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rivista trimestrale, Anno III - Numero 1

marzo 2012

ArcheomaticA Tecnologie per i Beni Culturali

TECNOLOGIE 3D

PER I MOSAICI

LA GEOMATICA PER L'ARCHEOLOGIA NELL'OASI DI FARAFRA IL RILIEVO DI IMBARCAZIONI STORICHE PREVENZIONE PER IL PATRIMONIO SOGGETTO AL SISMA UN GIS PER GLI ACQUEDOTTI DI ROMA ANTICA


L’Archeologia guarda negli occhi il Futuro

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EDITORIALE

APPLICAZIONI GEOMATICHE La geomatica, quella disciplina che si occupa della conoscenza della superficie terrestre,svolge un ruolo chiave in tutti settori relativi allo sfruttamento e alla protezione del Territorio, con metodi e strumenti tecnologici che ci consentono di misurare con precisione le dimensioni e le caratteristiche di qualsiasi oggetto. La stessa tecnica fornisce molteplici soluzioni per la documentazione e l'analisi di beni culturali specialmente se consideriamo l'importanza della documentazione per la conservazione. Le tecniche utilizzate sono molteplici e vanno da quelle più tradizionali quali la topografia, la fotogrammetria, la geodesia, la cartografia, a quelle più recenti quali i sistemi di posizionamento satellitare, l'image o il laser scanning 3D, il telerilevamento con sensori che vedono oltre la visione umana ed i sistemi informativi geografici che, nella distribuzione web-gis, trovano un importante metodo di disseminazione e distribuzione di informazioni. Gli articoli che vi presentiamo in questo numero sono una testimonianza dell’uso di tali tecniche per le quali spesso ci si spinge oltre i classici procedimenti canonici alla ricerca di soluzioni alle particolari situazioni dei beni culturali. Le indagini nell’Oasi di Farafra in Egitto, nel resoconto che vi proponiamo a cura di un gruppo di ricercatori, dimostrano appieno il vantaggio di utilizzazione delle tecniche geomatiche e in particolare la collaborazione tra istituzioni di ricerca umanistiche e scientifiche, quali una Missione Archeologica e le risorse di un area scientifica dedita alla geomatica come quella della Facoltà di Ingegneria alla Sapienza di Roma. Dalla Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali di Ravenna abbiamo ricevuto le interessanti applicazioni di origine fotogrammetrica che sono servite ad effettuare i rilievi 3D di una superficie mosaicata, superando quindi il classico rilievo bidimensionale sul piano musivo. In questo caso il rilievo tridimensionale, reso possibile da tecniche scanner laser, offre senza dubbio una quantità di informazioni di dettaglio di indubbio valore come l’orientamento della singola tessera rispetto al piano del supporto e lo scostamento dal piano medio delle stesse tessere. Due applicazioni GIS, rispettivamente quella della Mappa del Rischio del Patrimonio Siriano e quella della indagine svolta sugli Acquedotti di Roma antica, mostrano le complesse situazioni che possono essere analizzate con le tecniche dei Sistemi Informativi Territoriali, che hanno la peculiare capacità di mostrare gli aspetti della georeferenziazione di oggetti appartenenti al Territorio o che ad esso siano stati strappati come nel caso della musealizzazione di reperti archeologici. Sempre con tecnica laser scanner si è intervenuti su una imbarcazione storica al fine di ricavare i piani di costruzione per poter procedere al restauro. Anche in questo caso le nuvole di punti si dimostrano come un importante contenitore di informazioni che possono fornire velocemente delle semplici proiezioni ortogonali o delle sezioni e, con un pò più di elaborazione successiva, delle ortofoto oppure dei splendidi modelli 3D, il cui uso però ancora oggi richiede un adattamento delle nostre consuete modalità di trattamento dei dati, ancora molto ancorati al piano bidimensionale della carta. Il passaggio pieno al 3D è ancora in atto e le procedure tradizionali dei cantieri di restauro hanno bisogno di facili strumenti il cui uso sia acquisito e tradizionalmente testato dagli operatori, ma si cominciano ad intravedere i segni della possibilità di sostituzione del classico piano degli interventi su carta con un modello visibile su una device. Daltronde le prime stampanti 3D sono in vendita come le stampanti tradizionali.

RENZO CARLUCCI DIRETTORE EDITORIALE DIRETTORE@ARCHEOMATICA.IT


IN QUESTO NUMERO DOCUMENTAZIONE 6 Ricerche territoriali e risorse geomatiche applicate all’indagine archeologica nell’Oasi di Farafra DI

BARBARA E. BARICH, MATTIA G. CRESPI,ULISSE FABIANI,

GIULIO LUCARINI

RESTAURO 12 Patrimonio architettonico monumentale d’Abruzzo post sisma del 2009 e prevenzione Basilica di San Vitale, Ravenna Fotografia di un cartone del mosaico raffigurante una ‘quaglia’ di proprietà dell’Istituto d’Arte per il Mosaico ‘Gino Severini’ di Ravenna, fotografato per eseguire alcune ipotesi di elaborazione digitale. Per i cartoni con dimensioni ampie si è proceduto con due riprese in parte sovrapponibili che, dopo il bilanciamento dei colori, della luminosità e del contrasto, sono state sottoposte a raddrizzamento prospettico e ricomposizione mediante mosaicatura. L’immagine risultante ha una risoluzione di 90 ppi sulle dimensioni reali. In seguito, dall'immagine ricomposta è stato estratto il reticolo musivo.

DI ALESSIA

BIANCO

22 L'informatica per il mosaico, tre casi prototipali DI

MARIAPAOLA MONTI, GIUSEPPE MAINO

28 Il rilievo di imbarcazioni storiche DI

ArcheomaticA Tecnologie per i Beni Culturali Anno III, N° 1 - marzo 2012

Archeomatica, trimestrale pubblicata dal 2009, è la prima rivista italiana interamente dedicata alla divulgazione, promozione e interscambio di conoscenze sulle tecnologie per la tutela, la conservazione, la valorizzazione e la fruizione del patrimonio culturale italiano ed internazionale.Pubblica argomenti su tecnologie per il rilievo e la documentazione, per l'analisi e la diagnosi, per l'intervento di restauro o per la manutenzione e, in ultimo, per la fruizione legata all'indotto dei musei e dei parchi archeologici, senza tralasciare le modalità di fruizione avanzata del web con il suo social networking e le periferiche "smart". Collabora con tutti i riferimenti del settore sia italiani che stranieri, tra i quali professionisti, istituzioni, accademia, enti di ricerca e pubbliche amministrazioni.

FRANCO SLOMP

DIRETTORE RENZO CARLUCCI DIRETTORE@ARCHEOMATICA.IT DIRETTORE RESPONSABILE MICHELE FASOLO MICHELE.FASOLO@ARCHEOMATICA.IT COMITATO SCIENTIFICO MAURIZIO FORTE BERNARD FRISCHER SANDRO MASSA MAURA MEDRI MARIO MICHELI STEFANO MONTI FRANCESCO PROSPERETTI FRANCESCA SALVEMINI

REDAZIONE FULVIO BERNARDINI REDAZIONE@ARCHEOMATICA.IT GIOVANNA CASTELLI GIOVANNA.CASTELLI@ARCHEOMATICA.IT ELENA LATINI ELENA.LATINI@ARCHEOMATICA.IT SANDRA LEONARDI SANDRA.LEONARDI@ARCHEOMATICA.IT AMALIA RUSSO AMALIA.RUSSO@ARCHEOMATICA.IT DOMENICO SANTARSIERO DOMENICO.SANTARSIERO@ARCHEOMATICA.IT MARKETING E DISTRIBUZIONE ALFONSO QUAGLIONE A.QUAGLIONE@ARCHEOMATICA.IT


RIVELAZIONI 32 Il database dei Beni Culturali e il sistema gis per la ‘Mappa del Rischio’ del patrimonio artistico siriano DI

RUBRICHE 18 AGORÀ Notizie dal mercato

RENZO CARLUCCI, PIERLUIGI COZ, SILVIA GRAVA

42 AZIENDE E

PRODOTTI 36 Indagine sugli acquedotti di Roma Antica in ambiente GIS DI

Soluzioni allo stato dell’arte

GAETANO CICI

48 RECENSIONE Satellite Remote Sensing

50 EVENTI

DIFFUSIONE E AMMINISTRAZIONE TATIANA IASILLO DIFFUSIONE@ARCHEOMATICA.IT MEDIAGEO SOC. COOP. VIA NOMENTANA, 525 00141 ROMA TEL. 06.62.27.96.12 FAX. 06.62.20.95.10 WWW.ARCHEOMATICA.IT EDITORE A&C2000 S.R.L. Archeomatica è una testata registrata al Tribunale di Roma con il numero 395/2009 del 19 novembre 2009 ISSN 2037-2485

PROGETTO GRAFICO E IMPAGINAZIONE DANIELE CARLUCCI DANIELE@ARCHEOMATICA.IT STAMPA FUTURA GRAFICA 70 VIA ANICIO PAOLINO, 21 00178 ROMA CONDIZIONI DI ABBONAMENTO La quota annuale di abbonamento alla rivista è di € 45,00. Il prezzo di ciascun fascicolo compreso nell’abbonamento è di € 12,00. Il prezzo di ciascun fascicolo arretrato è di € 15,00. I prezzi indicati si intendono Iva inclusa. Per abbonarsi: www.archeomatica.it

HANNO COLLABORATO A QUESTO NUMERO: Barich B. E., Bianco A., Carlucci R., Coz P., Crespi M. G., Fabiani U., Grava S., Lucarini G., Maino G., Monti M., Ragazzoni C., Slomp F. Gli articoli firmati impegnano solo la responsabilità dell’autore. È vietata la riproduzione anche parziale del contenuto di questo numero della Rivista in qualsiasi forma e con qualsiasi procedimento elettronico o meccanico, ivi inclusi i sistemi di archiviazione e prelievo dati, senza il consenso scritto dell’editore.


DOCUMENTAZIONE

RICERCHE TERRITORIALI E RISORSE GEOMATICHE APPLICATE ALL’INDAGINE ARCHEOLOGICA NELL’OASI DI

FARAFRA

di Barbara E. Barich, Mattia G. Crespi, Ulisse Fabiani, Giulio Lucarini

Negli ultimi anni l'attività di vari progetti di ricerca internazionali ha evidenziato l'importanza della regione delle oasi egiziane quale sede di un importante fenomeno di occupazione umana nel corso dell’Olocene. In tali contesti, caratterizzati oggi da un ambiente di deserto assoluto, l’utilizzo di strumentazioni e tecniche geomatiche per il rilievo e la documentazione di siti archeologici si è rivelata di estrema necessità soprattutto in considerazione delle difficoltà tecniche e logistiche che spesso si presentano.

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progetti di ricerca internazionali degli ultimi venti anni hanno evidenziato l’importanza del Deserto Occidentale Egiziano quale sede di un importante fenomeno di occupazione umana nel corso dell’Olocene. Queste ricerche hanno messo in rilievo l’apporto di questa regione nello sviluppo delle successive culture predinastiche stanziate lungo la Valle del Nilo, sottolineando l’importanza del contributo africano nella formazione della cultura egizia. La Missione Archeologica de La Sapienza - Università di Roma, diretta da Barbara E. Barich e Giulio Lucarini, ha iniziato ad operare nell’Oasi di Farafra nel 1987, offrendo importanti contributi alla tematica della ricostruzione degli sviluppi culturali dell’oasi nel corso dell’Olocene Antico e Medio (8500-5000 a.C.). La missione si è contraddistinta da sempre per un forte carattere multidisciplinare e si è dotata progressivamente delle più moderne strategie di ricerca sul terreno. A partire dal 2006 è stato avviato un programma di collaborazione con l’Area di Geodesia e Geomatica, Dipartimento di Ingegneria Civile e Ambientale (DICEA) della Facoltà di Ingegneria dell’Università “Sapienza” di Roma, sotto la direzione di Mattia G. Crespi. Grazie a questa sinergia, è stato possibile evidenziare le potenzialità dei sistemi geomatici di alta precisione che hanno permesso di fronteggiare diverse difficoltà evidenziate non di rado dalla ricerca archeologica in ambito desertico. Nel caso specifico dei deserti egiziani queste fanno riferimento in particolare all’assenza di cartografia aggiornata e alla necessità di trattamenti analitici e comparativi di grandi quantità di dati in tempi di lavoro ristretti; le campagne di scavo hanno, infatti, durata di uno o due mesi e i materiali archeologici rinvenuti non possono più essere esportati dall’Egitto, come avveniva in passato, e il loro studio deve necessariamente avvenire in loco. Non da ultimo va considerata la necessità di effettuare rilievi su grandi distanze e di rilevare con la massima accuratezza possibile i diversi contesti individuati. La collaborazione della Missione Archeologica Italiana con l’Area di Geodesia e Geomatica è stata impostata con la pro-

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spettiva dell’affinamento dei metodi di rilevamento e con lo scopo di standardizzare gli oggetti della ricerca suddividendoli in classi. Per ognuna di queste – siti di abitato, vari tipi di strutture, manufatti archeologici – è stata definita la migliore qualità metrica necessaria al fine dell’analisi archeologica. La messa a punto della metodologia di intervento è stata strutturata in tre fasi: 1 Fase preliminare, volta ad inquadrare da un punto di vista cartografico la zona dello Wadi el Obeiyid, tramite la realizzazione di una carta a piccola scala (1:100.000) e di Modelli Digitali del Terreno. 2 Una seconda fase si è svolta direttamente sul terreno, nel corso delle campagne di scavo 2008, 2009 e 2011, e ha comportato la realizzazione di rilievi GPS e fotogrammetrici di precisione. 3 La terza ed ultima fase ha comportato la post-elaborazione dei dati raccolti sul terreno: un fotopiano ad alta risoluzione del villaggio di Sheikh el Obeiyid; l’elaborazione di misure GPS di lunga durata e, infine, l’implementazione del sistema GIS con i dati storici raccolti in ognuna delle precedenti campagne di scavo. CARTOGRAFIA E RILIEVO TERRITORIALE La prima fase del lavoro è stata mirata alla realizzazione di una cartografia aggiornata dell’intera zona di indagine, utilizzando immagini satellitari a media risoluzione (15m), al fine di integrare la cartografia precedentemente disponibile (carte a scala 1:500.000, 1:200.000 e 1:100.000). Al riguardo è stata effettuata un’elaborazione cartografica a partire da un’immagine satellitare pancromatica (banda 8) montata sul satellite Landsat 7 e ripresa con il sensore ETM + (dimensione del pixel a terra: 15x15m) (http://eros.usgs.gov/#/ Find_Data/Products_and_Data_Available/ETM) e da due immagini satellitari dal sensore ASTER (bande B1 e B2) montato sul satellite TERRA (dimensione del pixel a terra: 15x 15m) (http://asterweb.jpl.nasa.gov/data_products.asp).

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Tecnologie per i Beni Culturali

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AREA DI INDAGINE Da diversi anni l’attività della Missione Archeologica Italiana si svolge nel settore nord occidentale della depressione di Farafra, la cui estensione globale misura circa 90 km sul lato est/ovest e 200 km in quello nord/sud. L’area di principale interesse per le attuali ricerche, lo Wadi el Obeiyid, è la più importante entità geomorfologica della depressione e rappresenta una estesa vallata compresa tra due grandi rilievi, il Plateau Settentrionale a nord ed il plateau Quss Abu Said a sud. Lo Wadi el Obeiyid presenta andamento nord-est / sud-ovest, e un’estensione complessiva di circa 45 km di lunghezza e una larghezza massima di 12 km; l’imboccatura sud-occidentale, larga 12 km, si presenta delimitata da una serie di rilievi più o meno continui che separano lo wadi dalle propaggini orientali del Great Sand Sea. Figura 1 - Oasi di Farafra. Carta del corso dello Wadi el Obeiyid. Sistema di riferimento cartografico: WGS84 – UTM35 North; risoluzione spaziale: 15x15 m – Riferimento altimetrico: EGM 96.

Le immagini sono state integrate con un DEM di 15x15m prodotto utilizzando due diversi DEM: • SRTM. DEM globale a 3 gradi secondi, circa 90 metri (www2.jpl.nasa.gov/srtm/). • ASTER. DEM relativi alle due immagini già utilizzate (DEM prodotto per via semiautomatica a partire dalle bande 3N e 3B). Questo DEM è relativo, ovvero costruito senza l’ausilio di GCP e presenta una risoluzione di 30m. Nel DEM finale sono state integrate e verificate curve di livello digitalizzate a partire da carte topografiche militari sovietiche della fine degli anni ’70 a piccola scala (1:100.000 e 1:200.000). Per la calibrazione e l’uniformazione del dato altimetrico si è fatto riferimento al modello di geoide allora più recente (2006) e disponibile gratuitamente, ovvero l’EGM96. Da un punto di vista strettamente topografico la realizzazione della carta e l’acquisizione dei DEM della zona ha permesso una serie di operazioni propedeutiche e fondamentali, quali l’individuazione di un sistema di riferimento globale per i dati di tutte le future campagne di scavo e raccolta (WGS84-IGS05) e la georeferenziazione di tutte le aree già indagate nel sistema di riferimento individuato. L’analisi della cartografia, del DEM e delle curve di livello cosi prodotte, hanno fornito spunti per diverse osservazioni, di carattere topografico e archeologico. L’analisi dei profili nord-est – sud-ovest e nord – sud mette in evidenza come lo Wadi el Obeiyid, si presenti come un ampio bacino compreso tra rilievi significativi. I risultati ottenuti grazie alle indagini topografiche e altimetriche forniscono indicazioni di un’area particolarmente adatta alla conservazione dell’acqua per periodi di tempo prolungati. In particolare, l’andamento delle curve di livello estratte dal DEM mette in risalto la presenza di un’area circoscritta localizzata in corrispondenza del margine nord-orientale dello wadi e immediatamente a ridosso dei piedi del Plate-

au Settentrionale; quest’area, che misura 15x3km circa, è risultata essere il settore del bacino maggiormente depresso e fu con ogni probabilità la zona di maggiore permanenza delle acque. Queste indicazioni sembrerebbero confermare i risultati già ottenuti dalle indagini geomorfologiche, condotte da Mohamed A. Hamdan (Università del Cairo) che ha ipotizzato proprio per quest’area, l’esistenza di laghi stagionali, testimoniati dalla presenza di diversi bacini di playa ricchi di testimonianze archeologiche. La georeferenziazione dei siti archeologici indagati nel corso degli anni dalla Missione Archeologica Italiana ha evidenziato che questi sono concentrati in due macro aree, Hidden Valley/El Bahr ad est e Sheikh/Bir el Obeiyid ad ovest, situate a circa 20km l’una dall’altra e disposte all’interno dell’area più depressa del bacino, dove l’acqua doveva conservarsi più a lungo.

Figura 2 - Oasi di Farafra. DEM dell’area dello Wadi el Obeiyid (l’ovale indica l’area maggiormente depressa del corso dello wadi, mentre i cerchi mostrano la posizione delle aree maggiormente ricche di evidenze archeologiche).


I due gruppi di siti occupano, in senso verticale e a diverse quote, tutti i livelli del Plateau Settentrionale, a partire dalla sua base, posta sul fondo wadi, fino ad arrivare alle terrazze più elevate. Dalla situazione attuale sembrerebbe che il versante settentrionale dello Wadi el Obeiyid fosse quello più adatto a ospitare accampamenti. La zona prossima al versante settentrionale del Quss Abu Said Plateau si presenta infatti coperta da alte dune sabbiose molto allungate che formano una sorta di barriera naturale e che, oltre a rendere scarsa la visibilità di eventuali evidenze archeologiche, suggeriscono che, anche in antichità, il versante fosse spazzato dai venti dominanti provenienti da nord; la scarsità di eventuali emergenze archeologiche sembra confermata dal profilo del DEM che evidenzia qui una minore presenza di terrazze naturali. La posizione dei due macro-gruppi sopra menzionati farebbe supporre l’esistenza di una rete di insediamenti ipoteticamente posti alla distanza di un giorno di cammino gli uni dagli altri, lungo le antiche piste che attraversavano il deserto. Partendo da questa ipotesi, attraverso l’analisi cartografica e del DEM si è giunti all’individuazione di altre due macro-aree potenzialmente adatte all’occupazione umana nel corso del Medio Olocene. La prima, localizzata oltre il corso dello Wadi el Obeiyid, presso le pendici occidentali del Plateau settentrionale, si trova in direzione della piccola oasi di Ain Dalla, a circa 18km dal villaggio di Sheikh el Obeiyid. Anche presso l’oasi di Ain Dalla l’analisi delle immagini satellitari ha evidenziato una zona topograficamente molto simile a quelle precedentemente descritte, ovvero un’area prossima ai rilievi, mediamente estesa e depressa rispetto alle zone circostanti, particolarmente adatta alla formazione di bacini idrici stagionali. In particolare, va sottolineata la presenza di una piccola semiconca (3x5km), con orientamento nordsud, ben protetta dai venti settentrionali. Una seconda area è relativa alla vasta depressione di Bahr Playa localizzata all’interno del plateau Quss Abu Said, anch’essa a circa 15-20 km dai centri di Hidden Valley e Sheikh el Obeiyid. Di forma trapezoidale, quasi completamente chiusa (circa 9x5km), vi si accede dallo Wadi el Obeiyid con uno stretto ingresso caratterizzato dalla presenza di due rilievi isolati; tale difficile accesso la protegge dai venti e dalla sabbia e il fatto di trovarsi ad una quota significativamente più bassa del resto del Quss Abu Said Plateau, ne hanno fatto un’area ottimale per la presenza di antichi bacini. Sulla base di queste indicazioni, gli sviluppi più recenti della ricerca hanno portato la Missione Archeologica Italiana a estendere l’indagine territoriale nel versante più occidentale della depressione di Farafra. Le informazioni ottenute dall’analisi della cartografia hanno permesso, nel corso dell’ultima campagna di scavi 2011, di individuare una serie di bacini di playa, localizzati presso le pendici occidentali del Plateau settentrionale, in direzione dell’oasi di Ain Dalla, già indagata alla fine degli anni Ottanta. La ricognizione territoriale condotta nell’area ha confermato la presenza di una zona topograficamente adatta all’insediamento umano e, in particolare, di valli di medie dimensioni, caratterizzate dalla presenza di villaggi o siti con strutture a lastre, del tutto simili a quelli già indagati nelle aree di Hidden Valley e Sheikh el Obeiyid e posizionati al loro stesso livello sulla scarpata del plateau. Il rinvenimento di altri centri di abitato, caratterizzati anche da ricche concentrazioni di manufatti archeologici, primi fra tutti gli strumenti in selce, conferma una forte insistenza sul territorio e l’avvio di un processo di sedentarizzazione da parte dei gruppi umani in tutto il versante settentrionale della depressione. Questi rinvenimenti ci permettono di indagare gli aspetti delle culture neolitiche qui insediate nel corso del Medio Olocene

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e valutarne la loro consistenza paleo-demografica. Nel corso della campagna 2012 è previsto l’allargamento dell’area da sottoporre a ricognizione territoriale, fino alle propaggini orientali del Great Sand Sea. I siti di abitato rinvenuti verranno posizionati all’interno del sistema GIS, aggiornando la carta delle evidenze archeologiche presenti nella regione. Si tenterà di definire, in questo modo, l’eventuale presenza di modelli di distribuzione di questi siti all’interno del territorio. GPS E FOTOGRAMMETRIA NELL’AREA DI SHEIKH/BIR EL OBEIYID Una dei principali obiettivi della ricerca a Farafra, a partire dalla campagna 2008, è stato lo scavo del villaggio di Sheikh el Obeiyid. Il sito, posto sul margine esterno del secondo livello di erosione del Plateau Settentrionale, ad un’altitudine di circa 130m s.l.m., è composto da 31 strutture a pianta circolare delimitate da lastre calcaree. Il villaggio di Sheikh el Obeiyid rientra nella classe degli slab structure sites, o siti con strutture a lastre, individuati a Farafra soprattutto grazie alle ricerche condotte dalla Missione Archeologica Italiana negli anni novanta del secolo scorso nel villaggio di Hidden Valley, che ne costituisce un ulteriore esempio. Questo tipo di insediamenti a carattere abitativo sono diffusi principalmente nelle aree del Deserto Occidentale Egiziano, con gli esempi riferibili alle Oasi di Dakhla e Kharga e le strutture a lastre di Abu Ballas, del Great Sand Sea, del Gilf Kebir e quelle più meridionali del Karkur Talh e del Jebel Uweinat. Il complesso del villaggio di Sheikh el Obeiyid è del tutto eccezionale per complessità architettonica, anche in considerazione della sua età. Attraverso una serie di datazioni al radiocarbonio ottenute dai depositi interni alle singole strutture, il sito può essere datato tra la seconda metà del VII e la prima metà del VI millennio a.C. Il villaggio presenta una chiara distribuzione interna di ambienti e vani con funzionalità differenziata, con strutture a carattere domestico, focolari riservati alla cottura dei cibi e ambienti destinati alla lavorazione della selce. Degna di nota è la presenza di particolari strutture a carattere rituale, o ‘megaliti’, assai importanti per definire il livello di complessità sociale raggiunto dalla comunità che popolava la regione. Queste particolari strutture si presentano come piccoli tumuli, caratterizzati da diversi livelli di pietre sovrapposte e contenenti una struttura allungata, a corridoio, dalle pareti formate da lastre calcaree regolarizzate e affiancate a secco tra loro. Il GPS è stato utilizzato nell’area villaggio di Sheikh el Obeiyid per il rilievo di lunga durata di tre vertici da utilizzare nelle successive campagne come pilastrini di coordinate note su cui impostare altra strumentazione (TPS, LS, ecc.). I vertici sono stati successivamente elaborati con il software scientifico Bernese 5.0 rispetto a 4 stazioni permanenti afferenti alla rete Euref (www.epncb.oma.be/).

