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Horti Hesperidum Studi di storia del collezionismo e della storiografia artistica Rivista telematica semestrale

MATERIALI PER LA STORIA DELLA CULTURA ARTISTICA ANTICA E MODERNA a cura di FRANCESCO GRISOLIA

Roma 2013, fascicolo II

UniversItalia Horti Hesperidum, III, 2013, 2

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I presenti due tomi riproducono i fascicoli I e II dell’anno 2013 della rivista telematica Horti Hesperidum. Studi di storia del collezionismo e della storiografia artistica.

Cura redazionale: Giorgia Altieri, Jessica Bernardini, Rossana Lorenza Besi, Ornella Caccavelli, Martina Fiore, Claudia Proserpio, Filippo Spatafora

Direttore responsabile: CARMELO OCCHIPINTI Comitato scientifico: Barbara Agosti, Maria Beltramini, Claudio Castelletti, Valeria E. Genovese, Ingo Herklotz, Patrick Michel, Marco Mozzo, Simonetta Prosperi Valenti Rodinò, Ilaria Sforza Autorizzazione del tribunale di Roma n. 315/2010 del 14 luglio 2010 Sito internet: www.horti-hesperidum.com

La rivista è pubblicata sotto il patrocinio e con il contributo di

Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” Dipartimento di Scienze storiche, filosofico-sociali, dei beni culturali e del territorio Serie monografica: ISSN 2239-4133 Rivista Telematica: ISSN 2239-4141 Prima della pubblicazione gli articoli presentati a Horti Hesperidum sono sottoposti in forma anonima alla valutazione dei membri del comitato scientifico e di referee selezionati in base alla competenza sui temi trattati. Gli autori restano a disposizione degli aventi diritto per le fonti iconografiche non individuate.

PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA © Copyright 2013 - UniversItalia – Roma ISBN 978-88-6507-552-4 A norma della legge sul diritto d’autore e del codice civile è vietata la riproduzione di questo libro o parte di esso con qualsiasi mezzo, elettronico, meccanico, per mezzo di fotocopie, microfilm, registrazioni o altro.

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INDICE

SIMONETTA PROSPERI VALENTI RODINÒ, Presentazione

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FRANCESCO GRISOLIA, Editoriale

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FASCICOLO I

SIMONE CAPOCASA, Diffusione culturale fenicio-punica sulle coste dell’Africa atlantica. Ipotesi di confronto

13

MARCELLA PISANI, Sofistica e gioco sull’astragalo di Sotades. Socrate, le Charites e le Nuvole

55

ALESSIO DE CRISTOFARO, Baldassarre Peruzzi, Carlo V e la ninfa Egeria: il riuso rinascimentale del Ninfeo di Egeria nella valle della Caffarella

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ISABELLA ROSSI, L’ospedale e la chiesa di Santa Maria dei Raccomandati a Cittaducale: una ricostruzione storica tra fonti, visite pastorali e decorazioni ad affresco

139

MARCELLA MARONGIU, Tommaso de’ Cavalieri nella Roma di Clemente VII e Paolo III

257

LUCA PEZZUTO, La moglie di Cola dell’Amatrice. Appunti sulle fonti letterarie e sulla concezione della figura femminile in Vasari

321

FEDERICA BERTINI, Gli appartamenti di Paolo IV in Vaticano: documenti su Pirro Ligorio e Sallustio Peruzzi

343

FASCICOLO II

STEFANO SANTANGELO, L’ ‘affare’ del busto di Richelieu e la Madonna di St. Joseph des Carmes: Bernini nel carteggio del cardinale Antonio Barberini Junior

7

FEDERICO FISCHETTI, Francesco Ravenna e gli affreschi di Mola al Gesù

37

GIULIA BONARDI, Una perizia dimenticata di Sebastiano Resta sulla tavola della Madonna della Clemenza

63

MARTINA CASADIO, Bottari, Filippo Morghen e la ‘Raccolta di bassorilievi’ da Bandinelli

89

FRANCESCO GRISOLIA, «Nuovo Apelle, e nuovo Apollo». Domenico Maria Manni, Michelangelo e la filologia dell’arte

117

FRANCESCA DE TOMASI, Diplomazia e archeologia nella Roma di fine Ottocento

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CARLOTTA SYLOS CALĂ’, Giulio Carlo Argan e la critica d'arte degli Anni Sessanta tra rivoluzione e contestazione

199

MARINA DEL DOTTORE, Percorsi della resilienza: omologazione, confutazione dei generi e legittimazione professionale femminile nell’autoritratto fotografico tra XIX secolo e Seconda Guerra Mondiale

229

DANIELE MINUTOLI, Giovanni Previtali: didattica militante a Messina

287

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DIPLOMAZIA E ARCHEOLOGIA NELLA ROMA DI FINE OTTOCENTO FRANCESCA DE TOMASI

Subito dopo il 20 settembre 1870, con l’annessione al Regno d’Italia, a Roma si venne a creare una situazione in cui, per una serie di concause – quali la committenza straniera, il mercato dell’arte in espansione, l’aumento della quantità di oggetti venuti alla luce, la carenza normativa, l’endemica limitatezza di fondi – l’Amministrazione non era in grado di esercitare una reale ed effettiva tutela del patrimonio storico-artistico e archeologico tale da impedire l’esportazione all’estero di una cospicua parte di esso. L’Ufficio esportazioni di Roma, nato in seno alla Direzione Centrale degli Scavi e dei Musei del Ministero della Pubblica Istruzione1, dovette affrontare e fronteggiare, nel corso degli anni, difficoltà di vario genere, dovute alle vendite clandestine e alla leggi per nulla adatte a proteggere il patrimonio. In mancanza di una legge nazionale di tutela, infatti, nel 1871 vennero riportati in vigore, per il tempo strettamente necessario a emanare una nuova legge, i provvedimenti preunitari. A Roma, quindi, tornò a essere valido il pontificio Editto del Cardinal Pacca del 1820, che rimase in vigore fino al 1902. In materia 1

Con R.D. 28 marzo 1875 n° 2440 il Ministro Ruggero Bonghi istituì la Direzione Centrale degli Scavi e dei Musei del Regno, con a capo Giuseppe Fiorelli (cfr. KANNES 1997, pp. 137-142), che si trasformò in Direzione Generale Antichità e Belle Arti con D.M. 15 luglio 1884.


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di esportazioni l’Editto obbligava i proprietari di oggetti d’arte e antichità a farne denuncia e imponeva loro di comunicarne l’eventuale alienazione. Gli oggetti da alienare venivano esaminati da una Commissione e potevano essere esportati previo pagamento di una tassa doganale del 20% se non ritenuti «necessari o di sommo riguardo pel Governo». Non era necessario che lo Stato acquistasse un’opera per impedire che venisse esportata. Negli anni successivi al 1871 più volte si cercò di portare in parlamento e di far approvare un testo di legge, ma senza successo. Nel 1902 fu introdotto il catalogo delle opere di interesse storico-artistico e, contestualmente, lo Stato si spogliò della possibilità di imporre il divieto assoluto di trasporto all’estero di oggetti d’arte conservando solo il diritto di prelazione, da esercitarsi entro un tempo determinato. Gli oggetti dei Comuni e degli Enti ecclesiastici vennero dichiarati inalienabili. L’introduzione dei cataloghi si dimostrò presto un’idea inefficace e, con la legge del 27 giugno 1903 n° 242, si cercò di limitare il danno stabilendo che il divieto di esportazione non fosse solo riferito agli oggetti di proprietà privata inseriti nel catalogo, ma anche agli oggetti antichi provenienti da scavo, se ritenuti di notevole importanza archeologica o artistica dagli Uffici esportazioni. Solo nel 1909 la legge Rosaldi abolì il catalogo e introdusse la «notifica di importante interesse» per gli oggetti di proprietà privata. In caso di alienazione di un oggetto notificato, lo Stato aveva il diritto di esercitare la prelazione o di comunicare al nuovo proprietario la notifica. L’esportazione fu vietata per quelle cose «che abbiano interesse storico, archeologico o artistico tale che la loro esportazione costituisca un danno grave per la storia, l’archeologia o l’arte». Chiunque volesse esportare un oggetto doveva presentarlo all’ufficio esportazioni in modo che venisse valutato e lo Stato potesse esercitare il diritto di prelazione. La tassa, in caso di concessione del permesso, era proporzionale al valore dell’oggetto2. Si dovrà aspettare la legge Bottai del 1 giugno 1939 n° 1089 per avere una legislazione organica in materia di tutela e di esportazioni. Per la storia della tutela vedi: MATTALIANO 1975; BENCIVENNI, DALLA NEGRA, GRIFONI 2

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Tenendo conto di questa situazione di carenza normativa, si vuole porre l’attenzione sul ruolo svolto dalla diplomazia italiana e internazionale nel più vasto fenomeno della fuoriuscita di beni archeologici dal territorio nazionale, attraverso l’analisi dei documenti del fondo Antichità e Belle Arti, conservati presso l’Archivio Centrale dello Stato3. Per il particolare compito che è chiamato a svolgere, rientra nella norma che il personale d’ambasciata abbia la necessità, oggi come ieri, di effettuare traslochi da una sede a un’altra nel giro di non molti anni e che gli arredi delle residenze debbano, quindi, essere importati e, successivamente, esportati. Al personale diplomatico, e soprattutto ai Capi Missione, veniva quindi riservato un trattamento di favore nell’applicazione delle leggi che regolavano l’esportazione di oggetti d’arte e antichità e nei controlli di frontiera4. 1987; BENCIVENNI, DALLA NEGRA, GRIFONI 1992; SETTIS 1993; MUSACCHIO 1994; GUZZO 2001. 3 Lo spoglio del fondo Antichità e Belle Arti dell’Archivio Centrale dello Stato, in relazione all’attività dell’Ufficio Esportazioni di Roma negli anni 18701939, si sta svolgendo nell’ambito del progetto di ricerca di dottorato in Studi Umanistici, presso l’Università di Roma Tor Vergata, dal titolo L’esportazione di antichità da Roma tra 1870 e 1939: carenza normativa, milieu socioculturale e committenza straniera. 4 Prima dell’intervento normativo del 1902, l’Editto Pacca non comprendeva specifiche norme per le importazioni ed esportazioni temporanee. Ci si basava, quindi, su un regolamento emanato con la Ministeriale del 7 aprile 1892 prot. 5098, il quale prevedeva che gli ambasciatori stranieri e italiani in partenza per l’estero fossero esentati dal pagamento della tassa del 20% per gli oggetti che dichiaravano di non aver comprato a Roma o nei territori expontifici. Alla legge 12 giugno 1902 n° 185 seguì la legge del 27 giugno 1903 n°242 sulle esportazioni e il regolamento 17 luglio 1904 n°431 che all’art. 288 sanciva l’esenzione dalla visita doganale di confine per «i colli appartenenti ai Capi delle Missioni diplomatiche accreditate presso la R. Corte e presso la S. Sede, per i quali le operazioni potranno compiersi presso la Dogana di Roma e saranno quindi esenti da visita al confine». Gli artt. 305-308 del Regolamento disciplinavano, invece, le importazioni temporanee di oggetti che dovevano essere presentati alla dogana di confine all’arrivo in Italia per ottenere un certificato. Da questa prassi erano esentati i Capi delle Missioni diplomatiche che, secondo quanto sancito dall’art. 306, «potranno otte-

