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Politecnico di Torino FacoltĂ  di Architettura I Corso di Laurea Magistrale in Architettura - Costruzione A.A. 2009/10

Territorio, industria, pratiche artistiche. Strategie di progetto per Long Island City

Candidato: Ilaria Mancini_ 153684 Relatore: Prof.sa Cristina Bianchetti Correlatore: Prof. Angelo Sampieri


Indice Premessa Introduzione La forza delle pratiche artistiche per la rigenerazione urbana. Margini per un progetto

1 Long Is. City 1.1 1.2 1.3 1.4 1.5

La città costruita........................................................................................................ pag.33 Gli spazi aperti: micro e macro porosità............................................................................ pag.43 Il sistema delle acque ed il problema delle inondazioni......................................................... pag.49 Infrastrutture............................................................................................................ pag.69 Progetti di trasformazione. Due scenari possibili.................................................................. pag.75 1.5.1 Il ridisegno del waterfront................................................................................ pag.77 1.5.2 La riscrittura del tessuto industriale.................................................................... pag.95

2 Un territorio conformato dalle pratiche artistiche 2.1 Microstorie. Interviste alla classe creativa....................................................................... pag.103 2.2 Istituzioni e pratiche informali..................................................................................... pag.141 2.3 Sboom. Casi di riduzione delle pratiche ed arresto dei grandi progetti...................................... pag.159

3 Long Is. SpongeCity 3.1 La città porosa 3.2 Un tessuto fatto di isolati 3.3 Strategie parassitarie 3.3.1 Inserted parasite: la corrosione dello spazio edificato 3.3.2 Added parasite: l’occupazione dello spazio aperto Bibliografia


I walk between the little brick houses the colour of dried blood. They are younger than Europe’s houses, but their fragility makes them look much older. Far away I see the sky, and suddenly I think that New York is about to acquire a History and that it already possesses its ruins…” Jean-Paul Sartre

Literary and Philosophical Eassays


premessa

Questa tesi prova a definire strategie progettuali per Long Island City. Strategie che non vogliono essere alternative ai processi di trasformazione in corso, ma che tentano di rispondere fin da subito ad alcune esigenze legate alle pratiche artistiche presenti sul territorio. Quanto segue tenta, come prima mossa, di fornire una lettura tecnicamente pertinente di Long Island City. Cercando di restituirne un’interpretazione adeguata grazie anche alle conoscenze acquisite sul campo ed alle numerose interviste fatte ad abitanti, artisti, architetti ed urbanisti impegnati nella trasformazione di questa parte di città. Un racconto scandito da tre passaggi tesi a descrivere Long Island City come: - Una parte di città fortemente segnata da un passato industriale che ancora oggi ne determina il carattere principale. - Un ambiente in cui si è radicato un sistema di pratiche artistiche denso e vivace. - Un oggetto di investimenti immobiliari importanti che rapidamente ne stanno riscrivendo i caratteri.

Una seconda sezione prova a mettere maggiormente a fuoco il ruolo che le pratiche artistiche informali gioca a Long Island City, e quanto questo pesi nelle trasformazioni della città. Da un lato le condizioni della fase attuale, dall’altro le esigenze che si delineano. Infine una strategia di trasformazione di alcuni spazi sulla base delle attenzioni conferite ai fenomeni indagati. Coerente quindi con la lettura dei luoghi e con le esigenze rilevate. Una strategia che coglie un potenziale trasformativo inespresso nella ricca porosità degli spazi che si prestano ad accogliere le pratiche. Una porosità sorprendente, tale da fare apparire Long Island City, per molti aspetti, il rovescio di Manhattan.


introduzione


La forza delle pratiche artistiche per la rigenerazione urbana. Margini per un progetto


introduzione

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La riqualificazione e la rigenerazione dei quartieri di edilizia pubblica riveste un compito fondamentale nel prefigurare approcci innovativi al progetto urbano. Molti dei quartieri pubblici realizzati negli anni ’60 e ‘70 per dare risposta a consistenti bisogni abitativi sono oggi caratterizzati da gravi problemi sia di marginalizzazione sociale, sia di degrado urbanistico ed edilizio; così come molte aree industriali, circondate da blocchi residenziali di edilizia popolare e scarsi servizi sociali. I problemi sono principalmente legati alla loro posizione periferica, alla carenza e scarsa qualità di spazi aperti e attrezzature collettive, all’insufficiente integrazione tra i servizi agli abitanti. Luoghi insicuri e , pertanto, poco appetibili per qualsiasi tipo di investimento immobiliare. Queste condizioni consentono alla “città pubblica” di diventare un laboratorio fertile e produttivo per sperimentare nuove strategie atte a proporre e disegnare nuovi modi di abitare e vivere il territorio. Questi luoghi permettono di aprire infatti nuove tipologie di geografie e quindi di relazioni sociali tra attori ed operatori locali. I grandi contenitori urbani,

svuotati delle precedenti funzioni, restano per lungo tempo inutilizzati stretti tra la complessità dei processi di decisione e di progettazione interni all’amministrazione e le attese speculative dettate dalle attese del mercato. Finiscono per essere al contempo risorse sottratte alla città e luoghi di insicurezza. In molti casi, alla base dei progetti di riuso sociale considerati si colloca una felice combinazione di interessi e motivazioni diverse: da una parte quelle legate a certi gruppi sociali che rivendicano il diritto di soddisfare autonomamente alcune loro esigenze che sono state trascurate dalle istituzioni o quelle di singole figure che si rendono leader carismatici a partire da aspirazioni personali e passioni frustrate dalle logiche del mercato; dall’altra quelle delle istituzioni deputate ad intervenire su certi settori della domanda sociale o a promuovere la riqualificazione di certe parti della città; in taluni casi poi anche quelle dei privati interessati alla valorizzazione di spazi che per ragioni diverse non si prestano a interventi di riuso produttivo.


introduzione

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L’azione pubblica (ciò che è pubblico) punta alle politiche di rigenerazione urbana, alla ricerca di nuovi criteri di sviluppo che conferiscano combinazioni diverse (integrazioni di politiche e successivamente di pratiche) di beni e di servizi innovativi a seconda della dotazione di partenza di ogni città. In questo saggio verrà sviluppato il tema della rigenerazione urbana attraverso la cultura intesa sotto diversi aspetti: la cultura sotto forma di istituzione, quella diffusa attraverso organizzazioni no-profit locali, e quella più capillare delle pratiche informali intesa come Urban-Activism.

Tipologie di rigenerazione culturale Il riferimento alla cultura sia in passato, che nel presente è lo strumento che viene principalmente utilizzato per la rigenerazione urbana, soprattutto in aree a carattere industriale, si presta ad essere utilizzato all’interno di processi di rigenerazione per grandezza di spazi e scarso prestigio architettonico, ad accogliere pratiche più o meno informali. Lo stesso riferimento aiuta ad immaginare una maggiore integrazione sociale (si pensi alle teorie multiculturaliste) ed un’espressione della collettività. La sfera culturale ha il compito di dare espressione a esperienze, valori e orientamenti condivisi, a dare voce ai processi collettivi ed attivare risorse per vie alternative di sviluppo. Vi è un altro modello di rigenerazione culturale che si occupa di promuovere l’attività culturale in determinate aree urbane attraverso iniziative di carattere ambientale, sociale ed economico. La visione verso cui il modello

tende è quella della “città creativa” [Florida 2002], cioè una città che attrae e alimenta una “classe


introduzione

1.,2. Lombardi P., 2008

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creativa” in cui si formano o si rafforzano quartieri di produzione e consumo culturale.Il terzo tipo di rigenerazione è definita come culture and regeneration , costituisce di fatto una categoria residuale 1. La politica culturale non è integrata nella pianificazione strategica, né viene promossa. La cultura in questo caso viene aggiunta e si sviluppa in modo autonomo. Arte e cultura in questo caso si collegano al patrimonio simbolico ed identitario locale, trovando espressione nella promozione e nella riproduzione di questo patrimonio, come pure in interventi per il miglioramento della qualità degli ambienti della vita quotidiana dei quartieri o iniziative culturali collegate a particolari comunità tese a sviluppare l’integrazione sociale e riconoscimento delle diverse identità.

Il campo d’azione della cultura I progetti di rigenerazione hanno l’obiettivo di cancellare l’identità industriale del passato e il suo successivo declino, costruendo un’immagine di rinascita della città come nuovo centro di innovazione, possibilmente come una “città della conoscenza” di statura internazionale.2 Il problema è capire come rigenerare la città pubblica pensando a mezzi alternativi, strumenti e strategie che permettano di ricostruire nuove pratiche di vita per le differenti necessità della complessa realtà della società. Ultimamente le città hanno subito notevoli trasformazioni da questo punto di vista riconoscendo i cambiamenti che la presenza di istituzioni artistiche ha arrecato sui quartieri. La dismissione di edifici industriali, l’abbandono di aree industriali rappresenta un forte tema di progettazione ormai in voga da anni.


3. Zevi, A. ,2002

introduzione

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Dall’industria al museo: l’effetto Guggenheim Dopo due secoli durante i quali si è imposto il modello del grande museo, destinato anzitutto alle arti, mentre proliferavano musei di ogni sorta e di ogni dimensione, dobbiamo supporre che tale istituzione abbia ormai palesato i suoi limiti. 3 Il museo nel quale l’arte è stata impacchettata, come il contenuto pregevole di una scatola preziosissima, si è rivelato uno strumento, ormai quasi scontato, per confezionare l’idea di città all’avanguardia, e per ridurre l’idea di museo a mero brand architettonico. Un potente mezzo di marketing e di immagine con lo scopo di livellare tendenzialmente le forme di vita culturali sul pensiero unico della superarchitettura e della superarte, che cancellano differenze, tradizioni, geografie, riducendo tutto ad uno scintillante frullato globale. Non a caso per la realizzazione del Guggenheim Museum di Bilbao una delle decisioni chiave di Gehry

è stata quella di incorporare il Puente de la Salve, una delle principali porte d’ingresso nella città, nella composizione architettonica del museo. “I musei d’arte sono, letteralmente e metaforicamente, punti di intersezione per tutte le grandi città del mondo” ha affermato l’architetto americano, mostrando di trovarsi in perfetta sintonia con i suoi committenti e confutando inconsapevolmente la tesi di Marc Augé sul non luogo. “L’area di questo progetto ci oggre l’opportunità di creare questo genere di intersezione a Bilbao. Avere una simile opportunità per un architetto è un privilegio”. Allora dall’Inghilterra alla Spagna, dall’Italia agli Stati Uniti ci si trova di fronte a situazioni molto simili, per non dire uguali, in cui l’entità e la potenza di un museo riesce a stravolgere il modo di abitare una parte di città, converte la sua identità e cancella “il brutto” della sua identità passata. E queste grandi macchine delle meraviglie, che sono i musei, alimentavano interessi più politici, che culturali.


introduzione

4. Zevi, A. , 2002

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Questo effetto porta con sé importanti questioni economiche e sociali. Un vero e proprio studio di marketing della città e dell’architettura è quello che sta dietro a questo tipo di azioni sulle città. Costruire un museo ha significato anche fare un business di cemento, un modo elegante per fare edilizia senza rendere evidenti le speculazioni. Spesso in questi grandi interventi si preferisce pensare al contenitore piuttosto che all’arte che esso deve contenere. Il risultato sono scatole tecnologicamente avanzate che si impongono sul territorio come diademi preziosi che destano stupore e clamore nell’immaginario collettivo. Il Guggenheim di Bilbao ha fatto scuola per tutti: dopo che i fogli di titanio di cui è fatta la stupefacente creatura hanno fatto il miracolo di portare in quella che era una città spenta circa un milione di visitatori all’anno.4 Le amministrazioni delle principali città europee, ma anche extraeuropee, hanno ritenuto necessario adottare la loro meraviglia contemporanea, per pubblicizzarsi, arricchire le municipalità ed aumentare il turismo.

La cultura è vetrina di intrattenimento, un mezzo di consumo della città, un potenziale investimento per nuovi posti di lavoro ed una grande fonte di guadagno per le archistar che ne hanno fatto il loro biglietto da visita. Biblioteche, teatri e musei dilagano nei quartieri della cintura delle città incrementando in questo modo le attività locali legate al commercio ed al turismo e anche le infrastrutture metropolitane. Questo fenomeno ha avuto un successo globale. Gli impianti industriali, di architetture senza architetti e senza qualità, sono spazi che rispondono alle esigenze funzionali dell’arte contemporanea: grandi spazi luminosi, imponenti ed essenziali. L’architettura mediatica continua a collezionare successi nonostante la situazione economica globale sia fortemente compromessa. Le grandi istituzioni come il MoMA di NYC, la Tate Modern di Londra, il LACMA di Los Angeles e molti altri luoghi emblematici dell’arte continuano la loro missione con programmi molto intensi, eventi sempre aggiornati ed un flusso di visitatori pressoché costante.


5. Zevi, A. ,2002

introduzione

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Il museo senza autore Esistono però altri tipi di istituzioni, che come vedremo a seguire, non necessitano di grandi firme, né pretendono di diventare un brand. Sono anzi l’antitesi di ciò che si è visto fino a questo punto: il rifiuto dell’architettura mediatica del contenitore per enfatizzare il minimalismo del contenuto. A tale proposito si può citare Donald Judd, accanito detrattore di luoghi espositivi architettonicamente connotati. Nel scegliere un luogo espositivo adatto per la sua Chinato Foundation opta per un complesso industriale, in un luogo sperduto del Texas. Un’architettura sobria che ha la funzione del contenitore, che non distoglie l’attenzione dalle opere poichè, anzi, riesce ad esaltarne il minimalismo. E’ sicuramente l’antitesi di castelli , palazzi e dimore storiche architettonicamente uniche, ma estremamente personalizzate. Sorge dunque il sospetto che, prediligendo architetture senza autore o organismi antichi, gli artisti sfuggano il confronto diretto con

l’architettura contemporanea, con cui dovrebbe invece essere vivo, attuale, alla pari. 5 Queste esigenze sono strettamente connesse con una forma d’arte che si presta a questo tipo di azioni in quanto il rapporto con lo spettatore è diretto, così come il rapporto con l’ambiente ed il contesto. Inizia a perdersi quindi il concetto tradizionale di museo, per dare spazio ad un’idea altra di arte, che coinvolge di persona artisti e pubblico. Il museo diventa un laboratorio sperimentale sia per l’arte che per la città. Si lascia un po’ da parte l’idea del grande museo (stile Guggenheim) in cui lo spettatore è parte passiva della scena, mentre si passa ad un concetto di interattività sia del visitatore, che dell’artista, che dell’intero quartiere che a sua volta viene trascinato e coinvolto in determinate attività. A proposito di questo rapporto invitabile tra opere esposte ed architettura bisogna accennare ad un fondamentale dibattito avvenuto a Santa Monica nel 1989.


introduzione

6. Zevi, A. ,2002

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The Relationship between Art and Architecture Di fronte ai cambiamenti economici che sin dagli anni ’70 hanno configurato il lavoro come un’attività basata sulla condivisione come un requisito tecnico-linguistico piuttosto che sulla divisione, come accadde nella prospettiva Fordista. Alla metà degli anni ’90, Rosalyn Deutsche riconfigurò il problema della cosiddetta estetica della città come un tema spazio-culturale.6 Pratiche e concetti connessi alle arti visive si sono quindi trovate a costituire una sorta di connessione con l’architettura e l’urbanistica e quindi con la politica della pianificazione delle città. Il numero di Lotus International 113 dedicato interamente alle nuove forme di museificazione e al rapporto tra artisti ed architettura si legge un paragrafo fondamentale per chiarire il fenomeno che ha portato l’arte ad esigere altro dalle strutture museali. Di grandissima importanza fu un simposio avvenuto nel 1989 a Santa Monica, in California. Il titolo dell’evento era The Relationship between Art and Architecture. Furono due giorni di dibattito serrato tra artisti quali Daniel Buren, Donald Judd e Robert Irwin, architetti come Peter Eisenman, Frank O. Gehry, Michael Graves e Cesar Pelli, critici d’arte, curatori, psicologi e psicoanalisti. La discussione verteva principalmente su due temi: la relazione tra arte ed architettura e il museo come luogo dello scontro. Artisti come Judd e Irwin giudicano quelli di recente costruzione ostili all’arte, perché il loro compito è di servirla “nello stesso modo in cui una stazione serve i treni”.


introduzione

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Mario Merz sostiene che “nella cultura di oggi l’edificio diventa più importante della funzione” e dunque l’arte, espulsa dal suo luogo depurato, vive una condizione diasporica; oppure, come pratica Nouvel, “mors sua (di Wright) vita mea” e dell’arte. Il dibattito si conclude con due posizioni estreme ed inconciliabili: da un lato “i fautori del cimento fra arte e architettura di qualità”, con a capo Peter Eisenman e Daniel Buren, dall’altra i “fanatici dell’autonomia dell’arte e della neutralità dell’architettura” guidati da Donald Judd. Le posizioni così lontane ed inavvicinabili consentono di vedere con occhi critici i grandi interventi prima citati e quelli che vedremo nelle pagine a seguire. La conversione funzionale spontanea di edifici esistenti e di comparti urbani, dunque, è spesso riferibile all’aggregazione insediativa spontanea di individui che condividono attività e interessi. Il recupero e la bonifica dei quartieri abbandonati di molti organismi urbani (Londra, Berlino, Amsterdam, …) sono dovuti alla

presenza di insediamenti di creativi. In alcuni casi, si veda l’esempio di New York, le scelte amministrative urbane hanno manifestato la capacità di riconoscere tali germi di creatività e quindi incentivato le attività connesse alla cultura, alla comunicazione ed alla cooperazione. In questo caso sono state garantite strutture ed infrastrutture per accogliere spazi per gli artisti (sia dell’abitare che delle performance), l’elaborazione di progetti culturali e artistici, è stata definita una vasta programmazione di eventi ripetibili nel corso dell’anno in modo da garantire effetti positivi prolungati e rinnovabili. Pertanto si può pensare che l’intero territorio postindustriale possa diventare oggetto di un piano strategico integrato per il recupero economico e sociale, fondato sui luoghi della memoria industriale e del lavoro, sulla creazione di nuovi paesaggi, di nuovi scenari e sulla promozione di attività innovative culturali, artistiche e formative, e sullo sviluppo di forme insediative alternative, ecologicamente e socialmente sostenibili.


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7. Pollack L. , 2009

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Le potenzialità dei luoghi di margine

finanziamenti per poi esporre le loro opere.

Le pratiche artistiche sono sempre state pronte ad insediare aree “appetibili” ed attraente dal punto di vista morfologico ed architettonico. Aree spesso abbandonate o dimenticate che, grazie al loro scarso valore immobiliare, si trasformano pian piano in stanze urbane di cultura ed arte che spesso diventano i luoghi più “fashion” e più in voga delle città.

Il disuso di edifici industriali o di aree industriali da anni rappresenta un forte tema di progettazione. La maggior parte dei siti disponibili ed atti ad essere trasformati in spazi pubblici contemporanei e futuri è affetta da diversi stadi di degrado: abbandono, sfruttamento ambientale, inquinamento e/o pratiche di desertificazione del terreno. I luoghi che hanno resistito allo sviluppo sia pubblico che privato rappresentano proprio per questo un grande territorio per la sperimentazione e per la creatività sia artistica che architettonica.

New York è l’esempio lampante di questo fenomeno. Zone come Soho o Chelsea, ma ora anche come Brooklyn e Harlem hanno subito un processo, più o meno lento di insediamento, portando grandi conseguenze economiche, sociali, culturali e politiche. Quello che personalmente vorrei evidenziare in questo saggio è la presenza, spesso nascosta, di pratiche informali artistiche che non sono istituzioni museali, ma organizzazioni no profit o comunità cittadine che volgono la loro attenzione ad una nicchia di giovani in cerca di luoghi dove stare e praticare arte e di

I “luoghi difficili” tendono ad essere situati in zone della città che si sono sviluppate senza attenzione alla loro abitabilità come spazi quotidiani. 7


8. Pollack L. , 2009

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Esistono come margini che storicamente hanno agito da barriere: sono stati frammentati dalle opere infrastrutturali di trasporto, oppure sono essi stessi infrastrutture– autostrade, linee ferroviarie, ponti e porti dismessi diventati sponde fluviali in abbandono. Come infrastrutture – sistemi di intervento pubblico, inseriti a forza nel paesaggio urbano, concepiti in termini monofunzionali a una scala astratta metropolitana/ regionale – sono legate a un modello di ingegneria ottocentesca dominato da parametri di efficienza e tradotto in un linguaggio di norme tecniche.8 Questi luoghi-margine restano sospesi tra differenti ambiti urbani: tra diversi quartieri e quindi tra diverse giurisdizioni; tra parti di città che vengono controllate da enti diversi; tra diverse scale dimensionali, lungo o sotto infrastrutture a grande scala. Essi riescono ad intensificare la diversità urbana, ed hanno un grande potenziale nel momento in cui, per realizzare questa diversità , necessitano di un ripensamento della funzione storica di margine, che

consenta di passare dalla nozione o dalla condizione di barriera a quella di soglia, attraverso l’identificazione di obiettivi progettuali che esigono un profondo coinvolgimento e un’attenta comprensione delle condizioni esistenti. Ci troviamo di fronte a territori elastici. È «una struttura flessibile, legata al contesto ed elastica, capace di includere una varietà di strumenti e voci. Ugualmente importante, non è reattiva; non rappresenta una scusa per non intervenire; non è una sperimentazione continua senza obiettivi o senza una rinnovata valutazione degli obiettivi». La rigenerazione culturale di questi luoghi limite assume pertanto connotazioni molto differenti, a seconda del luogo in qui prende vita. La maggior parte delle grandi capitali mondiali hanno quartieri identificabili proprio come quartieri dell’arte e della cultura, in cui artisti e imprenditori hanno investito moltissimo. Si vedano gli esempi di Soho a Londra, del Lower Est Side e di Chelsea a New York, o ancora del Left Bank a Parigi.


