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Il giornalismo sportivo


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Media Manuali Sezione “Giornalismo� diretta da Franco Recanatesi


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MASSIMO LO JACONO

Il giornalismo sportivo La professione nelle redazioni dei giornali

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Copertina: Patrizia Marrocco Stampa: Tipografica Artigiana – Roma Copyright GREMESE 2012 © New Books s.r.l. – Roma www.gremese.com Tutti i diritti riservati. Nessuna parte di questo libro può essere riprodotta, registrata o trasmessa, in qualsiasi modo e con qualsiasi mezzo, senza il preventivo consenso formale dell’Editore. ISBN 978-88-8440-705-4


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Indice Introduzione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

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Bartali, Carosio, la notizia, il commento. La fantasia al potere . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

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L’intervista, fatta o… mancata. Il personaggio . . . . . . .

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L’intervista inesistente e il fantasma dell’inchiesta . . . . .

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Charlie Gaul, dica lei, cosa fa sui Pirenei? . . . . . . . . .

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Gli altri mondi di Carlo Verdelli . . . . . . . . . . . . . . .

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Professione Direttore . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

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L’ultimo dei Mohicani . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

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Speriamo che sia femmina . . . . . . . . . . . . . . . . . .

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Poker d’assi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

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Principali master di giornalismo sportivo . . . . . . . . . . 117


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Introduzione

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hissà se, quando impiega il termine “Padania”, Umberto Bossi sa che il termine fu, praticamente, inventato da Gianni Brera. Non conta che una storia della Padania non esista. Ciò che importa è che, nell’immaginario collettivo, ci si riferisca a una zona indefinita intorno al Po. Così, paradossalmente, chi ispirò Bossi fu lui, Giuanin Brera, nato l’8 settembre del 1919 a San Zenone al Po (Pavia). Scrisse, infatti, di sé: «Io sono padano di riva e di golena, di boschi e di sabbioni. E mi sono scoperto figlio legittimo del Po». I più giovani, probabilmente, non hanno letto granché (proprio nulla? È una colpa) di Brera, che è stato non solo uno dei più grandi giornalisti sportivi, ma anche scrittore, autore di saggi, romanzi, racconti, opere teatrali e radiofoniche. D’inciso, il più noto dei suoi romanzi, Il corpo della ragassa, fu adattato per lo schermo da Alberto Lattuada e girato da Pasquale Festa Campanile.


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È stato anche il più giovane direttore di un quotidiano in Italia. Era stato chiamato da un altro grande giornalista, Bruno Roghi, alla Gazzetta dello Sport che più tardi, nel 1949, diresse, dopo un memorabile Tour de France. Fu anche paracadutista e partigiano, e il suo più grande vanto non era quello di aver evitato, con un suo piano, la distruzione del traforo del Sempione, ma che «in tutto quel periodo non sparai mai a un altro essere umano». Bossi, dunque, ha soltanto rispolverato il termine Padania. Del resto, usiamo tutti termini inventati da Brera. Uccellare (un avversario), libero, melina, pretattica, rifinitura, cursore: sono solo alcuni esempi dei suoi neologismi. E i soprannomi? Accaccone (Helenio Herrera) e Accacchino (Heriberto Herrera), Rombo di Tuono (Gigi Riva), Abatino (prima solo Gianni Rivera, poi tutti i giocatori di gran talento che però, a suo giudizio, erano poveri di spirito agonistico o di forza fisica. L’ultimo fu Giancarlo Antognoni). Suo malgrado, la critica si trasformerà in un complimento, perché il termine era speso solo per i fuoriclasse. Un’avvertenza. Meglio andarci piano con i soprannomi. Bisogna essere certi di aver colpito nel segno. Soprattutto, non dobbiamo avere un nemico implacabile pronto a coglierci in fallo per evidenti ragioni di banalità. Aldo Biscardi, quello del “Processo”, lavorava a Paese Sera, quotidiano ricco di storia e di gloria, e incautamente scrisse di aver trovato il bisillabo giusto, il soprannome perfetto per Riva: mostro. Giuseppe Colalucci, un giornalista romano più acido del poeta greco Ipponatte, ricco di un’ironia che, generalmente, sfociava nel sarcasmo, non aspettava altro. Dirigeva un settimanale satirico sportivo,


