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Gli scritti riuniti in questo volume rappresentano una riflessione sul pensare che prelude o segue il fare architettura. È importante sottolineare che tale riflessione rappresenta un momento chiaramente distinto rispetto al progetto: non quindi una contestualizzazione dell’attività pratica mentre questa avviene, come si intende spesso nella progettazione, bensì una fase di riposo prima del salto, analoga allo stato di concentrazione nel quale si immette il tuffatore un istante prima di prendere lo slancio e precipitare elegantemente nell’acqua sotto di lui.

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In copertina: La casa di Alvar e Aino Aalto a Munkkiniemi, Helsinki. Foto F. De Matteis, 2012.

Riflessi dell’architettura

Federico De Matteis insegna progettazione architettonica presso la Facoltà di Architettura di “Sapienza” Università di Roma. Dall’autunno 2009 è co-direttore della rivista on-line (h)ortus.

Federico De Matteis

Riflessi dell’architettura Prefazione di Benedetto Todaro

hortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di hortus - rivista di architettura. raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

€ 16.00

Federico De Matteis

hortusbooks collana diretta da federico de matteis e alfonso giancotti

Edizioni Nuova Cultura


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Per Mimmo, che se ne è andato troppo presto.


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Federico De Matteis

Riflessi dell’architettura Prefazione di Benedetto Todaro

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Hortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore. Metodi e criteri di valutazione La collana Hortusbooks propone saggi di alto livello scientifico nel campo dell’architettura. I testi pubblicati, che potranno essere anche in lingua straniera per facilitarne la diffusione in campo internazionale, vengono valutati dal Comitato scientifico, che ne considera la validità scientifica sulla base dei seguenti criteri: originalità del lavoro e significatività del tema proposto nell’ambito della composizione architettonica e urbana; rilevanza scientifica nel panorama nazionale e internazionale; attenzione alla letteratura sull’argomento e apparato critico; rigore metodologico; proprietà di linguaggio e fluidità del testo; uniformità dei criteri redazionali. Collana diretta da Federico De Matteis e Alfonso Giancotti

hortusbooks Collana diretta da Federico De Matteis e Alfonso Giancotti www.vg-hortus.it © 2012 Nuova Cultura ISBN 9788861349001 ISBN XXX-X-XXXX-XXXX-X DOI 10.4458/9001

Nessuna parte di questo libro può essere riprodotta in alcuna forma senza esplicita autorizzazione dell’autore.


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RIFLESSI DELL’ARCHITETTURA Indice

Architettura dentro e fuori di sè di Benedetto Todaro Introduzione

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Parte I Il problema dell’architettura Architetture grandi Roma Regina Aquarum Il tempo e l’eternità L’enigma del castello

17 31 49 61 81

Parte II The Adventures of Character The City and Technics Leon Battista Alberti The Wicked Architect Mies and the Problem of Urban Context The Italian Retreat from Modernity From Collective Commitment to Individual Dream Sverre Fehn’s Overwhelming Questions

89 115 137 157 171 195 209 227

Riferimenti bibliografici

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INTRODUZIONE

Il lettore che si addentrerà in questo libro troverà molte cose diverse fra loro: questa introduzione vuole dunque servire da giustificazione e, perché no, atto di ammenda da parte di chi scrive. Se il rigore disciplinare cui ogni lavoro scientifico è chiamato a rispondere richiede che all’interno di un’opera si risconti una sorta di aristotelica unità tematica, certamente in questo caso tale omogeneità non potrà riscontrarsi. I tredici scritti che compongono il volume differiscono per argomento, estensione, metodologia, struttura, persino per la lingua in cui vengono presentati: di questo non possiamo che scusarci. Quale, dunque, il motivo per raccoglierli insieme, se non quello, evidente quanto banale, che sono stati composti in un periodo di tempo di pochi anni? La risposta, se vorrà essere accettata, risiede nel fatto che tutti, indistintamente, sono volti alla ricerca di quelle che possono considerarsi le ragioni del fare architettura. Evidentemente occuparsi di questa materia va ben al di là del semplice mestiere dell’architetto: non si tratta di un lavoro come un altro, bensì di un’attività intellettuale che chiama in causa una vasta molteplicità di problematiche. Uno dei maggiori compiti di un architetto dovrebbe consistere nel tentare – costantemente, pazientemente – di mettere ordine fra questi innumerevoli problemi, trovando il giusto equilibrio tra le cose. Questo perché, inevitabilmente, le ragioni dell’architettura non possono essere ricercate soltanto all’interno dei suoi confini, ma devono spaziare anche al di fuori. Non sono pochi i modi in cui, nel passato, gli architetti hanno operato questo tentativo di sistematizzazione del mondo. Alcuni l’hanno fatto cercando di ridisegnare la realtà, adoperando uno degli strumenti principali del fare architettura. Altri hanno preferito descriverla con le parole. Altri ancora dibattendo, dando vita a manifesti, proposizioni di carattere politico o sociale. Non pochi si sono concentrati sulle opere del passato, vedendo nel presente una diretta estensione della storia pregressa. Molti alla realtà del mondo fattuale hanno preferito la propria interiorità, dedicando ad essa un’attenzione introspettiva ricca di significato. Di fatto questo lavoro critico, qualunque fosse l’ambito di maggiore attenzione, è sempre servito come sostrato culturale per il lavoro del progetto, una sorta di humus entro il quale far crescere l’architettura. Se chiaramente in alcuni autori quest’interesse culturale è stato più evidente che in altri, rimane il fatto che l’architettura non può farsi “ad occhi chiusi”. Ma quanto più ci interessa è che quest’attività critica parallela, che ciascun architetto degno di questo nome porta avanti, si riflette poi in maniera evidente nel suo lavoro di progettista: ne forma anzi la sostanza stessa, il sostrato su cui tutto poggia. Cosa 13


