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LA DOTE

è mobile UN PUNTO SULLO SVILUPPO DELLE RETI SENZA FILI E DEI SUOI SERVIZI E CONTENUTI. DAL QUADRUPLE PLAY CHE SI GIOCA IN CASA ALLA MUSICA DIGITALE CHE AVANZA, STORIE DI TECNOLOGIE CHE CI CAMBIANO LA VITA

novembre 2007

Supplemento al numero odierno de il manifesto


N il manifesto direttori Mariuccia Ciotta Gabriele Polo direttore responsabile Sandro Medici supplemento a cura di Francesco Paternò

progetto grafico e impaginazione ab&c grafica e multimedia stampa Sigraf srl Via Vailate 14 Calvenzano [BG] chiuso in redazione: 3 novembre 2007

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DUE PIÙ DUE di Francesco Paternò

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Le città hanno fatto un sogno di Raffaele Mastrolonardo Wi-Fi e Wimax di Gabriele De Palma

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apparecchio telefonico accoglie oggi il numero di casa, il numero di cellulare, internet e la televisione. La battaglia tra gli operatori è appena iniziata, al consumatore l’ardua sentenza. Anche perché il consumatore può scegliere di affidarsi anche ad altri operatori cosiddetti virtuali, come le Poste Italiane che insieme ai francobolli ti possono ora vendere traffico telefonico. Al centro di tutto c’è sempre la questione delle reti. Lo scorporo di quella della Telecom sul modello inglese resta un caso aperto, mentre hanno chiuso il portafoglio società e istituzioni pubbliche in America sulla nuova frontiera di reti cittadine in grado di fornire gratuitamente internet a chi lo desidera, tramite tecnologia wi-fi. Fine di un sogno a San Francisco, città che fa sognare comunque, oppure no: speriamo sia un brusco risveglio in una notte che è ancora lunga e che prima o poi potrebbe portarci lì, verso quella materia di cui sono fatti i sogni. C’è che dice wimax, in Italia appena sbarcato. Ma la dote del mobile è anche intrattenimento. La musica digitale è in forte movimento, vola sulle reti e si ascolta sul telefonino (ma perché mai, non è meglio un old hi-fi come si deve?). È battaglia tra case discografiche, operatori e produttori di cellulari

per conquistarsi note e clienti. Inciampando sul copyright, altra grande questione aperta su cui proviamo a fornire alcune risposte e altre domande. Infine, pubblichiamo una storia cubana che ha a che fare più con le biotecnologie che con i bit. Ma mischiare generi, spunti e umori è il nostro lavoro principale. E’ la cosa più bella che Franco Carlini ci ha lasciato, dopo avere inventato Chip&Salsa e ora non più qui a raccontare con noi, e per voi.

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MOBILEMUSIC

INFORMATICA

COPYRIGHT

BIOTECNOLOGIE

he la vita sia ahinoi mobile è una certezza acquisita già da secoli. Vita che va e viene, nei momenti più impensati. Che però il concetto di mobile, di un mobile spesso intangibile come onde radio, diventasse il nuovo centro di gravità terrestre è tutta un’altra faccenda. La “scoperta” potremmo legarla grossomodo alla diffusione di Internet e dei cellulari, cioè a poco più di un decennio fa. Siamo agli albori del mobile, insomma, anche se mettere piede dentro un negozio di prodotti legati all’informatica e alla telefonia fa venire il mal di testa per la quantità dell’offerta, come la pubblicità dedicata che ci insegue a ogni clic di telecomando tv e su qualunque homepage. La dote del nuovo mondo è mobile. In questo supplemento, che acquista la testata Chip&Salsa già in uso per l’inserto nel quotidiano del giovedì e rilancia la sfida insieme agli amici di Totem, proviamo a fare luce sulla megaofferta che passa per tutto ciò che è senza fili. Una parolaccia, quadruple play, sta a indicare che un solo

[4-5] Supermarket virtuale. Paghi uno prendi quattro, è vero o no? di Barbara Roncarolo

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Pensieri e parole che vengono dal digitale di Carola Frediani Nokia, oltre il cellulare di Valentina Tubino

Scalini e scaloni, l’idea dell’Ibm di Marina Rossi

Al gran Casinò del video online di Serena Patierno

Ciren, l’Avana. Tra cure e ricerca di Geraldina Colotti

Dislessia, risposte a domanda di Ge. Co.

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INNOVAZIONE E TECNOLOGIA PER LE PARI OPPORTUNITÀ

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SUPER MARKET VIRTUALE. PAGHI UNO PRENDI QUATTRO, È VERO O NO?

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Barbara Roncarolo batantuono e Valentino Rossi giocano in casa rispettivamente per Telecom e Fastweb, Gattuso e Ilary Blasi al contrario optano per la mobilità (di Vodafone), fuori casa, Fiorello e Mike Bongiorno sottolineano la convenienza dell’offerta Wind Infostrada. Oltre che con i ricorsi presso l’Authority, la battaglia per il multiple play (più servizi in un solo pacchetto) si gioca a colpi di spot: l’obiettivo è attirare clienti, spiegando in cosa consistono quelle offerte contemporanee da parte dello stesso operatore di telefono fisso, mobile, internet e tv. Attualmente solo Telecom Italia ha lanciato un’offerta commerciale veramente quadruple play. D’altra parte era ferma ai blocchi di partenza con il suo “Unico” da più di un anno, perché l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni doveva verificare che effettivamente anche i concorrenti fossero in grado di

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ENEL, AZIENDA DI RETI Si ha un bel parlare di quadruple play ma, per quanto si moltiplichino i servizi, i canali che entrano nelle nostre case e ci permettono di comunicare in senso lato sono solo due: il cavo di rame (in fibra per i più fortunati) e le onde radio dei telefonini. Tuttavia le nostre abitazioni sono collegate anche altrimenti a delle reti. Come sarà capitato a molti, il mio condominio è stato raggiunto dalla campagna promozionale Enel, che informa i clienti delle offerte alla vigilia della liberalizzazione del mercato elettrico. L’addetto, preceduto da apposito avviso controfirmato dal messo comunale, doveva propormi solo il blocco delle tariffe per due anni ma essendo abile e vedendomi forse un po’ troppo titubante mentre compilava (inutilmente) il modulo da farmi firmare mi chiede: “e il gas come va?”. “Bene” rispondo stupidamente io, prestando il fianco al rilancio, “perché sa noi abbiamo un’offerta che le fa risparmiare…”. Luce e gas, penso, come nel Monopoli. E mentre il promoter compila anche il modulo per il gas e pensa di avermi soggiogato col suo fare ardito non indugia a sferrare l’ultimo promozionale attacco: “e internet? Perché con Infostrada abbiamo i migliori prezzi”. Quasi sopraffatto dall’offerta totale prendo tempo e allontano il solerte venditore. Altro che quadruple play, Enel entra nelle nostre case con i cavi elettrici, quelli del gas e quelli del telefono. Manca solo l’acqua. E nella storia recente dell’evoluzione tecnologica ci si è trovati dinnanzi a un bivio che poteva garantire a Enel una posizione decisamente più dominante anche rispetto agli operatori tlc. Fino a qualche anno fa si parlava infatti con una certa convinzione di banda larga su rete elettrica (broadband over power line, o bpl). Poi il mostruoso sviluppo delle tecnologie che sfruttano le capacità del doppino telefonico in rame, cioè la Adsl, ha decretato la sterzata decisiva e la strada è ormai decisamente segnata a favore del rame e della infrastruttura tlc. Qualcosa è comunque rimasto di quel sentiero rimasto perlopiù deserto: la rete dei contatori intelligenti, che ci permettono di pagare bollette più giuste, basate sul consumo effettivo e non su quello presunto. Chissà come sarebbe adesso il mercato se la bpl avesse avuto maggior successo? (Gabriele De Palma — gabriele@totem.to)

