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Concetti di base, Approfondimenti e Riflessioni per un Corso di Preparazione e Aggiornamento GUARDIE PARTICOLARI GIURATE


Prefazione E’ da un pò di tempo che cerco di reperire materiale e documenti utili allo scopo di realizzare un manuale per le G.P.G. che si apprestano ad intraprendere la professione e di aggiornamento per coloro che già la esercitano. La G.P.G. fino a poco tempo fa, espletava il proprio servizio con inadeguata preparazione, imparando purtroppo spesso a lavorare soprattutto per improvvisazione ed esperienza maturata in campo. Le cause di queste lacune sono scaturite da una normativa risalente a regi decreti, obsoleta e anacronistica allo svolgimento di tale attività. L’inquadramento di figura passiva, con compiti di mera “Presenza”, è mutata nel corso degli anni grazie all’introduzione di nuove tecnologie. L’utenza oggi esige servizi svariati e complessi in base alle proprie necessità, con operatori in grado di interagire attivamente con nuovi sistemi di controllo e sorveglianza. Fermo restando i regolamenti emanati dai Questori di competenza territoriale e successive modifiche, le circolari, e le disposizioni contenute nella procedura di lavoro adottata da ogni Istituto di vigilanza, della quale vengono rilasciate copie all’atto dell’assunzione, di recente è stato varato ed è già in vigore un Decreto Legge (D.P.R. 4.08.2008, n. 153 e D.M. 1.12.2010, n.269) che riordina e disciplina l’intero settore della vigilanza privata. Tra gli allegati del decreto è stabilita una fase di preparazione e successivo aggiornamento necessaria allo svolgimento delle attività delle G.P.G. L’intento di questo corso teorico è quello di conoscere le qualità intrinseche di questa figura professionale, le leggi e regolamenti che la disciplinano, i limiti entro il quale opera, arricchire il bagaglio di conoscenza su strumenti propedeutici affini, dare delle indicazioni guida utili. Gli argomenti trattati e approfonditi, i documenti contenuti, le immagini, sono e provengono da fonti libere, quindi privi di copyright o riservatezza pertanto di libero dominio, previa autorizzazione e citazione delle fonti. L’opera in questione non ha fini di lucro. Ciò nonostante, per la pubblicazione, riproduzione parziale o totale è opportuno interpellare l’autore. Citazioni & Ringraziamenti Per il ricco e approfondito menù di documenti inerenti armi e munizioni.

Francesco Zanardi, in qualità di Istruttore di tiro della Polizia di Stato, mansione che condivide con quella investigativa. Appassionato lui stesso di armi, di tiro nonché di storia e militaria, ha frequentato il corso per istruttori presso il C.N.S.P.T. di Nettuno. Ha già scritto per Tac Armi ed Armi e Tiro; un punto di riferimento importante per tutti i collaboratori delle Forze dell'Ordine e di coloro che lavorano a stretto contatto delle armi. L’Istituto a cui appartengo e che rappresento con orgoglio: Daniele Londra, Michele Romano, nonché e soprattutto la persona di Salvo Boscarelli in qualità di Amministratore.


Status Giuridico

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La Guardia Giurata, propriamente detta Guardia Particolare Giurata (G.P.G.), è un privato cittadino che possiede i requisiti utili al rilascio di un titolo di Polizia è quindi autorizzato dallo Stato ai sensi dell'art. 133 del T.U.L.P.S. a tutelare i beni, mobili ed immobili di privati o enti anche pubblici; ma non le persone, la cui tutela dell'incolumità è onere e prerogativa esclusivamente dell'Autorità di Pubblica Sicurezza (art. 1 del T.U.L.P.S.). Le Guardie Giurate fanno riferimento quasi sempre ad un Istituto di Vigilanza Privata; più di rado a enti o privati, e purché diretti proprietari dei beni da tutelare. Il titolo di Guardia Particolare Giurata è soggetto a rinnovo ogni due anni previa verifica delle autorità preposte della persistenza dei requisiti psico-fisico-attitudinali nonché legali. La Guardia Particolare Giurata è inquadrata giuridicamente come "Incaricato di Pubblico Servizio", benché alcune sentenze della Corte di Cassazione ne abbiamo evidenziato anche la qualità di "Agente di Polizia Giudiziaria" e di "Pubblico Ufficiale"; ma solo quando, in determinate specifiche occasioni, chiamata a prestare soccorso ad altri Agenti o Ufficiali di Pubblica Sicurezza. I poteri delle Guardie Giurate si rifanno ad un ordinamento del 1931. Le G.P.G. possono redigere dei verbali in relazione al servizio cui sono destinate; ma questi fanno fede in giudizio fino "prova contraria" e non a fino a "querela di falso" come avviene per gli agenti di Polizia Giudiziaria. Il "porto di pistola" di cui sono quasi sempre dotate le G.P.G. è per "difesa personale" con tassa governativa ridotta; quindi dà diritto al porto, anche fuori servizio, in tutto il territorio nazionale, isole comprese, con le limitazioni imposte dalla legge (non si può portare l'arma negli stadi, nei seggi elettorali, nelle pubbliche assemblee, riunioni politiche, ecc.). Quello di fucile rilasciato invece raramente e dalle Questure per chi effettua trasporto valori, consente il porto solo durante il servizio. Alle G.P.G. che prestano servizio armato, quindi, vengono rilasciate due differenti "Autorizzazioni di Polizia", seppur collegate fra loro; questo perché in qualche luogo i regolamenti delle Questure prevedono solo il servizio disarmato, come nel caso del controllo negli aeroporti; in altri casi, lo stesso cliente dell'Istituto di Vigilanza richiede guardie prive di pistola. Di conseguenza, anche se raramente, alcune Prefetture rilasciano il Decreto ma non il porto. Alle G.P.G. armate viene poi concesso dalla legge potere rispetto ai "Pubblici Ufficiali": Esse, anche in servizio, possono farne uso solo per legittima difesa (anche di terze persone); e gliene viene concesso l'uso legittimo come agli Agenti e Ufficiali di Pubblica Sicurezza, per la repressione in flagranza di determinati delitti. Alle Guardie Particolari Giurate e gli istituti di vigilanza dai quali esse per lo più dipendono, i titoli vengono rilasciati dalla Prefettura; il controllo sull'operato viene poi espletato dalla Questura. Come anche del Questore è il regolamento provinciale sulle modalità del servizio e le dotazioni. Secondo l'Art. del 133 T.U.L.P.S.: Gli enti pubblici, gli altri enti collettivi e i privati possono destinare guardie particolari alla vigilanza o custodia delle loro proprietà mobiliari o immobiliari. Possono anche,con l'autorizzazione del Prefetto, associarsi per la nomina di tali guardie da destinare alla vigilanza o custodia in comune delle proprietà stesse.


Norme Comportamentali

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La G.P.G. svolge un’occupazione che richiede una grande dirittura morale. In pochissimi altri settori del lavoro, infatti, è necessario che i dipendenti maneggino giornalmente milioni di euro, oppure siano in possesso di chiavi che danno l’accesso ad un buon numero di strutture tra le più disparate, ricche di merci e materiali di gran valore. E’ facile intuire quali possano essere gli spiacevoli risultati derivanti da una condotta meno che onesta. La G.P.G. deve comportarsi in maniera corretta in tutta la sfera lavorativa. L’aspetto personale, naturalmente, deve essere curato: la prima impressione dura molto a lungo. Indossare correttamente l’uniforme assume un ruolo fondamentale in questo contesto. L’educazione e la cortesia devono essere un corredo onnipresente. La puntualità è una dote molto apprezzabile, che nel contesto lavorativo della G.P.G. si rivela indispensabile. Stralci dal Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza ( T.U.L.P.S. ) Art. 250: ottenuta la approvazione, le G.P.G. prestano giuramento con la seguente formula: “Giuro di essere fedele alla Repubblica italiana e al suo Capo, di osservare lealmente le leggi dello Stato e di adempiere le funzioni affidatemi con coscienza e diligenza e con l’unico intento di perseguire il pubblico interesse.” Nuova formula: “Giuro di osservare lealmente le leggi e le altre disposizioni vigenti nel territorio dello Stato e di adempiere le funzioni affidatemi con coscienza e diligenza, nel rispetto dei diritti dei cittadini.” Art. 254: Le G.P.G. vestono l’uniforme,o, in mancanza, portano il distintivo, da approvarsi, l’una o l’altra, dal prefetto su domanda del concessionario. E’ necessario che la foggia delle uniformi proposta per le guardie dei suddetti istituti sia tale da garantire esteriormente l'esatta individuazione da parte di chiunque dello status e anche della funzione di detto personale ed evitare così ogni possibilità di equivoco o di deprecabile abuso nell'esercizio dei delicati compiti ad essi demandati. La stessa adozione della divisa dovrà essere sottoposta anche al parere favorevole dell'Autorità militare che dovrà procedere a verificare l'assenza di somiglianza della stessa con fregi, divise o distintivi appartenenti all'esercito o ad altre armi. Art. 128: “salvo quando diversamente previsto, le guardie particolari giurate nell'esercizio delle funzioni di custodia e vigilanza dei beni mobili ed immobili cui sono destinate rivestono la qualità di incaricato di un pubblico servizio.” Le Guardie Giurate potranno redigere verbali che faranno fede fino a querela di falso.


Incaricato di Pubblico Servizio

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Definizione di INCARICATO DI PUBBLICO SERVIZIO • Art. 358 c.p. Nozione della persona incaricata di un pubblico servizio • Agli effetti della legge penale, sono persone incaricate di un pubblico servizio:

1.

Gli impiegati dello Stato o di un altro ente pubblico, i quali prestano, permanentemente o temporaneamente un pubblico servizio.

2.

Ogni altra persona che presta, permanentemente o temporaneamente, gratuitamente o con retribuzione, volontariamente o per obbligo, un pubblico servizio.

L'articolo 357 c.p. dispone che agli effetti della legge penale, sono pubblici ufficiali coloro i quali esercitano una pubblica funzione legislativa, giudiziaria o amministrativa. Agli stessi effetti è pubblica la funzione amministrativa disciplinata da norme di diritto pubblico e da atti autoritativi e caratterizzata dalla formazione e dalla manifestazione della volontà della Pubblica Amministrazione e dal suo svolgersi per mezzo di Poteri autoritativi o certificativi. Rientra nel concetto di poteri autoritativi non solo il potere di coercizione ma ogni attività discrezionale svolta nei confronti di soggetti che si trovano su un piano non paritetico rispetto all'autorità (cfr. Cass., Sez. Un. 11/07/1992, n. 181). Rientrano nel concetto di poteri certificativi tutte quelle attività di documentazione cui l'ordinamento assegna efficacia probatoria, quale che ne sia il grado. Funzioni dell’I.P.S. La persona incaricata di un pubblico servizio è, dopo il pubblico ufficiale, la seconda qualifica soggettiva pubblicistica penalmente rilevante prevista all’interno del codice penale del 1930. Inoltre, si deve rilevare e sottolineare che la persona incaricata di un pubblico servizio è una figura giuridica di minor rilievo rispetto a quella del pubblico ufficiale (art. 357 c.p.), ma, invece, di maggior rilievo rispetto a quella di esercente un servizio di pubblica necessità (art. 359 c.p.). Come ad esempio un privato che svolge attività di pubblica utilità non avendo le funzioni sopracitate. Art. 337 Resistenza a un pubblico ufficiale Chiunque usa violenza o minaccia per opporsi a un pubblico ufficiale o ad un incaricato di un pubblico servizio, mentre compie un atto di ufficio o di servizio, o a coloro che, richiesti, gli prestano assistenza, e' punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni. Segreto d’Ufficio Art. 326 c.p. Rivelazione di segreti di ufficio Il pubblico ufficiale o la persona incaricata di pubblico servizio che, violando i doveri inerenti alle funzioni o al servizio o comunque abusando della sua autorità, rivela notizie d’ufficio, le quali debbano rimanere segrete, o ne agevola in qualsiasi modo la conoscenza, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni. Se l’agevolazione è soltanto colposa, si applica la reclusione fino a un anno.


Incaricato di Pubblico Servizio

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Denuncia di un reato Art. 362 c.p. Omessa denuncia di un reato da parte di un incaricato di pubblico servizio L’incaricato di un pubblico servizio che omette o ritarda di denunciare all’autorità indicata nell’articolo precedente un reato del quale abbia avuto notizia nell’esercizio o a causa del servizio, è punito con la multa di lire 200.000 Tale disposizione non si applica se si tratta di un reato punibile a querela della persona offesa. Limiti nell’espletamento del servizio Anche se allo stato attuale delle leggi, la G.P.G. è considerata un Incaricato di Pubblico Servizio, rimane il fatto che il codice della strada e le leggi vigenti, non permettono deroghe. Esempio: Una G.P.G. impegnata nel Trasporto Valori alla guida di un Furgone Blindato. Allo stato attuale delle cose, un Agente di P.M. può contestare alla G.P.G. il fatto che egli sosti in una posizione non consentita, oppure mantenga il motore acceso, mentre i suoi colleghi effettuano le operazioni di consegna o ritiro dei valori. E naturalmente, può elevargli una contravvenzione. Oppure un Agente delle FF.OO. Può fermare il Furgone Blindato ad un posto di blocco, pur senza averne un valido e giustificato motivo. La G.P.G. che tenti di opporsi all’autorità dell’Agente di P.M. o delle FF.OO., fermandosi in un caso e nell’altro non fermandosi, rischia di andare incontro a sanzioni anche penali. La G.P.G. nel primo caso non ha neanche la possibilità che il privato cittadino, esegua le sue direttive di scostarsi dal luogo in cui deve avvenire l’apertura di una cassa continua, oppure dalle immediate adiacenze del Furgone Blindato, poiché la legge non gliene conferisce l’autorità. Nel secondo caso, come fa la G.P.G. a distinguere una genuina pattuglia delle FF.OO. , da pericolosi banditi travestiti? Non c’è molto che si possa fare al presente, in quanto la G.P.G. pur essendo un Incaricato di Pubblico Servizio ha comunque l’obbligo di rispettare le disposizioni emanate dagli organi di polizia. Al presente, infatti, la G.P.G. deve utilizzare una formula che preservi se stessa e l’Istituto da cui dipende, da danni fisici, civili e penali.


Sfera di Competenza

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La G.P.G. compie un’azione preventiva, limitatamente al servizio cui è stata destinata. Ciò si traduce in una presenza attiva che deve scoraggiare l’azione criminale, soprattutto attraverso l’immagine di professionalità proiettata. L‘azione repressiva può essere condotta dalla G.P.G. in seguito al fatto criminoso da lui scoperto (flagranza di reato) ossia, egli può arrestare il reo. Massima Cautela: La legge non dice come l’arresto possa o debba avvenire. La G.P.G. che ammanetta il presunto colpevole e/o lo trasporta all’interno dell’auto di servizio fino al Commissariato di Polizia, oppure la Caserma dei Carabinieri, potrebbe pagarne le conseguenze. Esaminiamo come e quando è consentito: Art. 383 C.P.P. : Facoltà di arresto da parte dei privati 1.

Nei casi previsti dall`art. 380 ogni persona è autorizzata a procedere all`arresto in flagranza, quando si tratta di delitti perseguibili di ufficio.

2.

La persona che ha eseguito l`arresto deve senza ritardo consegnare l`arrestato e le cose costituenti il corpo del reato (253) alla polizia giudiziaria la quale redige il verbale della consegna e ne rilascia copia.

Come possiamo ben capire l'arresto per poter essere effettuato deve avere tre requisiti: 1) Essere in flagranza 2) Essere uno dei casi previsti dall'art. 380 3) deve trattarsi di delitto perseguibile d'ufficio prevede l'art. 380 Art. 380: Arresto obbligatorio in flagranza 1. Gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria (57) procedono all`arresto di chiunque è colto in flagranza (382) di un delitto non colposo, consumato o tentato, per il quale la legge stabilisce la pena dell`ergastolo o della reclusione non inferiore nel minimo a cinque anni e nel massimo a venti anni . 2. Anche fuori dei casi previsti dal comma 1, gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria procedono all`arresto di chiunque è colto in flagranza di uno dei seguenti delitti non colposi, consumati o tentati: a) delitti contro la personalità dello Stato previsti nel Titolo I del Libro II del Codice Penale per i quali è stabilita la pena della reclusione non inferiore nel minimo a cinque anni o nel massimo a dieci anni; b) delitto di devastazione e saccheggio previsto dall`art. 419 c.p.; c) delitti contro l`incolumità pubblica previsti nel Titolo VI del Libro II del Codice Penale per i quali è stabilita la pena della reclusione non inferiore nel minimo a tre anni o nel massimo a dieci anni; d) delitto di riduzione in schiavitù previsto dall`art. 600, delitto di prostituzione minorile previsto dall'articolo 600-bis, primo comma, delitto di pornografia minorile previsto dall'articolo 600-ter, commi primo e secondo, e delitto di iniziative turistiche volte allo sfruttamento della prostituzione minorile previsto dall'articolo 600-quinquies c.p.


Sfera di Competenza

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e) delitto di furto, quando ricorre la circostanza aggravante prevista dall`art. 4 della L. 8 agosto 1977 n.533 o taluna delle circostanze aggravanti previste dall`art. 625 comma 1 nn. 1), 2) prima ipotesi e 4) seconda ipotesi c.p.; f) delitto di rapina previsto dall`art. 628 c.p. e di estorsione previsto dall`art. 629 c.p.; g) delitti di illegale fabbricazione, introduzione nello Stato, messa in vendita, cessione, detenzione e porto in luogo pubblico o aperto al pubblico di armi da guerra o tipo guerra o parti di esse, di esplosivi, di armi clandestine nonché di più armi comuni da sparo escluse quelle previste dall`art. 2, comma terzo, della L.18 aprile 1975, n. 110; h) delitti concernenti sostanze stupefacenti o psicotrope puniti a norma dell`art. 73 del Testo Unico approvato con D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, salvo che ricorra la circostanza prevista dal comma 5 del medesimo articolo; i) delitti commessi per finalità di terrorismo o di eversione dell`ordine costituzionale per i quali la legge stabilisce la pena della reclusione non inferiore nel minimo a cinque anni o nel massimo a dieci anni; l) delitti di promozione, costituzione, direzione e organizzazione delle associazioni segrete previste dall`art.1 della L. 25 gennaio 1982 n. 17, delle associazioni di carattere militare previste dall`art.1 della L. 17 aprile 1956 n. 561, delle associazioni dei movimenti o dei gruppi previsti dagli artt. 1 e 2 della L. 20 giugno 1952 n. 645, delle organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi di cui all`art. 3, comma 3 della L. 13 ottobre 1975, n. 654; l bis) delitti di partecipazione, promozione, direzione e organizzazione della associazione di tipo mafioso prevista dall`art. 416 bis c.p.; m) delitti di promozione, direzione, costituzione e organizzazione della associazione per delinquere prevista dall`art. 416 commi 1 e 3 c.p., se l`associazione è diretta alla commissione di tipi di delitti fra quelli previsti dai comma l o dalle lett. a), b), c) d), f), g), i) del presente comma. 3. Se si tratta di delitto perseguibile a querela (120 c.p.), l`arresto in flagranza è eseguito se la querela viene proposta, anche con dichiarazione resa oralmente (337) all`ufficiale o all`agente di polizia giudiziaria presente nel luogo. Se l`avente diritto dichiara di rimettere la querela (340), l`arrestato è posto immediatamente in libertà (389). Quest’ultimo comma non vale per i privati. Riassumendo: Per semplicità possiamo dire che tutti i reati che hanno come pena prevista nel minimo la reclusione per 5 anni sono perseguibili d'ufficio. Nel dettaglio, tralasciando i reati previsti dalla lettera A alla D e dalla G alla M, i reati per cui un privato può sicuramente effettuare un arresto sono: 1) Furto di armi o di esplosivi. 2) Furto, se il colpevole, per commetterlo, si introduce o si trattiene in un edificio o in un altro luogo destinato ad abitazione; 3) Furto, se il colpevole usa violenza sulle cose (scasso);


Sfera di Competenza

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4) Furto, se il fatto e' commesso strappando la cosa di mano o di dosso alla persona (scippo); 5) Rapina propria o impropria art 628 c.p. ( Propria se la violenza è il mezzo per ottenere l’impossessamento, Impropria se invece serve a mantenere il possesso ) 6) Estorsione.(per estorsione si intende anche obbligare tramite minaccia o violenza qualcuno a fare o ad omettere qualcosa per ottenere un profitto) 7) Omicidio (escluso l'omicidio colposo) 8) Sequestro di persona. 9) Violenza sessuale. Naturalmente si effettua l'arresto anche per il solo tentativo di commettere uno di questi reati.

L'arresto è facoltativo e non obbligatorio.


Difesa legittima

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La G.P.G. deve conoscere bene il significato di “Difesa legittima” com’è espressa nell’articolo 52 del C.P., e deve capire che la licenza di porto d’armi che porta con sé, gli è stata concessa per “Difesa personale”, proprio come ad altri privati cittadini che hanno la necessità di circolare armati. La G.P.G. nella realtà operativa, deve valutare bene innumerevoli situazioni che potrebbero accadergli in pochi attimi e mentalmente tentare di risolvere nel migliore dei modi. Modifica dell’Art. 52 gennaio 2006 Art. 1 (Diritto all'autotutela in un privato domicilio). All'articolo 52 del codice penale sono aggiunti i seguenti commi: "Nei casi previsti dall'articolo 614, primo e secondo comma, sussiste il rapporto di proporzione di cui al primo comma del presente articolo se taluno legittimamente presente in uno dei luoghi ivi indicati usa un'arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo al fine di difendere: a) la propria o altrui incolumità; b) i beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo d'aggressione. La disposizione di cui al secondo comma si applica anche nel caso in cui il fatto sia avvenuto all'interno di ogni altro luogo ove venga esercitata un'attività commerciale, professionale o imprenditoriale". Se vediamo il vecchio art. 52 era molto più chiaro: Difesa legittima Non è punibile chi ha commesso il fatto, per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di un`offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all`offesa. Nel vecchio articolo c'era il concetto di proporzionalità tra offesa e difesa adesso invece il concetto si è spostato sulla capacità dell'offeso di capire se c'è desistenza, cioè se il malvivente ha rinunciato al crimine, e se il malvivente pur avendo rinunciato al crimine è in condizione di aggredire. Analizziamo per sintetizzare alcuni elementi guida da seguire 1. Chi si difende deve essere costretto a farlo: se il sottrarsi all’azione offensiva è possibile, esso deve essere intrapreso. 2. Deve esistere la necessità di difendersi: come sopra. 3. Si può difendere sia la propria incolumità, sia quella altrui: la legge ammette la difesa della propria persona, nonché la protezione dell’altrui persona( benché questo si riferisca ad un fatto incidentale che non giustifica, come alcuni credono, l’attività di guardia del corpo. 4. Il pericolo deve essere attuale: ossia la difesa deve avvenire contemporaneamente all’offesa (dopo che l’azione offensiva è cessata, l’azione difensiva non è giustificabile) 5. L’offesa deve essere ingiusta: chi si difende non deve aver provocato o causato l’azione offensiva (generalmente, mediante l’aver inflitto a sua volta ed inizialmente un’offesa ingiusta) 6. La difesa deve essere proporzionata all’offesa: l’azione difensiva è giustificabile quando non vi sia disparità tra la quantità e la qualità della forza impiegata da chi arreca l’offesa fisica e chi si difende o


Difesa legittima

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protegge altri. Facciamo un esempio per chiarire quest’ultimo articolo: La G.P.G. è assalita improvvisamente da un individuo, il quale è disarmato, ma anche molto più forte della G.P.G. ed è determinato ad arrecargli un grave danno fisico. La G.P.G. tenta di sottrarsi all’attacco, ma è bloccato e spinto contro un muro. L’energumeno procede a colpire la G.P.G. con poderosi pugni e poi lo afferra con entrambe le mani al collo, stringendo con forza. Indolenzito e sanguinante, la G.P.G. tenta di reagire dapprima colpendo l’individuo con calci e pugni che non danno alcun risultato, poi estrae la pistola dalla fondina e, poco prima di perdere i sensi a causa della stretta ferrea dell’aggressore intorno al proprio collo, è costretto a difendersi. Chi non giustificherebbe l’azione difensiva della G.P.G. in tale frangente ? Chi potrebbe giudicare non proporzionale e non appropriato l’uso dell’arma da fuoco da parte della G.P.G. ? Considerando i precedenti elementi nell’articolo di legge, ci accorgiamo che essi sono tutti presenti. Infatti, la G.P.G. è stata costretta a difendersi (era necessario che si difendesse) Il pericolo era attuale e l’offesa ingiusta (non era stata provocata da lui) Infine, egli aveva reagito arrecando un danno fisico all’individuo il quale voleva, parimenti, causargli un grave danno fisico. La legge della proporzionalità è rispettata! Il grande inconveniente relativo ad un simile evento consisterebbe nel fatto che non vi sia stato alcun testimone presente. E’ di vitale importanza, in ogni caso, che sussistano gli elementi che escludano il reato e che la G.P.G. abbia agito in maniera professionale e necessariamente reattiva.


Modalità di intervento

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E’ essenziale che la G.P.G. svolga il servizio con il massimo scrupolo e attenzione ai particolari: ciò è riferito soprattutto all’abitudine di sicurezza che la G.P.G. deve adottare, sapere che quello che faremo non provocherà dei danni . La sicurezza totale si ha in assenza di pericoli. In senso assoluto, si tratta di un concetto difficilmente traducibile nella vita reale, anche se l'applicazione delle norme di sicurezza rende più difficile il verificarsi di eventi dannosi e di incidenti. La G.P.G. ha l’obbligo di intervenire in quelle situazioni in cui la proprietà che egli sorveglia o custodisce, è minacciata da un’azione criminale. Nel caso in cui la G.P.G. sia convinto che la propria reazione possa mettere a grave rischio la propria vita, oppure la vita di altri innocenti, la G.P.G. deve desistere dall’intento reattivo e diventare un ottimo testimone oculare, allo scopo di evitare un danno maggiore. Le precedenti parole in grassetto, servono a salvaguardare la G.P.G. da guai fisici, civili e penali. Allo scopo di stabilire una base comportamentale in quelle situazioni in cui la G.P.G. ha l’obbligo giuridico, oppure la facoltà di intervenire, focalizziamo alcune indicazioni di massima: •

La G.P.G. ha l’obbligo di intervenire quando gli è fatta specifica richiesta da parte di appartenenti alle Forze dell’Ordine (TULPS, titolo IV, Art. 139) che cita testualmente: Gli uffici di vigilanza e di investigazione privata sono tenuti a prestare la loro opera a richiesta dell’autorità di pubblica sicurezza e i loro agenti sono obbligati ad aderire a tutte le richieste ad essi rivolte dagli ufficiali o dagli agenti di pubblica sicurezza o di polizia giudiziaria.

La G.P.G. ha la facoltà di intervenire quando è testimone di un grave reato(C.P.P. Art. 383).

In tutte le altre situazioni, la G.P.G., sia durante l’espletamento del servizio, sia quando non è intento nell’attività lavorativa, non ha l’obbligo di intervenire, tranne, come del resto, tutti i privati cittadini, nei casi specificati dal C.P.P. all’art. 652. (..rifiuto di prestare la propria opera in caso di tumulto o di pubblico infortunio o di un comune pericolo richieste da un pubblico ufficiale..)

In definitiva, parliamo dell’obbligo giuridico che la G.P.G. ha di intervenire, sia come G.P.G., sia come privato cittadino, nei casi in cui la sua partecipazione sia richiesta da chi ne ha autorità specifica, oppure della facoltà di intervenire (assumendosi tutti i rischi del caso) in qualsiasi vicenda, oppure ancora, dell’obbligo giuridico di informare l’autorità competente, qualora egli non possa intervenire in prima persona nel soccorrere altri, come specifica la legge (Art. 593 C.P.P. “omissione di soccorso”). E’ un quadro abbastanza complesso a tutti gli effetti, di coinvolgimenti e di conseguenze! Da qui si capisce che il mestiere di G.P.G. è oltremodo difficile e richiede una grande capacità di discernimento nell’individuazione del comportamento appropriato alla situazione. A dimostrazione della citata tesi, faremo alcuni esempi di situazioni in cui una G.P.G. potrebbe venire a trovarsi, valutando l’intervento (oppure l’astensione dall’intervenire) nel contesto pratico e giuridico.