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L’esenzione dal pagamento della tassa del 20% per i Capi Missione delle rappresentanze diplomatiche fu una questione molto dibattuta, come dimostra un carteggio tra il Ministero della Pubblica Istruzione e quello degli Esteri, tra gli anni 1894 e 1905, circa l’interpretazione della normativa5. A più riprese il Ministero degli Esteri chiese che venisse applicato l’art. 14 del R. Decreto del 17 novembre 1887, che esentava dal pagamento di qualsiasi dazio i Capi Missione, e la Legge Doganale del 14 luglio 1887, che imponeva un dazio dell’1% sugli oggetti d’arte che essi intendevano esportare. Il Ministero della Pubblica Istruzione rispondeva però che la tassa del 20% imposta dall’Editto Pacca era una tassa extra-territoriale al fine di scoraggiare le esportazioni e, come tale, andava pagata. Per dirimere la controversia si giunse a chiedere il parere del Consiglio di Stato, che in data 31 gennaio 1899 si espresse favorevolmente al Ministero della Pubblica Istruzione sancendo l’obbligo di pagamento della tassa del 20%6. In data 16 aprile 1899 il Ministro degli Esteri comunicava di uniformarsi a quanto stabilito dal Consiglio di Stato, ma chiedeva, con lettera del 30 agosto 1899, una cauta applicazione della legge al fine di evitare spiacevoli incidenti diplomatici con i rappresentanti stranieri, ricevendo ampie rassicurazioni dalla Direzione Generale Antichità e Belle Arti. Il dibattito, però, era destinato a continuare a causa delle nuove disposizioni contenute nella Legge del 1902 e nel successivo re-

nere il certificato d’importazione temporanea, in base alla semplice domanda presentata all’Ufficio di esportazione. La verifica degli oggetti temporaneamente importati potrà aver luogo anche fuori dall’Ufficio». In caso di esportazione successiva sarebbe stato necessario presentare il certificato per essere esentati dal pagamento della tassa del 20%. In A.C.S., M.P.I., AA.BB.AA., Divisione I, 1908-12, B. 85, fasc. 1887, la circolare del 31 marzo 1909 che stabilisce l'esenzione dal pagamento di qualsiasi tassa per gli ambasciatori e i capi missione italiani. 5 A.C.S., M.P.I., AA.BB.AA., III vers. II parte, b. 323, fasc. 613-3. 6 Cfr. Bollettino Ufficiale del Ministero della Pubblica Istruzione dell’11-18 maggio 1889, p. 1. 154


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golamento del 19047, tanto che la questione fu presentata al Consiglio dei Ministri. Il 26 gennaio 1905, Carlo Fiorilli8 preparò una lunga relazione per il Ministro Orlandi in cui ripercorse la vicenda e sostenne l’opportunità, pur mantenendo il dazio, di predisporre ogni facilitazione di tipo burocratico nei confronti degli ambasciatori9. Nella sua battaglia contro le esportazioni illecite, il Ministero della Pubblica Istruzione cercò spesso di coinvolgere anche il Ministero degli Esteri, ma con scarsi risultati. Ai rapporti tra i due Ministeri e al blando tentativo del Ministero della Pubblica Istruzione di arginare le esportazioni abusive fa riferimento la pratica Abusi del Sig. Leghait10. La vicenda iniziò con una lettera del 13 aprile 1890 in cui veniva riportata la denuncia verbale di tale Ianetti nei confronti di Leghait, legato del Belgio che gli avrebbe proposto di «esportare i quadri di lui, senza che egli si desse la briga di chiedere permesso d’esportazione»11. Giuseppe Fiorelli pochi giorni dopo scrisse una missiva 12, che probabilmente venne inviata in forma riservata e a firma del Ministro13, al Ministero degli Esteri per denunciare ciò di cui era venuto a conoscenza. La lettera si concludeva con queste parole:

Nel regolamento ci sarebbe dovuto essere un articolo che imponeva il pagamento della tassa del 20% ai Diplomatici. Tuttavia, su parere del Consiglio di Stato, questo era stato rimosso, «non potendo un regolamento risolvere una questione di ordine giuridico in materia di tasse» (cfr. A.C.S., M.P.I., AA.BB.AA., III vers., II parte, b. 323, fasc. 613-3 pro-memoria del 1904). 8 Carlo Fiorilli fu Direttore Generale delle Antichità e Belle Arti dal 1900 al 1906. 9 Dell’effettivo risultato di questa querelle poco si sa, ma la normativa non fu mai modificata. 10 A.C.S., M.P.I., AA.BB.AA., I vers., b. 421, fasc. 59-62. Leghait, qui scritto nella forma unita, si trova in Barnabei scritto Le Ghait, cfr. nota 18. 11 Si tratta di quadri attribuiti a Giovanni di Pietro detto lo Spagna. 12 A.C.S., M.P.I., AA.BB.AA., I vers., b. 421, fasc. 59-62, lettera del 21 aprile 1890. 13 Nel 1890, durante il secondo Governo Crispi, il ruolo di Ministro della Pubblica Istruzione era rivestito da Paolo Boselli mentre quello di Ministro degli Esteri era rivestito, ad interim, dallo stesso Crispi. 7

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Veda codesto On.le Ministero se non è del caso di invigilare sul contrabbando artistico che fa il sig. Leghait, e di colpire le contravvenzioni ch’egli fosse per fare alle leggi del nostro paese.

La risposta giunse a firma del sottosegretario di Stato con la richiesta di maggiori dettagli sulla vicenda poiché il Leghait non era più in Italia da oltre un anno, essendo stato trasferito a Washington, e accusarlo non sarebbe risultato, quindi, facile14. I dettagli, però, non poterono essere forniti per salvaguardare colui che aveva denunciato le azioni del diplomatico e la vicenda si concluse in un nulla di fatto espresso attraverso l’augurio che il Leghait «non abbia lasciato qui [a Roma] agenti che continuino le sue operazioni». La chiusa dell’ultima missiva della pratica recita: Questo Ministero [della Pubblica Istruzione] sarà vigilante a questo riguardo, e spera che denunciando a codesto On.le Dicastero [degli Affari Esteri] fatti precisi, esso vorrà impedire che le Ambasciate sieno, come è generalmente saputo, il tramite principale clandestino dell’esportazione delle opere d’arte più notevoli15.

A distanza di anni, il 14 luglio 1899 il Ministro Baccelli scrisse al Ministro degli Esteri Visconti-Venosta una lettera riservata urgente di grande interesse per cogliere lo spirito in cui si operava all’epoca dei fatti. La lettera così recita: Ho dovuto rivolgermi all’E.V. invocando il suo aiuto per tutelare gli interessi relativi al patrimonio archeologico ed artistico nazionale, a proposito di alcune sculture marmoree scoperte nel tempio di Diana sul lago di Nemi, per le quali era stato posto il vincolo di non poter essere esportate fuori di Roma e delle quali non sappiamo più nulla, dopo che si dice che furono date in consegna ad un rappresentante di potenza estera16. A.C.S., M.P.I., AA.BB.AA., I vers., b. 421, fasc. 59-62, lettera del 23 maggio 1890. 15 A.C.S., M.P.I., AA.BB.AA., I vers., b. 421, fasc. 59-62, lettera del 9 giugno 1890. 16 Cfr infra. 14

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È noto all’E.V. che tutte le volte, le quali sventuratamente purtroppo si ripetono spesso, in cui viene sottratto qualche prezioso oggetto artistico o storico, sorgono proteste unanimi da un capo all’altro della penisola né si manca di attribuirne la colpa al Ministero dell’Istruzione pubblica, che è sempre chiamato responsabile di queste iatture. Ma non è senza grave dolore il dover constatare, che nella maggior parte dei casi le infrazioni alla legge avvengono puramente e semplicemente pel fatto che gli oggetti vengono portati a Roma in quei palazzi dove si acquista la impunità di libera uscita, e dove alle autorità governative non è permesso di entrare per esercitare il proprio ufficio. Tutti coloro che amano il decoro patrio deplorano in questi giorni la scomparsa di un quadro attribuito al Botticelli e venduto dal principe Chigi in Roma per 300 mila lire. Da comunicazioni in via riservata fatta a questo Ministero dall’autorità politica risulta che il quadro sarebbe uscito dall’Italia con le facilitazioni che si sono potute ottenere per mezzo dell’Ambasciata degli Stati Uniti di America. Lungi da me il più piccolo sospetto, che in questioni simili possa entrare la dignità e la rispettabilità dei personaggi che presiedono alle Missioni estere e degli altri ufficiali che ad essi fanno corona. Ma di mezzo alle numerose spedizioni, dalle quali possono trarre profitto anche i presunti dipendenti delle rappresentanze estere, può benissimo succedere ciò che da tutti noi si deplora. Io ho l’obbligo di deferire la cosa all’E.V., che non può non prenderla in grande considerazione, viste le conseguenze che ne derivano all’Amministrazione dello Stato, la quale per sopra più non viene solamente chiamata miserabile, ma viene anche derisa. Io qui mi fermo, mentre potrei citare altri fatti. E confido che l’E.V. vorrà darmi l’aiuto che soltanto da codesto Ministero io posso attendere. Ministro Guido Baccelli17.

La risposta, a firma del Sottosegretario di Stato, arrivò il 4 agosto 1899, ma non fu per nulla decisiva poiché il Ministero degli Esteri rifiutò di iniziare qualsiasi azione se non supportata da «prove e documenti irrefragabili», ma solo da «voci riferite» o 17

A.C.S., M.P.I., AA.BB.AA., III vers., II parte, b. 452, fasc. 794-2.