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Riflessi dell’architettura sarebbe stato delle opere di Le Corbusier se egli non avesse aperto il suo occhio sul Mediterraneo? O di Piranesi se non fosse stato stregato dalle rovine dei Romani? Inevitabilmente, in maniera più o meno cosciente, ciascun architetto è prigioniero delle proprie ossessioni, che vengono iscritte nelle sue opere. Gli scritti qui raccolti sono unificati dunque dal comune intento di cercare, attraverso molte diverse occasioni, quali siano le ragioni che spingono gli architetti nel loro lavoro, il terreno di coltura che si riflette poi sulle opere realizzate. In alcuni casi ciò avviene indagando su singoli autori, come Alberti, Piranesi, Mies van der Rohe, Ridolfi, Moretti o Fehn; in altri, concentrando l’attenzione su specifici problemi, come la grande dimensione in architettura, il rapporto tra preesistenze e nuove costruzioni oppure l’idea di carattere. Ancora, alcuni scritti sono dedicati a questioni culturali più ampie, grandi contenitori all’interno dei quali è situata l’architettura intesa come attività umana per dedurne i motivi, le cause, le radici profonde. In altre parole gli scritti qui riuniti sono una riflessione sul pensare che prelude o segue il fare architettura. È importante sottolineare che tale riflessione rappresenta un momento chiaramente distinto rispetto al progetto: non quindi una contestualizzazione dell’attività pratica mentre questa avviene, come si intende spesso nella progettazione, bensì una fase di riposo prima del salto, analoga allo stato di concentrazione nel quale si immette il tuffatore un istante prima di prendere lo slancio e precipitare elegantemente nell’acqua sotto di lui. Possiamo forse immaginarci il tuffatore intento, nel brevissimo lasso di tempo occupato dal suo volo, a teorizzare sul volo stesso, sul fatto incontrovertibile di trovarsi sospeso in aria, sulla torsione da imprimere al proprio corpo? No: il tuffo è un istante compresso, studiato a tavolino e ripetuto migliaia di volte, perfezionato attraverso l’esercizio, ma non ha in sé nulla di teorico. Simile, nel nostro intendimento, è lo stato dell’architetto mentre progetta, del tutto proteso verso l’esito istantaneo, dimentico di quanto è stato studiato per anni e anni, eppure perfettamente informato in ogni suo gesto, segno, ragionamento. Vi è dunque un momento per la praxis, un altro per la riflessione teorica: alcuni sostengono che questa debba intervenire quando, per un motivo o per un altro, non è più possibile dedicarsi all’attività del progetto. La riflessione teorica viene quindi chiamata in causa da un momento di crisi, sia questa interna al progettista, ovvero la ricaduta di una contingenza esterna. L’attività critica inizia come risposta ad una crisi: l’accostamento di due differenti accezioni dello stesso termine può darci la misura di quanto fondata sia la consequenzialità dei due momenti. Gli scritti che seguono cercano di comprendere come quest’attività critica abbia, in alcune occasioni, portato ad nuovo ragionamento, a nuovi esiti nell’architettura. Al contempo, sono essi stessi frutto di un lavoro di riflessione critica, portato avanti da chi scrive, su una vasta eterogeneità di temi inerenti il fare architettura, nella speranza che queste riflessioni possano contribuire ad accendere una piccolissima luce in più. 14