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replicare il servizio proposto dall’ex monopolista. Telecom Italia formalmente gode ancora di una posizione dominante, tanto che di fatto è il solo soggetto ad avere già in casa la possibilità di offrire il poker di servizi. Eppure, sbloccato anche il tassello dell’operatore mobile virtuale, il gioco può svolgersi commercialmente ad armi pari. È solo questione di tempo. Alcuni carrier sono in trattativa con possibili partner, mentre altri sono pronti per il lancio dei nuovi prodotti: nella prima metà del 2008 le offerte commerciali prenderanno forma a seconda del segmento che i player intenderanno conquistare. Il caso più lineare è quello di Telecom: “Unico” si basa su banda larga e tecnologia IP e, grazie al dual mode (Wi-Fi su rete fissa e Umts su mobile), consente chiamate fisse e mobili dallo stesso dispositivo. Il discendente del primo Aladino è il Nokia E65, che a casa funziona come cordless e fuori si comporta come un cellulare, appoggiandosi ai network mobili. Il quadro si completa con la navigazione internet e con l’accesso ai contenuti di Alice Home Tv attraverso l’Adsl di Telecom Italia, che mette a disposizione direttamente sul televisore di casa cento canali, con un’offerta live e on demand di circa 3mila titoli tra film e telefilm. Adesso anche Vodafone è pronta con il suo “Casa libera”. In effetti i motori erano già accesi un anno fa, l’offerta si chiamava “Vodafone Casa”. Nello spot la coppia creativa Totti-Gattuso


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(oggi il primo è stato sostituito dalla moglie Ilary Blasi e secondo indiscrezioni il passaggio del testimone sarebbe una mossa strategica, dovuta alla sponsorizzazione della squadra giallo rossa da parte di Wind) liberava una brunetta imprigionata con un filo del telefono, staccando la vecchia spina e trasferendo il numero di casa della ex prigioniera sul cellulare. Il sistema è speculare a quello di Telecom: le telefonate non transitano mai su reti fisse, ma il risultato è lo stesso, il cliente utilizza un unico apparecchio per tutte le chiamate. La prima a boicottare Vodafone lo scorso anno è stata Telecom Italia, che aveva chiesto la sospensione del servizio. Quest’anno, poi, è stata la volta di Wind: ad agosto l’Agcom aveva dato il via libera a Vodafone, ma l’operatore arancione ha presentato un ricorso al Tar del Lazio. Niente da fare nemmeno per Wind: il Tar ha dato l’ok, e ora Vodafone è davvero pronta, offrendo una soluzione che consente la portabilità del numero di casa. Come promesso non c’è canone, i numeri restano due (fisso e mobile) e il terminale diventa uno solo, il cellulare. Volendo, l’opzione “Casa libera” si può applicare anche su un telefonino da utilizzare come cordless tra le mura domestiche. Se per l’offerta di contenuti il carrier si affida al pacchetto “Vodafone Live”, per la navigazione internet i costi sono ancora alti. Eppure con il nuovo anno dovrebbero arrivare novità interessanti anche su questo fronte. Dopo l’accordo commerciale durato qualche mese con Fastweb, Vodafone si è

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guadagnata un accesso alla banda larga, aggiudicandosi a inizio ottobre il controllo delle attività italiane di Tele2 a dispetto di Fastweb e di Tiscali. L’operatore sardo, intanto, in attesa di sviluppi Mvno sui quali ancora non ci sono dichiarazioni ufficiali, punta su voce e tv. In particolare l’offerta voce prevede l’abbonamento al servizio di telefonia fissa, senza necessariamente abbonarsi ai servizi Adsl. Anche in questo caso vale la portabilità del numero fisso: tutti coloro che sono raggiunti dalla rete in unbundling di Tiscali, possono fare a meno dell’abbonamento Telecom Italia. A queste possibilità dual play, si aggiungerà presto l’Iptv (Internet Protocol Television). Le prime prove sono iniziate in Gran Bretagna: dalla scorsa primavera è nata Tiscali Tv, con un pacchetto base per gli abbonati di 30 canali digitali gratuiti e con possibilità di ampliare lo zapping a centinaia di ore di programmazione on demand. Sul versante italiano la società guidata da Mario Mariani ha preso accordi con la Rai per la distribuzione di contenuti della tv nazionale sulla sua piattaforma Iptv. Anche Fastweb non ha rinunciato allo sbocco sul mobile, anzi, nei prossimi mesi dovrebbe svelare chi sarà il suo partner Mvno e intanto, con l’autunno, ha lanciato i tre prodotti “Parla, Naviga e Guarda”, articolando l’offerta su cinque diversi piani tariffari. L’utente può creare pacchetti su misura, abbinando telefonia fissa, navigazione internet su fibra ottica o via Adsl e tv in modalità Iptv. Fastweb tv offre un bouquet di possibilità che vanno dal video on demand di film, telefilm e altri contenuti, al pay per view delle partite di calcio, all’offerta completa di tutti i canali Sky, senza bisogno della parabola. La popolare onda della tv è quella che i carrier stanno cavalcando e gli accordi che Sky sta stringendo un po’ con tutti gli operatori dimostrano che lo scorso anno aveva ragione Ru-

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OPERATORI VIRTUALI, L’ITALIA È PRONTA Finalmente anche gli utenti italiani hanno la possibilità di approfittare delle offerte dei nuovi Mvno (Mobile virtual network operator), ovvero gli operatori mobili virtuali che prendono in affitto la rete di telefonia mobile da uno dei gestori mobili nazionali per poi mettere il proprio servizio di telefonia cellulare a disposizione dei consumatori. In anticipo rispetto al 2011, anno in cui era previsto il debutto degli operatori virtuali sul mercato di casa nostra, nella primavera scorsa sono stati siglati i primi accordi con i carrier leader in Italia. E il settore continua a fremere: dopo Coop (con Telecom) e Carrefour (con Vodafone), apripista nostrani, ora è infatti la volta di Poste Italiane, che entro Natale lancerà la propria proposta, forte di una rete distributiva capillarmente diffusa sul territorio nazionale. Il telefonino entrerà così a far parte della struttura di Poste Italiane, assieme ai 14 mila uffici postali, agli oltre 40 mila sportelli e ai canali di vendita come web e call center. Le Poste si appoggeranno al network di Vodafone, e daranno ai cittadini la possibilità di fruire di specifici servizi che funzioneranno in sinergia con quelli postali e bancari, quali il pagamento di bollettini, l’invio di telegrammi, la tracciatura delle raccomandate, e l’invio di cartoline tramite Mms. L’obiettivo del gruppo è di riuscire ad attivare 2 milioni di linee entro il 2011, e la strategia per il successo segue la linea degli accordi commerciali, realizzati tramite acquisizioni, partecipazioni o scambi azionari. L’ingresso di Poste Italiane nel mondo dei Mvno dimostra che il mercato è appetibile, e i lusinghieri risultati ottenuti da coloro che per primi hanno proposto pacchetti alternativi a quelli offerti da Telecom e Vodafone hanno suscitato l’interesse di altri soggetti. Nei primi mesi del prossimo anno vedranno infatti la luce numerose nuove offerte: una sarà lanciata da Conad in collaborazione con Vodafone, un’altra – rivolta solo al settore business – porterà la firma di BT Italia e Vodafone, che offriranno servizi convergenti ad aziende del calibro di Fiat, Mediaset ed Eni. Tutti speranzosi di guadagnare anche dalle tlc, o semplicemente alla ricerca di nuove strategie di fidelizzazione della propria clientela? I 100 mila nuovi utenti conquistati tra giugno e ottobre da Coop Voce – il servizio messo a punto da Coop grazie a una partnership con Telecom – sono di certo un ottimo ed eloquente risultato, come pure i buoni (anche se non quantificati) dati relativi ai primi mesi di operatività di UnoMobile di Carrefour, che tramite Vodafone vende servizi di telefonia presso i suoi supermercati. Solo il tempo però potrà dire se l’attività dei nuovi Mvno porterà effettivamente a offerte più concorrenziali, spostando di fatto il mercato. Per il momento gli operatori virtuali puntano sulla carta della semplicità, offrendo tariffe uniche, chiare e confrontabili. Il che è comunque un buon passo avanti rispetto alla giungla di postille, eccezioni e invisibili note a piè pagina cui siamo abituati. (Alessandra Carboni — alessandra.carboni@totem.to)