Modalità di intervento

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Situazione 1 La G.P.G. è in servizio antirapina presso la filiale di un Istituto Bancario ed è avvicinato da un agente delle FF.OO. In divisa, il quale gli chiede di seguirlo per dargli manforte. Soluzione A La G.P.G. segue immediatamente l’Agente. Soluzione B La G.P.G. si rifiuta di seguire l’Agente, adducendo a sua discolpa il pretesto che non può abbandonare il proprio posto di servizio. Conseguenza A1 La G.P.G. comunica via radio alla C.O. , si mostra d’aiuto nella difficile situazione relativa alla repressione di un grave crimine, per cui sarà successivamente premiata e lodata in virtù del proprio comportamento. La G.P.G. fa ritorno presso la banca e tutto ritorna ad essere come prima. Conseguenza A2 La G.P.G. è caduta in un tranello tesogli da malviventi, i quali lo disarmano e lo sequestrano per poi entrare indisturbati nella Banca e compiere una rapina. Fortunatamente, la G.P.G. non è perseguibile penalmente, né può essere accusato di aver abbandonato volontariamente il posto di lavoro. Conseguenza B1 La G.P.G. è perseguibile penalmente, per non aver aderito alle richieste fattegli dall’Agente, che hanno la precedenza sul Regolamento di Istituto di Vigilanza (art.139 TULPS , titolo IV,). Commento: In tutte le situazioni simili a quella descritta, la G.P.G. deve seguire un solo corso di azione: seguire l’Agente che ne ha richiesto l’aiuto, a meno che la G.P.G. non abbia dubbi sull’identità e buona fede del medesimo. Del resto, è praticamente impossibile che la G.P.G. riesca a distinguere un vero Agente da uno falso. Infatti, le divise i mezzi e gli accessori utilizzati dalle FF.OO. possono essere ottenute dai malviventi in diversi modi. Da qui si capisce che la G.P.G. non potrà mai essere positivamente sicura dell’identità degli Agenti delle FF.OO. , con tutte le conseguenze che ciò comporta.


Modalità di intervento

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Situazione 2 La G.P.G. in servizio di ronda a tarda ora, sopraggiunge, per caso fortuito, con l’auto sul luogo di una violenta colluttazione. Uno dei contendenti vede la G.P.G. e gli ordina di aiutarlo ad arrestare l’altro individuo, qualificandosi come Agente delle FF.OO. E mostrandogli un tesserino. Detto Agente veste abiti borghesi.

Soluzione A La G.P.G. aiuta l’Agente a compiere l’arresto, ad ammanettare l’individuo e a trasportarlo presso la più vicina ubicazione delle FF.OO. , utilizzando l’auto di Servizio, su direzione dell’Agente. Conseguenza A1 La G.P.G. è successivamente premiata e lodata per aver aiutato l’Agente ad assicurare alla Giustizia un pericoloso latitante. Tutto bene! Conseguenza A2 La persona sopraffatta, ammanettata e “caricata” con forza sull’auto di servizio guidata dalla G.P.G., aveva avuto un diverbio per motivi personali con l’Agente, il quale aveva deciso di arrestarlo per ripicca, dando inizio ad una colluttazione: l’arresto è illegale e la persona arrestata denuncia la G.P.G. e l’Istituto di cui egli è dipendente per danni morali e materiali. La G.P.G. non è punibile penalmente (Art.51 del C.P.) poiché ha aderito alla richiesta legittima (ovvero, che la G.P.G. credeva fosse legittima) fattagli da un Agente delle FF.OO. A meno che egli non abbia esagerato nell’atto di arrestare detta persona, rendendosi colpevole di eccesso colposo (Art. 55 del C.P.). Conseguenza A3 L’ ”Agente” non è un vero Agente, bensì un rivale della persona che la G.P.G. ora trasporta verso la più vicina ubicazione delle FF.OO.. L’“Agente” si è dileguato, dopo aver “ordinato” alla G.P.G. di tradurre l’arrestato a detta ubicazione. La G.P.G. è nei guai fino al collo! Conseguenza A4 Il Vero Agente è la persona che ora viaggia sul sedile posteriore dell’auto guidata dalla G.P.G., ammanettato, dolorante e malconcio, cui l’altro individuo aveva strappato il tesserino durante la colluttazione e si era spacciato per Agente. Pur non avendone colpa alcuna e non essendo penalmente perseguibile, la G.P.G. è in un mare di guai!


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Soluzione B La G.P.G. rifiuta di aiutare l’Agente, dichiarando di non poter sapere se egli è realmente un Agente delle FF.OO Conseguenza B1 Il Giudice preposto potrebbe credere che la G.P.G. fosse in buona fede, e che sussistevano valide ragioni per cui la G.P.G. dubitasse dell’identità dell’Agente. In questo caso la G.P.G. non è colpevole del reato ascrittogli. Conseguenza B2 Il Giudice preposto potrebbe credere che la G.P.G. non fosse in buona fede, e che non sussistevano valide ragioni per dubitare dell’identità dell’Agente, ma piuttosto la G.P.G. aveva agito maliziosamente (per pigrizia, paura o altro). La G.P.G. è colpevole di detto reato. Commento: Questa situazione è simile alla precedente, sebbene alcuni parametri siano diversi. Inoltre, il tesserino che dimostra l’appartenenza ad una delle FF.OO. Potrebbe essere facilmente duplicato e la G.P.G. non saprebbe distinguere un tesserino autentico da uno artefatto, per le seguenti ragioni: 1) Chi non appartiene al Corpo in questione non può testimoniare l’autenticità del relativo tesserino, in quanto potrebbe non averlo mai visto, oppure visto brevemente qualche volta. 2) Un tesserino in corso di validità potrebbe essere diverso dal tesserino utilizzato fino a qualche tempo prima, quando la G.P.G ne ha visto uno. 3) L’Amministrazione del Corpo in questione non rende note le caratteristiche e le sembianze dei tesserini, allo scopo di non facilitarne la duplicazione. Anche qui la G.P.G. non potrà essere sicuro dell’identità del presunto Agente e dovrà correre dei rischi, qualunque sia il corso d’azione prescelto. Situazione 3 La G.P.G. in Servizio di Piantonamento presso un’Azienda privata, si affaccia dalla finestra e osserva che due individui con il volto coperto da passamontagna e le armi in pugno, usciti frettolosamente dalla gioielleria ubicata di fronte al palazzo da lui vigilato, si dirigono verso un’automobile, il cui autista li incita a correre. Soluzione A Intenzionato a fermare i rapinatori, la G.P.G. si precipita in strada e apre il fuoco contro l’automobile dei malviventi in fuga. Conseguenza A La G.P.G. commette due errori fondamentali: l’uso delle armi da fuoco quando non esistono le condizioni previste dalla Difesa legittima (Art. 52 C.P.) e l’abbandono del posto di lavoro (per cui può essere licenziato). Inoltre, se i colpi sparati hanno colpito i rapinatori in fuga o altri individui la G.P.G. è veramente nei guai!


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Soluzione B La G.P.G. Prende nota di tutto ciò che è riuscito a vedere in quei brevi attimi (la descrizione dell’auto e dei banditi, la direzione di fuga e tutte le informazioni rilevanti a questo episodio) e ne dà immediata comunicazione alla C.O. che provvederà ad allertare le FF.OO. . Anche nel caso in cui i malviventi riescano a fuggire, la G.P.G. sarà encomiata per la sua Professionalità. In quest’ultimo caso la G.P.G. si è trasformato in un ottimo testimone oculare e a portato a termine il suo compito con ottimi risultati, mentre nel primo caso si è trasformato(malauguratamente!)in giustiziere, inconsapevolmente (perché ignora quando può fare uso delle armi in suo possesso) o maliziosamente (vuole punire i banditi). A differenza delle situazioni citate in precedenza, questa volta la G.P.G. aveva una ben precisa scelta da fare e il risultato di ciascuna delle sue azioni poteva essere benissimo prevista (a patto che si sia a conoscenza di ciò che si può e ciò che non si deve fare!). Si ricorda che la legge non ammette ignoranza. Situazione 4 La G.P.G. effettua l’ispezione notturna all’interno di un edificio industriale, quando s’imbatte in un individuo il quale si aggira per la proprietà con una pesante chiave inglese in mano, e dichiara di essere un operaio addetto alla manutenzione. Soluzione A La G.P.G. chiede all’individuo un documento di riconoscimento, ma questi afferma di non avere documenti con sé e di aver smarrito il tesserino aziendale. Insospettita anche dal fatto che egli parla con un forte accento straniero, la G.P.G. lo dichiara in arresto: ne segue una colluttazione, da cui entrambi escono malconci, ma la G.P.G. riesce ad ammanettarlo, a farlo entrare nel retro dell’auto di servizio e a trasportarlo presso il presidio di una delle FF.OO. Conseguenza A La G.P.G. ha permesso la progressione di un incidente che altrimenti avrebbe potuto essere appianato. Di fatto, l’operaio aveva il diritto di circolare sulla proprietà vigilata dalla G.P.G. per cui denuncerà la G.P.G. per lesioni (provocategli anche dalle manette ai polsi), privazione della libertà e sequestro di persona. Soluzione B La G.P.G. impugnando la pistola in fondina e fermandosi a distanza di sicurezza, chiede all’individuo di identificarsi, e dopo aver appreso che questi aveva smarrito il tesserino aziendale, gli intima di fermarsi e deporre a terra la chiave inglese. Successivamente gli ordina di alzare le mani e di non muoversi, e gli si avvicina, girandogli intorno, fino ad arrivare alle sue spalle; qui , dalla posizione di guardia tocca brevemente i suoi vestiti. Assicuratosi che l’individuo è disarmato, mantiene una distanza di sicurezza e chiama via radio la C.O. , chiedendole di contattare un responsabile dell’azienda per chiedergli se l’individuo in questione (di cui la G.P.G. darà il nome fornitogli e la descrizione) realmente è un dipendente. In caso di identificazione positiva, tutto torna alla normalità. Nel caso in cui l’individuo sia estraneo all’azienda la G.P.G. gli comunicherà che è in arresto, e aspetterà l’arrivo delle FF.OO. , continuando a mantenere una distanza di sicurezza.


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Conseguenza B Nel primo caso la G.P.G. ha agito con leggerezza e impulsività: non ha controllato se le informazioni dategli dall’individuo fossero veritiere e lo ha arrestato nel peggiore dei modi, ossia iniziando un confronto fisico che avrebbe potuto terminare in un modo ancora peggiore. Inoltre, la G.p.G. ha applicato le manette ai polsi dell’individuo pur senza aver ricevuto alcun addestramento formale, con il risultato di aver provato un danno fisico, cioè commettendo un reato perseguibile per legge. Non contento, lo ha “tradotto” presso il presidio di una delle FF.OO. Di sua iniziativa, non sapendo che questa azione rasenta e può costituire reato di sequestro di persona. Da non imitare assolutamente! La G.P.G. in questione non ha saputo neanche badare alla propria sicurezza fisica, entrando in colluttazione con un individuo allo scopo di ammanettarlo. Al contrario, doveva mantenere una distanza di sicurezza che gli permettesse il controllo di detto individuo: la G.P.G. che non capisce questo concetto potrebbe dare all’individuo arrestato, la possibilità di armarsi dell‘arma stessa della G.P.G. che agisce in modo così avventato. Nel secondo caso, invece, la G.P.G. dimostra di conoscere le leggi complementari all’arresto e i limiti giuridici entro i quali egli può operare, e soprattutto sa come proteggere la propria persona dall’attacco repentino a sorpresa che caratterizza il Modus Operandi criminale. Conclusioni: Potrebbero essere fatti altri mille esempi, ma non riusciremmo ad offrire direzioni sicure ed univoche, ci sarà sempre un episodio simile agli altri, ma che porterà ad un risultato completamente diverso.


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I rudimenti di base del tiro con le armi corte sono le prime nozioni che qualsiasi persona deve apprendere per poter iniziare a maneggiare delle armi da fuoco. Queste nozioni, sono la base necessaria per poter accedere a qualsiasi tecnica di tiro, sia agonistica, sia operativa e sono ciò che ci permette di colpire il nostro bersaglio. Questi concetti non si ritrovano solo nel tiro di precisione, ma in qualsiasi tecnica di tiro, è un po’ come imparare a guidare un veicolo; la posizione delle mani sul volante, quando è il momento di cambiare marcia è come farlo ecc. ecc., qui è in pratica la stessa cosa. Vediamo quindi quali sono queste nozioni di base ed il perché della loro importanza. Premetto che alcuni riferimenti nel testo, si riferiscono a quelle armi che mantengono le caratteristiche tecnico-balistiche delle moderne pistole semiautomatiche, ma non sono validi solo per queste armi, sono validi per tutte le armi corte in generale. Per prima cosa: SICUREZZA ! Le norme: le norme di sicurezza sono dei comportamenti necessari per utilizzare un arma in sicurezza, ossia maneggiarla senza creare pericolo per le persone e senza il rischio di danneggiare cose. Termini come “un colpo partito accidentalmente” o “ l’arma ha sparato da sola”, che ogni tanto si leggono sulla stampa quotidiana, nella realtà non esistono. Nessuna arma spara da sola e nessun colpo viene esploso se non per un intervento umano. Questi incidenti sono sempre e solamente dovuti ad un errato utilizzo dell’arma e/o alla faciloneria con cui certe persone le maneggiano. Puntare l’arma verso un amico “per fargli vedere l’effetto che fa” è un’azione da VERO CRETINO IRRESPONSABILE! e non certo da persona adulta ed intelligente. Questa considerazione vale per qualsiasi situazione interpersonale ed in qualsiasi condizione si trovi l’arma. Le norme di sicurezza si possono dividere in due tipi: quelle generali, valide per qualsiasi arma e quelle specifiche, che riguardano ogni singola arma in base alle sue caratteristiche. Quante siano numericamente le norme di sicurezza generali da adottare è praticamente impossibile dirlo. Sono moltissimi gli atteggiamenti e le situazioni che si possono verificare nella vita quotidiana. Alcuni quantificano queste norme, semplificando non a torto, in una decina e tra queste ve ne sono quattro che si possono ritenere la base di tutti quei comportamenti con i quali si evitano degli spiacevoli incidenti: Mantenere sempre la presenza mentale su ciò che si sta facendo con l’arma; Considerare l’arma sempre carica. Un proverbio militare inglese dice: “l’amico del pazzo viene ucciso dall’arma scarica”; Non puntare mai l’arma contro una persona, a meno che non bisogna sparargli; Non mettere mai il dito sul grilletto, a meno che non dobbiamo sparare. In realtà anche osservare dei comportamenti come non maneggiare armi che non si conoscono, portare sempre l’arma nello stesso modo e nella stessa condizione, non lasciare mai l’arma incustodita o alla portata di altre persone, non maneggiare l’arma in luoghi non idonei e/o ostentarla agli amici come se fosse un gioiello, sono tutte norme che aiutano ad evitare disgrazie ed incidenti. Certo quante volte abbiamo sentito queste nozioni; ma bisogna ficcarsi bene nella zucca che questi concetti non sono un optional! ma devono essere sempre e scrupolosamente osservati. Anche quando possono sembrare una scocciatura (ed è li che si verifica l’incidente!) non bisogna trascurarle, ma osservarle sempre. Per chi “lavora” con una pistola tra le norme di sicurezza rientra pure la corretta manutenzione delle armi. Solo così si evitano eventuali malfunzionamenti ed inceppamenti dell’arma. La pulizia va fatta bene, con l’arma scarica, smontata ed al termine, la si rimonta controllandone il corretto funzionamento. Molto importante è anche la conoscenza delle caratteristiche dell’arma che si deve maneggiare e la sua natura. Ciò permette l’adozione di norme di sicurezza specifiche per l’arma che si maneggia. Queste norme di sicurezza specifiche non vanno a subentrare a quelle generali, ma ne sono il completamento. Ricordate sempre che la sicurezza non è mai troppa!


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I maneggi di sicurezza: Strettamente collegati alle norme di sicurezza vi sono i maneggi di sicurezza. In verità è impossibile scindere gli uni dagli altri, ma è anche bene citare cosa bisogna fare per assicurarsi che un arma non possa nuocere. Il giusto connubio tra le norme ed i maneggi di sicurezza si può individuare nell’affiatamento che si ha con la propria arma. Un affiatamento che comporta la sicurezza con cui ogni operazione si effettua, la cognizione di ciò che si sta facendo e la conoscenza delle caratteristiche tecniche e strutturali delle proprie armi. Nel maneggio delle armi per prima cosa bisogna separare l’elemento attivo (le cartucce) dal resto dell’arma. Quindi, rivolgendo l’arma verso un punto da cui non possano derivare pericoli, ossia presenza di persone, rischi di rimbalzi ecc. ecc., si toglie il caricatore dall’arma o si estraggono manualmente le cartucce da dove sono alloggiate. Dopodiché si apre l’otturatore scarrellando e si controlla visivamente che non vi siano cartucce all’interno della camera di cartuccia. Questo controllo è sempre meglio farlo due volte in modo da fugare ogni eventuale dubbio. Ricordate che è sempre meglio non lesinare con questo controllo, in modo da poter constatare la fuoriuscita di un eventuale cartuccia qualora non abbiate estratto il caricatore! Eseguire questo controllo una sola volta e magari in modo parziale (ossia senza arretrare completamente il carrello) può rivelarsi pericoloso. Al termine di questo controllo, se non abbiamo prima inserito la leva di sicura (con funzione abbatticane), ci ritroviamo con il cane armato. Quindi bisogna mettere l’arma in condizione di riposo abbattendo il cane tirando il grilletto. Questa operazione si effettua tassativamente rivolgendo l’arma verso la linea di tiro (se sono in poligono) oppure verso un luogo che non comporta rischi di nessun genere per persone o cose. E qui ritorno un attimo indietro. La leva di sicura con funzione abbatticane: Questo accessorio presente sulle più recenti pistole semiautomatiche permette di riportare l’arma in condizione di sicurezza semplicemente inserendo la leva di sicura, la quale provocherà l’abbattimento del cane senza nessun rischio. Questa operazione si effettua dopo aver tolto il caricatore e prima di scarrellare due volte. In modo tale da abituarsi mentalmente a tirare il grilletto solo quando si vuole sparare. Vi sono anche altre tipologie di maneggi di sicurezza specifici con le pistole. Ad esempio se si ha la necessità di lasciare un’arma sul tavolo a scopo didattico. In tale caso è bene togliere il caricatore, svuotarlo delle cartucce e lasciare l’arma sul tavolo con il carrello bloccato in apertura, in modo che sia immediatamente visibile da chiunque che l’arma è scarica. Tanto meno possiamo trascurare la sicurezza sul lavoro e ad esempio prendiamo i veicoli blindati. Quando siamo all’interno di questi veicoli bisogna fare ancora più attenzione a come si maneggiano le armi. la partenza accidentale di un colpo potrebbe essere fatale, in quanto la palla sicuramente rimbalzerà più volte all’interno delle pareti e dei vetri blindati dell’automezzo. In ogni caso bisogna fare sempre attenzione e ragionare di buon senso per tutte le operazioni che si effettuano con un’arma, senza limitarsi mai nell’effettuare dei maneggi di sicurezza e fugando ogni dubbio sullo stato dell’arma. Solo quando si ha coscienza della condizione in cui si trova la nostra arma si può agire in sicurezza. Chiarito questo importante punto, vediamo ora le nozioni di base del tiro: stabilità, impugnamento dell’arma, respirazione, allineamento degli organi di mira e lo scatto. La stabilità: la stabilità dell’arma è la condizione base per effettuare un tiro preciso. L’arma deve essere il più stabile possibile, più fermo è il tiratore, più è stabile l’arma, quindi più preciso sarà il tiro. Il tiratore fa sempre da supporto all’arma aldilà della posizione assunta, che sia in piedi, in ginocchio o distesi a terra, l’importante è che l’arma sia stabile. La tecnica di trio del “tiro lento mirato” è la modalità che sfrutta meglio il concetto di stabilità. Ma per tiro lento mirato non si intende solo la classica posizione in piedi, tipica delle attività sportive. Sparare in ginocchio o distesi a terra (posizione preferita dei tiratori scelti delle forze armate), sfruttando al massimo gli organi di mira è pur sempre una forma di tiro lento mirato.


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La mancanza di stabilità nel corpo vanifica ogni altra nozione di base del tiro poiché, come vedremo in seguito, non avrebbe senso curare la pressione sul grilletto per evitare un errore di strappo, quando è tutto il corpo ad oscillare per mancanza di equilibrio. Generalmente, nelle tecniche di tiro statico, la posizione naturale delle gambe diritte con un’apertura dei piedi non superiore a quella della larghezza delle spalle garantisce un’ottima stabilità, a patto di mantenere il peso della parte superiore del corpo in modo tale da far gravare il baricentro su entrambe le gambe. Ma anche nelle posizioni di tiro più dinamiche l’apertura dei piedi corrisponde quasi sempre a quella del passo di una nostra normale camminata. Questo perché la maggior parte dei tiratori tende giustamente a fermarsi prima di sparare e questo raggiungimento della stabilità avviene tanto più rapidamente quanto più il tiratore è allenato a farlo. L’impugnamento dell’arma: Quando afferriamo una pistola semiautomatica o un revolver il corretto impugnamento dell’arma lo otteniamo quando l’arma diventa un esatto prolungamento del nostro avambraccio. La pistola deve sempre essere in asse con esso. Questo parametro è importante sia per contenere gli errori di strappo, sia per un tiro preciso e rapido.

Il corretto impugnamento dell’arma deve essere assunto immediatamente quando si va ad impugnare l’arma (soprattutto se la pistola è inserita in fondina) ed in modo definitivo, per poter iniziare subito a sparare e non deve essere aggiustata dopo con lievi spostamenti nella mano. La canna della pistola deve essere un po’ come il prolungamento del nostro dito indice.


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In quasi tutte le persone, indipendentemente dalle dimensioni della mano, l’impugnamento dell’arma si ottiene quando questa è inserita al centro dell’incavo tra pollice ed indice ed in asse con l’avambraccio. Ovviamente ci sono casi in cui mani particolarmente piccole necessitino di armi di minori dimensioni, ma casi del genere sono piuttosto rari, spesso è solo un errore nell’impugnare l’arma che porta a credere che questa sia troppo voluminosa. E qui bisogna considerare un altro punto; le dita o meglio il dito pollice. Sostanzialmente, escludendo il dito Indice che deve premere il grilletto effettuando un movimento a se stante, la pistola viene serrata saldamente dal Medio, dell’Anulare e dal Mignolo. Il Pollice completa anch’esso la stretta, ma la sua posizione è spesso sottovalutata. Tenere il Pollice piegato può essere utile solo se si deve sparare in doppia azione ad una mano; in verità un’eventualità assai remota. Altrimenti è meglio tenere il Pollice disteso facendo appoggiare delicatamente la sua ultima falange al carrello della pistola. Non c’è pericolo di farsi male e non è necessario che quest’ultima parte del nostro dito faccia forza su questa parte in movimento dell’arma. La stretta sull’impugnatura sarà completata dalle due falangi sottostanti. Inoltre in questo modo si può passare istantaneamente dal tiro ad una mano al tiro a due mani, senza che il Pollice ostacoli l’altra mano quando questa va a fasciare l’impugnatura. La forza con cui la pistola viene stretta in mano è anch’essa importante. La forza della presa deve essere un giusto compromesso tra forza fisica e stabilità. Se si afferra la pistola con troppa forza, come se la si volesse spremere come un limone, si ottiene solo un tremolio che aumenta con il prolungarsi della presa, ma nemmeno l’arma vi deve sgusciare delle mani ad ogni sparo. La forza da esercitare varia inoltre dalla tecnica di tiro che stiamo adottando. Un tiro molto rapido necessita di una presa decisamente tonica, questo per contrastare rapidamente il rilevamento dell’arma e poterla riallineare rapidamente sul bersaglio. Piuttosto un tiro di alta precisione necessita una minore pressione sull’impugnatura. Sostanzialmente la differenza non è molta, è più un fattore psicologico. Gli organi di mira: Occhio, tacca di mira, mirino e bersaglio. Queste quattro cose devono essere unite da una sola cosa: una linea retta immaginaria. Non importa quale sia la tecnica di tiro mirato che stiamo adottando, questo allineamento deve sempre verificarsi. Per prima cosa l’occhio con cui si prende la mira deve essere quello dalla parte del braccio che impugna l’arma. L’altro occhio rimane chiuso oppure anche aperto, ma solo se l’occhio che usiamo per mirare é particolarmente dominante. (sul tiro con entrambi gli occhi aperti ritorno più avanti) Quando l’arma è impugnata correttamente, la mano porterà i suoi organi di mira in asse con l’occhio con cui dobbiamo mirare. Attenzione! Non bisogna piegare noi la testa per raggiungere gli organi di mira, dobbiamo portarci noi l’arma davanti. Dopodiché bisogna allineare la tacca di mira con il mirino in modo che la cresta (ossia il bordo superiore) della tacca di mira sia in asse con la punta del mirino e lateralmente ad esso vi sia la medesima “luce”, cioè si intraveda da entrambi i lati un spazio aperto della medesima ampiezza. Tutto questo avviene nel contempo con l’allineamento dell’arma al bersaglio. L’allineamento e la luce tra gli organi di mira determina il punto in cui andrà a realizzarsi la rosata Occorre precisare che certe armi impiegano degli organi di mira con caratteristiche simili, ma non uguali e quindi si possono riscontrare dei parametri di allineamento leggermente diversi, ma il concetto è comunque lo stesso.


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Ecco un'idea di come avvengono gli errori di mira e come si scoprono guardando il punto di rosata:


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La respirazione: Se mentre spariamo continuiamo a respirare normalmente, il movimento del torace andrà ad influire sulle braccia e quindi, inevitabilmente, sulla stabilità dell’arma. Nel tiro di precisione la respirazione è fondamentale, specie con le armi lunghe, ma anche nel tiro rapido ha comunque la sua importanza. Per limitare questo inconveniente bisogna abituarsi a trattenere il fiato nel momento in cui si prende la mira e si preme il grilletto. Questo deve avvenire per qualche secondo senza dilungarsi troppo, altrimenti il debito di ossigeno produrrà l’effetto opposto. L’ideale è inspirare e rilasciare un po’ d’aria, in modo che, come prendiamo la mira e premiamo il grilletto, rimaniamo in linea con il nostro bersaglio. In questa fase respiratoria il corpo è per qualche istante in una fase di quiete. Anche nel tiro rapido la respirazione è comunque importante. Nella fase di fuoco, che in queste tecniche avviene in tempi molto ristretti, la maggior parte dei tiratori sono in apnea e concentrati sul bersaglio. Tanto concentrati che di questa apnea quasi non ce se ne accorge. Ma questa condizione si raggiunge con l’esperienza ed il continuo allenamento.

La pressione sul grilletto: Questo è un altro fattore molto importante. A che cosa servirebbe curare la stabilità, la respirazione e la mira se poi tiriamo una zampata sul grilletto? A nulla; si verificherebbe inevitabilmente un errore di strappo che sposterebbe la nostra rosata fuori dal punto mirato, se non fuori da tutta la sagoma. Tirare il grilletto con il dito indice sembra cosa da nulla ed in effetti lo é, ma effettuare una corretta trazione del grilletto è invece per molti la cosa più difficile. L’errore da strappo è un errore diffusissimo e può essere, prima attenuato poi eliminato, solo con l’allenamento, sia in bianco, sia a fuoco. Più l’errore è grosso, più bisogna allenarsi per migliorarsi. Innanzitutto, dopo che l’arma è stata correttamente impugnata, ciò è basilare, il dito deve andare a posizionarsi sul grilletto in modo naturale. La trazione del grilletto dovrà poi essere all’indietro e non laterale. Sono solo le prime due falangi del dito a lavorare, mentre l’ultima rimane ferma. Talvolta è proprio questo movimento errato a causare l’errore e questo accade per due motivi: dobbiamo abituarci ad un movimento insolito da effettuare con il dito e per la mancanza di un po’ di forza da distribuire nel momento in cui il grilletto si indurisce prima dello scatto.


