunanza e non di sudditanza”, aspetto ben riassunto nel lavoro collettivo che vide coinvolti religiosi e popolazione, una costante della storia del Convento e un carattere di apertura caratteristico dei Cappuccini. Il numero dei religiosi diminuì notevolmente tra la fine del XVIII secolo e la prima metà del XIX secolo – i frati nel 1809 erano cinque – a causa delle soppressioni e degli incameramenti, misure adottate dall’autorità politica che colpirono tutte le corporazioni religiose. Dal 1888 al 1898 il Bigorio ospitò il Seminario Serafico per i novizi dell’ordine, trasferito in seguito a Faido. Sia il Convento sia la chiesa appartennero fino al 1888 alla diocesi di Como, prima di passare sotto l’Amministrazione apostolica del Canton Ticino (1888–1971) e infine, dal 1971, all’attuale Diocesi di Lugano. Il complesso è formato da quattro corpi disposti attorno a un chiostro senza porticato di piccole dimensioni, il risultato di importanti restauri su progetto di Tita Carloni e Mario Botta avvenuti tra il 1966 e il 1967, durante i quali l’antica legnaia fu trasformata in Cappella. Alcuni anni più tardi sempre i

due architetti trasformarono in sala di riunione alcuni locali al primo piano nell’ala sud-est del chiostro (1973–’74). Ma fu un terribile e distruttivo incendio divampato la notte tra il 6 e il 7 febbraio 1987 a rendere necessari ulteriori radicali lavori di risanamento. Come la Fenice, “risorse” dalle proprie ceneri mesi dopo, a sancirlo l’inaugurazione avvenuta il 28 settembre 1988. Quasi un decennio più tardi, nel 1996, Raffaele Cavadini vi ha allestito un museo liturgico, tuttora visitabile. Ridotto nei suoi effettivi per la crisi delle vocazioni e la generale secolarizzazione, il Convento si è affermato negli anni come importante centro di spiritualità e luogo di formazione umana e religiosa. I Vescovi svizzeri hanno tenuto al Bigorio diverse volte la Conferenza episcopale (le più recenti nel 1980, ’82 e nel 1990). E come non ricordare l’incontro tra l’allora presidente della Repubblica italiana Francesco Cossiga e Kurt Fürgler (1985), presente anche il compianto Vescovo Ernesto Togni, testimone dell’inaugurazione della nuova vetrata – pregevole opera di fra Roberto Pasotti, l’ultimo frate cappuccino assieme a fra Riccardo Quadri, a presidiare lo storico Convento – che ancora oggi è vi-


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sibile nella controfacciata della chiesa. Rimane negli annali pure la riunione avvenuta nel luglio del 1998 dei Consiglieri federali, preceduto un paio d’anni prima dall’incontro italo-svizzero dedicato alla criminalità organizzata (presenti il Procuratore nazionale antimafia Bruno Siclari e Carla Del Ponte). Eventi importanti che mostrano quanto lo sforzo del nuovo indirizzo – deciso nel corso degli anni Sessanta con il Concilio Ecumenico Vaticano II – è riuscito a produrre, facendo del complesso conventuale un centro aperto, nel più classico spirito francescano dell’accoglienza. Un vero luogo di formazione religiosa, spirituale e culturale, una vocazione riconosciuta ben al di là dei confini regionali ma che non tradisce lo storico legame con il territorio che lo ospita. Si inserisce in questa lungimirante visione “aperta” la costituzione nel 1975 di un gruppo di collaboratori chiamato Gruppo Amici del Bigorio. Persone che, affiancate dai frati, si impegnano nell’animazione culturale del Convento operando in diversi settori. Fra le attività legate alla religiosità, vale la pena ricordare la Cavalcata dei Re Magi (5 di gennaio, vigilia dell’Epifania; manifestazione indirizzata ai

bambini e ai loro genitori), la Festa dell’Ascensione (maggio; una processione votiva delle parrocchie della Capriasca che salgono al Convento per la Messa festiva), la Festa di San Francesco (ottobre; commemorazione della figura del Santo tra momenti di riflessione accompagnati da testi musicali e convivialità). Il Convento si distingue anche per l’organizzazione di concerti nella chiesa e mostre d’arte. Sono attività che permettono di mantenere uno stretto legame tra la struttura e la popolazione: una conferma della sua particolare vitalità.