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Parte I


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IL PROBLEMA DELL’ARCHITETTURA

Che cos’è l’architettura? Di cosa si occupa? Nel corso del tempo la definizione e l’ampiezza di questo problema sono andati mutando progressivamente, senza seguire uno sviluppo uniforme, una linea coerente di ideali, bensì orientandosi secondo il mutevole pensiero che si andava plasmando “a monte”. Difficile è dunque fornire una definizione di architettura: forse perché – secondo Nietzsche – “solo ciò che non ha storia è passibile di essere definito”. Innegabile è che l’architettura abbia invece un trascorso, sia stata adoperata anche strumentalmente in molti modi diversi: diviene pertanto impossibile arrivare ad una sua definizione univoca. Le Corbusier: L’architettura è il gioco sapiente, rigoroso e magnifico dei volumi assemblati nella luce. Mies van der Rohe: L’architettura è il vero campo di battaglia dello spirito. Aalto: L’architettura è una cosa molto difficile. Morris: Architettura è l’insieme delle trasformazioni operate dall’uomo sul territorio.

Queste definizioni “classiche” appaiono trancianti, più indirizzate a fornire una traccia polemica piuttosto che alla vera descrizione del fenomeno. A ciascuna di queste definizioni sarebbe possibile aggiungere un “l’architettura è questo ma anche altro”. Così come è difficile definire l’architettura è altrettanto arduo dare una definizione di chi la mette in opera, poiché si tratta sempre di figure collegate in varia maniera al fine stesso della disciplina. Forse più semplicemente si può sostenere per via tautologica – anche se questo non risolve del tutto il problema – che l’architetto è colui che mette in opera l’architettura.

La formazione dell’architetto Tentiamo di procedere analiticamente, sezionando criticamente la figura dell’architetto, per capire quali possono essere i diversi ingredienti che, fusi sapientemente insieme, danno luogo all’architettura. 17


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Riflessi dell’architettura Tra le più antiche testimonianze delle virtù dell’architetto troviamo ovviamente Vitruvio, il quale (I, 1, 3) suggerisce che l’architetto: (…) abbia un’istruzione letteraria, che sia esperto nel disegno, preparato in geometria, che conosca un buon numero di racconti storici, che abbia seguito con attenzione lezioni di filosofia, che conosca la musica, che abbia qualche nozione di medicina, che conosca i pareri dei giuristi, che abbia acquisito le leggi dell’astronomia.

Vitruvio sembra quasi prescindere, nella definizione di questi saperi, dalle conoscenze specifiche ed autonome dell’architettura, implicando la necessità di una vasta formazione culturale di base senza la quale non è nemmeno possibile cominciare ad occuparsi di architettura. Risponde questo a quanto accade oggi? È necessario per un architetto avere queste conoscenze di base? Anche se Vitruvio elenca alla rinfusa i saperi dell’architetto, possiamo subito distinguerli in due categorie differenti: conoscenza del mondo umano e conoscenza del mondo naturale. Lettere, filosofia, diritto, storia sono necessari per descrivere il mondo umano. Medicina, musica, astronomia descrivono il mondo naturale. Geometria e disegno – l’una legata all’altro – sono intesi nella tradizione classica come strumento di conoscenza naturale, poiché la natura si manifesta il più delle volte come “forma”. Il loro uso è pertanto strumentale alla conoscenza del mondo naturale. Più di 2000 anni fa Vitruvio dunque afferma: chi si occupa di architettura deve essere collegato ai due grandi ordini esistenti: l’ordine naturale e l’ordine umano. Prima ancora di poter diventare architetto, è necessario avere una conoscenza approfondita di questi due ambiti, poiché l’architettura ne fa inevitabilmente parte. Abbiamo già dunque un primo indizio, una prima che ci indica dove andare a cercare l’architettura. Per ora si tratta ancora di un’indicazione vaga, ma si intuisce già la compresenza di diversi campi. All’elenco delle discipline che Vitruvio riporta come bagaglio culturale di base dell’architetto potremmo dunque aggiungere quelle che tradizionalmente definiscono l’architettura come semplice fatto costruttivo: questo accadeva già in età classica, ed è vero ancora oggi. Strutture: è evidente che un’architettura debba “stare in piedi”, resistere alla forza di gravità. La conoscenza dei fatti strutturali, della meccanica dei pesi e dei corpi, rappresenta uno dei fondamenti del costruire. Costruzione: conoscenza delle tecniche costruttive e dei materiali naturali e artificiali, delle soluzioni che si possono adottare per risolvere i problemi, dai più semplici ai più complessi: come si costruisce un rifugio, come ci si ripara dal vento e dall’acqua, 18


