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Andando dove mi hai rapita Scalciando nelle parole diventando resto insufficiente Appena si muove un labile corso d’acqua sul volto Spese le macchie imprendibili si stralcia la via innata Come rotonde massificazioni di granito duro Sui passi che piÚ non m’accompagnano Divento zitta come il sale e corrodo Le parti piÚ cieche della parola Impossibili liti di sillabe nette Svuotate al vento del tentativo E del solo ammutolire che sfrangia le coste Di me essere imperfetto e fragile Come sabbia in una clessidra


Ne restano ancora molte di fessure Sgorgano ai piedi di muti voli Impresse nel limbo di sudore che scende sui gocciolii imprecisi della fronte Redimi quel frantumato fulgore d’erba oltre le vasche piene di buio Le mani non contano, le giornate allungate disperdono i frutti Domani non c’è, le verità spiegazzate celano contrasti Vedi, la bellezza non svanisce neppure se traballi fra te e te nel dimenticarla


Nessuno mi ha mai detto Tutto Come ho fatto io sputando sassi e fuoco Le sigle (s)velate ai margini Si appendono male Traendo resistenza dal postribolo nascosto Mi inerpico sui colli delle sillabe M’impicco ai segni Poi le ore si mangiano anche le virgole I decessi s’accumulano ed io stento A dire ancora ciò che rimane Superfluo il negare l’ingordigia di pane bianco


Un’asperità distratta Un’orma aguzza di livore Un tracciato Si limano solo le pause Delle disperazioni non si fa parola Ai minimi regimi si procede in pace Poi seguono sentieri tremendi che appagano i sensi Mai mi sento piena quando mi svuoto in te Le destinazioni divergono e m’affanno A ritrovare un metodo Che poi incespico nelle strette alla gola E mi deprezzo Nell’economia del silenzio


Le ampolle che non ho riempito I muri che non ho scalato I vetri ad asciugare dopo piogge d’avanzo Mi s’impone di regolare il passo tacendo come se il comodino e i libri e gli occhiali potessero parlarsi e raccontare la morte Ma poi si introduce una luce dal mattino Raggrumando le ombre s’apre sui discorsi smarriti S’innalza nella mente un quadro o un colore E parla con la lingua degli uccelli e dell’aria Come un favolare distinto che strema e conforta Così, senza rami m’arrampico ai ciliegi Ai tronchi di quercia m’appoggio Senza timore


Le mie tribù consenzienti Le mie cattive abitudini In un vociare indistinto s’aggregano al resto Dei peccati commessi E le punizioni s’allungano Distese nei prati che da lontano s’intrufolano A rischiarare pregevoli discorsi Nel rattoppo quotidiano dei sorrisi stentati Sull’amore non ho deciso Forse ancora non c’è udienza Davanti a me troppi dannati attendono Che una parola, una sola, venga detta


Becca Becca Quel tarlo Becca Becca Il mangime che cresce La bocca colma di tedio sonoro La lingua che palpita in rigore di suono Mai ledere un lieve sussurro Le lucciole insegnano come si danza Da soli in concerto col mondo Spiegano come allunare in silenzio Di luce cadere e innalzarsi Senza neppure gridare Becca Becca sotto l’ala funesta L’eremo e la casa sono un tutt’uno E le scale d’organo riposte Sul soffitto del cielo


Nightingale’s Small Press 2011 Federica Galetto – All rights reserved http://lastanzadinightingale.blogspot.com/

L'economia del silenzio  

Poesie di Federica Galetto

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