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Infatti nelle pistole non agonistiche il movimento del grilletto si divide in due fasi: la prima molto leggera in cui si elimina una parte della corsa a vuoto del grilletto; la seconda, più resistente, significa che la leva di scatto sta per essere disimpegnata e quindi che il colpo sta per essere esploso. Quindi durante la fase iniziale della trazione è bene annullare rapidamente la corsa a vuoto del grilletto e, appena questo si indurisce, si controlla la trazione cercando di commisurarla progressivamente. A dirsi sembra facile, ma anche qui è solo questione di pratica. Inizialmente sarebbe bene che lo scatto del grilletto e quindi lo sparo avvengano in modo tale da quasi sorprenderci (ovviamente da un’azione da noi voluta). Un errore molto diffuso tra chi è alle prime armi è quello di pensare “… adesso sparo…” e di farlo quindi a comando con una trazione secca. BUM! ecco qui l’errore di strappo. Poniamoci invece in un altro approccio: sono stabile? OK, ho impugnato l’arma correttamente? OK, controllo la respirazione ed allineo gli organi di mira? OK, bene; ora ritorno in posizione di riposo e ripeto tutto da capo facendo rientrare la trazione del grilletto all’ultimo momento, giusto al termine del controllo della respirazione ed allineamento degli organi di mira. E via così di seguito. Una volta che ci avrò preso la mano tutto avverrà più velocemente e riuscirò a scandire ogni fase in modo sempre più veloce, cadenzando gli spari. In più: Ottenuto questo possiamo iniziare a curare un altro aspetto della trazione, ossia il riaggancio del grilletto. La moderne pistole semiautomatiche ed in particolare quelle ad azione mista hanno, come già detto, una corsa a vuoto iniziale del grilletto. Dopo lo sparo il grilletto si muove leggermente in avanti permettendo alla leva di scatto di riagganciarsi all’omonimo meccanismo. Questo movimento può venir agevolato da un leggero rilassamento del dito indice. Ossia, senza rilasciare completamente il grilletto facendolo tornare in posizione di riposo (a meno che non sia necessario o lo si voglia volutamente), ma solamente permettendone il riaggancio. Questa operazione è solitamente avvertibile in quasi tutte le armi ad azione mista, a patto di volerci fare volutamente caso, in due modi. In modo “tattile”: il grilletto ha un leggero scatto in avanti, sia uditiva: si sente un leggero “click”.


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Curando il riaggancio del grilletto si potrà sparare il colpo successivo in tempi leggermente più brevi, poiché la corsa a vuoto del grilletto sarà già annullata. Un ulteriore aspetto delle attuali semiautomatiche è appunto l’azione mista, ossia la possibilità di sparare sia in singola azione, sia in doppia azione. La differenza tra i due tipi di azione è che nell’azione singola il cane viene portato in armamento dall’arretramento del carrello, sia che ciò venga fatto manualmente, come quando si inizia sparando il primo colpo, sia automaticamente, cioè quando il carrello della pistola arretra sotto la spinta del colpo appena esploso, espellendone il bossolo e nel contempo armando il cane. Mentre nella doppia azione la cartuccia è stata precedentemente camerata ma il cane si trova in posizione di riposo (come quando si inserisce la sicura con funzione abbatticane). In tale condizione per esplodere il colpo è sufficiente (escludere la sicura se non lo si è già fatto!) tirare il grilletto. In questo modo la leva del grilletto porterà il cane in armamento, rilasciandolo immediatamente a fine corsa e provocando lo sparo. Quindi, riassumendo; se nell’azione singola il grilletto si limita a sganciare il cane dalla leva di scatto, nella doppia azione il grilletto deve prima portare il cane in armamento e poi rilasciarlo automaticamente durante la continua e progressiva trazione del nostro dito. Tutto questo si traduce in una maggiore e più resistente forza di trazione del grilletto, che per coloro che non vi sono abituati può costituire il manifestarsi di un consistente errore di strappo. Ad ulteriore esempio vi dico che in una pistola come la Beretta 98FS la singola azione richiede al dito indice un sforzo di circa 1,8 Kg., mentre la doppia azione ne richiede quasi il doppio. Non è un gioco di parole, ne la differenza è sempre così marcata, ma fare un esempio classico con la “98” è un buon termine di paragone. Certo è che chi ha problemi di strappo già con la singola azione, con la doppia ne avrà maggiormente, ma abituarsi a sparare anche in doppia azione può essere comunque importante.


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L’addestramento al Tiro di F. Zanardi

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Negli ultimi anni ho avuto modo di analizzare alcuni programmi di addestramento al tiro delle nostre Forze di Polizia e di alcuni Istituti di vigilanza del nord Italia. Devo dire che la situazione non é certo rosea, ma non così brutta come mi aspettavo. Le lacune più grandi, per chi porta un arma per necessità di lavoro, risiedono sempre e solamente nella mancanza della possibilità di acquisire il giusto grado di affiatamento con la propria arma e l'impossibilità di esercitarsi con tecniche di tiro che aiutino ad aumentare la reattività e la prontezza operativa,in un situazione di pericolo. Prima di tutto però voglio premettere due cose: la prima é che non esiste nessuna scuola che può preparare psicologicamente una persona ad un conflitto a fuoco, malgrado per quanto affermino alcune "scuole private", che paventano programmi di tiro dai nomi altisonanti. Io sfido qualsiasi istruttore a simulare la paura di essere uccisi, l'effetto "tunnel", lo scoramento ed il disorientamento nel vedere i propri compagni a terra, che urlano e sanguinano. La seconda é invece che molte persone sono condizionate dal vedere, o leggere, di appartenenti a Forze Speciali che riescono a conseguire obiettivi in apparenza irraggiungibili per qualsiasi essere umano. La realtà é un po’ diversa. La preparazione dei soldati della Forze Speciali, come i SEAL, lo SPETNAZ, o anche il "nostrano" 9° Battaglione d'assalto Col Moschin, risiede solamente nel loro addestramento nella loro dedizione. Personalmente, alcuni anni or sono, ho avuto modo di conoscere dei sottufficiali del "Col Moschin" e vi posso assicurare che non erano dei "superman" gonfi di muscoli, ma dei veri atleti, tanto umili quanto decisi nei loro propositi. Detto questo vengo al punto della questione. Chi porta un'arma per necessità di lavoro, deve innanzitutto rendersi conto che la sua sopravvivenza può dipendere proprio dalla sua pistola, quindi quando c'é la possibilità di esercitarsi nel tiro lo deve fare con impegno e dedizione, cercando di imporsi di ottenere un determinato risultato e, in secondo luogo, ma ugualmente importante, mantenere la propria arma pulita ed efficiente. La persona superficiale che trascura queste necessità si espone solo a dei rischi che gli possono essere fatali. Certo la possibilità che il Reparto (o Istituto) di appartenenza consenta ai propri dipendenti di esercitarsi con le armi in dotazione é spesso più una rara occasione, dettata da motivi d'obbligo normativo, che non un'attività programmata per il personale. Però, tanto per citare un esempio, la Polizia di Stato, dal 1999, ha rivisto completamente l'addestramento al tiro del proprio personale, creando un programma di addestramento pratico e funzionale, che prevede almeno tre esercitazioni annue per ogni dipendente, indipendentemente dalla mansione che svolge all'interno del Reparto. Ultimamente anche la "U.I.T.S." sta cercando di attuare uno specifico programma di addestramento al tiro per gli Istituti di vigilanza, che permetterà, con il tempo, anche alle Guardie Giurate di acquisire una certa capacità reattiva, lontana dalla semplice pratica del tiro lento mirato, effettuata sin ora dalla maggior parte dei dipendenti. Queste sono tutte iniziative che fanno sperare in una futura maggiore preparazione per chi fa della sicurezza la sua professione. Una preparazione che è sempre stata appannaggio del singolo e non dell'ente. Il professionista con l'hobby delle armi e del tiro ha sempre avuto una maggiore capacità di gestione dell'arma, rispetto a che portava un'arma per il solo bisogno di uno stipendio. Ma anche l'appassionato dove e come può allenarsi in una disciplina come il tiro difensivo (o tiro operativo dir si voglia)?. Questa non é una risposta semplice. Purtroppo le tecniche di tiro con funzioni prettamente difensive si discostano completamente da quelle di carattere sportivo, con una certa eccezione per il tiro dinamico. Quest'ultimo infatti permette di esercitarsi nel maneggio di un arma in modo molto dinamico, ma nel contempo comporta una considerevole spesa di denaro, non é un'attività alla quale un neofita si può addentrare con tanta leggerezza e comunque alcune delle tecniche adottate non possono essere impiegate in un contesto urbano, ove oltre che all'aggressore vi sono anche altre persone del tutto


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estranee alla situazione e molti altri fattori ambientali. Malgrado ciò il tiro dinamico resta comunque la pratica che più ci permette di esercitarci con una pistola nelle situazioni più disparate, a patto però di ricordarsi sempre che la sagoma di cartone non risponde al fuoco. Allenarsi e gareggiare con in mente solo la classifica finale va bene per gli sportivi. Chi pratica il tiro dinamico per allenarsi a ciò che può succedergli sulla strada, deve innanzitutto predisporsi mentalmente che non sta sparando ad una semplice sagoma, ma ad un aggressore armato. Perciò bisogna impegnarsi maggiormente. Per i neofiti la strada rimane sempre quella di accodarsi a chi ha una certa esperienza, già consolidata sia nel campo armiere, sia in quello lavorativo. La frequentazione di corsi di tiro é certamente utile, a parte di iscriversi nella scuola giusta, ma frequentare tali corsi é forse più utile alla persona già esperta che vuole perfezionarsi, che non al neofita che deve imparare ancora tutto. Questo perché la durata di tali corsi é spesso di pochi giorni ed il programma fin troppo intenso. Una persona "acerba" rischia di ritrovarsi confuso da tante nozioni nuove, correndo il rischio di smarrirsi nella banalità e trascurando magari ciò che é invece fondamentale. Questo perché il neofita non sa ancora riconoscere ciò che gli può essere utile tutti i giorni, da ciò che é invece un'attività superficiale. Tanta gente che non conosce le armi pensa e desidera armi potenti ed ingombranti che poi non é nemmeno in grado di gestire. Ma la cosa peggiore poi é che si trae insegnamento più dai films e non da chi gli paventa la realtà della strada, basta vedere come alcuni si "smarriscono" solo a scegliere una fondina. Inoltre frequentare un qualsiasi corso di tiro non rende veloci ed infallibili eternamente. Chiunque frequenta tali corsi e poi non si allena o si allena raramente perde inevitabilmente tutto ciò che ha acquisto. Quindi, chi porta un'arma per lavoro, deve cercare di formarsi e di mantenere una propria forma di allenamento in modo da esercitarsi in maniera costante. Non é importante sparare tanto in una volta sola, ma sparare sovente anche senza magari eccedere nel numero di colpi. Gli errori si possono correggere più con il tempo e con la riflessione su ciò che si fa, che non con l'insistenza del momento. Il bersaglio lo si colpisce prima con la "testa" che non con il proiettile. Se si vuole frequentare un corso di tiro é meglio scegliere un corso che prevede un programma intenso e non dispersivo, tante nozioni su tecniche di tiro in condizioni ambientali particolari si possono riassumere in un discorso di cinque minuti (purché non si perda del tempo in preamboli e "paroloni"). Per chi preferisce fare tutto da solo interessandosi e documentandosi personalmente, non resta altro da fare che crearsi un proprio programma di addestramento, con esercizi in cui bisogna colpire un bersaglio posto a distanze diverse, sfruttare tutte le caratteristiche dell'arma, quindi non solo "scarrellare" e sparare sino ad esaurimento dei colpi, ma magari effettuare più volte una sospensione del tiro inserendo la leva abbatticane e riprendere a sparare con il primo colpo in doppia azione e via dicendo. Vi posso garantire che (poligono permettendo) le possibilità di variare gli esercizi sono sufficienti per rende l'esercitazione piacevole e non certo noiosa, ove ognuno può cercare di migliorare la propria capacità di gestione dell'arma. Tra l’altro tutto ciò avviene senza muoversi dalla linea di tiro. Se poi si spara in compagnia si può imparare qualcosa anche dagli altri; errori e miglioramenti si apprendono anche osservando la gestualità ed i risultati delle persone vicine. Detto ciò vengo a concludere. Sparare per difendere la propria incolumità é un'attività che richiede un allenamento degno di uno sport agonistico, ma con una psicologia decisamente più sagace perché non si può mai arrivare secondi. Quindi allenatevi e non trascurate mai voi stessi e la vostra preparazione.


Manutenzione della pistola semiautomatica

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La manutenzione delle armi è fondamentale per la loro durata ed il loro buon funzionamento. Le armi che portiamo per tutelarci servono essenzialmente ad una sola cosa: salvarci la vita! Pertanto se e quando ci servono devono funzionare in modo impeccabile! Le moderne pistole semiautomatiche in particolare sono costruite con tolleranze più strette rispetto ai tempi passati e quindi è bene: Pulirle e lubrificarle periodicamente, anche se non le abbiamo usate; Pulirle sempre dopo ogni volta che le abbiamo usate. Questo perché i residui di polvere da sparo mischiati con l’olio lubrificante ed alla sporcizia che inevitabilmente si avvinghia all’arma quando la portiamo addosso, sono quanto di peggio ci possa essere per i meccanismi e gli attriti della pistola. Anche se non l’abbiamo usata è necessario pulire comunque la nostra arma almeno uno volta al mese o ogni due mesi, ma questi periodi posso ridursi, con cadenze settimanali o quasi giornaliere, se operiamo in ambienti molto sporchi e polverosi. Inoltre le scorie e la sporcizia che si annidano in un’arma portata addosso quotidianamente non provengono solo dall’esterno, ma anche dal nostro abbigliamento e ciò si traduce in fili, peli e pelucchi di lana o cotone che mischiati ai residui degli spari creano un mix davvero deleterio per la funzionalità della pistola. Dobbiamo sempre tenere a mente che tutte le armi non sono altro che un insieme di pezzi e parti meccaniche che lavorano in attrito tra di loro e, come il motore di un’autovettura, se non vengono manutenzionate e lubrificate prima o poi si surriscaldano e si bloccano, o si rompono irrimediabilmente. In una pistola sporca questo può succedere anche dopo pochi colpi o anche al primo colpo; Può anche non succedere malgrado diverse sessioni in poligono e generare così la falsa certezza che, anche se sporca, l’arma funziona comunque. Niente di più errato! la pistola sporca prima o poi s’inceppa; non l’ha fatto in poligono? questo non vuol dire che non lo faccia l’unica volta che veramente ci serve! Una moderna pistola da difesa pulita e lubrificata funziona anche se la immergete nel fango o nella neve, ma se dentro è già sporca si bloccherà al primo sparo. Pulire una pistola è una cosa semplice e che comporta una “perdita di tempo” veramente minima: dai dieci minuti alla mezz’ora, dipende dal grado di sporcizia e spesso è più una scocciatura mentale che non una vera e propria “fatica”. Ma è una “fatica” assolutamente necessaria per la nostra salvaguardia. Premesso questo prima di iniziare le operazioni di pulizia bisogna sempre e tassativamente assicurarsi che l’arma sia scarica e dopodiché si procede al suo smontaggio ordinario. Non è necessario smontare l’arma ulteriormente. Per la pulizia è sufficiente disporre di: Un solvente specifico per i residui di polveri da sparo, oppure un derivato del petrolio, come i diluenti secchi, cioè che evaporino e non lascino tracce di unto. Delle pezzuole di cotone; che non lascino fili e pelucchi e di dimensioni tali da scorrere nella canna offrendo un po’ di resistenza. Dell’olio lubrificante specifico per le armi e di buona marca. Sui lubrificanti per armi si potrebbe scrivere un’intera tesi, ma preliminarmente è sufficiente dire che gli oli migliori sono quelli che si mantengono fluidi e viscosi anche dopo diversi mesi di non utilizzo dell’arma, senza seccare e senza asciugarsi. Inoltre devono mantenere le suddette caratteristiche anche dopo aver sparato numerosi colpi in rapida cadenza, senza evaporare, garantendo la lubrificazione delle parti in attrito. Tutto ciò si può trovare nelle migliori armerie ad un prezzo tutto sommato contenuto. Ottimi sono quei kit in scatola che comprendono tutto il necessario per un determinato calibro.


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Pulizia L’anima di canna e le altre parti della pistola che vengono interessate dai residui di polvere da sparo, come la rampa di alimentazione, l’interno del carrello, le guide di scorrimento del carrello e del fusto, la parte superiore del fusto (quella racchiusa all’interno del carrello) ove sono situati le varie parti mobili, la parte superiore del vano del caricatore, sono tutti luoghi dove si vanno ad annidare i residui della polvere da sparo. Queste zone vanno pulite con qualche goccia di solvente o petrolio bianco (lo si trova facilmente nei negozi di ferramenta) ed asportando i residui con le pezzuole di cotone. Se i residui sono persistenti si può intervenire con uno scovolo di crine od uno spazzolino, in modo da raschiare i residui più ostinati. Nell’anima di canna prima si versa qualche goccia di solvente e poi gli si passa lo scovolo di crine o, in caso di sporco tenace, quello di rame. Dopo una decina di scovolate si controlla la rimozione dei residui ed in caso positivo si può pulire l’anima di canna con le pezzuole di cotone infilate sulla apposita bacchetta. Solitamente sono sufficienti tre o quattro pezzuole, passate nella canna ciascuna un paio di volte, per ottenere un’anima di canna pulita e lucida, ma in caso di un congruo utilizzo di palle in piombo o in lega può essere necessario insistere ulteriormente prima con lo scovolo di rame e poi con le pezzuole. Anche la camera di cartuccia e la rampa di alimentazione vanno pulite da ogni scoria. Per quanto riguarda il carrello ed il fusto il trattamento è il medesimo. Osservando l’interno del carrello, sempre utilizzando qualche goccia di solvente, vanno pulite le guide di scorrimento, le sedi delle parti mobili, come il piolo della sicura del percussore e, se visibile, la parte interna delle sicura manuale. Anche la culatta va pulita, sia perché vi fuoriesce il percussore, sia perché spesso accade che vi si annidino delle scorie ed i residui della vernice che colora l’innesco di alcune cartucce. Dopo aver asportato i detriti, tutte le summenzionate parti vanno interessate da una goccia d’olio, ad esclusione della culatta. Per il fusto è sufficiente pulire la parte superiore del bocchettone del caricatore, la leva di scatto ed i leveraggi presenti nella parte superiore del fusto. Usare per la pulizia di queste ultime zone un coton fiocc può essere una buona idea. Prima di rimontare il tutto ricordiamoci che una gocciolina d’olio nei vari meccanismi non guasta di certo. Si può utilizzare anche della pasta di grafite reperibile in armeria specie tra le parti metalliche a scorrimento. Anche una pulitina occasionale dell’asta guida molla e dell’interno delle pareti del caricatore è anch’essa una prassi consigliata.

Sopra: Una vista della guida di scorrimento destra, del piolo della sicura al percussore e del cilindro della leva della sicura manuale quando sono pulite da ogni residuo.


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Le medesime parti oliate quanto basta. Sulla destra si nota anche il blocchetto oscillante di chiusura, con giusto un po’ d’olio sui punti d’attrito.

L’asola del cane, la leva del chiavistello, la leva abbattimento cane e, appena sporgente dalla guancetta, la leva di collegamento del grilletto. Tutte parti che necessitano pulizia ed una goccia d’olio.

Al centro della foto si vede, a filo con la parete interna del fusto, la leva di scatto. Una pulita della superficie visibile ed una goccia d’olio occasionale è sempre una buona cosa. Ma qui è sufficiente che vi penetri la goccia d’olio destinata alla summenzionate levette. Questazona della pistola difficilmente viene interessata direttamente dai residui degli spari.


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Le fotografie si riferiscono alle pistole Beretta serie 92/98, ma si tratta solo di un esempio. Quando detto è valido per tutte le moderne pistole semiautomatiche attualmente in commercio. Concludendo…. Esternamente tutte le armi vanno pulite con uno straccio con qualche goccia di solvente e poi asciugate. Una bella cosa sono le pezze imbevute di olio al silicone, che asciugano e lasciano una leggera patina che protegge l’arma dall’umidità. Per la pulizia degli organi di mira si può usare la medesima pezza, avendo cura di ripulire i riferimenti colorati del mirino e della tacca di mira con un coton fiocc, così come il loro perimetro. Vi consiglio di pulire occasionalmente anche l’impugnatura e le guancette dal sudore o dalla sporcizia delle mani, oltre che dagli agenti esterni. Ovviamente dovranno rimanere asciutte in modo da garantire sempre una buona presa. Terminate le operazioni di pulizia e dopo aver rimontato l’arma è sempre meglio controllare “in bianco” il suo completo funzionamento. P.S. La diffusa diceria “ meglio che la pistola sia asciutta che troppo oliata” è una cavolata che si commenta da sola. C erto non bisogna esagerare, mica dobbiamo farci la frittura. L’olio in eccesso lo si può sempre asciugare, ma la pistola senza olio si surriscalda e si inceppa di sicuro! RICONOSCERE I PUNZONI PER DATARE UN’ARMA Negli anni, il Banco Nazionale di Prova di Gardone VT, ha impresso sulle canne la data dell'avvenuta prova forzata, questo permetteva di datare l'arma posseduta. Tutto ciò fino al 1953; da quella data il Banco ha usato una serie di numeri romani ma poi dal 1970 ha aggiunto a questi la classica numerazione trovandosi però in breve in difficoltà per la lunghezza delle numerazioni da apporre sulle canne ha optato dal 1975 all'uso di lettere alfabetiche. Di seguito l'elenco delle numerazioni o stampigliature relative alla data di emissione.


Cartucce per armi da fuoco portatili di F. Zanardi

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Premessa Questa breve trattazione sulle munizioni vuole essere solo un basilare approccio ad un argomento tanto interessante quanto complesso e vastissimo. Le nozioni qui di seguito riportate trattano le caratteristiche tecniche della stragrande maggioranza delle moderne munizioni per armi corte e lunghe. CARATTERISTICHE DELLE CARTUCCE MODERNE Il moderno munizionamento per le armi da fuoco portatili è correttamente definito “Cartuccia”. Una cartuccia é costituita da quattro elementi: il bossolo, l’innesco, la carica di lancio e la palla (termine tecnico che risale dalla sua primordiale forma).

Una cartuccia metallica moderna in sezione: 1) bossolo; 2) innesco; 3) carica di lancio; 4) palla BREVI NOTE STORICHE Fin dal primo apparire delle armi da fuoco portatili si sono cercate delle soluzioni che permettessero di caricare l’arma, nel minor tempo possibile, con tutti gli elementi necessari all’azione dello sparo. La primordiale “cartuccia” nasce all’inizio del 1600 e fu una delle tante riforme introdotte da Gustavo Adolfo di Svezia, che trasformò il piccolo esercito svedese in una struttura bellica, per la sua epoca, professionale e ben organizzata. La necessità di ricaricare le armi il più velocemente possibile, semplificando nel contempo le operazioni da eseguire, portò all’idea di inserire in un solo involucro tutti i componenti necessari. Inizialmente questo involucro era di carta o anche di tela leggera ed a quei tempi la carica di lancio era ancora costituita dalla polvere nera, così come l’elemento attivo del sistema d’accensione, che utilizzava una semplice miccia la cui parte accesa veniva inserita in un piccolo foro comunicante con la canna. All’inizio del 1800, i cacciatori di pellicce nordamericani predisponevano la polvere delle loro armi ad avancarica in piccoli contenitori di legno di bosso (vuoti all’interno) e chiusi, da un lato, con della cera o della mollica di pane. Questo perché le primordiali cariche preconfezionate a “cartuccia”, di semplice carta, mal sopportavano l’umidità e le basse temperature dell’inverno nei territori del nord-ovest americano e canadese.


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Il termine “cartuccia” nasce infatti in Canada, all’epoca delle armi ad avancarica, dalla parola francese “cartouche”. Un termine utilizzato per definire un involucro contenente tutte le parti dell’elemento attivo dell’arma, ossia la palla e la polvere da sparo.

La “cartouche” per armi ad avancarica: 1) palla di piombo; 2) la palla viene racchiusa in una sottile carta combustibile, opportunamente imbevuta con una soluzione di nitrato di potassio e fatta asciugare prima dell’uso. Dopo l’arrotolamento della parte contenente la palla, la restante parte superiore del cilindro di carta serve da contenitore per la polvere nera; 3) la cartuccia si completa con anche la chiusura della parte superiore; Malgrado l’evoluzione della cartuccia seguisse di pari passo l’evoluzione delle armi nel passaggio da avancarica a retrocarica, rimaneva insoluto il problema della fuga dei gas di sparo nelle più moderne (per l’epoca) armi a retrocarica. Bisogna attendere sino al 1835 quando i francesi Lefauchaux e Houllier gettano le basi delle moderne cartucce a bossolo metallico di tipo “a spillo”, che assume il nome di proprio di “bossolo”. In queste cartucce l’innesco era inserito all’interno del bossolo, dal quale sporgeva anche il percussore, che faceva parte integrale della cartuccia e non dell’arma. Queste cartucce vengono tuttavia superate in breve tempo e sopravvivono solo un po’ di più nelle armi da caccia a canna liscia.


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Cartuccia da caccia cal.12 con innesco tipo “Lefauchaux”, prodotta dalla ditta Leon Beaux e Co. di Milano Successivamente, nel 1863, il Colonnello inglese E. Boxer crea la prima cartuccia commerciale con le attuali caratteristiche. Mentre per i moderni inneschi bisogna aspettare sino al 1866, quando il Colonnello dell’esercito degli Stati Uniti d’America H. Berdan mette a punto il suo omonimo tipo di innesco ed un anno dopo nuovamente il Colonnello Boxer concepirà anch’esso un nuovo tipo di innesco, più costoso ma più funzionale (come vedremo più avanti). In seguito, dall’inizio del 1900 e sino all’epoca attuale, avviene una progressiva riduzione del calibro delle armi e si sperimentano anche delle munizioni senza bossolo, la cui polvere presenta caratteristiche decisamente diverse dalle precedenti. Sostanzialmente però la concezione tecnica della cartuccia non cambia, sia per motivi economici, sia per motivi strategici. Infatti le armi si sono ormai standardizzate verso dei concetti tecnico-balistici che garantisco il raggiungimento di ogni scopo produttivo e militare. Esaminiamo i vari componenti della cartuccia moderna: IL BOSSOLO Il bossolo si può definire l'elemento più importante della cartuccia, infatti svolge una doppia funzione: 1)mantiene assemblate le varie parti che la compongono; innesco, polvere e palla; 2) funge da “collegamento” tra tutti i questi elementi e l’arma che dovrà spararla, determinando la chiusura ermetica della camera di cartuccia e la culatta. L’etimologia del vocabolo “bossolo” deriva presumibilmente dalla lingua tarda latina “buxĭda” che a sua volta si rifà al termine greco “pyxìda”, un vasetto cilindrico, generalmente di legno di bosso, che serviva a contenere vari prodotti. In Europa già nel 18° secolo si usavano delle bandoliere con dei contenitori di legno di bosso (vuoti all’interno ed opportunamente sagomati in modo da essere riutilizzati con sicurezza dai tiratori), come precedentemente mostrato. Il moderno bossolo é ottenuto mediante il metodo di lavorazione a estrusione per impatto, da un dischetto d'ottone, d'opportune dimensioni e peso a secondo del tipo da produrre, a sua volta ottenuto per fustellatura da una lamiera. Mediante varie fasi successive d'estrusione il dischetto è prima modellato e quindi lavorato fino a dargli la forma definitiva. Avrà quindi una forma, un peso e degli spessori delle pareti, adeguate a sopportare le pressioni e le dilatazioni che interverranno al momento della combustione della carica di lancio. Infatti quando il percussore colpisce l’innesco, posto alla base del bossolo, la sua fiammata accende la carica di lancio contenuta nel bossolo. La gran massa di gas che si sviluppano per la combustione spingono istantaneamente la palla, posta alla sommità del bossolo, che viene prima scrimpata dal bossolo e poi spinta attraverso l’anima di canna verso la volata. La pressione dei gas non si esercita però solo verso il proiettile ma in tutte le direzioni. Per contenere la pressione nell’arma intervengono: posteriormente la culatta dell’otturatore e sui lati le pareti della camera di cartuccia, quindi il bossolo dilatandosi va ad aderire perfettamente, nell’attimo di sviluppo della pressione, contro le suddette parti dell’arma e ne garantisce la tenuta ermetica, sigillando ogni via di fuga ai gas ed impedendo pericolose fuoruscite posteriori. Allorché le pressioni dello sparo si esauriscono il bossolo riprende parte della sua forma originale distaccandosi dalla camera di cartuccia, consentendone un’agevole estrazione. La scelta dell’ottone come metallo per produrre i bossoli è dovuta alle sue caratteristiche di robustezza, elasticità e duttilità, proprie di questo metallo, al quale viene aggiunta una piccola percentuale di piombo per introdurre una lieve dote autolubrificante. Durante le guerre di lunga durata, come fu la Seconda Guerra mondiale, per sopperire alla mancanza delle materie prime necessarie alla formazione dell’ottone, il bossolo é stato anche prodotto in ferro sinterizzato ed in alluminio, ma si è trattato di soluzioni di ripiego temporanee. Solo in alcuni paesi dell’est Europa, in Russia ed in Cina è sopravvissuta sino ai giorni nostri la produzione di bossoli in ferro, ma relegata principalmente alla produzione militare. Ancora oggi non è stato individuato un metallo che possa sostituire l’ottone, sia a livello tecnologico, sia economico.


