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Ouverture: Aristofane «Dirò dunque che tutti debbono mettere in comune tutto e di tutto aver parte, / e di questo vivere, senza che uno sia ricco e l’altro sia povero, / né che uno abbia molta terra da coltivare, e l’altro non ne abbia nemmeno per farvisi seppellire, / né che uno disponga di molti schiavi, e l’altro non ne abbia neppure uno che l’accompagni; / io istituisco invece un modo di vivere comune e uguale per tutti». (Aristofane, Donne in Parlamento, vv. 590ss.). «[…] Ma la terra chi la coltiverà?» «Gli schiavi: tu non avrai altro pensiero, quando l’ombra è di dieci piedi, di andartene a pranzo tutto profumato» (Ivi, vv. 651-652). 1


Schiavitù-guerra

«ciò che si è vinto in guerra appartiene al vincitore»

(Aristotele, Politica, I, 6, 1255a, 6-7).

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Servo: salvato-annientato

Il giurista romano Pomponio deriva «servus» da «servare»: «Si dicono schiavi [servi] perché gli imperatori sono soliti vendere i prigionieri, e proprio per questo risparmiarli [servare], senza ucciderli» (Digestum, XII, 6, 64; e anche Giustiniano, Institutiones, I, 3, 2). 3


Lo «schiavo» ha il nome del popolo sconfitto

Nome comune («schiavo») dal nome del popolo: – Dasa (India) – Sloveninu: Serbi del sud; Sklavoi; Sklavenoi – Wealk (Celta, mondo anglosassone) – nità+kur e munus+kur (simbolo sumero: l’uomo e la donna di un paese straniero) E anche il nome proprio dei singoli schiavi: Frigio, Licio, Lidio

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Lo «schiavo» ha il nome del popolo sconfitto

– pais, puer (sempre infante, privo di dignità e consistenza giuridica); Aristofane: da paiein (battere, picchiare) (Vespe, vv. 1297-98, 1307); – andrapódon (omipede, essere con i piedi da uomo), simmetrico a tetrapódon (il quadrupede, l’animale); – «possesso animato», «proprietà con un’anima» (Aristotele, Politica, I, 3, 1253b, 32). 5


Eraclito di Efeso

«Pólemos è padre di tutte le cose, di tutte il re; e gli uni disvela come dèi e gli altri come uomini, gli uni fa schiavi gli altri liberi» (Eraclito, fr. 53, ed. Diels-Kranz)

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La schiavitù nell’Antico Testamento

È ammessa, purché non praticata fra connazionali: Cfr., ad es.: Genesi, IX,25; Isaia, XIV, 2; I Re, IX, 21-22;

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Grecia: due modelli di schiavit첫

Sparta: assoggettamento stanziale e di massa dei vinti; Atene: schiavo-merce, venduto e comprato.

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Il “bottino” della democrazia: i vinti

«Noi crediamo infatti che per legge di natura chi è più forte comandi: che questo lo faccia la divinità lo crediamo per convinzione, che lo facciano gli uomini, lo crediamo perché è evidente. E ci serviamo di questa legge senza averla istituita noi per primi, ma perché l’abbiamo ricevuta già esistente e la lasceremo valida per tutta l’eternità, certi che voi e altri vi sareste comportati allo stesso modo se vi foste trovati padroni della nostra stessa potenza». (Tucidide, La guerra del Peloponneso, V, 105)

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Il “bottino” della democrazia: le donne

«E se poi devo fare un accenno anche alla virtù delle donne, per quante ora si troveranno in vedovanza, comprenderò tutto in questa breve esortazione. Il non essere più deboli di quanto comporta la vostra natura sarà un gran vanto per voi; grande è la reputazione di quella donna di cui, per lode o biasimo, si parli il meno possibile fra gli uomini».

(Tucidide, La guerra del Peloponneso, II, 45, 2: Discorso di Pericle durante le solenni cerimonie funebri per i primi morti ateniesi nel conflitto). 10


Il “bottino” della democrazia: le donne

«Quando poi l’uomo di stare coi suoi di casa sente noia, allora se ne va fuori e le noie se le fa passare; noi donne invece a quella sola persona siamo costrette a guardare. Dicono anche che noi vivendo in casa trascorriamo la vita senza pericoli, mentre loro hanno il pericolo della guerra. Ragionamento insensato! Vorrei essere schierata in battaglia tre volte, piuttosto che partorire una volta sola!».

(Euripide, Medea, vv. 244-251).

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Schiavitù - democrazia

dmós = genericamente il servo (lo schiavo, il “domestico”, il salariato);

doûlos = lo schiavo merce

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Omero e i tragici: la schiavitù prodotta dal fato (anànke) «La donna straniera, che qui vedi, cortesemente accogli: un dio da lungi guarda con animo benigno chi con mitezza comanda. Nessuno accetta volentieri il giogo servile. Questa, fiore scelto fra molti tesori, dono dell’esercito, mi seguì». (Eschilo, Agamennone) «O Zeus che volgi in fuga il nemico, possa io non vederti mai scagliarti così contro i miei figli; e se vorrai farlo un giorno, che questo almeno non accada finché io sarò in vita» (Sofocle, Trachinie, vv. 298-306) «la patria, la morte di Ettore, l’avverso destino che mi pesa addosso, l’indegna condizione di schiava in cui sono caduta. Nessuno dei mortali puoi definirlo felice, prima di vederne la fine, come, varcato l’ultimo suo giorno, scende sotterra» (Euripide, Andromaca, vv. 96-102).