Figura 3 - Struttura modulare realizzata per l’ottenimento di immagini pseudo-nadirali. Nei riquadri fasi del montaggio.

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Tecnologie per i Beni Culturali

Figura 4 - Oasi di Farafra. Villaggio di Sheikh el Obeiyid. Fotopiano generale del sito.

La posizione dei tre vertici è stata stimata nel sistema di riferimento internazionale IGS05; la precisione planoaltimetrica con cui sono state stimate queste coordinate è dell’ordine di pochi centimetri. Un’ulteriore fase del lavoro ha riguardato l’elaborazione di un fotopiano generale dell’area del villaggio di Sheikh el Obeiyid realizzato con l’ausilio di una fotocamera semiprofessionale (Canon Eos 450D) opportunamente calibrata in laboratorio. A questo scopo è stata realizzata appositamente una struttura modulare composta da due treppiedi di alluminio, il cui elemento centrale è elevabile fino a 5.5m rispetto al suolo. Tra i due treppiedi è stato posto un binario in alluminio composto di 5 sezioni rettangolari (2x8cm) lunghe 2m ciascuna ed interconnesse tramite 4 cunei di legno opportunamente scanalati. La camera è stata poi montata su un carrello fatto scorrere lungo il binario con utilizzando delle funicelle e controllata in remoto tramite cavi usb, autoalimentati e montati in serie fino alla lunghezza di 25m. La struttura è stata spostata manualmente lungo la zona da fotografare, simulando così delle strisciate aeree. La luce tra i due treppiedi è di 10m e ciascuna strisciata è composta di 5 fotogrammi, scattati sempre dalla massima altezza (5.50m). Il nucleo centrale del sito interessato dalla presenza delle strutture (senza considerare altre strutture, focolari e concentrazioni di manufatti archeologici localizzati nelle vicinanze) presenta un’area di circa 3500m2 che è stata completamente ricoperta, scattando un totale di circa 900 fotogrammi, di cui ne sono stati utilizzati 560 per l’elaborazione del fotopiano finale. In laboratorio i fotogrammi sono stati raddrizzati, georeferenziati e mosaicati, realizzando un fotopiano in altissima risoluzione (12 MP) dell’intero nucleo centrale del villaggio (60x50m), offrendo in questo modo un punto di vista diverso delle strutture e consentendone uno studio più dettagliato.

9 La stessa tecnica di fotogrammetria mediante l’utilizzo della struttura modulare provvista di fotocamera è stata applicata anche per la documentazione dei vari livelli di copertura dell’unica struttura a corridoio individuata al di fuori del nucleo del sito. La realizzazione del fotopiano rappresenta uno dei risultati più importanti riguardanti l’applicazione di metodi rigorosi di rilievo in ambienti desertici, anche in considerazione delle notevoli difficoltà, non solo tecniche, ma soprattutto logistiche, che l’utilizzo di certa strumentazione comporta in aree desertiche, spesso sottoposte a stretto controllo militare, come il corso dello Wadi el Obeiyid. Una sorta di diffidenza da parte delle autorità locali nei confronti di tutta la strumentazione satellitare e da ricognizione aerea rende, infatti, estremamente difficoltosa l’introduzione nel paese di droni volanti o apparecchiature simili. Si è resa quindi necessaria la progettazione di una struttura che rispondesse a determinate caratteristiche, quali la maneggevolezza, la facilità nel trasporto, (da qui la scelta di elementi modulari, imbarcabili anche nella stiva di un aereo), la semplicità nella fattura che ne permettesse una veloce riparazione in caso di rottura (cosa che puntualmente si è verificata) e, non da ultimo, la notevole accessibilità nel prezzo. Attività di ricognizione topografica mediante uso di GPS, sono state condotte anche nel bacino di Bir el Obeiyid, un’ampia depressione di playa, posta a circa 70-80m s.l.m. Tuttora alimentata da una sorgente perenne, la playa deve aver ospitato, nel corso dell’Olocene, un bacino lacustre di notevole estensione. La depressione di Bir el Obeiyid presenta forma allungata, una lunghezza di ca. 3 km e larghezza di ca. 1 km ed è caratterizzata dalla presenza di formazioni di fanghi fossili che tradiscono l’antica presenza d’acqua. Il margine del bacino presenta numerose evidenze archeologiche tra cui resti di focolari di superficie e ricchissime concentrazioni di manufatti in selce che danno prova di un’occupazione ripetuta del territorio. Un totale di 60 focolari, sette vaste concentrazioni di manufatti litici e un’ampia concentrazione di frammenti di uova di struzzo sono stati individuati nell’area. I focolari sono localizzati principalmente nel margine meridionale della depressione, evidenziando quello che doveva essere il margine dell’antico bacino lacustre. Cinque delle sei date ottenute da alcuni dei focolari scavati fanno tutte riferimento ad una più intensa occupazione dell’area nel corso del VI millennio a.C.

Figura 5 - Oasi di Farafra. Strutture 18 e 19.


Una testimonianza di frequentazioni precedenti provengono invece dalla datazione al IX millennio a.C., l’unica disponibile finora relativa all’Olocene Antico. Delle interessanti osservazioni si possono ricavare dalla correlazione tra posizione spaziale dei focolari e la loro datazione. Si è osservato che la distribuzione dei focolari doveva essere determinata dall’andamento delle rive del lago, mutevoli nel corso del tempo. È emerso che le datazioni più antiche dei focolari provengono da due aree poste ad una quota più elevata rispetto a quelle della sorgente attuale. Le due zone sembrano corrispondere ai più antichi livelli di sponda del bacino che, nel corso dell’Olocene Antico, doveva quindi presentarsi maggiormente esteso. Presso i due villaggi di Hidden Valley e Sheikh el Obeiyid è stato rinvenuto un gran numero di focolari di superficie che, nella maggior parte dei casi, rappresentano resti di accampamenti temporanei dei gruppi umani che si spostavano nella regione. In entrambi gli insediamenti, di contro, sono stati rinvenuti altri focolari, in genere di maggiori dimensioni, che verosimilmente devono aver svolto anche una funzione di marcatori territoriali o di segnalazione. In particolare, nel nucleo centrale del villaggio di Sheikh el Obeiyid è stato individuato un grande focolare, localizzato sul bordo del terrazzo, le cui dimensioni farebbero ipotizzare una sua funzione anche come ‘fuoco segnalatore’, utilizzato durante le ore notturne, per chi si avvicinava al sito provenendo dalla pianura sottostante. La posizione di questo focolare non risulta, infatti, casuale: si trova stretto tra il ciglio della terrazza ed i due gruppi più consistenti di strutture del villaggio, che lo accerchiano con andamento semicircolare, proteggendolo in parte dai venti settentrionali. Il focolare risulta orientato verso sud-est, per essere visto, in particolare, da chi proveniva da est, dalla direzione del Villaggio di Hidden Valley, piuttosto che dal versante occidentale. Ciò suggerisce che, al pari della funzione che l’attuale pista di asfalto ricopre, gli antichi tracciati, poco oltre il villaggio di Sheikh el Obeiyid, attraversavano le ultime propaggini sud-occidentali del Plateau Settentrionale, per tornare a costeggiarne le pendici occidentali dopo essere scesi nel Great Sand Sea, attraverso la piccola oasi di Ain Dalla. Analisi spaziali e la georeferenziazione dei singoli focolari hanno permesso la creazione di una mappa di visibilità, evidenziando che seguendo l’attuale pista non si perde mai il contatto visivo con il grande focolare del Villaggio di Sheikh el Obeiyid.

CONCLUSIONI Nonostante l’uso improprio (nel senso di eccessivo e senza scopo effettivamente definito) che spesso se ne fa è indubbio che l’utilizzo di strumentazioni e tecniche geomatiche in ausilio al rilievo e alla documentazione di siti archeologici è ormai pratica diffusa e ampiamente condivisa. I vantaggi sono evidenti, sia per quanto riguarda la qualità metrica del dato, sia per quanto riguarda l’organizzazione delle informazioni raccolte. L’impiego di tali risorse in ambito desertico, sebbene in alcuni casi ancora in ritardo, soprattutto a causa delle notevoli difficoltà logistiche dovute spesso alle rigide regolamentazioni dei paesi dove la ricerca è condotta, permette di ottemperare all’esigenza di alta precisione oggi richiesta all’indagine e alla registrazione archeologica. In questo senso, pertanto, la realizzazione di cartografia, il rilievo di dettaglio e lo scavo in ambito di deserto comportano una sfida per l’operatore geomatico, che viene in questo modo spinto a ottimizzare le documentate capacità dei propri strumenti in un ambiente sfavorevole, sia dal punto di vista climatico-ambientale che logistico.

BIBLIOGRAFIA Barich B.E. 2008. Living in the Oasis. Beginning of village life at Farafra and in the Western Desert of Egypt. In: Sulgostowska S. e Tomaszewski A.J. (a cura di), Man-Millennia-Environment: 145-150. Institute of Archaeology and Ethnology - Polish Academy of Sciences, Warsaw. Barich B.E., Crespi M.G., Fabiani U. e Lucarini G. (in stampa). Geomatics resources for archeological survey in desert areas - Some prospects from Farafra Oasis. Proceedings of the Dakhleh Oasis Project Sixth International Conference. New Perspectives on the Western Desert of Egypt. Università del Salento, Lecce, Settembre 2009. Barich B.E., Crespi M.G., Fabiani U. e Lucarini G. 2009. Tecniche geomatiche applicate alla ricerca archeologica in ambienti desertici: il caso della Missione Archeologica Italiana nell’Oasi di Farafra (Egitto). Atti della 13° Conferenza ASITA (Federazione delle Associazioni Scientifiche per le Informazioni Territoriali e Ambientali): 275-280. Bari, 1-4 Dicembre 2009. Barich B.E., Hassan, F.A., Lucarini, G. e Hamdan, M.A. (in stampa). From Lake to Sand. The Archaeology of Farafra Oasis (Western Desert of Egypt). All’Insegna del Giglio, Firenze. Barich B.E. e Lucarini G. 2008. The Nile Valley seen from the oases. The contribution of Farafra. In: Midant-Reynes B. and Tristant Y. (a cura di), Egypt at its Origins 2: 567-582. Peeters, Leuven. Fabiani U. e Lucarini G. 2010. Spatial research and geomatic resources applied to the archaeology of the Farafra Oasis (Western Desert, Egypt). Rivista di Scienze Preistoriche, 57: 335-51. Lucarini G. 2011. Il paesaggio antico di Sheikh El Obeiyid (Farafra). La playa e il villaggio tra tecnologia e aspetti simbolici. Scienze dell’Antichità. Storia, Archeologia, Antropologia, 17: 41-55..

Figura 6 - In evidenza il grande focolare segnalatore e altre strutture del Villaggio di Sheikh el Obeiyid.

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Tecnologie per i Beni Culturali RIFERIMENTI WEB • Immagini satellitari Landsat e Aster: • www.landsat.org/ • http://eros.usgs.gov/#/Find_Data/Products_and_Data_ Available/ETM • http://asterweb.jpl.nasa.gov/data_products.asp • http://asterweb.jpl.nasa.gov/ • http://eros.usgs.gov/#/Find_Data/Products_and_Data_ Available/Aster • http://edcsns17.cr.usgs.gov/EarthExplorer/ • http://glovis.usgs.gov/ • DEM SRTM e GTopo30: • www2.jpl.nasa.gov/srtm/ • http://seamless.usgs.gov/index.php • http://eros.usgs.gov/#/Find_Data/Products_and_Data_ Available/SRTM • http://eros.usgs.gov/#/Find_Data/Products_and_Data_ Available/GTOPO30 • http://eros.usgs.gov/#/Find_Data/Products_and_Data_ Available/gtopo30_info • EGM96: http://cddis.nasa.gov/926/egm96/contents.html • Rete EUREF : www.epncb.oma.be/

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Italian Archaeological Mission in the Farafra Oasis – Egypt - The archaeological research in desert areas has long employed multidisciplinary field and laboratory methods. The Italian Archaeological Mission in the Farafra Oasis – Egypt of the Sapienza University of Rome benefits from three decades of experience during which it has kept pace with the latest developments in fieldwork techniques. Geomatic techniques, as used by the Geodesy and Geomatic Area of the same university, are particularly important for archaeological research concerned with large geographical areas. The paper shows how survey was organised through several stages, from the creation of accurate maps, to photoplans of significant structures and to DEMs of the different find locations. Processing the cartographic data from the Wadi el Obeiyid, moreover, made it possible to hypothesize which areas would have been suitable for human settlement, and these will be the focus of future surveys.

PAROLE

CHIAVE

Oasi di Farafra, Cartografia, Immagini satellitari, GPS, Fotogrammetria.

AUTORI

BARBARA E. BARICH SCUOLA DOTTORALE DI ARCHEOLOGIA – SAPIENZA UNIVERSITÀ DI ROMA BARBARA.BARICH@UNIROMA1.IT MATTIA G. CRESPI AREA DI GEODESIA E GEOMATICA – SAPIENZA UNIVERSITÀ DI ROMA MATTIA.CRESPI@UNIROMA1.IT ULISSE FABIANI RICERCATORE INDIPENDENTE FABIANI.ULISSE@GMAIL.COM GIULIO LUCARINI SANSOM (CENTRO INTERUNIVERSITARIO DI STUDI SULLE SOCIETÀ NORDAFRICA, DEL SAHARA E DELL’ORIENTE MEDITERRANEO) GIULIOLUCARINI@GMAIL.COM

ANTICHE

DEL


RESTAURO

PATRIMONIO ARCHITETTONICO MONUMENTALE D’ABRUZZO POST SISMA DEL 2009 E PREVENZIONE INDAGINI DIAGNOSTICHE SPEDITIVE NON INVASIVE PER UNA VALUTAZIONE DELLA VULNERABILITÀ SISMICA di Alessia Bianco

Figura 1 - Da sinistra a destra: chiesa di San Pietro ad Alba Fucens (AQ), abbazia di San Bartolomeo a Carpineto della Nora (PE), ex monastero di Sant’Onofrio ed ex convento di San Francesco a Campli (TE).

A seguito del sisma aquilano del 6 aprile 2009, la comunità scientifica e professionale ha fortemente rivolto il suo interesse alla comprensione della genesi dei dissesti e alle metodologie di restauro del patrimonio storico architettonico monumentale e non; minore attenzione è stata posta invece alla definizione di strategie di mitigazione del rischio sismico, attraverso interventi di prevenzione. La ricerca, di seguito illustrata, descrive un caso studio di programmazione di interventi strutturali di prevenzione sismica, delineando l’apporto che la diagnostica strumentale in situ può fornire in fase di anamnesi e diagnosi.

I

l lavoro di seguito esposto concerne lo svolgimento di un progetto di ricerca finalizzato alla valutazione del rischio sismico, soprattutto in termini di determinazione della vulnerabilità sismica, del patrimonio architettonico monumentale della Regione Abruzzo [1], specificatamente rivolto a quattro complessi di interesse storico-artistico, tutelati ai sensi del ‘Codice dei beni culturali’, e ricadenti in aree poco vulnerate dal sisma del 6 aprile del 2009: la chiesa di San Pietro ad Alba Fucens, l’abbazia di San Bartolomeo a Carpineto della Nora, l’ex monastero di Sant’Onofrio e l’ex convento di San Francesco entrambi a Campli (Fig. 1). La ricerca, oltre ad una ricostruzione dell’anamnesi storica dei palinsesti costruttivi e all’esecuzione di estesi e puntuali rilievi geometrico-strutturali degli edifici, ha posto particolare accento alla progettazione, conduzione e validazione di indagini diagnostiche non distruttive e non invasive,

specificatamente svolte secondo protocolli diagnostici di volta in volta calibrati secondo le specificità del complesso monumentale in oggetto e alle criticità espresse nelle preliminari fasi di indagine storico-stratigrafica e rilievo tecnico-strutturale; ciò al fine di perseguire, come di seguito esplicitato caso per caso, due principali scopi: - da una parte fornire indicazioni circa le trasformazioni della fabbrica, tenuto conto che, con esclusione della chiesa di San Pietro ad Alba Fucens, la documentazione bibliografica e archivistica non ha potuto produrre dettagliate indicazioni circa la definizione delle fasi costruttive e alterative dei complessi monumentali indagati; - dall’altra suggerire elementi concernenti lo stato conservativo dei materiali e delle strutture, con particolare riferimento soprattutto agli elementi alterativi afferenti a restauri dell’ultimo secolo.

NOTE

[1] Progetto di ricerca “Redazione di uno studio per la verifica sismica di edifici sensibili, ai fini della mitigazione del rischio sismico” Parte I (marzosettembre 2011), promosso dalla Direzione Regionale per i Beni Culturali e il Paesaggio della Regione Abruzzo-L’Aquila del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, è stato svolto dal Dipartimento PAU dell’Università degli Studi Mediterranea di Reggio Calabria (Direttore: Enzo Bentivoglio; Direttore del Lab. M.A.Re.: Simonetta Valtieri; Responsabile scientifico: Vittorio Ceradini; Ricerca bibliografica e archivistica: Alba Serino; Rilievo geometrico e strutturale: Alessandra Suraci, Giovanni Suraci; Elaborazioni grafiche e fotografiche: Diego Battaglia, Giuseppe Cannetti, Raffaella Quattrone; Diagnostica in situ: Alessia Bianco; Analisi in laboratorio: Antonello Gambino). Le brevi note storiche e le correlate documentazioni iconografiche, riportate nell’articolo, sono tratte dal suddetto lavoro di Alba Serino, che si ringrazia.

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Tecnologie per i Beni Culturali

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CHIESA DI SAN PIETRO AD ALBA FUCENS (AQ) La chiesa di S. Pietro è sita sul luogo di fondazione di un tempio italico del sec. III a.C., trasformato forse nel II sec. d. C. in tempio di Apollo. Divenuta chiesa cristiana nella prima metà del sec. VI, nel sec. VII risulta di proprietà benedettina. Fra il 1123 e 1126 fu oggetto di una profonda trasformazione, così che del tempio rimasero

Figura 3 - Chiesa di San Pietro, monitoraggio termografico.

Figura 2 - Chiesa di San Pietro, esterno.

solo la cella a due ante e parte del pronao. Una serie di severi terremoti (prima metà del sec. XIII, fine sec. XVI, inizio sec. XVIII) ne provocò ripetute forti vulnerazioni, a cui di volta in volta si pose riparo secondo le consuetudini e il gusto dell’epoca, tanto da definire un palinsesto stratigrafico tanto interessante quanto complesso. Con il forte sisma del 1915 l’edificio subì nuovamente forti danni; il progetto di restauro, curato, solo negli anni ‘50, dalla Soprintendenza ai Monumenti ed alle Gallerie dell’Aquila, diretta da Raffaello Delogu, vide lo smontaggio e l’anastilosi pressoché totale dell’edificio, con preventiva introduzione di un sistema strutturale intelaiato in calcestruzzo armato, poi celato dal rimontaggio di paramenti murari e opere di completamento, in larga parte oggetto di recupero dalle rovine (Fig. 2) [1]. LA CAMPAGNA DIAGNOSTICA La campagna diagnostica presso la Chiesa di San Pietro in Alba Fucens è stata condotta, vista la complessità e disomogeneità tecnico-costruttiva e l’articolata storia stratigrafica, al fine di fornire indicazioni strumentali volte alla comprensione delle fasi costruttive della fabbrica, con specifico riferimento agli interventi di ricostruzione/restauro post sisma del 1915, e alla valutazione delle caratteristiche dei materiali, soprattutto in termini di ammaloramento per vetustà. In primo luogo è stato eseguito un intenso monitoraggio termografico [A] (realizzato per 12 ore consecutive con cadenza di 1 ora), che, attraverso una verifica per sovrapposizione dei termogrammi omologhi, ha portato all’evidenza di anomalie termiche, poste poi a supporto dell’analisi stratigrafica d’elevato per il riconoscimento delle correlate unità (Fig. 3), mostrandosi di una certa utilità soprattutto per il fronte longitudinale, ove la mancanza di una dettagliata documentazione storica dell’intervento post 1915 non poteva fornire dati di accertamento diretto. Il limite principale che ha mostrato l’applicazione di questa tecnologia è risultato nella scarsa presenza di salti termici, che hanno reso le anomalie poco evidenti e reso necessario un lavoro di post elaborazione particolarmente laborioso, per una campagna investigativa caratterizzata per speditezza, viste le specificità della circostanza.

Figura 4 - Chiesa di San Pietro, test su colonne in opera.

Le indagini diagnostiche hanno potuto rappresentare un contributo anche nello studio delle modalità esecutive di approntamento delle anime in calcestruzzo cementizio armato interne alle colonne; difatti, sebbene fosse disponibile una dettagliata documentazione di progetto e un buon catalogo fotografico delle fasi di esecuzione, tuttavia si mostrava necessario effettuare una verifica estesa per comprendere se i criteri progettuali fossero stati rispettati nella fabbrica in modo omogeneo. Pertanto si è determinato di impiegare l’integrazione di due strumentazioni diffusamente utilizzate nelle indagini sui calcestruzzi in opera, un pacometro [C] e un rilevatore ad ultrasuoni [B], utilizzati rilevando dati di velocità ultrasonica e presenza delle armature metalliche, tramite una scansione molto densa di una sezione rappresentativa, per tutte le colonne interne (Fig. 4). È evidente che quest’indagine, chiaramente non convenzionale, ha potuto solo fornire dati qualitativi circa la dimensione e la posizione dell’anima interna in calcestruzzo armato,


tuttavia sufficiente a dare risposta al quesito che ne aveva richiesto l’esecuzione. Altre indagini di minore rilievo, in quanto piuttosto ordinarie nella pratica diagnostica, sono state delle indagini SONREB sui plinti di fondazione in calcestruzzo armato delle colonne interne, e delle prove combinate di sclerometria e rilevamento ultrasonico sulle carote di pietra delle colonne, rinvenute in loco, eseguite al fine fornire, seppur grossolanamente, la fc (N/mmq) e Rc (N/mmq), utili alle successive fasi di verifica numerica del comportamento strutturale dell’edificio (Fig. 5). Bisogna specificare difatti che la programmazione delle indagini ha dovuto tenere conto di due aspetti in sincrasia, da una parte fornire indicazioni quantitative di dettaglio, dall’altra prevedere indagini solo di tipo non invasivo e non distruttivo; per questo motivo, oltre che per evidenti scopi di ricerca, la gran parte delle metodologie sono state utilizzate delle procedure non standard, al fine di meglio rispondere alle esigenze investigative in ispecie.

Figura 6 - Abbazia di San Bartolomeo, esterno.

più puntuale analisi ha invece manifestato la presenza di un insieme di problematiche strutturali (come le lunghe pareti longitudinali scarsamente vincolate, il campanile a vela e i poco evidenti ma complessi quadri fessurativi) non solo insidiose, ma di soluzione non banale, vista la precipua istanza conservativa. In tale contesto le indagini diagnostiche non hanno potuto molto, se non fornire elementi quali-quantitativi circa la consistenza tecnicocostruttiva e lo stato conservativo di cordoli in calcestruzzo armato (tramite indagine pacometrica [C], ultrasonica [B] e sclerometrica [D]) e su elementi lignei di copertura (pilodyn [E] e rilevamenti ultrasonici [B]) (Fig. 7). Anche le termografie [A], eseguite con dettaglio per tutta l’estensione della fabbrica, hanno rappresentato uno modesto

Figura 5 - Chiesa di San Pietro, tests su carote di colonna.

ABBAZIA DI SAN BARTOLOMEO A CARPINETO DELLA NORA (PE) La fondazione del monastero benedettino di San Bartolomeo si deve agli ultimi anni del sec. X, probabilmente come ampliamento di un preesistente cenobio, a cui afferisce probabilmente la torre in facciata; la costruzione durò quasi un secolo, con una parziale ricostruzione, databile tra il 1180 e il 1208, da riferirsi soprattutto alla chiesa, la quale a metà dello stesso secolo fu dotata del portico anteriore, con modifiche distributive e funzionali del monastero, dettate dalla regola circestense della nuova comunità monastica ospitata. Non sono note significative trasformazioni, se non un grave danneggiamento del monastero, dovuto allo straripamento nel sec. XV dell’adiacente corso d’acqua. Il complesso fu oggetto di un esteso numero di restauri e consolidamenti nel sec. XX, generalmente locali e atti a dare soluzione alle problematiche geotecniche e al degrado indotto dalla scarsa manutenzione (Fig. 6) [1]. LA CAMPAGNA DIAGNOSTICA Assai più ordinarie si sono rivelate le indagini presso l’abbazia di San Bartolomeo a Carpineto della Nora, che, sebbene si mostrasse, ad una prima superficiale valutazione, priva di elementi di particolare patimento, in termini di valutazione delle vulnerabilità all’azione sismica, ad una

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Figura 7 - Abbazia di San Bartolomeo, indagini sulla copertura.

coadiuvo, se non a supporto dell’analisi delle indagini stratigrafiche d’elevato. C’è da dire, per completezza, che la limitatezza delle metodologie disponibili e la necessità di non alterare in modo alcun il punto materiale della fabbrica, rinunciando così ad indagini microinvasive, hanno inciso significativamente su questa investigazione. Tale conclusione, lungi dal costituire un elemento di depauperamento della fiducia nella diagnostica come strumento di conoscenza, tuttavia pone una riflessione su quanto, talune volte, una campagna diagnostica ridondante possa es-

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Tecnologie per i Beni Culturali sere al contempo poco utile e su come, in questo quadro, assuma un ruolo preminente la capacità di una programmazione diagnostica a volte anche capace di sottrarsi. EX MONASTERO DI SANT’ONOFRIO A CAMPLI (TE) QUADRO CONOSCITIVO Il convento celestino di S. Onofrio, edificato sulle rovine di un ospedale con annessa chiesa di epoca tardo trecentesca, venne costruito nei due decenni a cavallo del sec. XVI ed elevato a badia circa un secolo dopo. L’edificio, certamente vulnerato dal sisma del 1703, è stato più volte oggetto di trasformazioni e rimaneggiamenti, sino ai primi anni del sec. XIX, quando la badia fu soppressa; inoltre nel 1951, durante la realizzazione del nuovo tracciato della strada statale 262, una parte dell’edificio, includente metà chiostro, andò demolita, acquisendo l’attuale facies. Solo a partire dal 1985 hanno luogo i primi interventi di restauro (rifacimento delle coperture), seguiti alla fine degli anni ’90 da un esteso intervento di conservazione dei preziosi affreschi del refettorio e di adeguamento funzionale a sede del museo diocesano, tutt’oggi in via di conclusione (Fig. 8) [1].

