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Finito di stampare nel mese di marzo 2014 per l’Editrice L’OrtObEnE - nuoro Presso Arti Grafiche Su Craminu Via trento, 1 - Dorgali tel. 0784 96409 - E-mail: sucraminu@libero.it

Foto di copertina: Volto di Cristo Particolare delle vetrate Cappella Seminario Vescovile - nuoro Studio e opera di Suor Agar Loche pddm


SIGLE CItAZIOnI PF Ct Fr CdA MC DM DV PCFP rM SC Ur GS AG rP PL CCC VD SaCa

Porta Fidei Catechesi Tradendae Fides et Ratio Catechismo degli adulti Marialis cultus Dives in Misericordia Dei Verbum Preparazione e celebrazione delle feste pasquali Redemptoris Missio Sacrosanctum Concilium Unitatis Redintegratio Gaudium et Spes Ad Gentes Reconciliatio et Paenitentia Patrologia Latina Catechismo della Chiesa Cattolica Verbum Domini Sacramentum Caritatis

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PrESEntAZIOnE L’Anno della fede, indetto da benedetto XVI e concluso da Papa Francesco, è stata l’occasione per riscoprire il dono della fede. «riscoprire i contenuti della fede professata, celebrata, vissuta e pregata, e riflettere sullo stesso atto con cui si crede, è un impegno che ogni credente deve fare proprio, soprattutto in questo Anno. non a caso, nei primi secoli i cristiani erano tenuti ad imparare a memoria il Credo. Questo serviva loro come preghiera quotidiana per non dimenticare l’impegno assunto con il battesimo. Con parole dense di significato, lo ricorda Sant’Agostino quando, in un’Omelia sulla redditio symboli, la consegna del Credo, dice: «Il simbolo del santo mistero che avete ricevuto tutti insieme e che oggi avete reso uno per uno, sono le parole su cui è costruita con saldezza la fede della madre Chiesa sopra il fondamento stabile che è Cristo Signore … Voi dunque lo avete ricevuto e reso, ma nella mente e nel cuore lo dovete tenere sempre presente, lo dovete ripetere nei vostri letti, ripensarlo nelle piazze e non scordarlo durante i pasti: e anche quando dormite con il corpo, dovete vegliare in esso con il cuore» (PF 9). nel corso dell’Anno, attraverso il Settimanale «L’Ortobene», ho voluto offrire alcune riflessioni sui vari articoli del Credo, consapevole, come ha scritto Giovanni Paolo II nell’Esortazione Apostolica Catechesi Tradendae che: «il dono più prezioso che la Chiesa possa offrire al mondo contemporaneo, disorientato e inquieto, è di formare in esso –5–


cristiani sicuri nell’essenziale ed umilmente lieti nella loro fede» (Ct 61). Queste riflessioni ora le ho raccolte tutte insieme, cedendo anche alle richieste di tanti, perché possano servire come occasione per approfondire e gustare sempre più i contenuti della nostra fede. È anche l’invito a continuare il cammino con Abramo, nostro padre nella fede, con i pastori, con i Magi, con Maria, la Madre del Signore, con Giuseppe, lo Sposo di Maria, per condividere ciò che Giovanni ci offre all’inizio della sua prima lettera: «Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita … noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi» (1 Gv 1,1.3). Con l’auspicio che queste considerazioni siano in grado di avvalorare la certezza e la gioia del credere. Oliena, 5 marzo 2014, Mercoledì delle Ceneri. Don Giuseppe Mattana

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La pRoFessione Di FeDe

L’Anno della fede, oltre a far riscoprire la grande eredità del Concilio Vaticano II e del Catechismo della Chiesa Cattolica, si propone di approfondire i misteri della nostra fede contenuti nel Credo. recitando il Credo, che è la sintesi della fede cristiana, si proclamano le verità fondamentali che bisogna conoscere e a cui bisogna aderire. nella Lettera Apostolica Porta fidei, con la quale viene indetto l’Anno della fede, be–7–


nedetto XVI scrive: «La conoscenza dei contenuti di fede è essenziale per dare il proprio assenso, cioè per aderire pienamente con l’intelligenza e la volontà a quanto viene proposto dalla Chiesa. La conoscenza della fede introduce alla totalità del mistero salvifico rivelato da Dio. L’assenso che viene prestato implica quindi che, quando si crede, si accetta liberamente tutto il mistero della fede, perché garante della sua verità è Dio stesso che si rivela e permette di conoscere il suo mistero di amore» (PF 10). Prima di introdurci nel commento e nella conoscenza dei singoli articoli del Credo, penso sia opportuno spendere una parola sul significato e sull’origine del Simbolo o dei Simboli della fede. «Fin dalle origini, la Chiesa apostolica ha espresso e trasmesso la propria fede in formule brevi e normative per tutti. Ma molto presto la Chiesa ha anche voluto riunire l’essenziale della sua fede in compendi organici e articolati, destinati, in particolare, ai candidati al Battesimo» (CCC 186). I Simboli di fede sono i primi documenti dogmatici della tradizione ecclesiale. Essi hanno autorità più grande dei testi conciliari, poiché è una tradizione dei concili il «riceverli», così come ricevono le Scritture. Il loro studio è dunque uno dei tratti fondamentali della storia dei dogmi. La Chiesa ha sempre avvertito la necessità di avere una sua carta fondamentale. Il significato del termine «Simbolo» e la sua origine ci possono aiutare a capirne il senso. «Il simbolo è un pegno di riconoscimento, un oggetto spezzato in due e distribuito tra due soggetti alleati che devono conservare ciascuno la propria parte e trasmetterla ai loro discendenti, in modo tale che questi elementi complementari, di nuovo ravvicinati, permettano, per il loro reciproco combaciare, di far riconoscere i portatori e di attestare i legami di alleanza contratti anteriormente». In altre parole il significato del simbolo è il legame tra elementi –8–


distinti la cui combinazione è significativa, cioè è un segno di riconoscimento e un impegno di fedeltà. I Simboli di fede hanno svolto e svolgono la stessa funzione: essere segno di riconoscimento tra i cristiani. L’uso del termine SIMbOLO, di origine greca, applicato alla confessione di fede, diventerà generale in Occidente, dove passerà dalle interrogazioni battesimali ai CrEDO dichiaratori. Esso si diffonderà anche in Oriente, a partire dal IV secolo. La coscienza cristiana antica percepiva sempre che la confessione di fede o il Simbolo, oggetto dell’impegno battesimale, rimaneva un segno di riconoscimento tra cristiani. Il cristiano si definisce per il suo Credo: lo sa a memoria, lo proclama nell’assemblea liturgica, lo deve testimoniare fino al martirio. I «luoghi» dove si svilupperanno le diverse formule saranno: il battesimo e il Catecumenato, il Culto regolare, gli Esorcismi, le Persecuzioni, la Polemica contro gli eretici. Questo contenuto esprime in sintesi l’essenziale della fede: esso assicura dunque la funzione dottrinale del Credo. Può anche dirsi «Parola compendiata» secondo Origene, la fede del Simbolo che è consegnato ai credenti, dove è contenuta la sintesi di tutto il mistero raccolto in piccole frasi. nella breve formula del Simbolo tutto ha senso, il contenuto e la maniera di dirlo, il succedersi degli articoli e la struttura che li articola. La confessione di fede è la prima referenza dottrinale di ogni discorso nella fede. A questo titolo essa ha un carattere normativo, perché dice ciò che impegna l’obbedienza della fede. Il Simbolo appare allora come una espressione privilegiata della «regola di fede» o della «regola di verità». Le formule di confessione giocheranno per questa ragione un ruolo essenziale nella Iniziazione cristiana: forniscono lo schema di base della formazione dei catecumeni. –9–


Genesi e stoRia Dei siMBoLi Di FeDe

La preistoria e la storia dei Simboli sono relativamente oscure e complesse: esse hanno dato luogo a numerosi studi. In modo schematico si può dire che le tappe più importanti sono costituite dall’unione tra le formule cristologiche e quelle trinitarie. Semplificando un po’ le cose, si può dire che il nuovo testamento presenta quattro modelli principali di con– 10 –


fessione di fede: due modelli cristologici, un modello binario che comporta la menzione del Padre e del Figlio (o del Cristo) e un modello ternario che enumera il Padre, il Figlio e lo Spirito. il primo modello unisce al nome di Gesù un titolo particolare: Gesù è il signore (rm 10,9; Fl 2,11; 1 Cor 12,3); Gesù è il Cristo (At 18,5.28; 1 Gv 2,22); Gesù è il Figlio di Dio (At 8,36-38). Queste formule molto brevi, con tutta probabilità, hanno costituito delle acclamazioni liturgiche, molto facili da ricordare. il secondo modello è costituito da una formula narrativa più o meno sviluppata, vedi le grandi “proclamazioni” degli Atti degli Apostoli, vale a dire i discorsi pronunciati da Pietro (At 2,14-39; 3,12-26; 4,9-12; 5,29-32; 10,34-43) e poi da Paolo (13,16-41). Ogni discorso ha le sue caratteristiche particolari, ma lo schema di base è sempre lo stesso: si presenta Gesù di nazareth, questo uomo accreditato da Dio in ragione delle sue parole, dei suoi miracoli e delle sue azioni, il quale è stato crocifisso, ma che Dio ha risuscitato. In Paolo, il medesimo schema, prende una forma già collaudata dalla ripetizione tradizionale: «Vi ho trasmesso anzitutto quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici» (1 Cor 15,3-5). L’altro modello comporta l’elenco intenzionale dei nomi di Dio, il Padre e del Cristo. A ciascuno viene rapportato un intervento proprio nella storia della salvezza. Questa la formula tipica: «Per noi c’è un solo Dio, il Padre, dal quale tutto proviene e noi siamo per lui; e un solo Signore Gesù Cristo, in virtù del quale esistono tutte le cose e noi esistiamo per lui» (1 Cor 8,6; cfr. anche 1 tm 2,5-6.6,13). Un altro modello, costituito da due formule paoline, scandisce e proclama i tre nomi divini: «Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è – 11 –


lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti» (1 Cor 12,4-6). «Un solo corpo, un solo Spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti» (Ef 4,4-6). C’è anche un’altra formula che enumera le tre persone divine e la si trova, come formula battesimale, al termine del Vangelo di Matteo: «Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28,19-20). Da queste testimonianze del nuovo testamento bisogna dunque ritenere non solamente la pluralità delle formule, ma anche quella dei modelli. Ogni modello rinvia a una situazione di vita ecclesiale relativamente individuabile. L’insegnamento della fede e la dimensione liturgica e sacramentale (battesimo) appaiono in primo piano. Per una sintesi teologica dei Simboli della fede è quanto mai utile e opportuno rifarsi al Catechismo della Chiesa Cattolica dal n. 185 al n. 197. «Il simbolo della fede non fu composto secondo opinioni umane, ma consiste nella raccolta dei punti salienti, scelti da tutta la Scrittura, così da dare una dottrina completa della fede. E come il seme della senape racchiude in un granellino molti rami, così questo compendio della fede racchiude tutta la conoscenza della vera pietà contenuta nell’Antico e nel Nuovo Testamento» (CCC 185).

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io CReDo La professione di fede inizia con le parole «Io credo». È la prima e fondamentale parola di un cristiano. Con la parola «Credo» si manifesta la propria fede e la propria identità cristiana, la totale fiducia e adesione a Dio. Attraverso il dono della sua Parola Dio Padre rivela all’umanità il suo progetto. Credere significa fidarsi di qualcuno, in questo caso di Dio, lasciandosi prendere per mano ed entrando in comunione con lui. Credere significa fidarsi di Gesù Cristo che ci ha rivelato il mistero di Dio, parlando e agendo a nome di Dio e con la sua stessa autorità. Ascoltando e meditando le parole e i gesti di Gesù, noi riusciamo a intravedere qualcosa del mistero di Dio, dei suoi disegni a favore dell’umanità, del suo agire nella storia. Credere implica mettersi alla sequela di Gesù Cristo accettando quello che Lui ci propone e accettando di stare con Lui, come i primi discepoli: «Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: “Che cosa cercate?”. Gli risposero: “Rabbì – che, tradotto, significa Maestro –, dove dimori?”. Disse loro: “Ve– 13 –


nite e vedrete”. Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio» (Gv 1,38-39). Sorge a volte la domanda se la fede sia una scelta o un dono. Già nell’Antico testamento c’era la consapevolezza che la fede è frutto di una iniziativa di Dio. È Dio che ha scelto Israele offrendogli la salvezza e la liberazione. Gesù dichiara pubblicamente: «nessuno può venire a me se non lo attira il Padre che mi ha mandato» (Gv 6,44). «La fede è dono dello Spirito Santo, che la previene, la suscita, la sostiene, l’aiuta a crescere. È lui che illumina l’intelligenza, attrae la volontà, rivolge il cuore a Dio, facendo accettare con gioia e comprendere sempre meglio la rivelazione storica di Cristo, senza aggiungere ad essa nulla di estraneo». (CdA 90). nello stesso tempo la fede, oltreché dono, è decisione libera dell’uomo. Dio non impone niente all’uomo, propone la sua Parola, la sua Persona, rispettando e sostenendo la libertà di ognuno. La fede è una scelta responsabile e ragionevole. Molto spesso, quando si parla di fede, si pensa a un insieme astratto di cose da accettare a scatola chiusa, a un qualcosa che limita la libertà e la dignità dell’uomo. Si confonde la fede con un insieme di norme da rispettare piuttosto che viverla some un rapporto di comunione con Dio. La fede prende l’avvio da una adesione ragionevole alla rivelazione; è adesione totale dell’uomo a Dio che si rivela nella storia. La fede non è in opposizione alla ragione, anzi la sorregge e l’aiuta nel cammino verso la verità. «La fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità. È Dio ad aver posto nel cuore dell’uomo il desiderio di conoscere la verità e, in definitiva, di conoscere Lui perché, conoscendolo e amandolo, possa giungere anche alla piena verità su se stesso» (Fr 1). – 14 –


La fede, di conseguenza, ci fa gustare la verità che è la persona stessa di Gesù. Lo ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica quando dice che: «La fede ci fa gustare come in anticipo la gioia e la luce della visione beatifica, fine del nostro pellegrinare quaggiù. Allora vedremo Dio “a faccia a faccia” (1 Cor 13,12), “così come egli è” (1 Gv 3,2). La fede, quindi, è già l’inizio della vita eterna: “Fin d’ora contempliamo come in uno specchio, quasi fossero già presenti, le realtà meravigliose che le promesse ci riservano e che, per la fede, attendiamo di godere” (San basilio di Cesarea)» (CCC 163). Il credere esige e richiede pazienza perché il disegno di Dio non è subito chiaro, ma si svela poco alla volta nel corso del tempo. È per questo che bisogna fidarsi dei «tempi di Dio», in modo particolare aderendo a Gesù Cristo che con la sua incarnazione ci ha mostrato il suo vero volto. Questa fede noi l’abbiamo ricevuta nella Chiesa, all’interno di una comunità e si ha il dovere di testimoniarla. Scrive benedetto XVI nella Porta fidei: «La fede, infatti, cresce quando è vissuta come esperienza di un amore ricevuto e quando viene comunicata come esperienza di grazia e di gioia. Essa rende fecondi, perché allarga il cuore nella speranza e consente di offrire una testimonianza capace di generare: apre, infatti, il cuore e la mente di quanti ascoltano ad accogliere l’invito del Signore di aderire alla sua Parola per diventare suoi discepoli» (PF 7).

