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Mario Arpino

Pietro Batacchi

Claudio Catalano

Carlo Jean

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LA GRANDE RIFORMA DI CAMERON

Leon Aron

2010

novembre-dicembre

numero 59 anno X euro 10,00

quaderni di geostrategia

registrazione Tribunale di Roma n.283 del 23 giugno 2000 sped. in abb. post. 70% Roma

Una guerra a burro e cannoni La Strategic Defense and Security Review del Regno Unito CARLO JEAN

risk

Dalla cool Britannia alla crisi nera

Virgilio Ilari

Proposte (e speranze) per cercare la luce in fondo al tunnel PATRIZIO NISSIRIO

Patrizio Nissirio

LA GRANDE RIFORMA DI CAMERON

Andrea Nativi

Michele Nones

Andrea Margelletti

L’età dell’incertezza

Alessandro Marrone

Londra baratta la propria indipendenza militare con il risanamento delle finanze ANDREA NATIVI

Daniel Pipes

Stefano Silvestri

Andrea Tani

Davide Urso

RISK NOVEMBRE-DICEMBRE 2010

Alessandro Minuto Rizzo

L’accordo franco-britannico non basterà Cameron e Sarkozy: ok a collaborare su portaerei, deterrenti nucleari e formazione STEFANO SILVESTRI

Perché credo nella Nato Alessandro Minuto Rizzo

L’agenda di Putin (e i piani di Medvedev) Leon Aron

• quaderni di geostrategia • bimestrale • quaderni di geostrategia • bimestrale • quaderni di geostrategia •


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5-05-2010

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Voliamo ogni giorno in tutti i cieli del mondo

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Alenia Aeronautica è un leader globale negli aerei regionali e un costruttore indipendente di livello mondiale nelle aerostrutture. La famiglia ATR domina il mercato dei turboelica. Tra breve entrerà in servizio il nuovissimo Superjet, basato su un’ampia collaborazione con Sukhoi. Il contributo al Boeing 787 e all’Airbus A380 conferma Alenia Aeronautica come vero “small prime” in campo civile. Alenia Aeronautica ha contribuito in modo significativo ai più importanti aerei di linea Boeing e McDonnell Douglas. Una vasta gamma di aerostrutture e componenti Alenia Aeronautica è sugli Airbus, sui jet d’affari Dassault e sul futuro Bombardier C-Series. La controllata Alenia Aermacchi è un importante fornitore di gondole motore ad Airbus, Boeing, Dassault, Embraer e altri costruttori.

Quando le idee volano

www.alenia.it


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QUADERNI DI GEOSTRATEGIA

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quaderni di geostrategia

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Un guerra a burro e cannoni

Medioriente

Carlo Jean

Daniel Pipes

Dalla cool Britannia alla crisi nera

Europa

Patrizio Nissirio

Alessandro Marrone

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Americhe

Andrea Nativi

Riccardo Gefter Wondrich

La pax franco-britannica non basterà

pagine 62/65

L’industria in tempo di austerity

Claudio Catalano

LA STORIA pagine 66/71

Andrea Margelletti e Pietro Batacchi pagine 5/41

LIBRERIA

Editoriali

Virgilio Ilari

Quale destino per il nucleare?

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L’età dell’incertezza

Stefano Silvestri e Alessandro Marrone

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Mario Arpino Andrea Tani

Michele Nones Stranamore

pagine 72/79

pagine 42/43

SCENARI

DIRETTORE Andrea Nativi

Perché credo nella Nato

Virgilio Ilari Carlo Jean Alessandro Minuto Rizzo Remo Pertica Luigi Ramponi Stefano Silvestri Guido Venturoni Giorgio Zappa

CAPOREDATTORE Luisa Arezzo

Alessandro Minuto Rizzo

COMITATO SCIENTIFICO Michele Nones (Presidente) Ferdinando Adornato Mario Arpino Enzo Benigni Vincenzo Camporini Amedeo Caporaletti Carlo Finizio Pier Francesco Guarguaglini

Fame d’energia Davide Urso

L’agenda di Putin, i piani di Medvedev Leon Aron pagine 44/61

RUBRICHE Arpino, Incisa di Camerana, Ilari, J. Smith, Gattamorta, Gefter Wondrich, Marrone, Ottolenghi, Tani

REGISTRAZIONE TRIBUNALE DI ROMA N. 283 DEL 23 GIUGNO 2000 Impresa beneficiaria, per questa testata, dei contributi di cui alla legge n. 250/90 e successive modifiche e integrazioni

Editore Filadelfia, società cooperativa di giornalisti, via della Panetteria, 12 - 00187 Roma. Redazione via della Panetteria, 12 - 00187 Roma. Tel 06/6796559 Fax 06/6991529 email segreteria.risk@gmail.com Amministrazione Cinzia Rotondi Abbonamenti 40 euro l’anno Stampa Gruppo Colacresi s.r.l. via Dorando Petri, 20 - 00011 - Bagni di Tivoli Distribuzione Parrini s.p.a. - via Vitorchiano, 81 00189 Roma

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LA GRANDE RIFORMA DI CAMERON Dopo un lungo dibattito, la Gran Bretagna ha dato il via ad una profonda riforma del proprio strumento militare, che vedrà il completamento di una prima fase nell’arco di cinque anni, dopo di che si procederà ad una ulteriore razionalizzazione e trasformazione, recependo gli indirizzi del nuovo governo eletto dopo le prossime elezioni politiche, per approdare ad un nuovo assetto della difesa per il 2020. Come si conviene in un paese democratico e nel quale la difesa e le forze armate hanno sempre avuto un ruolo molto rilevante, sia a livello politico sia presso il vasto pubblico, la riforma della difesa, ancorché resa ineluttabile dalla difficile situazione economica, non è stata così “punitiva” come ci si sarebbe potuto aspettare considerando l’entità dei sacrifici che dovranno essere sostenuti nei prossimi anni, con una pesante riduzione della spesa pubblica e del welfare. Ciò è avvenuto per una serie di motivi, a partire dalla consapevolezza che le forze armate sono strumento essenziale per consentire al paese di giocare un ruolo davvero significativo sulla scena internazionale e sono elemento fondamentale della politica estera, nonché fulcro del rapporto privilegiato con gli Stati Uniti, senza dimenticare poi l’importanza strategica di salvaguardare il settore industriale della difesa, importantissimo sul piano economico, tecnologico, strategico. Dalla ristrutturazione della difesa, in chiave riduttiva, deriveranno importanti conseguenze nei rapporti con i partner, con la Nato, con l’Unione Europea e in particolare con la Francia, potenzialmente tali da alterare equilibri e rapporti consolidati, perché Londra non rinuncia al suo “posto” nella tavola dei grandi, ma non più illudersi di poter agire in splendido isolamento. E questo per un governo parzialmente conservatore non è certo una svolta facile. Va anche sottolineato il modo davvero esemplare con il quale la questione difesa è stata affrontata nel Regno Unito: se ne è cominciato a parlare con mesi di anticipo, il dibattito è stato molto acceso ed ha coinvolto tutti: la politica, i media, gli analisti, i vertici delle forze armate, i quali hanno espresso liberamente le proprie convinzioni, nonché l’opinione pubblica. Questo è il modo in cui in una democrazia matura si dovrebbero affrontare temi così rilevanti. A definire il contesto e gli obiettivi politico-strategici della Difesa è stata innanzitutto emanato un apposito documento, la National Security Strategy (Nss) in estate, cui ha fatto seguito in ottobre il suo logico complemento per la ristrutturazione delle forze armate, la Sdsr, Strategic Defence and Security Review. A questi documenti è seguito poi un Green Paper nel quale vengono definiti gli indirizzi per la politica industriale e quelli della ricerca tecnologica. Dopo una analisi e un dibattito su questo documento di policy si arriverà alla emanazione, nei primi mesi del 2011, di un White Paper che determinerà il corso della politica industriale e tecnologica della difesa per il prossimo lustro. Davvero un esempio che dovrebbe essere assunto a paradigma da quei paesi i quali (praticamente tutti in Europa) si trovano a dover compiere analoghi interventi riduttivi delle proprie capacità militari. Magari accadesse qualcosa del genere in Italia! Nel nostro speciale abbiamo cercato di analizzare nel dettaglio i vari aspetti di questa “grande riforma”, il cui contenuto concreto peraltro non è sempre coerente o condivisibile e risente di condizionamenti economici, politici e industriali e in qualche caso di mancanza di coraggio. I diversi interventi approfondiscono cosa cambierà nella difesa britannica, nella politica estera, evidenziando gli aspetti militari, compresi quelli relativi al deterrente nucleare e senza dimenticare il contesto economico e quello internazionale. Perché la Gran Bretagna cambia radicalmente strada e modo di rapportarsi con amici, alleati e potenziali avversari. Ne scrivono: Batacchi, Catalano, Jean, Margelletti, Marrone, Nativi, Nissirio, Silvestri.


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ossier

LA STRATEGIC DEFENSE AND SECURITY REVIEW DEL REGNO UNITO

UNA GUERRA A BURRO E CANNONI DI

I

CARLO JEAN

l governo di coalizione del premier David Cameron, con i conservatori ed i liberaldemocratici, ha dato assoluta priorità alla sicurezza finanziaria ed al rilancio della crescita del Regno Unito. I tagli effettuati alla spesa pubblica sono impressionanti. La crisi economica non impedisce nell’Uk di fare riforme strutturali, a differenza di quanto viene affermato in molti paesi. Esse sono però indispensabili

per impedire ai paesi a rischio di cadere vittime della speculazione sul debito ed essere poi costretti a misure alla disperata, come avvenuto in Grecia ed in Irlanda. In Uk, il piano di risanamento del Premier Cameron prevede, in quattro anni, il licenziamento di 500mila impiegati dello Stato; il taglio dei fondi dei vari dicasteri mediamente del 20-25%; limitazioni delle agevolazioni sociali, con l’introduzione del “credito universale” che eliminerà talune storture dell’attuale sistema britannico, cioè la cassa integrazione guadagni di lunga durata, vero e proprio disincentivo a cercare nuovi posti di lavoro; infine, l’aumento dell’età pensionabile da 66 a 68 anni. È ridotto anche il bilancio della difesa. Lo è però solo del 7,5-8%, entro i prossimi quattro anni, forse anche per l’impegno di Londra di mantenere in Afghanistan quasi 10mila soldati fino al 2015. Sul contenimento dei tagli ha certamente influito la lettera del Segretario alla Difesa, Liam Fox al premier Cameron - subito diffusa alla stampa - in cui egli annunciava che si sarebbe dimesso qualora le riduzioni alla difesa non fossero state limitate.

Il primo problema della sicurezza nazionale di molti paesi - Italia compresa - è quello di mettere in ordine i conti pubblici, porsi al riparo da una disastrosa recessione e non fare gravare sui giovani l’allegra politica di spesa del passato. Però, il governo britannico giudica importante anche il mantenimento di una capacità di proiezione globale di potenza, valutata fondamentale per l’influenza che l’Uk deve esercitare nel mondo, per perseguire i suoi interessi anche economici. Essa comporta anche la volontà di impiegare la forza quando necessario e di impiegarla con la determinatezza che ha sempre caratterizzato la Gran Bretagna imperiale. È quanto afferma la Sdsr, mettendo in rilevo il fatto che, pur con una riduzione delle proprie capacità militari, l’Uk intende mantenere il proprio rango internazionale, derivante dall’essere l’alleato più affidabile degli Usa, di avere il quarto bilancio militare del mondo e di dare priorità, nella pianificazione militare, alle capacità corrispondenti ai settori di nicchia dove gli Usa necessitano di un maggiore supporto alleato. Ciò consente a Londra di massimizzare l’efficacia degli sforzi che effettua per 5


Risk

C’è una certa invidia nei riguardi della lungimiranza del governo Cameron. Le drastiche misure di austerità adottate nel sociale e la salvaguardia delle capacità militari riducono la sua possibilità di vincere nuove elezioni. Ma rispetto agli interessi di partito ha anteposto quelli nazionali la difesa. L’orientamento a giocare un ruolo globale è confermato dall’affermazione, contenuta sempre nella Sdsr, che l’Uk rafforzerà i propri legami strategici con i paesi dell’Asia sud-orientale ed orientale, dove si sta concentrando la conflittualità mondiale. Lo potrà fare perché in Europa è prevedibile un periodo di “pausa strategica”, confermata dalla “politica del sorriso” di Medvedev e Putin verso i paesi dell’Europa cento-orientale. Che l’Uk possa tradurre in realtà tale orientamento “asiatico” è però alquanto dubbio, data la netta riduzione delle capacità aeronavali e anfibie e l’assenza di basi e di equipaggiamenti pre-posizionati. Potrà comunque farlo solo come “ausiliario” degli Usa, rispetto a cui il governo di Cameron esprime l’ambizione di continuare l’alleanza privilegiata, decisa dopo il disastro di Suez nel 1956. Allora, la Gran Bretagna dovette ritirarsi - provocando il ritiro anche della Francia - a seguito della minaccia Usa di bloccare un prestito del Fmi, indispensabile per evitare il crollo della sterlina. Vi è da ricordare che, dopo Suez, la Francia decise diversamente. Avvalendosi della protezione strategica delle difese avanzate Nato in Germania, cercò di 6

rendersi più autonoma strategicamente, con la creazione della force di frappe, con l’uscita dall’organizzazione militare della Nato - metafora dei legami fra l’Europa e gli Usa - e con una politica spesso ambigua nei confronti di Mosca. Oggi Sarkozy, con il reintegro delle forze francesi nell’Alleanza ed anche con la nuova entente cordiale con Cameron, sta invertendo tale tendenza. Lo fa sia per il ridimensionamento del peso francese nel mondo, ma soprattutto per il timore che i legami sempre più stretti fra la Germania e la Russia rendano politicamente irrilevante l’asse franco-tedesco creato dalTrattato dell’Eliseo nel 1962. Gli accordi militari fra Francia ed Uk - che dispongono globalmente del 50% dei bilanci della difesa europei - svuotano formalmente di contenuto la Csdp (Common Security and Defence Policy) dell’Ue, anche se, sostenzialmente, rappresentano un’iniziativa che potrà forse darle la consistenza che oggi le manca. L’Headline Goal del 2010 dell’Ue e le ambizioni espresse dall’Unione di voler giocare un ruolo mondiale sono ormai cadute quasi nel ridicolo.

Cameron ritiene - o, almeno, dichiara di esserne convinto - che l’influenza internazionale di Londra non diminuirà, data anche la nuova entente cordiale con la Francia, lanciata nel Summit Cameron-Sarkozy del 2 novembre 2001. Il successo delle intese sia strategico-operative sia industriali e tecnologiche assunte dai due leader, dipenderà dal se e dal come verranno attuate. Le esperienza del passato - in particolare degli accordi fra Blair e Chirac a Saint Malò nel 1998 e nel 2003 a La Touquet - indicano quanto la loro realizzazione sia difficile. Lo sono non solo per i differenti interessi, percezioni e priorità dei due paesi - in particolare, per l’importanza attribuita dalla Francia all’Africa e dall’Uk alle relazioni con gli Usa - ma anche per le gelosie esistenti, per la concorrenza sul mercato delle esportazioni


dossier di armamenti e soprattutto per la cooperazione nel campo dell’intelligence elettronica e della cyberwar (sistema Echelon) fra il Government Communication Headquorters (Gchq) britannico e la Nsa (National Security Agency) americana, a cui la Ndsr attribuisce un’importanza centrale. Il cybercrime ed i cyberattacks sono considerati da entrambi i paesi una delle minacce più pericolose, soprattutto a partire dal 2025. Per il loro carattere subdolo e la difficoltà di identificazione dei responsabili, i cyberattacks, volti sia ad interferire con le banche dati e le “autostrade della comunicazione che le collegano, sia ad effettuare intrusioni per sottrarre dati, sono considerate dalla Sdsr aggressioni vere e proprie, analoghe a quelle effettuate da gruppi criminali e terroristici. Per quanto asimmetriche, sono sempre attacchi militari. Possono colpire gangli vitali del paese ed aver conseguenze disastrose. Trovano infine un’incerta collocazione nel diritto internazionale, al cui rispetto la Sdsr subordina l’impiego della forza da parte dell’Uk (forse come reazione all’interventismo di Tony Blair, pronto ad allinearsi con gli Usa in ogni occasione). La Sdsr, così come gli altri documenti che le sono correlati, ad esempio la National Security Strategy (del titolo A Strong Britain in an Age of Uncertainty), the Future Force 2020 e The Future Character of Conflict, sottolineano che la minaccia nel cyberspazio sta divenendo centrale per la sicurezza nazionale. Vengono suggerite misure analoghe a quelle proposte in Italia dall’On.le Rutelli e dal Copasir un anno fa e pubblicate dal Crd della camera dei Deputati nel luglio 2010. Purtroppo sono cadute quasi nell’indifferenza generale, essendo politica ed opinione pubblica distratte dalle baruffe interne e da spettacolari casi di cronaca nera. In Uk vengono invece prese molto sul serio. La Sdsr non specifica la strategia da adottare. Sicuramente, essa dovrebbe consistere nella combinazione di misure offensive e difensive. Date le specificità deri-

vanti dalla dimensione geografica dello “spazio cibernetico”, essa deve avere caratteristiche diverse da quelle di ogni altra strategia, anche se dovrebbe presentare analogie con la strategia del sea power.

Elevata

priorità

viene

attribuita

dall’Sdsr all’intelligence e alle forze di sicurezza antiterroristiche. Londra teme devastanti attacchi con armi di distruzione di massa. Dopo l’11 settembre, i bilanci per la sicurezza antiterrorismo in Uk sono stati quasi triplicati. La Sdsr li riduce solo marginalmente. Pone però l’accento sul concorso che le Forze Armate di Sua Maestà debbono dare alla difesa civile, specie contro attacchi effettuati con armi di distruzione di massa, contro cyberattacks ed in caso di calamità naturali. Nella Sdsr vengono dedicati alla cybersecurity fondi aggiuntivi per quasi un miliardo di euro. Riesce difficile nascondere una certa invidia nei riguardi della lungimiranza e del coraggio del governo Cameron. Le drastiche misure di austerità adottate nel sociale e la salvaguardia delle capacità militari riducono la sua possibilità di vincere nuove elezioni. Ma rispetto agli interessi di partito ha anteposto quelli nazionali. Come risulta nella prefazione della Sdsr, firmata dal premier e dal suo “vice”, la Gran Bretagna non rinuncia ad essere una potenza globale, anche se con mezzi più limitati, quantitativamente, ma non qualitativamente. La riduzione dei bilanci, delle strutture e dei programmi di approvvigionamento consisterebbe quindi in un ripiegamento tattico, non in una ritirata strategica e in un ridimensionamento globale del ruolo di Londra nel mondo, simile a quelli avvenuti con i ritiri prima da Aden e poi da Malta. Se ciò appare verosimile nel breve periodo, non appare però possibile a più lungo termine. L’affermazione di Cameron è irrealistica. Il ruolo ed il rango dell’Uk nel mondo dovranno necessariamente ridursi, nonostante la Bbc International, 7


Risk il Commonwealth ed il fatto che l’inglese sia la lingua mondiale. La Gran Bretagna divenne una grande potenza dopo la vittoria nel 1588 contro l’invincibile Armada spagnola. Si trasformò nella maggiore potenza mondiale dopo le guerre napoleoniche. Con la crisi economica e finanziaria, Londra vedrà erodere la sua importanza di piazza finanziaria mondiale. È dubbio anche che possa mantenere il ruolo di junior partner o di “vicesceriffo” - degli Usa. In Asia sarà sostituita dal Giappone e, forse, dall’India. Si conclude così una parabola iniziata con la perdita dell’Impero avvenuta dopo le due guerre mondiali ed il disastro di Suez del 1956. Ma non per questo sembrano accrescersi le probabilità di una maggiore integrazione britannica nell’Ue. E, senza l’Uk, le capacità militari europee, sono patetiche. La difesa dell’Europa resta affidata alla Nato ed a un impegno sempre meno affidabile degli Usa. Beninteso, come sempre, Dio e il Diavolo stanno nei dettagli, che saranno conosciuti solo a metà 2011, quando la Defence Reform Unit - organismo facente capo anche al National Security Council recentemente costituito nell’Uk - fornirà una valutazione definitiva sui costi dei vari programmi e sulla loro sostenibilità.

Nei tagli si è data netta priorità alle esi-

genze di breve periodo ed alla cooperazione con gli Usa anche in Afghanistan, rispetto a quelle del lungo termine ed alla cooperazione con la Francia e con l’Europa. In particolare, sono drasticamente “tagliate” le forze corazzate, indispensabili per dare consistenza all’impegno di intervenire a difesa dei nuovi membri della Nato, confermato dalla centralità attribuita all’art. 5 del trattato del Nord Atlantico. Senza tali capacità, la Nato rischia l’irrilevanza. Nell’incontro con Sarkozy, Cameron ha precisato che gli accordi presi non significano che la Gran Bretagna intenda costituire un esercito europeo.

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Essi riguardano invece solo la cooperazione militare fra due Stati sovrani che condividono interessi e visioni strategiche, soprattutto nei riguadi di missioni expeditionary. La Sdsr dilaziona decisioni fondamentali, soprattutto quella sui sommergibili lanciamissili che dovrebbero sostituire dal 2028 gli attuali quattro Vanguard. Resta in sospeso anche la sorte di una delle due nuove portaerei. Si dovrà decidere se essa sarà mantenuta in servizio, oppure messa in riserva od anche venduta. Il problema è essenziale per la scelta - che la Sdsr lascia in sospeso - fra la c.d. “strategia marittima” - più globale ed autonoma - e quella “terrestre” - più subordinata agli Usa e riferita anche all’intervento in Europa orientale, specie dopo che, entro dieci anni, le forze britanniche saranno ritirate dalla Germania. Per ora, i tagli sono stati praticati in grosso modo proporzionale in tutti i settori - anche se sono più pesanti per la Marina e l’Aeronautica - formula salomonica che presenta ovunque il vantaggio di evitare opposizioni troppo rumorose dalle lobby delle Forze Armate (e dei settori industriali ad esse collegati), che pensino di essere state più sacrificate. L’aggiornamento della Sdsr è previsto ogni cinque anni. Cameron è consapevole che la struttura 2020 non potrà essere realizzata solo con le disponibilità finanziarie previste dalla Sdsr, nonostante i tagli e le dilazioni di programmi in essa riportati. Si è detto perciò convinto che il bilancio della difesa potrà essere aumentato a partire dal 2015 e che le collaborazioni industriali con la Francia, specie nei settori missilistico, satellitare, degli Uav e Ucav, delle portaerei e dei sommergibili, potrà consentire cospicue riduzioni dei costi unitari, addirittura del 30% (a parer mio, troppo ottimistiche per essere credibili). Ciò dovrebbe permettere di equilibrare programmi e risorse. A parte un’alquanto improbabile forte crescita economica e, nonostante, i coraggiosi tagli alla


dossier spesa pubblica, l’entità del contributo militare britannico agli Usa è destinata inevitabilmente a diminuire. Perciò, gli Usa saranno più soli nel dover provvedere alla sicurezza dell’Occidente. Si accresceranno le frustrazioni di Washington nei confronti dell’ambigua e smilitarizzata Europa continentale. Timori sorgeranno anche da parte degli Stati scandinavi e baltici, che hanno sempre contato sul sostegno britannico. Lo saranno, nonostante le assicurazioni fatte da Cameron ad Obama, circa la continuazione dell’impegno britannico in Europa (le truppe verranno però ritirate dalla Germania entro dieci anni e le forze pesanti - veicoli corazzati ed artiglierie - ridotti di oltre un terzo). Nonostante la riduzione, i bilanci della difesa del Regno Unito rimarranno al di sopra della soglia del 2%, ritenuta dagli Usa la minima per un contributo non irrilevante alla difesa comune della Nato da parte dei loro alleati europei. La Sdsr contiene critiche molte pesanti alla gestione della difesa da parte dei precedenti governi laburisti di Blair e di Brown, all’impostazione della Sdr (Strategic Defence Review) del 1998 ed all’incapacità di prevedere sia i costi dei programmi sia i futuri impegni delle F.A. britanniche. La seconda critica di fondo - espressa con toni quasi brutali, ben lontani dal tradizionale fair play britannico - è di aver prodotto una pianificazione che così definisce Cameron nella sua presentazione della Sdsr: We have been left a litany of scandalous defence procurement decisions, which have racked up vast and unfunded liabilities, without delivering the type of equipment that our forces actually need. Il nuovo governo eredita un divario fra impegni e prevedibili disponibilità pari a 38 miliardi di sterline, superiore ad un intero bilancio della difesa del Regno Unito. Ai laburisti vengono rimproverati anche gravi errori nella definizione delle priorità, mantenendo molte forze corazzate (ma non ammodernate), lesinando i fondi per la

La Gran Bretagna divenne una grande potenza dopo la vittoria nel 1588 contro l’invincibile Armada. Si trasformò nella maggiore potenza mondiale dopo le guerre napoleoniche. Con la crisi economica e finanziaria, Londra vedrà erodere la sua importanza di piazza finanziaria mondiale. È dubbio anche che possa mantenere il ruolo di “vicesceriffo” degli Usa protezione delle truppe in Iraq ed Afghanistan, prevedendo la costruzione di due grandi portaerei, prive di catapulta e di ganci di appontaggio, idonee agli F35-B, cioè alla versione Stovl del JSF, più costosa e meno efficiente della sua versione convenzionale (F35-C). Le portaerei britanniche verranno modificate per essere in grado di imbarcare i Rafale della Charles de Gaulle francese. Insomma, bocciatura secca, senza possibilità di appello. La Sdsr critica, in modo quasi beffardo, la pretesa di Blair che le forze armate di Sua Maestà debbano essere forze del bene, per la pace, per la sicurezza, per il benessere globale e per lo sviluppo del mondo. Cameron afferma che verranno impiegate solo quando siano in gioco interessi nazionali, quando i benefici prevedibili siano superiori ai costi, quando esistano un’elevata probabilità di successo ed una credibile exit strategy e quando l’uso della forza corrisponda al diritto internazionale (frase alquanto sibillina, data l’improbabilità che Londra intenda subordi9


Risk nare i suoi impegni militari con gli Usa alle autorizzazioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu). In un mondo incerto, complesso ed imprevedibile come l’attuale, caratterizzato dall’esistenza di un’ampia gamma di rischi e da rapidi mutamenti geopolitici - che dal Medio Oriente si sono estesi al sistema Asia-Pacifico. Londra si lascerà legare le mani. Continuerà a sostenere gli Stati Uniti ed a muoversi nella loro ombra. In questo senso, si sono espressi il neo-costituito National Security Council, il National Security Advisor e la National Security Strategy, riferimento base per la pianificazione delle forze e la definizione delle priorità. Approvata per la prima volta nel Regno Unito nel 2009, la Nss verrà aggiornata annualmente e sarà oggetto di un rapporto informativo per il Parlamento. Se la Sdsr non prevede mutamenti profondi nel breve periodo, dopo l’Afghanistan se ne riparlerà. Certamente verrà attribuita priorità alle capacità di nicchia, in cui esistono eccellenze britanniche o carenze americane. Si tratta, ad esempio, dell’ammodernamento delle apprezzatissime forze speciali britanniche (Sas e Sbs), che saranno potenziate sia quantitativamente che qualitativamente, dotandole dei mezzi più moderni.

Le conseguenze della Sdsr vanno valuta-

te contestualmente con gli accordi militari presi da Cameron e Sarkozy per la cooperazione strategica e delle industrie degli armamenti francesi e britanniche. È paradossale che tale avvicinamento all’Europa avvenga proprio ad opera di un Ministero conservatore, tradizionalmente euroscettico. Londra intende conservare, anche con tale decisione, il ruolo di “ponte” fra Stati Uniti ed Europa ed offrire a Washington qualcosa in cambio per la sua continuazione della presenza in Europa e per impedire che la Nato diventi irrilevante. I punti più qualificanti dell’accordo riguardano sotto il profilo politico-strategico, la costituzione del gruppo congiunto di portaerei, la 10

costruzione di un test bed per verificare lo stato di sicurezza e di efficienza delle testate nucleari e la creazione di un pool di aerei da trasporto e di rifornitori in volo e di una forza congiunta di intervento rapido di due brigate di 7.500 effettivi ciascuna: una britannica, l’altra francese, con i supporti tattici e logistici necessari. Parigi e Londra parlano come Europa, di cui si sono autonominati rappresentanti, sotto lo sguardo seccato di alcuni membri dell’Ue e divertito di altri, specie della Germania. L’accordo franco-britannico è molto articolato nel campo della ricerca e sviluppo e della produzione di armamenti. Per gestirlo sarà costituito un Bilateral High Level Working Group. La cooperazione franco-britannica è stata sempre difficile anche per i legami esistenti fra le industrie britanniche e quelle statunitensi, la concorrenza con quelle francesi sui mercati mondiali e lo statuto privilegiato dell’Uk per ottenere il transfer di tecnologie particolarmente critiche, come quelle stealth. Dopo la débâcle della cooperazione degli anni Ottanta e Novanta (l’Uk si ritirò da programmi maggiori come l’anticarro Trigat, le fregate Orizzonte e il satellite Trimilsatcom), i programmi concordati fra Sarkozy e Cameron sono estremamente ambiziosi. Quelli a lungo termine attribuiscono particolare importanza agli Uav e agli Ucav. È prevista la partecipazione britannica al programma Mace (Medium Altitude Long Endurance), inizialmente destinato alla sola sorveglianza e ricognizione, ma che, entro il 2030-35, dovrebbe essere dotato anche di capacità combat. Il successo di una cooperazione tanto stretta con la Francia, solleverà sicuramente timori e proteste da parte delle industrie Usa degli armamenti, che hanno sempre avuto rapporti privilegiati con la Gran Bretagna. È poi in contraddizione con la priorità attribuita dai conservatori ai rapporti con gli Usa, anziché con l’Europa. Però, le intese franco-britanniche potrebbero spiazzare da un lato la Csdp dell’Ue e dall’altro la Eda


(European Defence Agency), che sarà confrontata con intese già assunte dai suoi maggiori “azionisti”. La Sdsr non prevede - a parte le dichiarazioni di discontinuità rispetto alle decisioni del precedente governo, analoghe a quelle fatte da Obama nei confronti delle due Amministrazioni Bush - una modifica profonda 25a di cooperare seriamente con Parigi. Il ridimesionamento della Navy sembra infine in controtendenza con la dichiarata volontà di rafforzare i rapporti strategici con l’Asia.La Sdsr non effettua una scelta definitiva fra le due strategie - quella marittima o quella terrestre - che erano state ampiamente discusse nei suoi lavori preparatori. Alcune decisioni essenziali - come quelle sul mantenimento o la rinuncia al deterrente strategico - sono rimandate. Nella revisione della Sdsr prevista per il 2015, esso sarà centrale, anche perché l’impegno finanziario richiesto sarà tale da influire su tutti gli altri programmi. Più che consistere in una vera e propria revisione strategica, la Sdsr risente della necessità di far quadrare i conti, anche perché, come giustamente afferma Cameron, “un deficit di bilancio è anche deficit di sicurezza”. I tagli alle spese sociali sarebbero stati inaccettabili anche alla patriottica opinione pubblica britannica, senza un ridimensionamento anche di quelle della difesa. La Sdsr non è tuttavia un esercizio di sforbiciatura contabile del bilancio spesso effettuato con superficialità dai dicasteri finanziari. In coerenza con le migliori tradizioni britanniche, lascia aperta la possibilità di scelte strategiche globali. Esse verranno precisate fra cinque anni, in relazione all’evolversi della situazione sia strategica globale che dell’economia britannica.


