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Per il nostro battesimo abbiamo chiesto aiuto alla

Luna; verosimilmente lo schermo cinematografico, come la Luna, riflette una proiezione esterna: quella dei nostri sogni, delle nostre gioie e delle nostre paure. Interviste, indagini curiose, poesia, sceneggiature inedite, analisi e approfondimenti, fotografia, arte e grafica saranno la persona seduta al nostro fianco mentre si spegne la luce e partono i titoli di testa, analizzando insieme in maniera diversa, e speriamo originale, gli elementi della vita attraverso il cinema. In questo numero, i vari fenomeni sacrificati alla Dea delle maree saranno rappresentati da una squadra d’eccezione formata da Licantropi americani senza pace (in piacevole trasferta londinese) che andranno a braccetto con un incredibile ed inedito mistero lunare di Stanley Kubrik, svelato in esclusiva per Freaks. Ma cosa nasconde veramente la “dark side of the Moon”? Alieni, navi spaziali o semplicemente vecchie conoscenze? Nel frattempo saremo intrattenuti da un comico un po’ lunatico accompagnato dalla colonna sonora dei REM. Inoltre, la vera natura del Duca Bianco ovvero David Bowie, finalmente rivelata con l’aiuto del figlio Zowie. E ancora: meteoriti lanciate da David Lynch, seni e coseni analizzati da Bigas Luna, Godard e il suo personalissimo Pierrot delle undici ed infine un piacevolissimo e succulento esperimento fotografico&culinario… Tagliata d’occhio alla Buñuel. Buona visione! Stefano Delmastro / Roberto Melle

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Alla regia di FREAKS #0

/Regista: Roberto Melle /Aiuto regista: Stefano Delmastro /Collaboratori: Katia Bernacci Pierpaolo Bottino Filippo D’Arino Matteo Emme Valentina Mannone Mauro Melis P. Palù Francesca Trinca Antonio Verteramo /Ringraziamenti: Valeria Molinaro Steve Panariti Vintage Movie Collection /Seguici e contattaci su: facebook alla pagina Freaks, cinema e altri fenomeni oppure cercaci e scaricaci su: www.issuu.com Freaks è una rivista a distribuzione gratuita on-line. Rivista in attesa di registrazione, tutti i diritti riservati© 2012

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ME, MYSELF AND ANDY Milos Forman prende spunto dalla breve ed eccentrica vita del comico statunitense Andy Kaufman (1949-1984), non solo per parlare di un tema a lui caro, come quello dell’uomo di fronte all’arte, già affrontato in “Amadeus”, ma anche per avventurarsi in un’originale visione e rappresentazione della realtà fatta con le lenti caleidoscopiche di uno spirito unico. In un mondo che è una beffa perfino di fronte alla morte, Andy Kaufman non è affatto l’uomo della luna, semmai colui che lo ha capito meglio di tutti: è il continuo inganno perpetrato ai danni del suo pubblico, una vera lezione di metafisica a vantaggio degli spettatori stessi. La demistificazione della realtà, la sistematica violazione di tutti i codici di comunicazione, teatrale, televisiva, dello spettacolo in genere, sono il mezzo adoperato per raccontare il suo stupore di fronte a una vita che si evolve sempre verso le direzioni più imprevedibili, di fronte a un mondo che parla una lingua diversa e intraducibile nella sua. Forman cuce con maestria addosso a Jim Carrey i panni dell’eclettico, ambiguo Kaufman, uomo senza un’identità definita, fluidamente sospeso tra l’estro artistico e la sua negazione distruttiva; un comico che non ama far ridere, tanto che affermava di non aver mai raccontato una barzelletta in vita sua, un ragazzo che sogna lo show business e il pubblico del Saturday Night Live, ma che non sa né vuole intrattenerlo, un comico che legge Scott Fitzgerald anziché fare una imitazione, un personaggio spigoloso, difficile, talora spiacevole. C’è una doppia morale nel film. In prima battuta è una morale ovvia; quando Andy comunica a parenti e amici di avere il cancro, e nessuno gli crede, con tutti gli scherzi che ha combinato in vita sua; ma diventa assai più subdola quando il funerale di Andy si tramuta in un suo show...

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Questo è ciò che avrebbe fatto Andy Kaufman se qualcuno gli avesse chiesto di scrivere un articolo su Man on the Moon senza fare una recensione. Ne avrebbe scritta una, facendo imbestialire redazione e direttore della testata. Provocare, spiazzare, turbare... questo era il modo di far spettacolo di Andy Kaufman, tutto pur di essere originale e sempre diverso. “Non sono un comico, voglio creare una forma mia di spettacolo” diceva, e il film di Milos Forman racconta bene la parabola di Andy Kaufman, comico televisivo, cabarettista provocatore, strafottente, sconveniente, personaggio fuori da ogni schema, che era solito spiazzare il pubblico nei modi più diversi, improvvisando liti o risse sul palco o davanti alle telecamere. Tra l’altro proprio Forman era tra il pubblico, quella volta in cui Kaufman si mise a leggere Il Grande Gatsby durante uno spettacolo universitario, in cui gli studenti si erano radunati per assistere ad un suo spettacolo. E chi meglio del vulcanico Jim Carrey poteva interpretare le sfaccettature e la molteplice personalità di un personaggio così complesso come Andy Kaufman? L’energia che l’attore canadese riversa nell’interpretazione dà spessore e forza d’impatto al personaggio, così da renderne con verosimiglianza i tumulti interiori, le nevrosi, l’irrequietezza continua.