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«semplici indizi». Nella temperie culturale dell’epoca, quella dei diplomatici era percepita come una categoria ben definibile per le peculiari caratteristiche e rappresentava, per i privilegi e il riconoscimento sociale di cui godeva, un’enclave elitaria in territorio straniero. A Roma, sul finire dell’Ottocento, una fitta rete di rapporti internazionali si dipanava attraverso una vita mondana fatta di occasioni ufficiali, ma anche di incontri privati, che avevano luogo nelle sedi degli Istituti stranieri così come nelle splendide residenze di collezionisti, studiosi e anche diplomatici che non perdevano l’occasione di ostentare il proprio gusto estetico dando sfoggio di ricchezza e potere attraverso le loro nobili dimore, arredate con finissimi pezzi d’antiquariato18. Dovevano sicuramente figurare molti diplomatici fra i frequentatori del salotto di casa Helbig19, prima sul Campidoglio e, dal 1887, a Villa Lante sul Gianicolo. Qui l’illustre studioso tedesco e la moglie, la principessa russa Nadine, erano soliti ricevere ospiti di riguardo20.

Interessante a questo proposito la descrizione del salotto Alfred Le Ghait, segretario della legazione belga a Roma, e della moglie, sospettata di spionaggio, in VASILI 1887, p. 311 e GUICCIOLI 1941 citato da BARNABEI, DELPINO 1991, p. 478 nota 15. Il Le Ghait era noto come grande amatore di oggetti d’arte e artista e il suo salotto era tra i più eleganti e ben frequentati di Roma. 19 Su Wolfgang Helbig cfr. BLANCK 2004; FUSCAGNI 1992; ÖRMA, SANDBERG 2011. W. Helbig (1839-1915), prima borsista e poi secondo segretario dell’Istituto Archeologico Germanico, visse a Roma dal 1865 fino alla morte. Nel 1866 sposò a Mosca la principessa russa Nadejda Schahowskoy (18471922), suo tramite per l’ingresso nell’alta società europea. Dal 1887, lasciato il ruolo presso l’Istituto, si ritirò a Villa Lante sul Gianicolo (cfr. BENOCCI, CHIARINI, TODINI 2006). La sua fama di archeologo si accrebbe ulteriormente con la pubblicazione del Führer durch die öffentlichen Sammlungen klassischer Altertümer in Rom (Leipzig 1891). Nel 1887 Helbig conobbe C. Jacobsen, noto collezionista di Copenaghen, e divenne il suo agente ufficiale a Roma. 20 Tra gli ospiti figurano anche Federico Guglielmo, principe ereditario tedesco e futuro imperatore Federico III, nonché i reali d’Italia. Cfr. PALMA 2006, p. 91. 18

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Scorrendo le pagine di memorie e diari redatti dai protagonisti delle vicende antiquarie di quegli anni si dipinge davanti agli occhi del lettore un quadro vivido di una società ricca di contraddizioni, fotografata nel pieno del processo di costruzione dell’identità nazionale e della coscienza collettiva di tutela del patrimonio culturale, ma ancora intenta a concepire l’antico come un diletto e un piacere erudito. Felice Barnabei21 offre un’appassionante panoramica delle vicende che si svolsero a Roma sul finire dell’Ottocento, facendoci conoscere dinamiche, beghe e trame interne alle istituzioni e soprattutto permette di cogliere l’aspra e aperta polemica nei confronti di molti studiosi e funzionari pubblici che si dedicavano al commercio di antichità o, quantomeno, lo favorivano, come Wolfang Helbig e Rodolfo Lanciani22. Lo scontro personale del Barnabei con Helbig23 segna l’intera stesura delle Memorie, in un continuo j’accuse nei confronti del tedesco e con lui degli stranieri che accorrevano a Roma in cerca di antichità. Di grande impatto risultano le parole di Diego Angeli sul quotidiano romano Don Chisciotte del 1 dicembre 1899. L’autore, avendo Su Felice Barnabei cfr. PELLATI 1964. F. Barnabei (1842-1922) divenne segretario del Direttore Generale delle antichità e Belle Arti Giuseppe Fiorelli e gli successe dal 1896 al 1900. Le Memorie di un archeologo redatte dal Barnabei vennero pubblicate nel 1933 sulla Nuova Antologia, ma hanno visto una nuova e ampliata ristampa in DARNABEI, DELPINO 1991. M. Barnabei e F. Delpino hanno curato la pubblicazione delle memorie unitamente a pagine inedite del diario dello studioso e a documenti delle Carte Barnabei conservate presso la Biblioteca dell’Istituto di Archeologia e Storia dell’Arte. 22 La cosiddetta Inchiesta Lanciani fu un capitolo importante della storia personale del Barnabei e, naturalmente, del Lanciani. Cfr. PALOMBI 2004 e PALOMBI 2006, in part. pp. 123-147. Il Lanciani venne accusato di aver favorito, se non di aver venduto, negli Stati Uniti materiali provenienti dall’Italia. Per questa ragione, pur senza aver subito alcuna condanna, fu costretto a dimettersi da tutti i suoi incarichi tranne quello di docente universitario. I documenti dell’inchiesta, conservati dal Barnabei, sono pubblicati in BARNABEI, DELPINO 1991 pp. 453-479. 23 La contesa raggiunse il punto di non ritorno con l’apertura dell’inchiesta per appurare la responsabilità del Barnabei nell’esposizione dei materiali della necropoli di Narce - che Helbig aveva detto essere falsi - nel nuovo Museo di Villa Giulia. Cfr. BARNABEI, DELPINO 1991, in part. pp. 218-221. 21

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sicuramente in mente Helbig, si scagliava contro gli studiosi stranieri che, «arrivati in Italia e ottenuti posti e stipendi», facevano di tutto per «impossessarsi e arricchirsi con le antichità». Angeli dichiarava che: dietro a ogni sparizione misteriosa, dietro ogni statua portata all’estero, dietro ogni manoscritto rinchiuso in un archivio straniero, si potrebbe trovare il nome di uno di questi scienziati;

e continuava affermando: Essi, d’altronde, non hanno spesso altro scopo. Abili in tutti i raggiri, protetti dai loro diplomatici che abusano del loro privilegio per trafugare alle dogane d’Italia tutte le opere d’arte che non potrebbero essere rimosse dai loro posti, riescono, ad arricchirsi e a farsi credere uomini d’importanza,

tanto da riuscire a far passare come autentiche opere d’arte quelle che di autentico non hanno se non la garanzia dei loro spedizionieri24.

Tra i diplomatici di cui Barnabei racconta figurano personaggi come William James Stillman, John Savile Lumley, Luigi Palma di Cesnola, Saverio Fava e Alfred Le Ghait. L’antiquario Antonio Jandolo, invece, traccia in pochi tratti la figura di Aleksandr Nelidov, Ambasciatore russo appassionato di ori di scavo della cui collezione Ludwig Pollak redasse il catalogo25. Il conte Michel Tyskiewicz scrive della sua amicizia con il Segretario d’Ambasciata francese Alfred Bovet con il quale, nel 1865, aveva intrapreso scavi sulla via Appia26. Felice Barnabei traccia, tra le Cfr. BARNABEI, DELPINO 1991, p. 438 doc. 61, Il caso Helbig di Diego Angeli, firmato Didacus. 25 A questo proposito cfr. JANDOLO 1935 p. 25 e 242 e POLLAK 1903. La collezione venne venduta all’asta a Parigi nel 1911 (cfr. CATALOGUE 1911); MERKEL GULDAN 1988, pp. 71-83. 26 TYSKIEWICZ 1895-1897. 24

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altre, la figura di Stillman27 che, dopo essere stato console americano nello Stato Pontificio dal 1867 al 1869, era tornato in Italia qualche anno dopo come corrispondente del Times. Ben voluto e rispettato da tutti, l’ex-console, profondo conoscitore dell’Italia, viaggiava e si dilettava di archeologia. Al 1 maggio 1883 si data la richiesta, fatta dal Direttore Generale Giuseppe Fiorelli in persona, ai sindaci e agli ispettori degli scavi di Segni, Alatri, Arpino, Sora e Arce che così recita: Il sig. Stillman, della società archeologica di Boston, si occupa di alcuni studi sui recinti delle antichissime città italiche; e per tale motivo ha intrapreso un viaggio nei luoghi ove si conservano cospicui avanzi di quelle costruzioni. Essendo desiderio di questo Ministero che il dotto americano possa raccogliere il massimo frutto dalla sua gita, il sottoscritto si raccomanda vivamente alle SS. LL., ed ha fiducia che così gli saranno preparati i maggiori aiuti28.

Ancora il 9 maggio Fiorelli si rivolse al Direttore del Museo Nazionale di Napoli per raccomandare facilitazioni e accesso gratuito all’antiquario di Boston che stava compiendo un viaggio di studio e aveva già visitato Pompei29. Anche la stampa nazionale ed estera si occupò spesso del coinvolgimento di diplomatici nel commercio antiquario. Come si avrà modo di approfondire più avanti, forte eco ebbero, ad esempio, in Inghilterra gli scavi Savile a Lanuvium. Lo studio dei documenti ufficiali è, però, ben altra cosa rispetto alle storie narrate dai contemporanei in forma di memorie e diari. Nell’analizzare documenti collazionati e conservati dalla pubblica amministrazione, è inevitabile confrontarsi con un poBARNABEI, DELPINO 1991, p. 210. Il Barnabei sottolinea quanto lo Stillman lo stimasse e quanto peso avesse avuto la buona opinione che l’americano aveva di lui presso il Ministro Villari. Cfr. STILLMAN 1901. 28 A.C.S., M.P.I., AA.BB.AA., I vers., b. 176, fasc. 9-12. 29 A.C.S., M.P.I., AA.BB.AA., I vers., b. 176, fasc. 9-12. Stillman presentò, in una riunione della British and American Archaeological Society of Rome, un intervento dal titolo Prehistoric Walls in Greece and Italy il 5 marzo 1887. Cfr. STILLMAN 1887-1888. 27