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STRATEGIE (E SPERANZE) PER CERCARE LA LUCE IN FONDO AL TUNNEL

DALLA COOL BRITANNIA ALLA CRISI NERA DI •

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PATRIZIO NISSIRIO

auto del principe Carlo colpita dalla vernice. Il volto impaurito della duchessa di Cornovaglia circondata dai contestatori. Le vetrine di Regent Street in frantumi. Queste immagini - traumatiche per la normalmente pacifica Londra diventate simbolo del giorno in cui gli studenti britannici sono scesi in piazza per protestare contro l’aumento delle rette universitarie raccontano come

poche altre il momento di incertezza che sta attravesando la Gran Bretagna. C’è una perdurante fragilità economica che, sulla scia del rigido programma di austerità varato dal governo, potrebbe trasformarsi in una grave crisi sociale. Le scene di violenza urbana, che non si vedevano dalle dimostrazioni contro la poll tax che costarono la poltrona al premier conservatore Margaret Thatcher, segnalano che il Regno Unito - ancora oggi la sesta economia mondiale - si trova al momento in una fase critica, in bilico tra ripresa e stagnazione, i cui sviluppi sono difficili da prevedere. In una manciata di mesi tra il 2007 e il 2008, una delle economie più dinamiche d’Europa - alta occupazione, mercato immobiliare in galoppante boom, grande facilità di fare impresa - si è accasciata sotto i colpi della crisi finanziaria internazionale, che ha avuto nella City uno dei suoi epicentri. Come dire: Dalla cool britannia alla crisi nera. L’avvio della caduta viene di solito fissato al 14 settembre 2007, quando la banca Northern Rock, un istituto tutto sommato di 12

modeste dimensioni, annuncia problemi di liquidità e scatena una corsa agli sportelli che come un’onda d’urto fa tremare il sistema bancario britannico. La crisi globale del credito sbarca dunque nel Regno, travolgendo quasi tutte le banche, provocando il massiccio intervento statale nel salvataggio degli istituti (la Royal Bank of Scotland viene nazionalizzata) e, a catena, licenziamenti che nella seconda metà del 2008 il momento ad oggi più terribile della crisi, mentre il Regno entrava ufficialmente in recessione a gennaio 2009 - si contavano a migliaia ogni giorno. Contemporaneamente si arena il mercato immobiliare, che in Gran Bretagna e nella capitale in particolare aveva creato fortune ingenti nel giro di pochi anni, per chi aveva saputo sfruttarne il dinamismo. A segnalarlo, il fatto che gli architetti, insieme agli ex addetti del settore finanziario, sono in vetta alle liste di coloro che in quei mesi chiedono il sussidio di disoccupazione. La “cool Britannia” di Tony Blair, un modello di successo economico e dinamismo sociale, evapora in pochi mesi.


dossier Le vicende della politica seguono quelle dell’economia: l’ex Cancelliere dello Scacchiere Gordon Brown, diventato premier dal giugno 2007, che per tutta l’era del laburista Tony Blair a Downing Street è alfiere del laissez-faire economico e predica al resto d’Europa politiche neoliberiste, si ritrasforma nel socialista delle origini: è lui a varare un massiccio programma di spesa pubblica a sostegno dell’economia, blindare i sussidi che il welfare (ancora molto generoso nonostante i tagli dell’era Thatcher) distribuisce a disoccupati e bisognosi, a ripetere per tutta la difficilissima campagna elettorale della primavera 2010 che togliere il sostegno pubblico all’economia equivale al suicidio. Ma il messaggio non passa: frustrati dalle perduranti difficoltà, con la ripresa che viene annunciata (anche se “debole”) ma che non si fa sentire nel portafogli dei più, poco sedotti dal grigio scozzese Brown, nelle urne i britannici premiano il giovane conservatore David Cameron, che però è costretto a varare un raro governo di coalizione insieme all’altrettanto giovane leader liberaldemocratico Nick Clegg. Con una promessa: tagliare il debito pubblico nel frattempo arrivato a 155 miliardi di sterline, un imprevedibile 11% del Pil, il più alto del G8. Cameron e il suo 39enne cancelliere dello Scacchiere George Osborne mantengono immediatamente una promessa elettorale: quella di varare una finanziaria d’emergenza che viene definita «dura ma giusta... paga per il passato e fa piani per il futuro» (nelle parola del ministro delle Finanze), con il fine di eliminare il debito strutturale entro il 2015-16. Nella marcia verso questo traguardo, Osborne presenta i contorni economici del prossimo futuro, e le previsioni del governo: nelle sue previsioni, l’economia britannica dovrebbe crescere dell’1,2% alla fine del 2010 e del 2,3% il prossimo, fino a un picco del 2,9% nel 2013. La disoccupazione viene prevista all’8,1% alla fine del 2010, con una disce-

sa costante fino al 6,1% nel 2015. L’obiettivo dell’inflazione resta il 2% (ma a fine anno si dovrebbe attestare al 2,7%). Poi il capitolo tasse: l’Iva, che salirà dal 17,5% al 20 il 4 gennaio 2011. La tassa sulle rendite da capitale resterà al 18% per coloro che hanno redditi bassi e medi, ma sale al 28% per i redditi più alti. C’è poi la tassa-simbolo di questa finanziaria: quella sul bilancio d’esercizio delle banche, a partire dal 2011, che porterà oltre 2 miliardi di sterline nelle casse pubbliche. Per le aziende, la corporation tax scende subito al 27%, e poi dell’1% all’anno nei prossimi 3 anni. Viene innalzata la soglia sotto alla quale non si pagano le tasse (880.000 contribuenti diventano esentasse).

A ottobre, arrivano le “lacrime e sangue”

dei tagli alla spesa pubblica annunciati già in estate: 83 miliardi di sterline, 95 milioni di euro. Il taglio più duro, e simbolico, si abbatte sui lavoratori statali: quasi mezzo milione di loro a casa entro i prossimi quattro anni (l’8% di tutti i dipendenti pubblici, ma previsioni di fine novembre dicono ora che saranno “solo” 330.000), mentre ogni ministero, nello stesso arco di tempo, dovrà tagliare le spese del 19% in media. L’austerity di Osborne, la più radicale dalla Seconda Guerra Mondiale, riduce di altri 7 miliardi di sterline (8 miliardi di euro, in aggiunta agli 11 in meno già previsti) il bilancio del welfare cancellando i contributi ai disoccupati che non cercano lavoro e rilanciando un dibattito economico internazionale nel quale alcuni paesi, soprattutto europei, puntano sull’austerity per uscire dalla crisi mentre altri, guidati dagli Stati Uniti, pensano che la ripresa passi attraverso misure di stimolo. Salvate le spese per la la sanità, la ricerca scientifica e l’istruzione e con un taglio dell’8 per cento in quattro anni quelle per la difesa, il governo Tory ha abbattuto la scure soprattutto sul ministero della Cultura (-41% spese amministrative) e dell’Ambiente 13


Risk (-29%). Lo stesso Osborne si è auto-decurtato un 33 per cento dei costi gestionali del ministero del Tesoro. Il cancelliere annuncia poi che gli statali britannici andranno in pensione più tardi: a 66 anni entro il 2020. Viene congelato per un anno anche l’appannaggio della Regina, mentre Elisabetta II accetta che nel 2013/14 la Casa Reale stringa la cinghia del 14 per cento. Duramente colpito anche il bilancio delle arti, un’industria importante in Gran Bretagna, con le grandi mostre nei musei pubblici che attirano milioni di visitatori, mentre la Bbc sarà costretta

In una manciata di mesi tra il 2007 e il 2008, una delle economie più dinamiche d'Europa - alta occupazione, mercato immobiliare in galoppante boom, grande facilità di fare impresa si è accasciata sotto i colpi della crisi finanziaria, che ha avuto nella City uno dei suoi epicentri. L'avvio della caduta viene di solito fissato al 14 settembre 2007, quando la banca Northern Rock annuncia problemi di liquidità a fare di più con il 16 per cento in meno dei fondi e dovrà pagare da sola il suo World Service, servizio finora finanziato dal Foreign Office, attivo in molte lingue in vari angoli del pianeta. Qualche settimana dopo, in una “review”, Osborne accentua i tagli al Welfare, ma limita quelli alla spesa pubblica. Intanto, la ripresa inizia lentamente a consolidar14

si. Tra tensioni sociali crescenti, fratture politiche anche interne alla maggioranza di governo, il tasso di crescita dell’economia della Gran Bretagna nel terzo trimestre 2010 è stato confermato a +0,8% rispetto ai tre mesi precedenti, in base alla seconda lettura, e a +2,8% rispetto a un anno prima, in linea con le previsioni degli economisti. Il settore trainante, al momento, sembra essere quello delle costruzioni (40% della crescita dell’economia britannica negli ultimi due trimestri viene da qui, anche se il settore rappresenta solo il 6% dell’intera economia nazionale). In un anno, secondo l’Office for National Statistics la crescita è stata del 27%, con gli analisti che notano come l’edilizia abbia recuperato in una manciata di mesi tutto il terreno perso durante la recessione. Alcuni fanno però notare che questo boom è costituito per un’ampia parte da cantieri finanziati da denaro pubblico (le Olimpiadi si terranno a Londra nel 2012 e grandi lavori strutturali sono in corso, in particolare nell’est della metropoli). Ma questa ripresa non sembra coincidere con un rilancio dell’occupazione, per lo meno nelle costruzioni. Nel frattempo, nel settore manufatturiero, la produttività è cresciuta del 7,5% rispetto a un anno fa (ma era crollata di decine di punti durante la recessione) e dello 0,6% nel solo mese di ottobre, il balzo mensile più significativo da marzo. Le prospettive sono tutte luci e ombre: l’Office for Budget Responsibility (organismo creato da Osborne per sovrintendere alla spesa pubblica) ha modificato le previsioni del ministro. La crescita per il 2010 è stata innalzata dall’1,2% ipotizzato dal ministro all’1,8, ma quella per il 2011 è stata rivista al ribasso, dal 2,3% al 2,1. Con un’avvertenza: questa crescita potrebbe non essere sostenibile nel medio termine. Relativamente buone notizie sembrano giungere dal fronte disoccupazione: i tagli alla spesa pubblica, per l’Obr, risulteranno nella perdita di 330.000 posti statali entro il


2014-15 (anche se si valuta che altri 80.000 potrebbero andare persi nel 2015-16. In generale, 350.000 posti di lavoro sono stati creati a partire dal primo


Risk trimestre del 2010. L’Obr rileva che il piano del governo per la riduzione del deficit segue la tabella di marcia, ma Osborne e i suoi collaboratori non vogliono correre rischi. Forse per questo il governo ha rivisto al rialzo la nuova tassa da applicare sulle banche nazionali. Dal primo gennaio la tassa imposta sulle banche con ricavi superiori ai 20 miliardi di sterline sarà dello 0,05% e non dello 0,04% come annunciato lo scorso giugno, e che la stessa tassa portata allo 0,075% dal 2012 piuttosto che allo 0,07% come annunciato in precedenza. La nuova tassa dovrebbe portare nelle casse dello stato 2,5 miliardi di sterline l’anno. Il 9 dicembre, mentre gli studenti mettono a ferro e fuoco Londra, arriva una delle stangate più avversate dall’opinione pubblica: l’aumento vertiginoso delle tasse universitarie. Il tetto massimo delle rette universitarie passa dalle attuali 3.290 a un massimo di 9.000 sterline e questo, in base al sistema in vigore in Gran Bretagna, per il quale lo stato anticipa i soldi che poi vengono restituiti per un lungo arco di tempo, per molti studenti significherà indebitarsi per 20-30 anni. La riforma nasce sulla falsariga di un rapporto, commissionato nel 2009 dall’allora governo laburista di Gordon Brown all’ex capo della Bp Lord Browne, le cui conclusioni indicavano che tutte le rette universitarie andavano innalzate. Secondo l’Institute for Fiscal Studies, circa la metà degli studenti universitari, per un corso di laurea di tre anni, dovrà pagare una tassa del 9% per 30 anni. Calcolando rette medie di 7.500 sterline, più prestiti universitari (per chi non ha diritto a una borsa di studio), il 10% degli studenti che poi guadagnerà di più estinguerà il debito in 15 anni. Ma la media, che si stima avrà un reddito con il lavoro circa 49.000 sterline annue, sarà indebitato per 26 anni.Ma al di là dei dati economici, c’è lo sforzo costante dell’esecutivo Cameron di far digerire i sacrifici (qualcuno dice che il matrimonio del principe William con 16

Kate Middleton fa anche parte di questa strategia), e farli percepire come giusti e misurati, facendo capire che ognuno fa la sua parte. Forse in questo ambito si inserisce l’iniziativa di mettere online tutti i dati relativi a spese di oltre 25.000 sterline - o, in alcuni casi, addirittura di sole 500 - fatte dai ministeri del governo britannico: sono stati pubblicati on-line in una lista di circa 195.000 voci nell’ambito di un nuovo programma di trasparenza. Tra le spese elencate, spiccano 55.000 sterline per rifare Downing Street, 170.000 andate in acqua minerale e 1.000 sterline pagate a una ditta che produce collari per cani in diamanti finti, per aiutarla ad espandersi negli Usa. Il totale delle spese a partire da maggio ammonta a 80 miliardi di sterline.

Tra le voci che catturano

l’attenzione vi è poi il pagamento di 667.000 sterline da parte del ministero della Giustizia al principe Carlo: si tratta dell’affitto per la prigione di Dartmoor che si trova sulle sue terre. L’erede al trono ha ricevuto una cifra simile, 677.000 sterline, dall’Esercito, per l’accesso alle sue terre. Il servizio che fornisce taxi e limousine ai ministri e ai dipendenti del governo hanno ricevuto invece 1,5 milioni di sterline, dei quali 123.000 dal ministero per l’Ambiente e i cambiamenti climatici. Per quanto riguarda le spese di grosso calibro, la cifra più alta, di 3,2 miliardi, è stata versata alla società di outsourcing Capita, seguita dalla società di immobili e servizi informatici Aspire Defence, che ha ricevuto 366 milioni e da Hewlett Packard con 284 milioni. Se si transita da Londra in queste settimane vicine alle feste, della crisi non sembra tuttavia esserci traccia, però. Lo shopping sfrenato nelle tradizionali zone di Oxford Street, Regent Street, ma anche nel colossale centro commerciale di Westfield, continua indisturbato, e non sono state necessarie misure come i massicci saldi anticipati che fecero la gioia degli acquirenti dal resto d’Europa durante il Natale 2008 e quello 2009.


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LONDRA BARATTA LA PROPRIA INDIPENDENZA MILITARE CON IL RISANAMENTO DELLE FINANZE

L’ETÀ DELL’INCERTEZZA DI

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ANDREA NATIVI

on la Sdsr (Strategic Defence and Security Review), il cui titolo, “Securing Britain in an Age of Uncertainity” è già più che significativo, il governo di David Cameron ha definito gli indirizzi della difesa britannica per i prossimi cinque anni, chiarendo che quello in corso è solo un primo passo per impostare il nuovo assetto del dispositivo militare per il 2020

rimettendo i conti in equilibrio e rinviando al 2015, dopo le prossime elezioni politiche, non solo una messa a punto del progetto, ma anche la definizione degli obiettivi a più lungo termine nonché lo scioglimento di alcuni nodi gordiani che per ragioni politiche non era opportuno affrontare oggi, a partire dal futuro del deterrente nucleare autonomo basato su sottomarini nucleari lanciamissili balistici (Ssbn). Nella consapevolezza che per ottenere una trasformazione completa dello strumento militare occorre comunque tempo, specie quando si tratta di intervenire sul personale o sulla politica di procurement (acquisizione nuovi mezzi), quest’ultima davvero poco efficace ed efficiente per troppi anni. A dispetto dei timori della vigilia, delle indiscrezioni diffuse dai media per tutta l’estate e dell’acceso dibattito che ha coinvolto non solo la politica, ma anche la pubblica opinione, la Sdsr non è stata, di per sè, così punitiva come si temeva. Mentre ci si aspettava un taglio fino al 20% del budget militare, in realtà la sforbiciata sarà inferiore dell’8% (in termini reali però) e gli interventi saranno poi spalmati nell’arco di cinque anni. Il bilancio della difesa sarà nel 2014-15 di 33,5 miliardi di sterline, ovvero lo stesso livello del 2009, senza contare però l’in18

flazione, che al momento in Gran Bretagna corre al 3,1%. Oggi il bilancio complessivo del MoD è di 37 miliardi di sterline, dei quali circa 31,5 per la difesa in senso stretto. Sono tagli pesanti, non c’è che dire, però non devastanti, specie considerando che complessivamente il governo vuole ridurre le spese di 81 miliardi di sterline in quattro anni, aumentando al contempo la pressione fiscale. Se la Difesa è uscita relativamente bene dalla manovra finanziaria è anche grazie alle pressioni politiche molto intense che sono arrivate da Washington, alle quali si sono aggiunte quelle della Nato. Washington è stata rassicurata, il suo partner europeo preferito conserverà capacità militari significative e non farà mancare il suo supporto in Afghanistan per il prossimo lustro. In realtà a rendere più difficile la situazione c’è l’eredita del colossale “debito” costituito dalle scelte e non scelte dei precedenti governi, che hanno sottoscritto importanti impegni e si sono imbarcati in ambiziosi programmi senza stabilire come pagare i relativi conti. Si tratta di una voragine di 38 miliardi di sterline di cambiali da pagare nell’arco di un decennio, se si decidesse di procedere con tutto quanto è stato messo in programma. Ma


dossier come ha chiarito il ministro della Difesa Liam Fox, diversi programmi avviati in passato dovranno essere drasticamente ridimensionati, posticipati o addirittura cancellati tout court. In questo senso non mancano nella Sdsr le scelte drastiche, non tutte condivisibili. Ma dato che tutto non può essere mantenuto e a qualcosa bisogna rinunciare, ebbene la Sdsr ha il coraggio di compiere alcune di queste scelte. Dove invece il coraggio è mancato, è nel tipo di modello complessivo delineato come traguardo per il 2020.

Nel corso delle discussioni pre-Sdsr gli analisti

hanno dibattuto con franchezza anche le ipotesi più ardite, mentre gli esponenti delle singole forze armate hanno difeso con ferocia il proprio orticello, non facendo affatto gioco di squadra per proteggere l’insieme da decurtazioni troppo pesanti, ma al contrario scatenandosi per salvaguardare solo la propria forza armata, a discapito delle altre. E nel farlo… si sono tolti i guantoni. Così ad esempio si è ventilata l’ipotesi di sciogliere l’Aeronautica, la Royal Air Force, oppure di trasferire i Royal Marines dalla Marina all’Esercito o persino di ridurre la Royal Navy ad una forza costiera. E senza arrivare a queste ipotesi estreme, si è approfondita la discussione su quali ruoli e missioni debbano essere competenza di ciascuno, nella consapevolezza che molti analisti civili considerano superata la tradizionale separazione in forze di terra, cielo e mare che di fatto, sempre più spesso, almeno dal punto di vista dell’impiego, diventano un unicum. In qualche paese l’unificazione interforze è già una realtà più o meno completa. In Gran Bretagna alla fine le tradizioni e le corporazioni hanno prevalso e la Sdsr, pur spingendo in qualche campo su soluzioni “interforze”, che peraltro erano già realtà in diversi settori, ha preferito salvaguardare l’impostazione tradizionale e procedere piuttosto ad una serie di tagli orizzontali, togliendo qualcosa a tutti, ma non al punto di comprometterne la ragione d’essere. Ecco quindi che le nuove forze armate che usciranno dalla applicazione della Sdsr saranno simili a quelle attuali, solo un po’ più piccole. E qui si concentra lo sforzo della Sdsr: si rinuncia ad

alcune capacità, si riduce la scala delle operazioni militari sostenibili, ma si cerca di preservare, a livello strategico, quanto più possibile, anche se prima di arrivare all’assetto definitivo si potranno verificare “buchi” in settori molto importanti, compresi quelli connessi alla capacità di proiettare potenza militare all’estero, che potranno perdurare anche per un decennio prima di poter essere colmati. È anche evidente la volontà di escludere dai tagli, per quanto possibile, la componente terrestre prima delle altre e, in generale, di ridurre le strutture territoriali e di supporto, in modo da sacrificare la “coda” più che i “denti”. Fino ad un certo punto questo consentirà di non rinunciare troppo alle capacità expeditionary, con una chiara priorità strategica: per i prossimi cinque occorre sostenere la partecipazione alla missione Isaf in Afghanistan, il che si traduce in preparare, equipaggiare e inviare in teatro 20mila uomini all’anno, considerando i livelli attuali. E, coerentemente, si interviene sul sistema difesa nel suo complesso: strutture centrali e periferiche, supporto, personale civile e militare, mezzi e ammodernamento e conseguentemente si ridimensionano le ambizioni militari. Ovvero do meno alle forze armate e quindi non posso chiedere loro di fare quello che facevano prima. Il risultato dovrebbe essere un complesso in grado di condurre un’operazione di imposizione della pace a tempo indeterminato a livello brigata, con 6.500 soldati e supporti aerei e navali, avendo forze residue per effettuare simultaneamente una operazione non temporanea combat con 2.000 soldati nonché una operazione più facile impegnando altri 1.000 uomini. In alternativa sarebbe possibile condurre, ma solo per un periodo limitato, una missione combat su vasta scala, previo approntamento delle forze, schierando fino a 3 brigate e un totale di 30.000 uomini, ovvero 2/3 del pacchetto di forze impegnato nel 2003 in Iraq nel corso della operazione Telic, ma la metà di quello messo in campo durante la prima guerra del golfo nel 1991. Di certo non sono molti i paesi in grado di fare realmente altrettanto, perché molti dichiarano capacità che esistono solo sulla carta. Per di più l’obiettivo della Sdsr è quello di mettere le proprie truppe in condizione di ope19

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dossier rare insieme a quelle degli alleati ed in particolare a quelle statunitensi, mantenendo quindi standard tecnologici e qualitativi molto elevati. Ed è evidente che nel formulare la sua Sdsr Londra abbia tenuto conto della direzione intrapresa dagli Usa nel riformare le proprie forze armate. La Gran Bretagna punta al massimo livello di integrazione possibile, al punto da sposare le teorie di Washington sulla controguerriglia, l’importanza della minaccia terroristiche o del cyberwarfare. Basta pensare alla struttura delle forze, basate su differenti livelli di prontezza e sull’impiego “ciclico” dei reparti, in modo da poter effettuare anche sforzi prolungati nel tempo, dando al personale tempo per riprendersi e riaddestrarsi tra uno spiegamento e l’altro. In particolare si prevede che una aliquota delle forze sarà sempre in azione, si tratti di reparti in Afghanistan (o altrove), dei caccia della difesa aerea, delle forze che proteggono le Falklands (alle quali sono fatti diversi riferimenti nel momento in cui i rapporti con l’Argentina stanno tornando a farsi difficili sulla sovranità delle isole oggetto di una vera guerra nel 1982) o dei sottomarini del deterrente nucleare. Una seconda porzione di forze sarà costantemente ad elevata prontezza operativa (cosa molto costosa) mentre una terza aliquota sarà a bassa prontezza, perché comprenderà unità appena rientrate dopo un periodo in missione oppure in addestramento. Per quanto riguarda il personale, nel giro di un lustro le forze armate perderanno: 5.000 elementi nella Marina, che scenderà a 30.000 e successivamente a 29.000 uomini/donne, 7.000 nell’Esercito, che passerà a 95.000 e quindi a 94.000 e 5.000 nell’Aeronautica, che si ridurrà a 33.000 e quindi a 31.500 effettivi. Come si può notare l’Esercito è quello che farà meno sacrifici in termini percentuali Contemporaneamente anche i civil servants diminuiranno considerevolmente, da 85.000 a 60.000, con un taglio di ben 25.000 posti di lavoro. Complessivamente la difesa contribuirà quindi con quasi il 10% alla riduzione di quasi 500.000 posti di lavoro nel pubblico impiego annunciati dal governo. Ancora da definire invece il futuro delle preziose forze di riserva, che dovranno sempre più integrarsi

con quelle in servizio attivo, fornendo capacità importanti, soprattutto nel campo del supporto e del supporto al combattimento che magari non è necessario avere sempre a disposizione, ma che è cruciale poter mobilitare in fretta quando occorre. Whitehall ha iniziato uno studio per determinare consistenza e ruolo di questa componente, che dovrebbe essere sempre presente dove esistono forze armate professionali (ed infatti in Italia non esiste). Per ridurre i costi strutturali sarà effettuato un draconiano sforzo per portare basi e comandi alla soglia indispensabile e saranno riportati in patria circa 10.000 soldati ancora schierati in Germania, una reliquia della Guerra Fredda, che era anche legata al ruolo guida che Londra aveva mantenuto nel comando di reazione rapida Nato, Arrc. Il ritorno di queste truppe permetterà di utilizzare basi domestiche che altrimenti avrebbero dovuto essere chiuse, ma richiederà anche trasferimenti di reparti e adattamenti. Quanto ai comandi, ci paraltro sarà un solo comando divisionale “proiettabile” ed un secondo, responsabile per la preparazione delle truppe ed eventualmente attivabile per l’impiego all’estero, oltre al comando Nato Arrc, che avrà però meno supporto. Verranno sciolti tre comandi divisionali amministrativi, un quarto sarà trasformato in comando dei supporti, saranno anche sciolti almeno 2 dei 10 comandi di brigata regionali. Per quanto riguarda i programmi di ammodernamento, in attesa di una generale revisione del sistema del procurement, di fatto si “congelerà” ogni nuova iniziativa, fatte salve le esigenze urgenti delle truppe impegnate nei teatri operativi, che comunque già assorbono una fetta consistente degli stanziamenti, mentre si procederà ad una revisione complessiva dei programmi in corso, alcuni dei quali saranno cancellati o ridotti e parallelamente si ritireranno anticipatamente dal servizio mezzi e sistemi che in teoria potrebbero rimanere in linea ancora a lungo, in qualche caso essendo stati appena consegnati. Questo consentirà di ridurre la spesa sia per l’ammodernamento, sia per l’esercizio. Però non sarà una operazione né semplice né indolore, perché quando il ministero decide di rescindere un contratto, si tratti di 21


Risk mezzi da combattimento della fanteria, fanteria leggera, artiglieria, mezzi da ricognizione, unità del genio, delle trasmissioni, logistiche, intelligence e sanità. Non avranno quindi bisogno di attingere mezzi o personale da altre unità dell’esercito, però i loro organici saranno rinforzati con elementi del Territorial Army. Il piano prevede che una delle 5 brigate sia sempre pronta per l’impiego, con le altre 4 attivabili per dargli il cambio in caso di operazioni di lunga durata, come sta accadendo in Afghanistan ed in precedenza anche in Iraq. Per quanto riguarda i mezzi e gli armamenti, vengono confermate le iniziative nel campo del munizionamento guidato di precisione, il rinnovo della linea dei veicoli corazzati e di supporto, l’ammodernamento della flotta elicotteri da attacco e trasporto e il potenziamento delle capacità di sorveglianza e guerra elettronica anche attraverso velivoli senza pilota. Vengono invece sacrificate le componenti “pesanti”: i carri da battaglia Challenger 2 si ridurranno del 40%, da 386 (in parte in riserva) a 231 mentre i semoventi d’artiglieria AS90 acquisizione o di manutenzione, necessariamente deve scenderanno da 178 a 115, il 35% in meno. pagare penali, che in qualche caso saranno così salate da ridurre, anche significativamente i risparmi di spesa pre- Se l’Esercito quindi se la cava relativamente visti. Perché la “missione” del MoD consiste nel riusci- bene, così non si può dire per Marina e Aeronautica, i cui re a eliminare impegni di spesa già sottoscritti per un capi di stato maggiore si sono detti “scioccati” dall’entitotale di 10 miliardi di sterline nell’arco di un lustro, tà dei tagli subiti. Questo porterà a nuovi furibondi sconmentre altri 4,3 miliardi devono essere ottenuti attraver- tri tra forze armate quando le linee guida della Sdsr so operazioni di messa in efficienza che non tocchino le dovranno essere tradotte in disposizioni concrete e di forze operative. Non sarà facile. dettaglio. Ed è auspicabile che il vertice politico interE su un tema cruciale, quello del nucleare, si è deciso di venga per impedire che un’aperta dialettica e la rivalità non decidere, rinviando al 2015 la scelta sul futuro del tradizionale si trasformino in faide che comprometterebdeterrente, basato su quattro Ssbn classe Vanguard. bero la solidità complessiva delle forze armate. Intanto si ridurrà il numero dei missili e delle testate, L’Aeronautica subisce tagli pesantissimi, sia in termini risparmiando così risorse notevoli che consentiranno di di personale, sia di mezzi. Il colpo più pesante riguarda rinviare il ritiro per anzianità del primo sottomarino al il ritiro anticipato dal servizio della linea di cacciabom2028.Per quanto riguarda l’Esercito, il grosso delle forze bardieri a decollo/atterraggio verticale Harrier Gr.9, operative sarà risparmiato: invece di 6 brigate da com- gestita, con una coabitazione difficile, insieme alla battimento ce ne saranno 5, mentre è stata anche salvata Marina, visto che questi aerei operano anche da unità la 16a brigata da assalto aereo. Le nuove brigate, ciascu- portaerei. Gli Harrier saranno messi a terra praticamenna delle quali conterrà 6.500 soldati, avranno una strut- te fin dalla primavera del 2011 e questo dovrebbe contura flessibile, saranno piccole task force complete di sentire di risparmiare 900 milioni di sterline. ogni componente, che potranno contare su carri armati e L’Aeronautica, costretta a scegliere tra Harrier e i caccia-

In Gran Bretagna alla fine le tradizioni e le corporazioni hanno prevalso e la Sdsr, pur spingendo in qualche campo su soluzioni “interforze”, ha preferito salvaguardare l’impostazione tradizionale e procedere ad una serie di tagli orizzontali, togliendo qualcosa a tutti, ma non al punto di comprometterne la ragione d’essere. Le nuove forze armate saranno simili a quelle attuali, solo un po’ più piccole

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dossier bombardieri Tornado, ha optato per questi ultimi, che tra l’altro forniscono il supporto alle truppe in Afghanistan. La consistenza della flotta Tornado, che oggi conta complessivamente 120 aerei, si andrà progressivamente a ridurre di oltre il 50%, a una sessantina di macchine. Il fulcro della forza aerea sarà rappresentato da 160 cacciabombardieri Typhoon (in ordine sono 184, ma 24 vanno venduti all’Arabia Saudita), che diventeranno sempre più “multiruolo”, anche al costo di perdere la standardizzazione con gli altri paesi europei che impiegano lo stesso aereo (Germania, Italia, Spagna, Austria), come purtroppo era già accaduto proprio con i Tornado, rinunciando ai vantaggi logistici e operativi derivanti dall’utilizzo di aerei se non identici, almeno molto simili. Altra novità eclatante riguarda l’acquisizione dei cacciabombardieri “invisibili” statunitensi F-35. La Gran Bretagna pensava di ordinarne 140, nella versione a decollo atterraggio verticale F-35B. Ora si è deciso invece di puntare sulla versione “navale” statunitense, la F35C, che è molto più bombardiere che caccia e che offre maggiore raggio d’azione (1.100 km) e carico bellico, ma meno manovrabilità e decolla e atterra in modo convenzionale. Non si sa ancora quanti saranno gli aerei ordinati, dovrebbero aggirarsi tra i 70 ed i 100. Questi aerei saranno gestiti nuovamente in una forza combinata aeronautica/marina. I piani a lungo termine prevedono poi l’introduzione in linea di velivoli senza pilota da combattimento, che a tempo debito rimpiazzeranno i Tornado, in tandem con i Typhoon. E l’Aeronautica continuerà ad investire in armamenti di precisione.

