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I racconti contenuti in questa raccolta sono stati pubblicati con license creative commons su Tutta colpa della Maestra I diritti appartengono ad ogni singolo autore


Apocalypse in Baaria. Valeria Balistreri Almanacco del giorno prima (20 dicembre 2012). Antonella tarantino L'Agguato. Sabrina Ercole Bidetti A che ora è la fine del mondo? Lucia Giorgi Gli Angeli Neri. Mauro Melon Sbadati. Andrea Knulp Roma Un minuto prima della fine del mondo. Robeta Lepri Caro Diario. Roberto Testa Zucchero Filato. Vito Bartucca Il té dalla zia. Ermelinda Frangisponde Nessuno pianse. Federico Orlando Apocalypse Karma. Roberta Lepri Scollature. Lucia La Gatta Il Lago. Raimondo Quagliana A che ora è la fine del mondo? Sabino Russo Tu non sai quanto. Roberta Lepri


Apocalypse in Baarìa Vecchi, giovani che sembrano vecchi. Fra qualche anno questo posto forse sarà come i paesini di montagna in cui sono rimasti solo gli anziani e le targhette dietro le porte che ricordano la morte di altri anziani, i giovani in diaspora per il mondo. Le buche per le strade sono al loro posto, solo che con le piogge se ne sono aggiunte altre. Cattiva idea partire da un posto come questo in estate e tornare d’inverno, nemmeno il Natale porta un po’ di gente per i negozi, che hanno chiuso o affittato locali più piccoli; dentro, solo silenzio e scarpe tristi di due anni fa, quando qualcuno entra commesse annoiate spalancano gli occhi per lo stupore; fuori, si litiga per posteggiare auto che non ci si può permettere, si guardano le vetrine, si parla del tempo, il macellaio ancora qualche volta svalvola e si mette a lodare la sua salsiccia dal suo impiantino fai da te con amplificatore a transistor, l’edicolante invece se n’è andato, non si può più nemmeno passare e salutarlo o chiedergli che ne pensa di un libro, lui che per tanto tempo è stato l’unico a venderne qui. Kylie Minogue balla e la riprendono da sotto, si vede dalla vetrina di un parrucchiere, sotto il televisore Katia taglia capelli per la quinta volta oggi: questi sono fini e sciupati, se le punte fossero doppie sarebbe già un successo, in questi casi lei adotterebbe la dicitura multiple. La cugina di un suo collega ha appena finito il master da infermiera specializzata in nonsocosa, porta in giro per la stanza dolci da offrire a tutti, la madre di un altro collega ne prende uno, non lo mangia, si sporca le mani e lui gliele lava, e poi ancora ne afferra un altro e suo figlio la pulisce, e poi un altro e lui la prende quasi di peso e la porta in bagno ancora una volta, rimproverandola come probabilmente lei faceva con lui da bambino. Katia sente di un’altra che studia fuori, proprio quella a cui sta facendo i capelli, che ora ha finito di tagliare e sta asciugando, e il suo collega la prende in giro –tu sempre qua sei!. Ma lei si ritiene fortunata, acconcia capelli, riesce a vivere con il suo stipendio senza chiedere ai genitori, esce con il fidanzato, compra regali di Natale. Stamattina nella sua strada hanno trovato un cadavere carbonizzato. Ma il fetore di morte che si respira nell’aria è un altro, il paese che ora è un agglomerato urbano che assomiglia a una città si succhia energia da solo, pian piano qui si annega nella noia e nella disillusione. Forse si voleva cambiare qualcosa, ma si sta sempre alla finestra ad aspettare che qualcun altro si muova. Nel frattempo, ci si lamenta. E si muore lentamente. Valeria Balistreri


Almanacco del giorno prima (20 dicembre 2012) 1000 gradi. Rovesci. Fulmini e piogge. Frane, maremoto, eclissi, eruzioni. Possibilità di terremoti. È la fine! le mie ultime 24 ore e questa notte finirà e dovrei... Dovrei dirgli che se lo dovessi incontrare in questa ecatombe cambierei valle. Non è stato facile andare via... altro che fine del mondo! "Tu per me sei morto!" oddio adesso lo sarai, lo saremo per vero, allora? Non voglio incontrarti in un'altra morte. E si scatena l'Apocalisse dove ho cercato numeri nascosti tra le righe e significati reconditi, ho cercato cavalli e ne ho scoperto i colori. Non ti preoccupare si scateneranno le forze della Natura, si manifesteranno, si apriranno i cieli. Zitta! Dio ti ama. Scegli me! Scegli me! Scegli noi! Quanti segnali incompresi, odio, guerre, libertà ne abbiamo bruciato il senso. Chiedo aiuto e il mare che ho tanto amato, ora mi fa paura, sono le acque di Mosè? Cerco di scappare dove? in un altro mondo? mi giro vedo il cielo profondo e nero davanti a me e una gigantesca palla che gira; cos'è ? e poi vedo tante palline, beh saranno i pianeti ? Il mondo non c'è più, lo dicono i Maya, lo dice il telegiornale. Il mio mondo sei tu...a chi l'ho sentita dire questa frase? E poi, di botto, io il mondo l'ho sentito sotto ai piedi, e tu solo una meteora. Fisso un punto dell'orizzonte e volo ; una luce si mostra tra me e una scia e si staccano milioni di piccole stelle, frammenti di corpuscoli celesti Saremo creature nuove, non temere risorgeremo, ci eleveremo e torneremo alla casa del Padre che non ci dirà di no. Sprofonderemo tra vapori... mica devo fare una sauna? Prendo il costume poi si vede. Dio mi ama e si squarceranno i cieli e l'odore di fumo invaderà la terra, fulmini cadranno e acque si alzeranno ma ci salveremo. Dio ci ama con l'utero, l'ha detto padre Francesco - che continua a guardarmi a suo modo, un modo strano-. Non la pensa così la signora che sta davanti a me che si gira a fissare il mio palteau con insistenza e si chiede dove l'ho comprato - secondo lei il mondo non finirà - Stai attenta, ascolta! Dalla fine del mondo rinasceremo, e rinasceranno tutti i morti, si apriranno le tombe e si alzeranno spiriti, angeli arriveranno a schiere, saremo liberati da pesanti catene... senza rovesci, scarsa possibilità di piogge, nubi minacceranno quegli stessi cieli devastati (dal meteo del 20 Dicembre 2012). I Maya dovevano essere proprio cattivi o grandi burloni e non provate a difenderli. Non ti preoccupare Dio non è un punitore, Dio ti ama, non può partorire tali idee, ma solo "una fine da dio" senz'altro con effetti speciali. Dio è tollerante, Bene infinito e la mia mente finita non può capire, non può capire che mi tocchi di nascosto in cambio di un sapone, non può capire la tua violenza,


non può accettare le tue botte, la tua fredda volontà di uccidermi - 20 cm la lama del tuo coltello - sei solo un uomo, schiacciato dal peso della tua cattiveria con la tua testa fragile che ti rende pericoloso e questo calendario oggi te lo ricorda, magari solo per spingerti ad alzarti da quella sedia, da quaggiù mi sento fragile ma se farò qualcosa per te resterò viva. Non ne sono sicura. Ti aspetto nel mio cuore, ti aspetto in Africa dove è complicato bere, mangiare, vivere. Ti aspetto in Palestina, dove sparano e muoiono. L'esigenza di giustizia rimane accesa e qui non si ottiene giustizia, non si trovano i colpevoli, anni a cercare prove che mancano, vive bestialità nate nella testa degli uomini. Trionferà l'Amore su tutto: notizia dell'altro mondo. Sento freddo e tremo. "Sto sognando?" e non è che abbia paura di morire, non proprio. Penso a tutto il "mio mondo" e improvvisamente ai tuoi occhi che vorrei rivedere Ciao, sbrigati! dai che mancano solo pochi giorni, che aspetti a stringermi? Quando ci vediamo? ora; no, fra un paio d'ore - che potrebbero essere le ultime- e voglio stare all'inferno con te, che preferirei al falso paradiso dei miei pensieri, fra le tue braccia potrei morire e urlerei tutte le parole che ho che siamo tutti morti. Manca il sole ma sento uno strano calore di fuoco Sarà davvero la fine? o l'ultimo imbroglio di questa vita che ti fotte quando meno te lo aspetti? Non c'è più tempo. Il giorno è sparito, intorno c'è l'Apocalisse, rimani con me e baciami fino alla fine del mondo. Antonella Tarantino


