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Direttore Antonella Italiano

inAspromonte

Dicembre 2014 numero 016

Un volo di cinquant’anni

SU UN FILO D’ORO L ’atra matìna, jèndu miscitàndu Ammenz’a tanti carti ‘ngialinùti, truvài certi ritratti, ‘i cusà quandu, rrusicàti d’ ‘a càmula e stigiùti.

Un prèviti, ‘na mara vecchiarèddha, ddhù figghiolèddi fimmini c’ ‘a trizza, e poi, ddhmmènzu ‘na facciuzza beddha chi mi jnchiu ‘u cori ‘i cuntentìzza. ‘Na facci fina, d uci, buntatùsa, cu’ cert’occhi d ’amùri e d i dulùrì; facci bed dha ‘i me mamma, a cchiù amurusa d’i mammi chi criàu Nostru Signuri… Vitti allùra ‘a me’ casa di figghiòlu: me’ mamma, me’ zi’ prèviti, i me’ soru, a’vecchirèdd ha di me’ nonna: un volu di cinquant’anni, supr’on filu d ’oru... Gaetano Sardiello

La riflessione

Il presepe vivente di Pentedattilo. Foto di Enzo Penna

Il Natale è una festa che accende i sentimenti, che passa dalla gioia dei bambini alla malinconia di quelli che non lo sono più. E poi ci stanno i ricordi, l’albero, il presepe, la famiglia. E ci stanno uomini che soffrono, e uomini chiusi in un carcere. Buon Natale, dunque, a tutti. Anche ai “cattivi”! pag. 2-3

Ombre e luci Africo antica

Africo. Il ritratto di Lello Buscè di Gianni Favasuli pag. 4

Ritratti

Sant’Agata del Bianco

Chi era

L’uomo in fondo al pozzo?

di Domenico Stranieri pag. 19

Aspromonte greco Bova

1981. Il nastro d’argento

di Gianfranco Marino pag. 9

Asp. settentrionale Santa Cristina

Il conteso

Albero delle nespole

di Giuseppe Gangemi pag. 10

Tra i boschi

Cicoria e tarassaco

Santi e briganti San Leo

Conoscere le erbe di montagna

di Leo Criaco Un santo moderno di Rocco Palamara pag. 18-19 pag. 14

L’escursione San Luca

Verso Pietra Cappa. La Regina di Giancarlo Parisi pag. 13

L’inchiesta storica Le arti antiche

Uno strano mestiere: il traghettatore di Pino Macrì

pag. 22

L’infinita nostalgia del Natale di Antonella Italiano io fratello aspettava con ansia che si facesse sera, quando Alfonsino con il suo gruppo di musicanti passava dalle case a cantare la novena. Correva alla porta e restava a guardarli: erano alti, tutti coperti, con tanti strumenti e tante canzoni. Erano bravissimi. Ma quando poi si allontanavano, mio fratello restava in silenzio, dietro la finestra, aspettando con le orecchie tese che la musica finisse. E si faceva triste. Per questo, mio padre, il giorno dopo, invitò Alfonsino ad entrare, e tirò fuori un registratore e una cassetta, e la mia cucina diventò una vera sala d’incisione. «Dai cantami quella in dialetto» «E ora cantami quella del Bambinello». pag. 2-3

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La copertina

inAspromonte Dicembre 2014

L’infinita nostalgia del Natale segue dalla prima di Antonella Italiano

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io fratello non era mai stato così felice, e forse anche Alfonsino lo era. Io, invece, non ero nemmeno nata. Perché la vita scorre su un filo d’oro. Tina ci aspettava impaziente, quella sera pioveva. Aveva un caminetto sempre acceso e tanti amici a farle compagnia. Come si sentiva lì con lei il Natale, e con i miei cugini, che correvano per il

corridoio insultandosi. E mio zio, anziano e smemorato, ogni volta che mi vedeva in quella casa mi apostrofava severo «Tu cu si?» ed io neanche rispondevo, ché senza accorgersene dopo qualche minuto mi chiamava per nome. E Tina, inguaribile sognatrice, ci insegnava le strofe della novena, decideva chi e quali strumenti, e seguiva con attenzione le nostre prove. Fu allora che gli odori, i

suoni e il freddo di dicembre mi entrarono nel cuore e nelle ossa. Mio fratello, invece, non l’aspettava più la novena. Lui era già grande. Perché la vita è un volo. «Scusa potrei parlare con te?» Alfonsino mi aprì la porta sbalordito. «Vedi questa cassetta? La conservava mio padre, ci sono delle novene che tu cantavi vent’anni fa. Sono strofe bellissime. Te ne ricordi qualcun’altra? Ci

piacerebbe recuperare questi testi antichi». Alfonsino sorrise, e mi promise che avrebbe provato a ricordarli, e con destrezza si liberò di me. Lui non era un gran parlatore, un tipo solitario piuttosto, ma il foglio, se pur incompleto, me lo mandò sul serio e fu mio zio Totò a riscrivere, per quelle meraviglie del passato, gli arrangiamenti musicali. A modo suo naturalmente. E con la chitarra

L’EDITORIALE di Gioacchino Criaco

Il ballo del castello B

um, bum, bum.. Partiva col botto il Natale nelle rughe, quando la luce del giorno iniziava a vincere la sua guerra perenne sulle tenebre, e passo passo si conquistava i primi attimi in più. A Santa Lucia i ragazzi piazzavano i petardi fra i carboni di leccio dentro i bracieri, messi fuori a cucinare il calore per la sera. I tizzoni saltavano in aria fra nuvolette nere colme di lucine gialle e rosse. Le donne uscivano sui balconi e nei ballatoi del pianoterra, mandavano maledizioni ai monelli e si chinavano pazienti a raccogliere la carbonella superstite. Dalle porte aperte scappava fuori il profumo delle sarde fritte imprigio-

stati i campioni assoluti, fino a quando fummo esclusi per manifesta superiorità. Per due anni restammo a guardare, sconsolati. Tino, il nostro campione era troppo forte, aveva i numeri nella testa, vinceva la conta d’inizio gioco e tirava per primo e ogni colpo era un maglio distruttivo. Giù nocciole a valanga per riempire il nostro sacco. Rientrammo in gioco dopo due anni di stop. Tino era mancino, e la mattina di Santa Lucia uscì di casa col braccio sinistro appeso al collo, slogato da una caduta dal letto durante il sonno. Tutti ci canzonarono e ci proposero di giocare. Stringemmo al petto i nostri sacchetti, con terrore, quando Tino accettò la sfida

Un volu di cinquant’anni, supr’on filu d’oru.

A Natale era bello essere bambini, lo si era da zero a dodici anni e quasi tutto era permesso, uscite libere Anche per Iano è Natale. Ma la sua festa non è fatta di luci co e rientro quando arrivavano le novene per lui solo le sbarre e le umiliazioni delle guardie. Eppure fu nate nelle zeppole e per le vie si le- per tutta la squadra. Addio nocciole, vavano i vapori odorosi delle frittole che andavano per regalo di casa in casa dentro contenitori di plastica che si svuotavano di grassi per riempirsi di pretali che li avrebbero accompagnati nel viaggio di ritorno. A Natale era bello essere bambini, lo si era da zero a dodici anni e quasi tutto era permesso, uscite libere fino a tarda ora con l’apoteosi del rientro a piacere quando arrivavano le novene e si accendevano i fuochi in piazza che diventavano cenere solo col sorgere del sole. Giochi e giochi, all’infinito, sino allo stremo delle forze. Ma il gioco dei giochi, per noi bambini, era uno: il ballo del castello. Il fruttivendolo contava sul banco una a una le nocciole, quasi fossero pepite d’oro. Venti per cento lire. Tre per base e una a sormontare un piccolo castello, che si addossava a un muro. Un fortilizio da abbattere col ballo, una nocciola più grande e pesante delle altre. A ogni abbattimento, il castello passava di mano al distruttore che a fine gioco si riempiva la pancia a spese degli sconfitti. Squadre di quattro con un campione scelto per tirare. Per anni eravamo

imprecammo in testa. Il gioco partì male, oltre al braccio, al nostro campione, non gli funzionavano i numeri. Perse la conta e tirò quasi sempre per ultimo. Sbagliò ogni colpo e arrivammo ad avere a disposizione l’ultimo castello per la gara. Andai a costruirlo io, accompagnando le quattro nocciole come a un funerale. Tino aprì uno e vinse la conta. Tirò per primo, senza quasi mirare. Quattro castelli crollarono insieme. Corsi veloce a infilarle nel sacchetto. Tino vinse la conta successiva. I numeri gli tornarono in testa e la mira di un tempo passò dalla sinistra alla destra. Depredammo tutti, i castelli passarono nei nostri sacchetti e prima di andare a dormire ci finirono in pancia. Fu allora che Tino ci svelò il trucco. Tolse il braccio dal fazzoletto che lo legava al collo, e che non si era mai slogato. Per due anni, di nascosto anche da noi, aveva allenato il braccio destro, facendolo diventare bravo quanto quello sinistro. E anche se adesso ci avrebbero nuovamente escluso dal gioco, per il Natale successivo il cervello di Tino lo avrebbe trovato un altro trucco.

di BRUNO CRIACO

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Era solo e non c’era nessuna ombra amica ad attenderlo dall’altro lato del pericolo. Quello era l’inferno loro mani si « Lesaldarono in una stretta che ricordò ad entrambi il loro affetto. Infinito. Morboso Nella foto il presepe vivente di Penteddattilo. Foto di Enzo Penna

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rano ancora le quattro di pomeriggio, ma le nuvole nere che da giorni buttavano giù pioggia anticiparono la sera. Camminavano in silenzio. Camminavano da ore, e da ore la pioggia aveva oltrepassato le loro giacche a vento. Erano stanchi ma non si potevano fermare, il freddo li avrebbe stremati. Più si avvicinavano alla fiumara e più forte si percepiva il rumore dell’acqua. In uno degli ultimi tornanti finalmente la videro e non ebbero il coraggio di incrociare gli sguardi. Era scura. Per la luce che abbandonava il giorno e per la pioggia che scioglieva la montagna. Bestemmiavano quando le piante d’erica piegate dall’acqua sbattevano sui loro visi, ma non era quello il vero motivo delle loro imprecazioni.

CONTINUARONO A NON parlarsi anche quando iniziarono l’inevitabile traversata, ma le loro mani si saldarono in una stretta che ricordò ad entrambi il loro affetto. Infinito. Morboso.

I sassi rotolavano sulle loro caviglie. Impietosi. La corrente faceva pressione sui loro corpi che inspiegabilmente la sopportarono. Solo quando riemersero sull’altra sponda dell’Aposcipo videro un’ombra che faceva dei segni disperati. Era un’ombra amica, che sempre imprecando, gli venne incontro e li strinse a sé. Erano insieme ed il resto erano solo “dettagli” pensarono i tre senza dirselo. Arrivarono all’ovile che era già buio e il vecchio massaro li accolse con un affettuoso rimprovero: «Se non fosse la vigilia di Natale vi lascerei fuori a tremare dal freddo, pazzi e incoscienti, non si può sfidare la fiumara in quelle condizioni».

SI ASCIUGARONO vicino al fuoco di legna di leccio, le bracie, che poi avrebbero arrostito il castrato che il massaro aveva macellato per l’occasione, asciugarono le loro ossa. Il vino, almeno per quella notte, la loro tristezza.


La copertina puntualmente scordata. Ma aveva sempre voglia di cantare, e a furia di novene, muttetti e serenate faceva festa tutti i mesi. Compreso dicembre. Oggi l’allegria di mio zio, la voce di Afonsino, i sogni Tina, tornano come ogni anno a tenermi compagnia. Anni, anni e anni che sembrano legati da un filo d’oro. Il pomeriggio è appena iniziato, ma è già buio il cielo. E l’aria è

gelida, di un freddo che brucia la pelle. E il paese profuma di legna e di camino. E si veste di arance. Cammino, in queste strade un po’ più vuote, ripensando a noi così piccoli e coraggiosi. Ai tempi in cui tutto era possibile, al calore di un ricordo, che si accende a arde nelle sere d’inverno. Mai inutile. Mai sbiadito. Mai malinconico. Questo mi resta. E resta un albero, su cui appendo dolci e cioccola-

inAspromonte Dicembre 2014

tini, affinché anche i più piccoli abbiano, domani, qualcosa di familiare con cui scaldarsi il cuore. Ed esso sarà per loro essenza, storia, tradizione. Sarà un freddo che arriverà alle ossa, l’odore di arance e mandarino, il fuoco e il fumo di un caminetto acceso, e dei canti che sopravviveranno per altri cent’anni. Sarà un volo che saprà di mistero e di preghiera. Di infinita nostalgia. Di Natale.

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di BRUNO SALVATORE LUCISANO

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olorate, tavole imbandite e gente allegra, u Gesù che invitò al rispetto dei carcerati Uno di loro era con lo sguardo perso dentro al rosso del fuoco e sbucciava un’arancia incidendone con il coltello la buccia. La buttò nel fuoco e la vide carbonizzarsi in un attimo, ne percepì l’aroma: pensò che l’inferno se c’era, era fatto così. Per questo i vecchi lo chiamavano fuoco latraru: rubava le anime. E lui ci sarebbe finito dritto dritto in quel rosso accecante e la sua anima sarebbe evaporata come lo spirito di quell’ agrume. Si sbagliava.

QUESTO PENSAVA Iano mentre attraversava il corridoio del piano terra della prigione di Fresnes, nella regione di Parigi. Erano passati tanti anni dalla “traversata”. Era comunque un ventiquattro dicembre. Le guardie lo stavano portando in cella di isolamento. Doveva passarci quarantacinque giorni. Un’infinità. Una “traversata” più insidiosa di quella dell’Aposcipo. Stavolta era solo e non c’era nessuna ombra amica ad attenderlo dall’altro lato del pericolo. Quello era l’inferno. Adesso rimpiangeva il rombo del fiume dei suoi antenati, quell’acqua nera e gelida che aveva provato inutilmente ad intimorirlo. Leggeva in silenzio, che lì non si poteva neanche parlare, i nomi e i pensieri che gli ultimi detenuti condannati alla ghigliottina avevano scritto sui muri di quella cella. Gli sembrava di percepirne ancora la presenza. Tutto il do-

lore passato da lì era rimasto sospeso nell’aria. Per sempre. Col pensiero tornò bambino. Era Natale. Vide la madre che metteva nel forno i “protali”, il padre che scuoiava il capretto legato a testa in giù nel grosso leccio vicino alla “mandra”. Vide i fratellini intorno al braciere. Vide i visi scolpiti dalla sofferenza dei nonni montanari, e li sfiorò con una carezza ideale. Il letto era di cemento ma lo senti sprofondare. NEL CORRIDOIO il carrello con la cena ruppe il silenzio. La feritoia sotto la porta blindata si aprì e la guardia spinse dentro col piede una ciotola. «La tua cena italiano, e se vuoi ci sono pure le gocce per dormire» «Niente “paradiso”» pensò Iano e, prendendo il cibo, gli sembrò di essere un cane. «Buon Natale italiano» disse con disprezzo la guardia. Iano non si mosse dal letto. Lo sguardo era perso nel neon sopra la porta, acceso giorno e notte. Pensò che Gesù era nato per salvare gli uomini, ma che forse gli uomini non lo meritavano. Pensò che Cristo aveva raccomandato di aiutare i carcerati ed i suoi occhi accennarono un sorriso. Sentì il freddo dell’acqua nera dell’Aposcipo. E sentì una forza incontenibile che trascinava il suo corpo. Infine sentì pure l’odore dell’arancia che saliva dalle bracie di leccio nello stazzo di massaro Ciccio. E poi non sentì più niente.

Buon Natale

uon Natale, a quanti vedono l’alba come l’inizio del nuovo giorno da consumare tra affanni e malattie, con l’ansia di trovare un tozzo di pane per sé e i propri figli, con la paura che non arrivi mai la sera per trovare, col sonno, sollievo ai rimorsi e alle sofferenze. Viva la gioia. Buon Natale, a chi colpito al cuore da daltonismo, per una volta è contento, perché non riesce a distinguere il bianco dal nero e li vede alla stessa maniera. Viva i colori. Buon Natale a chi ha il dono della scrittura, affinché usi l’inchiostro per unire e non per dividere, per esaltare e non per umiliare, per raccontare finalmente, la straordinaria bellezza di questa terra (la Calabria) che ha la fortuna di calpestare ogni giorno. Viva la Terra. Buon Natale, a chi finalmente pensa che è venuto il giorno di deporre le armi. A chi si rende conto, di non avere alcun diritto di rovinare la vita propria, dei suoi familiari e quella di chi, addirittura, deve ancora nascere. Viva la pace. Buon Natale, ai politici che dopo aver saziato la loro gloria di onnipotenza, dopo aver ottemperato ai propri bisogni, si ricordino, finalmente, per cosa sono stati eletti. Viva l’onestà. Buon Natale, ai poeti, a quanti sono felici di leggere quello che hanno scritto, pur non comprendendone il significato, con la speranza che un giorno ci sarà qualcuno, che riuscirà a spiegarglielo. Viva l’insania. Buon Natale, a chi combatte ogni giorno per i suoi giusti ideali che sono giusti se rivolti alla pace e al lavoro. Viva la vita. E Buon Natale, infine, a tutti i folli di questo giornale, in Aspromonte che portano avanti con impegno e sacrifici personali, questa scommessa e che dimostrano con coraggio e amore per la propria terra, quanto si può e si deve fare per essere migliori. Viva la libertà.

Notti i Natali Stij ja cometa, luci supr’a staj ja Fort’e chiara, und’è Gesù Bambinu, Senza fasci, nta nu munzej ju i paj ja, Cu nu voj e nu sceccarej ju, j jà vicinu. Rrivaru tutt’appressu a chissa scia Pammi vidunu Gesù Redenturi, Fij jolu santu di Giuseppi e Maria, Luci nta notti pa nui peccaturi. Est’a nottata j jiù bella du mundu A notti i faci santi li cristiani Tutti da manu, pa nu girutundu, Di facci niri e culurati mani. Girutundu di vuci, d’allegria, D’amicizia, d’amuri e di bontà Nu sulu verzu, pulitu, i pojisia Chi parra sempi di paci e libertà. Pa chistu tu nascisti Bambinuzzu, A tò vita all’omu nci dunasti, Tenisti arta a testa e lu cutruzzu Puru ca cruci, chi ncoj ju portasti. Ti mpizzaru ssi chiova, mani e pedi, Curuna i spini pe nostri peccati Fa nti ll’omu mi crisci nova fedi Mi camina nti netti e ddritti strati. E cusì tutti i jorna è Natali Cusì tutti l’anni nasci ancora Chij ja spiranza chi cancella u mali, Vita vera, luminosa aurora. Primo premio "Natale dei Poeti" Torino 15/12/2014


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Ombre e luci

inAspromonte Dicembre 2014

Africo. La storia di uno sfollato degli anni Cinquanta che cambia il suo status grazie al genio aspromontano

Lello Buscè

Moto Ape. Foto di Enzo Penna

«Su di una fiammante lapa, cominciò a girare in lungo e in largo i paesi dell’entroterra e della costa jonica, dando inizio alla sua nuova attività: quella di sensale, il procacciatore matrimoniale» di GIANNI FAVASULI

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ello Buscè, un furbacchione di tre cotte, campione di sfrontatezza, di faccia tosta, fu uno dei primi a rendersi conto che dopo la disastrosa alluvione, dopo lo spostamento del paese dalla montagna alla marina, bisognava mettersi, definitivamente, l’anima in pace. Bisognava finirla con i piagnistei. Fu uno dei primi a capire che il sussidio che lo Stato passava agli sfollati non sarebbe durato in eterno. Per cui, bisognava inventarsi qualcosa, trovare un’attività più consona alle mutate condizioni ambientali e sociali, alle nuove esigenze della gente. Un’attività che gli avrebbe consentito di sbarcare il lunario, di tirare avanti la baracca. Già! Ma quale? «A meno che...». L’idea che gli balenò, gli parve geniale!

il campionario umano. Campionario che aveva veramente dell’incredibile. Erano tutte fotografie, infatti, di persone ritratte a mezzo busto; di persone che, come i conigli che saltano fuori dal cilindro di un prestigiatore, saltavano fuori da quella scatola magica. Soggetti aitanti, spavaldi. Con i capelli impomatati gli uomini e con i capelli sciolti o intrecciati, raccordati a forma di tuppu, di coroncina, le donne. Parecchi di essi, stranamente, inforcavano dei grandi occhiali con le lenti scurissime. Ce n’era per tutti i gusti e per tutte le tasche. Lello, di quella gente, sapeva ogni minimo particolare. Tutti quelli che si affidavano al suo mestiere, infatti, gli facevano pervenire, oltre alle già citate fotografie che ne ritraevano le fattezze, anche un resoconto minuzioso della loro vita, delle loro attività, dei cespiti che possedevano e delle doti che contraddistinguevano le loro poliedriche personalità. Unitamente ad un vaglia