Ridimensionamento anche per la linea dei veli-

voli da trasporto, che si baserà su 22 (invece di 25) aerei da trasporto europei A400M, su 7 aerei da trasporto strategico C-17 e fino a 14 aerei da trasporto/cisterne A330 di nuova produzione che rimpiazzeranno i Tristar e i VC-10, in pensionamento dal 2013. Saranno anche ritirati con 10 anni di anticipo, dal 2022, tutti i C-130J in servizio, Confermata invece la acquisizione di 12 elicotteri da trasporto pesante CH-47F Chinook, per potenziare una flotta che comprenderà anche i Puma aggiornati e gli AW-101 Merlin. Clamorosa la decisione di man-

dare in pensione, non appena finirà l’impegno in Afghanistan i velivoli per la sorveglianza terrestre Sentinel, 5 macchine nuove di trinca, visto che sono entrate in linea solo dal 2008, il tutto per ottenere un risparmio di 500 milioni di sterline. In compenso saranno aggiornati gli aerei radar da sorveglianza Awacs e saranno acquistati 3 aerei spia Rivet Joints, nonché ulteriori velivoli senza pilota. Era invece attesa la decisione di rinunciare, dopo aver già investito 3,6 miliardi di sterline, alla messa in servizio dei 9 velivoli da pattugliamento marittimo Nimrod Mra 4, uno solo dei quali consegnato. La Gran Bretagna perderà così una preziosa capacità di sorveglianza e lotta ai sommergibili, che a dispetto di quel che dice il ministero, non può essere compensata da navi, sottomarini elicotteri e velivoli senza pilota e che certo non è di secondaria importanza per paese insulare che dipende per la sua sopravvivenza dai traffici marittimi. Infine, la Marina. Se la forza armata per ora mantiene i suoi 4 sottomarini nucleari strategici, si vede costretta a sacrificare moltissimo per difendere i due programmi più importanti: quello per i sottomarini nucleari d’attacco classe Astute, che comprenderà 7 unità, e quello per le grandi portaerei da 65.000 tonnellate, che riguarda due unità, la Queen Elizabeth e la Prince of Wales. La prima entrerà in servizio nel 2016 come unità… portaelicotteri, senza aerei imbarcati e sarà immediatamente messa “in naftalina”. La seconda invece sarà pronta nel 2020, ma allestita come portaerei convenzionale, con catapulte e cavi d’arresto, destinata ad imbarcare i bombardieri F-35C, normalmente 12, con la capacità di salire fino a 36. Il fato della prima portaerei non è chiaro. Potrebbe essere venduta, oppure, cosa improbabile, alla fine trasformata a sua volta in portaerei convenzionale. È chiaro comunque che se ci sarà una sola portaerei, non sempre questa potrà essere disponibile a causa dei cilici lavori, ammodernamenti, attività addestrative. E visto che al contempo è stato deciso di ritirare dal servizio dal 2011 la piccola portaerei Ark Royal, fino al 2020 Londra non avrà portaerei. E vedrà anche ridursi la capacità anfibia, perché sarà ritirata dal servizio anche una portaelicotteri da assalto anfibio, da scegliere tra la Ocean o 23


Risk la Illustrious, così come si fermerà una delle quattro nuove unità da supporto anfibio classe Bay e ancora una delle unità da assalto anfibio andrà in riserva.. Le altre “perdite” riguardano il pensionamento immediato di 4 fregate lanciamissili Type 22 Batch III Cornwall, riducendo poi la linea cacciatorpediniere/fregate a 19 unità contro le 24 attuali. Solo dopo il 2020 entreranno in linea nuove fregate classe Type 26 per rimpiazzare le odierne Type 23. Ci saranno poi 12 cacciamine tra Hunt e Sandown che in futuro saranno sostituite da unità polivalenti in grado anche di svolgere rilievi idrografici o missioni di pattugliamento. È rimasta infine intonsa la forza anfibia a livello di brigata dei Royal Marines, la 3d Commando, con la capacità di impiegare un contingente fino a 1.800 uomini. Ci saranno poi riduzioni nel numero di elicotteri, compresi i Merlin ed i nuovi Wildcat in corso di acquisizione.

Non viene toccata poi la componente “strategica”

delle forze speciali, impegnata allo spasimo su ogni fronte e che anzi ha qualche problema di reclutamento. Non è detto che invece non subisca una riduzione la struttura delle forze speciali di riserva. La Sdsr infine non prevede solo cure dimagranti, c’è anche la creazione di una nuova capacità: il Dcog, Defence Cyber Operations Group, che si occupera del cyberwarfar, non solo difensivo, ma anche offensivo per l’intera comunità. Il progetto sarà finanziato con 650 milioni di sterline nell’arco di quattro anni. Inoltre Londra investirà di più nel settore spaziale, nel quale in passato è stata (quasi) assente potendo accedere ai “prodotti” gentilmente forniti dagli Usa. Un aspetto poco trattato della riforma della difesa britannica consiste negli effetti che potrà avere sul mercato degli armamenti. Da un lato il governo inglese ha già detto che farà di tutto per mantenere la competitività della propria industria, in termini di tecnologie e prodotti e ne sosterrà gli sforzi di penetrazione nel mercato export. Dall’altro Londra si troverà ancora una volta con depositi, basi, arsenali zeppi di sistemi d’arma ed equipaggiamenti che sono stati poco o punto sfruttati, relativamente moderni, con tecnologie spesso allo stato dell’arte e con grandi stock di pezzi di ricambio per sostenerne il funzionamento nel medio24

lungo termine. È evidente che la Gran Bretagna cercherà di piazzare questo “usato di qualità” e i “clienti” potenzialmente interessati non mancano, perché in molti casi è possibile fare ottimi affari. L’alternativa del resto consiste nel tenere questi sistemi nei depositi, spendendo soldi per evitarne il decadimento, ma senza far nulla per compensarne la progressiva obsolescenza tecnologica. Probabilmente troveranno un acquirente le fregate, le navi da assalto e supporto anfibio, le portaeromobili, così come i velivoli da trasporto C-130J e magari gli stessi Harrier, macchine interessanti per i tanti paesi che hanno piccole portaeromobili/portaelicotteri (India, magari Brasile, Corea del Sud, Giappone etc.), per non parlare dei nuovissimi velivoli Astor che potrebbero interessare la Nato o un qualunque altro Paese che desidera una capacità nel settore e non ha molti soldi (anche l’Italia sarebbe bene ci facesse più di un pensierino). In genere i mezzi da combattimento terrestri pesanti britannici non hanno molto successo sul mercato export, ma se si tratta di fare un affare paesi del medio oriente o del golfo che tradizionalmente si approvvigionano nel Regno Unito, come la Giordania, potrebbero farsi sotto. Le forze armate britanniche post Sdsr saranno ancora tra le più agguerrite e capaci a livello Nato, anche se in termini quantitativi/capacitivi forse sarà la Francia ad ottenere la leadership militare europea. Londra dovrà rinunciare al sogno di poter condurre autonomamente operazioni militari ad alta intensità, su vasta scala e con durata significativa… e farà bene a potenziare la guarnigione alle Falklands, le cui riserve di idrocarburi la rendono ancora più interessante per l’Argentina di quando erano note solo per il freddo e le pecore. La Gran Bretagna avrà ancora una certa autonomia nel caso di crisi o situazioni “minori”, ma dovrà per forza appoggiarsi agli Usa o ad altri alleati, con occhio di riguardo per la Francia, per le missioni più impegnative. Semplicemente Londra non avrà alcuna capacità in vari settori, come la difesa antimissile, il pattugliamento marittimo e per almeno un decennio non potrà proiettare forze aeronavali, ma solo anfibie e in misura ridotta rispetto ad oggi. La nuova difesa britannica non sarà quindi “dimezzata”, però dovrà rinunciare alla sua indipendenza, che peraltro era da tempo solo teorica.


dossier

CAMERON E SARKOZY: OK A COLLABORARE SU PORTAEREI, DETERRENTI NUCLEARI E FORMAZIONE MILITARE

LA PAX FRANCO-BRITANNICA NON BASTERÀ DI •

P

STEFANO SILVESTRI E ALESSANDRO MARRONE

otrà la difesa europea cominciare dall’accordo tra Francia e Regno Unito? Non è la prima volta che i due paesi percorrono questa strada, anche se il tentativo precedente, siglato a Saint-Malo da Tony Blair, Jacques Chirac e Lionel Jospin nel 1998, non ha prodotto i risultati sperati. Allora i due paesi preconizzavano una cooperazione a tutto campo che avrebbe dovuto

svilupparsi anche in una dimensione europea comune. Oggi le ambizioni sembrano ridotte al solo rapporto bilaterale e a pochi progetti significativi, ma dobbiamo prevedere comunque importanti implicazioni per la cooperazione europea nel settore della difesa, in particolare quella industriale. I due accordi siglati a Londra, lo scorso novembre, da David Cameron e Nicolas Sarkozy affrontano sostanzialmente tre punti. La condivisione delle rispettive portaerei, da cui potranno operare le forze aeree di entrambi i paesi, con l’obiettivo nel lungo periodo di realizzare una task force congiunta. La collaborazione tra i rispettivi deterrenti nucleari, le cui simulazioni di performance saranno condotte dal laboratorio francese di Valduc, mentre le attività di ricerca saranno svolte congiuntamente nel centro britannico di Aldermaston. La progressiva formazione di una forza militare “expeditionary” congiunta di circa 5mila uomini, in grado di condurre operazioni ad alta intensità, che sarà disponibile anche per missioni Nato, Ue, Onu e per operazioni con altri paesi alleati. Oltre a questi tre elementi, l’accordo comprende punti importanti per la cooperazione su diversi programmi di

procurement e sviluppo di capacità militari. Ad esempio, Francia e Gran Bretagna si sono impegnate a sviluppare un piano congiunto di supporto alla futura flotta di aerei da trasporto A400M, che comprenderà manutenzione, logistica e addestramento. Sempre in campo aeronautico, i due paesi hanno deciso di lanciare nel 2011 una valutazione congiunta degli Unmanned Air Systems per preparare future acquisizioni, e condividere i costi di sviluppo, supporto e addestramento. In prospettiva, la cooperazione riguarderà anche la nuova generazioni di droni da combattimento da sviluppare verosimilmente dal 2012. BAe Systems e Dassault si sono già dette pronte a presentare proposte. Riguardo a sistemi d’arma complessi come i missili l’accordo include un piano decennale di cooperazione, volto ad aumentare efficienza ed interdipendenza della base industriale attraverso una serie di programmi congiunti, che potrebbe comportare cambiamenti importanti anche per la multinazionale europea leader del settore, Mbda. Infine, studi congiunti su possibili cooperazioni industriali sono stati avviati per quanto riguarda le nuove generazioni di sottomarini nucleari e di satelliti per comunicazioni. Francia e Gran Bretagna si sono 25


Risk

Il “pooling&sharing” di assets, cioè la messa in comune e condivisione di capacità militari, è senza dubbio un modo utile per preservare le capacità militari dei due paesi che insieme rappresentano il 44% della spesa militare europea - in tempi di tagli generalizzati ai bilanci della difesa anche impegnate per finanziare ciascuna con 50 milioni di euro l’anno attività congiunte di ricerca e sviluppo su dieci aree prioritarie, che includono comunicazione satellitari, velivoli senza pilota, sistemi navali ed sistemi d’arma complessi. Per la Gran Bretagna resta da vedere come questa rafforzata cooperazione industriale si combinerà con lo stretto rapporto tra Londra e Washington, per quanto riguarda la cooperazione industriale nella difesa e il trasferimento di tecnologie sensibili, oggetto tra l’altro di un trattato bilaterale recentemente ratificato. Il “pooling&sharing” di assets, cioè la messa in comune e condivisione di capacità militari, è senza dubbio un modo utile per preservare le capacità militari dei due paesi - che insieme rappresentano il 44% della spesa militare europea - in tempi di tagli generalizzati ai bilanci della difesa. In quest’ottica l’accordo ha ricevuto l’incoraggiamento dei capi di stato e di governo della Nato durante il recente vertice di Lisbona, considerando che il pooling&sharing di assets dovrebbe rendere le capacità militari - convenzionali e nucleari - dei due paesi più efficaci ed efficienti. Un altro effetto positivo dell’accordo consiste nell’aumentare l’interoperabilità delle forze armate, e quindi la loro efficacia nel quadro delle diverse missioni multilaterali Ue o Nato cui partecipano Gran 26

Bretagna e Francia. Tuttavia, un accordo bilaterale che rimane esclusivamente tale rischia di non rafforzare, ma anzi di indebolire gli stessi framework multilaterali Nato/Ue, in particolare quello Ue che di per se è molto più fragile. Nel 1998 l’accordo di Saint Malo tra Blair e Chirac aveva un chiaro riferimento ed orizzonte europeo e diede luogo a quel processo poi incanalatosi nei consigli europei di Colonia ed Helsinky che hanno gettato le fondamenta dalla politica europea di sicurezza e difesa. L’accordo tra Cameron e Sarkozy è invece privo di tale orizzonte, a parte un incoraggiamento agli altri stati europei a sviluppare le loro capacità militari e civili e un appello alla cooperazione Ue-Nato. L’intesa del 2010 perciò di per sé non è volta a innescare un processo europeo di cooperazione nel campo della difesa, né a ridurre la frammentazione delle capacità militari europee e le relative, inutili duplicazioni. L’accordo si inserisce piuttosto in quello che è un po’lo zeitgeist del sistema internazionale nell’epoca del multipolarismo emergente. Infatti, in parallelo al lavoro di istituzioni e forum multilaterali, si assiste in ogni ambito al “ritorno di fiamma” del bilaterale, con un proliferare di relazioni e rapporti “strategici”. Il punto è che spesso framework multilaterali rischiano di essere inefficienti e inefficaci proprio in virtù del troppo ampio numero di paesi partecipanti: molti ritengono che l’Eda, l’Agenzia Europea degli Armamenti, corra questo rischio. Accordi bilaterali invece riducono l’inefficienza, perché in generale è meno difficile accordarsi con meno attori al tavolo e perché è possibile trovare meccanismi flessibili di compensazione intergovernativi. Tuttavia, tali accordi bilaterali possono rivelare i loro limiti quando, per risolvere i problemi sul tappeto, serve il concorso di altre nazioni, o quando i due paesi firmatari da soli non raggiungono una massa critica sufficiente giustificare programmi di grande ambizione e di alto costo. Per restare al caso dell’accordo francobritannico, se è vero che i due paesi rappresentano il 44% del bilancio complessivo europeo della difesa è anche vero che resta fuori dall’accordo il restante 56%, il cui coinvolgimento potrebbe risultare indispensabile in molti campi. A ciò si aggiunge la possibilità non


troppo remota che diversi rapporti bilaterali entrino in contrasto tra loro, creando nuove sfere di inefficienza o bloccando le collaborazioni auspicate. Ciò ad esempio avvenne per l’accordo del 1998 circa la condivisione della rispettiva intelligence, visto che quella britannica era ed è fortemente condizionata dal rapporto con gli Usa. In questo caso invece potrebbe essere interessante scoprire quale sarà il rapporto tra la “nuova” prevista forza di intervento congiunta franco-britannica e i numerosi altri impegni multilaterali della Francia in questo campo. A livello internazionale, per ovviare a questo genere di problemi presentati rispettivamente dai framework multilaterali e dagli accordi bilaterali, si sta sperimentando la via di costituire un gruppo più o meno informale di paesi che insieme hanno la massa critica sufficiente per affrontare determinate questioni, e il cui numero è sufficientemente basso per mantenere un livello minimo di efficienza. Il G20 è l’esempio più evidente di questa tendenza, in quanto il numero di partecipanti è piccolo rispetto ai 186 membri del Fmi, ma insieme rappresentano l’85% del Pil mondiale. Il G20 a sua volta collabora con il Fmi, da cui riceve rapporti e pareri basati sullo specifico expertise dell’istituzione e che incarica di mettere in pratica a livello tecnico alcune decisioni prese a livello politico dal gruppo dei venti. Per quanto riguarda la difesa europea, si potrebbe pensare ad un meccanismo simile per mettere in relazione fruttuosa accordi bilaterali come quello franco-britannico e framework multilaterali a livello Ue come l’Eda. L’idea, che alcuni oggi chiamano “minilateralismo”, è già prevista dal Trattato di Lisbona attraverso l’istituzione di eventuali cooperazioni strutturate permanenti nel settore della difesa. Tuttavia queste ultime rappresentano una piattaforma legale-istituzionale forse troppo rigida per una cooperazione politica efficiente, e sicuramente inaccettabile per un governo geloso della propria sovranità nazionale e niente affatto euro-entusiasta come quello britannico (e in fondo anche quello francese). Da questo punto di vista il forum della Letter of Intent/Framework Agreement (Loi/Fa) si avvicina di più all’idea di una cooperazione politica tra pochi paesi interessati e capaci di incidere

su determinati dossier, in quanto i partecipanti sono solo sei (Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Spagna e Svezia) ma rappresentano insieme l’80% delle capacità militari europee. Finora le attività di questo forum sono state piuttosto limitate, tuttavia la Loi/Fa ha funzionato nell’elaborare approcci comuni su alcuni dossier che si sono tradotti in inputs e sostegno per le direttive della Commissione Europea sul mercato della difesa e le attività dell’Eda.

Da un punto di vista italiano, tradizional-

mente c’è un chiaro e forte interesse nazionale ad essere presente nei gruppi di testa che si formano nei processi di integrazione europea, incluse le cooperazioni avanzate nel settore della difesa. In questo caso l’Italia dovrebbe essere particolarmente interessata a quanto accade tra Gran Bretagna e Francia, considerato che le forze armate italiane sono quasi sempre dispiegate a fianco di quelle britanniche e francesi nelle missioni Nato, Ue e Onu. Inoltre l’industria italiana della difesa ha un rapporto molto stretto sia con la Gran Bretagna, dove Finmeccanica è il secondo fornitore del ministero della difesa britannico dopo Bae Systems, sia con la Francia, con la quale esistono importanti joint venture ad esempio nel campo spaziale con Thales-Alenia Space, oltre alla stessa Mbda. La sfida per l’Italia è perciò quella di inserirsi in modo costruttivo nel percorso iniziato dall’accordo bilaterale tra Francia e Gran Bretagna, sia per tutelare il proprio interesse nazionale nel settore della difesa, sia per dare una prospettiva europea alla cooperazione tra le principali potenze militari dell’Ue. L’opzione della Loi/Fa potrebbe rivelarsi efficace, in quanto presenta i vantaggi di un formato “minilaterale” rispetto a istituzioni Ue a 26 paesi membri come l’Eda e non comporta quelle rigidità istituzionali e legali che il governo Cameron vuole assolutamente evitare. Potrebbe quindi interessare sia Francia e Gran Bretagna che gli altri paesi membri della Loi/Fa i quali, come l’Italia, hanno un interesse nazionale a fare parte di una cooperazione avanzata europea nel campo della difesa. 27


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dossier

IL PORTAFOGLIO È ANCORA PER L’AFGHANISTAN, MA SI GUARDA ALLA CYBER SECURITY

L’INDUSTRIA IN TEMPO D’AUSTERITY DI

L

CLAUDIO CATALANO

e decisioni prese nella revisione della difesa definiranno per l’industria che tipo di “cliente” sarà il Regno Unito negli anni a venire. La Sdsr è basata sulla Nss e sulla “Forza Futura 2020” per identificare le scelte di politica di difesa e industriale tra 10 anni. La priorità della Sdsr è rendere sostenibile il procurement per la guerra in Afghanistan. Nei prossimi

anni, il ministero della Difesa (MoD) dovrà risarcire al Tesoro dei fondi Urgent Operational Requirements (Uor), misure d’emergenza per sostenere l’impiego operativo, da restituire dopo due anni. Ad oggi, il totale degli Uor ammonta a 3,6 miliardi di sterline, spesi soprattutto per la protezione della forza, elicotteri, Unmanned Air Vehicles ed equipaggiamenti per fanteria. La Spending Review destina altri fondi per l’Afghanistan tramite Uor. Le decisioni della Sdsr sono temporanee e nel 2015 ci sarà una revisione post-ritiro dall’Afghanistan, in attesa delle elezioni politiche. Tra i settori che vedranno i maggiori investimenti: la cyber-security e lo spazio. Dalla primavera del 2011, la Cyber Security Strategy richiederà investimenti per 650 milioni di sterline nei prossimi 4 anni e rafforzerà la cooperazione attraverso un Uk-Us Memorandum of Understanding. La National Space Security Policy includerà gli aspetti militari e civili della politica spaziale, la dipendenza da tecnologia estera e la collaborazione con imprese estere, soprattutto degli Stati Uniti. Le imprese della base industriale e tecnologica per la difesa (Dtib) britannica

sono più influenzate delle grandi società globali, che cercheranno di diminuire l’esposizione, cedendo attività e recuperando liquidità per cercare opportunità o investimenti in altri mercati. L’associazione dell’industria dell’aerospazio, difesa e sicurezza (Ads) ha reso noto al governo, che in caso di incertezza sui finanziamenti le imprese estere della Dtib britannica (Boeing, Eads, Finmeccanica, General Dynamics, Lockheed Martin e Thales) potrebbero disinvestire in cerca di mercati più proficui e anche Bae Systems potrebbe ulteriormente ridurre la propria presenza nazionale. Nel giugno 2010, il ministro della difesa, Liam Fox, ha affermato di voler «ripartire sul rapporto con l’Industria per rispecchiare la mutata situazione economica e spingere avanti il processo di riforma delle acquisizioni della difesa», indicando il supporto e la logistica come un settore dove abbattere i costi «cercando di migliorare il rapporto qualità/prezzo e una maggiore efficacia, dove possibile». Non saranno quindi avviati nuovi grandi programmi per l’acquisizione di armamenti, per il momento, e per raggiungere l’obiettivo 2020 si agirà su tre linee: 29


Risk 1) contenere i costi dei programmi attuali 2) ridurre i numeri delle flotte di mezzi 3) evitare di spendere risorse cospicue in continui aggiornamenti delle piattaforme esistenti, pratica che diminuisce la possibilità di creare nuove tecnologie. La Dtib ha perso nel 2009 circa 7.000 posti di lavoro, ma visti i nuovi indirizzi, un ulteriore calo è inevitabile. Ci sarà una riduzione del supporto per Bae, per i mezzi corazzati, ridotti del 40%, mentre la cancellazione dei programmi di supporto per i velivoli Harrier, che saranno ritirati dal servizio già nel prossimo anno, non è compensata dall’aggiornamento del Tornado. Bae si riposiziona dunque nella cybersecurity attraverso Detica, cercando di cogliere le nuove opportunità previste dalla Sdsr. Il contratto di 15 anni firmato dal ministero della Difesa nel 2007 per le portaerei salva i cantieri navali, rendendo difficile la cancellazione di una o entrambe le portaerei, poiché il governo deve garantire almeno 12 anni di lavoro ai siti di Bae in Scozia e a Portsmouth e di Babcock a Rosyth. Babcock è però influenzata dall’uscita dal servizio dei velivoli Harrier e delle aerocisterne VC10. Rolls Royce è danneggiata dalla cancellazione degli Harrier e del suo successore, l’ F35B per cui sviluppava il sistema di propulsione “lift fan” per short-takeoff, vertical-landing (Stovl). Riassume, quindi, importanza il propulsore alternativo F136 sviluppato da R-R insieme alla statunitense GE in competizione con il Pratt & Whitney F135. Il pattugliatore marittimo Nimrod MRA4 è costato 3 miliardi di sterline, con costi per unità aumentati del 200% ed è stato uno dei progetti cancellati dal ministero della difesa. Secondo il Major Projects Report 2010, però, i 22 mesi di ritardo sono dovuti alla decisione del MoD di posticipare l’entrata in servizio del velivolo per dirottare i fondi così risparmiati per l’Afghanistan. La sua cancellazione di fatto elimina le capacità di Bae nell’avionica avanzata, che erano concentrate nel sito di Woodford, soprattutto dopo la decisione di dismettere già nel 2010 il velivolo Nimrod MR2 da sorveglianza elettronica, che sarà sostituito dal RV-135 Rivet Joint per signal intelli30

gence, che affiancandosi al velivolo da sorveglianza aerea E-3D Sentry Awacs, crea una crescente dipendenza dagli Stati Uniti nel segmento. Bae aveva sperato in un programma di signal intelligence basato su piattaforma Nimrod, ma la proposta è stata respinta dal ministero, che ha preferito puntare su una versione speciale per le esigenze britanniche del velivolo statunitense. Il programma per i missili balistici a testata nucleare lanciati da sottomarini Trident è un altro aspetto importante della special relationship. Alla fase di definizione del concetto, sospesa fino al 2016, partecipano Babcock, Bae e Rolls-Royce. Gli attuali missili Trident D-5 della Lockheed Martin sono dotati di testate nucleari britanniche, ma la manutenzione è effettuata negli Stati Uniti. Lockheed Martin ha anche ottenuto un contratto per l’armonizzazione del sonar dei battelli che impiegano questi missili con il programma con l’Arci della US Navy. E il programma Trident britannico rientra nel Trident D5 life-extension della Us Navy, volto a tenere in servizio la classe di sottomarini nucleari statunitensi Ohio fino al 2042. Il Regno Unito partecipa con circa 250 milioni di sterline a questo programma. Tra le imprese estere, Boeing ha visto ridotto l’acquisizione di elicotteri da trasporto pesante Ch-47 Chinook addizionali; General Dynamics Uk si è invece assicurata il programma per il veicolo corazzato Fres Scout Vehicle e il programma Bowman; Thales Uk è ben posizionata nell’elettronica per la difesa con il programma Future Integrated Soldier Technology volto alla modernizzazione delle dotazioni dei soldati, ma anche per gli apparati destinati alle nuove portaerei e con il programma per il velivolo senza pilota da sorveglianza Watchkeeper. Tuttavia nel 2010, Thales Uk, che doveva realizzare risultati per 95 milioni di euro, si è fermata solo a 30 milioni. Thales peraltro potrebbe entrare in Mbda (società missilistica europea le cui quote azionarie sono in mano ad Eads, Bae Systems e Finmeccanica), insieme a Sagem, per formare un polo missilistico a guida sempre più francese, nel quadro del progetto di con-


Risk solidamento e riduzione di duplicazioni “one Mbda” tra Francia e Regno Unito. Eads vede risparmiato per mancanza di alternative, l’A330 dell’AirTanker consortium (Airbus, Babcock, Rolls-Royce, Thales e Cobham), ma rinegozierà una private financial initiative. Esce bene Sdsr anche la società elicotteri-

Le imprese della base industriale e tecnologica per la difesa britannica sono più influenzate delle grandi società globali, che cercheranno di diminuire l’esposizione, cedendo attività e recuperando liquidità per cercare opportunità o investimenti in altri mercati. L’associazione dell’industria dell’aerospazio, difesa e sicurezza ha reso noto che in caso di incertezza sui finanziamenti le imprese estere della Dtib (Boeing, Eads, Finmeccanica, General Dynamics, Lockheed Martin e Thales) potrebbero disinvestire stica Eurocopter (Eads), che vede confermato l’aggiornamento degli elicotteri Puma fino al 2022. Per Finmeccanica, il Regno Unito costituisce il secondo mercato domestico, dove è il maggiore investitore estero, con eccellenze nell’elicotteristica e elettronica per la difesa, attraverso AgustaWestland, Selex Galileo, Selex Communications, Selex Integrated Systems, Drs Uk. Partecipa a consorzi ai quali pren32

de parte anche il Regno Unito, come Panavia, che ha realizzato il cacciabombardiere Tornado, Eurofighter che produce il cacciabombardiere Typhhon, il programma statunitense F-35 relativo al velivolo Joint Strike Fighter o il programma elicotteristico EH101, che ha costituito la base che poi ha portato alla fusione di Westland con Agusta, dando vita ad un’impresa transnazionale anglo-italiana. AgustaWestland è oggi, il principale fornitore del MoD nel settore elicotteristico e il suo bilancio della Sdsr è roseo. Alcuni dei velivoli cancellati dovranno essere sostituiti nelle loro missioni da elicotteri, le nuove portaerei potranno imbarcare, a seconda della missione, 12 elicotteri AW-101 Merlin per pattugliamento antisommergibile o Sar oppure 8 elicotteri Apache da combattimento. La decisione di ridurre il numero dei Ch-47 libera poi fondi per la manutenzione e acquisto di altri tipi di elicotteri. Sarà così completato l’aggiornamento di 12 elicotteri Lynx alla configurazione Ah.9A, finanziato come Uor. Il MoD ha confermato l’adozione dell’elicottero AW159 Wildcat (ex Future Lynx) per esercito e Royal Navy e con l’introduzione della versione da ricognizione e comando e controllo costituiranno il nerbo della flotta elicotteristica. I numeri dei Merlin e Wildcat in versione antinave e antisommergibile dipenderanno a seconda della consistenza flotta navale, ma il Merlin sarà potenziato per esigenze delle operazioni anfibie per supportare un gruppo Royal Marines Commando. Nell’elettronica, Finmeccanica ha eccellenze riconosciute nelle tecnologie radar allo stato solido, nell’ elettro-ottica e nell’ electronic warfare. Tra i prodotti più apprezzati: il sistema “Albion” con tecnologia Eos (Thermal Imaging) e il radar a scansione elettronica per il Typhoon realizzato da Selex Galileo, la Personal Role Radio e il sistema di guerra elettronica jammer anti-Ied (ordigni esplosivi improvvisati) Guardian di Selex Comm, questi ultimi acquistati tramite Uor. Tra i progetti di sviluppo c’è il futuro velivolo senza pilota, la cui realizzazione sarà guidata da Bae


dossier System, con la partecipazione di Alenia Aeronautica e Selex Galileo. Il relativo accordo è stato firmato in occasione del salone aerospaziale di Farnborough, durante il quale è stato anche firmato un accordo tra le associazioni italiana e britannica delle industrie aerospaziali e della difesa, Aiad e Ads, per la reciproca promozione delle esportazioni.Nel settore spaziale, il satellite militare per le comunicazioni italiano Sicral 1 è stato utilizzato anche dalla forze britanniche impegnate in Afghanistan nel 2001-2002. Con l’acquisto della società britannica Vega, avvenuto nel 2008, Finmeccanica ha accresciuto la sua presenza nelle attività spaziali e ha aperto un sito ad Harwell, nel nuovo Uk space hub. Finmeccanica è anche all’avanguardia nel Through-Life Capability Management (Tlcm) che si concentra sull’aggiornamento e assistenza a ciclo di vita intero. Introdotto nel 1998 dalla smart procurement initiative, il Tlcm parte dal presupposto che il prezzo di acquisto rappresenta solo una frazione del costo totale nel caso di piattaforme e sistemi d’arma complessi che rimangono in servizio operativo a lungo, con continui aggiornamenti. Le partnership pubblico-private, quindi, sono un mezzo per MoD per incrementare l’efficienza nel supporto logistico e raggiungere l’eccellenza nel gestire i programmi a lungo termine, con una graduale assunzione del rischio per l’industria. Il MoD ha concluso, nel 2006, lo Special Partner Arrangement (Spa) con AgustaWestland, affidandogli un ruolo nello stabilire i requisiti e il supporto operativo per la flotta elicotteri. Un Business Transformation Incentivisation Agreement include obiettivi nella riduzione dei costi, tempistica reperibilità di velivoli per uso operativo. Lo Spa ha dimostrato che questo tipo di contratti rende effetti immediati sull’assistenza ai reparti operativi. Elementi chiave sono gli Integrated Operational Support (Ios) per gli elicotteri Merlin (Imos), Sea King (Skios) e Apache. L’Imos ha introdotto forme di pagamento del servizio basate sulle ore di volo effettuate e accordi di incentivazione associati alla manutenzione e supporto, al numero di elicotteri

operativi e all’addestramento degli equipaggi. L’accordo per Imos copre i primi 5 anni di un contratto della durata di 25, ha un valore di 658 milioni di euro e porterà all’MoD un risparmio del 20% sul supporto. Grazie alla attività di AgustaWestland inoltre è migliorata fino al 20% la prontezza operativa degli elicotteri Merlin e nel primo anno di efficacia del contratto il tempo necessario per effettuare i controlli tecnici ordinari si è ridotto da 129 a 18 giorni. A conferma dell’importanza di queste attività per il MoD si considere che gli Ios valgono il 50% del totale delle attività di servizio e supporto di Agusta Westland, che a loro volta costituivano già il 23% del portafoglio ordini nel 2009. Lo Spa e Ios servono poi da progetto pilota per sviluppare forme standard per questo tipo di contratti.

