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Lavoro dignitoso e legalità come fattori di competitività del territorio Prato, 16 aprile 2018 Intervento di Massimiliano Brezzo Un anno dalla sottoscrizione per Protocollo “Per il lavoro dignitoso e il ripristino della legalità nel sistema produttivo illegale del tessile-abbigliamento pratese”.

Buonasera a tutti gli intervenuti, e grazie per la partecipazione a questo convegno. Una iniziativa promossa da tutte le forze produttive del territorio, che riteniamo importante, in quanto inserita in un percorso che viene da lontano, e che vuole proiettarsi nel futuro. E che ha trovato il maggior punto di sintesi poco più di un anno fa, con la firma del protocollo “Per il lavoro dignitoso e il ripristino della legalità nel sistema produttivo illegale del tessile-abbigliamento pratese”. Un protocollo che, unico nel panorama nazionale, vede unite tutte le organizzazioni sindacali e le associazioni datoriali toccate dal fenomeno, e che dichiara con forza che a Prato non deve esserci spazio per lo sfruttamento lavorativo e per l’illegalità economica che ne è, al contempo, causa ed effetto. Un protocollo che identifica chiaramente un “Sistema” illegale, da perseguire come tale, rifiutando l’immagine di migliaia di singole aziende che possono scegliere in autonomia se operare legalmente o illegalmente. E che, grazie alle specifiche competenze dei firmatari, osserva questo sistema e ne analizza il meccanismo produttivo. E poi ne indica i punti nevralgici per la produzione della ricchezza illegale e suggerisce come colpirli, con quelle azioni di contrasto che avrebbero la massima efficacia con il minimo impegno di risorse. E questo perché siamo pienamente consapevoli del sottodimensionamento degli organi di controllo presenti sul territorio. Ed è anche in considerazione di ciò che abbiamo fatto un lavoro che nessun altro ha fatto in Italia. Cioè, ripeto, l’analisi del fenomeno, il riconoscimento di un sistema, la rappresentazione del suo funzionamento produttivo e il suggerimento di come contrastarlo con le risorse esistenti. Certo, tutto questo resta lettera morta se non incontra una volontà politica che individui il contrasto allo sfruttamento lavorativo e alla produzione illegale della 1


ricchezza come priorità. E che indirizzi chiaramente le attività di controllo in base alla maggiore efficacia nel colpire il sistema, cioè alla verifica mirata, nei suoi punti nodali, delle condizioni di lavoro, degli orari effettivi e delle effettive retribuzioni. Ciò vuol dire fare effettuare i controlli nel momento in cui sono evidenti la violazioni, e quindi durante la notte e nei giorni festivi, non negli orari di ufficio. Sto parlando di controlli da parte dell’Ispettorato, dell’Inps e dell’Inail. Ma vuol dire anche prevedere che il personale che li esegue debba essere messo nella condizione di effettuarli nel pieno rispetto dei propri diritti di lavoratore, sia economici che normativi. Qualcuno potrebbe dire che siamo andati oltre il nostro ruolo, ma noi riteniamo di no. Anche perché, in ogni confronto con le istituzioni e gli organi di controllo, ci è stata sempre manifestata la massima apertura a raccogliere suggerimenti. E quindi abbiamo ritenuto di poter proporre anche le soluzioni. Con la caratteristica di essere attuabili con le risorse esistenti e con le leggi in vigore. In particolare quelle sulla responsabilità solidale e sullo sfruttamento lavorativo. Quando presentammo il Protocollo ci impegnammo a un monitoraggio periodico. Questo convegno serve quindi anche per valutare insieme se il Protocollo abbia prodotto un miglioramento della situazione. E, se c’è stato, provare a quantificarlo. Ma non con il mero conteggio dei controlli effettuati, bensì con la riduzione dei fenomeni di illegalità e di sfruttamento lavorativo, che a prato colpiscono decine di migliaia di persone. Ma, se non c’è stato, a rivendicarlo, con l’urgenza dettata dalla sofferenza delle persone e da quella delle aziende corrette. Sofferenza che in entrambi i casi non può essere protratta oltre, perché non c’è più tempo da perdere, pena la fine di quel che resta del distretto pratese, e anche del nostro concetto di civiltà giuridica e del lavoro. È mio compito, in questa sede, anche a nome delle altre sigle sindacali, ripercorrere i passaggi salienti che hanno portato alla firma del Protocollo. E anche quelli successivi, che lo hanno reso protagonista di iniziative che hanno ottenuto, e stanno ancora ottenendo, risultati a livello nazionale. Questo perché sia evidente che il Protocollo non è il risultato di un mese, ma la sintesi di un lavoro di anni, e perché oggi sia possibile fare il punto tenendo conto di tutti gli elementi.