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schiavitù come sanzione per una colpa

«Se [Eracle] si fosse vendicato a viso aperto, certo Zeus gli avrebbe perdonato un’uccisione compiuta con giustizia: nemmeno gli dèi amano la tracotanza (hybris). Infatti, gli uomini che furono arroganti con la loro lingua maligna ora dimorano tutti nell’Ade, e la loro città è schiava» (Sofocle, Trachinie, vv. 298-306). 14


Lo schiavo inferiore per natura

«La testa d’uno schiavo non è dritta mai, è sempre storta; il collo, di traverso» «Da cipolle non nascono né rose né giaggioli: da uno schiavo non nasce un figlio libero» (Teognide, I, 535-538). «Saggio è chi molto sa di natura»; «l’uomo vale per innata virtù» (Pindaro) 15


Democrazia: conflitto sociale

«[…] lo Stato è un’arena dove si confrontano interessi in conflitto, classi in conflitto» (M.I. Finley, Politics in the Ancient World (1983), trad. it. La politica nel mondo antico, Roma-Bari, Laterza, 1993/2, p. 5).

– M.I. Finley, Politics in the Ancient World (1983), trad.

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Democrazia: conflitto sociale

«né d’altra parte la povertà, se uno è in grado di fare qualche cosa di utile alla città, gli è di impedimento per l’oscura sua posizione sociale» (Tucidide, La guerra del Peloponneso, II, 37).

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Democrazia: conflitto sociale

«la povertà sotto un governo democratico è tanto preferibile al cosiddetto benessere che offrono i governi tirannici, quanto è da preferirsi la libertà alla servitù» Democrito, fr. 251 (ed. Diels-Kranz).

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Democrazia: conflitto sociale

«Ciò per cui la democrazia e l’oligarchia differiscono l’una dall’altra sono la povertà e la ricchezza, sicché dove dominano i ricchi, in molti o in pochi che siano, ci sarà necessariamente un’oligarchia, e dove dominano i poveri una democrazia […]». Aristotele, Politica, III, 1279b 1280a.

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Democrazia: il mito di Epimeteo e Prometeo: uguaglianza, onore e giustizia

«A tutti […], che tutti ne diventino partecipi. Perché non potrebbero nascere città, se solo pochi di loro ne avessero parte, come accade per altre arti». (Platone, Protagora, 320c-322d).

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Democrazia: uguaglianza politica

«Riuniamo in noi la cura degli affari pubblici insieme a quella degli affari privati, e se anche ci dedichiamo ad altre attività, pure non manca in noi la conoscenza dei problemi politici. Siamo i soli, infatti, a considerare non già ozioso, ma inutile chi non se ne interessa». (

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Democrazia

«parresia», piena facoltà di parlare; «isegoria», possesso dell’eguale libertà di parlare (Cfr. Erodoto, Storie, V, 78; Euripide, Supplici, vv. 350-354; Id., Le Fenicie, vv. 391-392).

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Democrazia: isonomia

Il governo del popolo invece anzitutto ha il nome piÚ bello di tutti, isonomia, perchÊ esercita a sorte le magistrature ed ha un potere soggetto a controllo e presenta tutti i decreti all’assemblea pubblica. Io dunque propongo di abbandonare la monarchia e di elevare il popolo al potere, perchÊ nella massa sta ogni potere. Questo fu il parere di Otane. (Erodoto, Storie, III, 80, 6). 23


Democrazia: isonomia

Le tirannidi e le oligarchie vengono governate secondo l’indole di coloro che stanno al potere; gli Stati democratici, invece, in conformità delle leggi stabilite. (Eschine, Contro Timarco, 4). 24


Democrazia: isonomia

«I governanti di città oligarchiche e di città fondate sulla disuguaglianza devono guardarsi da quanti sono in grado di sovvertire le istituzioni con la forza; voi, invece, che avete un regime fondato sull’uguaglianza e la legalità, da chi parla o agisce contro le leggi: la vostra prosperità dipende infatti dalle buone leggi e dalla difesa della loro integrità contro quanti le violano». (

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Democrazia: diritto

«[…] convinti che sia proprio delle fiere sopraffarsi a vicenda, e che agli uomini invece si addica fissare per legge ciò che è giusto, persuadere con la ragione, e obbedire di fatto a questi due poteri, lasciandosi governare dalla legge e dirigere dalla ragione». (Lisia, Epitafio per i caduti in aiuto dei Corinzi, 19).

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Democrazia: “mite”

«Se voi infatti provate a domandarvi per quale motivo è preferibile vivere in una democrazia piuttosto che sotto l’oligarchia, la prima risposta che troverete è che in democrazia ogni cosa è fatta con maggiore mitezza» (Demostene, Contro Androzione, 51) 27


Democrazia: conflitto

«Giusta per gli uomini è l’uguaglianza, / mentre il più debole è sempre nemico del più forte, / e dà avvio a diuturne lotte. / Ha stabilito misure e pesi tra gli uomini / l’uguaglianza, ed ha definito i numeri; / l’occhio oscuro della notte e la luce del sole / percorrono con passo uguale il ciclo annuale / e nessuno dei due prova invidia quando deve cedere».