15 confortante di non pochi capichiave sotto intonaco, ma anche della mancanza di due capichiave, suggerendo la necessità di un intervento di loro ricollocamento, tanto banale quanto di determinante incidenza nel comportamento di quel fronte di fabbrica sotto azione sismica (fig. 9). A questo si sono aggiunte indagini di tipo ordinario sugli elementi di addizione (prove SONREB [3-4-5] per i cordoli sommitali, indagini ultrasoniche [B] e pilodyn [E] sui legni delle capriate di copertura, ma anche tests meno usuali, come la ricerca magnetometrica [C] delle caratteristiche delle reti di armatura delle cappe presenti sulle volte in foglio o la verifica del sistema di ancoraggio delle capriate lignee ai cordoli sommitali, che si è osservato essere costituito da lunghi tirafondi. Anche nel caso del museo statale diocesano-ex convento di S. Onofrio l’utilizzo di uno strumento dedicato, quale il pacometro da calcestruzzo [C], in un contesto non convenzionale (le catene, la cappa, i tirafondi) ha potuto agilmente, seppure solo qualitativamente, mostrarsi piuttosto efficace a cogliere la manifestazione di vulnerabilità certamente locali ma al contempo di articolare insidia sotto l’aspetto della vulnerabilità sismica.

Figura 8 - Ex Monastero di Sant’Onofrio, esterno.

LA CAMPAGNA DIAGNOSTICA La campagna di indagini diagnostiche svolte presso il museo statale diocesano-ex convento di S. Onofrio a Campli ha avuto, nei confronti della determinazione di un giudizio critico sulle condizioni di vulnerabilità del complesso, un certo peso nell’insieme delle attività svolte, quali la ricerca storica e il rilievo geometrico e tecnico-costruttivo. Difatti l’indisponibilità di dati conoscitivi storici, anche solo grossolani, afferenti soprattutto alle alterazioni trasformative, che erano evidenti, ma poco manifeste nella loro caratterizzazione tecnica, ha reso necessario orientare le indagini alla comprensione degli aspetti tecnico-costruttivi degli elementi di alterazione o addizione (cordoli, cappe, alterazione degli incatenamenti), piuttosto che all’investigazione delle parti strutturali storiche. Quest’ultime difatti non mostravano specifici elementi di vulnerabilità, se non connessi, come non di rado, proprio agli elementi di recente realizzazione. La campagna diagnostica si è quindi esplicitata nell’esecuzione di prove atte in primo luogo alla comprensione degli elementi di alterazione e poi nell’investigazione delle strutture di addizione, a cominciare dagli incatenamenti della pilastratura con archi della corte interna, che solo in parte presentavano capichiave a vista. Una rapida indagine pacometrica [C] ha portato all’evidenza della presenza

Figura 9 - Ex Monastero di Sant’Onofrio, prove magnetometriche.”

Figura 10 - Ex Convento di San Francesco, esterno.


EX CONVENTO DI SAN FRANCESCO A CAMPLI (TE) L’edificio monastico di S. Francesco e l’annessa chiesa sono con ogni probabilità di fondazione inizio trecentesca e il completamento del complesso si deve datare agli ultimi anni dello stesso secolo. Una radicale trasformazione si ebbe a metà del sec. XVI, seguita da un’addizione del fronte ad arcate sulla piazza, datata ai primi decenni del sec. XVII. Certamente il sisma del 1703 dovette danneggiare il complesso, ma non si hanno notizie sino ai primi anni del secolo successivo, quando, a seguito delle soppressioni, fu destinato a prigione di mandamento, con parziale demolizione delle arcate prospettanti sulla strada. Un radicale restauro fu operato negli anni ’60 del sec. XX, quando il complesso assunse l’attuale conformazione, solo in parte modificata dagli interventi di adeguamento funzionale a sede museale, terminati nel 1997 (Fig. 10) [1]. LA CAMPAGNA DIAGNOSTICA L’ultima campagna diagnostica, quella eseguita presso l’ex convento di S. Francesco a Campli è per molti versi omologa a quella svolta presso l’ex monastero di Sant’Onofrio, sebbene le problematiche riscontrate presso l’ex convento di S. Francesco siano più complesse, perché non solo indotte da vulnerabilità proprie (come la successiva addizione di corpi di fabbrica sul fronte libero sulla piazza o la prossimità ad un’area più volte interessata da movimenti franosi, prodotti dall’acclività dei luoghi e dalle caratteristiche geotecniche locali), ma anche da vulnerabilità indirette e attribuibili al denso sistema edilizio al contorno (soprattutto per la presenza del campanile dell’adiacente chiesa, fortemente interessato da fuoripiombo, deformazioni e lesioni).

Figura 5 - Chiesa di San Pietro, tests su carote di colonna.

Per queste ultime circostanze l’investigazione diagnostica ha potuto molto poco, se non fornire, con qualche ordinaria indagine termografica, elementi di conferma delle fasi di addizione in elevato del campanile, con ogni probabilità a seguito di un parziale crollo, conseguente al sisma del 1915. Per quanto concerne invece le vulnerabilità proprie del museo, tramite le indagini diagnostiche si è potuto ottenere una valutazione delle caratteristiche tecnico-costruttive e delle condizioni conservative del cordolo in

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calcestruzzo cementizio armato sommitale (tramite indagine SONREB) e una verifica delle condizioni conservative della copertura lignea (ancora tramite indagine ultrasonica e pilodyn). Più interessanti sono state poi le prove eseguite per la localizzazione e il dimensionamento dei capichiave degli incatenamenti delle arcate, celate, ove presenti (Fig. 11). Ciò non solo ha fornito un elemento di conoscenza utile per una parte della fabbrica fortemente stratificata, ma ha rappresentato una validazione delle già incoraggianti risultanze delle omologhe indagini, eseguite presso l’ex monastero di Sant’Onofrio, suggerendo una metodologia, che non difficilmente potrà risultare utile in futuri contesti applicativi, vista la diffusione e l’importanza strutturale degli incatenamenti. CONCLUSIONI Come sopra esposto, la campagna diagnostica ha visto la messa in campo principalmente di due categorie di investigazioni: - indagini di tipo estensivo a distanza, quali soprattutto la termografia passiva, che si è rilevata particolarmente utile a supporto della definizione delle fasi stratigrafiche d’elevato; - indagini di approfondimento puntuale, sia su materiali e strutture afferenti alle fasi storiche della fabbrica (rilevamento ad ultrasuoni, indagini pilodyn), che su sistemi tecnologici di più recente realizzazione e soprattutto afferenti alla tecnologia del calcestruzzo cementizio armato (mappature pacometriche, prove sclerometriche). Particolare rilievo è stato dato alla possibilità, condizionata dalla specificità della circostanza post sismica, di realizzare campagne diagnostiche speditive, che non necessitassero di particolari condizioni logistiche (ponteggi, monitoraggi sul lungo periodo, ecc.). Le conclusioni qualitative e quantitative delle indagini diagnostiche, che per il carattere di interesse storico-artistico dei manufatti si sono dovute caratterizzare per l’esclusione di tecnologie anche solo microinvasive (ad es. boroscopie e resistografie), rappresentano un insieme di informazioni di precipua utilità per le conseguenti fasi, in corso di elaborazione, di valutazione computativa della sicurezza sismica e di definizione delle linee programmatiche di intervento. Bisogna infine ricordare che le esperienze sopra descritte sono l’esplicitazione di un orientamento scientifico secondo cui l’utilizzo di protocolli di indagine talvolta lontani dagli standards metodologici ordinari (in molti casi anche stringenti e vincolanti, perché dettati da regolamenti normativi; si pensi ad esempio all’investigazione sui calcestruzzi armati), sebbene possano risultare onerosi e possano rappresentare talvolta un rischio, in termini di obiettivi attesi, oltre che di affidabilità e validazione delle risultanze, tuttavia rimangono una via di grandi potenzialità, soprattutto in circostanze applicative, si veda il caso di Alba Fucens, che sfuggono all’ordinarietà. In questi casi l’inventiva del diagnosta, bilanciata dal rigore di metodo e dalla capacità di giudizio critico, può costituire un fattore di discrimine determinante, soprattutto ai fini di dare esito a quesiti strettamente correlati a scelte di progetto, atte da una parte ad essere efficaci nei termini della mitigazione di una vulnerabilità potenziale, quindi preventiva, e dall’altra a garantire la conservazione del monumento e la riduzione del correlato investimento finanziario per l’esecuzione delle opere suggerite.

ArcheomaticA N° 1 marzo 2012


Tecnologie per i Beni Culturali LE STRUMENTAZIONI E LE METODICHE INVESTIGATIVE [A] L’indagine termografica consente la visualizzazione di immagini termiche dei materiali presenti in un elemento, sfruttando il principio della loro diversa emissione termica naturale nella banda spettrale dell’infrarosso. Viene condotta con l’uso della termocamera, strumento in grado di misurare a distanza la temperatura dei corpi, senza contatto fisico tra l’apparecchiatura di misura e la superficie investigata. Si basa sulla circostanza per cui ogni materiale emette con continuità energia sotto forma di radiazioni elettromagnetiche, in maniera proporzionale alla sua temperatura superficiale, a sua volta funzione della conducibilità termica e del calore specifico. I diversi materiali di cui può essere composto un manufatto si differenziano soprattutto per le diverse rispondenze di inerzia termica, ovvero per la velocità con la quale si raffreddano, a fronte di una sollecitazione termica indotta naturalmente per irraggiamento solare o, artificialmente, per riscaldamento tramite lampade o stufe. [B] L’indagine ultrasonica è finalizzata alla conoscenza dei tempi di propagazione di impulsi di vibrazione nelle strutture, fra una o più coppie di punti di rilievo. Con questa prova è possibile misurare la velocità di propagazione degli impulsi ultrasonici, intesa come rapporto fra la distanza tra i punti di rilievo e tempo di transito impiegato. L’utilizzo di ultrasuoni fornisce informazioni su ciò che si incontra nello spessore attraversato dagli impulsi e quindi sulle parti interne degli elementi in prova, può essere utilizzata per valutare l’omogeneità del mezzo indagato, con la possibilità di individuare la presenza di vuoti interni o di fessure, in funzione delle caratteristiche elastiche del mezzo (modulo di elasticità e rapporto di Poisson dinamici) e della sua densità, considerato che le disomogeneità (ad es. fessure, zone degradate, cavità, etc) fanno variare la velocità di propagazione, riflettendo e rifrangendo l’onda di vibrazione. [C] Il pacometro è uno strumento per la diagnostica non invasiva che consente di individuare la presenza di elementi metallici interni alle strutture (armature nelle strutture in c.a, ma anche perni, grappe, etc) senza dover realizzare sondaggi diretti. Tale apparecchiatura, sfrutta il principio delle correnti parassite che, a differenza del principio dell’induzione magnetica, consente rilevazioni molto stabili e su cui non incidono condizionamenti dovuti all’effetto ionico dell’umidità, o alla presenza di inerti ferrosi nelle malte, nei laterizi o nel calcestruzzo o, in genere, ad interferenza elettrica, magnetica o termica. [D] Lo sclerometro fornisce un’immediata cognizione della durezza e quindi indicazioni della resistenza a rottura a compressione del materiale indagato (soprattutto calcestruzzo, ma anche pietra o laterizio). I vantaggi di tale metodica risiedono nel fatto che si utilizza uno strumento non invasivo e distruttivo, maneggevole e di facile impiego. Di contro i limiti di questa tecnica risiedono nel fatto che è un’indagine meccanica, quindi molto sensibile alle modalità di esecuzione tecnica, ed alla corretta taratura dello strumento, ed è una prova strumentale superficiale che, di conseguenza, fornisce dati relativi alla porzione esterna che, di norma, risulta la parte più degradata, perché direttamente esposta agli agenti di degrado, mentre non dà alcuna indicazione sul comportamento meccanico in profondità. [E] Le indagini pilodyn consentono di determinare la densità superficiale media di un elemento ligneo, funzione delle qualità proprie del legno e delle condizioni conservative dello stesso. L’indagine densometrica viene condotta con l’uso di una strumentazione meccanica di

17 tipo sclerometrica, il pilodyn, che impatta sulla porzione corticale del punto oggetto dell’indagine con un punzone di forma cilindrica e del diametro di 2 mm, con energia nota e costante. La strumentazione misura la profondità di penetrazione del punzone nel legno indagato, permettendo una verifica immediata in situ delle macroscopiche condizioni conservative del legno in opera, anche vetusto e risulta utile per il rilievo dei difetti (nodi, distacchi, discontinuità, cipollature), del degrado (decadimento corticale da contatto con agenti atmosferici, degrado localizzato da umidità, come testate delle travi, attacco xilofage) e per controlli qualitativi in fase di intervento.

RIFERIMENTI • AaVv, (2009) Diagnostica, intervento e monitoraggio. International Conference for Preventive Conservation, Fribourg 2009, 145-158. • Bianco A. (2011) Machinatio: per una storia della diagnostica architettonica precontemporanea. Roma: Aracne. • Bindi V. (1889) Monumenti storici ed artistici degli Abruzzi. Napoli: Giannini. • Bolt B. A. (1978) Earthquake: a primer. San Francisco: W.H. Freeman & Co. • Ceradini V., Pugliano A. (1987) Indagini conoscitive sulle tecniche premoderne di prevenzione sismica. International Conference for Heritage, Bressanone 1987, 381-388. • Colitta L. (1990) L’abbazia di San Bartolomeo Apostolo. Carpineto della Nora. Galatina: TorGraf. • Delogu R. (1969) La chiesa di S. Pietro in Alba Fucense e l’architettura romanica in Abruzzo. In Alba Fucens II. Bruxelles-Roma: Accademia Belga. • Gavini I.C. (1929) Storia dell’Architettura in Abruzzo. Vol. I. Milano: Bestetti e Tumminelli. • Giuffrè A. (1985) La meccanica nell’architettura: la statica. Roma: NIS. • Grinzato E. (1997) Stato dell’arte sulle tecniche termografiche per il controllo non distruttivo e principali applicazioni. Convegno Nazionale AIPND, Padova 1997, 77-90. • Macchioini N., Mannucci M. (2000) Tecniche di indagine strumentale per la valutazione delle caratteristiche meccaniche. Recupero e conservazione 31, 23-33. • Moretti M. (1971) L’Architettura medioevale in Abruzzo. Roma: De Luca. • Riccioni R., Rossi P.P. (1995) Restauro edilizio e monumentale. Roma: ISMES.

ABSTRACT Monumental and artistic heritage in L'Aquila - Following the 6th April 2009 after L’Aquila earthquake, the scientific and professional community has strongly focused his interest in understanding damage genesis and restoration methodologies for historic architectural heritage. Less attention has been paid instead to defining strategies for mitigation of seismic risk, through preventive interventions. The research, shown below, describes a case study of a structural prevention seismic project, outlining the contribution that on site diagnostic investigation is able to provide, during the anamnesis and diagnosis steps.

PAROLE

CHIAVE

Diagnostica in situ, Rischio sismico, Abruzzo.

AUTORE ALESSIA BIANCO DIP. PAU, UNIVERSITÀ DI ALESSIA.BIANCO@UNIRC.IT

REGGIO CALABRIA


AGORÀ Utilizzare la tecnologia per decifrare, preservare e gestire il patrimonio culturale Utilizzando un radar a penetrazione del terreno (GPR) e un magnetometro, è stato individuato un insediamento in un’area della Norvegia orientale (Sandefjord). Quanto rilevato prevede una strada lunga 80 metri con 15 edifici. A fare la scoperta gli archeologi del Museo di Storia e Cultura di Oslo e il Norwegian Institute for Cultural Heritage Research (NIKU), in collaborazione con la contea Vestfol. Il lavoro è iniziato nel 2011, con la realizzazione di una perforazione simile a quelle che vengono portate avanti nelle prospezioni geofisiche nel Mare del Nord. Secondo gli esperti, ci si è imbattuti in un’area che doveva essere il mercato della città vichinga. Gli archeologici che hanno lavorato al progetto sottolineano quanto sia stata importante la tecnologia che ha permesso loro di fare nuove e importanti scoperte per la ricostruzione storica del territorio. Questo lavoro portato avanti dal team norvegese vuole esplorare ed implementare nuove possibilità per la gestione della conoscenza guidata del patrimonio culturale attraverso l'uso di tecnologie avanzate e nuovi metodi. Per conoscere le implicazioni metodologiche, teoriche e pratiche degli usi e dei metodi non distruttivi, si vuol raggiungere l’obiettivo di presentare adeguare e sviluppare una gamma di tecniche e metodi che possano migliorare la ricerca e la gestione delle patrimonio culturale. Il progetto contribuirà ad aumentare la competenza in questo campo a beneficio della ricerca e della gestione sul patrimonio. Utilizzando una molteplicità di metodi tecnologici non-

Tecnologia e Tutela per un'opera unica al mondo - Presso l'Istituto Centrale per il Restauro e la Conservazione del Patrimonio Archivistico e Librario (ICRCPAL) di Roma, si è tenuto l'incontro dal titolo ‘Tecnologia e Tutela per un'opera unica al mondo: l'Autoritratto di Leonardo’ durante il quale sono state presentate le analisi effettuate sul celebre Autoritratto di Leonardo. I risultati sono stati illustrati alla presenza di Antonia Pasqua Recchia, segretario generale del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, di Maria Cristina Misiti, direttore dell'ICRCPAL e di Pasquale Muggeo, comandante generale dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale. Lo scopo di tale ricerca è stato lo studio della morfologia della superficie, la mappattura delle macchie (foxing) e l'individuazione dei materiali costitutivi per conoscere maggiormente la tecnica di realizzazione dell'opera e la sua storia conservativa. L'autoritratto di Leonardo, realizzato in sanguigna, è uno dei più famosi disegni dell'artista ed è attualmente conservato presso la Biblioteca Reale di Torino. È stato recentemente esposto all'interno di un'esposizione a lui dedicata alla Venaria Reale dal titolo ‘Leonardo. Il genio, il mito’. I risultati delle analisi scientifiche hanno portato a concludere che l'autori-

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distruttivi e nuove strumentazioni, il progetto si prefigge lo scopo di colmare le importanti lacune ancora esistenti per migliorare la gestione attuale e futura su più livelli - che comprendono la dimensione storica dei paesaggi, gli ambienti culturali, gli edifici e i monumenti. Il progetto andrà avanti e svilupperà ulteriormente il lavoro per individuare le strutture fuori terra, nonché l'individuazione di elementi che si trovano sotto la superficie utilizzando satelliti, lidar, foto aeree, prospezione geofisica e scansioni iper-spettrali. L’approccio multiplo permette di effettuare studi riguardo il cambiamento dell'uso del territorio, può prevedere il coinvolgimento del pubblico e il monitoraggio di paesaggi e ambienti culturali. Inoltre, sarà incluso l'uso di avanzate apparecchiature di scansione laser terrestre per la documentazione e il monitoraggio di chiese e di rovine. Per scopi di conservazione il progetto si concentrerà sulla tecnologia x-ray utilizzata su edifici in legno. Il progetto si articola in due fasi di lavoro e di studio che comprendono l’uso di alta tecnologia per l'identificazione, la documentazione e la comprensione del patrimonio culturale come base per migliorare la ricerca sulla gestione dei paesaggi, ambienti culturali, monumenti, oggetti e superfici. (Fonte: Redazionale)

Nuovo dipinto di Van Gogh - Al Museo Kröller-Müller in Olanda è stato recentemente scoperto un nuovo dipinto di Van Gogh. È questo l'esito di uno studio approfondito sul dipinto ‘Natura morta con fiori di campo e rose’, risalente al 1886 e finora attribuita ad un pittore anonimo. L'opera fu acquistata dal Museo nel 1974 e i conservatori già sospettavano che fosse opera di un grande artista come Van Gogh sebbene non fosse presente la sua firma e la dimensione della tela (100x80 cm) fosse piuttosto grande per i suoi quadri raffiguranti nature morte. L'opera fu così sottoposta ad analisi scientifiche. Già nel 1998 fu eseguita una radiografia che permise di intravedere sotto i fiori il profilo di due lottatori a torso nudo, individuando così un soggetto citato in una lettera di Van Gogh al fratello. Grazie ad un’avanzata tecnologia di scansione denominata Macrofluorescenza a raggi x (MA-XRF) basata sull'elettrosincrotrone Desy (Deutsche Elektronen-Synchrotrol) nel laboratorio di fisica delle particelle fondamentali di Amburgo dell'Università di Anversa, un team di ricercatori, comprendente gli studiosi del Museo Van Gogh e del Museo Kröller-Müller, ha permesso di studiare in maniera ancor più approfondita l'opera confermando l'ipotesi di attribuzione a Van Gogh. I pigmenti utilizzati corrispondono a quelli della tavolozza del celebre pittore così come la tipologia delle pennellate. Van Gogh avrebbe ritratto i due lottatori nel 1885-1886 durante la permanenza alla Scuola delle Belle Arti di Anversa in Belgio e successivamente avrebbe ridipinto il quadro a Parigi. Egli avrebbe realizzato la seconda opera senza alcun strato intermedio, motivo per cui la composizione floreale è piena di fiori, caratteristica inusuale per l'artista. L'opera verrà esposta nel Museo Kröller-Müller insieme alle altre opere dell'artista olandese. Van Gogh è un'artista la cui attività mostra ancora degli aspetti da scoprire. Già un anno fa fu eseguita un'importante ricerca sul degrado del pigmento giallo da lui utilizzato. (Fonte: Redazionale)

tratto è un ‘malato grave’ e per questo motivo sarà sottoposto ad un intervento di restauro il prossimo autunno proprio presso l'Istituto. Molto probabilmente il degrado è stato accelerato in passato da una cattiva esposizione dell'opera alla luce. Il progetto diagnostico è stato reso possibile grazie alla collaborazione tra la Direzione Regionale del Piemonte per i Beni Culturali e Paesaggistici, il Politecnico di Torino, la Biblioteca Reale di Torino, il Consorzio La Venaria Reale, la Fondazione Intesa San Paolo e l'Istituto ICRCPAL. Per poter svolgere le analisi l'opera è stata trasportata da Torino a Roma grazie all'utilizzo di una speciale cassa ignifuga ammortizzata. (Fonte: Redazionale)

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Tecnologie per i Beni Culturali

Michelangelo's Box - Il Complesso Laurenziano, con la Sagrestia Nuova, le Tombe Medicee e la stessa Biblioteca Laurenziana, potrà essere ‘installato’ tra piazze, parchi e musei d'oltreoceano, per essere visitato con una modalità ‘immersiva’ in modo tale da osservare prospettive inedite delle creazioni del Buonarroti. Tutto ciò è possibile grazie al nuovo progetto multimediale denominato Michelangelo's Box ideato e realizzato dal Centro Diaprem del Dipartimento di Architettura dell'Università di Ferrara in sinergia col Dipartimento di Architettura di Firenze, presentato il 30 marzo durante la XIX edizione del Salone dell'Arte del Restauro e della Conservazione dei Beni Culturali e Ambientali di Ferrara. Il progetto permette di ricostruire attraverso una tecnologia innovativa l'architettura fiorentina di Michelangelo raccogliendola in versione tridimensionale in unico database . L'idea del Michelangelo's Box segue quella di Alberti’s Box dedicata alle architetture di Leon Battista Alberti realizzato in collaborazione con la Fondazione Centro Studi Leon Battista Alberti di Mantova. In questo modo sarà possibile esportare una mostra virtuale che offre la possibilità di far conoscere i capolavori del Rinascimento italiano. L'applicazione permette inoltre di studiare e conoscere più a fondo il pensiero architettonico di Michelangelo. Una parte importante del progetto è stata l'acquisizione in rilievo 3D dei Plutei Michelangioleschi della Biblioteca Medicea Laurenziana, recentemente sottoposti ad un intervento di restauro. Quattro diversi Plutei sono stati scelti per essere scansionati e modellati per acquisirne informazioni sui dati geometrici e qualitativi. Il box è concepito come una struttura sviluppabile nello spazio. Dopo la presentazione per la prima volta al Salone del Restauro, il progetto sarà proposto nelle principali capitali mondiali. (Fonte: La Repubblica)