LA CHIESA Di estremo interesse è l’antica chiesa del XIII secolo dedicata all’Assunta. Consacrata come chiesa monastica da San Carlo Borromeo nel 1577, anche questo edificio ha subito nei secolo importanti modifiche, tra le quali un completo riorientamento di 180 gradi. La sua pianta rettangolare è arricchita da un coro: la navata di tre campate è coperta da una volta a botte lunettata, il coro ha invece una volta a vela, entrambe impostate nel corso del 1769 con l’innalzamento dell’edificio


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Sopra: una delle celle A sinistra: corridoio perimetrale al piano superiore del Convento

e decorate molto più tardi da Silvio Gilardi (1922). Risalgono invece al 1797 le cappelle esterne che formano la Via Crucis. All’interno, sull’altare Rococò del 1743 in legno di noce, si trova una pala rinascimentale di notevole qualità della Madonna col Bambino, opera databile alla prima metà XVI secolo. Attribuibile forse al pittore fiammingo Lambert Lombard – elementi dello sfondo paesaggistico paiono non lasciare dubbi – si narra sia stata donata dal re di Sardegna a un suo cortigiano, fattosi frate del convento, e trasferita dall’altare laterale a quello maggiore nel 1780. Nel coro dei frati è presente una croce dipinta del XIII secolo, attribuita alla scuola di Giunta Pisano. Nella cappella laterale destra (1769) è presente una pala raffigurante Cristo con la croce, la Vergine e cinque Santi cappuccini databile attorno al XVIII secolo e inserita in una quadratura dipinta. Vi è pure un olio su tela raffigurante il Martirio di Sant’Eurosia di Jaca, firmata “Dionisius Ca[resa]na 1704”, un pittore di Cureglia. In quella di sinistra fa bella mostra di sé un secondo dipinto a olio della Madonna Assunta con gli Apostoli, opera databile tra la fine del XVI e l’inizio XVII secolo. In

chiesa si conservano inoltre tre paliotti in cuoio della prima metà del XVIII secolo e numerose tele raffiguranti diversi santi francescani. Accanto al portale d’ingresso vi è un dipinto murale del XVIII secolo dedicato a San Francesco d’Assisi e un Angelo, attribuito ai fratelli Giuseppe Antonio Maria e Giovanni Antonio Torricelli di Lugano.

LA BIBLIOTECA MIRACOLATA Altro elemento di grande ricchezza storico-culturale è la presenza nel Convento di una biblioteca, salvatasi in circostanze quanto mai fortuite – forse “miracolose” – dal fuoco inceneritore e dall’acqua dei soccorsi che tutto porta con sé. Come scriveva padre Giovanni Pozzi, la biblioteca si forma di due stanze, la prima delle quali “offre quasi intatta l’idea di una piccola biblioteca conventuale e francescana settecentesca. I libri sono disposti in palchetti tutt’intorno alle pareti; dai palchetti scendono a coprire il filo superiore dei volumi strisce di tela greggia, sulle quali è pure iscritta la segnatura; un bel tavolo di noce e sette sedie foderate di cuoio stanno nel mezzo; il pavimento è di cotto”.


Una vista del museo. In primo piano l'originale Cristo snodabile ancora oggi utilizzato durante le celebrazioni della Passione

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Il catalogo più antico oggi conservato risale al 1778: il nucleo di volumi più consistente e qualitativamente più elevato è costituito da opere risalenti alla metà del Settecento, quello della “maggior floridezza, almeno mondana, del convento: col suo rinnovamento architettonico, col suo ripopolamento; e a livello di contesto storico-sociale, coincide con la lenta ma sicura ascesa economica e culturale che i baliaggi svizzeri (e specialmente quello di Lugano) realizzarono nel medesimo periodo. Concorse a questa ascesa il fatto che alcuni membri di famiglie patrizie del luganese entrarono allora fra i cappuccini, salendo poi, attraverso l’ordine a dignità ecclesiastiche ragguardevoli (Lepori, Neuroni, Luvini, Fraschina)”. E i migliori volumi riportano note di acquisto o di possesso che fanno riferimento proprio a queste famiglie. La crescita del corpo librario della biblioteca è stata nei secoli forse lentissima ma costante, mostrando come questo fondo, modesto ma per nulla disprezzabile, fosse vivo. Da segnalare come in molti testi vi sia la presenza di indicazioni sul costo e la provenienza, elementi assai rari in Ticino e per questo molto preziosi. Tra le particolarità, è certamente da segnalare l’attestazione precisa (1724) nella quale sono state introdotte le tendine agli scaffali – le stesse che indicava in precedenza il Pozzi –, un accorgimento per preservare i preziosi volumi dalla polvere e diffuso fra i Cappuccini, elemento d’arredo molto elegante, oltre che estremamente funzionale. Negli stessi anni i libri furono legati in cartapecora, così come appaiono ancora oggi.