IN DEFINITIVA, GLI SAREBBE BASTATO continuare ad esercitare l’attività che suo padre, spostandosi a dorso di mulo per tutti i paesi dell’Aspromonte, aveva svolto, con alterna fortuna, per oltre mezzo secolo e il gioco era fatto! Con una sostanziale differenza. Mentre il genitore quell’attività l’aveva sempre svolta senza metodo, alla carlona, spesse volte arrischiando, lui, invece, l’avrebbe esercitata con più criterio. Con professionalità. Scientificamente. Con grande meraviglia degli amici e del parentado, si abbonò, quindi, ad una rivista di psicologia. «A che cosa ti servono tutte quelle scartoffie?» gli domandò, un giorno, incuriosita, la moglie. «A capire più a fondo il genere umano!» le rispose lui, serafico. «A quale scopo?» si meravigliò la consorte. «Per meglio fregarlo!» le replicò lui, più serafico di prima. Così, dopo qualche anno di studio, di apprendistato, una volta acquisiti i fondamentali di psicologia comportamentale, Lello Buscè, non sulla groppa di un quadrupede, ma a bordo di un mezzo più moderno di trasporto, su di una fiammante lapa, motocarro a tre ruote, cominciò a girare in lungo e in largo i paesi della costa jonica e dell’entroterra, dando inizio alla sua nuova attività: quella di sensale, di procacciatore matrimoniale. La voce, in breve tempo, si sparse velocemente fino a varcare i confini della provincia e della regione. Per cui, tutti quelli che per un complesso di motivi, che illustreremo nei dettagli più avanti, non riuscivano a trovare l’anima gemella con cui accasarsi, con cui mettere su famiglia, accorrevano, da ogni dove, a casa sua, al suo ufficio di collocamento. Meta di pellegrinaggi. Dentro una scatola di latta chiusa con un lucchetto e tenuta gelosamente custodita in una cassapanca, Lello conservava centinaia di fotografie che costituivano, come lui lo chiamava,

cava un occhio o era privo di entrambi. Accecato! Questo, per quanto concerneva lo scomparto degli uomini, dei picciùni. Nell’altro versante, nello scomparto che riguardava le donne, le cose non andavano meglio. Anzi, nella maggior parte dei casi, andavano, addirittura, anche peggio. 'I palumbéddhi, infatti, per lo più, o erano delle femmine di corrotti costumi che cercavano nel matrimonio la redenzione, il riscatto, la catarsi, dopo tanti anni di sciali, di bagordi, di dissolutezze, o erano delle povere, infelici creature che, oltre ad un sacco di problemi fisici, si portavano addosso anche una caterva di tare mentali. Una specie di corte dei miracoli, in definitiva, il campionario umano di Lello Buscè. «Ih! Comare, quanto siete difficile... suscettibile! Cosa volete che comporti un braccio e un occhio in meno nel corpo, nella vita di un uomo? Quello là anche se è mutilato, anche se è orbo, vi porterà a vivere nell’oro! Parola d’onore! Diventerete una regina!». Argomentava, infatti, con sfrontatezza, a Peppina Quattrone che, perplessa per le evidenti e gravi menomazioni dello spasimante che aspettava la sua risposta, fumando nervosamente nell’altra stanza, non riusciva a decidersi sul da farsi, su che pesci pigliare. Visto che Peppina, assillata dai dubbi, continuava a rimanere muta, suo padre, persa la pazienza, dall’alto della sua canuta saggezza, ruppe gli indugi e, rivolgendosi a Lello, gli sussurrò in un orecchio: «Sì! Oltre ad essere un ottimo partito, mi sembra anche un brav’uomo! Sì! Penso che questo matrimonio lo possiamo combinare!». Guardando poi con tanto di cipiglio la figlia che, nel frattempo, era scoppiata in lacrime, concluse stizzito: «Su, su! Animo, animo! Gioia mia, in fin dei conti devi metterti bene in testa che hai già quarant’anni suonati! Devi metterti bene in testa che un ricco Epulone come quello là non lo s’incontra tutti i giorni sulle bancarelle del mercato! Devi metterti bene in testa che in questa vita, tutti i paradisi non si possono avere! Su, su!...». Fu tempo dopo, però, che Lello la combinò grossa, talmente grossa, che per paura che qualche scalmanato mettesse per davvero in atto la minaccia che da più parti gli arrivava, quella cioè che lo avrebbero scugghjàtu vivu, castrato, lasciò il paese e di lui si persero, definitivamente, le tracce, le coordinate. Maledetto! A Nina ‘a Gnocca, a colei che in paese esercitava il mestiere più frenetico e più antico di questo mondo, benefattrice che per poche lire o, addirittura, anche gratis, impartiva agli adolescenti i primi rudimenti dell’amore, non si sarebbe mai e poi mai dovuto azzardare di trovarle per fidanzato quell’orbo d’un Pautasso, d’un piemontese, che, una volta impalmata, l’avrebbe portata via, lasciando mezzo paese nello sconforto, nella costernazione più nera.

Gli sarebbe bastato continuare ad esercitare l’attività che suo padre, spostandosi a dorso di mulo per tutti i paesi dell’Aspromonte, aveva svolto, con alternata fortuna, per oltre mezzo secolo telegrafico, ad una congrua somma di denaro che serviva ad istruire la pratica. Toccava poi a lui, una volta in possesso di quei carteggi, di quei dossier, fare il chimico e lo psicologo: combinare insieme, tra di loro, i vari ingredienti, i vari elementi, facendo in modo che il composto che ne derivava fosse ben amalgamato, ben equilibrato. Non esplosivo. Parecchi si lamentavano per il suo esoso, eccessivo onorario, ma lui giurava che i soldi che chiedeva erano anche pochi se proporzionati al tempo che perdeva ogni qual volta doveva indovinare, azzeccare gli abbinamenti giusti. Quindi non attuava sconti, né tantomeno, accettava, come il padre, baratti in natura. Denaro liquido, quindi. Sull’unghia!

QUANDO POI, FINALMENTE, si arrivava al quaglio, all’incontro, cioè, delle parti interessate, il perché delle fotografie a mezzobusto e degli occhiali con i vetri affumicati si spiegava da solo. In modo lampante. A qualche soggetto mancava una gamba o era costretto, paralitico, a vivere sulla sedia a rotelle; a qualche altro mancava un braccio e, dulcis in fundo, a qualche altro ancora o man-


Ombre e luci

inAspromonte Dicembre 2014

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L’altra faccia della montagna raccontata senza sconti da un luogotenente dell’Arma dei Carabinieri

Mafia e Stato «Dove regna l’incertezza del Diritto, essendoci disorientamento, il crimine organizzato ne approfitta per imporre la sua legge»

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LA RIFLESSIONE

di COSIMO SFRAMELI

Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato». Il rimpianto di Sant’Agostino è anche il nostro. Seppure affamati di bellezza, non vorremmo accontentarci di surrogati, prigionieri di un estetismo esagerato che è la maschera di un vuoto che ci divora, desidereremmo lasciarci sedurre dalla bellezza che, come dice Soloviev, è trasparenza, la possibilità di vedere l’uno nell’altro. UNA REALTÁ ISOLATA E BRUTTA diventerà bella quando comincia a sorprendere, ad affascinare, a farci innamorare, a provocare un lancio verso l’alto e scommettere sulla vita, seguendo la sua danza e il suo ritmo. La storia ci insegna che non basta solo dichiarare guerra per vincere. Si devono approntare armi e mezzi adeguati per affrontare un’impresa ed avere buone probabilità di riuscita. Senza coscienza e volontà, che promanano fede, la superiorità non è sufficiente. Non bastano i programmi di riforma legislativa, degli ordinamenti e i provvedimenti economici per vincere la ‘ndrangheta, se contemporaneamente non si sente la spinta verso la partecipazione corale, verso una volontà unitaria per mete determinate. Non sono le leggi a fare gli uomini, ma viceversa. Le mafie non si affrontano solo con le normative, ma realizzando una forte coesione della società libera, culturalmente preparata e fiera della tutela dei propri diritti da qualsiasi arroganza predatoria e parassitaria. «Uno Stato è davvero forte soltanto quando alla lotta contro il crimine unisce la lotta contro le cause sociali, diventando così uno strumento di coerenti riforme sociali» H. Hess. Per la ragione che la ‘ndrangheta si vince con una società di uomini liberi dal bisogno e dalla paura. Il dubbio, quindi, di vivere liberi o servi, vivere con o senza dignità di essere un popolo.

l’erta per rinnovare giuramento di fedeltà ad un qualche principe, anziché impegnarsi per la costruzione di una società di onesti e di capaci. Perché, parafrasando Pavese: «Lottare stanca». Scriveva Corrado Alvaro nel 1955: «La mafia non è un semplice problema di polizia, né si tratta di mettere sotto accusa, come sta avvenendo adesso, e in stato di assedio, un’intera provincia. La norma per una azione seria potrebbe dettarla l’esame di come si è comportata la classe dirigente di cinquant’anni». IN VARIE PARTI D’ITALIA si continua a discutere e la discussione è spesso fine a sé stessa. La tendenza a ricercare un colpevole dei drammi calabresi è sempre forte. Ed è una battaglia non solo a favore della Giustizia, ma contro un modo di concepire la vita, intesa esclusivamente come soddisfacimento dei propri bisogni, desideri, ambizioni, egoismi, al di fuori e in opposizione a qualsiasi interesse collettivo, ignorando e calpestando. Giacché, un uomo lo si può uccidere non soltanto con il mitra ma anche con l’emarginazione, il trasferimento, la non promozione e per l’umiliazione subita per torti legalizzati. Le mafie sono vecchie quanto il mondo e sono parte del mondo. In Calabria è stata coniata una parola per indicare un’idea riferita ad una concezione di vita e ad una pratica realizzatrice che, in forme diverse, ha scritto la sua storia di prepotenze, di usurpazioni e di violenze di ogni natura.

La gente d’Aspromonte è una forza in pieno movimento che rigetta la violenza criminale e tenta in tutti i modi di arginare un fenomeno angosciante, riparando gli errori compiuti da altri

LA CRIMINALITÀ CALABRESE È una realtà della quale da tempo ne denunciamo i pericoli, ma, per amore di verità, la stragrande maggioranza della popolazione rifiuta la violenza come metodo di vita. La gente d’Aspromonte è una forza in pieno movimento che rigetta la violenza criminale e tenta in tutti i modi di arginare un fenomeno angosciante, riparando gli errori del passato compiuti da altri. In politica, farebbe piacere a tutti essere guidati da filosofi in un mondo ideale dove l’armonia, l’amore, la solidarietà e la ragione regolano i ritmi essenziali. Ma è un’autentica utopia per questa terra disordinata, disarmonica, chiassosa, con una certa predilezione per la polemica, per la chiacchiera; con la tendenza in taluni ambienti a privilegiare un sistema di tipo feudale, costituito da serie di vassalli, valvassori e valvassini sempre al-

UNA STORIA SCRITTA ANCHE nei salotti dei dotti che fingono di vivere o si illudono di poter continuare a vivere “all’ombra delle fanciulle in fiore” atteggiandosi a “numi tutelari dei diritti dell’uomo”. Fuori da tali contesti, ci sono stati gli autentici sforzi di tanti sconosciuti o dimenticati, uomini e donne, che seppero opporsi alla ‘ndrangheta, alla sua mentalità mafiosa, e che idealmente hanno vinto per una società più buona e giusta. «[...] La migliore gente di Zefira stava festeggiando la giustizia, senza alcuna paura». Assicura in maniera illuminante lo scrittore meridionalista Gioacchino Criaco nel suo romanzo Zefira. «L’intera scena era dominata da Nuccio Allegra, tutti si complimentavano con lui, decine di microfoni pendevano alla sua bocca e lui placido si concedeva a ognuno. Allegra strinse centinaia di mani [...]. Dov’era lo Stato in quel momento? Chi lo rappresentava? Gli zefiresi avevano fatto da soli, come sempre. Avevano trattato l’omicidio del sindaco come un fatto privato, risolvendo la questione a modo loro». Dove regna l’incertezza del Diritto, essendoci disorientamento, il crimine organizzato tenta di profittare per imporre la sua concezione di vita. Necessaria è la formazione di una forte spiritualità per una nuova Rinascita, che vada oltre la pura conoscenza; una spiritualità, frutto di Rivolta, che induca al ripensamento del nostro essere e sia scelta di vita.

La strada

N

onostante da oltre sessant’anni la metta sotto i piedi e la percorra in lungo e in largo, ogni qual volta mi avventuro su di essa - sul palcoscenico più importante della vita - dove ognuno di noi, con o senza maschera, recita una parte, la sua, mi sorprendo a riflettere, a fare delle considerazioni. La strada. Implacabile. Incorruttibile. Perversa. Maestra. Prostituta. Bazzicata da calessi e da motori. Direzione. Speranza. Domani. Bivio. Capolinea. Sentiero dell’anima. Sorriso-inganno. Appuntamento. Indirizzo di casa. La strada. A settentrione. A meridione. A oriente. A occidente. Dolce, Violenta. Scellerata. Provvida. Come una madre. Figlia di altre strade o vicolo cieco. Ovattata. Assordante. Alcova di gemiti. Di sorrisi. Di sospiri. Di urla. Di preghiere. Di bestemmie. Custode gelosa di segreti che essa sola potrebbe svelare. La strada. Sposa di cani randagi. Talamo di gatti lussuriosi. Compagna di passi svelti, stanchi, strascicati. Denominatore comune di tante grandiose o miserabili storie. Protagonista della vita del paese in cui siamo nati, in cui siamo cresciuti. Teatro di gente che, senza di essa, rimarrebbe anonima. Come mai esistita. La strada. Quella percorsa. Quella ancora da fare. Quella lasciata a metà. Quella da evitare. Bancarella piena di cianfrusaglie. Di pezzi unici. Rari. Filo spinato, di seta, dove appendere sguardi, sbadigli, maldicenze, amori, delusioni. Bettola d’infimo ordine. Santuario di eccelse benedizioni. Asfaltata. Diritta. In terra battuta. Dossi. Cunette. Dove si redime o si sfracella il cuore. La strada. Quella liberalmente scelta. Quella che altri, nostro malgrado, ci costringono a scegliere. Benigna. Maligna. Quella che il destino, a nostra insaputa, ci assegna. Quella che, zigzagando, s’inerpica in montagna. Fino all’Empireo. Quella che, zigzagando, scende a valle. Fino agli inferi. La strada. Di tutti. Di nessuno. La vostra. La mia. G. F.


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Pardesca del Bianco. I giochi, i canti, il fuoco, il presepe, e un paese che si veste della gioia dei bambini

LA SOLIDARIETÁ DEL NATALE

Le festività erano molto attese nei piccoli centri della costa e dell’entroterra. Negli anni in cui la gente viveva di poco, erano esse l’occasione per giocare e mangiare da signori di FRANCESCO MARRAPODI

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Quasi che la mia anima sia rimasta incastrata tra le mura, le strade, i vicoli del paese Nelle lunghe « serate a farla da padrone era il fuoco in piazza, teatro di burle e di giochi A dicembre gli « alberelli si vestivano di allegria con capelli d’angelo e luci colorate Gimondo « eBenito il gruppo di ragazzini da lui diretto percorrevano, suonando, ogni via Nello foto in alto a sinistra il gruppo di Benito Gimondo durante l’esibizione di Tu scendi dalle stelle. Nella foto in alto a destra l’Azione Cattolica di Pardesca del Bianco. Foto di Francesco Marrapodi

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poi, nei freddi inverni del mio cuore, mentre nostalgico incallito cerco di dar fiato alle più antiche reminiscenze, mi accorgo che riaffiorano alcune particolari serate con gli amici. E la pace si posa, serafica, dentro di me; una pace costellata di gioiosi e solenni canti; una pace che emerge dai recessi più profondi per dar credito ai ricordi. Che lodevole sensazione! Che musica per lo spirito, quasi che la mia anima sia davvero rimasta incastrata tra le mura, i borghi, le strade, i vicoli di quel paese ai piedi dell’Aspromonte. Incastrata per sempre. E sono di nuovo a Pardesca. Quel piccolo borgo di contadini, di braccianti, di gente semplice figlia di un Dio minore. Quel paesello teatro di giochi, di svaghi, di scherzi. Scherzi sinceri, inoffensivi, privi di cattiveria o secondi fini. E ancora oggi, a distanza di tanti anni, la mia mente ha il potere di farmeli rivivere. Uno per uno. Di Pardesca, tra le cose che più mi sono rimaste impresse nel cuore, primeggia il periodo natalizio, quando gli alberelli della piazza si vestivano di allegria, con capelli d’angelo e luci a intermittenza. Ricordo perfettamente questo particolare; un particolare che veniva accolto da noi ragazzi come un segnale - il primo di una lunga serie - e cioè l’apertura dell’evento più atteso dell’anno: il periodo di Natale. Si trattava di un evento quanto mai singolare, più sentito della festa patronale, più amato della Pasqua, preferito persino all’estate quando ci prendevamo uno spicchio di rivincita nei confronti della vita sguazzando nelle limpide e calme acque dello Ionio. Il secondo segnale era la campagna musicale abbracciata, puntualmente ogni anno, da Benito Gimondo e la sua equipe. Il gruppo di ragazzini, da lui diretto, percorreva, passo passo,

il paese al suono di Tu scendi dalle stelle tra le piogge di scintille generate dalle stelline di Natale. Quale canto più propiziatorio avrebbe potuto riempiere i cuori e gli animi della povera gente di borgata? Serate che accoglievamo con grande entusiasmo, in un’atmosfera di solenne pace festiva. Perché, come molti di noi ricorderanno, in quell’epoca si viveva di piccole e semplici cose. Nelle lunghe e gelide serate, a farla

E le nocciole? Quanti ricordi racchiudono in sé le nocciole? E l’arcipitotu? E la “righetta”?

da secondo padrone era un altro importante evento: il fuoco in piazza. L’accogliente grande falò era preparato con cura, seguendo delle specifiche procedure quasi si dovesse, un giorno, presentare il conto al Dio delle tradizioni. Un evento capace di raccoglierci tutti; teatro di burle, di giochi, di indimenticabili serate. E le nocciole? Quanti ricordi racchiudono in sé le nocciole? Con esse giocavamo alle nucille, un passatempo simile a quello delle bocce, con la differenza che dopo aver tracciato le distanze si costruiva con esse una sorta di castello. Chi, tirando u baglhju (una nocciola molto più grande) riusciva a colpire il castello, aveva diritto a incassare tutte le nocciole con cui questi era stato costruito. Altro gioco era l’arcipitotu,

una piccola trottola rettangolare in legno con incisa sulle quattro facciate l’equivalente della vincita o della perdita. E si vinceva e si perdeva a seconda della facciata su cui finiva il suo trottolare, un po’ come il gioco dei dadi. Ognuno faceva la propria puntata (in nocciole naturalmente) e, con uno schiocco di dita, si faceva piroettare il curioso strumento, che decretava così le sorti delle nocciole di noi bambini. Si giocava ancha alla “righetta”, una linea che veniva tracciata per terra in senso orizzontale e verso la quale, dopo averne stabilito la distanza, si lanciavano delle monetine di cinquanta o cento lire, a seconda della puntata; chi arrivava il più vicino alla riga incassava le monete dei partecipanti meno fortunati. C’era, infine, il percorso programmato dall’Azione Cattolica che consisteva nella preparazione dei canti per la notte di Natale, nell’allestimento del presepe e altre cose di natura simile. Iniziava, così, la raccolta di muschio, di paglia, di pietre, di pianta di corbezzolo che, con i suoi ramoscelli e i suoi accesi frutti, andava ad ornare le vie di Betlemme, i dintorni del laghetto, gli angoli della grotta dove la notte del 25 appariva, quasi per miracolo, il neonato che, durante le seguenti fasi dell’anno e secondo la liturgia cattolica, ci avrebbe affrancati dai peccati. Questa era l’atmosfera che si respirava allora. Un caldo e festoso clima che, danzando trionfante nell’aria, si dichiarava in tutto il suo incontenibile fascino sin dai primi giorni di dicembre. Sembrava che tutto prendesse coscienza di sé al calar del sole, quando la piazza si illuminava a festa e i ragazzini, ora portando un ciuffo di muschio o paglia in chiesa, ora regalando all’aria una nota musicale, ora aggiungendo legna al falò, contribui-

vano a questo magico evento. Un’atmosfera consolidata - sfortunatamente solo per quel periodo - nei nostri gesti, nel nostro sentirci uniti, fratelli e molto di più. Questo incredibile stato di cose aveva il potere di dare un’anima e una costituzione alle nostre serate, accendendo, peraltro, gli animi e i cuori di chi viveva nella speranza di un futuro d’amore, di pace e solidarietà. Riuniti intorno a quell’unico propo-

Sembrava che tutto prendesse coscienza di sé al calar del sole, quando la piazza si illuminava a festa

sito, davamo ognuno il nostro contributo al fine di preparare il cammino alla notte che, per Divina Concessione, avrebbe dato all’umanità una possibilità di salvezza: Nostro Signore Gesù Cristo. Tutte cose che dovrebbero indurre i giovani d’oggi a una certa riflessione; una riflessione non tanto di carattere educativo, quanto di coscienza civica. Perché, queste cose, prima di essere viste da un’ottica culturale, vanno considerate per quello che offrivano. Cioè una sintonia popolare molto euritmica e significativa che (come abbiamo avuto modo di capire in questo ennesimo viaggio a ritroso nel tempo) varcava i confini del tempo stesso per assicurarsi un posto nella storia di questo nostro piccolo lembo di paradiso.