L'agguato Nessuno in tutto l’ufficio la sopporta: è una stronza. Una volta ha telefonato a Valeria, a casa in mutua, con la proposta di un aperitivo insieme. Valeria si è fidata: in fondo è una richiesta del suo capo. Puntuale è arrivata la visita medica, poi un richiamo dal personale: Valeria può scordarsi l’anelata promozione. Si dice che gli occhi siano lo specchio dell’anima: lei ha due occhi porcini di un marrone melmoso. Anche il suo soprannome la dice lunga: ORKATOMICA . Non c’è stato neanche bisogno di parlarne; durante la pausa caffè è bastato uno sguardo tra colleghi, gli occhi alzati al cielo: bisogna farla fuori. Sì, ma come? Tornati alla scrivania, ognuno inizia a pensare al metodo più efficace e sicuro. I giorni seguenti una serie di incidenti, senza le conseguenze sperate. Il detersivo per pavimenti finito, per sbaglio ovviamente, nella sua tazzina del caffè. Nulla di grave, una lavanda gastrica ed è tornata come nuova. La caduta dalle scale, con l’ORKATOMIKA arenata su un malcapitato che passava di lì: il poveraccio ha una costola rotta, lei se l’è cavata con un polso fasciato. Sembra indistruttibile, ogni volta risorge più forte di prima. Il suo adesso è uno sguardo di sfida: non vi libererete facilmente di me, sembra pensare. Due settimane di tentativi inutili. Sono le sei e l’ufficio è vuoto: urge una riunione. Paolo vuole desistere, preferisce licenziarsi che vedere il fallimento di ogni azione. Un’ora di discussione animata poi, quando tutto sembra arrivato ad un punto morto, l’intervento di Carlo: “ Bisogna passare alle maniere forti, qualcosa di drastico, tirare fuori le palle”. Silenzio. “ Quindi, cosa facciamo?“, interviene Paolo. “Andiamo a casa, domani ci penserò io”, sentenzia Carlo. L’indomani passa lentamente, nessuno riesce a lavorare, tutti aspettano che succeda qualcosa, qualunque cosa. La giornata è finita, Carlo è seduto in macchina fuori dai cancelli, sta aspettando la sua preda: un agguato in piena regola. Uno sguardo fuori dal finestrino, l’atmosfera è natalizia, gli alberi agghindati a festa. Il cielo sta lentamente cambiando colore, dall’azzurro al giallo intenso. Un rumore di sottofondo, Carlo non ci fa caso, attento com’è all’uscita delle persone. Eccola, si avvia con passo deciso ad attraversare la strada. Rombo di motore, un’accelerata ed è per terra, il cetaceo spiaggiato sull’asfalto. Carlo scende dalla macchina, guarda il filo di sangue che le esce dalla bocca.


E’ fatta ! Il rumore è sempre più forte, Carlo guarda il cielo: è diventato di un arancione simil zucca. La strada si spacca, un fiume di lava sgorga dalla terra. Cazzo! I Maya avevano ragione. Sabrina Ercole Bidetti


A che ora è la fine del mondo? Lo so, da quando sono mamma sono diventata contemporaneamente e noiosamente figliocentrica. Dal verduriere: "Buongiorno, può darmi un kg di zucca? Sa, mio figlio l'adora" Nell'ascensore del supermercato: "Oh signora, mi dispiace per il suo ginocchio dolorante ma pensi che il mio bimbo ha il raffreddore" In ufficio: "Buono questo caffè. Al mattino quando accendo la macchinetta il mio bebè ne imita il rumore grrrgrgrgrgrgrrrr" Mi rendo conto che ogni discorso riporta sempre alla prole, però questa storia della fine del mondo ecco, io vorrei maggiori dettagli perché, guarda caso, mio figlio è nato proprio il 21 Dicembre 2011. Vorrei organizzare la festicciola per il primo compleanno perciò avrei bisogno di sapere come sarà l'aspetto scenografico. Il cielo diventerà nero e ci saranno tuoni? Potrei scrivere sull'invito "Special guests: Stomp". Ci saranno degli scoppi? Dei lapilli che possono essere confusi con dei fuochi d'artificio? In tal caso i suoi amichetti potrebbero invidiarlo molto, vorrei inviare dei ringraziamenti a qualcuno. Relativamente l'aspetto mangereccio: mi sarà sufficiente affettare le melanzane e il barbecue verrà offerto dalla casa o devo orientarmi su uno stile glaciazione frullando della frutta per farne degli chiccosissimi ghiaccioli? E infine il dressing code. Sono molto indecisa tra la linea extraterrestre e quella dei cavalieri dell'Apocalisse. Quanta confusione. Avrò bisogno di una vita di riposo dopo quella festa. Lucia Giorgi


Gli angeli neri Gnnniiii… dlin… clack. - Oh, ma ‘sta porta non la sistemano mai? Fa un rumore… Buongiorno, chi è l’ultimo? - Ciao Lisa, so mi l’ultima. - Ah ciao Maria, no ti avevo gnanca vista. Anche tu dal dotore? - Go da farme ea prova dea pression, i sonniferi par me sorea, e le michette de la diabete par me marìo. - Ma sta bene? L’ho visto tanto sbattudèo la settimana scorsa, era parfin verde. - Cossa vuto, ghe gera el funerae de so pare del fornaro de San Giorgio… - Come no, c’ero anche io, sai? Era tanto giovane, si e no che rivava ai 65, el fornaro ne ha 38, e i suoi figli vanno a scuola coi nipoti di mia comare. - To comare, ea Betta? Cossa xé che i ghe ciama a quei de to comare? - Brocca, perché avevano l’osteria “La brocca”. - Ah, ea Brocca… si si dai, go capìo. So moroso l’è el fradeo de so cugin de me cogna’, quei che i sta in fondo dea strada rente el canae. Ma so mama non la xé morta da poco? - Si, poaretta. Aveva tanto un brutto lavoro a un polmone. Ma allora stanno vicini anche della Marisa… la onta… quella che ha il marito che fa il camionista. - No, varda che lu l’è morto tre mesi fa. Incidente. Pensa, l’era appena sta dal dotor par farse fare el vaccino par l’inverno. - No, ti sbagli che aveva le emorroidi e il dottore gli dava l’Antrolin a cassette come le patate, e doveva farsi operare e non poteva perché era allergico all’indormia. - Ah, beh… ma te ghè visto el cimitero novo? Oramai toccarà farghene un altro, co tuta ea zente che l’è morta l’anno passa’! - Del resto, dobbiamo morire tutti a ‘sto mondo. - Ma che i vaga a ramengo tutti, maledetti… - Ma chi, Maria? El governo? - Ma no… quei… orco can… i Noia… i Voja… - I Maya, Maria: i Maya! Mauro Melon