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tenziale intento epurativo o una carenza di dati, voluta o più semplicemente casuale, tale da non permettere la precisa ricostruzione di un evento. Nonostante ciò, indubbio è il valore di testimonianza storica sul mondo della diplomazia negli anni che precedettero l’emanazione della legge Rosaldi. Il maggior numero di documenti conservati è ascrivibile alla serie delle richieste di permesso di esportazione e di esenzione dal pagamento della tassa del 20% da parte di diplomatici stranieri e di esportazione temporanea da parte di diplomatici italiani. La maggior parte di queste richieste contiene indicazioni sommarie che non permettono di comprendere la natura degli oggetti da esportare, ma ciò nonostante offre una casistica interessante per meglio comprendere la procedura seguita30. Data la carenza normativa perdurante, nel fare richiesta del permesso di esportazione spesso i diplomatici stranieri si rivolgevano non al Ministero della Pubblica Istruzione, ma a quello degli Esteri, creando situazioni ambigue nell’attribuzione di competenze tra istituzioni31. Così, per esempio, nel 1885 A.C.S., M.P.I., AA.BB.AA., I vers., b. 421, fasc. 59 contiene diverse richieste da parte di personale diplomatico relative agli anni 1889 -1891. Tra queste (fasc. 59-52) figura la pratica relativa a Goffredo Galli, console onorario d’Italia a Parigi, che vide requisita dalla dogana di Modane una cassetta contenente dei bronzi antichi. In suo aiuto dovette intervenire Giuseppe Cugnoni, studioso membro della Società Romana di Storia Patria, che scrisse di suo pugno, il 31 marzo 1890, un biglietto a Fiorelli per invitarlo ad «appagare nel modo possibile il di lui desiderio», spiegando che il Console aveva comprato dall’antiquario Gaetano Ferrando in via Sistina «un certo numero di frammenti in bronzo dei soliti piccoli oggetti comunissimi di antichità» e, ignaro delle leggi vigenti, li aveva fatti spedire a Parigi, dove risiedeva. Il Cugnoni chiedeva che la cassetta venisse svincolata al più presto. Il 1° aprile 1890 Fiorelli informò il Presidente dell’Accademia Umbertina di Torino che gli sarebbe stata presentata una cassetta per la quale avrebbe dovuto rilasciare il permesso di esportazione immediatamente. 31 A.C.S., M.P.I., AA.BB.AA., I vers., b. 419, fasc. 58-15 conserva un telegramma inviato, in data 10 settembre 1883, dal Ministero degli Esteri a quello della Pubblica Istruzione in cui si legge «Sembra che l’Ispettorato Generale degli Scavi di Roma non abbia notizia della esenzione spettante ai Capi Missione esteri come da ogni altra tassa doganale così anche da quella del 20 per cento per la esportazione di oggetti di arte. Tale esenzione indubbiamen30

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venne presentata all’Ufficio Esportazioni una domanda del signor Obedenare, «Incaricato di Affari di Rumenia», per ottenere il permesso di esportazione e l’esenzione dal pagamento della tassa del 20% per cinque quadri, un busto di Traiano e una piccola testa di marmo da spedire a Bucarest32. Il diplomatico di certo più attivo nel campo dell’archeologia fu John Savile Lumley, «Ambasciatore di Sua Maestà Britannica presso il Re d’Italia» dal 1883 al 1888 e membro della British and American Archaeological Society of Rome33. Savile intraprese scavi a Nemi34 e a Lanuvium35 e la sua opera si intrecciò più di una te esiste come apparisce dalla amplissima locuzione adoperata nella legge doganale e come risulta altresì dal fatto che fu sempre accordata. Basti ricordare i preziosi dipinti esportati ultimamente dagli Ambasciatori di Austria e di Francia. Facendosi ora difficoltà per oggetti che l’Incaricato di Svizzera desidera esportare prego impartire all’Ispettorato Generale immediatamente istruzioni dandomene cortesemente cenno telegrafico per mia norma. Malvano». Si noti come in questo caso la richiesta di esenzione non riguardi oggetti importati temporaneamente, ma, in maniera generica, oggetti da esportare. Cfr. supra per il dibattito tra i due Ministeri. 32 A.C.S., M.P.I., AA.BB.AA., I vers., b. 419, fasc. 59-5. 33 Per la biografia di John Savile Lumley (il cui titolo era The Rt Hon. Lord Savile of Rufford G.C.B.) cfr. MYSTERIES 1983 pp. 11-14. J. Savile Lumley (1818 - 1896) fu ambasciatore inglese dal 1883 al 1888 e ricoprì la carica prima di vice-presidente della British and American Archaeological Society of Rome (Cfr. JOURNAL 1884-1885) e poi di presidente dal 5 gennaio 1888 fino alla morte avvenuta nel 1896 (cfr. JOURNAL 1887-1888A; JOURNAL 1896-1897 p. 1 dove si legge «On the 7th December 1896 Lord Savile died and it is a matter of regret that with him has perished all probability of succeding to the L.1000 promised by him, as no mention of the bequest is to be found in his will»). 34 Cfr. da ultimo GHINI, DIOSONO 2012A e GHINI, DIOSONO 2012B con bibliografia precedente. Gli scavi eseguiti da Savile Lumley nell’area del Santuario di Diana a Nemi, con il preciso intento di localizzarne la posizione, ebbero luogo tra il 30 marzo e il 30 novembre del 1885 nei terreni dei Principi Orsini e furono ben presto interrotti per dissapori tra proprietari e intraprendente dovuti al desiderio del Principe di ricevere un maggior numero di oggetti rinvenuti (Cfr. MYSTERIES 1983 e A.C.S., M.P.I., AA.BB.AA., II vers., I serie, b. 256, fasc. 4462-2). W. Helbig li aveva seguiti con interesse e ne aveva scritto in HELBIG 1885. L’edizione a cura dell’ambasciatore è in SAVILE LUMLEY 1885-1886. La pianta, molto schematica, è in ROSSBACH

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volta con quella di studiosi attivi sul finire dell’Ottocento a Roma. La stessa sede dell’Ambasciata Britannica a Villa Bracciano divenne luogo di esposizione di oggetti antichi. Come testimoniato dalla cronaca della British and American Archaeological Society, durante una visita del 21 febbraio 1888, alcuni membri della Society poterono ammirare i materiali provenienti dagli scavi dell’ambasciatore a Porta Portese, Civita Lavinia, Nemi, Spoleto, Otricoli e nei giardini dell’Ambasciata36. Gli scavi di Sir Savile Lumley a Nemi durarono solo pochi mesi a causa di un diverbio col proprietario del fondo, il principe Orsini. La faccenda ebbe vasta eco e in un articolo apparso sul Times del 24 luglio 1886, intitolato Archaeology in Italy, l’autore dedicava l’incipit agli scavi Lumley a Nemi definendo la contesa un «abuso del diritto di proprietà su terreni di interesse

1885. Pubblicazioni relative allo scavo sono in NSA 1885; LANCIANI 1885; VON RODEN 1886; PULLAN 1887; BORSARI 1887. I materiali venuti alla luce, consistenti in statue, erme e vasi marmorei recuperati nelle cosidette celle donarie, ex-voto delle favisse e decorazioni architettoniche, vennero in parte esportati al Castle Museum di Nottingham, città natale di Lumley, e in parte rimasero a Nemi nel castello Orsini, passato poi ai Ruspoli, per essere successivamente venduti in parte alla Ny Carlsberg di Copenaghen e in parte allo Stato nel 1895. Cfr. sull’argomento MYSTERIES 1983; MELIS, SERRA RIDGWAY 1987; MOLTESEN 1997, pp. 172-177; MOLTESEN 2012, pp. 134142. 35 Cfr. ATTENNI 2011; ATTENNI 2012 e GAROFALO 2011 per la storia degli scavi e per la bibliografia completa. John Savile scavò a Civita Latina in località San Lorenzo dal 1884 al 1892 su terreni da lui acquistati da Melchiorre Magni. Le campagne di scavo vennero pubblicate in FIORELLI 1884; FIORELLI 1884; SAVILE LUMLEY 1884-1885; FIORELLI 1885; SAVILE LUMLEY 1885-1886; FIORELLI 1886; SAVILE LUMLEY 1886; FIORELLI 1889; GALIETI 1890; SAVILE LUMLEY 1889-90; FIORELLI 1890; SERATRICE 1891; BARNABEI 1891; BORSARI 1892, SAVILE LUMLEY 1892. Durante gli scavi vennero portate alla luce strutture in opera incerta di fine II sec. a.C. e resti del portico di metà I sec. a.C. pertinenti al terrazzamento del santuario di Giunone Sospita, frammenti di iscrizioni, ceramica, tre blocchi di peperino interpretati come basamento di un tempio circolare e vari frammenti di cavalli e cavalieri pertinenti al donario di Licinio Murena. 36 JOURNAL 1887-1888B. 164


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storico»37. Anche il Barnabei non mancò, nell’ambito della sua battaglia contro Lanciani per la sospetta partecipazione attiva alla vendita di oggetti antichi a diversi musei statunitensi, di esprimere il proprio parere sull’operato di Savile38. Proprio nella relazione conclusiva dell’inchiesta contro Lanciani, il Barnabei citava un articolo apparso sul periodico The Nation39 nel quale il Lanciani avrebbe scritto che gli istituti stranieri, contrariamente a quanto lamentavano gli Americani, potevano scavare in Italia con estrema libertà, come dimostrato dagli scavi di Savile Lumley, il quale aveva esportato ben quattromila pezzi in Inghilterra. Come troviamo conferma dal Barnabei, questi pezzi, contenuti in ventitré casse con regolare permesso concesso dal Fiorelli, furono inviati dal Lumley nel 188640 al museo di Nottingham e lì esposti nel 189141. Conclusa l’esperienza nemorense l’Ambasciatore, forse su consiglio di un suo connazionale, archeologo e membro anch’egli della British and American Archaeological Society, Richard Popplewell Pullan, acquistò alcuni terreni a Civita Lavinia, In A.C.S., M.P.I., AA.BB.AA., I vers., b. 1, fasc. 1-32 è presente la trascrizione dell’articolo allegata a una nota di accompagnamento, Estratto di lettera del sig. M. Saliman (?) al Prof. Barnabei del 27/giugno. 38 Cfr. nota 22. 39 BARNABEI, DELPINO 1991, doc. 3 p. 453-457 e nota 5 p. 478. L’articolo apparse su The Nation del 28/4/1887. 40 Il permesso, a firma del Fiorelli, è in A.C.S., M.P.I., AA.BB.AA., II vers., I serie, b. 256, fasc. 4462-2, minuta del 26 ottobre 1886 (edito già in MELIS, SERRA RIDGWAY 1987, p. 219 nota 7 e PALOMBI 2006 p. 128 nota 181). Inoltre, la mancata concessione del permesso di esportazione per l’erma bifronte raffigurante le personificazioni dei laghi di Nemi e Albano (di cui il Savile riuscì a ottenere un calco oggi a Nottingham) proverebbe la correttezza dell’operato dell’ormai ex ambasciatore. 41 In MOLTESEN 1997, p. 175, però, uno dei pezzi più importanti della collezione, l’erma di Fundilia (WALLIS 1891, n. 827), è ritenuta essere stata vista da Helbig presso l’ambasciata britannica di Roma ancora nel 1891. Il catalogo di G.H. Wallis, Catalogue of Classical Antiquities from the site of the temple of Diana, Nemi, Italy, uscì in concomitanza con l’esposizione dei materiali nel museo, mentre due anni dopo ne venne pubblicata un’edizione illustrata. 37