Le cronache dicono che Andy Kaufman sarebbe morto il 16 maggio 1984 per un cancro ai polmoni, e sarebbe sepolto al Beth David Cemetery di Elmont, New York (Long Island). Eppure sul noto sito rootsweb.com, un sito internet americano di anagrafe e genealogia, Andy Kaufman non è riportato tra i deceduti. Secondo alcuni esperti, infatti, il comico avrebbe fatto una plastica facciale, per tornare a fare l’attore e il comico con una nuova identità. Senza rinunciare però a lasciare alcuni indizi... Andy Kaufman e Jim Carrey, per esempio, sono nati lo stesso giorno: il 17 gennaio. Lo stesso Kaufman, in un’occasione, disse che prima o poi avrebbe inscenato la sua morte, per tornare 20 anni dopo (2004), e proprio nel 2004 Carrey è protagonista del film Se mi lasci, ti cancello, sceneggiato, guarda caso, da Charlie Kaufman. Inoltre, il modo in cui Carrey recita è molto simile al normale modo di vivere di Kaufman, anche secondo l’amico di Kaufman, Bob Zmuda. Ci sono altri elementi che insospettiscono: nel film The Majestic Carrey interpreta un uomo che perde la memoria e vive la vita di un’altra persona. Nella pellicola Io, me & Irene, invece, l’attore canadese è il padre bianco di tre maschi afro-americani, proprio come Kaufman, che aveva adottato 3 bambini di colore.

SOLO COINCIDENZE? PENSATE CHE SIA SOLO L’ENNESIMA LEGGENDA METROPOLITANA? BEH CERTO, NON CREDERETE DAVVERO CHE L’UOMO SIA VERAMENTE ARRIVATO SULLA LUNA? 5

Testi: Antonio Verteramo

UN’INTERPRETAZIONE MAGISTRALE, ANCHE PERCHÈ JIM CARREY È ANDY KAUFMAN!


Quel giorno mi dissero solo che dovevo preparare tanta, tantissima, colla. Non aggiunsero altro. A quei tempi, preparare tanta, tantissima colla, significava caricarsi sulla schiena tanti, tantissimi chili di farina. Già, la colla si faceva con la farina. Erano tutti molto nervosi negli Studios, più del solito. Le persone andavano su e giù con dei massi finti grigi e marroni, come formiche in un formicaio che fanno scorta per l’inverno. Allestivano da una parte all’altra del teatro. Allestivano e spostavano. Quelli che facevano le luci impazzivano non sapendo più dove e cosa illuminare.

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“Oggi ho sentito che andiamo sulla luna.”

Dissi al vecchio Tony per stemperare quell’ansia che si era creata tutta intorno. “Ah sì? Tu e chi?” Ribatteva Tony mentre arrotolava una spessa fune intorno al braccio come fosse un filo di cotone. “Noi. Noi americani.” “E ti piacerebbe vederlo?” “Non credo riusciremo a finire di lavorare in tempo...” “Finiremo, finiremo…” “In ogni caso non riuscirei ad arrivare fino da zia Henrietta dall’altra parte della città, lo sai bene che mio padre è contrario alla TV.” “E quando vuoi vedere qualcosa vai da zia Henrietta?”

“Sì, ma senza dire che è per quel motivo. Dico che vado a vedere come sta.” “E lei?” “Lei lo sa, ma le sta bene lo stesso. Pur di avere compagnia…” “Adesso lavora, se no niente allunaggio per nessuno.” Fu l’ultima frase che mi rivolse Tony. Non parlammo più, il resto della giornata lo passammo a costruire una specie di superficie sconnessa, tutta massi, buchi, nulla di più inutile, apparentemente. Sembrava andare tutto bene, quando una voce dal fondo dello studio ammonì il lavoro di ore di tutti. “No no, non ci siamo. Tony sembra di plastica, non è credibile. E le luci? Questo è il meglio che sapete fare?” Tony ci era rimasto male, lui la plastica non la usava. Usava il legno, la pasta di legno o al massimo qualche resina, ma la plastica mai. “Buongiorno anche a te, Stan.” “Cristosanto! Non è molto diverso da quello che abbiamo fatto l’anno scorso, Tony. Non dovrebbe essere così complicato.” “Stai scherzando?” “No.” “Ma come diavolo fai a… lasciamo stare, non c’è tempo.”