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Il problema dell’architettura come si può trasformare il terreno, realizzare una finestra, una porta, una facciata strutturale, una parete multimediale digitale… Economia: la capacità di poter correlare i mezzi che si hanno a disposizione (siano questi monetari o meno) con le necessità che si devono soddisfare. Devo costruire una casa su un’isola deserta e ho a disposizione solamente argilla e legno: la disponibilità delle risorse influisce fortemente sull’architettura che ne risulterà. Ecologia: la capacità di gestire l’interrelazione tra i fattori naturali e quelli artificiali, la conoscenza dei siti, dei venti, dell’influenza della natura sull’architettura. Fattori fondamentali ai tempi di Vitruvio per garantire la sopravvivenza di una colonia in una terra sperduta, e ancora oggi per rendere sostenibili gli oggetti che realizziamo. Botanica: conoscenza delle specie vegetali sia per il loro utilizzo costruttivo (le qualità dei legni ecc.) sia per l’utilizzo nel progetto del paesaggio. Geologia: conoscere la qualità dei terreni, la loro resistenza ai pesi, il movimento delle acque, la possibilità di controllarle. Inoltre: le qualità meccaniche delle pietre utilizzate nella costruzione.

L’architetto oggi Per Vitruvio sono dunque questi i saperi che un architetto deve poter dominare. Deve essere istruito nelle leggi del mondo naturale, nella conoscenza del mondo dell’uomo, nonché possedere una serie di conoscenze specifiche, alcune delle quali di appannaggio pressoché esclusivo dell’architetto. In che misura la situazione dell’architetto di oggi è mutata? Passando al setaccio il gran numero di saperi che Vitruvio elenca come indispensabili ci accorgiamo che la maggior parte di questi sono ancora, in qualche modo, necessari per chi opera nel terzo millennio. La conoscenza del mondo umano è ancora necessaria, anche se integrata da discipline che non esistevano al tempo di Vitruvio: sociologia, antropologia, psicologia, comunicazione: il sapere scientifico applicato al campo delle scienze umane. Altrettanto la conoscenza del mondo naturale, anche in questo caso notevolmente complessificata dall’evoluzione scientifica: le conoscenze nel campo della fisica, della chimica ecc. sono aumentate a dismisura. I parametri di base tuttavia sono rimasti gli stessi. Di campi totalmente nuovi ce ne sono pochi, almeno per quanto riguarda l’influenza diretta sull’architettura. Stiamo parlando di nuovi fattori indotti dall’industrializzazione e dall’introduzione di nuove forme di energia: impiantistica, illuminotecnica, energetica. Ancora oggi dunque l’architetto opera su più piani e deve pertanto avere conoscenza di molteplici campi, sia generali sia specifici. L’architettura è il risultato dell’interazione tra queste molteplici discipline. 19


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Riflessi dell’architettura

L’estetica L’interazione tra queste numerose discipline lascia fuori dall’elenco un fattore molto importante: l’estetica. Che l’estetica abbia a che fare con l’architettura è quasi lapalissiano: tuttavia bisogna comprendere come ciò avvenga, quale ruolo l’estetica svolge in questa complessa faccenda. Poche pagine dopo aver elencato le discipline nelle quali deve essere versato un architetto, Vitruvio pronuncia un dictum che, nel bene e nel male, condizionerà la storia dell’architettura: «Haec autem ita fieri debent ut habeatur ratio firmitatis utilitatis venustatis»: (I, 3, 2) Queste realizzazioni poi devono essere compiute in modo che si tenga conto della solidità, dell’utilità, della bellezza. Il principio della solidità sarà rispettato quando le fondamenta affonderanno fino al terreno compatto e di ciascun materiale si farà una scelta accurata, senza risparmio di mezzi, della quantità dovuta; quello dell’utilità, quando l’organizzazione degli spazi sarà corretta, non ci saranno ostacoli alla loro utilizzazione e questi spazi saranno adeguatamente distribuiti a seconda dell’esposizione che ciascun tipo richiede; quello della bellezza, quando l’opera avrà un aspetto piacevole ed elegante e le proporzioni fra i suoi elementi seguiranno i corretti rapporti modulari.