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Brancaleone antica. Il recupero dei borghi abbandonati come atto per tutelare la storia degli uomini

DI LUI, QUELL’ULTIMO MURO

Gli anni, e le intemperie, danneggiano inesorabilmente le delicate strutture degli antichi insediamenti. Ma né la politica, né gli abitanti, si battono per una loro definitiva tutela di CARMINE VERDUCI

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Salgo spesso al vecchio borgo, e vago tra i suoi ruderi, e mi fermo ad immaginare la vita E muore ogni « volta che qualcuno lo guarda senza domandarsi nulla della sua storia

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Rivedo spesso la sua figura, che mi conduce per mano verso piazza Vittorio Emanuele

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Una politica che non consegnò mai a Brancaleone né l’elettricità né i servizi idrici

Nelle foto in alto alcune immagini di Brancaleone antica. Foto di Carmine Verduci

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algo spesso al vecchio borgo, vagando solitario tra i ruderi di Brancaleone antica. E mi soffermo ad immaginare la vita del paese. Non sono passati neanche tanti anni dal suo abbandono, ma la devastazione è stata lenta ed inesorabile. Meno di sessant’anni fa i suoi abitanti si spostarono sulla zona costiera, eppure, dai resti murari che ancora oggi stanno solitari e ammutoliti dal tempo e dalla vegetazione, gli anni sembrerebbero molti di più. Secoli, forse millenni. La devastazione è da imputarsi principalmente agli eventi atmosferici: violentissimi. In verità, non ho mai sognato di rivedere questo paese ricostruito, perché il fascino che ancora conserva, intriso dal forte odore dell’artemisia (assenzio greco) cresciuta sui muri rimasti ancora in piedi, e dall’odore della terra, che si riesce a percepire su per le narici non appena si supera il passo della Madonnina delle grazie, rievoca immagini che valgono più di una ricostruzione materiale. I misteri e le leggende popolari aleggiano ancora. Brancaleone è il luogo dove rifugiare la propria coscienza, la propria anima, lontano dalle contaminazioni a valle. Guardo di anno in anno come il tempo cancelli ogni traccia del passato; é come se cominciasse a sbiadire un quadro a cui tieni più della tua vita. Quando l’ultimo muro rimarrà in piedi di fronte al nulla, allora sì che piangeremo polvere, e fango. La polvere, che hanno respirato i nostri antenati durante il lavoro nei campi, il fango, che non hanno mai visto i nostri avi in nessuna alluvione o catastrofe meteorologica, perché qui, a 310 metri di altezza, alluvioni non ce ne sono mai state. Il deflusso dei suoi abitanti verso la marina è invece stato determinante,

furono essi “vittime consapevoli” di quel processo di urbanizzazione che creò dal nulla le cittadine costiere della Calabria. Cittadine e nuclei anonimi, vuoti e geometricamente organizzati come ammassi di cemento e calcestruzzo, divisi da una linea ferroviaria che, oggi, é quasi del tutto morta. Poi, alle spalle, sempre la campagna, le terre coltivate ad ulivi e vigna che muoiono a loro volta soffocati dalla modernità. Sembra che queste mura

Cittadine e nuclei anonimi, vuoti e organizzati come ammassi di cemento e calcestruzzo, divisi dalla linea ferroviaria

silenziose ci stiano a guardare, sembra siano la rappresentazione del fallimento che l’uomo, con la sua politica, le sue convinzioni e le sue intuizioni sbagliate, ha creato. Proprio come questo borgo, che muore ogni volta che qualcuno porta via un pezzo, un frammento, una misera tegola, o un mattone rosso di creta. Che muore, ogni volta che qualcuno lo guarda senza domandarsi nulla della sua storia e della sua origine. E sorrido se penso a quanta ipocrisia ci sia nei sospiri di chi ha preferito lasciare agli sciacalli la sua stessa identità. E quando l’ultimo muro rimasto in piedi crollerà, saremo tutti morti. Non fisicamente, ma “morti dentro”, come morta é già la coscienza di chi mi ha sempre deriso per il mio incondizionato amore verso questo paese.

Certo è che non dovremmo mai impietosirci di fronte alle lacrime degli uomini che con convinzione lo hanno abbandonato, e dimenticato. Dovremmo altresì riflettere di fronte ad un passato fatto di errori politici, che ci hanno negato ogni possibilità di rilancio e di futuro. Altrove questo piccolo borgo avrebbe prodotto molto di più che l’emigrazione giovanile. Essa, ancora oggi, è per noi calabresi una piaga profonda. Perché dico questo? Perché credo che un individuo, attaccato alla sua famiglia e alla sua proprietà, non permetterebbe mai che il ladro violasse la sua casa. Evidentemente, siano essi uomini onesti o ignari, hanno lasciato che il tempo portasse via i ricordi, le fatiche, la storia, quasi ci fosse una volontà di cancellare così la propria infanzia, e la propria beltà. Mia nonna, quand’ero bambino, mi portava a Brancaleone antica, luoghi dove era cresciuta e che le avevano lasciato segni indelebili, glielo si leggeva in viso. Ella si emozionava nel raccontarmi dello stato miserevole in cui vivevano i brancaleonesi quassù, delle vicende curiose, dei fatti, dei misteri e dei segreti della sua gente. Nei suoi racconti si intuiva una semplicità assoluta, la capacità di essere felice con poco. Tutte cose che non appartengono più al nostro tempo. Eppure mi sono sempre domandato: perché ogni qual volta mi perdo nel silenzio profondo di questo colle, mi emoziono come la nonna? Rivedo spesso la sua figura, che mi conduce amorevolmente tenendomi per mano, verso piazza Vittorio Emanuele, quando seduti sui muretti di calce e pietre, mi raccontava della prima volta che la radio arrivò al paese. Ella mi spiegava, col sorriso in volto, che la sera attorno ad un falò si ascoltavano i “comunicati” e

la musica. Si ballava e si rideva insieme, uniti come una grande famiglia. Già! Questa grande famiglia sconquassata ad un certo punto da qualcosa, o forse da qualcuno. Tradita da anni di “isolamento politico” che non ebbe piacere di consegnare l’elettricità o i servizi idrici ad un paese, distante solo qualche chilometro dalla costa. Non lo so, e non lo posso sapere, sta di fatto che ogni anno Brancaleone

Resterà un silenzio simile a questa sera d’autunno, mentre il sole tramonta dietro Pietrapennata, e ci lascia nell’oscurità

sembra sbriciolarsi, e stento a credere che ci sia qualcuno che provi ancora amore per questo borgo, come invece affermano i suoi ex abitanti. E oggi, quando mi raccontano di come si viveva bene al paese sulla collina sacra (come la chiamo io), a trent’anni suonati dalla mia esistenza terrena, ho delle risposte che preferirei soffocare dentro, preferirei morissero con me. Perché, quando l’ultimo muro crollerà sotto l’impeto della pioggia, o sotto il vento tremendo di Maestrale, qui calerà per sempre il silenzio. Un silenzio simile a questa sera d’autunno mentre, solerte e timido, il sole sta tramontando dietro Pietrapennata, lasciando il passo all’oscurità che tutto avvolge e che tutto, spesso, fa dimenticare.


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LA TRADIZIONE

I Cathamìni

di Francesco Violi

Gallicianò. Un viaggio pieno di sorprese attraverso la suggestiva “isola grecanica”

«CALOS IRTHETE»

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Aspromonte greco

inAspromonte

e la meteorologia attuale si avvale di invenzioni tecnologiche sofisticate e precise, diversamente non si potrebbe dire per le previsioni meteo nei tempi antichi. Le popolazioni di una volta, per prevedere il bello o il cattivo cielo, si basavano su credenze e leggende, rifacendosi ai fondamenti dei detti popolari. Per i contadini, gli allevatori e la gente di mare della Calabria greca queste rappresentazioni avevano una valenza che andava oltre la semplice capacità di supporre il tempo meteorologico: dalle corrette previsioni dipendeva la buona riuscita delle coltivazioni, degli allevamenti, del lavoro e della pesca. Spesso queste credenze rimandavano al mondo delle superstizioni e della tradizione mitologica greca, rifugiavano nel segno del destino, assecondavano una cultura ricca di rassegnazione. Ricordo che mio padre annotava, sul vecchio calendario appeso al muro, le giornate che trascorrevano dal 13 dicembre alla vigilia di Natale, ed io incuriosito gli chiedevo cosa stesse registrando. E lui puntualmente rispondeva che segnava i Cathamìni. Nei Cathamìni - che andavano dal 13 dicembre, giorno di Santa Lucia, al 24 dicembre, vigilia di Natale ogni giorno corrispondeva ad un mese: il 13 dicembre? Rappresentava gennaio; il 14 dicembre rappresentava febbraio, il 15 dicembre rappresentava marzo e così via tutti gli altri mesi dell’anno. Ogni giorno, quindi, serviva come illustrazione per il mese corrispondente. I contadini di allora sapevano che se il 15 e il 16 dicembre avesse piovuto, avrebbero potuto sperare in un marzo e un aprile piovosi, utili per la raccolta dei campi a settembre e ottobre. La stessa cosa avrebbero previsto i marinai per i pericoli del mare. I Cathamìni rappresentavano, insieme ai proverbi, il modo di ipotizzare e di anticipare il futuro. Va da sé che queste previsioni, comunque, riflettevano la cultura del tempo caratterizzata da superstizioni e credenze grazie alle quali la quotidianità si arricchiva di fascino e di mistero, di ricchezza e povertà, di ansie per il futuro ma anche di speranze per una vita migliore. Le stesse caratteristiche che troviamo nella tempra e nello spirito degli uomini e delle donne di questa parte della Calabria greca.

di CARMELO AZZARÁ

ur vivendo nel cuore della Magna Grecia ed esattamente in quella zona detta “Grecanica”, ho sempre rinviato l’occasione di visitare Gallicianò, una piccola comunità superstite di una minoranza etnica e linguistica alle pendici dell’Aspromonte, nella vallata dell’Amendola. L’ho fatto tempo fa, risalendo da Condofuri marina verso Condofuri superiore di cui è frazione. Attraverso una strada stretta in salita con curve e burroni paurosi, e appare all’improvviso quest’agglomerato di case, simile ad un piccolo presepe. Il paese sorge sul fianco del monte Scafi, su di un poggio che declina vertiginosamente verso il letto dell’Amendola, la grande, suggestiva fiumara che, attraverso costoni di alte montagne, serpeggiando, si riversa nel meraviglioso mar Jonio. All’ingresso del paese, inciso su una roccia, leggo in grecanico, “Gallikianò calos irthete”: benvenuti a Gallicianò. Il nucleo abitato si distribuisce attorno alla piazzetta, con l’antica chiesa di San Giovanni Battista, dove, ogni anno il 29 agosto, si svolge una caratteristica festa in onore del santo patrono con canti, balli e suoni di zampogne, e al ritmo di organetti e tamburelli le donne preparano saporiti dolci con farina e miele. Durante la processione la statua del santo, portata a spalla, viene fatta ballare due volte poiché, in una ricorrenza passata, la statua fu fatta cadere e quindi, per consuetudine, viene ripetuto il ballo. Per tutta la giornata si svolgono i vari giochi popolari: la cursa cu li sacchi (corsa con i sacchi), la cursa cu li scecchi (la corsa con gli asini), la ntinna (l’albero della cuccagna), la cursa cu l’ovu (la corsa con l’uovo), il gioco del gallo (c’è un gallo interrato fino al collo che un uomo bendato deve cercare di colpire, mentre un altro ritma il tempo). E ancora si sorteggia un quadro raffigurante un’immagine sacra: cioè si tira la “riffa” e chi compra il biglietto deve scrivere su di esso un messaggio per la persona a cui vuole dedicare l’eventuale vincita. É in questa occasione che si scoprono gli amori segreti, poiché i biglietti vengono letti in pubblico davanti al sagrato della chiesa sino al sorteggio del biglietto vincente. La banda musicale rallegra la manifestazione, girando per i vicoli e suonando a lungo nella piazzetta. La serata si conclude con i giochi i focu, che culminano col ballu du sceccu: un uomo danza vestendo la sagoma di un asino, su una struttura di canne ricoperta di cartapesta e contornata di surfarola e mortaretti, fuochi pirotecnici a forma di girella. Il fuochista accende i surfarola e, ballando per tutta la piazza, fa scoppiare i mortaretti sino all’esplosione

«Incontro un vecchio, immobile, con le mani poggiate sul suo grosso bastone intagliato, e mi avvicino per chiedere qualcosa, salutandolo con un buongiorno; Kalimera, kalimera, mi risponde»

Gallicianò. Foto di Mimmo Catanzariti finale che segna la fine della festa. In occasione della mia visita noto che i nomi dei vicoli (i dromi) sono indicati sia in greco antico che in grecanico. Respiro l’aria salubre di montagna e godo di un silenzio di pace. Osservo una donna con un fascio di legna in testa che saluta una vecchietta seduta sui gradini della propria casa, e un uomo a fianco che trascina una capra tirandola con una corda. Sicuramente sono di rientro dalla campagna. Incontro un vecchio, immobile, con

Il paese sorge sul fianco del monte Scafi, su di un poggio che declina vertiginosamente verso l’Amendolea

le mani poggiate sul suo grosso bastone intagliato, e mi avvicino per chiedere qualcosa, salutandolo con un buongiorno; «Kalimera, kalimera» mi risponde. Capisco subito di avere di fronte uno degli abitanti che parla ancora il grecanico e, infatti, mi recita una poesia Calavria dikimu (Calabria mia). Chiedo altre notizie sul paese ed egli mi informa che il paese è a circa 600 metri d’altezza e vi risiedono ancora tredici famiglie, non vi sono scuole, né ufficio postale e nemmeno un medico stabile. La maggior parte dei residenti vive

di agricoltura: un tempo si lavorava anche la ginestra da cui si ricavano coperte e altri tessili usando antichi telai. Si allevava il baco da seta e dalle pecore si ricavava la lana. Da lontano scorgo con piacere un amico, erudito sulla storia locale e, strada facendo, questi mi racconta la storia del luogo, definito l’acropoli della Magna Grecia per le sue antichissime origini, risalenti probabilmente all’VIII secolo avanti Cristo, epoca dei primi insediamenti delle colonie greche. Continua a spiegarmi che, nel XVI secolo, Gallicianò era compreso nel territorio del feudo dell’Amendolea di cui rimangono i ruderi dell’antico castello su un’altura a strapiombo a controllo del passo del fiume. Dagli Svevi in poi Gallicianò seguì alternativamente le sorti del comune di Bova (un altro centro grecanico che, insieme agli altri paesi limitrofi, conserva la toponomastica in italiano e in grecanico). Gallicianò fu in balia dei vari feudatari di turno e degli umori dei vari re, in particolare di re Ruggero. L’origine della lingua grecanica, o meglio della “glossa” di Bova o dell’Amendolea, secondo lo studioso Morosi vissuto verso la fine del secolo scorso, era un dialetto arcaico-medievale bizantino. Al contrario, lo studioso tedesco Gerald Rohlf, noto per la permanenza di vari anni in questi paesi, stimato per le sue meticolose ricerche, sosteneva che l’origine della lingua grecanica era magno greca. Riflettendo su questa comunità, vengo attirato da uno stuzzicante profumo di pane caldo, mi soffermo

a guardare verso un angolo di una casa dove una donna, con un fazzoletto annodato dietro la testa e un grembiule infarinato, è intenta ad estrarre il pane dal forno di pietra come si faceva nella notte dei tempi. Appena mi scorge mi viene incontro offrendomi una pagnotta fumante che divido col mio amico e che accompagniamo con un bicchiere di vino rosso per onorare l’ospitalità, secondo la tradizione del posto. Domando se i forni del paese siano tutti come quello e lei mi spiega che in altre località della zona esistono

Una donna, con un fazzoletto annodato dietro la testa e un grembiule, è intenta ad estrarre il pane da un forno di pietra

altri forni così, citando i paesi con i nomi in uso presso di loro; Vunì (Roccaforte del greco), Jalò tu Vua (Bova), Chorio tu Richidiu (Chorio di Roghudi). Un dolce rintocco di campana, che risuona per tutta la vallata, mi ricorda che è ora del rientro: è ormai pomeriggio inoltrato, così saluto l’ultimo gruppetto di persone. «Kalispera, Kalispera» rispondono insieme. Buona serata, buona serata. Con l’eco di queste ultime parole mi congedo dal caro amico e imbocco la strada del ritorno.


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La riflessione. Da Bova fino a Condofuri, e poi su verso il monte Scafi: le infinite vie della Calabria greca

IL NASTRO D’ARGENTO 1981 «La luna campania supra a Righudi, supra u lettu sciuttu di Jumari, mentri ntall’aria si spandi l’oduri d’agròmirti sambùchi e jenestràri… Quantu silenziu supra a chisti munti e nte spìti da gricànica genti, bussu forti ma nuddu mi rrispundi, mi bbàca pe mi gridu, nuddu senti…» G. Favasuli

di GIANFRANCO MARINO

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La fiumara corre tra fiordi mediterranei, brulli, alti, fragili, modellati dallo Scirocco

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E vedi incastonate tra quei colori anche le case, che stanno lì da centinaia di anni

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Tra polvere e mandrie sparse, imparai che c’era un altro Aspromonte a due passi da casa

Nello foto in alto la fiumara Amendolea. Nella foto sopra i ruderi di una chiesa ad Amendolea (Aspr. greco). Foto di Francesco Bevilacqua.

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na domenica mattina, una come tante in questa fine di autunno, prendo l’auto, come facevo una volta, senza una meta precisa e parto alla ricerca di luoghi, gesti e circostanze stranamente familiari; forse inconsciamente cerco l’interruttore per accendere i ricordi, quelli che si aprono nella mente con paesaggi, musica, sensazioni, quelli che non riesci a spiegare e che forse ti viene meglio scriverli. Scendo verso la marina, supero il ponte dell’Amendolea e quasi senza rendermene conto prendo di nuovo la via della montagna, verso monte Scafi. Con i chilometri aumentano anche i ricordi e penso che, a chi non è mai stato da queste parti, potrei raccontare che venendo in Calabria, giù, sulla punta più meridionale dello stivale, ci si può imbattere in un nastro d’argento che corre tra fiordi mediterranei, brulli, altissimi, fragili e proprio per questo continuamente modellati da uno Scirocco impietoso. Se non fosse per il colore grigio quarzo, sembrerebbe quasi un’autostrada messa lì apposta, per collegare il mare alla montagna. Giri lo sguardo a valle e la distesa d’acqua si perde fino a confondersi col cielo, subito dopo lo volgi a monte e i colori cambiano rapidamente, diventano quelli della macchia mediterranea, dei boschi di querce e di castagni, della roccia granitica e della ginestra. Poi, se guardi attentamente, vedi, incastonate tra quei colori, anche le case, che stanno lì da centinaia di anni come un accento sulla storia. Penso allora che l’Aspromonte greco sia davvero un microcosmo complesso, con un passato fatto di fatiche, di sofferenze, di inverni freddi, e di volti segnati e arsi dal sole, un presente in chiaroscuro e un futuro che pochi vogliono scrivere veramente e molti sembrano già avere decifrato. Il chiaroscuro è quello di una Calabria contadina ormai scomparsa, pezzo da museo all’aperto, con i suoi profumi, la sua gente, i suoi ritmi sempre uguali, cartoline ingiallite dal

tempo, vittime di una società protagonista, nell’ultimo trentennio, di un’accelerazione impressionante che nel suo incedere ha travolto tutto e tutti senza rispetto. Continuo a guidare con gli occhi che puntano la carreggiata, ma in realtà e come se fossero chiusi. Ho trovato l’interruttore che cercavo e torno per un attimo bambino a ripercorrere quelle stesse strade e per un bambino, si sa, il concetto spazio temporale è assai dilatato: quando sei piccolo vedi tutto molto più grande. Guardo quei tornanti e ricordo la

Nonostante giocassimo ancora a nuciddi, rrumbula e campanaru, la mia montagna era davvero altra cosa

prima volta che salii sull’Aspromonte, un viaggio tra strade sterrate, strette e polverose, segnate da una serie interminabile di curve che più avanzavi più sembravano ripide. Non era il solito Aspromonte quello che osservavo col naso spiaccicato sul finestrino, provavo una sensazione strana, quella era una montagna che non avevo mai visto, continuavo a ripetermi che l’Aspromonte non era quello, non ci poteva essere montagna da dove non si vedesse la rupe del castello o il Passo della Zzita. Così, nel 1981, tra polvere e odore di mandrie allo stato brado, imparai che c’era un altro Aspromonte a due passi da casa, c’erano altre facce, c’era un dialetto quasi uguale al nostro, c’era una vita che pulsava su quelle montagne che da lontano sembravano ricovero per lupi e mandrie, scoiattoli e cinghiali e invece erano piene di gente, tanta gente la cui personale storia iniziava e finiva proprio su quelle alture.