(Euripide, Le Fenicie, vv. 538-545). 28


Democrazia: conflitto «Ma la violenza» continuò Alcibiade «e l’illegalità cosa sono, o Pericle? Forse non quando il più forte, non con la persuasione, ma con la forza, costringe il più debole a fare quello che vuole lui?». «Mi sembra di sì» disse Pericle. «E allora le cose che il tiranno costringe i cittadini a fare prescrivendole e senza persuaderli, sono illegalità?». «Mi pare di sì» rispose Pericle […]. «E quelle cose che i pochi prescrivono non con il consenso dei molti, ma perché sono i più forti, diremo che sono violenza o no?». «Mi pare» disse Pericle «che tutto quello che qualcuno costringe un altro a fare senza persuasione, prescrivendolo per iscritto o in un altro modo, sia violenza piuttosto che legge». «E allora tutte le cose che la massa, essendo più forte dei ricchi, prescrive senza persuasione sarebbe violenza piuttosto che legge?»

(Senofonte, Memorabili, I, 44-46).

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Democrazia: conflitto

Nomos in origine = pascolo Da nemo: spartire, distribuire, assegnare

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Platone: critica all’uguaglianza democratica «A quanto sembra, sarà una costituzione accattivante, anarchica e varia, dispensatrice di uguaglianza indifferentemente a uguali e disuguali». (Platone, Repubblica, VIII, 558c) «[…] le città sono due, tra loro nemiche: quella dei poveri e quella dei ricchi». (Platone, Repubblica, IV, 423a). «[…] i poveri, dopo aver riportata la vittoria, ammazzano alcuni avversari, altri ne cacciano in esilio e dividono con i rimanenti, a condizioni di parità, il governo e le cariche, e queste vi sono determinate per lo più col sorteggio». (Platone, Repubblica, VIII, 557a). 31


Platone: disuguaglianza

[‌] ciascuno di noi nasce per natura completamente diverso da ciascun altro, con differente disposizione, chi per un dato compito, chi per un altro. (Repubblica, II, 370a-b).

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Platone: anima (psyché)

Epithymetikòn (appetitiva, desiderativa) Thymoeidès (animosa, coraggiosa) Logistikòn (razionale) 33


Platone: felicità dell’intero

«Non fondiamo la nostra città perché una sola classe tra quelle da noi create goda di una speciale felicità, ma perché l’intera città goda della massima felicità possibile […] Noi crediamo di plasmare la città felice non rendendo felici nella città alcuni pochi individui separatamente presi, ma l’insieme della città». (Platone, Repubblica, IV, 420b-c). 34


Platone: olismo-organicismo

Anche tu, o misero, sei una piccola frazione di queste parti che mira continuamente e tende al tutto, anche se infinitamente piccola, e proprio a tal proposito, ti sfugge il fatto che ogni genesi avviene in funzione di quello, e cioè perché nella vita del tutto vi sia un’essenza di felicità, e quel tutto non si è generato in funzione di te, ma tu in funzione di quello (Leggi, X, 903c) 35


Platone: schiavitù

– [Socrate] […] Ma supponiamo che un dio porti via dallo stato un proprietario di cinquanta o più schiavi e lo ponga con moglie e figli, con il suo patrimonio e con i domestici in un luogo deserto, dove nessuna persona libera potrebbe venirgli in aiuto. Quale e quanta paura credi che proverebbe per sé, per i figli e per la moglie, paura di venire uccisi dai domestici? – [Adimanto] Una paura tremenda, credo, disse. – E allora non sarebbe costretto a lusingare taluni degli stessi schiavi, a fare loro un mucchio di promesse e a renderli liberi pur senza necessità? Non si dimostrerebbe lui stesso un adulatore di servi? (Platone, Repubblica, IX, 578e-579a). 36


Schiavitù in Platone

– In primo luogo, per quanto riguarda l’assoggettamento , vi sembra giusto che Elleni sottomettano stati ellenici, o piuttosto non è giusto impedirlo anche agli altri con tutte le proprie forze, e abituarsi a risparmiare la razza ellenica guardando piuttosto di non cadere nella servitù dei barbari? – C’è ogni convenienza, disse, a risparmiarla. – E non è forse ingiusto che Elleni posseggano uno schiavo ellenico e consiglino in questo senso gli altri Elleni? – Senza dubbio, rispose; anzi in questo modo si volgerebbero contro i barbari e si risparmierebbero tra loro (Repubblica, V, 469b-c)

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Schiavitù in Platone Il nostro paese è degno di essere lodato da tutti gli uomini, non solo da noi, per molti e svariati motivi, di cui il primo e il più importante è che gli è toccato di essere prediletto dagli dèi; a testimonianza delle nostre parole vi sono la lotta e il giudizio degli dèi che se lo contesero. Come può essere giusto che l’intera umanità non lodi la regione che proprio gli dèi hanno lodato? Una seconda lode che le spetterebbe di diritto è che al tempo in cui tutta la terra generava e faceva crescere animali di ogni specie, feroci e da pascolo, in quel tempo la nostra terra apparve sterile e libera da fiere e animali selvatici, mentre prescelse e generò tra gli esseri viventi l’uomo, che per intelligenza (logos) si eleva al di sopra degli altri e che crede solo nella giustizia e negli dèi. (Menesseno, 237c-e)