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l’antica Lanuvium, in località San Lorenzo, e ottenne il permesso di condurvi scavi42. In quegli anni anche un altro inglese, membro dell’Archaeological Society, era presente, in qualità di ispettore onorario, a Civita Lavinia. Si trattava di Arthur John Strutt43, il quale, pur essendo molto attivo nel suo ruolo, si tenne distante dagli scavi Savile, che venivano condotti, come tipico dell’epoca, senza grande riguardo per la documentazione. Alla morte dello Strutt, però, il figlio Robert venne nominato dal Lumley suo procuratore e si spese molto nella gestione delle pratiche relative alle ricerche e all’esportazione dei reperti. Lo scavo si interruppe nel 1892 poiché la Direzione Generale Antichità e Belle Arti, probabilmente a causa dell’impossibilità di fermare l’esportazione dei ritrovamenti all’estero, non rinnovò la licenza al Lumley, che dal 1888 non era più ambasciatore44. Negli anni in cui lo scavo era stato condotto non erano tuttavia mancate le scoperte e già nel 1884 la rivista parigina L’Universe Illustré45 aveva celebrato il ritrovamento dei primi pezzi del donario di Licinio Murena, paragonando i cavalli in marmo, venuti alla luce non integri, alla quadriga del Mausoleo di

Cfr. nota 35. In A.C.S., M.P.I., AA.BB.AA., II vers., II parte, b. 428 e A.C.S., M.P.I., AA.BB.AA., II vers., II parte, b. 456, si conservano i documenti relativi alla richiesta del permesso di scavo e alle relazioni sui rinvenimenti (già analizzate da ATTENNI 2011 pp. 167-168 note 4, 5 e 9). 43 Cfr. LAMPE, MAMMUCCARI 1988. 44 Cfr. GAROFALO 2011, p. 539 dove si ipotizza, in base ai documenti A.C.S., M.P.I., AA.BB.AA., II vers., I serie, b. 385 e in particolare a una lettera del 20 dicembre 1891, che la Direzione Generale Antichità e Belle Arti, avesse deciso di non rinnovare a Lumley la licenza di scavo e avesse addotto, a motivazione del diniego, il fatto che le richieste venissero presentate da R. Strutt e non dall’ormai ex ambasciatore. Lumley cercò di chiarire, ma senza successo, la posizione del suo procuratore scrivendo «M. Strutt n’est employé par moi que pour payer les gens qui son occupés aux travaux et qu’il n’a absolument rien à fair avec les excavations qui se font sous la direction de M.V. Seratrice, un employé de votre departement». Il Seratrice era, dal 1889, il nuovo ispettore onorario. 45 L’Universe Illustré n. 1552 del 20 dicembre 1884. 42

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Alicarnasso46. Nuovi dati d’archivio permettono ora di ricostruire far luce su un altro momento della storia dello scavo47. Nel giugno 1890 Giuseppe Fiorelli chiese a Ettore De Ruggiero, in qualità di Direttore del Museo alle Terme di Diocleziano, a Giuseppe Gatti e ad Augusto Castellani di esaminare alcuni oggetti per i quali la ditta Fratelli Gondrand, per conto di Lord Savile Lumley, aveva richiesto il permesso di esportazione48. I membri della commissione presentarono pochi giorni dopo una relazione (figg. 1-2) in cui si dichiarano favorevoli alla concessione del permesso, che così recita: Roma, 2 luglio 1890. Esportazione di oggetti antichi. In seguito dell’invito fattoci dalla S.V. On.le col foglio in margine notato, abbiamo preso in esame gli antichi oggetti che gli spedizionieri Gondrand hanno chiesto di spedire in Inghilterra per conto di Lord Savile Lumley. Essi sono: a) Sei torsi di statue loricate, in marmo: le teste, che mancano in tutti, erano innestate49. b) Un capitello corinzio, in travertino, molto guasto50. c) Un frammento di statuetta marmorea, vestita di doppio chitone. d) Un plinto di donario con l’iscrizione SI ∙ DEO ∙ SI > DEAI > FLORIANUS > REXS51 (fig. 3) Il donario, identificato in COARELLI 1981 con quello dedicato da Licinio Murena, console nel 62 a.C., è oggi diviso tra Leeds, British Museum e Lanuvio. Cfr. CADARIO 2010 e, da ultimo, ATTENNI 2012. 47 A.C.S., M.P.I., AA.BB.AA., I vers., b. 421, fasc. 59-53. 48 A.C.S., M.P.I., AA.BB.AA., I vers., b. 421, fasc. 59-53, lettera del 27 giugno 1890. 49 Cfr. nota 47. Probabilmente gli altri frammenti pertinenti al gruppo, tra cui anche le statue dei cavalli, venuti alla luce nel corso degli anni, furono esportati a conclusione dello scavo, nel 1892, come attesterebbe la richiesta fatta al Ministro, a firma dello stesso Lumley, del permesso di trasporto da Lanuvium a Roma degli oggetti scavati, che sarebbero dovuti poi essere esportati in Inghilterra, presente in A.C.S., M.P.I., AA.BB.AA., II vers., I serie, b. 385 lettera del 21/07/1892. Cfr. GAROFALO 2011, p. 541 nota 15. 50 Conservato al British Museum dal 1893 (inv. 1893,0713.3). 46

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e) Un certo numero di frammenti di fregi fittili, con semplici decorazioni di palmette, ovoli, meandri ec., senza figure52. f) Parecchi vasetti comuni in terracotta, qualche figurina votiva e lucerne di nessuna importanza. I predetti oggetti si dicono rinvenuti in Civita Lavinia; ma non si trovano descritti nelle Notizie di scavi di questi ultimi anni. Soltanto “quattro mezze figure acefale di guerrieri” – che sembrano quelle notate qui sopra con la lettera a – sono indicate nelle Notizie 1884 p. 239. Non presentando alcun pregio speciale, crediamo che possa concedersi il richiesto permesso di esportazione53. Con perfetta osservanza. Augusto Castellani, Ettore De Ruggiero, Giuseppe Gatti54.

Il permesso venne accordato per tutti gli oggetti presentati, previo pagamento della tassa di esportazione, il 9 luglio 189055. Cfr. GAROFALO 2011, per la bibliografia e l’analisi del testo epigrafico. In A.C.S., M.P.I., AA.BB.AA., II vers., I serie, b. 385 si conserva una lettera del 29/09/1889 (già edita da GAROFALO 2011) scritta da V. Seratrice alla Direzione Generale con la descrizione dell’iscrizione mentre il calco, opera probabilmente dello stesso Seratrice, è in A.C.S., M.P.I., AA.BB.AA., Allegati Grafici, II vers., I Serie, b. 7 385. L’epigrafe (Eph. Epigr. IX 608 = ILS 4016) era considerata dispersa, ma grazie ai nuovi dati d’archivio identificati in A.C.S., M.P.I., AA.BB.AA., I vers., b. 421, fasc. 59-53 è stato possibile localizzarla al British Museum di Londra con il numero d’inventario 1892,0121.2. Il pezzo sarà oggetto di un prossimo studio da parte della scrivente. 52 Tra questi frammenti va inserita probabilmente l’antefissa con menade e sileno conservata al British Museum inv. 1893,0713.15, e pubblicata in WALTERS 1903, cat. n. B 615, p. 174, rinvenuta assieme all’iscrizione. 53 La «mancanza di pregio artistico speciale» è la motivazione più frequentemente addotta nel caso di concessione del permesso di esportazione. 54 A.C.S., M.P.I., AA.BB.AA., I vers., b. 421, fasc. 59-53. Riprodotta in fig. 1. 55 A.C.S., M.P.I., AA.BB.AA., I vers., b. 421, fasc. 59-53, lettere del 9 luglio 1890 all’Ufficio di esportazione degli oggetti d’arte e d’antichità e alla Ditta Fratelli Gondrand Spedizionieri. È singolare che in questo caso sia il Direttore Generale Fiorelli a dare avvio al procedimento di nomina di una commissione per l’ispezione di oggetti da esportare. Nella maggioranza dei casi accadeva, infatti, che il responsabile dell’Ufficio Esportazioni contattasse, qualora gli ispettori dipendenti dall’Ufficio avessero dei dubbi sull’opportunità di concedere o meno un permesso, il Direttore Generale, il quale nominava una commissione di esperti. In questa circostanza dovevano 51

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Oggi i reperti si trovano divisi tra il British Museum di Londra, il museo di Leeds, il museo di Nottingham e, per quel che ne rimane, il museo di Lanuvio. Le migrazioni dei reperti scavati da Lumley non interessarono, però solo l’Inghilterra. Dei materiali scavati dall'Ambasciatore a Nemi e rimasti nella quota del Principe Orsini, facevano parte infatti alcuni degli oggetti acquistati da Carl Jacobsen, grazie all’intermediazione di Helbig, a partire dal 1891 ed esportati a Copenaghen56. In merito a quest’acquisto, i documenti d’archivio restituiscono un’interessante testimonianza grazie alla quale è possibile conoscere uno dei tanti modi di contravvenire al divieto di esportazione57. In questo caso gli oggetti antichi vennero esportati a Copenaghen grazie all’intervento dell’Ambasciata danese. Il fascicolo intitolato Nemi - Sculture marmoree scoperte nel tempio di Diana58 copre un lasso di tempo che va dal giugno 1891 al marzo 1896 e si apre con una lettera del 5 giugno 1891, che la Direzione Generale Antichità e Belle Arti scrisse - probabilmente a seguito di accordi verbali o di una precedente missiva mancante

aver presentato la richiesta, di cui non si trova traccia nel fascicolo, direttamente al Direttore Generale. 56 L’attività del collezionista Carl Jacobsen tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento e il suo rapporto di amicizia e di affari con Wolfgang Helbig sono stati approfonditamente studiati da Mette Moltesen grazie anche al carteggio tra i due conservato negli archivi della Ny Carlsberg di Copenaghen. Cfr. da ultimo MOLTESEN 2012. In particolare per gli acquisti degli oggetti provenienti da Nemi cfr. POULSEN 1941 pp. 1-52, MYSTERIES 1983, p. 21, MOLTESEN 1997, pp. 172-176. Gli oggetti scavati dal Lumley oggi conservati a Copenaghen sono: la statua di Tiberio (JOHANSEN 1994, p. 120, cat. n. 48), i ritratti di Germanico (JOHANSEN 1994, p. 128, cat. n. 52) e Druso Minore (JOHANSEN 1994, p. 128, cat. n. 49) e l’erma di Quintus Hostius Capito (JOHANSEN 1994, p. 194, Cat. n. 85). Gli altri oggetti acquistati dal Principe Orsini ed esportati a Copenaghen provenivano, invece, dai successivi scavi condotti da Luigi Boccanera tra il 1886 e il 1888. 57 A.C.S., M.P.I., AA.BB.AA., III vers., II parte, b. 308, fasc. 591-2. 58 A.C.S., M.P.I., AA.BB.AA., III vers., II parte, b. 308, fasc. 591-2.