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Il Tifone. Poiché ne era anche il proprietario, poteva permettersi di scrivere ciò che voleva. Gli dedicò una pagina intera. La citazione non è testuale, ma il succo è questo. Sulle orme di Gabriele D’Annunzio – scrisse – anche i più valenti giornalisti italiani si sono slanciati a inventare neologismi. Questo nobilita, non di poco, la nostra denigrata professione. Sì, Biscardi ha scritto di aver creato per primo quel termine e si potrebbe obiettare che non è possibile creare qualcosa per secondi. Quisquilie. Certo, se andassimo a spulciare tra i classici dell’antichità, scopriremmo che già Cicerone aveva chiamato monstrum Catilina e che il termine è stato usato da Svetonio, Cesare, Tito Livio, Plutarco, Sallustio… e giù un elenco che occupa un paio di colonne. Gli italiani non sono stati da meno. Compreso Manzoni, ci sono un po’ tutti, da Boccaccio a Moravia, che hanno usato il vocabolo, affibbiandolo ai più disparati personaggi. Ma che vuol dire?, obiettava Colalucci. Ciò che conta è lo sforzo creativo, il volo della fantasia, la volontà di dare vita a qualcosa d’indelebile. «Così, spronato da cotanto esempio, in generosa emulazione, anch’io ho ricreato un antico bisillabo: stronzo». Torniamo a Brera, che i soprannomi sapeva inventarli, e alle sue battaglie. Giuanin era convinto che gli italiani non potessero competere fisicamente con i campioni stranieri, al punto che, nella sua polemica con Sacchi, fautore di un calcio atletico e d’attacco, attribuiva quasi ogni merito dei successi del Milan ai tre olandesi, Gullit, Van Basten e Rijkaard. In realtà Brera, che veniva dall’atletica, polemizzava da sempre con la cosiddetta “scuola napoletana” – Palumbo,


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Ghirelli, Barendson – che prediligeva un gioco fantasioso e offensivo avallando, in pratica, le tesi di Rivera, il fautore più illustre, tra i calciatori, di questo diverso modo d’intendere il calcio. Giuanin, invece, predicava il verrou, il catenaccio inventato dagli svizzeri, e lo aveva perfezionato: un uomo “libero” da compiti specifici, piazzato dietro ai difensori, una retroguardia rocciosa, gran contropiede. Così – affermava – l’Italia “metodista” aveva vinto due campionati del mondo, nel 1934 e nel 1938. In parte aveva ragione. Non si potevano certo contrastare i possenti giocatori inglesi, affrontandoli uomo contro uomo. Vittorio Pozzo, che ci provò, subì un pesante rovescio per 4-0, pur poggiando sulla spina dorsale del “Grande Torino”. Brera arrivò dunque alla conclusione che fosse necessario togliere un attaccante, per aggiungere un difensore. Gipo Viani e “il paròn” Nereo Rocco furono i primi allenatori, insieme a Frossi, che misero in pratica queste teorie, benché Viani, alla fine, cominciasse a pensare a un libero “davanti” alla difesa. L’esempio più tipico di quest’ultima evoluzione, abbandonati il catenaccio e la marcatura a uomo, sarebbe stata la “zona” di Liedholm, con Di Bartolomei davanti ai difensori: in realtà, un centrocampista aggiunto, benché poi a tamponare servisse di supporto un difensore veloce come Vierchowod. Tutto ciò ci porta ad affermare che il buon giornalista sportivo (senza scomodare Brera, che era ottimo, inimitabile, benché i “brerini” ci abbiano provato, riuscendo solo a farlo rimpiangere) deve possedere cultura, capacità di scrittura e umorismo. Una sua battuta folgorante? A proposito della vecchiaia, la elogiò sperticatamente, come aveva già fatto un grande giornalista dell’antichità,