Guardando quei paesaggi, che oggi mi tornano alla mente come nitidissime istantanee di una Polaroid, pensavo che l’Aspromonte che avevo conosciuto fino ad allora era un’altra storia: era evoluto, senza quella polvere fastidiosa che ti entrava fin dentro l’anima. Da noi le strade erano tutte asfaltate, le case in cemento armato si alternavano a quelle in pietra, e c’erano le televisioni a colori, le feste in piazza e la squadra di calcio locale ad accendere le domeniche, anche quelle più buie, anche quelle sotto la nebbia. Nonostante i colori ancora sfocati del nuovo decennio che salutava quello precedente con un importante carico di aspettative, nonostante gli asini, quelli a quattro zampe, passassero ancora davanti casa mia annunciandomi con un tonfo sordo di zoccoli l’arrivo della neve, nonostante ancora giocassimo a nuciddi, rrumbula e campanaru, il mio Aspromonte era davvero un’altra cosa. In quella montagna che stavo appena scoprendo, i ritmi erano ancora quelli di trent’anni prima. Mentre Roghudi e la sua frazione Ghòrio avevano sperimentato in anticipo, ormai da qualche anno, le avvisaglie del cambiamento, sradicati di netto da un’alluvione che ne aveva decretato lo sgombero, centri come Roccaforte, Gallicianò, Condofuri con le sue popolose frazioni e sull’altro versante anche San Lorenzo, rimanevano densamente popolati. Negli ultimi anni, proprio come in questa domenica di fine autunno, passo e ripasso spesso da quei luoghi, l’asfalto è arrivato dappertutto, ormai da tanto tempo, e la polvere non è più un problema. Mi fermo, apro il finestrino e chiudo gli occhi, d’un tratto la solitudine e l’abbandono scompaiono e riaffiorano alla mente quelle facce, risento nelle orecchie quei rumori, gli schiamazzi dei bambini, le massaie che si chiamano dai balconi, lo scampanio dei collari delle mucche, inspiro profondamente e mi sembra di risentire su per il naso l’odore della terra bagnata e dello sterco di capra, ma anche

quello del rosmarino e del basilico in bella mostra nei vasi di terracotta davanti alle case. Se continuo a tenere gli occhi chiusi, sento che quelle immagini non sono mai andate via. Oggi quell’Aspromonte, che nel tempo ho imparato a sentire mio, lo vivo in modo diverso, gli echi sono sempre più lontani, niente più rrumbula e nuciddi. Guardo l’orologio, si avvicina l’ora di pranzo e riprendo la discesa, pensando che tutto sommato, forse, doveva andare così, cambiano le esigenze, cambiano le velocità, cambia la società e quelle

Mi sembra di risentire, su per il naso, l’odore della terra bagnata e dello sterco di capra, e quello del basilico e del rosmarino

montagne, pur rimanendo sempre uguali, sembrano stare a tutti sempre più strette. Il villaggio globale è metafora dell’abbattimento delle distanze, l’equazione è semplice, in un mondo che non può e non vuole rimanere isolato, non c’è più spazio per sognare una vita su questi monti. Qualche anno addietro, nel 2006, un manipolo di amministratori sognava una via di collegamento veloce da sviluppare lungo quel nastro d’argento che collega la montagna al mare. Un giorno li vidi salire con architetti e geologi al seguito. Qualcuno di loro, fermandosi a salutarmi, mi disse «Stiamo andando a fare un sopralluogo, l’idea è quella di collegare l’Aspromonte al mare in soli 10 minuti, con un percorso diritto lungo il corso della fiumara». Mi si stampò un sorriso in faccia, lo stesso che ho in questo momento, forse perché intravidi di colpo, in quella ipotesi davvero suggestiva e bizzarra, una speranza per rivivere le emozioni di tanti anni prima.


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Aspromonte settentrionale

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LA STORIA DI PIMINORO

La corrente elettrica

di FRANCESCO BARILLARO

Santa Cristina d’Aspromonte, il difficile rapporto tra vicini

Il conteso albero

DELLE NESPOLE

Don Giannino è geloso dei frutti del suo giardino, ma è obbligato a spartirli con lo spietato Carmelo di GIUSEPPE GANGEMI*

L’

S

ignificativa è la storia, a Piminoro, dell’arrivo della corrente elettrica, all’inizio degli anni Trenta del secolo scorso. La costruzione di una centrale elettrica denominata “Società Elettrica Industriale - Paolo Monteleone”, in località Serro a monte della frazione Messignadi con sede a Oppido, illuminò i paesi di Oppido, Tresilico, Messignadi e Varapodio, a partire dal 1907. La vicinanza di Piminoro alla centrale elettrica allettava le speranze degli abitanti, fiduciosi che anche il proprio paese avrebbe usufruito della corrente elettrica. Le acque del torrente Jonà, a Piminoro chiamato Jumara di Coraco, che alimentava la centrale, scorrono tra i valloni di Puzzonaro e Spuria e hanno origine poco prima della località Due mari. All’inizio la portata di acqua è minima, ma lungo il tragitto tanti piccoli ruscelli vi confluiscono in un ambiente di primordiale bellezza. Il silenzio è infranto solo dalle dolci melodie dello scorrere dell’acqua limpida che forma piccoli e trasparenti laghetti. Uno di questi, il Gurnali di Casarda, nel vallone dell’Omo Morto, viene ricordato dai piminoresi grande e profondo. Più a valle, nel suo alveo, seguendo la sinuosità dei costoni, la corrente scava solchi profondi e prorompe in cascatelle, mentre brillano al sole pozze che si direbbero ridenti, incontaminate, che ancora non conoscono le brutture della foce. Per l’elettrificazione, Piminoro non rientrò nel progetto. Solo trenta anni più tardi gli esasperati appelli dei cittadini furono accolti dal podestà dell’epoca, sensibile al solo motto “con le buone maniere si ottiene tutto”. Nel luglio del 1925 iniziarono i lavori per la costruzione del sanatorio

Vittorio Emanuele III, sull’altopiano di Zervò alle pendici di monte Scorda (1569 m) e inaugurato il 29 ottobre del 1929, con una pomposa cerimonia, dal regime fascista. Il comune di Oppido ebbe l’onere di elettrificare l’opera. Gli abitanti del villaggio tirarono un sospiro di sollievo quando iniziarono i lavori di pianificazione della linea che passava vicinissima al paese (località Mulinari), per poi proseguire verso la montagna. Era, nella logica di tutti, prevedere che con una minima deviazione di pali e cavi, il paese avrebbe avuto, dopo quasi trenta anni rispetto agli altri, la tanto attesa corrente elettrica. Malgrado le proteste e gli appelli accorati dei prunarisi, anche questo sogno rimase tale. La luce illuminò a giorno i padiglioni del sanatorio e il paese rimase con quindici punti luce a petrolio, che nelle sere d’inverno venivano spenti dalle folate del Levante. Stanchi dalle promesse non mantenute dall’amministrazione di Oppido, alcuni esasperati volenterosi del paese, notte tempo tagliarono alcuni pali che reggevano i cavi della linea elettrica. E così le autorità del luogo recepirono il messaggio. La luce elettrica rischiarò i vicoli stretti e bui, sostituendo i mitici quindici punti a petrolio, tenuti spenti nelle notti di luna piena e finalmente una tenue, giallastra luce prodotta dalle lampadine economiche a 25 W (i calcoli della disperazione) illuminò le piccole casupole e le vie nelle lunghe e gelide sere d’inverno. La centrale, che Frascà definì “il sogno di tanti poveri illusi” (neanche in questa umile ed amara considerazione rientrarono i piminoresi), fu completamente distrutta dalla furia delle acque del torrente Jonà nell’alluvione del 16-18 ottobre del 1951.

info 393/9045353 0964/992014

albero della casa davanti a don Giannino si era adagiato fino a poggiare il suo tronco sull’orto e sulla piccola abitazione di fianco. Colpa dei forti venti, ma anche di una fragilità delle radici che poggiavano sul ciglio di una rasula e, quindi, avevano sempre avuto uno scarso appoggio su un lato. Lo salvava dal caminetto, nobile destinazione una volta tagliato in ceppi, il fatto che continuasse a fare frutti. Nespole gustosissime apprezzate da tutti: dal vicino don Carmelo che entrava dal suo orto, appoggiava una scala alla propria casa e si serviva dei frutti dell’albero; dai ragazzi che entravano nell’orto di compare Carmelo, dalla parte da cui don Giannino non poteva vederli, salivano sul tronco piegato quasi orizzontale e si riempivano i fazzoletti; dagli sfaccendati del bar che, per qualche lira, e per fargli dispetto, mandavano i ragazzi a prendere le nespole per loro. Non c’era anno che non scoppiasse una grossa litigata tra vicini, con qualche genitore dei ragazzi o con i compaesani al bar. E dopo ogni litigata, Giannino finiva per urlare: «Maledetto vento e maledette radici». Quella maledizioni delle radici gli sfuggiva sempre e doveva rimangiarsela. «Benedette radici! Benedette radici!» Come se l’albero avesse orecchie e si potesse “inalberare” per la sua maledizione. L’avvocato a cui si era rivolto lo aveva lasciato deluso. «Lei mi dice che entrano i vicini e la derubano stando dal proprio orto e che i ragazzi entrano dall’altra parte della casa. Mi sa che c’è poco da fare. Il rischio che voi perdiate la causa è molto alto. E se la vinciamo la causa e viene loro intimato di non toccare le nespole, possono anche chiedervi di abbattere l’albero per tutta la parte che è dentro il loro orto» «Possono?» «Possono! Ne hanno diritto. Vi conviene mettervi d’accordo!». Don Giannino uscì incavolato nero dall’abitazione dell’avvocato. Anche perché quello si era fatto pagare e lui ci aveva rimesso dei soldi.

«Bel consiglio che mi ha dato! Lo stesso che da anni mi danno mia moglie e i miei figli. E non sanno niente di leggi. E che faccio? Pago anche loro per questo bel consiglio?». Rimuginava mentre tornava a casa: «Io non vado da un avvocato per farmi dare consigli di buonsenso. Vado da un avvocato perché conosce la legge e mi può aiutare a fare la guerra e a vincerla. Anche un avvocato pacifista mi doveva capitare.

dei suoi nervi. Innanzitutto per il modo in cui il vicino scacciava i ragazzi che volevano entrare nel suo orto e avvicinarsi, come da tradizione, alle nespole. Urlava forte, per farsi sentire da tutti e soprattutto da don Giannino: «Andate via! Non tornate più o sono guai! Metà di quell’albero e di quei frutti sono miei!». Quindi perché compare Carmelo, quando metteva nel suo piatto le nespole della sua metà dell’albero, si affacciava alla finestra per farsi vedere da don Giannino. Se ne otteneva l’attenzione, faceva dei gesti come per magnificarne il colore e le forme delle nespole, altri come per magnificarne il gusto e la maturità. E solo dopo questo rito, le mangiava. Lentamente. E se don Giannino non dava sazio e teneva la finestra chiusa, chiamava accanto a sé il figlio più piccolo. Gli consegnava un nocciolo di un frutto appena mangiato. Questi lo poneva tra il pollice e il medio e schioccava il medio lanciando il nocciolo verso la finestra. Aveva una mira perfetta e colpiva sempre. Don Giannino sentiva il ticchettio dei noccioli, gli saliva il sangue alla testa e ricominciava a maledire le radici dell’albero per poi pentirsene subito dopo.

Frutti gustosissimi apprezzati da tutti: dal vicino terribile, dai ragazzi che salivano sul tronco quasi orizzontale e si riempivano i fazzoletti, dagli sfaccendati del bar che, per fargli dispetto, mandavano i più piccoli a rubarli Ma, se mi consigli da pacifista, perché ti devi far pagare?». Poi pensava che quello si era fatto pagare e concludeva: «Pacifista e disonesto!». Alla fine dovette accordarsi. Quando le nespole erano da raccogliere, appoggiavano la scala al tetto della casa e salivano su questa per arrivare ai frutti. Poi dividevano in parti uguali. I vantaggi don Giannino li aveva visti subito: minore fatica; più frutti raccolti perché prima era costretto a poggiare la scala sul tronco e poteva sporgersi poco, adesso con la scala messa anche nell’orto del vicino. Ai ragazzini era diventato difficile accedere ai frutti perché compare Carmelo lo aveva proibito e controllava che non avvenissero ingressi indesiderati nel suo orto. Era finito che don Giannino ci aveva guadagnato in quantità di frutti. Ci stava, però, rimettendo nella salute

*

Università di Padova Docente di Scienza dell’Amministrazione E-mail

giuseppe.gangemi@unipd.it


Aspromonte settentrionale

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Delianuova. Nonostante la povertà si giocava, bambini e uomini, in quell’unico ritrovo: la piazza

Gli anziani e le scommesse di mastru

SAVERIU ‘U ‘NCCINNIRATU

U zzù Brunu, Pascali a massara, ‘Ntoni Favasuli, Pascali Colatrìa stavano pronti al bar, con un mazzo di carte, per sfidarsi a briscola e tressette. Tra incovenienti e storie di paese di PASQUALINO MARCIANÓ*

S

corrono sullo schermo della memoria luoghi, volti, parole ed immagini che hanno accompagnato la mia infanzia ed ora popolano i miei ricordi. Il tempo è quello del primo dopoguerra, attraversato da eccessive paure, incubi ricorrenti e timide speranze [...]. Ogni gruppo aveva i propri spazi, le proprie leggi e praticava i propri giuochi. Noi eravamo i piccoli, gli altri i grandi; gruppo a parte formavano disoccupati permanenti, reduci malandati ed anziani in genere. Quest’ultimi, specie d’estate, si riunivano nei vicoli davanti alle porte di casa per prendere il fresco e contendersi, a briscola o tressette, la bellezza di una mezza lira. Eccoli, seduti tranquilli (ad inizio partita) davanti alla porta du zzù Brunu, di fronte alla pescheria, come i cavalieri della Tavola Rotonda, intorno a Re Artù. Povero caro zzù Brunu! Stava certamente più a suo agio seduto, perché in piedi o in cammino doveva fare uso di un paio di bastoni per garantire equilibrio alle arcuate gambe che si trovava. EPPURE, quando accarezzava i mustacchi spioventi, assumeva l’espressione di un bambino. E c’era pure Pascali a massara, bianco di pelo e orbo d’un occhio. Quest’ultimo, però, gli procurava seri guai nel corso della briscola: il suo compagno, dimenticato l’handicap, convinto che il vecchio Pascali possedesse tra le carte il tre di briscola, orientava la sua giocata su tale

IL RITRATTO

infondata certezza. E la partita andava regolarmente perduta, al borbottio di qualche “madonna e signuri mortu”. Soci del club erano ‘Notni Favasuli e Pascali Colatrìa, mani ruvide e volto bruciato dal sole di Mojo. Di tanto in tanto compariva, ingenua e sorridente, la sagoma segaligna di mastru Saveriu ‘u ‘ncinnaratu, un buontempone con l’innata mania di spararle più grosse du’ bruttu i Sant’Anna, fiero di avventure vissute personalmente nell’infuocato deserto d’Algeria, dove, peraltro, poteva contare su amicizia importanti in alto loco, ivi compreso il cordiale rapporto con lo stesso generale De Gaulle di cui sarebbe stato il fedele scudiero. TANT’É CHE una mattina, mentre il solito gruppetto sedeva sui gradini della chiesetta, dedito al quotidiano dibattito, tra i tanti argomenti in agenda, il discorso cadde proprio sulla figura del Generale. Mastru Saveriu, alla pronuncia di tanto nome, ebbe l’ardire di affermare: «Volete sapere com’è fatto il Generale? Guardate me e vedrete De Gaulle». Il gesto e le parole furono sottolineati da un incrociarsi di complici occhiate e mezzi eloquenti sorrisi. Ma il colmo delle fantasiose trovate fu raggiunto quando, durante l’ennesima disquisizione di botanica generale (orti, ortaggi, piante e frutti), mastru Saveriu lanciò una sfida a tutta la brigata, pronto a scommet-

tere anche una grossa cifra. Il poveretto! Di grosso, in giro, c’era solo la sua balla. «Fra qualche anno - disse - io sarò in grado di mangiare le ciliegie pietrariche, standomene comodo a letto». La sfida fu accolta e si stabilì la cifra della scommessa con una seriosa stretta di mano. LA DOMENICA successiva, all’ora della messa, perché più gente lo potesse notare, mastru Saveriu compare a bordo della storica ape da cui preleva due innocenti piantine di ciliegio con tanto di radici sporgenti dalla nera zolla. Scava due buche tra il muro esterno di casa e il ciglio della strada e, con gesto religioso e solenne, depone i due virgulti dentro i buschi corrispondenti ai lati della finestra della camera da letto. Le pie donne, uscendo di chiesa e rese edotte della scommessa, stupite e dubbiose abbozzavano un segno di croce, bisbigliando all’orecchio della vicina comare: «Se nu jurnu sti cerasi vennu fora, allura è nu veru miraculu, se no mastru Saveriu è tuttu pacciu». Per qualche tempo le due piante crebbero, anche se pallide, rachitiche e malaticce. Arrivarono fin sotto la finestra. Ma nessuno ebbe la gioia di veder realizzato il sogno impossibile. Mentre giocavo col capriccioso zampillo della vicina fontana, ammiravo spesso le corse infinite di tenere lucertole, ubriache di sole, lungo la secca corteccia di due piante dalle ciliegie mai nate. *tratto dal libro Schegge di vissuto

I mulattieri di Pedavoli

N

ei dintorni di Pedavoli si aggiravano i mulattieri di razza: gente forte, muscolosa, volitiva e fedele custode dei segreti del proprio mestiere come le consorterie medievali ai tempi di Dante Alighieri. Si alzavano alle prime luci. Percorrevano, al seguito di musi ed asini, sentieri impervi lungo gli accidentati costoni della montagna o attraversavano le vie sterrate della pianura, trasportando la più varia mercanzia. Le bestie conoscevano vie e viottoli come i padroni le loro tasche. Costituivano la componente più dinamica dell’economia paesana. Si chiamavano Pupi, Mbulica, Gelunardi, Catalanu, Miccellè. I mulattieri di Pedavoli amavano e custodivano le loro bestie con quella cura e quel calore umano da fare invidia agli esaltati animalisti dei nostri giorni. Non posso dimenticare con

quanta passione mio padre praticava questo mestiere e con quale competenza affrontava anche le più impreviste evenienze. Quando s’avvicinava all’amato quadrupede s’illuminava di una luce particolare, come fosse davanti ad una persona cara: una carezza sulla schiena, un’occhiata di rito alla bocca per dedurne l’età e parole sussurrate che il nostro vocabolario più non contempla. Ricordo perfettamente con quali dolorosi accenti egli rievocava la morte del muletto storno, il più bello e gagliardo dei dintorni, dopo essere precipitato lungo la maledetta scarpata di Còtripa; ed imprecava anche contro la sbiadita effigie della Madonna di Polsi, là posta sin dal lontano 1737 per vigilare sui viandanti, muli compresi. Ma, nell’occasione, fu insensibile e distratta. Quel mattino insieme al muletto anche la sua anima rovinò.

Il pomeriggio, però, era quasi sempre dedicato a qualche ora di riposo e tutto il resto allo svago preferito dentro le cantine. Nello spazio di pochi metri, sorgevano ben quattro di questi ritrovi: da Mastru Rroccu u Coculu, da Mastru Paulinu u Mascularu, da Cummari Natala e da Peppinuzzu u longu. Frequentavano quotidianamente quella di Peppinuzzu u longu, sia perché ubicata nelle vicinanze delle loro case, sia perché il cantiniere, gigante buono, si distingueva per la signorilità del tratto e la squisita corretta di comportamento. Scaltro nel commercio, oltre a vendere vino, sapeva offrire sincera amicizia, generosità e solida fedeltà. Dentro la frescura di quel “bassu” i bicchieri tintinnavano a ritmo crescente e il vino di Terra Mala scivolava nella gola come i versi a rima baciata di compare ‘Ntoni ‘mpiccica. P. M.