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9.Polveroni P., 2009

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I quartieri culturali La storia di queste aree è lunga e complessa, come altrettanto complesse si presentano attualmente le dinamiche sociali che in esse si sono create. Quartieri culturali sono stati proposti anche negli anni Ottanta ad esempio in Gran Bretagna da organizzazioni come la British American Arts Association (BAAA,1989) e la Cultural Consultancy Comedia. Alcuni esempi fondamentali sono sicuramente il Sheffield Cultural Industries Quarter e il Temple Bar a Dublino. La storia di questo fenomeno è quindi già abbastanza datata. Il fenomeno della “colonizzazione” da parte di pratiche artistiche di aree periferiche e di spazi industriali si sta trasformando nel tempo. Sicuramente artisti, commercianti d’arte e utenti hanno esigenze diverse rispetto ad alcuni decenni fa’. Ma il problema fondamentale è, senza dubbio, un’inversione economica che negli ultimi anni ha indebolito le grandi istituzioni culturali, i grandi musei, ed ha aperto la strada a più o meno importanti pratiche informali. Il crollo delle istituzioni d’arte comincia laddove è iniziata la crisi, con le fondazioni – ha scritto il “Wall Street Journal” a gennaio 2009 – che in meno di due anni avrebbero perso 200 miliardi di dollari, ed è noto a tutti quanto le donazioni che queste strutture riescono a realizzare siano la spina dorsale dei musei americani, il cui calo dei fondi si attesta intorno al 20 %.9 In un momento storico in cui il museo sta perdendo di valore e di potere sono più evidenti altre forme di cultura che si diffonde non tanto tramite le istituzioni quanto grazie alle organizzazioni minori, quelle no profit, quelle riconosciute a livello collettivo, ma non istituzionale.


10. Haydn F. , 2007 11. Bianchetti C. , La città provvisoria,2007

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Urban Activism Si nota quindi un forte cambiamento di tendenza in cui i colossi dell’arte sopravvivono senza coinvolgere in modo particolarmente attivo i quartieri in cui sono collocati, ed altre situazioni di partecipazione attiva nella vita di quartiere, come quelle che vedremo successivamente quando si parlerà di attivismo urbano. Molte sono le organizzazioni che si occupano di invadere spazi con linguaggi differenti. Compiono azioni che, anche se spesso temporaneamente, riescono a convertire o stravolgere l’identità di luoghi, spesso in disuso, e a trasformarli in piccole icone della città. Si tratta di attivismo: a livello internazionale gli esempi di gruppi attivisti sono molti e le azioni compiute altrettanto numerose. Nelle pagine successive verrano presentati i casi principali ed alcune delle azioni più significative. Quando si parla di attivismo, come già detto, si parla di temporaneità. Gli usi temporanei dello spazio sono sintomi di un modo di vedere il progetto urbano alternativo: invece di lasciare le redini decisionali esclusivamente al governo e all’economia, esplorano una appropriazione della città diversa. 10 Compiere azioni sul territorio significa coinvolgere i cittadini nel quotidiano, applicare trasformazioni su spazi a volte scontati o ancor peggio dimenticati nell’immaginario collettivo. L’uso temporaneo dello spazio è ciò che rivela la sua capacità di divenire spazio del pubblico, di costituire lo sfondo della messa in scena di un pubblico: una costellazione mobile di individui, un accidente che si costruisce e si disfa ripetutamente, in modo intenzionale.11


introduzione

12. Bianchetti C. , La città provvisoria, 2007

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Il concetto che sta alla base di questo modo di progettare è il “Do-it-yourself mentality” dei cittadini residenti. C’è un altro concetto importante: “La concezione di uno spazio vuoto o inutilizzato come se fosse un terreno a maggese è il prodotto di una logica di sfruttamento che lo definisce come capitale in disuso. Nel libro “Temporary Urban Spaces” viene presentata un’indagine su esempi di spazi urbani usati temporaneamente sia nelle città europee che negli Stati Uniti. Questo tipo di strategia ha una storia che risale agli anni Novanta. L’autore fornisce dapprima un dizionario di termini che specificano i concetti legati alla temporaneità ed in seguito presenta 35 casi di progetti. Strade, capannoni, vagoni della metropolitana, container, sottopassi, atri, hall, palchi, edifici abbandonati, ripari improvvisati, chioschi ideati o resi disponibili per feste gastronomiche, musicali, iniziative editoriali mobili ed effimere, passeggiate, manifestazioni teatrali, gallerie, stanze dove alloggiare

senza casa, dove esporre, ritrovarsi, fare scuola. 12 I soggetti coinvolti sono associazioni di artisti, architetti e cittadini che utilizzano come strumenti linguaggi di comunicazione molto vari a seconda dei casi. Ma in ognuno di questi la caratteristica comune è l’appropriazione di uno spazio non casuale, bensì di un luogo disponibile e con caratteristiche ben definite. Sono gli usi che definiscono gli spazi pubblici temporanei: ripari per attività poco robuste, nei quali qualcosa, occasionalmente, viene progettato e realizzato. E che in seguito possono conservare, di questo qualcosa, tracce di intensità e durata diversa. Eventualmente, accoglierne altre (misurandosi in questo con una ripetibilità e una durata non prevista). Questo modo di agire porta con sé vantaggi anche nei confronti di un uso misto di un luogo. Si tratta dell’antitesi di un masterplan poichè non si propone di aggiungere nuovi spazi, piuttosto di sfruttare ciò che già esiste. Spazi normalmente piccoli , adatti ad accogliere azioni passeggere.


13. Pasquali M., 2008

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Casi di Urban Action La temporaneità è la caratteristica principale dell’ultimo decennio: temporanea è la situazione culturale (nomadi), di circostanza (senza tetto) o di stile di vita. Tutte condizioni attualmente inevitabili nella nostra società. Le azioni che propongono queste associazioni come interferiscono con l’urbanità? Come entrano in contatto con le diverse “situazioni urbane”? La tendenza del Temporary Urban Space è molto diffusa oggi e si lega al fenomeno dell’attivismo in quanto in tutti e due i casi viene meno la presenza di un’istituzionalizzazione. Sono quindi progetti realizzabili anche da singoli cittadini, non per forza tutelati da norme particolari o controllati da istituzioni culturali. Ricordiamo che in questi casi l’istituzionalizzazione, infatti, rischia di rovinare un intervento, piuttosto che di facilitarlo. L’economia, la politica e l’amministrazione determinano gli usi di un territorio, ma diventa sempre più importante il ruolo della comunità che governa a suo modo lo spazio in cui vive. L’idea è quella di una “comunità indipendente” che lavora per rendere proprio uno spazio. Si pensi ai Guerrilla che letteralmente combattono per appropriarsi di un’area particolare, con un’atmosfera altrettanto particolare. La loro strategia riceve supporti dalla popolazione locale, ma anche disapprovazioni. Le persone vivono e creano in maniera attiva il verde, intervenendo in zone abbandonate e degradate della città. 13 Orti, giardini, aiuole che nascono vicino a rotaie abbandonate o tra l’asfalto che domina le periferie e che sono il frutto dell’iniziativa di gruppi di cittadini che trasformano queste aree con la loro partecipazione attiva, le progettano, le realizzano e le gestiscono.


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14. http://cca-actions.org/actions-list

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Col supporto dei proprietari delle case e giardini tentano di portare un’idea di sostenibilità all’interno delle case dei cittadini in moltissimi quartieri(ad esempio Bedford-Stuyvesant, Ocean Hill, Clinton Hill, Bushwick, Brownsville,) proponendo orti urbani, nuovi materiali e assistenza tecnica. Questo modo di agire informale nei confronti dello spazio pubblico è al centro della ricerca attuata dal Canadian Centre for Architecture (CCA). Nel 2008-09 ha presentato “Actions: What You Can Do With The City”, un’esposizione di 99 azioni che istigano ad un cambiamento positivo nelle città contemporanee di tutto il mondo. Semplici attività comuni, come ad esempio camminare, giocare, ricilare, e fare giardinaggio sono spinte oltre il loro significato da architetti internazionali, artisti e gruppi che sono stati coinvolti in questa esibizione. Le loro attività sperimentali interagiscono con l’ambiente urbano e mostrano come la potenziale influenza del coinvolgimento personale possa avere un riscontro nella città, e possa indurre i residenti a partecipare.

“Actions: What You Can Do With The City” documenta e presenta progetti specifici create da grandi e diversificati gruppi di “activist” il cui coinvolgimento individuale ha procurato un cambiamento radicale nelle città odierne. Questi motori umani di cambiamento includono architetti, ingegneri, professori universitari, studenti, bambini, pastori, artisti, skateboarders, ciclisti, pedoni, impiegati municipali e molti altri che rispondono alla domanda di che cosa può essere fatto per migliorare l’esperienza urbana attraverso azioni sorprendenti e spesso ludiche. 14 Le 99 azioni proposte includono progetti collegati con la produzione di cibo e la possibilità di un’agricoltura urbana; la pianificazione e la creazione degli spazi pubblici con forti interazioni comunitarie; il riciclaggio di edifici abbandonati per nuove proposte; l’uso delle fabbriche urbane come un terreno di gioco, di calcio, di arrampicata; l’inversione della strada veicolare che accoglie invece pedoni ed attività umane; il design di vestiti che aggrediscono barriere architettoniche, ecc.


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Vediamo ora alcune di queste “Actions” che permettano di capire più a fondo questi concetti. Ogni azione ha un tema specifico e, nel sito web, corrisponde ad un’immagine icona. Sul tema dell’ecologia si sono concentrati molti sforzi. Dalle proposte di orti urbani, a sistemi di riciclaggio di materiali a grandissimi pic-nic per sensibilizzare le città al tema della nutrizione. Per esempio questo “continuous” picnic aveva il compito di mostrare come la produzione del cibo nella città e nello spazio pubblico può essere una combinazione vincente nel centro di Londra. L’idea è stata quella di distribuire semi nel centro urbano, prodotti alimentari, di organizzare un picnic e occupare due grandi parchi e metterli in connessione con un grande corridoio. Questo progetto è stata la dimostrazione reale di una strategia chiamata “Continuous Productive Urban Landscapes” sviluppata dagli architetti Katherine Bohn e Andre Viljoen: si tratta di orti urbani a bassa densità integrati nella città. Per gli architetti il paesaggio produttivo è un “open

urban space” produttivo, che fornisce prodotti agricoli, limita l’inquinamento ed aumenta la biodiversità nella città. Un altro tipo di intervento, decisamente più invasivo e impattante è stato quello compiuto dall’artista Maider Lopez, nel contesto della Biennale di Sharjah. L’artista tracciò le linee rosse di un campo da calcio e collocò le porte alle estremità trasformando la piazza principale di Sharja in un vero e proprio campo da calcio. Gli elementi di arredo urbano rimasero esattamente al loro posto, nulla della piazza venne alterato. La piazza diventò uno “stadio” aperto, con i passanti come tifosi spettatori,rilassati sulle panchine, in un contesto totalmente inaspettato. Il lavoro dell’artista è stata un’interruzione temporanea dell’uso convenzionale di uno spazio e dell’architettura che ne faceva parte. Un’altra interessante proposta riguarda la città di Siviglia in cui si è assistito ad alla temporanea trasformazione dei “solares”, lotti abbandonati per motivi di sicurezza.


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Santiago Cirugeda, architetto di Siviglia, ha proposto strategie semilegali per proporre un nuovo modo di abitare e vivere questi spazi. Il muro di calcinacci fu considerato parte integrante del progetto di design, e gli elementi di barriera per macchine e pedoni vennero usati come componenti in plastica per panchine, altalene, giochi per bambini e supporti per biciclette. Addirittura si decise di istruire gli abitanti attraverso un foglio di istruzioni che permetteva loro di costruire i propri arredi. Il progetto riuscì a produrre design a basso costo ed impatto. Sono moltissimi i casi di urban action esterni ai casi che il CCA ha mostrato. Sono anche molto interessanti le azioni che hanno preso luogo nell’Est o nel Nord Europa. Il primo esempio è quello di Urban Void è un gruppo aperto di artisti ed architetti che lavora su azioni collettive nella città di Atene. Dal 1998 al 2004 il gruppo si è organizzato per proporre 12 azioni, molto diverse tra loro, nel contesto urbano coinvolgendo attivamente il pubblico. Queste azioni comprendevano passeggiate, lettura di testi letterari, performance teatrali, l’aiuto nei confronti dei senza tetto ed altre piccole e semplici azioni quotidiane organizzate dal gruppo nei luoghi di interesse. Semplicemente grazie alla loro presenza nei luoghi, i membri di Urban Void invitano i cittadini a riattivare aree abbandonate della città. Questi terre vuote sono luoghi “limbo” sottosviluppati e senza speranza di essere trasformati, cosa che li lascia in bilico tra povertà e criminalità. Tentando di abitare temporaneamente in questi luoghi

Urban Void tenta di creare delle relazioni tra luogo e cittadini. Le dodici azioni si collocano in spazi molto diversi tra loro: dalla strada alle rive del fiume, dalle terrazze agli edifici dismessi. Altri casi di Urban Action e Arte Site Specific Le azioni comprendono installazioni pubbliche (come microfoni, altoparlanti, palcoscenici per la lettura di poesie, testi e musica). Il modello tipico di istituzione artistica con cui oggi conviviamo è cresciuto da idee e strutture che risalgono a circa un centinaio di anni fa ed hanno le loro radici nell’Europa Centrale. Forme residenziali periferiche e paesaggi e climi profondamente diversi tra loro evocano ed ispirano il pensiero e la produzione di arte. Altro caso nord-europeo è Arte in Nordland è un programma che produce una serie di opere d’arte sitespecific create da artisti internazionali in collaborazione con le municipalità, le città e le comunità della Nordland Couny in Norvegia. La regione consiste principalmente di piccole comunità disperse lungo tutta la costa, quindi su 310 miglia da Nord a Sud. La popolazione totale della regione, che non conta città più grandi, è di circa 24.000 persone. Nel periodo tra il 2003 e il 2005 usando come mezzo di comunicazione circa quindici progetti d’arte si cercò di stabilire un dialogo tra le varie comunità locali della contea. Lo scopo era quello di esaminare le proprietà legate al contesto locale , il potenziale comunicativo e la funzione dell’arte nel mondo contemporaneo, e una discussione site-specific più teoretica come una strategia artistica.


15. http://rebargroup.org/

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REBAR15 è uno studio interdisciplinare che opera sia dal punto di vista artistico, che del design che dell’attivismo. Il loro lavoro è un mix tra visual e public art, progetto di paesaggo, interventi urbani, installazioni temporanee e progetto digitale. Il suo scopo è quello di riproporre fabbricati dell’ambiente urbano nascosti o dimenticati estrapolandone i significati e valori nascosti e condividendone le potenzialità con il pubblico. Lo studio ha avuto grande successo in esposizioni internazionali dalla Biennale di Venezia, all’Experimenta Design di Amsterdam, l’ISEA 2009 di Dublino, il Yerba Buena Center for the Arts, l’ American Institute of Architects, il Canadian Center for Architecture, the Harvard Graduate School of Design, Parsons School of Design, U.C. Berkeley, the Univ. of Michigan, the Univ. of Mass. Amherst e molti altri. Il 19 settembre 2008 si è tenuto il Park(ing) day, l’evento con epicentro a San Francisco, dove attivisti, artisti e cittadini di tutto il mondo occupano e trasformano

per qualche ora un posto auto di un parcheggio momentaneamente libero, in un piccolo parco pubblico, con tanto di erba, alberelli e panchine, per il relax dei pedoni e dei ciclisti. L’azione del Park(ing) è stata inventata nel 2005 da REBAR. E’ un gesto di dissenso verso la mobilità urbana delle grandi città dove impera il mezzo a motore che costringe la pianificazione a sacrificare spazi verdi e pubblici in favore di parcheggi e super strade. Un’altra azione che ha coinvolto l’ambiente è stata, per esempio, il Big Jump nei fiumi e nei laghi, organizzato contemporaneamente in tutta Europa, per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla qualità delle acque e il

recupero della balneabilità. E’ il Big Jump, campagna europea di European Rivers Network (ERN).Un gesto naturale e usuale fino a 30 anni fa, ma che oggi, con le acque fortemente inquinate, rappresenta un urlo di sgomento e di protesta. In questi casi si tratta quindi di gesti denuncia sociale, ambientale.


introduzione

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In tutti i casi visti fino ad ora si è potuto osservare come il ruolo dell’arte e degli artisti sia stato fondamentale nell’ambito della riqualificazione di aree industriali in disuso e del recupero di edilizia pubblica. Nei casi di gentrificazione il ruolo dell’artista può essere talvolta definito quello di pioniere: colonizza spazi “scomodi” conferendo loro valore culturale, estetico, urbanità, ed al contempo rendendoli appetibili dal punto di vista economico.

valore a luoghi problematici ed a spazi difficili da abitare (con differenze non sottostimabili a seconda dei diversi contesti geografici in cui i processi avvengono). Al contempo è importante evidenziare come, sfruttando l’arte come motore per dar vita a parti di città disagiate, si rischia talvolta di creare situazioni di benessere temporaneo (ad esempio teatri e musei che chiudono). E’ in tal senso importante capire quali siano gli strumenti più efficaci per mantenere attivi e di valore, nel tempo, i luoghi. In questo saggio si sono incontrate In tal senso, ed a suo modo, l’artista diventa un due modalità, in riferimento a pratiche artistiche po’ urbanista, trasformando, spesso radicalmente, formali ed informali. l’identità dei luoghi ed il loro valore, facendo fronte a disomogeneità etniche, problemi di insicurezza Ove arte e cultura sono veicolate attraverso musei sociale e bassa qualità della vita. . Al contempo, o teatri, oppure da studi d’arte, gallerie, spazi delle rendendo gli stessi luoghi attrattivi per altri tipi performance. Se la prima modalità si è data in una di professionisti. In particolare chi si occupa di fase storica che per molti aspetti può apparire alle investimenti di capitale e commercio. In questo spalle, la seconda appare propria della condizione modo i luoghi si trasformano in zone molto varie contemporanea. Qui, nelle migliori delle esperienze, sia da un punto di vista sociale che funzionale. le pratiche artistiche sembrano facilmente ripetibili Restando però, solitamente, molto caratterizzate nel tempo e poco usurabili perchè generate dalla presenza di istituzioni artistiche. Tanto da utenti coinvolti direttamente nelle attività e da risultare spesso una sorte di milieu per la accomunati da interessi e problematiche comuni. produzione d’arte e per il suo consumo privato e pubblico. Luoghi in cui è alta la presenza di teatri, musei, gallerie ed infrastrutture per l’arte di altro tipo. Si può così dimostrare oggi come arte e cultura, quali strategie di rigenerazione urbana, siano senza dubbio di successo per il modo in cui conferiscono


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1.1 La cittĂ  costruita


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fig.1 : Ortofotocarta di Long Island City (NYC, Stati Uniti)

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fig. 2 : Ortofotocarta dello stato di New York

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Long Island City, NYC

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Long Island City (L.I.C.) è la più grande comunità nella contea del Queens. L’area è al centro delle più grandi trasformazioni che coinvolgono la città di New York. È un’area dalle ampie estensioni, che, nel giro di pochi anni, ha subito un incremento di abitanti e di superficie costruita impressionanti. Situato subito attraversato la East River da Midtown Manhattan e la Upper East Side, è Long Island City nel Queens occidentale è una delle più vive e vibranti aree del Queens, ma anche di tutta New York City. Rispetto a tutto il resto del Queens Long Island City ha un’altra storia, oltre ad aver subito la trasformazione più grande rispetto alle aree circostanti. Negli ultimi venti anni si è trasformata da zona industriale a grande centro culturale con una concentrazione di artisti sia passeggeri che residenti, provenienti da tutto il mondo. La storia di Long Island City è una storia di cambiamenti fondati sulla sua collocazione geografica e la sua storia l’hanno discostata dal resto del Queens, collegandola fortemente a Brooklyn e Manhattan e sulla sua storia e il suo sviluppo continuo che la portano ad essere un cuore pulsante anche a livello infrastrutturale (metropolitana, ferrovie, ponti e gallerie). Long Island City inizia a diventare più accessibile agli inizi del XX secolo con l’apertura del Queensboro Bridge (1909), il Hellgate Bridge (1916), e i tunnel della metropolitana. Questi importanti collegamenti infrastrutturali incoraggiarono l’apertura e la crescita delle industrie che caratterizzarono l’area per il resto del secolo.