Sbadati Venerdì 21 Dicembre 2012. Mattino presto, più o meno verso le 11. Mi svegliai con un mal di testa incredibile, uno di quelli che fin dal primo istante ti dicono già due cose, la prima è che non hai più sedici anni, la seconda è che l’altra sera hai bevuto dannatamente troppo. Guardai il cellulare di fianco al letto, segnava le undici, poco male, una mattina persa ma tanto non avevo niente da fare. Accesi il computer e la connessione internet, volevo vedermi un paio di puntate di qualche serie americana prima di farmi da mangiare. Mentre aspettavo che il computer caricasse tutto, andai in bagno a slavacchiarmi il muso. Quando tornai vidi che la connessione non andava, tipico, ma quella mattina non prendevo nemmeno una tacca... pensai che i bambini del palazzo, visto che erano iniziate le vacanze di Natale, fossero a bighellonare su internet e per questo non c’era abbastanza banda per tutti. Alla fine quello che rimaneva fuori ero sempre io. Spensi tutto, accesi il lettore mp3 e mi misi a cucinare qualcosa da mettere sotto i denti. Mentre aspettavo che l’acqua bollisse per calare la pasta, scostai le tendine della finestra in cucina e guardai fuori. Non c’era un anima, le strade erano completamente deserte come se fosse scoppiata una bomba, nessuno a piedi, nessuno in bici, nessuno in macchina. Solo il silenzio. Pensai che era festa e che avrebbe dovuto esserci il pienone in strada, insomma il contratto sociale prevede pur che tutti affollino inutilmente le strade nei periodi di festa. Ma quella mattina niente, un mortorio assoluto. Siccome stavo in un quartiere dabbene, pensai che tutti fossero in centro a fare spese o fossero in vacanza in montagna, non ci feci più caso. Dopo mangiato provai di nuovo a controllare la connessione internet, ma niente da fare, non andava. Provai allora a chiamare i miei, per sentire come stavano, ma il cellulare squillava a vuoto, così pure da mio fratello. Sembravano tutti spariti. Provai a chiamare allora la mia ragazza, era dall’altro giorno che non la vedevo e sicuramente aveva voglia di sentirmi. Niente. A vuoto anche con lei. Da quando mi ero svegliato non avevo avuto contatto con nessuno. Ma dov’erano finiti tutti? Provai a chiamare anche degli amici a caso, niente. Silenzio. Siccome non trovavo nessuno pensai bene di farmi un bagno. Aprii i rubinetti e aspettai che la vasca si riempisse. Quando fu a livello, mi aprii una birra e mi immersi. Stetti così per un’oretta, poi mi asciugai e decisi di uscire a vedere com’era fatto il mondo e a farmi un goccetto. Provai sempre a sentire qualcuno per vedere se usciva a bere qualcosa insieme. Niente. Per le strade non c’era nessuno, nemmeno un cane e nemmeno il cinguettare degli uccelli. Niente di niente, solo io che passeggiavo in mezzo al freddo di dicembre. Arrivai in bar, era aperto, illuminato, accogliente, ma anch’esso completamente deserto. Cominciai a sospettare che ci fosse qualcosa che non andava.


Visto che non c’era nessuno, presi una decine di birre e me ne tornai a casa ringraziando lo sprovveduto che aveva lasciato il bar incustodito. Erano quasi le sette di sera quando mi venne voglia di accendere la televisione. Accesi e vidi che non andava, come tutto in quel dannato giorno. Non prendeva nessun canale e c’era solo interferenza. Cominciai a preoccuparmi. Poi la magia, il cellulare squillò e vidi che era un mio amico, quello che l’altra sera aveva bevuto forte con me. -Ehi, Andrea! Pronto!- mi fece lui. -Sì, pronto. -Per fortuna che ti ho trovato! Non sono riuscito a contattare nessun altro. -Ah, allora non è un problema solo mio, avere una vita sociale oggi. -Problema solo tuo? Ma sai che è successo? -No, che è successo? -C’è stata la fine del mondo e noi ce ne siamo dimenticati! -Ah, cazzo! E adesso? -Ah niente. Oramai ce la siamo persa e stiamo qua. Andrea Knulp Roma


Un minuto prima della fine del mondo Giulio fissò la grande marea sotto di sé e decise di telefonarle. Fece il gesto inconsueto in modo meccanico, i telefoni non funzionavano più da ore. Né fissi né cellulari. E, in ogni caso, sapeva bene che lei non avrebbe risposto. Se solo avesse potuto spiegarle quello che pensava. Se solo avesse avuto cinque minuti per dirle che lei aveva ragione. Una specie di buona azione, un gesto strano da parte di uno che ha sempre detto di no a tutti. Accese una sigaretta e tossì in modo sommesso. Che momento, quello. Sara stava piangendo piano, Daniela ringhiava, Sergio bestemmiava, Mario aveva cancellato dal volto quel sorrisetto da stronzo che gli aveva procurato molti nemici e nessun onore. Tutti capovolti, alla fine nessuno di loro era quello che sembrava: i forti erano deboli, gli smidollati rocce. Lei avrebbe saputo descriverlo alla perfezione. Giulio si guardò intorno. La sua casa editrice. L’aveva tolta dalla polvere, rinnovata, resa produttiva. Con un piglio da iena aveva strappato quei bravi ragazzi dal loro guscio sonnolento e da ognuno aveva spremuto il meglio. Solo con lei non c’era riuscito, a ottenere quello che voleva, con gli altri sì: autori e aspiranti tali. “Sì, dottore” “Certo, dottore”. Gli facevano venire la nausea. Tutti pronti a farsi pubblicare, strisciando. Poi sparivano. Tocca alla casa editrice vendere i libri, distribuirli, promuoverli. Stronzi parassiti, scrittori da quattro palanche che poi pretendevano pure i diritti d’autore. A lui non restavano i soldi neanche per pagare gli stipendi a quei poveri cristi. Tutti laureati in lettere con il massimo dei voti, tra l’altro. Abbattere i costi: era stato il suo modo di rinascere. Nessun distributore, faremo da soli. Davide contro Golia, ma il piccoletto poi alla fine ce l’aveva fatta. Tagliare teste: il suo sistema. Solo produrre, contava. Copertine brutte e patinate, che però vendevano: la gente non meritava altro. Poi era arrivata lei, l’autrice da migliaia di copie al primo libro, ne era certo. La creta da modellare agile tra le sue mani. Il sogno di ogni editore. Gallina. Gallina mia dalle uova d’oro. Racconti perfetti che gli avevano strappato l’anima e fatto male. Perciò piegarla sarebbe stato ancora più divertente. Guardò la marea che intanto stava salendo, Non c’erano più le strade, le auto erano state portate via. Qualche pino ancora svettava, le cime sembravano punte di piccoli bonsai. E su quelle punte diecine di scoiattoli parevano pazzi. Se la ricordava, anche lei così: matta, minuscola e agitata, con quel manoscritto stretto tra le braccia che pareva avesse in collo un bambinello. Si era presentata alla fiera di Roma, mandata dal solito critico. Patetica, come molti. Ma in fondo agli occhi, a ripensarci, qualcosa di strano c’era: una lucina da cane sanguinario. E quella ridicola carta - stampata in proprio - lei non la stava tenendo in braccio solo come una cosa preziosa ma come un oggetto vitale. Avrebbe dovuto capirlo. Un osso. La parte di qualche bestia da mangiare, perché così facevano i veri segugi: cacciavano e divoravano. Lui li adorava, quei cani lì. Brutti stronzi sanguinari. Non se n’era accorto subito,