Nei contratti di Service, la “alleanza avionica”

Total Support Services (Tss) di Selex Galileo, Thales Uk, Defence Support Group e Ge Aviation, offre ad Imos assistenza nella manutenzione e riparazione di secondo livello degli elicotteri Merlin in prima linea, con una pianificazione rapida e innovativa per la gestione delle riparazioni. E a conferma che il nuovo concetto funziona, va ricordato che al Tss è stato conferito il Certificate of Commendation per l’eccellenza dimostrata nel supporto operativo. Il buon esito di Spa ha poi favorito l’adozione del Wildcat, citato come esempio positivo nel Major Projects Report 2010, perché l’MoD lavorando con AgustaWestland ha ridotto i costi addizionali per ciascuno, malgrado una riduzione del 23% del numero di velivoli abbia poi ridotto il risparmio al 12% sul costo totale. Comunque un risultato straordinario considerando quanto avviene normalmente nei programmi di acquisizione di sistemi militari Un altro esempio di cooperazione difesa-industria riuscita, è il Team Complex Weapons, avviato nel luglio 2008 per il settore missili, come partnership tra MoD e Mbda, Thales Uk, Roxel e QinetiQ. Due contratti sono stai assegnati a Mbda e Thales Uk per progetti nella fase di valutazione, quello relativo al 33

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Risk missile Fire Shadow e quello per missili antinave elitrasportati, leggeri e pesanti; vi è poi l’aggiornamento mid-life del missile da crociera aria-superficie Scalp-Storm Shadow; i nuovi missili Spear destinati a cacciabombardieri ed elicotteri e i futuri sistemi missili navali anti-aerei Flaads. Il modello Tlcm, dove attivato, ha dimostrato di funzionare bene, ma i settori dove è applicato sono per ora molto limitati, motivo per cui, nei prossimi mesi, il MoD rinegozierà non solo i contratti con l’industria, ma rivedrà gli interi principi del procurement. L’MoD dovrà assumere una mentalità ed un approccio molto più “commerciali”, con attenzione alla stabilità nel finanziamento, ai… dividendi, al ritorno degli investimenti e alla promozione delle esportazioni, ma in cambio, l’Industria dovrà fornire il rapporto qualità/prezzo più vantaggioso. Un green paper preliminare è stato pubblicato nel dicembre 2010, in attesa del white paper Defence and Security Industrial and Technology Policy (Dsitp) atteso per il secondo trimestre 2011, che includerà sicurezza e cyber-security e sarà poi aggiornato nel 2015 con la nuova Sdsr. Il MoD condurrà una serie consultazioni con l’Industria aerospaziale e della difesa a proposito del Green Paper, perché la Camera dei Comuni, nel rapporto sulla Sdsr (HC 345), ha già rilevato che questa è stata intrapresa senza alcuna consultazione con l’industria, coinvolta in settori limitati, aumentando così il rischio che la valutazione delle capacità militari sia slegato dai costi effettivi e dalla tempistica dei programmi necessari a realizzarle. La discussione con l’industria porterà sicuramente ad una revisione, settore per settore, nelle strategie di acquisizione. L’MoD intende sostenere le Pmi (piccole e medie imprese) innovatrici, soggette ai ritardi e rischi dei processi di acquisizione, per questo i grandi gruppi dovrebbero sostenerle, mentre sarà richiesto un maggior ruolo alle associazioni industriali per ridurre il costo del “fare affari” con il MoD. Un concetto importante consiste nella intenzione di assicurare la protezione delle capacità industriali nazionali attraverso programmi nazionali per evitare perdita di know how. Concetto simile alla 34

Appropriate Sovereignty della Defence Industrial Strategy del 2005, che nasceva dalla necessità di mantenere Bae nel Regno Unito. I “requisiti sovrani” nei settori di importanza strategica saranno bilanciati dall’acquisto off-the-shelf, soprattutto dagli Stati Uniti, di altri sistemi e tecnologie, per assicurare all’MoD la massima qualità/prezzo. Il che in qualche misura potrebbe portare ad una diminuzione dei fondi per la ricerca e sviluppo. Riconoscendo il ruolo della scienza e tecnologia per la sicurezza futura, il MoD ritiene, quindi, necessaria la cooperazione bilaterale nel finanziamento di programmi, per migliorare sia l’interoperabilità che l’esportabilità dei prodotti. In pratica un nuovo approccio “collaborativo” per condividere i costi di ricerca e mantenere una capacità in diverse aree tecnologiche essenziali.

Infine, la promozione delle esportazioni serve

a sostenere la Dtib, data la riduzione della domanda interna. Le imprese britanniche dovrebbero compensare le perdite di fatturati e ricavi grazie alle esportazioni, ma la Sdsr non apporta alcuna misura specifica di sostegno all’export dei prodotti aerospaziali e della difesa. Inoltre, la politica di offset (compensazioni industriali) nei mercati d’interesse, non depone a favore della crescita della Dtib britannica. La domanda dei paesi emergenti del resto è spesso frammentaria e c’è grande concorrenza internazionale. In Brasile, il Regno Unito ha firmato in ottobre un trattato per la collaborazione navale, ma l’Italia ha già una trattativa molto avanzata per la realizzazione di nuove unità navali per la locale marina, così in India . uno dei mercati domestici di Bae - la Francia, con la vendita dei sottomarini classe Scorpène, ha battuto “in casa” il Regno Unito. Stati Uniti e Russia sono concorrenti a livello globale e la Cina lo diventerà presto. L’agenzia per l’export militare (Ukti Dso) registra comunque un aumento delle esportazioni da 4,2 miliardi di sterline del 2008 a 7 miliardi nel 2009, dovuta alla crescita dimensionale del mercato globa-


le, passato da 50 miliardi di dollari del 2008 a 65 miliardi del 2009. Le maggiori esportazioni britanniche vanno all’Arabia Saudita e Stati Uniti; sono poi mercati di interesse Australia, Brasile e India oltre a Turchia e Emirati Arabi Uniti. Secondo un rapporto di Ads, invece, nel 2009 le vendite negli Stati Uniti sono diminuite del 20%. Ads ha indicato la causa di questa flessione nella diminuzione della spesa in ricerca e sviluppo militare del 12%, per questo motivo ritiene necessario migliorare la qualità e la competitività tecnologica dei prodotti britannici per aumentare effettivamente l’export, e ciò può avvenire solo incrementando gli stanziamenti per la R&S. Certo gli attuali ostacoli normativi non aiutano questo sforzo. Il trattato sulla cooperazione negli scambi della difesa Us-Uk del 2007 è stato ratificato dal Senato statunitense solo il 29 settembre 2010. L’obiettivo del trattato è migliorare l’interoperabilità in operazioni militari ed antiterrorismo e rafforzare la cooperazione industriale, facilitando gli scambi d’informazioni e tecnologie in una “comunità approvata” - che include le imprese estere della Dtib - mentre è comunque prevista una lista di tecnologie sensibili escluse dal trattato. Un problema è rappresentato da Bae Systems, la quale, sotto indagine negli Stati Uniti, potrebbe addirittura essere esclusa dalla “comunità”, sebbene Bae abbia già una fortissima base negli Stati Uniti. Il trattato dovrebbe facilitare la vendita di equipaggiamenti statunitensi al MoD, in particolare per rispondere agli Uor, ma non è ancora chiaro se gli effetti del trattato comporteranno per converso un aumento delle esportazioni britanniche. Secondo alcuni analisti, il trattato non porterà i vantaggi sperati dalla Gran Bretagna, perché non copre alcune tecnologie importanti, come i propulsori aeronautici di Rolls Royce, mentre qualificarsi per entrare nella “comunità approvata” porta costi e ritardi burocratici. Solo il tempo dunque dirà se la Sdsr e la Dstip porteranno ad una rivoluzione nelle politiche di difesa, ma nell’era di austerità, l’interoperabilità e la collaborazione industriale con Stati Uniti, Francia e Italia, presenti nella Dtib britannica, si rende assolutamente strategica.

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DA FIORE ALL’OCCHIELLO DELLA BRITISH ARMY A SIMBOLO DI UN FALLIMENTO

QUALE DESTINO PER IL NUCLEARE? DI •

ANDREA MARGELLETTI E PIETRO BATACCHI

ettate ormai da mezzo secolo le vesti imperiali, il Regno Unito è alle prese con una delle questioni più complesse che una nazione possa affrontare: ripensare sé stessa. Una questione che si pone nei classici termini politico-strategici delle percezioni e dell’immagine che uno Stato ha di sé rela• tivamente a tutti gli altri. Per la Gran Bretagna, così come per altri paesi,

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la questione era rimasta sospesa per tutto il ventennio successivo alla Guerra Fredda. Oggi, la crisi economica ha costretto ad un’improvvisa accelerata in tale direzione. A metà ottobre 2010, infatti, il nuovo Governo di coalizione (conservatori/liberal-democratici) inglese ha pubblicato la Strategic Defense and Security Review 2010, accompagnata alla nuova National Security Strategy, i due documenti d’indirizzo destinati a mutare radicalmente il volto della strategia e dello strumento militare britannico nei prossimi anni. Nel complesso, ciò che entrambi hanno delineato, è stata una vera e propria rivoluzione nel modello di Difesa britannico, segnata da una serie di tagli senza precedenti. Le previsioni peggiori, che parlavano di una riduzione del budget del 10/20%, sono tuttavia state scongiurate, ma lo stesso, il taglio dell’8% agli stanziamenti nei prossimi quattro anni, inciderà profondamente sulle capacità militari britanniche. Il premier Cameron ha alla fine cercato un punto di equilibrio tra ciò chiedeva il Cancelliere dello Scacchiere George Osborne, e le pressioni della Casa Bianca, preoccupata che il 36

proprio alleato più affidabile potesse vedersi ridurre troppo sensibilmente il suo potere militare. Con i due documenti, il Governo britannico ha compiuto un’autentica scommessa. Non si sa quanto davvero voluta e quanto semplicemente imposta dagli effetti della crisi e dalle restrizioni economiche. La scommessa sta nell’immaginare un’evoluzione degli scenari nei prossimi 5/20 anni, tutta segnata dalla minaccia del terrorismo e da nuovi rischi, come quelli derivanti da eventuali cyberattacchi. Nel dettaglio, i due documenti delineano un quadro contraddistinto da una scala di priorità che al primo posto vede il rischio di terrorismo e di attacchi cibernetici, appunto, assieme a instabilità internazionale e disastri naturali. Scenari tutto sommato soft, in cui le Forze Armate britanniche sarebbero chiamate ad operare come forze di stabilizzazione, o al limite come forze di contro-guerriglia, esattamente come sta accadendo tuttora in Afghanistan. Al secondo posto vengono scenari legati ad eventuali attacchi con armi di distruzione di massa al territorio britannico, o al territorio dei possedimenti d’oltremare


dossier e solo al terzo posto uno scenario convenzionale classico, ovvero di conflitto su larga scala con un altro stato (theater war). In definitiva, il Regno Unito ritiene che da qui a 20 anni, la minaccia principale sarà il terrorismo, compreso quello in forma cyber, e l’instabilità internazionale dovuta al fallimento delle compagini statuali in alcune aree del sistema internazionale. Nessun riferimento a potenze emergenti o a conflitti regionali, come quello delle Falkland nel 1982, o come la stessa prima fase della guerra in Iraq nel 2003. E’ la prima volta, dunque, che una potenza europea come il Regno Unito abbandona l’ipotesi di un conflitto convenzionale su larga scala, condotto con le sole risorse nazionali. In questo, appare evidente il drastico ridimensionamento rispetto agli anni passati quando, per esempio in Iraqi Freedom, il Regno Unito fu in grado di mettere in campo una forza “d’invasione” di oltre 60.000 uomini di cui oltre 20.000 operativi. Di fatto, con la nuova Sdsr gli inglesi hanno riconosciuto come la stessa Iraqi Freedom abbia rappresentato l’ultimo esempio di conflitto convenzionale. Se lo scenario è questo, allora, le FA britanniche saranno chiamate ad operare nei prossimi anni esclusivamente nell’ambito di missioni internazionali strutturate guidate da Nato o Ue, o nell’ambito di coalizioni ad hoc a fianco del principale alleato che restano gli Usa. E comunque mai da sole. Lo strumento militare verrà rimodellato di conseguenza secondo criteri ispirati a maggiore flessibilità e jointness. Sarà più snello e spendibile, maggiormente proiettabile e “plug-in” nel dispositivo militare americano. Questo passaggio sarà accompagnato da una riduzione degli effettivi molto consistente. Nei prossimi dieci anni, le Forze Armate di Sua Maestà perderanno 17 mila soldati facendo scendere il totale a 175 mila, meno di quanti ne abbia oggi l’Italia e il corpo dei Marines statunitense. La Difesa dovrà fare a meno anche di 25 mila dipendenti civili mentre per quanto riguarda le

I quattro sottomarini Ssbn classe Vanguard costituiscono attualmente il deterrente nucleare strategico britannico. In servizio dalla metà degli anni Novanta, sono armati con i missili balistici intercontinentali Trident II D-5 ed hanno rimpiazzato gli Ssbn classe Resolution (armati con i missili Polaris) nuove acquisizioni diversi programmi subiranno ridimensionamenti o addirittura la cancellazione. In generale, le spese per il procurement verranno ridotte del 18% nei prossimi anni. In questo quadro, il destino del deterrente nucleare resta sospeso dopo che il Governo inglese ha deciso di posticipare ogni decisione in tal senso a dopo il 2015. Una soluzione di compromesso tra chi, come peraltro molti militari, era favorevole ad un suo smantellamento e chi, invece, era favorevole a mantenere in vita uno dei simboli residuali della potenza britannica. Per i primi, l’arsenale atomico sarebbe soltanto una costosissima eredità della Guerra Fredda che distoglierebbe fondi da ben più importanti, e concrete, esigenze come la partecipazione a missioni fuori area e l’impegno contro i rischi legati al terrorismo. Al contrario, chi è favorevole al mantenimento del deterrente ritiene che sia proprio questo la garanzia contro l’incertezza e la volatilità degli attuali scenari. Di fatto, questa seconda concezione era prevalsa fino ad oggi. Finita la Guerra Fredda, i maggiori documenti di indirizzo politico-strategico britannici, dalla Sdr al White Paper, riassunti poi nel Green Paper del 37


Risk dicembre 2006, avevano riconosciuto che la principale giustificazione per la sopravvivenza dell’arsenale nucleare britannico consisteva nella deterrenza che questo poteva ancora fornire in casi di contingenze più o meno prevedibili. Una possibile rinascita della Russia, una minaccia globale da parte della Cina, e, più nell’immediato, una minaccia da parte di rogue states e similari. Un’assicurazione contro l’incertezza e l’imprevedibilità di un sistema internazionale nel quale sopravvivevano, e sopravvivono tuttora, diverse potenze nucleari e che vede tra le minacce principali quella della proliferazione di armi di distruzione di massa. Pur ribadendo l’impegno per il disarmo e per «un mondo più sicuro in cui non ci sia più posto per le armi nucleari», l’allora Governo Blair, con la Sdr 1998, ha ritenuto indispensabile mantenere un arsenale nucleare come deterrente minimo necessario per dissuadere ogni minaccia agli interessi considerati vitali. Da un punto di vista quantitativo, il documento ha fissato in meno di 200 il numero di testate operative disponibili: un potenziale del 60% inferiore rispetto al livello raggiunto alla fine della Guerra Fredda. Questa, di fatto, è la situazione che vige ancora oggi.

I quattro sottomarini Ssbn classe Vanguard

costituiscono attualmente il deterrente nuclearestrategico britannico. In servizio dalla metà degli anni Novanta, sono armati con i missili balistici intercontinentali Trident II D-5 ed hanno rimpiazzato gli Ssbn classe Resolution (armati con i missili Polaris). I Vanguard hanno un dislocamento in immersione di ben 15.900 tonnellate, una lunghezza di 149,5 metri ed una larghezza 12,8 metri. Dopo la dismissione dell’arsenale nucleare tattico a doppia chiave ed il ritiro della bomba di aereo WE177, nel marzo 1998, i Trident II D5 sono la sola arma nucleare presente oggi nell’arsenale britannico. I Vanguard sono dotati di 16 missili e sono ospitati nella base navale di Clyde, in Scozia. Dei quattro sottomarini, uno è costantemente in opera38

zione per la conduzione di operazioni di pattugliamento strategico (rispetto al periodo della Guerra Fredda, quando un Ssbn aveva un tempo di lancio dei missili nell’ordine di qualche minuto, oggi il Vanguard in pattugliamento ha un tempo di lancio di qualche giorno). Altri due sottomarini restano in porto per le attività addestrative o stazionano in acque locali, ma possono essere dispiegati con brevi tempi di preavviso. L’ultimo dei quattro Vanguard è invece “fermo” per manutenzione ed eventuali riparazioni ed è dispiegabile soltanto con un tempo di preavviso piuttosto lungo. Il sistema di pattugliamento strategico britannico è coordinato con le analoghe operazioni condotte dagli Ssbn francesi. L’acquisizione da parte del Regno Unito dei missili Trident risale ad un accordo tra Governo britannico e Governo americano del marzo 1982 e rientra nel quadro della partnership strategica tra Usa e Regno Unito regolata dagli accordi di Nassau (con la quale il Regno Unito si assicurò tra l’altro i missili balistici lanciabili da sottomarino Polaris). Nell’ambito di tale partnership, gli inglesi accettarono di “multilateralizzare” il proprio deterrente nucleare legandolo, di fatto, a quello americano. Terminavano così anni di trattative e tensioni tra i due alleati e la politica estera e di sicurezza britannica perdeva definitivamente la propria autonomia vincolandosi a quella americana secondo i paletti e i canoni della special relationship. I Trident II possono portare fino a 12 testate indipendenti di rientro Mirv (Multiple Independently Targeted Reentry Vehicle), ridotte a 8 con i trattati Start, ed hanno una gittata di oltre 7.000 Km. Come i missili Polaris che hanno sostituito, i Trident II D5 sono missili “americani”, prodotti da un’azienda americana, la Lockheed Martin, come americano è il design dei pozzi di lancio. A dimostrazione della dipendenza del deterrente britannico dagli Stati Uniti ed il grado di controllo che questi ultimi continuano ad esercitare su di esso. È interessante notare che già la Sdr 1998 aveva


limitato la capacità dei missili Trident Iid5 a sole tre testate, per un totale di 48 testate per sottomarino (in considerazione della flessibilità dei Trident il numero è ampiamente variabile), affidando ai Vanguard anche il ruolo di piattaforma per lo strike sub-strategico (fino al 1998 di spettanza dei Tornado della Raf). Per strike sub-strategico generalmente si intende un uso dell’arma nucleare limitato e selettivo, ma sufficiente a convincere un ipotetico aggressore a porre termine al suo attacco mettendolo di fronte all’alternativa di dover subire un ulteriore strike, questa volta di tipo strategico e, dunque, un costo ancor maggiore. Un ruolo che questi missili possono svolgere, a differenza dei Polaris, in virtù della loro maggiore precisione e flessibilità. Il concetto di raid sub-strategico è di fatto del tutto simile a quello del francese final warning, ed è indice del fatto che anche nella dottrina nucleare britannica post-Guerra Fredda l’intenzione è stata sin da subito quella di ripensare il deterrente secondo requisiti di maggiore flessibilità ed operatività, più in linea con le incertezze dei nuovi scenari. In virtù della portata, precisione e flessibilità dei Trident D5, i Vanguard possono benissimo soddisfare questo requisito e garantire la copertura di quei bersagli sub-strategici un tempo assegnati agli aerei Tornado. Al proposito, il Vanguard in operazione di pattugliamento strategico potrebbe vedere una parte dei propri missili armata con tre testate ed una parte con una testa singola (in quest’ultimo caso la portata dei missili può essere estesa fino ad oltre i 10.000 km). In questo modo, regolando la potenza prima del dispiegamento, una singola testata del Trident sarebbe in grado di garantire la copertura alle truppe britanniche dislocate fuori area o strike contro obiettivi sensibili legati a programmi di armi di distruzione di massa o similari. Dopo un dibattito andato avanti per anni, come si ricordava, la Sdsr ha deciso di spostare una decisione definitiva in merito al deterrente nucleare britannico a dopo il 2015 e questo, di fatto, verrà per


Risk il momento mantenuto così com’è. Contro un suo ammodernamento esistono tre obiezioni di fondo. Quelle strategiche dicono che il Trident è figlio dell’epoca della Guerra Fredda (risale infatti al 1982) e, dunque, sostanzialmente inadeguato a rispondere alle sfide asimmetriche dell’oggi. Quelle “morali” sostengono che se una potenza nucleare vuole impedire ad altri di dotarsi di un proprio arsenale atomico, dovrebbe sensibilmente ridurre o rinunciare al proprio, conferendo così maggiore credibilità alle iniziative nel campo della non-proliferazione. Infine, i costi sproporzionati, ovvero l’argomento forse più forte a giocare contro il mantenimento dell’atomica made in Uk. Secondo le stime ufficiali dei passati governi, rinnovare il sistema Trident verrebbe a costare al contribuente britannico tra i 15 e i 20 miliardi di sterline (coloro che si oppongono al rinnovo del programma parlano di cifre anche quattro volte superiori). Gli stessi militari sembrano condividere le preoccupazioni sugli eccessivi costi del deterrente nucleare: con una lettera al Times del 21 aprile 2010, per esempio, quattro alti generali in pensione hanno preso pubblicamente posizione, sostenendo che i (tanti) soldi investiti nel Trident sono risorse non assegnate ai soldati. Con i soldi risparmiati, infatti, si potrebbero acquistare equipaggiamenti più efficienti per le forze speciali, assicurarne un migliore addestramento, portare a termine con più tranquillità i maggiori programmi di acquisizione in corso, garantire una più efficiente manutenzione ai mezzi, cercando, nel complesso, di mantenere su alti livelli di efficienza lo strumento militare convenzionale.

discussioni per lo sviluppo congiunto di un nuovo sommergibile strategico per il lancio di missili intercontinentali. Il Regno Unito, appunto, parteciperebbe al programma, condividendone una parte dei costi, anche se la parte del leone la farebbero gli Stati Uniti. Con la nuova Quadrennial Defense Review statunitense, il documento di indirizzo politico-militare pubblicato dal Pentagono la scorsa primavera, l’amministrazione Obama ha confermato l’esigenza di dotarsi di un nuovo Ssbn con il quale rimpiazzare l’attuale classe di sottomarini strategici Ohio. Secondo alcune indiscrezioni, il costo complessivo del nuovo programma, inclusi costi di progettazione e supporto logistico, si aggirerebbero sugli 80 miliardi di dollari, una cifra mostruosa che sembrerebbe scoraggiare la controparte britannica, alle prese, più che con l’acquisizione di un nuovo sistema d’arma, con la ridefinizione della propria identità.

Con i nuovi documenti

d’indirizzo politico-strategico, gli inglesi sembrano coraggiosamente aver preso atto dei nuovi scenari internazionali che, difficilmente, presenteranno contingenze convenzionali maggiori. In tale ambito, ogni impegno internazionale verrà preso per fronteggiare conflitti a bassa intensità militare nell’ambito di coalizioni internazionali. In realtà, vi sono tutta una serie di problematiche da mettere in rilievo. La prima, e la più ovvia, è che potrebbe anche non essere così, e che non è detto che nei prossimi 20 anni non debba ripresentarsi una guerra di teatro convenzionale. Ma anche se veramente gli scenari dovesse evolvere secondo quanto immaginato, il Regno Unito perderebbe La Sdsr 2010 ha, come abbiamo visto, deci- lo stesso una parte significativa delle proprie so di non decidere e la questione del deterrente capacità militari, con gravi ripercussioni sullo nucleare resta per il momento congelata, in atte- status internazionale. L’altra considerazione sa di capire anche quali saranno gli scenari eco- riguarda invece gli effetti della partecipazione nomici che si svilupperanno da qui al 2015. Con del Regno Unito alla guerra globale al terrorigli Stati Uniti sono attualmente in corso le smo. Nove anni di impegno militare in Iraq ed 40


Afghanistan hanno, di fatto, comportato un sacrificio economico alla lunga insostenibile. Per finanziarie e mantenere fede a questo impegno, Londra è stata costretta per anni a ricorrere a politiche di deficit spending, ma adesso, un rapporto deficit/Pil cresciuto ad oltre l’11%, ha costretto ad un taglio deciso delle spese che, come abbiamo visto, comporterà un rallentamento della modernizzazione, come in parte è accaduto anche per gli Usa, ma anche il cambiamento delle linee guida dello strumento militare con il suo riallineamento a quello di una “qualunque” media potenza regionale.L’incertezza sullo status del deterrente nucleare conferma questa tendenza di fondo. Probabilmente, il Regno Unito si appresta, esattamente come accaduto dopo la Seconda Guerra Mondiale, ad accettare un deliberato ridimensionamento del proprio ruolo sul piano globale. Londra sarà sempre di più una potenza regionale come tante altre che, per mantenere un residuo di capacità di influenza globale, potrà contare solo sul proprio seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell’Onu - ma in questo caso una riforma del Consiglio che, prima poi, dovrà esserci, indebolirà anche questo potere residuale - e sul proprio “potenziale” di coalizione in ambito Nato o Ue. Se poi, nel 2015, dovesse arrivare la decisione di rinunciare all’arma atomica, questa trasformazione avrebbe anche la sua definitiva consacrazione formale.


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EDITORIALI/MICHELE

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La sicurezza è una cosa seria Ci sono paesi che fanno le scelte e le attuano e ce ne sono altri dove ci si limita a parlarne, qualche rara volta nelle sedi istituzionali e troppo spesso nei talk show televisivi e sempre solo se è proprio necessario, perché la tendenza sarebbe di non parlarne proprio. Il Regno Unito fa parte dei primi. Emblematiche le decisioni assunte dal Governo Cameron nel campo della difesa. Appena eletto ha subito adottato i provvedimenti preannunciati, in termini generali, nel suo programma e durante la campagna elettorale, declinandone ovviamente i dettagli sulla base delle verifiche che potevano essere fatte solo una volta insediatosi. E questo è già un primo insegnamento: le decisioni dolorose, come lo sono in generale tutti i tagli della spesa pubblica, vanno prese all’inizio del mandato, quando maggioranza parlamentare e governo sono sulla cresta dell’onda elettorale e quando si ha davanti tutta la legislatura per dimostrarne gli effetti positivi o, per lo meno, ammortizzarne le conseguenze negative. La riduzione della spesa militare rappresenta, infatti, un’operazione di questo secondo tipo. Lo strumento militare serve in caso di necessità: è un’assicurazione sulla sicurezza del Paese e come tutte le assicurazioni dimostra la sua utilità solo nel momento del bisogno. Se si dovesse verificare che, a causa dei tagli, non si è in grado di garantire la necessaria sicurezza in un determinato momento di crisi, la responsabilità si scaricherebbe inevitabilmente sul piano politico. Il Governo Cameron ha preparato e gestito le decisioni con la presentazione di due documenti (Securing Britain in an Age of Uncertainty: The Strategic Defence and Security Review e A Strong Britain in an Age of Uncertainty: The National Security Strategy) a cui è seguita la discussione a livello di parlamento e opinione pubblica. E questo è un secondo insegnamento: le decisioni devono essere basate su un’analisi del quadro strategico e sull’individuazione ed indicazione degli obiettivi politicomilitari che si vogliono perseguire, per lo meno nel medio periodo. Da qui, tenendo conto del quadro finanziario, devono coerentemente derivare le caratteristiche dello strumento militare. Servono una strategia e una pianificazione

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complessiva dei cambiamenti che ne chiarisca le caratteristiche e le implicazioni. Dovendo ridurre la spesa militare alla luce della crisi economica, il Governo Cameron è intervenuto anche sul personale: nei prossimi cinque anni la Marina perderà 5.000 uomini, l’Esercito 7.000, l’Aeronautica 5.000 e i civili 25.000. In totale 42.000 persone in meno. E questo è un terzo insegnamento: solo il taglio del personale in servizio è strutturale e può consentire di mantenere uno strumento equilibrato. Acquistare nuovi equipaggiamenti e non poter addestrare il personale e garantirne il supporto logistico, non ha senso perché resteranno nei depositi e, quando servissero, non sarebbero utilizzabili. Tagliare l’addestramento e mantenere lo stesso personale non ha ugualmente senso perché si perdono professionalità e motivazione. Bloccare l’arruolamento invece che tagliare il personale in servizio (ovviamente con gli opportuni interventi a carattere sociale) non ha senso perché in questo settore bisogna mantenere bassa, per quanto possibile, l’età media e, soprattutto, bisogna poter contare su una forte aliquota di giovani, gli unici utilizzabili nelle operazioni internazionali. Nelle forze di terra questo aspetto è particolarmente importante per la natura del loro impiego. Nella nuova strategia inglese alcune scelte inerenti i grandi programmi di equipaggiamento sono state rovesciate, fra cui quella relativa ai velivoli a decollo verticale, che saranno sostituiti con velivoli imbarcati a decollo tradizionale. E questo è un quarto insegnamento: i programmi di armamento non devono essere considerati un tabù. Bisogna trovare un giusto equilibrio fra l’esigenza di pianificare le acquisizioni nel medio periodo e quella di poter adeguare le scelte alle mutate esigenze. Un’eccessiva rigidità dei programmi rischia di ingessare i bilanci della difesa, impedendo ogni adattamento ai cambiamenti. È presto per dire se queste misure saranno sufficienti per ribilanciare il sistema della difesa inglese o se dovranno essere presi altri provvedimenti. Così si comportano i Paesi in cui la difesa e la sicurezza sono considerate seriamente. Sarebbe bello se di questo gruppo facesse parte anche l’Italia.