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Potremmo addirittura partire dalle prime denunce pubbliche fatte nel momento in cui il fenomeno, ormai emerso nelle confezioni, ha cominciato a risalire la filiera a partire dalla fase di tintoria. Le troveremmo sulle rassegne stampa locali di oltre dieci anni fa. Ma, ormai, è storia il fatto, che, per anni, queste abbiano trovato, per usare un eufemismo, poca risposta. Tranne una stagione di controlli, anche troppo spettacolarizzati, e solo sulle confezioni. Che colpivano più le vittime del sistema che il sistema stesso, e che comunque, non hanno ridotto le dimensioni del sistema illegale il quale, anzi, è continuato a crescere. Riconosciamo, però, a quella stagione un merito: quello di aver agito sulla responsabilizzazione dei proprietari degli immobili. Cosa che, come si è visto poi, quando applicata in tribunale, produce conseguenze importanti. Forse il primo vero momento di attenzione si ebbe nel febbraio 2012. Quando un primaria stamperia aderente a Confindustria, e la sua RSU, chiesero al sindacato, a Confindustria e al Comune, una riunione in azienda per denunciare la concorrenza sleale che subivano da parte delle stamperie a conduzione cinese. In quella occasione, sia il sindacato che Confindustria, indicarono chiaramente, all’assessore alla sicurezza, come funzionava il sistema, e che bisognava fare controlli specifici sulle poche stamperie e tintorie che stavano lavorando con gli stessi orari e le stesse retribuzioni applicate nelle confezioni. Perché se davvero fossero state costrette ad applicare le leggi sul lavoro, l’incremento di costo avrebbe ridotto il flusso che alimentava il mondo delle confezioni e quindi le dimensioni del fenomeno illegale. L’assessore fece sua la proposta (allora i controlli notturni si facevano) e si impegnò a richiedere al prefetto un tavolo al quale sedessero anche sindacato e Confindustria. All’uscita dall’azienda trovammo tutto il sistema dei mass-media locali e il giorno dopo si sprecarono i titoli su una nuova Task Force per i controlli. È inutile dire che non ne fu mai fatto di nulla. Intanto, da anni, si svolgeva un'altra battaglia che passava sotto silenzio. Come sindacato, ci battevamo per l’applicazione, nel tessile, di una norma risalente al 2003, contenuta nella tanto famosa (o famigerata) legge Biagi. Una norma che prevede la responsabilità in solido tra terzista e committente per le retribuzioni non corrisposte e i contributi non versati. 3