IL MUSEO Gli oggetti riuniti nel museo liturgico del Convento hanno tutti quanti un’origine cappuccina, legati alla presenza dei frati e alla loro abilità manuale. I relativamente pochi ma decisivi rinnovamenti che hanno segnato la storia del complesso conventuale hanno portato certamente alla perdita di oggetti

mobili la cui presenza è assodata o che si presume esistessero. In particolare, il citato incendio del 1987 ha portato alla perdita di vecchi oggetti d’arredo e mobilio inutilizzati, frutto sia dei cambiamenti all’interno dell’istituzione cappuccina sia del rinnovarsi della liturgia, e per questo ritenuti nei secoli non più funzionali. Memoria ed evocazione sono ben sintetizzati nella piccola collezione, un progetto di conservazione di quanto rimane oggi di modi di vita ormai decaduti, sia religiosi sia legati alla semplice ma intensa quotidianità cappuccina. Un ordine in cui l’impegno del labora si ritrovava in piccole attività artigianali legate alla sussistenza della comunità, come la questua, l’orticoltura, la confezione del vestiario, la cura della cantina e della cucina. Parallelamente i frati si dedicavano ad attività non remunerative: come la tessitura di tele, l’intreccio di sporte e ceste, la costruzione di mobili rustici, la creazione di statuette devozionali e tabernacoli in legno. Non possiamo certo dimenticare le storiche attività legate alla distilleria – il tradizionale ratafià è ancora oggi prodotto nel Convento –, e di farmacopea, un impegno in ambito medico storicamente sviluppatosi per la presenza dell’ordine nelle epidemie di peste che hanno colpito nei secoli il sud delle Alpi. Altri oggetti di sicuro interesse sono certamente quelli legati alla preghiera: l’aspetto liturgico è messo in mostra attraverso una serie di tessuti e di oggetti in metallo, ma anche strumenti penitenziali e corone, nonché reliquiari e immagini votive. Fra queste, si distinguono un grande crocifisso ligneo del XIII secolo e il notevole e particolare Cristo deposto snodabile. Parte degli oggetti trova posto anche negli spazi del Convento – con funzioni decorative e devozionali per nulla decadute – ai quali fanno compagnia una notevole collezione di quadri che vanno dal XVI al XIX secolo, oltre a varie opere su tela della personalissima produzione di fra Roberto


Il Refettorio Bibliografia essenziale

Indirizzi utili

Il Romanico. Arte e monumenti della Lombardia prealpina di Virgilio Gilardoni, Edizioni Casagrande (1967) Santa Maria del Bigorio di Giovanni Pozzi, Tipografia Stazione (1977) La Madonna con Bambino, testi di Giuseppe Curonici, Urnäsch/E. Schoop (1987) Il primo Bigorio. Dai probabili inizi al 1760 di Riccardo Quadri, estratto da Archivio Storico Ticinese, anno XXXII, numero 117 (1995) Sui vetri di fra Roberto, testi di G. Pozzi e G. Curonici, Gaggini-Bizzozero, (1996) Guida d’arte della Svizzera italiana, Edizioni Casagrande (2007)

Bigorio - Convento Santa Maria dei Frati Cappuccini 6954 Bigorio-Capriasca tel. 041 (0)91 943 12 22 fax. 041 (0)91 943 46 65 www.bigorio.ch bigorio@cappuccini.ch

È inoltre di imminente pubblicazione un volume riccamente documentato voluto da fra Roberto Pasotti – che con Aldo Morosoli ha curato e coordinato i contributi di fra Riccardo Quadri e le fotografie di Ely Riva – dal titolo Santa Maria del Bigorio. Una storia secolare di spiritualità e di accoglienza (Fontana Edizioni, Lugano).

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Reportage

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Un sentito ringraziamento a fra Roberto e a tutto il personale del Convento di Santa Maria del Bigorio per la cordialità e la grande disponibilità dimostrata. Un sentito grazie al signor Aldo Morosoli per la preziosa collaborazione.