che la scrittrice piccolina occhialuta timidina nascondeva un’anima selvatica da cacciatrice. Se ne avvide quando cercò di gabbarla modificando il titolo della sua raccolta. Lei accettò con quel fare da sorcio bagnato, ma all’ultimo dribblò e cambiò un aggettivo, come se niente fosse. I ragazzi in casa editrice avevano detto “Che importa? E’ quasi uguale. Tanto Giulio neanche lo vede”. Ma intanto il libro aveva cambiato fisionomia. E lui davvero non se n’era quasi accorto. Brutta stronza. Decise allora di prenderla per fame. Nessun contratto fino alla fine. Vediamo cosa combina, pensava sogghignando. Al telefono lui si faceva negare. La richiamo io, diceva ai ragazzi. La loro paura cresceva, e anche la considerazione per lui. Il capo. Così dovevano andare le cose. Figuriamoci se il capo richiama qualcuno. Intanto Giulio la notte rileggeva quei racconti e non gli pareva neanche vero, che il sorcio avesse partorito la montagna. Storie allucinate e verosimili, uno stile personale, una scrittura che non permetteva di staccarsene, dalla prima all’ultima parola. Lei propose una copertina, lui disse di sì.Certo che sì. Lei ringraziò. Ci teneva tanto, disse. Giulio ordinò subito al grafico di stravolgerla, quella ridicola copertina. Così classica, così noiosa. La patinò, mutò la grazia del soggetto in arroganza, la bellezza in disprezzo. Decise di distribuirla così conciata in prevendita. Senza neanche un contratto. Le fece inviare la scheda del libro all’ultimo momento, in modo che lei non potesse tirarsi indietro. Il libro ormai era fatto. Lei lo cercò, gli scrisse, lo supplicò di cambiarla: la sua raccolta non poteva essere pubblicata con quella veste, il lettore non avrebbe capito. Come no, ciao bella. Gli autori sono tutti uguali, che vuoi che faccia quella. Per essere pubblicati venderebbero madre, padre e fratelli. Ed è già tanto se non li facciamo pagare, per vedere il loro nome in copertina. Il sorcio non avrebbe fatto eccezione, si sarebbe piegato. Le azioni della cattiveria di Giulio sarebbero cresciute, il terrore dei dipendenti sarebbe diventato solido come una creta messa al sole. E se qualcuno si fosse azzardato a fiatare, lui lo avrebbe sbriciolato. Guardò l’ultimo scoiattolo. Dopo essersi agitato più degli altri si era fermato. Intirizzito e rigido guardava l’acqua salire. Così gli sembrò avesse fatto anche il suo roditore. Semplicemente, si era fermato. Poi era sparito. Lui non ci dormiva da due settimane. Dov’è andato il mio segugio, dove la mia gallina dalle uova d’oro. Come fosse riuscita a scambiare il file della copertina con quello che lei voleva, era un mistero. Aveva un complice, qualcuno che aveva letto e capito. Chiunque fosse il colpevole, era tra i suoi ragazzi. Le schede per i librai erano partite con la copertina scelta da lei, quella originale, ed erano subito arrivate prenotazioni per quasi tremila copie. Un piccolo successo inatteso che si era mutato subito in un piccolo sorprendente aborto, perché l’autrice invece non aveva firmato il contratto. Proprio quella mattina a Giulio era arrivata un’unica copia perfetta, con la


copertina che lei aveva scelto, la dedica e i ringraziamenti, compresi quelli per l’editore. Aveva fatto tutto da sola, portando il file in tipografia. Una meraviglia di libro. Quando lui aveva aperto la busta che lo conteneva c’era stato quel boato, poi il rombo cupo dell’acqua. Ed era iniziata la fine del mondo. Roberta Lepri


Caro diario. 6 dicembre Dormito da schifo. Moglie russato tutta la notte. Provata a soffocarla mi ha morso due dita. Caffè senza zucchero, bagno senza carta igienica, bidè senza acqua calda. Esco da casa e non parte l’auto. Ritardo per riunione di lavoro. Desiderio di scannare il direttore. Triste simmenthal per cena. Telefonata di mia madre. Mi racconta che il cane gli ride. Prenotare visita dal neuro psichiatra. 10 dicembre In soffitta trovata straordinaria tela di ragno raffigurante la gioconda. Moglie stirato tutte le camice. In diretta tv Berlusconi annuncia il suo ritiro spirituale in un ashram in India. Si è tagliato i capelli a zero. Con lui anche la Minetti vestita da minnie. Si è tagliata i capelli a zero ma ha due grandi orecchie. 11 dicembre Sveglia all’alba. Il prete ha citofonato a tutta la palazzina per informarci che si rifugia a Cuba bestemmiando in sanscrito. Auto non parte. Arrivato tardi in ufficio. Ascensori impazziti. Otto piani a piedi. Il geometra Astolfi è infartuato al sesto. Prenotare visita cardiologo. Mina torna in tv. Canta a XFactor. 14 dicembre Stamane metto il cornetto nel micro onde e sento Radio Maria. Nel parco il roseto è tutto in fiore. Mesti funerali del povero geometra Astolfi. Mia madre mi chiama al cellulare parlandomi in tedesco per dieci minuti. Chiamare l’assistenza Nokia. Mia figlia Carlotta si è tatuata lunga tutta la schiena la madonna di Guadalupe. Prendo due aulin ed una doppia grappa. Little Tony in tv dalla D’Urso annuncia la sua seconda gravidanza. 17 dicembre Cancello del parco bloccato. Chiamato pompieri. In ufficio saltati tutti i terminali. Niente lavoro. Grande pacchia. La signorina Bartagli improvvisa uno spogliarello per intrattenerci. Straordinaria orgia furiosa di sei ore in sala riunione. Richiamato pompieri. Fatto lavatrice la centrifuga gira al contrario. In tv il papa si mostra in bermuda ad un concerto dei Metallica. 19 dicembre La Bartagli ha ficcato una matita acuminata in un occhio al direttore generale.


Poi si è buttata di sotto. Saltato pranzo. Auto non parte tornato in autobus. Triste simmenthal per cena con funghi trifolati. Dallo scarico del water melodioso canto di muezzin. Chiamare idraulico. Oscurati tutti i canali mediaset. Emilio Fede conduce il Tg1. 21 dicembre Cielo grigio senza sole. Surreale silenzio. Niente uccelli. Niente lucertole, Niente postini. Cellulare non prende. Strana pioggia di cenere impalpabile. Nel parco del mio ufficio la statua di padre Pio scende dal basamento e mi dice ”Ragazzi, io ho dato…Arrivederci” a lunghe falcate si dirige verso via Palestina. Auto sepolta da cenere. Non parte. Lapilli. Roberto Testa


Zucchero filato A guardare il cielo viene da sorridere questa mattina che di più azzurro c'è solo a primavera, e ha nuvoloni belli e bianchi che se ci metti un bastoncino sono zucchero filato. E a Mattia lo zucchero filato piace tanto tanto, anche se la nonna glielo dice sempre che poi gli cadono i dentini. La mamma lo imbacucca tutto e lui guarda la finestra e immagina già la stecca di zucchero filato e le sue dita appiccicose e impiastricciate. Ultimi giorni di scuola e poi le vacanze di Natale! Non vede l’ora che finisca la giornata, che nonno Marco a sera lo porterà alle giostre e finalmente avrà il suo amato zucchero filato. Sorride sornione con le guance rosse di letto e si lascia coprire di sciarpa, guanti e cappuccio, almeno zittisce la mamma. Con un bacio grosso sulla guancia la zittisce, che parla velocissima e Mattia vuole tornarsene a letto, altro che scuola! «brrrrrr» gli si torcono le guance e il suo viso è una smorfia da mangiarselo con le patate quando dice di aver freddo, e a ridere la madre innamorata di quel figlio, si sente l'unica donna ad averne mai avuto uno. I finestrini si appannano così veloci che Mattia scoppia a ridere, non si vede proprio niente niente ed è bello rimanere al calduccio accovacciato sul sedile. Da dentro non si vede proprio la lunga scia di auto che fanno da tappeto nelle vie del centro «Col Natale alle porte la gente diventa pazza, neanche fosse l'ultimo Natale! Mattia, tu lo sai che la mamma ti vuole tanto bene?» «Sì». Conosceva oramai quel gioco e, senza troppa soddisfazione, rispondeva meccanico alla madre «E tu quanto vuoi bene alla mamma?» «Quanto il mave» con quella erre moscia di dentini da latte oramai caduti. E a canticchiare tutti e due le canzoni di Aladdin «Il mondo è tuooo» stona la madre, «Il mondo è mio» con voce bianca e acuta. E i compagnetti, e le maestre, e i bidelli con panettoni, pandori, pasticcini e caramelle. Rumori di baci su guance, strette di mano e campane tintinnati. E salta di qua e balla con me, Babbo Natale eppure la Befana, il folletto, i pacchetti coi regali. Lo zucchero filato no. Quello non c’è e Mattia a sognarselo già tra le mani. E la campanella segna la fine di quello strazio. Di corsa in macchina con mamma verso casa, col cielo azzurro, le luci di Natale accese anche di giorno, il traffico, i clacson, negozi pieni di gente «Tanto tu e mammina tua hanno comprato già tutti i regali». Balza giù dal sedile e si lancia in braccia al nonno e affonda il viso nella barba bianca e vaporosa. Pranzo veloce e forsennato, senza forchette che volano in aria imitando improbabili aeroplanini o cucchiai che viaggiano veloci da poterli scambiare per treni intergalattici. Uno sbadiglio fa da preludio a due caldissime e ovattate ore di sonno con le note delicate di un respiro profondo e intenso, e alito che sa di latte e miele. E svegliarsi col buio di un pomeriggio invernale che puoi sconfiggere solo con una spada da pirata nella mano destra e una manciata di biscotti nella sinistra, e un pezzetto di cioccolato, solo un pezzetto «che poi cadono i dentini e ti fa male il pancino». E di nuovo a