Questa legge aveva già spinto Confindustria a consigliare ai suoi associati di farsi consegnare il DURC dai propri terzisti, cosa giustissima, che, se generalizzata, avrebbe potuto ridurre la concorrenza sleale nel distretto. E poi, più recentemente, a organizzare un convegno dove autorevoli giuslavoristi hanno evidenziato chiaramente la natura di appalto delle commesse nel contoterzismo tessile. Una norma dalla vita travagliata, che però, pur ritoccata e indebolita più volte, è sempre rimasta nell’ordinamento, ma mai applicata dall’Inps alle aziende tessili di Prato. Una legge che oggi, grazie alla raccolta di firme per il referendum da parte della CGIL, è stata riportata alla formulazione originale. E che, come la Corte costituzionale ha finalmente chiarito solo lo scorso dicembre, è sempre stata chiaramente applicabile non solo agli appalti, ma anche alla subfornitura, e quindi a tutte le lavorazioni contoterzi. La mancanza di applicazione della norma da parte dell’Inps di Prato, aveva spinto la Filctem-Cgil, all’inizio del 2011, ad assumersi la responsabilità di intentare una causa pilota, richiedendo al lanificio committente, il salario e i relativi contributi non pagati a una rammendina dipendente di una sua azienda terzista. Una causa che è durata cinque anni, ma che alla fine ha visto la vittoria del sindacato e della lavoratrice. Intanto il sistema illegale continua a crescere ed a organizzarsi, per niente intimidito da controlli che mettono, sì, sotto sequestro alcuni capannoni, ma che non possono impedire che il lavoro venga facilmente dirottato sulle migliaia di altri laboratori a disposizione. Nei quali si affollano anche i lavoratori dei laboratori sequestrati che, dopo una notte insonne in questura, non possono che essere rimessi per strada, e quindi di nuovo nelle mani del sistema, che gli garantisce un nuovo lavoro e un nuovo dormitorio. Si arriva così al 1 dicembre 2013 e al rogo della Teresa Moda, dove perdono la vita sette persone. Una tragedia che sarebbe potuta succedere mille volte, molto prima, e con conseguenze anche più gravi. E che vedrà le OO. SS. territoriali costituirsi parte civile. Sia nel processo contro i titolari dell’azienda che in quello contro i proprietari dell’immobile. La strage sul lavoro della Teresa Moda ci porta alla ribalta delle cronache nazionali e spinge la Regione, per quanto di propria competenza, a impegnarsi ad agire con urgenza e in via eccezionale. Da questo impegno nasce l’esperienza del Piano per il Lavoro Sicuro. 4


Un operazione lodevole, di controllo a tappeto, che comporta l’assunzione di molti ispettori ASL e che ottiene il primo risultato prefisso: quello che non ci fossero più morti nei capannoni dormitorio. Ma una operazione che, per come è congegnata e per l’impossibilità degli ispettori ASL di controllare la condizione, gli orari, le retribuzioni e le contribuzioni dei dipendenti, fa anche sì che le imprese possano tranquillamente lavorare con falsi part-time, una volta che abbiano adempiuto a sanare i quattro punti sottoposti a controllo, e cioè: dormitori, bombole del gas, cucine e impianti elettrici. Quattro punti che confinano, di fatto, il Piano per il Lavoro Sicuro alle aziende di confezioni, lasciando fuori le tintorie e le stamperie che le alimentano. Tanto è vero che, grosso modo, alla firma del protocollo erano state controllate, all’interno del Piano, 4000 aziende e ne erano state chiuse 400. Ma le aziende attive erano diventate 4080. Quindi le dimensioni del sistema, che non aveva cambiato il proprio funzionamento, erano addirittura cresciute. Il rischio che ciò si verificasse era però chiaro fin dall’inizio, se al Piano della Regione non fosse stato affiancato un lavoro specifico sulle modalità di lavoro e di retribuzione. E lo dicemmo subito: proprio considerando che non erano all’ordine del giorno altrettante assunzioni di ispettori negli altri organi di controllo, bisognava scegliere i punti nevralgici del sistema. E per questo indicammo anche allora controlli mirati su stamperie e tintorie. E fatti di notte e nei giorni festivi. Ma anche in quell’occasione non ottenemmo risultati. Siamo nel 2014, si è insediata una nuova giunta e a novembre arriva a Prato addirittura una commissione parlamentare di inchiesta. Che però non affronta il problema dello sfruttamento lavorativo e dell’illegalità economica, ma si limita alla sola contraffazione. Un fenomeno che probabilmente tocca anche il nostro territorio, ma che non è certo l’elemento principale. Comunque, siamo convocati, e anche in quella sede, non manchiamo, come organizzazioni sindacali, di rappresentare il fenomeno illegale e di sfruttamento lavorativo nel suo complesso. Si arriva al gennaio 2015, e arriva la prima sentenza di condanna per i titolari della Teresa Moda. Sentenza che vede le OO. SS. vincenti in quanto parte civile. Una sentenza con la quale un Tribunale della repubblica, riconoscendoci parte lesa, sancisce che quel sistema di produzione illegale non impedisce soltanto ai lavoratori di venire a conoscenza dei propri diritti e di esercitarli, ma impedisce altresì alle OO. 5