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inAspromonte Dicembre 2014

Tra i boschi d’Aspromonte Lametia Terme, 7 dicembre 2014

Lettera al Santo Padre

«Anche quest’anno un grande abete, proveniente dai boschi della Calabria, campeggerà in piazza S. Pietro come albero di Natale»

Abete bianco. Foto di Francesco Bevilacqua

Santo Padre, quest’anno, per la seconda volta in poco tempo, un grande abete bianco (Abies alba) proveniente dai boschi della Calabria, campeggerà in Piazza San Pietro come albero di Natale. La stampa ne ha dato ampia notizia. La volta precedente fu nel 2006. L’abete odierno, appartenente ad una specie pregiata e tipica dell’Appennino, proviene dal Parco Regionale delle Serre e pare sia alto ben 25 metri. La sua età si aggira intorno ai trecento anni. Quello del 2006 era un albero della stessa specie, ma proveniente, invece, dal Parco Nazionale della Sila ed era ancor più alto e vetusto. Nella precedente occasione scrissi all’allora Papa Benedetto XVI, per conto di cinque grandi associazioni calabresi: il W.W.F. Fondo Mondiale per la Natura, Italia Nostra, il Club Alpino Italiano, il Fondo per l’Ambiente e la Fondazione Napoli Novantanove. Non c’è tempo, questa volta, per raccogliere l’adesione di quelle e magari di altre associazioni, ma so che quanto sto per dirLe, è condiviso da molti. Chiedevamo, allora, al Suo predecessore di mettere fine al sacrificio annuale di una conifera secolare proveniente da varie parti del mondo per farne un albero di Natale in Piazza San Pietro. Comprendevamo e comprendiamo il desiderio di tante Nazioni, Regioni, Province di fare un dono al Papa, che, una volta posto in Piazza San Pietro abbia visibilità universale. Ma non capiamo come sia possibile che ancora oggi, pur dinanzi alla grande

sensibilità dimostrata dall’opinione pubblica e dalla Chiesa verso i problemi dell’ambiente (cosa della quale ringraziamo affettuosamente proprio Lei, Santo Padre, che porta il nome di un Santo che fu il più grande propugnatore della riconciliazione tra l’uomo ed il creato, e che tanti messaggi importanti ha già lanciato in questa direzione), si perpetui l’usanza di addobbare la piazza più importante della Cristianità con un albero morto, abbattuto in luoghi dove esso viveva in tutta la sua bellezza e maestà. Per di più, nei casi riguardanti la Calabria, in aree protette come i parchi delle Serre e della Sila, dove la natura dovrebbe essere rigorosamente protetta. Le Serre, in particolare, sono sede di una Certosa, quella di Serra San Bruno, fondata da San Bruno di Colonia, visitata sia da Papa Giovanni Paolo II che da Papa Benedetto XVI. Proprio San Bruno, tra il 1095 ed il 1096, descrisse la natura delle Serre in una lettera al confratello Rodolfo, con toni immaginifici: «Abito un eremo abbastanza lontano d’ogni parte dall’abitazione di uomini; cosa potrei dire, degno della sua amenità, clima e felicità, o della pianura ampia e bella, distesa in lungo tra i monti, dove sono prati verdeggianti e floridi pascoli? O chi potrà significare sufficientemente la veduta dei colli che da ogni parte s’innalzano dolcemente e il rifugio delle fresche valli con l’amabile abbondanza di fiumi, ruscelli, fonti? Ma perché indugiare a lungo su tali cose? Altri, certamente, sono i piaceri dell’uomo saggio, di gran lunga più gradevoli e più utili, poiché

divini. Ma tuttavia l’animo, troppo debole, affaticato da una disciplina troppo rigida e dalle applicazioni spirituali, molto spesso con queste cose si risolleva e respira. Se, infatti, l’arco è continuamente teso, si allenta e diviene meno atto al suo compito. Quanta utilità e gioia divina rechino la solitudine e il silenzio dell’eremo a coloro che li amano, lo sanno solamente quelli che ne hanno esperienza. Qui, per gli uomini stanchi è possibile che ciascuno ritorni in sé e coltivi sollecitamente i germi delle virtù e goda in letizia dei frutti del Paradiso. Qui è conquistato quell’occhio, per il cui sereno intuito lo sposo è preso dall’amore con il quale mondo e puro si contempla Dio». Nel 2006 proponemmo al Papa che, dopo le feste, l’abete proveniente dal Parco Nazionale della Sila non venisse distrutto o rottamato, ma che il suo tronco e i suoi rami, opportunamente lavorati e trattati, servissero per creare una struttura artificiale da usare ogni anno come albero di Natale in Piazza San Pietro senza consentire altri inutili sacrifici di grandi conifere, né in Calabria né altrove. Le rinnovo quella richiesta sperando che essa trovi finalmente accoglimento: questo ulteriore, bellissimo abete proveniente dalla Calabria non venga distrutto e serva per lo scopo già allora auspicato. Sarebbe una piccola azione simbolica che, se ben comunicata, potrebbe avere un notevole valore educativo. Con tanto affetto, tanta gratitudine, tanta devozione. Francesco Bevilacqua


Tra i boschi d’Aspromonte

D

omenica, montagna. Parto in auto da San Luca alle 6.50, senza avere in mente una meta precisa, dirigendomi verso i monti. Il sole è sorto da poco e trasforma i rivoli del torrente Bonamico in un intreccio di piste d’oro che si gettano in mare. Pochi chilometri e il paese è alle spalle, ingoiato dalla valle ed ormai invisibile. Dopo alcuni tornanti la strada si affaccia nella parte bassa della Valle delle Grandi Pietre: Pietra di Febo, Pietra Castello e Pietra Longa si mostrano maestose, illuminate dalla calda luce mattutina. Il Montalto, sornione, è sullo sfondo, ammantato dalla sua veste rosso cremisi, con tinte azzurre e verde scuro, caratteristica del finire dell’autunno. Salendo ancora, la strada giunge ad un affaccio panoramico, nel quale Pietra Cappa è padrona assoluta. Fermo la macchina e scendo ad osservarla. Il fragore del torrente Salice si sente da quassù. Il dado è tratto: la mia meta sarà la Regina d’Aspromonte! HO SEMPRE FOTOGRAFATO Pietra Cappa da lontano, per lo più dal versante sud oppure dalla sommità di Pietra Castello o di Pietra di Febo - luoghi eccezionali e densi di fascino atavico - ma non mi ero mai deciso a percorrere il sentiero che conduce alle sue pendici, preferendo destinazioni diverse. Ma la giornata è splendida e la foresta, a 700-800 metri di altitudine sul versante orientale della Calabria, è ancora ricca di colori autunnali. Parcheggio l’auto al bivio con la carrareccia che, dopo circa quattro chilometri, conduce al monolite e inizio la camminata. Dopo pochi tornanti lascio la strada, che mi annoia un poco, e mi immergo nella lecceta. Non conosco la zona, ma orientandomi incrocio la pista nro 103 del CAI, segnalata dai consueti indicatori rosso-bianco-rosso dipinti su tronchi e rocce. So che devo seguirla scendendo sulla sinistra, ma a destra, in alto, il sentiero preannuncia un poggio panoramico e la luce è bella. Salgo. Poco dopo sono su una selletta, con Pietra Longa sullo sfondo e un recinto sulla sinistra: il piccolo gregge di caprette si ferma ad osservarmi ed una di loro mi regala una fotografia. Scatto qualche foto e poi torno sui miei passi, seguendo la pista che, dopo una breve discesa tra lecci, querce e cespugli di corbezzoli, si ricongiunge con la carrareccia verso Pietra Cappa. In quel tratto il greto di un torrente (che poi si congiungerà al Salice, scendendo verso San Luca) scorre vicino alla stradella e proprio sopra gli argini si possono osservare tre castagni secolari. IL PRIMO APPARE in uno slargo della strada. Le radici sono ancorate alla parete verticale dell’argine; il tronco, enorme, fa una curva verso l’alto per poi separarsi in due distinti rami portanti la chioma. Poco più avanti, sempre sulla destra della strada sopra il torrente, il secondo castagno è seminascosto dalla vegetazione. La parte alta del tronco è ricoperta di edera selvatica ed uno dei possenti rami maggiori, divelto dalle intemperie, è trattenuto dalla caduta al suolo da un grosso leccio vicino. Il tronco è enorme, in parte ricoperto di muschio. La corteccia è spessa e corrugata da profondi solchi. Lo accarezzo e gli chiedo se non si annoi a star lì da secoli e secoli. Lui mi risponde di no, perché vacche, torelli e maiali neri lo vanno a trovare; questi ultimi, poi, vanno matti per le castagne! Il terzo è maestoso e regale. Il tronco alla base ha diametro notevole, con una caratteristica apertura a tenda di indiano, nella quale potrebbero stare in piedi quattro o cinque persone. Stare al cospetto di questi monumentali esseri viventi è come affacciarsi alla finestra della storia. Sono sopravvissuti a terremoti, inondazioni,

disboscamento. Hanno visto cambiare il mondo in un modo precluso all’essere umano, la cui vita non è che un battito di ciglia al confronto. Profondo è il rispetto. PROSEGUO IL CAMMINO dopo aver scattato diverse fotografie. Dopo aver lambito alcuni coltivi e recinti di animali, la strada si tuffa sul greto della fiumara Salice, che in quel tratto è particolarmente largo, e prosegue sulla sponda opposta, guadagnando nuovamente il bosco. Dopo alcuni tornanti in salita, uno dei quali letteralmente divorato da una frana e ricostituito in modo precario dagli abitanti locali, la pista arriva al cancello del casello San Giorgio. Da lì inizia la pista nro 124 del CAI che conduce alle pendici di Pietra Cappa, passando per un magnifico bosco di castagni. Le piante sono relativamente giovani, con qualche “vecchio saggio” che fa capolino ogni tanto. Dentro quel bosco l’Aspromonte cambia volto. Salvo alcune violente piogge, novembre è stato mite ed i castagni hanno potuto compiere gradualmente lo sfoltimento autunnale delle fronde. La foresta è di un dorato abbacinante, assomiglia alla Caverna delle meraviglie di Aladino, ma più preziosi sono i suoi tesori. I sensi sono ebbri: colori, odori, suoni: una cornacchia si libra in volo e percepisco nitidamente il fruscio del suo batter d’ali. E Pietra Cappa? Quasi avevo dimenticato il motivo per cui ero lì. Cerco di orientarmi, chiedendomi dove si trovi rispetto a me il monolite e quanto disti ancora. LA FORESTA NON É fitta in quel punto, anche per via di un altro torrentello che si frappone sul sentiero, ma non ci sono radure. Stavo per rinunciare ad individuare visivamente la Rupe quando, improvvisamente, mi rendo conto che quell’enorme

L’accarezzo e gli chiedo se non si annoi a star lì da secoli. Lui mi risponde di no, perché vacche, torelli e maiali lo vanno a trovare

presenza incombente, in leggera lontananza dietro le fronde degli alberi che si staglia contro il cielo è proprio Lei! La Regina d’Aspromonte è immensa e lo si capisce già osservandola anche da grande distanza. Ma è solo quando ti avvicini alle sue pendici che ti rendi davvero conto di quanto sia ciclopica. Si erge dal fitto del bosco, come se fosse stata poggiata lì da un mostruoso gigante, e incombe sempre di più ad ogni passo. Il sentiero conduce direttamente alle falde del versante sud, raggiungendo dapprima una piccola radura erbosa, posta direttamente sotto la parete che si innalza verticalmente per diverse centinaia di metri (Pietra Cappa misura 829 metri s.l.m.), per poi giungere ad una sella tra il monolite principale ed un secondo più piccolo (ma ugualmente imponente) posto lato mare. Da lì la vista spazia verso Natile e Platì, ma raggiunge ben presto Ciminà e monte Tre Pizzi. Guardando in quella direzione, sulla sinistra rimane il crinale aspromontano dei Due Mari, sul quale si trovano l’altipiano dello Zomaro, Zervò, contrada Moleti e, subito dall’altro lato, Santa Cristina e Oppido Mamertina. La vista che si domina da quassù è tra le più entusiasmanti dell’intero Aspromonte.

inAspromonte Dicembre 2014

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S. Luca, sulla via delle Grandi pietre in cerca della Regina

23 novembre 2014

PIETRA CAPPA

NEL RIPRENDERE LA VIA del ritorno mi soffermo in un punto del sentiero, poco prima di raggiungere Pietra Cappa, che avevo individuato all’andata. Avevo ipotizzato che, abbandonando la pista e salendo sulla sinistra (la destra al ritorno), avrei raggiunto un punto sopraelevato che poteva offrire una vista complessiva sulla Rupe. In effetti, non solo avevo ragione, ma poco più in alto del sentiero da me battuto all’andata ve n’è un secondo, sul quale sorge un piccolo rifugio in legno e pietra, in buone condizioni, che funge da crocevia con un’altra pista che conduce a Natile. Percorrendola si arriva subito ad uno slargo sul quale la parete nord-ovest si offre senza ostacoli alla vista. Peccato soltanto che la luce non sia delle migliori per le fotografie: è mezzogiorno passato e il cielo è di un bianco lattiginoso. Un’ora e mezza ho impiegato per tornare alla macchina, quasi la metà del tempo dell’andata, in gran parte trascorso a fotografare le infinite meraviglie naturalistiche incontrate per la via. Come spesso accade, lo scopo del viaggio non è la meta, bensì il viaggio stesso. Andare a Pietra Cappa non significa soltanto visitare uno dei luoghi più singolari e identitari dell’Aspromonte, ma anche e soprattutto immergersi in una delle più belle foreste del nostro massiccio, dove querce di rovere giganti, castagni secolari, lecci imponenti, pioppi, aceri, pini e molte altre varietà di piante trovano asilo. Significa sentirsi parte della storia dei popoli calabresi, perpetrata dai coltivi curati e dagli allevamenti totalmente tradizionali e naturali. Significa, in definitiva, trascorrere almeno cinque o sei ore in una natura esplosiva e rigogliosa, con tracce dell’uomo nella giusta misura e con un posto in prima fila su una parte importante del paesaggio montano calabrese, che è possibile apprezzare con rara completezza per i sensi e per lo spirito.

Servizio e foto

di GIANCARLO PARISI


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Tra i boschi d’Aspromonte

inAspromonte Dicembre 2014

IL RACCONTO

Piante commestibili. Dalla cucina agli usi cosmetici, i mille volti della natura

Vento di

Tramontana di Antonio Perri

N

ell’interno aspromontano, la prima altura che spicca nella montagna è il massiccio di Pietra Cappa, una roccia alta e spigolosa dalla forma semiovoidale. Là sotto, a circa un centinaio di metri dal massiccio, portava a pascolare le sue bestie, pecore e buoi, il giovanissimo Gianluca Terizzi, che aveva sì e no dieci anni, per aiutare il padre Giorgio che viveva a San Luca, dove arava e seminava il suo piccolo podere. Quando era a casa, Gianluca prendeva anche lui la zappa e si dava da fare zappando la terra per prepararla alla semina di pomodori, melanzane, patate e ortaggi vari: ma quello che affascinava di più il bambino era la fattura del pane. La notte si alzava e stava per ore a guardare la madre che impastava la farina di grano e quella di farro, ogni buona casa contadina aveva il suo forno a legna, poi seguiva la cottura dell’impasto che diventava pane e si portava quel profumo del pane appena fatto nelle sue uscite con le bestie. Un giorno gli arrivò, mentre era fuori, la notizia che il padre Giorgio stava morendo, ebbe solo il tempo di arrivare a casa e vederlo esalare l’ultimo respiro. Si presentò per la madre il problema di allevarlo da sola, così familiari, zii e nipoti, si riunirono e, dopo vari pareri, stabilirono che il ragazzo doveva andare con lo zio paterno Alberto, perché la madre non ce la poteva fare a badare a lui. Gianluca era doppiamente triste, per la morte del padre e per il distacco dalla madre. Non si spiegava quella separazione, era arrabbiato con tutti, ma ciononostante si avviò con lo zio verso Platì, dove lo zio dimorava. Lo zio, vedendo l’animo del nip ote in ambascie, si sedette su una roccia e invitò Gianluca a fare altrettanto. Scendeva la sera, e la Tramontana della montagna spazzava le alture. Alberto esordì «Lo senti questo vento, è il respiro del Padreterno. Durante il giorno c’è la pioggia, il fumo dei fuochi che si accendono, l’umidità e il caldo, ma al buon Dio non gliene frega. Lui alza la Tramontana che purifica l’aria e spazza tutte le sporcizie della terra. Dopo della Tramontana senti come si respira bene?! Così è per la morte di tuo padre e il distacco da tua madre. Primo o poi si alzerà la Tramontana e spazzerà tutto via nella tua vita». Gianluca pensò che la Tramontana, mentre lo zio parlava, si era portata via la sua infanzia. Aveva 14 anni, stava crescendo, bene o male, stava crescendo. Nello foto in alto a sinistra la diga sul Menta. Foto di Gianfranco Marino. Nella foto in alto a destra l’anfiteatro di Roccaforte del Greco. Foto di Bruno Criaco

Riconoscere e raccogliere

ERBE DI MONTAGNA

Borragine, erba porcellana, angelica, crescione, finocchio selvatico, cicoria e tarassaco furono a lungo i solo alimenti per gli aspromontani di LEO CRIACO

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É opportuno evitare la raccolta nei pressi di strade trafficate, siti inquinati, discariche

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L’officinale lo troviamo sulle bancherelle dei mercatini che si tengono nei paesi

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Hanno un sapore amarognolo e sono ricche di vitamine e sali minerali

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n Italia esistono circa 4 mila specie diverse di piante (erbacee, arbusti, alberi), poco meno della metà, sono presenti anche nei nostri territori. La stragrande maggioranza di queste è composta da piante erbacee. Le popolazioni aspromontane, da tempi lontani, raccolgono e consumano con gusto molte di queste erbe (borragine, erba porcellana, angelica, crescione, finocchio selvatico, cicoria, tarassaco ecc.) che crescono spontaneamente in ambienti ed altitudini diverse. Fino agli anni Cinquanta del secolo scorso, nei lunghi e tristi periodi di carestia, i nostri antenati si alimentavano principalmente con le suddette erbe, con frutta fresca e conservata (pere, fichi, sorbe, castagne, noci, mandorle, prugne, corbezzoli ecc.), e saltuariamente arricchivano la loro dieta con formaggi di capra e con i miseri raccolti di jermano, mais, cicerchie, fagioli ed altri ortaggi coltivati. L’apporto proteico, perciò, era demandato, quasi totalmente, ai soli alimenti vegetali, in quanto il consumo di carne era sporadico ed occasionale, anche perché, molti paesi, soprattutto dell’entroterra, erano carenti di macellerie e di animali da macellare, pertanto la carne arrivava sulle tavole soltanto quando i pastori “perdevano” qualche capo (bovino, ovino, suino) per cause accidentali (cadute, attacchi di lupi ecc.); in questi casi la carne veniva distribuita ai parenti, agli amici e ai vicini di casa. Tra le erbe summenzionate le più cercate e raccolte dalla nostra gente erano e sono la cicoria e il tarassaco. Prima di passare ad una breve descrizione di queste piante, raccomandiamo di evitare la raccolta in prossimità di discariche, strade trafficate e siti inquinati, perché le piante tendono ad assorbire e ad accumulare le sostanze nocive. Ricordiamo inoltre, che possono essere consu-

mate sia crude, in insalata da sole o miste ad altre verdure, che cotte. Le preparazioni culinarie in uso sono tante, quella tipica sono le erbe sartati ‘nta padeglia. Gli ingredienti utilizzati sono: 1 kg di cicoria e/o tarassaco, 2 spicchi di aglio, 1 peperoncino, 80-100 grammi di pane e formaggio grattugiato, olio di oliva. Le erbe una volta raccolte vanno lavate, pulite dalle impurità (fili d’erba, pagliuzze, ecc.) e sbollentate per circa 30-40 minuti. Terminata

La carne arrivava sulle tavole soltanto quando i pastori “perdevano” qualche capo per cause accidentali

questa operazione in una padella rosolate l’aglio e il peperoncino sminuzzati, aggiungete il pane e il formaggio grattugiato e, dopo qualche minuto, le erbe leggermente strizzate, mescolate bene, più volte, e lasciate cuocere a fuoco lento per circa 10-15 minuti. La cicoria (Cichorium intybus) è una pianta erbacea perenne, cresce spontanea nei pascoli e negli incolti erbosi fino a 800-1000 metri slm. Ha radice fittonante, foglie basali, riunite in rosetta, di forma e dimensioni varie. Ha fusto ramificato, alto circa 80-100 cm munito di foglie molto più piccole di quelle basali. I fiori sono di colore azzurrognolo. Numerose sono le varietà di cicoria selezionate e coltivate in Italia; le più apprezzate sono: la cicoria milanese, la puntarella, la catalogna e la cicoria

rossa di Treviso. La cicoria appartiene alla numerosa famiglia (più di 20 mila specie) delle Asteraceae (composite), fanno parte di questa famiglia la lattuga, il carciofo, la camomilla, il crisantemo, il tarassaco ecc. Al genere tarassaco appartengono due specie erbacee che per molti mesi dell’anno deliziano il nostro palato. Tra queste due piante, il tarassaco officinale (Taraxacum officinale) è quella più diffusa, vegeta negli stessi ambienti della cicoria e appartiene alla stessa famiglia. Ha fusto semplice, privo di foglie, con fiori di colore giallo. Le foglie basali, come nella cicoria, sono riunite a rosetta. Tra le verdure spontanee presenti nel nostro territorio è quella più utilizzata in cucina. L’officinale (nome locale: crapelliti) lo troviamo sulle bancherelle dei mercatini che settimanalmente si tengono nei nostri paesi. L’altro tarassaco (nome locale: marugliaci - cicoria i muntagna) è meno frequente dell’officinale, e vegeta a quote più alte, dai 400-500 metri fino a 1200-1400 metri slm, in ambienti differenti (pascoli montani, habitat rocciosi inerbati e nelle radure e ai margini dei boschi). Ha dimensioni maggiori ed è fornito di foglie molto sviluppate e carnose e per questo motivo è spesso utilizzato crudo, nelle insalate. Per raccogliere la cicoria e il tarassaco, si utilizza normalmente un coltello ben affilato e con la punta, e si recide la pianta sotto la rosetta. Sulla ferita prodotta, si forma un succo denso, detto lattice, di colore biancastro, costituito da grassi, cera, caucciù, tannini, enzimi, sali minerali ecc., che serve a proteggere la ferita dal disseccamento dei tessuti e da eventuali attacchi di muffe e insetti. Queste erbe hanno un sapore (piacevole) amaragnolo e sono ricche di vitamine e sali minerali. In erboristeria oltre alle foglie si utilizzano anche le radici.