editoriali

GLI

EDITORIALI/STRANAMORE

La Corea torna ad infiammarsi Questa volta ci siamo andati molto vicini. Ad un passo dal conflitto aperto, il cui spettro è tutt’altro che scongiurato anche se la Corea del Nord ha pensato bene di evitare nuove provocazioni dopo il bombardamento d’artiglieria sull’isola di Yeonpyeong, con conseguente duello con gli artiglieri sud coreani. Non è in realtà lo scontro militare più grave di cui siano state protagoniste le due Coree dall’armistizio che ha posto fino al conflitto aperto tra i due Paesi, però questa volta ci sono andati di mezzo centri abitati e civili sud coreani. L’episodio conferma l’estrema instabilità della situazione, coincidente in parte con il processo di successione dinastica che dovrebbe vedere il terzogenito di Lim Jong-il, Kim Jong-un succedere al padre. Del resto già a settembre il 28 sconosciuto erede era stato promosso al rango di generale a quattro stelle e secondo nella linea di comando militare. Non è detto però che ciò che è stato pianificato e preparato per mesi e mesi avvenga in modo indolore. E, in parte, questo spiega la aggressività nordcoreana, che si accompagna alle nuove rivelazioni sui programmi nucleari militari, sulla collaborazione sempre nucleare con il regime birmano, sulla fornitura di missili balistici No Dong B/BM-25 all’Iran e così via. La Cina sembra aver sempre meno pazienza con il riottoso partner, ma non se la sente di abbandonarlo e a dispetto delle richieste statunitensi mantiene solo una blanda pressione su Pyongyang. La Corea del Sud invece è uscità sconvolta dall’episodio, che è costato il posto al ministro della Difesa, sostituito da un ex generale (questo è già un segnale) mentre il presidente Lee Myung-bak ha detto chiaramente che Seoul sta perdendo la pazienza e che una nuova provocazione provocherà una reazione molto pesante, che probabilmente non sarebbe più simmetrica (tu spari cannonate, io rispondo a cannonate), ma asimmetrica, ad esempio con attacchi aerei sui siti missilistici e nucleari Nord Coreani. Il che porterebbe alla guerra. Del resto dopo l’affondamento ad opera di un siluro nord coreano della

fregata sudcoreana Cheonana avvenuto a marzo, i militari sud coreani non sono più disposti a continuare con il “self restraint”, già è un miracolo che non sia avvenuto il peggio con la nuova provocazione e la stessa opinione pubblica sud coreana si è detta indignata per la fiacca risposta militare al misfatto di Pyongyang. Intanto la prontezza delle forze armata è aumenta, vengono portati rinforzi in tutte le guarnigioni di confine e viene avviato un programma di potenziamento militare. Anche gli Stati Uniti, che hanno cercato di rassicurare e calmare l’alleato, al contempo stanno a loro volta rafforzando il proprio dispositivo militare in Corea del Sud e aggiornando i piani di “contingenza” per rispondere a qualunque evenienza. Ora non vi è dubbio che una guerra ad alta intensità porterebbe relativamente in fretta alla distruzione delle forze armate nord coreane e conseguentemente all’implosione del regime, però Pyongyang è in grado, anche “dimenticandoci” per un momento della ipotetica minaccia rappresentata dalle armi nucleari che forse la Corea del Nord davvero possiede (e sono proprio queste e relativi vettori missilistici che hanno fatto mettere in allarme il dispositivo di difesa antimissile giapponese), di provocare gravi danni, distruzioni e morti nella Corea del Sud, non fosse altro perché l’area di Seoul è a portata di cannone e razzo. E artiglieria, missili e forze speciali sono le forze più temibili di cui dispone Pyongyang e potrebbero anche essere impiegate per scatenare con una qualche forma di “sorpresa”, almeno tattica, un massiccio attacco preventivo. Di ciò sono ben consapevoli i generali statunitensi e sud coreani. D’altro canto non è neanche pensabile continuare a passare di provocazione in provocazione senza conseguenze: l’era del “business as usual” di fronte alle pazzie di Pyongyang è finita. Speriamo che anche nei misteriosi palazzi del potere nord coreano se ne rendano conto e che l’affermazione al potere del delfino del malandato leader non coincida con una guerra. 43


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cenari

NATO

PERCHÉ CREDO NELL’ALLEANZA ATLANTICA DI

ALESSANDRO MINUTO RIZZO

l vertice di Lisbona possono essere eterne viene considerato un ed il 2014 sembra essesuccesso. Quali ne re un obiettivo adeguasono gli ingredienti veri to. Se teniamo conto o presunti? Il presidente che l’operazione in degli Stati Uniti ha comAfghanistan è iniziata il piuto una rara visita in 13 Agosto 2003, è capiViviamo in un quadro suolo europeo ed è stato prodigo di tato proprio a chi scrive di guidainternazionale in cui le belle parole e di richiami ai legami re l’Alleanza a Kabul in quell’ocorganizzazioni sorte dopo storici transatlantici che sono l’escasione, ciò significa che essa la II guerra mondiale sono in difficoltà, ma non si vedono senza della Nato. Non è sfuggito avrà avuto complessivamente la apparire dei sostituti alla stessa agli osservatori che il vertice con durata di due guerre mondiali. altezza. Quel che è certo è che l’Unione Europea che si è svolto La parte più negativa di questo in un mondo più “globale” e disequilibrato rimane dopo la fine dei lavori abbia preso capitolo è il difficile rapporto che prioritaria l’esigenza solo due ore dando l’impressione di si è instaurato fra l’amministradi tenere in vita un legame ancora tutto da costruire; zione americana e il governo di un approccio multilaterale. Come quello Nato fin qui seguiamo una lunga tradizioKabul. A chi scrive appare eccesne. Siamo ancora nel regno dei simsivo il tono critico verso Karzai bolismi, importanti ma certo non decisivi. È stato che viene rivelato anche dalle uscite di Wikileaks. deciso un primo calendario indicativo del ritiro Non va dimenticato che la società locale è quella che dall’Afghanistan. Sappiamo che non c’e’ niente più è; la piccola classe dirigente tradizionale è stata definitivo del provvisorio. Quello che comunque si distrutta da trent’anni di sanguinosi traumi interni. Il capisce bene è che ormai tira aria di ritiro e questo successivo viaggio lampo di Obama nella ben pronon incoraggerà le già esitanti opinioni pubbliche tetta base aerea di Bagram è sembrato più un gesto europee a mantenere costante un impegno militare natalizio che sostanziale. La Nato non è stata nemnel paese. Si sa che la fase del disimpegno è sempre meno menzionata se non con un breve riferimento molto delicata e da essa può dipendere il successo all’Isaf nel discorso alle truppe. Il capitolo centrale dell’intera operazione. Vedremo. Ancora è presto, relativo a Lisbona è quello che si riferisce al ma fra un anno o due i problemi diverranno opera- Concetto Strategico e alla sua approvazione formativi. Nessun paese vorrà avere l’ultimo morto nella le da parte del Vertice. Il documento rappresenta crisi afghana, però è vero che queste operazioni non storicamente i terms of reference della Nato, una

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scenari specie di carta stradale che indica quelle percorribili dall’Alleanza. È un “manuale di istruzioni” succinto e periodicamente aggiornato. Per capire meglio bisogna guardare le cose un po’ più da vicino. La risonanza di questo tema è stata legata soprattutto alla procedura inusuale utilizzata. L’ultimo era stato approvato dal vertice del cinquantenario tenutosi a Washington nel 1999, con D’Alema allora presidente del Consiglio e Nino Andreatta ministro della Difesa. Si trattava di un documento interno e riservato come del resto i precedenti. In questa occasione il Segretario generale De Hoop Scheffer aveva giudicato una cattiva procedura lasciare la redazione del documento ai Comitati della Nato perché sapeva che ciò avrebbe consumato energie per diversi mesi, in una infinita discussione su ogni minimo dettaglio. Aveva quindi proposto di incaricare al riguardo un gruppo di saggi di sua nomina. Come al solito la questione si è risolta con un compromesso poiché il nuovo Segretario Rasmussen ha chiesto ad un gruppo di esperti di alto livello di fare il lavoro preliminare, per poi passare i risultati del lavoro a lui stesso e al Consiglio, dove si sarebbero deliberate le conclusioni. L’interesse mediatico è stato anche suscitato dalla presidenza di questo gruppo affidata a Madeleine Albright, già segretario di Stato all’epoca di Clinton. Forse questa involontaria pubblicità alla fine è stata utile perché si è parlato a lungo di questo tema negli organi di informazione internazionali. Alcuni non specialisti sono rimasti delusi perché si aspettavano di ritrovare nel testo chissà che cosa. Delusione mal riposta, perché il documento dà quello che promette. È comunque più breve e meglio scritto di quelli del passato, ed anche più chiaro. Il titolo completo è Active Engagement, Modern Defense. A mio parere definisce meglio che in passato i compiti dell’organizzazione senza perdersi troppo in una interminabile ed inutile lista di concetti e di possibili attività. È diviso in sette capitoli e ciò che conta di più sono quelli che vengono definiti i core tasks: si

tratta della Sicurezza collettiva; Gestione delle crisi; Sicurezza attraverso la cooperazione. La sicurezza collettiva è come tutti sappiamo il fondamento dell’esistenza della Nato ed è rappresentata dall’art.5 sull’assistenza reciproca. Nasce dal trattato di Washington del 1949, atto fondatore. Doveva essere un avvertimento all’Unione Sovietica che se avesse toccato un paese membro gli altri avrebbero risposto con le armi contro l’agressione. Come sappiamo le cose sono andate per un altro verso e questa clausola non è mai scattata. Anzi, per dirla tutta, essa è scattata nel senso inverso quando a Bruxelles fu invocato l’art.5 per consentire agli europei di venire in soccorso degli Stati Uniti dopo la tragedia delle due torri l’11 settembre 2001. Sembra trattarsi di un principio obsoleto però per alcuni paesi rimane importante, per quelli baltici, la Polonia ed alcuni altri in quell’area. Viene considerata un’assicurazione verso una sia pur improbabile agressione russa. Questa linea sembra perdere peso nel tempo con l’allontanarsi delle vecchie memorie, però esiste ancora . È la contrapposizione naturale al concetto di “global Nato” che ogni tanto si affaccia portato dal vento che viene dall’altro lato dell’Atlantico. Il Crisis Management è tutt’altra cosa ed è quello che l’Alleanza sta facendo ed ha fatto per ben tre volte nei Balcani in circostanze diverse. Parliamo della Bosnia Erzegovina, del Kossovo e della Macedonia. In altre parole l’insieme di direttive politiche e di forze militari adeguate per affrontare l’intero arco di una crisi. L’esperienza mostra che il valore aggiunto della Nato si manifesta nella fase più intensa della crisi quando l’uso adeguato della dissuasione militare è più utile. La parte più nuova è il terzo dei core tasks del Concetto strategico; riguarda la sicurezza internazionale e la creazione di una rete di partenariati al di la dei propri confini. In questo modo si pensa che l’Alleanza possa contribuire attivamente a consolidare la sicurezza internazionale nel mondo. Chi scrive ha seguito la fase iniziale di queste attività nel primo decennio del nostro secolo quando sono 45


Risk apparsi questi network: il partenariato per la pace, il dialogo mediterraneo, l’iniziativa di Istanbul verso il Golfo. Nel Concetto Strategico si parte dal principio che l’area euro-atlantica sia oggi al riparo da crisi importanti e che la possibilità di un attacco convenzionale appare bassa. Ciò nonostante una serie di minacce potenziali è presente altrove, a cominciare dalla proliferazione dei missili balistici, che possono avere un’impatto diretto. Nel prossimo decennio la proliferazione di armi nucleari, di altre armi di distruzione di massa e della loro capacità di utilizzo si svilupperà proprio nelle aree più delicate del mondo. Il terrorismo in conclusione pone una minaccia diretta al nostro benessere e al nostro tipo di società. Gruppi estremisti continuano a formarsi in zone sensibili con possibilità di accesso alle tecnologie moderne che ne aumentano la pericolosità. Vengono citate nel testo tecnologie nucleari, chimiche, biologiche o batteriologiche. L’instabilità ed i conflitti oltre i confini dell’Alleanza, come il traffico di droga, di armi e di esseri umani sono altresi considerate fonti di pericolo. Un intero paragrafo è dedicato agli attacchi cibernetici che stanno diventando sempre più frequenti e meglio organizzati; quindi più pericolosi per la sicurezza economica e politica dei nostri paesi. Di qui la necessità di munirsi di misure adeguate. Il concetto strategico, come del resto è naturale, è certamente più avanzato del precedente nell’indicare i maggiori punti sensibili ai fini della Nato. Ecco quindi l’auspicio di uno sforzo concertato per proteggere le vie di comunicazione vitali per il trasporto di energia, riconosciuta come uno degli issues strategici emergenti. Senza fare una lunga elencazione noiosa quello che emerge alla fine è una forte attenzione agli attuali temi transnazionali più rilevanti per la comunità internazionale nel suo insieme. Tutto questo non deve necessariamente implicare un’azione diretta della Nato, ma comunque influenza in un modo o nell’altro l’area euroatlantica. L’Alleanza Atlantica è per molti versi un oggetto che oggi rimane piuttosto misterioso. 46

Ciononostante rimane una comunità di valori condivisi, come riafferma il documento, centrata sulla liberta individuale, la democrazia, i diritti umani, lo stato di diritto. Per questa ragione i governi (compreso quello italiano) hanno dichiarato a Lisbona che l’Alleanza rimane una fonte essenziale di stabilità all’interno di un mondo assai imprevedibile. Può essere l’origine di un lungo discorso sulla sua rilevanza, sulla sua capacità o meno di farsi conoscere, sul confronto con altre organizzazioni. Facendo questi ragionamenti riteniamo di essere creature molto razionali e pensiamo che ciò si estenda agli strumenti in cui la nostra società si organizza. Credo che né l’uno né l’altro sia vero.

Non dimentichiamoci

che la Nato è un’Alleanza fra paesi sovrani diretta verso alcuni obiettivi comuni e che non ha alcuna pretesa di sovra-nazionalità o di completezza. Non ha neppure una competenza universale. Essa ha un bilancio comune minimo al di la delle apparenze e in conclusione è proprietà degli stati membri che la possono indirizzare dove vogliono, quando vi è consenso fra loro. In altre parole vale solo per quello che sa fare. Tanto per fare un esempio che pare calzante, l’intervento dell’organizzazione in Asia Centrale è stato deciso all’unanimità nell’Aprile 2003, al di la di qualsiasi dettato dell’allora concetto strategico, che invece indicava con precisione una competenza limitata all’Europa ed ai suoi confini. Potrà la vecchia Alleanza essere all’altezza di aspettative che almeno sulla carta sembrano tanto elevate? Questo è il vero problema. Un detto anglosassone recita che non si possono insegnare nuovi giochi di abilità a un vecchio cane! Dipenderà da molte cose la maggior parte delle quali non dipendono dall’Alleanza stessa. In primo luogo il rapporto euro-americano che appare deteriorarsi nel suo spessore nonostante le espressioni di cortesia, di considerazione e di affetto verso i bei vecchi tempi. Ci sono ragioni buone e meno buone per questo: cominciando dalle prime, l’Europa non è più da tempo una fonte di crisi, né sono prevedibili serie


scenari crisi nel vecchio continente. O almeno tali da richiedere l’uso della forza. Inoltre l’Europa è meno forte di un tempo ed il suo peso relativo nel mondo è in via di diminuzione. Fin qui siamo nell’ordine normale delle cose ed comprensibile che l’America dedichi più attenzione ad altre aree del mondo che sono al contempo di rilevanza crescente oltre che potenziali fonti di crisi. Lo è meno la proclamata attenzione dell’amministrazione democratica verso il multilateralismo e lo sforzo comune in sintonia con chi ha gli stessi valori; se la si confronta ad una crescente tendenza a formare semplici coalitions of the willing. Cioè con chi ci sta su determinati obiettivi. Forse ancora peggio è l’opinione formatasi sotto traccia che gli europei non stiano dando un contributo adeguato all’impegno militare americano in Afghanistan e che tra quelli che ci stanno sono pochi quelli che combattono realmente. Il Segretario alla Difesa Gates in alcune occasioni non ha taciuto il suo disappunto a questo riguardo. Ciò spiega perché ci sia tanta enfasi sulla riduzione delle spese e del personale alla Nato. Ad ogni buon intenditor poche parole. Queste posizioni riflettono una diversa percezione delle minacce fra europei ed americani, ma anche la frustrazione di questi ultimi per l’insoddisfacente andamento delle cose sugli altipiani afghani. È un modo di pensare da correggere perché non è del tutto giustificato. In realtà da questa parte dell’Atlantico sappiamo che i governi europei fanno grandi sforzi per sostenere l’operazione afghana davanti ad un’opinione pubblica incerta a cui le ragioni dell’impegno non sono state ben spiegate. L’offerta dell’art.5 fatta nel settembre 2001 dagli europei a Washington non fu presa in considerazione da Bush che preferì andare in Afghanistan da solo. Pur con tutti i limiti, l’Europa rimane il miglior partner possibile per gli Stati Uniti e l’unica parte del mondo che può scrivere le regole di convivenza civile del futuro insieme al Nord America.

In fondo, è per queste ragioni che è bene che l’Alleanza atlantica continui ad avere un rilievo, senza contare che è l’unica organizzazione al mondo ad avere un rapporto fra civili e militari collaudato e una capacità di gestione delle crisi che nessun altro ha. È un grave errore pensare in termini di fallimento della Nato in Afghanistan, perché le ragioni delle difficoltà in Asia centrale sono prima di tutto in campo civile e politico.L’Alleanza

La Nato è un’Alleanza fra paesi sovrani diretta verso alcuni obiettivi comuni e che non ha alcuna pretesa di sovra-nazionalità. Ha un bilancio comune minimo ed è proprietà degli stati membri che la possono indirizzare, quando vi è consenso, dove vogliono. In altre parole vale solo per quello che sa fare. Come il vertice di Lisbona fa quello che può con dei numeri ridotti e regole d’ingaggio piuttosto limitative. Un commento sul vertice di Lisbona non può essere completo se non si parla della Russia. Vi è sempre stato un certo rispetto reciproco, malgrado le serie divergenze scoppiate soprattutto nell’ultima parte dell’amministrazione repubblicana. Erano dovute alle domande d’adesione di Ucraina e Georgia, oltre che al progetto di scudo anti-missile. Una volta caduti questi contenziosi, il “reset” è scattato quasi automaticamente. Del resto il governo russo ha interesse a modernizzare il paese e quindi ad avere buoni rapporti con Nato ed Unione 47


Risk Europea, coloro che meglio possono dare contributi sostanziali in tale direzione. La Nato si presta meglio perché ne fanno parte gli Stati Uniti e perché la Russia è abituata da sempre a dare la priorità al suo ruolo di potenza e si sente a suo agio nelle grandi questioni strategiche. Se andiamo a guardare “il quadro generale” ci sono più assonanze che divergenze, sul terrorismo, la diffusione dell’arma nucleare, il Medio Oriente. La Russia non è una potenza rivoluzionaria e lo status quo in fondo è l’opzione migliore. Per di più avere un governo amico a Kiev ha contribuito a rasserenare il Cremlino. L’appoggio che il Presidente russo ha manifestato a Lisbona per contribuire alla pacificazione dell’Afghanistan va nella stessa direzione. Appare condivisibile l’obiettivo di frenare l’esportazione di droga cosi come di impedire che l’estremismo religioso guadagni terreno in Asia Centrale. Il Segretario Rasmussen ha quindi segnato un punto a suo favore su questo terreno, cui ha dato priorità nella preparazione del vertice.

Tutto questo naturalmente non esaurisce il tema dell’Alleanza atlantica e del suo peso futuro. Come sempre accade è più facile analizzare il passato. Credo che pochi ormai disconoscano il suo ruolo storico. Se restiamo in un’ottica europea è chiaro che senza la presenza della Nato il nostro continente non avrebbe potuto raggiungere una prosperità senza precedenti né portare avanti con tranquillità il suo grande progetto di integrazione, al riparo dai nemici di allora. Ha avuto un ruolo insostituibile nella pacificazione dei Balcani dopo la disintegrazione della Yugoslavia ed il precipitoso crollo del comunismo. Si è poi fatta da parte, facilitando un processo naturale di integrazione della regione nell’Unione Europea. Tutto questo ha molto favorito “l’Europa”. Può ora la Nato essere sostituita dall’ Europa della Difesa, per usare una terminologia in uso? Direi di no. Soprattutto alle istituzioni di Bruxelles manca 48

ancora una cultura della difesa. Ricordo, da membro fondatore del Comitato per la Politica e la Sicurezza, che nel 2000-2002 vi fu una lunga polemica con il Parlamento Europeo, il quale pretendeva di visionare tutte le comunicazioni interne in tali materie. Una specie di inconsapevole Wikileaks ante litteram. Il povero Javier Solana aveva gli occhi fuori dalla testa cercando in tutti i modi di convincere i parlamentari che era necessario garantire la riservatezza a certe comunicazioni. In quel periodo ho partecipato al primo incontro dei ministri europei della Difesa, guardati con stupore dagli impiegati che non avevano mai visto prima persone in divisa e credevano si stesse girando un film. Si tratta di esempi estremi e le cose sono gradualmente cambiate newwwi palazzi dell’Europa. Rimane l’appello di Lord Robertson ai governi europei per creare delle solide “capacità”. Esse non possono essere sostituite, almeno nel lungo periodo, da dichiarazioni politiche.Per tornare da dove siamo partiti, il testo del Concetto Strategico non dice niente di sensazionale. Come sempre quello che conterà in futuro è la volontà politica dei paesi e in particolare la direzione che i governi più importanti vorranno imprimere. Siamo in territori inesplorati, per il momento quello che più pesa è l’operazione in Afghanistan. Dove vi è il rischio che possa far comodo a molti lasciare la Nato con il cerino in mano al di la del suo ruolo effettivo. Si puo’ solo concludere dicendo che la velocità dei cambiamenti non consente facili previsioni. Viviamo in un quadro internazionale in cui le organizzazioni sorte dopo la seconda guerra mondiale sono in difficoltà, ma non si vedono apparire dei sostituti alla stessa altezza. Quel che è certo è che in un mondo più “globale” e disequilibrato rimane prioritaria l’esigenza di tenere in vita un approccio multilaterale. Di conseguenza dovremmo cercare, fin dove è possibile, di conservare quello che abbiamo e che finora ha dato prova di poter servire.


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DAVIDE URSO

a variabile enerSlovacchia, Lituania, getica è oggi eleLettonia ed Estonia; il mento strategico 90% del gas consumato prioritario nella definizioin Bulgaria, l’80% di ne degli interessi nazioquello consumato nella nali. L’energia ha assunto Repubblica Ceca e in una dimensione geopoliGrecia, il 40% di quello tica transnazionale. Si consumato in Germania, dice che petrolio e gas poco meno del 30% di Negli ultimi 10 anni sono materie prime a forte contenuto quello consumato in Italia e quasi il la popolazione mondiale diplomatico e militare, con un valore 20% di quello consumato in Francia. è aumentata del 12%; fiscale innegabile e, in modo più La geopolitica ingloba in sé oltre alle il consumo di energia primaria del 20%; accessorio, con un certo potere calodimensioni geografico-territoriali e la domanda di elettricità rifero. Questa frase, più di ogni altra, storico-culturali-identitarie, anche i del 30%. Il nostro Pianeta consuma di più di quanto pone l’accento sul ruolo della geopofattori razionali, a-razionali (valori, litica nella formazione e nella opera- produce in termini di vite umane principi, morale, ecc.) e ir-razionali bilità del mercato dell’energia. Il puz(paura, odio, ecc.). La “triade fattoriazle geo-energetico non è più solamente di natura geoe- le” genera effetti distorsivi in termini di geopolitica ecoconomica - basato, in sostanza, sul ruolo delle imprese nomica, più che di economia allo stato puro. I fondae del mercato - e geostrategica - competizione e deter- menti economici restano sempre gli stessi. È la capacirenza. Paesi energivori quali Stati Uniti, Russia, Cina e tà dei Governi di metterli insieme e inserirli in un quaIndia hanno ridefinito o stanno modificando le politiche dro organico per la realizzazione degli interessi nazionaenergetiche nazionali per influenzare i mercati mondia- li che si sta sempre più degradando. Ecco allora che un li a proprio vantaggio. mercato dell’energia quale quello dell’Europa, sempre Non si guarda più alla fonte d’energia come “valore più lanciato verso una forma di liberismo economico, economico”, ma ad essa come “valore geopolitico”. oggi evidenzia ripensamenti - sbagliati - per un ritorno Spesso, in politica, “valore” è sinonimo di “arma”. ad un nazionalismo dell’energia. Salvo poi i singoli Gazprom non è solo un’industria gasiera e petrolifera, Stati, seduti insieme intorno ai tavoli di negoziazione, ma è il braccio armato del Cremlino, che, attraverso una dichiararsi d’accordo nell’evitare un ritorno al proteziopolitica energetica muscolare, intende riconquistare il nismo, che porterebbe alla chiusura delle frontiere degli rango e il ruolo che la dissoluzione dell’Impero sovieti- Stati, generando effetti negativi sia sulla competitività co aveva quasi azzerato su scala mondiale. La Russia dei sistemi-paese, sia un “effetto domino” a livello plafornisce il 100% del gas consumato in Finlandia, netario. L’energia è oggi in grado di spostare gli equili-

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scenari bri geopolitici mondiali. Sarà un fattore che renderà il mondo più multipolare di quanto lo sia oggi. I pessimisti vedono nell’energia un fattore polarizzante, facendo riferimento alla geologia delle risorse energetiche. Pertanto, seguendo tale logica, un’oligarchia ristretta di paesi dominerà la scena mondiale, rischiando di generare le condizioni per una “Guerra Fredda dell’energia”. È una posizione che si basa su preconcetti ormai del tutto superati: l’aritmetica delle testate nucleari, come presupposto della nomenclatura geostrategica della Guerra Fredda; le “eleganti semplicità” del periodo bipolare”, per cui un mondo governato da due poli sarebbe più gestibile rispetto ad un multipolarismo, in cui più attori giocano un ruolo attivo sulla scacchiera internazionale; possibilità di uno o due Stati di dettare l’agenda politica degli altri Stati; ecc. Altro errore di valutazione è mantenere l’energia legata a logiche solamente geologiche. La globalizzazione dell’energia ha reso le fonti multidimensionali e interconnesse tra loro. Ciò non solo in termini di prezzo, ma anche di dinamiche politiche che sottintendono scelte economiche di un paese. L’energia non sarà per forza un fattore di collisione (anche se contrasti - fisici e non - per l’approvvigionamento di fonti d’energia non mancheranno), ma di mercato, d’interessi nazionali e di obiettivi globali. Tutti, in tale mercato, ne potranno beneficiare; fintantoché ci saranno risorse sufficienti. Oggi sta emergendo una vera e propria “diplomazia dell’energia” o una “geo-energia”. I punti all’ordine del giorno sono molteplici. • Primo, la natura globalizzata del mercato mondiale dell’energia e l’enorme importanza che l’energia avrà sempre più nella definizione delle politiche - interne ed estere - e degli interessi nazionali rendono sempre più necessario l’approdo ad un mix pragmatico e lungimirante delle fonti di produzione. • Secondo, la globalizzazione dell’energia non è più solo sinonimo di stabilità, ma allo stesso tempo di frammentazione e di regionalizzazione. Lo Stato-nazione ha ritrovato nell’energia la sua centralità e indispensabilità. Lo dimostrano le politiche nazionalistico-energetiche della Federazione Russa, del Venezuela, del Brasile, della Cina, di molti paesi africani, e così via.

• Terzo, il mercato mondiale dell’energia dipenderà sempre più dall’incremento della domanda proveniente dai paesi “energivori”, soprattutto dei paesi in via di sviluppo (in primis, Cina e India). • Quarto, la sicurezza energetica costituisce sempre più una priorità dei Governi, soprattutto nei paesi con risorse limitate di combustibili fossili e che, quindi, dipendono dalle importazioni (l’Italia si colloca al primo posto). • Quinto, gli attuali trend sono insostenibili sotto l’aspetto economico, finanziario, sociale e ambientale. Il modello business-as-usual ha fallito in modo manifesto. L’imprevedibilità della dinamica dei prezzi delle fonti energetiche, il legame tra energia e geopolitica - “geoenergia” -, l’utilizzo dell’energia come strumento della politica, il ruolo dell’energia sul benessere dell’umanità, ecc. sono solo alcuni degli elementi che hanno decretato la fine del modello tradizionale. Il lassez faire non ha più ragione di esistere.