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Schiavitù in Platone

Perché i princìpi di onestà e di libertà della città sono così saldi, sani e per natura avversi al barbaro, grazie al fatto che i Greci sono puri e senza mescolanza con i barbari. (Menesseno, 245c-d)

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Schiavitù in Platone [Ateniese] Dunque ti rendi conto del fatto che, essendoci negli stati malati che sono schiavi e malati che sono liberi, gli schiavi curano gli schiavi, correndo spesso a casa loro o aspettandoli negli ambulatori, e nessuno di tali medici fornisce o accoglie ragione alcuna intorno alle singole malattie di ciascuno, ma prescrive ciò che gli sembra più opportuno in base all’esperienza che ha, come se fosse perfettamente competente, con vanagloria […] il medico libero, invece, cura e studia nella maggior parte dei casi le malattie dei liberi, esaminandole sin dal principio e secondo la loro natura, e rende partecipe l’ammalato stesso e i suoi amici della sua indagine, e lui stesso apprende qualcosa dagli ammalati […] È migliore allora quel medicoche procede nel primo modo o nel secondo? 40 (Leggi, IV, 720b).


Platone: sulle donne

Quindi, dissi, anche per il sesso maschile e femminile, se risultano differenti per una data arte o altra occupazione, diremo che questa arte o occupazione va assegnata all’uno o all’altro sesso. Ma se risulta che la loro differenza è data soltanto dal fatto che la femmina partorisce e il maschio copre, diremo che non c’è alcuna ragione di concludere che, relativamente al nostro argomento, la donna differisca dall’uomo; ma continueremo a credere che i nostri guardiani e le loro donne debbono attendere alle stesse occupazioni (Repubblica, V, 454d). 41


Gorgia da Lentini (483ca-375ca a.C.)

Elogio di Elena

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Platone: inferioritĂ della donna

Tutti quelli che sono nati uomini, ma sono stati codardi e hanno trascorso la loro vita nell’ingiustizia, secondo una ragione probabile si tramutarono in donne, quando nacquero per la seconda volta (Timeo, 90e).

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Platone: gli animali La specie degli uccelli si è trasformata, mettendo penne invece che peli, da quegli uomini non malvagi, ma leggeri, che parlano di cose celesti, ma nella loro semplicità credono che queste, mediante la vista, si possano dimostrare nel modo più sicuro. E gli animali pedestri e selvaggi sono nati dagli uomini che niente si giovano della filosofia e non contemplano affatto la natura del cielo, perché non adoperano le circolazioni, che sono nella testa, ma si lasciano guidare dalle parti dell’anima che sono nel petto. Dunque per queste abitudini curvarono a terra le membra anteriori e la testa, attratte dalla parentela con la terra […] La quarta specie, quella acquatica, si generò dagli esseri più stolti e più ignoranti di tutti: e gli dèi, che operano trasformazioni, non ritennero questi animali degni di una respirazione pura, poiché la loro anima era impura a causa di ogni sorta di errore, e così in luogo della leggera e sottile respirazione dell’aria, li cacciarono nella torbida e pesante respirazione dell’acqua» (Timeo, 91d-92b). 44


Platone: gli animali

Adagiati su giacigli cosparsi di smilace e di mirto [smilace = una pianta, una liana sempreverde, tipica della macchia mediterranea], banchetteranno bene in compagnia dei loro figlioli e ci berranno sopra vino, inghirlandati e cantando inni agli dèi, lieti di stare insieme […] Dovranno avere sale, olive, formaggio, e si cuoceranno gli alimenti propri della campagna, cipolle e legumi. Serviremo loro, non è vero?, pasticcini di fichi, ceci e fave; e abbrustoliranno al fuoco bacche di mirto e ghiande, bevendoci sopra con moderazione. Così passeranno la vita, com’è naturale, in pace e buona salute, moriranno in tarda età e trasmetteranno ai discendenti un sistema di vita simile a questo» (Repubblica, II, 372b-e). 45


Aristotele: organicismo

«Nell’ordine naturale la città precede la famiglia e ciascuno di noi. Infatti il tutto precede necessariamente la parte […] è dunque chiaro che la città è per natura e che è anteriore all’individuo, perché se l’individuo, preso da sé, non è autosufficiente, sarà rispetto al tutto nella stessa relazione in cui lo sono le altre parti». (Aristotele, Politica, I, 2, 1253a). 46


Aristotele: polis = comunità perfetta

«sorge per rendere possibile la vita e sussiste per produrre le condizioni di una buona esistenza. Perciò ogni città è un’istituzione naturale, se lo sono anche i tipi di comunità che la precedono, in quanto essa è il loro fine, e la natura della cosa è il suo fine […] Ora, lo scopo e il fine sono ciò che vi è di meglio; e l’autosufficienza è un fine e quanto vi è di meglio». (Politica, 1252b-1253a). 47