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Cicerone. «Non è per niente brutta», disse, «anzi, è bellissima. Peccato che duri poco». Un’altra volta, in un acceso dibattito televisivo, un calciatore rispolverò la solita, stantia obiezione. «Che ne sa lei, che sputa sentenze sul calcio? Ha mai giocato a pallone? In quale squadra ha militato?». «Giusto», ribatté serafico Brera. «D’ora in poi affideremo le cronache ippiche ai cavalli». È giusto ricordare Brera a vantaggio di quei giovani che sognano di diventare giornalisti sportivi. Non basta, per quanto riguarda il calcio, sapere a memoria le formazioni delle squadre di serie A o discettare di tattiche e di numeri: 4-4-2, 4-3-3, 3-5-1-1, e via di seguito. Bisogna possedere una solida cultura di base. Ormai è quasi indispensabile parlare un paio di lingue straniere. Soprattutto, è necessario essere, prima che “sportivi”, giornalisti. Il sostantivo sovrasta l’aggettivo. Oggi, se non siete figli o nipoti dell’editore, del direttore o, almeno, di un giornalista di peso (non pensate a Galeazzi, è solo un modo di dire, nel senso di pezzo da novanta), dovrete aver seguito un corso di giornalismo o, meglio ancora, venire dalla Luiss o dalle università riconosciute dall’Ordine dei Giornalisti, come quelle di Urbino e di Bologna. Queste, dopo due anni, iscrivono i primi venti del corso al praticantato, dopo aver fatto fare loro uno stage di quattro mesi in una redazione. Non è detto che un giornale li assuma, ma partono avvantaggiati. Beninteso, anche altre università non riconosciute dall’Ordine forniscono un’ottima preparazione, teorica e pratica. In poche parole, bisogna ipotizzare che siate in gamba prima ancora che vi si chiami a dimostrarlo. In un prossimo futuro diverranno giornalisti quasi esclusivamente i


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laureati che parlano un paio di lingue, su tutte l’inglese e lo spagnolo. Un tempo non era così. Antonio Ghirelli, un altro big del giornalismo non soltanto sportivo – anche lui uomo di grande cultura che aveva partecipato alla Resistenza dirigendo Radio Bologna Libera, autore di racconti e di eccellenti saggi, soprattutto storici (la sua Storia del calcio in Italia è un caposaldo irrinunciabile) –, era approdato al Corriere dello Sport. C’era stato uno scambio di direttori, come oggi avviene per i grandi calciatori. Bruno Roghi passava dal Corriere a Tuttosport, Ghirelli passava dalla direzione del quotidiano sportivo torinese a quella del quotidiano sportivo romano. Incoscientemente, gli indirizzai una lettera, un autentico capolavoro di presunzione, offrendomi per una prova. Non appena rientrato in me stesso, non ci pensai più, ma una mattina mi arrivò una lettera con l’intestazione del Corriere dello Sport. Ghirelli mi aveva fissato un appuntamento per il giorno dopo. Perché capiate appieno la mia sorpresa e la mia eccitazione, citerò soltanto il titolo di alcuni dei libri che Ghirelli ha pubblicato per i più grandi editori italiani: Da Hitler a Pol Pot. Gli uomini che hanno insanguinato il Novecento; Aspettando la rivoluzione. Cento anni di sinistra italiana; Storia di Napoli; Una bella storia. Italia 1943-1956; Artemio Franchi, una vita per lo sport; Moro tra Nenni e Craxi; Democristiani. Storia di una classe politica dagli anni Trenta alla Seconda Repubblica; Napoli dalla guerra a Bassolino; Un secolo di risate. Con Eduardo, Totò e gli altri. Cronaca, storia, spettacolo. Non ero stato convocato soltanto da un grande giornalista sportivo, ma da un uomo che mi avrebbe giudicato dall’alto della sua cultu-