Viene immediatamente da chiedersi come sia possibile che un’affermazione generica, approssimativa e anche manichea come questa abbia potuto avere tanta fortuna nella successiva storia della teorizzazione dell’architettura. Di fondo possiamo senz’altro essere d’accordo con l’assunto generale: tra le componenti dell’architettura troviamo la solidità, l’utilità, la bellezza. Sul perché dei tre assunti vitruviani non pare necessario soffermarsi: sono quasi assiomi, la cui dimostrazione giace nel profondo dell’essere umano. Il problema di fondo consiste nel fatto che mentre la solidità e l’utilità possono in qualche maniera essere misurate (una casa sta in piedi? riesce a costituire un riparo adeguato alle mie esigenze?), la bellezza sfugge inesorabilmente ad una definizione univoca. Ciò che è bello varia con il tempo, con il luogo, con i gruppi culturali ma anche con l’età e le inclinazioni personali di ciascun individuo che la giudica. Sembrerà una banalità, ma al principio del terzo millennio sembra che l’affermazione più giusta sia: bello è ciò che piace. Lasciamo da parte Vitruvio per rivolgerci a Leon Battista Alberti, una delle più formidabili menti che si siano mai occupate di architettura. Nel De Re Aedificatoria (IX, 5) scrive: Alcuni preferiranno una fanciulla tenera e sottile; invece quel personaggio della commedia prediligeva tra tutte (…) perché costei era grassoccia e soda. A te, forse parrà preferibile

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Il problema dell’architettura un tipo di moglie che né per magrezza rassomigli a un malato, né per la grossezza delle membra paia un pugile rusticano, bensì sia di una corporatura tale quale risulterebbe aggiungendo una medesima quantità all’una di esse e togliendola all’altra, pur senza guastarne i pregi. Ciò non ostante, il fatto di preferir l’una o l’altra delle bellezze precedenti non implica che si classifichino tutte le rimanenti come scarse o sconvenienti; ciò indica invece che la preferenza è stata originata dalla presenza di un qualcosa, sulle cui caratteristiche non indagheremo. (…) Ai giudizi in merito alla bellezza sovrintende non già l’opinione individuale, bensì una facoltà conoscitiva innata della mente.

E ancora: Ogni organismo infatti è composto di determinate parti ad esso proprie; se alcuna di esse viene tolta, ovvero ingrandita o rimpicciolita, ovvero trasferita in una posizione non adatta, avverrà certamente che in tale corpo ciò che nel suo insieme costituiva l’armonia dell’aspetto ne venga guastato.

Fondamentalmente Alberti (che ha le idee assai più chiare di Vitruvio) afferma due cose: 1) Non esiste oggettività in fatto di bellezza, poiché ciascuno percepisce diversamente l’armonia, secondo un dato innato nella mente. Di fatto sta anticipando di quasi tre secoli la formulazione del concetto di gusto, che solo ancora più tardi troverà una spiegazione che possa essere definita “scientifica”. La considerazione più importante però è un’altra: il parametro “innato nella mente” conta più del giudizio individuale. Alberti sa pertanto perfettamente che, qualsiasi possa essere la ragione addotta per la bellezza, questa non può essere lasciata al puro arbitrio degli individui, bensì ricondotta ad una condizione controllabile – benché non del tutto spiegabile. 2) La bellezza non può essere definita per parti, ma solamente in toto; inoltre, essa si manifesta solamente attraverso la sua mancanza, nel momento in cui viene meno. Si tratta quindi del riferimento a dei modelli di bellezza. Parliamo di modelli di bellezza: ad esempio la bellezza femminile. Dalla Venere villanoviana sino alle fotomodelle di oggi, il concetto è alquanto cambiato. La spiegazione di queste oscillazioni è fatto complesso, poiché ha a che vedere con il problema delle immagini. Di fondo possiamo affermare una cosa: entro e fuori i fenomeni artistici l’idea di bellezza subisce delle oscillazioni, dovute a diversi fattori.

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Riflessi dell’architettura

Figg. 1-5 – Variazione dell’ideale di bellezza femminile dalla preistoria fino ai nostri giorni

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Il problema dell’architettura