imbacuccarsi da astronauta: berretto, sciarpa, guanti giubbone, stivali mentre nonno Marco lo aspetta all’uscio. Luci, grida, musiche, clown, palloncini, caramelle, giocattoli, mele caramellate, marionette, bambini, guinzagli, cani, pesci rossi, tartarughe, streghe, mostri, pirati, principesse, cavalli, canarini, pappagalli. Un mondo tutto colorato che non sazia mai gli occhi, ingordo Mattia guardando famelico ogni cosa stregato ora da un colore ora da un suono. E via a fare il cow boy sul cavallo giostra che gira intorno, e vai a fare il mozzo in una nave pirata, e di corsa l’archeologo tra resti di dinosauri. Urla, botti, risate e la bellezza di un cielo bucato di stelle. Mattia guarda il nonno, è il momento di chiederlo: Nonno, nonno! Mi avevi promesso lo zu Vito Bartucca


Il tè dalla zia A quarantanni i giochi in amore sono fatti! La discussione non poteva aver peggiore vittima di mio nipote: ma le mie amiche sono implacabili. Non c'è correzione nel tè che tenga! Primo sorso. "Ormai non ci sono più le occasioni che si hanno da ventenni per frequentare a lungo qualcuno". "La sera a letto presto che il giorno dopo si lavora e figurati se hai l'energia per ballare come un pazzo in qualche discoteca". "I migliori partiti son già stati tutti presi a quell'età!". "Se poi qualcuna è sola di sicuro nasconde qualche fregatura". "Per gli uomini è ancora peggio". Secondo sorso. "Con tutti i denti del giudizio già spuntati un uomo non lo correggi più". "Una donna a quarantanni è già stufa di ovulare e non aspetta altro che le gioie della menopausa". Vero che ormai non ho quasi più ricordi del menarca e nessuna nostalgia dei pianti improvvisi intervallati alla voglia di uccidere qualcuno, ma non si sta parlando di noi, ragazze, cerchiamo di contenere i commenti! Nulla. Gli occhi umidi e tremolanti di mio nipote non frenano la lingua a nessuna delle stanti: chi fresca di vedovanza, chi della vincita all'ultima lotteria della parrocchia. Ma nessun argomento trova più spazio della voglia di consolazione mal interpretata: "Coraggio è l'età migliore per un uomo!". "Che ti importa della solitudine? Guarda me!". Il tutto mentre il biscottino al cacao regala un fremito alla malferma dentiera! "Ho letto che passati i quaranta si smette di crescere. E quello che si ha inizia a rovinarsi o a imbianchire". Cara, vuoi dell'altro tè? Fingo che mi sia scivolata la bottiglia di gin al rimbocco. "Sai stirare e te la cavi ai fornelli, non ti serve una donna!" Indubbiamente non gli serve una donna. Indubbiamente. Che ci fa? Discutono di come abbinare la borsa alle scarpe? Certe volte mi chiedo come faccia ancora a sopportare le mie amiche. Quando mi sovviene la risposta fingo anche per la mia tazza di tè una mal ferma presa alla bottiglia del gin! Vorrei far qualcosa. Vorrei intervenire, ma Gina rovinosamente chiude ogni speranza. Sento distintamente una crepa aprirsi nel cuore del mio povero nipote. Un istante solo, ma distinto da tutto il resto e accompagnato dalla caduta della parte di biscotto già intinta nella tazza: "Perché per distrarti un poco non vieni con noi alla tombola di sabato in parrocchia?" Mi avvicino a Gianluca con la scusa di prendergli dalle mani la tazza rimasta a mezz'aria. Gli stampo un bacio sulla guancia e lo rassicuro io: "Tranquillo. Non ci arrivi ai quaranta. Il 21 dicembre ci pensano i Maya!" Ermelinda Frangisponde


Nessuno pianse “When one world ends something else begins but without a scream Just a whisper because we just started it over again” Marilyn Manson – The Fall of Adam Qualche minuto antecedente alla prima esplosione, la gente viveva la sua vita quotidiana e regolare: nel mondo una donna litigava con un venditore ambulante, un ragazzo con una maglietta arancione era caduto dalla bici, un altro – uno studente dell’università, forse - stava raccogliendo dei libri da terra, mentre una bambina, dalla parte opposta del globo, giocava sull'erba e una donna anziana, poco più in là, portava un cane al guinzaglio che tendeva la testa per annusare ogni albero che incontrava. Il primo attimo, dopo il colpo, fu di silenzio, smarrimento, confusione felpata, l’attimo in cui cominciava a innestarsi, nella mente di ognuno, la coscienza di quello che sarebbe successo di lì a poco, quando quel momento sarebbe passato e tutto avrebbe cominciato a distorcersi, deformarsi, cambiare: nella mente dei presenti sarebbe scattato l’odio per gli altri - per tutti – astio accumulato che si sarebbe riversato su ognuno - familiari, amici, nemici, amanti, conoscenti ed estranei – l’uomo aveva previsto la fine del mondo, nessuno, invece, aveva previsto la fine dell’uomo. Quando tutto si mosse ogni singola cellula umana presente nel globo riversò il proprio odio su chiunque avesse davanti, l’aria si spezzò e dai tagli zampillò sangue nero che inondò le strade di ogni città americana, abbatté tutte le capanne di fango in ogni villaggio africano e così ogni monumento, ogni chiesa, ogni edificio fu percosso violentemente dalla malevolenza dell’uomo. I genitori assassinarono i loro figli piccoli - quelli più grandi e forti cercavano di uccidere loro - e così ogni famiglia morì, ogni uomo non riconobbe più le regole imposte dalle istituzioni e vennero distrutte case, parchi, uffici e i grattacieli crollavano a ogni esplosione; furono massacrati gli animali da compagnia e quelli d’allevamento, i militari scaricarono le loro armi su ciò che si muoveva e la gente moriva sotto i colpi mentre i religiosi colpivano coloro che fino a quel momento avevano mostrato fede - e sembrava che più la fede fosse forte e più crescesse l’odio concretizzato nelle loro mani sporche di sangue e morte - e vennero dimenticati i sentimenti di amicizia e di amore, l’empatia, il rispetto, la compassione per l’altro che adesso tremava in preda agli spasmi, sussultava dopo essersi accasciato, si spegneva agonizzante e migliaia di cadaveri si accumulavano, l’uno sull'altro vomitando odio, e nessuno pianse. Federico Orlando