Nel 2009, secondo i dati ufficiali dell’Ocse, i prezzi dell’energia a livello internazionale sono cresciuti del 10,6%. Si tratta di un dato molto rilevante se si considera che, sempre nel 2009, escludendo l’energia e i prodotti alimentari, i prezzi al consumo sono aumentati dell’1,6%. Un differenziale di +9% a svantaggio del prezzo dell’energia non è giustificabile solo ricorrendo a sistemi econometrici o ad algoritmi che tendono a calcolare il dato del costo con modalità assolute, senza considerare le motivazioni che hanno portato al risultato ottenuto. L’energia, oggi, ragiona con logiche matriciali, né assolutiste, né profetiche. Nella sola area Ocse, il “caro-energia” ha contribuito ad un aumento dell’inflazione del 2,1%. Nell’area euro, i prezzi dell’energia sono cresciuti del 4% rispetto al gennaio 2009, mentre nell’Ue l’aumento è stato del 5,1%. Un notevolissimo aumento del costo si è registrato in Islanda (+22,7%), Stati Uniti (+19,1%) e Grecia (+17,9%), ma anche in Stati europei, come Ungheria (+12%), Finlandia (+11,5%) e Spagna (+11,4%). Aumenti contenuti per la Germania (+1%). L’energia costa di meno nei Paesi Bassi (-4,4%), in Belgio (-3,4%) e in Italia (-0,9%). Si tratta di dati su cui occorre riflettere in modo oggettivo, 51

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Risk pragmatico e scientifico, senza limitazioni o costrizioni generate da apprendisti stregoni dell’energia, dell’ambiente e del clima. La “geo-energia” sta definendo i nuovi confini delle politiche nazionali, comunitarie e mondiali. Tali confini stanno divenendo sempre più porosi. Le sfide energetiche - le sfide che tramite una politica energetica si vogliono vincere - hanno superato la dimensione nazionale. Le tematiche e le problematiche energetiche sono globali. Sono nell’agenda dei principali consessi internazionali (Ue, Onu, Nato, Osce, Banca Mondiale, Fmi, ecc.). Le risposte dello Stato-

Non si guarda più alla fonte d’energia come “valore economico”, ma ad essa come “valore geopolitico”. Spesso, in politica, “valore” è sinonimo di “arma”. Gazprom non è solo un’industria gasiera e petrolifera, ma è il braccio armato del Cremlino, che, attraverso una politica energetica, intende riconquistare il rango e il ruolo che la dissoluzione dell’Urss aveva quasi azzerato nazione non possono che essere altrettanto globali; sempre in sintonia con gli interessi nazionali. Una discrepanza tra definizione e realizzazione degli interessi nazionali - questi parte della grand strategy di uno Stato-nazione - e approccio e dimensione globale della questione energetica nazionale produrrebbe effetti disastrosi per l’intero sistema-paese. In passato, in caso di fluttuazioni dei prezzi, la scelta della politica era di 52

aspettare che l’effetto della speculazione e la mano invisibile del mercato facessero il loro corso, riportando i prezzi delle fonti di produzione di energia a livelli accettabili per la collettività. Anzi - salvo casi particolari, quale la bolla speculativa degli anni ’70-‘80 - la collettività spesso non riusciva neanche a seguire l’andamento ondivago dell’economia dell’energia. Tutto rientrava in regole economiche “naturali” e, quindi, “invisibili”. Oggi molto è cambiato. Alla speculazione e ai corsi e ricorsi delle instabilità dei prezzi e delle logiche nel mercato, si aggiungono criticità, quali i cambiamenti climatici, l’aumento demografico mondiale, la crescita della domanda di energia, che oggi è un fattore strategico rilevante quanto la sicurezza energetica, la globalizzazione del mercato dell’energia, l’instabilità geopolitica di aree strategiche, la “triade fattoriale”, e così via. Isteresi dei prezzi e squilibri di mercato sono una “normalità visibile”. Anche il “non fare” è oggi un costo diretto per la collettività e per il sistema-paese, tanto quanto il “fare”. È stato stimato che i costi dell’inazione nel settore energetico a carico della sola Europa sarebbero 10 volte superiori ai costi dell’azione, pari a circa 1.500-3.000 euro l’anno per persona. L’energia va considerata nell���evoluzione delle scelte di politica economica, piuttosto che di geoeconomia tout court. La politica deve ritrovare il suo primato. Deve generare in questo momento di crisi globale e di transizione del sistema energetico - un “new deal dell’energia”. Senza una politica energetica migliorativa, che punti ad aumentare il livello di cooperazione internazionale, ad una maggiore diversificazione delle fonti, ad investire nella ricerca e nello sviluppo tecnologico e ad elevare il grado di efficienza energetica (di risparmio energetico e di controllo dei consumi), entro il 2030, la domanda di energia mondiale crescerà di oltre il 50% e le emissioni di gas serra del 60%. Sarebbe, a quel punto, troppo tardi. Il ritardo si tradurrebbe, in termini macroeconomici, in una significativa perdita del Pil mondiale, con conseguenti crisi di stabilità delle Grandi potenze (passaggio dalla “grande scacchiera” di Brzezinski alla “scacchiera dei Grandi”) e con un inasprimento delle violenze regionali e locali. In termini geoeconomici, in


scenari una perdita di competitività dei paesi importatori ed esportatori, a danno del sistema industriale e delle popolazioni. Da alcuni anni, l’energia è tornata saldamente al centro delle preoccupazioni mondiali. Con aspetti peculiari diversi dalle crisi passate, dovuti al nuovo ruolo che giocano tre fattori distinti ma tra loro interdipendenti: economico, ambientale e geopolitico. Le questioni ambientali, fino a pochi anni fa, erano considerate irrilevanti per l’attività economica, ma oggi stanno riscrivendo le regole per le imprese, gli investitori e i consumatori. In tutto il mondo, risposte innovative ai cambiamenti climatici e ad altri problemi eco-ambientali incidono per più di 100 miliardi di dollari di flussi di capitale l’anno e solo per cercare di adottare misure in grado di creare una prima bozza di economia globale sostenibile. L’energia è il fattore della produzione più importante dell’economia mondiale. Il mercato dell’energia pesa per il 10% sulla creazione del Pil mondiale e copre una quota del 15% del commercio internazionale. La questione energetica è una delle principali priorità del nostro tempo. Ciò sia per la futura diminuzione delle risorse di combustibili fossili, sia per la dimensione geopolitica che l’energia ha assunto negli ultimi anni. In passato l’energia era una commodity. Oggi siamo nell’era dell’energia “non più facile e non più a basso costo”. Ciò genera problematiche di energy security, dipendenza dal livello delle risorse energetiche, dalle instabilità geopolitiche delle regioni produttrici e dagli appetiti degli Stati energivori. Il mercato mondiale è sempre più ampio, dinamico e imprevedibile. L’energia ha assunto nuove caratteristiche e una nuova nomenclatura. Al fattore economico, si sono aggiunti quello politico, della sicurezza e ambientale. Pertanto, il necessario riassetto del mercato mondiale dell’energia non potrà esserci senza un intervento dei governi degli Stati maggiormente interessati sia nella fase di importazione e consumo, sia di esportazione e produzione. Il mercato, da solo, non è più in grado di reggere l’intersezione tra domanda (sempre più elevata) e offerta (in calo senza investimenti in attività di R&S e di miglioramento e innovazione tecnologica). L’idea dei liberisti assolutisti per cui il mercato avrebbe

risolto tutti i problemi, si è rivelata infondata. Fino ad pochi anni fa si pensava che l’interdipendenza fra paesi consumatori e produttori potesse produrre un equilibrio stabile. L’andamento dei mercati degli ultimi anni ha generato un squilibrio a vantaggio dei paesi produttori. La capacità di resistenza dei paesi più dipendenti dalla pressione commerciale dei paesi produttori si è molto ridotta, innescando vulnerabili dipendenze geopolitiche e geoeconomiche. A ciò va aggiunta l’inefficacia delle politiche nazionali a mettere in moto un processo di interdipendenza economico-energetica sostenibile, più che altro per la salvaguardia dei singoli interessi nazionali. Ciò ha generato anche squilibri sociali tra Nord e Sud del mondo. Le dinamiche dei mercati energetici sono cambiate: la domanda ha sostituito l’offerta come paradigma del mercato. Gli equilibri dell’economia reale dell’energia sono irrealizzabili. I combustibili fossili rimarranno ancora a lungo la principale fonte di energia. Il loro contributo al soddisfacimento della domanda globale si manterrà intorno all’80% almeno fino al 2030. I principali paesi produttori ed esportatori di combustibili fossili - in primis Russia, Libia e Iran sono Stati poco democratici, autarchici e dipendono in misura elevata dai fossili per la generazione del proprio Pil nazionale.

Pertanto, il mercato è soggetto non solo ad una nomenclatura geoeconomica (rapporto domanda e offerta) e geofinanziaria (speculazione e capacità di generazione di ricchezza), ma anche geopolitica (ruolo degli Stati nello scenario mondiale) e geostrategica (uso dell’energia come arma). I mercati sono fortemente interconnessi. Ogni 10 $/barile in più del prezzo del petrolio causa un costo complessivo annuo per l’economia mondiale di circa 500 miliardi di dollari: costo diretto, superiore ai 300 miliardi di dollari; e costo indiretto, circa 200 miliardi per gli “effetti di trascinamento” sulle altre fonti energetiche, dovuti alla multidimensionalità delle fonti di energia. Tra il 1999 e il 2007 il prezzo medio del petrolio è aumentato di 50 $/barile, con un onore complessivo annuo di circa 2.500 miliardi. Anche se la crisi energetica si è dimostrata meno esplosiva di 53


Risk quella finanziaria, avrà però effetti di medio-lungo periodo e provocherà elevati danni alla competitività dei sistemi-paese e alla qualità di vita delle popolazioni, soprattutto quelle meno abbienti.Esiste uno stretto rapporto tra consumo di elettricità e l’indice Hdi (United Nations Human Development Index), che è una misura quantitativa del grado di benessere e di sviluppo umano che combina fattori quali la mortalità infantile, l’aspettativa di vita, la fornitura di risorse primarie, il livello di alfabetismo, le opportunità educative, la libertà politica, ecc.

Il dato che emerge è che gli Stati con più alto indice HDI hanno anche più alti livelli di consumo di elettricità pro-capite, generalmente oltre i 4.000 kWh. Ad esempio, in Italia il consumo di elettricità procapite nel 2008 è stato pari a circa 5.900 kWh. L’Ipcc (International Panel on Climate Change) ha osservato come l’energia elettrica sia il vettore a più alto valore energetico perché è pulita al momento del suo utilizzo e può essere utilizzata in tanti modi differenti per migliorare la produttività personale ed economica. La maggiore disponibilità di energia elettrica ha un forte impatto sulla qualità della vita in tutti i paesi, soprattutto nei paesi in via di sviluppo. I paesi in via di sviluppo, nel tentativo di migliorare il benessere delle loro popolazioni, aumenteranno il loro consumo di energia elettrica pro-capite. Pertanto, ci sarà bisogno di maggiore fornitura di energia elettrica nella maggior parte dei paesi in via di sviluppo. Tuttavia, si prevede che questa tendenza si evolverà non così velocemente, a causa dei vincoli e delle difficoltà micro e macroeconomiche di questi paesi. Gli scenari dell’Iea stimano nel 2020 che circa l’80% della popolazione mondiale consumerà ancora meno di 4.000 kWh l’anno pro-capite. L’87% dell’aumento stimato globale di energia al 2030 sarà dovuto ai paesi non-Ocse; il 74% all’espansione dei paesi emergenti; le sole Cina e India incideranno per oltre la metà della crescita della domanda mondiale di energia primaria (dimensione del mercato + scenario di crescita economica). I paesi del Medio Oriente contribuiranno per 54

l’11%. Nel mondo la capacità di generazione di potenza in costruzione è di 614 GWe: 200 GWe da carbone, 150 GWe da gas, 100 GWe da petrolio, circa 52 GWe da nucleare, il resto della capacità di generazione deriverà dalle fonti rinnovabili. Se i programmi saranno rispettati, tale capacità diverrà operativa entro il 2016. Tre quarti di tale potenza sarà funzionale nei paesi non-Oecd. Le economie e la popolazione dei paesi emergenti crescono molto più rapidamente di quelle dei paesi industrializzati, spostando il baricentro della domanda mondiale di energia: nel 2030 i paesi oggi emergenti copriranno circa il 55% della domanda globale, mentre i paesi industrializzati scenderanno al 40% circa. Se tali dati dovessero concretizzarsi, in 25 anni si avrebbe la stessa crescita dei primi 75 anni del secolo scorso (1900-1975) e superiore di 1,5 volte a quelli registrata negli scorsi 25 anni (1980-2005). Molti fattori influenzano la domanda mondiale di energia: il reddito mondiale, l’andamento demografico, il consumo e il reddito pro-capite, i processi di urbanizzazione, la mobilità, il progresso tecnologico, le aspettative dei consumatori, ecc. Tra tutte, la storia ha mostrato come la variabile più influente sia forse il reddito. Il reddito mondiale è stimato crescere ad un tasso medio annuo del 3,6%, passando dai 54,9 miliardi di dollari del 2006 ai 128,3 nel 2030. Nei prossimi 40 anni si ritiene che la popolazione mondiale aumenti a 9,2-9,5 miliardi, per poi stabilizzarsi nei decenni successivi su 10-11 miliardi. Il 95% dell’incremento della popolazione sarà a carico dei paesi in via di sviluppo più o meno accelerato, che passeranno dagli attuali 5,5 a 8 miliardi di abitanti nel 2050. La popolazione dei paesi ricchi resterà pressoché invariata sugli attuali 1,2 miliardi. Anche i calcoli più conservativi prevedono che, nei prossimi 50 anni, quasi certamente la popolazione mondiale supererà i 9,2 miliardi di persone (8,2 miliardi nel 2030). Mai come negli ultimi 100 anni si è vista una così forte accelerazione del tasso di crescita della popolazione a livello mondiale. Pertanto, aumenteranno in modo consistente sia i consumi di energia, sia il relativo impatto ambientale,


scenari dovuti ai circa 2,5 miliardi di persone aggiuntive che vivranno sulla Terra tra 40-50 anni e ai circa 5,5 miliardi che oggi vivono nei paesi in via di sviluppo e che hanno consumi molto inferiori a quelli dei paesi industrializzati. Sui consumi enrgetici pesa più la crescita della disponibilità economica che l’aumento della popolazione. Anche se dal 1980 la Terra “produce” più esseri umani che petrolio! L’aumento dei consumi pro-capite porta all’impennata della domanda di energia e dell’impatto globale, che può essere mitigato da adeguate politiche energetiche sostenibili e dal miglioramento e dall’innovazione delle tecnologie già disponibili, per aumentarne l’efficienza e ridurne l’impatto ambientale, e dallo sviluppo di nuove tecnologie.Negli ultimi 10 anni, la popolazione mondiale è aumentata del 12% (200 mila persone al giorno, con 300 mila nuovi nati/giorno); il consumo di energia primaria del 20%; la domanda di elettricità del 30%. Quindi, il nostro Pianeta consuma di più di quanto produce in termini di vite umane. Si stima che questo trend continuerà almeno fino al 2050, quando la popolazione mondiale dovrebbe superare i 9 miliardi di abitanti. Si rischia il collasso.

Secondo le ultime stitme,

la Terra potrebbe oggi - se tutti volessero vivere al livello dei cittadini statunitensi - sostenere solo 1,4 miliardi di abitanti, sui 6,5 miliardi di oggi. Praticamente si ritornerebbe ai livelli di un secolo fa. I processi di urbanizzazione incidono sui livelli di consumo dell’energia e, quindi, sul livello della domanda. Negli ultimi 50 anni, il numero degli abitanti delle città a livello mondiale è aumentato di oltre il 20%, superando il 50% del totale. Ciò genera evidenti ricadute sulle politiche e le economie nei settori del trasporto, del riscaldamento, dell’illuminazione, dell’elettricità, ecc. Secondo le proiezioni delle Nazioni Unite, nel 2030 le città ospiteranno il 60% della popolazione mondiale, cioè l’intera popolazione del pianeta del 1986, e saranno responsabili di oltre il 70% dell’intero consumo di energia e di almeno l’80% di questo incremento proverrà dai paesi in via di sviluppo. Inoltre, ogni situa-

zione energetica - di abbondanza o di crisi - è sempre connessa a tre fattori, tra loro strettamente interdipendenti: geopolitici, geoeconomici e tecnologici. Le previsioni circa la futura domanda di energia non possono non tenere conto anche dell’evoluzione di questi fattori.Secondo gli ultimi scenari di politica energetica al 2050, per soddisfare il crescente fabbisogno dell’umanità, la domanda di energia dovrà aumentare in maniera consistente dopo il 2020 (primo picco), sebbene alcune regioni potranno ridurre il fabbisogno sviluppando tecnologie energy efficient, e nel 2050 sarà il doppio di quella attuale (pari a circa 23 Mtep). Globalmente - secondo uno scenario conservativo pre-crisi - i consumi energetici sarebbero dovuti passare dai 10.602 Mtep del 2003 ai 14.121 del 2015, ai 18.184 del 2030, con una variazione annua di circa il 2%. Tali prospettive non tengono conto né degli aggiustamenti degli indicatori macroeconomici delle singole aree e del sistema-globale, né degli sviluppi tecnologici che aumenteranno la produzione di energia da fonti alternative a quelle fossili e a prezzi più competitivi (nucleare e rinnovabili), né della crisi economico-finanziaria e della conseguente recessione che, tra il 2008 e il 2009, hanno sconvolto i mercati energetici internazionali, provocando un impatto negativo sulle aspettative connesse a tali mercati.mIncludendo tali fattori, considerando uno scenario di riferimento, nel periodo 2007-2030 la domanda mondiale di energia primaria aumenterà dell’1,5% l’anno, passando da poco più di 12.000 milioni di tep a 16.800 milioni di tep (+40% in termini assoluti). I paesi asiatici in via di sviluppo saranno i principali motori di tale crescita, seguiti da quelli mediorientali. Entro il 2050, se le politiche internazionali non dovessero cambiare verso una low-carbon economy e sistemi energetici più sostenibili, la domanda di energia primaria si stima in aumento di un fattore di circa 2,5. Il testo pubblicato è un’estratto del libro “Il nucleare nel XXI secolo”, ultimo lavoro dell’Autore ed edito da Mondadori. 55


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RUSSIA

L’AGENDA DI PUTIN, I PIANI DI MEDVEDEV DI LEON ARON

ivitalizzata dall’opacità dibilmente reazionaria nel senso del neo-autoritarismo classico del termine: refrattaria russo, la Cremlinologia al cambiamento e fautrice di un riprende oggi vigore sia grazie ritorno - di tutta la baracca - allo alla rimozione imposta da status quo pre-2009. E contradMedvedev del sindaco di dicendo, in maniera palese, sia Mosca, Yuri Luzhkov, sia per le lo spirito sia la pratica dell’esidichiarazioni di Putin che, dalla tante modernizzazione-liberalizfine di Agosto, ha rilasciato più zazione di Medvedev, compreso Non passa giorno senza che interviste di quante ne abbia il “reset” nelle relazioni Usail Cremlino venga sconfessato concesse negli ultimi 11 anni. (con una certa eleganza) dall’ex Russia. È come se Putin avesse presidente. Dall’economia Purtoppo, nonostante una pervidavanti a sé una lista dei princiai diritti, dalla guerra cace azione di ricerca a tutto nel Caucaso alla politica estera. pali argomenti di discussione di tondo, non ci sono ancora indizi Il perché è presto detto: lo “zar” Medvedev e fosse deciso a non vuole aspettare il 2018 inequivocabili sulle reali intenrespingerli, uno dopo l’altro. e aspira a vincere le presidenziali zioni del Primo ministro per le Vediamoli: del 2012. E potrebbe farcela. elezioni del 2012 (se ricandidar1. Economia. Quella che può si al Cremlino, per intenderci). Come dire: Putin essere considerata la piattaforma retorica della deve aver preso una sfilza di 10 nel corso di sua presidenza, Medvedev ha descritto l’econodisinformazione all’Istituto del Kbg dell’Ordine mia russa «cronicamente arretrata, primitiva, della Bandiera Rossa Yuri Andropov (ora dipendente dalle materie prime e sorda alle Academy of Foreign Intelligence), e costringe- necessità del popolo». I principali economisti rà tutti ad interrogarsi fino all’ultimo momento: indipendenti del paese, incluso l’ex consigliere lasciando un orecchino rosso qui, un indizio lì e personale di Putin, Andrei Illarionov, concordadivertendosi come un matto. Ma benché mago no sul fatto che la drastica flessione dell’econodel depistaggio, alcune cose non è riuscito (o mia abbia avuto inizio prima che la crisi econoforse non ha voluto) a nasconderle. Innanzitutto mica globale decimasse il prezzo del petrolio, e rispondendo al quesito più importante: cosa che la crisi interna russa ha costituito la ragione farebbe se tornasse al Cremlino? Il primo mini- per cui il Pil è crollato al 7,9% nel 2009: la più stro, infatti, in più di un’occasione non ha esita- grande contrazione tra le maggiori economie. to nemmeno per un attimo a descrivere le pro- Secondo Putin, invece, il paese è «progredito prie politiche, articolando ciò che equivale ad costantemente» e non ha «grandi problemi». un’agenda strategica, accuratamente e inconfon- Naturalmente la crisi, figlia dell’Occidente, ha

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scenari frenato lo sviluppo della Russia, ma in generale l’economia nazionale è «sul binario giusto». 2. Corruzione. Dei 133 paesi presi in esame l’anno scorso, la Russia si collocava al 121º posto nella protezione del diritto di proprietà (alle spalle non solo dell’Indonesia, all’81º posto, ma anche del Kazakhistan, al 103º) e 116ª nell’indipendenza dei tribunali nell’indagine condotta dal World Economic Forum. Secondo il Transparency International Report del 2009, la Russia si collocava al fondo del Corruption Perceptions Index; 154ª su 178 paesi, dietro Nepal, Camerun, Ecuador e Sierra Leone, ed alla pari con il Kenya. La corruzione, i ricatti e le estorsioni ai danni degli imprenditori sono diventati un pilastro del Putinismo ed uno dei principali ostacoli al progresso economico. Gli imprenditori moscoviti riferiscono che la bustarelle (otkaty) pagate alle autorità cittadine sono aumentate dal 10% dei profitti nel 1990 al 6070% di oggi. Nel settembre 2010, l’addetto del Cremino Gleb Pavlovsky ha descritto la situazione in termini di «autorità esecutive fuori dai controlli» le quali hanno fatto del racket una «impresa commerciale». Esso è protetto dalla stretta di ferro del governo sulle televisioni nazionali e dalla connivenza di tribunali oggetto di intimidazioni o di atti di corruzione. Con le autorità che ad ogni livello utilizzano la paura della “detenzione pre-processuale” (che può durare anni) per estorcere gli imprenditori, forse la più significativa iniziativa politica di Medvedev sinora è stata una legge che sancisce la libertà su cauzione di quanti siano accusati di “reati economici”. Medvedev ha deplorato la «cronica» corruzione che sta «corrodendo» la Russia e ha fatto della lotta a tale il piaga il leitmotiv retorico della propria presidenza. Putin ha ammesso che la corruzione in Russia esiste, aggiungendo però come essa non rappresenti una “sfortuna” esclusivamente del proprio paese. Un anno fa, Putin ha asserito che «La

Spagna ha messo in prigione tutte le autorità locali del sud» (La Spagna si colloca al 32º posto del Transparency International Corruption Perceptions Index). La lotta contro la corruzione in Russia «potrebbe, forse, essere più efficace», ha continuato il Primo Ministro, ma «tale questione richiede minuziose indagini».

3. Questione caucasica.

Il Caucaso settentrionale musulmano è a malapena governabile, flagellato dalla povertà e dalla disoccupazione, e travolto da un implacabile terrorismo islamico di matrice fondamentalista. Non passa giorno, soprattutto nelle Repubbliche di Daghestan e Inguscezia, senza che un ufficiale – un poliziotto, un giudice, un procuratore o un funzionario locale – rimanga ucciso in attacchi terroristici. La scorsa estate, il presidente dell’Inguscezia è scampato per un pelo ad un attacco bomba suicida. Nel giugno 2010, indubbiamente su ordine del Cremlino, la delegazione russa presso l’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa ha votato a favore dell’approvazione di una risoluzione sul Caucaso settentrionale, la quale, tra le altre cose, condannava gli abusi indiscriminati dei diritti umani in Cecenia e criticava vibratamente il “vergognoso” culto della personalità del presidente della Cecenia scelto da Putin, Ramzan Kadyrov. Nel suo discorso sullo “stato della Russia” di fronte ad una sessione congiunta dell’Assemblea Federale nel novembre 2009, Medvedev ha definito la situazione nel nord del Caucaso come «la più seria questione politica interna del nostro paese». Secondo Putin, comunque, la violenza nel Caucaso settentrionale «non costituisce propriamente terrorismo nel senso stretto del termine», ma piuttosto una lotta tra clan per la «redistribuzione delle proprietà». E Kadyrov non è solo un «guerriero risoluto», ma anche «un ottimo leader economico». In breve, il presidente ceceno è un “bravo ragazzo” (molodets). 57


scenari 4. Diritti e libertà. Medvedev ha affermato che il popolo russo è tutto fuorché «indifeso» contro «l’arbitrarietà» delle autorità, ed esso soffre di «nonlibertà» (nesvoboda) e di un «disprezzo» per la legge. Egli ha lamentato i «sentimenti paternalistici» di una «società arcaica», in cui i «pezzi grossi pensano e decidono per tutti», ed ha invocato una «cultura politica di per5sone libere e dotate di pensiero critico». Ha rilasciato la prima intervista della propria presidenza al solo quotidiano di opposizione rimasto, la Novaya gazeta. Alla domanda sull’opposizione pro-democrazia, Putin ha inizialmente dichiarato di non sapere nulla delle periodiche aggressioni dei reparti antisommossa della polizia moscovita ai danni dei dimostranti. Quindi ha calorosamente appoggiato le aggressioni: se i tenaci dimostranti pro-democrazia hanno scelto di ignorare il divieto di manifestare nella centralissima piazza Triumfalnaya di Mosca, ha detto Putin, allora meritavano di essere «colpiti in testa con i manganelli». Inoltre, ha continuato Putin, questi dimostranti «hanno versato vernice rossa» su sé stessi per compromettere le autorità fingendosi feriti. (Nel giugno 2010, dopo essere stato testimone di un’aggressione da parte della polizia di Mosca, il difensore civico per il i diritti umani eletto dalla Duma, Vladimir Lukin, ha protestato con una lettera indirizzata a Medvedev. Lukin ha sottolineato come risultasse incostituzionale per le autorità «approvare» o «proibire» una dimostrazione pacifica, fintanto che gli organizzatori l’avessero notificata alle autorità).

5. Reset e Monaco.

Cosa dire del “reset” con gli Stati Uniti a cui Medvedev si è impegnato in tre vertici con il presidente Barack Obama? «Hmmm», ha risposto Putin. Gli «piacerebbe» credere nel reset ma, vede, la Georgia non «viene riarmata» dagli Stati Uniti? E non era una simile assistenza militare quella culmi-

nata «nell’aggressione» georgiana all’Ossezia del sud due anni or sono? E gli Stati Uniti non hanno forse ancora intenzione di dispiegare scudi antimissile in Europa? Dunque, «dov’è il ‘reset’?» Putin aveva «la sensazione» che Obama fosse «sincero», ma non sa «cosa [Obama] possa o non possa fare». Egli vuole attendere e vedere se il presidente statunitense «avrà o meno successo». Putin non ha avuto rimpianti circa il proprio discorso in perfetto stile Guerra Fredda pronunciato a Monaco nel febbraio 2007. Come ha spiegato ad un reporter russo, l’Occidente (la Nato) aveva “ingannato” la Russia “nel modo più primitivo possibile” espandendo la Nato ad est. Egli ha castigato altresì gli Stati Uniti per l’arresto di un cittadino russo in Africa. Il russo venne accusato di «trasporto illegale di narcotici» fatti entrare segretamente negli Stati Uniti. «Non è forse un oltraggio?!». Così, ha concluso Putin, «ciò che ho detto a Monaco continua ad essere rilevante oggi». «Dunque, nessun errore allora, nessun rimpianto?» Chiede un intervistatore russo. «Nyet!» la risposta di Putin. Non vi è bisogno di cambiare nulla: il Putinismo ha funzionato brillantemente e continuerà a funzionare altrettanto bene. Persino il veterano reporter russo Andrei Kolesnikov di Kommersant, ben utilizzato per le spacconerie di Putin, ha ammesso di essere rimasto “turbato”. 6. 2012. Dalle recenti dichiarazioni pubbliche di Putin emerge una visione della Russia virtualmente antitetica alle idee ed aspirazioni che Medvedev ha articolato. L’abisso tra i disegni di Putin e Medvedev per il futuro della Russia potrebbe racchiudere la risposta al quesito “Putin 2012”: la separazione politica è troppo ampia per lasciare Putin ad attendere la fine del secondo mandato di Medvedev nel 2018 e poi capovolgere quello che egli vede chiaramente come, nella migliore delle ipotesi, non necessa59


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Se desidera sinceramente modernizzare la Russia, Medvedev dovrà far fronte alle consuete scelte di un leader liberalizzatore in un regime autoritario. Egli può continuare ad impegnarsi in licenziamenti occasionali e riforme frammentarie - che la corrotta burocrazia della nomenklatura cercherà di frustrare o a cui opporrà una vigorosa resistenza - senza scalfire l’essenza del Putinismo. Tale percorso comporterebbe una messa in mostra di impotenza e forse anche un ignominioso “pensionamento” nel 2012 rio e, nella peggiore, come deviazioni pericolose dal Putinismo. Mentre l’agenda politica di Putin appare piuttosto certa, quella di Medvedev dovrà affrontare una battaglia in salita ed opzioni forti. La difficoltà per Medvedev è aggravata dal fatto che, mentre le differenze negli approcci dei due leader ai problemi attuali sono effettivamente molto pronunciate, il “disgelo” verso la modernizzazione di Medvedev ha sinora prodotto solo cambiamenti sporadici nei fatti sul campo, il quale continua ad essere dominato e plasmato dal Putinismo. Per concludere, il tono con cui il Cremino comunica con la società nel suo insieme è più moderato, ed i colpi di tamburo della 60

propaganda sulla Russia minacciati dagli implacabili nemici esterni e dalla “quinta colonna” (l’opposizione pro-democrazia) all’interno sembrano essere stati zittiti. Diverse misure anti-corruzione sono state varate, prima fra tutte la sopraccitata legge che impone una cauzione per quanti siano accusati di aver commesso “reati economici” e mira a privare la burocrazia di un fondamentale strumento di ricatto contro gli imprenditori. In aggiunta, Mosca ha esibito un’ostilità meno manifesta verso i propri vicini dell’Europa orientale e la Nato, ha concluso un trattato di controllo delle armi strategiche con gli Stati Uniti, si è avvicinata alla posizione statunitense sulle sanzioni contro l’Iran, ha cancellato la vendita dei missili terra-aria a Teheran, e ha accresciuto la propria cooperazione con l’Afghanistan. Inoltre, la presunta imminente entrata della Russia nel Wto rappresenta una chiara inversione di rotta rispetto alla tarda estate del 2009. Tuttavia, le truppe russe sono ancora concentrate al confine con la Georgia, la censura governativa sulle televisioni è altrettanto soffocante, ed i partiti e i movimenti d’opposizione sono sostanzialmente incapaci di registrarsi, men che meno di partecipare alle elezioni locali e nazionali. I cittadini non possono ancora eleggere i governatori provinciali e, in alcune regioni, i sindaci. Malgrado la sfuriata di Medvedev contro il “nichilismo legale” e le punizioni occasionali di ufficiali corrotti, il fenomeno della corruzione non mostra segni di cedimento, e gli imprenditori continuano ad essere terrorizzati dalla “guida” burocratica e dall’estorsione. Il licenziamento di Luzhkov da parte di Medvedev è stato invero un “atto rivoluzionario” come alcuni analisti russi ed occidentali ritengono? A dire il vero, il sindaco di Mosca aveva tentato di “putinizzarsi” soffocando le


scenari ultime vestigia di autogoverno e democrazia nella capitale russa – manipolando spudoratamente le elezioni e dando il via ad atti di grottesca brutalità da parte della polizia contro i dimostranti pro-democrazia. Si vocifera inoltre che egli sia tremendamente corrotto, anche per gli standard russi. Tuttavia, l’impatto delle sue dimissioni si estenderà al di là dei giochi interni al Cremino solo se queste saranno seguite da un’immediata abrogazione di un regime politico incostituzionale a Mosca e da attente e risolute indagini nel labirinto della corruzione – a prescindere da quanto in alto si possa risalire nella gerarchia del Cremlino. Nel frattempo, sebbene sia riuscito a sbarazzarsi di Luzhkov, Medvedev non è stato n grado di rimpiazzarlo con uno dei suoi uomini; a quanto si dice, l’ex capo di gabinetto di Putin, Sergei Sobyanin, continuerà a dimostrare lealtà al suo vecchio capo e, come Luzhkov, “consegnerà” la potente macchina politica di Mosca a Putin. Di qui discende lo scarso ascendente politico di Medvedev all’interno di ciò che in Russia è conosciuto come il “tandem di potere” tra il presidente ed il primo ministro.

Se desidera sinceramente modernizzare la Russia, Medvedev dovrà far fronte alle consuete scelte di un leader liberalizzatore in un regime autoritario. Egli può continuare ad impegnarsi in licenziamenti occasionali e riforme frammentarie - che la reazionaria e corrotta burocrazia della nomenklatura cercherà di frustrare o a cui opporrà una vigorosa resistenza senza scalfire l’essenza del Putinismo. Tale percorso comporterebbe molto probabilmente una messa in mostra di impotenza e forse anche in un ignominioso “pensionamento” nel 2012. È questa l’opzione Chruščëv - il cui nome deriva dal sincero ma confuso ex seguace di Stalin, il quale tentò una destalinizzazione immensamente benefica, ma che ebbe un enorme timore

di riformare il sistema alla radice e venne “pensionato” dall’apparat in un colpo di palazzo nel 1964. Il presidente russo dovrà tentare di fondere le liberalizzazioni “dall’alto” con la richiesta sinora soffocata di cambiamento dal basso tendendo la mano al movimento d’opposizione pro-democrazia ed ai contestatori della nuova classe media russa, i quali invocano più libertà economica e politica e chiedono le dimissioni di Putin. Questo, naturalmente, è stato il percorso seguito da Michail Gorbaciov, il quale - avendo tentato riforme “amministrative” ed essendosi ritrovato bloccato dall’apparat che lo aveva “eletto” - inferse al sistema un colpo mortale abolendo la censura nel 1987 ed indicendo elezioni semi-libere nel 1989 e nel 1990. Nella corsa elettorale per il rinnovo della Duma nel 2011, Medvedev dovrebbe fare semplicemente questo: assicurare uno spontaneo dibattito pubblico, in primis e soprattutto sulle televisioni nazionali, e rimuovere gli ostacoli alla registrazione alle elezioni dei partiti e dei movimenti d’opposizione. Esiste, naturalmente, una terza opzione: quella di Leonìd Breznev, il quale governò con la benedizione della sempre più corrotta ed ortodossa nomenklatura per diciotto anni, mentre il paese sprofondava giorno dopo giorno nel pantano della stagnazione economica, sociale e morale sotto il peso di problemi letali ma ignorati. Ma l’opzione Brezev non è disponibile per Medvedev: è già stata presa da qualcun altro. «Per noi è importante, Vladimir Vladimirovich, che l’attuale regime venga preservato!» con queste parole il (ora ex) primo vicesindaco di Mosca, Yuri Roslyak, ha supplicato Putin lo scorso settembre. Se Putin dovesse riprendere possesso del Cremlino nel 2012 e ricoprisse due mandati di sei anni, nel 2024 avrebbe guidato la Russia per vent’anni - due anni in più di Breznev, e molto probabilmente con gli stessi risultati. 61


lo scacchiere La Turchia islamista contro l’Iran secolare: chi vincerà?