Operazioni estetiche Torniamo dunque alla figura dell’architetto, alle sue capacità ed ai suoi compiti. Abbiamo visto come il concetto di bellezza sia ondivago, non chiaramente definibile. Fa parte del bagaglio di capacità dell’architetto il saper operare nel campo dell’estetica, progettando cioè oggetti che possano essere definiti belli. È questo uno degli specialismi dell’architettura, che la distingue da altri campi operativi, ponendola a stretto contatto con l’attività artistica. Ogni atto che noi compiamo si configura – più o meno intenzionalmente – come atto estetico. Se nel deserto vedo un cumulo di sassi, subito avvengono una serie di cose. Innanzi tutto la mia percezione – estesi in senso puro – viene sollecitata da un oggetto, di cui sono in grado di osservare gli aspetti fenomenici: dimensioni, forma, colore, grana, ombre, riflessi ecc.; poi i fattori tattili, quali temperatura, consistenza, ruvidità ecc. In secondo luogo, mi domando perché nel bel mezzo del deserto sorga un cumulo di sassi: si tratta forse di un’ara? Di un segnale astronomico per indicare una posizione particolare? È forse un punto di riferimento per qualcuno che attraversa il deserto? È simbolo di qualche cosa? E infine: chi lo ha fatto? Quando? Perché? Chiunque abbia eretto il cumulo di sassi, per qualsiasi motivo lo abbia fatto, ha compiuto un’operazione estetica. Non esiste necessariamente coincidenza tra la sua intenzione e la mia interpretazione del fatto: tuttavia, il mio solo incontro con l’oggetto avvia il meccanismo di scambio sopra descritto, articolato nella sequenza di differenti processi percettivi. L’architetto per definizione sta sempre dalla parte di chi crea, di chi sta mettendo in atto una particolare intenzione. Il concetto di intenzione è fondamentale, poiché è ciò che distingue l’operazione artistica – qualsiasi essa sia – dal nostro agire quotidiano, inconsapevole, a tratti quasi inconscio. In architettura necessità e intenzione si intrecciano: il mio bisogno di un riparo, di una casa, un tempio o un aeroporto conduce all’intenzione di realizzarlo. C’è sempre dunque il legame con l’utilità di un oggetto, che distingue l’architettura dalla gratuità dell’atto artistico puro. La triade di cui parla Vitruvio – utilità, solidità, bellezza – implica sia necessità che intenzione. Se io costruisco una casa ho necessità che questa sia utile, solida, ma anche bella. Ciò che caratterizza l’architettura è dunque la necessità – intenzione di realizzare oggetti che rispondano egualmente ai tre parametri, con un implicito bisogno di estetica.

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Riflessi dell’architettura

Il progetto La grande domanda è dunque la seguente: come è possibile mettere insieme queste necessità – spesso conflittuali fra loro – in un’unica intenzionalità che ci consenta di produrre l’architettura? La questione non è affatto semplice: se un giorno si manifesta per me la necessità di costruirmi la casa, questa può immediatamente divenire intenzione. Tuttavia, quest’intenzione implica poi un passaggio intermedio, nel quale io devo pianificare esattamente come realizzare questa casa: devo dunque capire di quali risorse ho bisogno, quanto dovrò spendere, in che modo la casa che costruisco sarà in grado di dare risposta alla mia necessità di avere un’abitazione, nonché al mio “bisogno estetico”. Si tratta dunque di pensare strategicamente, di prevedere l’atto che porterà alla costruzione dell’oggetto finito, di programmare la realizzazione della mia casa, passo per passo, di modo che io possa vedere in anticipo quale sarà il risultato e come questo risultato potrà essere ottenuto. Questo pensiero strategico, la previsione di eventi futuri che conducono alla realizzazione di un oggetto di architettura, altro non è che il progetto. Il progetto è uno strumento formidabile, proprio perché consente di anticipare nel tempo un oggetto, carpendone le caratteristiche prima ancora che questo cominci ad esistere fisicamente. L’oggetto realizzato è il risultato della nostra intenzione di costruirci una casa: in quanto tale, integra e sintetizza tutte le nostre necessità, ovvero che la casa sia utile, sia solida, sia bella. Il progetto, essendo in grado di prevedere in anticipo come sarà l’oggetto finale, ci consente di esplorare l’infinità di soluzioni possibili. Sarà una casa alta o una casa bassa? Avrà un tetto piano o a falde? La struttura sarà in cemento armato o in muratura portante? Quante porte avrà? Di che colore saranno le pareti? E via dicendo, sino a prevedere ogni minimo dettaglio. Attenzione: il progetto è uno strumento formidabile, ma al contempo anche molto pericoloso. Non dobbiamo pensare che si tratti della sola messa in opera della soluzione definitiva, ottimale, la più adatta che siamo stati in grado di trovare per i problemi che ci siamo posti in partenza: il progetto parte molto prima del momento in cui consegniamo i disegni esecutivi alla ditta appaltatrice. Implicito nel termine progetto è il concetto di ricerca progettuale, poiché le soluzioni migliori devono essere trovate pazientemente, quasi mai sono disponibili da subito. Il progetto è dunque fortemente basato sulla ragione, sulla capacità di risolvere i problemi: in questo senso è una tecnica, una pratica operativa. Viene formulato un problema, vengono poste le condizioni al margine, comprendendo l’ambito entro cui si opera; si enuncia il programma: da qui, il progetto procede per soddisfare tutte le necessità in gioco, inclusa anche quella di produrre oggetti belli. 24