Semplicemente attraente

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Sunrise zero plus, CHF 50.– di canone d’abbonamento al mese incl. CHF 50.– di credito al mese. Sunrise zero, CHF 25.– di canone d’abbonamento al mese incl. CHF 25.– di credito al mese. Nel credito incluso nel canone d’abbonamento vengono conteggiate le conversazioni in Svizzera e all’estero, gli SMS, gli MMS, Internet mobile. Non vengono conteggiati i collegamenti a numeri speciali (084x, 090x,18xx) né i servizi a valore aggiunto. Maggiori informazioni su www.sunrise.ch


Il sole transita nel segno della Bilancia dal 24 settembre al 23 ottobre

Elemento: Aria - cardinale Pianeta governante: Venere Relazioni con il corpo: reni, ghiandole surrenali Metallo: rame Parole chiave: armonia, equilibrio, bellezza, individualità

» a cura di Elisabetta

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Settimana di grande intensità sessuale per la coppia. Grazie al transito di Venere e Marte nella vostra ottava casa solare il sesso potrebbe favorire una trasformazione interiore. Incontro karmici per i nativi della terza decade.

Si intensificano le relazioni sociali grazie al transito di Mercurio. Oltretutto Marte e Venere di passaggio nella vostra seconda solare vi spingono a investire risorse finanziarie in miglioramenti della vostra immagine.

toro

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Il trigono tra Giove e Saturno permette di affrontare favorevolmente le questione pratiche. I piedi sono ben piantati a terra, si hanno le idee chiare su quello che si vuole fare e così si iniziano progetti a lungo termine.

Se state aspettando il colpo di fulmine, questa potrebbe essere la settimana giusta. Periodo comunque positivo per fare qualcosa di assolutamente diverso dal solito. Favoriti gli incontri con persone particolari e anticonformiste.

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sagittario

Grazie al transito di Marte possiamo lavorare con energia e profitto. L’importante è però che gli altri riconoscano i meriti del nostro lavoro, altrimenti c’è il rischio che emergano tensioni con i superiori.

Marte e Venere si trovano di transito nella vostra dodicesima casa solare. Questo aspetto vi spinge ad interiorizzare i vostri sentimenti con momenti di forte abnegazione nei confronti della persona amata.

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I colpi di fulmine sono favoriti da una smagliante Venere di transito nella vostra quinta casa solare. Possibilità di concepimento per le nate della seconda decade. Matrimoni in vista. Grande attività lavorativa per i nati di giugno.

Con Marte e Venere di transito nella vostra undicesima casa e il concomitante trigono tra Giove e Saturno, presto potranno partire importanti progetti e collaborazioni con il vostro partner. Acquisti immobiliari per i nati della seconda decade.

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Venere e Marte si trovano di transito nel segno dello Scorpione. Così, mentre da un lato la vostra passionalità aumenta, dall’altro divenite sempre più possessivi: attenti alla gelosia! Grandi cambiamenti per i nati della terza decade.

Il transito di Marte e Venere in Scorpione potrebbe mettere alla prova alcune relazioni amorose facendo emergere tensioni. Canalizzate questi improvvisi flussi energetici verso una maggiore intensità dei vostri rapporti intimi.

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Marte e Venere sono di transito nella vostra terza casa solare e riuscite a stabilire una migliore empatia comunicativa con il vostro partner superando così le rivoluzioni imposte dall’opposizione di Saturno e Urano.

Momento particolare nella vita affettiva per i nati nella seconda e terza decade. Grazie all’azione di Urano siete attratti da tutto ciò che è fuori dalla norma. Favoriti gli incontri con persone straniere o conosciute in vacanza.