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fig.1 : Ortofotocarta di Long Island City (NYC, Stati Uniti)

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LIC si trova nel Queens occidentale, attraversato l’East River da Manhattan. È attualmente la più grande comunità del Queens con oltre 250000 residenti. La storia di LIC si estende da più di 360 anni: da terra destinata ad agricoltura per gli olandesi (1640) a centro residenziale e commerciale. Nel 1980 si poteva notare una grande espansione a LIC e una rinascita dell’industria cinematografica che aveva le posto qui le sue radici. La famosa Silvercup Studios che convertì una vecchia fabbrica del pane si trasformò in quella che sarebbe diventata la più grande industria di produzione di film e programmi televisivi degli Stati Uniti del Nord-Est. Inoltre fu aperto il Centro di Design Internazionale laddove sorgeva un tempo il vecchio forno Sunshine e la fabbrica di gomma da masticare Adams Chewing Gum. Il grande magazzino Macy’s si insediò nel Falchi Building. Negli ultimi anni LIC ha avuto una crescita continua di edifici residenziali e di business, come anche l’innovativo e controverso piano di sviluppo del waterfront.

La città è sede di aziende importanti, tra cui la più grande industria cinematografica di NYC: Silvercup Studio, di cui parleremo in seguito quando verrà trattato il progetto di Richard Rogers che ne prevede l’ampiamento. Gli edifici residenziali hanno una storia che risale alla fine dell’Ottocento . Durante gli ultimi anni del 1800, ci fu un grande incremento nella vita commerciale ed industriale di NYC, che portò una crescita dell’immigrazione Europea ed una grande domanda immobiliare ad Astoria. Quest’epoca segno l’inizio dell’insediamento dei Tedeschi ad Astoria. Alcune famiglie diedero tanto per trasformare il villaggio di campagna in una comunità come l’immigrato tedesco Henry Steinwat, patriarca della fabbrica di pianoforti: la Stainway Piano. Dopo la costruzione, nel 1853, della fabbrica di pianoforti, la Stanways fondò una segheria ed una fonderia. Essi finanziarono strade e tramvie; costruirono anche il Steinway Village, costituito da case a schiera, una chiesa ed una scuola dove il tedesco


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veniva insegnato come seconda lingua. Fornirono per primi negli USA anche i lavoratori di asili e parchi giochi per bambini. Nel 1898 Astoria divenne parte della grande New York City. Grandi fattorie vennero trasformate in grandi edifici residenziali. Alla fine del IXX secolo, la città aveva la più grande concentrazione di industrie degli Stati Uniti. Nel 1909 iniziò la più grande trasformazione con l’apertura del Queensboro Bridge che cambiò immediatamente l’identità della comunità: un sobborgo remoto ad una destinazione rapida da Manhattan. Negli anni ‘20 e ‘40 Astoria divenne la casa di un vastissimo numero di immigrati Italiani, Greci ed Irlandesi. Dopo un cambiamento delle politiche di immigrazione statunitensi alla fine degli anni ’60, Astoria accolse la più grande ondata di immigrazione dei tempi moderni, soprattutto dalla Grecia. Dagli anni ’80 ad oggi si è visto un aumento di immigrazioni da parte delle popolazioni provenienti da Bangladesh, India, Repubblica Dominicana, Ecuador e Brasile. Dalla metà degli anni ’90 la popolazione di Astoria e LIC ha risentito della forte domanda immobiliare di Manhattan. Si sono quindi costruiti molti edifici residenziali, nuovi poli aziendali, con un conseguente aumento del valore immobiliare. Iniziarono ad insediarsi giovani professionisti, artisti, scrittori e musicisti durante quest’era di “gentrification”. La destinazione d’uso del terreno è suddivisa in grandi settori: un mix di aree verdi, servizi pubblici, aree residenziali\commerciali, residenziali\industriali.


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Long Island City è facile da riconoscere da lontano, o dall’aereo. E’ segnata dalla presenza del grattacielo della Citibank (la più grande struttura dello stato di New York, all’infuori di Manhattan) e le torri della Citylights, che inaugurarono lo sviluppo del Queens West. Vi è inoltre la famosa icona della Pepsi-Cola, un cartello pubblicitario immenso collocato sulle rive del fiume. Probabilmente L.I.C. è la zona con la migliore posizione di tutta NY rispetto alla City. Proseguendo con il tema della città costruita, si possono evidenziare due settori residenziali. Il settore nord, che è conosciuto come Astoria (qualcuno lo nomina Dutch Kills); e la parte sud chiamata Hunters Point. In questa tesi si svilupperà un progetto concentrato perlopiù nel secondo settore. Le due metà della città sono separate nettamente dal Queensboro Bridge le cui diramazioni creano la spaventosa Queens Plaza, oggetto di un grande progetto che verrà presentato nei prossimi paragrafi.

La tipologia abitativa predominante è la casa bifamiliare e risale al 1910 circa. Ad Hunters Point il valore di questi immobili sta crescendo vertiginosamente. In pochi anni si è passati dai 240,000$ ai 370,000$ per una casa duplex. La maggior parte degli edifici è in affitto e gli affitti vanno dagli 850$ ai 1000$ a stanza. Pertanto si può constatare che il valore di quest’area, per quanto conosciuta come periferia industriale, sta assumendo una forza notevole dal punto di vista degli investimenti immobiliari. Un altro tipo di residenza è quella popolare. Gli insediamenti di 26 palazzi delle Queensbridge Houses e i 31 palazzi di Ravenswood Houses costituiscono due dei più grandi quartieri popolari di tutti gli Stati Uniti. Le 96 unità abitative popolari sono il risultato del Wagner Housing Act risalente al 1937. Il Congresso avrebbe dovuto finanziare un progetto solo nel caso in cui questo si fosse dimostrato esteticamente attraente e valido funzionalmente. In realtà il progetto venne approvato ugualmente. Solo nel 1950 è iniziato il progetto di risanamento dei servizi igienici e degli spazi comuni.


1.2 Gli spazi aperti: micro e macro porositĂ 


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fig.1 : Ortofotocarta di Long Island City (NYC, Stati Uniti)


fig. 2 : Ortofotocarta dello stato di New York

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fig.2

Micro-macro porosità Il sistema degli spazi aperti è strettamente connesso con due fattori: gli spazi industriali e la presenza dell’acqua. Quello che in questa tesi verrà definito spazio poroso non è solo lo spazio aperto, il verde pubblico ed i parchi, ma è anche lo spazio vuoto o permeabile che lasciano i crateri delle fabbriche abbandonate in un territorio vasto e complesso come quello che si sta analizzando. I principali pori legati alla natura, quindi i grandi parchi urbani e gli spazi verdi sono davvero esigui in quest’area. Nei complessi popolari sopra citati (Queensbridge Houses e Ravenswood) i numerosi edifici di mattone scuro sono circondati da alberi che tentano di creare un filtro tra l’insopportabile sferragliare della ferrovia soprastante e le abitazioni. parchi playground


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Queensbridge Park- Playground

Queensbridge Park

LIC Community Garden

Murray Playground


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Attualmente il più grande parco di Long Island City è proprio collocato ad ovest degli agglomerati popolari e si trova sul waterfront. Il parco di 56 acri ospita campi da softoball e baseball, fontane di acqua potabile e giochi da tavola. Quest’area è stata rinnovata nel 1980, anno in cui è stata dotata di un sistema di drenaggio e di irrigazione molto complesso. Alberi, piste ciclabili e aree attrezzate fanno di questo parco (Astoria Park) uno dei più antichi e significativi parchi di NYC. Purtroppo la malavita che si è sviluppata intorno ad esso lo ha reso un luogo abbandonato nei lunghi periodi invernali. Il Queensboro Park prende il nome dal ponte soprastante che è anche conosciuto come il 59th Street Bridge, nome che gli è stato attribuito dopo che nel 1960 Simon and Garfunkel hanno scritto la famosa canzone “The 59th Street Bridge Song”.

Un’altra tipologia di spazi aperti è il playground. Un esempio di playground è rappresentato dallo Spirit Playground. Il playground ha una grandissima forza nel quartiere. Raduna ad ogni ora del giorno giovani che lo usano come punto di aggregazione, di sport e svago. Il playground è un luogo fondamentale nelle aree periferiche in quanto è un simbolo di appropriazione di suolo, una sorta di marchio delle comunità di giovani locali che in esso si riconoscono. La municipalità sta finanziando numerosi progetti di spazi aperti. Il più grande è il Gantry State Park sulle rive del fiume. Il parco fa parte del grandissimo investimento immobiliare in atto sul waterfront. Con l’occasione si è creato il parco più prestigioso ed affascinante del Queens. La vista sullo skyline di Manhattan lo rende uno dei luoghi più suggestivi di tutta New York.


1.3

Il sistema delle acque ed il problema delle inondazioni


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fig.3 : Parchi pubblici e verde urbano

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fig.4


fig.3 : Parchi pubblici e verde urbano

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Il sistema delle acque

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L’area del West Queen non ha una rilevanza significativa dal punto di vista naturalistico (flora e fauna fluviali). Essendo un’area destinata al commercio e all’industria il fiume e le sue rive sono da sempre usati come infrastruttura di trasporto. Il piano per il lungo fiume “ Plan for the Queens Waterfront” risale al 1993. Potrebbe essere effettivamente possibile creare un waterfront pubblico continuo, percorribile da pedoni, skater e ciclisti. Il Dipartimento che si occupa del piano di sviluppo ha rilasciato a proposito una pubblicazione intitolata “Greenway Plan for New York City”, i principali progetti riguardano proprio l’area di nostro interesse, quindi le rive dell’East River. I residenti di Astoria e Ravenswood possono usufruire dei molti accessi pubblici sul waterfront:dal Ralph DiMarco Park, all’Astoria Park , al Socrates Sculpture Park (di cui si parlerù più avanti) e il Queensbridge Park. La porzione sud del waterfront comprende un grande progetto intitolato “East River Tennis Club project”che all’altezza della 44th Avenue propone 20.000 sq.ft. di suolo pubblico. Il piano di sviluppo del waterfront pone anche limiti per quanto riguarda la visibilità del fiume dall’interno della città. Infatti è di fondamentale importanza che i nuovi progetti (che prevedono alte torri sul waterfront) considerino questi vincoli. A tale proposito il piano per Hunters Point Waterfront Project include un’area di 18 acri di suolo pubblico sulle rive.


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REACH 12\ WEST QUEENS Public Waterfront Existing and Approved 1. Ralph Di Marco Park 2. Astoria Park 3. shore Towers Public Esplanade 4. Astoria Athletic Field 5. Astoria Houses Public Esplanade 6 Socrates Sculpture Park 7. Rainey Park 8. Queensbridge Park 9. East River Tennis Club 10. 44th Drive Pier 11. Hunters Point Waterfront Esplanade


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Attualmente il più grande parco di Long Island City è proprio collocato ad ovest degli agglomerati popolari e si trova sul waterfront. Il parco di 56 acri ospita campi da softoball e baseball, fontane di acqua potabile e giochi da tavola. Quest’area è stata rinnovata nel 1980, anno in cui è stata dotata di un sistema di drenaggio e di irrigazione molto complesso. Alberi, piste ciclabili e aree attrezzate fanno di questo parco (Astoria Park) uno dei più antichi e significativi parchi di NYC. Purtroppo la malavita che si è sviluppata intorno ad esso lo ha reso un luogo abbandonato nei lunghi periodi invernali. Il Queensboro Park prende il nome dal ponte soprastante che è anche conosciuto come il 59th Street Bridge, nome che gli è stato attribuito dopo che nel 1960 Simon and Garfunkel hanno scritto la famosa canzone “The 59th Street Bridge Song”.

Un’altra tipologia di spazi aperti è il playground. Un esempio di playground è rappresentato dallo Spirit Playground. Il playground ha una grandissima forza nel quartiere. Raduna ad ogni ora del giorno giovani che lo usano come punto di aggregazione, di sport e svago. Il playground è un luogo fondamentale nelle aree periferiche in quanto è un simbolo di appropriazione di suolo, una sorta di marchio delle comunità di giovani locali che in esso si riconoscono. La municipalità sta finanziando numerosi progetti di spazi aperti. Il più grande è il Gantry State Park sulle rive del fiume. Il parco fa parte del grandissimo investimento immobiliare in atto sul waterfront. Con l’occasione si è creato il parco più prestigioso ed affascinante del Queens. La vista sullo skyline di Manhattan lo rende uno dei luoghi più suggestivi di tutta New York.


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Il waterfront del West Queens non è una posizione attraente per la maggior parte delle attività industriali. Le rive del fiume attualmente sono in attesa di accogliere sviluppi futuri in ambito residenziale e commerciale. Per supportare questo sviluppo è stato previsto il potenziamento dei trasporti navali dal Manhattan a L.I.C. Hunters Point Project prevede 6,385 nuove unità residenziali, hotel da 350 stanze e milioni di mq di spazi per uffici che porteranno 10,000 nuovi residenti e 8,000 posti di lavoro. Il waterfront è anche in una posizione strategica rispetto alla ferrovia (LIRR) e alla stazione di Queens Plaza. Analizzando il piano di sviluppo del waterfront si può notare come questo lungo lembo di terra cambia a seconda delle funzioni che verranno assegnate nei diversi quartieri della città. Infatti in Hunters Point South il piano prevede una grande area verde di servizi e spazi aperti per le nuove torri residenziali, mentre a nord verrà destinata

all’industria. Lo scopo è quello di creare due grandi parchi interrotti da Queensboro Bridge. Il primo a sud del ponte comprenderà i Pier e il simbolo della Pepsi-Cola. Il secondo sarà collocato a nord del ponte e coinvolgerà l’area industriale e popolare ed incorporerà il landmark della TerraCotta Building che verrà inglobato dal grande progetto per SilverCup Studios di Richard Rogers. Nell’area perimetrale del waterfront gli edifici dovranno avere un’altezza massima di 110 ft. e dovranno prevedere aree commerciali. L’idea che sta alla base del piano per il waterfront è quella di limitare la forte distanza sociale tra le due parti e di creare un asse di connessione unico su cui i cittadini si possano riconoscere senza distinzioni. Purtroppo i grandi investimenti che riguardano Hunters Point hanno già cancellato parzialmente questo buon proposito ed hanno creato un’area quasi idilliaca in cui i nuovi grandi spazi verdi sono frequentati quasi esclusivamente da chi abita le nuove torri residenziali.


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La New York-New Jersey Upper Bay è un largo bacino portuale che ha origine dalla foce del fiume Hudson ed è collegato all’Oceano Atlantico tramite i cosiddetti “Verrazzano Narrows” e lo stretto di Long Island. La baia si estende per circa 50 chilometri quadrati, e misura circa 6 chilometri nel suo punto di maggior larghezza. Questo vasto bacino d’acqua è circondato da aree densamente urbanizzate, che costituiscono il tessuto urbano di New York City: i quartieri bagnati dalla baia sono ben tre a Manhattan, oltre a Brooklyn e Staten Island (NY), Jersey City e Bayonne (NJ). La popolazione della Regione metropolitana conta 20 milioni di abitanti, la più vasta degli Stati Uniti. L’isola di Manhattan da sola ha circa 2 milioni di residenti, che la rendono uno dei luoghi più densamente popolati della nazione. Secondo recenti studi relativi ai cambiamenti climatici globali, la New York-New Jersey Upper Bay è destinata ad un innalzamento del livello delle acque di circa 30cm nei prossimi cinquant’anni, che potrebbe arrivare a circa il doppio nei prossimi cento anni. Scenari ancor più

pessimistici arrivano a stimare, sulla base della sempre crescente velocità di scioglimento dei ghiacci polari, un incremento nell’ordine dei 100-120cm entro la fine del secolo. L’incremento del livello del mare di per sé causerà allagamenti, ma la presenza di uno specchio d’acqua più vasto porterà anche ad un drammatico aumento di fenomeni alluvionali dovuti a violenti temporali, uragani, tempeste tropicali. Recenti stime prevedono che i fenomeni alluvionali più gravi, i cosiddetti 100-year flood e 500-year flood, si presenteranno rispettivamente ogni 15 e 120 anni circa (anziché 100 e 500). L’aumento della temperatura delle acque superficiali comporterà, oltretutto, l’intensificarsi e il potenziarsi di temporali e tempeste tropicali, portando il livello di distruzione di questi fenomeni oltre i limiti a noi noti oggi. Questi cambiamenti climatici minacciano le attuali infrastrutture, gli ecosistemi e le comunità. Gran parte dell’area circostante la baia, in cui si trovano peraltro alcuni dei più preziosi patrimoni architettonici della


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città, giace oggi appena al di sopra del livello del mare, e il rischio che la città possa essere paralizzata dalle future inondazioni è decisamente concreto. Gli edifici e le infrastrutture vicine all’attuale livello del mare potranno trovarsi ad affrontare danni irreparabili, i trasporti, pubblici e privati, subiranno enormi ritardi e cancellazioni in occasione dei peggiori temporali. L’incremento delle precipitazioni porterà al sovraccarico delle centrali di depurazione e trattamento delle acque, l’allagamento di siti industriali o contenenti materiali tossici creerà gravi danni ambientali e problemi di carattere sanitario. Abbiamo dunque la necessità di affrontare questi rischi, e nel farlo ci si presenta l’importante opportunità di ripensare il complesso rapporto che lega infrastrutture, ecologia e società nell’ambito urbano. La risposta convenzionale agli alluvioni è stata l’impiego di soluzioni ingegneristiche spinte, che hanno “fortificato” le città a spese dell’ambiente naturale: argini, dighe, deviazione di interi corsi d’acqua. Se si persiste con questo unico approccio, si innalzeranno

dighe e paratie fino a definire un confine netto tra le zone aride e quelle umide,mentre le naturali zone bagnate dalle maree verranno erose e scompariranno. La perdita di tali aree comporterebbe non solo un danno enorme alla fauna e alla flora locali, ma soprattutto la scomparsa di quella zona di naturale transizione tra acqua e terra, che oggi permette di mitigare l’impatto delle maree e ridurre i danni dovuti ad allagamenti. Oltretutto, le tradizionali opere di ingegneria idraulica sono altamente costose, e si sono spesso dimostrate inaffidabili o inefficaci. Il fallimento del sistema degli argini nei disastrosi giorni che hanno seguito l’uragano Katrina evidenzia la nostra eccessiva fiducia e dipendenza da queste rischiose tecniche di controllo del rischio idraulico. D’altra parte però, la necessità di proteggere le città dai pericoli legati ai cambiamenti climatici è concreta, e richiede un approccio più trasversale alla problema della pianificazione costiera.


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Lo studio che ha svolto la Princeton University School of Architecture in occasione della mostra ‘On the water - Palisade bay’ introduce una “infrastruttura leggera” che ambisce a integrare soluzioni di mitigazione dei fenomeni atmosferici con quelle di arricchimento ambientale lungo le coste. E’ una soluzione flessibile, che si adatta alle diverse condizioni climatiche ed alle diverse necessità urbane tramite il bilanciamento di priorità ambientali, tecniche e economiche. Il nostro obiettivo è quello di distribuire queste priorità all’interno delle zone portuali della baia, non solo per creare un sistema complesso di difesa dalle intemperie, ma anche per fornire nuovi spazi ricreativi, agricoli, ecologici e urbani. Attraverso la distribuzione di queste attività sull’acqua, la baia diventerebbe un elemento centrale dell’intera metropoli, e la città si orienterebbe nuovamente verso il bacino che la abbraccia da secoli.

Analisi dei sistemi dinamici Sebbene il comportamento dell’atmosfera terrestre sia molto complesso, esso può essere modellato, come molti altri sistemi complessi, in modo da simulare le possibili conseguenze al variare di determinati fattori. Attraverso la combinazione di vari strumenti, come ad esempio analisi di dati storici e statistici, modelli fisico-matematici dei fenomeni atmosferici, e analisi di sensitività, si può giungere ad una comprensione piena e dettagliata di tali fenomeni e delle loro tendenze future. Attraverso tali modelli è quindi possibile prevedere la probabilità che un parametro caratteristico di un fenomeno naturale (l’accelerazione di picco del terreno per un pericoloso terremoto, la velocità di picco del vento per un uragano, o l’altezza media al di sopra di una certa quota per un alluvione) possa aumentare di una certa percentuale in un determinato intervallo di tempo. È inoltre possibile descrivere l’incertezza di tali previsioni


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in modo quantitativo, tramite la distribuzione dei valori previsti attorno ad un valore medio, e poi assegnando un tasso marginale attraverso il quale l’aumento di un determinato parametro, con un aumento del periodo di esposizione, rallenta o rimane costante. In breve, è possibile descrivere in modo completo e realistico la “complessità” di un sistema ambientale complesso. La capacità di descrivere a pieno tale complessità è molto importante per due ragioni. Primo, i sistemi naturali complessi sono dinamici, sia come intensità che come frequenza di accadimento dei fenomeni. Secondo, la probabilità che alcun insediamento umano possa sopravvivere ad un grave disastro ambientale dipende dalla sua capacità strutturale di assorbire il danno e di recuperare, ricostituendo un ambiente vivibile. Un aspetto fondamentale nello sviluppo di questa capacità consiste nell’elaborazione di previsioni accurate e nella progettazione di strumenti e metodi appropriati ad affrontare i disastri ambientali. Questa sembrerebbe essere la direzione più chiara verso la quale le città dovranno essere da un lato

sviluppate e dall’altro messe alla prova. Ad esempio, fare affidamento solo sulla costruzione di argini come soluzione al controllo delle alluvioni non è sufficiente. Occorre mettere in atto una manutenzione appropriata e delle procedure di monitoraggio efficaci, oltre ad elaborare piani di emergenza per le infrastrutture, da aggiornare periodicamente. Solo in questo modo tali opere potranno rispondere in modo adeguato ad un fenomeno ambientale dinamico.