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CReDo in Dio

«Io credo in Dio»: questa prima affermazione della professione di fede è anche la più importante, quella fondamentale. tutto il Simbolo parla di Dio, e, se parla anche dell’uomo e del mondo, lo fa in rapporto a Dio. Gli articoli del Credo dipendono tutti dal primo, così come i comandamenti sono l’esplicitazione del primo. Gli altri articoli ci fanno meglio conoscere Dio, quale si è rivelato progressivamente agli uomini. «Giustamente quindi i cristiani affermano per prima cosa di credere in Dio» (CCC 199). In un contesto sociale e culturale in cui proliferano le offerte religiose o spacciate per tali che pretendono di assicurare – 16 –


soluzioni ai vari problemi, l’affermazione della fede in un solo Dio, uno e trino, costituisce il centro della fede cristiana. «Noi crediamo che questo unico Dio è assolutamente uno nella sua essenza infinitamente santa come in tutte le sue perfezioni, nella sua onnipotenza, nella sua scienza infinita, nella sua provvidenza, nella sua volontà e nel suo amore. Egli è Colui che è, come Egli stesso lo ha rivelato a Mosè (cfr. Ex. 3,14); ed Egli è Amore, come ce lo insegna l’Apostolo Giovanni (cfr. 1 Io. 4, 8): cosicché questi due nomi, Essere e Amore, esprimono ineffabilmente la stessa Realtà divina di Colui, che ha voluto darsi a conoscere a noi, e che “abitando in una luce inaccessibile” (cfr. 1 Tim. 6, 16) è in se stesso al di sopra di ogni nome, di tutte le cose e di ogni intelligenza creata» (Paolo VI, Solenne professione di fede, 30 giugno 1968). I progressi della scienza e della tecnica hanno portato tanti a ritenere che Dio sia stato spodestato dal suo trono e dalla coscienza dell’uomo, per cui non avrebbe alcuna funzione da svolgere nel mondo. Altri ritengono che Dio sia una semplice illusione che l’uomo si costruisce per spiegare le cose che ancora ignora, per trovare consolazione nei momenti di prova, di dolore e di paura; altri ancora ritengono, qualora esistesse, essere un limite alla libertà dell’uomo. È significativa la testimonianza degli astronauti che per primi hanno fatto il giro attorno alla luna nel dicembre del 1968: «Una capsula spaziale con un uomo a bordo compie il suo primo giro attorno alla luna. Il mondo intero guarda e ascolta. Ode i cosmonauti dell’Apollo 8 (Andres, Lowel e borman) leggere ad alta voce la prima pagina della bibbia: “In principio Dio creò il cielo e la terra... Dio disse: Sia la luce. E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre... Dio disse: Ci siano luci nel firmamento del cielo, per distinguere il giorno dalla notte... e per illuminare la terra. E così avvenne: – 17 –


Dio fece le due luci grandi, la luce maggiore per regolare il giorno e la luce minore per regolare la notte, e le stelle”». Poi borman, uno specialista in astronautica, ma anche lettore del gruppo liturgico della sua parrocchia, aggiunse: «Dacci, o Signore, la possibilità di vedere il tuo amore nel mondo, nonostante i difetti umani. Dacci la fede, la fiducia, la bontà, nonostante la nostra ignoranza e la nostra debolezza. Dacci la conoscenza perché possiamo continuare a pregare con cuori che comprendono». Ecco: l’uomo, al culmine della sua scienza, confessa Dio; al vertice della sua potenza, rende gloria a Dio... L’uomo, dominatore della tecnica, prega Dio non di dirigere la sua capsula spaziale, ma di «cambiargli gli occhi e il cuore» (t. rey-Mermet, Credere). La fede nell’unicità di Dio si radica nella rivelazione che troviamo nell’Antico testamento: «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze» (Dt 6,4-5). Per mezzo dei profeti, Dio invita Israele e tutte le nazioni a volgersi a lui, l’Unico: «Volgetevi a me e sarete salvi, paesi tutti della terra, perché io sono Dio; non ce n’è altri... davanti a me si piegherà ogni ginocchio, per me giurerà ogni lingua. Si dirà: “Solo nel Signore si trovano vittoria e potenza”» (Is 45,22-24) (CCC 201). nella pienezza dei tempi è Gesù che rivela, con la sua pubblica testimonianza e con la missione data ai discepoli, l’unità e la realtà trinitaria di Dio: Gesù Cristo parla del Padre suo dicendo: «Io e il Padre siamo una cosa sola» (Gv 10,30). La prima lettera di Giovanni presenta Dio che è verità, perché «Dio è luce e in lui non ci sono tenebre» (1 Gv 1,5); egli è «amore» (1 Gv 4,8), e l’amore costituisce anche la legge interna del suo essere e perciò dell’unità con se stesso. – 18 –


CReDo in Dio paDRe onnipotente

Il Dio in cui noi crediamo non è una realtà anonima e impersonale. Gesù, il Figlio di Dio, ci ha insegnato a rivolgerci a Dio chiamandolo Padre: «Padre nostro» (Mt 6,9). La parola «Padre» evoca tenerezza, confidenza, amore. Credere in Dio che è nostro Padre implica entrare nella sua vita di amore e di comunione. Questa comunione è resa evidente dalla testimonianza di Gesù quando afferma che: «Io e il Padre siamo una cosa sola» (Gv 10,30). La fede in Dio Padre implica credere alla vita trinitaria, una dimensione che Gesù stesso ha rivelato. nella bibbia non troviamo il termine trinità, che proviene dal latino Trinitas (di tre) per spiegare che la Divinità è formata da tre persone divine; il termine è stato coniato nel II secolo da tertulliano – 19 –


di Cartagine. Con il segno della croce professiamo la fede nella trinità e nell’incarnazione, passione, morte e risurrezione di Gesù Cristo che sono i due misteri centrali della nostra fede. La vita di Gesù è una rivelazione della trinità: «Chi vede me, vede colui che mi ha mandato» (Gv 12,45); «Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto» (Gv 14,7); «Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio» (Gv 15,26-27). Dio è Amore (cfr. l Gv 4,8) e al suo interno vi è comunione: Dio è Padre del Figlio nello Spirito Santo; l’amore è il movimento della trinità. Il mistero della vita di Dio si rende accessibile attraverso la storia di Gesù, perché attraverso il mistero dell’Incarnazione sono coinvolti il Padre e lo Spirito Santo. Il Catechismo della Chiesa Cattolica ricorda che: «Il mistero della Santissima trinità è il mistero centrale della fede e della vita cristiana. È il mistero di Dio in se stesso. È quindi la sorgente di tutti gli altri misteri della fede; è la luce che li illumina. È l’insegnamento fondamentale ed essenziale nella “gerarchia delle verità” di fede. “tutta la storia della salvezza è la storia del rivelarsi del Dio vero e unico: Padre, Figlio e Spirito Santo, il quale riconcilia e unisce a sé coloro che sono separati dal peccato”» (CCC 234). «Chiamando Dio con il nome di “Padre”, il linguaggio della fede mette in luce soprattutto due aspetti: che Dio è origine primaria di tutto e autorità trascendente, e che, al tempo stesso, è bontà e sollecitudine d’amore per tutti i suoi figli. Questa tenerezza paterna di Dio può anche essere espressa con l’immagine della maternità, che indica ancor meglio l’immanenza di Dio, l’intimità tra Dio e la sua creatura. Il linguaggio – 20 –


della fede si rifà così all’esperienza umana dei genitori che, in certo qual modo, sono per l’uomo i primi rappresentanti di Dio» (CCC 239). «La teologia cristiana sintetizza la verità su Dio con questa espressione: un’unica sostanza in tre persone. Dio non è solitudine, ma perfetta comunione. Per questo la persona umana, immagine di Dio, si realizza nell’amore, che è dono sincero di sé» (benedetto XVI, Angelus, 22 maggio 2005). nel professare la fede in Dio diciamo che è Padre Onnipotente. Il Catechismo ricorda che: «Di tutti gli attributi divini, nel Simbolo si nomina soltanto l’onnipotenza di Dio: confessarla è di grande importanza per la nostra vita. noi crediamo che tale onnipotenza è universale, perché Dio, tutto ha creato, tutto governa e tutto può; amante, perché Dio è nostro Padre; misteriosa, perché soltanto la fede può riconoscere allorché “si manifesta nella debolezza» (2 Cor 12,9)» (CCC 268). Certo rimane un mistero il modo con cui Dio manifesta la sua onnipotenza. Molto spesso, soprattutto di fronte alle tragedie che coinvolgono i singoli e le comunità, sorge quasi spontanea la domanda: «Dio dov’è? Perché non interviene?» Lui a cui nulla è impossibile. In queste circostanze l’esperienza di fede ci deve portare a capire l’onnipotenza di Dio soprattutto alla luce del mistero pasquale: mistero di passione, di morte e di risurrezione del Figlio di Dio. «L’impotenza del venerdì di passione è la premessa per la manifestazione dell’onnipotenza di Dio nella risurrezione».

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CReDo in Dio CReatoRe DeL CieLo e DeLLa teRRa

Il tema della creazione è di fondamentale importanza per il credente. Il libro della Genesi inizia con una affermazione solenne: «In principio Dio creò il cielo e la terra» (Gn 1,1). Il Catechismo della Chiesa Cattolica ricorda che: «La creazione è il fondamento di “tutti i progetti salvifici di Dio”, l’inizio della storia della salvezza, che culmina in Cristo. Inversamente, il mistero di Cristo è la luce decisiva sul mistero della creazione: rivela il fine in vista del quale, “in principio, Dio creò il cielo e la terra” (Gn 1,1): “dalle origini, Dio pensava alla gloria della nuova creazione in Cristo”» (CCC 280). È significativo che le letture della Veglia Pasquale, che celebra la nuova creazione realizzata da Cristo, inizino con il racconto della creazione. La questione sull’origine del mondo, dell’uomo e dell’intero creato sono sempre oggetto di dibattiti – 22 –


e di studi scientifici. La scienza ha preso atto che, per forza di cose, c’è stato un inizio che ha dato origine al tutto. Certo non si devono prendere alla lettera le descrizioni sulla creazione fatte dalla bibbia; lo studio dei generi letterari ha aiutato a capire che quei racconti sono un modo di esprimersi dell’autore sacro il quale, con immagini suggestive prese dalla realtà visibile, vuole trasmettere il messaggio che tutto ha avuto origine da un grande atto di amore di Dio. «La creazione è una chiamata alla libertà e a esercitare la propria vocazione di cooperatori della creazione. I risultati della ricerca scientifica, e la divulgazione di questi presso strati sempre più ampi di popolazione, sembrano porre in questione la ragionevolezza della fede nella creazione divina, ponendo tanti interrogativi. La scienza naturale rende il Creatore superfluo? no. La frase “Dio ha creato il mondo” non è un’affermazione scientifica superata» (YOUCAt 41). Si tratta di un’affermazione teologica e, pertanto, riguarda il senso e l’origine divina delle cose. «Si può essere convinti della teoria dell’evoluzione e credere lo stesso al Creatore? Sì. (...) La teologia non ha competenze in campo scientifico, e la scienza non ha competenze in campo teologico. (...) Un cristiano può accettare la teoria evoluzionistica come un utile modello di spiegazione purché non cada nella falsa opinione dell’evoluzionismo che considera gli uomini come un prodotto casuale di processi biologici. L’evoluzione presuppone che esista qualcosa che può essere soggetto di uno sviluppo; ma circa la provenienza di questo “qualcosa” non si dice nulla. Anche le domande relative all’essere, all’essenza, alla dignità, al compito, al senso e al perché del mondo e degli uomini non possono risolversi in una risposta di tipo biologico. L’“evoluzionismo” da una parte e il creazionismo dall’altra vanno oltre il loro limite. I creazio– 23 –


nisti prendono i dati biblici (come, ad esempio, l’età della terra, la creazione del mondo in sei giorni) in modo ingenuamente letterale» (YOUCAt 42; cfr. CCC 282-289) (Vivere l’Anno della fede. Sussidio pastorale, 2012). L’espressione «creatore del cielo e della terra» indica la totalità dell’intero creato. «nella Sacra Scrittura, l’espressione “cielo e terra” significa: tutto ciò che esiste, l’intera creazione. Indica pure, all’interno della creazione, il legame che ad un tempo unisce e distingue cielo e terra: “la terra” è il mondo degli uomini. “il cielo” o “i cieli”, può indicare il firmamento, ma anche il “luogo” proprio di Dio: il nostro “Padre che è nei cieli” (Mt 5,16) e, di conseguenza, anche il “cielo” che è la gloria escatologica. Infine, la parola “cielo” indica il “luogo” delle creature spirituali – gli angeli – che circondano Dio» (CCC 326). Al centro del creato Dio ha posto l’uomo e a lui ha affidato la custodia del creato. In questo senso l’uomo ha una grande responsabilità verso le cose create. benedetto XVI, nell’Esortazione Apostolica post-sinodale Verbum Domini, scrive che: «L’impegno nel mondo richiesto dalla divina Parola ci spinge a guardare con occhi nuovi l’intero cosmo creato da Dio e che porta già in sé le tracce del Verbo, per mezzo del quale tutto è stato fatto (cfr. Gv 1,2). In effetti c’è una responsabilità che abbiamo come credenti e annunciatori del Vangelo anche nei confronti della creazione. La rivelazione, mentre ci rende noto il disegno di Dio sul cosmo, ci porta anche a denunciare gli atteggiamenti sbagliati dell’uomo, quando non riconosce tutte le cose come riflesso del Creatore, ma mera materia da manipolare senza scrupoli. Così l’uomo manca di quella essenziale umiltà che gli permette di riconoscere la creazione come dono di Dio da accogliere e usare secondo il suo disegno» (VD 108). – 24 –


CReDo in un soLo siGnoRe, GesÙ CRisto

nel Catechismo della Chiesa Cattolica la sezione riguardante Gesù Cristo è la più ampia e diffusa. Il motivo è che la seconda persona della Santissima trinità ha condiviso in tutto «eccetto il peccato», la nostra condizione umana. La sua vicenda umana è situata nel tempo e nello spazio e, soprattutto, Gesù è la parola definitiva che Dio ha detto agli uomini. I cristiani si chiamano così perché credono in Gesù Cristo, Figlio di Dio, nato, morto e risorto per la salvezza di tutti gli uomini. – 25 –


Gesù è colui che ha diviso in due la storia, determinando un prima e un dopo la sua venuta. Il Concilio Vaticano II, nella Costituzione Dei Verbum, così presenta l’opera della salvezza affidata dal Padre al Figlio: «Dopo aver a più riprese e in più modi, parlato per mezzo dei profeti, Dio “alla fine, nei giorni nostri, ha parlato a noi per mezzo del Figlio” (Eb 1,1-2). Mandò infatti suo Figlio, cioè il Verbo eterno, che illumina tutti gli uomini, affinché dimorasse tra gli uomini e spiegasse loro i segreti di Dio (cfr. Gv 1,1-18). Gesù Cristo dunque, Verbo fatto carne, mandato come “uomo agli uomini” (3), “parla le parole di Dio” (Gv 3,34) e porta a compimento l’opera di salvezza affidatagli dal Padre (cfr. Gv 5,36; 17,4). Perciò egli, vedendo il quale si vede anche il Padre (cfr. Gv 14,9), col fatto stesso della sua presenza e con la manifestazione che fa di sé con le parole e con le opere, con i segni e con i miracoli, e specialmente con la sua morte e la sua risurrezione di tra i morti, e infine con l’invio dello Spirito di verità, compie e completa la rivelazione e la corrobora con la testimonianza divina, che cioè Dio è con noi per liberarci dalle tenebre del peccato e della morte e risuscitarci per la vita eterna. L’economia cristiana dunque, in quanto è l’Alleanza nuova e definitiva, non passerà mai, e non è da aspettarsi alcun’altra rivelazione pubblica prima della manifestazione gloriosa del Signore nostro Gesù Cristo (cfr. 1 tm 6,14 e tt 2,13)» (DV 4). Al termine del precedente Anno della fede, Paolo VI pronunciò una significativa professione di fede, dicendo a proposito di Gesù Cristo: «Noi crediamo in Nostro Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio. Egli è il Verbo eterno, nato dal Padre prima di tutti i secoli, e al Padre consustanziale, homoousios to Patri (Dz-Sch. 150); e per mezzo di Lui tutto è stato fatto. Egli si è incarnato per opera dello Spirito nel seno della Vergine Maria, e si è fatto uomo: eguale pertanto al Padre secondo la – 26 –


divinità, e inferiore al Padre secondo l’umanità (cfr. Dz.-Sch. 76), ed Egli stesso uno, non per una qualche impossibile confusione delle nature ma per l’unità della persona (cfr. Ibid.)» (Paolo VI, Solenne professione di Fede, 30 giugno 1968). nel Catechismo della Chiesa Cattolica vengono espressi gli stessi concetti: «noi crediamo e professiamo che Gesù di nazaret, nato ebreo da una figlia d’Israele, a betlemme, al tempo del re Erode il Grande e dell’imperatore Cesare Augusto, di mestiere carpentiere, morto crocifisso a Gerusalemme, sotto il procuratore Ponzio Pilato, mentre regnava l’imperatore tiberio, è il Figlio eterno di Dio fatto uomo, il quale è “venuto da Dio” (Gv 13,3), “disceso dal cielo” (Gv 3,13; 6,33), venuto nella carne; infatti “il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità. (...) Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia (Gv 1,14.16)». (CCC 423). È compito della Chiesa e di tutti i singoli credenti, riaffermare e testimoniare la fede in Gesù Cristo. risuonano solenni e significative le parole di Giovanni Paolo II pronunciate durante la Messa di inizio del pontificato: «non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. non abbiate paura! Cristo sa “cosa è dentro l’uomo”. Solo lui lo sa! Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro, nel profondo del suo animo, del suo cuore. Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra. È invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione. Permettete, quindi – vi prego, vi imploro con umiltà e con fiducia – permettete a Cristo di parlare all’uomo. Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna» (Giovanni Paolo II, Omelia 22 ottobre 1978). – 27 –


iL FiGLio Di Dio si È Fatto uoMo

Il mistero e la realtà dell’Incarnazione è la condizione necessaria per capire il mistero e l’efficacia della redenzione. Gesù è vero Dio e vero uomo. nel corso dei secoli la costante preoccupazione della Chiesa consistette proprio nel tenere unite, nella stessa professione di fede, l’umanità e la divinità di Gesù. nei primi secoli la Chiesa dovette lottare su due fronti: contro coloro che, negando la vera umanità di Gesù, gli attribuivano un’umanità apparente e fittizia (docetismo), e contro coloro che negavano la divinità di Gesù, ritenendolo un semplice uomo adottato da Dio come suo figlio (arianesimo). Contro l’Arianesimo si pronunciò il Concilio di nicea (325) dichiarando che Gesù era «della stessa sostanza del Padre». – 28 –


nel 381 si riunì un altro Concilio a Costantinopoli per definire la divinità dello Spirito Santo. I vescovi riuniti in Concilio inviarono una lettera a Papa Damaso, nella quale affermavano: «Questa fede, infatti, deve essere approvata da voi, da noi e da quanti non distorcono il senso della vera fede essendo essa antichissima e conforme al battesimo; essa ci insegna a credere nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, cioè in una sola divinità, potenza, sostanza del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, in una uguale dignità, e in un potere coeterno, in tre perfettissime ipostasi, cioè in tre perfette persone, ossia tali, che non abbia luogo in esse né la follia di Sabellio con la confusione delle persone, con la soppressione delle proprietà personali, né prevalga la bestemmia… degli Ariani… per cui, divisa la sostanza, o la natura, o la divinità, si aggiunga all’increata, consostanziale e coeterna trinità una natura posteriore, creata, o di diversa sostanza. riteniamo anche, intatta, la dottrina dell’incarnazione del Signore; non accettiamo, cioè l’assunzione di una carne senz’anima, senza intelligenza, imperfetta, ben sapendo che il verbo di Dio, perfetto prima dei secoli, è divenuto perfetto uomo negli ultimi tempi per la nostra salvezza». Più tardi, nel 451, il Concilio di Calcedonia esprimerà la fede della Chiesa in Gesù Cristo tramite una formulazione molto accurata: «All’unanimità noi insegniamo a confessare un solo e medesimo Figlio: il Signore nostro Gesù Cristo, perfetto nella sua divinità e perfetto nella sua umanità, vero Dio e vero uomo..., della stessa sostanza del Padre per la divinità, e della nostra stessa sostanza per l’umanità...; da riconoscersi in due nature, senza confusione, immutabili, indivise, inseparabili». Alla domanda: perché il Verbo si è fatto carne, il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma: «Con il Credo niceno-costantinopolitano rispondiamo confessando: “Per noi uomini e – 29 –


per la nostra salvezza discese dal cielo; per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo”» (CCC 456). Il Catechismo continua nella spiegazione dicendo che il Verbo si è fatto carne perché noi conoscessimo l’amore di Dio, per essere nostro modello di santità, perché diventassimo «partecipi della natura divina». «riprendendo l’espressione di San Giovanni “Il Verbo si fece carne” (Gv 1,14), la Chiesa chiama “incarnazione” il fatto che il Figlio di Dio abbia assunto una natura umana per realizzare in essa la nostra salvezza. La Chiesa canta il mistero dell’incarnazione in un inno riportato da San Paolo: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2,5-8)» (CCC 461). Come afferma il Sussidio pastorale per l’Anno della fede: «Le formulazioni accolte nel Credo non pretendono di spiegare esaustivamente ciò che di fatto è inaccessibile all’intelligenza umana; pretendono solamente, per così dire, di indicare la direzione giusta in cui si può ricercare il mistero della persona di Gesù. Esse non chiariscono il mistero, bensì precisano qual è il mistero che non possiamo razionalizzare, ma che possiamo accettare nell’umile evidenza della fede». Questa è la grande notizia e l’immensa gioia del natale cristiano: in Gesù, Dio ha assunto la nostra carne mortale, ha condiviso la nostra vita quotidiana, le nostre pene e le nostre gioie, i nostri piaceri e le speranze, e si è fatto uno di noi in tutto fuorché nel peccato.