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Perché bin Laden e Khomeini saranno dimenticati, ma non Erdogan DI

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gli inizi del XVI secolo, mentre gli imperi ottomano e safavide combattevano per avere il controllo del Medio Oriente, Selim il Crudele governando da Istanbul assecondava il suo lato artistico componendo eccellenti poesie in persiano, che in seguito divenne la lingua mediorientale di cultura alta. Al contempo Ismail I, che governava da Isfahan, scriveva poesie in turco, la sua lingua ancestrale. Una giustapposizione che oggi ci riconduce ad un’altra lotta. Mentre la Turchia secolare fondata da Atatürk rischia di sparire sotto un’ondata di islamismo, lo stato iraniano islamista

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fondato da Khomeini a quanto pare è sull’orlo del secolarismo. I turchi desiderano vivere come gli iraniani e gli iraniani amano vivere come i turchi. La Turchia e l’Iran sono due Paesi a maggioranza musulmana estesi, influenti e piuttosto progrediti, sono storicamente importanti, in posizione strategica e molto osservati; e man mano che essi si incrociano, come da me previsto nel 1994, correndo in opposte direzioni, i loro destini influenzeranno non solo il futuro del Medio Oriente, ma in fieri anche l’intero mondo musulmano. Vediamo in dettaglio: Turchia. Nel periodo che va dal 1923 al 1938, Atatürk rimosse quasi del tutto l’Islam dalla vita pubblica. Nel corso dei decenni, tuttavia, gli islamisti reagirono e a partire dagli anni Settanta fecero parte di una coalizione governativa; nel biennio 1996-97 furono perfino a capo di un governo. Gli islamisti presero il potere in seguito alle strane elezioni del 2002, in cui il fatto di aver ottenuto un terzo dei voti assicurò loro due terzi dei seggi parlamentari. Governare con cautela e competenza gli valse quasi la metà dei voti nel 2007, e a quel punto si tolsero i guanti e iniziarono vessazioni di ogni tipo: da un’ammenda estremamente


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eccessiva imposta a un critico dei media a stravaganti teorie cospirative contro le forze armate. In un referendum del settembre scorso gli islamisti hanno ottenuto il 58 per cento dei voti e sembrano intenzionati a vincere le prossime elezioni che si terranno nel giugno 2011. Se dovessero farcela, probabilmente piegheranno il Paese al loro volere, istituendo la legge islamica (la Shari‘a) e costruendo un ordine islamico che assomigli al governo idealizzato di Khomeini. Iran. Khomeini fece l’opposto di Atatürk, rendendo l’Islam politicamente dominante durante il suo regno, durato dal 1979 al 1989. Poco dopo, però, esso cominciò a vacillare con l’emergere di fazioni discordanti, il crollo dell’economia e con la popolazione che prese le distanze dalla politica estremista del regime. Malgrado un crollo del regime atteso negli anni Novanta, il regime ha ripreso fiato. Ma è cresciuta, e di molto, l’opposizione. Specie dopo le elezioni del 2009. Le crescenti patologie del Paese, incluse un dilagante uso di stupefacenti, la pornografia e la prostituzione, mettono in evidenza quanto siano gravi i suoi problemi. Una gara è dunque in corso. Ma non si è ancora trasformata in competizione, visto che gli islamisti attualmente governano in entrambe le capitali, Ankara e Teheran. Guardando al futuro, l’Iran rappresenta il maggior pericolo del Medio Oriente e la sua speranza più grande. La sua attività di proliferazione nucleare, il terrorismo, l’aggressività ideologica e la creazione di un “blocco della resistenza” costituiscono una reale minaccia globale, che va da un’impennata dei prezzi del petrolio e del gas a un attacco a impulsi elettromagnetici con-

tro gli Stati Uniti. Ma se questi pericoli possono essere pilotati, controllati e tenuti a freno, l’Iran ha un’unica possibilità per condurre i musulmani fuori dalla notte buia dell’islamismo verso una forma di Islam più moderna, moderata e che osservi il principio di buon vicinato. Come nel 1979, questo successo probabilmente riguarderà i musulmani di tutto il mondo. Al contrario, mentre il governo turco presenta alcuni pericoli immediati, la sua applicazione più sottile degli orribili principi dell’islamismo gli fa occupare una posizione di primo piano come futura minaccia. Molto tempo dopo che Khomeini e Osama bin Laden saranno stati dimenticati, azzardo a dire, Recep Tayyip Erdogan e i suoi colleghi saranno ricordati come gli inventori di una forma di islamismo più duratura e insidiosa. In tal modo, il Paese che costituisce il problema mediorientale più pressante di oggi potrebbe diventare il leader del buonsenso e della creatività di domani, mentre il più fedele alleato musulmano del l’Occidente per oltre cinquant’anni, si potrebbe trasformare nella più grande fonte di ostilità e di reazione. L’estrapolazione è tempo perso, la ruota gira e la storia offre sorprese. 63


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Europa/Le mura (più o meno solide) dell’Euro Il legame tra moneta e difesa rimane connaturato all’autorità statuale DI ALESSANDRO MARRONE

er secoli, le monarchie europee hanno battuto una moneta con il volto del monarca, e pagato con quella moneta i loro eserciti. Poi è cambiato tutto, ma il legame tra moneta e difesa rimane connaturato all’autorità statuale anche nell’era della globalizzazione. Basti pensare che gli Stati Uniti hanno potuto permettersi finora il doppio deficit, di bilancio e commerciale, anche grazie al loro ruolo di superpotenza militare perno del sistema internazionale. In quest’ottica, la crisi dell’euro offre interessanti spunti politico-strategici. Alla sua nascita l’euro era quotato circa 0,86 con il dollaro, quindi anche durante la sua recente “crisi” la quotazione della moneta europea era del 25% superiore rispetto al suo esordio. Perché allora una moneta così “forte” è considerata in crisi, e non lo è il dollaro? Una delle cause è che dietro il dollaro c’è uno stato, un governo, un presidente. Un’autorità che ha la piena sovranità, inclusa quella monetaria e fiscale. Dietro l’euro non c’è uno stato. C’è la Bce che gestisce la politica monetaria. Ci sono 17 stati membri della zona-euro che hanno piena sovranità fiscale. E ci sono istituzioni Ue come la Commissione e il Consiglio che tentano di coordinare le politiche economiche nazionali. La particolare governance europea fa sì che quando la speculazione attacca i titoli di uno stato membro della zona-euro gli effetti si scaricano sulla moneta unica senza che ci sia una autorità unica a contrastarli. L’estate del 2010 è stata segnata dalla crisi del debito pubblico greco. La speculazione ha attaccato una economia della zona-euro periferica ma strettamente connessa al suo cuore, attraverso i depositi di titoli greci detenuti dalle banche tedesche. La difesa europea del fronte greco è stata tardiva, incompleta e mal coordinata, ma alla fine è riuscita a respingere l’attacco alle “mura” dell’euro. Alla fine del 2010 una manovra simile si è ripetuta con l’Irlanda. Cosa succederebbe, in termini politico-strategici, se un attacco del genere riuscisse a sfondare le mura, cioè a portare un paese membro dell’euro alla bancarotta? In primo luogo, come avviene quando una linea difensiva viene sfondata, bisogna vedere se è possibile o no ricostruire una seconda linea difensiva più all’interno del proprio perimetro. Di certo il default di un paese come la Grecia o l’Irlanda incoraggerebbe la speculazione ad attaccare un altro dei paesi

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sulla linea del fronte, quali Portogallo e Spagna. A quel punto, alcuni pensano che arroccarsi su un perimetro più ristretto renderebbe possibile la sua difesa, cioè che una zona-euro costituita dalla Germania e da pochi altri paesi europei a basso debito pubblico sia una soluzione possibiI. In quest’ottica si pone la proposta tedesca di approntare entro il 2013 un meccanismo Ue per la gestione ordinata del default di un paese membro della zona-euro. ììAltri ritengono che se le mura dell’euro cadessero non servirebbe a nulla rifugiarsi nel mastio del castello, la sua torre più solida e imprendibile, quando si è circondati dalle macerie della ex cittadella fortificata. La stessa Germania, che attualmente vende il 40% delle proprie esportazioni a paesi della zona-euro, si troverebbe svantaggiata nell’esportare verso una dozzina di paesi europei anche di grosse dimensioni, inclusi Spagna, Italia e Francia, che in questo scenario ricorrerebbero alla svalutazione competitiva della loro ritrovata moneta nazionale. In fondo è quello che è già avvenuto in passato con lo Sme, e non è escluso che la storia si ripeta. Non a caso, il presidente del Consiglio Europeo Van Rompuy ha affermato che il destino dell’Ue si gioca sul perimetro della zona-euro. Un tracollo dell’integrazione monetaria ed economica avrebbe effetti drammatici su quella politica, e di conseguenza nel settore della sicurezza e difesa. Tradizionalmente, sin dai tempi di Ced e Ceca, l’integrazione economica è riuscita dove è fallita quella nella difesa. Se il primo collante venisse meno difficilmente potrebbe essere sostituito da un processo di integrazione delle politiche di sicurezza e difesa che di per sé è lento, fragile e pieno di ostacoli. Inoltre, la Ue a 27 paesi membri ha priorità di sicurezza più eterogenee della vecchia Cee, mentre gli Stati Uniti si disinteressano dell’Europa e la Russia resta più un fattore di divisione che di unione. In questa situazione, il crollo delle mura dell’euro potrebbe avere effetti politico-strategici tanto forti quanto imprevedibili. Gli ultimi due decenni di integrazione nell’Ue hanno seppellito lo spettro di una ri-nazionalizzazione delle politiche di difesa dei paesi europei, erroneamente preconizzata tra gli altri dal famoso articolo di Mearsheimer del 1990. Il problema degli spettri, è che tendono a ritornare. Specie nei castelli europei.


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America latina/Wikileaks, gli Usa e il Sudamerica Argentina e Brasile, i mediatori di Hillary Clinton DI RICCARDO GEFTER WONDRICH

o scandalo dei messaggi diplomatici filtrati dal sito WikiLeaks è scoppiato proprio alla vigilia del XX vertice dei paesi iberoamericani, organizzato a Mar del Plata il 3 e 4 dicembre scorso. La pubblicazione dei documenti riservati ha spinto i governi più antiamericani della regione -Venezuela, Nicaragua, Bolivia e Cuba - a disertare il summit dopo aver costatato che non c’era la volontà comune di formulare una dichiarazione di condanna nei confronti degli Usa. Altri paesi hanno reagito con maggior prudenza: nessuno sapeva quali e quante informazioni sarebbero potute venire alla luce, e i rapporti bilaterali con gli Stati Uniti andavano preservati. Il danno d’immagine per gli Stati Uniti è certamente grande. Tuttavia, dai rapporti non sono emersi elementi di incoerenza tra la politica pubblica di Washington e i discorsi che venivano trasmessi in via riservata. Non ci sono prove di interventi diretti negli affari interni dei paesi latinoamericani, e l’unico elemento di scandalo riguarda semmai le attività di spionaggio ai danni di alti funzionari delle Nazioni Unite. Il tentativo di usare i files WikiLeaks per rilanciare i temi classici dell’antiamericanismo e le “cospirazioni dell’impero” è quindi andato a vuoto. Di più, è possibile che le informazioni trapelate finiscano per creare imbarazzi tra i paesi latinoamericani, così come sta succedendo nel mondo arabo rispetto al doppio discorso -pubblico e riservato- sul rischio Iran. Il governo argentino è stato tra quelli più duramente chiamati in causa. L’ambasciata americana a Buenos Aires esprimeva critiche sulla volontà e capacità del governo locale di contrastare narcotraffico e riciclaggio di denaro, sollevava dubbi sul modo in cui è cresciuto il patrimonio dei coniugi Kirchner nel corso degli anni, lamentava il livello della corruzione nel paese sudamericano, si informava sullo stato di salute mentale del presidente Cristina Kirchner.

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Quand’è trapelata quest’ultima informazione, il segretario di Stato Hillary Clinton ha chiamato la Kirchner offrendole le scuse personali per l’accaduto. Nonostante la gravità di queste tematiche, le scuse sono state accettate: un mese dopo la morte improvvisa dell’iracondo marito Néstor, Cristina ha confermato così l’impressione di voler prendere le distanze dal “blocco bolivariano”. Dai documenti WikiLeaks Argentina e Brasile appaiono quali partner collaborativi, ai quali il governo Usa può chiedere di contenere l’esuberanza antiamericana del presidente boliviano Evo Morales o di quello venezuelano Hugo Chávez. Il governo argentino avrebbe promesso di cooperare con gli Usa in Bolivia, cercando di evitare che apparisse come un’“operazione politica” contro il governo di Morales. Quello brasiliano avrebbe addirittura proposto all’ambasciatore americano a Caracas uno scambio: gli Usa avrebbero permesso al Brasile di esportare tecnologia militare e parti di ricambio nell’ambito di una commessa di 24 aerei Embraer SuperTucano al Venezuela, e il Brasile avrebbe esercitato pressioni sul governo di Caracas perché non attaccasse l’opposizione politica interna (alla fine gli Stati Uniti non accettarono, e il Brasile perse l’importante commessa). Per quanto riguarda i rapporti con Iran e Russia, i messaggi tendono a rassicurare che il Venezuela è «incapace di una cooperazione nucleare di peso», e «non esiste ricerca e estrazione di uranio in Venezuela». Nel complesso, il contenuto delle informazioni pubblicate non è originale. L’elemento di novità consiste piuttosto nell’aver reso noto a tutti che alcuni temi sensibili erano e sono oggetto di dialogo costante con Washington, e che le relazioni con gli Stati Uniti sono in realtà assai più complesse di quanto il demagogico anti-americanismo cubano-venezuelano voglia far credere. 65

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La storia

LA SANTIFICAZIONE DI FYODOR USHAKOV PATRONO D DI “OTTOBRE ROSSO” di Virgilio Ilari on maggior forza rispetto alla Chiesa cattolica, quella ortodossa sottolinea che la “glorificazione” (equivalente ortodosso della canonizzazione) dei santi è un atto di Dio che la Chiesa si limita soltanto a riconoscere. Oltre ai miracoli e alla devozione popolare, tra i segni della scelta divina c’è la condizione incorrotta delle reliquie. Questa circostanza, benché non essenziale, è stata dichiarata pure nel caso del Santo Beato Fyodor Fyodorovich Ushakov (1744-1817), glorificato il 5 agosto 2001 nel monastero della Natività di Sanaksary, dove il santo trascorse in preghiera, in una cella solitaria, gli ultimi dieci anni di vita, dopo essersi spogliato delle sue ricchezze a favore dei poveri. Per quanto le foto scattate durante la riesumazione (avvenuta nel 1944) documentino che furono ritrovati solo il teschio, ossa e resti di spalline (http://tmn13.ucoz.ru /index/vskrytie_mogily_admirala/0-174). Ad oggi la Chiesa cattolica ha proclamato almeno 10 mila santi, di cui 158 dal 1800 al 1960 e 482 dal solo Giovanni Paolo II (per la quasi totalità preti e monache o laici martirizzati). Dopo il Grande Scisma del 1054 ciascuna delle due Chiese, latina e greca, proclama

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i propri santi in modo indipendente, senza alcun riconoscimento reciproco. Questo è il retroscena del clamoroso documento, di imminente pubblicazione, da cui potrebbero dipendere la sorte di Julian Assange e gli equilibri strategici mondiali. Pare infatti che Putin abbia chiesto a Berlusconi di convincere papa Ratzinger a riconoscere la santità di Ushakov e che a tal fine il premier italiano abbia (con la mediazione di Renzi e Cacciari) segretamente convocato Margherita Hack per assistere insieme a lei, in una lussuosa dacia alla periferia di San Pietroburgo, alla proiezione di una versione restaurata di Korabli shturmuyut bastiony (Ships storm the bastions), con la famosa scena dell’entrata dei liberatori russi a Roma, acclamati dai papalini festanti. Come l’attento lettore ricorderà, infatti, nell’ambito dello “strappo” da Mosca, i comunisti italiani hanno diffuso la menzogna che Sebastopoli e la flotta russa del Mar Nero siano state create dal principe Potemkin (1739-91), costringendoci per mezzo secolo ad assistere alla proiezione della pazzesca boiata prodotta nel ventennale della rivolta dell’omonima corazzata e a recitare nei rituali remake girati sulla scalinata di Valle Giulia. Ci hanno così tenuto nascosto che nell’estate 1943, su


suggerimento dell’ammiraglio Nikolai Gerasimovich Sebastopoli e dell’arsenale di Kherson (1783-87), ai conKuznetsov (1904-74), Stalin decise di rettificare la verità seguenti contrasti con Potemkin e alle grandi vittorie storica sostituendo l’arrogante e navali di Fidonisi, Tendra, Stretti di monocolo favorito di Caterina II, Kerch e Capo Caliacria nella settiBeatificato nel 2001 con il contemporaneo e più longema guerra russo-turca (1789-91); nel monastero vo ammiraglio Ushakov, un prol’altro (Korabli shturmuyut bastiodella Natività vinciale che si era fatto da sé ny) alla campagna navale del 1799 comandando il bianco yacht di nel Mediterraneo, con l’espugnadi Sanaksary, l’Ammiraglio Caterina II (altro che il panfilo zione di Corfù (donde il titolo “navi più famoso di Russia, Britannia! capita l’antifona?) e contro bastioni”), le crociere su protettore dei bombardieri che in 43 battaglie non aveva Messina e Malta, e il concorso nucleari a lungo raggio, perso una sola nave. Creato il 3 russo (e ottomano!) alla riconquista diventa un caso diplomatico. marzo 1944, l’Ordine di Ushakov, sanfedista di Napoli, all’entrata terzo in rango dopo quelli della degli alleati a Roma e agli assedi di Putin vuole infatti Vittoria e della Bandiera Rossa e Ancona e di Genova, con i conseche venga riconosciuto anche alla pari con quello di Suvorov guenti contrasti con Nelson fino dalla Santa Sede. E ha chiesto (esercito), è stato concesso solo alla disgrazia di Ushakov decretata l’aiuto di Berlusconi 241 volte. Nel 1953 Kuznetzov dal nuovo zar Alessandro I. mise Sebastopoli e la Flotta del Kuznetzov fu bruscamente rimosso Mar Nero a disposizione del regista Mikhail Romm dal comando delle forze navali nel dicembre 1955, quasi (1901-71) per girare due film, il primo (Admiral Ushakov) certamente a seguito della misteriosa esplosione della dedicato alla bonifica della Crimea, alla creazione di corazzata Novorossiysk (ex-italiana Giulio Cesare), salta67

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storia ta in aria nel porto di Sebastopoli il 28 ottobre 1955 con un bilancio di 608 vittime: il fatto, conosciuto in Occidente almeno dal 1956, fu ufficialmente ammesso in Russia solo nel 1986. Nel 1992 il settimanale Sovershenno Secretno (Top Secret) ipotizzò che una carica esplosiva, collocata a bordo nel dicembre 1948 all’atto della consegna della Giulio Cesare alla marina sovietica come riparazione di guerra, fosse stata attivata a distanza da un commando di reduci della Decima Mas capeggiati da Junio Valerio Borghese (1906-74) e da Gino Birindelli (1911-2008), futuro capo di stato maggiore della marina italiana e parlamentare, i quali avrebbero forzato le difese della base navale russa per fare pubblicità a un nuovo tipo di barchini d’assalto costruiti dall’industria navale italiana (Birindelli, unico superstite del presunto commando, replicò che era una balla: e del resto a nessuna procura, né russa né italiana, venne l’idea di verificare la succulenta notitia criminis). Forse anche grazie ai film di Romm, il culto di Ushakov sopravvisse alla disgrazia di Kuznetzov. Al punto che nel 1978 il suo nome fu dato al “pianeta 3010”, uno dei 267 asteroidi scoperti presso l’Osservatorio Astrofisico della Crimea da Ljudmila Ivanovna âernych (1935) e pare che Berlusconi, dopo aver assistito con Italo Bocchino alla proiezione di Fascisti su Marte, stia cercando di convincere la sfaticata Margherita Hack (1922) a decidersi finalmente a scoprire il mitico X pianeta Nibiru e a battezzarlo “Fratelli Emilio e Francesco Faà di Bruno”. Sempre grazie alla cinepresa di Rumm, Ushakov è sopravvissuto pure alle traversie subite dalla Russia nell’ultimo quarto di secolo. Ancora Gorbaciov gli dedicò uno degli ultimi francobolli da 5 copechi emesso nel 1987 dalle poste sovietiche. Malgrado la canonizzazione della famiglia imperiale russa sterminata dai bolscevichi nel 1917, proclamata il

19 ottobre 1981 dalla Chiesa russa in esilio e recepita ufficialmente il 15 agosto 2000 dal Patriarcato di Mosca, e malgrado la rivalutazione politica dei Romanov, la nuova Russia di Putin non ha ripristinato il culto zarista di Potemkin. Insieme alla glorificazione, nel 2001 Ushakov è stato infatti proclamato patrono della Marina russa. Fin qui, sia pure con qualche protesta dell’ala progressista e pacifista, il Vaticano potrebbe pure starci, soprattutto tenendo conto del precedente di Pio XII, che concesse il Patronato Mariano ai militari cattolici delle Forze Armate americane l’8 maggio 1942 (proprio alla vigilia della vittoria di Midway contro la flotta nipponica alleata del Regno d’Italia), e poi all’Arma dei Carabinieri (11 novembre 1949) perdonandole dopo le elezioni del 18 aprile e l’adesione al Patto Atlantico qualche marachella anticlericale del lontano passato. E del fatto che nel 1942, durante l’assedio di Mosca, l’ex seminarista di Tbilisi prese in considerazione la proposta di far sfilare in processione l’icona della Vergine, acclamata come protettrice dell’Armata Rossa (del resto nel primo film di Romm c’è la scena della benedizione del vascello San Paolo, ammiraglia di Ushakov: e in Guerra e Pace di Bondarchuk c’è quella ancora più epica della processione prima della battaglia di Borodino, con Kutusov e i veterani che si segnano al passaggio dell’icona della Vergine). In via estremamente riservata, prego i nostri influenti lettori di informare Palazzo Chigi di una circostanza che potrebbe creare Oltretevere un ostacolo forse insormontabile alla canonizzazione cattolica di Ushakov, o quanto meno un forte imbarazzo. Si tratta del fatto che l’Ammiraglio è diventato oggetto di una guerra intestina e spietata tra la marina e l’aviazione russa! Infatti quest’ultima ha ottenuto non solo una nuova canonizzazione dell’eroe, avvenuta nel 2004 nella cappella della 37a Armata 69


Risk aerea a Mosca; ma addirittura, il 25 settembre 2005, la concessione da parte del patriarca Alessio II del patronato dei bombardieri nucleari a lungo raggio! Dopo un consulto con Gianni Letta e Bruno Vespa, mi permetterei di suggerire al Cavaliere di esplorare la disponibilità di Putin a intervenire sul Patriarca e sul colonnello generale Alexander Zelin, comandante in capo della Voyenno-vozdushnye sily, perché accettino di estendere il patronato pure alle forze nucleari subacquee: se necessario, posso fornire una videocassetta di Caccia a Ottobre rosso. Nel frattempo, vorrei offrire al curioso lettore qualche osservazione storica in margine ai due bei film di Romm, entrambi caricati in lingua originale su youtube rispettivamente in 11 e 9 video di 10 minuti. Ushakov e Potemkin sono interpretati da Ivan Pereverzev (1914-78) e Boris Livanov (1904-72), che aveva recitato in Ottobre e Il Disertore. Il personaggio oggi più famoso del cast è però Sergei Bondarchuk (1920-94), il futuro regista di Guerra e Pace (1965-67), che nei film di Romm interpreta Tikhon Alekseevich Prokofiev, un giovane ufficiale che nel film si immagina ucciso a tradimento da un levantino dopo aver appena espugnato la fortezza di Corfù. La scena dello sbarco travolgente dei marines e dei granatieri russi, della scalata alle mura, della bandiera con la croce di Sant’Andrea piantata sul torrione, degli ufficiali francesi che rendono la spada, è davvero bella e ben trovata. Peccato che sia inventata di sana pianta, perché il grosso delle truppe erano ottomani e albanesi, e perché Ushakov rimase inattivo per quattro mesi finché il 21 febbraio 1799 non arrivarono da Messina il commodoro Stuart e un ufficiale inglese del genio. Altrettanto immaginari sono i ripetuti colloqui di Ushakov con Nelson in presenza della dissoluta coppia formata da Lord e Lady Hamilton e con l’occasionale intervento della regina di Napoli Maria Carolina d’Austria, isterica sorella di Maria Antonietta di Francia. Romm suggerisce allo spettatore che Ushakov fosse perseguitato dai monocoli, prima Potemkin e poi Nelson, lui pure geloso dell’ammiraglio russo, nonché un criminale di guerra che faceva fucilare i prigionieri repubblicani (in realtà fece eseguire per impiccagione la condanna di Caracciolo emessa da un consiglio di guerra borbonico e consegnò ai tribunali borbonici gli altri prigionie70

ri). E così pure la spada che il colonnelle Mejan, comandante di Sant’Elmo, avrebbe consegnato a Ushakov; nonché l’ingresso trionfale dell’ammiraglio a Roma; e l’allontanamento della squadra russa dal blocco di Malta [allora occupata dai francesi], voluto da Nelson per non sottostare all’autorità del collega russo, più anziano in grado. La banale verità è infatti che dopo la capitolazione di Corfù (4 marzo 1799) Ushakov rimase inattivo nello Ionio, limitandosi a sbarcare a Manfredonia appena 390 dei 3.000 granatieri speditigli via Trieste da Suvorov (poi fatto dallo zar principe “Italinski” per essere entrato a Milano e a Torino ricacciando i francesi oltre le Alpi). Furono quei 390, comandati da Henry Baillie, un irlandese al servizio russo, l’unico sostegno russo, insieme a un contingente ottomano di albanesi musulmani, all’Armata della Santa Fede guidata dal cardinale Ruffo che il 14 giugno entrò in Napoli. La resa dei Castelli, confermata da Mejan dopo la revoca, imposta da Ferdinando IV e da Nelson, dei patti stipulati da Ruffo che salvaguardavano i repubblicani, fu approvata solo per mera accessione dai comandanti dei contingenti russo e turco, Baillie e Acmet. La resa di Roma fu stipulata il 29 settembre 1799 col comandante di una corvetta inglese che da Fiumicino aveva risalito il Tevere, e sul Campidoglio fu issato l’Union Jack. I romani accolsero festanti, è vero, i 450 granatieri russi entrati nella Città Santa il 3 ottobre: ma furono festeggiati non solo e non tanto perché venivano a restaurare il papa, ma perché impedivano di entrare ai 2.000 briganti capeggiati da fra Diavolo, che furono rimandati in Ciociaria. A volte mi iscriverei al gruppo nostalgico “Addavenì” e, tanto pe’ sognà, me so’ guardato commosso la scena dell’ingresso dei russi a Roma, caricata su youtube da Fatum1963 (Na Rym...Marshy!) e da russianpatriot. Ma qui casca l’asino: immaginate le bellezze di Sebastopoli che tentano de fa le trasteverine, una piazza San Pietro col cupolone sfumato sullo sfondo e il colonnato ... non solo poggiato su un basamento preso dai kolossal dell’antichi romani, ma che invece di protendersi dalla Basilica la fronteggia! Senza contare che appena pochi mesi dopo l’idea geniale di Kuznetzov e l’ingresso di Togliatti nel governo Badoglio, a Roma c’era entrato Mark Clark, percorrendo in jeep lo stesso tragitto dei russi


del 1799 dal Campidoglio a San Pietro (con l’unica variante di via della Conciliazione...). Quanto all’atteggiamento di Nelson sulla partecipazione russa al blocco di Malta, la questione non stava nella supposta gelosia, ma nelle mire russe sull’arcipelago strategico. Benché ortodosso, lo zar si era infatti autonominato Gran Maestro dell’Ordine Gerosolimitano e aveva dato ospitalità a San Pietroburgo ai cavalieri che non avevano accettato lo scioglimento imposto dalla Lingua francese dopo lo sbarco di Bonaparte e firmato dall’ultimo gran maestro von Hompesch. In ogni modo Nelson sollecitò più volte il promesso arrivo dei granatieri e delle navi russe. Le navi arrivarono a Palermo il 15 agosto: ma non erano quelle di Ushakov, bensì la squadra del Baltico (Kartzov). Infine i film danno per scontato che il personale della flotta del Mar Nero fosse composto esclusivamente da russi. Questo era vero nel 1905, ma non certo nel Settecento: in realtà sia gli ufficiali che i marinai erano un’accozzaglia di tutte le nazionalità, in cui abbondavano croati, dalmati, veneziani e albanesi. Nel primo film figura pure il conte Giorgio Voinovich, di origine croata ma appartenente ad una delle primarie case commerciali di Trieste e comandante di varie crociere contro i corsari turchi. Non se ne parla invece nel film sul 1799, benché fu proprio dell’anno che comandò una divisione navale russo-turca all’assedio di Ancona. Secondo il diarista francese Mangourit avrebbe commesso ripetute violazioni dell’umanità e del diritto di guerra, ragion per cui gli austriaci accolsero la richiesta francese di escluderlo dall’atto di resa. Fu questo sgarbo a decidere Paolo I ad uscire dalla coalizione e allearsi con Napoleone. Il giorno (23 marzo 1801) in cui fu assassinato, (in una congiura di palazzo avallata dal figlio Alessandro, e sotto la minaccia della squadra inglese del Baltico, comandata da Nelson), 30.000 cosacchi stavano marciando verso la Persia e l’India per cooperare coi resti dell’Armée d’Orient abbandonata da Bonaparte in Egitto. Di tutto ciò, troppo complicato, Romm non parla; Paolo I compare di sfuggita, dipinto come una macchietta isterica secondo la vulgata che lo ripudia come filotedesco; e neppure spiega la disgrazia di Ushakov, decretata da Alessandro dopo la pace di Tilsit (1807) che brevemente rialzò le sorti del partito eurasista e antibritannico. Multa renascuntur quae iam cecidere. A destra: Potemkin; in apertura, pag. 67: la glorificazione di San Fyodor Fyodorovich Ushakov; pag. 68: il manifesto cinematografico del film “Admiral Ushakov” (1953); pag. 69: icona di San Fyodor Fyodorovich Ushakov


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VITA STRAORDINARIA DI UMBERTO KLINGER, AVIATORE ROMANTICO AL SERVIZIO DELL’ITALIA di Mario Arpino opo anni di paziente lavoro, con questo volume gli Autori - rispettivamente il genero e la figlia di Umberto Klinger (1900 - 1971) hanno concluso un lungo e approfondito periodo di ricerca sul grande aviatore e imprenditore veneziano. Il volume, pubblicato nel quarantesimo anniversario della scomparsa, racconta nel dettaglio la sua vita. Il percorso va dal periodo in cui era sottotenente degli arditi, al fronte durante la prima guerra mondiale, alla partecipazione con D’Annunzio all’impresa fiumana, per arrivare al suo impegno tra i due conflitti nel consolidamento del trasporto aereo (alla presidenza della Sam e dell’Ala Littoria negli anni di maggiore sviluppo dell’aviazione commerciale in Italia) e, successivamente, ai suoi voli bellici nei gruppi da bombardamento e nei Servizi Aerei Speciali (Sas). Finita la guerra, Umberto Klinger fa rinascere gli impianti aeronautici del Lido di Venezia (Aeroporto “Nicelli”), già dell’Ala Littoria e fonda la nuova società “Officine aeronavali di Venezia”, assumendone la presidenza e lavorando con impegno e passione fino alla tragica scomparsa. Numerosi sono gli episodi narrati, le figure, gli eventi: Italo Balbo, i pionieristici voli di linea con l’Africa Orientale, la costruzione dell’aeroporto del Littorio (oggi dell’Urbe), la creazione delle tratte transatlantiche e della base di scalo per il Sudamerica nell’Isola del Sale, la nascita delle linee aeree transcontinentali italiane. Ma non si tratta solo della biografia di un pioniere, di un uomo eccezionale. Un eroe veneziano è sopra tutto un libro che affronta, con misura e pacatezza, una vasta pluralità di argomenti - tutti parte integrante della nostra storia - sempre meritevoli di attenzione e di approfondimento. Da segnalare, a corredo, un ricco inserto fotografico e un’appendice con un buon numero di argomenti originali, dell’epoca. Interessantissimo, sotto

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BRUNO DELISI, MARIA SERENA KLINGER Un eroe veneziano. Umberto Klinger e i suoi aeroplani Giorgio Apostolo Editore pagine 251 • euro 20,00 Con questo volume gli autori (rispettivamente genero e figlia di Umberto Klinger) hanno concluso un approfondito lavoro di ricerca sul grande imprenditore veneziano, dallo spirito romantico ma anche dotato di non comuni capacità intellettuali e acute intuizioni. Il volume, pubblicato nel quarantesimo anniversario della sua scomparsa, racconta in dettaglio la vita di Klinger: dall'impresa fiumana fino al suo impegno nei trasporti aerei.