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Sistema per identificare gli insediamenti umani - Un archeologo di Harvard ha notevolmente semplificato il processo di ricerca di primi insediamenti umani utilizzando analisi di immagini satellitari e rivelando migliaia di nuovi siti che potrebbero aver ospitato in precedenza tracce di prime società umane complesse. Come descritto in un articolo pubblicato negli Atti della National Academy of Sciences, Jason Ur, il Professore Associato di Scienze Sociali John L. Loeb, ha lavorato con Bjoern Menze, un ricercatore di Informatica al MIT (Artificial Intelligence Laboratory) per sviluppare una sistema per identificare gli insediamenti umani individuati sulla base di una serie di fattori, tra cui macchie del suolo e immagini che derivano dal crollo di mattoni di fango. Armati di tale profilo, Ur ha utilizzato un computer per esaminare le immagini satellitari per una zona di 23.000 km2 a nord-est della Siria, e ha identificato circa 9.000 insediamenti possibili, con un incremento di ‘almeno un ordine di grandezza’ su ciò che in precedenza era stato identificato. ‘Potrei fare la verifica in-situ’, ha detto Ur, dopo i risultati della analisi. ‘Ma probabilmente mi ci vorrebbe il resto della mia vita per rilevare in un'area di queste dimensioni. Con questa tecnica, tuttavia, possiamo immediatamente realizzare una mappa che è metodologicamente molto interessante e che mostra anche la quantità impressionante di occupazione umana nel corso degli ultimi 7.000 o 8.000 anni fa’. (Fonte Spacedaily.com) Digitalizzare il patrimonio di un museo La collezione del Museo Civico e della Ceramica di Ariano Irpino sarà oggetto di un progetto di digitalizzazione. Il Museo ospita un'importante raccolta di ceramica locale del XVII - XVIII secolo, ceramica ad uso domestico o ornamentale. Sono presenti esemplari di ceramiche meridionali -adriatiche risalente al IV-V secolo a.C. La Regione Campania, insieme al Ministero per i Beni e le Attività Culturali, ha selezionato il museo per il progetto ‘MuseiDItalia’ nell'ambito del Piano e-gov 2012 del Dipartimento per l'Innovazione e le Tecnologie del Ministero per la Pubblica Amministrazione ed Innovazione. Nel comunicato stampa della Regione si legge: ‘In considerazione della particolare rilevanza della collezione esposta presso il Museo Civico e della Ceramica ed opportunamente catalogata secondo gli standard ICCD sarà effettuata la digitalizzazione della parte più prestigiosa e rappresentativa della collezione’. Per questo motivo i tecnici di Museincampania si recheranno ad Ariano per una prima ricognizione delle collezioni e per individuare i reperti da digitalizzare. Il progetto MuseiD-Italia prevede la realizzazione dell'Anagrafica MuseiD-Italia e il recupero di contenuti digitali (immagini, video, audio) che riproducano beni rappresentativi della collezione museale. E' inoltre prevista la digitalizzazione diretta di una parte della collezione presente all'interno del museo, rappresentativa della realtà culturale e territoriale di appartenenza. I dati ottenuti saranno inseriti nella banca dati della Regione ‘Museincampania’ e nel portale della cultura italiana www.culturaitalia.it. Tale progetto permette quindi di valorizzare la maiolica arianese e di farla conoscere ad un più vasto pubblico grazie internet. (Fonte: Redazionale)

Digitalizzazione Documenti Sonori Il Museo Nazionale del Cinema di Torino ha dato il via al progetto Di.Do.S (Digitalizzazione Documenti Sonori) nato in collaborazione con Punto Rec Studios dedicato alla digitalizzazione del suo patrimonio sonoro. Il Museo possiede, infatti, una collezione di oltre 2.200 dischi, dai 78 giri in ceralacca degli anni '20 e '30 ai piu' recenti 33 giri. Si tratta di un patrimonio unico, costituito da importanti colonne sonore cinematografiche e da dischi contenenti registrazioni di testi recitati o cantati da attori famosi e finora era difficilmente fruibile. Grazie al progetto Di.Do.S è stato possibile realizzare un'importante intervento di recupero: tutti i dischi sono stati catalogati e 300 preziosi esemplari sono stati restaurati e digitalizzati. Oltre 3.000 brani digitalizzati sono ora disponibili all'ascolto sul sito del Museo. I brani potranno essere ascoltati integralmente presso la Bibliomediateca del Museo. Il progetto è stato possibile grazie alla collaborazione con due aziende partner, HUB e Zero DB, e con la partecipazione dell'Università degli Studi di Torino (DAMS). Il progetto è finanziato dalla Regione Piemonte grazie al Polo della Creatività Digitale e Multimedialità. (Fonte: Redazionale)


AGORÀ Aggiornamento Battaglia di Anghiari Il ministro dei Beni culturali Lorenzo Ornaghi vuol fare il punto sulla ricerca della ‘Battaglia di Anghiari’, il capolavoro perduto di Leonardo da Vinci che si sta cercando dietro una parte del Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, di cui vi abbiamo già parlato. Ornaghi incontrerà il sindaco Matteo Renzi, l’ingegner Maurizio Seracini, responsabile della ricerca, e i soprintendenti Cristina Acidini, Alessandra Marino e Marco Ciatti per discutere anche delle autorizzazioni che sono necessarie per proseguire la ‘caccia’ al leggendario affresco. È previsto anche un sopralluogo del ministro sui ponteggi per conoscere direttamente ciò che è stato fatto finora. Seracini si augura che la visita possa consentire ad Ornaghi ‘di farsi un’idea precisa’ dell’intervento

che è stato portato avanti nei mesi scorsi e che poi possa autorizzare una seconda fase delle ricerche. ‘Continuare sarebbe nell’interesse dell’Italia, perché quello che stiamo facendo è un lavoro di ricerca di interesse nazionale nel campo della valorizzazione dei beni culturali’, ha detto l’ingegnere fiorentino che dalla metà degli anni Settanta è impegnato nello studio e nell’indagine per localizzare la ‘Battaglia di Anghiari’. Seracini ha poi ricordato che ‘la ricerca è ormai ferma da mesi, da gennaio, grazie ad accuse infamanti’, riferendosi alla petizione di centinaia di studiosi di storia dell’arte che avevano presentato un esposto alla magistratura, poi archiviato. ‘Se la situazione non si sbloccherà al più presto il rischio concreto è di uno stop’, ha aggiunto Seracini, preoccupato tra l’altro che lo sponsor, il National Geographic, decida di interrompere il progetto.

Mappare l’impero romano - L’impero romano rappresenta una parte di storia importante per tutto il mondo occidentale. Esso si è potuto espandere per diversi secoli attraverso complesse reti di potere politico, di dominio militare e di scambi economici ben organizzati. Queste connessioni sono state sostenute da tecnologie di trasporto e di comunicazione premoderne che si basavano sulla "disponibilità energetica" generata da umani e animali, dai venti e dalle correnti. Mappe convenzionali ottenuti con i dati geospaziali, rappresentano questo mondo così come appare dallo spazio, riuscendo a catturare i diversi vincoli ambientali che regolavano i flussi di persone, merci e informazioni. Il "costo energetico", piuttosto che la distanza, appare come il principale fattore determinante della connettività. Il progetto ORBIS (The Standford Geospatial Network Model of the Roman World), realizzato dal Dipartimento di Studi Classici dell’Università di Standford, permette di verificare quali fossero i costi di comunicazione dei romani sia in termini di tempo che di denaro. Simulando gli spostamenti lungo le vie principali della rete stradale romana, i principali fiumi navigabili, e centinaia di rotte marittime nel Mediterraneo, Mar Nero e costa atlantica, questo modello interattivo ricostruisce il costo e la durata finanzia-

ria del viaggio nell’antichità. Tenendo conto delle variazioni stagionali e della varietà di modalità e mezzi di trasporto, ORBIS rivela la vera forma del mondo romano e fornisce una risorsa unica per la comprensione dell’organizzazione pratica del suo impero. Sul sito internet http://orbis.stanford.edu/ è possibile avere ulteriori informazioni sul progetto e sull’utilizzo del modello. Il modello sta riscuotendo un notevole successo diffondendosi rapidamente sul web tramite i social network. Il progetto ha quindi mostrato un interesse da parte non solo degli studiosi del settore ma anche tra i semplici curiosi e appassionati, superando ogni tipo di aspettativa per una ricerca così specifica. ORBIS è un progetto work in progress. Per offrire idee e commenti è possibile inviare i propri suggerimenti all’indirizzo e-mail orbisproject@stanford. edu. Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

(Fonte: Adnkronos)

(Fonte: Redazionale)

Happy Museum - Happy Museum è un progetto di marketing territoriale per promuovere la cultura in maniera univoca e avvicinare i turisti e gli stessi cittadini ai musei e alle diverse attività culturali ad essi collegati. Per dare maggiore visibilità ai musei marchigiani è stato perciò realizzato un sito internet che raccoglie tutti i musei delle marche (www.musei. marche.it) e che è stato opportunamente integrato con i social network (Facebook e Twitter) che permettono di mantenere un contatto stretto tra i musei e la cittadinanza. L’obiettivo di Happy Museum è di avvicinare le persone ai musei sfruttando i sempre più diffusi smartphone e tablet e la moderna tecnologia della realtà aumentata. In questo modo sarà possibile coinvolgere ogni fascia di pubblico che visita uno dei musei delle Marche. Sono stati perciò mostrati alcuni esempi di come la realtà aumentata possa permette di arricchire la visita museale e i percorsi turistico-culturali attraverso l’integrazione di contenuti multimediali. L’applicazione Happy, presto disponibile gratuitamente per iPhone, iPad e sistemi Android su Apple Store e Google Play e tramite i codici QR presenti all’ingresso dei musei marchigiani, si compone di due principali strumenti: una Guida ai musei che contiene la lista di tutti i musei delle Marche che aderiscono a Happy Museum e, grazie alla quale, l’utente può trovare tutte le informazioni sui musei marchigiani, compresi orari, costo dei biglietti e visualizzazione su una mappa e l’elenco delle opere presenti con relativa descrizione storico-artistica. Un’altra sezione consiste in una Caccia al Tesoro virtuale, un sistema basato sulla realtà aumentata che permette ai visitatori più giovani di essere coinvolti in maniera ludica ed emotiva. L’obiettivo del gioco consiste nel trovare cinque tesori virtuali con il proprio cellulare. Ai vincitori verrà consegnato un libro sulla cultura della Regione Marche e sarà inoltre possibile condividere la propria attività su Facebook. (Fonte: Redazionale)

GIORNATA NAZIONALE DELL'INNOVAZIONE - L’evento vedrà la partecipazione del Ministro per l’Istruzione, l’Università e la Ricerca Francesco Profumo e costituirà un importante momento di confronto sulle reali opportunità e sulle difficoltà presenti all’interno del nostro Paese e come possono essere superate anche grazie attraverso l’innovazione. Nel corso della giornata il Presidente di Confcommercio Carlo Sangalli premierà i finalisti del Premio Nazionale dell’Innovazione promosso da Confcommercio. Verrà lanciato Innovatori LAB 2012: le idee in rete, iniziativa promossa dall’Agenzia dell’Innovazione e giunta alla sua seconda edizione, un confronto aperto in rete sul tema del fare impresa, rivolto alle community e agli operatori: ricercatori, imprenditori, opinionisti. (Fonte: Mibac)

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Tecnologie per i Beni Culturali

Giza 3D - Dassault Systèmes ha recentemente annunciato l’uscita di Giza 3D, una ricostruzione tridimensionale del altopiano di Giza dove sorge la storica necropoli. L’esperienza interattiva offre un’immersione totale in 3D nell’antico Egitto. Il progetto è nato dalla collaborazione tra il Museum of Fine Arts di Boston e la Harvard University e promuove l’utilizzo della realtà virtuale immersiva e della tecnologia 3D nel campo dell’istruzione e della ricerca. L’applicazione è gratuita ed accessibile all’indirizzo www.3ds.com/giza3D. È stata presentata presso il Museum of Fine Arts di Boston con l’intervento di Lawrence Berman, curatore delle Antiche Arti Egizie, Nubiane e Mediorientali presso il MFA, e Al Bunshaft, Amministratore Delegato di Dassault Systèmes North America. Il sito web di Giza 3D consente di esplorare liberamente all’interno della necropoli, nelle tombe e attarverso le camere di sepoltura e i loro cunicoli, oltre a quattro dei grandi templi del sito archeologico, come le piramidi di Cheope e Micerino. I visitatori possono altresì visualizzare fotografie antiche e moderne, e osservare in maniera dettagliata una trentina di reperti rinvenuti nel sito archeologico e riprodotti in 3D. Il sito web contiene diversi contenuti multimediali come fotografie, diari di scavi e missioni, mappe e altre testimonianze raccolte in un secolo di spedizioni. Giza 3D è rivolto a diverse categorie di utenti. Il pubblico generalista può accedere facilmente alla più grande raccolta esistente di informazioni sull’altopiano di Giza. Il mondo accademico avrà a disposizione uno strumento di ausilio nell’insegnamento e nella ricerca, e gli studenti, a loro volta, potranno acquisire più facilmente certe conoscenze. I Musei e chi si occupa di organizzazione di mostre e divulgazione potrà sfruttare la piattaforma immersiva in 3D per arricchire la propria esposizione. Giza 3D consentirà loro di esaltare la visita in loco con visualizzazioni 3D interattive e immagini 3D di grande impatto per un’esperienza ancora più indimenticabile. ‘Giza 3D è un esempio concreto di come la piattaforma 3DExperience possa cambiare per sempre l’istruzione, la ricerca e la condivisione della conoscenza,’ ha dichiarato Monica Menghini, Executive Vice President, Industry, Dassault Systèmes. ‘Oggi, tutti possono accedere al sito archeologico di Giza. Basta un normale computer per scoprire le meraviglie dell’Antico Egitto, mentre con una TV 3D si potrà vivere un’esperienza stereoscopica più coinvolgente. E in una stanza di realtà virtuale immersiva, si potrà letteralmente viaggiare nello spazio e nel tempo con un realismo senza precedenti’. (Fonte: Redazionale)

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Sistema per identificare gli insediamenti umani - È on line da pochi giorni la ricostruzione virtuale della Casa di Pietro a Cafarnao, in Terra Santa. Sul sito dei Missionari Francescani a servizio della Terra Santa (www.custodia.org) è possibile collegarsi alle sezioni dedicate a ciascun luogo sacro e ai santuari, testimonianza della vita di Gesù e ogni giorno meta di tantissimi fedeli provenienti da tutto il mondo. Tra queste é state recentemente aggiornata la sezione dedicata alla Casa di Pietro a Cafarnao (www.cafarnao.custodia.org/) inserendo un'applicazione per la visita virtuale. Il sito internet è stato aggiornato nella grafica e nei contenuti, disponibili in quattro diverse lingue, e offre la possibilità ai pellegrini e a tutti gli interessati di conoscere tali ambienti tramite un suggestivo viaggio virtuale all'interno di quella che doveva essere la Casa di Pietro. I resti della Casa di Pietro si trovano a Cafarnao sulla riva nord-ovest del lago di Genezareth e, secondo i vangeli, qui Gesù visse dopo aver lasciato Nazaret. Qui compì i primi miracoli e radunò i primi discepoli. Sulla Casa di Pietro fu successivamente costruita un chiesa ottagonale in sua memoria. La Custodia Francescana acquistò nel 1894 buona parte dell'antica Cafarnao e realizzò diverse compagne di scavi durante il XIX e XX secolo. Oltre alla Casa di Pietro fu trovata un'antica sinagoga del V secolo e numerosi oggetti appartenenti a diverse epoche attualmente in attesa di essere esposti al pubblico. La ricostruzione 3D valorizza il sito di Cafarnao permettendo di far conoscere la storia di questi luoghi dalle origini ai nostri giorni.

Nella parte "Storia e Archeologia" è possibile trovare diverse contenuti sulla storia e sugli scavi realizzati dai francescani e sulla scoperta della casa. Sono altresì disponibili diverse mappe e fotografie relative all'area archeologica. Vengono offerti anche spunti di riflessioni legati ad eventi della vita di Gesù e una serie di testimonianze di viaggiatori ed archeologici che offrono diversi spunti di lettura e approfondimento sull'area archeologica di Cafarnao. Si spera quindi di far conoscere questi luoghi ricchi di storia e religione. La diffusione tramite il web rientra in un grande progetto di valorizzazione e tutela di tutto il sito archeologico. Il tour virtuale della Casa di Pietro è la seconda parte del progetto di sviluppo on line degli spazi di Cafarnao dopo quello dedicato al Santo Sepolcro. All'indirizzo www.santosepolcro.custodia.org è infatti disponibile un tour virtuale all'interno del Santuario costruito sul Santo Sepolcro che accolse il corpo di Gesù. Anche per il Santo Sepolcro sono disponibili diversi contenuti relativi ai diversi ambienti che compongono il santuario. Il progetto di sviluppo del sito internet è stato guidato dal segretario custodiale fra Silvio Rogelio De La Fuente e coordinato da don Paolo Padrini. Nel prossimo trimestre saranno disponibili anche i siti dei santuari del Getsemani, della Natività e dell'Annunciazione.

VII Workshop Open Source, Free Software e Open Format nei processi di Ricerca archeologica - Questa felice occasione segna di fatto una rinnovata attenzione del MiBAC e dei suoi Istituti territoriali ai temi del free, libre and open source software; l'identificazione della sede istituzionale della Soprintendenza romana quale spazio di lavoro e riflessione comune dedicato alle sessioni tematiche del 2012, è passata di fatto attraverso un primo chiaro riconoscimento, condiviso da tutti i promotori dell'evento, del ruolo chiave dei paradigmi e degli strumenti FLOSS anche nei processi della Tutela archeologica, della Valorizzazione del territorio e naturalmente della conoscenza scientifica partecipata, che resta la base imprescindibile di tali azioni. È in questa prospettiva che la necessaria condivisione di problematiche generali e di riflessioni metodologiche anzitutto tra gli Enti territoriali e di Tutela, gli Enti di Ricerca e gli Enti di Istruzione e Formazione universitaria e professionale potrà promuovere lo sviluppo di una nuova generazione di ‘sistemi pubblici aperti’ alla integrazione effettiva dei processi scientifici della ricerca archeologica, di quelli decisionali della salvaguardia e della gestione amministrativa del patrimonio culturale e delle molteplici istanze sociali che guardano ad una

rinnovata conoscenza condivisa, diffusa e accessibile. L'edizione del 2012 si prefigge quale obiettivo centrale quello di insistere sull'importanza strategica degli strumenti di condivisione dei dati territoriali e della conoscenza archeologica affinché i cittadini, primi fruitori del Patrimonio culturale, abbiano consapevolezza del ruolo che possono svolgere in materia di conservazione e valorizzazione dei beni presenti nel territorio in cui abitano, convinti che l'intervento diretto dei cittadini e il loro sostegno siano più incisivi di qualsiasi vincolo archeologico o norma di legge: non si può prescindere, infatti, dal senso di appartenenza dei cittadini ad un territorio, di un territorio ai cittadini. Il VII Workshop ArcheoFOSS 2012 intende segnare, dunque, un momento di nuova riflessione e di rivisitazione dei temi affrontati nelle edizioni precedenti in chiave più estesa e ancor più aperta, anche nella prospettiva di un contributo concreto al recupero ed all'affermazione delle funzioni sociali dell'archeologia italiana.

(Fonte Spacedaily.com)

(Fonte: Mibac)


RESTAURO

L'INFORMATICA

PER IL MOSAICO,

TRE CASI PROTOTIPALI di Mariapaola Monti, Giuseppe Maino

Le tecnologie informatiche vengono sempre più spesso e utilmente applicate alla conservazione e allo studio dei beni culturali. In questo lavoro vengono presentate tre diverse applicazioni delle tecniche informatiche alla catalogazione e documentazione del materiale musivo: la banca dati multimediale del Centro Internazionale di Documentazione sul Mosaico di Ravenna, il restauro virtuale dei cartoni del mosaico di Ravenna e il rilievo tridimensionale del mosaico per mezzo del laser scanner 3D.

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ell’ambito dello studio e della documentazione del mosaico antico e contemporaneo, l’utilizzo mirato e sistematico di tecnologie informatiche, abbinato a diagnostiche non distruttive di tipo multispettrale, è praticato da tempo per l’importante contributo che può offrire al monitoraggio e alla registrazione di dati attendibili per la conservazione ed il restauro. La possibilità di affrontare in maniera organica e metodica problemi rilevanti quali lo stato dei paramenti murari, l’individuazione dei distacchi del sottofondo musivo, la mappatura dei confini tra zone originali e restaurate, il controllo delle operazioni di pulitura, ha avvicinato - in tempi recenti- questo complesso campo di studi all’informatica. Nel corso dell’ultimo quarantennio, le nostre conoscenze sulle opere musive sono aumentate e sono state approfondite grazie all’imponente mole di informazioni prodotta in occasione dei numerosi interventi di restauro, la cui documentazione è stata ottenuta attraverso l’impiego di nuove tecnologie di indagine diagnostica. Nello sforzo di riversare su supporti indelebili e permanenti l’enorme quantità di dati raccolti, le possibilità offerte nell’elaborazione dei dati e, in particolare, nell’interpretazione delle immagini, giocano un ruolo fondamentale per i potenziali di confronto ed analisi che i sistemi informativi consentono. Le esperienze compiute sui diversi cantieri sono state spesso esposte e discusse in pubblicazioni scientifiche e nei congressi internazionali di associazioni di studio e conservazione del mosaico, nell’ambito dei quali sono state affrontate questioni come le modalità di formazione e di trasmissione del repertorio musivo ed il suo rapporto con i modelli pittorici, il formarsi e il radicarsi di tradizioni locali ed i rapporti tra loro intercorrenti, la distribuzione dei compiti fra diversi artigiani, le tecniche esecutive, le caratteristiche dei materiali utilizzati. Nonostante ciò, ancora molte domande rimangono senza risposta. Una comprensione maggiore degli aspetti ancora oscuri verrebbe sicuramente offerta dalla possibilità di consultare agevolmente la documentazione prodotta nelle indagini e nella loro gestione da parte di un sistema che le renda

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facilmente e immediatamente comparabili, grazie anche alla condivisione di informazioni in rete. Una tale iniziativa richiederebbe ovviamente, a causa della mole e della complessità dei dati, il supporto di un sistema informatico. Questo permetterebbe, ad esempio, la creazione di griglie di riferimento per risolvere i tanti problemi di cronologia. Si presentano tre recenti esperienze di applicazioni informatiche allo studio dei mosaici in un più ampio contesto di documentazione, di sperimentazione e di valorizzazione. UNA BANCA DATI DEL MOSAICO Il CIDM - Centro Internazionale di Documentazione sul Mosaico - ha promosso e coordinato la realizzazione di una banca dati multimediale in rete per la conoscenza, lo studio e la valorizzazione delle decorazioni musive, consultabile sul sito www.mosaicoravenna.it. Con la collaborazione dell’ENEA di Bologna e della Data Management di Ravenna è stato progettato e realizzato un sistema informatico innovativo che consente l’archiviazione di informazioni sulle decorazioni musive utilizzabile anche in rete con modalità di accesso remoto. Questa banca dati – in continua evoluzione e aggiornamento - aspira a documentare tutte le tipologie di mosaico senza alcun limite cronologico o geografico, fornendo informazioni e indicando percorsi conoscitivi il più possibile esaustivi, tenendo conto delle diverse fasce d’utenza che interrogheranno il sistema, dagli studenti ai ricercatori, e presentando più livelli di approfondimento e interfacce. La progettazione del database, finanziato dalla Comunità Europea attraverso borse di studio per la ricerca e l’implementazione dei dati, ha richiesto due azioni complementari: da una parte si è dovuta definire una scheda catalografica compatibile con gli standard ministeriali di censimento dei beni culturali (Fig. 1), dall’altra è stato necessario concepire un sistema informatico che rispondesse a molteplici esigenze: possibilità di accesso da internet e restituzione dei dati secondo schemi e gradi di approfondimento diversi, in relazione al tipo di utenza (Fig. 2 e Fig. 3).

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Figura 1 - Esempio di scheda catalografica del mosaico

Sono state realizzate, ad oggi, la Banca dati del Mosaico e la Banca dati Mosaicisti Contemporanei, contenenti informazioni sul mosaico a livello nazionale e internazionale, sviluppando strategie che consentono a tutti gli utenti di accedere facilmente alle risorse culturali e al patrimonio di pubblico valore, garantendo una libera circolazione della conoscenza.

Figura 2 - Schema dell'architettura del sistema informativo sulle decorazioni musive.

Figura 3 - Schema della connettività del sistema informativo sulle decorazioni musive.

COME AFFRONTARE IL RESTAURO VIRTUALE I principi Brandi facevano evidentemente riferimento non al restauro virtuale ma a quello vero e proprio, che riguarda la materia dell’opera d’arte, e sono oggi affermati come fondamentali in ogni intervento di restauro tradizionale. Furono messi in atto in anni in cui il restauro virtuale ancora non esisteva, dal momento che si può cominciare a parlare di era digitale solo a partire dagli anni Sessanta del XX secolo.