Era la prima volta che vedevo di persona Stan, non ero mai riuscito a immaginarlo. Avevo sentito molto parlare di lui, nel bene e nel male. Un genio? Un pazzo? Un sadico? Ognuno aveva il suo punto di vista su Stan, qualcuno sosteneva che fossero tutti attendibili. “Elettricisti, laggiù. Tony, attenzione alle ombre. Ragazzo… tu, tu… prepara la colla, tanta colla.” Non potevo crederci, Stan mi aveva rivolto la parola, anche se solo per la colla. Lavorammo molte ore, sodo e senza mai dire una parola. Alla fine, mi apparve davanti agli occhi un paesaggio desolato, triste, scabro. Un deserto ghiacciato, un deserto investito dalla morte. Pensai che ancora una volta avevamo sbagliato tutto, attendendo senza respirare il giudizio di Stan. “È perfetto!” Disse Stan, per il nostro immenso stupore, e poi aprì le danze. “Che lo spettacolo abbia inizio.“ Entrarono due astronauti, uno dei due si era già messo il casco. Stan si avvicinò a quello con la testa nuda e gli diede indicazioni. “Allora, non dovete fare nulla di particolare. Qualche saltello, qualche giro intorno e poi tu prendi la bandiera americana e dici

Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’umanità. Ok?” I due astronauti si limitarono ad annuire, a dire in coro come soldati pronti a svolgere la loro missione: “Sì, signor Kubrik.”

Liberamente ispirato alla teoria del complotto lunare.

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Testi: Valentina Mannone

“Si può sapere cosa stiamo facendo?” Chiesi al Capo scenografo che mi aveva ordinato la colla. “Tra poco lo scoprirai, ragazzo.” Mi chiamava sempre ragazzo il vecchio Tony, era amico di mio padre e d’estate mi trovava sempre qualche lavoro agli Studios. Adesso che ci penso bene, non era mica così vecchio, visto che doveva avere al massimo una quarantina d’anni. Ma lo vedevo vecchio, nelle mie brache da quindicenne che non sapeva come far passare le vacanze estive.


VISIONE LUNARE Un ricordo, da bambino nel tentativo di fotografare la Luna con una Kodak a pellicola e la faccia rivolta verso l’ignoto. proprio perché intende squarciare l’occhio dello spettatore per mostrargli, a costo di grandi sofferenze, tutto quello che non ha mai visto e forse non ha mai voluto vedere. Le distanze così diventano relative, si va oltre la mera immagine di satellite che noi tutti osserviamo dalla terra. Il senso più concreto lascia il posto al sogno, all’onirico, all’inconscio e la luna diviene così un simbolo potente

e antico, indiscutibilmente l’archetipo della femminilità, capace con il suo fascino attraente di illuminare la rotta dei naviganti, di accendere la penna di illustri scrittori, attrarre a sé l’esplorazione spaziale e stuzzicare la fantasia del cinema.

Testi e foto: Pierpaolo Bottino

Il risultato? Una successione di stampe nere. La vista è (in fondo) l’unico senso che permette di metterci in contatto con Lei. Uno spazio infinito che il nostro occhio percepisce limitatamente, tanto che essa appare più vicina, luminosa e grande di quanto sembra. Ed è grazie alla ripresa fotografica, che, con un freddo artificio e grazie ad obiettivi telescopici o moltiplicatori di focale, si “accorciano” le distanze tra noi e il satellite, restituendo una visione filtrata. Ma è questo il punto, noi in realtà cosa vediamo? Che cosa vogliamo vedere nell’immagine della Luna? Lo scatto di quest’appuntamento d’esordio cita a piene mani la scena surrealista d’apertura del cortometraggio “Un Chien Andalou”, forse la più terrificante dell’intera storia del cinema, nata dall’incontro di due geni assoluti quali Luis Buñuel e Salvador Dalì. Nella ripresa originale si osserva il regista stesso, guardare dalla finestra la Luna mentre affila la lama di un rasoio, tendere con le mani l’occhio sinistro della protagonista per poi reciderlo nella sequenza successiva. Il Retroscena? È naturalmente un trucco di montaggio, si tratta, di fatto, dell’incisione praticata su di un occhio di vitello morto. La realtà è dunque ben lontana da quella che vediamo! Questo fotogramma è emblematico