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CReDo in GesÙ CRisto nato DaLLa VeRGine MaRia La fede che si professa è sostenuta dalla Parola che ci è stata tramandata. «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità» (Gv 1,14). «Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo» (Eb 1,1-2). Gesù non fu concepito come gli altri uomini. Egli, essendo Dio, s’incarnò e nacque dalla Vergine Maria per opera dello Spirito Santo. «Il Verbo si fece carne» (Gv 1,14), cioè Dio si è donato e fatto conoscere alla umanità mediante una profonda condivisione della – 31 –


esperienza umana, Gesù è vero Dio ma è anche vero uomo. Il Catechismo della Chiesa Cattolica così si esprime: «L’annunciazione a Maria inaugura la “pienezza del tempo”, cioè il compimento delle promesse e delle preparazioni. Maria è chiamata a concepire colui nel quale abiterà “corporalmente tutta la pienezza della divinità”. La risposta divina al suo: “Come è possibile? non conosco uomo” è data mediante la potenza dello Spirito: “Lo Spirito Santo scenderà su di te”. La missione dello Spirito Santo è sempre congiunta e ordinata a quella del Figlio. Lo Spirito Santo, che è “Signore e dà la vita”, è mandato a santificare il grembo della Vergine Maria e a fecondarla divinamente, facendo sì che ella concepisca il Figlio eterno del Padre in un’umanità tratta dalla sua» (CCC 484-485). «Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare coloro che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli» (Gal 4,4-5). Dio, per attuare il suo progetto di salvezza per l’umanità, ha chiesto la libera collaborazione di una creatura umana: Maria di nazaret. nell’Annunciazione, l’angelo rivela il piano di Dio a Maria che, con il suo sì, diventa la Madre di Dio, la theotokos (dal greco: Genitrice di Dio), definita così dal Concilio di Efeso (431). In questo modo, Dio ha dato grande dignità e rilevanza alla donna. Maria è stata scelta fin dal grembo materno per diventare la Madre di Dio: infatti è stata concepita senza peccato originale. Per questo, viene salutata dall’angelo come la «piena di grazia» e dalla Chiesa è venerata con il titolo di Immacolata Concezione: «La beatissima Vergine Maria nel primo istante della sua concezione, per una grazia e un privilegio singolare di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, è stata preservata – 32 –


intatta da ogni macchia del peccato originale» (dal Dogma dell’Immacolata Concezione). Al ruolo e al mistero di Maria nella storia della salvezza, la Costituzione Conciliare Lumen gentium, dedica il capitolo ottavo: «La beata Vergine, predestinata fino dall’eternità, all’interno del disegno d’incarnazione del Verbo, per essere la madre di Dio, per disposizione della divina Provvidenza fu su questa terra l’alma madre del divino redentore, generosamente associata alla sua opera a un titolo assolutamente unico, e umile ancella del Signore, concependo Cristo, generandolo, nutrendolo, presentandolo al Padre nel tempio, soffrendo col Figlio suo morente in croce, ella cooperò in modo tutto speciale all’opera del Salvatore, coll’obbedienza, la fede, la speranza e l’ardente carità, per restaurare la vita soprannaturale delle anime. Per questo ella è diventata per noi madre nell’ordine della grazia. E questa maternità di Maria nell’economia della grazia perdura senza soste dal momento del consenso fedelmente prestato nell’Annunciazione e mantenuto senza esitazioni sotto la croce, fino al perpetuo coronamento di tutti gli eletti» (LG 61-62). nella Marialis cultus, Paolo VI insegna che: «La Vergine Maria è stata sempre proposta dalla Chiesa alla imitazione dei fedeli non precisamente per il tipo di vita che condusse e, tanto meno, per l’ambiente socioculturale in cui essa si svolse, oggi quasi dappertutto superato; ma perché, nella sua condizione concreta di vita, ella aderì totalmente e responsabilmente alla volontà di Dio (cfr. Lc 1,38); perché ne accolse la parola e la mise in pratica; perché la sua azione fu animata dalla carità e dallo spirito di servizio; perché, insomma, fu la prima e la più perfetta seguace di Cristo: il che ha un valore esemplare, universale e permanente» (MC 35). – 33 –


patÌ sotto ponZio piLato Il Mistero pasquale della croce e della risurrezione di Cristo è al centro della predicazione del Vangelo che gli Apostoli proclamano al mondo intero. tutto questo, come il mistero dell’incarnazione, è posto in una concreta realtà storica. nella sua professione di fede Paolo VI sintetizza la vicenda umana di Gesù: «Egli ha dimorato in mezzo a noi, pieno di grazia e di verità. Egli ha annunciato e instaurato il Regno di Dio, e in Sé ci ha fatto conoscere il Padre. Egli ci ha dato il suo Comandamento nuovo, di amarci gli uni gli altri com’Egli ci ha amato. Ci ha insegnato la via delle Beatitudini del Vangelo: povertà in spirito, mitezza, dolore sopportato nella pazienza, sete della giustizia, misericordia, purezza di cuore, volontà di pace, persecuzione sofferta per la giustizia. Egli ha patito sotto Ponzio Pilato, Agnello di Dio che porta sopra di sé i peccati del mondo, ed è morto per noi sulla Croce, salvandoci col suo – 34 –


Sangue Redentore» (Paolo VI, Solenne professione di Fede, 30 giugno 1968). È interessante notare che nella professione di fede, oltre naturalmente al nome di Gesù, vengono citati solo i nomi di Maria e di Pilato. «Maria... Pilato!, insieme, nonostante l’intollerabile accostamento, appunto perché mediante loro due il Figlio di Dio s’è veramente incorporato alla nostra umanità: alla nostra razza umana mediante la sua madre umana, Maria; alla nostra storia umana, civile e politica, mediante Ponzio Pilato. Maria... Pilato: l’amore più tenero, più forte, e l’egoismo più vigliacco, l’egoismo omicida; l’amore che fa vivere Gesù, l’egoismo che lo fa morire; la madre di Dio, l’assassino di Dio. Insomma, l’umanità, la migliore e la peggiore: noi tutti. Maria... Pilato: l’israelita e il pagano. Per Maria, «figlia di Sion», i giudei ci hanno dato Gesù – grazie a loro! –; per Pilato, i pagani condividono coi giudei la responsabilità della sua passione. La passione è una cosa che ci riguarda tutti, giudei e gentili, il crimine di tutti, la salvezza di tutti» (t.r Mermet, Credere). «nACQUE... Patì... ». Il «Credo», come i Vangeli, copre lo spazio di circa 33 anni della vita terrena di Gesù: trent’anni di vita nascosta, tre anni di «vita pubblica». tre anni intensi nei quali Gesù parlò e operò in assoluta coerenza. Annunciò l’avvento del regno messianico con discorsi, parabole, «miracoli, prodigi e segni», che lo indicavano come il re di questo regno. La proclamazione sempre più esplicita del suo particolare rapporto con il Padre («Io e il Padre siamo una cosa sola»), l’annuncio di una salvezza non più riservata a un popolo prediletto, ma ormai esteso e da estendersi a tutti i popoli della terra; tutto ciò finì con l’allarmare e irritare i potenti in carica e li convinse della necessità di eliminarlo. Gesù quindi fu arrestato, processato e condannato a morte. «Patì – 35 –


sotto Ponzio Pilato»: Ponzio Pilato era il rappresentante di roma. Il suo gesto di «lavarsi le mani», è diventato emblematico di un calcolato e astuto disimpegno. Gesù fu flagellato, coronato di spine e crocifisso. La sua morte è vista da San Paolo come l’ultimo atto di quell’abbassamento di sé che comincia con l’assunzione della condizione di servo. «Egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce» (Fil 2, 6-8). «L’interrogatorio di Gesù davanti al sinedrio si era concluso così come Caifa se l’era aspettato: Gesù era stato dichiarato colpevole di bestemmia, reato per il quale era prevista la pena di morte. Ma siccome il potere di infliggere la pena capitale era riservato ai romani, il processo doveva essere trasferito davanti a Pilato e con ciò doveva entrare in primo piano l’aspetto politico della sentenza di colpevolezza. Gesù si era dichiarato Messia, aveva quindi preteso per sé la dignità regale, anche se in modo del tutto particolare. La rivendicazione della regalità messianica era un reato politico, che dalla giustizia romana doveva essere punito. Con il canto del gallo era sorto il giorno. Il governatore romano usava sedere in giudizio nelle prime ore del mattino.Così Gesù viene dai suoi accusatori condotto al pretorio e presentato a Pilato come malfattore meritevole di morte. E il giorno della “Parasceve” per la festa di Pasqua: nel pomeriggio vengono immolati gli agnelli per il banchetto serale» (benedetto XVI, Gesù di Nazaret, II vol.).

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Fu CRoCiFisso, MoRÌ e Fu sepoLto Dopo la condanna di Pilato, Gesù fu condotto al luogo del patibolo. tutti e quattro gli evangelisti ci parlano delle ore del Gesù sofferente sulla croce e delle sua morte. La crocifissione e la morte di Gesù sono il culmine della donazione del Figlio di Dio. La redenzione raggiunge il suo vertice e la sua pienezza sulla croce. Senza addentrarci sugli aspetti storici e giuridici che hanno portato alla crocifissione, dobbiamo dire che Gesù muore per riscattare i peccati di tutta l’umanità: «Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia; dalla sue piaghe siete stati guariti» (1 Pt 2,24). Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma che: «La morte di Cristo è contemporaneamente il sacrificio pasquale che compie – 37 –


la redenzione definitiva degli uomini per mezzo dell’Agnello che toglie il peccato del mondo e il sacrificio della nuova Alleanza, che di nuovo mette l’uomo in comunione con Dio riconciliandolo con lui mediante il sangue versato per molti in remissione dei peccati» (CCC 613). La crocifissione era la condanna più infamante che vigeva in quel tempo: «Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della Legge, diventando lui stesso maledizione per noi, poiché sta scritto: Maledetto chi è appeso al legno» (Gal 3,13); per questo, la croce vista solo con occhi terreni è scandalo, ma con gli occhi della fede e alla luce della Pasqua essa rivela l’immenso amore di Dio che salva l’umanità: «La parola della croce infatti è stoltezza per quelli che si perdono, ma per quelli che si salvano, ossia per noi, è potenza di Dio» (1 Cor 1,18). «La croce è il più profondo chinarsi della Divinità sull’uomo e su ciò che l’uomo – specialmente nei momenti difficili e dolorosi – chiama il suo infelice destino. La croce è come un tocco dell’eterno amore sulle ferite più dolorose dell’esistenza terrena dell’uomo, è il compimento sino alla fine del programma messianico che Cristo formulò una volta nella sinagoga di nazaret e ripetè poi dinanzi agli inviati di Giovanni battista. Secondo le parole scritte già nella profezia di Isaia, tale programma consisteva nella rivelazione dell’amore misericordioso verso i poveri, i sofferenti e i prigionieri, verso i non vedenti, gli oppressi e i peccatori» (DM 8). Scrive benedetto XVI: «Secondo il racconto degli evangelisti, Gesù è morto pregando all’ora nona, cioè alle tre del pomeriggio. Secondo Luca, la sua ultima preghiera era tratta dal Salmo 31: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,46; cfr. Sal 31,6). Secondo Giovanni, l’ultima parola di Gesù è stata: “È compiuto!” (19,30). nel testo greco, questa parola rimanda indietro all’inizio della passione, all’ora della – 38 –


lavanda dei piedi il cui racconto l’evangelista introduce sottolineando che Gesù amò i suoi “sino alla fine” (13,1). Questa “fine”, questo estremo compimento dell’amare è raggiunta ora, nel momento della morte. Egli è veramente andato sino alla fine, sino al limite ed al di là del limite. Egli ha realizzato la totalità dell’amore, ha dato se stesso… I Vangeli sinottici caratterizzano la morte in croce esplicitamente come evento cosmico e liturgico: il sole si oscura, il velo dei tempio si squarcia in due, la terra trema, dei morti risuscitano. Più importante ancora del segno cosmico è un processo di fede: il centurione – comandante del plotone d’esecuzione –, nello sconvolgimento per gli avvenimenti che vede, riconosce Gesù come Figlio di Dio: “Davvero, quest’uomo era Figlio di Dio” (Mc 15,39). Sotto la croce prende inizio la Chiesa dei pagani. A partire dalla croce, il Signore raduna gli uomini per la nuova comunità della Chiesa universale» (benedetto XVI, Gesù di Nazaret, II vol.). L’espressione «fu sepolto» rafforza ulteriormente il senso della condivisione del Cristo, e il realismo brutale della sua morte. Deposto dalla croce e sepolto, Gesù non conobbe invece l’umiliazione della corruzione cadaverica secondo la profezia di Davide (cfr. At 2,25-31). Prima che questo avvenisse, il Padre lo riscattò dalla morte. «Sulla deposizione stessa nel sepolcro gli evangelisti ci trasmettono una serie di informazioni importanti. Innanzitutto viene sottolineato che Giuseppe fa mettere il corpo del Signore in un sepolcro nuovo di sua proprietà nel quale nessuno era stato ancora sepolto (cfr. Mt 27,60; Lc 23,53; Gv 19,41). In ciò si esprime un rispetto profondo nei confronti di questo defunto. Come nella “Domenica delle Palme” si è servito di un asino sul quale nessuno era ancora salito (cfr. Mc 11,2), così ora Egli viene messo anche in un sepolcro nuovo». – 39 –


DisCese aGLi inFeRi

Il mistero della discesa agli inferi, da alcuni è stato ritenuto di natura mitologica. Invece questo mistero della fede per noi è vitale e profondo, in quanto ci lascia intravedere qualcosa del volto stesso di Dio, la sua solidarietà con l’uomo, spinta fin nel regno dei morti, nel luogo della totale assenza di Dio. È un articolo strettamente cristologico ed è una necessaria conseguenza dell’incarnazione del Figlio di Dio. Il Catechismo della – 40 –


Chiesa Cattolica afferma che: «Con l’espressione “Gesù discese agli inferi” il Simbolo professa che Gesù è morto realmente e che, mediante la sua morte per noi, egli ha vinto la morte e il diavolo “che della morte ha il potere” (Eb 2,14). Cristo morto, con l’anima unita alla sua Persona divina, è disceso alla dimora dei morti. Egli ha aperto le porte del cielo ai giusti che l’avevano preceduto» (CCC 636-637). «Cristo, dunque, è disceso nella profondità della morte affinché i “morti” udissero “la voce del Figlio di Dio” (Gv 5,25) e, ascoltandola, vivessero. Gesù, “l’Autore della vita”, ha ridotto “all’impotenza, mediante la morte, colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo”, liberando “così tutti quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita” (Eb 2,14-15). Ormai Cristo risuscitato ha “potere sopra la morte e sopra gli inferi” (Ap 1,18) e “nel nome di Gesù ogni ginocchio” si piega “nei cieli, sulla terra e sotto terra” (Fil 2,10)» (CCC 635). La formula «Disceso agli inferi» venne introdotta nel Credo nel quarto secolo, ma per quel che riguarda il suo contenuto essenziale era naturalmente familiare alla fede cristiana fin dall’inizio e più precisamente come tutti gli articoli della confessione di fede, come un mistero della grazia, della salvezza, della redenzione. Dio Padre ha donato il suo Figlio per redimere l’umanità e facendosi in tutto uguale agli uomini, eccetto il peccato, ha assunto la nostra condizione di lontananza da Dio. Di conseguenza non era sufficiente che Cristo morisse e fosse sepolto, doveva ancora condividere la morte con l’infinita schiera di defunti dall’inizio fino alla fine del mondo. «nella morte dell’uomo peccatore, irredento termina ogni comunicazione non solo con gli uomini ma anche con Dio – questo lo sapevano già i Salmi, Giobbe, Qoelet e i profeti – ma nel momento in cui Gesù diviene solidale per amore con questi perduti nella solitudine, egli porge loro la sua comu– 41 –


nione che è più profonda della morte» (H. U. von balthasar). Sempre von balthasar ha più volte affermato che questo è uno dei misteri più oscuri del cristianesimo. Il Figlio di Dio deve cercare il Padre proprio nel luogo caratterizzato dalla sua assenza, per proclamare anche lì la sua lode e solo dopo questa discesa Egli può ritornare a Lui. È quanto mai suggestivo il testo patristico «Omelia sul Sabato santo» che si legge nell’Ufficio delle Letture il Sabato Santo: «Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato ed ha svegliato coloro che da secoli dormivano. (...) Egli va a cercare il primo padre, come la pecora smarrita. Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell’ombra di morte. Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva, che si trovano in prigione. (...) Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio. (...) Svegliati, tu che dormi! Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell’inferno. Risorgi dai morti. Io sono la Vita dei morti». «Il dogma della “discesa agli inferi” significa che c’è un’evangelizzazione radicale, esistenziale, universale di tutti gli uomini da parte dello stesso Cristo, il quale, glorificato nello Spirito Santo, annuncia la buona novella (cioè offre realmente la sua meravigliosa salvezza) non solamente ai suoi contemporanei che l’hanno incontrato in Palestina, non solamente agli innumerevoli uomini che l’incontrano nella Chiesa visibile nel corso dei secoli, ma a ciascuno e a tutti gli uomini, quando e dove vivono, soprattutto nel momento della loro morte, al di là d’ogni limite di spazio, di tempo, al di là di ogni condizione umana. Gesù è veramente il salvatore di tutti gli uomini! È questo il mistero della nostra redenzione originale» (cfr. t. rey-Mermet, Credere). – 42 –