23 Tuttavia essi (che si possono sinteticamente formulare come rispetto dell’istanza estetica e storica, compatibilità dei materiali, riconoscibilità dell’intervento, reversibilità dei materiali e minimo intervento) devono essere applicati – pur adattandoli - anche al restauro virtuale perché resti un’operazione legittima e non un lavoro di fantasia o uno sfoggio di abilità, sebbene questo consista solamente in un restauro di tipo estetico, che non coinvolge la materia dell’opera d’arte. Per tale motivo il principio di compatibilità dei materiali non è applicabile, ma restano validi tutti gli altri. Dunque il ‘Restauro Elettronico’, come veniva chiamato inizialmente il restauro estetico per mezzo del computer, oggi comunemente definito ‘Restauro Virtuale’, andrebbe più correttamente chiamato ‘Restauro Iconologico Digitale’, poiché si tratta di un’elaborazione digitale al computer dell’immagine (in greco εικων) dell’opera d’arte. Generalmente, questa elaborazione digitale è finalizzata al miglioramento visivo ed estetico dell’opera o a una sua ricostruzione ipotetica, che ne permetta una maggiore leggibilità. In tal senso il restauro virtuale non si pone in competizione con quello reale ma lo supporta e affianca, prefigurandone i possibili esiti (ad esempio, quando è necessario scegliere tra metodologie d’intervento diverse) e rispettandone le medesime regole (non sono permessi rifacimenti o ricostruzioni arbitrarie). Esso consente inoltre di ottenere un’immagine fruibile dell’opera quando questa non sia materialmente restaurabile per via dei costi troppo elevati o di una condizione di eccessiva fragilità dei materiali. Semplificando si può dire che mentre il restauro tradizionale mira principalmente al prolungamento della vita del manufatto, quello virtuale intende ottenere una migliore leggibilità delle informazioni contenute nell’opera. Non bisogna mai dimenticare che un intervento di restauro, in quanto di per sé sempre traumatico per l’opera, andrebbe realizzato solo nel caso in cui fosse indispensabile per la sopravvivenza del manufatto; dunque, quando sia invece necessario migliorare la leggibilità dell’immagine, il restauro tradizionale può essere sostituito dal restauro virtuale, che consente di preservare l’integrità dei materiali originali: si può cioè affiancare all’opera frammentaria la sua immagine ricomposta, ripulita o ricostruita, dove sia possibile farlo senza cadere in soluzioni arbitrarie. Con ‘restauro virtuale’ oggi si intende anche il miglioramento a livello digitale, grazie a particolari algoritmi e relazioni matematiche, delle immagini risultanti da indagini diagnostiche su opere d’arte e documenti antichi (indagini fotografiche, esami a raggi X, UV, IR), al fine di facilitarne la comprensione. I vantaggi di un restauro virtuale dipendono dalla sua specificità rispetto a quello manuale: un’immagine digitale, ‘clone’ di quella reale, può essere modificata, duplicata, ripristinata tante volte senza che l’opera reale corra alcun rischio di danneggiamento. Si può senz’altro lavorare quindi con la massima libertà di azione, anche mettendo momentaneamente tra parentesi i principi che regolano il restauro tradizionale. I tentativi di intervento possono essere diversi e anche modificati successivamente: ogni fase dell’intervento


può essere registrata su un diverso livello in un programma di fotoritocco come Adobe Photoshop, Corel PhotoPaint o GIMP. Ciò consente in un certo senso la reversibilità dell’intervento e il confronto immediato tra le diverse fasi ed eventualmente tra diverse scelte operative. Le ipotesi di ricostruzione realizzate digitalmente possono essere anche mimetiche, magari realizzate su un diverso livello rispetto all’immagine dell’originale per garantirne la riconoscibilità, l’importante è che siano sempre legittimate da un’analisi filologica dell’opera. UN’APPLICAZIONE AI CARTONI DEL MOSAICO Nel caso particolare dei cartoni del mosaico, il restauro virtuale è stato effettuato non al fine di prefigurare un intervento reale, bensì per migliorare ed estrarre l’informazione contenuta in queste opere circa il reticolo e i colori del mosaico in vista della sua riproduzione. Perciò non seguirà i criteri classici del restauro che imporrebbero il divieto di ricostruire le parti mancanti, in maniera mimetica, per quanto non arbitraria. Ciò è possibile perché si conservano i mosaici originali da cui i cartoni sono stati copiati, tessera per tessera, a fini di documentazione e come materiale didattico per l'Istituto d'arte per il Mosaico 'Gino Severini' di Ravenna, cui appartengono. Il fine è quello di creare dei sostituti stampabili dei cartoni originali che possano essere utilizzati nella quotidiana attività didattica della scuola e che contengano un’informazione il più possibile chiara e completa, in modo tale da consentire di conservare i cartoni più importanti nella maniera più idonea senza per questo privarne gli studenti. Non essendo stati sviluppati programmi specifici per il restauro virtuale, generalmente vengono utilizzati software commerciali per la grafica vettoriale o bitmap, in questo caso Adobe Photoshop CS. Preliminare all’intervento vero e proprio dovrebbe essere l’applicazione di un adeguato sistema CMS (Color Management System), che, grazie all’uso di un colorimetro o di uno spettrofotometro, permette di coordinare i gamut, cioè gli spazi colore dei diversi dispositivi di output (come stampante e monitor), al fine di mantenere i colori dell’immagine acquisita il più possibile corrispondenti tra di loro e a quelli dell’originale. Le fasi dell’intervento di restauro virtuale sui cartoni del mosaico consistono in: acquisizione digitale, mosaicatura, elaborazione (bilanciamento, pulitura, ricostruzione, estrazione del reticolo), archiviazione elettronica. Naturalmente di ogni passaggio, di ogni fase dell’elaborazione digitale, va conservata memoria in altrettanti livelli di un file di Photoshop (con estensione .psd), capace di archiviare diverse immagini sovrapposte salvandole senza compressione e quindi senza perdita di qualità. L’acquisizione digitale viene generalmente effettuata per mezzo di una fotocamera digitale, la cui risoluzione, oggi, varia mediamente tra gli 8 e i 14 Megapixel. Si tratta di una macchina fotografica in cui la tradizionale pellicola fotosensibile è sostituita da un sensore CCD (Charge-Coupled Device) o CMOS (Complementary Metal-Oxide Semiconductor) in grado di catturare l’immagine trasformandola in un segnale elettrico. Se il cartone da fotografare è molto grande può essere acquisito mediante più riprese, i cui bordi devono potersi sovrapporre per poterle ricomporre mediante mosaicatura, in modo da ottenere una risoluzione di almeno 500 o 600 ppi (pixel per inch) sulle dimensioni reali, necessaria per la visualizzazione a schermo di ingrandimenti di particolari e per la realizzazione di stampe di altissima qualità. Una prima elaborazione dell’immagine così ottenuta consiste nel bilanciamento di luminosità e contrasto e nella regolazione delle dominanti cromatiche, per mezzo dello strumento ‘Curve’ di Photoshop, in modo da rendere la fotografia il più possibile somigliante all’originale, dal momento che ogni acquisizione

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causa inevitabilmente effetti di sovraesposizione o sottoesposizione e di viraggio del colore, a causa delle condizioni di illuminazione e delle caratteristiche del sensore utilizzato. Figura 4 - Fotografia del dipinto di Alessandro Azzaroni raffigurante la ‘coppia di colombe’ del Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna.

Al fine di effettuare al meglio queste correzioni è bene che le foto siano realizzate riprendendo insieme al cartone una scala di colore, in modo tale da avere un riferimento certo in base al quale valutare la deviazione dei valori di colore e luminosità della foto da quelli dell’originale. Ad esempio in Fig. 4 vediamo che l’immagine acquisita appare troppo chiara, sfocata e leggermente virata verso una dominante rossa. Si tratta della fotografia del dipinto (databile tra 1900 e 1901) di Alessandro Azzaroni raffigurante la “coppia di colombe” del Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna. Invece in Fig. 5 la stessa immagine è stata bilanciata sulla base dei colori mostrati dal mosaico originale. In questo modo è stato possibile correggere non solo le imperfezioni nell’acquisizione dell’immagine, ma anche le variazioni di tinta delle tessere, dovute al cambiamento di colore (degrado fotocromatico) del lucido nel tempo, la cui nuova dominante giallo-aranciata traspare attraverso il sottile strato di tempera del cartone. Figura 5 – Bilanciamento immagine.

In seguito, se necessario, si possono eseguire operazioni di pulitura (eliminazione di macchie) e di intensificazione dei tratti sbiaditi. Si tratta di un recupero di informazioni che non sempre è possibile effettuare con un restauro di tipo tradizionale. Grazie all’utilizzo della fotografia in IR e UV è possibile anche separare e restituire nitidezza a eventuali testi palinsesti. La ricostruzione delle parti mancanti (Fig. 6) consiste nell’utilizzare le parti integre dell’immagine per ricreare la figurazione delle zone perdute, solo dove essa è prevedibile con certezza, quindi per lacune molto piccole, ma anche più grandi, se esistono altre copie dell’opera da restaurare: nel nostro caso si conservano i mosaici originali alla base dei cartoni stessi. Generalmente si utilizzano strumenti di Photoshop quali il ‘Timbro clone’, il ‘Pennello correttivo’ e la ‘Toppa’. Figura 6 – Ricostruzione in digitale delle parti mancanti.

Oltre alla sovrapposizione dei vari livelli corrispondenti alle diverse fasi del lavoro, sono evidenziate con un margine rosso anche le aree del cartone interessate dalla ricostruzione digitale. Le tessere dorate alla base della coppa avevano assunto nel

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Tecnologie per i Beni Culturali cartone un colore verdastro, probabilmente a causa dell’alterazione della porporina; al fine di restituire loro un colore più vicino a quello originale è stato utilizzato lo strumento ‘Sostituzione colore’. La fascia dorata che decora la coppa era invece stata realizzata con tempere di colore giallo, arancio e ocra, perciò non ha subito alterazioni. L’estrazione digitale del reticolo (Fig. 7) può facilitare l’esecuzione di copie in mosaico: la particolare tecnica messa a punto dai Maestri Mosaicisti (che operarono a Ravenna dal 1948 al 1974 all’interno del Gruppo Mosaicisti) prevedeva infatti che il reticolo del mosaico da riprodurre – ricalcato manualmente – venisse appoggiato sull’intonaco fresco, capace di assorbire la traccia dell’inchiostro idrosolubile con cui era stato tracciato, servendo così da guida per la posa delle tessere.

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Figura 8 - Fotografia del cartone raffigurante un ‘profeta’ dal Battistero Neoniano.

Figura 9 - Fotografia del cartone raffigurante la ‘Vergine Orante’ dal Museo Arcivescovile.

Figura 7 – Estrazione digitale del reticolo.

L’ultima fase dell’intervento consiste nell’archiviazione elettronica ad alta e bassa risoluzione, per conservare le immagini acquisite e tutte le successive elaborazioni in vista sia della loro consultazione, sia di eventuali nuovi restauri virtuali basati su diversi principi. Per questo è necessario salvare le immagini sia in un formato che, benché occupi molto spazio, non comporti una perdita di dati (formati .bmp, .psd e .tiff, che utilizzano algoritmi di compressione dati lossless), sia in formato compresso (di solito si usa il jpeg, che utilizza un algoritmo di compressione lossy), che provoca una perdita di informazioni ad ogni successivo salvataggio, ma consente una consultazione più agevole e un minore dispendio di spazio e risorse. Se le immagini archiviate ad alta risoluzione possono servire anche per la realizzazione di stampe di altissima qualità, per la pubblicazione e la vendita, con quelle a bassa risoluzione si può pensare di allestire un catalogo in rete o un museo virtuale liberamente consultabile. Il tutto andrebbe realizzato nell’ottica della promozione e della conoscenza di un patrimonio così caratteristico della città di Ravenna qual è quello costituito dai cartoni del mosaico. Nell’ambito del presente progetto di realizzazione del restauro virtuale dei cartoni del mosaico, sono stati fotografati quattro cartoni di proprietà dell’Istituto d’Arte per il Mosaico ‘Gino Severini’ di Ravenna, su cui in seguito sono state eseguite alcune ipotesi di elaborazione digitale: si tratta dei cartoni n. 54, 84, 88 e 91 (Figure 8-11) . Date le dimensioni (104x70 cm), il cartone n. 54 è stato fotografato con due riprese in parte sovrapponibili che, dopo il bilanciamento dei colori, della luminosità e del contrasto, sono state sottoposte a raddrizzamento prospettico e ricomposizione mediante mosaicatura. L’immagine risultante ha una risoluzione di 90 ppi sulle dimensioni reali. In seguito, dall’immagine ricomposta è stato estratto il reticolo musivo.

Figura 10 - Fotografia del cartone raffigurante la lunetta con ‘Cristo e gli Apostoli’ da Sant’Apollinare Nuovo. Figura 11 - Fotografia del cartone raffigurante una ‘quaglia’ dalla Basilica di San Vitale.

Dunque, per le fotografie del cartone n. 54 è stato necessario un processo di ricomposizione mediante mosaicatura, ma non un intervento di ricostruzione digitale delle parti mancanti, dato che questo dipinto su lucido si conserva integro; al contrario, i cartoni n. 84, 88 e 91, più piccoli, sono stati acquisiti con un’unica ripresa, ma, presentando diverse lacune, sono stati sottoposti a una ricostruzione dei frammenti perduti (Figure 12-15).

Figura 12 - Restauro virtuale del cartone raffigurante un “profeta” dal Battistero Neoniano.

ESTRAZIONE DIGITALE L’estrazione digitale del reticolo è stata effettuata utilizzando il comando ‘Trova bordi’ sull’immagine del cartone restaurata e trasformata in ‘Scala di grigio’; in seguito il contrasto è stato aumentato per mezzo dello strumento ‘Curve’ per evidenziare maggiormente i bordi delle tessere, che sono quindi state ripulite manualmente una ad una per mezzo dello strumento ‘Pennello’, poiché le variazioni di colore al loro interno erano state anch’esse evidenziate, seppur più lievemente, dal comando ‘Trova bordi’.

Figura 14 - Restauro virtuale Fotografia del cartone raffigurante la lunetta con “Cristo e gli Apostoli” da Sant’Apollinare Nuovo. Figura 15 - Restauro virtuale del cartone raffigurante una “quaglia” dalla Basilica di San Vitale.

Figura 13 - Restauro virtuale del cartone raffigurante la “Vergine Orante” dal Museo Arcivescovile.


Per l’immagine del cartone n. 84 si è riuscito ad ottenere una risoluzione di 90 ppi a dimensioni reali (50x40 cm), mentre per quelle dei cartoni n. 88 e 91 si è raggiunta una risoluzione di 100 ppi a dimensioni reali (rispettivamente 68x38,5 cm e 60,8x46,6 cm). Operazioni di questo tipo, possibilmente disponendo di strumenti che consentano anche risoluzioni migliori, attuate su tutti i cartoni che si ritengono di maggior valore storico, consentirebbero quindi di conservare gli originali al riparo dall’uso quotidiano, senza per questo sottrarre le informazioni che contengono, ma anzi migliorandole e rendendole più facilmente fruibili, per mezzo di stampe o banche dati accessibili in rete. RILIEVO TRIDIMENSIONALE DEI MOSAICI I mosaici hanno un’intrinseca struttura tridimensionale dovuta alla dimensione, forma, posizione e orientamento delle tessere, caratteristiche finalizzate a produrre particolari effetti di riflessione della luce, formazione delle ombre, ecc., come pure una estrinseca, poiché sono spesso situati su superfici curve quali volte, cupole, colonne e così via. Purtroppo, la comune documentazione fotografica non tiene conto di queste caratteristiche peculiari e propone un’immagine necessariamente piatta e bidimensionale dei mosaici, trascurando così importanti informazioni che, per esempio nel caso di indagini preliminari ai restauri, sono rese graficamente per mezzo di notazioni convenzionali. Pertanto, l’uso di scanner laser 3D è stato proposto per superare queste difficoltà e fornire archeologi, storici dell’arte e curatori di musei di strumenti adeguati per una migliore conoscenza e rappresentazione dei mosaici. La strumentazione – un Minolta VIVID 900 laser scanner portatile - è stata utilizzata su campioni e mosaici di grandi dimensioni, come quelli della Basilica di Sant’Apollinare Nuovo a Ravenna. Una grande difficoltà dipende dalla mancanza di dati in alcune zone, in corrispondenza coi bordi delle tessere e con gli elementi di colore scuro - in particolare per le tessere nere e verde scuro che assorbono completamente la luce laser; ciò deriva dalla preponderanza del vetro come materiale costituente delle composizioni musive, giacché la sua superficie lucida e compatta riflette la luce in modo tale che solo parzialmente viene rilevata dai sensori ottici dello strumento. Questo fastidioso fenomeno si ritrova spesso anche nel caso della scansione di opere in bronzo, le quali - per ovviare a tale problema - sono in alcuni casi state trattate con polveri o spray opacizzanti (purché rimovibili). Nel nostro caso si è ritenuto necessario cospargere la superficie musiva di polvere, rendendo così possibile l’acquisizione di una sufficiente quantità di punti da tutte le tessere. Nel tentativo di compensare eventuali lacune nella nuvola di dati modellata con le prime prove di scansione, si è pensato di acquisire la stessa porzione della superficie più volte, inclinando l’emettitore laser a diversi gradi. Per consentire queste operazioni, il supporto realizzato per permettere lo spostamento (50x35 cm) è stato fissato a una base girevole meccanica, collegata al computer e gestita direttamente dal software di elaborazione delle nuvole di punti, al fine di definire con precisione l’angolo di inclinazione della superficie da acquisire in relazione allo scanner. Dopo aver completato l’acquisizione del mosaico, con un’inclinazione rispettivamente di 0°, 15°, 30°, 45° e 70°, è stato fatto il riallineamento delle cinque nuvole di punti ottenute. Per mezzo del Software Polygon Editing Tool, fornito come accessorio standard per lo scanner Minolta, sono stati identificati i punti corrispondenti in ogni nuvola, in modo da allinearli con opportune roto-traslazioni. Applicando in seguito una funzione di fusione si è ottenuta un’unica rete di punti, dove la mancanza di informazioni derivanti dalla nube della scansione a 0° è parzialmente compensata dalla sovrapposizione delle altre nuvole. Il risultato finale è mostrato in Fig. 16.

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Figura 16 – Nuvola di punti dalla scansione laser 3D di un mosaico.

Per quanto riguarda la programmazione di una vera e propria campagna di rilievo tridimensionale dei mosaici di grandi dimensioni, alcuni problemi - che potrebbero essere risolti grazie alla rapida evoluzione di queste tecnologie - devono essere attentamente valutati e affrontati come precedentemente mostrato, giacché il laser scanner risulta un utile strumento per la documentazione dei mosaici.

Figure 17 - La schermata di un sistema informativo geografico (GIS) in cui il rilievo tridimensionale del mosaico è stato implementato.

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Tecnologie per i Beni Culturali Inoltre, i metodi correlati di reverse engineering sono interessanti per diverse ragioni. La creazione di modelli virtuali di piccole porzioni, rappresentando le composizioni cui appartengono, permetterebbero di eseguire indagini comparative dei cicli musivi, consentendo di identificare le somiglianze e le differenze in termini di lavorazione e aspetto superficiale degli stessi mosaici. In base al modello virtuale è possibile eseguire accurate misurazioni delle dimensioni delle tessere, della loro distanza, posizione e orientamento, come pure della loro sporgenza rispetto al supporto. Dunque si possono sfruttare tutte le funzionalità di un software GIS per effettuare analisi numeriche dell’intera superficie, della posizione, forma e orientamento delle singole tessere, dei valori medi e così via, e creare una preziosa banca dati georeferenziata che documenti in dettaglio i mosaici indagati. Rappresentato graficamente per mezzo di intervalli cromatici, il file fornisce informazioni chiare ed immediate per l’esecuzione delle misure quantitative del tessellato. Il GIS consente anche la possibilità di fare analisi statistiche, da cui si possono ottenere in tempo reale dati quali il valore massimo e minimo (in altezza, in questo caso) delle zone selezionate e la deviazione standard; in tal modo, questi calcoli molto precisi e l’immediato studio morfologico della superficie sono più facili e veloci rispetto alle mappature tradizionali, permettendo così all’archeologo e allo storico dell’arte di avere dati oggettivi su cui basare le proprie riflessioni ed ipotesi sull’interpretazione dei mosaici.

27 RIFERIMENTI

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ABSTRACT Figura 18. Tracciato delle curve di sezione della superficie musiva. Mostra una misurazione precisa dell'orientamento di una singola tessera in rapporto al piano del supporto.

CONCLUSIONI Dagli esempi presentati si evince che l’informatica ha un ruolo sempre più importante nella conoscenza, divulgazione e valorizzazione del patrimonio musivo, che costituisce una parte significativa delle nostre opere d’arte. Un utilizzo mirato e consapevole degli strumenti hardware e software che le moderne tecnologie mettono oggi a disposizione del conservatore, dell’archeologo e dello storico dell’arte consentirà un continuo approfondimento degli studi sul mosaico, così come della sua conservazione e della sua conoscenza non soltanto fra gli specialisti, ma verso un pubblico generalista di possibili fruitori.

Mosaic’s virtual restoration - Information technologies are increasingly and usefully applied to the study and conservation of cultural heritage. In this paper we present three different applications of computer science techniques to cataloguing and documentation of mosaic materials: the multimedia database of the International Centre for Documentation on the Mosaic of Ravenna, the virtual restoration of the mosaics of Ravenna cartoons and three-dimensional relief of the mosaic by 3D laser scanner.

PAROLE CHIAVE MOSAICATURA, 3D, LASER SCANNER, RESTAURO VIRTUALE.

AUTORI MARIAPAOLA MONTI GIUSEPPE MAINO FACOLTÀ DI CONSERVAZIONE DEI BENI CULTURALI, UNIVERSITÀ SEDE DI RAVENNA VIA MARIANI 5 - 48100 RAVENNA

DI

BOLOGNA,


RESTAURO

IL

RILIEVO DI IMBARCAZIONI STORICHE di Franco Slomp

Figura 1 – Ortofoto del trabaccolo Nuovo Trionfo.

Il rilievo di un’imbarcazione storica, di cui rimangono solo pochissimi esemplari per di più costruiti senza progetto cartaceo, ma, solo con il metodo del sesto, è un’importante operazione culturale che permette di memorizzare e salvarne le forme, studiarne le caratteristiche idrodinamiche, confrontarle con altri scafi simili e guidare la successiva opera di restauro o di ricostruzione di uno scafo gemello.

I

l Nuovo Trionfo è un trabaccolo da carico, una tipologia di natante diffusa in centinaia di esemplari in tutto l’Adriatico utilizzata per il trasporto via mare di ogni genere di mercanzie e materiali da costruzione. Fu costruito nel 1926, nel cantiere navale F. Ubalducci di Cattolica. È lungo 17 metri largo 5,27. Nell’autunno del 2011 sono iniziate le operazioni di restauro in cantiere con la barca a secco. Approfittando dell’occasione è stato eseguito il rilievo con laser scan. L’obbiettivo dichiarato era quello di redigere le tavole costruttive dello scafo, ma anche di avere una descrizione minuziosa della geometria per far fronte a necessità metriche non ancora individuate, ma che si sarebbero presentate durante i lavori. È stato utilizzato un apparecchio a differenza di fase Z+F imager 5010 perché è molto rapido (500.000 pts/sec), preciso e con una distanza utile largamente sufficiente. Sullo scanner è stata montata una fotocamera automatica per la ripresa delle fotografie a colori. Il cantiere era ingombro di tavolame, imbarcazioni attrezzature varie. Sono state eseguite una decina di stazioni per riprendere il trabac-

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colo da varie angolazioni, stazionando dove era possibile (dal traliccio di una gru a sotto l’imbarcazione), variando la risoluzione angolare in funzione della distanza (da 5000 a 20000 step/360°). In alcuni casi è stata smontata la fotocamera data la ristrettezza dei luoghi rinunciando al colore, ma ottenendo comunque la ‘riflettanza’ dei punti (cioè la percentuale di luce laser riflessa). Non è stato rilevato l’interno in quanto inaccessibile per le lavorazioni in corso. Le scansioni, colorate per mezzo della retroproiezione delle fotografie, sono state utilizzate immediatamente per generare delle ortofoto per semplice proiezione dei punti sui piani stabiliti. Contestualmente sono state generate le sezioni verticali ed orizzontali delle nuvole di punti. Questi dati (viste e sezioni) sono generalmente già sufficienti per la descrizione complessiva della geometria della barca e della sua alberatura ed attrezzatura. All’inizio di un rilievo non sono ancora ben definite le problematiche di restauro da affrontare: solo con l’avanzare dell’analisi si capisce quali sono i dati di cui dobbiamo disporre per stabilire gli interventi da effettuare.

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Figura 2 – Sezione delle nuvole di punti.

La scansione laser genera una grande quantità di dati, sufficiente anche per utilizzi non previsti al momento dell’esecuzione. È stato realizzato anche il modello tridimensionale, texturizzato, per poter analizzare i dettagli più ‘contorti’ e per avere una base geometrica gestibile per le eventuali analisi future. La scansione laser ha permesso una ricognizione esatta delle forme, comprese le deformazioni subite dallo scafo nel corso della sua lunga vita, ma anche dei dettagli più minuti come i corsi di fasciame, la posizione dei chiodi e l’attrezzatura velica. Ha permesso anche di rilevare spessori di costolature e dimensioni delle tavole costituenti lo scafo senza dover ritornare in cantiere. I dati ottenuti sono stati archiviati sia nel formato ‘proprietario’ (ossia legato al mondo degli scanner laser) che in formati in formati ‘popolari’ accessibili dai software più diffusi. Dalla nuvola di punti, dalle mesh 3D e dalle sezioni, si sta passando ora alla stesura dei piani di costruzione navale convenzionali che permetteranno una gestione delle dimensioni e delle curve di carena in linea con la tradizione navale. Nel caso del rilievo del trabaccolo ‘Marin Faliero’ (committente Ass. Vela al Terzo, Rimini) il modello 3D è stato utilizzato più estesamente. Il trabaccolo, lungo 20,50 m è stato costruito a Rimini nel 1898. Dopo aver navigato per tutto l’Adriatico, la barca era semi affondata nel fiume Sile. Nel 2008 è stata recuperata: è stata imbragata, estratta dall’acqua ed appoggiata a terra.

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Figura 4 – Marin Faliero.

Lo scafo era deformato per la spinta d’Archimede protrattasi negli anni e per gli sforzi causati dal sollevamento e dal successivo appoggio. Lo scanner ha ovviamente rilevato le deformazioni e quindi la prima cosa fatta è stata quella di raddrizzare numericamente le forme per eliminare l’ insellatura e le deformazioni localizzate. Il modello 3D è stato modificato punto per punto in base ad opportune curve di ‘controdeformazione’ determinate studiando l’andamento del fasciame e le tracce della linea di galleggiamento. Solo a questo punto è stato possibile estrarre le corrette linee d’acqua, e redarre le tradizionali tavole cartacee. Figura 5 - Disegno della prora.