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Soft infrastructure Se un dispositivo come un ponte, una boa o una radio vengono sollecitati da una forza ripetuta, o da altri effetti che siano sincronizzati con una delle sue frequenze proprie di vibrazione, questo entrerà in risonanza. Questo effetto può essere benefico o malefico, fino ad essere distruttivo, a seconda dei casi. Nel caso di disastri naturali, l’accoppiamento tra due fenomeni (ad esempio le raffiche di vento o le vibrazioni del terreno), deve necessariamente essere identificato e mitigato, altrimenti tale risonanza potrebbe portare ad un accumulo di energia tale da provocare gravi catastrofi, di carattere locale o addirittura sistemico. Effetti statici e dinamici di un fenomeno sono spesso analizzati separatamente in sede di modellazione. I flussi di un fluido o del vento possono essere descritti come caratterizzati da due componenti distinte, una statica (velocità e pressione) e una dinamica o “turbolenta”. Spesso la componente statica può essere compresa con semplicità e chiarezza, mentre quella dinamica

è descritta in termini di distribuzione di probabilità, spettro, o altre caratteristiche meno tangibili. Pertanto, le caratteristiche di resistenza richieste per contrastare l’una o l’altra componente sono di tipo differente: quella statica richiede forza e rigidezza per assicurare che la risposta ai carichi sia elastica (senza effetti residui) e statica (senza alcuna forma di instabilità). Anche la resistenza a sollecitazioni dinamiche richiede forza, stabilità e rigidezza, ma ha anche bisogno di sistemi che dissipino energia, come sospensioni, fusibili o ammortizzatori, in modo da sopportare picchi inaspettati di sollecitazione o effetti di risonanza. Gli ecosistemi naturali sono flessibili, in funzione degli eventi che li hanno generati o trasformati nel tempo: le foreste ricrescono dopo gli incendi, gli animali guariscono dalle malattie, e le paludi ritornano ad un equilibrio anche dopo i più severi temporali. Questa capacità di rigenerarsi nel tempo in seguito ad incidenti e catastrofi è una diretta conseguenza ed una caratteristica distintiva degli ecosistemi complessi.


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Proprio per queste ragioni, una strategia efficace per la mitigazione dei danni da catastrofi naturali non può che essere basata sulla profonda comprensione e sull’imitazione del funzionamento di tali ecosistemi. Ad esempio, l’intuizione chiave nell’evoluzione dell’ingegneria sismica è stata quella di realizzare come fosse possibile progettare edifici che, sottoposti a stress sismici, fossero in grado resistere senza collassare, pur riportando considerevoli danni strutturali. Questo è stato possibile grazie all’introduzione del concetto di “duttilità”, o capacità di assorbire energia, nella progettazione di elementi strutturali e di collegamento. Nei progetti più spinti, questa capacità è concentrata in elementi specifici, che consentono di isolare il danno e di preservare la maggior parte della struttura pressoché intatta. Analogamente, la “duttilità” può essere implementata in quegli insediamenti urbani che possano essere messi a repentaglio dall’incremento di fenomeni temporaleschi e alluvionali. Una combinazione equilibrata d’infrastrutture, aree verdi e politiche sociali può dar vita ad un sistema complesso

di protezione costiera, che sia flessibile rispetto all’aumento del livello degli oceani e all’aggravarsi dei fenomeni temporaleschi.

Cambiamenti climatici Il problema noto come “surriscaldamento globale” è stato ampiamente discusso a livello internazionale. È ormai appurato che i cambiamenti climatici globali stiano avvenendo ad un tasso di incremento sempre maggiore, e che i principali fattori che li alimentano sono le emissioni di gas serra e il crescente consumo di territori naturali dovuti alle attività umane. Nello scorso secolo, le temperature nell’area metropolitana di New York e New Jersey è aumentata di quasi 1.5°C. I modelli di simulazione climatica globale (GCMS) stimano che le temperature in quest’area sono aumenteranno di 0.85-1.7°C entro il 2030, di 1.7-2.8°C entro il 2060 e di 2.2-4.2°C entro il 2090. Tali modelli stimano inoltre che la frequenza e la gravità di eventi estremi come ondate di calore e siccità


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aumenteranno nel corso del ventunesimo secolo a causa di del surriscaldamento globale.

Incremento del livello del mare Sebbene il livello del mare stia costantemente crescendo lungo la costa orientale a partire dall’ultima glaciazione, l’incremento nel ventesimo secolo può essere attribuito non solo a fattori naturali ma anche alle attività umane. A New York City, il tasso di incremento relativo è attualmente di 2.73mm al’anno. Questo valore, relativo all’area metropolitana, è più alto di quello globale, molto probabilmente a causa dei continui cedimenti del terreno nella regione. Il futuro aumento del livello del mare porterà a maggiori danni dovuti ad allagamenti costieri, incremento della salinità della falda acquifera e perdita di terreno costiero. Considerando poi i cambiamenti climatici, è estremamente probabile che il livello del mare nella regione aumenterà fra i 5 e i 12cm entro il 2030, fra i 17 e i 30cm entro il 2060, e fra i 30 e i 57cm entro il 2090. L’incremento del livello del mare porterà a fenomeni temporaleschi e allagamenti sempre più dannosi nelle aree costiere, e alla riduzione del tempo di ritorno dei fenomeni più gravi. Recenti stime prevedono che i cosiddetti 100-year flood avranno una frequenza di 6580 anni entro il 2020, di 35-50 anni entro il 2060, e di 15 anni entro il 2090.

Alluvioni I fenomeni alluvionali nell’area metropolitana di New York-New Jersey sono generalmente il risultato di tempeste tropicali (uragani) o di gravi temporali. Il potere distruttivo degli uragani deriva dall’altissima


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velocità dei loro venti (a partire da 120Km/h), dall’azione delle onde e dalle pesanti piogge ad essi associate. Le precipitazioni sono inoltre aumentate negli ultimi 100 anni con tendenza verso fenomeni estremi di maggiore intensità (uragani e tempeste), e questa tendenza potrebbe continuare ad aumentare in futuro. Pesanti piogge cadute durante un breve periodo di tempo possono sovraccaricare le fognature e i sistemi di scarico, allagando strade, locali interrati e trasporti sotterranei. La situazione è aggravata dalla vetustà della rete fognaria di NYC, che combina gli scarichi di acque reflue e meteoriche, provocando elevati flussi di scarico nella baia, che in spesso superano il limite consentito dalle norme statali e federali.

Mareggiate La mareggiata è un fenomeno che ha generalmente origine da un violento temporale in mare aperto, associato con un sistema di bassa pressione, tipicamente un ciclone tropicale. Tale fenomeno è

caratterizzato da venti di forte intensità che spingono sulla superficie dell’oceano, e causano l’innalzamento dell’acqua al di sopra del normale livello del mare. Se il fenomeno coincide con il periodo di alta marea, il suo impatto è più esteso e dannoso più la perturbazione avanza verso la riva. Geograficamente, questa regione è soggetta a questo tipo di fenomeno: le onde tendono ad ammassarsi all’estremo ovest dello stretto di Long Island, mentre l’angolo di destra fra la costa di Long Island e quella del New Jersey incanala le mareggiate verso l’estremo della baia. Sulla base di alcune stime messe a punto dal National Hurrican Center, il livello massimo delle onde in quest’area può arrivare a 7.6 metri all’aeroporto JFK, 6.4 metri in corrispondenza dell’entrata del Lincoln Tunnel e 7,3 metri in corrispondenza di Battery Park.


1.4 Infrastrutture


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Il sistema dei trasporti

1. Linee di trasporti MTA: metro e autobus

2. Principali fermate MTA

3. Ferrovia LIRR

4. Percorsi ciclabili e pedonali

In quanto zona a carattere industriale Long Island City ha un’intensa rete di trasporti prevalentemente ferroviari. L’area di Hunters Point è quella collegata nel modo più efficiente a Manhattan. Vi sono numerose linee che la collegano a Midtown Manhattan Central Business District. Le linee metropolitane sono la 7, N, B\Q, R, E, F e G che attraversano il fiume e la Newton Creek verso Brooklyn. L’area a nord è meno servita. L’unico mezzo di trasporto che la serve è una linea di autobus. La linea N opera lungo la 31st Street ed è la linea più vicina di connessione con il centro città. La LIRR (Long Island Rail Road) si ferma alla 49th all’angolo di Skillman Avenue e alla 53rd Ave. con la 5th Street in Hunters Point. Le linee degli autobus invece collegano Vernon Blvd. (asse principale) e la 21st Street, e la 30th con Queens Plaza. Lo sviluppo della ferrovia ha consentito anche un’intensa attività commerciale ed industriale. La maggior parte di autostrade sono soggette ad una fortissima congestione. La Brooklyn-Queens Expressway e Long Island Expressway sono limitate al collegamento con il Bronx e Manhattan via Triborough Bridge, Midtown tunnel e Brooklyn con Kosciuszko Bridge. Queensboro Bridge collega Queens Plaza alla 59th St. a Manhattan.


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Queens Plaza Queens Plaza è sicuramente uno dei punti più critici di Long Island City, ma anche di tutta New York. Innanzitutto perchè si estende su una superficie vastissima: è un intreccio di innumerevoli corsie veicolari, rotaie ferroviarie sviluppate su molteplici livelli. Attualmente è stato approvato un progetto di riqualificazione dell’infrastruttura. IlQueens Plaza Bicycle and Pedestrian Landscape Improvement Project ha lo scopo di trasformare la giungla di infrastrutture urbane che taglia a metà Long Island City e la rende un luogo disorientante e confuso, rumoroso e mal frequentato, in un paesaggio attraversabile, una porta per la città ed un polo funzionale. Queens Plaza è il punto di riferimento per i residenti, i lavoratori ed i pendolari. Smista i flussi e li fa convergere su un unico ponte in direzione Manhattan. Il progetto urbano e di paesaggio diretto dallo studio

Marpillero&Pollack, tenta di creare una connessione tra due parti tanto distinte della città e di riqualificare tutta l’area circostante. Il principale obiettivo è quello di connettere la città al fiume. Il progetto si estende per 1,3 miglia, prevede la riqualificazione del JFK Park e lo connette alle rive sottostanti il Queensboro Bridge. Il team di progettisti include lo studio M&P, ma anche l’architetto paesaggista Margie Ruddick e lo studio WRT Design, inoltre nel progetto ha collaborato l’artista Michael Singer. Il Department of City Planning e la NYC’s Economic Development Corporation sono le agenzie che si sono occupate di finanziare il progetto che fa perte delle City’s High-Performance Infrastructure Guidelines. Sandro Marpillero e Linda Pollack fanno parte delle persone alle quali mi sono rivolta per poter sviluppare questa tesi. L’intervista, che ha avuto sede presso il loro studio, verrà riportata nel capitolo successivo.


1.5 Progetti di trasformazione. Due scenari possibili


1.5.1 Il ridisegno del waterfront


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Hunter’s Point South Il progetto per il “Special Southern Hunters Point District” promuove e protegge sanità pubblica, sicurezza ed il miglioramento delle condizioni di vite del Southern Hunters Point. Gli obiettivi del piano di trasformazione possono essere sintetizzati nei seguenti punti: (a) to encourage : incentivare lo sviluppo di progetti di qualità che diano carattere al quartiere di Hunters Point; (b) to maintain: mantenere e stabilire l’accesso pubblico sia fisico che visivo al waterfront; (c) to achieve: stabilire un rapporto di armonia sia visiva che funzionale con il quartiere adiacente; (d) to create: creare un edificato in un ambiente vivibile e attrattivo a lively and attractive che provvederà ad attività quotidiane e servizi per residenti, lavoratori e visitatori;

(e) to take: cogliere il massimo vantaggio possibile dalla bellezza dello skyline dell’East River sviluppando un open space che comprenda parchi pubblici e spazi aperti pubblici.


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Gantry State Park Il progetto di insediamento nell’area di Gantry State Park è un grandissimo investimento di Real Estate che prevede la costruzione di torri per abitazioni ed uffici di circa quaranta piani con affaccio sul waterfront e sull’East River. Il parco, in fase di costruzione conclusiva, è costituito da grandi spazi verdi e ricreative in cui famiglie e sportivi si ritrovano ad ogni ora del giorno. Il parco prevede il mantenimento dei moli , i Pier storici, che ora sono protuberanze di parco con affaccio diretto nel fiume. Caratteristica dell’area è la presenza del landmark più importante di Long Island City: l’insegna della PepsiCola che spicca su un prato verde senza alberi. Gli edifici stravolgono completamente l’architettura della zona, in alcune parti oscurando le viste prospettiche dalle strade verso il fiume.


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Anable Basin LIC-PROPERTIES (Real Estate di proprietà della Plaxall - Matt Quingley) Nel progetto di rigenerazione dell’area di Anable Basin (bacino d’acqua molto inquinato e circondato da fabbriche dismesse) sono previsti i seguenti progetti: - 47,000 ft.sq. un grande spazio adibito a magazzino; - 6 capannoni di scarico e trasporto navale; - affitto di 12,75$ al Sq; - 5000 sq. ft. di terra aggiunta di fronte ai docks per attracco di barche e parcheggio di veicoli industriali; -2,000 sq. ft. di spazi adibiti ad uffici.


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SilverCup Studio West- R.Rogers La Silvercup Studios è la più grande casa di produzione televisiva e cinematografica del Nord-est. La produzione si espanderà nella nuova sede progettata da Richard Rogers in cui verranno inseriti nuovi uffici e nuovi posti di lavoro a disposizione per la città di New York. “Silvercup West” provvederà all’inserimento di funzioni miste (residenziale, ufficio, cultura ed aree ricreative) nel costruito, e un grande open-space pubblico a disposizione per il pubblico. La proposta e la necessità del progetto includono: • La necessità di andare incontro alle esigenze cinematografiche, sia per quanto riguarda gli spazi che l’immagine dell’azienda; • L’esigenza di competere contro le altre grandi aziende americane cinematografiche e televisive; • Supportare lo sviluppo di Long Island City e proporre un centro attivo 24 ore su 24 che contenga industria, commercio, residenza, artigianato e cultura che contribuiscono all’arricchimento del Queens; • Provvedere a promuovere l’accesso al waterfront da tutte le zone del Queens.


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Nel 2002 Richard Rogers Partnership è stata incaricata da Silvercup Studios – la più grande azienda cinematografica e televisiva del nord-est degli Stati Uniti – di progettare il complesso per la Silvercup West sul waterfront di Long Island City. Il progetto ottenne l’approvazione dalNew York City Council il 16 August 2006, con conseguenti raccomandazioni delCity Planning Commission, Borough President e del Community Board locale. Silvercup West verrà costruita su un’area di 2.45ettari sul waterfront su un sito adiacente al Queensboro Bridge, a sei isolati di distanza dalla sede principale dell’azienda. Il progetto assegnerà a NYC la più grande sede di industria cinematografica di tutti i tempi, con conseguenti spazi per residenti e lavoratori. Il complesso da un miliardo di dollari si svilupperà lungo il fiume comprendendo spazi ad uso misto, residenziali (1,000,000 sq ft), uffici (655,000 sq ft), laboratori(75,000 sq ft), e sale comuni (45,000 sq ft),

un’istituzione culturale (130,000 sq ft) ed una vasta area pubblica verde comprendente una piazza. Si stima che il progetto riuscirà ad accogliere circa 2,200 posti di lavoro nel periodo della sua costruzione, 3,900 occupazioni a tempo indeterminato, ed altri 2,500 posti previsti non direttamente connessi gli Studios. Il complesso Silvercup West ingloberà il landmark di Long Is.CIty, ilTerracotta Company building. L’edificio, costruito nel 1892, faceva parte originariamente di un grande stabilimento che produceva terracotta. Come parte dello sviluppo di progetto la Silvercup Studios si occuperà del suo restauro e rifunzionalizzazione. Silvercup Studios aprì nel 1983 nella vecchia Silvercup Bakery ed in pochi anni è diventata una delle più grandi e potenti case cinematografiche. Oggi l’azienda conta più diT 400,000 sq.ft di spazio e ha 18 studios (on-site production). Le più grandi serie televisive come ‘The Sopranos’, ‘Sex & the City’ e ’Gangs of New York’ sono tra i principali prodotti dell’azienda. Il progetto per Silvercup West è stato approvato (ULURP) nell’estate del 2006.


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Queensbridge Park Queens Plaza è sicuramente uno dei punti più critici di Long Island City, ma anche di tutta New York. Innanzitutto perchè si estende su una superficie vastissima: è un intreccio di innumerevoli corsie veicolari, rotaie ferroviarie sviluppate su molteplici livelli. Attualmente è stato approvato un progetto di riqualificazione dell’infrastruttura. IlQueens Plaza Bicycle and Pedestrian Landscape Improvement Project ha lo scopo di trasformare la giungla di infrastrutture urbane che taglia a metà Long Island City e la rende un luogo disorientante e confuso, rumoroso e mal frequentato, in un paesaggio attraversabile, una porta per la città ed un polo funzionale. Queens Plaza è il punto di riferimento per i residenti, i lavoratori ed i pendolari. Smista i flussi e li fa convergere su un unico ponte in direzione Manhattan. Il progetto urbano e di paesaggio diretto dallo studio

Marpillero&Pollack, tenta di creare una connessione tra due parti tanto distinte della città e di riqualificare tutta l’area circostante. Il principale obiettivo è quello di connettere la città al fiume. Il progetto si estende per 1,3 miglia, prevede la riqualificazione del JFK Park e lo connette alle rive sottostanti il Queensboro Bridge. Il team di progettisti include lo studio M&P, ma anche l’architetto paesaggista Margie Ruddick e lo studio WRT Design, inoltre nel progetto ha collaborato l’artista Michael Singer. Il Department of City Planning e la NYC’s Economic Development Corporation sono le agenzie che si sono occupate di finanziare il progetto che fa perte delle City’s High-Performance Infrastructure Guidelines. Sandro Marpillero e Linda Pollack fanno parte delle persone alle quali mi sono rivolta per poter sviluppare questa tesi. L’intervista, che ha avuto sede presso il loro studio, verrà riportata nel capitolo successivo.


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Socrates Sculpture Park Nel 1980 Mark DiSuvero, artista di fama mondiale, acquisì due grandi lotti del watefront di Astoria. In questi lotti egli fondò il suo studio e quartieri residenziali, come il Spacetime Construct Studio che faceva parte della Athena Foundation. La proposta dell’artista ha avuto un grande successo: recuperare un lotto destinato all’abbandono e crearne un punto di forza per un’intera città. In quanto parco l’istituzione collabora con la New York City Department of Parks and Recreation per gestire i programmi e migliorare il luogo che accoglie migliaia di visitatori l’anno. La missione dello Spacetime, che sponsorizzava le iniziative degli artisti emergenti (Emerging Artist Fellowship programs) era quella di procurare agli artisti uno spazio per creare anche opere di grandi dimensioni.

Del Socrates Sulpture Park si parlerà in seguito nel capitolo dedicato all’insediamento delle pratiche artiste sul territorio. E’ importante però capire in questo capitolo che il parco è un tassello fondamentale per lo sviluppo di un waterfront unito in quanto è l’ultima grande fetta di lungo fiume verso nord. Il parco è di fondamentale importanza, non solo per quanto riguarda l’arte, di cui è uno dei principali sostenitori, ma soprattutto perchè è uno strumento di connessione tra il mondo dell’arte e la società. Il Socrates Sculpture Park è infatti un parco sostenuto da una forte istituzione che si occupa sia della selezione degli artisti, di programmare eventi e manifestazioni, sia anche di coinvolgere scuole e famiglie locali. Per un quartiere come quello di Astoria in cui si riscontra una grande difficoltà nel integrare le popolazioni tra di loro, il parco svolge un’azione di coinvolgimento sociale.


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scenario parchi e spazi aperti istituzioni d’arte arte informale fermate MTA East River isolati

La trasformazione in atto: il ridisegno del waterfront I progetti che sono stati elencati nelle pagine precedenti rappresentano la forza del primo scenario. Il valore dei terreni del lungo fiume di Long Island City è uno dei più elevati del mondo. Ha un prestigio altissimo dovuto alla sua posizione frontale all’East River Manhattan. Il panorama che si apre di fronte a questo territorio è incredibilmente suggestivo e la vicinanza con Manhattan permette a Long Island City di essere una delle principali protagoniste delle trasformazioni più radicali degli ultimi anni. Per il PlaNYYC 2030 è previsto una crescita esponenziale della popolazione residente a NYC cosa che comporta una conseguente crescita di immobili e servizi nelle aree periferiche, vista la congestione della City. Long Island City, dopo Brooklyn, è sicuramente il luogo più ambito per ipotizzare una strategia di sviluppo.