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Il problema dell’architettura

Fig. 6 – Atena, emblema mitologico della ragione

Fig. 7 – Prometeo incatenato

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Riflessi dell’architettura Potrebbe sembrare, da questa descrizione, che il progetto non lasci spazio alla creatività: non è certo così. Il progetto implica una creatività fortissima – anche se di un tipo diverso rispetto a quella che viene generalmente considerata “attività creativa”. Possiamo, per analogia, sostenere che l’architetto è come uno scienziato, occupato nella ricerca di una risposta per un particolare problema. Esistono delle tecniche di ricerca, delle strategie particolari che possono condurre a trovare gli esiti sperati: come ad esempio un fisico può utilizzare un acceleratore di particelle per studiare la consistenza della materia, o un chimico la reazione tra le sostanze per comprenderne le proprietà, o ancora un astronomo un telescopio orbitante intorno alla terra per captare le radiazioni provenienti dallo spazio, così l’architetto può utilizzare lo studio della forma, dello spazio, delle strutture ecc. per trovare la migliore soluzione per un problema architettonico. L’innovazione può risiedere sia nel ritrovato, ma anche nell’uso innovativo degli strumenti: come un fisico che adoperi in maniera innovativa uno strumento esistente. In questo consiste dunque la creatività dell’architetto: non si tratta propriamente di una creatività artistica, legata all’ispirazione del momento, quanto piuttosto alla capacità di mettere in atto una strategia, una precisa modalità di ricerca. È questo il pensiero strategico, capace di vedere e agire nel futuro. Il progetto stesso è vedere e agire nel futuro, consente di sintetizzare nella previsione di un’architettura le diverse esigenze – esigenza di utilità, esigenza di solidità, esigenza di bellezza. La previsione dell’architettura si estenderà non solamente all’oggetto finito, ma anche al modo in cui questo verrà costruito, il processo attraverso il quale verrà realizzato. Questo pensiero strategico è governato dall’esercizio della ragione. Quando si parla di pensiero strategico è inevitabile che vengano in mente analogie con la guerra. L’architettura è infatti piena di analogie con l’attività bellica. Una specie di guerra pacifica, anche se in molti non la trovano così pacifica… Mies van der Rohe parlava dell’architettura come il vero campo di battaglia dello spirito. Alberti, nel prologo del De Re Aedificatoria, ritiene opportuno riportare tutti i meriti “bellici” dell’architetto. Alvar Aalto, durante una conferenza, venne apostrofato da uno spettatore: «Architetto, sono un generale, e suo grande ammiratore! Infatti, leggo moltissimi libri d’architettura». Al che Aalto rispose: «Mi dispiace, ma non avremo nulla da dirci: io infatti leggo solamente libri di strategia militare». Al di là dello scherzo (ma scherzo fino a che punto?), è forse opportuno ricordare che Atena dea della ragione e della conoscenza fosse anche dea “guerriera”: tutto sommato per noi oggi questo è un accoppiamento un po’ strano, anzi quasi paradossale, almeno da dopo Auschwitz. Eppure, a pensarci bene sussistono delle analogie tra la ragione guerresca ed il sapere. Innanzi tutto, l’imposizione della certezza, l’esattezza inesorabile del calcolo, 26