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(Canzone popolare francese, XVIII secolo) Esistono esperienze artistiche pari ad autentiche rivoluzioni, tali da oscurare il proprio immaginario, tingendolo d’un tratto del bagliore di plenilunio. La fredda luce lunare (la radice indoeuropea leuk, da cui discende la parola luna, significa appunto luce riflessa) illumina il volto di un “Pierrot” Pelù in pieno stato di grazia compositiva, mentre declama intimidito e ammaliato la bellezza del corpo celeste in Pierrot e La Luna, canzone dei Litfiba del lontano 1986. Sono versi e note incessanti, che mirano all’infinito, e l’autore - indossata la maschera di poeta romantico - è così intimamente risucchiato dal chiarore da perdere l’individualità, divenendo egli stesso satellite. Il volto bianco ed emaciato, lo sguardo avvilito e sognante rivolto all’astro sono i tratti distintivi del Pierrot moderno, figlio di un percorso storico che, partendo dai toni leggeri della Commedia dell’Arte, approda alle liriche del belga Albert Giraud, ove il protagonista, dandy dalle mille sfac-

cettature emotive, si dibatte in smorfie d’angoscia e canta disperato alla luna, indifferente alle umane sofferenze. Se nella tradizione italiana la sua natura doppia e imbrogliona suscita ilarità, in tempi più recenti essa si veste di colori quasi schizofrenici e scivola nei toni espressionistici che ispirano l’opera Pierrot Lunaire di Arnold Schoenberg (1912). Gli umori lunatici, folli tornano negli equilibrismi di Jean Paul Belmondo e Anna Karina in Pierrot Le Fou (tristemente noto in Italia come Il bandito delle undici) pellicola godardiana dai ritmi inconsueti e dallo stile inedito e geniale. Siamo a cospetto di un mondo nuovo, dai colori audaci; si assiste alla decostruzione delle regole del cinema (nell’accezione più tradizionale), ma al tempo stesso a quella dell’interprete, i cui sentimenti conducono inevitabilmente al tracollo e la cui identità è dubbia fin dal nome. Le scelte di Ferdinand (ribattezzato infelicemente Pierrot dalla capricciosa Marianne) inseguono un ideale di vita lontano dalla routine del quotidiano, costantemente nutrito da “ricostituenti dello spirito” (si vedano le continue citazioni artistiche), nonché incursioni nella dissolutezza; le sue aspirazioni, tuttavia, sono lontane da quelle dell’amante, e da questo fallimento scaturiranno gli esiti atroci del finale.

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In un’immagine dolcissima, e al medesimo tempo fallace, proprio la luna è gelida testimone di un’unione di corpi quasi infantile, che non riesce a trasformarsi in abbraccio di anime; è un momento fondamentale, in cui si fondono speranza e realtà, dove è ritratta una coppia dai linguaggi opposti. Marianne, rimprovera a Pierrot la reciproca incomprensione e l’uso delle parole; dal canto suo Ferdinand le ricorda “non hai mai idee, sempre sentimenti”, unicamente protesa a vivere l’attimo. È come se la sola dimensione possibile fosse l’isolamento, tanto che – come illustra Ferdinand – il solo, ipotetico abitante della luna, colonizzato ora dai russi, ora dagli americani, è votato anch’esso a destino di solitudine. Non resta dunque che una via estrema. Il volto dipinto di blu e il collare di candelotti di dinamite gialli delle sequenze conclusive sono i tratti della nuova iconografia del Pierrot godardiano, segni tangibili di un’impotenza che sfocia in omicidio/suicidio, esplosione urlante la caducità di una nuova visione, e al tempo stesso lamento contro la brutalità della guerra. “Je ne m’appelle pas Pierrot, je m’appelle Ferdinand” ripete ostinatamente Belmondo, sottolineando l’intento di rispondere alla sua natura più intima, ritrovando in sé “l’Umano”, distante dai travestimenti borghesi che contraddistinguono tra l’altro alcune scene iniziali, in cui i personaggi si esprimono unicamente attraverso citazioni pubblicitarie. Si va cercando speranzosi un mondo possibile, e, ricorda Samuel Fuller in veste di attore, si passa attraverso battaglie, amore, odio, azione, violenza, emozione, ovvero - in una parola - il cinema.

Testi: Francesca Trinca

“Au clair de la lune Mon ami Pierrot Prête-moi ta plume Pour écrire un mot…”


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Sotto il ruvido pelo, in fondo alle fauci spalancate, là dove quello che è rimasto del cuore di un uomo comincia a battere a ritmo disumano, ogni lupo mannaro è fondamentalmente una povera vittima. Di se stesso. Della sua temporanea ed ingestibile natura. E della Luna, istigatrice ed assassina. La Luna, proprio lei; che da dietro le quinte della notte agisce silenziosa con la sua arma più vistosa ed inevitabile: il plenilunio. Immobile, imprevedibile, la Luna si rivela, tutta. E cambia, improvvisamente, tutto. A cominciare dal senso della sua placida e benevola presenza: da faro per chi ama diventa condanna per chi brama. E il condannato, che brama, e che mai potrà essere amato, è naturalmente lui, il mannaro, il lupo. Che da povero uomo che era si ritrova inconsapevolmente belva, involontariamente mostro. Irsuto, bavoso, inquieto e pericoloso. Costretto dalla Luna ad aggirarsi famelico nei dintorni di un mondo che di solito vivrebbe come ogni comune mortale; ma che una volta bestia non riconosce più. Che farsene, di un’esistenza così? Come uomo sarà condannato a perdere la propria dignità e ad essere perseguitato. Unica soluzione possibile: morire. Come lupo, della dignità non saprà davvero che farsene e per sopravvivere sarà costretto ad uccidere. Unica soluzione possibile, dunque: la morte altrui, nell’inevitabile attesa della propria. Onestamente, si può essere più jellati di così? Sarà perciò anche una creatura terrificante, un temibile e famelico mostro, ma il lupo mannaro non può non suscitare, in fondo, una certa compassione. Deve averlo pensato anche John Landis, regista di “Un lupo mannaro Americano a Londra” (1981). Il lupo mannaro