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pert Murdoch a non voler dare l’esclusiva a Telecom Italia. Oltre all’accordo con l’ex monopolista infatti, News Corp ha portato a casa una partnership con Wind per distribuire su piattaforma Iptv tutti i suoi programmi tv. Grazie a questa intesa il gruppo di Sawiris potrebbe essere prossimo a lanciare una vera e proprie offerta commerciale quadruple play. A completare lo scenario c’è ancora 3 Italia che si è proposto sin dall’inizio come triple play con offerte di telefonia mobile, mobile tv e internet. La tv è in tecnologia Dvb-h, fruibile dal tvfonino con una programmazione di alcuni canali Mediaset, Rai e Sky. Per quanto riguarda la navigazione internet i clienti 3 possono accedere al web utilizzando il loro videofonino come se fosse un modem, o attraverso le datacard o i modem Usb. L’ultima novità però è il lancio di Skypephone, un cellulare che permette di chiamare gratuitamente tutti gli utenti Skype e anche in questo caso si tratta dell’evoluzione mobile di un servizio tradizionalmente fisso, perché con il nuovo videofonino 3G gli utenti Skype possono comunicare tra loro anche in mobilità. E questo è solo l’inizio di una nuova era, tutta quadrupla: resta il nocciolo delle tariffe, che si dovranno evolvere in maniera vantaggiosa anche per il cliente finale. I prezzi sono a buon mercato se ci si accontenta del “modello base”, sempre che sia facile individuarlo nel dedalo delle offerte. Se però l’utente intende arricchire il proprio pacchetto aggiungendo gli optional, le tariffe salgono e non di poco. Affinché i vantaggi ci siano davvero, occorre che il consumatore sia particolarmente smaliziato e consapevole delle proprie esigenze e, soprattutto, che abbia tempo, pazienza e competenze per rovistare accuratamente tra gli scaffali del supermercato tlc prima di presentarsi alla cassa. totem@totem.to

Telefono fisso, cellulare, navigazione internet e tv tutto in un solo pacchetto e con un solo operatore. La nuova realtà italiana alla caccia di clienti. il consiglio è di tenere gli occhi aperti e puntati sulle tariffe

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LE CITTÀ HANNO FATTO UN SOGNO, INTERNET GRATIS PER TUTTI

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Raffaele Mastrolonardo

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opo il sogno, il brusco risveglio. Per mesi gli abitanti di San Francisco e Chicago si sono cullati in una nuova utopia, quella dell’accesso all’internet universale, gratuito e, soprattutto, senza fili. A consegnare alla comunità il nuovo Graal dell’era digitale sarebbero state reti Wi-Fi sponsorizzate dai comuni. Sì, proprio dagli enti pubblici, magari in partnership con operatori privati, che nella nuova tecnologia vedevano la possibilità di offrire ai propri cittadini un servizio, rivitalizzare il mercato della banda larga locale, aumentare la tanto sospirata competitività del territorio. Un buon mix di risultati, non c’è che dire, ottenuti, fra l’altro, a costi ragionevoli, soprattutto se paragonati con quelli della stesura di cavi. Tutto molto bello, insomma, e anche molto raccontato sui media nazionali e stranieri. Purtroppo, come accade per tutti i sogni, una mattina di fine estate 2007 la sveglia è inesorabilmente suonata e la realtà, come sempre, si è rivelata molto più dura di quella fin lì narrata. Nel giro di pochi giorni entrambi i grandi progetti di reti senza fili municipali (in America le chiamano MuniWi-Fi) hanno subito una battuta d’arresto, forse decisiva. A Chicago si è consumata la rottura tra il Comune, da una parte, e, dall’altra, EarthLink e At&t, i due soggetti privati a cui era stata affidata la stesura del network e la gestione del servizio. Gli accordi economici sulla base dei quali era stata stipulata l’intesa non reggevano più di fronte alla continua discesa dei prezzi delle normali offerte di internet a banda larga su linea fissa. Alle condizione pattuite in origine (i carrier ricevevano il permesso di stendere la rete e di godere degli introiti senza che il Comune ci mettesse una lira), non c’era più spazio per fare soldi. Meglio, dunque, rinunciare. Stesso destino toccava all’utopia wireless di San Francisco, dove l’obiettivo di realizzare una rete municipale per garantire, tramite pubblicità, accesso gratuito senza fili a tutti i cittadini all’ombra del Golden Gate, si rivelava altrettanto inconsistente. Anche in questo caso EarthLink si tirava indietro adducendo ragioni puramente economiche. I business plan ottimisticamente stesi erano, alla prova dei fatti, insostenibili. Secondo Tim Wu, professore presso la Columbia Law School e grande esperto di reti, il carattere utopico di questi progetti non stava tanto nel desiderio di offrire un accesso universale quanto nella pretesa delle istituzioni di farlo senza pagare, lasciando che fossero i privati a fare tutto il lavoro. Al contrario, ha scritto di recente il professore, “un’infrastruttura pubblica vera costa soldi pubblici veri. Nel mondo reale se non sei disposto a investire in infrastrutture avrai in cambio aeroporti fatiscenti, ponti che crollano e argini rotti. Pensavano davvero che con l’internet senza fili sarebbe stato diverso?”. Due stop così celebri hanno gettato un’ombra sull’ottimismo che fin lì aveva caratterizzato il fenomeno, ma non ne hanno bloccato l’avanzata. Come lo stesso Wu sottolinea, per il Muni Wi-Fi un futuro c’è, a patto che si accetti di mettere in conto i giusti investimenti e che non ci si faccia troppe illusioni (vedi intervista a Maurizio Dècina in queste pagine). Un rapporto della società di analisi e consulenza

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Idc conferma: entro il 2011 oltre 200 città dell’Europa occidentale avranno realizzato una rete wireless a copertura totale per un valore di questo mercato nel settore pubblico che si aggirerà intorno ai 200 milioni di dollari. Insomma, nonostante il bagno di realismo a stelle e strisce, il cammino delle reti municipali non si ferma. Semmai, dall’esperienza americana si può imparare qualcosa. Soprattutto dalle nostre parti, dove, anche grazie al ritardo nella la diffusone del Wi-Fi (il decreto del ministero delle Comunicazioni che ne autorizza l’attivazione è del 28 maggio 2003), i progetti hanno generalmente ambizioni più ridotte, modelli di business più prudenti e una più marcata vocazione pubblica rispetto agli Usa. A Bologna, per esempio, dal giugno 2006 è attiva IperboleWireless, una rete che copre il cuore del centro storico della città e permette a residenti e studenti dell’Ateneo locale di accedere a internet per 3 ore al giorno senza fili, previa identificazione una tantum. Il tutto, gratuitamente. Attualmente, gli utenti registrati sono 2.731, con una media di accessi mensili che si aggira intorno ai 4 mila. A Reggio Emilia invece i residenti

Dare a tutti i cittadini un accesso alla rete, senza pagare. Il futuro che rallenta, il caso di San Francisco e di Chicago, dove la scommessa si è fermata alla mancanza di soldi da investire. Benvenuti nel mondo reale

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sono in grado di navigare gratis in alcune aree del centro senza limiti di tempo. Mentre i turisti, dopo la registrazione presso uno degli appositi punti di iscrizione, possono usufruire della rete fino a un massimo di tre ore. Simile opportunità in alcuni parchi di Roma e buona parte del centro storico capitolino. Salendo un po’ più a nord, a Torino, è attivo il progetto Webcafé&Restaurants, un circuito di locali che si trovano nell’area centrale della città, dotati di accesso senza fili. La formula, in questo caso, è mista: navigazione gratis per le pagine istituzionali, accessi prepagati a scalare per i siti commerciali con tariffe convenienti, che possono essere acquistati online. Sono inoltre attivi anche hot spot cittadini che da una decina di aree d’interesse pubblico (scelte tra uffici comunali, biblioteche e archivio storico) spandono il segnale anche nelle aree prospicienti. Accesso gratuito per gli aderenti al servizio TorinoFacile, il portale che racchiude i servizi online del Comune. A Trento è Wilmafree a offrire web senza fili in alcune aree del centro storico, mentre a Rovereto (attiva sul fronte wireless dal 2004) bastano 5 euro per un accesso annuale alla rete. Il raggio di questi progetti è evidentemente circoscritto. Sia per quanto riguarda le aree interessate (per lo più centri storici o zone di interesse turistico) che per l’obiettivo (offrire un accesso decente a cittadini, turisti e studenti). Tuttavia, anche in Italia sono allo studio iniziative su scala più ampia, paragonabili a quelle americane da cui siamo partiti. In questi casi, la meta è una copertura metropolitana, quando non provinciale, una larghezza di banda sufficiente a erogare servizi alle imprese e una più generale riqualificazione del territorio attraverso una connessione realmente universale e capillare che possa fare da traino a investimenti e sviluppo. E’ l’idea della Provincia di Firenze, per esempio, che ha annunciato un progetto per irradiare con segnale Wi-Fi oltre 3.500 chilometri quadrati di territorio. Ed è l’idea del Comune di Milano che ha appena provato il progetto di fattibilità per una rete Wi-Fi metropolitana che vedrà inizialmente 4mila antenne (10 mila a progetto ultimato) su semafori e altre centraline della città per offrire connessione gratuita a tutti i cittadini. Nel bilancio 2008 è previsto il finanziamento in conto capitale dell’investimento, un esborso condizionato da una premessa chiara. “Il punto fondamentale – spiega Davide Corritore, promotore del progetto insieme a una decina di accademici e consigliere comunale di opposizione – è che la rete deve restare di proprietà pubblica. Dopo tutto, l’impatto del beneficio collettivo di una rete di questo tipo, l’implicazione pubblica è enorme. Il pubblico deve trovare i soldi e il servizio gratuito”. San Francisco e Chicago sono lontane. E, per una volta, non c’è da rammaricarsene. raffaele@totem.to