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Infatti non vi sono edifici di particolare rilevanza storica e non sarà pertanto difficile pensare ad una città nuova che sorgerà al posto dei fabbricati industriali, dei magazzini abbandonati e delle industrie dismesse. Per quanto la situazione finanziaria al momento sia compromessa tutti i progetti presentati sono realizzati o approvati. Si tratta solo di attendere che i finanziamenti per i progetti pubblici ripartano e che i privati diano il via ai progetti più grandi. Questo scenario non prevede particolari sorprese future. Come si è potuto constatare nelle pagine precedenti, i progetti che verranno realizzati nei prossimi anni invaderanno i terreni di più valore e le aree residenziali che prenderanno il posto di quei terreni abbandonati, saranno tra le più ambite e care della città.


1.5.2 La riscrittura del tessuto industriale


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Long Island City è il territorio della diversità sia dal punto di vista economico, si a da quello sociale che culturale. Il quartiere continua a supportare fortemente la sua componente industriale e commerciale, e gli artisti riescono ancora a trovare qualche spazio libero ed ancora per poco tempo lontando dall’aggressione del mercato immobiliare. Considerando quindi la diversità culturale e la variabilità spaziale, L.I.C. può essere interpretata come uno spazio alternativo dove cultura e arti trovano sede nei vecchi fabbricati industriali, nei vuoti urbani tra un magazzino e l’altro. Le organizzazioni culturali di L.I.C. non formano un tradizionale distretto delle arti, ma un cluster di istituzioni affiliate , tenute assieme da singoli individui, idee e programmi, piuttosto che dalla loro vicinanza spaziale. Le principali istituzioni culturali ed artistiche di L.I.C includono spazi per arte e scultura, teatro e musica, film e musei. La maggior parte delle istituzioni forniscono agli artisti alloggi e studios per contribuire ad incrementare

questo network. Tutto questo si concretizza a livello architettonico in un’incredibile varietà di edifici in cui queste attività hanno sede: supermarket, fabbriche, scuole, magazzini… Long Island City rientra nei casi emblematici di questo fenomeno definito “decentralized arts”. La comunità artistica qui è cresciuta organicamente, come risultato di una strategia urbana per promuovere la sua crescita economica: le organizzazioni si sono mosse verso L.I.C. per sfruttare gli spazi liberi e gli artisti, alcuni del calibro di Isamu Noguchi e Mark di Suvero hanno trovato grandi spazi per ampliare i loro studios a prezzi molto bassi. L.I.C. è molto difficile da leggere in quanto è uno sprawl continuo. Cambia troppo velocemente e continuamente per essere analizzata complessivamente. Le arti e i musei sono dispersi ovunque e variano la loro posizione geografica continuamente.


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Long Island City sicuramente ha tutte le caratteristiche per accogliere una riqualificazione. Il crollo dell’economia porta con sé lacerazioni e conseguenze drammatiche sul corretto sviluppo dei piani di rigenerazione per questa parte di città, tanto vicina geograficamente a Manhattan quanto lontana da questa quando si parla di investimenti di qualità sul territorio. LIC è una preda facile. Ha uno dei panorami più ambiti ed attrattivi di tutto il globo terrestre, è talmente vicina a Manhattan da poter essere considerata un quartiere della City, ma è comunque considerata dai locali un outer-borough. E forse gli abitanti di LIC di questo ne vanno fieri e ne sono anche , per certi versi, felici. LIC è un quartiere post-industriale ed in quanto tale è un terreno fertile per una vastissima comunità di artisti e per un grande numero di istituzioni museali e culturali. Grandi nomi dell’arte contemporanea come Noguchi e Mark di Suvero hanno fondato grandi ed economici studi e laboratori d’arte qui.

Ma LIC è un tessuto troppo ampio e disperso per riuscire ad essere definito ed interpretato come un vero e proprio distretto dell’arte. Le pratiche sono diffuse e sparse senza una grande logica se non quella dell’appropriazione degli spazi industriali liberi. È la sua diversità rispetto alla NYC di Chelsea o del Greenwich Village ciò che interessa maggiormente alla comunità di artisti. Le arti esistono proprio perché sono collegate alla vasta gamma di possibilità di usi degli spazi. Il quartiere non vuole perdere la sua connotazione industriale, in quanto risulta essere ancora molto produttivo, ma soprattutto perché questo significa mantenere un costo della vita e degli immobili molto più basso rispetto a Manhattan. È proprio abbracciando questa filosofia che si può interpretare LIC come un luogo davvero eccezionale. Nel terzo capitolo si tornerà al concetto di cittàindustriale che accoglie nei suoi spazi vuoti e porosi le pratiche artistiche.


2. Un territorio conformato dalle pratiche artistiche


2.1 Microstorie. Interviste alla classe creativa


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La necessità di conoscere più a fondo la realtà di Long Island City, di capire e toccare con mano come, effettivamente, le pratiche artistiche si fossero diffuse e radicate sul tessuto urbano della città, mi ha spinto ad andare di persona a New York. Per potermi avvicinare maggiormente a quella realtà ho ricevuto il supporto della Docente di Critica dell’Architettura della Yale University, Nina Rappaport, la quale è stata la curatrice della pubblicazione Long Island City & The Arts. Insieme a lei è stato programmato un piano di interviste alla classe creativa di Long Island City. Dapprima ho intervistato alcuni artisti locali con residenza e studio a L.I.C. ed in un secondo momento ho avuto modo di fissare colloqui con architetti ed urbanisti di New York che mi hanno permesso di avere una panoramica complessiva della situazione politica, economica e culturale dell’area. Nina Rappaport è stato un riferimento fondamentale in quanto fortemente interessata allo sviluppo dell’area oltre che strettamente legata e connessa, dal punto di

vista lavorativo, agli enti locali (sia di sviluppo culturale che immobiliare). Gli obiettivi fissati prima delle interviste sono stati i seguenti: - Comprendere il rapporto tra arte ed industria - Capire quali sono considerati i luoghi critici - Indagare sulle trasformazioni in atto e future dell’area: quali programmi, quali progetti e quali riscontri - Interpretare il punto di vista dei cittadini residenti: quanto sono coinvolti nel processo di rigenerazione urbana, quanto conta la loro opinione - Osservare il network della cultura da vicino: quali sono i flussi della cultura, come avvengono esposizioni e mostre, con quale frequenza, quanta affluenza di persone In questo capitolo verranno quindi riportate le interviste effettuate nel mese di ricerca a New York. Le interviste sono state preparate con anticipo in modo da riflettere sulle criticità o potenzialità del luogo.


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Il mio interesse era capire da parte degli artisti quale fosse il loro stile di vita, le loro esigenze spaziali, i servizi di cui sentivano maggiormente il bisogno e la mancanza, il loro rapporto con l’industria, con il fiume, con la City. Per recuperare i contatti degli artisti mi sono servita dell’organizzazione no-profit LICCA (Long Island City Cultural Alliance) che possiede l’elenco di tutti gli artisti dell’area. Ho selezionato alcuni di essi in base al loro indirizzo e la loro età: la mia necessità era quella di ottenere dalla loro esperienza anche un’impressione sulle trasformazioni storiche dell’area, non solo riflessioni sul presente. Le interviste informali sono state molto importanti sia come mia esperienza personale, sia ai fini del completamento di questa tesi. A seconda del contesto geografico degli studi d’arte ho potuto constatare osservazioni sul luogo molto diverse tra loro. Gli artisti hanno preso a cuore il mio lavoro e si sono dimostrati fortemente interessati nell’indagine che ho svolto sul campo. Le interviste formali (ad architetti ed urbanisti) sono state intraprese solo dopo due settimane in quanto sentivo necessario approfondire maggiormente le mie sensazioni e conoscenze su Long Island City. Il sopralluogo è stato fondamentale per lo sviluppo di questo lavoro. Ogni giorno cambiavo area di indagine per comprendere le dinamiche sociali, documentare ciò che osservavo con fotografie e filmati e parlare con gli abitanti ed i negozianti del luogo. Verranno presentate a seguito prima le interviste informali e poi quelle informali.


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12 marzo 2010_ Rosetta

Vessillo Bentz www.bentzstudio.com

ed arti¬gianali. Giravano cavalli e carretti. I prodotti si vendevano per strada. In cinque anni tutto cambiò radicalmente. Nel Rosetta Bentz, artista di Long Island City, membro del 1960 la comunità era prevalentemente costituita LICartists, ha rilasciato l’intervista nel suo studio di da italiani. Avevamo la scuola a due passi da casa Vernon Boulevard 49th. nella Chiesa principale attorno alla quale ruotava La pittrice lavora in un piccolo studio ricavato da un tutta la vita della comunità. vecchio negozio. Vive a NYC da quando ha quindici anni. E’ emigrata con Negli anni ‘90 la città si configuarava come una tipica zona industriale. Industrie e case di operai. la sua famiglia nel 1956 dall’Italia. Nonostante non ci fossero spazi piacevoli, l’area Vorrei sapere il motivo della scelta dell’area di L.I.C. era sicura. E’ sempre stata sicura. da parte della sua famiglia. Come mai proprio questa La cosa più bella era, ed è ancora, lo spirito di parte di città? Come si è presentata ai vostri occhi? comunità. Nel momento in cui gli operai iniziarono a Arrivammo a L.I.C. nel 1956. Mio zio era qui, mio padre guadagnare ed arricchirsicambiarono zona in cui iniziò a lavorare da lui e all’inizio abitavamo tutti in vivere. Si spostarono verso il centro di Manhattan, un’unica casa con i nonni. In Italia non c’erano nè soldi, lasciando così decadere L.I.C. Parlo di una ventina nè lavoro. Eravamo tre figli da sfamare. di anni fa’. Poco a poco da Chelsea arrivarono flussi La città si presentava come una piccola comunità di artisti senza tetto intenzionati a cercare uno in cui le principali attività erano quelle commerciali


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studio ed una stanza in questo quartiere. Gli affitti erano quasi meno della metà. Ho iniziato a dipingere negli anni ‘80. Quali principali trasformazioni dell’area ha potuto constatare negli ulitmi 10 anni? Negli ultimi due anni il waterfront è stato completamente rivoluzionato. La cosa mi piace e non mi piace. Hanno costruito grandi condomini. Chi vive là dentro non vuole integrarsi con la comunità. Vuole solo la bella vista e la comodità con la metropolitana. Ogni tanto vengono a mangiare nei nostri ristoranti, ma ignorano cosa c’è dietro alle loro case. Questi edifici sono molto cari? Sì, molto. Quella gente appartiene ad un altro livello sociale. Hanno cacciato gli artisti dalle loro case-studio per poter costruire quei nuovi condomini. Esiste un nesso, un rapporto tra il suo lavoro e Long

Is. City? No, io non ho nessun tipo di rapporto con questo ambiente. Mi piace e sono ispirata dall’atmosfera, dal fatto che convivono tanti artisti. Questo sì. Noi proponiamo Open Studios. Io sono membro dei LICartists. C’è un forte senso di appartenenza alla comunità artisti. E’ bello avere un gruppo compatto per poter trovare le forze ed i finanziamenti per le esposizioni ecc. Mi piace. Ci sono grandi eventi. Grandi incontri. Tre o quattro volte l’anno organizziamo gli Open Studios, la gente entra ed esce dalle nostre case. Gli artisti si confrontano. I clienti bussano alle nostre porte altrimenti, durante il resto dell’anno. Di che tipo di spazio sente il bisogno? Sicuramente non esistono servizi: supermercati, ospedali, negozi per materiali d’arte. Direi che non sento il bisogno di giardini o parchi.


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Il waterfront è sufficiente. Gli altri giardini sono di cemento, ma vengono sfruttati abbastanza. Che cosa ne pensa delle istituzioni museali di L.I.C.? Quale tipo di rapporto hanno con la comunità artisti locale? Nessuno. Posso essere diretta: non hanno alcun tipo di rapporto con noi. Non fanno nulla per coinvolgerci. Non ci vogliono promuovere. Organizzano piccoli eventi, giusto uno o due giorni l’anno. Non fanno mostre per promu¬overci, nè retrospettive, nè altro. Noi esponiamo in ristoranti, nelle lobby degli hotel. Io vado in California per le mie esibizioni. Quindi non avete uno spazio vero e proprio per le esposizioni? No, il nostro studio e poi spazi che periodicamente affittiamo. A volte in gallerie, a volte in ristoranti. Ci sono siti come OURLIC.COM che promuovono le

attività locali, anche quelle artistiche. Se dovesse scegliere un’area da trasformare dal punto di vista urbano? Direi Queens Plaza. Una volta era piena di prostitute, c’erano solo malavita e prostitute. Ora è stata riqualificata. Alcuni punti e alcuni edifici sono stati ricostruiti. Ad esempio gli hotel. Non abbiamo mai avuto hotel qui. Ora ci sono. Da due anni a questa parte stanno abbattendo vecchi edifici per costruirne nuovi. Sarebbe bello costruire veri e propri spazi per artisti, per artigiani. C’era un grande spazio esposizioni per tutti, ma è stato chiuso. Ci vorrebbe un posto specifico per la comunità artisti locale. A volte non si possono fare show qui, ma bisogna andare a Manhattan, o in California perchè qui non ci sono spazi appositi. C’è un posto: Subdivision. E’ l’unico posto in cui si possono esporre le nostre opere.


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Crede che quello manca siano i collegamenti? Certo. Facciamo le esposizioni, ma nessuno riesce a raggiungerci. Sarebbe bello avere un bus o un tram che occasionalmente si possa utilizzare per metterci in comunicazione. Dovrebbero mettere mezzi di comunicazione nei

momenti specifici delle esposizioni, degli eventi, o nei weekend. Se ci fosse questa possibilitĂ  potremmo restare aperti anche nei weekend.


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17 marzo 2010_ Sharon

Florin http://sharonflorin.com/ Sharon Florin ha dipinto una grande quantità di tele che raffigurano Long Island City da trent’anni ad oggi. I suoi dipinti realistici, quasi fotografici, contengono informazioni molto interessanti per capire quanto velocemente stanno avvenendo i cambiamenti in quel luogo. L’artista ha dimostrato una fortissima sensibilità ed un grande interesse nei confronti di questa ricerca poichè, così ha commentato prima di rilasciare l’intervista, “gli artisti hanno bisogno di qualcuno che li ascolti, che capisca le loro esigenze e che li rappresenti”. I dipinti relativi a Long Island City sono stati raccolti in due fascicoli In L.I.Changin-Volume I la città è raccontata attraverso gli occhi dell’artista dal 1980. Per più di trent’anni Sharon Florin è stata una pittrice di paesaggi urbani e dal 1980 il suo studio ha sede a L.I.C.

I palazzi e le strade più antichi di L.I.C. suscitano in lei grande interesse tanto da volerli catturare sia nella loro luce, che nelle loro caratteristiche architettoniche, sia nei loro riflessi. Texture, dettagli e luce sono infatti le caratteristiche principali dei suoi dipinti. Il suo lavoro ha immortalato i cambiamenti della città, tutto ciò che è stato fortemente alterato lei lo ha disegnato, come fosse un documento storico. In L.I.Changing - Volume II i dipinti rappresentano una serie di landmark della zona come la Long Island CIty Courthouse, il P.S.1, il Gantry, l’Empire City Iron Works e il Silvercup Studio. Sono anche raffigurate scene di quotidianità, di locali, bar, studi di artisti...scene immortalate tra il 2007 ed il 2008.


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Sharon Florin, artista di Long Island City, ha rilasciato l’intervista nel suo studio di Jakson Avenue.

Che cosa pensa dei cambiamenti di quest’area da quando è arrivata qui ad oggi? Mi può restituire una sua opinione ed immagine dell’area in cui vive? C’è stata una tremenda trasformazione. Lo zoning è cambiato potrei dire negli ultimi 10 anni. Prima c’erano soprattutto piccole industrie manifatturiere, residenze. Noi siamo in un quartiere per la working –class e quando i cambiamenti sono arrivati hanno portato con sé grandi ed altissimi condomini e cosa succede è che i giovani arrivano qui. Con i bambini. C’è una forte flessione in questo momento: i nuovi abitanti non socializzano né interagiscono con la comunità, è la classe emergente di Manhattan. Devono andare nella city e quindi prendono il treno e vanno e vengono dalla City e tornano ai loro appartamenti. Non spendono né soldi né tempo nel

quartiere. Questo è un problema: comporta la crescita dei costi del terreno e degli appartamenti. Questo era un posto meraviglioso per gli artisti per trovare uno spazio grande ad affitti onesti. C’è una grande comunità di artisti qui che gestisce molti spazi. Grandi ex industrie sono state riconvertite per ricavare spazi d’arte. P.S.1 è qui. È stata la prima scuola di L.I.C. è diventato un museo negli anni ‘70. Ha perso la sua relazione col quartiere. È diventato parte del MoMA, ma non interagiscono con la comunità. Alcuni cambiamenti sono buoni ed importanti, portano negozi e soldi nel quartiere. Ma c’è anche una sorta di conflitto e di attrito interno. Sta diventando un quartiere “trendy”, un altro quartiere trendy. Ma è come NYC… periodicamente i quartieri di NYC diventano “chi-chi”, cioè ad esempio, la mia famiglia ha da sempre vissuto nel Lower East Side e quand’ero bambina non era per niente bello negli anni 60 e 70. E ora è trendy, grandi condomini, grandi locali…


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Per quanto riguarda lo spazio pubblico: il waterfront e Queens Plaza per intenderci. Crede che i provvedimenti ed i piani che si stanno intraprendendo e proponendo stiano portando nella direzione più giusta? Credo che si possa fare molto di più. Abbiamo questo grande waterfront, con una vista spettacolare su Manhattan, ma quella zona è tutto un gioco di interessi. I landowners possiedono grandi fette di terreno e impongono questi grandi condomini, così i palazzi non interagiscono. Si potrebbe fare qualcosa di + coeso se solo i landowners, i progettisti e la comunità lavorasse insieme. Non sono per nulla interessanti quei palazzi. Per nulla. Anzi, sono orrendi. Il primo, costruito 10 anni fa, ha già avuto problemi sulla sua facciata. Non hanno qualità architettonica per quanto siano di valore. Un grande cambiamento è stato realizzato per Gantry Park: sia per gli abitanti dei condomini, sia per gli abitanti in generale di LIC. Quello sì che è un grande

cambiamento. Ci sono sedute, studio di aesaggio, un panorama bellissimo… quello che hanno fatto sul waterfront non è quello che ci aspettavamo noi. Hanno coperto la vista. L’hanno fatto per speculare sugli edifici nuovi non per riqualificare davvero la zona. Hanno usato molto vetro, speso molti soldi, ma le case poi dentro sono così piccole…hanno una bellissima vista, ma non hanno spazio.

Cosa pensa dell’altra metà di L.I.C a nord di Queensboro Bridge? C’è un grande parte e ci sono le grandi case popolari. Stanno cercando di riqualificare quella zona. Vedi quel dipinto li: quello era l’edificio TERRA COTTA factory. È un Landmark. È stato abbandonato così com’era, perché le amministrazioni hanno preferito spendere per negozi ed attività terziarie. Non credo che si possa fare nulla per le case popolari. Sono ormai consolidate li dove sono. Ci sono grandi pezzi di proprietà che dovrebbero essere sviluppati.


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Cosa crede che sia necessario per la comunità di paesaggio? La vivacità dell’ambiente? artisti? Sente la carenza di spazi in cui esporre o in Credo entrambe: ho dipinto Manhattan e LIC. Lic la cui incontrarsi? Credo che ci sia una vera e propria comunità di artisti. Alcuni sono individui singoli che lavorano da soli , ma la maggior parte collabora con gli altri. Ci sono tanti edifici che sono stati convertiti appositamente per noi. Grandi spazi. Io credo che per mettere insieme tutti gli artisti, LIC abbia bisogno di una vera organizzazione di artisti. Un’istituzione. Negli anni ’80 esisteva, ma è fallita. Ma avere una galleria per la comunità potrebbe essere fantastico.

conosco da 30 anni, conosco come cambia la luce sui suoi palazzi, le ombre, i dettagli architettonici. Provo a dipingere cosa vedo e cosa conosco. E dal momento che lavoro qui mi piace dipingere quello che vedo. Molti degli edifici che ho dipinto non esistono più. È come se fosse un reportage storico. Un qualcosa che resta nel tempo. Provo a catturare cosa c’è oggi che non ci sarà più domani della NY che conosco. E LIC è una grande parte di NY che io conosco davvero bene. Ho fatto circa 60 quadri in questi anni: grandi, piccoli…

Guardando i suoi quadri si può notare che lei abbia Crede che si potrebbe fare un parallelo di davvero preso ispirazione da questo quartiere. situazioni tra Chelsea (Manhattan) con le sue gallerie inserite nei vecchi edifici destinati ai Sì, certo. Moltissimo. macelli e industrie manifatturiere e la situazione Cosa la attrae maggiormente: l’architettura e il attuale di Long Is. City?