Tra i boschi d’Aspromonte

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Roccaforte del Greco. Quando il sindaco Nucera scrisse al Governatore per la Diga sul Menta

CAFFÉ AL BAR DI NUNZIATO

Nonostante la città abbia concesso alla Regione il territorio dove oggi sorge l’ecomostro, non è mai esistito un piano di collegamento con la diga: né condotte di acqua né strade di GIANFRANCO MARINO

«

Andai a trovare l’allora primo cittadino, Ercole Nucera, alla ricerca di notizie utili Quel foglio in « bianco e nero era la fotografia di una situazione di forte marginalità anche « iOggi problemi sono cambiati, cresciuti per dimensioni e tematiche

Nello foto in alto a sinistra la diga sul Menta. Foto di Gianfranco Marino. Nella foto in alto a destra l’anfiteatro di Roccaforte del Greco. Foto di Bruno Criaco

L

e ginestre erano ancora di un giallo vivissimo, le pareti delle montagne ancora verdi, le mucche e le capre, quelle manco a dirlo, ti davano il benvenuto, più del cartello di ingresso al paese, arrugginito ai bordi e piegato dal tempo. Ero di casa a Roccaforte, a volte ci andavo direttamente attraversando le pinete dei Campi di Bova, quasi a non voler dare confidenza alla marina, quasi a voler rimarcare che quei percorsi erano roba nostra, questioni strettamente montane che non tutti possono capire. Altre volte invece, attirato dall’azzurro del mare nelle giornate più belle, seguivo un estenuante tragitto ad anello, scendendo in marina e poi risalendo, ora da monte Scafi ora da Melito Porto Salvo. Correva l’anno duemilasette ed era una fresca mattina del mese di giugno, quando, come accadeva spesso, andai a trovare l’allora primo cittadino di Roccaforte, Ercole Nucera, alla ricerca di notizie utili da pubblicare. Quella mattina, Ercole mi accolse gioviale come sempre, anche se, dopo il consueto caffè, al bar da Nunziato e prima di mettere mano ai fatti da analizzare, capii che la mattinata sarebbe stata lunga. «Vorrei proprio che il presidente della Regione Calabria mi spiegasse il motivo per cui il nostro comune è stato tenuto fuori da tutti i benefici derivanti dalla diga sul Menta, dimenticando, non si capisce come, che l’opera in questione ricade proprio sul territorio comunale di Roccaforte». L’argomento della giornata era abbastanza chiaro, la diga sul Menta era una annosa questione che in quell’inizio di estate, si ripropo-

neva puntuale, accentuata da una penuria d’acqua che preannunciava una stagione poco felice. Non aggiunsi altro se non un laconico «Ditemi tutto Sindaco, cos’è successo?» «Niente di nuovo Gianfranco, solite questioni, ora vi faccio leggere la lettera che ho scritto al Presidente della giunta regionale, perché la situazione è insopportabile e abbiamo di fronte un’estate torrida. Non è tollerabile che venga colonizzato un territorio da sempre penalizzato,

Migliorare il collegamento tra Roccaforte, la diga e Gambarie è una priorità, se si vuole garantire un futuro a quest’area emarginato e dimenticato dalle istituzioni, quasi fossimo appestati. Non si sa per quale motivo non è ancora iniziata la messa in posa delle condotte della galleria della diga, non sono stati appaltati i lotti per i lavori che dovranno portare l’acqua potabile a Reggio e negli altri comuni interessati, mentre il Comune di Reggio spende ingenti risorse economiche per l’approvvigionamento idrico. E ancora, perché, nonostante la diga ricada sul nostro territorio comunale non si sia mai neanche ipotizzata l’idea di collegare in modo decente il paese all’invaso, dunque

né acqua né strada. Migliorare il collegamento tra Roccaforte, la diga e Gambarie d’Aspromonte è una priorità, se si vuole veramente garantire a questo centro un futuro in chiave turistica. Il nostro comune ha bisogno della partecipazione di tutte le istituzioni per uscire da una situazione di abbandono in cui versa da anni. Una delle priorità, al momento è determinata dall’apertura di un tavolo di discussione con la Regione Calabria e con la Sorical per avviare un nuovo accordo di programma quadro». Stetti a guardare il sindaco senza aggiungere una parola, dopo un discorso veloce ma incisivo che metteva ancora una volta il dito nella piaga e soprattutto nelle pieghe di quei mali comuni a molti centri interni della provincia. Il giorno dopo uscii con un pezzo di spalla su un quotidiano locale, accanto alla foto del Sindaco c’era ovviamente quella della diga. Quel foglio in bianco e nero voleva essere, più che una lettera al Governatore, la fotografia di una situazione di forte marginalità, non solo geografica, ma anche e soprattutto umana e culturale. A distanza di qualche anno, le cose andarono diversamente rispetto a come auspicato dal Sindaco. Da allora abbiamo riparlato più volte con Ercole di quelle e di tante altre vicende, proprio come qualche giorno fa, a Reggio, in via Pio XI, dove lo incrocio per caso. Prediamo un caffè come sempre, non è quello che prendevamo da Nunziato, ma i discorsi, anche in un affollato e più anonimo bar del centro cittadino, suonano sempre uguali. Ercole non è più sindaco da un pezzo e, a dire il vero,

Roccaforte da un pezzo non ha neanche più sindaco, nulla è come prima per quel centro, neanche i problemi, anche quelli sono cambiati, cresciuti per dimensioni e tematiche, argomenti che parlano di abbandono, di resa, di rassegnazione. E la diga? Lei rimane là, tra paesaggi quasi alpestri, immobile da anni, ad alimentare le piene dell’Amendolea, scenario buono per servizi fotografici e punto di sosta obbligato per cercatori di funghi e per quanti, nella

E lei rimane là, ad alimentare le piene dell’Amendolea, scenario buono per servizi fotografici e per punto di sosta

stagione calda cercano refrigerio tra i boschi. Le questioni irrisolte rimangono tante, quanti sono i chilometri che separano Roccaforte dell’invaso, lungo un percorso accidentato che si inerpica ora ripido ora più dolce, passando a cavallo della frana Colella tra paesaggi lunari, resi ancora più irreali dal fuoco impietoso di qualche anno fa. Alla fine del caffè, la considerazione sorge spontanea: «Gianfranco, vi immaginate se avessero fatto quella benedetta strada verso la Diga, quella che predicavamo tanto?» «Immagino Professore, immagino e come! Oggi anche di più».


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La nostra storia

inAspromonte Dicembre 2014

PECORINO

F

ormaggio a media maturazione ottenuto da latte di pecora. Di forma cilindrica, ha la crosta rugosa con impressi i solchi del canestro dove viene lavorato e pressato. Ha colore bianco nei prodotti freschi, e ocra in quelli stagionati. Per questi ultimi i tempi di maturazione variano dai quattro agli otto mesi. Viene prodotto da marzo ad agosto.

CAPRINO

MUSULUPU

uesto formaggio è prodotto tutto l’anno ma in particolare nei mesi che vanno da dicembre a giugno, da latte crudo caprino di razza mista allevata allo stato brado su pascoli montani e collinari. Il sapore è leggero quando è fresco, forte tendente al piccante da stagionato, ed il profumo cambia con il variare delle stagioni e con la stagionatura.

ra i migliori formaggi tipici della provincia di Reggio Calabria, il musulupu è un tradizionale formaggio da tavola, di origine greco-albanese. Viene fatto solo su richiesta dai pastori del versante ionico reggino, nel periodo pasquale. Sulle facce sono evidenti i simboli appartenenti alla iconografia sacra ortodossa.

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dei

L’ARTE

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PASTORI

GLI ANTICHI MESTIERI FARE LA JUNCATA

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di MIMMO CATANZARITI

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L’ECCELLENZA DI CIMINÁ IL

Produzione del formaggio: i segreti della tradizione

IL CAGLIO, UN MIRACOLO

pastorizia fu la prima attività svolta dall’uomo dopo la caccia e la raccolta e prima della nascita dell’agricoltura. Utilizzando piccole greggi composte da pecore o capre, si produceva latte per un consumo esclusivamente familiare, infatti, a causa della facile deteriorabilità, il latte non poteva essere conservato per lunghi periodi. Più avanti si iniziò a conservarlo come bevanda acidificata per utilizzare le quantità in eccesso prodotte dalla mungitura; l’acidificazione ad opera della microflora microbica, infatti, è stata sicuramente la prima trasformazione del latte praticata nei tempi antichi e veniva usata per produrre bevande acide come il “Kumis”, citato da Erodoto e Senofonte, o come il “Kefir” progenitore dell’attuale yogurt.

LA PARTE GRASSA si trasforma in una massa di grumi, che è la base del formaggio, il cui nome è “cagliata”. Un composto che aumenta di consistenza fino a prendere la forma del contenitore. Il nome Juncata, usato ancora oggi in Aspromonte, viene dai canestri intrecciati con rami di giunco nei quali veniva messa in forma la cagliata. Alcuni storici hanno avallato l’ipotesi che l’uso dei cagli, in particolare quelli vegetali, risalga al tempo dei Sumeri. Questo antico popolo mediterraneo adoperava i fiori azzurri del carciofo, insieme con il latte, nei riti religiosi. A produrre la prima cagliata fu forse l’aggiunta di erbe per profumare e insaporire il latte; ancora oggi il fiore del cardo e quello del carciofo vengono usati come caglio, specialmente per i formaggi collinari e montani.

ARISTOTELE nel suo trattato Storia degli animali parla di formaggi, spiegando che il latte veniva fatto coagulare con lattice di fico, con fiori di cardo, o meglio con caglio o presame, ottenuto generalmente dallo stomaco dei capretti o degli agnelli lattanti. L’abomaso è l’organo che, nel complesso dello stomaco concamerato dei ruminanti, ne costituisce lo stomaco ghiandolare. Esso viene generalmente definito come il “vero” stomaco dei ruminanti. Il caglio è la sostanza acida tratta dall’abomaso dei ruminanti lattanti; esso, unito al latte, fa sì che avvenga il procedimento di trasformazione in cui le molecole della caseina determinano il coagulo del latte, mentre altri tipi di proteine, insieme agli zuccheri, rimangono in sospensione nel siero con cui si fa poi la ricotta.

IL CAGLIO VEGETALE permette la realizzazione di formaggi delicatissimi e molto digeribili. Anche Omero ne parla nell’Odissea, dove descrive il pastore/ciclope Polifemo, figlio di Nettuno, che nella propria grotta produceva le caciotte, coagulando il latte col succo di fico, essendo noto già da allora che anche il latte che secernono i fichi può essere usato come caglio. Un’altra leggenda narra che un pastore arabo, trasportando del latte attraverso il deserto all’interno di una bisaccia ricavata dallo stomaco di una pecora, osservò che questo era diventato un prodotto solido, opera probabilmente degli enzimi ancora presenti nello stomaco dell’animale che ne avevano favorito il processo di trasformazione. Oggi, la procedura dell’estrazione del caglio dagli animali lattanti, dopo la macella-

CACIOCAVALLO

É

un formaggio a pasta filata ottenuto per tutto l’anno, da latte vaccino intero crudo per il 90% e per il 5-10% da latte di capra. Il caciocavallo può essere consumato anche fresco, dopo una stagionatura di 2 o 3 giorni. É un formaggio molto antico (il Kaskaval è una pasta filata presente ancora oggi dalla Macedonia alle Isole dell’Egeo) e viene prodotto nel versante del basso Ionio reggino dell’Aspromonte, nel comune di Ciminà, nel comune di Antonimina e parte del territorio dei comuni di Platì, Ardore e S. Ilario dello Jonio.

Gallicianò. Foto di Enzo Penna zione, non è più diffusa come un tempo: resiste soltanto in alcuni paesi dell’entroterra aspromontano, presso comunità ristrette di pastori che allevano un numero limitato di animali. IL CAGLIO ANIMALE è facilmente reperibile in farmacia o nei caseifici nella forma di polvere, liquido, oppure in pasta. Esso contiene soprattutto due enzimi coagulanti: la chimosina e la pepsina, le cui quantità dipendono dall’età dell’animale e dal tipo di alimentazione. Se l’animale si è alimentato solo con il latte, le percentuali di chimosina risultano più alte. La preparazione e la conservazione

del caglio animale, facendo delle ricerche in diversi luoghi dell’Aspromonte, non varia di molto da paese a paese. A Platì e nei paesi vicini, l’abomaso dei capretti e degli agnelli si mette ad asciugare in un luogo ventilato per pochi giorni. Dopo circa 2/3 settimane si riempie di latte e si riappende per altre 2/3 settimane fino a farlo indurire, facendo attenzione che sia ancora malleabile. Quindi si taglia a pezzettini e si conserva in frigo dentro vasetti di vetro, aggiungendo dell’altro latte se il composto risulta ancora asciutto, per poi utilizzarlo al bisogno. IN ALTRI PAESI della fascia aspromontana, il metodo di conser-

vazione varia con l’aggiunta di altri elementi. Si frantuma, ad esempio, il contenuto dello stomaco dell’animale dopo averlo fatto essiccare, e lo si scioglie aggiungendo acqua e sale. Più si aggiunge sale e più il caglio si conserva a lungo, anche se non si deve eccedere nelle dosi, affinché la consistenza rimanga abbastanza liquida, e mai troppo densa. Fatto questo lo si pone in piccoli contenitori di vetro, con uno strato di olio sopra per far sì che la superficie non venga a contatto con l’aria, in modo da aumentarne i tempi di conservazione. Si usava spesso aggiungere, oltre al sale, del vino forte o aceto. (info tratte anche da brunelli.it)


La nostra storia

inAspromonte Dicembre 2014

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Il rito dei campanacci. La musica delle mandrie e il rapporto col tempo, con le stagioni, con la religione

I PASTORI

DI CASIGNANA

e il Cristo Risorto

UN FEUDO A SPARTIVENTO

di VINCENZO DE ANGELIS

A sinistra alcuni campanacci, a destra un gregge di capre. Foto di Domenico Stranieri

«Con figure bizantine, croci e anche con l’immagine della Madonna di Polsi, i vecchi massari impiegavano due giorni per costruire un collare. Era una caratteristica forma d’arte popolare» di DOMENICO STRANIERI

U

n giorno, parlando della civiltà contadina, Pasquino Crupi mi disse che una classe che scompare non può dare identità. L’identità calabrese, secondo Crupi, può essere trovata nella cultura popolare che ha radici cristiane, perché questa ha determinato il modo di pensare e l’orientamento della maggior parte dei calabresi. Tali radici, spesso di matrice bizantina, sono ancora rintracciabili a Casignana, piccolo comune aspromontano dove resiste, se pur in forma esigua, la pastorizia. OLTRE AL MESTIERE vero e proprio, ad esempio, da sempre si tramanda, da padre in figlio, un rituale legato alla morte e alla resurrezione di Gesù. É un rito pasquale che inizia con il lutto del venerdì santo, nel momento in cui i pastori occludono le campane appese al collo delle capre per non farle suonare. Ma non solo. Il collare di legno fabbricato a mano, dove è appesa la campana, viene girato al contrario in

segno di lutto. La domenica di Pasqua, invece, le campane piccole, invernali, vengono sostituite da quelle grandi, estive. Dopodiché tutte le mandrie si muovono con il loro caratteristico suono per celebrare la gloria di Cristo. Gli animali adatti per portare le campane (che devono essere sempre di numero dispari), sono quelli che per indole naturale vanno davanti agli altri e sono utilizzati come guida del gregge. Sono scelti fin da quando sono piccoli e ammaestrati in modo graduale. Vi è, difatti, una vera e propria scala delle campane: grande, menzettu (due campane che suonano in modo diverso), sottili e miligni (quelle più piccole). Ogni timbro è un riferimento sicuro per tutto il gregge. Ancora oggi, pertanto, i giovani pastori di Casignana costruiscono a mano i collari di legno da accoppiare alle campane. Utilizzano l’albero di gelso (che ha due vegetazioni, in agosto e in inverno), abilmente tagliato a seconda della venatura della pianta.

UNA VOLTA RICAVATA una striscia di legno, questa viene immersa nell’acqua bollente e girata sapientemente (sul ginocchio per capre e pecore, sulla coscia per gli animali più grossi). Quando il legno è perfettamente curvato si lega e si lascia asciugare. Alla fine si lavora con disegni, incisioni, figure bizantine, croci e finanche con l’immagine della Madonna di Polsi. I vecchi massari impiegavano due giorni per costruire un collare. Era una caratteristica forma d’arte popolare che, fortunatamente, qualche giovane preserva. Certo, a Pasqua non arriverà più nessun gregge per le vie del paese, come accadeva un tempo. Ma ci sarà ancora chi sostituirà le campane invernali con quelle estive e, mentre “sona gloria”, si muoverà con la stessa devozione dei suoi antenati, quando ognuno, per come poteva, partecipava alla celebrazione del Cristo risorto e la fatica della vita, in quel momento di festa, quasi riusciva a sembrare meno dura.

Torre Galati I

n vicinanza del promontorio erculeo, dove Ercole, secondo quanto scritto da Strabone, non poteva riposare a causa del canto delle cicale, sorgeva un antico maniero chamato “torre Galati”. A circa 5 km dal centro di Brancaleone, lungo la statale 106, in direzione Reggio Calabria, sorge la piccola frazione di Galati. Un tempo era un piccolo feudo ed era ubicato a circa un chilometro dal mare e un po’ più in alto della località stracozzara, dove è stata localizzata una villa romana e altri insediamenti greci. Inizialmente la località Galati è sorta come centro strategico d’avvistamento, infatti veniva e viene chiamata “la torre”. Sono ancora visibili i ruderi di un vecchio e piccolo castello medioevale, con accanto una piccola chiesa, e ruderi di altre abitazioni. All’interno del castello, su uno dei muri e in alto vi era una scritta in latino: «Eques Federicus Genoese pren…usae restauratum moreum hunc dilicentef curavit die s.m. aplisiud», che tradotta in italiano potrebbe significare: il cavaliere Federico Genoese, avendone preso possesso lo restaurò, diligentemente curò ciò il giorno dell’ampliamento del maniero. Nella piccola chiesa, è ben visibile una nicchia al centro della parete di fondo e l’ossario sotto il mancante altare. Qualche studioso e appassionato ricercatore di storia sostiene che le mura della base del castello possano essere databili intorno al

dodicesimo secolo, ma la documentazione sull’esistenza del piccolo feudo porta la data del sedicesimo secolo. Il Faglia, autore di un libro riguardante i castelli della Calabria, lo menziona come torre e nel 1707 il torriero di Spartivento, o Galati, era tale Francesco Cuzzilla. Con la presenza del castello, si viene a formare un piccolo feudo, una baronia a tutti gli effetti. Francesco Genoese, figlio di Antonio, fu il primo barone di Galati. Morto senza il diretto discendente, lascia terra e titoli al cugino Giuseppe Maria Genoese, marito di donna Flavia Spatafora. A Giuseppe Maria, morto nel 1672, succede il figlio Federico, il quale nel 1719 sposa donna Caterina Filocamo. Il barone Domenico, figlio di Federico, sposa donna Isabella Guerrera e dal loro matrimonio nasce nel 1770 il barone Federico, che sposerà donna Maria Dusmet. Nel 1825, la baronessa rimane vedova e, non avendo figli, vende il feudo al barone de Blasio di Palizzi, con il patto di “retrovendita”. Riavuto il feudo, dopo circa un anno, donna Maria Dusmet lo dona ai nipoti Federico e Domenico Genoese, figli di Francesco e donna Giuseppa Laboccetta. Intorno al 1845, il feudo viene acquistato dal medico Matteo Marafioti di Reggio Calabria, il quale lo dona in dote alla figlia Maria, moglie di Felice Retez di Reggio Calabria, figlio di Giorgio e Diana dei marchesi Grimaldi.


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Santi e briganti

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SAN LEO, UN SANTO M

«Gli aspromontani vinsero, perché riuscirono a preservare intatto il carattere, puramen A preservarlo, per ben 800 anni, da una politica della Chiesa tesa a rifilare al popolo “ di ROCCO PALAMARA

«

Gli africoti il santo patrono se lo scelsero a loro immagine e somiglianza I visconti « chiusero le sue spoglie dietro una grata robusta nella cattedrale di Bova

Nella foto in alto l’interno della chiesa dedicata a San Leo. Africo antica. Foto di Bruno Criaco. Sopra il volto di San Leo

L’

elevazione a santo patrono di una figura religiosa dice tanto sul carattere e sulla storia del popolo col quale esso si identifica, anche se non è sempre così, perché spesso furono i religiosi o i nobili a decidere per la gente. Gli africoti, invece, il santo patrono se lo scelsero a loro immagine e somiglianza: san Leo. In quanto guaritore taumaturgo e liberatore degli indemoniati, Leo, già da vivo, fu considerato un santo. E, appena morto, gli africoti gli costruirono una piccola cupola nel posto dove era spirato e, là vicino, una chiesetta dove conservarono il suo corpo.