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“Anche l’uomo che ha puro il suo cuore e ogni giorno si raccoglie in preghiera può diventar lupo, se fiorisce l’aconito e se la luna piena risplende la sera.”

di Landis è tragico, comico, spassoso ed orribile, comunque irresistibile. Una vittima totale, dall’inizio alla fine. Un mostro che avverte pienamente tutta la sua colpa, benché istintiva e “naturale”. La fiuta e la rifiuta, prova a scacciarla ma poi cede, ben sapendo che solo il suo pieno fallimento potrà essere una vittoria. In “Un lupo mannaro Americano a Londra” il licantropo viene sconfitto. Ma anche riabilitato. E compatito, dall’inizio alla fine. Insieme agli spettatori. Divertiti emozionati ed interdetti, di fronte ad un mostro così tanto, troppo umano. Quale compassione dunque? Quella per due amici americani in vacanza in Inghilterra che si ritrovano vittime di circostanze che

non avevano neanche lontanamente previsto. Che si perdono nell’ostilità, nella diffidenza e nella brughiera di un paese sconosciuto. Come non compatire Jack, che muore attaccato da un lupo mannaro e diventa una specie di saggio zombie costretto a vagare come non-morto in attesa che anche il suo compagno muoia? E come non compatire David, il protagonista, sopravvissuto all’attacco mortale che ha ucciso l’amico ma solo per diventare a sua volta un lupo mannaro fra atroci sofferenze? Come non compatire lui, il mostro che non vuole essere mostro e non trova pace? Che si ritrova nudo, indifeso e colpevole nella gabbia dei lupi dello zoo di Londra, senza ricordi niti-

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di ma con insistenti rimorsi? Che una volta consapevole dei suoi atroci misfatti (venti persone fatte a pezzi nella notte) tenta di costituirsi alla polizia e non viene creduto? Come non compatire David, troppo uomo e troppo lupo, che prova a sua volta compassione, e profonda empatia, per le proprie vittime? Che fugge dall’amore sapendo di non poterlo più gestire a causa della sua improvvisa doppia natura? Che sa di dover morire per spezzare l’incantesimo che lo tiene in trappola? E che alla fine muore, nell’unico lieto fine possibile, mentre la luna, silenziosa e indifferente, rimane a guardare?

Testi: Filippo D’Arino - imput Valeria Molinaro

Versi dal film L’uomo lupo, versione italiana di The Wolf Man, 1941


Chissà cosa passava per la mente del

piccolo alieno Zowie quando nel 1976 il regista Nicolas Roeg lo riprese, timido e dal passo incerto, mano nella mano insieme a suo padre su un pianeta sconosciuto ricreato in uno studio di Hollywood durante la realizzazione del film “L’uomo che cadde sulla terra.”. Era infatti giunto anni prima sul nostro pianeta insieme al suo celeberrimo papà Ziggy da un punto imprecisato dello spazio, e il fatto di ritrovarsi nuovamente in un ambiente a lui così familiare (anche se nella fiction cinematografica) avrà sicuramente riaperto in lui quelle ferite ancestrali che il distacco dal pianeta natio gli provocarono. Perché mai suo padre Ziggy, meglio conosciuto come David Bowie sottopose il piccolo Zowie a quella prova? Le teorie a riguardo si sprecano; quella più affascinante è una sorta di terapia d’urto orchestrata ad arte per convincere definitivamente il figlio a credere che le loro origini aliene fossero un sogno e che in realtà loro fossero sempre stati nativi inglesi da generazioni. Da tempo infatti il signor Bowie (David Robert Jones all’anagrafe terrestre) aveva intrapreso un gioco ambiguo e pericoloso con i media di tutto il mondo per fugare i sospetti sempre più pressanti sulle sue presunte origini aliene e un crollo psicologico del figlio avrebbe potuto rovinare tutto; in una continua rappresentazione forzata di un suo ego extraterrestre artistico, cui diede davvero il suo vero nome (Ziggy appunto) ma con l’aggiunta posticcia del cognome Stardust, il signor Bowie si divertì a spiazzare l’intero pianeta, insospettito soprattutto dal diverso colore delle sue pupille, con performance esibizioniste e talmente eclatanti da indurre anche i più agguerriti e sospet-