Apocalypse Karma - Io non capisco il perché…L’altro lo guarda in un modo strano. Forse sospetta una menzogna. Ma lui non sta mentendo, semplicemente non capisce più niente. Lui gli concede un’occhiata quasi paterna e dice con voce ferma - Lo capirai presto. Il giorno è vicino – poi chiude gli occhi e sembra appoggiarsi contro qualcosa. Anche se è qualcosa fatta di niente. - Ma io non voglio partire ancora - tenta di dire lui in un sussurro. Invece è già in viaggio. Precipitato, denudato e scagliato contro il nulla, così trascorre una vita. C’è il sole alto e fermo in mezzo al cielo. Il calore del catrame entra nella bocca e fa uno strato nero nei polmoni che non si può vedere se non venti anni dopo nella traslucenza di un vetrino di laboratorio che racconta le peripezie di un tumore maligno della trachea al secondo stadio. - Un vero lavoro di merda – questo avevano detto all’ufficio del lavoro. Avevano ragione, perdio. Il Turkish bar era l’ ufficio del lavoro da quando i caporali ci passavano due volte alla settimana con regolarità e a volte ci scappavano delle giornate buone per qualcuno. La voce si era sparsa. Se l’erano passata come un tesoro con poche parole mentre erano in fila alla Coop per un filoncino di pane e un litro di Tavernello: cinque euro all’ora per i lavori facili, dieci per quelli duri e dodici per quelli quasi impossibili. Stendere catrame era considerato lavoro facile. Che ci vuole. In estate nella cabina del camion sono appena cinquanta gradi, cinquanta merdosissimi gradi che pare di avere la testa in una bistecchiera . La morsa bollente fa uscire un po’ in fuori gli occhi, ma a fine giornata tornano a posto. Resta solo la sensazione di un palloncino che si è sgonfiato. E pare manchi qualcosa nelle orbite. Questo però è il lavoro degli italiani, perché l’autista deve essere a posto, in regola e con la patente. Spalmare il catrame sulla strada è ancora più facile. Lo può fare anche un polacco. L’odore acre entra nel corpo e si fa dolce. Ian le prime tre volte cerca di pensare a certe sere che la sua donna non si era lavata, e allora là in mezzo alle gambe di lei c’era quell’odore strano, che a lui restava attaccato sulle labbra, sulla barba. Dappertutto. E che poi in fondo era anche piacevole, dopo. Ogni tanto Ian si gira e vomita. Poi ci butta giù un sorso d’acqua che sa di sudore e riprende a lavorare. C’è venuto con sua sorella, in Italia.


Certo che non era sua sorella, ma tanto chi ci ha fatto caso, è bastata una buona parola del prete, e fargli qualche lavoretto. Di quelli speciali. Difficile che controllino i documenti. Non si deve dare nell’occhio. Qui c’è lavoro in abbondanza. Basta povertà. Basta scarpe senza cuoio. In Italia è tutto facile. Brava gente. Il sole scalda la pelle, servono pochi vestiti. Avanza qualche euro per una bevuta al Turkish bar il sabato, e Ian allora si mette seduto lì davanti sulla sedia e vede la vita degli altri. Gatto nero cane marrone. Gatto marrone a strisce e cane bianco. Mangiano scatolette che la signora della villetta d’angolo compra alla Coop. Costano più dello sfilatino e del vino di Ian, ma a lui non importa. A lui piace sognare. Quella che piace a lui passa tutti i sabato sera, o forse tutte le sere, anche quando lui non c’è. Passa e tira dritto, per non guardare verso quel posto denso di uomini e fumo attraversa la strada dieci metri prima del bar e dieci metri dopo attraversa di nuovo e si rimette in carreggiata. Giusto una piccola deviazione nella perfetta vita di tutti i giorni. Questo sono loro per lei. Quegli uomini strani. Gli extracomunitari, un minestrone di pezzi comunque andati a male. Questo è Ian, pensa Ian mentre vede Ian riflesso nel vetro del Turkish bar e dietro di lui insegue con gli occhi lei che attraversa un po’ affannata. Potrebbe avere calze autoreggenti come la ragazza del calendario nel camion di Mario. Potrebbe averle oppure no. Tanto lui non lo saprà mai, anche se non può smettere di pensarci. Non tocca una donna da tre mesi, da quando sua sorella si è messa a scopare con un vecchietto italiano e allora lei non può più rischiare di farlo con Ian mentre quell’altro dorme. E’ geloso, povero nonno. Ian ha capito, è intelligente. Sensibile. Tanto non era neanche sua sorella. Spera che lei sia felice. Felice come può esserlo qualcuno a cui non manca tutto quello che serve oltre a uno sfilatino e un litro di vino. Così adesso lui fa da solo. No, alla Caritas non si può. Al bagno deve sbrigarsi e poi si vergogna se fuori c’è qualcuno che aspetta. Ha provato davanti a una scuola ma lo hanno quasi scoperto, ed è scappato con la patta aperta. Qualche volta di sera si siede dietro un cespuglio dei giardinetti pubblici, e prova ad accarezzarsi ma si addormenta per via del lavoro. Se invece ci riesce, allora per qualche giorno è a posto e smette di fargli male. Se solo le donne sapessero. Pensa. Se solo capissero quanto bene potrebbero fare agli uomini, allora forse lo farebbero. Questi sono i pensieri di Ian. Più leggeri del vapore del catrame e ancora più intensi di quel maledetto puzzo. Male. Male fare pensieri, si deve lavorare e basta. Un lavoro semplice e pagato bene non prevede distrazioni. Non ha tempo di capirlo il polacco, perché non sente l’urlo di quello dietro di lui, che ha visto il camion piegarsi e il catrame uscire di fuori come uno


schizzo di vomito denso, e Ian farsi rosso e nero. Poi cenere. Doveva essersi addormentato. E comunque si risveglia davvero triste. L’altro ha ancora gli occhi chiusi. Pare sempre nella stessa identica posizione, eppure ne deve essere passato di tempo. Ne è certo. Fa uno sforzo per cercare di ricordarsi il proprio nome. Gliene vengono in mente migliaia, i nomi di molti degli uomini che avevano abitato la Terra. Tutti, ma non quello che sta cercando per se stesso. Nota una leggera increspatura sulle labbra di quell’altro. E' preso dal terrore. - No. Non voglio…non è possibile…questa è una storia senza senso Ma il suo interlocutore pare dormire. A parte la leggera increspatura. Viene risucchiato di nuovo. Stavolta con una sensazione di dolore intenso. Non gli basta vedere la luce per sentirsi meglio. Piange. Sono nero. Nero e lucente. Veloce e agile. Il migliore ad arrampicarmi sui ponteggi. Lo yacht è bianco e lucente. Bellissimo come le donne che porterà. Indosseranno abiti a pelle e sotto niente. Ecco, basta che allunghi la mano verso lo scafo così lucido, posso accarezzarlo e accarezzare i loro corpi. Come velluto, come dune di sabbia. Come mare e seta. Sono donne comunque. Chiunque può averle. Ecco, così, una mano qui e una sullo scafo. Niente a tenermi. Come un uccello. Un uccello nel cielo. Un uccello che cade. Giù dal ponteggio di questa nave miliardaria, a capofitto da questi otto metri di vita troppo breve. Per queste donne meravigliose che balleranno su questo ponte e non lo sapranno. Rideranno e non lo potranno sapere, che ballano sul sangue di Thomas, l’africano che è morto per loro al suo primo giorno di lavoro regolare. - Questo è sbagliato – sussurra con velenosa lamentela, avvicinandosi quasi minaccioso. L’altro pare scuotersi. Qualcosa sembra alterare la sua meravigliosa calma. Sembra scattare ma ritrova subito la propria serena concentrazione. - Guarda che sei qui per tua scelta Non gli rimane che guardare in terra. Deglutire. E prepararsi a partire ancora. Strano un corpo di donna quando si matura. Sotto alla pelle, così bene attaccata alla gabbia toracica, si fanno avanti due sassetti duri da niente, che un giorno portano in avanti tutto lo scheletro e impediscono le cose più naturali. Correre, abbracciarsi. Andare in bicicletta sulla breccia. Bisogna stare attente, signorina. E se non si può continuare a giocare con i maschi, allora? Allora si può studiare. E se non ci sono i soldi per studiare? Si può lavorare. Non si è mai troppo piccoli per il lavoro. Come si può essere bambine con due tette del genere? E’ divertente. Uscire la mattina quando l’aria è fredda e aspettare l’autobus, e