SS. di esercitare il proprio ruolo di informazione e di tutela nei confronti di chi ci lavora dentro. Subito dopo, nella primavera del 2015, insieme a Confindustria, decidiamo, come Filctem, di chiedere un incontro al prefetto di allora, per capire come ottenere interventi mirati. Gli incontri diventano più di uno, e si associa a noi anche il sindaco. Finché il prefetto ci chiede di stilare un documento da presentare ai vari organi ispettivi riuniti. A luglio, quindi, stilammo un documento congiunto, che conteneva già, in nuce, tutti gli elementi del Protocollo del 2017, compreso un capitolo specifico sulla piena e integrale applicazione della normativa sulla responsabilità solidale da parte dell’Inps di Prato, e lo consegnammo al prefetto. Che ci assicurò la sua presentazione agli organi competenti dopo le ferie. Ci fu riportato che nella presentazione, a cui era presente il Comune, il documento venne molto apprezzato da quelli a cui era stato sottoposto. E ci venne detto che poteva rappresentare delle buone linee guida per i controlli. Questo ci bastò, e aspettammo che i risultati si concretizzassero. Inutilmente, e per tutto il 2016. Anno nel quale, tra l’altro si comincia a raccogliere il frutto del lavoro svolto. A febbraio infatti si ha la prima condanna anche per i proprietari dell’immobile della Teresa Moda. Condanna, che come l’altra, sarà poi confermata in appello. Il mese successivo, siamo a marzo 2016, va finalmente a sentenza la causa pilota per il riconoscimento della responsabilità solidale. La Filctem vince su tutta la linea, il lanificio è condannato a risarcire la lavoratrice e, di conseguenza, a versare i relativi contributi all’Inps. La sentenza indica inoltre chiaramente che i committenti che, per motivi organizzativi, esternalizzano le fasi di lavorazione, devono farlo considerando non solo il prezzo, ma anche la correttezza e l’affidabilità del terzista. La sentenza è un successo politico, ma non è certo un deterrente. La lavoratrice ha dovuto aspettare cinque lunghi anni per vedersi riconosciuto il diritto a una retribuzione che, compresi i ratei, è pari a 125 euro. E, visto che il giudizio ha compensato le spese, se non se ne fosse fatto carico il sindacato, avrebbe dovuto pagare molto di più per l’avvocato. 6