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WIMAX E WI-FI CONTRO IL DIGITAL DIVIDE

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ra le promesse della banda larga senza fili la più complicata da mantenere è quella di costituire un’alternativa ai cavi interrati, in rame o fibra che siano. Sotto questo punto di vista il Wi-Fi rappresenta una soluzione parziale, che permette di irradiare il segnale per un’area di dieci metri circa e se installato in configurazione mesh (a grappolo) crea delle reti più estese ma pur sempre limitate nel raggio d’azione. Dove non arriva il Wi-Fi arriva però il WiMax, standard riconosciuto sia nella sua variante fissa che in mobilità. L’Italia vanta uno dei suoi record negativi nel settore. Da noi le licenze utili per trasmettere il segnale radio (quelle intorno ai 3,5GHz) non sono ancora state assegnate, e siamo gli ultimi in Europa. Altrove, nelle sviluppate Francia, Germania e Regno Unito ma anche nella assai meno evoluta Macedonia, il servizio di banda larga senza fili è già operativo o nelle ultime fasi di installazione, con gli operatori che si sono assicurati il diritto di erogare i servizi pronti a lanciare le offerte commerciali. In Italia la situazione ha vissuto uno stallo incomprensibile, motivato dal fatto che le frequenze intorno ai 3,5GHz erano in mano ai militari e il ministero della Difesa ha messo non pochi ostacoli per liberarle, anche se queste frequenze non venivano utilizzate. A sbloccare la situazione l’arrivo di Paolo Gentiloni, che tra i suoi primi provvedimenti in qualità di ministro si è adoperato per avere le frequenze e poi metterle all’asta. Tra la liberazione (pagata qualche centinaio di milioni di euro) e l’asta, che dovrebbe partire a gennaio 2008, c’è stato però di mezzo il regolamento per il bando di gara. Le regole sono importanti soprattutto quando servono per creare un’infrastruttura che colmerà il digital divide e porterà la banda larga ovunque. Il regolamento, stilato dall’autorità per le tlc (Agcom), è in linea con gli altri regolamenti europei, e Gentiloni lo ha fatto suo – dopo quasi sei mesi di attesa – pur tra le polemiche. Tre diritti d’uso, due per le macroregioni e uno per le Regioni: per i primi due possono concorrere tutti gli operatori tradizionali, mentre per le licenze regionali solo chi non ha le licenze Umts. Maurizio Décina, che oltre a essere il presidente della fondazione Ugo Bordoni (consulente del ministero sul WiMax) è il massimo esperto italiano di network e di tecnologie di rete, illustra il bando e la tecnologia.

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delle frequenze pubblicati in Europa quello italiano ha il merito di essere il più attento al digital divide. Procediamo per ordine quindi: ci spieghi prima i meriti delle regole, poi dei limiti della tecnologia Nessun altro bando riserva la metà dei punti necessari a vincere la gara alla riduzione del digital divide. Per aggiudicarsi le frequenze occorre un punteggio pari a sessanta, trenta punti si ottengono esclusivamente con la copertura di quelle aree del paese a digital divide totale, quelli che per intenderci la banda larga non l’hanno mai avuta. Non era mai successo prima.

E i limiti della tecnologia? Innanzitutto c’è un limite tutto italiano: rispetto agli altri paesi la banda intorno ai 3,5GHz non è stata completamente liberata, i militari si sono tenuti 50MHz, e quindi noi possiamo dividere tra i vari operatori solo 150MHz, nel resto d’Europa 200Mhz (lamentela che ha fatto immediatamente propria anche l’Agcom, ndr). E poi non ha senso dire che il WiMax è un’alternativa all’Umts: al momento non lo è e l’evoluzione dell’Umts è più avanti e procede con passo più spedito. Quindi bisogna sfatare il mito che il WiMax anche nella versione mobile possa sostituire l’Umts, l’Hsdpa e gli sviluppi noti come Long term evolution (Lte)? Esatto, il WiMax mobile, non garantisce almeno per il momento velocità di connessione tali da soddisfare le esigenze degli utenti finali. E a cosa serve allora? Ci siamo illusi che fosse ‘la’ soluzione al digital divide... Il WiMax è uno strumento prezioso, economico e formidabile per il cosiddetto backhauling, per la trasmissione da un’antenna a un’altra (punto a punto), ma per la trasmissione verso una molteplicità di utenti (punto-multipunto) è superato dall’Umts.

La promessa di un’alternativa ai cavi interrati. Lo stallo italiano e i limiti delle tecnologie

Possiamo dire che il WiMax è un prezioso strumento per colmare il digital divide, ma da solo non basta. Il WiMax può portare la banda larga a costi di gran lunga inferiori ai cavi in quelle tante aree rurali del nostro Paese. Ma a meno che non si tratti di aree a bassissima densità abitativa, una volta giunto ai limiti dei centri abitati il WiMax deve appoggiarsi a un altro network, sia esso wireless, come il Wi-Fi, o via cavo. gabriele@totem.to

Come mai tutte queste polemiche professore? Non ne ho idea e francamente mi stupiscono. Il regolamento approvato da Gentiloni è lo stesso uscito dalla penna dell’Agcom mesi fa, non capisco tutto questo chiasso adesso. Dicono che le regole sono scritte a vantaggio degli operatori dominanti che hanno già le licenze Umts e che non sono i più interessati a sviluppare una tecnologia alternativa Sì, ma bisogna eliminare un po’ di confusione che si è creata intorno al WiMax come tecnologia e innanzitutto riconoscere che di tutti i bandi per l’assegnazione

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DOWNLOVERS.IT, CHI AMA SCARICA

PENSIERI E PAROLE CHE VENGONO DAL DIGITALE

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Carola Frediani on ci libereremo facilmente delle canzoni: che ci piaccia o no, questa è l’unica certezza che abbiamo per quanto riguarda un settore, quello musicale, in rapida evoluzione. Ritmi e melodie accompagneranno sempre di più la nostra vita, seguendoci fedelmente in diversi luoghi e momenti. E in attesa che psicologi e sociologi tratteggino la fisionomia (e le conseguenze) di questo Homo musicalis, vale la pena seguire quella traiettoria che, partita dal glorioso Walkman di Sony e rilanciata dall’iPod, sta rendendo la musica sempre più mobile. Liquida, la chiama qualcuno. Negli ultimi mesi la crisi irrisolta dell’industria discografica, fondata sul modello del Cd e del supporto fisico, ha aperto una breccia per altri soggetti: internet company, gruppi musicali, negozi online indipendenti hanno invaso il campo delle major, approfittando del loro immobilismo. Amazon, la celebre libreria online, si è messa a vendere canzoni in formato mp3 a soli 88 centesimi di dollaro; Microsoft ha abbinato al suo lettore musicale Zune uno store digitale; mentre la band inglese Radiohead ha scavalcato del tutto le case discografiche vendendo online il nuovo album e lasciando agli utenti la decisione di quanto pagarlo. Come se non bastasse, iTunes, il negozio di Apple, si è messo a vendere brani privi dei famigerati lucchetti anticopia, tanto amati dai discografici quanto odiati dai consumatori. Insomma, un mondo in rivolgimento. Al cui interno il settore della musica mobile, di quella