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Solo nelle armi a canna liscia sono ancora oggi utilizzati dei bossoli prodotti con il corpo in cartone o di plastica, ma ciò è dovuto principalmente alle caratteristiche tecnico-balistiche delle stesse munizioni e delle armi che le impiegano, che non necessitano di un corpo del bossolo interamente di metallo. I moderni bossoli si dividono in tre tipi principali: 1)Tronco-conico (es. 9 mm. Parabellum); 2) Cilindrico (es. 44 Remington magnum); 3) A bottiglia (es. 30.06 Springfield). Inoltre, al di la della sua forma generale, tutti i bossoli si possono suddividere nelle seguenti parti: fondello, corpo, e colletto. Il colletto, è la parte superiore del bossolo, dove s’inserisce e viene trattenuta la palla. Generalmente la sua lunghezza è determinata all’incirca dal tratto di palla che entra nel bossolo. Il colletto è la parte più sottile del bossolo e questa sua caratteristica permette anche il “crimpaggio” della palla, ossia un restringimento attuato meccanicamente, che va ad interessare il corpo della palla o un solco presente sulla stessa (quando è presente), ideato appositamente per rendere più salda l’unione tra queste due parti. Questa è una necessità delle cartucce utilizzate in alcune armi automatiche e nei revolver, le cui sollecitazioni che si verificano durante il ciclo funzionale e durante lo sparo, possono talvolta causare l’incassamento o la fuoriuscita della palla dal bossolo. Il fondello è invece la parte posteriore (o finale) del bossolo ed anche la più robusta. Infatti è la zona che deve sopportare maggiormente la pressione dei gas generati dalla combustione della carica di lancio ed inoltre è il punto in cui “lavorano” l’otturatore e l’estrattore. I bossoli, rispetto alla tipologia del fondello, si possono suddividere a loro volta in cinque categorie, con le seguenti denominazioni: Rimmed: con un semplice collarino, è il classico bossolo dei revolver (es. .357 Magnum e 44 Remington Magnum); Rimmed groove: con il collarino e la scanalatura per l’estrattore (es. 7,65 Browning); Rimless: senza collarino e con la scanalatura per l’estrattore. E’ il bossolo più diffuso per armi moderne (es. 9 mm. Parabellum e 40 S. & W.); Belted: con un risalto anulare a cintura subito sopra alla scanalatura per l’estrattore. Caratteristica dei bossoli per cartucce da fucile magnum da caccia grossa (es. .375 Holland & Holland Magnum e 460 Weatherby Magnum); Il fondello riporta anche dei dati relativi alla cartuccia: il nome (es. Winchester, Federal ecc.), o la sigla (G.F.L. Giulio Fiocchi Lecco ecc.), o il numero della ditta o dell’arsenale (71 – arsenale cinese ecc.), che lo produce; il calibro della cartuccia (40 S & W ecc.), l’anno di fabbricazione e altri simboli che ne identificano l’origine militare, come il cerchio con la croce che riproduce in forma stilizzata il simbolo della N.A.T.O. e che indica che le caratteristiche tecnico-balistiche dell’intera cartuccia sono a norma STANAG-NATO. Sul fondello è inoltre ricavata la sede dell’innesco, che è in comunicazione con l’interno del bossolo attraverso il “foro vampa”, ossia un piccolo foro che permette alla vampa (tecnicamente definito “dardo di fiamma”) prodotta dall’innesco di incendiare la polvere da sparo.


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L’INNESCO L’innesco è costituito da una piccola quantità di esplosivo detonante, contenuta all’interno di una coppetta di metallo o supportato dal bossolo stesso, che ha lo scopo di determinare l’accensione della carica di lancio a seguito dell'urto del percussore. Negli inneschi moderni vengono usate delle miscele basate sullo Stifnato di piombo, sensibilizzato con Tetrazene, oppure all’Azoditrato di piombo. Vengono inoltre usati anche “Sali di Bario”. Gli inneschi si suddividono in due famiglie: 1) a percussione anulare; 2) a percussione centrale. Nell’innesco di tipo anulare, usato soprattutto per cartucce di piccolo calibro (es. la .22 Long Rifle raffigurata a lato) l’esplosivo detonante è contenuto nel perimetro interno del fondello del bossolo ed il percussore ne causa la detonazione colpendo direttamente sul bordo esterno del fondello.

Segni dell’urto del percussore nella zona periferica (anulare) nel fondello delle cartucce cal. .22 L.R. Cartuccia a percussione anulare cal. .22 L. R. La carica esplosiva degli inneschi a percussione anulare viene posizionata durante al fabbricazione, con un sistema particolare definito “a centrifugazione”, che permette all’esplosivo di disporsi lungo il perimetro del bordo del fondello. Negli inneschi a percussione centrale, che sono i più diffusi, la piccola carica d'esplosivo detonante è racchiusa in un piccolo contenitore, definito anche capsula, che è a sua volta alloggiata in un’apposita sede ricavata al centro del fondello del bossolo, come già specificato prima. I tipi d'innesco a percussione centrale sono due e prendono il nome dai loro inventori: Il tipo Berdan è il più vecchio, ma il più usato nelle cartucce militari. Ancora oggi si possono incontrare dei bossoli di cartucce per armi lunghe che utilizzano l’innesco Berdan, in particolare quelle prodotte nei paesi dell’est Europa ed in Asia. Questo tipo di innesco si distingue per la mancanza dell'incudinetta, in quanto quest’ultima è ricavata direttamente nel fondello del bossolo, all’interno della sede dell’innesco.


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Nel disegno a fianco si notano le differenze tra i due tipi di bossoli ed i rispettivi tipi di inneschi. Il tipo Boxer ha un solo foro di vampa centrale, mentre il tipo Berdan ha due fori di vampa, diametralmente opposti all’incudinetta. Il tipo Boxer é di un anno più recente e si riconosce per avere l’incudinetta incorporata all’interno della sua stessa coppetta. Questo tipo di innesco si è diffuso subito tra le cartucce commerciali, in particolare quelle prodotte negli Stati Uniti d’America, dove la necessità, o la preferenza, dei cacciatori di ricaricare in proprio le cartucce, ha creato un considerevole business commerciale, che si è ormai diffuso in ambito mondiale, sia per le armi corte, sia per le armi lunghe e sostenuto anche dalle attuali tendenze sportive. Attualmente, con i moderni impianti produttivi, è difficile stabilire quale dei due tipi di inneschi sia effettivamente più conveniente da produrre. Certo è che le possibilità offerte dagli inneschi tipo Boxer di venire prodotti in varie tipologie, in virtù delle necessità di creare delle cartucce con determinate e specifiche caratteristiche d’impiego, come le cartucce per le gare Bench-rest, sono irriproducibili negli inneschi di tipo Berdan.

Vista in sezione di un innesco tipo Boxer

1) Incudinetta: sporge leggermente dall’orlo superiore della coppetta; 2) coppetta: che nella sua parte inferiore riceve la battuta del percussore; 3) pellicola di una speciale vernice protettiva ed isolante che ha la funzione di proteggere l’esplosivo detonante dagli agenti esterni.; 4) “pastiglia” di esplosivo detonante (azotidrato o stifnato di piombo). Gli inneschi nelle cartucce da caccia per fucili ad anima liscia.


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Apriamo ora una piccola parentesi per quanto concerne gli inneschi per le cartucce dei fucili a canna liscia. Questi inneschi sono di concezione differente da quelli precedenti per carabina e pistola. Le cartucce a pallini hanno, generalmente, il corpo del bossolo di cartone o di plastica ed hanno alla base solo un sottile rivestimento esterno d'ottone. Dato che tale rivestimento non è abbastanza robusto per reggere un innesco dei tipi summenzionati, si utilizza quindi uno specifico innesco, quasi interamente di ottone a sé stante, che contiene la capsula con l’innesco e l’incudinetta. Lo si potrebbe quasi definire una specifica evoluzione del tipo Boxer. Innesco per cartuccia per fucile ad anima liscia: 1) Incudinetta; 2) Coppetta di ottone; 3) Pellicola di vernice protettiva ed isolante; 4) Esplosivo detonante.

LA CARICA DI LANCIO Nelle cartucce moderne la carica di lancio è composta da una determinata quantità di esplosivo deflagrante che bruciando, per effetto della detonazione dell’innesco e l’immediata trasmissione del dardo di fiamma attraverso il foro di vampa, sviluppa dei gas ad alta temperatura e pressione che forniscono una spinta accellerativa alla palla, che viene scrimpata dal bossolo e spinta attraverso l’anima di canna e poi fuori di essa, sino al bersaglio. Le moderne polveri da sparo sono dette anche “polveri senza fumo”, ma non per l’assenza di fumo al momento dell’esplosione ma perchè la quantità di fumo prodotta dalla loro combustione è minima rispetto alla “vecchia” polvere nera. Inoltre le polveri senza fumo bruciano senza lasciare residui solidi all’interno della canna. Le attuali cartucce delle armi portatili impiegano una tipologia di polvere da sparo che costituisce un tipo di esplosivo specifico, ossia delle nitrocellulose gelatinizzate. Queste polveri sono ottenute mediante la nitrazione della cellulosa pura, tratta con del acido nitrico e del acido solforico concentrato, il quale non partecipa alla reazione, ma svolge un’azione mordente sulla massa della cellulosa, consentendo l’attacco da parte dell’acido nitrico. Questo ultimo cede azoto ed ossigeno alla cellulosa, trasformandola quindi in un composto che possiede già tutti gli elementi necessari alla sua combustione e quindi, non richiede la presenza di altri agenti ossidanti. Le moderne polveri da sparo si suddividono in due tipi principali: “a base singola” (se ottenute dalla sola cellulosa pura) o “a doppia base” (quando alla nitrocellulosa è unita nitroglicerina), chiamata anche Balistite. Giusto per completezza bisogna sapere che queste moderne polveri infumi nascono a seguito di due importanti scoperte nel mondo degli esplosivi. Nel 1846 il chimico tedesco Christian Schonbein, scopre (o inventa) la Nitrocellulosa, una sostanza che sarà la base di tutta una serie di moderni esplosivi, tra i quali il Fulmicotone e, quasi contemporaneamente il chimico piemontese Ascanio Sobrero inizia a definire la formula di uno degli esplosivi più famosi al mondo: la Nitroglicerina. Ma è quasi vent’anni dopo, nel 1864, che dall’unione chimica di queste due sostanze nasce la polvere da sparo senza fumo, un’invenzione del chimico tedesco Schultze, che verrà migliorata nel 1885 dal chimico francese Vieille. Questa invenzione rivoluzionerà non solo il mondo delle cartucce, ma l’intero modo di fare le guerre.


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Le polveri infumi sono prodotte con diverse graniture, ossia con diverse forme di ogni singolo grano e possono essere: pulvirenti (dette anche a microgranuli), a lamelle, a sferette, a dischetti, a tubetti o altre particolari e speciali forme) e con diversa “progressività” per quanto attiene la velocità di combustione in relazione alla forma e grossezza del grano, cioè dalla sua forma geometrica e dimensione.

Quattro tipi di grani delle moderne polveri infumi.

Da in alto a sinistra: a disco, cilindrica, sferica e lamellare. Una dote dei grani di polvere è quella di bruciare uniformemente dall’esterno verso l’interno, in modo sempre costante. In questo modo, indipendentemente dalla quantità di grani con cui è caricata la cartuccia, si ottengono sempre dei valori pressori standardizzati ed è quindi possibile produrre delle cartucce con caratteristiche tecnico-balistiche tutte uguali. Una caratteristica che si evidenzia ancora di più nella ricarica domestica delle cartucce. LA PALLA La palla, comunemente definita anche proiettile, è l’elemento destinato a portare l’offesa sul bersaglio. Con la nascita delle armi da fuoco nacquero, ovviamente che i proiettili (termine in questo caso consono perché il termine “proiettile” identifica qualsiasi oggetto proiettato contro un bersaglio). All’inizio vennero usati proiettili rudimentali come freccette, punte di dardi da balestra, sassi arrotondati ecc. ecc., ma in seguito non passò molto tempo e si capì che dei proiettili sferici in piombo o ferro, creati appositamente, arrivavano più lontano ed erano più precisi. Essendo il piombo un metallo che si trovava in abbondanza e che era più facile da fondere nella forma voluta, già allora lo si identificò come il metallo più consono a questo scopo. Ecco perché dalle arcaiche palle di piombo per archibugio, il termine “palla” identifica specificatamente l’elemento della cartuccia che deve colpire il bersaglio. Il piombo fuso costituisce il principale metallo per proiettili da oltre 500 anni di storia delle armi da fuoco. Attualmente le più moderne palle in lega, molto in uso nelle cartucce per il tiro sportivo, sono generalmente realizzate sempre con del piombo, legato con l’antimonio e lo stagno, insieme che conferisce alla palla più compattezza. Solo con l’avvento delle polveri infumi e della canne rigate, che impressero alle palle delle velocità più elevate, facendo ruotare la palla sul proprio asse durante il suo moto verso il bersaglio, si impose la necessità di rivestire le palle di piombo con una lega di materiale più duro, al fine di evitare il rilascio di residui di piombo nella rigatura della canna e mantenere costanti le doti di precisione. Questo rivestimento è generalmente denominato “camiciatura” o “blindatura”, ma non bisogna confondersi con le palle Perforanti, le quali hanno delle caratteristiche costruttive ben diverse. Per il rivestimento delle palle vengono solitamente usate vari tipi di leghe formate da una grossa percentuale di rame con l’aggiunta di stagno e zinco, oppure di solo rame, o di Maillecort una lega di rame e nichel.


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Nomenclatura degli elementi morfologici di una palla blindata (in sezione) e dotata del solco per la crimpatura (particolare serraggio del proiettile) sull’orlo del bossolo. Le palle destinate all’impiego nelle armi automatiche sono in genere totalmente o parzialmente rivestite in modo da garantire determinate caratteristiche tecnico-balistiche e cioè: -Fare presa perfettamente nella rigatura della canna; -Proteggere il nocciolo di piombo dagli urti dovuti all’automatismo dell’arma e dalle possibili deformazioni; -Impedire il deposito di scorie (comunemente detta “impiombatura”) nella canna. Le palle così rivestite sono definite, in gergo, blindate o semi-blindate. La camiciatura o il rivestimento parziale della palla può servire inoltre a determinare un’espansione della palla più o meno controllata, al momento dell’impatto e della penetrazione del bersaglio, aumentando così gli effetti di balistica terminale. Le palle per le cartucce metalliche a percussione centrale, possono assumere diverse configurazioni, a secondo del loro specifico impiego o in rapporto al tipo d’arma in cui verranno utilizzate. Inoltre il loro nucleo può essere costituito da materiali vari, a secondo lo specifico impiego a cui sono destinate, come vedremo qui sotto. Palle di concezione tradizionale: La maggior parte della palle descritte qui sotto rappresentano un classico della produzione per le maggiori ditte di munizioni e sono presenti da diversi decenni in ogni catalogo. FMJ (Full Metal Jacket = palla blindata) indicate anche con la sigla MC (Metal Case). Queste palle hanno un elevato potere di penetrazione e sono in grado di attraversare con discreta facilità vari materiali prima di fermarsi definitivamente. Proprio per questo motivo sono le preferite per i caricamenti nelle cartucce militari, ma non sono certo le più adatte per gli usi di polizia, ove bisognerebbe evitare i rischi di perforazione del bersaglio e/o eventuali rimbalzi. Non è vero che i danni prodotti da loro sul corpo umano sono di minore entità (i motivi sono già stati espressi prima), ma l’energia della lesione, in talune circostanze, potrebbe rivelarsi inferiore rispetto ad altri tipi di palle. Le palle FMJ sono prodotte con tre configurazioni RN (Round Nose = palla e punta arrotondate), FP (Flat Point = palla arrotondata a punta piatta) e TC (Truncated Cone = tronco-coniche). Si dice che le prime abbaino un potere di penetrazione maggiore delle altre due, ma di fatto non sono state rilevate grosse differenze. Solo alcune palle FP e TC che presentano una punta piatta particolarmente estesa, destinate solitamente alle cartucce da revolver, hanno dimostrato una discreta capacità di rallentare la loro corsa all’interno di un bersaglio grazie alla loro configurazione. JSP (Jacket Soft Point = palle semiblindate). La punta di questa palla si presenta generalmente piatta e con l’apice privo di camiciatura. La loro espansione all’interno del bersaglio è abbastanza relativa e non sempre efficace. In virtù di ciò sono state prodotte delle palle JSP che presentano dei leggeri intagli nel punto di giunzione tra il piombo e la camiciatura, in modo da favorirne l’espansione. LRN (Lead Round Nose = palla in piombo a punta arrotondata). Questo tipo di palle esiste anche in versione tronco-conica denominata LTC. Si tratta di un tipo di palla che non si deforma mai nello stesso modo e talvolta non si deforma affatto, può tuttavia dare dei risultati discreti.


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La percentuale di piombo non è mai del 100% e quindi è difficile fare una comparazione se non tra cartucce della stessa ditta e lotto di produzione. La Fiocchi le produce con una leggera pellicola di teflon nero che ricopre interamente la palla. Cast bullet, ossia palle per la ricarica amatoriale. Vale lo stesso discorso per le precedenti. La lega metallica di cui sono composte è solitamente di piombo, antimonio e stagno in percentuali variabili tra ditta e ditta. Di recente sono prodotte delle palle in lega ricoperte di una pellicola di rame (o di una lega a base di esso), disponibili in vari spessori, che dovrebbe dare delle prestazioni balistiche migliori, pur non essendo una blindatura vera e propria. Per la difesa personale non cambia nulla. LHP (Lead Hollow Point = palle in piombo a punta cava). Concepite come le LRN o le LTC hanno in più l’apice forato da una cavità. Le prove hanno dimostrato che la maggior parte di tali palle si frammentano in pezzi troppo piccoli per avere risultati apprezzabili. Wad Cutter. Sono delle palle cilindriche di piombo, con la punta piatta e la base forata. Si riconoscono per essere inserite interamente (o quasi) nel bossolo e sono ideate per l’utilizzo sportivo. Come potere di arresto eguagliano in risultati delle LTC, ma sono apprezzabili per la difesa abitativa grazie al loro scarso rinculo e per l’accettabile rumore dello sparo, che all’interno di una stanza non dovrebbe farvi saltare i timpani, come invece può accadervi con un calibro 12 od una 357 Magnum. A breve distanza uccidono come una qualsiasi altra palla, aldilà delle solite dicerie. SWC (Semi-Wad Cutter). Idem come sopra. Si riconoscono per la palla che sporge dal bossolo con una breve sezione tronco-conica e dalla punta piuttosto larga. Alcune ditte le producono anche ricoprendo la palla con una leggera pellicola di teflon nero o con una micrometrica ramatura. Le caratteristiche, in termini di potere d’arresto, sono piuttosto accettabili. SJHP (Semi-Jacketed Hollow Point = semiblindata a punta cava) talvolta indicate anche con la sigla HSP (Hollow Soft Point). Assomigliano alla SP ma con la punta forata e spesso intagliata per favorirne l’espansione. Queste palle hanno spesso dato ottimi risultati in termini di potere d’arresto, difficilmente si frammentano e quando lo fanno i pezzi sono di dimensioni tali da creare vaste lesioni. Tuttavia queste palle quando perforano un hard target manifestano la tendenza a chiudersi all’apice, comportandosi poi alla stessa stregua delle FMJ. JHP o anche HP (Jacketed Hollow Point = palla blindata a punta cava). In pratica sono una palla blindata con la punta cava, quasi sempre intagliata per migliorare l’espansione. Attualmente sono il punto di riferimento delle moderne tecnologie per la ricerca del miglior rapporto: tipo di palla/potere di arresto. Anche le JHP della prima generazione avevano la tendenza, quando impattavano contro un hard target, a chiudersi all’apice, comportandosi poi come delle FMJ. Le JHP attuali, delle generazioni più recenti sono migliorate molto e rappresentano quanto di più performante ci sia per invalidare un bersaglio umano, queste palle vengono tuttora prodotte con varie denominazioni, che indicano le diverse caratteristiche con cui sono state concepite dal loro ideatore o produttore. Palle per cartucce speciali: Dopo aver visto come sono costituite le palle normalmente prodotte per scopi militari o civili, vediamo ora quali sono le palle prodotte per scopi speciali ben determinati. Inerti: Sono dei simulacri che riproducono esattamente la palla e la cartuccia nella sua forma e dimensione originale, sono utilizzate per scopo didattico/addestrativo. A corta gittata: La palla può essere di plastica (di colore bianco o azzurro), di legno, o di materiali frangibili con la base di metallo. Sono usate per l’addestramento a fuoco. Attenzione però, la pericolosità di alcune di queste cartucce è quasi pari a quella delle normali munizioni. Per tiri di precisione: Sono palle particolarmente accuratizzate per il tiro di precisione. Attualmente vengono utilizzate principalmente dai Tiratori Scelti delle Forze Armate. Perforanti: In apparenza è una normale palla camiciata, ma al suo interno ha un’anima di acciaio al tungsteno che gli conferisce un elevato potere di penetrazione contro qualsiasi tipo di bersaglio.


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Le palle perforanti sono destinate prevalentemente nel tiro contro strutture immobili, veicoli ed aeromobili. Traccianti: L’aspetto è quello di una normale palla camiciata. All’interno della base della palla vi è un composto che viene “acceso” dalla combustione della carica di lancio ed, all’uscita dalla canna, traccia la traiettoria della palla. Questo tipo di palla è generalmente utilizzato delle armi automatiche ad alta cadenza di fuoco e serve per indicare la direzione del tiro. Incendiarie: Anche in questo caso la palla incendiaria assomiglia ad una normale palla camiciata. Il nucleo centrale della palla contiene del fosforo (o un altro composto incendiario), mentre la punta è simile ad una palla tradizionale. Al momento dell’impatto contro il bersaglio la palla rilascia il composto incendiario provocando l’incendio del bersaglio. Anche questo tipo di palle sono solitamente impiegate nel tiro contro strutture immobili, veicoli ed aeromobili. Oltre a queste vi sono poi delle palle che riuniscono in una sola palla la caratteristiche di più modelli; come le perforanti-incendiarie e le perforanti-incendiarie-traccianti, che vengono utilizzate esclusivamente in ambito militare, per riunire in una sola tipologia di cartuccia le varie necessità di un conflitto.

Alcune tipologie di palle: 1) Palla “Minié” per armi lunghe rigate ad avancarica (1849); 2) Palla per ami lunghe tipo “Semi Jacket Soft Point” (semicamiciata a punta molle); 3) Palla per armi lunghe tipo “Full Metal Jacket” a base piatta; 4)) Palla “Tracer” per armi lunghe tipo “Spitzer Boat-tail -Full Metal Jacket” (a punta con base rastremata e totalmente camiciata -tracciante); 5) Palla per armi lunghe a canna liscia tipo “Brenneke”, in piombo con borra di feltro avvitata alla base; 6) Palla per armi corte tipo “Jacket Hollow Point” (palla camiciata a punta cava 7) Palla per armi corte tipo “Lead Round Nose” (piombo a punta arrotondata), con più solchi per l’ingrassaggio; 8) palla per armi corte tipo “Jacket Hollow Point” (palla camiciata a punta cava), di ultima generazione 9) palla per armi corte tipo “Full Metal Jacket” (totalmente camiciata). LA DENOMINAZIONE DELLE CARTUCCE Dopo aver analizzato i vari elementi che compongono una cartuccia, vediamo come ed in base a cosa le cartucce assumono ciascuna una precisa denominazione. Generalmente le cartucce assumono denominazioni che fanno riferimento, sia alle dimensioni della palla, sia a quelle del bossolo, oppure a delle speciali particolarità della casa costruttrice. Il metodo in ogni caso più seguito è quello di identificare la munizione attraverso una o più misure, riguardanti generalmente il diametro del proiettile e la lunghezza del bossolo. In Europa queste misure sono espresse in millimetri, mentre nei paesi di lingua inglese in sottomultipli di pollice (1 Inch. = 2,54 mm.). Talvolta la medesima cartuccia trova più denominazioni, a secondo di dove viene commercializzata e ciò causa non poca confusione. Il caso degli “europei” 8x57JS, 6,35 Browning, 7,65 Parabellum e 9mm. Parabellum, denominati negli U.S.A. rispettivamente 8mm. Mauser, .25 ACP, .30 Luger e 9mm. Luger, rende bene l’idea del caos in cui talvolta ci si imbatte.


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In Europa vengono utilizzati due sistemi di denominazione. Il Sistema Metrico Tradizionale, detto anche metodo tedesco, in cui una cartuccia che viene identificata come “9x19” fa riferimento ad una munizione che ha il proiettile di calibro 9 mm. ed un bossolo lungo 19 mm., l’arcinota 9 mm. Parabellum. In certi casi anche a tali cifre possono essere aggiunte altre sigle che forniscono informazioni accessorie sulla foggia del fondello, o del proiettile, o della casa costruttrice, come ad esempio la cartuccia 5,6x57 R, dove “R” sta per “Rand” (collarino), la 8x58R Sauer, la 8mm Lebel e via dicendo. Oppure il Sistema Metrico Semplificato, dove la lunghezza del bossolo e sostituita del nome del produttore o dell’inventore, come ad esempio il 7mm. Von Hofe, il 7mm. Remington Magnum ecc., un sistema adottato anche da alcune ditte americane per la produzione di cartucce nate in Europa. Il sistema d’identificazione nei paesi anglosassoni, specialmente nel Nord-America, è invece assai più complesso. Qui generalmente le cartucce sono suddivise attraverso il diametro del proiettile, espresso in centesimi di pollice. A tale indicazione sono anche aggiunte altre indicazioni, con riferimento alla casa costruttrice o all’ideatore, come nei casi del .38 S. & W. Special (il cui diametro della palla è sempre .357), o del .416 Rigby; oppure all’arma a cui la munizione e destinata, come nel caso del .45 ACP (Automatic Colt Pistol), o del .45 Long Colt, ovvero con indicazioni facenti riferimento al peso della carica di lancio o della palla in grani, vedasi la cartuccia .44-40, in cui il “40” indica i 40 grani di polvere della sua carica di lancio. Altri riferimenti possono indicare l'anno di adozione da parte dell’U.S. Army, com’è il caso della cartuccia .30-06 Springfield: .30 il calibro (7,62) e 06 l’anno di adozione della cartuccia (1906). A tutto questo ampio e fantasioso glossario vi sono poi anche dei riferimenti puramente commerciali com’è il caso dei .22/30-30 Improved o del .221 Remington Fireball. In ogni caso è utile per tutti avere ben chiara questa tabella di comparazione tra le varie misure dei diametri delle palle. Un discorso a parte riguarda invece il munizionamento per i fucili ad anima liscia, la cui denominazione relativa al calibro (calibro 12, calibro 16, ecc. ecc.) fa riferimento al vetusto uso di designare il “calibro” in termini di numero di palle in piombo, di uguale diametro, che si riuscivano a produrre fondendo una libbra (1 libbra = 0,4536 Kg.) di piombo. Quindi, in un fucile calibro 12 il diametro della canna era tale da poter accogliere una palla di piombo del peso di 1/12 di libbra e corrispondente ad un diametro di circa 18,5 millimetri. In pratica si producevano 12 palle uguali dalla stessa libbra di piombo. Questo sistema di definizione dei calibri non riguarda le dimensioni dei pallini o dei pallettoni contenuti in queste cartucce, che invece corrisponde ad altri pesi e parametri. Paradossalmente le dimensioni dei pallini e dei pallettoni non sono uguali in tutto il mondo e varia da paese a paese. Solo la cosiddetta “palla unica” o “palla singola” sempre si adatta, ovviamente, al diametro della canna dell’arma in cui viene utilizzata. Dico si adatta perché anche qui andrebbe fatta una distinzione tra i vari tipi di palle che vanno utilizzate solo in canna cilindriche o che si possono anche impiegare in canne dotate di strozzature.