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116 Il grande problema è che xe tu cresci in un sobborgo come il Queens o Brooklyn, Bronx , State Island) per dire “vado a Manhattan” dici “vado nella City”. C’è gente che vive a Manhattan che non ha mai, mai e poi mai lasciato Manhattan. È anche per questo che la classe alta di chi compra arte rimarrà sempre là. Negli anni ’80 c’era Soho, grandi gallerie dove sorgevano le industrie. E poi si sono mosse a Chelsea e poi nel Lower East Side. C’è gente che non oltrepassa mai il ponte. Quindi non credo che le due zone possano essere paragonate per una questione di posizione geografica. Chi cerca arte o chi va a vedere temporaneamente Manhattan non si interessa di quello che c’è intorno. Non va nel Queens, né a Brooklyn. È facile arrivare qui. Ma Manhattan è la City e gli altri quartieri sono gli scarti. È una percezione molto diversa. È anche per questo che la classe alta di chi compra arte rimarrà sempre là. Negli anni ’80 c’era Soho, grandi gallerie dove sorgevano le industrie. E poi si sono mosse a Chelsea e poi nel Lower East Side. C’è gente che non oltrepassa mai il ponte. Quindi non credo che le due zone possano essere paragonate per una questione di posizione geografica. Chi cerca arte o chi va a vedere temporaneamente Manhattan non si interessa di quello che c’è intorno. Non va nel Queens, né a Brooklyn. È facile arrivare qui. Ma Manhattan è la City e gli altri quartieri sono gli scarti. È una percezione molto diversa. Crede che Long Is. City sia sponsorizzata aldilà del fiume?

sufficientemente

Beh, si. Ad esempio su Time Out c’è sempre pubblicato quello che si fa anche qui. Sicuramente il P.S.1 ha la pubblicità

del MoMA. Soprattutto nel momento in cui il MoMA si è trasferito qui per qualche anno, due anni mi pare. Così il P.S1 ha avuto un grande boom. P.s.1 attrae la folla giovane, i ventenni. È un posto “figo” dove andare. Vengono per il Warm Up, ma a volte non sono neanche interessati all’arte. Però vedi gente venire qui per le mostre. Ma il P.S1 è a sé stante. Non fa niente per noi. Hanno una visione completamente diversa. Se dovessi concentrarmi su un’area, un luogo da progettare...quale crede sia quello più critico da risolvere? L’area cruciale per la comunità di artisti? Potrebbe essere il recupero di un’industria. Ma devi ricordarti che deve essere in un punto cruciale per il trasporto. Se la gente viene qui per gli Openings anche di notte, non può avventurarsi in una zona oscura in mezzo alle fabbriche. Deve essere pratico. Scendi dalla metro, vedi la mostra e poi riprendi la metro. La maggior parte della gente si muove solo se è comodo arrivare nei posti e solo se ci sono ristoranti e negozi. Se prendi un’industria a caso qua dietro, non verrà mai nessuno. Ora ci sono hotel. Da qui a Queens Plaza credo che sia tutto valido, tutto trasformabile. È un’ottima area per sperimentare uno spazio per la comunità.


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17 marzo 2010_ DIANNE

MARTIN www.diannemartinart.com Il mio lavoro la maggior parte delle volte inizia con un monotipo ad olio su carta usando pezzi di natura come parte del processo artistico. Un monotipo è un’immagine prodotta mediante un’incisione che risulta irripetibile/unica così come sono unici i disegni e le opere d’arte: da qui il termine “mono-tipo”. Dopo che ogni immagine è posizionata sulla pressa, inizio a svilupparla utilizzando altri materiali. Cerco di far crescere quell’immagine iniziale in un mondo visivo avvincente che colleghi la realtà e l’immaginazione. Spesso gli uccelli sono abitanti, ma non come determinate specie. Gli uccelli portano vita, grazia e, talvolta, conflitto dentro questo mondo visivo. I pezzi di natura nel mio lavoro provengono a volte da posti improbabili. Ho il mio studio e vivo a Long Island City, un’area per lo più industriale di New York City. Spesso i rami, l’erba e le piume usate nei miei lavori sono

raccolti dalla strada fuori dalla porta del mio studio. Tuttavia, ho anche abitato a North Fork di Long Island per molti anni. Quel paesaggio di fiumi, baie, spiagge e campi è diventato una fonte altrettanto importante. I miei lavori sono stati esposti in gallerie commerciali, spazi alternative e gallerie gestite da artisti a New York e a North Fork di Long Island. Negli ultimi anni, mi sono divertita a gestire eventi Open Studio nel mio atelier a Long Island City. Sono nella lista di Who’s Who in American Art. Ho conseguito un diploma in Belle Arti alla Rhode Island School of Design e una laurea in Pittura all’ Università dell’ Iowa.


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Dianne, prima di tutto ho visto il suo website ed ho visto che dipinge prevalentemente natura astratta. Il luogo in cui vive è a carattere prevalentemente industriale, crede che il suo modo di dipingere ed i soggetti che prende in considerazione siano un modo di evadere da questa realtà? Ha mai tratto ispirazione da Long Island City?

in modo meramente realistico, io dipingo usando ciò che trovo per astrarlo dalla realtà. Dipingo la natura che qui non c’è.

Dunque, sì… diciamo che la mia arte consiste principalmente di monotipi. Uso piante, foglie selvatiche, fiori caduti a terra. Raccolgo gli elementi della natura che la gente normalmente calpesta. Spesso prendo queste cose dalla strada, le piante rampicanti, a volte dal mio giardino. Mi piace usare le cose che le persone non riescono ad identificare e definire. Diciamo che il mio rapporto tra questa zona e il mio lavoro sta negli oggetti e nella natura che trovo per strada. Spesso vado nella parte più orientale di Long Island che è completamente diversa da Long Island City. Li sono immersa nella natura, qui nella città. È una terra circondata dall’acqua. Amo trovare le piante non coltivate e usarle nelle mie opere.

Long Island City mi piace. Vivo qui da trent’anni. L’unica cosa che non manca a LIC sono i trasporti. Il sistema ferroviario è eccellente. Tutti i treni fermano qui a due passi, Queens Plaza è il cuore della rete ferroviaria. Sicuramente è il posto + conveniente per vivere a NYC. Per quanto riguarda i servizi, invece, qui manca tutto. Mancano magazzini, negozi di alimentari. Mancano lavanderie, tutto ciò che rende un quartiere vivibile. Ora hanno aperto una piccola lavanderia qui davanti. C’è un piccolo negozio di alimentari qui è circa a 15 minuti a nord, ad Astoria, ma non è sufficiente per soddisfare tutti gli abitanti, sicuramente. Astoria è generalmente la zona a nord di Dutch Kills. Normalmente quando si parla di quartiere si hanno servizi. Qui non ci sono, ma credo che arriveranno… stanno costruendo residenze e le persone hanno bisogno di questi servizi. Amo vivere qui, anche nei periodi in cui LIC era molto, molto pericolosa. Non si poteva tornare a casa la sera tardi, ora le cose sono cambiate molto. Negli ultimi 10 anni, la città è diventata molto diversa. Tutti i quartieri di NYC sono diventati più sicuri da vivere. LIC, soprattutto nella parte meridionale è sicura ora. Hanno costruito molti edifici nuovi, hotel… sicuramente gli hotel qui vicino, che hanno prezzi molto inferiori a quelli di Manhattan attirano molta gente. Sono comodissimi per andare a Manhattan, in quattro

Quindi la sua è una sorta di riciclaggio della natura. Sì, in qualche modo sì. Sostanzialmente raccolgo e presso gli elementi e poi gli uso nei quadri. Ho migliaia di fiori e piante raccolte che non ho mai utilizzato …

Quindi l’area non si riflette in modo realistico nei suoi quadri, ma in modo astratto. Sì, a differenza di Sharon Florin che dipinge ciò che vede

Che cosa pensa di Long Island City, di quest’area in cui lei vive e lavora? Che cosa crede che sia utile migliorare (trasporti, servizi…)?


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fermate si arriva a Midtown. Per noi è diverso. Ad esempio l’Holiday INN ha costruito un edificio stile Dubai qui accanto. Ma noi cosa possiamo farci? Per quanto riguarda la pianificazione della città, dal punto di vista politico ed economico, è stato attuato un rezoning dell’area. La ragione per cui ci sono tanti hotel è che, prima della modifica dello zoning, le terre sono state comprate dai proprietari degli hotel a prezzi bassissimi.Qualche anno fa quando mi chiedevano dove lavoravo o vivevo e io rispondevo LIC, beh mi chiedevano dove fosse e come ci arrivassi! Non avevano idea di dove fosse, né che cosa fosse LIC. Ora è

molto diverso. Ma mi piace vivere qui, mi piace davvero. Quali crede che siano i caratteri principali di questa città? Per quale motivo secondo lei ci sono così tanti artisti? Crede che sia esclusivamente per una ragione economica?

Beh sicuramente il prezzo di mercato degli appartamenti è uno dei motivi principali. Un artista come me non può permettersi un affitto a Manhattan. Sicuramente questo è un fattore fondamentale. Ma sicuramente la facilità delle connessioni e dei collegamenti con la City permette di vivere molto bene qui. Ad esempio anche a Brooklyn ci sono aree piene di arte ed artisti. Ci sono posti architettonicamente più interessanti e più ricchi. LIC è sicuramente più industriale, meno interessante dal punto di vista architettonico, ma sta cambiando molto. Secondo me continuerà a rimanere un “non-descripted place”. Non credo avrà mai una vera e propria immagine. Neanche con gli edifici che stanno costruendo… anzi credo sempre meno.


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Utilizzando il suo termine “non-descripted area”, probabilmente posso permettermi di dire che i nuovi progetti per il waterfront non stanno andando in una direzione di qualità architettonica, piuttosto puntano alla quantità. Sono progetti di real-estate che oggettivamente non si curano del contesto. Che cosa ne pensa? Ci sono alcune persone che stanno qui solo perché è conveniente. Coloro che vivono sul waterfront guardano poco alla qualità della vita del quartiere. Sicuramente la parte più a sud è più piccola, è più una comunità. Ma in questa zona di Queens Plaza, c’è poco senso di comunità, perché le case sono sempre interrotte da fabbriche, magazzini.Credo che la riqualificazione di Queens Plaza cambierà tutto. Ora è un posto orribile

dove passare e soprattutto dove vivere. Qualsiasi progetto cambierà il suo aspetto ed il modo di utilizzarla. Tutto intorno ci sono edifici industriali, ora nuovi edifici di uffici. dove passare e soprattutto dove vivere. Qualsiasi progetto cambierà il suo aspetto ed il modo di utilizzarla. Tutto intorno ci sono edifici industriali, ora nuovi edifici di uffici.

Mi può parlare in modo più dettagliato di Queens Plaza? Certo. C’era un grandissimo e orrendo edificio destinato a parcheggi coperti. Questo nel 1960. Era sicuramente considerato l’edificio più brutto di tutta NYC. È stato buttato giù. Credevo ci sarebbero stati

grandi festeggiamenti con la sua demolizione. Invece no, ma ora hanno costruito un grattacielo per uffici. Sicuramente ne ha migliorato l’aspetto. Nella 27° strada hanno costruito , a fianco di un fabbricato antico, un nuovo edificio della MetLife. Ora si stanno trasferendo tutti gli uffici delle grandi compagnie (ad esempio la Jet Airline). Credo che il riuso degli edifici antichi , tipo quello della Metlife sia molto positivo. Non abbiamo edifici storici, ma i pochi che ci sono caratterizzino la zona.

Crede che il nuovo progetto per Queens Plaza possa effettivamente cambiare l’accessibilità della zona, o che sia solo un progetto di immagine? Può davvero cambiare la vivibilità dell’area? Credo che all’inizio, quindi i prossimi 2\3 anni, la Plaza cambierà radicalmente. Ci sarà sicuramente più affluenza. Bisogna capire qual è la percezione dell’area di coloro che vengono qui solo nelle ore lavorative, e quella delle persone che ci vivono invece. Credo che gradatamente cambierà la percezione di tutti di quest’area. Proprio di fronte a me ci sono molti edifici in vendita o in affitto. Il proprietario di quei lotti voleva venderli per farci costruire grandi palazzi, ma poi tra il cambiamento dello zoning e la recessione la cosa è stata evitata, per fortuna. La recessione in alcuni casi è servita a qualcosa. Egli può ancora vendere le sue proprietà, ma non siamo obbligati a subire un Holiday Inn di 30 piani qui di fronte.


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Vorrei sapere se lei mi sa dire qualcosa circa il Terra Cotta Building. Sono interessata a quell’area sul fiume e mi piacerebbe proporre qualcosa che permetta la rinascita di quell’edificio, a mio avviso, molto interessante. Certo! E sono davvero felice che tu mi chieda questo. È effettivamente un fabbricato stupendo. Credo che sia catalogato come un Landmark. Sembra abbandonato , ma per ora è protetto. Io spero, sinceramente, che il nuovo progetto per Queens Plaza tenga in conto di questa splendida architettura. Mi piacerebbe poter progettare in quell’area. Credo che sia un’idea stupenda. Non credo che il nuovo progetto per Queens Plaza prenda in considerazione il Terra Cotta Building. Credo però che per il tuo progetto potrebbe essere una risorsa stupenda.

Sì, avrei bisogno di uno spazio chiuso, per gallerie o spazi protetti e quello potrebbe essere un luogo proponibile. Assolutamente sì. È un’idea stupenda. Ne abbiamo bisogno. E quello è un punto strategico. Metterebbe in connessione Hunters Point, Queens Plaza e Noguchi

e Socrates Museum. Spero che lo costruiscano!! Scherzo, però davvero credo sia un’ottima idea. Quindi mi conferma che la comunita di LICartists necessiti di uno spazio destinato alle esposizioni? Sicuramente. Qui non abbiamo uno spazio effettivo per esporre. Abbiamo gli open studio. Io sono fortunata

perché ho un grande studio ed un giardino spazioso. Ma questo è così per me, ma credo che per la comunità sia un punto di forza. Qui ci sono effettivi interessi a far sopravvivere questa comunità, anche da parte delle agenzie immobiliari, le quali spesso ci espongono nei loro spazi, o addirittura gli alberghi. Sono tutti molto interessati a mantenere viva questa comunità.


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17 marzo 2010_ SUNIL

BALD www.studiosumo.com www.licartcenter.com Studio SUMO è una partnership di accademici\architetti concentrati sul design innovativo, su una ricerca costante di evoluzione e di esplorazione formale, ed infine di ricerca di materiali. Situato a Long Island City, il loro lavoro comprende interventi residenziali, istituzionali, esibizioni, installazioni in tutti gli Stati Uniti e in Giappone. Studio SUMO progetta spazi concentrandosi sulla psicologia, gli aspetti sociali e culturali dei contesti nei quali i loro progetti prendono forma. Dal momento che lo studio è uno studio molto piccolo (2 partners ed un collaboratore) i due partner sono direttamente coinvolti in ogni progetto. Lavorano strettamente a contatto con i clienti e con le istituzioni locali. Hanno avuto l’incarico del Museo di Arte Africana

proprio a L.I.C. Studio SUMO ha una forte attenzione per l’ingegneria, il design e la costruzione. Per la completezza del loro lavoro i due partners (Sunil Bald e Yolande Daniels) hanno ricevuto molti premi e pubblicazioni sia nazionali che internazionali. Sono membri del MBE dal 2009 e il loro studio è collocato all’interno di una struttura appartente alla L.I.C.C.A. in cui i loft ricavati da una vecchia industria sono destinati esclusivamente all’arte e cultura. Mi sono stati mostrati i progetti in corso, quelli passati collocati a L.I.C. L’intervista è stata rivolta a Sunil Bald con il quale sono state ipotizzate azioni di sviluppo alternativo dell’area.


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L’architetto Sunil Bald è uno dei partner dello Studio SUMO con sede nel LICbuilding di LIC. L’edificio è suddiviso in tanti studi in ognuno dei quali si lavora in qualche modo per scopi artistici: scuola di danza, di musica, studi di registrazione, atelier di pittura e di architettura, gallerie d’arte. Sunil Bald mi ha resa partecipe della panoramica generale dell’area di Long Island City. Mi ha presentato quelli che sono i piani per la città, ancora molto incerti e non del tutto radicati da un punto di vista di regolamentazione. Come in tutta NY è tutto privatizzato. Il tutto funziona per zoning. Ogni proprietario del lotto può decidere di abbattere un vecchio fabbricato, può decidere se costruire un edificio o lasciarlo in disuso. Non c’è un controllo da questo punto di vista, tranne per quanto riguarda i landmarks. Le zone sicuramente più interessanti per un progetto per la comunità sono Queens Plaza e il waterfront non ancora progettato, quello sottostante il ponte. Gli chiedo un parere per quanto riguarda Gantry Park. Mi dice di essere d’accordo con me quando dico che ,

a mio avviso, si sta procedendo in una direzione quasi perfetta, in una ricerca di dettagli e raffinatezza che poco appartiene alla città industriale. È quasi un’illusione, una finzione. Il parco pulito, tutto curato e preciso in mezzo ad una distesa di capannoni industriali e ruderi da bonificare. Per quanto riguarda l’area circostante il canale crede che anche quella abbia del potenziale. Appartiene alla Matt Quigley’s company, un grande proprietario di terreni a LIC, che ora non sa come far fruttare. È possibile che si possa realizzare uno spazio semiprivato sui suoi terreni: il recupero della vecchia fabbrica e del terreno circostante. Chiedo inoltre a Sunil cosa ne pensa delle diverse zone del Queens circostanti LIC. Sono sicure, sicurissime. Sono Astoria e Sunnyside. Astoria ha una grande comunità di Greci e Italiani, o comunque europei. Sunnyside ha una popolazione vastissima di Cinesi, Africani e Messicani. Sono due zone dinamiche e divertenti. Due grandi quartieri con un forte senso comune. Il loro studio ha progettato un museo per l’arte africana


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126 temporaneo a Sunnyside. Alla domanda: crede che sia importante agire per l’arte? Lui ha risposto : sì. È l’unica cosa che caratterizza la zona e la rende attraente. Gli chiedo: perché Queens Plaza si chiama “plaza”? qual è il suo significato? Mi risponde che in effetti non lo sa, ma che, sicuramente, non ha nulla a che vedere con una vera e propria piazza. È una grande infrastruttura che taglia a metà la città laddove passa il ponte e divide la parte ricca da quella popolare. Era la zona delle prostitute e dei drogati. Ora sta cambiando radicalmente, ma non si capisce come questo sta avvenendo. Costruiscono hotel, grandi condomini, ma la “plaza” è solo una strada da percorrere. Inoltre gli domando se il suo studio opera su NYC e su LIC. Mi risponde di no. A NYC lavorano gli studi di Manhattan. Sono loro che hanno le grandi commissioni. Loro lavorano molto per il Giappone o per i privati nel Queens. Con l’architetto ho avuto modo di confrontare le mie opinioni sull’area con la sua esperienza. Abbiamo segnato su una mappa (che riporterò qui a fianco) i luoghi critici e le aree di possibile intervento. Il colloquo con Sunil Bald è stato fondamentale per comprendere il punto di vista di architetti professionisti che risiedono a Long Is. City, che progettano sul campo e che hanno avuto a che fare con le istituzioni museali. Inoltre lo studio si trova all’interno di un complesso industriale recuperato con loft destinati alle attività creative (studi d’arte, architettura, danza e musica): LIC ART CENTER.


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17 marzo 2010_ ALYSON

BAKER www.socratessculpturepark. org/ Alyson Baker è la direttrice del Socrates Sculpture Park. Il Socrates Sculpture Park è uno spazio pubblico-privato , di proprietà della città di NYC, destinato agli artisti locali e non, in cui essi hanno l’opportunità di creare ed esibire a grande scala la scultura ed installazioni multi mediatiche in un unico grande spazio aperto che incoraggia l’interazione tra artisti e pubblico e tra arte e pubblico. Collocato in una sezione industriale di Long Island City che si affaccia sullo skyline di Manhattan, il Parco è un’installazione spettacolare per le esibizioni, per i programmi educativi, per eventi popolari, proiezioni cinematografiche e performance teatrali e musicali che sono presenti durante tutto l’anno. Il Socrate Sculpture Park fino al 1986 si presentava

come un luogo abbandonato quando una coalizione di artisti e membri della comunità, sotto il comando dell’artista, scultore, Mark di Suvero, lo trasformò in un open studio ed uno spazio espositivo per gli artisti ed in un parco per gli abitanti locali. Il Parco è un innovativo spazio pubblico\privato che si è creato una nomea internazionale in quanto museo aperto. La partecipazione della comunità, l’espressione artistica e urbana nel rinnovo di quest’area degradata di NYC l’ha reso un luogo dinamico e sempre ricco di iniziative per il pubblico. Il Parco partecipa attivamente alle attività di quartiere ed offre moltissime opportunità. È uno spazio verde sul waterfront che coinvolge l’intera comunità: scuole, artisti, professionisti e turisti.