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ra, anche se molti di questi libri li avrebbe scritti in seguito e neppure lui, ancora, poteva sapere che sarebbe stato il capoufficio stampa del Presidente Pertini. Mi presentai col cuore in gola, chiedendomi, sotto sotto, chi tra i due fosse più folle. Parlava al telefono, mentre contemporaneamente dettava una lettera alla segretaria e scriveva un articolo. Se questa è la pasta di cui sono fatti i giornalisti sportivi, mi dissi, farei bene ad andarmene prima d’essere cacciato a calci. Fortunatamente, era solo la pasta di cui era fatto lui. Più tardi capii che non dovevo provare a seguire i suoi ritmi: un passista dilettante non può tenere il passo di un fondista veloce che si allena per i mondiali. È la prima lezione: teniamo il nostro passo. Non vinceremo i mondiali, ma neppure ci ritireremo dopo il primo giro. «Se soltanto vali un decimo di quello che hai scritto», mi disse, abbassando la cornetta del telefono, «potrai renderti utile». Mi ordinò di scrivere sessanta righe su Ghiggia che lasciava la Roma. E di portargli il pezzo l’indomani. Tornai a casa mezzo febbricitante. Scrissi il pezzo. Novanta righe. Lo aggiustai. Sessanta righe. Lo avevo, parzialmente, riscritto. Mi azzardai a modificare il titolo. Da «Ghiggia se ne va» diventò «Ghiggia se ne va, ma è un simbolo». La mattina dopo arrivai un’ora prima dell’orario fissato. Ghirelli lesse quel pezzo, sul quale avevo metaforicamente speso la mia giovinezza, in un minuto e trenta secondi. Forse esagero, potrebbe averci impiegato qualche decimo di secondo in più, ma non molti. «Buono», decretò. «Hai letto il giornale?». Non l’avevo letto.


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«Male», scosse la testa. «Il tuo pezzo è migliore di quello che abbiamo pubblicato». Breve pausa. Scoprii, dieci minuti dopo, che lo aveva scritto un giornalista di punta del Corriere. «Quanto tempo ci hai messo per scriverlo?». «Tre ore», mentii, perché ci avevo messo di più. «Il mio redattore l’ha consegnato mezz’ora dopo che gliel’avevo commissionato. Doveva partire immediatamente per un servizio importante. Capisci? Se racconti una partita in notturna, non puoi rimuginarci su tre ore, correggere e ricorreggere». Fatto sta che mi prese in prova e che m’impiegò, mischiato ai tifosi delle curve, per certi servizi di colore che uscivano sulla pagina romana. Gratuitamente, ci mancherebbe. Via via mi provò in altri compiti, dai più umili ai più umili (non è un refuso e neppure una ripetizione), e intanto continuavo a scrivere quei pezzi di colore che avevano la discutibile pretesa d’essere umoristici, ma anche l’indiscutibile pregio di tenermi su di morale. Dopo un po’ ebbi un rimborso che non copriva le spese. Meno di due anni dopo ero praticante. A quel tempo, prima degli anni Settanta, molti giovani che poi sarebbero diventati bravi giornalisti dovevano attendere anche sette, otto anni prima di diventare praticanti. Sbagliato? Ingiusto? Forse, ma chiunque poteva tentare di diventare giornalista, facendosi le ossa nelle redazioni. È una favola. Nel senso che oggi questo non potrebbe accadere. E non solo perché di Ghirelli non ne nascono molti in un secolo (non vale che la sua compianta moglie,


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Barbara – una donna intelligente e affascinante – gliene avesse messi al mondo altri due, molto in gamba), un direttore capace di lanciare la Gruber – una donna! – al telegiornale di Rai 2 (per non parlare di Ferrara con le bretelle rosse), ma perché i sindacati farebbero il diavolo a quattro. Senza contare che i giornali, oggi, tendono ad avere meno redattori possibile: molti collaboratori di rango e ampio uso delle agenzie specializzate. Buona cultura, predisposizione all’umorismo, preparazione specifica, conoscenza delle lingue. Siamo sicuri di voler diventare giornalisti sportivi? Non è più facile diventare ingegneri spaziali? Tenendo conto che bisogna saper scrivere in un discreto italiano, sembrerebbe un traguardo troppo difficile, ma una cosa ci conforta: il panorama italiano è pieno di cattivi giornalisti sportivi, non solo in televisione (particolarmente nelle piccole tv private). Il problema nasce soltanto se non vogliamo far parte di quella folta schiera. Un’ultima osservazione. Come avrete notato, non ho battuto granché sul tasto della scrittura. Sentirete affermare da molti e autorevoli giornalisti che oggi non sarebbe sufficiente scrivere bene come Montanelli. Sarà pure vero, però nessuno scrive come Montanelli. Soprattutto chi afferma che scrivere bene è un optional.

Il giornalismo sportivo  

Chi non ricorda, anche soltanto per averlo sentito raccontare, il mitico “quasi gol” di Niccolò Carosio? È una delle curiosità ricordate da...