In un altro caso, un lancione romagnolo restaurato dall’ Ass. vele al terzo di Rimini, è stato eseguito un rilievo rapido durante una pausa di lavorazione in cantiere, per avere della documentazione da archiviare, ma i dati sono stati sufficienti per realizzare un modello 3D da sottoporre ad un’analisi idrodinamica agli elementi finiti per lo studio dei filetti fluidi attorno allo scafo durante la navigazione.

Figura 6 – Particolare.

Figura 3 – Modello 3D del trabaccolo Marin Faliero.


L’elemento comune di questi tre rilievi è la rapidità dell’operazione di scansione, anche in luoghi con spazi malagevoli (come spesso accade nei cantieri) e la gran mole di dati raccolta che copre tutte le esigenze di restituzione che fossero richieste in futuro, costituendo un formidabile strumento per la costituzione di un archivio storico.

Ma si può richiedere molto di più, ad esempio: l’analisi idrodinamica delle carene con appositi software oppure costruendo la carena in scala con una fresatrice a controllo numerico e provandola in vasca; „ lo sviluppo in piano del fasciame da sostituire ed il taglio automatico delle tavole; „ la ricostruzione a macchina di parti ammalorate (costolature, fregi, ecc.); „ i calcoli strutturali, baricentri, volumi, superfici; „ la generazione di immagini stereo, animazioni, filmati. Nel settore dell’imbarcazioni storiche si sta diffondendo il principio di effettuare un rilievo laser, sempre e comunque, non appena un’imbarcazione è disponibile fuor d’acqua al fine della documentazione storica anche se non esistono obbiettivi determinati, rinviando ad altri tempi e sedi lo sviluppo dei dati. „

RIFERIMENTI Compagnia della marineria tradizionale “il nuovo trionfo” www.ilnuovotrionfo.org Figura 7 a-b-c – Lancione romagnolo.

ABSTRACT Historical craft’s relief - The historical importance of a craft’s relief, of which only a few copies for more built without a plan on paper, but only with the method of the sixth, is an important cultural operation that allows you to store and save forms, to study the hydrodynamic characteristics , compare with other similar boats and guide the subsequent work of restoration or reconstruction of a twin hull.

PAROLE Una considerazione da fare è che il rilievo numerico 3D “denso” apre un vasto campo ancora poco esplorato, cioè l’uso del modello 3D con software d’analisi 3d e macchine a controllo numerico. Finora al rilievo 3D si è richiesta sopratutto una rappresentazione bidimensionale: un po’ per la tradizione, un po’ perché il documento cartaceo è pratico, annotabile e manipolabile in cantiere, ma anche perché lo si può archiviare in un faldone con qualche timbro.

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CHIAVE

Laser scanning, elaborazioni 3d, restauro, imbarcazioni storiche.

AUTORI FRANCO SLOMP FRP.SLOMP@TIN.IT WWW.FRANCOSLOMP.IT GILBERTO PENZO WWW.VENICEBOATS.COM

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Light for Art Laser for Conservation

SOLUZIONI tecnologiche per il RESTAURO Il Gruppo El.En. S.p.A. contribuisce con i suoi sistemi laser alla conservazione del patrimonio storico e artistico ormai da due decenni, proponendo soluzioni sempre più innovative, sviluppate in collaborazione con i maggiori centri di ricerca nazionali. L’obiettivo dei ricercatori del Gruppo El.En. è quello di fornire ai restauratori la più completa e avanzata gamma di prodotti da impiegare sia in laboratorio che in cantiere nelle più diverse e difficili condizioni di lavoro. Affidabilità, praticità, flessibilità, elevate prestazioni e la costante validazione in campo da parte dei maggiori esperti del settore della conservazione, fanno sì che i sistemi laser del Gruppo El.En. siano i più diffusi e vengano impiegati nei più importanti cantieri di restauro in Italia e all’estero.

El.En. S.p.A. ELECTRONIC ENGINEERING www.elengroup.com - conservazione@elen.it


RIVELAZIONI

IL DATABASE ‘MAPPA

DEL

DEI

BENI CULTURALI

RISCHIO’ DEL

E IL SISTEMA

GIS

PER LA

PATRIMONIO ARTISTICO SIRIANO

di Renzo Carlucci, Pierluigi Coz, Silvia Grava Nell’ambito della Cooperazione Tecnica internazionale promossa dal Ministero degli Affari Esteri Italiano tramite la sua Direzione Generale alla Cooperazione e lo Sviluppo è stata data vita ad una importante realizzazione al Museo Nazionale di Damasco, da considerarsi esemplare per l’area medio-orientale. Una parte è stata dedicata al Database del Patrimonio Artistico, Architettonico ed Archeologico della Siria, integrato con un Sistema Informativo Geografico che permettesse la gestione globale del patrimonio culturale siriano, in un’ottica di integrazione tra fonti informative eterogenee e scambio di informazioni con altre istituzioni culturali nel mondo. Il particolare ambiente recettivo che ha caratterizzato la Directorate General of Antiquities and Museum del Ministero della Cultura siriano, ha fatto si di riuscire in poco tempo a portare a termine la realizzazione che si avvale particolarmente di componenti Open Source.

I

l sistema realizzato all’interno dell’iniziativa ‘Rinnovo e riorganizzazione del Museo Nazionale di Damasco e recupero della Cittadella di Damasco’, della Direzione Generale Cooperazione Sviluppo (DGCS) del Ministero degli Affari Esteri italiano in collaborazione con la Direzione Generale delle Antichità e dei Musei (DGAM) del Ministero della Cultura siriano, è stato sviluppato da un team composto da esperti italiani (GESP S.r.l.) e da esperti locali (DGAM), sotto la supervisione tecnico/ scientifica della DGCS, perseguendo una mutua cooperazione e un proficuo scambio di conoscenze. Le componenti base del sistema hanno visto la realizzazione del database per la catalogazione ed archiviazione dei beni culturali provenienti dal Museo Nazionale di Damasco; lo sviluppo di un database geografico, integrato con il precedente ed in grado di georeferenziare i beni rispetto al sito di provenienza e alla sala del museo in cui esso è esposto; la strutturazione del database in compatibilità con il modello CIDOC object-oriented Conceptual Reference Model e gli standard UML, per garantire la condivisione delle informazioni con altre istituzioni culturali nel mondo; la definizione e l’applicazione di metodologie e procedure per l’analisi della vulnerabilità dei siti archeologici connessi ai beni esposti e la produzione della Carta del Rischio del Patrimonio Culturale Siriano; lo sviluppo di un sistema WEB-GIS per la condivisione delle informazioni; ed infine la crescita professionale dei tecnici locali per garantire la continuità e l’alimentazione futura dei dati al sistema.

IL DATABASE DEI BENI CULTURALI Il Database dei Beni Culturali contiene tutte le informazioni relative ai beni esposti all’interno del Museo Nazionale di Damasco ed è strutturato nelle seguenti sezioni: • Sezione Generale per l’archiviazione delle principali informazioni dei beni catalogati quali Identification Number, Sorgente del dato, Data dello scavo, Dimensioni, Classificazione Storica, Descrizione, …; • Sezioni Specifiche: contenenti informazioni “dedicate”relative ai diversi dipartimento del Museo (Islamic, Modern Art, PreHistoric, Classic, Ancient Sirian Ruins); • Sezione di “Localizzazione” per l’archiviazione delle informazioni relative alla localizzazione dell’oggetto all’interno delle sale del museo; • Sezione di Conservazione e Restauro per la memorizzazione delle informazioni legate alle attività di restauro del pezzo che si sono succedute nel tempo;

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• Sezione fotografica prevista sia come documentazione generica che come base tematica georeferenziata; • Sezione dello Scavo contenente le informazioni sulle missioni di scavo che hanno portato al ritrovamento dei beni nei diversi siti archeologici; • Sezione Esibizioni per il tracciamento degli spostamenti del pezzo nel caso di sua esposizione in musei esteri. Per garantire lo scambio di informazioni con altre istituzioni culturali, la banca dati è stata modellata secondo il CIDOC Conceptual Reference Model, lo standard internazionale per lo scambio controllato di informazioni del patrimonio culturale. IL GIS Il sistema GIS è stato strutturato per coprire tutte le informazioni spaziali relative al background storico e geografico in cui si collocano gli oggetti del museo. In particolare, oltre ad inglobare la cartografia di base su cui il sistema si appoggia, sono state gestite le seguenti informazioni cartografiche: • Siti Archeologici e Monumenti: localizzazione geografica dei principali siti archeologici della Siria e loro caratterizzazione, al fine di valutarne la vulnerabilità:

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Figura 2 – Modello CIDOC applicato.

9 9 9 9 9

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Figura 3 – Esempio di livello tematico gestito all’interno del sistema GIS: Geologia della Siria.

Morfologia dell’area Natura del sito Principali materiali costruttivi Principale tecnica costruttiva Stato del sito

Le seguenti ulteriori informazioni sono state associate ad ogni sito: 9 Epoche: informazioni relative ai periodi storici legati al sito archeologico 9 Restauri: interventi di restauro eseguiti sul sito 9 Scavi: campagne di scavo eseguite sul sito 9 Documenti: collegamento alla documentazione associata al sito quali immagini, relazioni, disegni di dettaglio, ecc. Un collegamento tra la banca dati GIS e il Database dei Beni Culturali permette contemporaneamente la localizzazione e la navigazione del sito da cui proviene ciascun oggetto del museo e l’individuazione di tutti i Beni provenienti dal sito stesso. Si hanno pertanto disponibili livelli territoriali tematici, a scala nazionale, utilizzati per l’analisi della pericolosità territoriale e la conseguente produzione della “mappa del Rischio” dei siti archeologici. La planimetria del Museo, utilizzata per la localizzazione dei Beni all’interno delle sale del museo. I siti di dettaglio, ove per alcuni siti pilota è stata raccolta la cartografia a scala locale (dati architettonici, posizionamento e datazione degli scavi, modellazione 3D del terreno) per l’esecuzione di analisi di dettaglio sugli stessi.

Figura 4 – Rappresentazione tematica della planimetria generale del Museo nazionale di Damasco organizzato per dipartimenti.

Il modello Raster consente infatti di rappresentare fenomeni continui e variabili legati ad oggetti areali e dispone di notevoli capacità analitiche, legate al fatto che un modello raster regolare è una matrice su cui si possono applicare algoritmi molto efficienti. Nell’analisi della pericolosità sono stai considerati i seguenti livelli tematici: Dominio Aria- Ambiente: Umidità relativa, Velocità del vento, Escursione termica, Inquinamento, Uso del Suolo; Dominio Statico –Strutturale: Geologia, Geomorfologia, Pendenza e acclività, Sismicità; Dominio Antropico: Densità di popolazione. In base ai possibili valori, ciascun livello Raster è stato riclassificato in 5 classi, corrispondenti a diversi livelli di potenziale pericolosità, da assente (valore 0) a molto elevata (valore 4).

LA CARTA DEL RISCHIO DEL PATRIMONIO CULTURALE SIRIANO Avendo a disposizione cartografie tematiche a piccola scala, l’analisi è stata eseguita a livello nazionale, considerando il sito archeologico come una singola entità (elemento puntuale) con caratteristiche omogenee. Il concetto di Fattore di Rischio è stato basato sull’interazione tra due differenti parametri:

¾ ¾

D – Pericolosità territoriale: Potenziale livello di aggressività esercitata dal territorio, indipendentemente dalla presenza del sito V – Vulnerabilità del bene: Livello di Esposizione del sito all’aggressione di fattori esterni, naturali ed antropici

Il Rischio associate al sito è quindi calcolato in base alla seguente formula: R = R (V1, V2, … Vn, D1, D2, ... Dn) Dove R è l’indicatore del rischio ed è calcolato come media pesata degli indicatori di pericolosità (D) e di Vulnerabilità(V). L’analisi della pericolosità territoriale è stata eseguita a partire da cartografie tematiche Raster, omogenee in termini di risoluzione e di copertura territoriale.

Figura 5 - modello 3D del sito di Ebla, sovrapposto ad una immagine Satellitare Quickbird (vertical exaggeration=2).

Su tali mappe sono stati applicati algoritmi di Map Algebra, espressioni algebriche di tipo logico e matematico applicabili a dati spaziali, in cui la combinazione delle singole grandezze fornisce un nuovo valore di grandezza. Come risultato è stata quindi prodotta una nuova mappa tematica in cui per ciascun punto (pixel) è stato calcolato un valore, espresso come somma ‘pesata’ dei valori di pericolosità di ciascun livello tematico sovrapposto. La valutazione della Vulnerabilità è stata eseguita utilizzando le seguenti informazioni associate a ciascun sito: • •

Morfologia Principale materiale costruttivo


• • • • •

Principali tecniche costruttive caratteristiche strutturali Natura del sito e Tipologia di insediamento Stato di conservazione Opere di restauro

In base ai possibili valori, ciascun livello informativo è stato riclassificato in 5 classi, corrispondenti a diversi livelli di vulnerabilità, da assente (valore 0) a molto elevata (valore 4). La somma “pesata” di tali livelli ha prodotto il valore di Vulnerabilità associata a ciascun sito. Figura 6 – Carta della Pericolosità territoriale. Figura 7 – Web GIS, Localizzazione di un sito e degli elementi ad esso associati.

Figure 8 – Scheda di dettaglio di un bene.

L’APPLICAZIONE WEB L’idea di partenza è stata quella di creare una applicazione per l’analisi della banca dati a partire da un set di percorsi predefiniti: • il sito: l’analisi è eseguita a partire dall’individuazione di un Sito (come Palmira, Ebla, ...); • il dipartimento del Museo: la navigazione dati avviene attraverso la scelta di un dipartimento del museo (Classical, Pre-history, ...); • la sala del Museo: l’analisi si sviluppa selezionando una sala del museo; • il Bene culturale: la ricerca parte dal recupero delle informazioni relative ad un singolo bene. Ogni percorso è costruito in modo tale da reperire le informazioni dell’elemento di partenza (a partire dal codice del bene si accede alla sua scheda di dettaglio) e parallelamente accedere agli elementi ad esso associati. Per esempio, a partire dalla scheda di dettaglio di un bene contenuto nel museo, è possibile accedere alle informazioni relative al sito di provenienza, alla sua scheda di dettaglio, alla sua localizzazione geografica ed alla navigazione cartografica dello stesso. Allo stesso modo partendo dalla navigazione all’interno dell’ambiente GIS, attraverso l’individuazione di un sito è possibile: • accedere alla scheda di dettaglio del sito; • accedere alla planimetria di dettaglio, se disponibile; • accedere alla relativa documentazione (fotografie, relazioni, dettagli di restauro, ecc.); • accedere alle schede relative a tutti i pezzi del museo provenienti dal sito stesso. L’AVVIO AL FUNZIONAMENTO Il sistema è stato messo on-line in Internet durante il 2010 in un paese in cui la rete strutturale Internet era in corso di realizzazione e soffriva di malfunzionamenti piuttosto diffusi, ma a ciò ha giovato molto la volontà espressa dal Direttore del progetto siriano Eng. Maher Azar, che anche se oberato dal suo ruolo di vice-Ministro alla Cultura, ha avuto la costanza e il tempo per

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risolvere tutti i problemi che nel tragitto venivano riscontrati congiuntamente al direttore del Dipartimento di Information Technology, dr. Abdul Salam Almidani, che ha trovato le risorse per avviare all’interno del suo team un nucleo di esperti GIS. NOTA Alla data di questa pubblicazione purtroppo il sito web del progetto non risulta più raggiungibile a causa delle complicazioni e della situazione politica attuale della Siria, ma sono comunque disponibili informazioni sul progetto all’interno del sito del MAE. RIFERIMENTI

• • • •

R. Carlucci, La "Carta del Rischio del Patrimonio Culturale". Implicazioni topografiche e fotogrammetriche, Bollettino SIFET 3/93 R. Carlucci, Tecnologie GIS e Beni Culturali su Tafter.it http://www.tafter. it/2010/02/04/tecnologie-gis-e-beni-culturali/ accesso del 29/4/2012 “Carta del Rischio del Patrimonio Culturale”, Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro in http://www.cartadelrischio.org, accesso del 29/04/2012 Sito del progetto http://www.nmdcsyria.org non accedibile al 29/4/2012

ABSTRACT Syrian Cultural Heritage Database and GIS The project of the Syrian Cultural Heritage Database and GIS was developed as part of the project “Renovation and reorganization of the National Museum of Damascus and rehabilitation of the Citadel of Damascus” in agreement between the General Direction for Development Cooperation of the Italian Ministry of Foreign Affairs and the Directorate General of Antiquities and Museum of Syrian Ministry of Culture.

PAROLE

CHIAVE

GIS, SIRIA, BENI CULTURALI,

DATABASE.

AUTORI RENZO CARLUCCI RENZOCARLUCCI@GMAIL.COM DIREZIONE GENERALE COOPERAZIONE ALLO SVILUPPO ESPERTO E PROJECT MANAGER 2007-2011 SILVIA GRAVA GRAVA@GESP.IT

PIERLUIGI COZ COZ@GESP.IT

IN

SYRIA

GESP SRL VIALE SCARAMPO, 47 20148 MILANO

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Tecnologie per i Beni Culturali

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Crisi o non crisi, continuiamo a crescere. Forse perché non cerchiamo di fare i furbi. La crisi colpisce tutti, per carità. Ma la vita va avanti e – soprattutto per chi fa un lavoro molto specializzato, come noi – c’è sempre mercato. A patto di lavorare bene, s’intende. E di aver fatto in passato scelte corrette, sviluppando competenze che con il tempo crescono di valore. Da molti anni, investiamo costantemente in R&D studiando soluzioni innovative per semplificare l’uso delle applicazioni geospatial, creare interfacce sempre più intuitive e integrare in maniera trasparente i dati geo-spaziali nella filiera produttiva, migliorando in modo significativo la performance dei sistemi IT. Parallelamente, abbiamo messo a punto procedure che consentono di raggiungere l’eccellenza di prodotto nel rispetto dei tempi e del budget, con un livello qualitativo sempre certificato. Inoltre, abbiamo percorso prima di altri la strada del software open source, liberando i nostri clienti da molte rigidità tecnologiche e garantendo la massima qualità a costi competitivi Grazie a tutto questo, siamo riusciti a competere con successo in Russia, Kosovo, Romania, Turchia, Siria, Cipro, i Caraibi.

GESP Srl MILANO - BOLOGNA - TORINO http://w w w.gesp.it - gespsrl@gesp.it

E oggi affrontiamo nuove sfide in un contesto sempre più globale e allargato: attualmente, i nostri programmatori e i nostri tecnici sono attivi in quattro continenti e una parte consistente del nostro fatturato proviene da clienti esteri. Continuiamo a crescere, sia in temini economici, sia in termini dimensionali. I nostri collaboratori aumentano, abbiamo aperto nuove sedi e stiamo entrando in mercati che richiedono applicazioni geospatial sempre più evolute, come i trasporti, le telecomunicazioni, l’ambiente e i beni culturali. Insomma, crisi o non crisi, continuiamo a perseguire il nostro obiettivo di fondo: confermare il trend che negli ultimi anni ci ha permesso di diventare una tra le principali realtà italiane nel settore del GIS. Evitando di imbrogliare le carte.


RIVELAZIONI

INDAGINE

SUGLI

ROMA ANTICA

ACQUEDOTTI DI IN AMBIENTE GIS

di Chiara Ragazzoni

Figura 1- Tavola generale dei tracciati individuati dal Lanciani all’interno delle mura Aureliane.

Una trattazione approfondita e completa in merito agli antichi acquedotti presenti sul territorio romano nasce dall’esigenza di realizzare un valido ed aggiornato strumento interattivo di consultazione, concepito in stretta relazione con l’utilizzo delle moderne applicazioni GIS e di tutte quelle strumentazioni informatiche di rilievo, documentazione e catalogazione che si sono largamente sviluppate nell’ultimo decennio. Il tutto unito ad una costante idea di fruibilità diretta, così da poter essere apprezzata da un’ampia tipologia di utenza, insieme alla possibilità di fornire un servizio di elevata qualità dal punto di vista didattico, nozionistico, tecnico e scientifico.

U

no stage biennale presso l’ISPRA, il cui progetto formativo prevedeva la raccolta, il rilevamento, lo studio e la descrizione delle caratteristiche idrauliche degli acquedotti di epoca romana, è stato il punto di partenza per la realizzazione di un ampio lavoro che ha interessato lo sviluppo e l’approfondimento degli undici acquedotti romani in stretta relazione alle applicazioni GIS. L’indagine è stata compiuta tenendo presente che ogni tracciato è stato elaborato rispetto ai riferimenti più attendibili fin ora in nostro possesso, ovvero le carte e gli studi compiuti in epoca recente dalla Sovrinten-

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denza ai beni culturali del Comune di Roma e le innumerevoli indagini sul campo attuate nella prima metà del Novecento dagli archeologi Thomas Ashby ed Esther Van Deman all’interno dei confini della campagna romana interessata dal passaggio degli acquedotti, mentre per le zone dell’area urbana notevoli contributi sono stati forniti dagli studi condotti da Rodolfo Lanciani. Le monumentali condotte idriche sono state oggetto di un’accurata ricerca storiografica, bibliografica, archeologica, strutturale ed ingegneristica.

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Tecnologie per i Beni Culturali La fonte principale a cui si è fatto costantemente riferimento è rappresentata dall’antico testo redatto da Frontino: De Acqueductu Urbis Romae, insieme alle indagini di T. Ashby raccolte poi nel testo The Aqueducts of ancient Rome del 1935, edito soltanto post mortem. Le ricerche sviluppate sono state impostate con lo scopo di realizzare uno studio che perseguisse un criterio analitico, ma allo stesso tempo didascalico, al fine di rendere più diretta, veloce ed esaustiva la comprensione e l’acquisizione del concetto stesso. Il primo passo per affrontare ed analizzare in tutti i suoi aspetti l’argomento è stato quello di raccogliere una folta bibliografia, dove il catalogo OPAC SBN si è rivelato uno strumento indispensabile, insieme alla consultazione dei testi della la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, all’interno della quale vi è una specifica sezione dedicata esclusivamente a Roma. Il materiale cartografico e fotografico è stato fornito dalla Soprintendenza ai Beni Culturali di Roma, poiché l’argomento in questione necessitava dell’inevitabile consulenza dell’ente statale per via dei vincoli e delle zone di interesse a cui Figura 2 - Confronto tra modello RASTER le antiche condotte sono continuamente (destra) e modello VECTOR (a sinistra). sottoposte. ORIGINE E SVILUPPO DELL’APPLICAZIONE GIS IN RELAZIONE AGLI ACQUEDOTTI Partendo proprio dalla canonica definizione dell’acronimo inglese GIS, ovvero: “insieme di strumenti per raccogliere, archiviare, recuperare a piacimento, trasformare e visualizzare dati spaziali e dati non spaziali” ha avuto origine la giustapposizione con gli acquedotti romani. Un sistema GIS non è altro che un mezzo informatico in grado di produrre, gestire ed analizzare i dati spaziali in relazione a ciascun elemento geografico o ad una o più descrizioni alfanumeriche inserite all’interno dello stesso. Per procedere alla rappresentazione dei dati è necessario creare un modello rappresentativo dei dati flessibile, ma al contempo di rapido accesso e quanto più verosimile a fenomeni ed esigenze reali. Al fine di soddisfare tali esigenze, in ambiente GIS, vengono individuate tre fondamentali tipologie di informazioni: geometriche, topologiche ed informative. Le prime riguardano la rappresentazione cartografica degli oggetti rappresentati, i quali poi vengono nuovamente suddivisi in tre ulteriori tipologie, tipizzate da forme base: il punto, la linea e il poligono, i quali a loro volta vengono definiti e col-

Figura 3 - Utilizzo di WebGIS realizzato sul territorio romano nello studio prodotto dalla dott.ssa Katherine Wentworth Rinne.

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Figura 4 - Tabella strutturata per l’articolazione del progetto GIS.

locati nello spazio con dimensioni proprie. Invece le informazioni relative alle caratteristiche topologiche si riferiscono in maniera più specifica alle relazioni reciproche: la connessione, l’adiacenza e l’inclusione, che sussistono tra i vari elementi inseriti ed analizzati, mentre la tipologia informativa si riferisce esclusivamente ai dati associati a ciascun oggetto, i quali possono avere valenza numerica o testuale, ArcGIS (applicativo GIS prodotto dalla ESRI ed utilizzato per questo studio) inoltre prevede la gestione di queste informazioni attraverso l’utilizzo di un database relazionale. Altro l’aspetto che caratterizza questo programma è quello geometrico, esso infatti memorizza la posizione del dato impiegando un sistema di coordinate che definisce la posizione geografica dell’oggetto. Un GIS infatti può gestire contemporaneamente i dati provenienti da diversi sistemi di proiezione e riferimento come per esempio l’UTM o Gauss Boaga. Bisogna tener presente inoltre che, a differenza della cartografia su carta, la scala in un GIS è un parametro di qualità del dato e non di visualizzazione. Il valore della scala infatti esprime le cifre significative delle coordinate di georiferimento che devono essere considerate valide. Inoltre l’informazione territoriale può essere codificata in un sistema informativo geografico attraverso due tipologie principali di dato: quello vettoriale e quello raster. I dati vettoriali sono costituiti essenzialmente da elementi semplici quali punti, linee e poligoni, che vengono poi codificati e memorizzati sulla base delle loro coordinate.

Figura 5 - Incisione del Piranesi in cui si concretizza il problema di un congruente posizionamento.