RisusCitÒ Da MoRte

«È risorto! Gesù vive! Gesù è il Signore!». È l’annuncio pasquale, un grido di vittoria e di esultanza... Ascoltiamo Pietro: «Voi avete ucciso Gesù di nazaret. Ma Dio lo ha risuscitato, sciogliendolo dall’angoscia della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere» (At 2,24). È Pentecoste e col fuoco dello Spirito appena ricevuto gli Apostoli e i discepoli annunciano unanimi la Pasqua, il passaggio del Signore. Essi avevano vissuto con Gesù, l’avevano visto crocifisso; poi ecco la sua tomba vuota e le apparizioni... Essi ne sono i testimoni, la Chiesa ripeterà la loro testimonianza. – 43 –


La Pasqua è il mistero principale della nostra fede, attorno alla quale si articolano tutte le altre verità. Vi è implicato il mistero trinitario: Il Padre risuscita il Figlio, il Figlio manda lo Spirito Santo sulla Chiesa. nello Spirito Santo, la Chiesa riconosce in Gesù il Figlio di Dio, immagine fedele e autentico interprete del Padre. «noi vi annunziamo la buona novella che la promessa fatta ai padri si è compiuta, poiché Dio l’ha attuata per noi, loro figli, risuscitando Gesù» (At 13,32-33). La risurrezione di Gesù è la verità culminante della nostra fede in Cristo, creduta e vissuta come verità centrale dalla prima comunità cristiana, trasmessa come fondamentale dalla tradizione, stabilita dai documenti del nuovo testamento, predicata come parte essenziale del mistero pasquale insieme con la croce: «Cristo è risuscitato dai morti. Con la sua morte ha vinto la morte, ai morti ha dato la vita» (CCC 638). La risurrezione di Gesù è l’evento centrale della sua vita e della nostra fede: egli ha vinto la morte. La risurrezione è un fatto storico: il sepolcro vuoto, le apparizioni di Gesù risorto e la testimonianza dei discepoli attestano questa realtà: «Di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo» (At 5,32); «noi vi annunciamo che la promessa fatta ai padri si è realizzata, perché Dio l’ha compiuta per noi, loro figli, risuscitando Gesù» (At 13,32-33); «A voi ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora» (1 Cor 15,3-6). L’apostolo, ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica, «parla qui della tradizione viva della risurrezione che egli aveva appreso dopo la sua conversione alle porte di Damasco». Il risorto stabilisce con i discepoli un rapporto diretto, – 44 –


li invita a constatare la concretezza della sua persona, i segni della passione, condivide con loro il pasto. non è un fantasma, una invenzione o una suggestione della mente, ma una persona vera, concreta e, allo stesso tempo, con le proprietà nuove di un corpo glorioso. «La risurrezione di Cristo non fu un ritorno alla vita terrena, come lo fu per le risurrezioni che egli aveva compiute prima della pasqua: quelle della figlia di Giairo, del giovane di naim, di Lazzaro. Questi fatti erano avvenimenti miracolosi, ma le persone miracolate ritrovavano, per il potere di Gesù, una vita terrena “ordinaria”. Ad un certo momento esse sarebbero morte di nuovo. La risurrezione di Cristo è essenzialmente diversa. nel suo corpo risuscitato egli passa dallo stato di morte ad un’altra vita al di là del tempo e dello spazio. Il corpo di Gesù è, nella risurrezione, colmato della potenza dello Spirito Santo; partecipa alla vita divina nello stato della sua gloria, sì che San Paolo può dire di Cristo che egli è l’uomo celeste» (CCC 646). benedetto XVI, nel suo libro Gesù di Nazaret, dedica vari passaggi a questo aspetto: «La risurrezione è un evento dentro la storia che, tuttavia, infrange l’ambito della storia e va al di là di essa. Forse possiamo servirci di un linguaggio analogico, che sotto molti aspetti rimane inadeguato, ma può tuttavia aprire un accesso alla comprensione. Potremmo considerare la risurrezione quasi come una specie di radicale salto di qualità in cui si dischiude una nuova dimensione della vita, dell’essere uomini. Anzi, la stessa materia viene trasformata in un nuovo genere di realtà. L’Uomo Gesù appartiene ora proprio anche con lo stesso suo corpo totalmente alla sfera del divino e dell’eterno. D’ora in poi – dice tertulliano – “spirito e sangue” hanno un posto in Dio» (benedetto XVI, Gesù di Nazaret, II vol., pp. 303-304). – 45 –


La CeLeBRaZione LituRGiCa DeLLa pasQua «Fin dall’inizio la Chiesa ha celebrato la Pasqua annuale, solennità delle solennità con una veglia notturna. Infatti la risurrezione di Cristo è fondamento della nostra fede e della nostra speranza e per mezzo del battesimo e della cresima siamo stati inseriti nel mistero pasquale di Cristo: morti, sepolti e risuscitati con lui, con lui anche regneremo» (Preparazione e celebrazione delle feste pasquali, 80). La veglia pasquale è la celebrazione più importante di tutto l’Anno liturgico. I segni, le letture, le preghiere presenti nella celebrazione non fanno altro che mettere in risalto la bellezza e il significato della Pasqua. La Veglia inizia con la liturgia della luce: la benedizione del fuoco, da cui si accende il Cero pasquale, è segno di forza capace di riscaldare i cuori e illuminare le menti. La luce che promana dal Cero è il segno di Cristo risorto: «La luce del Cristo che risorge glorioso di– 46 –


sperda le tenebre del cuore e dello spirito». Significativa è la preghiera del Messale romano che accompagna la benedizione del fuoco: «O padre, che per mezzo del tuo Figlio ci hai comunicato la fiamma viva della tua gloria, benedici questo fuoco nuovo, fa che le feste pasquali accendano in noi il desiderio del cielo e ci guidino, rinnovati nello spirito, alla festa dello splendore eterno». Il simbolismo della luce, dall’esperienza della Veglia pasquale, è sempre presente nella liturgia: nelle lampade e nei ceri accesi durante la celebrazione, nella fiamma che arde perennemente davanti alla custodia eucaristica (tabernacolo). Il fuoco e la luce sono presenti nel rito della dedicazione dell’altare, quando si accende il fuoco nel braciere posto sull’altare e vi si brucia l’incenso. Momento significativo è l’ascolto della Parola. «Le letture della Sacra Scrittura formano la seconda parte della veglia. Esse descrivono gli avvenimenti culminanti della storia della salvezza, che i fedeli devono poter serenamente meditare nel loro animo attraverso il canto del salmo responsoriale, il silenzio e l’orazione del celebrante. Il rinnovato rito della veglia comprende sette letture dell’Antico testamento prese dai libri della legge e dei profeti, le quali per lo più sono state accettate dall’antichissima tradizione sia dell’oriente che dell’occidente; e due letture dal nuovo testamento, prese dalle lettere degli Apostoli e dal Vangelo. Così la Chiesa “cominciando da Mosè e da tutti i profeti” interpreta il mistero pasquale di Cristo. Pertanto tutte le letture siano lette, dovunque sia possibile, in modo da rispettare completamente la natura della veglia pasquale, che esige il tempo dovuto» (PCFP 85). Altro segno importante è l’acqua che caratterizza la liturgia battesimale che, con la benedizione anche dell’acqua lustrale, usata per la benedizione delle famiglie, prolunga e fa risco– 47 –


prire la dimensione battesimale. nella tradizione biblica, l’acqua ha, soprattutto, un duplice significato: è segno di morte e di distruzione, ma è anche segno di vita e di prosperità. nel racconto del diluvio, l’acqua che distrugge l’umanità nello stesso tempo la purifica dal peccato. L’acqua viene percepita come segno di benedizione e di maledizione. La fertilità del suolo è legata alla pioggia che irriga i campi e riempie i pozzi. I salmi cantano questo dono di Dio: «Tu visiti la terra e la disseti, la ricolmi delle sue ricchezze. Il fiume di Dio è gonfio di acque; tu fai crescere il frumento per gli uomini. Così prepari la terra: ne irrighi i solchi, ne spiani le zolle, la bagni con le piogge e benedici i suoi germogli» (Sal 65,10-12). La liturgia della Veglia pasquale, che è fondamentalmente una grande celebrazione battesimale, mette in risalto il segno dell’acqua con una solenne benedizione: «Ravviva in noi, Signore, nel segno di quest’acqua benedetta, il ricordo del nostro battesimo…». Per questo motivo tutte le volte che la liturgia prevede un rito con l’uso dell’acqua, non intende compiere un rito semplicemente purificatorio, ma intende fare memoria del battesimo e degli impegni che ne derivano. L’acqua, di conseguenza, avvolge e segna tutta la vita del cristiano. «Dal battesimo fino all’ultima aspersione prevista durante il congedo nel rito dei funerali, l’acqua è per il cristiano segno di Cristo, fonte di quell’acqua viva sgorgante dal suo costato ferito… per rendere ogni uomo simile a quell’albero “piantato lungo corsi d’acqua, che darà frutto a suo tempo e le sue foglie non cadranno mai” (Sal 1,3)» (S. Sirboni). San Leone Magno sintetizza con queste espressioni la pienezza del battesimo: «Per ogni uomo che rinasce, l’acqua del battesimo è come un grembo verginale. Il medesimo Spirito che ha fecondato la Vergine, feconda anche il fonte battesimale» (Sermone 24, In Nativitate Domini). – 48 –


saLÌ aL CieLo, sieDe aLLa DestRa Di Dio paDRe

Il Padre onnipotente chiama Gesù risorto «in cielo», «alla sua destra». L’evento dell’ascensione manifesta la signoria del Cristo. Di quale signoria si tratta? non certo di quella esercitata nella prepotenza e nell’affermazione di sé. La signoria di Cristo, al contrario, viene dal suo abbassamento, dalla sua umiliazione di crocifisso. Proprio per questo – insegna Paolo – «Dio lo ha esaltato e gli ha dato un nome che è al di sopra di ogni altro nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre» (Fil 2,9-11). Gesù, dopo la risurrezione, è rimasto per un certo tempo sulla terra, apparendo agli Apostoli. Questo suo apparire è servito per far conoscere meglio la realtà della sua risurrezione, non è un fantasma, è un uomo concreto, invita gli Apostoli a constatare i segni della passione, condivide i pasti con loro, è, in altre parole, vivo, concreto nella sua umanità. È il periodo – 49 –


in cui continua ad ammaestrare i suoi discepoli per renderli idonei a essere suoi testimoni, soprattutto testimoni autorevoli della sua risurrezione. Quaranta giorni dopo la risurrezione, Gesù, sul monte degli Ulivi, davanti ai suoi discepoli, ascende al cielo. Il sedersi di Gesù alla destra di Dio Padre significa che è Signore di tutto il creato e ne indica la piena glorificazione divina. Egli non esce di scena dalla storia degli uomini, ma dopo la sua ascesa invia lo Spirito Santo per guidare l’umanità. Gesù dice ai suoi discepoli: «Vado e tornerò da voi» (Gv 14,28). Con l’Ascensione termina il tempo di Gesù Cristo sulla terra e inizia il tempo della Chiesa; è lì che possiamo incontrare Gesù perché: «La Chiesa del Dio vivente è colonna e sostegno della verità» (1 tm 3,15). «Questa ascensione-partenza, appunto perché inaugura il tempo della Chiesa, è raccontata non nei vangeli, ma nella prima pagina degli Atti degli Apostoli, il libro Chiesa primitiva. Infatti, un capitolo della storia della salvezza è terminato, ossia il tempo personale di Cristo Gesù sulla nostra terra. Inizia un nuovo capitolo: il tempo personale dello Spirito Santo che discenderà sulla Chiesa il giorno di Pentecoste; il tempo della Chiesa. Il Signore è “salito” al cielo solo per essere maggiormente presente, per operare più efficacemente, ma mediante il suo Spirito». Scrive a questo proposito benedetto XVI: «Il Gesù che si congeda non va da qualche parte su un astro lontano. Egli entra nella comunione di vita e di potere con il Dio vivente, nella situazione di superiorità di Dio su ogni spazialità. Per questo non è “andato via”, ma, in virtù dello stesso potere di Dio, è ora sempre presente accanto a noi e per noi… Siccome Gesù è presso il Padre, Egli non è lontano, ma è vicino a noi. Ora non si trova più in un singolo posto del mondo come prima dell’“ascensione”; ora, nel suo potere che supera ogni – 50 –


spazialità, Egli è presente accanto a tutti ed invocabile da parte di tutti – attraverso tutta la storia – e in tutti i luoghi» (benedetto XVI, Gesù di Nazaret, II vol., p. 314). Gesù non si vede più fisicamente con gli occhi del corpo, ma si vede con gli occhi della fede presente nel Vangelo, nei sacramenti, nei ministri consacrati, nella Comunità, nei fratelli sofferenti. Inizia il tempo dell’impegno, di mettere in pratica le parole di Gesù; ora spetta ai battezzati di camminare nel mondo da cristiani adulti che testimoniano il Vangelo senza paura: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura» (Mc 16,15), perché il Signore Gesù sarà sempre presente: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). L’atmosfera liturgica dell’Ascensione è sempre pervasa da una struggente nostalgia, perché ci mette in tensione verso le cose del cielo, verso la patria a cui, lungo il pellegrinaggio terreno, si è incamminati e dove il Signore ci ha preceduti. Un grande convertito alla fede, A. Frossard, riflettendo su questo mondo nuovo che ci fa intravedere il mistero dell’Ascensione, scrive: «C’è un altro mondo. Il suo tempo non è il nostro tempo, il suo spazio non è il nostro spazio; ma c’è. non si può situarlo, né assegnargli una localizzazione in alcun posto del nostro universo sensibile: le sue leggi non sono le nostre leggi; ma c’è. Io l’ho visto, con lo sguardo dello spirito, slanciarsi, quale “folgorazione silenziosa”, trascendenza che si dona… E verso quest’altro mondo in cui si innesta la risurrezione dei corpi che tutti noi andiamo; è in lui che si realizzerà in un inestimabile istante quella parte essenziale di noi stessi evidenziata negli uni dal battesimo, in altri dall’intuizione spirituale, in tutti dalla carità; in lui che ritroveremo coloro che crediamo di aver perduto e che sono salvi». (A. Frossard, C’è un altro mondo, torino 1976, 142 ss.). – 51 –


VeRRÀ a GiuDiCaRe i ViVi e i MoRti

La venuta di Gesù alla fine dei tempi si chiama parusìa, termine greco che significa presenza: «nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e Salvatore Gesù Cristo» (tt 2,13). Il Catechismo della Chiesa Cattolica, affrontando questo tema, dice che: «In linea con i profeti e con Giovanni battista Gesù ha annunziato nella sua predicazione il giudizio dell’ultimo giorno. Allora saranno messi in luce la condotta di ciascuno e il segreto dei cuori. Allora verrà condannata l’incredulità colpevole che non ha tenuto in alcun conto la grazia offerta da Dio. L’atteggiamento verso il prossimo rivelerà l’accoglienza o il rifiuto della grazia e dell’amore divino. Gesù dirà nell’ultimo giorno: “Ogni volta che avete fatto queste cose ad uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40)» (CCC 678). – 52 –


«L’articolo di fede circa la venuta gloriosa di Gesù come giudice dei vivi e dei morti alla fine dei tempi si è profondamente impresso nella coscienza cristiana. basti pensare ai vangeli della venuta di Cristo sulle nubi del cielo, che secondo l’ordine di lettura della vecchia come della nuova liturgia di ciascun anno, vengono letti nell’ultima domenica dell’anno liturgico e nella prima di Avvento, vangeli che nessuno può ascoltare senza avvertire un fremito nel proprio animo. Possiamo pensare anche alle grandiose rappresentazioni pittoriche del giudizio universale, come pure alle invocazioni e agli inni pieni di speranza e di timore, a partire dall’ardente e fiduciosa supplica del cristianesimo primitivo: “Marana tha: vieni, o Signore!” (1 Cor 16,22)» (W. Kasper, Communio 79). Questa espressione aveva una grandissima importanza presso le prime comunità cristiane che attendevano con ansia la venuta del Signore. «Si tratta della nota espressione in aramaico, usata nella liturgia, che ci fa capire bene con quale spirito i discepoli di Gesù vivessero l’eucaristia e come questo spirito diventasse in seguito un atteggiamento di vita: Maranatha (cf. Ap 22,20b e 1Cor 16,22b; ma anche Didachè 10,6) può essere inteso infatti sia come Maran atha (“nostro Signore viene” o “è venuto”), sia come Marana tha (“Signore nostro, vieni!”) L’esperienza della presenza ed azione di Cristo nell’eucaristia rafforza l’attesa desiderosa della sua venuta definitiva» (Pavel V. Kohut, La vita cristiana nella prospettiva della Parusia, in Communio 231). L’articolo di fede: «e di nuovo verrà nella gloria per giudicare i vivi e i morti», è fondato nella stessa testimonianza biblica, così come è profondamente radicato nella fede e nella preghiera della Chiesa, anzi in tutta la sua vita. Il libro dell’Apocalisse, pur misterioso e allo stesso tempo affascinante, offre delle immagini sul giudizio divino che sono quasi una – 53 –


sintesi del Vangelo sul modo di giudicare di Dio, richiamando sempre l’uomo alla conversione e aprendolo alla sua volontà che tutti gli uomini arrivino alla salvezza. Significative al riguardo le parole di Papa Francesco al termine della Via Crucis al Colosseo: «Dio ci giudica amandoci. Se accolgo il suo amore sono salvato, se lo rifiuto sono condannato, non da Lui, ma da me stesso, perché Dio non condanna, Lui solo ama e salva» (Papa Francesco, Via Crucis 2013). benedetto XVI dedica a questo articolo di fede le ultime pagine del secondo volume su Gesù di Nazaret. nell’analizzare le pagine patristiche riportate nell’Ufficio delle Letture dell’Avvento, in modo particolare quelle di San Cirillo di Gerusalemme, di San bernardo e di Sant’Agostino, vengono analizzati i vari modi della venuta del Signore: «viene mediante la sua parola; viene nei sacramenti, specialmente nella santissima Eucaristia; entra nella mia vita mediante parole e avvenimenti». «Esistono, però, anche modi epocali di tale venuta. L’operare delle due grandi figure – Francesco e Domenico – tra il XII e il XIII secolo è stato un modo in cui Cristo è entrato nuovamente nella storia, facendo valere in modo nuovo la sua parola e il suo amore; un modo in cui Egli ha rinnovato la Chiesa e mosso la storia verso di sé. Una cosa analoga possiamo dire delle figure dei santi del XVI secolo: teresa d’Avila, Giovanni della Croce, Ignazio di Loyola, Francesco Saverio portano con sé nuove irruzioni del Signore nella storia confusa del loro secolo che andava alla deriva allontanandosi da Lui… Possiamo dunque pregare per la venuta di Gesù? Possiamo dire con sincerità: “Marana tha! - Vieni, Signore Gesù!”? Sì, lo possiamo. non solo: lo dobbiamo! Chiediamo anticipazioni della sua presenza rinnovatrice del mondo» (benedetto XVI, Gesù di Nazaret, II vol., pag. 323). – 54 –