Aristotele: il cittadino e la felicità

polìtes = lo spoudaios, l’uomo per bene: maschio, adulto, proprietario; capace di vera philìa (amicizia) coi suoi pari, detentore di quelle condizioni materiali e culturali che sole garantiscono la vita buona (polìtes = lo spoudaios, l’uomo per bene: maschio, adulto, proprietario; capace di vera philìa (amicizia) coi suoi pari, detentore di quelle condizioni materiali e culturali che sole garantiscono la eudaimonìa (la felicità), la vita buona (eu zoîa). 48


Aristotele: la città e la felicità

«Perciò bisogna ammettere che la comunità politica abbia come fine le belle azioni e non semplicemente la convivenza. Quanti contribuiscono nella misura più alta alla vita di questa comunità partecipano alla città in grado più alto di quelli che, uguali a essi per la libertà in cui sono nati o per la stirpe da cui provengono, o addirittura superiori, sono tuttavia inferiori per virtù politica […]. (Politica, III, 9, 1281a). 49


Aristotele: la città e la felicità

«i cittadini non devono praticare una vita da operaio o commerciante (vite ignobili e contrarie alla virtù), non dovranno essere contadini […], perché la nascita della virtù e l’esercizio delle funzioni politiche esigono libertà dagli impegni di lavoro quotidiani». (Politica, VII, 9, 1328b). 50


Aristotele: l’anima e gli animali «Le menzionate facoltà dell’anima si trovano, come già dicemmo, presso alcuni esseri nella loro totalità, presso altri parzialmente, presso altri ancora in numero di una sola. Parlammo di facoltà nutritiva, appetitiva, sensitiva, cinetica locale, dianoetica. Le piante posseggono solo la nutritiva, altri esseri invece, oltre questa, la sensitiva. Ma se la sensitiva, anche l’appetitiva; perché appetito è desiderio e ardore e volontà, e tutti gli animali posseggono almeno un senso: il tatto. […] Fame e sete sono desideri, cioè la fame è desiderio di secco e di caldo, la sete di freddo e di umido; mentre il sapore è come un loro addolcimento. […] Alcuni animali hanno oltre queste facoltà la cinetica locale, altri poi – come gli uomini e, se esiste, un altro essere siffatto o superiore – la facoltà dianoetica e quindi intelletto». (L’anima, II, 3, 414a-b). 51


Aristotele: gli animali

– Interesse “scientifico” per gli animali – Continuità animale-uomo – Superiorità dell’uomo – Antropocentrismo: animali sono strumenti dell’uomo

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Aristotele: interesse “scientifico� per gli animali

Opere: Ricerche sugli animali Parti degli animali Il movimento degli animali Riproduzione degli animali

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Aristotele: interesse “scientifico” per gli animali

«Non si deve nutrire un infantile disgusto verso lo studio dei viventi più umili: in tutte le realtà naturali v’è qualcosa di meraviglioso […] occorre affrontare senza disgusto l’indagine su ognuno degli animali, giacché in tutti vi è qualcosa di naturale e di bello» (Parti degli animali, I, 5, 645a)

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Aristotele: “continuità” vita umana e animale «Gli animali si possono differenziare secondo il modo di vita, le attività, il carattere e le parti […] Alcuni di essi vivono in società, altri sono solitari (possono essere terrestri o volatili o acquatici), altri ancora possono vivere in entrambi i modi. Anche tra gli animali che vivono in società vi sono quelli collettivisti e quelli individualisti. Sono sociali, per esempio, tra i volatili il genere dei colombi, le gru, i cigni (nessun rapace è invece sociale); tra gli acquatici, molti generi di pesci come quelli che chiamiamo “migratori” […] L’uomo può vivere nell’uno o nell’altro modo. Sono collettivisti quegli animali che si adopreno tutti per un fine unico e comune, ciò che non tutti gli animali sociali fanno. Sono tali l’uomo, l’ape, la vespa, la formica e la gru […]. Inoltre, sia tra gli animali sia tra quelli solitari, alcuni sono stanziali, altri nomadi». (Ricerche sugli animali, I, 1, 487-488b). 55


Aristotele: superiorità dell’uomo sugli animali

«L’uomo è un essere socievole molto più di ogni ape di ogni capo d’armento. Perché la natura, come diciamo, non fa niente senza scopo e l’uomo, solo tra gli animali, ha la parola: la voce (phoné) indica quel che è doloroso e gioioso, e pertanto l’hanno anche gli animali (e, in effetti, fin qui giunge la loro natura, di avere la sensazione di quanto è doloroso e gioioso, e di indicarselo a vicenda), ma la parola (logos) è fatta per esprimere ciò che è giovevole e ciò che è nocivo e, di conseguenza, il giusto e l’ingiusto: questo è, infatti, proprio dell’uomo rispetto agli altri animali, di avere, egli solo, la percezione del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto e degli altri valori» (Politica, I, 1253] 56


Aristotele: antropocentrismo, gli animali “a disposizione” degli uomini

«[la natura] ha fatto […] gli animali per l’uomo: quelli domestici perché ne usi e se ne nutra; quelli selvatici, se non tutti almeno la maggior parte, perché se ne nutra e se ne serva per gli altri bisogni, ne tragga vesti e altri arnesi» (Politica, I, 8, 1256b).