tosi critici a dubitare di quel “segreto” sbandierato cosi impudicamente ai quattro venti. Mostrare tutto alla luce del sole per nascondere. Geniale solo come un essere superiore proveniente dallo spazio potrebbe essere… Non ancora soddisfatto della confusione ormai creata ad arte sul mistero delle sue vere origini, il signor Bowie si spinse anche oltre citando addirittura la sua provenienza in svariate canzoni, prima cimentandosi ancora timidamente nel ruolo di astronauta con “Space oddity.”, per poi diventare sfrontato e rivelatore fornendo indizi fondamentali con il pezzo “Life on Mars.”. L’apogeo di questa strategia la troviamo nel nome del gruppo che accompagnava il presunto “marziano” nei suoi concerti: “I ragni di Marte”, più chiaro di così… Ma davvero questa storia arriva da Marte? Torniamo a Zowie; non è dato sapere se il corto circuito tentato con la partecipazione al film di Roeg diede gli effetti sperati, cosa certa è che il piccolo sparì letteralmente dalla circolazione al punto da certificare come una delle tante leggende anche la paternità del piccolo alieno che però intanto cresceva nella tranquillità della placida e riservata Svizzera, patria di molti segreti dell’evo moderno. Nel frattempo il padre cambiava personalità artistica confondendo definitivamente anche gli ultimi sostenitori della tesi extraterrestre fino ad assurgere al ruolo incontrastato di mito. Il pianeta rosso, presunta base di partenza di questa dinastia cominciava a vacillare pericolosamente, innumerevoli testimonianze di un passato nei sobborghi londinesi cominciarono stranamente ad affiorare; spunta una moglie, tale Angela Barnett, la mamma di Zowie. Il colore differente della sua pupilla sa-

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rebbe dovuta ad un pugno sferratogli da un amico durante una zuffa tra liceali e addirittura possiamo conoscere finalmente la madre (!) presente come ultimo segno di sfida nel video del pezzo “Ashes to Ashes.” dove la suddetta riesumando l’astronauta Tom, anzi Maggiore Tom per la precisione, cerca di convincere il “figlio” a confessare finalmente il suo imperscrutabile segreto. Ma gli astronauti sono l’indizio principale della nostra storia, quasi una prova che Ziggy ha voluto consapevolmente lasciare come un’orma per farci arrivare autonomamente alla verità che è molto più vicina di quanto potremmo immaginare; e chi più del figlio nascosto, o meglio protetto gelosamente avrebbe potuto arrivare alla soluzione celata dentro di se? 2008, Zowie è ormai diventato il signor Duncan Jones, si è laureato in filosofia e si forma come regista frequentando la London Film School andando a chiudere quel cerchio virtuale cominciato anni prima con le riprese del film “L’uomo che cadde sulla terra.”, ha affilato le armi e usando lo stesso percorso comunicativo del padre, nel frattempo sempre più evanescente, ci svela l’arcano che inizialmente ci portava su Marte. Ce lo dice candidamente, a modo suo, usando la settima arte dei Lumiere; esordisce infatti con un lungometraggio rivelatore per se e per gli atri, il titolo del film è semplice, “Moon”.


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Testi: Roberto Melle


BIGAS

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Un uomo galleggia in uno spazio nero,

al suo fianco appare un’immagine vibrante: è un pianeta che si sposta molto lentamente e a tratti si sovrappone con la fronte del personaggio, che scopriremo chiamarsi Henry, e che tiene il corpo irrigidito in questo fluttuare esterno, gli occhi fissi, allucinati, che sembrano osservare qualcosa che va oltre il vetro dello schermo, fino a trafiggere e sgomentare lo spettatore colto di sorpresa. Questo è l’inizio del primo lungometraggio di David Lynch, un “esperimento” durato cinque anni, che ha visto la luce nel 1977 ed ha segnato non solo la vita dell’artista, in quanto già contiene in embrione tutti i temi che Lynch affronterà nella filmografia degli anni a venire, ma anche un’immersione delle pellicole cinematografiche nel mondo dell’arte tout court, mondo dal quale il regista non si distaccherà più e che farà in seguito incetta di spettatori intellettuali alla ricerca di un certo gusto estetico. La trama è inaccessibile, forse non vuole esserci, perché le immagini frammentate saltano dal buio dello spazio ad episodi, seppure allucinati, di vita quotidiana, come la casa di Henry, dove una vicina gli comunica di aver ricevuto una chiamata dalla fidanzata di lui, Mary, che lo invita ad una cena con i genitori. Durante questa cena Henry cerca di tagliare un pollo che sanguina e muove gli arti, la madre di Mary ha un infarto e ripresasi chiede ad Henry se ha fatto l’amore con Mary, perché lei ha appena partorito. Nelle scene successive il feto, mostruoso, viene portato a casa di Henry, Mary fugge ed Henry ha la visione di una donna con enormi guance corrose e tumefatte che canta In Heaven, Henry