CReDo neLLo spiRito santo

La terza parte della professione di fede riguarda la fede nello Spirito Santo. Fino a non molto tempo fa, soprattutto in Occidente, lo Spirito Santo è stato il «grande sconosciuto» a livello teologico, pastorale e spirituale. Lo Spirito Santo è la terza persona della Santissima trinità, che procede dal Padre e dal Figlio ed è il loro dono d’amore. La missione dello Spirito è quella di creare comunione tra la trinità e la Chiesa, perché «l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato» (rm 5,5). All’inizio del cristianesimo la fede nello Spirito Santo e nella Chiesa erano strettamente legati e interdipendenti, perché «la Chiesa senza lo Spirito altro non sarebbe che una qualsiasi so– 55 –


cietà umana, come un corpo senza anima è solo un cadavere. Inversamente, lo Spirito senza la Chiesa non avrebbe più nulla da far vivere e respirare, come nel caso dell’aria senza dei polmoni che la ispirino». nel corso della storia questa interdipendenza si è spezzata quando la Chiesa non fu più compresa nella sua realtà spirituale e mistica, ma in modo molto terreno, istituzionale, con le caratteristiche di una qualsiasi organizzazione sociale e politica. La riscoperta della presenza dello Spirito, pur senza annullare l’aspetto istituzionale e storico della Chiesa, le ha fatto respirare un’aria nuova. In modo particolare l’evento del Concilio Vaticano II è stato visto come un potente soffio dello Spirito sulla Chiesa e si è cominciato a recuperare l’importanza della sua azione nel «tempo nella Chiesa». Al riguardo è quanto mai importante e denso il n. 4 della Lumen gentium: «Compiuta l’opera che il Padre aveva affidato al Figlio sulla terra (cfr. Gv 17,4), il giorno di Pentecoste fu inviato lo Spirito Santo per santificare continuamente la Chiesa e affinché i credenti avessero così attraverso Cristo accesso al Padre in un solo Spirito (cfr. Ef 2,18). Questi è lo Spirito che dà la vita, una sorgente di acqua zampillante fino alla vita eterna (cfr. Gv 4,14; 7,38-39); per mezzo suo il Padre ridà la vita agli uomini, morti per il peccato, finché un giorno risusciterà in Cristo i loro corpi mortali (cfr. Rm 8,10-11). Lo Spirito dimora nella Chiesa e nei cuori dei fedeli come in un tempio (cfr. 1 Cor 3,16; 6,19) e in essi prega e rende testimonianza della loro condizione di figli di Dio per adozione (cfr. Gal 4,6; Rm 8,15-16 e 26). Egli introduce la Chiesa nella pienezza della verità (cfr. Gv 16,13), la unifica nella comunione e nel ministero, la provvede e dirige con diversi doni gerarchici e carismatici, la abbellisce dei suoi frutti (cfr. Ef 4,11-12; 1 Cor 12,4; Gal 5,22). Con la forza del Vangelo la fa ringiovanire, – 56 –


continuamente la rinnova e la conduce alla perfetta unione col suo Sposo. Poiché lo Spirito e la sposa dicono al Signore Gesù: “Vieni” (cfr. Ap 22,17)» (LG 4). Una particolare attenzione allo Spirito è stata riservata da Giovanni Paolo II che ha ripreso e sviluppato le tematiche conciliari soprattutto con le sue encicliche Dominum et Vivificantem (1986) e Redemptoris Missio (1990). Significative le parole del metropolita di Laodicea, Ignazio Hazim, pronunciate durante il Consiglio Ecumenico delle Chiese, celebrato a Uppsala nel 1968: «L’evento pasquale, realizzatosi una volta per sempre, in che modo oggi diventa nostro? Mediante quello stesso che ne è l’artefice fin dall’origine e nella pienezza del tempo: lo Spirito Santo. Egli è personalmente la novità in opera nel mondo. È la presenza di Dio-con-noi, unito al nostro spirito (rm 8,16). Senza di lui Dio è lontano, il Cristo rimane nel passato, il Vangelo è una lettera morta, la Chiesa una semplice organizzazione, l’autorità è un dominio, la missione è propaganda, il culto un’evocazione e l’agire cristiano un agire di schiavi. Ma, in lui e mediante una sinergia indissociabile, il cosmo è sollevato e geme nell’attesa del regno, l’uomo è in lotta contro la carne, il Cristo risorto è presente, il Vangelo è potenza di vita, la Chiesa manifesta la comunione trinitaria, l’autorità è un servizio liberante, la missione una Pentecoste, la liturgia memoriale è anticipazione, l’agire umano è deificato». L’Anno della fede deve costituire un momento importante perché comunità e singoli fedeli prendano coscienza dell’importanza dell’azione dello Spirito nella Chiesa, in ordine alla conversione e in ordine alla missione. «È lo Spirito che spinge ad andare sempre oltre, non solo in senso geografico, ma anche al di là delle barriere etniche e religiose, per una missione veramente universale» (rM 25). – 57 –


i siMBoLi DeLLo spiRito santo Il Catechismo della Chiesa Cattolica, presentando la realtà dello Spirito Santo, fa riferimento ai nomi, agli appellativi e ai simboli con i quali viene indicato. non è facile dare una definizione precisa e umanamente accessibile dello Spirito Santo. Infatti delle tre divine Persone egli è il più misterioso e nascosto. Del Padre conosciamo i lineamenti descritti da Gesù, le cui caratteristiche possono essere avvicinate alla figura umana della paternità. Il Figlio si è manifestato nella perfetta realtà umana, quando si è incarnato ed è diventato uomo in tutto simile a noi, eccetto il peccato. Dello Spirito Santo invece non conosciamo alcuna rappresentazione adeguata, possiamo solo intravedere il suo mistero attraverso dei simboli o delle immagini che sono state proposte dalla Scrittura e dalla tradizione della Chiesa. «Il termine “Spirito” traduce il termine ebraico ruah, che nel suo senso primario significa soffio, aria, vento. Gesù utilizza proprio l’immagine sensibile del vento per suggerire a Nicodemo la novità trascendente di colui che è il Soffio di Dio, lo Spirito divino in persona» (CCC 691). «Oltre al suo nome proprio, che è il più usato negli Atti degli Apostoli e nelle Lettere, in San Paolo troviamo gli appellativi: “Spirito (...) promesso” (Ef 1,13; Gal 3,14), “Spirito da figli adottivi” (Rm 8,15; Gal 4,6), “Spirito di Cristo” (Rm 8,9), “Spirito del Signore” (2 Cor 3,17), “Spirito di Dio” (Rm 8,9.14; 15,19; 1 Cor 6,11; 7,40) e, in San Pietro, “Spirito della gloria” (1 Pt 4,14)» (CCC 693). Accanto a queste definizioni, la realtà dello Spirito viene presentata attraverso delle immagini e dei simboli abbastanza vicini alla comprensione e all’esperienza umana. Il Catechismo presenta come simboli: l’acqua, l’unzione, il fuoco, la nube e la luce, il sigillo, la mano, il dito e la colomba. Il sim– 58 –


bolo dell’acqua spesso nell’At è posto in relazione con l’effusione dello Spirito Santo, secondo il testo di Is 44,3 (cfr. 32,15 ss.). La salvezza messianica è descritta nell’abbondanza dell’acqua che produce fertilità e salute. Da quest’acqua viene dissetato l’uomo alla ricerca di Dio (cfr. Sal 42,2-3; 63,1-2), in modo che la sua anima arida, come un deserto, sia irrorata e riprenda vita. nel nt tale simbolismo continua, accostando l’effusione dello Spirito all’immersione nelle acque del battesimo, come annuncia Giovanni battista (Gv 1,33) e come Gesù stesso conferma con la necessità di rinascere da acqua e da Spirito (Gv 3,5). Gesù promette fiumi d’acqua viva, cioè l’abbondanza dello Spirito Santo, a colui che crede in lui (Gv 7,37-39). Quest’acqua sgorgherà dal suo fianco squarciato sulla croce (Gv 19,34; cfr. Ap 22,1). Il simbolismo dell’unzione con l’olio è talmente significativo da diventare sinonimo dello Spirito Santo. È il segno presente nel battesimo, nella Confermazione, nell’Ordine. Il nome stesso di «Cristo» significa «Unto dallo Spirito Santo», da cui deriva il nome stesso dei cristiani, resi tali dalla potenza e dall’unzione dello Spirito. Anche «il fuoco» è rapportato allo Spirito Santo, secondo le parole di Giovanni il battista: «Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco» (Mt 3,11) e di Gesù stesso che afferma: «Sono venuto a portare il fuoco sulla terra e come vorrei che fosse già acceso» (Lc 12,49). È sotto forma di lingue di fuoco che lo Spirito si poserà sugli Apostoli il giorno di Pentecoste, – 59 –


per riempirli del suo amore e della sua forza. Egli sa portare luminosità e splendore, conforto e sostegno, ma sa anche annientare e distruggere le erbe secche e inaridite, che impediscono lo sbocciare di nuovi frutti e di nuova vita. La nube e la luce sono altrettanti simboli che indicano la presenza dello Spirito. nell’Antico testamento la nube, ora oscura, ora luminosa, rivela la presenza di Dio accanto al suo popolo. È la nube che copre Maria al momento dell’Annunciazione, è la stessa nube al momento della trasfigurazione e nel mistero dell’Ascensione, quando Gesù viene sottratto allo sguardo dei discepoli. Vicino al simbolo dell’unzione è quello del sigillo che indica l’effetto indelebile dello Spirito nel battesimo, nella Confermazione e nell’Ordine. Il segno della mano e, in modo particolare, l’imposizione e lo stendere delle mani da parte degli Apostoli, indica il dono dello Spirito. La «colomba» è il simbolo più usuale per indicare lo Spirito Santo, in riferimento alla fine del diluvio e al battesimo di Gesù al Giordano. Infatti tutti e quattro gli evangelisti raccontano la discesa dello Spirito in forma di colomba (Mc 1,10; Mt 3,16; Lc 3,22; Gv 1,32). non si tratta di un’apparizione visibile dello Spirito, quanto piuttosto di una rappresentazione simbolica, in quanto lo Spirito è inteso come la forza soave e mite che viene riversata su Gesù e lo sospinge verso il suo ministero. Essa sta a significare l’amore benevolo di Dio che avvolge il Cristo. – 60 –


CReDo neLLo spiRito CHe DÀ La Vita Gli Atti degli Apostoli ci testimoniano la presenza e l’azione dello Spirito. È lo Spirito che progetta, suggerisce, anima e sostiene, prende parte attiva all’azione, radunando coloro che accolgono la Parola e facendoli diventare un popolo radunato «nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo». Il Catechismo della Chiesa Cattolica ricorda che: «Colui che ci ha innestati sulla vera Vite, farà sì che portiamo il frutto dello Spirito che “è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal 5,2223). Lo Spirito è la nostra vita; quanto più rinunciamo a noi stessi, tanto più lo Spirito fa che anche operiamo…La missione di Cristo e dello Spirito Santo si compie nella Chiesa, corpo di Cristo e tempio dello Spirito Santo. Questa missione congiunta associa ormai i seguaci di Cristo alla sua comunione con il Padre nello Spirito Santo: lo Spirito prepara gli uomini, li previene con la sua grazia per attirarli a Cristo. Manifesta loro il Signore risorto, ricorda loro la sua parola, apre il loro spirito all’intelligenza della sua morte e risurrezione. rende loro presente il mistero di Cristo, soprattutto nell’Eucaristia, al fine di riconciliarli e di metterli in comunione con Dio perché portino “molto frutto”» (CCC 736-737). Questa presenza viva e operante dello Spirito viene indicata con un termine particolare che è l’epiclesi. «Fin dai primi tempi del cristianesimo, come appare dalla Tradizione Apostolica d’Ippolito (a. 215), l’epiclesi indica la preghiera o invocazione, affinché lo Spirito Santo sia effuso sopra le offerte o le oblate della Chiesa e coloro che vi partecipano siano uniti fra loro e riempiti dello stesso Spirito per essere rinforzati nella fede. L’anafora di San Giovanni Crisostomo ci offre una – 61 –


meravigliosa testimonianza: “Ti supplichiamo, manda su di noi e su queste offerte il tuo Santo Spirito. Fa’ di questo pane il prezioso corpo del tuo Cristo, trasformandolo con il tuo Santo Spirito. Amen. Di ciò che è in questo calice, fa’ il sangue prezioso del tuo Cristo, trasformandolo con il tuo Santo Spirito. Amen. A quanti lo riceveranno, giovi per la sobrietà dell’anima, la remissione dei peccati, la comunione del tuo Santo Spirito, la pienezza del regno dei cieli, la fiducia verso di te, e non per il peccato e la dannazione”. Una simile invocazione si fa nelle attuali preghiere eucaristiche, che ascoltiamo ogni volta che partecipiamo alla Messa, quando il sacerdote, prima della consacrazione, pone le mani sulle offerte e dice: “Ora ti preghiamo umilmente: manda il tuo Spirito a santificare i doni che ti offriamo, perché diventino il corpo e il sangue di Gesù Cristo, tuo Figlio e nostro Signore, che ci ha comandato di celebrare questi misteri” (Prece eucaristica III). Ugualmente, dopo la consacrazione, prega su tutta l’assemblea: “A noi, che ci nutriamo del corpo e sangue del tuo Figlio, dona la pienezza dello Spirito Santo perché diventiamo in Cristo un solo corpo e un solo spirito” (ivi). Come si vede, l’epiclesi contiene tre elementi fondamentali: anzitutto la preghiera o invocazione allo Spirito Santo; poi la trasformazione o consacrazione del pane e del vino nel corpo e nel sangue di Cristo; infine i benefici spirituali per i fedeli, in particolare per la loro unione fraterna e la loro purificazione e santificazione». risulta subito evidente che la presenza dello Spirito è la forza che anima la missione affidata da Cristo ai discepoli. La misteriosa forza dello Spirito rende possibile il costituirsi della comunità cristiana. L’apostolo Paolo testimonia che il Vangelo si diffonde «non soltanto per mezzo della parola, ma con potenza e con Spirito Santo» (1 ts 1,5). È lo Spirito che assiste – 62 –


chi è posto a guida delle comunità cristiane: «Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha posti come vescovi a pascere la Chiesa di Dio, che egli si è acquistata con il suo sangue» (At 20,28). Lungo tutta la storia, lo Spirito accompagna la vita cristiana dal suo affacciarsi all’esistenza, fino alla risurrezione finale. Le comunità cristiane sono vive e dinamiche solo per la presenza e l’azione dello Spirito che dà vita e che fa di ogni fedele la sua abitazione: «Voi siete il tempio dello Spirito Santo» (1 Cor 6,19).

