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Riccarda Cantarelli

L’architettura dell’edificio mercato Bazar, shopping center e circuito globale

ILPOLIGRAFO


biblioteca di architettura 09


Riccarda Cantarelli

L’architettura dell’edificio mercato Bazar, shopping center e circuito globale

ilpoligrafo


con il contributo di

rielaborazione apparati grafici e testuali Giulia De Napoli, Paola Fossa, Alessandra Moroni traduzioni testi dall’inglese e dal francese Riccarda Cantarelli, Paola Ghillani, Marco Scotti progetto grafico Il Poligrafo casa editrice Laura Rigon Š Copyright luglio 2012 Il Poligrafo casa editrice 35121 Padova piazza Eremitani - via Cassan, 34 tel. 049 8360887 - fax 049 8360864 e-mail casaeditrice@poligrafo.it ISBN 978-88-7115-779-5


Indice

7 Prefazione Vittorio Gregotti 11

Introduzione alla fenomenologia urbana della funzione commerciale

I. Percorsi architettonici 19

L’individuazione del tipo mercato

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I caratteri di permanenza e di trasformazione del tipo mercato

II. aspetti del contesto americano Del xx secolo

43 Gli anni Cinquanta del Novecento. Polarità urbane: attrezzature collettive per la città diffusa 47 Primi progetti di spazi commerciali: i modelli per lo shopping center 51 La ricerca di un’integrazione funzionale tra servizi commerciali e spazi per la comunità 52 La nascita dello shopping center a scala regionale 62 Rifondare il centro: il caso di Fort Worth 69

L’invenzione del centro commerciale: tipologie identitarie e insediative

III. Una strada di ricerca. EvoluzionE, proiezioni e mutazioni per una prospettiva globale

79 Individuazione di quattro categorie identitarie attraverso l’analisi di casi-studio. Stati Uniti e Canada: 1985-1995 81 L’involucro delimitativo: la costruzione di un immaginario interno 86 Polarità insediative: strategie di concentrazione e di articolazione 90 La simulazione della città 94 Il coinvolgimento della città: recupero e reinvenzione


99 Importazione e interpretazione dei modelli americani nella città europea: 1970-1985 99 Una premessa necessaria 104 Il contributo italiano: la cittadella extraurbana e l’edificio commerciale come strumento di riconfigurazione delle aree del centro delle città 117 Aspetti della fenomenologia contemporanea 117 Il circuito globale 136 Nuova casistica europea 155 Tavole grafiche per un confronto tra i casi-studio 159 Iv. per la definizione di alcune prime linee evolutive all’interno di un problema architettonico

175 Postfazione Progettare il mercato, progettare la città Armando Dal Fabbro 183

Bibliografia


Prefazione Vittorio Gregotti

Nelle forme che sono maturate negli ultimi trenta-cinquant’anni, il centro commerciale, nelle sue diverse declinazioni dimensionali, è soprattutto una questione che interessa la dialettica (sovente oppositiva) tra strategie di localizzazione delle company e strategie degli sviluppi urbani e territoriali. Come tale deve essere riguardata tenendo conto della sostanziale debolezza delle seconde (debolezza aumentata dall’ideologica sfiducia rispetto alla costituzione d’ipotesi di pianificazione) e della forza economica e decisionale che caratterizza le prime. La localizzazione di centri commerciali complessi ha certo conseguenze importanti non solo sulle reti di traffico e di trasporto, sui processi di privatizzazione dello spazio pubblico, e soprattutto sugli sviluppi delle periferie urbane e sui processi in corso nelle parti di territorio investite dall’urbanizzazione. Ovviamente ciò che avviene in Italia (ma anche in Europa, dove la tradizione del centro commerciale è quella del “grand magasin” dei centri urbani del XIX secolo) non è paragonabile né allo sviluppo dei grandi centri commerciali della tradizione nordamericana né di quelli asiatici, sovente sviluppati in altezza, né tanto meno in modo opposto al mercato temporaneo di alcuni paesi africani. Naturalmente non è detto che lo sviluppo orizzontale, e le possibilità di accesso con l’auto privata, debbano essere l’unica soluzione. Soluzioni sviluppate su diversi livelli possono essere adatte ai centri urbani più consolidati, così come la ripresa di soluzioni di coordinamento organizzativo tra punti di vendita diversificati, sistemi aggregati intorno a gallerie o speciali aree commerciali con localizzazioni disaggregate. Tutto questo vale, quasi sempre su scale diverse, anche nella trasformazione dei centri consolidati della città e nei processi di sostituzione delle aree dismesse di servizi o di centri di produzione, specie nell’attuale tendenza alla deterritorializzazione. Gli insediamenti commerciali sono inoltre stati considerati da qualche architetto come modello di sviluppo della nuova “città generica”, capaci di essere modelli di flessibilità d’uso estrema, in opposizione alla dialettica tra morfologia urbana e tipologia edilizia, che è stata per molti secoli elemento di riferimento per il disegno urbano delle parti di città, a partire oggi dal radicale contrasto tra tipologia e flessibilità nella costituzione dello stesso organismo architettonico, oltre che nella relazione puramente competitiva, cioè della somma di oggetti ingranditi, fondamento della costituzione dell’antidisegno urbano dei nostri anni.