Questo palesa che non è pensabile l’applicazione della norma in base alle cause promosse dai dipendenti: come fa un lavoratore ad imbarcarsi in un percorso simile? È quindi evidente che l’effetto deterrenza, indispensabile per il funzionamento di qualsiasi legge, sia ottenibile soltanto tramite la piena e integrale applicazione della norma agita da parte dell’Inps. Che, tra l’altro, ha l’obbligo di farlo ogni volta che rileva il mancato versamento dei contributi da parte di un terzista. In base a questo assunto, in occasione di una iniziativa nazionale, svolta qui in Camera di commercio nel maggio 2016, promossa dalla Filctem nazionale per presentare uno studio sulla contrattazione di II livello nell’artigianato, proposi di inserire nel successivo contratto nazionale dell’artigianato moda, un articolo specifico, che prevedesse la dichiarazione dell’applicabilità della responsabilità solidale nel settore, e la sua suddivisione in base al fatturato. La proposta fu ben accolta sia dalle associazioni artigiane nazionali presenti, che da quelle locali e, nel settembre successivo, diventò parte essenziale della piattaforma unitaria di Filctem, Femca e Uiltec per il contratto nazionale dell’artigianato moda. Intanto, tra gennaio e luglio del 2016, due grandi rifinizioni e tintorie del primo macrolotto avevano chiuso i battenti con una fretta mai vista, per far spazio agli show rooms di abbigliamento. Le due vertenze fecero rumore, in specie la prima, quella dell’Eurotintoria. Si arrivò dal sindaco e poi in Regione, e i lavoratori ottennero la solidarietà anche dal Vescovo, che fece un forte richiamo etico. Ma l’elemento nuovo purtroppo, non era certo la chiusura (lo era semmai la modalità) ma la fretta con cui quelle aziende volevano chiudere. All’Eurotintoria, i lavoratori dovettero scioperare l’ultimo giorno di lavoro perché, mentre asciugavano le ultime pezze, i mezzi meccanici stavano già portando via una parte dei macchinari, asfissiando con i gas di scarico chi ancora lavorava. Nel caso della Phoenice, invece, l’ultima assemblea l’abbiamo svolta addirittura fuori dai cancelli: i dipendenti non erano ancora stati licenziati ma dentro l’azienda, al loro posto, lavoravano già i muratori. Le due cessazioni sommarono circa 150 licenziamenti. Tutte persone altamente specializzate ma alle quali il distretto pratese offriva poche possibilità di essere reimpiegati. 7


Ma per il sistema illegale era diverso: aveva bisogno di quelle competenze. E si era anche già aperto alle altre etnie. Perché era stato anch’esso toccato dalla crisi, e la manodopera cinese, indisponibile a lavorare senza una prospettiva di crescita economica a breve, era stata in parte sostituita da manovalanza di altre etnie, più deboli e ricattabili. Questo non solo nelle confezioni, ma anche nelle tintorie e nelle stamperie, dove però serviva anche manodopera altamente specializzata. Il sistema illegale era quindi pronto a impiegare la manodopera espulsa dalle tintorie, anzi, ne aveva un gran bisogno. Ma alle proprie regole. Fu proprio l’inserimento di manodopera già sindacalizzata, e di manovalanza non cinese, dentro il sistema che, grazie al rapporti pregressi, ci permise di capire esattamente come funzionasse e quanto fosse organizzato, sistematico e pervasivo lo sfruttamento lavorativo nelle fasi di rifinizione, tintoria e stamperia del sistema illegale. E di come il fenomeno si stesse allargando anche ad altre fasi di lavorazione, anche del distretto tessile tradizionale, e a conduzione non solo cinese o straniera. Mentre il sistema di sfruttamento ci si chiariva sempre più sotto gli occhi, avvenne un episodio che ci fece riflettere. Il primo dicembre 2016, nel salone consiliare del Comune di Prato, fu commemorato il terzo anniversario del rogo della Teresa Moda. In quell’occasione, alla presenza del console cinese, furono presentati i risultati prodotti dai controlli. E molti degli interventi terminarono con incomprensibili ringraziamenti al console. Due sole voci fuori dal coro. La prima, quella di Confindustria, che mettendo in evidenza come i controlli avessero di fatto ignorato le tintorie e le stamperie, rese pubblica, per la prima volta, la consegna al prefetto, più di un anno prima e senza risultato, di un documento congiunto in merito. La seconda, quella del Procuratore della Repubblica, che disse chiaramente che aveva le inchieste ferme per mancanza di interpreti, e che riteneva che la difficoltà risiedesse nella paura di questi per la loro incolumità personale. E disse anche che aveva più volte richiesto al console collaborazione su questo versante. Anche poco prima, nella stanza accanto. Ma senza risultato.