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CReDo La CHiesa La seconda parte del Credo comincia con le parole: credo la Chiesa. Questa affermazione sta a significare che la Chiesa fa parte della nostra fede, pur restando sempre Dio “l’oggetto” proprio della fede. Infatti diciamo: credo in Dio Padre, in Gesù Cristo, nello Spirito Santo e dopo, credo la Chiesa, per farci capire che credere è fidarsi di quello che Gesù Cristo ci ha rivelato. Il termine del nostro atto di fede non è la Chiesa, bensì Dio: ma non un Dio qualsiasi, bensì quel Dio a cui «è piaciuto, nella sua bontà e sapienza, rivelare se stesso e far conoscere il mistero della sua volontà, mediante il quale gli uomini per mezzo di Gesù Cristo nello Spirito Santo hanno accesso al Padre e sono – 64 –


resi partecipi della divina natura» (DV 2). Il termine Chiesa proviene dal greco Ekklesia e significa assemblea; la comunità è opera dello Spirito Santo. La Chiesa, quindi, è una comunità di battezzati che desiderano incontrarsi con Cristo e fare comunione tra di loro perché Cristo è lì presente: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mt 18,20); impegnandosi come pietre vive a edificare il regno di Dio: «Quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale, per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio» (l Pt 2,5). Questa affermazione di fede è indubbiamente quella che più suscita perplessità sia da chi giudica la Chiesa dall’esterno, sia da chi vive all’interno della comunità ecclesiale. Al riguardo è tipica l’affermazione: «credo in Gesù Cristo, ma non credo nella Chiesa». In realtà ciò che colpisce a prima vista nella Chiesa è la sua realtà visibile e storica, per cui, partendo da alcune impressioni esteriori e da qualche pagina poco edificante della storia della Chiesa, si giunge a una valutazione negativa della Chiesa nel suo complesso. È necessario e fondamentale precisare che non si può essere cristiani senza la Chiesa. Il grande teologo Henri De Lubac ha scritto: «Ancora oggi la Chiesa mi dà Gesù. Questo dice tutto. Che cosa saprei infatti di lui, quale relazione esisterebbe tra lui e me, senza la Chiesa? Coloro che accettano ancora Gesù sebbene rifiutino la Chiesa, sanno che in ultima analisi lo debbono alla Chiesa? …Io credo che esiste questa Chiesa, opera dello Spirito santo, che è lo Spirito di Gesù Cristo; la credo come quel luogo dove la redenzione si mostra efficace». La Chiesa è il luogo dove opera lo Spirito Santo; essa fa parte della modalità storica scelta da Dio per comunicarsi all’uomo. L’accettazione della Chiesa nella sua globalità di significato richiede l’atteggiamento della fede. – 65 –


Il Concilio Vaticano II ha espresso la modalità con cui Dio è entrato in rapporto con l’umanità: «Piacque a Dio di santificare e salvare gli uomini, non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo che lo riconoscesse nella verità e santamente lo servisse» (LG 9). Ciò determina e suggerisce coerentemente anche la modalità con cui noi possiamo metterci in relazione con Dio. non è pensabile una comunione con il Dio dell’alleanza, con il Dio di Israele e di Gesù, che possa rimanere, in modo intimistico, chiusa nella coscienza del singolo o che possa risolversi in esperienze spiritualistiche. Il rapporto con Dio è chiamato a svilupparsi e a storicizzarsi nel vasto e ricco campo del rapporto con gli altri. La fede in Dio assume fin dalle origini, con Abramo, la forma di un evento storico. E il nuovo testamento porta a compimento questa logica. Il Vangelo di Giovanni interpreta la morte di Gesù alla luce del disegno di Dio di «riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi» (11,52). «Da qui si comprende come la Chiesa abbia sempre respinto e lottato contro ogni falsificazione e manipolazione della verità rivelata e abbia sempre visto nelle eresie e negli scismi l’ostacolo più pericoloso per la sua unità. È diventata celebre l’espressione di San Cipriano: “non può avere Dio per padre chi non ha la Chiesa per madre”. Il che significa che la fede cristiana è, per essenza, una fede ecclesiale. Diversamente, ci si troverebbe con un Dio o con un Cristo mera proiezione dei bisogni e dei desideri del soggetto. Senza Chiesa, il credente si trova solo con se stesso, alle prese con un Dio che diventa la proiezione dei suoi desideri, il giocattolo dei suoi divertimenti, pronto a rompersi e a essere buttato via non appena quel Dio, creato a sua immagine, non risponde più alle proprie attese» (cfr. Vivere l’Anno della fede, Sussidio pastorale). – 66 –


La CHiesa È CReatuRa Di Dio

Il Vaticano II e il Catechismo della Chiesa Cattolica hanno ripreso le grandi immagini bibliche della Chiesa per mettere in evidenza, oltre l’aspetto terreno, la sua natura divina. «La Chiesa ha infatti la caratteristica di essere nello stesso tempo umana e divina, visibile ma dotata di realtà invisibili, fervente nell’azione e dedita alla contemplazione, presente nel mondo – 67 –


e tuttavia pellegrina; tutto questo in modo tale, però, che ciò che in essa è umano sia ordinato e subordinato al divino, il visibile all’invisibile, l’azione alla contemplazione, la realtà presente alla città futura, verso la quale siamo incamminati» (SC 2). Il Catechismo della Chiesa Cattolica, rifacendosi alla Lumen gentium, presenta la Chiesa come un disegno nato nel cuore del padre: «“L’eterno Padre, con liberissimo e arcano disegno di sapienza e di bontà, ha creato l’universo, ha decretato di elevare gli uomini alla partecipazione della sua vita divina”, alla quale chiama tutti gli uomini nel suo Figlio: “I credenti in Cristo li ha voluti convocare nella santa Chiesa”. Questa “famiglia di Dio” si costituisce e si realizza gradualmente lungo le tappe della storia umana, secondo le disposizioni del Padre: la Chiesa, infatti, “prefigurata sino dal principio del mondo”, mirabil– 68 –


mente preparata nella storia del popolo d’Israele e nell’Antica Alleanza, e istituita “negli ultimi tempi”, è stata manifestata dall’effusione dello Spirito e avrà glorioso compimento alla fine dei secoli» (CCC 759). Di conseguenza la Chiesa è un popolo scelto da Dio ed è sua proprietà. Per conoscere e studiare la Chiesa non bisogna partire dalle analisi sociologiche, ma dal concetto particolare di popolo che ha delle caratteristiche tutte particolari: «Questo popolo ha per capo Cristo… ha per condizione la dignità e la libertà dei figli di Dio… ha per legge il nuovo precetto di amare… ha per fine il regno di Dio» (LG 9). Pur dovendo usare delle categorie umane significative come società e popolo, tuttavia non sono in grado di esprimere in modo compiuto il mistero della Chiesa. Un tema molto sentito in questo periodo è l’esigenza di un profondo rinnovamento della Chiesa, teso, a livello di opinione pubblica, più alle strutture che al vero cambiamento che è la conversione, un ritorno alle origini, un togliere tutto ciò che non è autentico e significativo. «La Chiesa non nasce dalla volontà dell’uomo, non è riunita dalla volontà dei suoi membri di mettersi insieme, non si compatta a motivo di affinità psicologiche o culturali. Essa non è neppure un gruppo di condivisione di programmi politico-sociali o di manifesti ideologici; né è riunita per omogeneità religiose, rispondenti cioè ai bisogni più profondi dello spirito umano. Il popolo di Dio è riunito da Dio. nasce e cresce per sua volontà, è convocato dalla sua Parola, non dalle nostre; dalla sua decisione, non dalle nostre. È convocato per la lode di Dio, non per la propria; per essere il testimone del suo messaggio, non dei nostri. È convocato per servire gli interessi di Dio, non i propri; per tenere alto nella storia umana il “peso” di Dio, non per servire le potenze mondane. Questo – 69 –


popolo è dunque messo a parte da Dio stesso, distinto e separato da tutti gli altri popoli, non per circoscrivere in se stesso la salvezza di Dio, ma per una missione salvifica universale. tale differenza rispetto agli altri popoli non va vissuta in termini mondani di privilegio o di orgoglio, ma in termini biblici di testimonianza, di servizio e di missione» (Vivere l’Anno della fede, Sussidio pastorale). Una delle immagini che il nuovo testamento usa per parlare della Chiesa è quella del corpo: «Poiché, come in un solo corpo abbiamo molte membra e queste membra non hanno tutte la medesima funzione, così anche noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo e, ciascuno per la sua parte, siamo membra gli uni degli altri» (rm 12,4-5). L’aspetto fondamentale della missione della Chiesa è quello della comunione e della condivisione fraterna come era nella prima comunità: «Erano perseveranti nell’insegnamento degli Apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti, e prodigi e segni avvenivano per opera degli Apostoli. tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno» (At 2,42-45). La Chiesa è il segno della presenza del regno di Dio, essa è chiamata a manifestare la santità di Dio in mezzo all’umanità e ad aiutare i fedeli a incontrare Cristo. Questo incontro lo si realizza in modo particolare nella liturgia che ha proprio il suo vertice nella celebrazione dell’Eucaristia.

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CReDo La CHiesa una

Il Credo applica alla Chiesa quattro proprietà essenziali: «Credo la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica». Queste caratteristiche vengono specificate dal Catechismo della Chiesa Cattolica: «Questa è l’unica Chiesa di Cristo, che nel Simbolo professiamo una, santa, cattolica e apostolica. Questi quattro attributi, legati inseparabilmente tra di loro, indicano tratti essenziali della Chiesa e della sua missione. La Chiesa non se li conferisce da se stessa; è Cristo che, per mezzo dello Spirito Santo, concede alla sua Chiesa di essere una, santa, – 71 –


cattolica e apostolica, ed è ancora lui che la chiama a realizzare ciascuna di queste caratteristiche» (CCC 811). L’unità della Chiesa è radicata e ha origine nell’unità stessa di Dio e nel suo progetto di salvezza. Gesù, nella sua preghiera prima di affrontare la passione, ha pregato in modo particolare per l’unità dei suoi discepoli: «Prego… perché siano una cosa sola, come tu Padre sei in me e io in te» (Gv 17,21). L’unità della Chiesa e di conseguenza quella dei cristiani, si fonda sul mistero trinitario, che è un mistero di unità e di comunione. In questo senso la Chiesa è sacramento, cioè segno concreto, strumento visibile «dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (LG 1). Il principio primo dell’unità della Chiesa e della sua unicità sta esattamente nell’unità e unicità di Dio: «Un solo Dio, Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti» (Ef 4,6). Questa unità è significata e realizzata dai “mezzi” o doni elargiti dal risorto: una sola fede, un solo battesimo, una sola eucaristia, un solo Spirito. Il sacramento per eccellenza che significa e attua l’unità è l’Eucaristia. Scrive Paolo: «Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane» (1 Cor 10,17). E il concilio: «Cristo... istituì nella sua Chiesa il mirabile sacramento dell’eucaristia, dal quale l’unità della Chiesa è significata e attuata» (Ur 2), ma è lo Spirito Santo che opera tutto: «Dio mandò lo Spirito del Figlio suo, Signore e Vivificatore, il quale per tutta la Chiesa e per tutti i singoli credenti è principio di unione e di unità nell’insegnamento degli Apostoli e nella comunione, nella frazione del pane e nelle orazioni (cf. At 2,42)» (LG 13). È la «comunione dello Spirito Santo» (2Cor 13,13), cioè la sua presenza attiva, e la sua unione con i singoli credenti che opera l’unità della comunità. «Lo Spirito guida la Chiesa... – 72 –


e la unifica nella comunione e nel ministero, e la istruisce e dirige con diversi doni gerarchici e carismatici, e la abbellisce dei suoi frutti» (LG 4). All’unità e alla comunione della Chiesa come frutto dell’Eucaristia, dedica un passaggio significativo benedetto XVI nella Sacramentum caritatis: «L’Eucaristia, dunque, è costitutiva dell’essere e dell’agire della Chiesa. Per questo l’antichità cristiana designava con le stesse parole Corpus Christi il Corpo nato dalla Vergine Maria, il Corpo eucaristico e il Corpo ecclesiale di Cristo...». È significativo che la seconda preghiera eucaristica, invocando il Paraclito, formuli in questo modo la preghiera per l’unità della Chiesa: «per la comunione al corpo e al sangue di Cristo lo Spirito Santo ci riunisca in un solo corpo». Questo passaggio fa ben comprendere come la res del Sacramento eucaristico sia l’unità dei fedeli nella comunione ecclesiale. L’Eucaristia si mostra così alla radice della Chiesa come mistero di comunione (SaCa 15). Il concilio, nel decreto sull’Ecumenismo, così riassume il discorso sulla vocazione all’unità e sui mezzi per raggiungerla da parte della Chiesa: «Gesù Cristo per mezzo della fedele predicazione del Vangelo, dell’amministrazione dei sacramenti e del governo amorevole da parte degli Apostoli e dei loro successori, cioè i vescovi con a capo il successore di Pietro, sotto l’azione dello Spirito Santo, vuole che il suo popolo cresca e perfezioni la sua comunione nell’unità: nella confessione di una sola fede, nella comune celebrazione del culto divino e nella fraterna concordia della famiglia di Dio» (Ur 2). Il concilio indica un criterio che vale sia all’interno che all’esterno della vita della Chiesa: unità nelle cose necessarie, libertà nelle cose dubbie, in tutto carità (Ur 4; GS 92).

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CReDo La CHiesa santa

La nota della santità è stata la prima a trovare posto nella professione di fede. La prima comunità cristiana ebbe subito coscienza di essere l’erede dell’antico popolo dell’alleanza. Proprio dal linguaggio dell’Antico testamento viene il termine di «Chiesa santa», dove «santo» è tutto ciò che ha un rapporto con Dio. Di conseguenza «Chiesa santa» vuol dire in primo luogo «Chiesa di Dio». La Chiesa è una comunità di persone che sperimentano la realtà del peccato, ma proprio per questo sperimentano il grande amore di Dio, la sua grande misericordia. Gesù Cristo ha offerto se stesso per rendere la Chiesa pura e santa (Ef 5,26). – 74 –


La prima lettera di Pietro si rivolge alla comunità cristiana dicendo: «Voi invece siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa. Un tempo voi eravate non-popolo, ora invece siete popolo di Dio; un tempo eravate esclusi dalla misericordia, ora invece avete ottenuto misericordia» (1Pt 2,9-10). Questo testo incomparabile dice tutto: «C’imbattiamo qui proprio nella nota tipica della “nuova alleanza”: in Cristo, Dio si è spontaneamente alleato agli uomini, lasciandosi vincolare da loro. La nuova alleanza non poggia più sulla mutua osservanza del patto stipulato, ma viene accordata da Dio sotto forma di grazia che continua a sostenersi anche a dispetto dell’infedeltà dell’uomo. È l’espressione dell’amore di Dio, che non si lascia mai vincere dall’inettitudine dell’uomo, continua nonostante tutto a essere buono nei suoi confronti, non cessando d’accoglierlo proprio nella sua misera veste di peccatore, chinandosi affettuosamente su di lui per santificarlo e amarlo» (J. ratzinger). Come si può constatare il concetto di santità è diverso da una concezione di perfezione etica vista come assenza di difetti. La Chiesa santa comprende nel suo seno peccatori, e la storia è fin troppo piena di colpe umane di ogni genere commesse da membri della Chiesa. La santità della Chiesa non sta a indicare, in primo luogo, la santità morale dei suoi membri e nemmeno la realtà dei «santi» che hanno risposto in modo eroico alla grazia di Dio. La Chiesa è santa per l’azione dello Spirito che continua a operare nella storia concreta dei fedeli. «La Chiesa è santa, perché è il segno della fedeltà ostinata di Dio alla nuova alleanza che nella Pasqua di Cristo ha definitivamente donato all’umanità. La Chiesa è santa perché espressione dell’amore di Dio che non si lascia vincere dal– 75 –


l’inettitudine umana. Ed è proprio in virtù di questa dedizione, non più ritrattabile di Dio in Gesù, che la Chiesa rimane per sempre il suo popolo, la sua comunità, chiamata a rendere presente per il mondo intero la santità di Dio, non la nostra. Questa è la figura paradossale della Chiesa, che mostra la gloria di Dio nella vergogna dell’uomo. E proprio in questa struttura di santità e di peccato, “santa insieme e sempre bisognosa di purificazione” (LG 8), la Chiesa diventa la configurazione concreta che assume la grazia di Dio nel mondo: la sua grazia è sempre grazia di misericordia, di accoglienza, di perdono» (Vivere l’Anno della fede, Sussidio pastorale). Il Concilio Vaticano II, nella Costituzione Lumen gentium, si è fatto interprete di questa realtà: «Il Signore Gesù, maestro e modello divino di ogni perfezione, a tutti e ai singoli suoi discepoli di qualsiasi condizione ha predicato la santità della vita, di cui egli stesso è l’autore e il perfezionatore: “Siate dunque perfetti come perfetto è il Padre vostro celeste” (Mt 5,48). Ha mandato infatti a tutti lo Spirito Santo, che li muovesse dall’interno ad amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente, con tutte le forze (Mc 12,30) e ad amarsi a vicenda come Cristo ha amato loro (cfr. Gv 13,34; 15,21) (n. 40). È chiaro dunque a tutti che tutti i fedeli di qualsiasi stato o grado sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità: da questa santità è promosso anche nella società terrena, un tenore di vita più umano. Per raggiungere questa perfezione, i fedeli usino le forze ricevute secondo la misura dei doni di Cristo, affinché, seguendo il suo esempio e fattisi conformi alla sua immagine, in tutto obbedienti alla volontà del Padre, con tutto il loro animo si consacrino alla gloria di Dio e al servizio del prossimo. Così la santità del popolo di Dio crescerà apportando frutti abbondanti, come è splendidamente dimostrato, nella storia della Chiesa, dalla vita dei santi (n. 40 b)». – 76 –