si addormenta e sogna di perdere la testa, raccolta da un bambino che la porterà dove fanno gomme da cancellare. Al risveglio l’uomo troverà il feto morente, lo sventrerà e rivedrà ancora la donna bionda con le guance enormi, ed è sulla scena dell’abbraccio tra i due, anticipato dal violento apparire del pianeta/luna che inizia a disgregarsi, che si conclude il lungometraggio, come un imprevisto calare di sipario, come un risveglio improvviso da un incubo che lascia ancora dentro di noi un accenno di sogno. È quindi una non-trama, dove la narrazione risulta quasi fastidiosa e difficile, dove permane il senso di disgregazione dell’uomo moderno nella società industriale, dove il filo conduttore è la partitura musicale che mantiene, in contrapposizione alle immagini, una sua rumorosa continuità. È l’universo di Lynch: un’interpretazione teatrale scandita da ronzii elettrici, immagini dove è meglio evitare le parole, che divengono imprecise, frammentarie e non possono comunicare nulla più del sentire dell’uomo. Nei primi minuti di proiezione il personaggio principale non è Jack Nance, ma il pianeta/luna stagliato sullo sfondo, perché di questo si tratta, lo capiamo quando alla nostra mente si affaccia la metafora del viaggio sulla luna di Dante, all’affannosa ricerca del senno di Orlando e dalle parole di Calvino “Nulla nell’universo va perduto. Le cose perse in terra, dove vanno a finire? Sulla luna. Nelle sue bianche valli si ritrovano la fama che non resiste al tempo, le preghiere in malafede, le lacrime e i sospiri degli amanti, il tempo sprecato dai giocatori. Ed è là che, in ampolle sigillate, si conserva il senno di chi ha perduto il senno, in tutto o in parte”. È il senno di Henry che si è perduto, oppure il nostro? E ancora la luna, greve, nera. Lentamente cambia l’inquadratura, non più il capo di Henry ma la luna che diventa mano a mano più grande. Possiamo intravedere i crateri, in particolare uno di questi lo percorriamo, come se volassimo durante la visione e poi, all’improvviso, una lamiera con un buco e un uomo seduto che osserva da una finestra oltre la quale si vede solo buio. Ed ecco di nuovo Henry, dalla sua bocca esce un verme spermato-

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zoo gigantesco e quando l’uomo della finestra tira una leva, il verme inizia a navigare nello spazio fino a che una seconda leva lo farà cadere o passare attraverso un cratere pieno di liquido. Chi è il verme? Diventerà il feto mostruoso figlio di Henry? Venti pagine, solo venti pagine di sceneggiatura per un film che non si può spiegare ma che merita di essere visto perchè può tirare fuori da ogni spettatore un’interpretazione a se stante, così come può fare solo l’arte. Questa è la caratteristica dei lavori di Lynch, non guida mai con le immagini lungo una trama prestabilita, ma conduce in un vortice di sensazioni e pensieri che riescono in un qualche modo ad essere parte di noi. Per me è la luna la grande protagonista, il deus ex machina di un mondo parallelo che ti entra nella mente e coordina gli atti terrestri, anche quelli meccanici come la nascita di un bambino (nel film legata alla grande paura collettiva di partorire un figlio mostruoso, votato alla morte). È sulla luna che risiede l’operaio delle leve, il Dio degli eventi e degli avvenimenti ed infatti i personaggi si lasciano trasportare, nei volti fissi non c’è una vera presa di coscienza. Ma le ultime scene non lasciano spazio ad equivoci, torna la luna, che chiude come una cornice, con il rimando ad una commedia ben strutturata, ma questa volta l’uomo della luna non riesce a muovere la leva, che si è inceppata. È qui che la donna dalle guance deformate (sempre più deformate con il passare dei secondi) abbraccia Henry che, finalmente, decide da solo, con istinto e quasi abbandono. Il pianeta/ luna è ormai distrutto: l’uomo può essere libero?


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Testi: Katia Bernacci


eitel si ranz K F o lt e sc o space L’attenadseinrteibaltato con ilimsau possibile era qu ivare pr eulnichkt e per arr r r a c e id o Von T s roveresciall a m gente p r ld u e io c o c a dal F p ni. Il cap are il dis smissio a te tr r consegn a io p iz da al serv spaziale niente d mando immagim o to k r tu e o p i a in m dell’Ob avrebbe nto inaspettato e n ta sua non io o z risvolt nella sta nare un meriggio e nella faccia o p o d d quel fre pre ’altrond agner. D eva sem lunare W ella Luna fac o abituati d eran no nascosta o” ci si r lo “ el lonta a m arrivo n o r freddo, lo l a , sin d in fretta … no 1945 ci stava a Luna ll u ed s e ti n i nazis condan on In fondo uti estinti tra n i a m r iten atina o L a ù ic r bene; r s e nzi, la s ati in Am mere, a te o a esili forz p d a o vevan più null iscreti a azie and avevano in i h c gr da oc turbati, to lontano re indis a r no porta a fe v li e o v r a e . h c le tuto p a ie ospit tecnolog ianeta in o ragp o che alle d d e sul fr avevan con loro ttori con cui l’ io rie v n vecch u ti te n e I vetus m ime la oderniss rano so giunta e ai sostituiti da m stica che, rm quanti cordo, o pulsione lare la terra, o r p a i v astrona e sorvo e leggende più volt nit avvistate to inizio alle infi a d o n a avev san.O. feroce e sugli U.F cchia dinastia ti del n a ve e delir Anche la ccube delle ide asfor, su piano tr n ia p guinaria ta a evoluta, era and a colonia verso c ifi c Furher a p ssa i in una do di ma mandos a un eso glienti in v o a c tt c e a g o iù p i h g che pr o lu l resto lassie e pace. De rno in e r p altre ga m un gio e per se tornare r te cui viver o tonap i ilità d o accan ib it s b s u o s p ta la sta rata che rra era a inalte tr is in eta sulla Te s ato pian la fama loro am l u ta, vista s e r o vanta potevan e. d’origin