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vittorio gregotti

Tale relazione competitiva si esprime nelle anticittà dei nostri anni in due campioni significativi: il grattacielo e il centro commerciale, che più di altre costruzioni sono soggetti al problema di una necessità forte di comunicazione di singolarità di immagine in funzione del mercato e, per la stessa ragione, ad una disponibilità estrema di flessibilità non solo nell’uso, ma nella calligrafia della loro comunicazione verso l’esterno. Un altro elemento importante è la riconoscibilità globale del marchio che ovviamente si attua secondo un processo di negazione di ogni aspetto contestuale dei siti e con un’esplicita negazione dell’idea stessa di luogo. Sono numerosi anche gli esempi di “outlet”, cioè di formule che cercano di trasformare il centro commerciale in un villaggio caratterizzato dalla merce scontata e da una distanza strategica rispetto alla città. La variazione degli stessi contenuti dei centri commerciali, il loro ampliamento verso forme diverse di servizi, di divertimento spettacolare, di possibilità di incontro, sono un elemento importante nella promozione dei consumi anche attraverso l’“uso pubblico” degli spazi interni e il loro costante rinnovamento attrattivo. Questo apre ad una discutibile privatizzazione dello spazio pubblico insieme ad uno spazio di lavoro per designer, grafici, specialisti in eventi, che può far maturare un’autentica specializzazione professionale. Diverso è il ruolo dell’architetto (e persino dello stesso imprenditore edilizio che è diventato montatore di semilavorati e organizzatore di subappalti) che, nel contesto della formazione del progetto, è diventato del tutto marginale nel senso più ampio del temine. Il suo ruolo è uno dei tanti nell’organizzazione della grande iniziativa aziendale dove ricerche di marketing, problemi finanziari, discussioni per la localizzazione e le procedure dei permessi amministrativi, controlli di costo, scelta del costruttore, sono processi assai più rilevanti di quelli del progetto architettonico. Naturalmente il caso dei centri commerciali non è che un aspetto di uno stato di crisi della cultura architettonica, divenuta incerta nelle riflessioni intorno ai propri fondamenti e sempre più rispecchiamento della condizione antiurbana dell’impero della comunicazione contro l’idea di luogo e di differenza identitaria fissata dal capitalismo finanziario globalistico.

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L’architettura dell’edificio mercato


I. PERCORSI ARCHITETTONICI


a pagina 16 Mercati di Traiano, Roma, inizio II secolo d.C. Veduta interna della grande aula


L’individuazione del tipo mercato

Il recupero della ricerca compositiva all’interno del tema del centro commerciale può assumere come punto di partenza la confutazione della presunta novità e dell’isolamento cronologico del tema, attraverso l’identificazione di elementi nucleari originari, quali il foro, la stoà, il recinto, l’aula, la galleria, e l’esame del loro incarnarsi nelle diverse tipologie storiche e della loro variata applicazione ai luoghi del commercio dei diversi contesti, sino al caso limite dell’estensione generalizzata del carattere funzionale all’intero organismo urbano, verificabile nelle città-emporio. Vogliamo ripartire allora dalle parole del sociologo Max Weber, secondo cui l’esistenza di un mercato locale è una delle condizioni necessarie per la fondazione di una città, quindi per la sua costruzione: Altra caratteristica che deve coesistere perché si possa parlare di “città” è l’esistenza di uno scambio regolare e non solo occasionale di merci sul luogo dell’insediamento quale elemento essenziale del guadagno e dell’approvvigionamento degli abitanti: cioè l’esistenza del mercato. Però non tutti i “mercati” fanno dell’abitato, in cui hanno luogo, una “città”. [...] Noi vogliamo parlare di “città” nel senso economico solo nei casi in cui la popolazione stabile copre una parte economicamente essenziale del suo fabbisogno giornaliero sul mercato locale ed in particolare prevalentemente con prodotti che la popolazione locale e quella degli immediati dintorni ha fabbricato oppure acquistato per la vendita sul mercato. Ogni città nel senso qui usato è “luogo di mercato”, ossia possiede un mercato locale quale centro economico dell’insediamento. [...] Ma, nel senso più vasto della parola, la città è un insediamento mercantile.