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- allo spedizioniere Roesler Franz59 per invitarlo a compilare una richiesta ufficiale di trasporto a Roma di alcuni oggetti antichi. Al giorno successivo si data la domanda dello spedizioniere che chiedeva di poter trasportare: 1° una statua di donna di grandezza eroica con iscrizione [...] “Fundilia” 2° una statua di Imperatore con alcuni frammenti 3° sette teste Dierme [sic] 4° tre fusti Diermi [sic] insigniti con epigrafi. Questi oggetti già conosciuti dal Ministero sono di proprietà di Sua Ecc.za il Principe Orsini si trovano nella camera terrena ritenuta ad uso [...] nel Palazzo di Nemi e provengono dai scavi [sic] eseguiti in Nemi stesso. 5° Una statua di grandezza eroica rappresentante una principessa come Venere e alcuni frammenti che dicesi ritrovata presso le Frattocchie e di proprietà dei sig.ri Fr.lli Vitali attualmente nella loro casa sita sul Corso in Marino. Gli oggetti tutti sarebbero caricati, senza incassarli sopra tre carri, dei quali 2 da Nemi e 1 da Marino, transiterebbero la Porta San Giovanni e giunti in Roma sarebbero depositati nel mio magazzino in via Mario de’ Fiori n° 32 ove dovrebbero essere venduti dalla Commissione Governativa alla quale sarei per avanzare domanda di permesso di esportazione per l’estero.

Il 6 giugno 1891 il ministro Villari rispose a Roesler Franz per informarlo che un delegato del Ministero si sarebbe recato a Nemi e a Marino, quanto prima, per apporre un bollettino e compilare un inventario degli oggetti da trasportare a Roma. Una volta fatto questo gli oggetti si sarebbero potuti trasportare nel magazzino di Roma, dove una commissione eletta dal Ministero li avrebbe ispezionati ai fini della concessione del permesLa Banca Privata Roesler Franz che si occupava anche di spedizioni era gestita da Adolfo Roesler Franz, fratello del famoso acquarellista Ettore (1845-1907) e di Alessandro, per molti anni console inglese a Roma e sposato con l’inglese Giulia Teiser. La Banca fu attiva dal 1869 al 1936 con sede in via Condotti. Cfr. DE ROSA, TRASTULLI 1994. Sono assai numerosi i casi in cui è lo spedizioniere a sbrigare le pratiche relative all’esportazione. 59

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so di esportazione. Lo stesso giorno Luigi Borsari, conservatore dei Regi Musei, venne invitato a recarsi a Nemi e a Marino per inventariare i materiali. Del 7 giugno è un biglietto di Felice Barnabei in cui sono appuntati gli oggetti che sarebbero transitati da Porta San Giovanni su un carro proveniente da Marino (con una statua di donna come Venere e alcuni altri frammenti) e due carri da Nemi (con una statua muliebre, una di imperatore, sette teste, tre busti con epigrafi e alcuni frammenti). L’inventario redatto da Borsari l’8 giugno 1891 così recita: Antiche sculture scoperte nell’area del tempio di Diana Nemorense (conservate nel magazzino presso il palazzo del sig. Principe Orsini in Nemi.) 1. Statua di Fundilia (cf. Notizie 1887 p. 197)60 (fig. 4) 2. Plinto della statua predetta, con epigrafe FUNDILIAE ⋅ C ⋅ F ⋅ PATRONAE (Notizie ib.) 3. Testa virile spettante ad erma. 4. Testa-ritratto, di perfetta conservazione, e di eccellente lavoro rappresentante Staia L. L. Quinta (cf. Notizie 1887 p. 197)61 (fig. 5) 5. Testa-ritratto raffigurante una donna d’età matura (cf. Notizie 1887 p.198)62 (fig. 6) 6. Testa-ritratto di Fundilius Doctus, adorna di corona conviviale (Notizie 1887, p.198)63 (fig. 7) 7. Testa ritratto di Q. Hostius Capito rethor (sic) (Notizie 1885, p. 478 e Bullett. Istit. 1885 p.227)64 (fig. 8) 8. Testa-ritratto, muliebre, incognito65. (fig. 9) 9. Statua dell’imperatore Tiberio (Notizie 1885, p. 478 e Bullett. Istit. 1885, p. 227)66 (fig. 10) JOHANSEN 1994, p. 184, cat. n. 80. JOHANSEN 1994, p. 196, cat. n. 86. 62 JOHANSEN 1994, p. 188, cat. n. 82. 63 JOHANSEN 1994, p. 186, cat. n. 81. La statua di Fundilio, schiavo emancipato di Fundilia, era stata acquistata dall’antiquario Innocenti già nel 1888 (JOHANSEN 1994, p. 182, cat. n. 79). 64 JOHANSEN 1994, p. 194, cat. n. 85. 65 JOHANSEN 1994, p. 194, cat. n. 83. 60 61

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10. Fusto dell’erma con epigrafe C ⋅ ANINIO ⋅ L ⋅ F ⋅ RUFO ⋅ Q ⋅ ARICIAE etc. (cf. Notizie 1887, p.197) 11. Ritratto di C. Aninio Rufo (Notizie 1887, p.197)67 (fig. 11) 12. Fusto dell’erma di Staia Quinta (Bullett. Ist. 1885 p.236. Notizie 1887 p. 196,197) 13. Ventiquattro frammenti vari, in gran parte spettanti alla statua di Tiberio, comprese due basi di peperino. 14. Fusto dell’erma di Hostius Capito, con l’epigrafe: Q ⋅ HOSTIUS ⋅ Q ⋅ F ⋅ CAPITO RHETOR (cf. Notizie 1885 p. 317 Bullett. Istit. 1885 p. 236) Marino. Statua esistente in casa dei sigg. Vitali; dicesi scoperta alle Frattocchie. 15. Figura femminile ignuda, grande al naturale, rappresentante la Giulia di Tito, sotto sembianze di Venere68 (fig. 12) 16. Testa della statua predetta e cinque pezzi delle braccia. N.B. I numeri del presente catalogo corrispondono a quelli apposti sui marmi medesimi (ed ai quali è anche aggiunta la mia firma).

Il 9 giugno venne concesso il permesso di trasporto a Roma e pochi giorni dopo Ettore De Ruggiero, direttore dell’Ufficio Esportazioni di Roma, scrisse alla Direzione Generale Antichità e Belle Arti per comunicare l’istanza fatta da Roesler Franz per l’esportazione all’estero di alcune sculture antiche che a quest’Ufficio e specialmente al Comm. Tadolini sembrano non di tale importanza da non credersi [sic] il medesimo autorizzato a rilasciare licenza senza un ordine del Ministero. Delle dette sculture la statua di Giulia proviene da Marino, le altre provengono da Nemi.

JOHANSEN 1994, p. 120, cat. n. 48. JOHANSEN 1994, p. 194, cat. n. 84. 68 JOHANSEN 1995, p. 50, cat. n. 14. 66 67

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Per la statua di Giulia di Tito il permesso venne concesso senza difficoltà essendosi il Ministero già espresso in passato su di essa69. Il Ministro Villari nominò, quindi, una commissione composta dal Senatore del Regno Giovanni Barracco, dal deputato Ettore Ferrari e dall’archeologo Giuseppe Gatti. Il Barracco non poté prendere parte alla visita di ispezione per problemi di salute, ma dichiarò che, «essendo stata venduta una parte» delle sculture rinvenute nel tempio di Nemi ed essendosi, quindi, persa la possibilità di conservarle in un unico gruppo, «non pare al barone Barracco che sarebbe depauperato il patrimonio artistico nazionale con la perdita delle sculture» che si chiedeva il permesso di esportare70. Al 12 luglio si data la relazione della Commissione (firmata da De Ruggiero – che aveva preso il posto di Barracco – e da Gatti) che espresse parere favorevole alla concessione del permesso di esportazione per i numeri 1, 2, 3, 5, 8, 9, 13, 15, 16 dell’inventario del Borsari quantunque alcuni di essi - e segnatamente la statua esprimente Giulia di Tito sotto forme di Venere - non sieno [sic] privi di qualche notabile pregio artistico.

Per quel che riguardava le teste (numeri 4, 6, 7, 11) e le rispettive erme (10, 12, 14) la Commissione ha osservato, che queste sculture si presentano degne di particolare considerazione, non solamente per essere È inserita nel fascicolo (A.C.S., M.P.I., AA.BB.AA., III vers., II parte, b. 308, fasc. 591-2) una lettera di Fiorelli del 21 settembre 1887 indirizzata a Giuseppe Vitali, Corso Vittorio Emanuele 2, avente come oggetto le Scoperte di Antichità in contrada Frattocchie (Marino) con l’indicazione di vedere il fascicolo riguardante le scoperte di antichità nel territorio di Marino in cui Fiorelli afferma di non essere il Ministero interessato all’acquisto della statua marmorea rinvenuta nel dicembre 1886 da Giuseppe Vitali a e dal fratello Antonio nel loro terreno. Fiorelli, quindi, concede permesso di vendita fatte salve le disposizioni dell’Editto Pacca in materia di esportazione all’estero. 70 A.C.S., M.P.I., AA.BB.AA., III vers., II parte, b. 308, fasc. 591-2, lettera del 28 giugno 1891. 69

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opere d’arte insigni per fattura e riguardevoli per integrità di conservazione, ma ancora perché esprimono le vive sembianze di personaggi romani, i cui nomi si trovano incisi sulle stele che li sostenevano. Sono ben rare le occasioni di rinvenire antichi ritratti di private persone, che al merito artistico uniscano il pregio di accertarne l’identità con l’indubbia testimonianza del nome inscrittovi. Le escavazioni da pochi anni eseguite nell’area del celebre santuario Nemorense ne dettero un gruppo assai insigne: e parrebbe ai sottoscritti, che invece di abbandonare totalmente alle straniere raccolte il possesso di monumenti sì rari, dovesse cercarsi possibilmente il mezzo di arricchire i Musei Nazionali di quelli che ancora ne rimangono.