Materiali antiproiettile

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Dyneema: il futuro Molti di voi sapranno che i giubbetti antiproiettili sono realizzati in misto Kevlar e reti metalliche. Pochi però sapranno che oggi anche questo materiale è stato superato. Infatti la continua ricerca militare ha portato alla scoperta del Dyneema ancora più resistente (100% in più) del già rivoluzionario predecessore. Questo materiale, 15 volte più forte dell’acciaio, è stato reso pubblico (declassificato) da pochissimo tempo ed è ad oggi il miglior materiale per la protezione balistica, infatti fornisce protezione anche contro colpi obliqui, raffiche e oggetti appuntiti. Il Dyneema è una fibra di polietilene originariamente studiato per usi in campo aerospaziale e non è suscettibile all’attacco da parte di microrganismi o umidità, pertanto non subisce danni di alcun tipo a contatto con acqua o sudore. Il suo punto di fusione è intorno ai 150C° e non subisce danni a temperature comprese tra 150C° e 80C° circa. Mentre i tradizionali giubbotti antiproiettile non sono in grado di fornire un’adeguata protezione contro armi automatiche, a meno di continuare ad aggiungere un sempre maggior numero di strati, questo nuovo materiale ci riesce grazie alla sua particolare struttura unidirezionale (senza punti di incrocio) che fa sì che ogni strato assorba buona parte dell’energia del proiettile prima che questo passi allo strato successivo. Il trauma da impatto è notevolmente ridotto grazie alla grande aderenza tra uno strato e l’altro. Kevlar: il presente Nonostante il Dyneema sia una realtà già da alcuni mesi il Kevlar è attualmente la soluzione più diffusa. La domanda sorge spontanea: perchè non usare l’acciaio? In fin dei conti un vassoio o una portiera di alluminio riescono a parare un proiettile di piccolo calibro e l’acciaio non dovrebbe aver problemi nel fermare un calibro maggiore… Il problema nasce dal peso e dall’assenza di flessibilità di questo materiale, dovuto anche allo spessore necessario per parare un colpo di medio calibro di arma da fuoco. Indossare un giubbetto di acciaio non solo limita enormemente i movimenti, ma pesa incredibilmente. E non è nemmeno pienamente efficace. Il Kevlar al contrario è leggero, flessibile (è un tessuto a base di resina arammidica) e molto resistente (più dell’acciaio). Le sue peculiarità sono la resistenza al taglio e alle alte temperature, oltre ovviamente ai proiettili. Per questo viene usato anche nel settore civile per la realizzazione di scarponi e tute da sci antistrappo. Il Kevlar è due volte più leggero del cuoio e offre una protezione dal calore fino a 500C° inoltre non si deforma a quelle temperature (altri materiali si restringono). Infine è cinque volte più resistente del cuoio al taglio. Vetri antiproiettili: Lexan Al contrario del Kevlar il Lexan non è flessibile, viene infatti usato nelle case e nelle automobili. L’uso nei caschi è limitato agli artificieri, in quanto le squadre antiterrorismo preferiscono una piccola quantità di rischio aggiuntiva alla forte distorsione ottica prodotta dalle spesse visiere in questo materiale.


Materiali antiproiettile

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Il Lexan non è altro che una fibra di policarbonato utilizzata per diversi scopi grazie alla sua resistenza oltre che agli urti anche ad agenti chimici e intemperie. A spessori alti diventa pressoché indistruttibile, nelle banche viene usato anche fino allo spessore di 6 cm. Nulla riesce a penetrare, rompere un vetro di quello spessore: le prove mostrano che i proiettili di pistola lo scalfiscono appena, mentre quelli di fucile ne rendono necessaria la sostituzione. Ma nessun proiettile riesce a penetrare prima di almeno tre colpi nello stesso punto, e per una pistola (anche di grosso calibro) non bastano venti colpi (è sottinteso che queste prove sono state realizzate da esperti e la pericolosità di una tale operazione è altissima in quanto i proiettili rimbalzano indietro). Nemmeno i fucili caricati a pallettoni riescono a perforarlo, sebbene riescano a scheggiarlo in più punti dando l’impressione che stia per cedere, tuttavia nemmeno diversi colpi consecutivi riescono a sfondarlo. Dopo più colpi ripetuti il Lexan tende a fratturarsi in più pezzi, ma difficilmente si lascia attraversare. Il Lexan e altri materiali simili possono resistere anche all’urto contro i proiettili di un’arma automatica di medio calibro, a patto ovviamente di avere un certo spessore, che comunque solitamente non rappresenta un problema su veicoli blindati.


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Una cosa che molti non sanno è che nella classificazione delle armi i giubbotti antiproiettile sono inseriti nella sottocategoria delle armi bianche difensive, insieme agli elmetti, agli scudi e così via. A parte questa nota di “colore” mi duole constatare che in molti miei colleghi permane tuttora la scarsa considerazione di cui godono questi validissimi indumenti di protezione. Un’opinione ormai anacronistica che risale ai tempi dei primi giubbotti antiproiettile in uso alle Forze dell’Ordine. Dei capi scomodi da tenere addosso perché troppo rigidi, troppo pesanti e spesso assegnati occasionalmente, a secondo delle necessità, senza tenere conto della taglia di chi lo indossava, con il risultato di vedere degli Agenti non riuscivano ad allacciarlo o che non riuscivano a salire o scendere da un’autovettura senza storcersi il collo. Attualmente però la tecnologia ha fatto passi da gigante. I moderni giubbotti antiproiettile sono molto più leggeri e confortevoli dei loro predecessori, hanno delle caratteristiche tecniche decisamente superiori ed inoltre molti di essi si possono indossare anche sotto ad un giaccone invernale, senza che sia necessariamente dei modelli sottocamicia. Personalmente li ritengo indispensabili per la maggior parte delle molte situazioni operative alle quali sono quotidianamente esposti la maggior parte degli Agenti di P.S., mentre sono assolutamente indispensabili per le Guardie Giurate. Specie di questi tempi in cui sono queste ultime gli operatori del settore più esposti ad aggressioni di malavitosi senza scrupoli, basta vedere le azioni criminali nelle quali sono stati usati dei fucili d’assalto ed addirittura dei lanciarazzi RPG-7 per avere ragione dei furgoni blindati. I criteri I giubbotti antiproiettile non possono considerarsi dei mezzi protettivi invulnerabili, in quanto devono confrontare il loro coefficiente protettivo con il calibro e le caratteristiche tecnico-balistiche delle più svariate cartucce e con le circostanze specifiche di impiego. Il giubbotto antiproiettile pur dovendo garantire una protezione deve anche consentire la libertà di movimento e l’utilizzo delle armi e degli equipaggiamenti in dotazione. Perciò un buon giubbotto antiproiettile dovrebbe avere i seguenti requisiti: Massima leggerezza in rapporto con la superficie protetta; Facile indossabilità e vestibilità anche se portato sotto a degli indumenti pesanti; Elevata resistenza, a breve distanza, ai proiettili per arma portatile di qualsiasi calibro. Attualmente i materiali presenti sul mercato non possono, ovviamente, raccogliere tutte le suddette caratteristiche in un’unica categoria di giubbotti antiproiettile, ma la modernità dei materiali con i quali sono prodotte le piastre protettive consentono di raccogliere, in sei categorie balistiche, le caratteristiche delle principali necessità protettive, garantendo nel contempo una deformazione massima all’impatto di 44 mm., valida per tutte le categorie. Detto parametro, riconosciuto nel Nord-America ed in quasi tutti i paesi della Comunità Europea è la deformazione massima a cui tutti i produttori di questi sistemi di protezione devono rigorosamente attenersi. Questo perché una deformazione maggiore comporterebbe sicuramente delle lesioni medio- gravi ritenute inaccettabili. Mi sembra giusto precisare che le prove a fuoco vengono effettuate a distanze molto ridotte, dai tre ai cinque metri. Esaminiamo ora le categorie in cui si suddividono i giubbotti antiproiettile secondo la normativa statunitense N.I.J 0108.01, la più diffusa anche se non la più rigida nei parametri. Protezione

Cartuccia testata

Tipo di palla

I

38 Special 22 L.R.

158 gr. RN Lead 40 gr. RN High Velocity

Velocità della palla 259 m/s 320 m/s

I giubbotti di questa categoria sono quasi ormai ritenuti obsoleti, poiché le moderne armi corte più diffuse impiegano un munizionamento dalle caratteristiche tecnico- balistiche ben superiori.


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Protezione

Cartuccia testata

Tipo di palla

II-A

357 Magnum 9 Parabellum

158 gr. JSP 124 gr. FMJ

Velocità della palla 381 m/s 332 m/s

In questa categoria troviamo anche i primi validi giubbotti sottocamicia soffici che garantiscono una discreta protezione. Le dimensioni sono simili a quelle delle due prossime categorie, quindi tanto varrebbe munirsi di qualcosa di più protettivo, ma il peso però è un po’ più confortevole per un impiego prolungato. Se le palle fossero state sparate a velocità superiori, il giubbotto avrebbe comunque trattenuto la palla, ma il trauma sarebbe stato eccessivo. Protezione II

Cartuccia testata

Tipo di palla

357 Magnum 9 Parabellum

158 gr. JSP 124 gr. FMJ

Velocità della palla 425 m/s 358 m/s

La “ II ” è già una buona categoria è potrebbe già essere sufficiente per un utilizzo operativo in abiti borghesi. Il peso però, pur essendo contenuto, è di poco inferiore a quello della categoria successiva e quindi tanto vale scegliere ciò che è ancora migliore. La scelta di un classe II può essere motivata da particolari esigenze fisiche. Protezione

Cartuccia testata

Tipo di palla

III-A

44 Magnum 9 Parabellum Calibro 12

240 gr. Lead SWC 124 gr. FMJ Palla unica

Velocità della palla 426 m/s 426 m/s non indicato

La categoria III-A è il massimo che si può ottenere da un buon giubbotto antiproiettile. Le cartucce testate rappresentano quanto più di performante possa essere sparato sia dalle pistole, sia dalle pistola mitragliatrice. In una prova alla quale ho assistito personalmente, ho visto una piastra di questa categoria trattenere una palla calibro 50AE sparata da sette metri di distanza. La deformazione era notevole, così come sarebbe stato il trauma sui tessuti umani, ma la palla non è passata. Se il giubbotto è ben concepito per la protezione delle sole parti vitali, si può mantenere una buona vestibilità anche indossandovi sopra un normale capo d’abbigliamento primaverile o invernale (non aderente). Ultimamente sono apparsi sul mercato dei giubbotti di questa categoria che assomigliano molto a dei normali indumenti, tra cui i classici gilet “da pescatore”. Protezione

Cartuccia testata

Tipo di palla

III IV

7,62 mm Nato 30.06

150 gr. FMJ 165 gr. Armor Piercing

Velocità della palla 838 m/s 868 m/s

Con queste due categorie entrambi nel campo dei giubbotti nati per scopi prettamente militari. Questi indumenti sono disponibili anche con colletto e mezze maniche protette e vanno, ovviamente, indossati sopra a qualsiasi indumento tradizionale. Per questo motivo sono sia previsti dei gilet tattici specifici da sovrapporvi, oppure gli stessi giubbotti possono ospitare varie giberne e fondine esterne, offrendo un’ampia possibilità di personalizzazione. Inutile dire che il loro peso è considerevole, ma un classe IV trattiene una palla in grado di perforare due centimetri d’acciaio a cento metri e questo dice tutto.


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La scelta Per scegliere il proprio giubbotto antiproiettile dobbiamo innanzitutto provarlo. Azzeccare la taglia giusta è molto importante ed il parametro che si ha con le nostre taglie abituali non è quasi mai uguale. Escludiamo da questa prova i giubbotti di categoria III e IV per i motivi suddetti. Una volta indossato ed allacciato (perché si porta sempre allacciato!) il nostro giubbotto deve consentirci di sederci facilmente e la “prova del 9” sarebbe quello di salire e scendere dall’auto senza troppa difficoltà, inoltre deve permettere alle braccia di incrociarsi in modo che la mano sinistra tocchi o si avvicini il più possibile alla spalla destra e viceversa e la medesima prova si può fare toccandosi il bacino. Ovviamente non si può certo ritrovare il comfort di una camicia, qualche limitazione ci sarà comunque sempre, ma l’importante è che ci permetta di muoverci al meglio delle nostre necessità lavorative. I giubbotti per gli uomini sono diversi da quelli per le donne, quindi attenzione anche a questo fattore. Bisogna fare attenzione anche all’utilizzo con il cinturone o, per chi lavora in borghese alle fondine. Un giubbotto troppo lungo creerà notevoli difficoltà nel allacciare e posizionare alla giusta altezza il cinturone. Se ciò si verifica diventerà anche un problema salire e scendere dai veicoli e quindi si rischia di spendere i soldi per una cosa inutilizzabile. I “borghesi” dovranno invece stare attenti alla possibilità di prendere la pistola ed astrarla dalla fondina. Se non si riesce a fare questa operazione sono guai, perché non si può lavorare in sicurezza. Ma non drammatizziamo la situazione. I giubbotti antiproiettile fatti bene ci sono, basta solo scegliere coscienziosamente quello giusto. Una spesa che fatta una volta vi sarà utile sempre, perché aldilà della cosiddetta scadenza della casa produttrice, che è solo una forma di tutela del produttore, se conserviamo il nostro giubbotto come si deve questo vi durerà svariati anni, non è che dopo cinque anni le piastre balistiche si trasformano d’incanto in polistirolo! Dopo aver chiarito quanto sopra sfatiamo un mito cinematografico. Il giubbotto antiproiettile non vi permetterà mai di sostenere con noncuranza decine di colpi. Il singolo impatto di una palla di medio calibro, su di un giubbotto di categoria III-A, è in grado di scaraventarvi a terra lasciandovi confusi per qualche minuto, la cosa è poi soggettiva e dipende anche da vari fattori come la distanza, il punto e l’angolo d’impatto, eccetera. Di sicuro vi salva la vita, è questo l’importante.


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Tra coloro che portano un’arma per motivi professionali, come anche tra i semplici appassionati di armi, capita spesso che non vengano colte in tutta la loro importanza le caratteristiche tecniche delle loro pistole e tanto meno che esse vengano sfruttate al meglio delle possibilità che offrono per il loro impiego. Premessa Per prima cosa desidero ricordare a tutti che il “Tiro Operativo” è una forma di combattimento a tutti gli effetti. Per un appartenente delle FF. AA. o di un istituto di vigilanza questa è una leggerezza piuttosto imperdonabile, anche se, come vedremo più avanti, può avere una sua motivazione. Per un civile può apparire un problema di minor conto, sempre che non sia costretto a portare un’arma per tutelate la propria incolumità, ma non è così nemmeno in questo caso. Qui stiamo parlando sia di sicurezza che di prontezza operativa. Ora facciamo un esempio con delle pistole simili in certe loro caratteristiche tecnico-costruttive. Le pistole Beretta serie 92 (nelle sue versioni SB e FS), Ruger P95, Sig Sauer serie P220, eccetera, sono tutte armi che hanno in comune un congegno definito “leva abbatticane”. Questo congegno non è solo un congegno di sicurezza da inserire manualmente, con le altre sicure automatiche di cui dispongono non ce ne sarebbe bisogno, ma la progettazione di tale congegno riguarda anche un suo impiego operativo. Infatti questa categoria di pistole sono nate per essere utilizzate con la cartuccia camerata e sfruttando lo scatto in doppia azione. Sono armi di concezione militare, nate per un impiego operativo semplice ed immediato. Il loro congegno di sicurezza automatica applicato al percussore evita al 101% che si possano verificare degli spari accidentali in caso di caduta; se queste pistole le buttate dal decimo piano di un palazzo, si rompono ma non sparano. La sicura al percussore si può disinserire solo ed esclusivamente premendo fino in fondo il grilletto. Se abbiamo l’abitudine di portare la cartuccia camerata quest’azione comporta una forza di trazione quasi doppia rispetto a quella necessaria per lo scatto in singola azione, quindi, bisogna applicare una certa energia per esplodere il colpo, una pressione e una forza che molto difficilmente si possono esercitare inavvertitamente, anche sotto forte stress. Questa caratteristica é essenziale in un’arma da difesa moderna, perché è accertato che in singola azione lo scatto rimane troppo leggero per permettere a chiunque di agire con sicurezza in una situazione concitata, in particolar modo quando un’aggressione o un conflitto a fuoco sono molto probabili se non imminenti. In tali situazioni ci vuole davvero poco ad esplodere un colpo accidentalmente. Una cosa che non deve mai accadere, ma che purtroppo ancora succede e talvolta con esiti drammatici. Ricordiamoci sempre che non tutti conoscono la propria arma e si addestrano come si dovrebbe e in certe condizioni di lavoro occorre avere dei nervi d’acciaio come pochi. Se ancora emergono tali carenze tra le figure professionali del mestiere “armato”, figuriamoci l’imprenditore “X” che si reca in poligono ogni tanto. Inoltre, portare sempre la pistola con la cartuccia camerata è l’unica condizione che ci permette di rispondere ad un’aggressione con una reazione efficace e veloce, anche usando l’arma con una mano sola. E qui mi ricollego ad un'altra categoria di armi ancora più moderna (sempre in base alla concezione tecnica/costruttiva). Le pistole come le Glock con i suoi congegni di scatto e percussione, compresa tutta la nutrita famiglia di armi derivate da essa. Utilizzate per difesa queste armi hanno un senso se portate con la cartuccia camerata. I loro sistemi di sicurezza e il loro particolare sistema di scatto, più pesante di una singola azione, ma più leggero di una doppia azione tradizionale, sono stati concepiti proprio per questo scopo: portare l’arma con la cartuccia camerata. Ora, voglio sfatare alcune “favole” che certi “istruttori” ancora oggi propinano. Camerare la cartuccia usando il tacco della scarpa, il cinturone, stringendo il carrello tra i denti, o tra le ginocchia, o tra le natiche, sono mere fantasie. Provate a farlo “in bianco” (ossia ad arma scarica) e vedrete quanto é difficile (e con il rischio di farvi male da soli).


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Avete provato? Adesso pensate poi di farlo di fronte a un aggressore armato, magari anche solo di un coltello e che vi si sta avventando contro. Non siete convinti? Fate l’esperimento che ho fatto io con dei colleghi tra i più bravi. Ad una sagoma di quelle che avanzano elettricamente sulle carrucole, legate un coltello di gomma e poi da cinque metri fatela avanzare verso il tiratore, il quale, come la sagoma parte, dovrà estrarre, camerare la cartuccia e sparare prima che la sagoma gli arrivi addosso. Tenere presente che un uomo scatta più velocemente di una tale sagoma. Credo di aver detto tutto. Pertanto il consiglio è questo: arma in fondina, cartuccia camerata e (se c’è) sicura manuale disinserita. A questo punto vale la pena si evidenziare anche un altro aspetto dell’argomento. La leva abbatticane è concepita come una sicurezza manuale (è mantenerla inserita è utile in altri contesti) ma in azione ci serve solo per disarmare il cane. Portare abitualmente la sicura manuale inserita ci può essere fatale. E’ dimostrato che il più delle volte ci si dimentica di disinserire la sicura e si preme il grilletto a vuoto; poi si “scarrella”, si perde una cartuccia (il meno dei mali in questo caso) e si preme di nuovo il grilletto… ancora a vuoto. Solo allora ci si accorge della sicura. In poligono ho visto questo grave errore succedere diverse volte. Nella realtà la sorte può essere peggiore; questo è il fenomeno emotivo del “Loop”, tristemente accaduto ad uno dei colleghi assassinati a Bologna nella strage del quartiere Pilastro. Certo c’é più di un collega che mi dirà: ”con le pessime fondine che abbiamo conservare la pistola non è il massimo (e questo è vero!) e se mi prendono la pistola e poi me la puntano contro?”. Questa domanda è più che legittima ed il loro timore è più che giustificato, tuttavia ritengo che per prima cosa bisogna porsi sempre in una condizione tattica per evitare nel più assoluto dei modi di farsi disarmare, inoltre è accertato che l’eventualità di ritrovarsi la propria arma puntata contro é molto più remota di quella di ritrovarsi a premere il grilletto a vuoto. Un consiglio che va in po’ in contrasto che quanto sto dicendo lo voglio comunque dare: Se proprio si vuole mantenere l’arma con la cartuccia camerata e la sicura manuale inserita, per sentirsi semplicemente più sicuri e per scongiurare ogni eventualità, ma ripeto e solo una sensazione propria, il modo ci sarebbe: Esercitarsi continuamente, ogni giorno, in “bianco”, nel estrarre l’arma e contemporaneamente, con un movimento del pollice e senza modificare la presa sull’impugnatura, disinserire la leva abbatticane. In modo da rendere quest’operazione un gesto istintivo ogni volta che si afferra la pistola. Un allenamento quasi maniacale, che va ripetuto una decina di volte ogni giorno, sino a quando non ci rendiamo conto che questo gesto è divenuto un’azione istintiva. Questo è l’unico modo per evitare che un nostro personale senso di sicurezza possa trasformarsi in uno sbaglio che ci potrebbe costare caro. Inoltre, esercitandosi in questo modo si ha il doppio vantaggio di migliorare anche la tecnica di estrazione. L’applicazione delle tecniche operative di tiro sono influenzate da molte variabili, alcune sono strettamente vincolate alle situazioni di lavoro, altre sono puramente soggettive. Il compito del istruttore non semplicemente riassumibile nel convincere a portare l'arma con la cartuccia camerata per una semplice questione di tecnica meccanica, ma è quello di far comprendere l’indubbia utilità di farlo per le propria sicurezza. Ancora oggi ci sono alcune “scuole di pensiero”, ritenute tra le più autorevoli, che ritengono che non sia necessario avere la cartuccia camerata, perché le persone, sia militari sia civili, che mancano di addestramento ne sarebbero facilitate nella gestione dell’arma. Altre “menti” (nel senso buono del termine) ritengono che ciò costituisca anche un’ulteriore misura di sicurezza per la stessa tipologia di persone, qualora debbano trovarsi in condizioni di pericolo. Ebbene ritengo queste affermazioni anacronistiche quanto contraddittorie con le moderne metodologie d’insegnamento ed d’addestramento al tiro. Infatti sono proprio le persone poco addestrate (o addestrate male), che si troveranno più impacciate e in difficoltà qualora dovranno eseguire degli ulteriori maneggi per permettere all’arma di sparare e quindi di difendersi. Le suddette asserzioni non tengono conto dei fenomeni emotivi che insorgono nelle situazioni di pericolo e di forte stress, come l’aumento del battito cardiaco e il senso di affanno, il rilascio di adrenalina nel sangue che comporta una sensibile diminuzione della sensibilità tattile unita alla sudorazione delle mani, tutte manifestazioni che ci rendendo maldestri.


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Tutti fenomeni che si accentuano con la mancanza di un addestramento operativo specifico. L’azione di arretrare il carrello/otturatore della pistola, è un gesto semplice da fare all’interno di un poligono, ma è di fatto un movimento piuttosto fine che potrebbe diventare difficile da effettuarsi durante una situazione di pericolo e che comporta il rischio di provocare un inceppamento dovuto ad una manovra errata. Inoltre non si può notare come nell’esempio che ho citato prima, quanto l’azione di arretramento del carrello rallenti la velocità di acquisizione del bersaglio e tutta la reazione di difesa. Nel tiro operativo l’azione di inserire la cartuccia in canna rallenta in ogni caso i tempi di reattività. Ripropongo il caso estremo di un’aggressione a breve distanza. La necessità di dover impiegare entrambe le mani per mettere l’arma in condizioni di sparare, protendendola verso l’aggressore, facilita la possibilità che la pistola ci venga afferrata, quando invece in tale contesto basterebbe attuare la tecnica di tiro in ritenzione dell’arma per salvarci. In questo esempio ho utilizzato l’aggettivo “estremo” non solo per sensibilizzare l’attenzione sull’argomento, è sufficiente seguire le cronache per accorgersi che le aggressioni sono sempre più violente e inaspettate. Avere l’opportunità di reagire con un’arma da fuoco e sprecarla, perdendo tempo per inserire la cartuccia in canna, potrebbe significare la perdita dello scontro con esiti anche mortali. Diamo uno sguardo anche al fattore addestramento. Chi non è abituato ad avere la pistola con la cartuccia camerata, quale sensazione avrà nel dover operare con l’arma in una condizione diversa dalla solita a causa della critica situazione del momento? L’agente che si prepara per una qualsiasi operazione di polizia di un certo rischio presuppone che abbia il buon senso di porsi in una condizione di sicurezza, sia propria che per gli altri, adottando un comportamento adeguato a mantenersi pronto e reattivo per risolvere la situazione nel migliore dei modi, per quanto potrà anche essere drammatico ciò che dovrà fare per sopravvivere. Allo stesso modo dovrà fare il padre di famiglia che deve difendere i suoi cari. Ragion per cui mai e poi mai si dovrà armare la pistola e proseguire l’azione con l’arma con il cane armato e la cartuccia in canna! Sotto forte stress e con l’adrenalina che “pompa” ci vuole poco ad annullare inavvertitamente la corsa del grilletto, vincendo quei pochi etti e combinare un disastro. Quindi chi si ostina a non portare il colpo camerato dovrà necessariamente agire eseguendo l’unica azione sicura e sensata che può fare. Con le armi dotate della leva abbatticane, sarà necessario: 1. Inserirla, mantenendo così il cane in posizione di riposo, 2. camerare la cartuccia con una bella “scarrellata” da manuale, 3. poi disinserire subito la leva abbatticane. In questo modo la pistola sarà pronta al tiro in doppia azione, in condizione di totale sicurezza. Per le pistole di derivazione Glock sarà ancora più semplice, c‘è solo da“scarrellare” con decisione, senza nessuna sicura su cui intervenire. Andiamo ancora più avanti. Poniamo il caso che la situazione critica non ci conclude in breve tempo ma prosegue, oppure si risolve alla meglio. Anche in questi due casi si dovrà scegliere se lasciare la pistola in una condizione non usuale, oppure riportarla nella condizione in cui si è abituati, ossia con la camera di cartuccia vuota e reinserendo la cartuccia nel caricatore. Certo questa non una manipolazione da effettuarsi sotto stress e tanto meno non ci si può recare in un luogo sicuro e indiscreto per fare eseguire le operazioni necessarie. In questi casi bisognerà proseguire le proprie vicende mantenendo l’arma con la cartuccia camerata. E qui sta la differenza. Colui che è abituato a portar la pistola con la cartuccia camerata sarà facilitato e più concentrato nel proseguo delle sue attività, perché una volta conclusa l’azione dovrà semplicemente rimettere l’arma in fondina. Per contro nell’altro caso si vivranno delle altre sensazioni. Provate ad immaginare questa situazione:


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Ho sparato, oppure mi sto accingendo a farlo e ho appena camerato la cartuccia, ma la situazione di pericolo é momentaneamente o definitivamente cessata. Che faccio? Rimango con il cane armato, rimettendo l’arma in fondina in questa condizione? MAI! Mai fare una cosa del genere! C’é chi si é sparato in una gamba per una simile scelleratezza. Tenete presente che in situazioni del genere, intorno a noi ci sono ben altri fattori che focalizzano la nostra attenzione, siamo sempre o stiamo uscendo da una situazione di potenziale pericolo. Quindi s’inserisce la leva abbatticane (il cane torna quindi in posizione di riposo) e poi la si disinserisce subito. Qualora la situazione di pericolo si dovesse ripresentare avrò già l’arma pronta con la cartuccia camerata. La possibilità di sfruttare la funzione della leva abbatticane, mantenendo l’arma pronta in doppia azione, é un vantaggio da non sottovalutare nell’uso tattico della pistola, perché permette di fronteggiare una minaccia incombente con la massima prontezza. Dopo questo esempio si comprende maggiormente come le pistole Glock (e similari) siano avvantaggiate sotto l’aspetto della sicurezza, poiché richiedono meno manipolazioni per il loro impiego ed a maggior ragione vanno portate con la cartuccia camerata. Inoltre, avendo uno scatto che richiede di esercitare sempre la stessa medesima pressione, ne risulta agevolato anche l’apprendimento sul controllo della trazione del grilletto, non essendoci diversità tattili. Tutte le considerazioni sin ora espresse si riferivano a due grosse categorie di pistole, ma non ci si può dimenticare di un’altra categoria, molto diffusa. Quella che accorpa tutte le pistole progettate con il sistema di chiusura Colt-Browining e derivate. Per intenderci meglio si può parlare in realtà di due sotto categorie: quelle strettamente derivare dalla Colt Governament (o 1911A1), dotate di scatto in singola azione e dotate di congegni di sicurezza manuali sul fusto e quelle dotate di scatto misto (singola e doppia), ma anch’esse dotate di una sicura manuale sul fusto che blocca il cane in armamento (CZ, Tanfoglio, eccetera). Come ci si comporta con queste armi? Con le pistole di derivazione Colt non c’è molta scelta. Quando si arriva al “dunque” si arma la pistola camerando la cartuccia e, quando necessario, c’è solo la sicura manuale a leva laterale di inserire per bloccare il cane. L’altro congegno di sicurezza, collocato sul dorso dell’impugnatura e concepito per bloccare l’arretramento del grilletto, viene disinserito subito nel momento che si impugna la pistola. Quindi, in situazioni di pericolo l’unico maneggio di sicurezza che garantisce la massima reattività, rimane quello di non collocare il dito sul grilletto. Un po’ pochino in certi contesti. La stessa analoga situazione la riscontriamo anche nell’altra sotto categoria. Pure qui abbiamo solo la leva di sicurezza laterale al fusto che possiamo inserire per bloccare il congegno di scatto. Per queste ragioni con queste pistole sarebbe bene allenarsi ad inserire la sicura dopo aver camerato la cartuccia, pronti a disinserirla un attimo prima di sparare. Una manipolazione che si effettua semplicemente con un’azione del pollice, ma che resta comunque un gesto di una certa finezza, che in condizioni di stress può non essere così semplice. Sempre che non ci si addestra, in “bianco”, con un’assiduità costante e continua. Le pistole come le CZ (che personal mente le ritengo delle armi di prim’ordine) e simili, essendo dotate di un’azione mista offrono anche un’altra possibilità operativa. Non essendo dotate, tranne che nelle versioni BD, di una leva abbatticane, l’unico modo di poter sfruttare la doppia azione si può attuare eseguendo prima una manipolazione piuttosto particolare, uguale a quelle utilizzate per disarmare il cane nei revolver; ossia: 1. Premere il cane con il pollice della mano sinistra (viceversa per i mancini) in modo da trattenerlo, non agendo sulla sua cresta, ma inserendolo tra fusto e cane, 2. Sbloccare il cane tramite la trazione del grilletto, 3. Rilasciare completamente il grilletto, 4. Riaccompagnare lentamente il cane in posizione di riposo, o anche sulla sua prima monta. Eseguendo correttamente questa serie di azioni la sicurezza automatica sul percussore eviterà in ogni caso qualsiasi rischio. Certo non è un maneggio da effettuare di fretta e nell’eccitazione di una situazione di pericolo, ma questo è l’unico modo per sfruttare la doppia azione in questa sotto categoria di pistole. Fermo restando che, anche qui, rimane sempre la necessità di abituarsi a sentire al tatto la differenza tra i due tipi di trazione.