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Aristotele: uomini-animali, maschio-femmina

«È naturale e giovevole per il corpo essere soggetto all’anima […] una condizione di parità o inversa è nociva a tutti. Ora gli stessi rapporti esistono fra gli uomini e gli altri animali: gli animali domestici sono per natura migliori dei selvatici e a questi tutti è giovevole essere soggetti all’uomo, perché in tal modo hanno la loro sicurezza. Così pure nelle relazioni del maschio verso la femmina, l’uno è per natura superiore, l’altra inferiore, l’uno comanda l’altra è comandata, ed è necessario che tra tutti gli uomini sia proprio in questo modo». (Politica, I, 5, 1254b). 58


Aristotele: naturale superiorità del maschio rispetto alla femmina

«È naturale e giovevole per il corpo essere soggetto all’anima […] una condizione di parità o inversa è nociva a tutti. Ora gli stessi rapporti esistono fra gli uomini e gli altri animali: gli animali domestici sono per natura migliori dei selvatici e a questi tutti è giovevole essere soggetti all’uomo, perché in tal modo hanno la loro sicurezza. Così pure nelle relazioni del maschio verso la femmina, l’uno è per natura superiore, l’altra inferiore, l’uno comanda l’altra è comandata, ed è necessario che tra tutti gli uomini sia proprio in questo modo». (Politica, I, 5, 1254b). 59


Aristotele: uomini-animali, padroni-schiavi

«Se dunque la natura non fa nulla di inutile né di imperfetto, è necessario che essa abbia li abbia fatti [= gli animali] in vista dell’uomo. Perciò anche l’arte della guerra sarà per natura una parte dell’arte di acquisto (e l’arte della caccia è una parte di essa), della quale bisogna far uso con gli animali e nei riguardi di quegli uomini che, nati per obbedire, non si sottomettono; e questa è una guerra naturalmente giusta». (Politica, I, 8, 1256b).

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uomini-animali: il libro della Genesi

«Poi Iddio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza: domini sopra i pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sugli animali domestici, su tutte le fiere della terra e sopra i rettili che strisciano sopra la sua superficie”. Iddio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò; tali creò l’uomo e la donna. E Dio li benedì e disse loro: “ Prolificate, moltiplicatevi e riempite il mondo, assoggettatelo e dominate sopra i pesci del mare e su tutti gli uccelli del cielo e sopra tutti gli animali che si muovono sopra la terra» (Genesi, 1:20-30) Iddio benedì Noè e i suoi figli e disse loro: “Siate fecondi, moltiplicatevi e riempite la terra, e incutete paura e terrore a tutti gli animali della terra e a tutti gli uccelli del cielo. Essi sono dati in vostro potere con tutto ciò che striscia sulla terra e con tutti i pesci del mare. Tutto ciò che si muove e che ha vita vi sarà di cibo» (Genesi, 9: 1-5) 61


uomini-animali: il libro della Genesi

«Noè uscì con i figli, la moglie e le mogli dei figli. Tutti i viventi e tutto il bestiame e tutti gli uccelli e tutti i rettili che strisciano sulla terra, secondo la loro specie, uscirono dall’arca. Allora Noè edificò un altare al Signore; prese ogni sorta di animali mondi e di uccelli mondi e offrì olocausti sull’altare. Il Signore ne odorò la soave fragranza […]»(Genesi, 8: 18-20)

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Aristotele: lo schiavo «per natura»

«Quanto all’utilità, la differenza è minima: entrambi prestano aiuto con le forze fisiche per le necessità della vita, sia gli schiavi che gli animali domestici». (Politica, I, 5, 1254b)

«Chi per natura non appartiene a sé ma a un altro, pur essendo uomo, è uno schiavo per natura: e appartiene a un altro quell’uomo che, pur essendo uomo, è oggetto di proprietà; ed è oggetto di proprietà uno strumento che serve all’azione e che è separato da chi lo possiede» (Politica, I, 4, 1254a)

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Aristotele: lo schiavo «per natura»

«La natura intende foggiare anche corpi diversi per gli uomini liberi e per gli schiavi, dando a questi corpi forti, adatti alle mansioni più strettamente necessarie, a quelli corpi diritti e inutilizzabili per quelle mansioni, ma adatti alla vita civile che può essere divisa in occupazioni militari e occupazioni pacifiche» (Politica, I, 5, 1254b)

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Aristotele: lo schiavo «per natura»

«Però, se le cose stanno così, non bisogna tentare di dominare dispoticamente su tutti, ma solo su quelli che per natura sono adatti a questa condizione, così come non si devono cacciare per banchetti e sacrifici le persone, ma solo gli animali che sono adatti a questo uso, e cioè gli animali selvatici le cui carni siano commestibili» (Politica, VII, 2, 1324b)

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Aristotele: lo schiavo «per natura»: difficoltà

«Si crede che, come da uomo nasce uomo e da animale animale, così da uomini buoni discenda un uomo buono: la natura spesso intende far ciò, ma non sempre vi riesce» (Politica, I, 6, 1255b)

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Aristotele: lo schiavo «per natura»: difficoltà