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cioè distribuita e ascoltata attraverso le reti mobili e i telefonini, è in ulteriore ebollizione. Al centro di questi movimenti c’è il nuovo protagonismo di operatori telco e produttori telefonici, che sono entrati in scena con il loro peso. Di tutti i contenuti che si possono offrire attraverso i cellulari, hanno ragionato, le canzoni sono il filone più ricco, semplice e collaudato. E se Steve Jobs, dopo aver creato un lettore mp3 e un negozio digitale, aveva aggiunto un telefonino (l’iPhone), perché non si poteva fare l’operazione inversa? Avendo già dei cellulari in grado di riprodurre musica perché non costruirci intorno un music store? Ecco dunque che quest’estate Nokia, leader mondiale nella produzione di telefonini, ha annunciato un nuovo servizio di vendita di brani musicali, il Nokia Music Store. La piattaforma, disponibile per gli europei da quest’autunno, offrirà le canzoni in streaming con un abbonamento da 10 euro al mese, oppure permetterà di acquistare singoli brani al prezzo di 1 euro; e ovviamente si sposa con degli appositi telefonini, come i modelli N81 e N95 prodotti dal vendor finlandese. In un sol colpo la regina dei cellulari è dunque riuscita a sfidare sia la Apple sia gli operatori telefonici con cui lavora, anch’essi impegnati a offrire contenuti per mungere i propri clienti. Mostrando di credere che i tempi sono ormai maturi per la migrazione della musica, di quella vera e non delle suonerie, sulle reti mobili. Certo, i ringtones sono stati per anni il cavallo di battaglia delle telco: in crescita costante, nel 2006 nei soli Stati Uniti hanno generato un fatturato di 600 milioni di dollari. Qualcuno ha provato anche a resuscitare, attraverso questo formato, i moribondi Cd. Lo hanno fatto Sony e Universal, lanciando i ringles (che sta per ringtone + single), un compact disc contenente un singolo e il codice per scaricare la relativa suoneria. Ora però la festa si sta smorzando, e per quest’anno si prevede un’inversione di tendenza: le vendite di

Sui cellulari la musica ha un prezzo. E spesso, causa l’ambiguità tra quanto costa un file e quanto il traffico dati per portarlo dai server dell’operatore al proprio dispositivo mobile, un prezzo assai salato. Nel web invece si è recentemente abbattuto un muro e non solo quello dei fatidici 99 centesimi fissato da iTunes. È il prezzo per l’utente, quale che sia, che è stato abbattuto. Da quest’estate infatti per gli utenti italiani c’è Downlovers.it, servizio allestito da una start-up italiana guidata da Franco Gonnella, uno dei fondatori di Vitaminic (servizio di promozione online di musica indipendente giunta forse con troppo anticipo sul mercato). Downlovers ha fatto suo il modello delle tv commerciali e offre brani da scaricare e conservare in cambio di pubblicità: uno spot di quindici secondi. L’utente si sorbisce la pubblicità e poi ha il brano per sempre. Il catalogo per ora può vantare la collezione di una major della musica come Warner e di etichette indipendenti come la tedesca Edel e le italianissime Sugar (Messaggerie musicali di Caterina Caselli) e V2, dinamica casa discografica indipendente che distribuisce anche direttamente su telefonino. La musica online, se l’esperimento di Downlovers avrà successo, non avrà dunque più un prezzo, ma sarà veicolo occasionale per uno spot. Era dai tempi (1999) di Napster che gli utenti chiedevano qualcosa di simile. Ora c’è, vedremo i risultati nei prossimi mesi. Unico neo di questo pionieristico progetto italiano è che i files sono distribuiti in formato proprietario, quello di Microsoft, e sono provvisti di Drm, i sistemi di protezione digitale. Gratis ma non libera. Nessuno è perfetto. (Gabriele De Palma — gabriele@totem.to)

suonerie segneranno il passo. Da un lato, gli utenti hanno imparato a scambiarsi contenuti, o a trasferirli dai propri pc; dall’altro, grazie alla diffusione del 3G e dei cellulari con funzionalità audio/video (musicphone), il pubblico inizia a preferire interi brani musicali. O almeno questa è la speranza di Vodafone. Il maggiore operatore mobile mondiale ha lanciato, due settimane dopo l’annuncio di Nokia, un servizio di download musicale (per ora riservato alla Gran Bretagna): attraverso un abbonamento settimanale di 1,99 sterline i suoi clienti potranno scaricare sul cellulare quanta musica vorranno. E’ il modello “all you can eat”. Più in generale le telco sembrano aver capito una cosa: se vogliono sfruttare il vantaggio di avere già un rapporto privilegiato con i possessori di telefonini devono darsi da fare. Poche settimane fa At&t, il principale gestore di telefonia mobile negli Usa, ha fatto sapere che i suoi utenti

Il settore della musica digitale è in fermento, così sempre più aziende scommettono sulla distribuzione via telefonino. Ma dopo Apple e internet company è per caso arrivato il turno delle telco?

potranno scaricare direttamente sui cellulari i brani acquistati tramite Napster, il noto servizio di musica digitale. Il prezzo per il download di una canzone (1,99 dollari) è però più alto dello standard di 99 centesimi fissato da iTunes. A quanto pare, l’obiettivo del carrier americano è di accalappiare i giovani giocando sulla loro propensione a fare acquisti spontanei e compulsivi, in mobilità. Resta comunque, per gli operatori e per tutti gli altri, un problema di fondo. Quelli che finora, come gli statunitensi Sprint Nextel e Verizon, hanno inseguito il modello del negozio di Apple, basato sul pagamento della singola canzone (o album), non hanno tenuto conto del vantaggio strategico della Mela morsicata: il fatto di realizzare profitti soprattutto grazie all’hardware, all’iPod-iPhone. Per questo ora devono tentare altre soluzioni: ad esempio cercando nuove alleanze, come ha fatto la stessa Verizon stringendo un accordo con Mtv e Realnetworks. O provando con la gallina dalle uova d’oro del web, l’advertising, ovvero distribuendo musica gratuita che verrà pagata dagli introiti pubblicitari: in Italia ci sta provando il servizio Downlovers.it. Infine, se non si può giocare sull’accoppiata dispositivo-negozio, come ha fatto Apple, gli analisti consigliano anche di seguire la strada dell’abbonamento. Chi per ora si è incamminato su quest’ultima via (Napster, Yahoo! e Real Networks) non ha però ottenuto risultanti esaltanti. Pare che i consumatori preferiscano ancora possedere la propria musica digitale, piuttosto che prenderla in affitto; un dato che francamente non stupisce, se non alcune case discografiche troppo ripiegate su se stesse. freddy@totem.to

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LA MUSICA È IMMOBILE Gli utenti di telefonia mobile in Italia che possono usare il proprio cellulare per ascoltare musica sono 34,1 milioni, ovvero il 76 per cento. Eppur la musica non si muove, o quantomeno non abbastanza. E’ una fase di transizione, una temporanea crisi di crescita: così gli operatori telco e i discografici commentano i numeri diffusi dalla Fimi (Federazione industria musicale italiana) e dalla società di ricerche M:Metrics sulla mobile music. Le cifre parlano chiaro, oltre a essere in controtendenza rispetto a molti altri paesi: la contrazione della musica mobile rispetto all’anno scorso è stata del 16 per cento, passando da un’incidenza del 70 a un’incidenza del 57 per cento sul totale della musica digitale. Un utente su 100 acquista musica da operatore, mentre uno su dieci ascolta musica sul telefonino. Nel primo semestre 2007 il mercato della musica digitale in Gran Bretagna valeva sei volte quello in Italia ed è cresciuto nell’ultimo anno del 25 per cento. Resistono le suonerie, la cui utenza è più maschile al di sotto dei 35 anni, e più femminile al di sopra dei 35 anni, e i downloaders da cellulare per la maggior parte trasferiscono e ascoltano brani dalla libreria musicale del loro pc, anziché acquistarla negli appositi store musicali. In Italia 5 milioni di individui usano musicphone per ascoltare musica, per un totale di 17,7 milioni (il 39 per cento) di possessori di musicphone. Attualmente l’intero indotto economico della musica digitale in Italia (internet e mobile) vale 16,7 milioni di euro e costituisce il 7 per cento del totale del mercato discografico. (Emanuela Di Pasqua — manu@totem.to)

Valentina Tubino okia è il più grande produttore mondiale di telefonini. Ma ora punta anche a diventare un importante distributore di servizi per cellulari. Coniugando definitivamente il mondo del web con quello del wireless, aspira ad accentrare su di sé il controllo del mercato mobile scavalcando la funzione intermediaria svolta fino ad oggi dagli operatori. Alla base del salto di qualità ci sono i cellulari della Serie N (40 milioni sono già sul mercato), che per le loro peculiarità, secondo il vicepresidente esecutivo Anssi Vanjoki, “sono molto più simili a un computer che a un telefonino”. I tablet come l’N770, l’N800 o l’N810 si sono perfezionati passando da un target di geek e appassionati di tecnologia a quello dei prosumer, consumatori professionali. Tra gli ultimi arrivati, punte di diamante nella battaglia a ritmi serrati con Apple, l’N95 e l’N81: 8 Gb di memoria, videocamera con 5 megapixel di risoluzione, qualità Dvd delle immagini, Gps con mappe satellitari, video e music player. Secondo passo: l’azienda ha

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deciso di non limitasi più alla produzione dei telefonini ma di fornire anche un’ampia gamma di servizi da scaricare via web. “I dispositivi da soli non sono più sufficienti, il cliente vuole un’esperienza completa” ha affermato Olli-Pekka Kallasvuo, presidente dell’azienda. Così il 29 agosto 2007 a Londra è stato presentato Ovi, la “porta” in finlandese, che punta a diventare il sito di riferimento degli utenti mobile di Nokia, con musica, immagini, mappe e videogiochi per il cellulare. È prevista anche una piattaforma per lo scambio tra utenti di foto, video e audio. Per ottenere questo risultato, a partire da ottobre 2006, Nokia ha inanellato una serie di importanti acquisti: ha iniziato con Loudeye, la più grande piattaforma indipendente di distribuzione musicale; ha proseguito con gate5, produttore di software per cellulari; e poi la società di mobile marketing Enpocket e il sito di media sharing e social networking Tango, attraverso cui vuole formare una propria community. Infine ha messo a segno il colpo più grosso con Navteq, provider di mappe online, leader nel suo settore.