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e… il fido sitazion ò a sè senza e esciallo chiam ento m o ar uel m Il Feldm ietrito fino a q bracp te, lo ab ieKeitel, im uo comandan r sua car al s a nella lt davanti o sua v la a segnò la prim n r o e c p li g iò c i suo olo gedand ergata d ito ra e con er l’occasione v ingiall ,p io foglio h c c risposta dele v gazzini u di un cchi ma delmente pugno s e v a d nte i fe provenie cht, ricostruit ima useo ad m r m h e n u e n la W r fa na per sulla Lu emoria. defim recise e a p r , u le it r o r e a p ima p la mass o poche Sul fogli omunicare con : “Signo ac generale posto, o d nitive, d n a al com al suo urgenza onti. Ognuno r p te ri, sta rra… sulla Te si torna

rte o le po ttravers a ale it ò ig tr d n to e ò il file n g e s Il solda n o c izzate e pressur ato… tt e c r illò visto te in llidì, vac a p lo appena o v im t ta i al ulnichk iò quind to Von Tre appogg i s onserva c e a r te e e samen esta N te r n o a F g a le ll de tudio e s o u z in legno s z l certe e ente ne tutte le o gelosam im tt suoi a vanti ai . In un rigoroso si dissolsero da i Laibach e ita pezzo d ra di una v ote di un n atmosfe l’ e L e n i… io z fe ir occh c e s p aveva su o no alla rendeva e il messaggio u s r il ch noto pe glaciale ndante a m o c l tato ne sibile. emin o impas on Ther contegn ervito rapire Le il suoas scoperto e s s A cos’er e loro v ra che a decodificare le per pau r tica e fa p rioso uanta no miste i spaziali? Q ella u q e sion ti com r o m e trasmis e ls sley, Ch ulare fa lvis Pre E i , iv n nel sim v o s li ortar al Jack er poi p p i r di Miche tu lt s a e ner e tanti zza Wag ? Guevara … te r ti a fo b r a nell indistu e ls e e vegeti n c ec alcu o le doti anni qu ti n ta diarne o p ! utile! Do o stati scoperti Tutto in an film, r n e u , ; o e it il d b a ivoca u q aveva tr e alla in o a cio er a tutt Il dispac o film, narrav pid nizio. e uno stu sin dall’i , la bas , e n io z a Luna ll a u s perfe s e if a ta e d de fug reserva p La gran a r u lt , la cu spaziale egli anni. n t if ica qu i tt rca s c ie stae ic r per tu , c n o lo g ie nto era A r m i, te dia e tutto qua per s e t r ua samente sve la to o d’avang c ti fa ettato a m e n te to prog bis q u a ll id ra di un i, n n odica cif ta n t ’a m a ll a rso , all’unive a. pellicola el cinem d o e della tt m o glie io n z a il r ’ope y! Ecco dice dell , o lì Iron Sk c a in d i e lontan il nom ti io r ta p r o o r p p be li avreb ra… ne che ulla Ter s metteva to r e c n o non am n e n ma io z a ggiare, la situ tempore iano le ti Tuttavia u in , ande p amenti re il gr tentenn ia b m a va c bisogna

ce!”

Testi: P. P alù

Pea n i e m o We c

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Lyrics

on

Blue Mo

ne ding alo rt n a t s e m a You saw dream in my he a t own Withou ve of my o l a t u Witho for on as there w I t Blue Mo a h ayer for w just w You kno me saying a pr rd care for d l u o You hea c y e I reall me Someon d before e r a e p p enly a re sudd ld e h t n e s will ho se adore me m r And th a y plea old y one m ned to g whisper r The onl y u t d o it b n e Moo som I heard d to the e k o o l I en And wh on Blue Mo o longer alone n art Now I'm dream in my he a Without love of my own e a before m Without d e r a e ly app sudden l ever hold e r e h t n e And the ne my arms wil lease adore m ld p o go r y e l The on y whisp n had turned to d o b e m so e Moo I heard oked th o l I n e And wh on Blue mo o longer alone n art Now I'm dream in my he a Without love of my own a t Withou on Blue mo o longer alone n art Now I'm dream in my he a Without love of my own a Without

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