ALLORA, I BOVESI - che ne rivendicavano i natali - andavano ad Africo per trafugarlo e portarselo a Bova dove, a loro volta, gli africoti tornavano di notte a riprenderlo per riportarselo ad Africo. Ma, quand’anche non fossero andati loro, sarebbe stato il Santo stesso a tornare con i propri piedi, attraversando nottetempo i Campi di Bova. Così, almeno, la raccontavano i vecchi, credendo nei miracoli di Leo e nella malafede dei bovesi. Ma a Bova (come nella stessa Africo) comandava il visconte, per cui questa disputa è riconducibile, piuttosto, a una prepotenza para-istituzionale ai danni degli africoti, isolati nella montagna e lontani dai palazzi del potere. Per quel popolo, infondo, riprendere furtivamente la statua era il massimo delle possibilità. E fu sempre così per gli africoti: portati a riconquistarsi con l’illegalità ciò che legalmente gli veniva sottratto. Succederà ancora in tempi moderni sempre con la statua di san Leo che, portata a Reggio con gli sfollati per l’alluvione del ‘51, venne poi sequestrata dal vescovo di Reggio - Bova, mons. Ferro. Egli, asserendo che apparteneva alla sua diocesi, si rifiutava di riconsegnarla agli africoti che, finita la diaspora, volevano portarsela nell’Africo nuovo. Tentarono con le buone ma, viste inutili le trattative, andarono e se la ripresero ricorrendo alla forza.

Con i visconti, però, furono meno fortunati perché essi, dalla parte dei bovesi, alla fine di tutto quel tira e molla, chiusero le spoglie di san Leo dietro una grata robustissima nella cattedrale di Bova, contro cui nulla poterono i poverissimi africoti. Lasciarono - bontà loro! - un solo dito come reliquia; mentre si appropriarono del nome stesso del Santo titolandolo “San Leo di Bova”. San Leo però era, e rimane, un africoto, un santo di popolo e un vero aspromontano. Leone o Leonzio, poi San Leo, fu un monaco basiliano dell’XI secolo che nacque e visse per la massima parte della sua vita ad Africo al tempo della

riuscirono a preservare intatto il carattere, puramente popolano, del Santo montanaro. A preservarlo, per ben 800 anni, da una politica della Chiesa tesa a rifilare al popolo “santi” piagnucolosi e introversi, dalla dubbia beatitudine, senza reali gesti di umana solidarietà e quasi sempre provenienti da famiglie nobiliari. Vinsero per l’aver tramandato, nella storia integrale di Leo, anche le sue azioni più laiche e ominamente audaci, mascherandole come miracoli prodigiosi. Un modo per farle digerire alle sospettosissime autorità ecclesiastiche, che si guardarono bene dal proclamarlo santo ma che furono perlomeno costrette a tollerarne il culto

L’eredità più importante, che San Leo lasciò ai compaesani, fu l’esempio della sua vita che insegnò il valore della solidarietà, del non piegarsi ai potenti e del non porgere l’altra guancia all’aggressore

conquista normanna. Entrò sin da bambino come novizio nel convento della SS. Annunziata che sorgeva nei pressi del paese, dando sin da subito segni di santità. Perseguendo la regola di San Basilio “ora et labora”, pregava e lavorava insieme ai confratelli, ma dopo aver finito con loro si allontanava di nascosto per andare a pregare ancora in solitudine. Ciò accadeva anche di notte per cui il priore, insospettito, mandò altri novizi per scoprire cosa facesse; ed essi ritornarono riferendo di averlo visto che pregava immerso in un lago freddissimo e con due torce prodigiose che illuminavano la scena. DA ADULTO, Leo divenne priore dello stesso convento rendendosi protagonista di azioni concrete in favore dei poveri e dei suoi paesani africoti. Pur deboli politicamente dinnanzi alle autorità ecclesiastiche gli africoti, e gli aspromontani tutti, vinsero comunque sul piano spirituale perché

e a proclamarlo “beato”. Un santo irregolare dunque: come il suo popolo e come nell’ordine delle cose. Rimasero però le differenze: io, che da bambino assistetti tante volte il 5 di maggio a Bova nel giorno della sua festa, restavo impressionato dalla grandiosità con cui questa si svolgeva. Un giubilare di popolo all’uscita, dalla cattedrale, della sua statua dorata e luccicante al sole su una vara maestosa, preceduta da prelati in pompa magna, tra la musica rimbombante e il fragore degli spari. Stentavo però a riconoscerlo nello stesso santo commemorato dalle donne del mio paese, dove nel loro parlare du ‘mbiatu Leu non percepivo senso di gloria, ma profondo affetto e commozione. Persino l’immaginetta votiva passata di mano era assai diversa dalla statua dei bovesi. Rappresentava un uomo anziano col viso barbuto, sofferto e lo sguardo severo; mentre l’altro aveva l’aspetto di un intellettuale anche un po’ paffuto.

L’IMMAGINETTA era tratta dalla statua lignea laminata d’argento che gli africoti avevano commissionato ad un artista messinese un paio di secoli prima. Lo mostrava dalla base del busto in su, vestito col saio monacale, con in testa un’aureola di tipo medievale e con in una mano un’ascia (vera), e nell’altra una sfera, che non rappresenta però il globo terraqueo, come quella del SS Salvatore, ma un’umile palla di pece. Pensandoci adesso, è proprio in quella palla di pece l’emblema della grandezza di Leo che - preghiere a parte - in un’epoca di grandi carestie trovò nella resina dei pini il modo di salvare il popolo dalla fame. Allora, come adesso, i pini abbondavano sull’Aspromonte, ed egli mise a frutto quella risorsa organizzando la raccolta del lattice, che si svolgeva appendendo dei vasi ai tronchi appositamente incisi e che poi raffinava in una fornace, impiantata nel suo stesso convento. Tramutata la resina in pece, la portava a vendere a Messina, dove serviva per la catarattazione delle navi e per fabbricare profumi.

COMPLETATO l’intero ciclo, col ricavato di quel commercio compensava i lavoranti e aiutava i bisognosi. Reddito di fatturato industriale dunque, che servì allora a sfamare la gente che il popolo tramandò come uno dei suoi miracoli: quello di aver “tramutato la pece in pane”. A quel tempo, dopo che Roberto il Guiscardo d’Altavilla e i suoi fratelli avevano completato la conquista di tutto il sud Italia e della Sicilia, erano arrivate le tasse, forse prima sconosciute e, comunque, insostenibili per i poverissimi africoti. Allora - racconta ancora la tradizione - san Leo si incamminò fino a Palermo per interferire con il Re (il gran conte Ruggero), che impressionò col suo apparire nella corte senza essere annunciato ottenendo così la diminuzione delle tasse. Ma, a buon bisogno, san Leo fu anche un guerriero, e non esitò a impugnare


Santi e briganti

Africo e Bova

inAspromonte Dicembre 2014

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Sant’Agata del Bianco. Il ritratto del poeta Giuseppe Minnici

La festa contesa

F

u decisa la costruzione di una piccola cappella nel luogo dove san Leo esalò l’ultimo respiro. Da quel sepolcro, per molti anni, si diffuse un soave profumo. Il suono delle campane, a Bova, è tradizionalmente collegato con san Leo: quando si diffonde la notizia che qualcuno ha bisogno urgente dell’intervento del santo, tutte le chiese si mettono a suonare per invitare alla preghiera i devoti. La chiesa di san Leo venne costruita alla fine del XVIII secolo sui ruderi di una struttura precedente. San Leo è patrono di Bova, di Africo e compatrono dell’arcidiocesi di Reggio, che ora comprende anche Bova. La sua festa si celebra il 5 maggio, ma gli africoti, per distinguersi dai bovesi, amano solennizzarla dopo sette giorni, il 12 maggio. Sono molti i forestieri che si recano a Bova o vanno in pellegrinaggio nella chiesetta aspromontana di Africo dove è conservata una statua risalente al 1635.

MODERNO

nte popolano, del Santo montanaro. “santi” piagnucolosi e introversi» la spada per guidare gli africoti alla riscossa quando i musulmani (probabilmente nel 1075, in occasione di un assedio a Bova) attaccarono il paese. Era andato un angelo ad avvisarlo; diranno poi i paesani nella necessità di riportarlo nei canoni dei santi normali, come tanto aggradava alla Chiesa. Ed è in queste cose, non da santi introversi e piagnoni, che sta la grandezza di Leo, perché fanno di lui un santo straordinariamente moderno con l’etica dell’impegno sociale, come se ne vedranno solo secoli e secoli dopo con sant’Alfonso, san Giovanni Bosco e san Filippo Neri. Leo, che era pure figlio del suo tempo, praticava la penitenza, ma invece di mortificare il corpo con le pratiche masochiste del tempo, lo fortificava con quel modo originale di immergersi nelle acque gelate. In quanto ad azioni prodigiose pure di quelle se ne dava merito ma, fra tutte le cose rievocate, quella che più commuoveva le donne era quella la sua dipartita per l’altro mondo: di certo il paradiso! Ormai vecchio e stanco, e sentendosi alla fine della vita, lasciò il convento di Rometta presso Messina, dove per ultimo era stato assegnato, e si incamminò per raggiungere il suo vecchio paese per rivedere i luoghi della sua giovinezza e morire tra la sua gente.

ARRIVATO nel territorio di Africo, allo stremo delle forze, chiese a uno sconosciuto boscaiolo di portarlo sulle spalle. Accontentato, dopo un po’ gli disse di posarlo e - per ultimo atto di bontà - di raggiungere il con-

vento per dire al priore che “c’era un vecchio morente che si voleva confessare”. Ancora una volta il buonuomo acconsentì, salvo poi trovare un priore maldisposto e che, sentendosi disturbato, alzò il braccio in un gesto di stizza imprecando contro l’importuno. In quell’attimo l’arto gli si seccò e, con quella mano alzata che non poteva più muovere, pensò a un sortilegio divino. Ricordandosi allora di san Leo, che sapeva in viaggio, gli chiese perdono per la sua superbia e il braccio gli guarì. Corse allora nel luogo indicato, arrivando in tempo per confessarlo e raccogliere le sue ultime volontà. Ma l’eredità più importante, che san Leo lasciò ai compaesani, fu l’esempio della sua vita che insegnò il valore della solidarietà, del non piegarsi ai potenti e del non porgere l’altra guancia all’aggressore. Con san Leo fatto a loro immagine e somiglianza gli africoti, e i vicini casalinoviti, che isolati nella montagna vivevano di solo quello che producevano in loco, completarono la loro autarchia universale riservandosi come proprio luogo di pellegrinaggio la chiesetta e la cupola nella contrada Mingioia, a un chilometro da Africo e quattro da Casalinovo. Là si recavano, ogni 12 di maggio, anche genti da altri paesi con parenti effetti da malattie psichiche e in special modo indemoniati per chiedere la grazia della guarigione. Per essere liberati dal demonio li si faceva passare sotto la vara del Santo, nel corso della processione, con l’accortezza, al ritorno, di non rifare la stessa strada dell’andata: altrimenti il diavolo, lì appostato, li avrebbe rimpossessati.

Chi era

S. Agata del Bianco. Foto di Domenico Stranieri

L’uomo in fondo al pozzo?

«Ci sono storie che vanno così. Non si resiste al dolore» di DOMENICO STRANIERI

«

Rocco mi chiudeva, abilmente, sempre la bocca. Mi troncava da maestro la parola; mi soggiogava. A giorni lo detestavo proprio. Spesso mi rifiutavo di uscire in sua compagnia, per non sentirmi apostrofare e quindi sopraffare dalla sua boria e anche dalla sua, diciamolo onestamente, intelligenza e cultura e strabiliante memoria. Ripeteva intieri brani da Lucrezio e da Eschilo, in greco e in latino, che leggeva speditamente e con provocazione mi diceva: “Traduci, su!”. A ogni passo, a mo’ di conclusione, come i contadini usavano i proverbi, ti buttava una terzina di Dante, un’ottava dell’Ariosto, un proverbio della Bibbia, una parabola del Vangelo, una proposizione dei presocratici che riteneva i massimi geni filosofici di tutti i tempi». Nel romanzo L’uomo in fondo al pozzo (Mondadori, 1989) di Saverio Strati, è questo uno dei primi ricordi della voce narrante (lo stesso Strati) appena incontra, dopo quarant’anni, l’amico Rocco. Ma è davvero esistito un personaggio così particolare, ingegnoso e brillante ma sopraffatto dalla malattia mentale? Perché egli, nell’opera di Strati, era sì il giovane più “ri-

splendente” (così lo chiamavano) del paese ma con il trascorrere del tempo viene considerato un pazzo (ma non un “pazzo vero e proprio”). Non per niente, nella narrazione, durante la prima conversazione con l’amico, Rocco dirà: «Ora voi siete in vetta, mentre io son calato in fondo al pozzo. Sapete immaginare cos’è un pozzo senza cunicoli, senza alcuno sbocco, senza luce se non quella che arriva da su? ». Ed ancora: «Il pozzo è più importante che la vetta, se nel pozzo c’è la luce. E nel mio pozzo la luce non manca». A Sant’Agata del Bianco, dove non è difficile accostare ad ogni personaggio di Strati una figura reale del paese, sono sicuri: L’uomo in fondo al pozzo è Giuseppe Minnici! Nato a Sant’Agata il 4 aprile 1927, Giuseppe Minnici (nella foto a sinistra) era un poeta, un erudito dalla memoria fenomenale, un liceale di sicuro avvenire. Tutti gli studenti in difficoltà gli chiedevano aiuto ed egli impartiva le sue lezioni gratuitamente, rendendo comprensibile ogni materia come solo un professore maturo riesce a fare. Ad un certo punto però, come scriverà anche Giuseppe Melina, “la sua mente è stata turbata dalla schizofrenia. Una condanna insospettata”. Si speculerà finanche che i suoi problemi sorsero dopo una storia d’amore complicata, una rotta imprecisa che lo ha portato a smarrirsi. Ma queste sono solo dicerie. Come nel romanzo di Strati, anch’egli era una specie di visionario. All’inizio degli anni Ottanta, così predisse ai nipoti la sua morte: «A settant’anni andrò nell’ingrata fossa”. E morì il 27 dicembre 1997, proprio a settant’anni. Non sappiamo se i suoi scritti siano andati perduti o se qualcuno li custodisce. Ma rimane ancora qualche suo verso: “Ti vedo cittadina, oh donna dai piedi scalzi! Il tuo abbandono aumenta l’inerzia mia”. Di sicuro molti lo hanno dimenticato. Eppure non è difficile immaginarlo, con la sua mente grandiosa per ingegno e fragilità, con quel talento che lo rendeva il migliore di tutti ma che non ha resistito al dolore del mondo. Ci sono storie che vanno così. Succede quando, con la forza dell’intelletto, si raggiungono certi abissi a cui è umanamente impossibile resistere. Alda Merini conosceva bene questo tipo di sofferenza, l’alternanza ossessiva di lucidità e squilibrio, per questo quando penso a Giuseppe Minnici mi piace rileggere una frase del Canto ferito, visto che anch’egli, come tanti, era “uno di quegli uomini che Dio abbandona volentieri perché gli sono cari”.


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Libri e scrittori

inAspromonte Dicembre 2014

Il racconto. Un padre sparato alle spalle, una madre che custodisce un segreto, e figli che chiedono vendetta

UN SOGNO

NECESSARIO

«Maria, Antonio si è rivolto alla ditta sbagliata. Va dicendo che loro lo devono aiutare. Che lui è disposto a farsi battezzare da loro pur di sapere chi gli ha ucciso il padre. Ma sono una chiesa loro? Bisogna fare qualcosa per questo ragazzo» di DOMENICO TALIA

E

ra una semplice foto. L’aveva scattata sua figlia da bambina quando lei e suo marito le avevano regalato una piccola macchina fotografica. Guardandola, Maria ricordava benissimo il momento in cui la figlia la scattò. Era un tardo pomeriggio d’estate, quando il caldo afoso si preparava a cedere al fresco della sera. Loro erano davanti casa e suo marito era tornato da poco dalla campagna. Antonio aveva voluto fare una foto insieme al padre e così la sorellina li mise in posa e li fotografò da vicino. Lui sorrideva, era un ragazzino con i capelli lunghi e arruffati, e suo padre a quel tempo aveva i baffi. In quella foto erano felici. QUELLA FOTO RIMASE chiusa in un cassetto per alcuni anni, ma dopo il fatto Antonio la cercò e da allora la portava sempre con sé, nel portafogli. Maria aveva molte cose a cui pensare dopo quello che era successo e non si accorse di quella foto. Un giorno, però, mentre metteva a posto i pantaloni di Antonio, dalla tasca cadde il portafogli. La foto si sfilò e rimase a terra, poco lontano. Mentre la raccoglieva, si accorse di quei due volti in quella vecchia foto. Erano due tra le cose più belle che la vita le aveva dato, ma una l’aveva già persa. Rimettendola a posto le sembrò normale che il figlio la portasse sempre con sé adesso che il padre non c’era più. Erano passati soltanto pochi mesi da quando il papà di Antonio non era rientrato a casa al solito orario. La moglie, preoccupata, lo aveva chiamato al telefono più volte e quando era quasi notte decise di lasciare i figli a casa per andare a cercarlo in campagna. Lo trovò in un lago di sangue con la faccia dentro la terra rossa che stava lavorando. Lo avevano colpito alle spalle. Maria gridò come mai aveva pensato potesse fare. Lo abbracciò d’impeto e si sporcò del suo sangue. Era caldo, vivo. Lo sollevò con tutte le sue forze e lo tenne stretto. Voleva dargli la vita che lui stava perdendo. Con gli occhi chiusi lui le disse qualcosa. Maria pensò di aver capito quelle parole, ma non fu sicura. Era sconvolta. LO TENNE IN BRACCIO per un altro minuto finché il suo corpo rimase senza anima. Le sembrò di non poter sopportare quello che aveva davanti agli occhi e sentì il bisogno di morire. Quando trovò un debole filo di ragione chiamò aiuto al telefono e rimase seduta tra la polvere, accanto a lui, nella terra sporca di

sangue. Da allora per Maria furono giorni che non avrebbe mai immaginato e poi mesi pesanti come piombo. A volte sentiva di non riuscire a sopportare il peso di quello che le era successo. Altre volte si convinceva che una madre doveva camminare nel mondo a qualsiasi costo facendosi guidare dall’amore per i figli. I ragazzi dopo il fatto erano diventati silenziosi, persi chissà in quale mondo, in quali pensieri. Lei sperava che crescendo avrebbero superato quel macigno che l’assenza del padre aveva messo sulla stretta strada della loro vita. UNA SERA A CASA di Maria bussò Don Giacomo. Era il parroco del paese. Era venuto per dirle di suo figlio. Antonio si era messo in testa di trovare l’assassino di suo padre e aveva parlato con qualcuno. Il ragazzo aveva detto che era disposto a tutto pur di sapere chi era stato. «Maria, cerca di capire, è normale che un figlio che ha perso il padre in quel modo voglia sapere. Noi spe-

Una vita fuggita via le era sembrato un fatto enorme, perderne anche un’altra non l’avrebbe sopportato

riamo che i carabinieri troveranno l’assassino e gliela faranno pagare. Ma lui non deve andare in giro a dire che vuole avere giustizia da quelli che la giustizia non gliela daranno mai. Magari sono gli stessi che hanno caricato il colpo». La spiegazione di Don Giacomo non fu chiara per Maria. «Don Giacomo, fatemi capire. A chi ha chiesto giustizia mio figlio?» «Maria, Antonio si è rivolto alla ditta sbagliata. Va dicendo che loro lo devono aiutare. Che lui è disposto a farsi battezzare da loro pur di sapere chi gli ha ucciso il padre. Ma sono una chiesa loro? Bisogna fare qualcosa per questo ragazzo prima che gli succeda qualcosa». IL CUORE DI MARIA che era già duro come un sasso, a sentire quelle parole del prete si fece piccolo come un’oliva nera. Dopo quello che le era accaduto, non credeva che le potesse

accadere di peggio, invece quello che diceva il prete era atroce oltre ogni limite. Un precipizio senza fine. Maria ringraziò: «Don Giacomo grazie per quello che state facendo. Non vi preoccupate. So io quello che devo fare». «Maria devi stare molto attenta. Guardati, ma fai qualcosa, che quelli il piombo lo pagano a poco prezzo». Il prete salutò e lei si piegò per baciargli la mano. Nei giorni seguenti Maria non fece altro che pensare al figlio e a quello che gli aveva raccontato il prete. Una vita fuggita via le era sembrato un fatto enorme, perderne anche un’altra non l’avrebbe sopportato. Di giorno pensava a cosa fare e di notte non riusciva a prendere sonno. Voleva parlare a suo figlio, ma temeva di fare altri danni. Sapeva di non avere molto tempo. In una di quelle notti insonni, quando riuscì ad addormentarsi per qualche ora sognò il marito. Erano a casa, lui era tranquillo e deciso allo stesso tempo. Le spiegò alcune cose e alla fine la baciò con tenerezza e uscì. La mattina dopo Maria non andò a lavorare, aspettò che i figli uscissero e telefonò in caserma. Chiese del maresciallo Bottari. Sapeva di potersi fidare di quel vecchio carabiniere. Quando le rispose, gli disse che avrebbe dovuto convocarla in caserma. Il motivo se lo doveva inventare lui. Lei non poteva presentarsi spontaneamente. NEL POMERIGGIO arrivò a casa l’appuntato Trabia che le chiese di andare in caserma. Il maresciallo le avrebbe dovuto parlare. Lei si finse sorpresa e si preparò per uscire. In caserma il maresciallo Bottari lasciò che lei spiegasse il motivo di quella finta convocazione. Lui non era uno che attendeva che qualcuno commettesse un crimine per avere il piacere di arrestarlo. La sua carriera l’aveva fatta. Con gli anni si era convinto che prima di salvare la giustizia, bisognava salvare gli uomini.