«Ma accade spesso anche il contrario, cioè che gli uni abbiano soltanto il corpo di uomini liberi e altri soltanto l’anima; ed è evidente che se vi fossero alcuni che differissero dagli altri per le sole proprietà del corpo tanto quanto le effigi degli dèi differiscono dalle nostre, allora tutti sarebbero concordi nell’ammettere che coloro che sono inferiori dovrebbero essere i loro schiavi. E se ciò vale per il corpo, a ben maggior ragione dovrà essere affermato per l’anima; ma non è certo ugualmente facile vedere la bellezza dell’anima e quella del corpo» (Politica, I, 5, 1254b) 67


Aristotele: lo schiavo «per natura»: difficoltà

«Se infatti ogni strumento, per un qualche comando o per una capacità di presentire, potesse compiere la sua propria opera […], se a questo modo le spole da sole tessessero e i plettri suonassero da sé, allora né gli architetti avrebbero bisogno di operai né i padroni di schiavi» (Politica, I, 4, 1253b) 68


Aristotele: le donne libere sono diverse dagli schiavi

«Per natura sono distinti la femmina e lo schiavo, perché la natura […] destina ogni cosa a una sola funzione: e ogni strumento che non serve a più usi, ma a uno solo, assolve alla sua funzione nel migliore dei modi. Presso i barbari la femmina e lo schiavo hanno la medesima posizione perché per natura essi non hanno il principio del comando, ma la loro comunità è quella di uno schiavo con una schiava» (Politica, I, 2, 1252b) 69


Aristotele: inferiorità delle donne

«[...] le femmine sono per natura più deboli e più fredde, si deve considerare la natura femminile come una innata menomazione»

(Generazione degli animali, 775 a 14-16; e cfr. anche Metafisica,1034a-b, 1040b) 70


Aristotele: inferiorità delle donne

«Poiché il maschio apporta la forma e il principio del mutamento, e la femmina il corpo e la materia, come nella cagliatura del latte il corpo è dato dal latte, mentre il succo di fico o il siero sono l’emento che possiede il principio costitutivo, così è anche di ciò che, provenendo dal maschio, si suddivide nella femmina». (Generazione degli animali, I, 20, 729a) «Vi è rassomiglianza anche di forma tra un ragazzo e una donna, e la donna è come un uomo sterile. La femmina infatti è contraddistinta da impotenza [...]» (Ivi,, I, 20, 728a).

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Aristotele: inferiorità delle donne

«I modi in cui il libero comanda allo schiavo, il maschio alla femmina e l’uomo al fanciullo sono diversi. Tutti hanno le varie parti dell’anima, ma in modi differenti, perché lo schiavo non ha affatto la facoltà deliberativa, la femmina ce l’ha, ma incapace e il fanciullo ce l’ha, ma imperfetta […] Perciò chi comanda deve possedere la virtù etica nella sua perfezione (perché il suo compito è proprio quello dell’architetto e la ragione è l’architetto), mentre ciascuno degli altri deve averne quel tanto che gli basta. Perciò è chiaro che la virtù etica spetta a tutti quelli sopra menzionati e che tuttavia non è la stessa temperanza della donna e dell’uomo, né lo stesso coraggio e la loro giustizia, come credeva Socrate, ma in un caso si tratta del coraggio di chi comanda e nell’altro di quello di chi obbedisce; e altrattanto dicasi per le altre virtù» (Politica, I, 13, 1260a). 72


Egualitari radicali: tre frammenti controversi (dalla cultura sofistica)

«La divinità ci rese tutti liberi; la natura non creò nessuno schiavo» (Alcidamante, Messeniakós, cit. in Aristotele, Retorica, I, 13, 1373b, 6-9).

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Egualitari radicali: tre frammenti controversi (dalla cultura sofistica)

«[…] ci comportiamo gli uni verso gli altri da barbari, poiché di natura tutti siamo assolutamente uguali, sia Greci che barbari. Basta osservare le necessità naturali proprie di tutti gli uomini: è ugualmente possibile a tutti procurarsele e in tutte queste nessuno di noi può esser definito né come barbaro né come greco. Tutti infatti respiriamo l’aria con la bocca e con le narici e tutti mangiamo con le mani» (Antifonte, fr. 44 B) 74


Egualitari radicali: tre frammenti controversi (dalla cultura sofistica)

«Uomini qui presenti, io considero voi tutti consanguinei, imparentati e concittadini per natura, non per legge [physei, ou nómo]: il simile è infatti per natura imparentato col simile, mentre la legge, che è tiranna degli uomini, forza contro la natura molte cose» (Platone, Protagora, 337c-d: a parlare è Ippia) 75


Lo stoicismo: la schiavitù come condizione dell’animo (schiavitù delle passioni)

«Soleva sentenziare che gli stolti sono schiavi delle passioni, come gli schiavi lo sono dei padroni» (Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, VI, 66-67: su Diogene il cinico) «Solo il sapiente è libero; gli stolti sono schiavi; la libertà è la facoltà di agire in modo autonomo, la schiavitù è la privazione di questa facoltà» (Ivi, VII, 121-122: su Zenone di Cizio) «Che differenza c’è dunque fra me, uomo stolto, e te, uomo saggio, se tutti e due vogliamo possedere? Una differenza grandissima: infatti, le ricchezze sono schiave in casa del sapiente e padrone in casa dello stolto» (Seneca, Della vita felice, XXVI: stoicismo romano, cinque secoli più76 tardi)