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Un atto di denuncia forte, ampiamente riportato dalla stampa locale. Ma che nessuno riprese. E questo ci amareggiò molto. Non riconoscevamo più la nostra città… A gennaio il quadro ci era ormai chiaro. Nel giro degli ultimi mesi, eravamo stati in grado di capire, di quantificare e di schematizzare il sistema dello sfruttamento lavorativo, che appariva addirittura differenziato in base all’etnia e alla ricattabilità del lavoratore. Pensammo che la denuncia pubblica del sistema di sfruttamento, e della mancanza di controlli mirati che gli aveva consentito di svilupparsi, fosse l’unica arma, e forse l’ultima occasione, rimasta. Come Filctem convocammo una conferenza stampa sabato 14 gennaio 2017, nella quale, dopo la denuncia, lanciammo un appello alle associazioni datoriali e agli altri sindacati tessili per mettersi intorno a un tavolo e sottoscrivere un protocollo che spiegasse il sistema e come contrastarlo, e che richiedesse con forza controlli mirati, notturni e festivi, e l’applicazione delle norme sulla responsabilità solidale. Pensavamo che solo la forza politica di un documento unitario e congiunto potesse smuovere le acque. In quell’occasione Prato fece emergere immediatamente la sua capacità di coesione fra tutti gli attori del distretto e nel giro di poche settimane fummo in grado di stilare un Protocollo che, riprendendo l’analisi del documento del 2015, ne metteva in maggior risalto lo sfruttamento lavorativo, diviso addirittura in base all’etnia e alla ricattabilità del lavoratore. Lo firmammo il primo marzo, e pubblicamente, in questa sala, scelta oggi anche simbolicamente, ci impegnammo a presentarlo di persona al Prefetto, al Procuratore della repubblica, e ai direttori di Inps, ITL e Inail. Tra l’altro tutti, tranne il Procuratore, appena insediati. E da qui parto con i passaggi successivi alla firma del Protocollo. Come da impegno, partimmo dal nuovo Prefetto, dal quale, dopo fatto il giro di tutti gli altri, tornammo richiedendo un tavolo che vedesse coinvolti tutti gli organi ispettivi, perché si potessero trovare le forme per un’azione di controllo efficace, comune e coordinata. Modalità che abbiamo sempre ritenuto indispensabile, come ci spiegherà, per Confindustria, l’intervento di Andrea Tempestini. 9


Il Prefetto convocò il tavolo, eravamo a ridosso delle ferie. Ci fu un confronto franco, che mise in evidenza problemi e difficoltà. Il prefetto propose una nuova riunione dopo le ferie, con i soli organi ispettivi, nella quale ognuno di essi portasse il proprio contributo per affrontare il problema insieme, con la massima sinergia e quindi nella massima efficienza. A quel punto il nostro compito si era esaurito. Dovevamo ancora una volta attendere gli eventi. La riunione ebbe esito positivo e, in un incontro successivo, il Prefetto ci garantì che il lavoro di squadra era partito e che ci avrebbe aggiornato degli sviluppi. Dagli aggiornamenti, sappiamo che, ad oggi, molto lavoro è stato fatto in quei termini. Conosciamo l’impegno profuso dal Prefetto e la collaborazione messa in campo dagli organi di controllo. E siamo orgogliosi del fatto che, a partire dal nostro protocollo, sia nato un nuovo approccio, preventivo, al problema dei controlli. Ma non possiamo non mettere in evidenza che, sempre ad oggi, sia la produzione illegale che lo sfruttamento lavorativo non si siano minimamente ridotti. Anzi, malgrado le numerose denunce presentate dai lavoratori agli organi competenti, lo sfruttamento lavorativo è probabilmente aumentato. E lo abbiamo rilevato, anche se non con gli stessi livelli, anche in imprese con titolare italiano, visto che i falsi parttime, essendo incontrastati, sono diventati di moda. Riteniamo positivo il fatto che la regione abbia inserito tra i suoi obiettivi anche le stamperie. Da allora si sono visti alcuni sequestri di macchinari e chiusure di piccole attività. Ma, come è naturale, i reati riscontrati sono solo quelli in materia ambientale e, grazie alla Polizia Municipale, di smaltimento dei rifiuti. In aziende che però, stranamente, non hanno dipendenti al lavoro. Anche nell’ultimo sequestro apparso nei giorni scorsi sulla stampa, gli articoli non parlano di dipendenti. Possibile che queste aziende siano mandate avanti solo dal titolare? Noi continuiamo a richiedere controlli specifici sul lavoro. Non si può continuare a lasciare alla Regione un ruolo che è diventato, di fatto, di supplenza, e lasciare impunito lo sfruttamento lavorativo. Perché così il modo di lavorare nel sistema illegale non cambia. Dal canto nostro, in questo anno non ci siamo limitati a lavorare a livello locale. Specie sul tema della responsabilità solidale, che, per il sistema moda italiano, è 10