Il 18 luglio 1891 venne data comunicazione a Roesler Franz dell’esito della visita. Sulla minuta della lettera inviata allo spedizioniere c’è un appunto, probabilmente di Gatti, in cui si legge «Caro Borsari, gli oggetti vincolati non dovrebbero essere riportati a Nemi?» e Borsari rispondeva: «Conferito con Barnabei il 14 dicembre 1891. Mi disse che gli oggetti vincolati devono tornare a Nemi». Gli oggetti a Nemi non sarebbero, però, mai più tornati. Nel marzo del 1892 dalla Questura di Roma arrivò alla Direzione Generale una lettera riservata, urgente, con oggetto Statue antiche appartenenti alla Casa Orsini di Roma71 per informare che presso lo studio di scultura di Costantino Benvenuti, tra via Claudia e via Marco Aurelio, si trovavano in riparazione «due statue marmoree antiche rappresentanti, una Tiberio e l’altra Giulia, figlia di Tito». Il Benvenuti avrebbe affermato di averle avute dall’antiquario Francesco Martinetti che, a sua volta, aveva dichiarato: «le statue appartengono al Signor Jacobsen di Copenaghen il quale acquistò le medesime lo scorso anno dal Principe Orsini». Il Martinetti aveva assicurato che il Ministero fosse a conoscenza della questione e infatti il Ministro Villari rispose informando la Questura che per le due statue Adolfo Roesler Franz aveva ricevuto il regolare permesso di esportazione in daA.C.S., M.P.I., AA.BB.AA., III vers., II parte, b. 308, fasc. 591-2, lettera del 18 marzo 1892. 71

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ta 15 luglio 189172. Per la prima volta venne, quindi, fatto il nome dell’acquirente delle statue: Carl Jacobsen. È nel 1895 che la situazione sembra destinata a non risolversi. Il 18 febbraio Fiorelli scrisse all’Ufficio Esportazioni una lettera urgente per chiedere notizie sui ritratti di Staia Quinta (4), Fundilius Doctus (6), Hostius Capito (7) e Aninius Rufus (11) e dei relativi busti con epigrafi. Il 20 febbraio De Ruggiero rispose con queste parole: Oggi infatti mi sono recato insieme con l’Adiutore prof. Ristolfi dallo spedizioniere Roesler Franz, ed abbiamo constatato che nei suoi magazzini si conservano tuttora i ritratti di Staia L. L. Quinta, di L. Hostius Capito, di C. Aninius Rufus e di Fundilius Doctus. Nè mancano i fusti con le iscrizioni relative ai primi tre ritratti; come sono indicati nel Catalogo sotto i numeri 10, 12 e 1473.

È a questo punto che entrò in gioco la Legazione danese a Roma che, il 16 marzo 1895, inviò alla Direzione Generale una lettera indirizzata al Ministro Baccelli, scritta in francese e firmata dal Ministro plenipotenziario di Danimarca De Knuth (figg. 1314). Il De Knuth raccontava che, nel 1891, il suo compatriota Carl Jacobsen aveva comprato dal Principe Orsini una serie di sculture provenienti dagli scavi del Santuario di Diana Nemorense. Una volta chiesto il relativo permesso di esportazione, gli era stato negato inspiegabilmente, per quanto concerneva quattro busti-ritratto. Le sculture erano poi state depositate nei magazzini di Roesler Franz in attesa di poter essere trasportate a Copenaghen. Il diplomatico concludeva la sua lettera augurandosi di vedere le idee liberali, che sempre avevano caratterizzato

A.C.S., M.P.I., AA.BB.AA., III vers., II parte, b. 308, fasc. 591-2, lettera del 19 marzo 1892. 73 Il 27 febbraio 1895 Fiorelli rispose nuovamente a De Ruggiero dichiarandosi lieto della notizia appresa chiedendo però di conoscere il luogo preciso in cui le statue erano conservate. Il 1 marzo De Ruggiero fece sapere che la sede di deposito era il magazzino dello spedizioniere in via Mario dei Fiori 32. 72

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l’operato dell’Ufficio Esportazioni, applicate. La risposta del Ministro non tardò ad arrivare. Così recitava: Per quanto io sia disposto ad applicare con ragionevole larghezza la legge che vieta l’esportazione da Roma di pregevoli opere d’arte e di antichità, non potrò, e me ne duole moltissimo, fare ciò che la S.V. Illma desidera, permettendo al sig. Jacobsen di esportare in Danimarca quattro sculture rinvenute negli scavi del tempio di Diana a Nemi. Sulla domanda di tale permesso presentata dal Sig. Adolf Roesler Franz, io chiesi l’avviso di una Commissione di competenti archeologi, e questa giudicò unanimamente che non si dovesse concederlo trattandosi di antiche opere d’arte insigni per fattura e riguardevoli per integrità di conservazione, esprimenti le vere sembianze di personaggi romani, di cui i marmi sono incisi, il che ben raramente è dato rinvenire. Il caso è quindi tale da richiedere l’applicazione della legge e non è possibile fare altrimenti74.

La Legazione di Danimarca non replicò, ma appose il suo timbro a un biglietto, inviato al Ministero a firma di Jacobsen, in cui si dichiarava che quattro busti di sua proprietà, conservati fino ad allora da Roesler Franz, erano ora depositati presso Alessandro Foschi75. Al 23 aprile 1895 data, poi, una dichiarazione del Principe Filippo Orsini, che declinava ogni responsabilità scrivendo: Il sottoscritto dichiara che i quattro ritratti in marmo colpiti dalla legge Pacca, che si trovano presso il Signor Roesler Franz sono proprietà del Signor Carlo Jacobsen di Copenaghen, per averli esso nel 1891 acquistati dal sottoscritto il quale glieli vendette conformemente alle leggi vigenti per un prezzo di stima che, secondo quanto si ricorda, ascese a circa £ 2.500: su ognuno. Intende il sottoscritto di rimanere estraneo ed irresponsabile per qualunque nuova destinazione od alienazione dell’attuale proprietario in rap-

A.C.S., M.P.I., AA.BB.AA., III vers., II parte, b. 308, fasc. 591-2, lettera del 22 marzo 1895. 75 A.C.S., M.P.I., AA.BB.AA., III vers., II parte, b. 308, fasc. 591-2, lettera del 25 aprile 1895. 74

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porto ai busti come sopra vendutigli in Roma e senza facoltà di esportazione.

Il 26 aprile 1895 fu Roesler Franz a scrivere per affermare di aver tenuto, come disposto nel 1891, i busti non esportabili di proprietà del Principe Orsini nel proprio magazzino di Roma fino a quel momento, aggiungendo quanto segue: Dal proprietario di detti busti, Signor Carl Jacobson di Copenaga [sic], mi viene ora ordinato di trasmetterli in deposito per suo conto presso il Signor Alessandro Foschi, abitante in Roma Via della Lupa N° 16; per attenermi quindi a questo suo giusto desiderio, mi pregio compiegare. 1° Atto di compra-vendita tra il Signor Jacobson [sic] e S. E. il Principe Filippo Orsini. 2° Ordine di consegna del Signor Jacobson, legalizzato dalla Legazione di Danimarca: e mi permetto pregare Vostra Eccellenza di vol far [sic] prendere atto della consegna che viene da me effettuata dei sopradescritti oggetti, senza mia alcuna ulteriore ingerenza, né responsabilità di sorta.

Al Fiorelli non restò che notificare al nuovo depositario il vincolo76, ma già il 28 agosto Foschi scrisse di nuovo per informare il Ministero che dal giorno seguente i marmi sarebbero stati consegnati a Giuseppe Giordani, residente in Piazza Colonna nel Palazzo del Principe Chigi77. Tutto rimase silenzioso fino al giugno del 1899 quando, su iniziativa di Fiorelli, venne disposta un’ispezione dal Giordani78. La notifica è del 30 aprile 1895. Foschi è sollecitato a rispondere alla notifica da Fiorelli il 15 maggio 1895 e risponderà il 17 maggio accettando la responsabilità nei confronti dei busti, consegnatigli da Roesler Franz solo il giorno prima. 77 Il 4 settembre 1895 a Giuseppe Giordani venne notificato il vincolo. 78 Il 27 giugno 1899 quando Fiorelli scrisse al Prefetto riassumendo la vicenda e pregandolo di verificare che gli oggetti si trovassero ancora presso il Giordani. Il 30 giugno il Prefetto chiese, con un telegramma, la presenza di una persona competente che effettuasse l’ispezione con il suo incaricato e il 76

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La nota della Prefettura del 5 luglio riferisce della visita fatta da un funzionario assieme con l’ispettore dei Musei e Gallerie Borsari al Palazzo Chigi per accertare la presenza delle sculture di cui non si aveva più notizia dal 1895. Informati che il Giordani «il quale esercita l’industria delle spedizioni, aveva da tempo trasferito il suo ufficio in Piazza di Pietra n° 42», i due si recarono in questa nuova sede e lo incontrarono e riferirono che alle interpellanze fattegli il Giordani rispose, che con lettera in data del 14 gennaio 1896 [nota a margine: non risulta registrata] della quale diede visione sul registro copia-lettere, aveva avvertiti codesto On. Dicastero di avere allora consegnato le sculture antiche ricevute dal precedente depositario sig. Alessandro Foschi al Console di Danimarca del tempo sig. Jorgmsen, domiciliato al Palazzo Marignoli.

Il Prefetto concludeva che, avendo il Giordani avvertito, si trovava in regola con le disposizioni di legge. Alla Direzione Generale non rimaneva nulla da fare e l’ultimo documento del fascicolo, datato al 14 luglio 1899, è una lettera riservata urgente del Ministro Baccelli al Ministro degli Esteri Visconti-Venosta avente come oggetto Sculture marmoree scoperte nel tempio di Diana a Nemi. Nella missiva viene esposta l’intera vicenda dal suo inizio, con l’intento di sottolineare la contravvenzione alla legge compiuta a monte al momento della vendita degli oggetti. Il compratore delle statue si era palesato dopo quattro anni e senza che la vendita fosse mai stata denunciata al Ministero, che avrebbe potuto avvalersi del diritto di prelazione. Si trattava, quindi, di una vendita abusiva e, scriveva il Ministro, ancora più grave per il fatto che il compratore dimorasse all’estero. Costui riteneva infatti di poter adempiere agli obblighi di legge solo fornendo il nominativo del depositario, senza tenere in conto che su proprietario e venditore di oggetti sottoposti a vincolo gravavano gli stessi obblighi. Le statue, continuava 30 giugno Fiorelli lo informò che il 3 luglio Borsari si sarebbe recato in Prefettura per accompagnare il funzionario dal Giordani. 178


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il Ministro, erano finite in mano al Console di Danimarca Jorgmsen che risiedeva presso Palazzo Marignoli, ma che aveva ormai lasciato Roma79. Il Ministro Baccelli concludeva: Per declinare intanto ogni mia responsabilità, sono costretto rivolgermi all’E.V., pregandola di richiamare sul fatto l’attenzione del Ministro di Danimarca, nella fiducia che vorrà esso provvedere acciò [sic] sia posto in chiaro dove si trovino le sculture, che sarebbero state affidate a un rappresentante del suo Governo col divieto di esportarle, e che questo Ministero per conseguenza deve ritenere che siano ancora in Roma80.