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Non è finita qui. La scelta tra queste due condizioni operative, cartuccia camerata o no e la relativa dilatazione dei tempi di risposta ad un’aggressione, dovrebbe far riflettere i “seguaci” del porto senza cartuccia in canna e che talvolta consigliano di prepararsi ad ogni eventualità camerando la cartuccia e predisponendo l’arma per sfruttare la doppia azione, solo in quelle particolari situazioni a scelta dell’operatore. Sbagliato! La pistola si porta solo e sempre nella medesima condizione! Uno degli effetti causati dallo stress è proprio quello di inibire le capacità di ragionamento, influendo sulla dilatazione dei tempi quando si è di fronte a delle scelte molteplici, ciò renderà problematico ricordare in che stato si trova effettivamente l’arma. In queste condizioni accadrà, con buona probabilità, che estraendo l’arma si effettuerà ugualmente l’arretramento del carrello/otturatore con il risultato di perdere tempo e una cartuccia (quella precedentemente camerata) e ciò sarà dovuto all’abitudine acquisita di estrarre l’arma e subito arretrare il carrello/otturatore. In ultimo non si può collegare quanto suddetto a quello che potrebbe succedere quando si decide di scaricare l’arma in caserma o a casa propria. Avere o non avere la cartuccia camerata non influisce sulla sicurezza di maneggio quando bisogna disattivare l’arma (ossia privarla di tutte le cartucce al suo interno), tant’è che l’errore più comune e diffuso, complice la routine quotidiana, è quello di non mantenere l’attenzione su ciò che si sta facendo con la pistola e quindi dimenticare di estrarre il caricatore ed arretrare il carrello/ otturatore, inserendo così la cartuccia nella camera di cartuccia. Se a tal punto si è talmente sprovveduti di effettuare lo scatto a vuoto, ma che a vuoto non sarà, l’incidente è garantito e magari anche la tragedia. Ricordiamoci bene che non sono le condizioni dell’arma a provocare l’incidente ma la mancanza di addestramento del personale e/o l’abitudine di eseguire delle manipolazioni senza la giusta attenzione, o peggio con trascuratezza. Sintetizzando il tutto si può affermare senza dubbio che con le pistole di moderna concezione, così come per tutte le armi da fuoco corte e lunghe, Le uniche regole da rispettare sono sempre le NORME di SICUREZZA BASILARI per l’utilizzo delle armi.


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Quante volte abbiamo sentito questa frase nei film per poi vedere gli attori muoversi in modo tale che, in una situazione reale, si sarebbero sparati nella schiena a vicenda. Ebbene la copertura dei colleghi (o compagni) che avanzano in perlustrazione o che si stanno avvicinando ad una persona sospetta non è una procedura che si improvvisa al momento. Per dare una copertura efficace a chi ci sta davanti occorre innanzitutto che chi agisce abbia queste capacità: 1. sia pienamente capace di maneggiare una arma con sicurezza di se ed in sicurezza per chiunque altro; 2. sia in grado di sparare mandando i proiettili la dove si vuole mandarli, in un ristrettissimo cono di dispersione; Se non si possiedono queste capacità allora è meglio continuare a leggere questo testo con il solo scopo informativo - culturale, ma senza mettere in pratica ciò che viene spiegato. Scusate la freddezza ma qui se si sbaglia si rischia davvero di ferire (o peggio) i propri colleghi. Quindi, prima di voler fare certe cose, mettiamoci una mano sulla coscienza e riconosciamo i nostri limiti, anche se pur tuttavia si possono superare con (e non mi stancherò mai di dirlo) un costante ed assiduo addestramento al tiro. AH! Dimenticavo di chiarire un punto! Il termine fuoco amico è un termine puramente giornalistico. Un proiettile quando esce dalla canna non ha amici (e neanche ne ha mai avuti prima), è pericolosissimo e buca ciò che trova sulla sua traiettoria. Ma ora torniamo al nostro argomento. Dare la copertura cosa significa? Coprire un compagno significa essere in grado di neutralizzare una minaccia armata quando vi è la necessità di avvicinarsi o allontanarsi verso un obiettivo umano e/o non. La copertura va effettuata in modo tale che se si dovesse concretizzare un’aggressione armata o uno scontro a fuoco, chi è più esposto abbia la possibilità di mettersi al riparo o di agire all’uopo, mentre chi copre deve essere in grado di contrastare la reazione avversaria prima che questa possa colpire chi dei “nostri” si trova allo scoperto. Prima di addentrarci in alcuni concetti tecnici bisogna chiarire alcune cose. E’ FONDAMENTALE che per dare una copertura efficace bisogna prima di tutto che ciascun operatore, indipendentemente dal proprio ruolo, abbia ben presente quale sia il proprio campo di tiro e quello degli altri suoi compagni. Per “campo di tiro” si intende quell’area immaginaria in cui ogni operatore può sparare senza colpire un “amico”. Chi ha fatto il militare in qualche reparto ben addestrato ha già coscienza di ciò, ma la maggior parte degli operatori delle nostrane Forze di Polizia o degli Istituti di Vigilanza ha solo un’idea vaga o non ce l’ha affatto. Stabilire i propri campi di tiro significa sapere che: • se si deve sparare lo si può fare solo entro un’area ben definita; • se ci si deve muovere lo si deve fare senza entrare nel campo di tiro degli altri compagni. Ricordate che quando un proiettile esce dalla canna non ha amici!! Se si sbaglia a muoversi e si entra nel campo di tiro di qualcun altro si rischia di buscarsi una palla altrimenti diretta altrove. Quindi è importantissimo avere la piena cognizione di quello che è il nostro campo di tiro, sapendo che questa area si può anche restringere ed allargare inavvertitamente a seconda dell’evolversi della situazione a della reazione avversaria. D’altronde i conflitti a fuoco sono delle situazioni molto fluide, ma questa fluidità dobbiamo ricondurla solamente alla reazione dell’avversario e non alle nostre azioni o a quelle dei nostri compagni.


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(A)

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(B)

(Nelle foto “A” e “B” si può notare come il campo di tiro non deve interessare il compagno che ci precede in nessuna fase del movimento); Il “campo di tiro” non deve essere confuso con il “cono di dispersione di un’arma”. Sono due cose ben distinte e diverse. Il “cono di dispersione” è quel cono immaginario che va dalla volata della canna sino la nostro bersaglio. All’interno del cono di dispersione, impressa sul bersaglio, si trova la rosata dei proiettili. E’ risaputo che aumentando la distanza del bersaglio aumenta anche il diametro del cono di dispersione. Ciò a causa di tutti quei fattori dovuti sia agli errori umani di strappo e di riallineamento degli organi di mira, ma anche a ciò di non umano che può influenzare la traiettoria del proiettile. Ora, riallacciandoci a ciò che ho scritto in apertura, è ovvio che più un tiratore è capace di sparare, più il suo cono di dispersione sarà ristretto. Quindi il campo di tiro è quell’area in cui il nostro cono di dispersione si potrà muovere, ma senza allargarsi. Un po’ come se fosse un fascio concentrato di luce in una stanza buia. Il fascio di luce è il nostro cono di dispersione e la stanza buia è il nostro campo di tiro.


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(C) (Nella foto “C” si evidenzia, in una fase operativa, la differenza tra il campo di tiro ed il cono di dispersione dell’arma); Chiaro l’esempio? Ok andiamo avanti. Adesso vediamo come si mette in atto la copertura. Una premessa: l’addestramento per imparare a dare la copertura richiede delle esercitazioni specifiche, che non possono concretizzarsi (come purtroppo spesso accade) all’interno di un unico corso di tiro insieme ad altre decine di nozioni diverse in materia di armi. Questa forma di addestramento si effettua iniziando con delle esercitazioni con armi non letali (soft-air, AirMunition o simunition) e termina con delle esercitazioni di tiro in cui vengono impiegate delle sagome “amiche” a cui dare la copertura con il nostro fuoco. In queste forme di addestramento l’utilizzo di sagome ostaggiate esula dal concetto di copertura e non serve a niente per questo scopo. Inoltre nella realtà e sempre meglio evitare di sparare a chi tiene in ostaggio una persona. Il rischio è troppo elevato e se va male le conseguenze morali e legali ce le ricorderemo per tutta la vita. Meglio un criminale in fuga che non un innocente da noi ferito o ucciso. (se poi mancassimo il bersaglio “ostile” l’ostaggio rischierebbe davvero di essere ammazzato dal criminale). L’utilizzo di soft-air, AirMunition o simunition, la cui traiettoria dei proiettili di plastica, alle corte distanze, permette una discreta simulazione della realtà, aiuta molto a comprendere cos’è il campo di tiro e gli errori che si possono commettere, inoltre evidenzia molto come ci si deve muovere in determinate situazioni. Allo stesso modo le esercitazioni di tiro con sagome “amiche” evidenzieranno l’importanza di avere un’ottima gestione dell’arma e di quanto sia fondamentale capire quali sono i margini del campo di tiro quando il nostro cono di dispersione si avvicina ad essi.


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Ovviamente non dobbiamo pensare che possa esservi un’unica minaccia da fronteggiare, ma dobbiamo prevedere anche più aggressori a distanze diverse. La copertura di uno o più compagni può essere finalizzata verso due tipi di obiettivi. Il primo caso è quando si ha un obbiettivo ben definito ed il secondo caso è la perlustrazione verso un’area ove possiamo trovare uno o più aggressori, quindi verso un obiettivo non definito. Sostanzialmente bisogna riconoscere che spesso le due cose si fondono, perché nulla proibisce al fato crudele di far subentrare una nuova ed inattesa minaccia mentre ci avviciniamo ad un obiettivo definito; è proprio per questo motivo che serve la copertura! In entrambi i casi quando avanziamo verso un obiettivo definito o indefinito dobbiamo evitare di muoverci in una singola colonna. Il movimento in colonna è indicato quando si sta agendo con una specifica attività operativa tipicamente militare e tattica. Sia quando scendiamo da un veicolo, sia giungendo a piedi dobbiamo avanzare ben distanziati, affiancati o tutta più, se le circostanze lo richiedono, sfalsati di qualche metro. In un ambito urbano, finché non abbiamo individuato quello che è il nostro obiettivo, è consigliabile muoversi rasente ai muri (se ci sono) che delimitano la strada o l’area in cui dobbiamo avanzare. In questo modo possiamo sfruttare una qualsiasi rientranza come riparo. In caso di necessità anche dei veicoli parcheggiati possono andare bene, ben sapendo però che non tutte le zone di un veicolo possono offrire un adeguato riparo balistico. Questo accorgimento è importante perché permette di avanzare alternandosi in modo che uno copre l’altro e l’area viene osservata da ciascun operatore da un diverso campo visivo, che ci può permettere di notare particolari o situazioni che potrebbero sfuggire all’altro compagno.

(D)

(“D”: avanzare affiancati e senza copertura è solamente pericoloso. Un aggressore ci può colpire rapidamente e senza fatica); Mantenere l’iniziativa!! Più ci si avvicina all’obiettivo più dobbiamo avere in mente la prossima mossa da fare per mantenere efficace la nostra copertura ed evitare di farci sorprendere dagli eventi. Quindi prima di muovermi devo già sapere in che direzione muovermi e cosa fare nel caso di un imprevisto. L’osservazione del territorio intorno a noi non deve essere finalizzata alla sola individuazione del pericolo, ma anche all’individuazione di un riparo in cui poter indietreggiare mentre il mio compagno mi copre. Tutto ciò è importante per mantenere l’iniziativa. Lo sprovveduto non solo perde l’iniziativa ma spesso poi non sa più come uscire dai guai. Una volta definito l’obiettivo bisogna “stringerlo”. L’operatore più avanzato effettua il controllo, mentre l’altro (o gli altri) si avvicinano ma sempre mantenendosi ad una certa distanza ed in posizione defilata.


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In questo modo si evita di concentrare l’attenzione altrui su due punti vicini (gli operatori) e li costringerà a distogliere l’attenzione da uno per rivolgerla all’altro. Ciò ritarda inevitabilmente le loro reazioni e ci permette di guadagnare qualche secondo per agire prontamente. Qualora la persona sospetta sia molto vicina al primo operatore, allora è consigliabile avvicinarsi quel tanto che basta da poter intervenire nel caso in cui il sospetto si avvicini troppo o aggredisca il nostro compagno. Un’eventualità in cui è molto difficile usare un’arma da fuoco o, come spesso accade, non ci è nemmeno consentito o non è nemmeno il caso. Ricordate che spesso la reazione di una persona emotivamente agitata può apparire più drammatica di quello che è realmente e commisurare la nostra reazione non è sempre facile. Inoltre non abbiamo nemmeno il lusso di poter abbassare la guardia. Una persona agitata o uno squilibrato comunque posso estrarre un coltello nel momento più inaspettato. Queste eventualità possono però venire annullate proprio dall’efficacia del nostro avvicinamento. Spesso il criminale accorto e professionale evita, se non disperatamente costretto da altre circostanze, di agire contro degli operatori di polizia quando si accorge di non avere possibilità nel sorprenderci o di non avere vie di fuga. Se concretizziamo tale situazione il rischio di una sua reazione si riduce notevolmente. Prima di proseguire focalizziamo bene un punto; Quando dobbiamo controllare delle persone tenere d’occhio chi costituisce il nostro obiettivo è la prerogativa, ma non dimentichiamoci di ciò che c’è intorno. Dare copertura significa soprattutto controllare tutto ciò che ci circonda quando operiamo. Ad avvicinamento ultimato, durante il controllo della persona sospetta, non commettiamo l’errore di concentrarci solo su chi stiamo controllando trascurando tutto il resto. Il compito del “palo” o del “guardaspalle” (nella terminologia criminale) è proprio quello di dare una copertura esterna agli altri delinquenti. Se “il palo” o il “guardaspalle” non viene notato, si corre il rischio di ritrovarsi un criminale armato alle spalle, come già tristemente è accaduto. Se in un ambito urbano c’è più la possibilità di “stringere” il nostro obiettivo con un avvicinamento adeguato, negli spazi aperti le cose cambiano un pò. Aumentano le potenziali vie di fuga ed aumenta il rischio che ad una reazione armata corrispondano delle mosse inadeguate a fronteggiare la situazione. In campo aperto può essere più difficile trovare un riparo ed è più facile finire nel campo di tiro di un nostro compagno. Inoltre la possibilità di occultamento tra la vegetazione può sia aiutarli, sia metterci in difficoltà. Sicuramente si avrà la possibilità di muoverci affiancati ed essendo in un’area aperta possiamo distanziarci maggiormente, in modo da costringere il nostro avversario a ruotare per prenderci di mira (la tecnica del “ventaglio” ), ma anche per aumentare il nostro campo di tiro. Poi, una volta definito l’obbiettivo si potrà “stringerlo” (se possibile), ma sempre con la dovuta accortezza all’ambiente circostante. In tale contesto mentre si avanza verso un’ obbiettivo definito possiamo già disporci in un ampio semicerchio, in modo da poter “stringere” al momento opportuno e procedere al controllo. Altri due aspetti della copertura Tenendo buone tutte le raccomandazioni fatte in apertura della prima parte di questo argomento, vediamo adesso due aspetti particolari della copertura. Il primo riguarda il buio ed il secondo riguarda i veicoli. A ben vedere non è che ci siano delle novità inaspettate rispetto a quanto già detto, anzi, si può dire che sostanzialmente non cambia nulla su come dobbiamo operare, ma in più si vanno ad aggiungere dei fattori sia favorevoli che sfavorevoli. Vediamo come sfruttare i primi e neutralizzare i secondi. Di notte Una premessa importante! Di notte in aperta campagna non si effettuano ricerche o perlustrazioni di nessun genere, questo non per vigliaccheria ma per buon senso, dato che non siamo dei militari in guerra, ma degli operatori di P.S. e/o delle persone incaricate di un servizio armato di tutela.


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Quindi non dobbiamo rischiare inutilmente la pelle esponendoci ad agguato tra i più semplici da effettuare. I malviventi se non si prendono subito si possono prendere anche dopo. Fine della premessa. Innanzitutto bisogna sapere che l’occhio umano ci mette sempre un po’ di tempo per abituarsi al buio ed il passaggio tra un ambiente illuminato ed uno oscuro comporta diversi minuti in cui la pupilla fa molta fatica a focalizzare un qualsiasi oggetto. Se poi dobbiamo passare da un luogo chiuso fortemente illuminato ad un’area molto scura, i nostri occhi ci possono impiegare anche mezz’ora prima di abituarsi. In assenza di fonti luminose artificiali c’è quasi sempre la luce naturale. La luna è sempre di ottimo ausilio, ma anche il solo cielo stellato ci può aiutare. In queste condizioni però non si può avere la pretesa di osservare un oggetto nei suoi particolari, ma dobbiamo focalizzare la nostra attenzione sulla sola sagoma in generale. Ciò aiuta molto a non sforzare i nostri occhi e permette comunque di notare se una persona tiene in mano qualcosa. Anche l’ambiente in cui ci dobbiamo muovere va osservato in modo diverso. Bisogna usare la cosiddetta “vista d’insieme” o “periferica”, ossia senza fissare un punto preciso bisogna fare attenzione in tutto il nostro campo visivo nella sua ampiezza, in modo da notare un qualsiasi movimento davanti a noi. Ovviamente, quando ce ne sarà bisogno, dovremo operare a distanze più serrate e, se necessario, dobbiamo sparare solo se abbiamo la certezza che “il nemico” sia intenzionato ad usare un’arma contro di noi. Condizioni che comunque rientrano ampiamente nella distanza media di un conflitto a fuoco (+/- 7 metri) ed anche in questo caso valgono i consigli espressi nel primo capitolo di questo argomento. Attenzione quindi a non confondere i nostri compagni con gli “ostili”, stiamo pur sempre agendo con scarse condizioni di luce. Anche se difficilmente in un centro abitato ci possono essere delle aree di buio totale, quando si tratta di dover controllare una persona sospetta o perlustrare un area ci si accorge subito di come il buio complica le cose: le forme non sono ben definite e si confondono tra loro, le luci e le zone d’ombra cambiano la morfologia delle cose, le distanze sono falsate e spesso gli stessi organi di mira ci sembrano introvabili o diversi. Nella prima tesi sui conflitti a fuoco avevo già introdotto una serie di valide regole riguardanti le scarse condizioni di luce, ma adesso ci si deve esporre per poter risolvere una situazione operativa; come possiamo sfruttare il buio a nostro favore? Prima cosa proviamo a far luce dove vogliamo. Se abbiamo a nostra disposizione solo delle torce elettriche vediamo di accenderne solo una ed al momento opportuno. La torcia elettrica può rivelarsi un’arma a doppio taglio. Tenere la torcia sempre accesa serve solo a rivelare la nostra posizione. Meglio accenderla solo nel momento in cui dobbiamo illuminare il nostro bersaglio, stando pronti a sparare ed avendo l’accortezza di tenerla il più distante possibile dal nostro corpo. Usare il braccio con la torcia come appoggio per l’arma é utile per prendersi un proiettile nello stomaco! Sparare contro le fonti di luce é una prassi abituale. Questo è quanto avevo scritto in precedenza. Il braccio con la torcia come appoggio per l’arma non garantisce stabilità e non è vero che il proiettile va dove il fascio di luce illumina, bisogna comunque usare gli organi di mira. Per avere una tale certezza bisognerebbe allenarsi intensamente sia sulla corretta impugnatura dell’arma (sempre fondamentale in qualsiasi situazione), sia sulla corretta impugnatura della torchia e “dulcis in fundo” sul far coincidere entrambe le cose. Una cosa difficilmente attuabile sotto stress. Personalmente ritengo più saggio mantenere la torcia lontana dal corpo (secondo il vecchio metodo F.B.I.) ed utilizzare la pistola ad una mano. In tale modo possiamo comunque puntare l’arma dove vogliamo e l’accensione della luce, indirizzata da subito nel punto prefissato, può disorientare l’avversario che focalizzerà la sua attenzione sulla fonte di luce e cioè qualche decina di centimetri lontano dalla nostra figura e garantendoci qualche secondo in più, in nostro vantaggio, per mirare e sparare. Qualche decina di centimetri e qualche secondo vi sembrano poca cosa? Vi garantisco che sono ampiamente sufficienti per salvarci la pelle.


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Ora è chiaro che chi utilizza la torcia è anche un potenziale bersaglio, come possiamo proteggerlo? Per prima cosa chi “copre” deve rimanere il più possibile in una zona d’ombra. Così facendo l’attenzione del potenziale aggressore si concentrerà sulla fonte di luce, ponendo chi copre in una posizione di ulteriore vantaggio ed in grado di intervenire prontamente.

Se l’area è molto buia, chi da la copertura può anche sopravanzare il compagno che sta facendo luce sul nostro obiettivo, facendo però molta attenzione ai campi di tiro ed a non rivelare la propria presenza con rumori inconsueti. In questo modo si potrà sfruttare anche l’effetto sorpresa che deriva sempre dall’altrui attenzione concentrata sulla fonte di luce. In tali casi, qualora sia palese un reazione avversaria verso la fonte di luce, si può aiutare il collega con la torcia con un semplice stratagemma; un “ Fermo! ” o un semplice “ EHI ! ” (o altro richiamo) intimato a voce alta da chi sta al buio, porterà ad un ulteriore attimo di disorientamento il nostro avversario, facendoci guadagnare altri istanti preziosi. La stessa tattica la possiamo anche utilizzare usufruendo dei fari del nostro veicolo come fonte luminosa. Mantenendo accesi i fari abbaglianti e posizionandoci fuori dal veicolo nelle zone d’ombra laterali ai fari ed al loro fascio di luce, avremo altresì il vantaggio di accecare il nostro obiettivo aumentando il nostro vantaggio. I veicoli. Come si controlla un veicolo ed i suoi occupanti? Cerchiamo sempre di arrivargli da dietro. Perché? E’ presto detto. I veicoli muniti degli specchi retrovisori tradizionali hanno due angoli morti posteriori piuttosto ampi, ossia vi sono due aree che rimangono fuori dal campo visivo riflesso dai retrovisori e che gli stessi occupanti del veicolo fanno fatica ad osservare anche ruotando la testa. I montanti del tetto del veicolo vanno ulteriormente ad ampliare queste due aeree. I periti delle assicurazioni conoscono sicuramente bene questo particolare poiché è causa di innumerevoli sinistri stradali. Ebbene se ci avviciniamo posteriormente ad un veicolo mantenendoci all’interno di queste due aree possiamo sia osservare i movimenti degli occupanti con un discreto vantaggio, sia avvicinarci senza essere visti se non all’ultimo momento. Attenzione però che non siamo invisibili!


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Lo sfruttamento di queste due aree si possono ben raffigurare con questo disegno:

(fase 1: controllo visivo)

(fase2: avvicinamento)

Ora partendo dal fatto di essere una pattuglia composta da due operatori e l’autovettura è ferma (o è stata fatta fermare) sul margine destro della carreggiata, si può notare che, come raffigurato, i due operatori si avvicinano mantenendosi in direzione degli angoli posteriori del veicolo, rimanendo però a poco più di un metro circa, verso l’esterno, da essi. Questo è il famigerato punto morto che permette di avvicinarsi sino all’altezza dei montanti posteriori del tetto. Nella fase successiva l’operatore esterno (A = autista) si porta a lato del veicolo mantenendosi però ad una distanza di 2 o 3 metri da esso. questo spostamento deve avvenire camminando e senza perdere l’attenzione su ciò che succede all’interno dell’auto. Nel contempo, l’operatore interno (B = capopattuglia) stando fermo, osserverà gli eventuali movimenti degli occupanti attraverso il lunotto posteriore. In questo momento è “B” ha dare la copertura ad “A”, infatti “A” mentre si sposta deve anche stare attento a dove mette i piedi ed a dove andrà a posizionarsi, scegliendo il punto migliore per controllare lateralmente il veicolo. Una volta che “A” si è piazzato perpendicolare alla portiera anteriore, “B” si avvicina allo stesso lato del veicolo da controllare passando vicino ad esso, così da controllare la presenza di qualcuno disteso sul sedile posteriore o tra i due sedili. Se i sedili posteriori sono vuoti, “B” si fermerà all’altezza del montante laterale ed intimerà al conducente di scendere per procedere al controllo.


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(fase 3: si procede al controllo del veicolo) Un passo indietro: nel caso in cui sia palese la presenza di un passeggero anteriore. Questo verrà fatto scendere (l’intimazione la effettua “B”) e verrà fatto posizionare dall’altro lato del veicolo, con le mani appoggiate al tetto in prossimità della portiera posteriore sinistra (o comunque in quel punto, se la portiera non c’é). Questa fase avviene prima che “A” inizia il suo movimento. Questo è importante perché la presenza di una persona appoggiata in quel punto del veicolo impedisce o complica una reazione ostile verso “A” da parte di un eventuale occupante nascosto sul sedile posteriore. Se vi è anche un’altra persona sul lato destro del sedile posteriore, questa va fatta scendere anch’essa, ma dopo che è scesa prima quella sul sedile anteriore destro ed andrà fatta posizionare sempre dal medesimo lato, insieme all’altra. (vedi disegno sottostante) Mi sembra giusto ricordare che per il controllo di un veicolo con più di due persone a bordo è sempre meglio richiedere l’ausilio di un’altra pattuglia, in modo da non trovarsi in svantaggio, qualora la reazione di più persone, anche se non armate, possa sopraffarci o che magari abbandonino il veicolo per darsi la fuga in direzioni diverse. In tali casi non si possono usare le armi da fuoco e nemmeno si sa a chi corre dietro.

(fase1: intimazione a scendere)

(fase2: controllo visivo a distanza)


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(fase3: ordine di spostarsi)

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(fase4: si procede al controllo)

Precisato questo, ritorniamo alla fase 2 precedentemente descritta: “A” che si è piazzato perpendicolare alla portiera anteriore e “B” che si avvicina sino all’altezza del montante laterale e procede al controllo del conducente. Appare evidente che una volta in posizione è ora “A” che copre il movimento di “B” e solo quanto “B” lo avviserà che è tutto a posto, “A” si avvicinerà ad aiutarlo nel controllo dell’occupante (o degli occupanti) del veicolo sospetto. Quindi riassumiamo brevemente i ruoli: nella primissima fase “A” e “B” osservano entrambi il veicolo sospetto. Dopo “A” si avvicina molto esternamente in modo che “B” lo può coprire mantenendo nel suo campo di tiro posteriore l’intero veicolo. Successivamente è “A” ad avere nel suo campo di tiro laterale l‘intero veicolo in modo tale da permettere a “B” di avvicinarsi e procedere al controllo. Ovviamente il campo di tiro di “A” si restringerà progressivamente con l’avvicinarsi di “B” ed è per questo che è importante il posizionamento di “A” all’altezza della portiera anteriore. Appunto: Nella fase 3, qualora sia necessario, in particolari condizioni sfavorevoli e per ragioni di massima sicurezza, procedere al controllo del solo conducente o anche in presenza di un passeggero al suo fianco, senza farlo/i scendere dal veicolo, “A”, dopo il sopra descritto avvicinamento, si porterà contemporaneamente a “B”, all’altezza del montante anteriore sinistro del tetto, con l’arma rivolta all’interno del veicolo in modo da controllare visivamente ciò che si trova al suo interno. “B” procederà al controllo aprendo lui la portiera e facendo scendere prima il conducente, che verrà controllato a terra mentre “A” mantiene sotto tiro l’altro occupante del veicolo, che verrà fatto scendere e controllato successivamente alla neutralizzazione (nel senso buono del termine) del conducente. Un’ultima considerazione. Perché nel controllo di due persone, entrambe vengono fatte scendere, mentre nel controllo di una sola persona non è necessario? Il motivo è presto detto: quando il passeggero passa dietro al veicolo per qualche istante copre la nostra visuale, impedendoci di osservare ciò che fa il conducente. Inoltre vi garantisco che se il passeggero fosse una donna (magari pure carina) l’attenzione di due incauti operatori si concentrerebbe su essa, permettendo all’autista di sorprenderli.