Il dato raster invece permette di rappresentare il mondo reale attraverso una matrice di celle, generalmente di forma quadrata o rettangolare, dette pixel, ciascuna delle quali ha poi associato a sé un’informazione relativa a quello che il pixel stesso rappresenta sul territorio. Tuttavia la cartografia relativa ad informazioni vettoriali è particolarmente adatta alla rappresentazione di dati che variano in modo discreto: strade o acquedotti, mentre la cartografia raster trova maggiore applicazione per dati che subiscono una variazione continua: parametri relativi ad una carta di acclività o erosione provocata dalle acque. È interessante rilevare poi come ArcGIS permetta contemporaneamente la sussistenza e l’utilizzo di formati raster e vettoriali, nonché il rapido passaggio di consultazione dall’uno all’altro. I dati elaborati da un GIS rappresentano un modello del mondo reale, quindi è possibile dire che un GIS rappresenta su un computer il mondo reale, così come una tradizionale carta rappresenta il mondo sul supporto cartaceo. Tuttavia il modo in cui i dati vengono archiviati nel GIS è profondamente diverso da quello che viene utilizzato per il supporto cartaceo. I dati in ArcGIS, siano essi punti, linee o aree, sono descritti da numeri ed archiviati a loro volta come numeri, che rappresentano le coordinate X e Y dei dati stessi, ovvero grandezze numeriche. Grazie al GIS è possibile associare i dati geografici alle informazioni descrittive ad essi relative che prendono il nome di attributi. Gli attributi riferiti ad un bene culturale possono comprendere un’ampia gamma di dati come il numero della particella, la legge o l’articolo secondo cui è posta sotto vincolo di tutela una determinata area, ecc. Altro elemento fondamentale di un GIS è quello relativo alla sua funzionalità di analisi spaziale, ovvero la capacità di saper trasformare, ridurre ed elaborare, ovviamente secondo i criteri inseriti dall’utente, tutti gli elementi geografici degli attributi. Altre funzionalità del GIS mostrano come tali elaborazioni possono interagire con gli acquedotti romani, nell’overlay topologico si effettua una sovrapposizione tra gli elementi di due differenti temi per dare origine ad un ulteriore nuovo tematismo, ad esempio per sovrapposizione del tema ‘confini parco’ con quello relativo ai ‘confini comuni’ si da origine ad un nuovo livello, utile per determinare magari le superfici di competenza di ogni amministrazione, oppure semplicemente la percentuale di area comunale protetta. Invece le query spaziali, ossia le interrogazioni di basi di dati, hanno come riferimento criteri spaziali: vicinanza, sovrapposizione o la totale scomparsa dell’elemento in questione (possono esse-

re interrogate più database incrociando i dati per ottenere un’informazione con un campo d’azione più ristretto in base alla specificità dell’informazione richiesta). Il buffering indica un’operazione puntuale, lineare o poligonale, per definire un relativo poligono di rispetto, in relazione ad una distanza fissa o variabile in funzione ovviamente degli attributi dell’elemento posto in analisi (cambiamento del limiti di tutela, oppure deterioramento o crollo di parti di acquedotto). La segmentazione è un processo che sviluppa degli algoritmi che generalmente vengono applicati su temi lineari per determinare un punto ad una determinata lunghezza dall’inizio del tema stesso (potrebbe essere utilizzata per indicare e contrassegnare i tratti di acquedotto che sono stati oggetto di lavori di restauro o manutenzione). Tutti i settori che si occupano dello studio e della gestione del territorio trovano in ArcGIS la possibilità di integrare dati che appartengono a formati di rappresentazione, scale e sistemi di riferimento diversi e di elaborarli ed analizzarli secondo determinati obiettivi conoscitivi. Per esempio, per quanto riguarda l’elaborazione del dato GIS, nel campo dei beni culturali e nello specifico degli acquedotti romani, l’informazione geografica è una componente essenziale delle problematiche legate alla gestione degli

Figura 6 - Immagine realizzata con le carte georiferite dell’agro romano sulle quali sono stati applicati i layer degli acquedotti e quello dei vincoli, l’area indicata dalla freccia mostra la zona per cui si è richiesta l’informazione: vincolo paesaggistico Villa Borghese.

Figura 8 - Informazione sull’identificazione dell’acquedotto, in questo caso uno strasso tracciato interessa ben tre acquedotti differenti: l’Acqua Marcia (rosa), l’Acqua Giulia (fuxsia) e l’Acqua Tepula (lilla), i cui percorsi nell’ultimo tratto si sovrappongono a quello principale della Marcia.

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Figura 7 - L’immagine mostra l’identificazione del tracciato dell’acquedotto Vergine (contrassegnato in rosso) nel suo tratto cittadino.

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Tecnologie per i Beni Culturali stessi, nonché al patrimonio storico artistico ad essi associato. Un utilizzo mirato e consapevole di un GIS, in sinergia con tutte le attività di tutela valorizzazione di un bene, permetterebbero di indirizzare in maniera efficace ed innovativa le strategie di gestione dei Beni Culturali nell’ambito della pianificazione territoriale.

39 IMPOSTAZIONE DI UN PROGETTO GIS RELATIVO AGLI ACQUEDOTTI ROMANI Un progetto GIS si articola secondo un comune modello logico di riferimento diviso in quattro fasi: definizione degli obiettivi; creazione del database; „ analisi dei dati; „ presentazione dei risultati. „ „

DAL SISTEMA GIS AL WEBGIS Il WebGIS è un sistema informativo geografico le cui funzionalità si basano su tecnologie di rete (Web/internet), alcune soluzioni software che consentono la pubblicazione sul Web dei servizi GIS forniscono accesso ai servizi GIS residenti su un server attraverso la rete internet o intranet, permettendo così all’utente con un comune browser di accedere ai dati territoriali richiesti attraverso le funzioni tipiche di un GIS. Un concreto esempio di quest’applicazione è riportato nella figura 3 che mostra il lavoro promosso dalla dott.ssa Katherine Wentworth Rinne presso l’Università della Virginia in merito agli acquedotti romani.

Figura 9 - L’immagine mostra le carte IGM utilizzate da Ashby per tracciare il percorso degli acquedotti all’interno della campagna riomana, insieme al layer degli acquedotti è presente anche quello dei punti relativo alle foto, che con un ulteriore clik sulla stringa che definisce l’acquedotto è possibile visualizzare anche l’immegine desiderata.

Figura 11 - Immagine costruita sulla base di ortofoto, mostra tutti i layer realizzati per dar luogo a questo progetto. La barra a sinistra evidenzia tutti i livelli messi in evidenza: le immagini raster georiferite, le ortofoto, i tracciati e i punti delle relative foto.

La prima fase è fondamentale per lo sviluppo funzionale e dinamico del sistema stesso. L’idea è stata quella di fornire all’utente diversi livelli d’informazione ed approfondimento, tutti caratterizzati da un rapido ed esaustivo accesso di consultazione. Questo lavoro, rispetto alle analisi sopracitate, vuole porre maggiore attenzione su una informazione di carattere prettamente scientifico, con dati cartografici forniti direttamente dalla Soprintendenza ai Beni Culturali di Roma, l’utilizzo di una cartografia georiferita corredata da ortofoto a cui attenersi e dove collocare i percorsi degli acquedotti e tutte le altre strutture presenti sul territorio poste sotto vincolo di tutela.

Figura 10 - L’immagine mostra come ArcGis collega l’informazione richiesta al database corrispondente, che individua tutte le notizie relative all’Acquedotto Appio

Figura 12 - L’immagine mostra come tutti i vari layer inseriti si sovrappongano piuttosto uniformemente l’uno all’altro, nonostante le ricorrenti incongruenze derivate delle differenti coordinate relative ai diversi sistemi di riferimento posseduti dalle carte utilizzate.


L’altro passo importante è stato quello relativo alla definizione di un database sulle informazioni inerenti gli acquedotti riportate nella tabella sottostante. In tabella sono delineate le differenti tipologie di analisi, quella verticale, con notizie relative al singolo acquedotto, quella orizzontale, in cui si evidenziano nettamente le peculiarità comuni a uno o a più acquedotti secondo le rispettive voci e infine quella trasversale, per mezzo della quale si può accedere con link esterni ad approfondimenti su temi specifici. Successivamente sono state individuate e descritte in dettaglio le caratteristiche proprie di ciascun acquedotto, poi è stato necessario individuare degli attributi alfanumerici da associare ai dati spaziali e organizzare le tabelle per impostare i dati su più piani tematici, per attuare ciò è stata realizzata un’ulteriore tabella dedicata alle immagini relative alla voce di dettaglio ‘foto Ashby’ e ‘disegni Piranesi’ in cui ciascuna immagine è collocata nel punto esatto in cui si trova sul tracciato dell’acquedotto. Per giungere a questo risultato è necessario definire l’esatta ubicazione, tuttavia per alcuni disegni del Piranesi non è stato possibile seguire questo criterio, poiché nell’ambito delle medesima rappresentazione sono presenti visioni d’insieme surreale, all’interno delle quali vengono rappresentati monumenti o parti di acquedotto distanti fra di loro, ma nell’insieme danno luogo a quella visione suggestiva che l’artista aveva voluto conferire alla sua opera, elemento difficile da inserite come dato cartografico. Una volta impostato il sistema si può passare all’effettiva analisi ed elaborazione dei dati, fase in cui ArcGIS dimostra tutta la sua potenzialità nell’effettuare i vari collegamenti spaziali. Tale fase infatti consta anche di operazioni di interrogazione e di analisi che possono essere eseguite su dati geografici e non, sugli attributi o in modo integrato sugli uni e sugli altri, su un singolo livello tematico o sulla combinazione di più livelli, in modo da ottenere piani dal contenuto informativo diverso da quelli originari. Per la presentazione dei risultati il sistema GIS offre numerose opzioni in quanto i dati possono essere visualizzati in mappe o schemi per comunicare informazioni geografiche attraverso simbologie e colori selezionabili a secondo delle esigenze di rappresentazione. Nel caso specifico ciascun acquedotto è stato contraddistinto da una propria colorazione, determinata in base alle caratteristiche proprie che ogni acquedotto presenta.

BIBLIOGRAFIA Ashby T., The Aqueducts of ancient Rome, Oxford 1935; Lanciani R., Topografia di Roma Antica I comentarii di Frontino intorno le acque e gli acquedotti, Roma 1881; Lanciani R., Forma Urbis Romae, Roma 1910; Van Deman E., The Building of Roman Aqueduct, Washington DC 1934; Panimolle G., Gli acquedotti di Roma antica nelle incisioni di Giovanni Battista Piranesi, II tomo, edizioni Abete, Roma 1984; Rinne K.W., 2008-2012, http://www3.iath.virginia.edu/waters/; Sexi Julii Frontini, De aquaeductu Urbis Romae: editio phototypicaex cod. Casin. 361, saec. 12. Adiciuntur Varronis de lingua latina fragmentum Petri Diaconi operum catalogus ex eodem codice, 1633; Tesi di stage ISPRA 2009, C. Ragazzoni, Progetto di indagine sugli acquedotti di Roma antica; Tesi stage ISPRA 2010, C. Ragazzoni, Indagine sugli acquedotti di Roma antica in ambiente GIS.

ABSTRACT The Ancient Aqueducts on Roman Territory - A thorough and comprehensive treatise on the ancient aqueducts on Roman territory has been developed by the need to create a valid and updated interactive consultation tool, designed in close connection with the use of modern GIS applications and all the major computer equipment, documentation and data elements that have been largely developed in the last decade. Set up with a constant aim at usability, so it can be appreciated by a wide range of users, the treatise retains the ability to provide a high quality service from the teaching, notional, technical and scientific point of view.

PAROLE

CHIAVE

APPLICAZIONE GIS, ACQUEDOTTI

ROMANI,

THOMAS ASHBY, CARTOGRAFIA

DI

ROMA.

AUTORE CHIARA RAGAZZONI CHIARA.RAGAZZONI@LIBERO.IT LAUREATA IN CONSERVAZIONE DEI BENI CULTURALI PRESSO L'UNIVERSITÀ LA TUSCIA VITERBO, SI INTERESSA DI RESTAURO E TECNOLOGIE APPLICATE AI BENI CULTURALI

DI

CONCLUSIONI L’idea, secondo cui questo progetto si è sviluppato, è nata dal fatto che una tematica come gli acquedotti romani, legata all’utilizzo della tecnologia GIS, avrebbe dato origine ad interessanti ed utili strumenti di studio in materia di gestione dei beni culturali. In particolar modo questa giustapposizione si è rivelata particolarmente efficacie per lo studio delle condotte romane, poiché la loro grandezza, struttura architettonica e incertezza dei tracciati (poiché sotterranei), non ne facilitavano affatto lo studio. Proprio per questo il GIS potrebbe rappresentare uno strumento chiave, se costantemente incrementato ed aggiornato con tutti i nuovi ritrovamenti archeologi, vincoli paesaggistici e qualunque altro tipo di informazione pertinente ad una ottimale tutela degli acquedotti, ma generalizzando lo stesso sistema potrebbe essere applicato per la salvaguardia, controllo e gestione di tutti i beni culturali presenti sul territorio italiano.

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ArcheomaticA N° 1 marzo 2012


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Tecnologie per i Beni Culturali

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AZIENDE E PRODOTTI PARCO URBANO DELL’INNOVAZIONE LE MURATE È stato inaugurato il 15 marzo 2011 il nuovo Parco Urbano dell’Innovazione Le Murate a Firenze. 1.500 metri quadrati dell’ex carcere delle Murate, recentemente ristrutturato, nel centro storico di Firenze, sono ora messi a disposizione di sette aziende ICT e tre spin-off universitari selezionate mediante una bando promosso dal Comune di Firenze e operanti nel settore mobilità, turismo e beni culturali. Tra queste Liberologico da anni impegnata nello sviluppo di soluzioni informatiche per la valorizzazione dei beni culturali. Nasce così a Firenze il primo polo tecnologico dedicato all’innovazione, un hub tecnologico in cui sarà sviluppata la cultura wi-fi e multimediale. Sensori, piattaforme di servizi, applicazioni per telefonino, stazioni multimediali sono tutte soluzioni che verranno sviluppate per offrire servizi al cittadino. Ulteriore spazio sarà concesso alla Scuola superiore di tecnologie industriali, alla Fondazione Sistema Toscana e al centro MICC (Media Integration and Communication Center) dell’Università. Quest’ultimo, in particolare, coordina il progetto finalizzato alla realizzazione del Centro di Competenza NEMECH - New Media for Cultural Heritage per la realizzazione del progetto ‘Nuovi Media per i Beni Culturali’ finanziato dalla Regione Toscana. Il progetto nasce dalla collaborazione tra l’Università di Firenze e il Comune di Firenze integrandosi con il protocollo RAI-Regione Toscana - Comune di Firenze sulle digital libraries. Il Centro di competenza sarà parte integrante del parco tecnologico avendo il ruolo di struttura intermedia tra la ricerca universitaria, le imprese, le istituzioni e gli enti. Lo spazio presso Le Murate offrirà un’area di dimostrazione al pubblico dei risultati delle ricerche e delle attività di tale Centro. (Fonte Redazionale) LEONARDOAROUND - Il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia in collaborazione con la Fondazione IBM Italia ha presentato ieri il progetto ‘LeonardoAround’, un’applicazione per iPhone e iPad bilingue (italiano e inglese) per far conoscere i luoghi di Leonardo da Vinci a Milano. Lo scopo di LeonardoAround è quello di mostrare la ricchezza del patrimonio culturale milanese, tra musei, chiese, edifici pubblici attraverso una rete culturale di valorizzazione turistica. Tramite tale applicazione gli utenti avranno a portata di mano diversi strumenti quali mappe, percorsi tematici, e contenuti di approfondimento e video. Il Museo della Scienza e Tecnologia vuole valorizzare in questo modo la grande collezione di modelli realizzati negli anni Cinquanta basandosi sui disegni di Leonardo, che risultano il perno di tutto il tour. L’applicazione è stata realizzata da IBM Human Centric Solutions tramite la collaborazione con Latitude Sedona. Costruita con tecnologia IBM DB2 e Websphere Application Server tale applicazione si inserisce nell’ambito

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delle iniziative IBM che contribuiscono a rendere le città più a misura del cittadino e del visitatore tramite location based services. Il tour georeferenziato, arricchito di contenuti multimediali e curiosità sul Museo, permette di navigare attraverso diversi luoghi di interesse di Milano mostrando la città come uno scenario geografico in cui Leonardo ha messo in opera parte del suo lavoro. (Fonte: Redazionale) LA FAVOLA DI AMORE E PSICHE Il Radar Topologico a Colori e i sistemi 3D evoluti dell’ENEA hanno fatto rivivere la Loggia di Amore e Psiche di Raffaello di Villa Farnesina a Roma. La ricostruzione digitale dell’affresco della Loggia realizzata da Raffaello viene presentata alla mostra di Castel Sant’Angelo ‘La favola di Amore e Psiche. Il mito nell’arte dall’antichità a Canova’. Si tratta di uno dei miti più affascinanti dell’antichità già narrato da Apuleio all’interno della sua opera ‘Le metamorfosi o Asino d’oro’. La mostra nasce al termine dei lavori di restauro del fregio di Perin del Vaga in Castel Sant’Angelo che raffigura appunto la storia di Amore e Psiche. La Loggia di Amore e Psiche fu dipinta nel 1518 da Raffaello e dalla sua scuola per le nozze di Agostino Chigi. L’affresco sfrutta tutta la superficie disponibile della volta, circa 96 m2, e rappresenta la storia esemplare di Psiche e del trionfo dell’amore e del matrimonio. Il Radar Topologico è stato sviluppato e realizzato nei laboratori di Frascati da Giorgio Fornetti (UTAPRAD) e dal suo gruppo di lavoro. Questa tecnologia permette di scansionare grandi superfici di opere d’arte, spesso uniche e intrasportabili, situate su pareti e soffitti ad altezze elevate, che possono essere ricostruite in digitale e riprodotte in 3D per offrire ai visitatori una suggestiva visione dell’opera. La scansione con il Radar Topologico di tutta la Loggia, ottenuta attraverso uno speciale sistema a laser, ha richiesto 4 giorni interi di lavoro, ed è stata effettuata da una distanza di circa 8 metri. È seguito poi un lavoro di analisi ed elaborazione dei dati. L’immagine ottenuta presenta una densità di punti pari a circa 300 Megapixel, che corrisponde ad una risoluzione 25 volte maggiore di una fotocamera refex da 12 Megapixel. Il Radar Topologico offre sorprendenti risultati dal punto di vista della risoluzione e dell’apparato ottico e attualmente rappresenta il risultato più avanzato nel campo della ricerca e sviluppo di dispositivi opto-elettronici a laser per la diagnostica remota non invasiva dei beni artistici. Il pubblico della mostra potrà ammirare una riproduzione dell’opera d’arte con un’immagine 3D ad alta definizione a colori, grazie ai Sistemi 3D evoluti sviluppati negli ultimi vent’anni dagli esperti in ICT dell’ENEA, in collaborazione con aziende nazionali. Attualmente, l’ENEA è in grado di utilizzare e gestire tali moderni sistemi 3D anche via Web, tramite la rete ENEA GRID per la condivisione di tecnologie da remoto, che vengono applicate a supporto della conoscenza e della fruizione dei Beni Culturali. Avvalendosi di avanzati strumenti ICT come i Laboratori Virtuali, gli strumenti per il 3D vengono perciò integrati con software grafici di sviluppo, utilizzo e visualizzazione dei dati, attraverso i quali ricercatori e studiosi collaborano a distanza, pur se dislocati in diverse sedi. (Fonte: ENEA)

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L’ARCHIVIO SEGRETO VATICANO SI RIVELA ‘Lux in Arcana - L’Archivio Segreto Vaticano si rivela’ questo è il titolo dell’esposizione inaugurata il 1 marzo a Roma e che rimarrà aperta fino al 9 settembre, che espone documenti cifrati quali lettere, manoscritti, codici e antiche pergamene dall’VIII secolo d. C. al XX secolo, scelti fra i tanti che l’Archivio Segreto Vaticano conserva da secoli. La mostra è organizzata in occasione del IV Centenario dalla Fondazione dell’Archivio Segreto Vaticano e vuole raccontare l’organizzazione dell’Archivio dei Papi ma è considerato un vero e proprio evento in quanto permette di conoscere ben cento documenti della Città del Vaticano mai svelati prima al pubblico e ora ospitati nelle sale dei Musei Capitolini di Roma. L’archivio Segreto Vaticano è patrimonio culturale dell’umanità e ha una rilevanza per la storia di Roma. Per questo motivo la mostra è stata realizzata in collaborazione con Roma Capitale, Assessorato alle Politiche Culturali e Centro storico - Soprintendenza ai Beni Culturali di Roma e Zètema Progetto Cultura. Accenture, è partner tecnologico ufficiale di Lux in Arcana, e in occasione della mostra, ha sviluppato un’applicazione mobile gratuita che permette ai visitatori l’utilizzo di contenuti multimediali interattivi di approfondimento all’esposizione. L’applicazione permette così di arricchire l’esperienza degli utenti, fornendo approfondimenti direttamente sugli smartphone o i tablet, sia per Apple che per Android. Tramite l’applicazione, ad esempio, è possibile conoscere le informazioni tecniche o le curiosità dei documenti esposti attraverso foto, immagini con diversi contenuti multimediali. È inoltre possibile organizzare i documenti per ordine alfabetico o cronologico, per tipologia di documento (lettera, concordato, documento papale, ecc.) e per ordine espositivo nelle sale dei Musei Capitolini. È inoltre disponibile un’audioguida di accompagnamento alla visita. L’applicazione contiene, inoltre, soluzioni di realtà aumentata per tre siti storici di Roma collegati ai documenti in mostra. Quando un utente si trova in un luogo segnalato sulla mappa GPS, può attivare la realtà aumentata sul proprio dispositivo mobile riuscendo a visualizzare i contenuti multimediali di approfondimento. Ad esempio, passando per Campo de’ Fiori, la mappa GPS segnala la statua di Giordano Bruno: inquadrandola con lo smartphone o il tablet, sarà possibile vedere il rogo che il 17 febbraio 1600 portò alla morte del famoso filosofo. La app è disponibile sia in italiano che in inglese, ed è compatibile con tutti i device mobile. Può essere scaricata gratuitamente da Apple Store e da Google Play. (Fonte: Accenture) LE NOVITÀ DI G-MAPS Tra le tante novità della XIX edizione del Salone dell’Arte del Restauro e della Conservazione dei Beni Culturali e Ambientali di Ferrara attirano la curiosità dei visitatori le tecnologie proposte da G-Maps. Le proposte tecnologiche di G-Maps sono ricche di contenuti multimediali accessibili da smartphone, tablet o fruibili con occhiali avveniristici. Si tratta di ‘realtà aumentata’ quella per la quale G-Maps, impresa ferrarese specializzata nello sviluppo di software e

In rete

tecnologie innovative per dispositivi mobili, è presente al Salone di Ferrara per il secondo anno consecutivo. Il fruitore può sperimentare filmati, animazioni e modelli 3D in realtà aumentata, semplicemente puntando la fotocamera di uno smartphone su un pannello museale o una brochure di un’opera d’arte. Il dispositivo mobile diviene così un utile strumento per arricchire la visita di un museo, di un monumento o di un’esposizione. Tramite queste nuove tecnologie, infatti, il visitatore, può soffermarsi su un’opera e i sui particolari che più gli interessano, interagendo attivamente per vivere un’esperienza sensoriale immersiva. Grazie alla partnership con alcuni tra i più grandi player nel mondo dell’elettronica, lo stand ha in dotazione dispositivi di ultima generazione per attivare i contenuti multimediali sui pannelli artistici e altri materiali presenti allo stand. Questi device sono integrati con un software G-maps che consente l’uso della tecnologia del riconoscimento di immagine per pannelli artistici e altri materiali promozionali cartacei e della tecnologia NFC (Near Field Communication) per l’utilizzo di contenuti multimediali tramite connessione su breve distanza. Sul sito di Google Play è già possibile scaricare l’app di Matidia Minore del Museo Canopo di Villa Adriana, che permette di accedere a contenuti multimediali (filmati, modelli 3D) a partire da una brochure cartacea che sarà a disposizione presso lo stand. Le applicazioni tecnologiche presentate da G-Maps permettono, in definitiva, di incrementare l’esperienza emozionale di chi si avvicina ad un bene culturale arricchendo e rinnovando i percorsi museali con contenuti interattivi senza grossi interventi anche da un punto strutturale su quanto già presente in museo.