Ne consegue la centralità dell’edificio mercato, nelle sue diverse forme e declinazioni, e la necessità di un’analisi di alcuni impianti tipologici particolarmente significativi e legati ad attività pubbliche e commerciali che appartengono alla storia dell’architettura, in diverse declinazioni, presi da contesti occidentali ed orientali. Per cercare di arrivare a un’identificazione dei caratteri permanenti delle diverse tipologie insediative e architettoniche, riteniamo necessaria un’analisi funzionale e soggettiva di alcuni casi-studio, senza peraltro voler arrivare ad una irraggiungibile completezza e continuità storica. 

M. Weber, La città, Milano, Bompiani, 1950, pp. 4-5. 19


i. percorsi architettonici

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l’individuazione del tipo mercato

nella pagina precedente Palmira, Siria, metà del II secolo d.C. Ricostruzione assonometrica del centro Mercati di Traiano, Roma, inizio del II secolo d.C. Pianta e schizzo della sezione di Carlo Aymonino

in questa pagina Complesso Sokullu, Lüleburgaz, Turchia, XIV secolo Complesso Yeni Cami e Misir Çars¸isi, Istanbul, XVII secolo. Immagine dell’interno del bazar, planimetria generale e veduta dal ponte di Galata

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i. percorsi architettonici

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l’individuazione del tipo mercato

nella pagina precedente Planimetria generale dell’area tra Rue Saint Marc e Rue de Faubourg Montmartre, Parigi. Il Passage des Panoramas, il Passage Jouffroy, il Passage Verdeau. A sud, il Palais de la Bourse Vedute dell’interno

in questa pagina Planimetria generale dell’area tra Rue Saint-Honoré e Rue Colbert, Parigi. La Galerie Vivienne e la Galerie Colbert, la Galerie d’Orléans-Palais Royal; a sinistra, l’isolato della Bibliothèque Nationale Vedute dell’interno

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Aspetti della fenomenologia contemporanea

Il circuito globale Nella realtà contemporanea è sempre più diffusa la prassi secondo cui i grandi complessi commerciali appartengono ad un circuito globale rappresentato da città dell’intrattenimento e del consumo: sono recinti del divertimento, giganteschi parchi tematici commerciali, in cui l’aspetto mediatico diventa sempre più preponderante. Vengono spesso progettati da gruppi di lavoro a livello internazionale, portatori di una formula già ampiamente sperimentata e per questo facilmente vendibile e considerata sicura e vincente. Tutto questo si inserisce in un contesto in cui: le condizioni di produzione dell’architettura sono, nei nostri anni, mutate comunque nella direzione di un’alta complessificazione soprattutto nel ciclo finanziario immobiliare e in quello burocratico istituzionale.

Una delle caratteristiche più evidenti di questi complessi è la ricerca della Bigness, termine coniato da Rem Koolhaas, che Vittorio Gregotti individua come una delle conseguenze della «rinuncia alla relazione con il suolo come antropogeografia e come storia di sistemi insediativi», rappresentazione e metafora di precise logiche e dinamiche collegate con il sistema economico, nelle sue forme di ostentazione quanto nelle sue necessità di mercato. Il dibattito critico evidenzia in primis una stretta dipendenza tra strutture commerciali e parchi tematici. Nel saggio Guerra Santa contro McMondo, il politologo americano Benjamin R. Barber analizza il fenomeno dei parchi tematici nel contesto americano e la loro genesi, identificandoli, in particolare, con i centri commerciali americani, definiti «luoghi di intrattenimento costruiti intorno al multiforme piacere dello shopping». Barber rileva come storicamente i luoghi del commercio siano: elementi integranti di un’architettura dello spazio pubblico che associava l’atto dell’acquisto ad altre attività pubbliche e, allo stesso tempo, dava al commercio un ruolo propriamente utilitario e complementare. L’isolamento degli spazi commerciali da qualsiasi altro tipo di spazio pubblico, anticipato dalle esposizioni universali e confermato dallo sviluppo dei centri commerciali, ha permesso che il consumismo

  