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Questo parco è diventato la terra dei sogni con tutto l’entusiasmo che i giovani artisti portano con le loro opere” (Mark di Suvero, fondatore del Socrates Sculpture Park) “Spesso per un artista il Socrates Sculpture Park è la prima opportunità di esibire all’aperto una sua scultura. Con lo sfondo divino dell’East River e dello skyline di Manhattn, il Parco è servito a molti artisti come un’esplorazione ed un’avventura visiva” ( Ursula von Rydingsvard, Artista). ACCESSIBILITA’ E VISIBILITA’: A Long Island City sono state create moltissime organizzazioni no-profit, come la Flux Factory e The Space Gallery. Entrambe accolgono artisti locali e finanziano le loro esposizioni ed opere. Inoltre l’organizzazione LICartists organizza periodicamente OPEN STUDIOS che rendono visibili anche gli artisti emergenti. RISORSE: Bisogna evidenziare l’importanza dell’industria

a LIC. Molto spesso i nuovi progetti prevedono la demolizione dei fabbricati e la ricostruzione dei lotti destinati all’industria, ma bisogna capire che LIC ha bisogno delle industrie. sia per una questione di valore immobiliare, sia per una necessità strettamente materiale. Gli artisti vivono dei prodotti di queste industrie (metalli, plastiche, materiali di recupero…) a volte si sottovaluta l’importanza dell’industria manifatturiera e lo stretto rapporto che è ormai radicato tra arte e prodotti industriali. SUPPORTO: gli abitanti di LIC desiderano partecipare attivamente alle iniziative artistico-culturali. Il Socrates Sculpture Park vive anche grazie al supporto che i residenti offrono ogni anno alle nostre iniziative. La collaborazione è strettissima. Diciamo che esistono tre tipologie di supporti: locali, nazionali ed internazionali. Il Socrates Sculpture Park organizza circa due grandi esibizioni ogni anno. Ci sono lunghi periodi (autunno inverno) di preparazione delle opere, mentre da giugno a settembre l’attività diventa intensissima. Sono previste svariate attività: sportive, cinematografiche


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(si proiettano film anche in lingue diverse sul maxischermo all’aperto), summer festival, workshop con attività destinate ai bambini e alle scuole. Esiste poi un altro tipo di attività che invece viene definita passiva (pic-nic, passeggiate, corse dei cani…). Anche questo contribuisce a tenere viva tutto l’anno la nostra istituzione e a rendere noti gli artisti. MELTIN-POT: Il fatto che si proiettino film in più lingue è molto significativo. La popolazione è cambiata moltissimo. La comunità più grande e forte è quella greca, ma si sono radicati negli anni anche altre razze. È per questo che si cercano di proporre attività molto diverse a seconda delle esigenze della popolazione. Sicuramente una delle attività principali è quella che viene svolta per le scuole. La collaborazione è strettissima. Si realizzano laboratori sperimentali, workshop… le scuole sono lo specchio della società e se si osservano i ragazzi all’uscita si possono percepire differenze nette tra una scuola ed un’altra. Etnie diverse in ogni scuola, ma tutti convivono nello stesso distretto.

WATERFRONT: Venti anni fa, Mark di Suvero guardò con attenzione un lotto abbandonato a Long Island City ed ebbe una visione unica che molti avevano pensato, ma che nessuno aveva mai attuato. In un luogo distrutto e desolato, ma strategico egli vide la possibilità di creare un luogo dove l’arte potesse essere messa a disposizione di tutti, soprattutto del paesaggio urbano. Nonostante le avversità egli trovò il modo di esaltare il potenziale di questa zona. La partecipazione e la collaborazione di migliaia di persone che si sono dedicate costantemente a questo parco hanno permesso questo risultato. Socrates Sculpture Park ora opera con il NYC Department of Parks per gestire, programmare e mantenere il sito che attualmente attrae a sé circa 65000 visitatori all’anno. Sin dal 1986 questo parco è stato considerato un outdoor studio per centinaia di artisti. Sin dal 1986 questo parco è stato considerato un outdoor studio per centinaia di artisti. Per quanto riguarda il waterfront è certamente fondamentale l’importanza di

una coesione lungo tutto il lembo di terra bagnato


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131 dal fiume, ma l’area è talmente vasta che cambia a seconda della città che sta alle spalle di questo. Quindi è realmente difficile poter pensare di creare un percorso unico ed omogeneo, come si è fatto per alcune parti di waterfront di Manhattan. La zona del Queensboro Bridge è sicuramente strategica. È una zona di confine, di limite molto netta. Il lotto di waterfront contenente il Terra Cotta Building è stato studiato da Richard Rogers, il quale ha proposto un progetto di riqualificazione. Sarebbe interessante proporre una vision alternativa che tenga in conto delle esigenze degli artisti e degli abitanti locali e del Landmark del Terra Cotta Company Building.Altro discorso si presenta per quanto riguarda il territorio sottostante il ponte. Quello potrebbe essere un luogo chiave di progetto. Una fascia complessa, di uso misto, traffico intenso e rumore fortissimo che però si trova in mezzo ad un nuovo progetto per Queens Plaza e al waterfront che probabilmente verrà stravolto dal progetto di Rogers.Questa è la proposta di Richard Rogers per il concorso del SilvercupStudios WEST.


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17 marzo 2010_ Jeff

Shumaker & Skye

Duncan http://www.nyc.gov/html/dcp/ Jeff Shumaker e Skye Duncan (Urban Designer, Capi Dipartimento, DCP) I due Urban Designer si occupano della zona di Hunters Point South. Il NYC Planning è suddiviso in tanti sotto dipartimenti che si occupano distintamente delle diverse zone (un gruppo di lavoro per ogni frammento) Sintesi del sistema burocratico che sostiene il piano urbanistico che vige su NYC : LAW decisioni di massima (altezza degli edifici, dimensione delle strade, dei marciapiedi, degli spazi pubblici…) Dopo aver proposto il piano questo viene esposto ad una Community Board (CB) per 60 giorni. Il pubblico ha la possibilità di osservare i piani di trasformazione, di dare un parere proprio, suggerimenti o commenti

negativi. Il DCP dopo 60 giorni rilegge le proposte del CB e stabilisce il piano definitivo. A NYC vi sono circa 52\59 CB. A seconda delle necessità o delle avversità dell’area vengono organizzati più o meno incontri. Il rapporto tra il DCP e la popolazione è molto stretto e sentito. DCP (Department of City Planning) proposta del “rezoning” nel 2008 ULURP (Uniform Land Use Review Procedure) http:// www.nyc.gov/html/dcp/html/luproc/ulpro.shtml EDC (Economic Development Corporation) si occupa della distribuzione degli edifice e spazio pubblico. RFP (Request for Proposal) Design Guidelines ( propongono linee guida per il miglioramento della prima proposta). È di questo passaggio che si occupano in questo dipartimento. PLANYC si prevede che nel 2030 la popolazione aumenterà di 1 milione di abitanti. Long Island City è considerata una delle zone più strategico per una futura grande espansione. È una delle aree più importanti del mondo come posizione geografica, come vista


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panoramica e come accessibilità. I collegamenti rapidissimi con Manhattan hanno costretto a pensare ad una crescita esponenziale di residenze sul waterfront e di attività nelle zone retrostanti ad esso. IZ – Inclusionary Housing Bonus incentivi per i residenti meno abbienti che, in seguito all’aumento dei prezzi di mercato, sono costretti a cambiare residenza o a pagare di più spese ed affitti. Il piano di NYC prevede forme di incentivi anche per i costruttori: + 30% FAR (superficie edificabile) se si tiene in conto del 20% di una “affordable area” (accessibile a tutti i tipi di utenza: per garantire un mix sociale). Il colloquio con due figure di urbanisti interni all’ufficio governativo è stato innanzitutto un’esperienza emozionante e fondamentale per la mia crescita personale, ma anche un forte strumento di conoscenza per approfondire temi riguardanti la città dal punto di vista politico, sociale e della pianificazione urbana. Ho approfondito quelli che sono gli strumenti di pianificazione territoriale e mi è stato esposto il metodo

di intervento sui grandi piani di trasformazione di Long Island City. Il piano urbanistico di NYC si suddivide in zone (Zoning) e nel Department of City Planning ogni ufficio si occupa di una zona a se stante. Pertanto non si può avere un quartiere omogeneo, nè un waterfront unito (come si pensava inizialmente). Tutto è spartito in grandi settori con le proprie destinazioni d’uso e finanziatori pubblici o privati. Shumaker e Duncan sono stati hanno saputo rispondere esclusivamente sulla loro area di competenza, quindi Hunter’s Point South. I progetti sopra raffigurati sono i piani di trasformazione che avverranno nei prossimi anni nell’area più a sud di Long Island City.


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M&P_Linda Pollack e Sandro Marpillero www.mparchitectsnyc.com 17 marzo 2010_

Mi parli di Queens Plaza S.M. Storicamente è una stratificazione di interventi avvenuti in diverse fasi. Il primo è stato Queensboro bridge nel 1909. Seguito dalla Sopraelevata quello che oggi corrisponde alle linee metropolitane N/W/7. E poi qualche anno più tardi, ci fu l’intervento sulla metropolitana, che portò alla trasformazione della stazione sopraelevata, ad ovest di quello che oggi è il JFK Park. Nell’ambito della trasformazione globale la parte sopraelevata del ponte una volta dedicata alla ferrovia ora è destinata al traffico veicolare. L’introduzione del traffico veicolare ha portato le immense rampe che circondano i Silvercup studios. Nel 1930 quando venne ristrutturata la

stazione alcune delle parti originali della struttura furono abbattute. Fu un intervento molto importante; siamo davanti ad un sistema di livelli multipli: la parte più bassa è stata parzialmente demolita, e il livello alto è estremamente attivo, sembra particolarmente complesso…. L.P : ….. E caotico.16

Quali erano i principali obiettivi della città per questo progetto? L. P.: Sostanzialmente il recupero del Queen Plaza come luogo dove la gente desidera vivere, dove sa in che modo muoversi e un luogo dove ci sia il verde. Nel 2002 questo fu il nostro primo RFP che prevedeva un progetto di sostenibilità.

...e in che modo avete affrontato questo tema? Sandro Marpillero: Occorre progettare la ricostruzione


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di parti della città non solo prendendo in considerazione il costo e la velocità di realizzazione dell’opera ma attenendosi alle tecniche di costruzioni appartenenti alla tradizione. Linda P: Importante è il concetto di “salvaguardia” e credo che uno degli aspetti del nostro progetto sia quello di coinvolgerci nel progetto del Queen Plaza. Essa comprende la necessità di capire la formazione storica di un luogo in modo ampio per quanto riguarda eventi o sistemi infrastrutturali. La comprensione e la conoscenza della formazione storica di un luogo o di un fabbricato – aspetto architettonico e politico – ti permette di intervenire al fine di ricostruirlo. Credo che le infrastrutture verdi abbiano molta rilevanza nel progetto sostenibile e quello di Queen Plaza ne è una conferma. Sandro Marpillero: Rispetto al xx secolo l’argomento sulla conservazione è un po’ diverso ha più a che fare con il valore in termini culturali piuttosto che sulla funzi-

one del manufatto. Credo che la nostra attitudine circa il riciclaggio e il progetto sostenibile riguardi la capacità di vedere come le parti esistenti delle nostre città, delle nostre costruzioni possano essere poste in relazione con le nuove sfide operative. Non si tratta di preservare ed invocare il passato come modello, ma di riformulare il ruolo che possono avere i siti esistenti e le costruzioni e le infrastrutture . Abbiamo voluto con forza infondere qualche cosa di personale nel nostro lavoro. Amanda Burden (commissione pianificazione della città, direttore del dipartimento di pianificazione della città di NY) ha voluto fermamente che ci fossero spazi sociali dedicati alla ristorazione per esempio. Nel parco JFK un’ampia area di alberi che formano un arco lungo la sopraelevata, avvolgendo il paesaggio del parco. Un fiume di alberi a basso fusto si insinuano all’interno del parco fino a costeggiare il fiume. Questo paesaggio così intensamente verde altera il concetto convenzionale di parco cittadino.


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17. http://urbanomnibus.net/2009

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...in che modo? Margie Ruddick: Abbiamo cercato di fare coesistere la bellezza e rigogliosità delle aree verdi con la fredda geometria delle infrastrutture. Il paesaggio lineare del parco e la strada si incontrano nel Parco JFk, e ciò costituisce la sfida alla nozione classica del parco urbano perché il territorio ad esso circostante è inospitale. Questo accostamento sarebbe sembrato inappropriato sino a qualche anno fa. Fino a 5 o 6 anni fa’ un architetto o chiunque avesse visto i nostri progetti sul Queen Plaza avrebbe considerato incongruente un paesaggio così lussureggiante in un ambiente di quel tipo. Ma ora le immagini del Queen Plaza vengono utilizzate per costituire una forte testimonianza di un linguaggio espressivo in un contesto infrastrutturale complesso. E oltre alla dimensione materiale, non essendo delimitato altera la nostra comune percezione di parco cittadino; e inoltre si estende per frammenti sottili di terra.

Il progetto di Queen Plaza è parte di un sistema infrastrutturale di un network di vie ma si sviluppa come parco.

E’ al corrente dell’esistenza di altri progetti di una certa rilevanza sul tema della integrazione fra ecologia e infrastrutture?17 Alcuni progetti urbanistici a Portland Oregon e così sempre nella stessa città la realizzazione dell’area di parcheggio ecocompatibile. Inoltre ci sono alcuni progetti interessanti in Germania. Credo che quando abbiamo iniziato fossimo all’avanguardia ma ora in realtà questi concetti stanno diventando la norma. Ho lavorato anche con Enric Ruiz-Geli, un architetto di Barcellona, e con il suo studio Cloud 9 su alcuni progetti che promuovono il concetto per cui le grandi infrastrutture possono fungere da parchi e rendere il panorama veramente piacevole: generando energia, rispondendo alle necessità delle grandi infrastrutture urbane e contribuendo alla qualità e sostenibilità delle


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acque. E penso che il loro progetto abbia anche un forte contenuto artistico. L’idea è di creare una protezione urbana che organizzerà ciò che attualmente è esistente. S.M.: Si è sempre più consapevoli dell’importanza che può avere un’infrastruttura in quanto rappresenta il benessere di uno spazio pubblico che prima passava inosservato. Il suo potenziale é incredibile; questi luoghi sono magici. L.P: Possono essere rumorosi, sporchi ma stimolanti. Sono anche affascinanti. La High Line è un grande esempio gli spazi sottostanti sono stati trasformati in veri e propri luoghi esattamente come il parco. Occorre osservare attentamente questi luoghi per poter intervenire in condizioni estremamente frammentate e incoerenti come Queen Plaza. In quanto architetti e urban designer ci siamo concentrati nel identificare la cornice di un luogo che potesse connettere l’esistente al nuovo, dalle funzioni

industriali a quelle residenziali e commerciali, dalla grande scala dei trasporti a quella più piccola dei pedoni e delle piste ciclabili. L’idea non era quella di presentare un paesaggio meramente decorativo o verde per il puro gusto del piacere visivo : l’idea era quella di creare un luogo nuovo. Questo spazio è completamente dominato visivamente dalle sopraelevate; ma molti progetti non esplicitano la presenza di questo elemento. In qualche modo il nostro obiettivo è quello di mantenere l’immagine della sopraelevata. La nostra strategia è quella di indirizzarla verso i suoi livelli storici. Innanzitutto rendere il suo modulo leggibile e in secondo luogo evidenziare la presenza di rotaie abbandonate al fine di indirizzare il percorso tra Jackson Ave. E Queen Plaza. L’intento è quello di trasformare questa giungla di ferro in un elegante faro con una serie di spazi scultorei sospesi tra il flusso di gente ed il traffico circostante.


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Le interviste sopra riportate sono state lo strumento più utile ed importante di cui potessi usufruire nel tempo dedicato al sopralluogo sul sito di progetto. Ogni persona da me intervistata ha dato una testimonianza fondamentale della propria vita, esperienza, del proprio rapporto con un luogo così complesso e ricco. Mi sono state fornite opinioni contrastanti ed altre concordanti sui luoghi principali (Queens Plaza, il waterfront, le industrie...). Artisti , architetti ed urbanisti hanno espresso esigenze molto diverse tra loro: chiaramente gli artisti che vivono sul posto hanno dimostrato più coinvolgimento sia emotivo che professionale. Gli altri, invece, con occhio più distante da Long Island City, più interessato alla qualità delle trasformazioni architettoniche mi hanno dato strumenti e consigli interessanti e fondamentali senza i quali la mia tesi non avrebbe avuto lo stesso significato.


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2.2 Istituzioni e pratiche informali


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Pochi quartieri sono ben posizionati dal punto di vista dello sviluppo creativo come lo è Long Island City. L’area in questione è una parte del Queens che ha un’estensione di circa 1,664 acri dalla Newton Creek alla 33rd Street. Lo skyline di Manhattan è uno sfondo continuo e suggestivo che si può osservare ed ammirare da tutte le street che dal centro portano all’East River. La differenza sostanziale tra Manhattan e LIC sta soprattutto nelle infrastrutture. Infatti è sorprendente la presenza di infrastrutture curvilinee, sopraelevate, binari di ferrovie e metropolitane che sorvolano sugli edifici. La sensazione che si prova nel camminare in quelle strade è di dispersione, di confusione e caos tangibili. Disorientamento. La sua caratteristica principale è quella di essere sede di una frizzante comunità di artisti e di alcune tra le più importanti istituzioni museali fuori Manhattan. Tali istituzioni includono: il P.S.1 Contemporary Art Center (fondato nella metà degli anni ’70 da una comunità di attivisti e politici locali che decisero di rinnovare una decadente scuola elementare); Isamu Noguchi Garden

Museum; Sculpture Center, Socrates Sculpture Park e, fino qualche anno fa la sede temporanea del MoMA. Questi sono i principali protagonisti di una scena in costante trasformazione ed evoluzione in cui la cultura e l’arte stanno lentamente passando in secondo piano, per dar luogo ad azioni invasive di speculazioni immobiliari e fortissimi interessi economici. Questa è un’area unica, dalle qualità imprenditoriali uniche, dalle botteghe artigiane, alle fabbriche, dalle organizzazioni culturali al cinema. Con la sua incredibile estensione che va indicativamente fino oltre la 59th Street a Manhattan, con un solo ponte l’area ha un’incredibile connessione con la City, così come sono altrettanto incredibili gli scorci, il panorama e la mixité sociale, culturale ed economica che con gli anni han dato luogo ad un vero e proprio ibrido urbano. Nel capitolo vengono presentate le principali icone dell’arte sia istituzionale che informale di Long Island City.


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Socrates Sculpture Park The Noguchi Museum

Museum of the Moving Image

Fisher Landau Center For Art

SculptureCenter P.S.1 MoMA Museum for African Art

5 Pointz


istituzioni d’arte arte informale gallerie rete di trasporti

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FISHER LANDAU CENTER

SculptureCenter

È difficile quindi stabilire quali siano i criteri che regolano questi processi di trasformazione e rigenerazione. Long Island City sicuramente ha tutte le caratteristiche per accogliere una riqualificazione che vada in questa direzione. Da quando il Design Trust of Public Space ha pubblicato la ricerca “LIC: CONNECTING THE ARTS” , quindi nel 2006, ad oggi le condizioni economiche sono state completamente stravolte ed hanno subito un tale trauma da pensare che ad oggi la situazione sia completamente , o comunque in gran parte , compromessa. Il crollo dell’economia porta con sé lacerazioni e conseguenze drammatiche sul corretto sviluppo dei piani di rigenerazione per questa parte di città, tanto vicina geograficamente a Manhattan quanto lontana da questa quando si parla di investimenti di qualità sul territorio. LIC è una preda facile. Ha uno dei panorami più ambiti ed attrattivi di tutto il globo terrestre.


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E’ talmente vicina a Manhattan da poter essere considerata un quartiere della City, ma è comunque considerata dai locali un outer-borough. E forse gli abitanti di LIC di questo ne vanno fieri e ne sono anche , per certi versi, felici. LIC è un quartiere post-industriale ed in quanto tale è un terreno fertile per una vastissima comunità di artisti e per un grande numero di istituzioni museali e culturali. Grandi nomi dell’arte contemporanea come Noguchi e Mark di Suvero hanno fondato grandi ed economici studi e laboratori d’arte qui. Ma LIC è un tessuto troppo ampio e disperso per riuscire ad essere definito ed interpretato come un vero e proprio distretto dell’arte. Le pratiche sono diffuse e sparse senza una grande logica se non quella dell’appropriazione degli spazi industriali liberi. È proprio la sua diversità rispetto alla NYC di Chelsea o del Greenwich Village ciò che interessa maggiormente alla comunità di artisti. Le arti esistono proprio perché sono collegate alla vasta gamma di possibilità di usi degli spazi. Il quartiere non vuole perdere la sua

connotazione industriale, in quanto risulta essere ancora molto produttivo, ma soprattutto perché questo significa mantenere un costo della vita e degli immobili molto più basso rispetto a Manhattan.