(Fonte: G-Maps) IL MUSEO IN ASCOLTO Il 19 giugno 2012 presso l’Istituto Nazionale per la Grafica in Roma, la Direzione generale per la valorizzazione del patrimonio culturale presenterà il volume "Il museo in Ascolto. Nuove strategie di comunicazione per i musei statali", esito dell’indagine sperimentale sui visitatori di dodici musei statali nell’ambito di una convenzione fra la Direzione generale, il Dipartimento di Strategie Aziendali e Metodologie Quantitative della Facoltà di Economia della Seconda Università degli Studi di Napoli, in collaborazione con l’Ufficio Studi del MiBAC. L’indagine sul processo di comunicazione del museo e sulle modalità di interazione che lo stesso stabilisce con i suoi visitatori offre nuovi spunti di riflessione sul valore complessivo che tali processi rivestono, in termini di benefici sia individuali che collettivi. Riconoscere e implementare le buone pratiche dell’accessibilità culturale e della partecipazione al patrimonio culturale significa, quindi, agire in direzione di una partecipazione consapevole, ove la costruzione di un’esperienza di visita di qualità, che induca a prendere coscienza dei valori civici insiti nel patrimonio culturale italiano, riveste un ruolo fondamentale. (Fonte: Mibac)

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AZIENDE E PRODOTTI UNA PIATTAFORMA CLOUD PER LA GESTIONE DEI SERVIZI CULTURALI Il nuovo progetto finalizzato alla creazione di una piattaforma cloud per la commercializzazione, in modalità SaaS, di servizi tecnologici per la promozione e la gestione dei beni culturali e dei servizi turistici annessi si chiama CUSTOM. CUSTOM, è risultato primo nella graduatoria del bando R&D della Regione Toscana e nasce dalla partnership tra Telecom Italia S.p.A., Liberologico S.r.l., Centrica S.r.l. con la collaborazione scientifica della Scuola Normale Superiore di Pisa e del MICC (Media Integration and Communication Center) dell'Università di Firenze e dei subcontractors META e Geosolutions. CUSTOM intende fornire una risposta basata sull’innovazione tecnologica alle attuali debolezze del sistema della cultura e del turismo italiano. Il progetto mira alla creazione di un Culturale Heritage & Tourism Store e dei relativi strumenti di gestione, ovvero un ampio set di building-blocks, o moduli semi lavorati, dall’alto valore tecnologico per la gestione di tutti i servizi turistico-culturali: strumenti per la gestione di servizi web o mobile, servizi per la fruizione, servizi per l’incoming, servizi per l’interoperabilità, ecc. Tutti questi strumenti saranno erogati in modalità SaaS (Software as a Service): gli utenti potranno collegarsi allo store-on-line e potranno acquisire, in modo semplice e veloce, building-blocks modulari, fortemente specializzati, per la realizzazione di servizi finali basati su un’infrastruttura enterprise. Per la piattaforma CUSTOM GeoSolutions ha curato il building block geografico costituito dai componenti responsabili per la gestione, la disseminazione e la visualizzazione dei dati geografici secondo standard interoperabili. (Fonte Redazionale) CITTADINI PARTECIPI CON DECORO URBANO Decoro Urbano è una nuova applicazione dedicata alla segnalazione di problemi legati all'incuria urbana. L'applicazione è disponibile gratuitamente su AppStore e Google Play e funziona come un social network permettendo il contatto diretto con le pubbliche amministrazioni. Ogni cittadino può caricare sulla mappa la fotografia scattata con il proprio smartphone, in modo da segnalare problemi di degrado urbano come l'abbandono di rifiuti, vandalismo, dissesti stradali, problemi di segnaletica, incuria delle zone verdi e affissioni abusive. Le immagini, opportunamente geolocalizzate, sono così a disposizione delle amministrazioni comunali che possono utilizzare tali fotografie per intervenire in maniera opportuna risolvendo il problema. Un comune può quindi aderire a Decoro Urbano, ed in tal caso è considerato ‘attivo’. Il comune sarà quindi in contatto diretto con i cittadini, modificherà lo stato delle segnalazioni e informerà la community in merito agli interventi. Per ora i comuni attivi sono ancora pochi ma si spera che l'applicazione possa diffondersi maggiormente. È chiaro come una tale applicazione possa essere molto utile anche per segnalare il degrado che coinvolge il patrimonio

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culturale. Durante la visita ad un monumento o un sito archeologico oppure durante la camminata in un centro storico è possibile segnalare sulla mappa danni, vandalismi e problemi di incuria arrecati ai beni culturali. L'applicazione è stata realizzata da MaioraLabs, impresa impegnata nella realizzazione di soluzioni tecnologiche che aiutano a migliorare la vita dei cittadini e delle pubbliche amministrazioni. L'applicazione Decoro Urbano nasce dalla volontà di diffusione della cultura dell'open governement per la quale l'amministrazione deve essere più aperta nei confronti dei cittadini e anche più trasparente. L'idea di base di Decoro Urbano è quindi quella di utilizzare la tecnologia per rendere i cittadini più partecipi alla vita politica del proprio comune di residenza. Lo stesso progetto di Decoro Urbano è un open source, essendo continuamente aperto al libero contributo dei cittadini: andando alla pagina ‘Idee per decoro Urbano’ sul sito internet dell'applicazione (http://decorourbano.ideascale.com/) è possibile proporre idee, collaborazioni e suggerimenti per rendere Decoro Urbano ancora più utile. Sul sito internet è altresì possibile visualizzare la mappa con tutte le segnalazioni, le ultime fotografie caricate e i cittadini più attivi. È disponibile anche l'elenco dei comuni attivi, in costante aggiornamento. (Fonte: www.decorourbano.org)

L’ITALIA PARTECIPA A WIKI LOVES MONUMENTS Wiki Loves Monuments sta raccogliendo un elenco di materiale di riferimento sul patrimonio culturale italiano. Si tratta, in particolare, di link a pagine contenenti repertori informativi in merito ai beni gestiti da enti pubblici – quali ad esempio le Soprintendenze o, a livello nazionale, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Alcuni indirizzi riportano semplici elenchi testuali di beni o monumenti. Più frequentemente, come ad esempio nel caso dell’Indice di CulturaItalia, si tratta di collezioni strutturate di metadati relativi a opere, monumenti, siti e altre tipologie di beni culturali custoditi in Italia da organismi pubblici o privati. Per ogni elemento vengono esposte, in insiemi organizzati, entro un elenco di campi fissi navigabili per categorie o chiavi di ricerca, informazioni rilevanti, quali ad esempio la tipologia, il luogo di custodia, lo stato di conservazione, la data di creazione, ecc. In alcuni degli esempi disponibili, questi insiemi informativi vengono esposti anche in formati standard e machine readable come XML, mentre attualmente nessuno dei repertori considerati adotta formalismi di tipo ‘linked data’. Tra il 2010 e il 2011 Wiki Loves Monuments ha coinvolto 15 nazioni europee e ha contribuito ad arricchire Wikimedia Commons, la banca dati multimediale di Wikipedia, con oltre 160.000 fotografie. Nel 2012 l’Italia partecipa per la prima volta a Wiki Loves Monuments, il concorso fotografico internazionale che invita tutti a contribuire a Wikipedia documentando il patrimonio culturale del proprio paese. In Italia Wiki Loves Monuments è promosso e coordinato da Wikimedia Italia. (Fonte: www.wikilovesmonuments.it)

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NUOVI STUDI PER LA MUMMIA DEL SIMILAUM Oetzi, la mummia ritrovata sulle Alpi Venoste nel 1991, nota come Mummia del Similaun è stata nuovamente studiata nell’Istituto per le Mummie e l'Iceman dell’Accademia Europea di Bolzano (Eurac) di Bolzano. Dopo aver scoperto che Oetzi era stato ucciso da una freccia, aveva mangiato carne di stambecco prima di morire, e dopo averne analizzato il DNA, i ricercatori hanno scoperto che c’era la possibilità di analizzarne il sangue. Finora la ricerca sul sangue non era stata possibile in quanto non erano state trovate cellule di sangue nelle vene. Attraverso l’uso di alcune tecnologie i ricercatori dell’EURAC di Bolzano e della Technische Universität di Darmstadt hanno potuto rintracciare alcune cellule ematiche che erano rimaste in alcune parti delle ferite. «Finora non sapevamo quanto a lungo si potesse conservare il sangue, né tantomeno come si presentavano i globuli rossi dell’uomo durante l’età del rame» spiega Albert Zink, direttore dell’Istituto per le Mummie e l’Iceman dell’ (EURAC). Le ricerche sono state condotte insieme a Marek Janko e Robert Stark, entrambi ricercatori di scienze dei materiali al Center of Smart Interfaces della Technische Universität di Darmstadt, in Germania. Per l'analisi del sangue è stato utilizzato un microscopio a forza atomica, che analizzando i campioni grazie ad una punta sottile che percorre minuziosamente le superfici di tessuto, ne ha registrato la forma punto per punto. È stato così possibile l'analisi di due ferite sulla mano e sulla spalla della mummia. Sulle superficie è stata scoperta la presenza di globuli rossi dalla forma circolare, la stessa che ritroviamo oggi negli individui sani. Per essere certi al cento per cento che si trattasse di vere e proprie cellule del sangue e non di polline, batteri o di un’impronta lasciata da una cellula ormai scomparsa è stato adoperata la spettroscopia Raman che ha permesso l'identificazione di diverse molecole. Questo metodo ha confermato che i globuli rossi di Öetzi hanno lo stesso aspetto dei campioni moderni di sangue umano. L’analisi ha rivelato anche tracce di fibrina, una proteina che regola la coagulazione del sangue. È una sostanza che emerge nelle ferite fresche e successivamente tende a diminuire. Questo conferma la tesi che Ötzi sia morto subito dopo esser stato ferito dalla freccia e non nei giorni successivi, come era stato ipotizzato inizialmente. (Fonte: Eurac) IL POLITTICO DI SAN DOMENICO DI LORENZO LOTTO IN HD Tra le tante novità della XIX edizione del Salone dell’Arte del Restauro e della Conservazione dei Beni Culturali e Ambientali di Ferrara attirano la curiosità dei visitatori le tecnologie proposte da G-Maps. Le proposte tecnologiche di G-Maps sono ricche di contenuti multimediali accessibili da smartphone, tablet o fruibili con occhiali avveniristici. Si tratta di ‘realtà aumentata’ quella per la quale G-Maps, impresa ferrarese specializzata nello sviluppo di software e tecnologie innovative per dispositivi mobili, è presente al Salone di Ferrara per il secondo anno consecutivo. Il fruitore può sperimentare filmati, animazioni e modelli 3D in realtà aumentata, semplicemente puntando la fotocamera di uno smartphone su un pannello museale o una brochure di un’opera d’arte. Il dispositivo mo-

bile diviene così un utile strumento per arricchire la visita di un museo, di un monumento o di un’esposizione. Tramite queste nuove tecnologie, infatti, il visitatore, può soffermarsi su un’opera e i sui particolari che più gli interessano, interagendo attivamente per vivere un’esperienza sensoriale immersiva. Grazie alla partnership con alcuni tra i più grandi player nel mondo dell’elettronica, lo stand ha in dotazione dispositivi di ultima generazione per attivare i contenuti multimediali sui pannelli artistici e altri materiali presenti allo stand. Questi device sono integrati con un software G-maps che consente l’uso della tecnologia del riconoscimento di immagine per pannelli artistici e altri materiali promozionali cartacei e della tecnologia NFC (Near Field Communication) per l’utilizzo di contenuti multimediali tramite connessione su breve distanza. Sul sito di Google Play è già possibile scaricare l’app di Matidia Minore del Museo Canopo di Villa Adriana, che permette di accedere a contenuti multimediali (filmati, modelli 3D) a partire da una brochure cartacea che sarà a disposizione presso lo stand. Le applicazioni tecnologiche presentate da G-Maps permettono, in definitiva, di incrementare l’esperienza emozionale di chi si avvicina ad un bene culturale arricchendo e rinnovando i percorsi museali con contenuti interattivi senza grossi interventi anche da un punto strutturale su quanto già presente in museo. (Fonte: Redazionale) WORLD WONDERS Si potranno visitare online (www.google.it/worldwonders) 132 luoghi di interesse storico-culturale in 18 Paesi diversi. Il progetto nasce dalla collaborazione di Google con l'Unesco, il World Monument Fund e l'agenzia fotografica Getty Images e punta a creare un contenitore virtuale del patrimonio artistico-culturale del mondo. Ogni immagine verrà accompagnata da una scheda sul luogo a cura dell'Unesco, da immagini d'archivio Getty (unite a quelle degli utenti di Panoramio, il sito di condivisione fotografica di Google) e da video YouTube di approfondimento. Una volta scelto, il posto si potrà visitare virtualmente grazie alla mappatura fotografica di Street View che fornisce immagini a livello stradale a 360 gradi grazie a un triciclo fotografico a pedali. Alcune meraviglie, come la cattedrale di Avignone o la Reggia di Versailles, dispongono di Sketchup, una tecnologia per la realizzazione di modelli virtuali tridimensionali. Tra i luoghi italiani visitabili online ci saranno l'area archeologica di Pompei, i centri storici di Firenze, Urbino, Napoli, Pisa, Villa Adriana e le Cinque Terre. World Wonders ha l’ambizione di raggiungere le nuove generazioni, in quanto futuri custodi del patrimonio. Una grande novità del progetto, che suggerisce la volontà di Google di inserirsi nel business della «Ed-tech» (letteralmente tecnologia dell'educazione), è la sezione «didattica» del sito. Gli insegnanti delle scuole primarie e secondarie potranno, infatti, scaricare kit con guide, manuali e documenti di approfondimento divisi per argomenti storici e aree geografiche. L'idea è quella di utilizzare Wonders Project come sistema di apprendimento puntando, da un lato, sul principio della «gamification», che ha fatto la fortuna di molti siti internet, dall'altro sull'importanza del dibattito. Tra le proposte didattiche c'è la caccia al tesoro architettonico virtuale, il gioco delle meraviglie del mondo - con domande a risposta multipla riguardanti i siti. (Fonte: Redazionale)


RECENSIONI

IL RESTAURO VIRTUALE IN ARCHEOLOGIA AUTORE: MASSIMO LIMONCELLI EDIZIONE: 2012 COLLANA: BIBLIOTECA DI TESTI E STUDI (722) PAGINE: 260 PREZZO: 29,00 € ISBN: 9788843062225

‘Il restauro virtuale in archeologia’ è un libro che si situa sulle nuove, rischiose ma al contempo entusiasmanti, frontiere di quella che un tempo era una disciplina eminentemente umanistica, a prevalente valenza storico artistica e che oggi invece ha raggiunto matura consapevolezza delle possibilità offerte dal dialogo con le altre scienze e da un approccio sistemico, integrato, multidisciplinare alla ricerca, con risultati così convincenti da farci intravedere una prossima completa rivoluzione del suo spazio epistemologico. Il libro di Massimo Limoncelli non è un manuale di informatica per l'utilizzo di programmi di computer graphic 2D e 3D così come il restauro virtuale non si può certo ridurre alla pratica corrente e sbrigativa di approntare modelli tridimensionali che giustamente Carla Maria Amici definisce nella presentazione al volume come ennesime riproposizione di ‘belle immagini’ di nessuna consistenza scientifica o ridursi, grazie al notevole impatto comunicativo, a un ruolo didattico-divulgativo. L’archeologia ha invece bisogno, sottolinea la studiosa, di ‘strumenti di lavoro e di corrette ricostruzioni dei manufatti’. Per questo motivo il libro partendo da questioni di metodo, secondo una prospettiva scientifica e di ricerca rigorosa, esplora in maniera sistematica tutte le possibili utilizzazioni in ambito archeologico e storico-artistico della Realtà Virtuale, configurandole come una nuova disciplina da inquadrarsi nell’ambito della Scienza della Conservazione, non smarrendo però mai le finalità conoscitive cui le straordinarie possibilità tecnologiche del digitale e del virtuale devono essere sempre ricondotte ancorandole a regole e a principi che devono cooperare nel campo della diagnostica, della progettazione, della verifica e delle ipotesi ricostruttive. L’autore un archeologo, noto per il suo contributo alla missione italiana a Hierapolis di Frigia in Turchia diretta da Francesco D’Andria che ha tra i suoi obiettivi una restituzione dell’immagine della città ellenistico romana, suddivide il lavoro in due parti. Nella prima dopo un capitolo introduttivo dedicato alle immagini digitali, raster e vettoriali, alle rispettive caratteristiche, al colore e alla colorimetria ed ai software di elaborazione si passa agli interventi di restauro virtuale 2D. La restituzione bidimensionale mediante immagini digitali riguarda alcuni tipi di manufatti archeologici (pitture, mosaici, documenti scritti) nel restauro reale oggetto di specifiche discipline che anche in quello virtuale richiedono specifici interventi, che il libro esamina detta-

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gliatamente, tutti accomunati dalla finalità di una maggiore conoscenza e di una migliore leggibilità. La seconda parte è dedicata al restauro virtuale e alla restituzione 3D con capitoli dedicati al modello digitale, alle sue caratteristiche, alle principali tecniche di modellazione (parametrica, Nurbs, poligonale, subdivision surfaces, implicit surfaces, displacement mapping, 3d sculpting), ai modelli di rilievo digitale (fotomodellazione e laser scanner), agli stili di visualizzazione, al texture mapping, all’illuminazione e al rendering. Infine un capitolo affronta quelle che sono le applicazioni più complesse della nuova disciplina quelle all’archeologia e all’architettura con due filoni principali di ricerca quello finalizzato alla verità scientifica, preludio alla ricostruzione fisica e ai restauri, e quello comunicativo di predisposizione di materiali da utilizzarsi come base per opere di divulgazione sui vari media. Un processo conoscitivo attraverso un metodo di indagine che grazie al computer diviene ripetibile e modificabile in relazione ai dati archeologici disponibili e anche di verifica per la sintesi e la convergenza dei dati ricavati secondo diversi approcci metodologici. Scrive l’autore ‘l’interazione tra il monumento reale con i suoi spazi e percorsi, benché mutilati e la realtà virtuale, con i suoi effetti ricostruttivi, costituisce una concreta possibilità di comprensione altrimenti assai difficile, dei rapporti tra volumispazi-percorsi e luci-ombre degli ambienti interni di cui spesso non abbiamo cognizione’. Utili risultano i riquadri riassuntivi all'interno dei singoli capitoli, con esempi applicativi dei metodi e delle tecniche oggi utilizzabili e dei procedimenti operativi, il rimando a link interattivi per il confronto con casi campione che aiutano il lettore a orientarsi e comprendere procedure e applicazioni. Rilevante il costante riferimento dell’autore a tecniche e strumenti informatici low cost, molte volte approntati in casa o nei laboratori delle nostre università sempre più sprovvisti di risorse, utilizzando software open source e computer di uso consumer, fotocamere digitali. Facendoci guidare per mano da Limoncelli ci accorgiamo che riescono a tenere il passo con strumentazioni molto più sofisticate e costose e software commerciali, fotocamere e obiettivi per immagini digitali oppure computer con prestazioni elevatissime.

Michele Fasolo

ArcheomaticA N° N° 11 marzo marzo 2012 2012 ArcheomaticA


Tecnologie T Te ecn cnol cnol olog og gie ep per er i Beni Ben ni Cu C Culturali ult l ur ral a i

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RECENSIONI

SATELLITE REMOTE SENSING A NEW TOOL FOR ARCHAEOLOGY AUTORE: ROSA LASAPONARA, NICOLA MAINI EDITORE: SPRINGER SCIENCE+BUSINESS MEDIA B.V. 2012 PAGINE: 364 PREZZO: 138,00 € ISBN: 978-90-481-8800-0 A CHI È DIRETTO: RICERCATORI, STUDIOSI, PROFESSIONISTI E OPERATORI DEL SETTORE ARCHEOLOGICO E DEL TELERILEVAMENTO.

S 

atellite Remote Sensing, curato da Rosa Lasaponara e Nicola Masini, edito in inglese tramite la Springer Verlag, è un tentativo di realizzare un vero ponte tra due mondi che si amano e si inseguono da tempo ma che per loro natura parlano due lingue spesso incomprensibili tra loro, l'archeologia e il telerilevamento. Le due discipline si attraggono e difficilmente trovano una seria confluenza e dissertazione come in questo caso. Il testo è composto da una serie di articoli-capitoli che, anche se realizzati da differenti autori, il che farebbe quasi pensare all'aver assemblato gli atti di un seminario o un piccolo convegno in materia, trovano una loro naturale consequenzialità, tale da poterli considerare abbinati come capitoli consecutivi di un testo omogeneo. La prima parte poi è caratterizzata da un ottima omogeneità essendo composta di 4 articoli-capitoli degli stessi autori-editori. Nella prima parte vengono affrontati gli argomenti base dell'uso delle immagini satellitari per il settoro archeologico con la trattazione dei metodi fondamentali quali il pan-sharpening, il pattern recognition and classification, il feature extraction e oltre, mentre nella seconda parte si illustrano casi applicativi per la documentazione di siti archeologici con tecniche satellitari.

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La terza ed ultima parte si concentra su applicazioni nel settore del Paleo-archeologico-ambientale sempre analizzato con metodi di Telerilevmento. EARSeL (European Association of Remote Sensing Laboratories), che promuove il gruppo speciale di studio per il Telerilevamento nell'Archeologia, ha supportato lo sviluppo di questo testo che viene alla stampa con premessa dell'ESA, nella persona di Volker Liebig e della NASA con Tom G. Farr. Acquistabile on line sul sito della Springer è anche scaricabile in PDF (dopo aver effettuato il pagamento) all'indirizzo: http://www.springer.com/ earth+sciences+and+geography/remote+sensing/ book/978-90-481-8800-0 (RC)

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EVENTI 5ͳ8 GIUGNO New York SR2A 2012, Synchrotron RadiaƟon in Art and Archaeolog Web www.bnl.gov/sr2a/ 10 ͳ 14 GIUGNO Helsinki (Finlandia) CIDOC2012 - Enriching Cultural Heritage Web www.cidoc2012.fi/en/index 12 ͳ 13 GIUGNO Roma ArcheoFOSS Web: www.archeofoss.org 12 ͳ 15 GIUGNO Indianapolis (Indiana) ScienƟfic Analysis of Photographs Web: www.conservaƟon-us.org 14ͳ15 GIUGNO Bologna 6° WORKSHOP TEMATICO, Telerilevamento nell’analisi dei rischi naturali ed antropici Web: www.enea.it 14 ͳ 15 GIUGNO Roma Aplar 4 Web: www.aplar4.it/home_page.html 18 ͳ 20 GIUGNO Antwerpen Youth in the ConservaƟon of Cultural Heritage Web: www.yococu.com 19 ͳ 20 GIUGNO Roma 3° Seminario nazionale di Archeologia Virtuale: comunicare in digitale Web: www.simonegianolio.info 22 ͳ 24 GIUGNO Ancona ICOM Italia - Assemblea Nazionale Web: www.icom-italia.org 9 ͳ 12 LUGLIO Istanbul (Turchia) 2nd InternaƟonal Conference on Chemistry for Cultural Heritage Web: www.chemch2012.org/

10 LUGLIO Bressanone XXVIII Convegno Annuale Scienze e Beni Culturali Web: www.scienzaebeniculturali.it 29 LUGLIO ͳ 3 AGOSTO West Dover (Vermont, USA) ScienƟfic Methods in Cultural Heritage Research Non-destrucƟve imaging and microanalysis in cultural heritage Web: www.grc.org 2 ͳ 5 SETTEMBRE Milano VSMM 2012 - 18th InternaƟonal Conference on Virtual Systems and MulƟmedia Web: www.vsmm2012.org 10 ͳ 14 SETTEMBRE Vienna (Austria) 2012 IIC Vienna Congress Web: www.iiconservaƟon.org/congress/2012vienna 13ͳ14 SETTEMBRE Bologna VIII CONFERENZA DEL COLORE Web: www.gruppodelcolore.it 17 ͳ 21 SETTEMBRE Napoli XCVIII CONGRESSO NAZIONALE SIF - 5b Fisica per i beni culturali Web: www.sif.it/aƫvita/congresso/xcviii 18 ͳ 20 OTTOBRE Lucca Lu.Be.C. Lucca Beni Culturali VIII edizione Web: www.lubec.it 8 ͳ 10 NOVEMBRE Firenze Salore dell’arte e del restauro Web: www.salonerestaurofirenze.org 16 ͳ 17 NOVEMBRE Parma 6° Congresso Internazionale Colore e Conservazione Web: www.cesmar7.org

SUMMER SCHOOL Dal 3 al 10 giugno 2012 si terrà la scuola estiva di 'Rilievo e Modellazione 3D' che vuole fornire l’opportunità a laureati, dottorandi e professionisti nel settore del rilievo e dei beni culturali di approfondire la conoscenza delle metodologie e tecnologie utilizzate per rilevare e documentare in 3D oggetti archeologici, strutture architettoniche e siti culturali. Il corso si pone come obiettivo l’analisi pratica e la valutazione critica del rilievo 3D reality-based finalizzato alla documentazione metrica, conservazione, restauro e valorizzazione del patrimonio culturale. Una prima giornata di lezioni teoriche verrà seguita da 2 giorni di rilievi nel sito archeologico di Paestum e da 2 giorni di processamento dei dati. I partecipanti verranno divisi in gruppi di lavoro (4-5 persone a gruppo con 2-3 tutor) che dovranno occuparsi dell’acquisizioni digitale, rappresentazione e modellazione 3D di manufatti e complessi monumentali nel sito di Paestum. Il corso si concluderà con le presentazioni frontali dei gruppi di lavoro al fine di mostrare e discutere i risultati ottenuti. La quota di registrazione per la partecipazione (500 Euro) include: partecipazione all’evento, ingressi al sito archeologico, trasporti in sito, hotel (pensione completa), welcome party, materiale del corso. Per partecipare alla scuola è necessario inviare un curriculum vitae all’attenzione di Fabio Remondino (remondino@fbk.eu) entro il 20 aprile 2012.

CALL FOR PAPER ARCHEOMATICA 2012 Archeomatica, rivista multidisciplinare, stampata in Italia, dedicata alla presentazione e alla diffusione di metodologie avanzate, tecnologie emergenti e strumenti per la conoscenza, la documentazione, salvaguardia, conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale, entra nel suo terzo anno. La rivista si propone di pubblicare articoli di valore significativo e duraturo scritti da ricercatori, archeologi, storici, conservatori e restauratori coinvolti in questo settore, per la diffusione di nuove metodologie specifiche e dei risultati sperimentali. Archeomatica solleciterà il dibattito costruttivo sulle ultime applicazioni scientifiche, per il confronto di idee e delle scoperte relazionate ad ogni aspetto del settore dei beni culturali. Archeomatica è destinata anche ad essere una fonte primaria di informazioni multidisciplinari e di divulgazione per il settore del patrimonio culturale. La rivista è divisa in sezioni tra cui: Documentazione (Indagine e documentazione), Rivelazioni (analisi, diagnostica e monitoraggio), Restauro (Materiali e tecniche di intervento). Stiamo preparando i quattro numeri del 2012, eventuali proposte di articoli da pubblicare possono essere inviate a: paper-submission@archeomatica.it. Le uscite saranno pubblicate anche on line sul sito web. www.archeomatica.it

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