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Il problema dell’architettura della previsione. Anche il progetto di architettura, in determinati momenti della sua evoluzione storica, è caduto in questo tragico equivoco: esattamente come l’uomo quando decide di entrare in guerra. Cosa accade in questi casi? La ragione comincia a giustificare sé stessa, entra in un corto circuito logico che impedisce la possibilità di verificarne le motivazioni. Ragione implica dunque una certezza assoluta, la adamantina sicurezza dei fatti, i disastri delle certezze eccessive in architettura. Ma i fatti, si sa, amano irresistibilmente il presentarsi incerti. Nell’architettura, come in tutte le altre attività umane che hanno a che fare con l’arte, la presenza del dubbio – in costante coabitazione con l’esercizio della ragione – non può che portare giovamento: solo attraverso il filtro del dubbio la ragione può trovare la propria giustificazione. Nel mito classico la dea Minerva aveva una controparte – Phrónesis, ovvero la prudenza, la saggezza. L’esercizio della ragione richiedeva un freno cautelativo, che veniva espletato proprio attraverso la prudenza. Il mito di Prometeo – Pro-mathein, colui che vede in anticipo – ci racconta esattamente dell’eccesso di ragione, del voler andare oltre il proprio tempo senza il controllo della prudenza: Prometheus (Προμητεύς, quello che pensa prima, avveduto) Titano, figlio di Iapeto e di Clymene, fratello di Atlante e di Epimetheo. Esiodo nella sua Teogonia narra: Allorché, vinti i Titani, gli Olimpi sotto Zeus vennero a contrasto in Mecone cogli uomini, intorno a ciò che questi dovessero offrire in sacrificio agli dei, Prometheo, quale rappresentante degli uomini, nell’intento di ingannare Zeus e di gareggiare di senno con lui, tagliò in pezzi un toro, e nascose la carne e le interiora nella pelle dell’animale, adattando sopra questo mucchio lo stomaco, ossia il pezzo migliore del toro, mentre in altro mucchio pose le ossa circondandole tutte intorno di grasso. Chiese quindi a Zeus che scegliesse, e il dio, pur vedendo l’astuzia dell’avversario, prese la parte peggiore, le ossa. Indi adiratosi per questo inganno, Zeus tolse agli uomini il fuoco; ma Prometheo nell’Olimpo glielo ritolse, nascondendolo in uno stelo di narthex, e lo portò di nuovo agli uomini. Zeus montato in furia per questa nuova frode, pensò di inventare una disgrazia per gli uomini; ordinò ad Hefesto di formare dalla terra una bellissima fanciulla che Pallade Athena ornò di ogni vaghezza, e la fe’ condurre agli uomini perché apportasse loro grandi malanni e dolori. Quanto a Prometheo lo incatenò sul Caucaso in punizione della sua colpa, gli conficcò una cavicchia nel petto e gli fe’ lacerare ogni giorno da una grande aquila il fegato, che ogni notte formavasi di nuovo. Heracles finalmente uccise l’aquila, e liberò Prometheo per volere di Zeus, poiché questi intendeva che suo figlio con tale impresa si acquistasse maggior gloria. Esiodo narra lo stesso mito, ma con qualche differenza. Hefesto formò la donna di terra e di acqua, e le diede voce umana e aspetto di fanciulla; indi vi aggiunsero Athena attitudine ai lavori donneschi, Afrodite vaghezza e grazia, Hermes coraggio e grande astuzia am-

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Riflessi dell’architettura maliatrice; e poiché da tutti gli dei ottenne un dono, si ebbe il nome di Pandora. Hermes la condusse poi ad Epimetheo, il quale, nonostante l’avvertimento di suo fratello Prometheo, si lasciò ammaliare da essa. Allora ebbe fine la vita beata degli uomini; Pandora tolse dal vaso del male il grande coperchio, e ne uscirono fuori in folla tutte le sciagure, e si sparsero tra gli uomini, non rimanendo indietro altro che la ingannevole speranza, allorché Pandora in fretta richiuse il coperchio.

F. Lübker, Lessico ragionato dell’antichità classica Nella cultura occidentale Prometeo viene considerato l’eroe, il portatore del progresso, e non a caso nel mondo classico era associato strettamente al culto di Minerva. Tuttavia l’errore di Prometeo è stato quello di non saper prevedere fino in fondo le conseguenze del suo atto, tanto che alla fine della sua vicenda è destinato a sprofondare nella terra per volontà di Zeus. Come Atena – Phrónesis, anche Prometeo ha un doppio, un alter ego: il fratello Epimeteo, “colui che si accorge dopo”, beffato dagli dei tramite la leggiadra fanciulla Pandora, apportatrice agli uomini di tutti i mali: una sorta di peccato originale (ancora una volta sotto veste femminile). Epimeteo incarna il dubbio, quello che Prometeo ingannatore di dei non conosce: il destino dei due fratelli è quello di guardare in due direzioni opposte, l’uno in avanti, l’altro indietro. L’allegoria della prudenza, della saggezza, vede la rappresentazione di tre volti: l’uno rivolto indietro, il secondo di fronte, il terzo in avanti. Nella versione che ne dà Tiziano, un’epigrafe correda l’immagine: Ex praeterito Praesens prudenter agit Ni futura actione deturpet (Dal [esperienza del] passato, il presente agisce prudentemente, per non guastare l’azione futura)

È questa un’indicazione preziosissima per le sorti del progetto: che sia uno strumento attraverso il quale guardare in avanti, vedere e agire nel futuro, rimanendo, allo stesso tempo, saldamente con lo sguardo rivolto verso il passato. Non è un caso che Giano, dio degli inizi, avesse anch’egli due volti in direzione contrapposta. Ed è senz’altro questo il migliore possibile auspicio per un inizio: saper guardare al di là del proprio tempo, in avanti come indietro.

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Il problema dell’architettura

Fig. 8 – Tiziano, Allegoria della prudenza

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Riflessi dell'architettura  
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