Terzo passo: l’azienda finlandese dovrà vedersela con la concorrenza, in particolare con Apple e il suo iPhone, che dispone già di un’ampia fetta di mercato. La scarsa flessibilità del sistema Apple è uno dei punti deboli presi di mira dalla società di Espoo. Al contrario i dispositivi Nokia, a partire dall’N770, supportano sistemi operativi open source, creati e sviluppati da una comunità aperta (Maemo), che ha prodotto per i tablet Nokia centinaia di software differenti in tutto il mondo; inoltre possono contare sulla possibilità di connettersi sempre e ovunque alla rete mobile per scaricare file (mentre l’accesso ad iTunes tramite iPhone è vincolato alla presenza di postazioni Wi-Fi). In Europa, dove i carrier mobili non hanno avuto successo con la distribuzione di servizi multimediali per i cellulari di terza generazione, Nokia e il suo Ovi potrebbero aprire nuove possibilità per gli operatori disposti a supportare un servizio esterno. Anche se probabilmente i pezzi grossi, quelli che hanno investito di più nella creazione dei propri portali saranno i più reticenti ad accordarsi. valentina@totem.to

Da produttore a distributore. Combinando il mondo del web con quello del wireless

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SCALINI E SCALONI. L’IDEA DI IBM

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Marina Rossi n Italia ci sono 350 mila non vedenti e più di 1 milione e mezzo di ipovedenti. Per loro il rapporto con le tecnologie non è semplice, perché le barriere informatiche che impediscono a queste persone di poter fruire di tecnologie estremamente utili per una vita indipendente a casa e sul lavoro sono molte. Anche i più recenti software e servizi talvolta non tengono in considerazione neppure le più semplici accortezze di accessibilità. Le interfacce sono il principale ostacolo dei software; la tentazione di scegliere grafiche accattivanti viene ancor prima della necessità di versioni accessibili per tutti, nonostante la legislazione italiana abbia dettato precise linee guida con la legge Stanca. L’interesse sempre crescente per le tecnologie mobili e per la localizzazione sta favorendo lo sviluppo di infrastrutture in grado di dialogare con tecnologie assistive, cioè software e hardware esplicitamente rivolte a ridurre lo svantaggio dei disabili. Un’eccellenza italiana è quella di Mobile Wireless Accessibility (Mwa), un’architettura di comunicazione ideata da Ibm Italia. Il progetto pilota di Mobile Wireless Accessibility è nato nei laboratori di Ibm nel 2004. In quel periodo, le aziende si rivolgevano perlopiù a sistemi di desk sharing, cioè software che mettono in relazioni le postazioni di ogni dipendente. L’obiettivo di tali tecnologie è quello di permettere sia la collaborazione in tempo reale all’interno dei gruppi di lavoro, sia l’accesso remoto ai documenti residenti su un computer senza dover essere presenti fisicamente presso una specifica postazione: tutte le persone autorizzate possono

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così accedere ai documenti da qualsiasi computer della rete aziendale. Desk sharing (o desktop sharing) è a tutti gli effetti un “termine ombrello” che indica sistemi di collaborazione che possono anche essere utilizzati fuori sede e in mobilità, anche se poi ogni singola declinazione aziendale applica queste idee di condivisione e di accesso remoto in modi diversi. Nella maggior parte dei casi, però, i software di desktop sharing sono basati esclusivamente su interfacce grafiche diventando una barriera che limita proprio l’accessibilità. Non avendo alcun controllo vocale, questi programmi sono solo ulteriori ostacoli per non vedenti o ipovedenti, ma anche per persone con determinate disabilità motorie. Ed è proprio rivolto a questi utenti il progetto Mobile Wireless Accessibility di Ibm, come illustra Francesco Levantini, ingegnere non vedente con una grande passione ed esperienza in informatica, che ha seguito fin dal principio il progetto: “Nei sistemi di desk sharing, ognuno portava il proprio ufficio virtuale, e i non vedenti non riuscivano ad accedere a queste piattaforme. Noi di Ibm volevamo che chiunque potesse partecipare, nessuno escluso”. La soluzione Mobile Wireless Accessibility è un ecosistema che mette in comunicazione diversi aspetti della vita informatica quotidiana che, solitamente, vengono trattati come fossero indipendenti. Dai software aziendali di condivisione al Voice Over Ip, dal cellulare al desk sharing; il punto di incontro di tutte queste forze apparentemente indipendenti è rappresentato proprio da un sistema mobile, senza fili e accessibile da chiunque e in ogni parte del mondo. La convergenza tra rete fissa e mobile, proprio per il vantaggio di accentrare interfacce e risorse, è perciò essenziale per una migliore qualità produttiva e per una completa accessibilità. “Mobile Wireless Accessibility nasce con l’obiettivo di risolvere un problema in azienda. Si tratta di un progetto a costo zero che può essere adottato anche dalle medie imprese, ma con la premessa che deve essere applicato fin dall’inizio, perché se si crea un sistema di desk sharing per i dipendenti senza tenere conto

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dell’accessibilità, può diventare costoso per l’azienda”, aggiunge Levantini. Ogni azienda deve analizzare in primo luogo i bisogni dei dipendenti ancor prima di ricercare nuove soluzioni. Per esempio, i device che utilizzano il touch screen, non hanno ancora feedback sensoriali, al di là della vista, e minaccia l’accessibilità in azienda. Allo stesso modo, le interfacce grafiche possono essere un limite, se non vengono gestite nel modo giusto. Così è nato Mobile Wireless Accessibility, anche grazie al supporto iniziale della Fondazione Asphi (Avviamento e Sviluppo di Progetti per ridurre l’Handicap mediante l’Informatica) un’organizzazione no profit che si occupa di promuovere sistemi di integrazione a favore dei disabili. Il progetto è stato lanciato tre anni fa, con la collaborazione di Nokia (smartphone della Serie E) e Cisco (infrastruttura VoIP) e della tecnologia di screen reader Talks che permette di convertire qualsiasi tipo di informazione da testuale a vocale. Durante i primi mesi dello sviluppo, la piattaforma – o meglio, l’ecosistema – è stato testato all’interno del team di sviluppo composto da una decina di dipendenti. Nel corso dei mesi, il progetto è stato migliorato, arricchito di funzionalità ed esteso ad altri utenti. Oggi anche l’Università della Sapienza di Roma adotta l’ecosistema Mobile Wireless Accessibility, per la prima volta al di fuori di Ibm. In collaborazione con il Laboratorio di Usabilità e Accessibilità (Lua) del Centro per le Applicazioni della Televisione e delle Tecnologie di Istruzione a Distanza (Cattid), il progetto di Mwa giunge fino all’Università di Roma. “Qualche mese fa mi sono recata alla Sapienza”, racconta Consuelo Battistelli, non vedente, “e avevo con me il Nokia E61i con cui accedo all’infrastruttura Mobile Wireless Accessibility di Ibm. Il Laboratorio si è mostrato immediatamente interessato a questa tecnologie e così è nato poi l’accordo; e anche in questo caso, Nokia e Cisco forniscono gli strumenti necessari per utilizzare l’architettura”. Tra gli obiettivi dell’accordo, anche lo sviluppo di nuove applicazioni e l’implementazione della navigazione web e dei sistemi di posta elettronica nel Mwa. marina@totem.to