Maria gli parlò del figlio, ma soprattutto gli disse che in sogno le era apparso il marito e le aveva fatto il nome del suo carnefice. «Maresciallo, lei non mi crederà, ma stanotte mio marito mi ha ricordato quello che mi aveva detto all’orecchio la sera che lo trovai morente in campagna. Io quella sera ero sconvolta, vedermelo morire davanti mi aveva fatto perdere la ragione e non avevo capito cosa mi stava dicendo, ma adesso che me lo ha ridetto non ho dubbi».

Il fucile lo trovarono nascosto nella casa di La Rosa e le riprese registrarono i suoi passaggi poco prima del delitto

Il maresciallo ne aveva viste tante e poi fesso non era: «Figlia mia, ma non possiamo denunciare qualcuno solo perché te l’ha detto in sogno tuo marito. Ci vuole ben altro». «E io ben altro ho! Quel nome mio marito l’ha fatto in punto di morte e stanotte me lo ha ricordato, in più mi ha detto dove si trova il fucile che lo ha ucciso. Il suo assassino era arrivato in campagna con l’auto blu della moglie. Se mi volete aiutare fatevi dare le riprese delle telecamere dei due negozi che sono alla fine del paese e lo vedrete arrivare e tornarsene dopo il fatto. Anche questo mi ha detto mio marito. Sapete, un padre, anche se è morto, è disposto a tutto per salvare suo figlio».

IL MARESCIALLO sembrava quasi convinto da quelle parole di Maria. Non poteva certo andare dal magistrato a raccontargli di un sogno e di altre farfanterie. Che poi lui sa-

peva che non erano farfanterie, ma comunque quello non ci avrebbe creduto. Però se Maria testimoniava di aver ricordato adesso quello che il marito le aveva detto, se il fucile si trovava e le telecamere avevano fatto le riprese giuste, allora le cose si facevano serie. Allora i sogni potevano diventare realtà. «Va bene, io cerco di avere l’autorizzazione alla perquisizione per cercare il fucile e chiedo le riprese delle telecamere. Tu però giurami che dirai al magistrato il nome che tuo marito ti aveva rivelato». «Potete stare certo maresciallo. Se quello me l’ha ammazzato io lo dirò in tutti i tribunali d’Italia». Le cose che il marito aveva detto a Maria mentre lei cercava disperatamente di dormire furono confermate dai fatti. Il fucile lo trovarono nascosto nel sottotetto di Peppe La Rosa e le riprese registrarono i suoi passaggi poco prima e poco dopo il delitto. Peppe finì in prigione con ottime probabilità di una lunga condanna. QUANDO SI SEPPE dell’arresto, Maria raccontò tutto al figlio, ma senza fare il nome di Don Giacomo. Gli disse quello che aveva saputo su di lui e sulla falsa giustizia che aveva mendicato. Del guaio in cui si stava mettendo. «Figlio mio, io testimonierò perché tuo padre merita giustizia e senza giustizia si muore due volte. Da te però voglio un giuramento solenne. Devi promettere a me e anche a tuo padre che non andrai mai più a chiedere giustizia alle persone sbagliate. A quelli che si fanno chiamare compari e vendono la morte travestendola da giustizia. Una morte è stata amara da sopportare, due sarebbero la fine per me». Il figlio capì e annuì. Prese il portafogli dalla tasca e tirò fuori la vecchia foto di lui bambino con il padre. La guardò per un attimo e l’infilò nel taschino della camicia. Girò di nuovo gli occhi sereni verso sua madre e le disse: «Qui potrà scaldarmi meglio il cuore».


Libri e scrittori

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Le verità sepolte

«Un uomo, due uomini, una pistola e una verità sepolte nel tempo. La cronaca di una fortunata fuga accidentale. L’amara risposta a una domanda apparentemente banale: fino a che punto si può conoscere un uomo?»

«

Se pensate che il nonno sia contento che vi racconterò questa storia, be’, vi sbagliate di grosso. Se c’è una cosa che mi ripete sempre prima di parlare di questi fatti, è proprio di non raccontarli mai a nessuno. Prima di tutto perché sono cose da matti, e poi perché in questa storia sono coinvolte fin troppe persone. E la paura del nonno è che, sebbene siano passati quasi settant’anni, qualche povera anima ancora viva possa venire dal sottoscritto o - peggio ancora - dal nonno stesso a sistemare un po’ di conti. Se anche io credo poco che ciò possa accadere, ho prevenuto ogni tipo di problema e, per far contenti tutti - il nonno in primis - per alcuni userò solo i loro soprannomi […]. Un giorno d’estate il nonno ci chiese di accompagnarlo lassù, quasi in cima a quella montagna dove aveva vissuto gran parte della propria vita e proprio lassù, nascosta da un vecchio aspro bosco riposava muta un’antica casupola in pietra, ormai sommersa dalla natura e abbandonata dal tempo. L’auto aveva faticato per tutto il tragitto. Gli ultimi tre chilometri erano tutti in salita e la strada rimpiccioliva metro per metro sempre di più, tanto che a cento metri dalla nostra meta ci dovemmo fermare, anche perché da quel punto in poi la stradina era stata invasa dai lunghi rami degli alberi e a

malapena se ne vedeva il passaggio. Vi era un’incredibile pace in quel luogo, un eterno silenzio interrotto, delle volte, dal rumore prodotto da uccelli di passaggio che sferzavano l’aria con le ali o da bestie selvatiche troppo massicce per acquattarsi silenziosamente. Sin da subito mi accorsi di qualcosa di strano e magico. Sembrava riaffiorata in mio nonno una forza nascosta, una strana energia che gli conferì uno strano vigore; tutto sembrava obbedirgli compiacente, anche quell’unico raggio di sole che era riuscito a scavalcare il tetto di foglie dava l’impressione d’esser giunto fin lì proprio per illuminare il capo di quell’anziano signore e mentre questi procedeva tra la radura, pareva che ad ogni passo tornasse più giovane e che le foglie e i rami che calpestava sul cammino sussurrassero arrendevolmente “bentornato”. Davanti a noi si ergeva corrosa dal tempo un’alta muraglia in pietra e, oltre di essa, spadroneggiavano erbaccia e alberi selvaggi. Ed era proprio in quella fitta selva che riposava quella casupola dimenticata. Era un terreno impraticabile. L’erbaccia ci superava in altezza e pullulava di topi e serpenti, ma ostinato mio nonno avanzava seguendo un percorso preciso e non sembrava affatto che ci rimettesse piede dopo settant’anni. Non credetti ai miei occhi

quando appurai che la casa era ancora in piedi. Qualche pietra aveva ceduto mentre porte e finestre erano state consumate dalle intemperie, ma stava in piedi. Prima di metterci a cercare la pistola, però, non potemmo fare a meno di ammirare il panorama. Dall’altro lato di quell’impervio giardino, infatti, si apriva un’enorme vallata verde e tutt’intorno montagne e montagne e ancora montagne. Proprio sopra di noi, a neanche un centinaio di metri, poi mi dissero, c’era e c’è tutt’ora un luogo unico forse in tutta l’Italia. Si chiama “I due mari”, perché proprio da quel punto, si può bene vedere a ovest il mar Tirreno e, voltandosi, a est, il mar Jonio. E stando lassù a contemplare il paesaggio rimasi ammaliato dall’idea che tutta questa storia sia avvenuta proprio laggiù, in quel minuscolo squarcio di terra tra due mari. Sul lato destro della vallata, in basso, c’era un paesino ed è lì che avvenne tutto. Quando mio nonno mi raccontò la storia completa non volevo crederci e spesso quando ci ripenso ancora non ci credo alla storia di quella pistola e a tutte le strane circostanze che l’hanno portata nelle sue mani. Quando ci affacciammo fece qualche passo avanti, quasi come per sentirsi vicino a quel paese tanto lontano». dal prologo di “La fortuna del Greco” di Vincenzo Reale

Catasto Onciario

«Il catasto di Bovalino non fu immune da furbizie, imprecisioni ed omissioni, ma in molti aspetti risulterà paradigmatico di una intera regione e aprirà uno squarcio sulla comprensione della Calabria del Settecento»

C

on lo studio dei Catasti Onciari forse per la prima volta il semplice cittadino meridionale del Settecento smette di essere visto come “numero” o “massa”, per diventare “soggetto”. Di solito, quasi inevitabilmente, i libri di storia, anche di quella locale, rivolgono l’attenzione a chi, nel bene e nel male, lascia una traccia importante: quando a farlo è direttamente il popolo, esso viene sempre considerato come una massa, magari caratterizzata attraverso connotazioni livellate, ma mai come somma di singoli personaggi. Il Meridione, e giù giù, fino ad arrivare alla Calabria, alla provincia, al singolo paesello ed ai casali, non è e non può che essere una pedina nello scacchiere più grande, e, quindi, altrettanto inevitabilmente, soffre di una pericolosa perdita di identità. Il tenere gli occhi puntati sulle questioni planetarie, acuisce il senso della perdita delle radici, e, con essa, l’appartenenza ad una cultura propria, e questo è il punto di partenza di un desolante cupio dissolvi nella massificazione più esasperata. Per contro, il recupero di identità è simile al recupero degli antichi dialetti: che non deve, però, tradursi in una sorta di convention ad escludendum da

utilizzare per far riemergere obsoleti e pericolosi campanilismi, ma come momento di confronto per una storia dei popoli che non sia la storia delle date, delle guerre: delle classi dominanti, insomma. Non neo-populismo, certo, ma recupero della dimensione umana. Peraltro, la compilazione dei catasti non fu né semplice né salvifica. I soliti “poteri forti” giocarono fino in fondo la carta delle interpretazioni a proprio tornaconto delle disposizioni normative: soggettività degli estimatori dei fondi in perenne stato di sudditanza verso il potere, dilatazione indebita dell’incidenza dei pesi in detrazione, dichiarazioni truffaldine sulla composizione dei nuclei famigliari, occultamento di proprietà terriere, ecc., sminuirono fortemente lo spirito innovativo iniziale, che puntava ad un riequilibrio della distribuzione della pressione fiscale. La Calabria non fu da meno del resto del regno, e nemmeno il catasto di Bovalino fu immune, quantomeno, da furbizie, imprecisioni ed omissioni, più o meno volute: sorprendetemente, però, in molti aspetti risulterà paradigmatico di una intera regione e la sua lettura aprirà uno squarcio sulla comprensione di larghi settori della società calabrese del Settecento.

Nota biografica

Pino Macrì nasce a Bovalino (RC) nel 1955. Vive e lavora a Locri. Dopo studi liceali classici, si è laureato in Ingegneria all’Università della Calabria. Appassionato di storia della Calabria e della Locride in particolare, ha coltivato a lungo interessi verso la geografia storica e la cartografia antica, sia terrestre che nautica, collezionando carte in originale e in digitale della Calabria e del Regno di Napoli, fino a costituire forse la più corposa raccolta ad oggi esistente. Dal 2009 è socio della Deputazione di Storia Patria per la Calabria.


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L’inchiesta storica

inAspromonte Dicembre 2014

Le arti antiche. I lavori che, negli ultimi due secoli, si sono dispersi e la triste vita nel “paesello”

Uno strano mestiere desueto

IL TRAGHETTATORE di PINO MACRÍ

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Un patrimonio da custodire gelosamente, da tramandare da padre in figlio Il mestier poteva « essere l’origine del cognome, cioè un identificativo del clan familiare

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I trappitari esistono ancora, ma con mansioni diverse da quelle di pochi decenni fa

Nello foto in alto a sinistra un calzolaio, a destra un fabbro.

Furono stabiliti dei carri sui fiumi Ammendolea, Laverde, Buonamico, Torbido e Alaro

C

he le innovazioni tecnologiche siano state e siano tuttora spesso alla base di trasformazioni della società talora anche molto profonde non è una novità assoluta, né un’analisi socio-economica originalissima: l’invenzione del carro leggero consentì nell’antichità ad alcuni eserciti ad imporre la propria superiorità sul mondo circostante; la polvere da sparo sconvolse interi equilibri bellici etc. E non solo in campo strettamente militare: l’invenzione del colore viola consentì alla repubblica marinara di Pisa di soppiantare quella di Amalfi, e via dicendo. Parallelamente, i mestieri, specie quelli artigiani, seguivano il passo dell’evoluzione accompagnando e supportando le modificazioni e le stratificazioni sociali. In alcuni casi, duravano, quasi immutati, per secoli, per ere intere, addirittura. In altri, nascevano e morivano nell’arco, come minimo di decenni, quando non di secoli. Spesso, si trasformavano, mantenendo intatta la funzione di base. Diventavano, quindi, un patrimonio da custodire gelosamente in famiglia, tramandandolo da padre in figlio, e finendo addirittura con il caratterizzare i nuclei familiari ad essi dediti per lunghissimi tempi: in tal caso, poteva anche succedere che erano all’origine anche dei cognomi, che altro non erano se non un identificativo del singolo clan familiare. Sicché, i Custureri erano probabil-

mente in origine dediti all’arte della manifattura degli abiti (in francese, couturier = sarto), così come i Barillaro, con le varianti Barillà et similia, erano maestri nella costruzione di botti, i Pedullà (dal greco) maneggiavano con destrezza l’arte del ciabattino, i Ferraro quella della lavorazione del ferro, gli Speziale erano gli aromatari (farmacisti ante litteram) e, in tempi più recenti, i Salinitro erano manifatturieri della polvere da sparo (in origine si otteneva

I Barillaro erano maestri nella costruzione delle botti, i Pedullà erano ciabattini, i Ferraro lavoravano il ferro

col salnitro) o custodi di polveriere, ecc. Nei tempi passati, l’evoluzione tecnologica era, tutto sommato, abbastanza lenta da consentire la sedimentazioni di arti e mestieri, e, con essa, la formazione di una tradizione (da cui, tra l’altro, l’origine suddetta di alcuni cognomi). Nei tempi più recenti, viceversa, stiamo assistendo ad un vertiginoso aumento della velocità di evoluzione della tecnologia, e talora, nell’arco stesso della vita media di un contem-

poraneo, ci si vede passare davanti agli occhi una miriade di mestieri che oggi non esistono più (per esempio, i riparatori di carri), o che si sono profondamente modificati (i “trappitari” esistono ancora, perché esiste ancora la molitura delle olive, ma con mansioni completamente diverse da quelle di pochi decenni fa). Un caso a sé lo formano alcuni mestieri che sono durati, come suol dirsi, “lo spazio di un mattino”, perché nati e morti a seguito di contingenze del tutto particolari, e, appunto, dissoltesi nell’arco, se non di mesi, di pochissimi anni. È il caso di un curioso mestiere in cui mi è capitato di imbattermi qualche tempo fa, mentre sfogliavo i resoconti delle prime assisi dei Consigli Provinciali della Provincia di Reggio Calabria (ancora per poco denominata “Provincia di Calabria Ultra Iª”) immediatamente successivi all’instaurazione dell’Unità d’Italia. Nei verbali relativi alla seduta del 30 settembre 1862, infatti, si legge che “il Consiglio delibera che siano stabiliti dei carri a raggio sui cinque fiumi del littorale jonico denominati Ammendolea, Laverde, Buonamico, Torbido ed Alaro, allo scopo di assicurare il transito degli uomini e delle merci, e ciò dal 1 novembre a tutto marzo, coll’obbligo agli appaltatori di mantenere il servizio dalla nascita al tramonto del sole”. Inoltre, il Consiglio “autorizzò all’uopo la Deputazione Provinciale a delegare dei Consiglieri del luogo tanto per la re-

dazione dei contratti quanto per la loro esecuzione”. Naturalmente, con la realizzazione dei ponti, che procedette praticamente in parallelo con l’esecuzione del tronco ferroviario jonico Reggio - Taranto (progettato a partire dal 1861, iniziato nel ‘65 e completamente terminato in appena dieci anni, nel 1875) tale “servizio” cessò, e con esso, il mestiere dei “traghettatori” sugli spesso impetuosi fiumi sopra citati: dopo il secolare buio

Penso che nessuno che sia sano di mente o che non abbia interessi particolari possa volere il ritorno di quest’arte

della dominazione spagnola prima e di quella borbonica poi (con i brevi intermezzi austriaco e francese), la pallida alba della rinascita del sud del sud del sud, l’area dello Jonio reggino, e, in tutta sincerità, penso che nessuno che sia sano di mente o che non abbia interessi particolari, possa oggi pensare di “fare il tifo” per la riesumazione di quello strano mestiere, o, peggio ancora, per il ritorno alla vita inesorabilmente chiusa all’interno del proprio paesello.


Scrivere in Aspromonte

inAspromonte Dicembre 2014

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Natale in Aspromonte. Il primo presepe meccanizzato della Calabria, la scommessa del sindaco Luglio

La magia di

PORTIGLIOLA ARRIVA IL PRESEPE MECCANIZZATO

Sopra Paolo Sofia, Peppe Platani, Gianni Favasuli, Raffaele Leuzzi durante la presentazione del libro Natali i na vota a Portigliola. Sotto e a destra alcune foto dei personaggi del presepe meccanizzato. Foto di Mimmo Catanzariti

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al 25 dicembre al 6 gennaio Portigliola si trasformerà in grande presepe fatto di personaggi meccanici, per la realizzazione della “1^ edizione del Presepe meccanico a grandezza naturale”. La mostra è frutto dell’impegno di uomini e donne di Portigliola, che per la prima volta si sono cimentati nella realizzazione di un presepe del genere tutt’altro che classico, anche se potrebbe perfino sembrarlo. Un presepe fatto di personaggi a grandezza naturale, in movimento, ed i cui meccanismi, gli abiti e i volti sono stati realizzati rigorosamente a “mano”. I personaggi sono animati da congegni meccanici, realizzati con l’impiego di semplici motori, e la scelta dei movimenti dipende, ovviamente, dal personaggio e dal suo inserimento nel contesto del presepe; si tratta di azioni ricorrenti della vita quotidiana, in armonia con la vita di un piccolo centro agricolo, quale il presepe è stato sin dalla prima realizzazione risalente a San Francesco. Ad accrescere il realismo contribuiscono, inoltre, le luci che riproducono il tremolio delle lampade ad olio, delle torce ed altri effetti speciali. Altra caratteristica è la singolare ambientazione: il centro storico di Portigliola, una parte semiabitata in cui i personaggi saranno collocati tra i “bassi” chiusi o abbandonati, le case disabitate e le antiche botteghe, ridando vita a quegli ambienti che un tempo costituivano il cuore pulsante del piccolo paese locrideo. Il 26 dicembre il visitatore potrà vivere l’atmosfera del Natale, essere protagonista della Natività, catapultato dentro la scena, condividere spazi e azioni con i personaggi, ascoltare le musiche della tradizione natalizia suonate dal vivo e gli spettacoli per bambini. Durante la serata si potranno gustare le zeppole, la ricotta calda, e altri prodotti della gastronomia locale. Il presepe di Portigliola è un’idea nata per gioco qualche mese fa e, a onor del vero, non è meno suggestivo di tanti altri famosi presepi d’Italia. Gli organizzatori, con il supporto dell’Amministrazione comunale, ritengono che ben presto diventerà un vero evento del Natale calabrese. (Nella foto Rocco Luglio, sindaco di Portigliola)

DIRETTORE RESPONSABILE

Antonella Italiano

antonella@inaspromonte.it DIRETTORE EDITORIALE Bruno Criaco bruno@inaspromonte.it Redazione Via Garibaldi 83, Bovalino 89034 (RC) Tel. 0964 66485 – Cell. 349 7551442 sul web: www.inaspromonte.it info@inaspromonte.it Progetto grafico e allestimento Alekos Chiuso in redazione il 16/12/2014 Stampa: Stabilimento Tipografico De Rose (CS) Testata: in Aspromonte Registrazione Tribunale di Locri: N° 2/13 R. ST.


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"in Aspromonte" numero 16  

Giornale di cultura, ambiente, risorse, eventi del massiccio aspromontano

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