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Nelle due tesi precedenti ho sempre parlato di tattiche diciamo così “offensive” nelle quali si avanzava perlustrando determinate aree o procedendo al controllo di persone sospette. Mantenere l’ iniziativa era ed è la prerogativa fondamentale per evitare delle reazioni inaspettate da eventuali aggressori e contemporaneamente metterli alla strette qualora volessero continuare a manifestare un atteggiamento ostile. Mantenere l’iniziativa significa anche sapere come tirarsi fuori dai guai senza farsi male e qui mi rifaccio alla prima tesi che ho scritto su questo argomento. Ossia sul concetto base di copertura: … “La copertura va effettuata in modo tale che se si dovesse concretizzare un’aggressione armata o uno scontro a fuoco, chi è più esposto abbia la possibilità di mettersi al riparo o di agire all’uopo, mentre chi copre deve essere in grado di contrastare la reazione avversaria prima che questa possa colpire chi dei “nostri” si trova allo scoperto.” … Già! ma in pratica cosa bisogna fare per ritirarsi in un posto sicuro? Di certo non ci mettiamo a correre come dei pazzi urlando ed imprecando. Ora più che mai occorre mantenere il sangue freddo confidando sulle nostre capacità e su quelle del nostro compagno. Farsi prendere dal panico è il modo migliore per diventare dei bersagli ancora più facili da colpire. Certo, lo so che la cosa non è per niente facile, ma se il mio addestramento è valido e se si crede in se stessi ed alle proprie capacità di reazione, allora si ha già una buona base per poter riuscire a salvarsi la vita. (Questo concetto è valido per qualsiasi situazione in cui si sta rischiando la vita! ) E’ anche vero che certi aspetti personali si scoprono solo quando ci si trova in condizioni al limite delle nostre cognizioni emotive e che solo l’esperienza nell’affrontare determinate situazioni evita di farci perdere la testa. Ma sull’argomento psicologico del conflitto a fuoco ritornerò con una prossima tesi, è un argomento che merita il giusto approfondimento. Quindi, confidando su noi stessi, veniamo all’aspetto pratico. Vi ricordate dei campi di tiro? Si! Ebbene le regole sono le stesse. Se mentre avanzo devo stare attento ad evitare di entrare nel campo di tiro del mio compagno, allo stesso modo, quando devo ritirarmi devo evitare di farlo attraversando il campo di chi mi sta dietro. In caso di ritirata questo è ancora più importante che non quando si avanza, perché se avanzando la minaccia non si è ancora focalizzata, se devo ritirarmi è perché la minaccia si è concretizzata e quindi sarà proprio il mio compagno a dovermi proteggere ed all’occorrenza aprire il fuoco. Quindi se inavvertitamente ritirandosi si entra nel campo di tiro del proprio compagno, non solo si rimane comunque sotto il tiro del aggressore, ma impedirò al mio compagno di proteggerci o peggio si rischia di prendersi una sua pallottola. Pertanto si hanno solo due chance: 1) Ripiegare seguendo il percorso che si ha appena fatto e che si sa che è sicuro, in modo da raggiungere l’ultimo posto in cui si era in copertura. 2) Oppure, se le condizioni lo permettono, si rimane al coperto dove ci si trova senza esporsi, in modo tale di permettere sia al proprio collega (o i colleghi) d’intervenire ed all’aggressore di spostarsi. Potrà sembrare paradossale permettere al proprio aggressore di spostarsi, ma se non ci si riesce a muoversi, consentire la fuga al nostro aggressore può anche tornare a nostro vantaggio. Innanzitutto ci salviamo la pelle (e non è poco, anzi) ed inoltre sarà comunque l’intervento del mio compagno a provocare la fuga del malvivente, costringendolo ad un cambio di posizione che non sempre gli potrà essere vantaggioso. Qui è giusto precisare che è molto difficile che dei delinquenti abbiano progettato un piano che comprenda vari punti di resistenza qualora intervengano le forze dell’ordine. Può succedere, come è già accaduto, che i delinquenti pongano degli ostacoli, ma difficilmente si arroccano in un luogo


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prefissato, poiché sanno benissimo che prima o poi arriveranno dei rinforzi per catturarli, mentre la loro unica prerogativa di salvezza è nella fuga. Perdere momentaneamente il contatto con l’aggressore non è sinonimo di perdere l’iniziativa, o per lo meno non lo deve diventare. La nostra attenzione deve essere sempre rivolta alla provenienza certa o presunta della minaccia. Chiarito ciò riprendiamo il discorso “tattico” con due esempi: - mi sto spostando allo scoperto lungo un muro, quando mi viene indirizzato contro un proiettile. In tale caso, ritorno indietro immediatamente da dove sono venuto, ripercorrendo lo stesso tragitto e senza perdere tempo a vedere da dove e chi mi ha sparato. Se il primo colpo mi ha fortunatamente mancato non è detto che il secondo non vada a segno e restare lì impalato a guardarmi in giro facilita solo le cose al mio aggressore. - ho raggiunto un punto al coperto ma appena mi sporgo mi arriva un proiettile. Qui la cosa migliore è di riposizionarmi subito dietro al riparo e, senza sporgermi, attendendo che il mio compagno possa mettersi in posizione per coprirmi, inoltre cerco di valutare la situazione; Posso spostarmi mantenendomi al coperto? Posso muovermi al coperto per aggirare o prendere di lato il mio aggressore? Posso contattare il mio compagno e se si, concordo con lui cosa fare? Questi sono gli interrogativi che devo pormi e ai quali devo trovare un’immediata risposta. Chiedersi se l’aggressore è ancora là è inutile. Se lo è e mi sporgo posso accorgermene subito, ma lo posso scoprire nel peggiore dei modi. Meglio lasciare questa incombenza al mio compagno, se e quando ne ha la possibilità. Difficilmente il malvivente sarà ancora lì, ma se lo è vuol dire che la situazione è molto ma molto più complicata del previsto e non la si può certo risolvere in due, meglio attendere dei rinforzi. Se il delinquente non è più li, allora bisogna riprendere la caccia, ma bisognerà farlo richiedendo comunque dei rinforzi e procedendo al massimo della circospezione, perché se ha sparato una volta lo potrà fare di nuovo. Nella stragrande maggioranza dei casi quando un malvivente spara vuol dire anche che si ha di fronte un criminale particolarmente efferato oppure un pazzo. Laddove colui che deve fornire la copertura vede il collega in difficoltà e/o sotto tiro, può comportarsi in due modi a secondo delle necessità: 1) Se il nostro compagno è in una situazione precaria, il comportamento più ovvio per chi copre è quello di cercare di alleviare il pericolo al collega. Ossia distrarre l’aggressore con dei forti rumori, un ammonimento urlato o anche uno sparo rivolto in alto. Se non si ha la certezza del bersaglio è meglio evitare di indirizzare dei proiettili a casaccio. Non si può mai sapere cosa si trova dietro ad una finestra o di un porta; ci potrebbero essere anche altre persone innocenti, che si trovano casualmente nei paraggi, oppure degli ostaggi. Si spara solo se il bersaglio è ben definito! Tanto meno bisogna scoprirsi, altrimenti si rischia che anche colui che dovrebbe fornire la copertura diventa un ulteriore bersaglio. Ciò potrebbe accadere comunque ed allora bisogna giocare d’astuzia e fare appello a tutto il proprio sangue freddo. Se ci si sta muovendo bene il nostro aggressore non è in condizioni di tenere sotto tiro due bersagli contemporaneamente, quindi nel momento che si concentra su di uno, l’altro deve muoversi verso un riparo sicuro. E per farlo bisogna essere veloci e determinati. 2) La seconda opportunità per chi copre è data, innanzitutto, dal vedere se il compagno in difficoltà è sotto tiro, ma dietro ad un riparo sicuro. Se la situazione è questa allora chi copre può eventualmente scegliere di spostarsi, in modo cauto e di nascosto, cercando di avvicinarsi o aggirare l’aggressore posizionandosi in un punto che garantisca un adeguato riparo ed un buon campo di tiro, in modo da costringere alla fuga o, se le necessità lo impongono, colpire il malvivente. Questo genere di spostamento va però ragionato ed effettuato in tempi brevissimi e senza correre il rischio di muoversi incautamente verso aree sconosciute, poiché potrebbe comportare il pericolo di trovarsi inaspettatamente di fronte il nostro aggressore, che magari si è spostato a sua volta.


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Quindi attenzione a questo genere di movimenti. Ovviamente anche chi si è trovato nei guai, una volta al sicuro, deve garantire a sua volta la copertura al collega che è rimasto indietro. Se prima avanzavamo coprendoci a vicenda, allo stesso modo dobbiamo agire per raggiungere posizioni piÚ sicure. Le regole sono le medesime. Spero sinceramente che nessuno debba mai mettere in pratica quanto sopra esposto!


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Innanzitutto una premessa. Per quanto pubblicizzino alcune scuole per operatori della sicurezza, non esiste una forma di addestramento che possa preparare una persona a sostenere con freddezza uno scontro a fuoco, in qualsiasi condizione esso si verifichi. Ci possiamo addestrare ad usare le nostre armi riproducendo situazioni simili a quelle riscontrabili nella nostra attività lavorativa, ma é umanamente impossibile riprodurre la condizione emotiva in una situazione di pericolo di vita. L’unica cosa da fare e dobbiamo farla da noi, é quella di documentarci ed allenarci ad usare le nostre armi al meglio delle nostre e delle loro possibilità. Quanto sotto esposto non sono delle tecniche di tiro, ne un manuale di come “portare a casa la pelle”, ma una raccolta di accorgimenti tattici che servono da “condimento” alle tecniche di tiro con cui siamo allenati ed abituati. Questi accorgimenti sono il risultato dell’analisi di fatti accaduti, nelle varie attività volte alla repressione della criminalità e tecniche militari e di polizia, tutt’ora metodo di addestramento e studio. Inutile precisare che per fare propri detti consigli bisogna aver maturato un notevole affiatamento con le armi, in modo da poterle maneggiare in assoluta sicurezza ed in totale cognizione di ciò che si sta facendo e che si deve fare. Per prepararsi adeguatamente a sparare ad una persona che vi minaccia con un'arma da fuoco, bisogna innanzitutto abituarsi psicologicamente a non considerare più il fatto di dover sparare ad un uomo, con il conseguente dilemma di porre fine ad una vita umana, ma di pensare solamente a colpire il bersaglio per eliminare la minaccia che grava su di voi, considerando il vostro aggressore non come un altro essere vivente, ma solamente come il fulcro di ciò che vi può nuocere. Questo si può ottenere anche senza uccidere il vostro aggressore. Certo non é una cosa facile avere una tale freddezza mentale. L'uso dell’arma deve essere sempre l'estrema ratio, ma quando giunge il momento di usarla non bisogna avere scrupoli di sorta, altrimenti è meglio cambiare mestiere e ricominciare a girare disarmati. In ogni caso ricordate sempre che a chi vi minaccia con un’arma poco importa della vostra vita, per cui... le condizioni emotive in cui si trovano le persone in rapporto ad una potenziale aggressione sono essenzialmente quattro, che per comodità di spiegazione sono state abbinate ciascuna ad un colore. Condizione Bianca: questo è il normale stato mentale, non combattivo, in cui abitualmente viviamo, non ci aspettiamo problemi esterni alla nostra vita abituale e siamo quindi disarmati. In caso di aggressione saremmo probabilmente colti alla sprovvista e quindi esposti all’iniziativa altrui, con grave rischio per noi stessi e per chi ci é vicino. Condizione Gialla: corrisponde ad uno stato di allerta rilassato, quello tipico degli Agenti di Polizia in servizio ed è la condizione che dobbiamo raggiungere quando si ha la necessità di dover girare armati, per motivi inerenti la nostra e/o l'altrui sicurezza. Non ci aspettiamo nessuna specifica azione ostile, ma manteniamo una sorveglianza a 360°, tenendo a debita distanza chiunque possa costituire un'eventuale minaccia. Questa condizione mentale può esser mantenuta indefinitamente senza causare stress nervoso. Una persona accorta ci può vivere. Condizione Arancio: è lo stato di allarme. Abbiamo ragione di credere che lo scontro a fuoco sia probabile. Abbiamo in mente una precisa situazione tattica, che si evolve con il mutare degli elementi circostanti; anche con la pistola ancora in fondina non possiamo venir presi di sorpresa. Questa condizione, alla lunga, può causare stress nervoso, specie per chi è impiegato in servizi di scorta.


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Condizione Rossa: siamo nello stato di prontezza al combattimento. La provenienza della minaccia è identificata; l’arma in pugno, siamo pronti a sparare. In questa condizione i riflessi e "l'adrenalina" sono al massimo e vi rimangono sino all'attenuarsi della situazione (e talvolta anche dopo). Anche la paura si fa viva, ma se siamo decisi e preparati, se crediamo in noi stessi, abbiamo una possibilità in più di sopravvivere. Anche un po’ di training mentale conta molto, in modo da poter mantenere la calma e ragionare. Persone grandi e grosse, irrobustite da anni di palestra sono state viste svenire a causa del solo stress psicologico (qui parlo per esperienza personale), mentre persone che a prima vista sembravano dei deboli, al momento opportuno, si sono comportate da leoni. Una soluzione a questo problema che soddisfi tutti é molto difficile da trovare, perché ogni persona reagisce in modo diverso nelle situazioni di pericolo. Bisogna allenarsi psicologicamente ad affrontare una situazione che ci “precipita addosso”. Difficile? Paranoico? Niente affatto. Proviamo a pensare, anche mentre lavoriamo, al verificarsi di un potenziale pericolo. Ad esempio: siamo impegnati in servizio di vigilanza e vediamo un’autovettura fermarsi vicino a noi. Senza abbandonarci a fantasticare troppo, manteniamo sotto controllo gli occupanti pensando a cosa fare se dovessero scendere armati e come comportarci, pensando: “posso raggiungere un riparo? e quale?, quale bersaglio impegno per primo?” e via dicendo. Questa forma di training mentale non si può definire la soluzione totale del problema, ma può aiutare molto a vivere una potenziale condizione Arancio che può trasformarsi in Rossa in pochi istanti. Inoltre manteniamo l’attenzione focalizzata sul potenziale bersaglio, senza tuttavia perdere l’attenzione a 360° intorno a noi. Se ci si prepara mentalmente saremmo più pronti nell’affrontare una situazione imprevista, che ci siamo già immaginata cento volte, che non una situazione totalmente imprevista che ci sorprende mentre stiamo pensando alla futura domenica calcistica e siamo assuefatti dalla routine quotidiana. Cos’é il famigerato “effetto tunnel”. Gli studi effettuati negli Stati Uniti d’America, su numerosi conflitti a fuoco hanno evidenziato un fenomeno psicologico che si verifica abbastanza di frequente: “l’effetto tunnel”. In pratica gli operatori, coinvolti in uno scontro a fuoco, sono totalmente concentrati sul bersaglio al punto di non percepire più le voci ed i rumori circostanti. Ne consegue che ci si isola dai compagni vicini al punto da non accorgersi nemmeno dell’avvicinarsi delle persone (sia amiche che nemiche) o di percepire eventuali ordinativi. In alcuni casi si verifica anche la perdita della cognizione del numero di colpi che sono esplosi, con il risultato di ritrovarsi con l’arma scarica in balia degli aggressori. Ciò é molto pericoloso, ma é dimostrato che i soggetti maggiormente a rischio di questo fenomeno sono proprio coloro che sono mentalmente distratti o impreparati. Quindi per prima cosa: ALLENAMENTO, ALLENAMENTO, ALLENAMENTO, sfruttiamo le nostre tecniche a fondo, sia in bianco che a fuoco. In casa (ovviamente “in bianco” e rispettando sempre le norme di sicurezza) provate a sparare istintivamente alla vostra immagine riflessa in uno specchio, possibilmente a figura intera. Quando fate ciò guardare ogni volta in che punto si trova il mirino sul bersaglio, é importante fare attenzione per poi correggersi. In poligono, ove ci è consentito, usate la vostra tecnica più naturale e dateci dentro, partendo da esercizi facili per poi velocizzarsi e via così. Rapido su di una sagoma e poi rapido su più sagome. Non bisogna avere fretta di esagerare e di arrivare subito al risultato, tantomeno dobbiamo fare cose circensi. I risultati vengono con il tempo, seguendo un allenamento costante, imparando e correggendo gli errori.


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Si inizia con degli esercizi semplici ed aumentando via via che si migliora con esercizi più difficili. L’ideale é crearsi un proprio programma di allenamento, con degli esercizi che permettono di maneggiare l’arma in tutte le sue funzioni, prospettando ogni situazione possibile e poi, crescendo, programmarsi degli esercizi che comportano limiti di tempo nella loro esecuzione e più bersagli da ingaggiare. Solo l’addestramento crea uomini validi, ma anche la dedizione e la fiducia in se stessi hanno un ruolo fondamentale. Domani l’esercitazione può divenire realtà. Non esiste luogo al mondo in cui c’é la certezza che non avvenga nulla, tuttavia tutti i luoghi in cui ci sono degli obiettivi sensibili ad una potenziale attività criminale sono da ritenersi luoghi a rischio elevato. Purtroppo, come i recenti fatti di cronaca hanno dimostrato, le nuove forme di criminalità hanno generato un inasprirsi di qualsiasi situazione. Oggi anche i ladri d’appartamento sono spesso armati, una cosa che fino a qualche anno fa era un episodio raro, adesso é una triste realtà. Comunque sia uno scontro a fuoco si risolve, il più delle volte, in una manciata di minuti e si conclude con il ferimento o la fuga di uno o più avversari. Ricordate anche che sono poche le persone ferite da un proiettile che si ostinano a sparare e comunque ciò accade soltanto in situazioni molto particolari; contro criminali particolarmente efferati, terroristi che vogliono perseguire il loro fine a tutti i costi, persone sotto l'effetto di sostanze stupefacenti o, caso estremo, in guerra. Nell'ambito urbano, la distanza media degli scontri a fuoco è di circa 7 metri; é poco, é davvero poco. La prima cosa da fare, sia che uno abbia già impugnato la pistola, sia che la debba ancora impugnare, è quella di cercarsi un riparo, idoneo a proteggerci, nelle immediate vicinanze. Niente confronti uno di fronte all'altro stile far-west (se non assolutamente inevitabile); niente corse chilometriche con il pericolo alle spalle ed i proiettili che fischiano intorno alla testa. Una volta al riparo cercate sempre di sapere dove si trova il vostro avversario e, se sono più di uno, evitate in ogni modo, piuttosto anche fuggendo verso un luogo più sicuro, di farvi accerchiare o sorprendere. Sarebbe la fine. Se le distanze aumentano (o sono superiori alla media) e non ci sono ripari raggiungibili con un balzo o con pochi passi, bisogna cercare di ridurre la propria sagoma nell'unico modo possibile: stendersi a terra e rispondere al fuoco, alternando un rotolamento laterale ogni 2 / 3 colpi esplosi in rapida successione. In questo modo costituiremo un bersaglio difficile da colpire e da cui guardarsi. Il nostro aggressore, oltre che ritrovarsi in difficoltà per prenderci di mira, dovrà anche preoccuparsi di cercare un riparo per se stesso. Indipendentemente dal fatto che vi troviate dietro ad un riparo o allo scoperto, sparate sempre contro il bersaglio più vicino e proseguite così sino al più lontano. Nel caso in cui i bersagli si trovano allineati, iniziate sempre da quello che si trova all'estrema destra (sinistra se siete mancini) e proseguite cosi verso sinistra. Questo perché la direzione ci deve venir data dalla mano che impugna l'arma. E’ quella al mano che spinge e quindi é più facile fermarsi nel momento esatto in cui il bersaglio viene inquadrato. Ovviamente se i bersagli avanzano bisognerà dedicarsi prima a quelli che man mano si avvicinano maggiormente. Una regola fondamentale è tenere a distanza i propri aggressori. Questa é una precauzione importante perché ci permette di muoverci con una certa sicurezza, qualora dovessimo rifornire l’arma o intervenire sulla stessa in caso d’inceppamento. Troppe volte é capitato di leggere di agenti che si sono fatti sorprendere nell’atto di rifornire la pistola. Nel famoso “massacro di Miami” del 1986, nel quale nove agenti della F.B.I. furono messi in difficoltà (due morirono e tutti gli altri furono feriti) da due criminali ben armati e risoluti; un agente venne ucciso ed altri tre feriti proprio mentre stavano rifornendo le pistole stando accucciati dietro ai veicoli parcheggiati.


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Se non siamo soli e abbiamo con noi dei colleghi, bisogna evitare nel modo più assoluto di rimanere raggruppati. Ricordate sempre che sparando nel mucchio è molto più facile colpire qualcuno. Anzi bisogna avvantaggiarsi attuando quello che i "pistoleros" messicani chiamavano il "ventaglio", ossia allargarsi in modo tale da costringere il vostro avversario a ruotare per prendervi di mira. Ciò permette di guadagnare importanti frazioni di tempo (perché sempre di frazioni si tratta) in cui possiamo prendere noi la mira e coprire gli altri nostri compagni. Inoltre, dividendoci, si ha la possibilità di potersi avvicinare e magari di sorprendere l’aggressore. Nel caso in cui sono i nostri avversari ad applicare la tattica summenzionata, bisogna cercare di spostarsi verso uno degli aggressori esterni (che sarà anche il primo da colpire), il più vicino ad una via di fuga. In questo modo eviteremo un accerchiamento a 180° nel quale saremo sicuramente sopraffatti. Anche in questo caso non perdiamo mai di vista i nostri aggressori, ne i nostri compagni, cercando di evitare nel più assoluto dei modi di spararci addosso a vicenda. Ad una distanza così ravvicinata sono spesso i primi due colpi a salvarci la vita. Non bisogna mai sparare a casaccio, così tanto per rispondere al fuoco. La maggior parte dei leggendari scontri a fuoco raccontati nell’epopea western, si risolvevano con un assurdo spreco di munizioni da parte dei contendenti e da distanze addirittura inferiori ai cinque metri!. Questo perché in situazioni di pericolo si fa presto a lasciarsi prendere la mano e sprecare tutto il caricatore, convinti che da vicino é facile colpire il bersaglio, ma é un bersaglio che quasi sempre é in movimento e dei colpi esplosi bisogna tenere il conto, altrimenti possiamo solo usare quelli delle armi dei caduti, nel malaugurato caso che ci siano. Sparare ad un bersaglio in movimento non é facile, i poligoni nei quali ci si può allenare sono pochi e comunque non permettono di variare molto il tipo di esercizio. Meglio sparare solo a colpo sicuro (per quanto questa affermazione possa esser valida). In ogni caso, in tali condizioni, valgono i consigli dei cacciatori, che sono spesso le persone più allenate in questa tecnica di tiro.Ad una breve distanza la velocità del proiettile é elevatissima e mirare troppo prima o nel punto esatto in cui si trova si corre il rischio si sparargli intorno, mandando proiettili vaganti dappertutto. Questa é una cosa che non deve accadere mai, i proiettili vaganti “viaggiano” per centinaia di metri in una città e colpiscono chi capita. Per colpire un bersaglio che si sposta lateralmente o diagonalmente bisogna anticipare (più o meno leggermente) il puntamento nella direzione del suo spostamento. Questo anticipo non é esattamente quantificabile e può portare a sprecare dei colpi. Generalmente é sufficiente mirare appena davanti alla sagoma. O in alternativa, si può tenere inquadrato il bersaglio, seguendolo nel suo movimento ed anticipandolo di pochissimo solo nell’istante in cui spariamo. In qualunque caso tenete presente che il rapporto velocità/distanza stabilisce che più é veloce lo spostamento più é difficile colpire i bersaglio qualora questo si avvicina. In uno scontro ravvicinato tutto é quindi più difficile. Leggermente diversa é la situazione in cui il bersaglio si avvicina o si allontana in linea perpendicolare. Qui il problema ci é dato solo da variare delle dimensioni della sagoma. Ora occupiamoci del caso opposto, ossia quando siamo noi a muoverci. Per prima cosa bisogna chiarire che quando si corre o si cammina bisogna sparare solo in caso di assoluta necessità e contro un bersaglio vicinissimo. Questo perché quando ci muoviamo viene meno il requisito basilare di un buon tiro: la stabilità. Pertanto, se dobbiamo proprio sparare é meglio fermarsi rapidamente. Una tecnica valida é quella di andare con la braccia in puntamento e contemporaneamente rallentare il nostro movimento sbatacchiando i piedi “a papera” e portando il busto leggermente all’indietro, come se dovessimo fermarci per evitare di andare a sbattere contro un ostacolo. In questo modo si può acquisire il bersaglio rapidamente e appena fermi si può sparare.


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Anche quando siamo a bordo di un veicolo é vivamente consigliato di non sparare se non assolutamente necessario. Questo perché su di un automezzo in movimento la stabilità é troppo a rischio. Infatti basta una piccola asperità del terreno per causare un movimento imprevisto del veicolo, con il conseguente spostamento del punto di mira e quindi l’inevitabile dispersione dei proiettili esplosi. Le variabili che influiscono sulla precisione del tiro sono troppe ed imprevedibili. Il rischio di colpire persone innocenti é troppo elevato, anche negli spazi aperti. Qualsiasi prova effettuata ha dato risultati agghiaccianti. Un esame svolto in una nota scuola di tiro ha evidenziato che solo una minima parte dei proiettili esplosi raggiungono le sagome, quando queste sono poste lateralmente o a 45° rispetto alla linea di movimento del veicolo. E pensare che nelle prove la distanza delle sagome era di circa otto metri ed il veicolo si muoveva a 40 Km/h!. Certo contro un bersaglio che ci segue o ci precede la difficoltà può diminuire leggermente, ma il rischio di mancarlo é tutt’altro che risolto. Qualora sia costretti a sparare é bene seguire questi accorgimenti. Innanzitutto ogni operazione che facciamo sono da eseguirsi fuori dal finestrino e con l’arma indirizzata verso il bersaglio, in modo da scongiurare qualsiasi incidente che può ritorcersi contro noi stessi. Un proiettile che colpisce il parabrezza manda una nuvola di frammenti di vetro all’interno dell’abitacolo. Peggio ancora sarebbe per un operatore che, scomponendosi per un sobbalzo del veicolo, finisce con il rivolgere incautamente l’arma contro un compagno. Una maggiore attenzione é assolutamente necessaria quando ci si trova a bordo di un veicolo blindato, ove il proiettile sicuramente rimbalzerebbe più volte all’interno del veicolo, con risultati letali per gli occupanti. L’unica operazione concepibile, da effettuarsi dentro il veicolo é la sostituzione del caricatore, per evitare di perdere il caricatore vuoto, ma nel momento in cui si inserisce un nuovo caricatore e sempre meglio rivolgere la volata fuori dal finestrino. “Giunti al dunque” si abbassa tutto il finestrino ed il braccio della mano che impugna l’arma deve cercare l’appoggio sulla portiera, in modo da rendere più stabile il tiro. Anche in caso di combattimento laterale é sempre meglio cercare di appoggiarsi alla portiera, ciò per quanto sia possibile inquadrare il bersaglio. Gli stessi accorgimenti che si adottano a bordo di un veicolo blindato bisogna sfruttarli dietro ad un qualsiasi riparo. Come già detto trovare un riparo é una priorità per salvarci. Il riparo deve avere due caratteristiche: deve essere un riparo balistico, ossia deve proteggerci assorbendo i proiettili a noi diretti e deve permetterci di sparare senza ostacolarci. Quindi attenzione a deve andiamo a metterci. Altrimenti oltre che dal proiettile verremo colpiti anche dalle schegge generate dalla perforazione del riparo. Nel momento in cui rispondiamo al fuoco da dietro un riparo dobbiamo mantenere il vivo di volata dell’arma sempre al di là di esso. Non é certo una cosa difficile da fare, basta spostarsi in avanti quel tanto che é necessario per portare le mani (che stanno impugnando l’arma) a contatto con il bordo esterno del riparo. Questo é sufficiente per garantirci che la canna sporge oltre il riparo ed evitare così dei rimbalzi fatali o la proiezione di schegge verso i nostri occhi. Il semplice contatto, non dobbiamo mai appoggiarci al riparo, con il dorso della mano che sostiene l’arma ci consente di sapere a tatto dove si trova la volata dell’arma. Quindi sia che siamo in piedi, in ginocchio o a terra possiamo farci scudo e nel contempo rispondere al fuoco. Se ci appoggiassimo con il peso del corpo contro il riparo otterremmo solo una perdita di stabilità qualora dovessimo spostarci rapidamente. Di notte. Premesso che nel tiro notturno (o in scarse condizioni di luce) le stesse difficoltà che abbiamo noi le riscontrano anche i nostri aggressori, quando siamo al buio subentrano alcuni importanti fattori per la nostra sopravvivenza. Al buio non bisogna mai agire da soli e se siamo costretti a farlo dobbiamo muoverci con estrema circospezione.