CReDo La CHiesa CattoLiCa

La terza nota della Chiesa è la cattolicità. Cattolico vuol dire universale. Il Catechismo della Chiesa Cattolica lo spiega in questo modo: «La parola “cattolica” significa “universale” nel senso di “secondo la totalità” o “secondo l’integralità”. La Chiesa è cattolica in un duplice senso. È cattolica perché in essa è presente Cristo. “Là dove è Cristo Gesù, ivi è la Chiesa cattolica”. In essa sussiste la pienezza del corpo di Cristo unito al suo Capo, e questo implica che essa riceve da lui “in forma piena e totale i mezzi di salvezza” che egli ha voluto: confessione di fede retta e completa, vita sacramentale integrale e ministero ordinato nella successione apostolica. La Chiesa, in questo senso fondamentale, era cattolica il giorno di pentecoste e lo sarà sempre fino al giorno della Parusia» (CCC 830). Da parte sua il Concilio Vaticano II ha voluto ulteriormente spiegare il significato del termine «cattolico»: «tutti – 77 –


gli uomini sono chiamati a formare il popolo di Dio. Perciò questo popolo, pur restando uno e unico, si deve estendere a tutto il mondo e a tutti i secoli, affinché si adempia l’intenzione della volontà di Dio, il quale in principio creò la natura umana una e volle infine radunare insieme i suoi figli dispersi (cfr. Gv 11,52)… In tutte quindi le nazioni della terra è radicato un solo popolo di Dio, poiché di mezzo a tutte le stirpi egli prende i cittadini del suo regno non terreno ma celeste. E infatti tutti i fedeli sparsi per il mondo sono in comunione con gli altri nello Spirito Santo…Questo carattere di universalità, che adorna e distingue il popolo di Dio è dono dello stesso Signore, e con esso la Chiesa Cattolica efficacemente e senza soste tende a ricapitolare tutta l’umanità, con tutti i suoi beni, in Cristo capo, nell’unità dello Spirito di lui… tutti gli uomini sono quindi chiamati a questa cattolica unità del popolo di Dio, che prefigura e promuove la pace universale; a questa unità in vario modo appartengono o sono ordinati sia i fedeli cattolici, sia gli altri credenti in Cristo, sia infine tutti gli uomini senza eccezione, che la grazia di Dio chiama alla salvezza» (LG 13). Inizialmente il termine “cattolica” veniva usato per distinguere la Chiesa universale dalle Chiese particolari, ma in seguito ha voluto significare l’attitudine della Chiesa ad accogliere e a santificare tutto l’umano oltre che tutti gli uomini. In forza della sua stessa natura e della sua origine, il nuovo popolo di Dio è un popolo cattolico, nel senso che non è più ristretto ad una determinata razza o nazione, o classe, ma è destinato ad abbracciare tutti gli uomini di qualsiasi razza, colore, nazione classe, regione: in altre parole è universale, aperto a tutto e a tutti. San Cipriano, nel trattato sull’unità della Chiesa Cattolica, mantiene strettamente insieme l’unità e la cattolicità: «Una – 78 –


sola è la Chiesa, la quale si estende sempre più largamente tra i popoli per l’incremento della sua fecondità, allo stesso modo che molti sono i raggi del sole, ma una è la sorgente luminosa; e molti i rami dell’albero, ma uno il tronco. Molti i rivoli che fluiscono da una stessa sorgente, ma una sola la loro origine (...) Pròvati a strappare un raggio di sole dalla sua sorgente luminosa; l’unità della luce non sopporta la scissione. taglia via dalla sorgente il ruscello, e questi si dissecca. Così la Chiesa del Signore: traboccante di luce, effonde i suoi raggi per tutto il mondo; uno solo è il suo splendore, che si effonde in ogni parte senza che l’unità del suo corpo subisca divisione» (Cipriano, De unitate, 5). Da questo testo risulta che la cattolicità non è soltanto un fatto numerico, quantitativo, geografico, ma anche un valore, una perfezione: ciò che essa intende abbracciare non sono solo tutti gli uomini d’ogni tempo e d’ogni luogo, ma tutto l’uomo, e l’uomo in tutto ciò che il suo essere, storico e culturale, personale e sociale, è capace di realizzare. La cattolicità abbraccia pertanto anche la cultura, la tecnica, l’arte, la scienza, il progresso: «nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro (dei discepoli del Cristo) cuore» (GS 1). Il carattere cattolico della Chiesa implica come logica conseguenza quello della missionarietà. La missione è il compito della Chiesa di portare e di far conoscere Cristo a tutti gli uomini. È il compito che Gesù Cristo ha affidato ai suoi discepoli: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo…» (Mt 28,19). Il decreto sull’attività missionaria ricorda che: «La Chiesa durante il suo pellegrinaggio sulla terra è per sua natura missionaria, in quanto è dalla missione del Figlio e dalla missione dello Spirito Santo che essa, secondo il piano di Dio Padre, deriva la propria origine» (AG 2). – 79 –


CReDo La CHiesa apostoLiCa Confessare e credere che la Chiesa è apostolica significa che essa è fondata sugli Apostoli. La Chiesa è apostolica, perché è fondata sugli Apostoli, e ciò in un triplice senso: «essa è stata e rimane costruita sul “fondamento degli Apostoli” (Ef 2,20 366), testimoni scelti e mandati in missione da Cristo stesso; custodisce e trasmette, con l’aiuto dello Spirito che abita in essa, l’insegnamento, il buon deposito, le sane parole udite dagli Apostoli; fino al ritorno di Cristo, continua ad essere istruita, santificata e guidata dagli Apostoli grazie ai loro successori nella missione pastorale: il Collegio dei Vescovi, “coadiuvato dai sacerdoti ed unito al Successore di Pietro e Supremo Pastore della Chiesa”» (CCC 857). Come nota della Chiesa l’apostolicità significa che il nuovo popolo di Dio discende direttamente dagli Apostoli in tutto ciò che gli appartiene essenzialmente: simboli, riti, sacramenti, leggi, ministeri, organizzazione sociale, attraverso una continuità legittima di successione e di tradizione. riconosciuta e confessata come nota fondamentale della Chiesa – 80 –


dal simbolo niceno-costantinopolitano, l’apostolicità venne continuamente riaffermata dai concili successivi. rifacendosi ad una tradizione bimillenaria il Vaticano II ha esposto con grande lucidità la dottrina dell’apostolicità e l’ha posta a fondamento della costituzione gerarchica della Chiesa. ricordato che Gesù Cristo scelse dodici Apostoli ai quali affidò l’incarico di annunciare il suo Vangelo a tutte le genti, «affinché, partecipi della sua potestà, rendessero tutti i popoli suoi discepoli, li santificassero e governassero» (LG 19), il concilio così prosegue: «Quella missione divina, affidata da Cristo agli Apostoli, durerà fino alla fine dei secoli (cf. Mt 28,20), poiché il Vangelo che essi devono trasmettere è per la Chiesa principio di tutta la sua vita in ogni tempo. Per questo gli Apostoli, in questa società gerarchicamente ordinata, ebbero cura di costituirsi dei successori. Infatti, non solo ebbero vari collaboratori nel ministero, ma perché la missione loro affidata venisse continuata dopo la loro morte, lasciarono quasi in testamento ai loro immediati cooperatori l’ufficio di completare e consolidare l’opera da essi incominciata, raccomandando loro di attendere a tutto il gregge, nel quale lo Spirito Santo li aveva posti per pascere la Chiesa di Dio (cf. At 20,28). Essi stabilirono dunque questi uomini e in seguito diedero disposizione che, quando essi fossero morti, altri uomini provati prendessero la successione del loro ministero. Fra i vari ministeri che fin dai primi tempi si esercitano nella Chiesa, secondo la testimonianza della tradizione, tiene il primo posto l’ufficio di quelli che, costituiti nell’episcopato, per successione che risale all’origine, possiedono i tralci del seme apostolico. Così, come attesta Sant’Ireneo, per mezzo di coloro che gli Apostoli costituirono vescovi e dei loro successori fino a noi, la tradizione apostolica in tutto il mondo è manifestata e custodita» (LG 20). – 81 –


L’apostolicità della Chiesa corrisponde al piano divino della salvezza. Attraverso il mistero dell’Incarnazione, Dio facendosi uomo, ha voluto associare a sé la mediazione umana, ha voluto aver bisogno della collaborazione degli uomini. Gesù ha voluto scegliere un gruppo particolare, i dodici, perché la sua opera continuasse lungo i secoli. L’esistenza di questo gruppo è un dato inconfutabile e rilevante dell’insegnamento del nuovo testamento, per cui si deve dire che «la relazione qualificata che intercorre tra questo gruppo di alcuni e tutti gli altri è costitutiva del mistero della Chiesa nella sua visibilità». Il ministero principale di questi «alcuni» in rapporto alla sua origine lo possiamo chiamare «ministero apostolico». I compiti del ministero apostolico si organizzano intorno a tre pilastri: a) annuncio della Parola, annuncio ufficiale del Vangelo vivo a tutti gli uomini e a tutto il mondo, ai non credenti come a coloro che credono e che sono già radunati nella Chiesa. b) La Parola annunciata raduna coloro che la ricevono, forma una comunità salvifica, dove il ministero della parola sfocia in quello di «presidenza», di «sorveglianza», di «pastore». c) Questo ministero è garante della fedeltà dell’annuncio alla tradizione del Vangelo. Inoltre comporta la presidenza della preghiera e dell’assemblea liturgica, dove la Parola annunciata acquista tutta la sua efficacia. È importante ricordare che la dimensione apostolica della Chiesa è al servizio di tutti gli uomini, come garanzia di servizio e come fedeltà al Vangelo conservato nella sua purezza e nella sua autenticità. – 82 –


CReDo neLLa CoMunione Dei santi

nella prospettiva della santità va letta anche l’espressione «comunione dei santi», con la quale si indica la realtà stessa della Chiesa. Il Catechismo della Chiesa Cattolica dice che la comunione dei santi è precisamente la Chiesa. «Poiché tutti i credenti formano un solo corpo, il bene degli uni è comunicato agli altri. (...) Allo stesso modo bisogna credere che esista una comunione di beni nella Chiesa. Ma il membro più importante è Cristo, poiché è il Capo. (...) Pertanto, il bene di Cristo è comunicato a tutte le membra; ciò avviene mediante i sacramenti della Chiesa». «L’unità dello Spirito, da cui la Chiesa è animata e retta, fa sì che tutto quanto essa possiede sia comune a tutti coloro che vi appartengono» (CCC 947). L’espressione «comunione dei santi», di conseguenza, ha due significati strettamente collegati: comunione alle cose sante e comunione tra le persone sante. rifacendosi all’esperienza della prima comunità cristiana, il Catechismo della – 83 –


Chiesa Cattolica sottolinea i vari aspetti e i vari ambiti della comunione. In primo luogo è necessario ricordare una delle immagini più significative della Chiesa, quella del Corpo mistico di Cristo descritta nella Prima Lettera ai Corinzi: «Come infatti il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo. Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito. E infatti il corpo non è formato da un membro solo, ma da molte membra» (1 Cor 12,12-14). L’essere parte integrante del Corpo di Cristo implica avere la comunione nella fede. La fede dei fedeli è la comunione della Chiesa ricevuta dalla predicazione degli Apostoli. La stessa comunione la si ha e la si vive attraverso i sacramenti, che altro non sono se non l’inserimento e la partecipazione al mistero pasquale di Cristo e alla vita stessa di Dio. All’interno di questa comunione i fedeli condividono i doni ricevuti dallo Spirito per l’utilità comune: «nella comunione della Chiesa, lo Spirito Santo “dispensa pure tra i fedeli di ogni ordine grazie speciali” per l’edificazione della Chiesa. Ora “a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune” (1 Cor 12,7). Inoltre “Ogni cosa era fra loro comune” (At 4,32). “Il cristiano veramente tale nulla possiede di così strettamente suo che non lo debba ritenere in comune con gli altri, pronto quindi a sollevare la miseria dei fratelli più poveri”. Il cristiano è un amministratore dei beni del Signore» (CCC 951-952). Di conseguenza si rende indispensabile nella Chiesa la comunione della carità. «nella “comunione dei santi” “nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso” (rm 14,7). “Se un membro soffre, tutte le membra soffrono – 84 –


insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui. Ora voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte” (1 Cor 12,26-27). “La carità non cerca il proprio interesse” (1 Cor 13,5). Il più piccolo dei nostri atti compiuto nella carità ha ripercussioni benefiche per tutti, in forza di questa solidarietà con tutti gli uomini, vivi o morti, solidarietà che si fonda sulla comunione dei santi. Ogni peccato nuoce a questa comunione» (CCC 953). La comunione dei Santi indica anche la comunione tra le persone, con tutta quella immensa comunità di tutti i fedeli di questo mondo che costituiscono la Chiesa pellegrinante, e tutti i fedeli che già vivono nell’eternità. «Alcuni dei suoi discepoli sono pellegrini sulla terra, altri, compiuta questa vita, si purificano ancora, altri infine godono della gloria contemplando “chiaramente Dio uno e trino, qual è”. tutti però, sebbene in grado e modo diverso, comunichiamo nella stessa carità verso Dio e verso il prossimo e cantiamo al nostro Dio lo stesso inno di gloria. tutti infatti quelli che sono di Cristo, avendo lo Spirito Santo, formano una sola Chiesa e sono tra loro uniti in lui (cfr. Ef 4,16). L’unione quindi di quelli che sono ancora in cammino coi fratelli morti nella pace di Cristo non è minimamente spezzata; anzi, secondo la perenne fede della Chiesa, è consolidata dallo scambio dei beni spirituali» (LG 49). La liturgia, azione della Chiesa, soprattutto nella celebrazione dell’Eucaristia, va oltre l’aspetto temporale del rito per aprirsi all’eterno inno di lode della Gerusalemme celeste. Questo attestano le parole con cui l’assemblea liturgica si allarga e commemora la lunga teoria dei suoi santi che sa associati a sé nella preghiera di intercessione e nel rendimento di grazie. basti pensare al testo solennissimo del Canone romano con la lunga sequenza dei santi. – 85 –


pRoFesso un soLo BattesiMo peR La ReMissione Dei peCCati «Il Simbolo degli Apostoli lega la fede nel perdono dei peccati alla fede nello Spirito Santo, ma anche alla fede nella Chiesa e nella comunione dei santi. Proprio donando ai suoi Apostoli lo Spirito Santo, Cristo risorto ha loro conferito il suo potere divino di perdonare i peccati: “ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi” (Gv 20,22-23). nostro Signore ha legato il perdono dei peccati alla fede e al battesimo: «Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo” (Mc 16,15-16). Il battesimo è il primo e principale sacramento per il perdono dei peccati perché ci unisce a Cristo messo a morte per i nostri peccati e risuscitato per la nostra giustificazione, affinché “anche noi possiamo camminare in una vita nuova” (rm 6,4)» (CCC 976-977). La storia della salvezza è una storia costellata di peccato a motivo della fragilità dell’uomo, ma allo stesso tempo è una storia di riconciliazione e di grande misericordia da parte di – 86 –


Dio che offre a tutti la possibilità del pentimento e del ritorno a Lui. Gesù si è fatto uomo per presentare il volto del Padre e, con il suo sacrificio sulla croce, salvare l’umanità dal peccato e riconciliarla con Dio, poiché è «l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29). La croce di Cristo rappresenta il culmine dell’amore misericordioso di Dio verso l’umanità. San Paolo scrive: «Dio ci ha riconciliati con sé mediante Cristo» (2 Cor 5,18), Gesù presenta Dio come il Padre misericordioso che attende sempre il ritorno dei figli, pronto a donare il suo perdono. Egli mostra il volto misericordioso del Padre quando perdona l’adultera (cfr. Gv 8,11), la Maddalena (cfr. Lc 7,47), quando rimette i peccati al paralitico (cfr. Mt 9,2), quando spiega la parabola del Padre misericordioso (cfr. Lc 15,11-32), quando, sulla croce, perdona i suoi carnefici (cfr. Lc 23,34); ma, soprattutto, quando istituisce il sacramento della riconciliazione, conferendo agli Apostoli il potere di rimettere i peccati, agendo in suo nome (cfr. Gv 20,23). L’articolo della professione di fede sottolinea il nesso fondamentale tra il battesimo e la remissione dei peccati. «L’asserita remissione dei peccati allude invece all’altro sacramento che fonda la Chiesa, cioè al battesimo; ma molto presto lo sguardo comincia a dirigersi anche qui al sacramento della penitenza. Ovviamente, sta qui in primissimo piano il battesimo come grande sacramento della remissione, come istante della poderosa inversione di rotta che cambia totalmente la nostra vita. Solo a poco a poco, ci si dovette lasciare insegnare da una dolorosa esperienza come il cristiano, anche dopo battezzato, abbia pur sempre bisogno di perdono; sicché, cominciò a venire sempre più accentuatamente in primo piano la rinnovata assoluzione dei peccati accordata dal sacramento della penitenza, soprattutto da quando si prese ad amministrare il – 87 –


battesimo nei primi giorni di vita, per cui esso cessò di costituire la espressione d’una conversione attiva. restava tuttavia pur sempre assodato anche allora, che cristiani non si può divenire per nascita, bensì solo per rinascita: l’affiato cristiano si traduce in atto sempre e soltanto allorché l’uomo imprime un altro corso alla sua esistenza, voltando le spalle alla pacchiana soddisfazione del mero vivacchiare “convertendosi”. È appunto in questo senso che il battesimo, visto come inizio d’una conversione protratta lungo l’intero corso della vita, assurge ad emblema fondamentale dell’esistenza cristiana, a programma di base cui intende richiamarci l’articolo che afferma la “remissione dei peccati”» (J. ratzinger, Introduzione al Cristianesimo, pag. 276). Per vivere la conversione bisogna fare l’esperienza della riconciliazione che è il rimettere il cuore in pace con Dio. La remissione dei peccati è quel meraviglioso dono d’amore che Dio fa a chi si pente dei peccati, accusandosene e impegnandosi a non commetterli più; non c’è peccato che, per quanto grande, non possa essere perdonato da Dio, perché Dio è misericordia infinita. «riconciliarsi con Dio suppone e include il distaccarsi con lucidità e determinazione dal peccato in cui si è caduti. Suppone e include, dunque, il fare penitenza nel senso più completo del termine: pentirsi, manifestare il pentimento, assumere l’atteggiamento concreto del pentito, che è quello di chi si mette sulla via del ritorno al Padre. Questa è una legge generale, che ciascuno deve seguire nella situazione particolare in cui si trova. Il discorso sul peccato e sulla conversione infatti non può essere svolto solo in termini astratti» (rP 13).