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Risk il profilo documentale, un Cd ospitato nella terza di copertina, dove, corredato da bellissimi disegni a china, si può consultare il bilancio 1936 - 1937 dell’Ala Littoria. Il libro è una vera miniera di fatti, aneddoti, situazioni e momenti che, tutti assieme, senz’altro caratterizzano e ���ci portano in casa” - a partire dalla fine della prima guerra mondiale - cinquant’anni di vita italiana. Dentro c’è tutto. Se, sullo sfondo, c’è sempre la figura dominante di Umberto Klinger, con le sue irrequietezze e le sue molte passioni - quella politica, quella aeronautica e, sempre ad essa legata, quella per la creatività industriale, ogni pagina è permeata di accadimenti, di eventi che poi si riveleranno storici, di stati d’animo e atmosfere che, espanse a livello più generale, ci fanno rivivere momento dopo momento la realtà contemporanea cui si riferiscono. A mio avviso, ci sono due modi di leggere e comprendere questo libro. Il primo, è naturalmente quello di seguire la vita del protagonista, della persona verso la quale - come spiega Delisi nella sua prefazione - gli Autori sentono l’irrinunciabile esigenza di “saldare un debito” che deriva loro da una riconosciuta, insufficiente comprensione della grandezza e dei tormenti dell’Uomo, mentre era ancora in vita. Il secondo, è quello di relegare l’Uomo a sfondo, a costante presenza, ma privilegiando tutto ciò che è ormai diventata Storia d’Italia e del progresso aeronautico. Per accorgersi, in entrambi i casi, che Personaggio e Storia interagiscono continuamente, mostrandosi così inseparabili. Nella vita straordinaria di Umberto Klinger si possono distinguere almeno quattro fasi, tra esse legate, ma corrispondenti ciascuna a un ben determinato periodo storico. La prima è quella della passione politica, che con l’avventura fiumana si sviluppa prepotente dopo la prima guerra mondiale e nei primi anni del fascismo in un ambiente surriscaldato da lotte estremiste come quello delle campagne di Rovigo e di Ferrara. È in questa fase che conosce persone e personaggi che resteranno determinanti per il suo stile di vita e l’assetto culturale: oltre che di D’Annunzio, si tratta di Giovanni Giuriati, Riccardo Bacchelli, Curzio Malaparte - che allora era ancora Curzio Suckert - ed altri ancora. È in questo periodo che viene colpito in una sparatoria tra opposte fazioni, abbraccia con successo la carriera giornalistica spendendosi per la causa fascista, accet74

ta un duello alla sciabola, rimanendo ferito, con il più moderato Enzo Casalini, segretario del Fascio di Rovigo. Poi arriva la prima chiamata di Italo Balbo, che nel 1926 a Ferrara lo designa a direttore del proprio quotidiano, il Corriere Padano, dove conosce Nello Quilici, che anni dopo morirà con Balbo nel tragico rogo di Tobruk. È in quel periodo che, con grande versatilità, si interessa anche di questioni sindacali e della crisi agraria, che colpisce, oltre che il ferrarese, tutta l’Italia. A Italo Balbo, contagiato dalla sua passione per la necessità di realizzare e per la nascente Aviazione, resterà sempre legato. Nel 1929, lascia Ferrara per Roma, in piena crisi economica, dove dalla direzione del Partito continua a occuparsi, con Turati, dei problemi delle masse lavoratrici. Lasciato volontariamente questo incarico, il trentenne Klinger viene designato da Balbo, che di anni ne aveva trentaquattro ma era già da qualche anno Sottosegretario dell’Aeronautica con funzioni di ministro, alla presidenza della Società Aerea Mediterranea (Sam), compagnia a capitale pubblico costituita come contenitore delle molteplici piccole compagnie private ormai impossibilitate a sopravvivere in tempo di crisi. È qui che inizia la seconda e duratura fase della vita di Umberto Klinger, solo temporaneamente interrotta dalla terza, la partecipazione come pilota militare e comandante alla seconda guerra mondiale.

Instancabile, con le idee chiare sugli obiettivi da conseguire e con un mandato preciso del governo, si accinge a costituire, di fatto, l’Aviazione Civile Italiana che, allora e per diversi anni ancora nel dopoguerra, faceva capo a una specifica Direzione Generale della Regia Aeronautica, poi Aeronautica Militare. All’epoca al vertice di questa Direzione, allora ancora a livello di Ufficio, c’era il generale di divisione Aldo Pellegrini, con il quale Klinger entrò subito in sintonia. Le piccole compagnie private, la cui attività andava razionalizzata con una confluenza nella Sam, all’epoca, come oggi, erano più d’una. Solo che oggi, in omaggio al mercato e al concetto di concorrenza, si segue una strada diametralmente opposta, con i risultati che non commentiamo, ma che sono sotto gli occhi di tutti. Allora - siamo nel 1929 - si trattava di incorporare in Sam la Società Italiana Servizi Aerei (Sisa), di


libreria Trieste, la società Anonima Navigazione Aerea (Sana), di Genova, l’Aero Espresso di Roma, la Transadriatica di Venezia e le Avio Linee Italiane di Torino, tutte nate tra il 1926 e il 1929 a seguito della legge che istituiva, come in altri Paesi, contributi e agevolazioni a favore di coloro che avessero voluto cimentarsi nel trasporto aereo commerciale. Nessuna di queste piccole compagnie private era in grado di sopravvivere con le proprie forze, e i contributi statali, dispersi a pioggia, si dimostravano inefficaci. In più, si era ormai in piena crisi economico-finanziaria. Niente di nuovo sotto il sole. Ben presto la Sam, con la fusione di tutte le società già citate, cui si aggiungeva la Nord Africa Aviazione, si trasformava in compagnia di bandiera italiana, con il nuovo marchio di Ala Littoria. Come se fosse l’Alitalia di allora, quella “vecchia”, non quella nuova, ma sana e senza incursioni partitiche. Di partiti, d’altro canto, ce n’era uno solo. Un vero “campione nazionale” al servizio dello Stato, anche perché con il governo di allora c’era poco da scherzare. Nel 1936 la Compagnia aveva già un centinaio di aeroplani (arriverà in seguito a 150), volava quasi sei milioni di chilometri all’anno, con 1500 dipendenti, di cui oltre mille operai erano distribuiti nelle due officine principali di Ostia e Venezia e nelle quattro sedi sussidiarie di Trieste, Brindisi e Asmara. Al processo di razionalizzazione si sottrasse solo la società Ali, di proprietà della famiglia Agnelli. Se il fiore all’occhiello dell’Ala Littoria erano le linee tra Roma e Addis Abeba e, poco dopo, quelle che collegavano Roma al Brasile e all’Argentina, via Isola del Sale, la rete di linee regolari copriva tutto il Mediterraneo e gran parte dell’Europa. Una rassegna internazionale del 1938 indicava l’Ala Littoria in posizione di testa, seguita dalla britannica Imperial Aiways, dalla South African Aiways e da Air France. Nel 1939, per le rotte del Sudamerica, veniva costituita la Lati, Linee Aeree Transcontinentali Italiane. Veniamo ora alla terza fase della sua “meravigliosa avventura”. Oltre che pilota civile, Umberto Klinger era anche pilota militare, ufficiale della riserva di complemento della Regia Aeronautica. La sua qualificazione, che manteneva attiva con frequenti richiami presso i gruppi di volo, era il bombardamento terrestre. Il 10 giugno 1940, con la dichiarazione di guerra, veniva costituita un’unità

denominata Sas (Servizi Aerei Speciali), che inglobava i gruppi da trasporto dell’Aeronautica e militarizzava L’Ala Littoria e la Lati. Subito dopo, l’unità riceveva l’incarico di organizzare i lunghi collegamenti con l’Africa Orientale. Klinger non era favorevole alla guerra, ma, richiamato con il grado di Tenente Colonnello, mise subito a disposizione tutta la sua esperienza operativa e organizzativa. Come capo delle operazioni del Sas, passava senza soluzione di continuità da attività di predisposizione e di studi a quelle belliche, partecipando a numerose azioni di bombardamento decollando da basi nordafricane.

Richiamato ancora dopo questo primo ciclo, pur mantenendo l’incarico di presidente dell’Ala Littoria, viene nominato capo di stato maggiore del Sas, che nel primo semestre del 1942 poteva contare su 250 velivoli da trasporto, 700 piloti e 1400 specialisti. Si avvicinavano i tempi cupi della ritirata dal Nordafrica e del rischieramento e successivo ritiro dalla Tunisia, nel primo semestre dell’anno successivo. Dopo l’impegno per il rifornimento e poi per l’evacuazione delle truppe dell’asse in Libia, lo troviamo a capo di un’unità speciale, composta da paracadutisti incursori dell’Esercito e dell’Aeronautica, portando a termine numerose azioni di sabotaggio (distruzione di velivoli nemici a terra) fino al giugno 1943. A questo punto, chiudendo il capitolo “militare”, è necessario ricordare qualche dato, e rendere cosi omaggio ai piloti ed agli specialisti civili e militari che hanno operato nel Sas, con particolare riferimento alle operazioni di supporto e poi di evacuazione delle truppe dalla Tunisia. Così ci raccontano l’epopea gli storici aeronautici Catalanotto e Falessi: «...gli aeroporti in Italia e in Tunisia venivano attaccati giorno e notte. Bassi sul mare per ridurre i settori di attacco, serrate le formazioni per opporre il fuoco concentrato delle armi dorsali, i convogli venivano assaliti da ondate di caccia cui tentavano di opporsi i più radi velivoli di scorta italiani e tedeschi. Gli aerei che avevano superato questa tempesta di fuoco erano fatti a pezzi sugli aeroporti di arrivo…». Nel corso dei primi cinque mesi del 1943 i Sas persero sulle rotte obbligate del Canale di Sicilia ben 100 velivoli, spesso con gli interi equipaggi, pagando a questa guerra il tributo di gran lunga più elevato tra 75


Risk tutte le specialità della Regia Aeronautica. Da allora, il legame tra i piloti dell’Aeronautica Militare e quelli della nostra Compagnia di Bandiera è sempre stato di reciproca ammirazione e rispetto. Dopo la guerra, l’aviazione italiana e l’industria aeronautica erano virtualmente e praticamente distrutte. La

ricostruzione, lenta, irta di difficoltà ma inarrestabile, ha visto il ruolo di Umberto Klinger come determinante, fino alla sua tragica scomparsa. È in gran parte merito di questo “Eroe veneziano” se, dopo tante traversie, l’Italia ha ripreso a volare. Altri uomini, altre tempre.

LA LOTTA FRA CINA E INDIA? SOLO UNA BUFALA “Rottamazione” di un luogo comune: che Delhi e Pechino siano in competizione per dominare il resto del Ventunesimo secolo di Andrea Tani

Uno dei dogmi della geopolitica contemporanea e anche del sentire comune risiede nella convinzione che India e Cina siano in competizione fra loro per dettare l’agenda dello sviluppo globale e padroneggiare il resto del XXI secolo, e che entro breve tempo riusciranno nell’una e nell’altra impresa. Questa specie di profezia vede i due paesi destinati a guidare l’economia globale da qui a cinquant’anni, seguendo la loro attuale traiettoria di sviluppo come quella di un missile balistico, lineare e indisturbata. Variano gli intervalli di realizzazione del vaticinio, ma tutti sono convinti che i più giovani vedranno Cina e India in zona medaglie nel corso della loro vita, anche se la medesima non dovesse arrivare ai 120 anni preconizzati da qualche ottimista in servizio permanente effettivo. Tutti, ma non Prem Shankar Jha, uno dei massimi economisti mondiali nonché autorevole studioso del Terzo Mondo con esperienze giornalistiche e accademiche veramente globali (Neri Pozza ha pubblicato nel 2007 in Italia, con grande successo, il suo Il caos prossimo venturo). Con questo poderoso saggio il nostro autore mostra come questo scenario sia ben lungi dall’essere inevitabile. Anche se l’ingresso di Cina e India nella stanza dei bottoni (per la prima) o nella relativa anticamera (per la seconda) ha introdotto una nuova sequenza di 76

variabili nell’equazione strategica contemporanea, entrambi i paesi potrebbero avere a che fare al loro interno con un futuro molto più incerto, complicato e potenzialmente conflittuale di quello che si presume comunemente. Ambedue le nazioni sono ancora nelle fasi iniziali di trasformazione da società pre-capitalistiche a società capitalisticamente mature e questo processo è ancora agli albori, soprattutto in Cina. Se si richiamano le esperienze dei paesi occidentali, che per primi hanno percorso questo cammino, si può constatare come esso sia stato accidentato e a tratti drammatico, nonostante il processo fosse endogeno e corrispondente al carattere e alle elaborazioni delle relative popolazioni. Queste ultime erano oltretutto equipaggiate di strumenti istituzionali che facilitavano il processo - governi rappresentativi, magistrature indipendenti, sindacati in formazione ma comunque ben consapevoli dei diritti dei loro associati, opinioni pubbliche attente alle loro prerogative e sistemi di welfare in consolidamento. Tutti attributi assenti in Cina e presenti in India ma solo in misura ridotta e condizionata dai numeri, lasciti storici e immensi problemi contingenti della “Tigre” (altre volte si è letto “l’Elefante”, animale che sembra più congeniale all’indole effettiva del Subcontinente). L’idea iniziale per la stesura del libro è venuta all’autore qualche anno fa dalla lettura del famoso rapporto di Goldman Sachs’del 2004 che ha


libreria inventato l’acronimo Bric e lo ha caricato dei significati che tutti sappiamo. Il principale di essi si basa sulla previsione che nel 2040 il Pil della Cina avrebbe superato l’ omologo degli Stati Uniti, e quello indiano l’analogo del Giappone. Questa previsione, come le altre che l’hanno seguita - persino l’Us National Intelligence Estimate l’ha fatta sua - presuppongono, secondo Shankar Jha e anche il buon senso, il mantenimento della stabilità istituzionale e sociale che ha caratterizzato il recente passato dei due giganti asiatici, nonché la prosecuzione della politica di incondizionata apertura dei mercati internazionali ai prodotti cinesi (soprattutto) e indiani. L’autore si dichiara tutt’altro che certo che queste due condizioni possano permanere e argomenta corposi e condivisibili dubbi in merito. Alcuni dei dubbi sono ascrivibili ad ambedue i paesi, altri sono specifici. Semplificando molto, fra i primi si possono trovare la natura egualmente “predatoria” della supposta autocrazia cinese e della presunta democrazia indiana nel recepire le risorse necessarie per lo sviluppo dei rispettivi paesi, il quale è andato di pari passo, in entrambi i casi, con l’arricchimento più o meno legittimo delle rispettive élite. I metodi sono stati analoghi, al di là degli slogan: dirigismo arbitrario, parcellizzazione e conseguente deresponsabilizzazione dei centri di comando, tassazioni esose, confisca delle terre, fissazione arbitraria dei prezzi, imposizione di penali indiscriminate. Un’altra forma indiretta di predazione è costituita da una corruzione macroscopica e generalizzata che affligge le due società a favore delle rispettive

classi dirigenti: la nomenclatura del Pcc per l’Impero di Mezzo e la burocrazia dei civil servants per la Federazione indiana. Le modalità variano grandemente, ma l’elemento corruttivo e concussivo è una delle colonne portanti dei rispettivi sistemi socio-economici, a dimostrazione del fatto che non è il colore delle ideologie a determinare la virtù di un regime politico e neppure i meccanismi di controllo, che possono essere facilmente aggirati, quanto il grado di assertività e consapevolizzazione dei governati. Esso è direttamente proporzionale alla loro scolarizzazione e alla democrazia effettiva praticata, e inversamente al sottosviluppo e anche alle dimensioni demografiche del soggetto collettivo e connesse difficoltà di concedere udienza a tutti coloro che ne avrebbero diritto. A proposito di rapporto fra democrazia e funzionamento delle regole e delle istituzioni Prem Shankar Jha ha osservato, in un’intervista sul libro, che «la vera ironia della situazione è che in Cina la gente è “depotenziata” (disempowered) dall’astensione dalla democrazia mentre in India lo è da una democrazia “troppo” funzionante, o meglio - liberamente traducendo - funzionante in modo improprio». Nel saggio, vengono dettagliatamente analizzate le modalità attraverso le quali sistemi di governo diversi - anche se assimilati ad un passato di dirigismo esasperato di ispirazione sovietizzante che ha caratterizzato sia la Cina maoista che l’India di Nerhu - sono pervenuti a inefficienze per un certo verso similari. Tanto l’India quanto la Cina hanno adottato modelli di capitalismo che si differenziano sensibilmente da quelli occidentali. In entrambe,

PREM SHANKAR JHA Quando la Tigre incontra il Dragone Neri Pozza (coll. Bloom) pagine 480 • euro 22.00 La lettura e l'analisi delle nuove superpotenze asiatiche, le interpretazioni economiche e politiche del presente e del futuro di Cina e India sono state negli ultimi anni numerose, ma tutte provenienti da un punto di vista occidentale. Formule come «Cindia» o «la speranza indiana» hanno introdotto un dibattito di grande importanza e popolarità, ma allo stesso tempo hanno evidenziato il limite di una comprensione incapace di colmare la distanza culturale e conoscitiva da una realtà radicalmente nuova e diversa. Prem Shankar Jha, studioso indiano, esamina dall'interno i rapporti tra lo sviluppo economico e le trasformazioni politiche e sociali in Cina e India, i conflitti scatenati dal mercato e le prospettive di successo o di fallimento dei rispettivi paesi nel progettare la propria strada verso il futuro.

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Risk è lo Stato centrale ad aver svolto un ruolo propulsivo nell’incoraggiare lo sviluppo capitalista basato sul libero mercato (cosa che è avvenuta peraltro anche nel nostro paese, soprattutto dalla crisi del ’29 alla caduta del Muro di Berlino). Il potere politico è intervenuto per creare le condizioni necessarie per un regime di accumulazione basato su bassi salari, lavoro schiavizzato ed espropriazione delle terre. Il meccanismo ha funzionato, seppur con diverse modalità, al costo - più o meno analogo - di immense sofferenze umane, essendo Cina e India paesi dove la maggioranza della popolazione era, ed è tuttora, composta da contadini che si sono inurbati in modo variamente orrendo. Tanto per dare un’idea di cosa si parla, il China’s State Development Research Center, un organo governativo, ha stimato che dal 1996 al 2006 la nomenclatura dei funzionari del Pcc ha strappato ai legittimi affittuari più di 4000 miglia quadrati di terra all’anno, provocando a 80 milioni di contadini la perdita di ogni avere, compresa la casa. Più ad ovest, in India, 166mila contadini si sono suicidati in dieci anni. Motivo: “semplice povertà” ovvero impossibilità di mantenere la propria famiglia o di restituire i prestiti che lo stato o gli strozzini avevano concesso loro. Ogni monsone che va male porta all’acuirsi del fenomeno. In Cina le riforme economiche varate nei primi anni Ottanta del Novecento prevedevano una cessione di potere dal governo centrale a quello locale, in nome della rinascita della nazione cinese dopo il secolo dell’umiliazione e la catastrofe della Rivoluzione Culturale. Le zone economiche speciali, cardine del miracolo economico cinese, nascono in questo contesto. Ciò che gli illuminati dirigenti postmaoisti non potevano certo prevedere è che i benefici finanziari delle stesse zone economiche speciali sarebbero rimasti in gran parte nelle mani dei funzionari locali, per tornaconto personale e per consolidare il loro potere attraverso politiche clientelari, nepotiste e corrotte-concusse. Questi funzionari hanno creato direttamente 70mila centri decisionali ai sei livelli di governo della Repubblica Popolare e indirettamente 7.87 milioni di imprese parastatali (dalle 247mila iniziali dei primi anni Novanta), dirottando sulle proprie regioni, 78

province, città, villaggi e famiglie il 78% delle entrate fiscali della Prc. Questi centri decisionali hanno acquisito sempre più forza contrattuale, mezzi normativi e capacità amministrativa, erodendo il potere dell’autorità centrale senza ricostituire un rapporto sano fra le necessità dello stato e le risorse per farvi fronte, nonchè fra la domanda e l’offerta complessiva di beni e servizi, col risultato di mantenere e far lievitare innumerevoli inefficienze, sprechi, duplicazioni, sovracosti, cattedrali nel deserto e autostrade Salerno/ReggioCalabria equivalenti. Tutti fattori che rendono il sistema economico cinese uno dei più inefficienti al mondo, a dispetto della sua paventata imbattibilità concorrenziale. Come racconta l’autore, dal 1998, i finanziamenti per i milioni di progetti che i sei livelli di governo propongono ad ogni piè sospinto con forsennato attivismo - spesso per tornaconto personale, senza alcun coordinamento fra loro e fuori di ogni piano centrale - vengono quasi sempre recepiti attraverso contatti diretti e informali fra funzionari, i più importanti dei quali sono in genere a capo delle satrapie locali, e i meno importanti, o solo i più giovani, al timone degli istituti di credito ivi collocati, le casse di risparmio della situazione. Anche se il progetto del quale si chiede il finanziamento è inutile, antieconomico e distruttivo per l’ambiente o la comunità nessuno dei gerarchi junior si può permettere di opporre un rifiuto alla richiesta di un superiore, pena l’interruzione di una carriera promettente o anche di peggio.

E tutto questo con buona pace di chi guarda alla Cina con terrore, ammirazione o desiderio di emulazione. Da ammirare sono i milleduecento milioni di proletari del Celeste impero che continuano in qualche modo a tirare avanti, sopportando una vita di stenti, privazioni e angherie imposti dall’alto, senza appendere ancora una volta il potere costituito ai lampioni, come si meriterebbe. Ma questa passività potrebbe non durare a lungo. Ogni anno si accendono più di cinquantamila rivolte e jacquerie locali con morti e feriti – 90mila nel 2008 – le quali mettono alquanto in dubbio le sorti certe e progressive del più grande stato comunista della storia.


libreria Il governo centrale è consapevole di questa realtà, molto preoccupato e intenzionato a raddrizzare la situazione, ma le dimensioni della Repubblica Popolare sono tali da vanificare ogni tentativo di riequilibrio degli assetti reali di un potere così frantumato e sfuggito di mano. Senza contare l’obiettivo ruolo apicale della nomenclatura di Pechino, che rende poco credibile un rinnovamento guidato dal vertice della cupola. Un rischio molto concreto è quello di una nuova frammentazione della Cina, con i funzionari assurti al ruolo di quei Signori della guerra che mandarono in rovina la repubblica proclamata da Sun Yat-Sen nel 1912. In India la situazione è diversa, meno drammatica e violentemente arbitraria, in gran parte per effetto dei lasciti del Raj britannico - democrazia, stato di diritto, sistema giudiziario indipendente, a onor del vero tutti un po’ “indiani”, ovvero non Everest di efficienza - alla memoria del quale gli stessi indiani dovrebbero essere immensamente grati. A livello di classe dirigente esiste un conflitto tra una formazione sociale definita “regime intermedio”, scaturita dalla tradizionale burocrazia dei civil servant intrisa di laburismo alla Nehru, e i nuovi e sempre più potenti imprenditori cripto-liberisti post-1991, più orientati alle privatizzazioni e all’apertura dell’economia al capitale straniero. Questa nuova classe, molto aggressiva e spregiudicata, non è sottoposta ad alcun vaglio e controllerebbe, secondo Shankar Jha, il governo centrale, i media più importanti, l’information technology e Bollywood. Potrebbe essere fonte di notevoli problemi, come la classe dei capitalisti di stato-funzionari locali della Cina. I sindacati esistono ma latitano, mentre il welfare state teoricamente in essere non è mai decollato. Non esistono quindi reali contrappesi politici e sociali capaci di umanizzare il capitalismo rampante che sta prendendo piede, con il risultato che la tradizionale dicotomia indiana fra i molto ricchi e i molto poveri sta intensificandosi, con sbocchi anche violenti, come la rivolta naxalita negli stati del centro. La corruzione è ancora più macroscopica e diffusa che in Cina, anche perché favorita obiettivamente dalla legge e così l’evasione fiscale e l’esportazione illegale di capitali, che non vengono contrastate con le misure draconiane vigenti in Cina. Entrambe sono cresciute dagli anni

90 con l’avvento delle liberalizzazioni economiche. Il quadro complessivo è definitivamente peggiorato dalla struttura castale della società indiana, ancora in essere, nonostante i tentativi dei governi di eliminarla. Combinata con le peculiarità delle religioni dominanti essa diminuisce la reattività intrinseca del corpo sociale all’ingiustizia sistemica.

D’altra parte, è anche vero che questa rassegnata pseudo-resilienza - non mi spezzo perché non faccio altro che piegarmi - aiuta la ricomposizione dei conflitti sociali che caratterizzano una società stratificata come poche altre al mondo. Questo potrebbe favorire un’evoluzione tale da comportare nel tempo una crescita economica indiana maggiore di quella cinese, soprattutto nel caso di un collasso del competitore dovuto ad uno scontro esiziale fra le sue varie componenti sociali. L’energia, l’intraprendenza e l’attivismo che caratterizzano i sudditi dell’Impero di Mezzo potrebbero deflagrare con violenza se la compressione dispotica della società cinese contemporanea non trovasse una qualche valvola di sfogo. D’altra parte in Cina non c’è democrazia, diritti civili, equidistanza del potere giudiziario, libertà economica, consapevolezza della dignità del singolo; i conflitti sociali non hanno il luogo per essere ricomposti. Alla lunga questa carenza potrebbe essere fatale. Non è solo Prem Shankar Jha a sostenerlo.

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del numero

LEON ARON: giornalista e scrittore, direttore di “Russian Outlook” pubblicato dall’American Enterprise Institute MARIO ARPINO: generale, già Capo di Stato Maggiore della Difesa PIERO BATACCHI: giornalista, senior analyst del Ce.S.I. - Centro Studi Internazionali CLAUDIO CATALANO: analista di relazioni internazionali RICCARDO GEFTER WONDRICH: ricercatore del CeMiSs per l’America Latina CARLO JEAN: presidente del Centro studi di geopolitica economica, docente di Studi strategici presso l’Università Luiss Guido Carli di Roma VIRGILIO ILARI: docente di Storia delle Istituzioni Militari all’Università Cattolica di Milano ANDREA MARGELLETTI: presidente del Ce.S.I. - Centro Studi Internazionali ALESSANDRO MARRONE: ricercatore presso lo IAI - Istituto Affari Internazionali - nell’Area Sicurezza e Difesa ALESSANDRO MINUTO RIZZO: ambasciatore PATRIZIO NISSIRIO: giornalista DANIEL PIPES: direttore del Middle East Forum, editorialista del New York Post e del Jerusalem Post STEFANO SILVESTRI: presidente dello IAI - Istituto Affari Internazionali ANDREA TANI: analista militare, scrittore DAVIDE URSO: esperto di geopolitica 80


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5-05-2010

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Voliamo ogni giorno in tutti i cieli del mondo

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Alenia Aeronautica è un leader globale negli aerei regionali e un costruttore indipendente di livello mondiale nelle aerostrutture. La famiglia ATR domina il mercato dei turboelica. Tra breve entrerà in servizio il nuovissimo Superjet, basato su un’ampia collaborazione con Sukhoi. Il contributo al Boeing 787 e all’Airbus A380 conferma Alenia Aeronautica come vero “small prime” in campo civile. Alenia Aeronautica ha contribuito in modo significativo ai più importanti aerei di linea Boeing e McDonnell Douglas. Una vasta gamma di aerostrutture e componenti Alenia Aeronautica è sugli Airbus, sui jet d’affari Dassault e sul futuro Bombardier C-Series. La controllata Alenia Aermacchi è un importante fornitore di gondole motore ad Airbus, Boeing, Dassault, Embraer e altri costruttori.

Quando le idee volano

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Mario Arpino

Pietro Batacchi

Claudio Catalano

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LA GRANDE RIFORMA DI CAMERON

Leon Aron

2010

novembre-dicembre

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Una guerra a burro e cannoni La Strategic Defense and Security Review del Regno Unito CARLO JEAN

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Dalla cool Britannia alla crisi nera

Virgilio Ilari

Proposte (e speranze) per cercare la luce in fondo al tunnel PATRIZIO NISSIRIO

Patrizio Nissirio

LA GRANDE RIFORMA DI CAMERON

Andrea Nativi

Michele Nones

Andrea Margelletti

L’età dell’incertezza

Alessandro Marrone

Londra baratta la propria indipendenza militare con il risanamento delle finanze ANDREA NATIVI

Daniel Pipes

Stefano Silvestri

Andrea Tani

Davide Urso

RISK NOVEMBRE-DICEMBRE 2010

Alessandro Minuto Rizzo

L’accordo franco-britannico non basterà Cameron e Sarkozy: ok a collaborare su portaerei, deterrenti nucleari e formazione STEFANO SILVESTRI

Perché credo nella Nato Alessandro Minuto Rizzo

L’agenda di Putin (e i piani di Medvedev) Leon Aron

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