questione di vita o di morte. Il problema doveva essere portato al livello di governo. E anche la Filctem Nazionale era delle stesso avviso. Avevamo saputo che, già un paio di anni prima, l’Inps delle Marche aveva attuato tutto quanto da noi richiesto nel Protocollo. Aveva controllato a tappeto le aziende terziste del distretto calzaturiero del Fermano-Maceratese contestando sistematicamente la responsabilità in solido ai committenti che si servivano di terzisti scorretti. E aveva richiesto loro i contributi che questi ultimi non avevano versato. E, come da noi auspicato, lo aveva fatto dividendoli in base al fatturato. E i risultati si erano visti. La Filctem organizzò a Napoli, a fine settembre, un convegno su appalti e legalità nel sistema della moda, invitando a partecipare il viceministro allo sviluppo economico Teresa Bellanova. Al convegno, che vide una mia relazione su come si era arrivati al Protocollo pratese, fu relatrice anche la qui presente dott.ssa Ludovica Lignini dell’Inps, che portò la testimonianza di quanto fatto nelle Marche e dei risultati ottenuti. E che oggi ci relazionerà su quella operazione e sugli eventuali nuovi sviluppi. Alle relazioni seguì una tavola rotonda con il viceministro, il segretario nazionale della Filctem, i presidenti nazionali dei settori moda di Cna e Confartigianato e, per Confindustria, il direttore di Confindustria Toscana Nord Marcello Gozzi. In quella tavola rotonda, Teresa Bellanova riconobbe le ragioni e i timori di tutti i soggetti, ma ci invitò anche a fare la nostra parte dal punto di vista politico e contrattuale. E così da quella tavola rotonda, nacque l’idea di produrre un avviso comune con il quale chiedere un incontro al Mise. La cosa si realizzò nell’ambito della fase finale della trattativa per il Contratto Nazionale dei settori moda dell’Artigianato, durante la quale la Corte costituzionale sancì l’applicazione della responsabilità solidale a tutto il contoterzismo (cioè quello che noi avevamo sostenuto da sempre, vincendo anche la causa pilota). Il contratto si chiuse a dicembre, con l’inserimento di uno specifico articolo sulla responsabilità solidale, e con la firma di un protocollo nazionale sulla legalità e del testo dell’avviso comune. Di questo parlerà più approfonditamente, per la Confartigianato, Moreno Vignolini.