Sistemi di desk sharing e la necessità di avere software e hardware esplicitamente rivolti a ridurre lo svantaggio dei disabili. Il progetto pilota denominato Mobile Wireless Accessibility

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AL GRAN CASINÒ DEL VIDEO ONLINE

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l gigante della rete Google si è accorto sulla sua pelle che la difesa della proprietà intellettuale è un tema scottante, sempre rinfocolato da un continuo viavai di dichiarazioni, polemiche, cause legali. La presa di coscienza risale allo scorso luglio quando si è trovata a dover prendere una decisione di svolta per il suo YouTube. In un’aula di tribunale, durante un’udienza del caso Viacom – che ha chiesto esorbitanti risarcimenti per la presenza di materiale illecito sul sito di video sharing – Google rendeva noto l’arrivo prossimo di un sistema per arginare i video pirata sul sito. Pochi giorni fa ha mantenuto la promessa, annunciando YouTube Video Identification. Il sistema prevede la creazione di un archivio delle copie originali fornite dai produttori le quali costituiranno una sorta di impronte con le quali confrontare ciò che viene immesso dagli utenti. L’intento del motore di ricerca è chiaro: aprire il sito di condivisione video a un percorso che lo trasformi nel business che tutti all’interno della grande G si aspettano, un invitante luogo di incontro di major e inserzionisti pubblicitari. È proprio quando si parla di video, infatti, che l’argomento diritto d’autore si complica al massimo e che la caccia al contenuto trafugato diventa, da una parte, una sfida in grado di eccitare molti grandi dell’internet e dell’intrattenimento, nonché una rincorsa all’ultima tecnologia capace di scoprire e bloccare le malefatte. Ciò che giustifica virtuosismi e fervori è che quello dei contenuti video è l’ambiente perfetto per il proliferare di un nuovo business dalle grandi cifre, penalizzato però da un clima di incertezza generale sul futuro. Come proteggere, quanto investire, con quanta cautela, sono i dubbi che tormentano le menti di amministratori delegati e addetti alle finanze. Dubbi che non hanno tardato a manifestarsi a proposito di YouTube Video Identification. La mossa di Google non è piaciuta a molti, un po’ per le riserve sulle effettive efficacia del filtro, un po’ perché i proprietari dei tanto discussi diritti si vedrebbero obbligati a consegnare nelle mani

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del gigante di Mountain View un patrimonio di contenuti del quale sono più che gelosi, un po’, infine, perché agli utenti l’idea non piace. Particolarmente critica è la stessa Viacom, che sputa fuoco sulle mosse di Google e senza mezzi termini dichiara che le misure adottate sono non solo insufficienti ma dalla tempistica quanto meno dubbia. Sullo sfondo dell’attacco, c’è il neonato accordo messo a punto da molti nomi noti quali Disney, Cbs, Fox, Microsoft, MySpace, VeohTv e appunto Viacom: una carta (Ugc principles) per stabilire uno standard unico di comportamento adatto a far fronte alla pirateria. Accordo di fronte al quale la grande G si è defilata. Coscienza sporca: così almeno sembrano pensarla all’interno di Viacom, dove dichiarano senza mezzi termini che il filtro “fa schifo”. Il motore di ricerca più potente al mondo, insomma, sembrerebbe voler fare tutto da sé, il che desta sospetti riguardo alle sue future mosse turbando più d’una major al pensiero di dover affidare i propri gioielli a un temibile potenziale concorrente per l’industria dell’intrattenimento. E qualcuno già fa un passo indietro: si tratta della Nbc Universal che ha avuto una relazione da sempre tormentata con Google e che ora sembra destinata al divorzio. Infatti ha appena dichiarato che non intende più caricare nuovi contenuti su YouTube. Il rapporto era già nato sotto una stella negativa – i litigi che alla fine del 2005 avevano riguardato i suoi contenuti visibili sul sito – e ora Nbc strizza l’occhio al suo nuovo partner: Hulu, creatura frutto di una collaborazione con News Corp, il colosso media di

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Rupert Murdoch, che dovrebbe debuttare entro una decina di giorni. Il tutto nello sconforto dei portavoce di YouTube che ricordano quanto sia stato bello collaborare, sperando in un possibile recupero. E mentre il multimediale ha già ampiamente preso piede nella vita quotidiana di tutti i navigatori, la guerra fra major appare di scarso interesse agli utenti più smaliziati che riescono comunque a svincolarsi da barriere e limitazioni che non tengono il loro passo. Il tutto mentre qualcuno osa già cambiare formula: artisti che optano per la distribuzione libera contando sulla buona volontà dei fruitori e produttori hollywoodiani che migrano in rete contando solo sulle entrate pubblicitarie. Come la coppia Marshall Herskovitz e Ed Zwick – autrice per esempio dell’Ultimo Samurai con Tom Cruise – che il 12 novembre debutta online (www.quarterlife.com) con Quarterlife, una serie completamente pensata per i tempi e i modi della grande rete. Un cammino incerto, quindi, che non disdegna di regalare colpi di scena. La carta stessa degli Ugc principles, appena firmata, non convince nemmeno i suoi creatori: le grandi che si sono impegnate a stenderla già esprimono cautela. Impegnativo infatti soprattutto l’intento, peraltro di importanza vitale, di creare nuove e sicure tecnologie atte a filtrare l’illecito prima ancora che finisca sotto gli occhi degli utenti. Obiettivo che richiede pingui investimenti nella ricerca hi-tech e il cui esito rimane tuttavia insicuro. Tutti col fiato sospeso, quindi, ad attendere i primi risultati del modello YouTube. serena@totem.to

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La questione del diritto d’autore in un settore che è un ambiente perfetto per il proliferare di un nuovo business dalle grandi cifre. Ma che è anche avvolto in un clima di incertezza generale sul futuro

GOOGLE LANCIA IL VIDEO-SPOT FAI DA TE Per Google il mondo del video riveste un’importanza sempre più centrale. È per questo che ha appena esteso alle immagini in movimento il suo programma pubblicitario Adsense, sua principale forma di entrate. I piccoli e grandi editori, o i semplici utenti affiliati al sistema, per guadagnare possono scegliere di includere nei propri siti clip contenenti annunci pubblicitari contestualizzati che possono avere la forma di testi o di banner. Il programma, battezzato Video Units, offre l’uso di un lettore video in flash collegato direttamente a YouTube grazie al quale il sistema intuisce l’argomento e accoppia a esso il consiglio per l’acquisto ritenuto più adeguato. Ma è anche possibile scegliere personalmente che cosa mostrare, pescando fra ciò che è già disponibile (fornito da partner di YouTube come Expert Village o Mondo Media). Più spinosa la questione del gradimento. Dopo alcuni esperimenti pionieristici per capire le reazioni degli utenti di fronte agli annunci, la grande G ha scelto il sistema ritenuto meno invasivo: il video pubblicitario si avvia solo dopo il click del visitatore. (S. P.)

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Una struttura ospedaliera di riabilitazione neurologica tra medicina olistica e microchirurgia, tra saperi tradizionali e interventi ultratecnologici. Come si cresce pur avendo pochi mezzi causa embargo

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Geraldina Colotti l Ciren è un centro in cui rinasce la speranza», dice al manifesto il professor Julian Alvarez, presidente del Centro internazionale di riabilitazione neurologica all’Avana. E che il suo non sia uno slogan, lo confermano i riconoscimenti ottenuti dal Ciren, un’unità ospedaliera all’avanguardia nella ricerca e nella cura rispetto agli standard europei. Lo attestano, anche, i dati dell’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità) che registrano il livello di eccellenza raggiunto da Cuba - dove l’aspettativa di vita supera i 76 anni e la mortalità infantile è dello 0,59% -, sul piano sanitario. Il Ciren, che esiste dal 1989, si trova in una macchia di verde nell’immediata periferia della capitale cubana e, oltre ai pazienti cubani, accoglie anche un’alta percentuale di persone proveniente dall’estero. Come funzioni il centro e con quali risultati, ce lo ha mostrato un video, in parte visionabile anche su internet (www.farmavenda.com/ciren), e ce lo hanno raccontato a Roma tre medici del Ciren, in Italia per un giro di conferenze: Lazaro