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Bellezza, armonia ed equilibrio, sono questi gli ideali che contrassegnano i nati nel segno della Bilancia, dominato dal pianeta Venere e caratterizzato proprio dall’amore per il bello e dall’inclinazione al buon gusto. Queste caratteristiche ideali non vengono però vissute come occasione di enfatizzazione del proprio io – non di rado la bellezza fisica ed esteriore accompagna questo segno –, ma come ambiti attraverso i quali sviluppare l’empatia e la corrispondenza emotiva con gli altri. La concomitante presenza di Saturno, in esaltazione, è di grande rilievo per il segno: dona, infatti, stati di equilibrio e un impulso morale connesso al senso di giustizia e di rigore della ragione. Desiderosi del bene dell’altro, amano sinceramente, con premura e delicatezza anche se l’intersecarsi di ragione e sentimento determina talvolta incertezza e intoppi sul piano della felicità. L’equilibrio rappresenta comunque un’aspirazione costante pur all’interno di una complessa e non sempre regolata dimensione dualistica. Le difficoltà si manifestano soprattutto all’interno delle relazioni conflittuali: i nati sotto il segno della Bilancia mal sopportano le liti, le discussioni e i malintesi, situazioni dalle quali preferiscono restare al di fuori. Gli atteggiamenti di prevaricazione e le necessità disturbano il loro animo e di fronte a situazioni critiche tendono a temporeggiare, in attesa che qualche benefica fatalità giunga a toglierli d’impiccio.

“… da cui vergine nacque Venere, e fea quelle isole feconde…”

Bilancia


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Disegnare la vita Alfred Neweczeral

Design

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Poco si sa dell’origine di questo strumento da cucina, disegnato da Alfred Neweczeral. Nato a Davos nel 1899 da padre prussiano e madre di New Orleans, Alfred fa l’apprendistato presso la Masch.fabrik di Oerlikon. Nel 1931 compra e installa nella cantina di casa la prima piegatrice di lamiere e punzonatrice, producendo piccoli oggetti d’uso. Nel 1947 viene registrato a livello internazionale il suo REX, pelapatate (e non solo…) di alluminio

con doppia lama mobile, in lamiera inossidabile oppure inox. La prima serve da guida, l’altra taglia. Con questo semplice ma geniale congegno, si ottimizza l’operazione di sbucciatura. Attualmente viene prodotta in diversi materiali e distribuita dalla Zena AG di Affoltern am Albis diretta dal figlio. La produzione di questo classico del design svizzero si aggira attorno ai due milioni di pezzi l’anno.


Âť illustrazione di Adriano Crivelli


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Indovina… dove siamo?

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Giochi

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1. Infastidire, importunare • 10. Il noto da Rotterdam • 11. Alto graduato (abbr.) • 12. È famosa quella Antonelliana • 13. Peli equini • 15. Rivendita di vini • 17. Le iniz. di Montanelli • 18. Il Ticino sulle targhe • 19. Situato • 20. Il dio egizio del sole • 21. Avanti Cristo • 22. Le iniz. di Greggio • 23. Nome di donna • 25. Numero in breve • 26. In mezzo al fosso • 27. Eletta • 28. Tempra il fisico • 30. Escursionisti Esteri • 31. Un nome di Pasolini • 33. Diana nel cuore • 35. Baccanale • 36. La regina con le spine • 38. Si carda • 39. Traguardo • 40. Vasti, estesi • 41. Prep. semplice • 43. È disonesto al gioco • 45. Un obiettivo del giornalista • 47. Profonde, intime • 48. Brillano in cielo • 49. Due nullità • 50. Gli astucci del sarto.

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Le soluzioni verranno pubblicate sul numero 43.

Soluzioni n. 39

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1. Opera di Rossini • 2. Sarcasmo • 3. Fu sede del governo della Repubblica Sociale Italiana • 4. Il noto Mao • 5. Pari in duomo • 6. Scalatori • 7. Comodità (plurale) • 8. Disertore • 9. Un gioco enigmistico • 14. Raccogliere • 16. Nel centro di Tebe • 23. Attribuire • 24. Antenato • 29. Fu re di Troia • 32. Rabbia • 34. Grosso pipistrello • 37. Bella villa luganese • 39. Variegato • 42. Vola di fiore in fiore • 44. Uncino da pesca • 46. Nel centro di Lucerna • 48. San Gallo sulle targhe.

Verticali

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Schema realizzato dalla Società Editrice Corriere del Ticino

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Indovina... dove siamo?

“Dipinto murale presente sulla facciata della Casa dei Landfogti, Lottigna, XVI secolo”.

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I vincitori del Concorso ?? del n. 11 lingue in oltre 40 paesi ??: ??? ??? ??? ??? ???

Lugano

091 924 90 90

La soluzione a Epigoni è: Stagioni di Mario Rigoni Stern (Einaudi, 2006). Il vincitore è A.B., Brusio.

Bellinzona

091 825 25 52

www.esl.ch


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