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CReDo La RisuRReZione DeLLa CaRne La professione di fede culmina nel proclamare la risurrezione dei morti alla fine dei tempi. «Noi crediamo che le anime di tutti coloro che muoiono nella grazia di Cristo, sia che debbano ancora esser purificate nel Purgatorio, sia che dal momento in cui lasciano il proprio corpo siano accolte da Gesù in Paradiso, come Egli fece per il Buon Ladrone, costituiscono il Popolo di Dio nell’aldilà della morte, la quale sarà definitivamente sconfitta nel giorno della Resurrezione, quando queste anime saranno riunite ai propri corpi». (Paolo VI, Solenne professione di Fede, 30 giugno 1968). Il Catechismo della Chiesa Cattolica esprime gli stessi concetti quando afferma: «noi fermamente crediamo e fermamente speriamo che, come Cristo è veramente risorto dai morti e vive per sempre, così pure i giusti, dopo la loro morte, vivranno per sempre con Cristo risorto, e che egli li risusciterà nell’ultimo giorno. Come la sua, anche la nostra risurrezione sarà opera della Santissima trinità: “Se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi” (rm 8,11). Il termine “carne” designa l’uomo nella sua condizione di debolezza e di mortalità. La “risurrezione della carne” significa che, dopo la morte, non ci sarà soltanto la vita dell’anima immortale, ma che anche i nostri “corpi mortali” (rm 8,11) riprenderanno vita» (CCC 989-990). La fede nella risurrezione inizia a farsi strada già nell’Antica Alleanza. Questa fede e questa speranza si consolida al tempo dei Maccabei dove viene affermata una retribuzione dopo la morte per coloro che hanno offerto la vita per difen– 89 –


dere le leggi di Dio e per difendere il popolo giudaico dal pericolo dell’idolatria durante il tentativo di ellenizzare la Giudea. In quel periodo però non c’era una idea ben precisa di risurrezione, si affermava solo che coloro che sono stati fedeli a Dio, quando Dio prenderà definitivamente in mano le sorti del mondo, verranno risuscitati. nel nuovo testamento il fondamento della risurrezione è Gesù Cristo risorto dai morti «primizia di coloro che sono morti» (1 Cor 15,20). Con la sua morte e risurrezione Cristo ha anticipato la gloria futura ed è anche l’anticipazione della risurrezione di tutti coloro che sono stati uniti a Cristo. «Il discorso sulla risurrezione dei cristiani è anzitutto un discorso su Cristo. Questa è la teologia del nuovo testamento circa la sorte dei cristiani: è l’estensione ai credenti dello stesso destino di Cristo, in forza dell’unione che la conversione cristiana, insieme ai Sacramenti della fede (in primo luogo battesimo ed eucaristia), ha costituito tra Cristo e i cristiani. Il discorso cristiano sulle ultime realtà non è tanto un discorso sull’aldilà, ma è il portare alle ultime conseguenze il fatto che la nostra unione con Cristo è un’unione reale, indissolubile e quindi indistruttibile, che nemmeno la morte può spezzare. non è semplicemente un’unione morale basata sulla nostra buona volontà di stare uniti a Lui, ma è un’unione sacramentale basata sulla sua volontà salvifica – liberamente accolta dai discepoli – la quale è irrevocabile e infallibilmente efficace» (Vivere l’Anno delle Fede, Sussidio pastorale). Una riflessione quanto mai interessante viene fatta, al riguardo della risurrezione della carne da Joseph ratzinger nella sua opera: Introduzione al cristianesimo: «Una cosa dovrebbe comunque risultare per principio chiara: tanto Giovanni (6,53), quanto Paolo (1 Cor 15,50) sottolineano energicamente che la “risurrezione della carne”, la “risurre– 90 –


zione degli esseri corporei”, non è affatto una “risurrezione dei corpi”. Sicché, guardato con gli occhi della mentalità moderna, l’abbozzo tracciatoci da San Paolo è molto meno ingenuo della successiva erudizione teologica, con tutte le sue sottili costruzioni incentrate sui problema del come possano esistere corpi eterni. Paolo – ripetiamolo ancora una volta – afferma dottrinalmente non la risurrezione dei corpi, bensì quella delle persone; e facendo poi consistere quest’ultima non nella ricostituzione dei “corpi di carne”, ossia delle strutture biologiche, che egli designa esplicitamente come impossibile (“il corruttibile non può diventare incorruttibile”), bensì nella diversità specifica che caratterizza la vita della risurrezione, così come si è presentata esemplarmente a noi nel Signore risorto». È quello che in sintesi afferma il Catechismo: «Che cosa significa “risuscitare”? Con la morte, separazione dell’anima e del corpo, il corpo dell’uomo cade nella corruzione, mentre la sua anima va incontro a Dio, pur restando in attesa di essere riunita al suo corpo glorificato. Dio nella sua onnipotenza restituirà definitivamente la vita incorruttibile ai nostri corpi riunendoli alle nostre anime, in forza della risurrezione di Gesù» (CCC 997).

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CReDo La Vita eteRna

L’ultimo articolo del Simbolo termina con il professare la fede nella vita eterna. «Noi crediamo nella vita eterna. … Noi crediamo che la moltitudine delle anime, che sono riunite intorno a Gesù ed a Maria in Paradiso, forma la Chiesa del Cielo, dove esse nella beatitudine eterna vedono Dio così com’è (cfr. 1 Io. 3,2; Dz.-Sch. 1000) e dove sono anche associate, in diversi gradi, con i santi Angeli al governo divino esercitato da Cristo glorioso, intercedendo per noi ed aiutando la nostra debolezza con la loro fraterna sollecitudine» (cfr. LG, 49). «noi crediamo alla comunione tra tutti i fedeli di Cristo, di coloro che sono pellegrini su questa terra, dei defunti che – 92 –


compiono la propria purificazione e dei beati del Cielo, i quali tutti insieme formano una sola Chiesa; noi crediamo che in questa comunione l’amore misericordioso di Dio e dei suoi Santi ascolta costantemente le nostre preghiere, secondo la parola di Gesù: Chiedete e riceverete (cfr. Lc 10,9-10; Gv 16,24). E con la fede e nella speranza, noi attendiamo la resurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà» (Paolo VI, Solenne professione di Fede, 30 giugno 1968). La vita eterna, alla quale aneliamo, comincia già quaggiù, anche se non ne abbiamo ancora il possesso pieno e definitivo. Dice San Giovanni: «Carissimi, noi sin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così com’egli è» (1 Gv 3,2). Per indicare la vita eterna, la bibbia e la tradizione cristiana usano un ricco vocabolario di immagini e di simboli (regno della luce, cielo, banchetto, nozze, ecc.). Ma la realtà profonda che queste immagini vogliono esprimere è la comunione definitiva e intramontabile col Signore della vita (cfr. 1 tess 4,17). Dobbiamo stare in guardia da dubbi e rappresentazioni che a volte materializzano in maniera grossolana, talora infantile, la realtà della vita eterna. Meglio vale attenersi alle parole di San Paolo: «Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano» (1 Cor 2,9). nell’Angelus, in occasione della Solennità di tutti i Santi, benedetto XVI così ha presentato questa realtà fondamentale della nostra fede: «Celebriamo oggi la solennità di tutti i Santi e domani commemoreremo i fedeli defunti. Queste due ricorrenze liturgiche, molto sentite, ci offrono una singolare opportunità per meditare sulla vita eterna. L’uomo moderno l’aspetta ancora questa vita eterna, o ritiene che essa appar– 93 –


tenga a una mitologia ormai superata? In questo nostro tempo, più che nel passato, si è talmente assorbiti dalle cose terrene, che talora riesce difficile pensare a Dio come protagonista della storia e della nostra stessa vita. L’esistenza umana però, per sua natura, è protesa a qualcosa di più grande, che la trascenda; è insopprimibile nell’essere umano l’anelito alla giustizia, alla verità, alla felicità piena. Dinanzi all’enigma della morte, sono vivi in molti il desiderio e la speranza di ritrovare nell’aldilà i propri cari. Come pure è forte la convinzione di un giudizio finale che ristabilisca la giustizia, l’attesa di un definitivo confronto in cui a ciascuno sia dato quanto gli è dovuto. “Vita eterna” per noi cristiani non indica però solo una vita che dura per sempre, bensì una nuova qualità di esistenza, pienamente immersa nell’amore di Dio, che libera dal male e dalla morte e ci pone in comunione senza fine con tutti i fratelli e le sorelle che partecipano dello stesso Amore. L’eternità, pertanto, può essere già presente al centro della vita terrena e temporale, quando l’anima, mediante la grazia, è congiunta a Dio, suo ultimo fondamento. tutto passa, solo Dio non muta. Dice un Salmo: “Vengono meno la mia carne e il mio cuore; / ma la roccia del mio cuore è Dio, / è Dio la mia sorte per sempre” (Sal 72/73, 26). tutti i cristiani, chiamati alla santità, sono uomini e donne che vivono saldamente ancorati a questa “roccia”; hanno i piedi sulla terra, ma il cuore già nel Cielo, definitiva dimora degli amici di Dio» (benedetto XVI, Angelus, 1° novembre 2006). La fede in questa realtà dà vigore alla speranza e getta una luce sull’esperienza terrena del credente, che lungi dal distoglierlo, gli dà la capacità di contribuire ogni giorno alla costruzione della città terrena avendo come punto di riferimento quella celeste. – 94 –


aMen

Il Credo, come pure l’ultimo libro della Sacra Scrittura (Ap 22,21), termina con la parola ebraica Amen. La si trova frequentemente alla fine delle preghiere del nuovo testamento. Anche la Chiesa termina le sue preghiere con Amen (CCC 1061). In ebraico, Amen si ricongiunge alla stessa radice della parola «credere». tale radice esprime la solidità, l’affidabilità, la fedeltà. Si capisce allora perché l’«Amen» può esprimere tanto la fedeltà di Dio verso di noi quanto la nostra fiducia in lui (CCC 1062). nel profeta Isaia si trova l’espressione «Dio – 95 –


di verità», letteralmente «Dio dell’Amen», cioè il Dio fedele alle sue promesse: «Chi vorrà essere benedetto nel paese, vorrà esserlo per il Dio fedele» (Is 65,16). nostro Signore usa spesso il termine «Amen» (Mt 6,2.5.16), a volte in forma doppia (Gv 5,19), per sottolineare l’affidabilità del suo insegnamento, la sua autorità fondata sulla verità di Dio (CCC 1063). L’«Amen» finale del Simbolo riprende quindi e conferma le due parole con cui inizia: «Io credo». Credere significa dire «Amen» alle parole, alle promesse, ai comandamenti di Dio, significa fidarsi totalmente di colui che è l’«Amen» d’infinito amore e di perfetta fedeltà. La vita cristiana di ogni giorno sarà allora l’«Amen» all’«Io credo» della professione di fede del nostro battesimo: «Il Simbolo sia per te come uno specchio. Guardati in esso, per vedere se tu credi tutto quello che dichiari di credere e rallegrati ogni giorno per la tua fede (Sant’Agostino, Sermone 58, 11, 13)» (CCC 1064). Gesù Cristo stesso è l’«Amen» (Ap 3,14). Egli è l’«Amen» definitivo dell’amore del Padre per noi; assume e porta alla sua pienezza il nostro «Amen» al Padre: «tutte le promesse di Dio in lui sono divenute “sì”. Per questo sempre attraverso lui sale a Dio il nostro “Amen” per la sua gloria» (2 Cor 1,20). «Per Cristo, con Cristo e in Cristo, a te, Dio Padre onnipotente, nell’unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli. Amen! (Dossologia dopo la preghiera eucaristica, Messale romano)» (CCC 1065). Pur essendo l’Amen un’ espressione che apparteneva al linguaggio comune, nel nuovo testamento l’espressione è usata sempre in un contesto religioso teologico. In collegamento con l’uso veterotestamentario indica l’assenso ad una parola che si riconosce come avente validità assoluta. nella maggior parte dei casi, nel nuovo testamento l’Amen è responsoriale e il contesto è quello della preghiera. Si tratta di un contesto pre– 96 –


valentemente liturgico. Mediante l’Amen, la comunità si appropria della preghiera o risponde alla preghiera dell’orante. I salmi dei primi 4 libri si concludono col doppio Amen. In rm 15,33 e Gal 6,18 ritroviamo chiaramente questo uso. terminare la preghiera con l’Amen vuol dire associarsi a ciò che la preghiera esprime. Il fatto poi che i LXX traducano l’espressione con: «che così accada» dà all’espressione stessa una connotazione di speranza. Viene anche utilizzato in contesto di assunzione di responsabilità come in 1 Cor 14,16, in cui l’Amen coinvolge tutta la comunità e ogni singolo al suo interno. nell’Apocalisse di Giovanni l’Amen ha il ruolo di fungere da filo conduttore. Esso lega in un’unica dossologia tutti gli attori-protagonisti. L’unico «Amen» lega in modo indissolubile spazi, tempi e protagonisti della storia della salvezza. In sintesi si può dire che l’Amen esprime un atto consapevole e responsabile, parola degna di fede. non si può portare il messaggio divino senza esserne coinvolti, strutturalmente trasformati e informati. L’Amen è risposta a Dio che si rivela, è essere certi della fedeltà di Dio che in Cristo si è riversata su tutta l’umanità. L’Amen responsoriale è proclamato dall’assemblea e implica un impegno testimoniale. È atto di fede e nello stesso tempo atto di affidamento su cui costruire se stessi. La comunità ecclesiale dovrebbe essere la visibilità dell’Amen di Dio al mondo e agli uomini. Inoltre l’Amen ecclesiale esprime un desiderio di compimento mai raggiunto. L’Amen esprime l’origine e il principio della creazione di Dio che sostiene la storia e nello stesso tempo la spinge verso la sua realizzazione e compimento pieno. L’Amen raccoglie, porta con sé tutta la Chiesa. L’Amen quindi non è solo quello del culto, ma è qualcosa che si connota come profondamente ecclesiale. Attraverso questo Amen sale a Dio la gloria e la preghiera di tutta la Chiesa. – 97 –


io CReDo - aMen

Con queste parole: «Io credo - Amen», che sono la prima e l’ultima della professione di fede, si è percorso l’itinerario di gran parte dell’Anno della Fede, con le riflessioni sui vari articoli e sui vari aspetti del Credo. L’Anno della fede si colloca all’interno di un rinnovato modo di annunciare e di testimoniare il Vangelo. Il suo primo obiettivo è quello di ravvivare la fede dei credenti che vivono in modo tiepido l’eredità cristiana, che hanno lasciato illanguidire la fede interrompendo il contatto vitale con la comunità cristiana. La riflessione riguarda anche coloro che vivono la propria esperienza cristiana all’interno della comunità ecclesiale e che devono riscoprire i punti fondamentali della fede. Da qui l’insistenza di conoscere e di vivere quel vasto patrimonio contenuto nelle formule di fede, ma anche l’esigenza di riprendere in mano il Catechismo della Chiesa Cattolica e la grande ric– 98 –


chezza degli insegnamenti del Vaticano II. Di certo non basta un anno per proseguire in questa conoscenza, ma l’Anno della fede costituisce uno stimolo per vivere e per celebrare la fede in Gesù Cristo nel corso della propria esistenza. Il Catechismo della Chiesa Cattolica dedica alcune riflessioni anche alla fede come virtù teologale «dono di Dio ai suoi fedeli, per renderli capaci di agire quali suoi figli». È la sintesi di tutto quello che si è detto nel corso delle riflessioni sul Credo. «La fede è la virtù teologale per la quale noi crediamo in Dio e a tutto ciò che egli ci ha detto e rivelato, e che la Chiesa ci propone da credere, perché egli è la stessa verità. Con la fede “l’uomo si abbandona tutto a Dio liberamente”. Per questo il credente cerca di conoscere e di fare la volontà di Dio. “Il giusto vivrà mediante la fede” (rm 1,17). La fede viva “opera per mezzo della carità” (Gal 5,6)» (CCC 1814). «Il discepolo di Cristo non deve soltanto custodire la fede e vivere di essa, ma anche professarla, darne testimonianza con franchezza e diffonderla: “Devono tutti essere pronti a confessare Cristo davanti agli uomini, e a seguirlo sulla via della croce attraverso le persecuzioni, che non mancano mai alla Chiesa”. Il servizio e la testimonianza della fede sono indispensabili per la salvezza: “Chi (...) mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli” (Mt 10,32-33)» (CCC 1816). Affrontando il tema della fede ritorna attuale anche l’interrogativo se sia un dono o una scelta. Già nell’Antico testamento c’era la consapevolezza che la fede è frutto di una iniziativa di Dio. È Dio che ha scelto Israele offrendogli la salvezza e la liberazione. Gesù dichiara pubblicamente: «nes– 99 –


suno può venire a me se non lo attira il Padre che mi ha mandato» (Gv 6,44). «La fede è dono dello Spirito Santo, che la previene, la suscita, la sostiene, l’aiuta a crescere. È lui che illumina l’intelligenza, attrae la volontà, rivolge il cuore a Dio, facendo accettare con gioia e comprendere sempre meglio la rivelazione storica di Cristo, senza aggiungere ad essa nulla di estraneo» (CdA 90). nello stesso tempo la fede, oltreché dono, è decisione libera dell’uomo. Dio non impone niente all’uomo, propone la sua Parola, la sua Persona, rispettando e sostenendo la libertà di ognuno. La fede è una scelta responsabile e ragionevole. Molto spesso, quando si parla di fede, si pensa a un insieme astratto di cose da accettare a scatola chiusa, a un qualcosa che limita la libertà e la dignità dell’uomo. Si confonde la fede con un insieme di norme da rispettare piuttosto che viverla come un rapporto di comunione con Dio. La fede prende l’avvio da una adesione ragionevole alla rivelazione; è adesione totale dell’uomo a Dio che si rivela nella storia. nello stesso tempo la fede apre alla ragione un orizzonte più vasto, stimola l’intelligenza a una continua ricerca aprendola al fascino del mistero.

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InDICE SIGLE CItAZIOnI PrESEntAZIOnE La professione di fede Genesi e storia dei simboli di fede Io credo Credo in Dio Credo in Dio Padre Onnipotente Credo in Dio Creatore del cielo e della terra Credo in un solo Signore, Gesù Cristo Il Figlio di Dio si è fatto uomo Credo in Gesù Cristo nato dalla Vergine Maria Patì sotto Ponzio Pilato Fu crocifisso, morì e fu sepolto Discese agli inferi risuscitò da morte La celebrazione liturgica della Pasqua Salì al cielo, siede alla destra di Dio Padre Verrà a giudicare i vivi e i morti – 103 –

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Credo nello Spirito Santo I simboli dello Spirito Santo Credo nello Spirito che dà la vita Credo la Chiesa La Chiesa è creatura di Dio Credo la Chiesa una Credo la Chiesa santa Credo la Chiesa cattolica Credo la Chiesa apostolica Credo nella comunione dei santi Professo un solo battesimo per la remissione dei peccati Credo la risurrezione della carne Credo la vita eterna Amen Io credo - Amen InDICE

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Profile for Guglielmo Puligheddu

Credo Signore Amen  

Di Don Giuseppe Mattana

Credo Signore Amen  

Di Don Giuseppe Mattana

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