vedere che l’autista è gentile e ti aspetta, e non ti guarda più come l’anno prima. No, davvero. Le compagne scherzano. Sanno un sacco di cose. No, macchè assorbenti. Ci sono quelli interni, quelli con il filo. Ma no, è vergine. E allora tutte ridono. Poi arriva il padrone e non ridono più. Fare materassi è lavoro di responsabilità e precisione. Non è facile, non è difficile. E’ lavoro. Di quelli che a fine mese porti a casa trecento euro, così ci saranno per le ferie a Cattolica e potrai vedere tua madre con l’abbronzatura e la vicina che si affaccia a veder partire la Fiat Uno della famiglia Madonia con una faccia da fine del mondo. Trecento euro e tuo padre sorride. Tuo fratello ha i jeans nuovi. Tu hai quindici anni e tutta la vita davanti. L’autista che ti sorride alla mattina, le amiche per scherzare e la discoteca al sabato sera con due consumazioni. Perciò il lavoro va rispettato. E difeso. Tina doveva aver acceso una sigaretta. Poi si sarà addormentata. Chi può dirlo. Maria ha visto il fumo e si è mossa. Come se saltasse piano. Le altre sono scappate. Lei ha preso un secchio ed è corsa incontro al fuoco. Difendeva il suo lavoro e non c’era niente altro che potesse importarle. Niente oltre alle ferie. Un paio di jeans. Due consumazioni alla Capannina. Il fumo dentro la gola. Neanche ha mai acceso una sigaretta, e le tocca morire soffocata a quindici anni. Pensa un po’. Adesso lui piange. Non ci capisce niente. Non soffre, eppure sente dentro di sé il peso di qualcosa di terribile che vuole dimenticare, anche se non lo ricorda. Dovrà continuare ancora? Per quanto tempo? Cosa vuole quello lì? L’altro gli domanda se ne ha abbastanza. - Ne hai abbastanza? Hai trovato quello che dovevi trovare? Di cosa stia parlando, lui non sa. L’altro ha perso la pazienza. Forse ha fretta. - Non ricordi? Se qualcosa andava storto, come politico le definivi “tragiche fatalità”… Come uomo qualsiasi semplicemente non erano cazzi tuoi. E da giornalista le chiamavi morti bianche…Ti sembra che la morte possa essere di qualche colore simile al bianco, povero cretino?L'uomo balbetta cose incomprensibili, tirate su da qualche pozzo della memoria, e tutte chiedono anche un solo perché. Una spiegazione qualsiasi. Incredibilmente l’ombra pare accendersi una sigaretta. - Adesso che siamo arrivati in fondo a tutta la storia, beh…(Accende davvero una sigaretta con un gran sorriso e mette la mano su una leva di comando ON/OFF)


-…Niente drammi. Volevo solo darti una specie di occasione…che tu potessi almeno cercare un termine più adatto per definire una morte di merda – L’ombra tira giù la leva. E viene l’Apocalisse. Roberta Lepri


Scollature Faceva sempre così, apriva l’armadio, poi si allungava sul letto, alzava le gambe poggiandole al muro e aspettava. Aspettava un’ispirazione, un pensiero, magari solo lo squillo del telefono per poi ritrovarsi a gettare alla rinfusa quegli abiti che non avrebbe mai messo e infilare in tutta fretta il solito jeans con una camicetta. Da quando si erano conosciuti era il loro primo appuntamento dopo una lunga serie di telefonate, messaggi e mail. Tutti puntualmente finivano con un: aspetto di vederti presto. Adesso quel vederti presto era arrivato e lei non voleva sembrare né troppo casta né troppo provocante. L’idea di finire la serata a rotolarsi tra le lenzuola non la sfiorava nemmeno ma, magari, avrebbe potuto trasformarsi in un appuntamento di cui ricordarsi. Partire dagli accessori le era sempre sembrato un buon punto di inizio per giungere poi, a cosa avrebbe indossato e allora aveva scelto le scarpe, un sandalo alto color sabbia, un colore abbastanza neutro da poterci abbinare qualsiasi cosa. Passati in rassegna tutti i vestiti e aperti tutti i cassetti, sul letto era finito un vestito molto semplice con una fantasia sui toni del blu ed una interessante scollatura. Le piacevano le scollature, ma non quelle esagerate dove nulla si lasciava all’immaginazione. Lei amava quelle un po’ meno importanti, dove il seno si mostrava solo lievemente impudente. Dove sapeva che l’occhio sarebbe caduto restando quasi stupito nello scoprire quelle rotondità sul suo corpo magro. L’orologio le ricordava che aveva giusto il tempo di infilarlo e volare giù per i tre piani di scale ed il cortile interno che li separavano. Nella sera risuonava solo il rumore veloce dei suoi tacchi, aprì il portone e uscì quasi come fosse una folata di vento, i capelli ancor più scarmigliati del solito e lui era lì. Tutta l’attesa si consumava ora in quell’abbraccio muto e in quello sguardo furtivo nella sua scollatura. Adesso ciò che poteva accadere non aveva più importanza, erano insieme e solo quello contava, e se la fine del mondo fosse arrivata in quel momento li avrebbe trovati così, stretti, felici e in un tempo che li rendeva immortali. Lucia La Gatta


Il Lago Una mattina come le altre, molti furono svegliati dal gorgoglio assordante di qualcosa che ribolliva dentro il lago. Il lago non era molto grande, ma abbastanza ampio e profondo per farci i tuffi, nonostante l’acqua torbida. Pesci non se n’erano mai visti, neanche nella memoria dei più anziani. Le origini geologiche non si conoscevano, erano assenti formazioni montuose nelle vicinanze e nessun fossile guida era d’aiuto. Intorno al lago c’era soltanto una spianata immensa, disseminata di cespugli lanuginosi, sterili e grigi come il terriccio della superficie. Sotto il grigio, si incontrava una roccia liscia durissima da scalfire, che impediva da sempre qualsiasi forma di coltivazione intensiva. L'insediamento urbano sulla riva del lago era recente, le abitazioni erano state costruite, prive di fondamenta, semplicemente appoggiate l’una all'altra. Non potendo fare altro, si viveva di turismo. Provenivano da tutto il circondario per vedere i cerchi nell'acqua color ruggine. Arrivavano con le loro famiglie, in carovana, lasciando sentieri di impronte tra i cespugli grigi. I turisti rimanevano in paese per un po’ di tempo, a dormire e mangiare, poi tornavano alle loro case, in fondo alla pianura, non si sa bene dove. Le imbarcazioni in quel periodo venivano tutte mobilitate, e questa era l’unica fonte di reddito. Nessuno aveva mai visto il fondo del lago. Una setta locale profetizzava da tempo il giorno del Grande Vortice, che avrebbe risucchiato l'intera comunità. Furono i profeti di questa apocalisse i primi a scendere in strada la mattina della festa, insieme ai loro seguaci, con frasi a effetto scritte frettolosamente su grandi cartelli bianchi. Il lungolago fu presto affollato da esaltati, che sussultavano ai gorgoglii acquatici, e gongolavano per averci azzeccato, dopo anni di riunioni semiclandestine e propaganda "door to door". Si raccolsero tutti nello spiazzo delle assemblee popolari, sotto il grande obelisco. Una costruzione enorme e lucida, paurosamente curvata verso il lago, che era sempre stata lì dove si trovava. Il ribollire sempre più inquietante e le bolle che risalivano in superficie, esplodendo al contatto dell'aria, fecero paura a tutti allo stesso modo. Il mistero che si celava in quell'acqua torbida adesso stava per essere rivelato, e la rivelazione del mistero coincideva perfettamente con la fine del mondo. Molti si rammaricarono per aver dormito troppo durante la loro vita, altri per aver lavorato troppo. La gran parte seguiva gli sviluppi della tragedia imminente con la testa svuotata. Il vortice aveva inghiottito la loro mente, prima di raggiungerli fisicamente e s'erano già persi. Il capo del governo e i suoi consiglieri si fecero largo tra la folla e raggiunsero


la cima dell'obelisco, mentre il rumore dell’acqua si faceva insopportabile. Da lassù si vedeva il vortice torbido che risucchiava l'acqua nelle viscere del mondo. Si vedeva il popolo accalcarsi alla base, mentre alcuni tentavano la salita per paura di rimanere troppo vicini al lago. La profezia era vera, dunque, anche se i catastrofisti erano sempre stati derisi. Canti di supplica disordinati si mescolavano al ruggito dell'acqua che scompariva tuonando. Speravano che il loro dio li ascoltasse. Poi accadde un’altra cosa, che nessuna profezia aveva previsto. Lo smarrimento angosciato che teneva la popolazione ammassata sotto l'obelisco, si tramutò di colpo in uno stupore atterrito, quando si vide sorgere sull'orizzonte piatto una nuvola gigantesca, diversa da tutte le cose conosciute. Era velocissima e densa, come un asteroide enorme, giallosporco e spugnoso. La nuvola arrivò planando, spazzò via in un colpo le case, la gente. le strade, le paure, le piazze, le profezie, e seguendo la riva cancellò per sempre il popolo del lago e qualunque altra cosa ne dimostrasse l'esistenza. Fu risparmiato solo l’obelisco curvo che adesso svettava gigantesco più lucente che mai. Fatto ciò, la signora Caterina uscì dal bagno e percorse tutto il corridoio di moquette grigia, ciabattando verso la porta. - Architetto, io per oggi ho finito, ma volevo dirle, se non le dispiace, di chiamarmi più spesso, perché il bagno era veramente in condizioni pietose. Soprattutto il lavandino... Raimondo Quagliana