Sebbene nella maggior parte dei casi il Ministero degli Esteri non tenesse in gran conto le richieste fatte dal Ministero della Pubblica Istruzione dimostrando, anzi, di tenere più ai buoni rapporti con le delegazioni straniere che alla difesa del patrimonio culturale italiano, esistono, tuttavia, delle eccezioni. Tra queste vi è certamente l’opera svolta negli Stati Uniti dall’ambasciatore Francesco Saverio Fava81, che intervenne a supporto dell’azione della Direzione Generale Antichità e Belle Arti in più occasioni. Un ruolo di primo piano ebbe l’Ambasciatore nell’avvio delle indagini sull’attività di Lanciani negli Stati Uniti. Nelle Carte Barnabei relative all’inchiesta Lan-

Il 16 marzo 1895 il console di Danimarca era stato ufficialmente notificato del vincolo di «non rimuovere le sculture stesse da Roma». 80 In MOLTESEN 1997 p. 174 si legge: «Fundilia, a statue of the Emperor Tiberius and three of the portraits arrived in Copenaghen in December 1891, while the other four works remained in Rome a further five years until an export license for them was issued». Se tale permesso fu concesso, rimane dubbio. Nessuna traccia di esso è presente in archivio e la storia tracciata dai documenti A.C.S., M.P.I., AA.BB.AA., III vers., II parte, b. 308, fasc. 591-2 lascia pensare a una diversa conclusione. 81 Cfr. CAVATERRA 1995. Francesco Saverio Fava (1832-1913) fu destinato presso la Legazione italiana a Washington nel 1881 e vi rimase per vent’anni divenendo ambasciatore nel 1893 e assistendo alla trasformazione degli Stati Uniti in grande potenza. Rientrò in Italia nel 1901. 79

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ciani diversi sono i documenti a firma del barone Fava82, che nel 1889 denunciò quanto il direttore del Metropolitan Museum di New York, Luigi Palma di Cesnola83, gli aveva fatto sapere sul ruolo del Lanciani a favore del museo di Boston e, nel 1890, quanto era venuto a sapere sul Museo dell’Università di Princeton. Il suo successore Edmondo Mayor Des Planches84 continuò il rapporto di cooperazione instaurato col Ministero della Pubblica Istruzione. Dai documenti d’archivio si può ricostruire una vicenda che vide coinvolto il Metropolitan Museum e di cui l’ambasciatore si occupò con interesse85. Il 13 marzo 1907 il Ministro degli Esteri Tittoni trasmise al Ministro della Pubblica Istruzione un rapporto dell’ambasciatore a Washington: circa la polemica svolta tra i giornali coloniali italiani e la stampa americana a proposito del presunto trafugamento di antichi marmi dall’Italia negli Stati Uniti86.

Il 14 marzo il Ministro trasmise a Corrado Ricci, nuovo Direttore Generale, il rapporto che è datato 15 febbraio e che così recitava: Tra i documenti dell’Inchiesta Lanciani pubblicati in BARNABEI, DELPINO 1991, pp. 453-479, sono a firma di Fava il doc. 1 p. 453 e il doc. 9 pp. 463464. 83 Luigi Palma di Cesnola (1832-1904), di origini piemontesi, si trasferì negli Stati Uniti nel 1860 e, dopo aver combattuto nella guerra di secessione, fu nominato Console americano a Cipro. Proprio a Cipro si dedicò all’archeologia e scavò per poi donare i materiali al Metropolitan Museum di New York, di cui fu nominato direttore nel 1879. Cfr. MCFADDEN 1971; MONCASSOLI TRIBONE, PREACCO 2004. 84 Cfr. PETRICIOLI 2008. Mayor Des Planches (1851-1920) fu ambasciatore italiano negli Stati Uniti dal 1901 al 1910 e, in occasione della Esposizione Universale di Saint Louis del 1904, molto si spese perché l’Italia fosse degnamente rappresentata. 85 A.C.S., M.P.I., AA.BB.AA., III vers., II parte, b. 234, fasc. 468-3. 86 Cfr. RICHTER 1906, p. 162; AJA 1907; MERTENS, ANDERSON 1987, pp. 118-119, cat. n. 88, dove vengono attribuiti all’Aula Regia domizianea. 82

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Signor Ministro. I giornali coloniali italiani hanno parlato, in questi giorni, di marmi preziosi trafugati dall’Italia e regalati da John Pierpont Morgan al Metropolitan Museum di Nuova York. Dalle loro informazioni pareva la stampa italiana si meravigliasse che il grande banchiere, il quale, a mia domanda, restituì all’Italia la coppa di Nicolò II, involasse, in certo qual modo, al nostro Paese altri cimeli proibiti, per arricchirne questo. Il New York Herald di oggi contiene, al riguardo, un comunicato del Direttore del Metropolitan Museum Sir Caspar Purdon Clarke, che invio qui annesso. Questi stabilisce in linea di fatto che, da qualunque parte provengano cotali marmi, dal Foro Traiano o da altri luoghi, essi furono comprati, non per la storica loro importanza, ma per lo squisito loro lavoro; che furono esaminati dalle importanti autorità italiane ed esportati senza obiezioni; e che l’acquisto loro non ha nulla che fare con quello della coppa di Ascoli, che pare essere stato da certi giornali nostri rievocato. Sin dal dicembre 1902 segnalai a codesto Ministero un cospicuo legato fatto, in aggiunta ad altri non pochi, al Metropolitan Museum per acquisto di opere artistiche all’estero. Il signor J.P. Morgan che del detto Museo è trustee e direttore, il cui buon gusto conosciuto, e che, a suffragarlo, dispone del parere di parecchie persone intelligenti, pronte ad ogni suo cenno, è assai probabilmente investito del potere di fare acquisti (oltre quelli per proprio conto) per il Museo stesso, nei frequenti suoi viaggi in Europa. Il suo dovere, come egli lo intende, non è certamente di risparmiare noi e il nostro patrimonio artistico, sì bene di favorire il suo Museo ed arricchirlo. Non dobbiamo, quindi, fare troppo assegnamento sovra nuovi scatti di generosità da parte sua a nostro riguardo. Non assicurerei, ma non negherei neppure che non sia suo principio, come di altri uomini di affari, che chi si lascia danneggiare non deve imputare ad altri il suo danno. Nel dubbio, quando il Signor Morgan, ed altri opulenti americani, percorrono l’Italia, consiglierei si invigilassero i nostri tesori artistici, ed i loro custodi ed i custodi dei custodi. Che, se, poi, nonostante la nostra vigilanza, qualche pezzo di marmo è trafugato, non forse lo si potrò attribuire loro a merito, ma certo lo si dovrà ascrivere a qualche magagna nostra. E, per chi vede e giudica da questo Paese, il silenzio, in tal caso, è preferibile alle inani recriminazioni. Gradisca, Signor Ministro, gli atti della mia profonda osservanza. Horti Hesperidum, III, 2013, 2

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Al 27 marzo 1907 si data un biglietto, scritto su carta intestata della Regia Ambasciata italiana a Washington, firmato con il solo nome di battesimo Edmondo e indirizzato a Giacomo87, in cui venivano esposti i fatti, riportati anche in una relazione ufficiale dello stesso giorno. Nel rapporto si legge che Boni, il 24 febbraio, aveva scritto all’Ambasciatore chiedendo di poter avere delle fotografie di quei frammenti di cui tanto si parlava sui giornali. Anche il New York Times del 15 febbraio riportò la notizia con un articolo intitolato Morgan’s Roman Carvings. May not be from Trajan’s Forum, but Boni asks photographs. Il Boni aveva assicurato che: dall’area commessa alle sue cure, non erano certamente stati asportati, ma potevano essere stati trovati, con scavi clandestini, praticati nel sottosuolo di qualcuno degli edifici vicini.

Mayor Des Planches garantì che presto avrebbe ricevuto le fotografie che gli erano state promesse, ma che, vista la posizione dei marmi nel museo, queste erano difficili da realizzarsi. Sui frammenti aggiungeva che essi erano esposti in una sala a pianterreno con la dicitura Architectural Fragments from the Forum of Trajan, Gift of J.P. Morgan 1906 e continuava: secondo quanto ebbe a dire il direttore del Museo, Sir Purdon Clarke, il Morgan li acquistò, lo scorso anno, a Roma, da qualche birbante “from some ruffian”. Il Clarke mostra di dubitare forte della loro autenticità. Ad ogni modo, checché ne abbiamo detto i giornali, non sono frammenti di particolare interesse. In Cilicia, esclamava Sir Purdon, ci sono città intere con frammenti, di maggior pregio artistico alla mercè dei compratori. Avuta notizia del rumore che si faceva nella stampa per questi frammenti, il Morgan avrebbe dichiarato che se verrà a constatare che siano di provenienza furtiva, egli, J.P. Morgan, li restituirà al Governo Italiano, Sicuramente si tratta di Giacomo Boni, responsabile in quegli anni degli scavi nell’area dei Fori Imperiali. I due dovevano essere legati da una personale conoscenza poiché, anche in seguito, l’ambasciatore si rivolgerà a lui con tono amichevole. 87

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come fece per il priviale di Ascoli. Se si vogliono fare indagini e ricercare le responsabilità, soggiungerò chè, dalla posizione d’archivio dei cinque frammenti, risulta che questi furono spediti a New-York in cinque casse, nell’Agosto 1906, a bordo del Sannio della Navigazione Generale Italiana, indirizzate a J.P. Morgan, a richiesta di A. Calanchi, Roma ed a cura di Petersen, agenti generali della Cunard e delle Hamburg American Line in Roma.

Le riproduzioni fotografiche dei pezzi vennero trasmesse dall’ambasciatore al Ministero degli Esteri, che il 15 giugno le inoltrò a quello della Pubblica Istruzione. Boni, che già il 16 maggio88 le aveva ricevute personalmente, omise, però, di inviare successivamente un suo parere scritto (figg. 15-17). Con ogni probabilità il tema della tutela del patrimonio culturale non era tra i più sentiti e dibattuti dalla diplomazia internazionale alla fine dell’Ottocento. Le storie raccontate grazie ai documenti dell’Archivio Centrale dello Stato rendono, però, l’idea di quali dovevano essere le dinamiche sottese in un gioco di equilibri politici, ostentazione di potere e nascenti sentimenti di orgoglio nazionale. Da ciò discende la chiara necessità, spesso sottolineata nei documenti dall’azione del Ministero della Pubblica Istruzione, dell’importanza della cooperazione tra istituzioni e della spinta verso la nascita di una diplomazia culturale in grado di svolgere un ruolo di primo piano sulla scena internazionale.

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A.C.S., M.P.I., AA.BB.AA., III vers., II parte, b. 229 e Allegati Grafici, b. 6, fasc. 2.

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