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Subito dopo partirono le richieste di incontro per il Mise, per il Ministero del lavoro e per il Miur. Poi siamo entrati nel tritacarne della campagna elettorale. Dal Miur, la ministra Fedeli fu comunque disponibile all’incontro e, tramite il suo capo-segreteria, si impegnò addirittura alla firma di un protocollo nazionale congiunto, col compito di fare da cornice ad accordi territoriali con il sistema scolastico, su alternanza scuolalavoro e istruzione tecnica e professionale e per la creazione di cittadini e consumatori consapevoli in relazione ai prodotti del Made in Italy. Punto che affronterà, per la CNA, Francesco Viti. Poi lo stallo dovuto alle elezioni, e siamo ancora in attesa degli incontri con gli altri due ministeri. Ma sappiamo che i pareri sull’applicazione della responsabilità solidale in base al fatturato sono positivi. E siamo arrivati a oggi, nella stessa sala dove l’anno scorso abbiamo firmato il protocollo. Ad un anno di distanza abbiamo potuto verificare l’impegno a lavorare in modo più sinergico, ma senza risultati che abbiano inciso né sul sistema di produzione, né sugli orari di lavoro, né sulle retribuzioni. E, di conseguenza, sulla capacità del sistema di produrre ricchezza illegalmente In pratica non si sono minimamente ridotte le dimensioni dello sfruttamento lavorativo. Fenomeno che ora è chiaramente descritto e punito dall’art. 603 bis del codice penale. E che da poco più di un anno è un reato penale che, dal caporalato, è stato esteso anche a chi utilizza la manodopera nelle condizioni che abbiamo descritto nel Protocollo, come ci spiegherà, nel suo intervento, l’avvocato Alessandro Gattai. Un reato che sul nostro territorio viene commesso quotidianamente, ai danni di decine di migliaia di persone che ogni giorno, o più spesso ogni notte, lavorano in condizioni che prevedono, per chi li impiega, la condanna da uno a sei anni. Un reato che però gli attuali controlli ancora non rilevano. E visto che tra due settimane avremo l’onore di ospitare a Prato la manifestazione nazionale del 1 maggio, ma con la triste consapevolezza che la nostra città è stata scelta per i sette morti della Teresa Moda e per i due della casa-fabbrica della Tignamica, (chiaro segno che, il sistema, o si mira a ridurlo drasticamente o, semplicemente, si adatta) lasciatemi dire che se l’obiettivo è arrivare a lavorare in 12


sicurezza, e sancire coi fatti che in un paese civile non si può andare a lavorare la mattina col rischio di non tornarci la sera, allora bisogna avere il coraggio di dire che lo sfruttamento lavorativo uccide. Che l’illegalità uccide. E che la legalità è il primo mattone sul quale costruire la sicurezza sul lavoro. Purtroppo, in Italia, c’è una parte del mondo del lavoro che è regredita a questi livelli. E questo non è accettabile. Non esiste sicurezza del lavoro senza legalità. E se il nostro impegno, ordinario, per la salute e la sicurezza sul lavoro, deve essere richiedere, e ottenere, maggiore formazione, informazione e consapevolezza per i lavoratori e i loro rappresentanti che operano nelle aziende sane, il nostro impegno straordinario, ma costante, sarà batterci perché a Prato si vinca la battaglia contro l’illegalità e lo sfruttamento lavorativo. E in questa battaglia chiediamo che ci siano accanto le istituzioni e la politica. Locale e nazionale. Perché tutte le azioni che possano servire dovranno essere fatte, al di là degli schieramenti, dimostrando coi fatti la volontà politica a operare per risolvere il problema. Se sul nostro territorio fossero attuate le giuste strategie, Prato potrebbe diventare laboratorio e punto di riferimento per la lotta all’illegalità e allo sfruttamento lavorativo. Perché è a rischio l’esistenza stessa del sistema produttivo pratese. Perché un sistema di imprese sano non può convivere con un sistema illegale: se non ne viene tutelato, soccombe. Il primo dicembre saranno trascorsi 5 anni dal rogo della Teresa Moda, e non possiamo arrivare a quel giorno con questi livelli di illegalità. E perché questo si realizzi bisogna che ognuno faccia la sua parte, lavorando in sinergia, utilizzando appieno le leggi esistenti. Con particolare durezza contro lo sfruttamento. E intervenendo in particolar modo sulle aziende che “fanno girare” tutto il sistema. Siano esse committenti, come i pronto moda, o terziste, come le tintorie. Con i controlli, fatti nei momenti giusti, dell’Ispettorato, dell’Inps e dell’Inail. Applicando le norme sulla responsabilità solidale e sullo sfruttamento lavorativo, in modo che diventino un deterrente vero all’illegalità.

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Perché non e ammissibile che a Prato decine di migliaia di persone siano sfruttate quotidianamente. Impedirlo è l’unico modo perché non ci siano più, come non ci devono essere più, né morti, né roghi. Né capannoni-dormitorio né case-fabbrica.

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Intervento 16 aprile  
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