Lo stoicismo: la schiavitù come condizione dell’animo (schiavitù delle passioni)

«cioè secondo la natura singola e la natura dell’universo, nulla operando di ciò che suole proibire la legge a tutti comune, che è identica alla retta ragione diffusa per tutto l’universo ed è identica anche a Zeus, guida e capo dell’universo» (Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, VII, 88). 77


Lo stoicismo: la schiavitù come condizione dell’animo (schiavitù delle passioni)

«La virtù non è preclusa a nessuno, è accessibile a tutti, accoglie tutti, chiama tutti, liberi, liberti, schiavi, re, esuli. Non sceglie la casa o il censo, si accontenta dell’uomo nudo» (Seneca, De beneficiis, III, 18). 78


Lo stoicismo: la schiavitù come condizione dell’animo (schiavitù delle passioni)

«Zenone e i filosofi stoici suoi discepoli concordano nel dire che ci sono due generi di uomini: i saggi e gli stolti. I saggi per tutta la vita fanno uso delle virtù, mentre gli stolti dei vizi, cosicché i primi agiscono sempre correttamente, gli altri sempre in maniera errata» (Zenone, I, 216, ed. v. Arnim). 79


Lo stoicismo : la schiavitù come condizione dell’animo (schiavitù delle passioni)

Epitteto, Le Diatribe e i Frammenti, IV, 1. (stoicismo romano

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Lo stoicismo : gli animali

«Tutto ciò di cui l’uomo si serve in questo mondo è stato creato e preparato per lui. […] il mondo è stato di per se stesso costruito per gli uomini e per gli dèi e tutto ciò che esso contiene è stato predisposto e si è rivelato di utilità per l’uomo. Il mondo è infatti una sorta di comune dimora degli uomini e degli dèi o, se si vuole, una città destinata ad accoglierli entrambi: lo dimostra il fatto che essi soli hanno l’uso della ragione e vivono in base al diritto ed alle leggi» (M. T. Cicerone, De natura deorum, II, 153). 81


Lo stoicismo : gli animali

«Se faccio tutto per la cura che ho di me, è segno che antepongo a tutto la cura del mio essere. Questo istinto è in tutti gli animali non derivato, ma innato. La natura mette al mondo i suoi esseri, ma non li getta allo sbaraglio; e poiché il guardiano più sicuro è quello che sta più vicino, ognuno è affidato alla tutela di se stesso»

(L. A. Seneca, Lettere a Lucilio, XX, 121). 82


Lo stoicismo : gli animali

[oikeiosis: “cura di sé”, dall’istinto di conservazione ai valori morali] «Il vero bene non esiste né negli alberi né nelle bestie. Il tipo di bene che è in essi, solo impropriamente è chiamato un bene. “E allora che cos’è?”. È ciò che è conforme alla natura di ciascuno. Il vero bene non è in alcun modo accessibile alla bestia: esso è proprio di una natura migliore e più felice» (L. A. Seneca, Lettere a Lucilio, XX, 124). 83


Porfirio di Tiro (233ca-305 d.C.)

Porfirio, Astinenza dagli animali (trad. it. con testo greco a fronte, Bompiani, Milano 2005)

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Porfirio di Tiro (233ca-305 d.C.)

«Ora ci resta ancora da dimostrare che vi sia in essi un’anima razionale e che non manchino di intelligenza. Anzitutto, ogni animale conosce i propri punti deboli e i propri punti forti: attento a salvare i primi dai pericoli, si serve degli altri: così la pantera combatte con le sue zanne, il leone con le grinfie e le zanne, il cavallo con gli zoccoli e il bue con le corna, il gallo con lo sperone e lo scorpione con il pungiglione […] Dire che queste qualità appartengono agli animali per natura significa dire, senza rendersene conto, che essi sono ragionevoli per natura oppure che la ragione non esiste in noi per natura e che non è nella nostra natura che essa raggiunga la perfezione». (Porfirio, Astinenza dagli animali, III,2).

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Porfirio di Tiro (233ca-305 d.C.)

Discorsi contro i Cristiani (Bompiani, Milano 2009)

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Tradizione giuridica romana : uguaglianza naturale degli uomini, ma utilità della schiavitù

«per quel che riguarda il diritto naturale, tutti gli uomini sono uguali» (Ulpiano, Digestum, L, 17, 32; I, 1, 4).

«La schiavitù è un istituto della legge di tutte le nazioni per cui un essere è soggetto a un altro contro natura» (Florentius, Digestum, I, 5, 4). 87


Lo schiavo, il nemico

ÂŤTanti schiavi, tanti nemiciÂť (proverbio romano, riportato da Seneca, Lettere a Lucilio, 47, 5).

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Lo schiavo, il nemico

ÂŤI nostri padri guardavano con sospetto gli schiavi, anche quando questi erano nati nei poderi e nelle stesse case dei padroni, e si erano subito affezionati ad essiÂť. (Tacito, Annali, XIV, 43) 89

R. Caporali, Uguaglianza, Mondo antico  

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