È proprio abbracciando questa filosofia che si può interpretare LIC come un luogo davvero eccezionale in cui industria, artigianato, cinema e arti si fondono insieme sullo stesso territorio. Dalla mappa (pag.138) si può constatare come le arti abbiano un ruolo che non può passare inosservato: alcune si diffondono in spazi nascosti, vecchi capannoni abbandonati con affitti modici, altre invece hanno un ruolo predominante nella scena dell’arte mondiale. Bisogna capire quali sono queste “industrie dell’arte”, in quali luoghi nascono e qual è il loro rapporto con la città.


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P.S.1 MoMA

Contemporary Art Center

Da scuola a museo Il P.S.1 Contemporary Art Center è una delle più importanti organizzazioni mondiali che si presta a sostenere e promuovere l’arte contemporanea innovativa internazionale. L’enorme spazio occupato dal centro, l’ex Public School n°1 di Long Island (New York), è una delle più antiche ed ampie istituzioni di arte contemporanea non-profit degli Stati Uniti. Un catalizzatore ed un avvocato delle nuove idee, discorso e tendenza nell’arte contemporanea, P.S.1 insegue attivamente artisti emergenti, nuovi generi, e nuove opere tramite artisti riconosciuti nel tentativo di supportare l’innovazione nell’arte contemporanea. P.S.1 accoglie questa missione presentando il suo programma alternativo rivolto ad un pubblico aperto in un unico ed accogliente ambiente in cui i visitatori possono scoprire ed esplorare le opere degli artisti contemporanei. P.S.1 presenta oltre 50 esibizioni all’anno, che includono retrospettive di artisti, installazioni sul sito, sguardi

storici, arte da tutti gli USA e da tutto il mondo, a un programma di musica e spettacoli. P.S.1 fu fondato nel 1971 da Alanna Heiss come un Istituto per le risorse artistiche ed urbane, un organizzazione destinata ad organizzare esposizioni in spazi abbandonati e dimessi attorno a New York City. Nel 1976, P.S.1 aprì la sua più grande esposizione nella sua location permanente nel Long Island City, Queens, con la fertile esposizione Rooms. Un invito per gli artisti a trasformare gli spazi unici dell’edificio, Rooms stabilisce la tradizione del P.S.1 si trasformare gli edifici in sitespecific dell’arte che continuano oggi a contenere opere di James Turrell, Keith Sonnier, Richard Serra, Lawrence Weiner e altri. Per i venti anni successivi, l’edificio fu usato come uno spazio di studio, performance ed esposizione per gli artisti di tutto il mondo. Dopo una restrutturazione dell’edificio P.S.1 riaprì nel 1997 confermando la sua posizione di leader come centro di arte contemporanea a New York.


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Nel 2000 divenne un affiliato del MoMa, cosa che permise di estendere le due istituzioni. MoMA PS1 è una della più grandi ed antiche istituzioni non-profit di arte contemporanea in tutti gli Stati Uniti. Uno spazio espositivo che dona le sue risorse all’esposizione dell’arte più sperimentale del mondo. Catalizza e propone nuove idee, discorsi, ed arte contemporanea, propone giovani artisti e nuovi generi d’arte. Il programma del P.S.1 è sicuramente il più vivo: presenta oltre 50 esibizioni all’anno, incluse le retrospettive, installazioni site-specific, arte che proviene da tutti gli Stati Uniti e dal mondo, e un programma ricchissimo di musica e performance. Il MOMA P.S.1 viene fondato da Alanna Heiss come Istituto per l’Arte e le Risorse Urbane, un’organizzazione fondata per organizzare esposizione in spazi abbandonati di NYC. Il Warm Up è un evento che catalizza l’attenzione del mondo dell’arte, della musica, del teatro e dei giovani newyorkesi e di tutto il mondo.

Per l’occasione P.S.1 indice un concorso annuale di architettura per proporre una struttura di copertura

della piazza centrale del museo. Il YAP (Young Architects Programs) è stato proposto nel 2000 per solidificare il rapporto tra il MoMA e il P.S.1.Glenn Lowry, Direttore del MoMA, e Alanna Heiss (direttrice del P.S.1)stabilirono questo accordo per accordare le due istituzioni. L’obiettivo del progetto è quello di provvedere ad un’area ricreativa per l’estate (una sorta di rigugio urbano). Si vedrà nella pagina successiva una sintesi dei progetti proposti negli ultimi anni e giudicati dalla commissione i vincitori. Per il P.S.1 Warm Up, evento che ha luogo ogni estate nella corte interna del museo, la direzione indice un concorso annuale di architettura per proporre una struttura di copertura della piazza centrale del museo. Il YAP (Young Architects Programs) è stato proposto nel 2000 per solidificare il rapporto tra il MoMA e il P.S.1.


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The Noguchi Museum

Da fabbrica a museo Il Noguchi Museum si distingue rispetto ad altre istituzioni a Long Island City dal momento che in esso sono contenute opere e vita dell’artista designer, Isamu Noguchi. Molte esposizioni contengono opere selezionate ed interpretate da altri come ad esempio Robert Wilson e Martha Graham.

Per commemorare la riapertura dell’Isamu Noguchi Foundation and Garden Museum nel suo stato completo, il Museo presenterà a breve Noguchi ReINstalled. Mentre il primo piano con le gallerie e gli spazi interni ed esterni sono cambiati relativamente rispetto a quelli precedenti, questa esibizione segnerà per la prima volta la Collezione Permanente.

Nel 1983 Noguchi fonda il museo appositamente per le sue opere d’arte, accanto al suo studio e alla sua casa, anche loro con sede in fabbriche circostanti al 33-38 10th Street. Egli progetta il suo museo con Shoji Sadao e Michael Janne, e lo apre al pubblico nel 1985. Nel 2004 il museo riapre dopo opere di ristrutturazione. Ora esiste una galleria dedicata all’interior design dell’artista, un centro educativo, un ascensore, un bar ed un bookstore. La caratteristica originale dell’edificio, con le sue proprietà di edificio industriale, continuano ad essere uno sfondo appropriato per le opere di Noguchi.

Attraverso la consultazione del materiale fotografico del Museo, ogni sforzo si concentrerà per presentare la collezione il più vicino possibile alle intenzioni di Noguchi. Dal 17 giugno un numero di oggetti dati in prestito ad altre esibizioni straniere ritorneranno alla loro sede originaria nelle gallerie e nel giardino del museo. Verrà esposto un numero notevole di acquisti recenti nelle collezioni del museo, includono un modello costruito recentemente che riproduce il progetto ambizioso del Billy Rose Sculpture Garden a Gerusalemme dal 1960 al 1965.


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Per commemorare la riapertura dell’Isamu Noguchi Foundation and Garden Museum nel suo stato completo, il Museo presenterà a breve Noguchi ReINstalled. Mentre il primo piano con le gallerie e gli spazi interni ed esterni sono cambiati relativamente rispetto a quelli precedenti, questa esibizione segnerà per la prima volta la Collezione Permanente. Attraverso la consultazione del materiale fotografico del Museo, ogni sforzo si concentrerà per presentare la collezione il più vicino possibile alle intenzioni di Noguchi. Dal 17 giugno un numero di oggetti dati in prestito ad altre esibizioni straniere ritorneranno alla loro sede originaria nelle gallerie e nel giardino del museo. Verrà esposto un numero notevole di acquisti recenti nelle collezioni del museo, includono un modello costruito recentemente che riproduce il progetto ambizioso del Billy Rose Sculpture Garden a Gerusalemme dal 1960 al 1965. Nato per volontà di Isamu Noguchi (1904-1988), il Noguchi Museum aprì nel 1985, presentando una collezione di opere in pietra, metallo, legno e cera, come i modelli per i progetti pubblici e giardini, scenografie e per l’Akari Light Sculptures. Il museo è sede di tredici gallerie inserite in un edificio industriale recuperato e riconvertito che contiene sculture grandissime di granito e basalto.

Dopo due anni e mezzo di lunghi restauri il museo riaprì nel 2004 con l’aggiunta di un centro educativo, di un nuovo caffè e bookshop, accessi modificati per i disabili e un nuovo sistema di riscaldamento e raffrescamento che consente al museo di rimanere aperto in tutti i periodi dell’anno.


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Socrates Sculpture Park

Un museo all’aperto Il Socrate Sculpture Park fino al 1986 si presentava come un luogo abbandonato quando una coalizione di artisti e membri della comunità, sotto il comando dell’artista, scultore, Mark di Suvero, lo trasformò in un open studio ed uno spazio espositivo per gli artisti ed in un parco per gli abitanti locali. Il Parco è un innovativo spazio pubblico\privato che si è creato una nomea internazionale in quanto museo aperto. La partecipazione della comunità, l’espressione artistica e urbana nel rinnovo di quest’area degradata di NYC l’ha reso un luogo dinamico e sempre ricco di iniziative per il pubblico. Socrates offre un’incredibile varietà di programmi pubblici, workshop, eventi per le comunità locali, ed un grande cinema all’aperto che accolgono la popolazione circostante.Museum of the Moving

Image: da studio cinematografico a Museo Il Museum of the Moving Image è parte dello storico complesso di Astoria Studio, un tempo la più grande casa cinematografica e televisiva tra Londra e Hollywood. Costruita nel 1920, era lo studio di produzione della Paramount East Coast, e nel negli anni Trenta produsse indipendentemente numerosi film. Nel 1942 l’esercito statunitense comprò Astoria Studio e lo convertì in un Signal Corps Photographic Center, uno studio di produzione per materiali per le esercitazioni. Dopo che i militari abbandonarono il centro nel 1971, l’edificio cadde in disuso. Nel 1977 fu fondata l’Astoria Motion Picture and Television Center Foundation per salvarne le sorti, e nel 1982 il complesso fu ceduto alla città. Uno dei 13 edifici destinati agli studios fu riadattato a scopi educativi e culturali e la fondazione investì circa 20 milioni di dollari per il rinnovo


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da parte degli architetti newyorkesi Siegel & Associates. Convertito in Museo,l’edificio aprì al pubblico nel 1988 ospitando arte, cinema, musica tecnologia edia digitali. Attualmente offre esibizioni, proiezioni cinematografiche antiche e contemporanee. L’architetto Thomas Leeser si è occupato dell’ampliamento dell’edificio creando spazi esterni per esposizioni e proiezioni. Fisher Landau Center for Art: una fabbrica di paracaduti trasformata in museo. Il museo è situato in una fabbrica del 1924 collocata a nord di Queens Plaza, nell’area di Dutch Kills. Nel 1988 Emily Fisher Landau, una collezionista d’arte contemporanea acquistò la fabbrica appartenente alla Aerial Machine & Tools Corporation che si era trasferita in Virginia. L’architetto inglese Max Gordon (1931-1990), con Bill Katz, progettò la trasformazione del complesso industriale. La struttura di calcestruzzo, supportata da pilastri a fungo fa da sfondo ad un museo in cui fotografia, scultura e pittura includono opere di Willem de Kooning, Jasper Johns, Kiki Smith e Andy Warhol. Il museo svolge un ruolo cruciale per Long Island City in quanto è l’unica istituzione che si occupa degli artisti locali, li coinvolge nelle manifestazioni e mette in relazione con galleristi, clienti, critici, ma anche industrie metallurgiche che forniscono materiali per le sculture.


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Le organizzazioni culturali sopra elencate si riconoscono in un’istituzione più ampia che riunisce, finanzia e protegge fondazioni ed artisti locali. Le istituzioni artistiche hanno avuto il primo sponsor nell’Ottobre del 1988. Da quell’anno sono iniziati i meeting informali dei gruppi culturali all’interno dei quali si discuteva sul marketing e la promozione di eventi a scala di quartiere. Nel Maggio del 2001 molte delle organizzazioni d’arte han preso parte alla manifestazione “Art Frenzy”, una sorta di weekend openstudio organizzato dal Queens Council on the Arts e dal Long Island City Business Development Corporation (LICBDC) in collaborazione con gli artisti di L.I.C.LICBDC iniziò a pensare ad un ipotetico sviluppo dell’area in una direzione artistica-culturale e il New York City Department of Cultural Affairs chiese alle organizzazioni artistiche e culturali quale fosse il loro interesse nel vedere quest’area unita dalla forza delle pratiche artistiche. Nell’Ottobre del 2001 si organizzò una conferenza intitolata “Creative Cities: Renewing New York”, organizzata dal Van Alen Institute, dal Port Authority di New York e New Jersey, e dal British Council che assieme convogliarono direttori di musei, progettisti e politici che discussero circa le potenzialità dei distretti culturali ed artistici, dei trasporti, strategie progettuali, real estate e sviluppo economico. Dopo la conferenza, aumentò l’interesse degli enti pubblici e privati verso il potenziamento delle attività culturali per uno sviluppo economico di Long Island City.

Nel dicembre dello stesso anno Susan Chin, responsabile degli investimenti di capitale nel Dipartimento della Cultura, organizzò una serie di incontri con le organizzazioni culturali di L.I.C. che consentirono la costituzione di LICCA (Long Island City Cultural Alliance) con sette membri fondatori: P.S.1 Contemporary Art Center, MoMA QNS, il Noguchi Museum, il Socrates Sculpture Parl, il Musum of the Moving Image, SculptureCenter e il Teatro Spagnolo Thalia. LICCA partì con un obiettivo ben definito:“ promuovere e potenziare la visibilità e l’accessibilità dell’area che è sede di vari gruppi di ogni tipo di arte”.


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Un museo all’aperto LIC Artists (LICA), fondato nel 1986 da un piccolo gruppo di artisti visivi professionisti, si è affermato inizialmente come una vetrina per i suoi membri attraverso le esposizioni Open Studio. Grazie alla leadership della pittrice Margret Dreikausen e al duro lavoro e alla competenza dei suoi primi membri, LICA ha cominciato a crescere nelle dimensioni e negli obiettivi, andando a costituire un’organizzazione no profit nel 1989. Fin dall’inizio LICA ha offerto ai suoi membri un ampio range di benefici e opportunità, tra cui: -la partecipazione agli eventi Open Studio annuali e l’esposizione in località selezionate nel Queens. -rappresentazione sul sito web: www.licartists.org -newsletter e aggiornamenti via mail -seminari e altri programmi su tematiche di vitale interesse per gli artisti e per il pubblico. Inoltre LICA ha dato vita a progetti e prodotto eventi persati per dare forza alla vita culturale della comunità. Per esempio, in accordo con gli obiettivi

dell’organizzazione di educazione del pubblico riguardo le arti visive, LICA ha co-sponsorizzato una serie di seminari e dibattiti ai Silvercup Studios su temi di informazione come “Nuovi Mezzi nell’Arte: fotografie digitali, computer graphic e fotografie Polaroid”. LIC Artist ha festeggiato il ventesimo anniversario nel 2006 con una serie di eventi celebrativi ed esposizioni. Continuando a crescere e ad evolversi, LIC Artists collabora con organizzazioni e eventi culturali per presentare programmi innovativi e coinvolgenti a beneficio della comunità artistica e del pubblico comune.


2.3

Sboom. Casi di riduzione delle pratiche ed arresto dei grandi progetti


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E’ difficile pensare a questo sistema di musei, più o meno importanti a livello internazionale, distaccato dal momento storico in cui ci troviamo attualmente. Non si può fare a meno di considerare la situazione economica che ha stravolto il sistema globale. I musei oggi paiono tante piramidi, piccole o grandi, irrimediabilmente rovesciate a terra. E poiché la società è globale, così anche il virus che ha intaccato i simboli del potere mediatico si è rivelato rapido e capillare. Crudelmente globale. L’arte inserita nei grandi contenitori mediatici, considerati piramidi del potere negli ultimi due anni sta crollando vertiginosamente. Il crollo delle istituzioni comincia, com’è naturale che sia, Oltreoceano, laddove è iniziata la crisi, con le fondazioni – ha scritto il “Wall Street Journal” a gennaio 2009 – che in meno di due anni avrebbero perso 200 miliardi di dollari, ed è noto a tutti quanto le donazioni che queste strutture riescono a realizzare siano la spina dorsale dei musei americani, il cui calo dei fondi si attesta intorno al 20 %.

Il primo museo a dare forti segni di sofferenza è il MoCa di Los Angeles che ha rischiato di fallire se non si fosse fatto avanti il tycoon e filantropo Eli Broad, che a novembre 2008 ha lanciato un accorato appello dalle colonne del “Los Angeles Times” promettendo un’iniezione di 30 milioni di dollari per essere da esempio ai suoi concittadini e per tenere in vita quello che secondo lui, “con due location a Downtown: l’edificio iconico di Grand Avenue disegnato da Arata Isozaki e il Geffen Contemporary di F. Gehry, è il museo di arte contemporanea più importante del mondo”. Rimanendo sulla west coast, le cose migliorano leggermente, ma chissà fino a quando. Il raddoppio del SAM (Seattle Art Museum), inaugurato nell’aprile 2007 su progetto di Brad Cloepfil, con studio nella nativa Portland e a New York, messosi in luce con il Museo di Arte Contemporanea di Saint Louis, il Museo del Design di NY , sembrava avere tutti i crismi della solidità. Non solo perché sorge in una città in cui si concentrano alcune delle più grandi imprese mondiali: la Microsoft, la Starbucks e la Boeing, ma anche perché qualche


Un territorio conformato dalle pratiche artistiche

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rappresentante di queste famiglie è direttamente coinvolto nel museo. Adriana Polveroni, autrice de “Lo Sboom” cita il P.S.1. come una delle istituzioni che negli ultimi anni ha resistito alla crisi, anche se subendo gravi perdite di finanziamenti e di conseguenza limitando la programmazione e gli eventi. Il MoMA di New York tiene duro, nonostante i tagli operati da uno degli sponsor, la banca svizzera UBS che ha chiuso il dipartimento di Art advisory. Ha ridotto il budget delle mostre e per la comunicazione, ma regge. Il turismo della Grande Mela è ancora consistente e il MoMA rimane una delle principali attrazioni della città. Anche il P.S.1, che nel 2000 si è affiliato al MoMA, dal gennaio 2009, quando la storica direttrice è andata via, ha sensibilmente ridotto le sue attività, già ridimensionate negli ultimi tre, quattro anni. Il quadro delle commistioni tra arte e società e le sue espressioni più significative e più controverse si aggiorna in tempo quasi reale, rendendone molto difficile una tematizzazione. Il piegarsi funzionalmente

a scopi propagandistici sta un po’ nella natura ambigua dell’arte e ha a che fare con la sua indubbia pervasività di distanza dalla società reale. L’arte contemporanea si è definitivamente piegata ad essere una masscult, una cultura di massa nella sua accezione peggiore: spettacolarizzata e che non esita a mercificare l’aura artistica? Tanto più efficace perché attiva un sistema di persuasione fondato sull’intrattenimento, incarnato in primis dagli artisti che in tal modo avrebbero abdicato al proprio ruolo critico. L’arte in quanto merce di scambio è ormai “sfibrata”, senza spina dorsale. L’arte rimane un fortissimo oggetto di desiderio e un fortissimo linguaggio capace di edificare simbolicamente il mondo. È chiaro che la lievitazione economica che l’ha accompagnata nell’ultimo decennio, la speculazione che su di essa è stata fatta per ottenere mero e ingente profitto hanno amplificato e radicalizzato fenomeni come quelli di cui abbiamo detto, creando equivoci e sensibili distorsioni.


Un territorio conformato dalle pratiche artistiche

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Il museo nel quale l’arte è stata impacchettata, come il contenuto pregevole di una scatola preziosissima, si è rivelato un ottimo strumento per confezionare il prodotto città, per ridurlo a brand architettonico. A Long Island City la dimostrazione di questo concetto è proprio il P.S.1 che, per quanto la sua architettura sia scarna, ogni anno propone il concorso YAP, di cui si è parlato nel paragrafo precedente, per emergere nel panorama internazionale. E’ una mossa mediatica che solo il P.S.1 può permettersi. Anche questa è una forma di brand architettonico, ma diversoadalle “grandi piramidi mediatiche” in quanto varia ogni anno e solo in alcuni periodi. In generale queste grandi macchine delle meraviglie, che sono i musei, spesso alimentano interessi più politici,che culturali, intendendo con questo termine la crescita degli individui e dei loro orizzonti di vita. Si tratta non solo di una crisi generale delle istituzioni, ma una crisi più ampia che coinvolge il mercato degli immobili. Di conseguenza i progetti previsti per Long Island City hanno subito un arresto importante.

Il primo esempio è il Museum for African Art che dopo il fallimento nel 2005 della sua sede di Long Island City ha ricevuto un grande finanziamento (di circa 95 milioni di dollari) per la costruzione un nuovo edfificio a Manhattan che comprende non solo il museo, ma anche uffici, ma soprattutto 19 piani di residenza. Il museo occuperà i primi tre piani dell’edificio di R.Stern sulla Fifth Avenue ed aprirà a fine lavori nel 2011. Un fenomeno simile è accaduto per il MoMA QNS. Aperto a Long Is.City mentre il MoMA di Manhattan subiva i lavori di ristrutturazione, il MoMA Queens ha dato la possibilità all’area di arricchirsi temporaneamente, ma nel momento in cui il MoMA si è trasferito nella sua sede originale lo spazio di LIC si è svuotato: Mike Matthews, presidente della compagnia che produce musica Electro-Harmonix in un’intervista per il NY Times diceva che “Once this special exhibit is over, it will become dead again, though I hope not.”



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