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Il più delle volte un aggressore armato aspetta solo questo. In queste condizioni bisogna muoversi mantenendosi il più possibile nelle zone d’ombra, lontani da fonti di luce che possano illuminarci, specialmente da dietro le nostre spalle. Ciò é fondamentale se ci addentriamo in luoghi ove ci possono essere delle persone in agguato. In un vicolo buio non dobbiamo sporgerci dall’angolo della via stando in posizione eretta; é ciò che si aspetta il nostro aggressore. Meglio spostarsi a distanza cercando di osservare il fondo del vicolo stando dietro ad un riparo. Oppure, quando siamo in spazi ristretti, meglio guardare da dietro l’angolo stando accucciati e sporgendosi il meno possibile, in maniera da poterci rialzare ed agire con prontezza. In una via buia sarebbe meglio non entrare anche se non siamo da soli, ma se siamo costretti osserviamo prima se ci sono zone d’ombra nelle immediate vicinanze e raggiungiamole di corsa, buttandoci subito a terra. I compagni ci devono coprire. Se vi sparano, avverrà quasi sicuramente ad altezza d’uomo, rivelando con le vampe dell’arma la loro posizione. Un buon addestramento militare insegna che dopo ogni sparo é sempre meglio cambiare posizione, con un rotolamento e rimanendo sempre in zona d’ombra, cercando di capire dove si trovano i nostri aggressori. Nel caso non si riesca a capire la loro posizione é meglio muoversi molto lentamente evitando nel più assoluto dei modi di farci cogliere alle spalle o finire nel loro campo di tiro. Inoltre bisogna usare con attenzione le torce elettriche. Tenere la torcia sempre accesa serve solo a rivelare la nostra posizione. Meglio accenderla solo nel momento in cui dobbiamo illuminare il nostro bersaglio, stando pronti a sparare ed avendo l’accortezza di tenerla il più distante possibile dal nostro corpo. Usare il braccio con la torcia come appoggio per l’arma é utile per prendersi un proiettile nello stomaco! Sparare contro le fonti di luce é una prassi abituale. La pistola si usa con una mano in questi frangenti. Stessa cosa se siamo a bordo di un veicolo non blindato. L’automezzo sarà sempre il bersaglio preferito, quindi é meglio abbandonarlo prima di agire. Se dobbiamo muoverci dobbiamo farlo a piedi, stando di lato al muso del veicolo ed ad una certa distanza, nella zona non illuminata dai fari. Il solo autista rimarrà a bordo ed avanzerà lentamente con noi. In questo modo quelli a piedi possono sfruttare le luci dall’auto per illuminare la zona e nel contempo la stessa luce li celerà alla vista di eventuali aggressori. Utilizzando dei sistemi di visione notturna, tenete sempre presente che questi strumenti manifestano quasi tutti lo stesso difetto: la perdita del senso della profondità. Attenzione a valutare le distanze, perché con questi strumenti è praticamente impossibile prendere la “canonica” mira e bisogna sparare con entrambi gli occhi aperti, puntando il solo mirino sul bersaglio. Purtroppo anche alle brevi distanze si sono verificati dei grossolani errori di puntamento. Chi ha in dotazione dei visori notturni é bene che si addestri specificatamente al tiro con questi apparati. In ultimo ribadisco il concetto base di quando si svolge una professione che può portarci in contatto con elementi criminali particolarmente efferati. Per prima cosa bisogna sopravvivere! Per fare ciò bisogna agire con buon senso, senza esporsi inutilmente, senza comportarci da pavidi e senza fare gli eroi. Quando si usa un’arma bisogna avere sempre in mente ciò che si sta facendo. La presenza mentale e la conoscenza di come si maneggia un arma in sicurezza sono cose fondamentali. Siamo tutti esseri umani ed ognuno di noi agisce e si comporta in modo diverso. Nel dubbio non sparate! Se voi siete vivi e il vostro aggressore é scappato, avete già ottenuto il massimo del risultato.


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Il conflitto a fuoco in ambienti ristretti Nella precedente tesi abbiamo parlato principalmente di scontri a fuoco che si svolgono in spazi piuttosto ampi, nei quali è fondamentale mantenere a distanza l’aggressore o gli aggressori. Adesso vediamo come bisogna agire operando in un ambiente ristretto, come un edificio o anche (malauguratamente) la propria abitazione. Perlustrazione di un immobile. Che sia casa vostra o che vi troviate in servizio e siate costretti dalle circostanze a perlustrare un qualsiasi stabile, muovetevi sempre con estrema attenzione, lentamente, in silenzio e possibilmente mai da soli. Nell’addestramento al combattimento in centri abitati si insegna che da ogni porta, da ogni finestra può provenire un pericolo. La storia narra di molteplici scontri nei centri abitati e tutti si evidenziano per l’elevato numero di perdite umane. All’interno di un immobile è ancora peggio. Le distanze sono talmente serrate che spesso lo scontro fisico è più probabile di quello a fuoco. Ma il nostro aggressore può anche essere armato di un coltello, magari proprio il primo che a trovato in cucina. Quindi quando perlustriamo un immobile arma in pugno, dito fuori dal grilletto, pronti ad ogni razione. Personalmente vi posso garantire che la tensione e la concentrazione sono tali che sembra che il tempo si sia fermato. Io non sono un N.O.C.S., faccio solo parte di una Squadra Mobile, ma quando io ed i miei colleghi dobbiamo irrompere in un appartamento per arrestare qualcuno, cerchiamo di farlo nel migliore dei modi per portare a casa la pelle e per catturare l’interessato. Fino ad ora (ringraziando il cielo) è andato tutto bene. All’interno di un appartamento o di un qualsiasi stabile bisogna fare attenzione a molte cose. Da dietro l’angolo può arrivare una minaccia, ma può anche comparire una donna inerme terrorizzata che vi si avventa contro per paura. Non possiamo escludere nulla. Ora riprendiamo il discorso: Arma in pugno. L’arma deve essere impugnata a due mani. Le braccia rimangono tese, in allineamento pronti ad ingaggiare un bersaglio ostile. In prossimità di un angolo dobbiamo muoverci rimanendo ad una distanza di circa uno o due metri dall’angolo, o possibilmente addossati alla parte opposta se siamo in un corridoio. Mantenendoci a distanza possiamo mantenere a distanza anche qualsiasi aggressore che si cela dietro l’angolo. Il movimento di superamento dell’angolo avviene con il cosiddetto metodo del “taglio della torta”, ossia gradualmente e con la massima attenzione su tutto l’ambiente che ci si presenta, sia vicino che lontano. In pratica prendendo come fulcro l’angolo stesso, dobbiamo ruotare in modo da osservare se dietro l’angolo vi è qualcuno ed eventualmente ingaggiare un bersaglio per volta. Durante la rotazione l’arma rimane sempre in allineamento verso un potenziale aggressore. Tutta la parte superiore del busto rimane sempre in posizione di tiro a due mani durante tutti il movimenti.


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Perlustrazione di un angolo In questo modo avremo la possibilità di controllare gradualmente tutta l’area in cui dovremmo successivamente spostarci. Mai! Mai! e poi Mai!! avvicinarsi all’angolo e comparire dallo spigolo con le braccia tese e l’arma in avanti. Per il nostro aggressore afferrarci la pistola sarebbe uno scherzo. Bene che vi vada una coltellata non ve la toglie nessuno. La stessa tattica l’utilizziamo anche quando arriviamo ad una intersezione tra due corridoi o quando dobbiamo entrare in una stanza. Nel primo caso si aggiunge la necessità di dover osservare su due lati che la zona è priva di pericoli, quindi dobbiamo comportarci nello stesso modo con cui ci avviciniamo ad un angolo e, dopo aver perlustrato una diramazione, ci riportiamo in posizione defilata e, con lo stesso movimento rotatorio, perlustriamo l’altra area. In tale situazione è fondamentale non sporgere mai, con nessuna parte del corpo, dall’angolo che si trova dietro alle nostre spalle. Certo, ci vuole una buona dose di sangue freddo ed anche se siamo in due non sempre c’è la possibilità di ottenere copertura dal nostro compagno, poiché c’è il rischio di finire sulla sua linea di tiro.

Perlustrazione di un corridoio


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Lo spostamento da un lato all’altro deve avvenire mantenendo l’arma sempre in direzione da dove potrebbe venire una minaccia, senza dare le spalle all’angolo che ancora non abbiamo perlustrato. In pratica ogni spostamento deve avvenire con una rotazione graduale del corpo. Identico iter per una stanza. Prima cosa: la porta. In presenza di una porta chiusa non dobbiamo sfondarla e tanto meno dobbiamo aprirla ed entrare come se entrassimo al bar. Il criminale “balordo” spara attraverso la porta nel momento in cui vede la maniglia abbassarsi. Il criminale “astuto” attende di veder comparire una sagoma umana. Quindi, avvicinandoci alla porta ci spostiamo verso la parete dal lato in cui si trova la maniglia e, mantenendoci lungo il muro perimetrale, defilati dalla porta, apriamola con un gesto deciso ritraendo subito la mano. In modo che la porta si apra come da sola. Appena la porta si apre dobbiamo fare molta attenzione ad una eventuale presenza ostile posizionata all’interno della stanza e defilata nel lato opposto al nostro. Quindi, stando pronti con l’arma, ritiriamoci rapidamente lungo il muro allontanandoci dall’ingresso. Se non accade nulla possiamo iniziare la perlustrazione preliminare della stanza. Prima di entrare comportiamoci come nei casi precedenti. Mantenendo come fulcro della linea di tiro gli angoli della porta, effettuiamo una rotazione a 180° in modo da osservare quanto più possibile del locale in cui dobbiamo addentrarci. Cerchiamo sempre di rimanere contro la parete opposta alla porta ed una volta che decidiamo ad entrare non piazziamoci in mezzo alla stanza, ma dirigiamoci contro una delle pareti a lato dell’ingresso. Perlustrazione di una stanza Il momento in cui superiamo la soglia è il momento più critico perché è l’unico istante in cui possiamo accertarci che negli angoli della stanza non c’è nessuno. Lo possiamo fare in due modi: 1. Nel momento in cui superiamo la soglia gettiamo una rapida occhiata all’angolo dietro alle nostre spalle. Pronti a ruotare con l’arma. 2. Nel momento in cui superiamo la soglia effettuiamo una rotazione di 180° con tutto il corpo, con l’arma in posizione di tiro e completiamo la rotazione andando a terra con un ginocchio, assumendo la classica posizione di tiro in ginocchio. Entrambe le tecniche sono valide, anche se la seconda ci rallenta un pochino i movimenti successivi. Le scale. La scala è uno dei luoghi più idonei per effettuare un agguato perché la vittima ha ben poche possibilità di trovare un riparo. Generalmente il modo migliore di perlustrare una scala è quello di scenderci giù, sia perché è più facile combattere dall’alto verso il basso, sia perché nessuno ci può gettare addosso degli oggetti contundenti o, peggio ancora, degli ordigni infiammabili. Purtroppo questo tipo di perlustrazione non è quasi mai possibile se non in rarissimi casi. Questo perché non si può certo prendere l’ascensore per salire (sarebbe una trappola mortale), ne possiamo passare del tetto dell’edificio attiguo.


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Inoltre se dobbiamo muoverci all’interno di un condominio dobbiamo mettere in preventivo di trovarci davanti anche qualche residente talmente sprovveduto da venire a vedere cosa succede, con il rischio che, vedendoci armati, si spaventi e si metta ad urlare. Quindi armiamoci di coraggio ed iniziamo la salita della scala mantenendoci sempre con la schiena addossati alla parete. L’arma, quando è possibile, la manterremo sempre allineata verso il punto di provenienza della minaccia, che non è di fronte a noi!, ma è sempre lateralmente ed in alto rispetto alla nostra posizione, ossia nella parte alta della rampa di scale sopra a quella in cui noi ci troviamo. Uno dei pochi vantaggi che abbiamo è che il nostro aggressore dovrà comunque esporsi per poterci prendere di mira. Perché su di una scala non siamo solo noi ad essere “a corto” di ripari. Pertanto se ci manteniamo pronti possiamo volgere la cosa a nostro vantaggio, costringendolo sulla difensiva ed alla fuga verso l’alto, dove le sue difficoltà aumenteranno. Attenzione però! Un criminale armato in fuga è spesso un essere disperato e quindi pronto ad azioni ugualmente disperate! Non fatevi prendere da un eccesso di fiducia nel vederlo fuggire! Rammentate una cosa: sia che siamo in un corridoio, sia che siamo su delle scale non si corre mai sconsideratamente dietro ad un uomo armato. I rischi sarebbero troppi. Quali? E’ presto detto. Se raggiunge un riparo prima di noi, ci ritroviamo totalmente allo scoperto. Se c’è un complice appostato noi gli finiamo diritto nel suo campo di tiro. Queste due motivazioni sono ampiamente sufficienti per farci ragionare. Non dimentichiamoci dell’altrui astuzia. Perlustrazione di una scala

Il tiro e la postura dietro ad un riparo. Adesso, dopo aver descritto i movimenti, svisceriamo la tecnica per sparare da dietro un riparo balistico, ossia un riparo in grado di proteggerci dai proiettili a noi diretti. Premetto: esistono due tecniche di tiro per sparare da dietro un riparo. Entrambe prevedono la medesima postura, ma cambia la distanza che manteniamo dal riparo. Partiamo dalla postura: come già accennato la parte superiore del corpo rimane sempre in posizione di tiro con l’arma rivolta ad un ipotetico bersaglio. Tutto il corpo rimane pressoché frontale al bersaglio, ma non è esposto, bensì rimane dietro a ciò che costituisce il nostro riparo balistico. Le uniche parti del corpo che sporgeranno man mano che “tagliamo la torta” saranno le mani che impugnano l’arma e quella minima porzione di testa che deve sporgere per mantenere l’allineamento degli organi di mira.


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La testa possiamo mantenerla diritta, sia leggermente inclinata, la cosa importante è che se incliniamo la testa dobbiamo inclinare in ugual modo l’arma, in modo da mantenere un corretto allineamento tra l’occhio e gli organi di mira. Troppo spesso si vedono nei film delle persone che sparano con la pistola tenuta orizzontale. E’ solo una scemenza da film. Per fare si che dall’angolo sporga solo una minima parte di noi dobbiamo piegare leggermente il busto verso l’esterno, mantenendo il bacino frontale al riparo e con i piedi allargati per un’ampiezza più o meno simile a quella delle spalle. Ma sempre dietro al riparo! Per un miglior bilanciamento sarebbe opportuno che il piede esterno sia leggermente più avanzato rispetto all’altro. In questo modo possiamo, in caso di pericolo, ritornare dietro al muro rapidamente, raddrizzando solo i busto. Ora, vista la comune postura, veniamo alla differenza. Secondo i dettami del C.N.S.P.T. della Polizia di Stato, l’utilizzo di un’arma da dietro un riparo deve avvenire con la volata dell’arma che supera il bordo del riparo stesso. Le mani non devono appoggiarsi contro la parete, ma ci deve essere solo un lieve contatto tra il dorso della mano e la parete, in modo da garantirci che la volata dell’arma sia sempre oltre i riparo. In questo modo anche in caso di un eventuale errore che determini la partenza accidentale di un colpo (cosa che non deve mai avvenire, ma che in uno scontro a fuoco non si può escludere che succeda), non c’è il rischio che il proiettile rimbalzi contro il tiratore con gravi effetti lesivi. Questo è un po’ in contrasto con la summenzionata tecnica del “taglio della torta”, che prevede un’immediata reazione a fuoco ad una distanza di circa uno o due metri del nostro riparo. Questa tecnica di scuola americana, che prevede il tiro da dietro un riparo, stando ad uno o due metri da esso, in una zona definita il triangolo di sicurezza non è sbagliata, anzi, ma comporta due fattori importanti per poterla attuare proficuamente. Una notevole dose di autocontrollo in situazioni di stress elevato, combinata ad una elevata gestione della propria arma in fasi operative dinamiche. Qui non si può colpire il muro per sbaglio, perché a due metri di distanza il proiettile (specie se di tipo FMJ) rimbalza indietro. Non per nulla questa tecnica nasce negli Stati Uniti, dove gli standard d’addestramento sono notoriamente piuttosto elevati. Adesso, dopo un attimo di riflessione, possiamo notare che se la tecnica americana è sicuramente meglio attuabile con le suddette tecniche di perlustrazione, la tecnica del C.N.S.P.T. ha il limite di essere attuabile solo quando abbiamo ormai bonificato l’area in cui dobbiamo procedere ed assolutamente non prima di avere la certezza che dietro al riparo non ci sia nessuno. Mentre è perfettamente attuabile in spazi aperti, ove abbiamo distanze d’ingaggio maggiori. Ma allora quale è la migliore? vi starete chiedendo. A mio personale giudizio le due tecniche sono entrambe valide e vanno attuate in condizioni tattiche diverse. La vera differenza non è nella tecnica, ma nel grado di addestramento degli operatori. Personale ben addestrato e motivato può sicuramente permettersi di agire ai limiti delle basilari norme di sicurezza del tiro con le armi da fuoco (a patto di non esagerare!!) e questo però non potrà mai scongiurare gli incidenti. Lo stereotipo del “poliziotto” medio e non mi riferisco solo all’Italia, è meglio che si mantenga entro quelli che sono i limiti delle norme di sicurezza, sia per la propria salvaguardia, sia per quella dei colleghi presenti. Segnali rivelatori. In mezzo a tutte le suddette nozioni non possiamo tralasciare una cosa: i segnali rivelatori delle presenza di una o più persone. Infatti prima ancora della visione diretta di un aggressore ci possono pervenire anche degli altri segni della sua presenza. Il nostro olfatto ed il nostro udito ci possono essere di molto aiuto ed in proposito vi cito un esempio. Per un certo periodo di tempo, ogni mattina quando entravo in ufficio avvertivo la presenza di un mio collega senza vederlo ne sentirlo, ma solo grazie alla scia di odore del suo dopobarba.


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Ma anche lo scricchiolio delle scarpe sul pavimento o il brusio sommesso di chi si sta consultando di nascosto ci possono aiutare nel portare a casa la pelle. La stessa cosa la possiamo dire del all’inusuale comportamento di qualche animale domestico o, tanto per ritornare ai fenomeni visivi, del proiettarsi di un’ombra umana sul muro o sul pavimento. Certo fare un elenco di tutto ciò che può attrarre la nostra attenzione è un po’ difficile ed ancora di più lo sarebbe se ampliamo il discorso anche all’esterno, negli spazi aperti, ma il “succo” è che in una situazione di pericolo dobbiamo prestare attenzione a tutto ciò che ci circonda ed inoltre ricordate! Durante la perlustrazione non dobbiamo essere noi a produrre dei segnali rivelatori della nostra presenza!!


IL Blindato tratto da un fatto di cronaca di F. Zanardi

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Premessa. Quanto leggerete corrisponde ad un evento realmente accaduto ed è descritto senza fronzoli e/o esagerazioni giornalistiche. I nomi ed i riferimenti diretti a persone, società e cose specifiche sono stati volontariamente omessi per tutela del segreto istruttorio. Le parentesi con il simbolo ?? sono state invece da me inserite per segnalare eventi poco chiari, probabilmente risolti con il proseguo delle indagini. La cronaca. Alle ore 21,30 circa di un giorno del mese di marzo 2005, lungo l’autostrada A5 Torino-Aosta, in direzione Torino, veniva tentata una rapina ai danni di un furgone portavalori blindato, appartenente ad un noto Istituto di Vigilanza privata. Il furgone, che viaggiava sulla corsia di sinistra, si accingeva a superare un autoarticolato quando questo si spostava repentinamente tagliandogli la strada e speronandolo sulla fiancata destra. Il furgone blindato sbandava e si fermava per l’urto. Nel contempo una Volkswagen Golf si affiancava al lato sinistro del furgone, in modo da impedire l’apertura della portiera del conducente. La Guardia Particolare Giurata alla guida innestava prontamente la retromarcia cercando di sfuggire alla morsa dei due veicoli con una manovra evasiva, ma da tergo sopraggiungeva una Lancia Lybra che lo tamponava violentemente e lo costringeva a fermarsi definitivamente contro lo spartitraffico. Dalle due autovetture scendevano diversi rapinatori che aprivano immediatamente il fuoco contro il furgone blindato, con armi di vario tipo e calibro, tra cui il 7,62x39, mentre dal furgone le tre G.P.G. rispondevano al fuoco senza scendere dal mezzo. Nello scontro una delle G.P.G. veniva ferita da un proiettile all’avambraccio destro (??) e pochi istanti dopo si sviluppava all’interno dell’abitacolo del furgone un denso fumo (??), nel mentre alcuni rapinatori cercavano di aprire il portellone posteriore del blindato con una lancia termica. Durante queste concitate fasi, circa trecento metri più indietro, si poneva di traverso sulla carreggiata una Fiat Croma, con un lampeggiante arancione sul tetto, dalla quale scendeva un altro rapinatore che disseminava la carreggiata di numerosi chiodi a tre punte. Il malvivente si allontanava poi in direzione del furgone blindato, abbandonando la Fiat Croma dopo aver tentato di incendiarla. Poco dopo il “commando” di delinquenti, vista l’impossibilità di aprire il portellone, si allontanava discendendo la scarpata che fiancheggia l’autostrada in direzione di una parallela strada sterrata. Ove venivano In seguito rinvenute della fascette da elettricista, presumibilmente destinate ad immobilizzare le G.P.G., nonché le tracce di altre autovetture certamente utilizzate dai rapinatori per darsi alla fuga. Sul luogo rimanevano tutti i veicoli impiegati nell’agguato (risultati poi rubati), la lancia termica, alcune taniche di liquido infiammabile. Queste ultime, si pensa, da utilizzare per incendiare i veicoli dei rapinatori una volta attuata la rapina, in modo da distruggere eventuali tracce e per creare un ulteriore impedimento ai soccorsi. Evento non concretizzato sia a causa dell’imprevista reazione delle G.P.G. asserragliate sul loro furgone, sia dall’impossibilità di aprirne il portellone blindato. Verso le ore 23,00 successive, due equipaggi della Polizia di Stato notavano un’autovettura che sostava a qualche chilometro di distanza da dove erano avvenuti i fatti sopra descritti. Detto veicolo, all’avvicinarsi delle autovetture della Polizia, si dava subito alla fuga cercando di imboccare contromano lo svincolo di un cavalcavia, ma dopo un breve inseguimento l’auto veniva fermata ed il conducente tratto in arresto (un uomo risultato poi pluri-pregiudicato).


IL Blindato tratto da un fatto di cronaca di F. Zanardi

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Breve analisi degli eventi. Quanto accaduto non è ovviamente una cosa da dilettanti locali, ma il frutto di una attenta organizzazione, di una pianificazione accurata dei tempi e del luogo ed inoltre di una determinazione criminale che non si preoccupa certo della vita altrui. Un agguato del genere, avvenuto per di più al buio, necessita di un’accurata osservazione del veicolo “vittima” in modo da sapere con esattezza il percorso, il tempo di percorrenza di un determinato tratto e la composizione dell’equipaggio. Serve individuare il luogo idoneo all’agguato, un posto che garantisca il raggiungimento di una buona via di fuga e gli eventuali imprevisti dovuti al traffico. Annotare tutte queste cose non è un lavoro da poco, é un’attività similare a quelle messe in atto dalle Forze dell’Ordine per altri fini e che comportano l’impiego di diverse persone in un ampio spazio di tempo. Inoltre, la dotazione di mezzi e di armi, nonché la sicurezza e la spregiudicatezza nell’usarle denota una esperta volontà criminale, sia per la suddivisione dei compiti, sia per i tempi d’intervento dei gruppi nell’assalto. Insomma, ripeto; non è un lavoro da poco. Da notare, in senso positivo, il comportamento delle Guardie Particolari Giurate che malgrado la paura non si sono perse d’animo ed hanno fronteggiato l’assalto. Sarà stata l’esperienza, sarà stato l’addestramento (se mai ce ne fosse stato uno specifico sui furgoni blindati; sarebbe un caso raro), sarà stata la fortuna, ma in ogni caso non si sono arresi ne hanno abbandonato il loro veicolo che era l’unica cosa che li proteggeva. Spesso si commette questo errore, ci si dimentica della blindatura cercando scampo all’esterno, fuggendo o arrendendosi. L’ottenimento del bottino è sempre l’obbiettivo principale del delinquente, ma purtroppo anche l’eliminazione della scorta può essere comunque già pianificata. Ricordo che in passato, in un assalto simile, venne utilizzato un RPG-7 che provocò gravi ferite agli occupanti. In ogni caso episodi del genere si possono evitare. I furgoni portavalori che ritirano le somme di denaro seguendo spesso il medesimo percorso, alla stessa ora e tutti i giorni, percorrono anche il tragitto migliore per cadere in una imboscata! Quindi meglio che il responsabile dell’Istituto di Vigilanza che prende contattati con le ditte clienti, comprenda e faccia capire certe esigenze di sicurezza. Ma anche chi si occupa della formazione delle G.P.G. (quando e se c’è) deve sapere come la routine aiuta a scavarsi la fossa. Cambiare sempre il tragitto e gli orari è il modo migliore per rendere le attività giornaliere più difficili da osservare e prevedere. Questo è il metodo utilizzato dai servizi di scorta che non si vogliono far sorprendere. Non è certo una novità, ma ancora oggi questo è il metodo più semplice per vanificare in partenza un agguato, ossia non far sapere dove ci si trova in un determinato luogo ad una determinata ora. In ogni caso bisogna sempre ricordarsi che è proprio ciò che si ha l’abitudine di fare a metterci nei guai. Certo, se c’è una “talpa” all’interno dell’Istituto di Vigilanza o magari nello stesso furgone blindato c’è poco da fare. Ragione per cui meno persone sono al corrente dell’itinerario e meglio é. Se succede qualcosa sarà più facile individuare la spia.


Fonetica NATO

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Fonetica NATO Spesso i militari sono chiamati a prendere parte ad operazioni congiunte con reparti di altre nazioni. In questi casi è importante poter comunicare con esattezza almeno i nomi degli obiettivi e delle coordinate di tali obiettivi. Per questo motivo, nelle comunicazioni radiofoniche, per eseguire lo spelling si usa il codice alfabetico nato: la cosiddetta fonetica nato. Immaginate di dover comunicare che la vostra posizione è A8. Dicendo “Ancona otto” un inglese, un russo o un tedesco non riuscirebbero mai a immaginare che voi state cercando di comunicargli la vostra posizione. Il metodo corretto per comunicare è invece “Alfa Eight”. Riportiamo qui di seguito la fonetica nato completa, la pronuncia è riportata dentro le parentesi: Numeri 1 – one (uan) 2 – two (tiù) 3 – three (tri) 4 – four (four) 5 – five (faiv) 6 – six 7 – seven 8 – eight (eit) 9 – nine (nain) 0 – zero (ziro) Lettere a – alfa b – bravo c – charlie (ciarli) d – delta e – echo (eco) f – foxtrot (focstrot) g – golf h – hotel i – india j – Juliet (giuliet) k – kilo l – lima m – mike (maik) n – november o – oscar p – papa q – quebec (chebek) r – romeo s – sierra t – tango u – uniform (iuniform) v – victor w – whisky (uiscki) x – x–ray (ics–rei) y – yankee (ienki) z – zulu Il fonema Roger non è una lettera, ma il corrispondente del “ricevuto” o del ”copiato” italiano.


Gradi Forze Armate

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Gradi Forze Armate

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Gradi Forze Armate

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Gradi Forze Armate

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“È normale che esista la paura, in ogni uomo, l'importante è che sia accompagnata dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, altrimenti diventa un ostacolo che impedisce di andare avanti.” Paolo Borsellino


Realizzato da Giovanni Nardi

Ver. 1.3 Agosto 2013

Manuale gpg  

Concetti di base, Approfondimenti e Riflessioni per un Corso di Preparazione e Aggiornamento GUARDIE PARTICOLARI GIURATE

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