V. Gregotti, Contro la fine dell’architettura, Torino, Einaudi, 2008, p. 78. V. Gregotti, Tre forme di architettura mancata, Torino, Einaudi, 2010, p. 43. B.R. Barber, Guerra Santa contro McMondo, Milano, Marco Tropea, 2002, p. 115. 117


iii. una strada di ricerca

commerciale dominasse lo spazio pubblico, trasformando ogni altra attività pubblica in una variazione del vendere e comprare. [...] Il centro commerciale non è parte della periferia nella sua essenza; piuttosto le periferie stesse sono andate assumendo l’aspetto proprio dei parchi tematici. [...] I centri commerciali sono parchi tematici; i parchi tematici sono intere province periferiche, e le province periferiche sono centri commerciali. [...] Quando centri commerciali e parchi tematici sono localizzati in prossimità gli uni degli altri diventano destinazioni sicure per tutti, uomini e donne, visto che nelle periferie urbane (dove ormai vive la metà della popolazione americana) il centro commerciale è “il vicinato” e lo spazio commerciale è l’unico spazio disponibile per la comunità.

La progettazione dei luoghi del commercio, che assume gli studi di marketing come fondativi del progetto di architettura, si estremizza nel coinvolgimento di studi cinematografici con il fine di «costruire veri e propri monumenti del mondo reale che celebrano le loro fantasie di altri mondi» e, di conseguenza, individua in Disneyland il modello urbanistico e figurativo per eccellenza. Lo spazio Disney non solo diventa il modello di progettazione delle strutture commerciali, ma la sua formula invade parti di città che diventano tema di spettacolarizzazione urbana. Lo stesso fenomeno è descritto dal critico e giornalista William Kowinski nel volume The Malling of America, ovvero la trasformazione dell’America secondo i caratteri spettacolarizzanti dei centri commerciali. La critica di derivazione radicale e in particolar modo gli studi di Rem Koolhaas hanno quindi voluto cercare anche nelle tecniche di progettazione del centro commerciale e nell’esasperazione del tema dell’involucro un modello di progettazione applicabile a scala urbana. A partire dall’analisi del fenomeno di carattere sociale dello shopping, che investe inevitabilmente l’architettura, Koolhaas definisce lo spazio della città contemporanea come Junk Space, una nuova esperienza di spazio indefinito, elusivo, incoerente, con cui gli architetti devono confrontarsi: «la continuità è l’essenza del Junk Space [...]. Il Junk Space è ermeticamente chiuso, non è la struttura che lo sostiene ma la sua tensione superficiale, come una bolla». Le premesse dell’architettura radicale sono estremizzate e contestualizzate nell’America dei mall: «l’aria condizionata ha lanciato l’architettura senza fine. Se l’architettura separa gli edifici, l’aria condizionata li riunisce. L’aria condizionata ha dettato i regimi mutevoli di organizzazione e di coesistenza, che l’architettura non può più seguire». Sempre Koolhaas ha inoltre provocatoriamente verificato, nel volume Project on the city, come in certi stati, dove la modernizzazione è stata più intensa e recente, vi sia un fenomeno di perdita delle ragioni storiche di costruzione della città, e come queste siano generate da motivazioni commerIvi, pp. 115-117. Ivi, p. 117.  W.S. Kowinski, The malling of America. Travels in the United States of shopping, Philadelphia, Xlibris Corporation, 2002.  R. Koolhaas, Junkspace, «Domus», 833, 2001, p. 33.  R. Koolhaas, Junkspace, in R. Koolhaas, S. Boeri, S. Kwinter, D. Fabricius, H.U. Obrist, N. Tazi, Mutations, Barcelona, ACTAR, Arc en Rève Centre d’Architecture, 2000, p. 745.  R. Koolhaas, Project on the city, Koln, Taschen, 2002.  

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aspetti della fenomenologia contemporanea