A che ora è la fine del mondo? S- Pronto Filippo, sei tu? F- Ciao Sabin. Come va? Tutto bene? S- Insomma… Mi preparo… F- Ti prepari!? A cosa? S- Fili’, ricordi per caso a che ora è la fine del mondo? F- Ah… quella!! Boh. Sarà a mezzanotte… S- Mezzanotte di stanotte o di domani notte? E di quale fuso orario? F- Ma che ne so… E chi se ne frega… Giorno più, giorno meno… Comunque , a mezzanotte di domani, ora locale, mi pare; così abbiamo un giorno in più. Ti pare poco? Dicevi che ti prepari, ma come? S- Vorrei guardarla in Tv. Pare che facciano dei collegamenti in mondovisione, da tutti gli angoli della terra. Ma nel giornalino dei programmi non c’è scritto niente. Tu che farai? F- Ah, no… io registro; me la guardo il giorno dopo. Vorrei uscire, vedere cosa fa la gente. Magari allo stadio metteranno il maxischermo. Forse a Piazza Politeama si balla; ho visto che stavano preparando il palco. Ma tu non hai sentito nessuno? S- E come no? Sono tutti occupati. Angelo ha detto alla moglie che andava dai suoi che sono anziani, ma in verità se ne va a trovare l’amante. F- E la moglie non gli ha detto niente? S- Ma chi, quella? Ha approfittato subito per organizzarsi con l’amante suo. Peppino con la famiglia sale a Monte Pellegrino: dice che da lì si vede meglio. Ma siamo quasi a Capodanno e co’ sto freddo… Vedrai che torneranno tutti influenzati. F- Ieri ho sentito Alberto. Dice che hanno organizzato una gara a chi mangia più cannoli prima della mezzanotte. T’immagini che affollamento al pronto soccorso?! S- Manuela è disponibile? F- Non credo… Lei e tutto il suo gruppo vanno in discoteca a sculettare per l’ultima volta… Tango, Salsa, Latino-americano. S- Lilly... c’ho parlato due sere fa, dice che lei si mette al PC su Facebook. Chatteranno e commenteranno in diretta. Hanno costituito un gruppo apposta, sono più di diecimila, mi diceva. Passeranno la notte a scrivere…”Mi piace…non mi piace…”. Che Imbecilli! F- Tutti I gusti sò gusti! Ma se poi non succede niente? S- E che vuoi che succeda? Una cosa succederà di sicuro: i debiti che abbiamo fatto saremo costretti a pagarli tutti per intero. F- Allora mi converrebbe che ci fosse davvero ‘sta fine del mondo! Vincenzo mi aveva proposto di andare di notte in barca con loro, ma io il mare non lo reggo…. Sarebbe proprio la fine del mondo! E comunque vorrei farne una migliore. S- Hai sentito? Pare che per il giorno dopo abbiano addirittura proposto una


festività nazionale. Ma che senso ha? So di altri amici miei che ne hanno approfittato per fare un ponte sin dopo l'Epifania e partire. Hanno prenotato per andare in Argentina. Sostengono che nell’emisfero Sud non succederà niente. F- Io ho parlato con i miei zii che stanno in Svizzera. M’hanno detto che loro di 'ste cose se ne fregano, tanto hanno le case con il rifugio sotterraneo antiatomico e pure provviste alimentari per oltre un mese. S- Corrado e sua moglie lo passeranno in aereo. Hanno prenotato un volo senza scalo per New York, così dicono che quando arrivano lì sarà già tutto finito. Ma, dico io, la gente c’è, o ci fà? F- E che vuoi che ti dica… Comunque penso una cosa sola. Qualunque cosa accada... The show must go on e tutto quanto fa spettacolo... Come diceva qualcuno. S- Comunque, Filì… appena passa stà cazzata ci vediamo, giusto? F- E come no!? Dobbiamo farci una mangiata...! La fine del mondo!!! S- Ahahaha!! Questa si che è una bella fine. Vabbe'... Ciao Filì. A presto. F- Ciao Sabin. Dormi bene. Sabino Russo


Tu non sai quanto Caterina si guardò riflessa nella vetrina della Rinascente. Che bella idea, mettere un negozio così dentro alla stazione Termini. Una donna può sempre aver bisogno di qualcosa all’ultimo momento. Entrò sicura e si diresse verso la profumeria. Una spruzzata di Cristalle avrebbe rinnovato la fragranza messa all'alba. Strinse gli occhi, felina: calze autoreggenti sopra crema per il corpo, il principio di un disastro. Appena il tempo di dare alla piega ribelle della calza un’occhiata da incenerirla – sta cedendo, la maledetta – e quella non c’era più, via via, sfilata davanti agli occhi sgranati della commessa. Tanto qui nessuno mi conosce, non siamo mica a Grosseto. Tanto sono abbronzata e ho le gambe lunghe. Che vuoi che sia, una gonna sollevata. Fa Marylin. Sistemò la chioma rossa, passandoci le dita attraverso: seta. Che ne sa Baricco. Guardò l'orologio: le nove del mattino di un giorno perfetto. Ancora venti minuti. Ventiminutiventiminutiventiminuti e arriva Enrico. Ma quanto tempo era passato, quanto. Due anni di merda. Caterina pensò che non le importava, era diventata saggia, almeno quanto lui che faceva il prof di filosofia e dunque la saggezza era il suo pane. Erano stati colleghi e amanti, amanti e colleghi. Due trentenni scalpitanti in mezzo a un parco mummie che neanche al museo egizio di Torino. Si amavano, dunque. Nello stanzino delle fotocopie e in quello delle scope, al bagno e in albergo. E dopo l’estate lui era stato trasferito, lontanissimo. Lo aveva chiesto prima di conoscerla, il trasferimento all’estero. Che vuoi farci. Era arrivato, tutto quel bendiddio, pensione doppia, stipendio doppio, doppio punteggio in carriera. Sarebbe tornato e avrebbe avuto il posto come insegnante di ruolo. Bendiddio un cazzo. Caterina ci si era consumata peggio del gesso sulla lavagna. Polvere alla polvere, gesso idem. La matematica le veniva fuori triste, i ragazzi li detestava, tutti innamorati. Tutti schifosamente innamorati. Enrico, dove sei? Caterina si trascinava stanca nel corridoio che aveva visto il loro amore, e davanti allo stanzino delle scope e a quello delle fotocopie chiudeva gli occhi. Poi un giorno quella lettera. Una bella lettera Air mail Par avion, che metteva allegria anche senza aprirla. Un filosofo scrive lettere, mica usa il computer. E poi in Etiopia dov’era andato lui neanche era facile, trovare un computer e usarlo. E lì, in quella busta, c’era un foglio meraviglioso su cui stava scritto che Enrico tornava. Tornava per lei. Sarebbe atterrato a Roma e si sarebbero incontrati a Termini. Torna per me torna per me torna per me alle 9.20. Che mi sono fatta la messa in piega e ho i capelli profumati e ho scarpe tacco dodici e la biancheria intima di pizzo e un abito leggero che viene la voglia di infilarci una mano dentro e calze autoreggenti che ho buttato via tanto ho le gambe belle lo stesso. Mi dirà che gli sono mancata. Ma che abbiamo tutto il tempo, adesso.


Alle 9.20 del 21 dicembre 2012. Tu proprio non sai quanto. Roberta Lepri


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