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Alvarez, direttore di una delle 4 cliniche presenti nel Centro, Julian Roca, rappresentante per l’Europa, e il presidente Julian Alvarez, ex-deputato all’assemblea nazionale cubana. Il Centro coniuga medicina olistica e microchirurgia, saperi tradizionali e interventi ultratecnologici. Al suo interno, una clinica di neurologia infantile, una per i disturbi del movimento, un’altra per la cura delle lesioni statiche encefaliche, e una quarta che si occupa delle lesioni spinomidollari. La filosofia? La stessa – dicono i medici - che spinge oltre 40.000 operatori sanitari a lavorare nelle zone più povere del pianeta: mettere al centro l’essere umano e non il profitto, e «pensare alla scienza come a un’opera d’arte, mossa dalla creatività e non dal denaro». Un esempio? Fare ricerca – nel Ciren c’è un laboratorio all’avanguardia – anche in ambiti sanitari già risolti a Cuba, ma che possono «dare la salute» in altre zone povere del pianeta. «Da noi - spiega Julian Alvarez - si è sviluppato molto il settore dell’industria farmaceutica, sia nel ramo tradizionale della chimica farmaceutica, sia dal punto di vista delle biotecnologie. Siamo uno dei paesi che più fa ricerca nel campo della biotecnologia e dei vaccini, specialmente quelli su cui le multinazionali non investono perché non c’è guadagno». Spiega ancora Julian Alvarez: «Una delle nostre specializzazioni è la riabilitazione neurologica:

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diretta da neurologi e coadiuvata da specialisti in educazione fisica e nello sport, un metodo unico al mondo. Per noi il concetto di riabilitazione neurologica non è semplicemente diretto ai muscoli alle articolazioni o alle ossa, ma si concentra sul sistema nervoso, in modo particolare sull’encefalo. Ogni singolo paziente, che segue il programma di recupero per 6-7 ore al giorno, è informato in partenza sulla percentuale di riabilitazione motoria che potrà raggiungere». Fondamentale, per questo, è la «valutazione psicomotoria integrale» compiuta al Ciren prima di iniziare la cura: «Il nostro laboratorio – spiega ancora il presidente del Centro - si basa su tecniche d’avanguardia e strumenti di altissima precisione: risonanza magnetica fra le più moderne esistenti, strumenti di gammagrafia avanzatissimi». Ma come ha fatto Cuba – sotto embargo economico da parte degli Stati uniti da 44 anni – a raggiungere risultati simili? «Con il bloqueo – risponde Julian Alvarez – il governo nordamericano cerca di impedire a tutti i paesi di vendere prodotti a Cuba per distruggerci economicamente, ma noi abbiamo imparato a costruire soluzioni alternative. Dovendo superare maggiori ostacoli, abbiamo finito per aiutare il progresso scientifico». E’ accaduto così nell’81, quando l’isola ha compiuto il primo vero progresso nell’ambito della biotecnologia: «Allora – racconta l’ex-deputato - il governo Usa introdusse a Cuba il deng emorragico, che costò la vita a un centinaio di persone, fra cui 113 bambini. Così scoprimmo l’interferone leucocitario, il nostro primo prodotto biotecnologico, una sostanza che agisce sui globuli bianchi e che poi abbiamo sperimentato con successo per altre patologie. Oggi aumenta le speranze di vita di chi è affetto da leucemia. Il centro che dovemmo fondare allora per far fronte all’urgenza, oggi è un grande istituto di ingegneria genetica e biotecnologia». E non è il solo esempio. «In quel periodo, grazie all’Istituto Finlai – riprende Julio Alvarez abbiamo scoperto il vaccino contro la meningo cocco b; il primo vaccino sintetico che protegge

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i bambini dall’emofilo influenzale, un batterio che provoca la meningite, per cui abbiamo ottenuto il premio più importante nel campo delle scienze e dei brevetti. E poi abbiamo realizzato dei vaccini contro l’epatite b. E adesso stiamo lavorando ad alcuni prodotti derivati dalla biotecnologia per curare il piede diabetico, una patologia che si viene a creare, nei diabetici, per mancanza di irrigazione sanguigna, e che porta all’amputazione del piede. Invece, con un prodotto nuovo della biotecnologia cubana, una molecola biotecnologica che aiuta il paziente a produrre sangue, oggi riusciamo a evitare l’amputazione. Al Ciren - continua ancora Julian Alvarez - trattiamo anche con successo diverse tipologie di tumori, servendoci di tecniche non invasive. Abbiamo sperimentato prodotti biotecnologici per la cura dei tumori, vaccini terapeutici che inibiscono lo sviluppo delle cellule cancerogene. Otteniamo risultati incoraggianti anche nella cura dell’Alzheimer». Il professor Lazaro Alvarez, un’autorità internazionale nell’ambito della chirurgia del morbo di Parkinson, interviene per spiegare come la sua equipe abbia messo a punto una nuova tecnologia, pur con scarsi mezzi a disposizione: «I nostri tecnici e i nostri scienziati – racconta - hanno sviluppato dei software per la diagnosi delle zone più profonde del cervello, facendo a meno degli elettrodi che servivano tradizionalmente per studiare il morbo di Parkinson e che non potevamo acquistare». Nel video, intanto, sfilano le immagini del centro. Il Ciren funziona come un micro quartiere, con punti internet per i pazienti e per i parenti, «e fornisce anche l’attrezzatura e i tecnici perché i pazienti possano filmare le tappe del piano di recupero e registrare le indicazioni terapeutiche di mantenimento», spiega Juan Roca. E sono proprio i pazienti – affetti dal morbo di Parkinson, da sclerosi multipla, da tumori al cervello, o reduci da incidenti gravissimi – a spiegare in che modo il Ciren ricostruisca la speranza: «Quando ho portato qui mia figlia dopo l’incidente - racconta una donna argentina - non credevo sarebbe mai tornata a casa senza sedia a rotelle, invece eccola», dice mostrando una bella ragazza appena dimessa. Altri pazienti, intanto, escono da un altro reparto della clinica. Visibilmente in forma. Al Ciren si cura anche «lo stress ossidativo, dovuto alla perdita di equilibrio del metabolismo intracellulare – dice ancora Juan Roca – e in questo contesto si inserisce anche la chirurgia estetica. E la cura dell’obesità». Come dire: grassoni di tutti i paesi, unitevi.

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DISLESSIA, RISPOSTE A MOLTE DOMANDE

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ual è il ruolo delle nuove tecnologie nelle disabilità dell’apprendimento? L’utilizzo dei supporti informatici promuove o anestetizza le potenzialità di recupero del bambino? E come riconoscere per tempo un disturbo specifico? Interrogativi di carattere generale si complicano ulteriormente nel caso della dislessia, un disturbo che, in Italia, colpisce almeno un milione e mezzo di persone, ma è ancora poco compreso fuori dalla cerchia degli addetti ai lavori. Alcuni prodotti di qualità, editi dalla casa editrice Erickson nella collana Facciamo il punto su‌, aiutano insegnanti e genitori a orientarsi. Fra le novità, due kit multimediali (libro, dvd-video e cdrom) , a cura del direttore della

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“Madrelingua oraleâ€?. Il ruolo delle nuove tecnologie nelle disabilitĂ  dell’apprendimento. Supporti multimediali e nuova didattica

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collana Dario Ianes: Dislessia evolutiva; e La dislessia. La dislessia - spiega il neurologo Enrico Ghidoni nella videointervista - rende difficile la corrispondenza automatica tra segni grafici e suoni delle vocali o delle consonanti, e di conseguenza rallenta o complica la capacitĂ  di lettura. I dislessici sono quasi sempre disortografici (fanno molti errori nella scrittura) e anche discalculici (hanno difficoltĂ  con i numeri e il calcolo). I dislessici, infatti, sono “madrelingua oraleâ€?, secondo la definizione coniata da uno di loro. Per questo, come dimostrano ormai numerose ricerche, le nuove tecnologie, in particolare l’informatica, se non possono fare miracoli, risultano però un prezioso supporto: l’uso costante della videoscrittura

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con correttore ortografico, per esempio, segnalando l’errore in tempo reale, produce nei soggetti dislessici disortografici un notevole miglioramento delle performance. Nuove potenzialità che presuppongono, tuttavia, un notevole cambiamento nel modo di fare didattica. A questo riguardo, la Erickson propone altri due supporti multimediali: Il piano educativo individualizzato. Progetto di vita, a cura di Dario Ianes, Fabio Celi e Sofia Cramerotti, che fornisce strumenti didattici continuamente aggiornati per affrontare bisogni educativi speciali. E Il computer di sostegno, a cura di Flavio Fogarolo, utile ausilio informatico, rivolto agli studenti disabili. (ge. co.)

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information technology novembre 2007