ciali, in cui il commercio investe ogni stadio della vita sociale. L’esempio è fornito dall’aspetto dello Stato di Singapore, ormai ridotto ad enorme parco tematico commerciale in cui gli strumenti urbanistici per il governo della città non sono più riferibili agli studi di pianificazione tradizionale, bensì attraverso una mappa delle agglomerazioni per stile di vita. È quindi evidente che, nella situazione economica attuale, se da un lato i centri commerciali stanno diventando dispensatori di ingenti ricchezze per grossi gruppi economici, dall’altro stanno ricreando una luminosa realtà stereotipata, che cerca a sua volta di ricreare la città, invano. È inoltre chiaro che la progettazione di questi spazi, nell’ambito del circuito globale, mostra il meticciamento e la contaminazione tra le figure: cercheremo quindi, attraverso una panoramica di casi particolarmente significativi, anche in continuità con le categorie identitarie finora individuate, di affrontare un panorama dai contorni sempre più indefiniti. È sicuramente riscontrabile prima di tutto una certa continuità con i modelli sviluppati a partire dai regional shopping center nordamericani degli anni Ottanta, da cui emerge in maniera preponderante la decontestualizzazione della maggior parte degli interventi rispetto al territorio. All’interno di questi luoghi, per loro natura inseriti in un contesto periferico, difficilmente si riconoscono le tipologie, le figure e le relazioni con la città: la figurazione è infatti anche qui necessariamente rivolta all’interno dell’edificio, e in questi spazi si costruisce un immaginario sospeso tra architettura e simbolo, spettacolarità e consumo. L’unico rapporto con il contesto, anche a causa di ragioni prettamente economiche, rimane quello della viabilità veicolare. Un esempio si trova nel complesso impianto introverso del centro commerciale Tai Mall Taipei (Development Design Group Inc., 1997-1999): situato nel sobborgo di Taipei, si palesa al visitatore fin da subito con l’immagine di un castello. Il volume dell’edificio, fuori scala rispetto all’ambiente circostante, affida ad immagini fantastiche la riconoscibilità della funzione commerciale. Il committente ricercava una rivisitazione del tema fantasy: l’intervento di Design Group dà forma a questa richiesta avvolgendo le facciate con una cinta muraria con torri che inquadrano gli ingressi, inserendo elementi iconici dotati di profondità spaziale, che contribuiscono a mitigare la scala del massiccio edificio principale. Questo grande spazio contiene una varietà di negozi e servizi che comprendono ristoranti, cinema multisala, chioschi e bancarelle, oltre ad uno spazio a tema medievale. Il centro del complesso è una grande hall multifunzionale, sormontata da un lucernario, su cui si affacciano tutti i sette piani. L’involucro assume qui le sembianze di un fiabesco castello denunciando la sostituzione del rapporto figurativo contestuale con un immaginario funzionale all’incremento del consumo. Il Menlyn Park di Pretoria, Sud Africa (Development Design Group Inc., 1997-2000) è, invece, l’ampliamento di una struttura esistente. Si tratta di un edificio commerciale predisposto per accogliere eventi di massa: gli spazi del commercio e del divertimento si articolano a partire dalla galleria, coperta con una 119


iii. una strada di ricerca

Planimetria generale

Pianta del piano secondo

Pianta del piano sesto

120


aspetti della fenomenologia contemporanea

Development Design Group Incorporated, Tai Mall, Taipei, Taiwan R.O.C., 1997-1999 (courtesy Development Design Group Incorporated, fotografie Tim Griffith)

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iii. una strada di ricerca

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aspetti della fenomenologia contemporanea

Development Design Group Incorporated, Menlyn Park, Pretoria, Republic of South Africa, 1997-2000 (courtesy Development Design Group Incorporated, fotografie Mike Wesson)

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iii. una strada di ricerca

Development Design Group Incorporated, Colonial Plaza, Caracas, Venezuela, 1998-2001 (courtesy Development Design Group Incorporated)

Pianta a quota 61.60 m

Pianta a quota 67.60 m

Pianta a quota 78.60 m

Pianta a quota 82.60 m

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aspetti della fenomenologia contemporanea

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iii. una strada di ricerca

Development Design Group Incorporated, Dreamland Shopping Resort, ASCG, Il Cairo, Egitto, 1999 (courtesy Development Design Group Incorporated)

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aspetti della fenomenologia contemporanea

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iii. una strada di ricerca

Jon Jerde, Namba Parks, Osaka, Giappone, 2003 (courtesy The Jerde Partnership)

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aspetti della fenomenologia contemporanea

Pianta del piano terreno

Pianta del piano primo

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iii. una strada di ricerca

Studio Valle Architetti Associati, Centro Commerciale Porta di Roma, 1995-2009 (courtesy Studio Valle Architetti Associati)

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aspetti della fenomenologia contemporanea

Profili generali Prospetto nord/est Prospetto sud/ovest

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e 28,00 ISBN 978-88-7115-779-5

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L'architettura dell'edificio mercato. Bazar, shopping center e circuito globale, Il Poligrafo  

Nell’ambito della costruzione urbana, l’edificio mercato rappresenta un tema di particolare rilievo. Nel territorio urbanizzato contemporane...

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