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IL TRENINO VERDE DELLA SARDEGNA


UN NUOVO IMPEGNO PER UN SERVIZIO ANCORA PIÙ ATTRAENTE Colline coltivate, poi monti e lunghe discese verso il mare. Il granito e gli stazzi della Gallura, i vigneti della Malvasia, i paesi arroccati sui monti del Gennargentu. Siti archeologici, parchi e riserve naturali, tradizioni e leggende. I mille volti, spesso inconsueti, della nostra Isola si possono scoprire attraverso un viaggio che è esaltazione di un turismo sostenibile e di un Progetto che mira ad allungare oltre l’estate l’accoglienza senza eguali delle nostre genti. Con il desiderio di esaltare l’orgoglio dell’appartenenza e la felice congiunzione tra mare e montagna. Questo è il Trenino Verde della Sardegna. Le ferrovie della Sardegna fanno parte dallo scorso anno dell’ARST S.p.A. – Azienda Unica Regionale per il trasporto pubblico locale – all’interno della quale opera anche il sistema dei treni turistici, meglio conosciuto come Trenino Verde. Abbiamo quindi pensato di accompagnare il Calendario dei programmi per il 2012, rinnovato e aggiornato nell’aspetto e nei contenuti, con una rivista monotematica per esprimere un nuovo segnale del rinnovato interesse aziendale per questa importante componente della sua attività. Pagine e pagine di avvincente impatto che attraversano i luoghi, la cultura e l’identità di territori ricchi di storia e fascino, luoghi aspri e dolci, terre selvagge e armoniose, popolazioni che raccontano una civiltà unica. I binari ed i percorsi contro l’isolamento e lo spopolamento, un modo per “aprire” i territori al turismo attraverso la valorizzazione di un bene che è parte della nostra storia. Il Trenino Verde della Sardegna con i suoi 400 km di linee è, infatti, tra i sistemi di treni turistici più estesi d’Europa e deve essere destinato ad offrire un sempre più vasto contributo all’economia turistica delle zone interne e della Sardegna. Per questo motivo contiamo di rendere possibile la sua attività ben oltre il periodo estivo, per aprire ai passeggeri una nuova prospettiva sui variegati territori attraversati. Le sfumature cromatiche dei paesaggi che passano dal verde della primavera al giallo oro dell’estate, e poi al rosso dell’autunno e al bianco di brina e di neve dell’inverno, una diversa suggestione nell’alternarsi delle stagioni che merita di essere ammirata. Ciò richiederà da parte dell’Azienda un grande impegno per rendere il servizio più attraente anche sotto il profilo dell’efficienza e del comfort. Con la disponibilità di altri mezzi di locomozione storici in corso di recupero e restauro, che saranno operativi già da quest’anno, sarà realizzato un grande impulso alla “corsa” del Trenino Verde attraverso le nature incontaminate, i forti paesaggi, le culture, le tradizioni, i colori, i sapori della nostra Isola, che troverete sommariamente illustrati all’interno di queste pagine.

Giovanni Caria Presidente ARST SpA


SULLE TRACCE di Antonello Angioni

C’

è una Sardegna costiera, turistica e solare, aperta alle contaminazioni, e c’è ne una interna, riservata, quasi segreta, ma comunque pronta ad offrire piacevoli sorprese ed inattese emozioni. Questa Sardegna - fatta di boschi, gole, passi montani, ponti e gallerie di grande suggestione - è possibile coglierla viaggiando sul “Trenino Verde” attraverso un percorso di struggente bellezza. Il viaggio rappresenta - oramai da 27 anni - un originale ed irripetibile opportunità per conoscere ed apprezzare scorci nascosti dell’isola: un paesaggio selvaggio ed incontaminato di cui la linea ferrata sembra costituire da sempre un elemento naturale, come pure le stazioni, le case cantoniere, i viadotti e tutte le opere di ingegneria ferroviaria. Durante il tragitto, i profumi portati dal vento regalano sensazioni profonde, avvolgenti e inebrianti: sono profumi aspri di lentisco e mirto, di fiori di cisto e di ginepri, di corbezzolo, di sassi, di terra umida di muschi e felci. Attualmente le “Ferrovie della Sardegna” presentano un’offerta turistica assai variegata che si articola su quattro tratte di parti-

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colare bellezza: 1) Sassari-Nulvi-Palau; 2) Macomer-Bosa; 3) Mandas-Isili-Sorgono; 4) Mandas-Arbatax. Quest’ultima, con i suoi 159 km., costituisce la linea turistica più lunga d’Italia ed è anche quella più frequentata in quanto attraversa il verde dei boschi del massiccio del Gennargentu che racchiude il cuore più segreto della Sardegna. Percorriamo quest’ultimo itinerario precisando che il territorio non è raggiungibile con altri mezzi di trasporto.

Mandas

Il nostro viaggio inizia dalla stazione ferroviaria di Mandas che comprende un fabbricato per viaggiatori ove, nel 1921, lo scrittore David Herbert Lawrence, celebre autore di Sea and Sardinia, alloggiò con la moglie Frida. Prima di salire sul treno si consiglia un’escursione nel paese. Notevole interesse riveste il museo etnografico “Is lollasa de is aiaiusu” (“Le stanze dei nonni”) che costituisce un percorso

PH. Enrico Murru Massa


E DI LAWRENCE di suggestioni nella memoria storica ed economica del territorio. Ospitato in una casa contadina risalente ai primi dell’Ottocento, il museo é suddiviso in diversi ambienti e propone un itinerario che comprende: sa lolla de su forru e de su carru (la stanza del forno e del carro), s’apposentu de croccai (la camera da letto), sa lolla de is ainas (la stanza degli attrezzi), sa lollixedda, sa lolla de su trellaxiu (la stanza del telaio), su magazinu de su inu (il magazzino del vino), sa lolla e sa coxinedda (la cucina piccola). Nella parte più antica del paese si trova la chiesa tardo cinquecentesca, in stile gotico-aragonese, di San Giacomo apostolo. Sull’altare maggiore, realizzato nel 1777 dal mormoraro Giovanni Battista Franco, sono collocate le statue policrome di San Gioacchino e Sant’Anna. Da ammirare il fonte battesimale del 1760 ed il coro ligneo e la paratora della sacrestia risalenti al 1640. Si segnalano inoltre la chiesa medioevale di Sant’Antonio abate (nelle cui adiacenze è presente un tratto di strada di epoca romana), l’ex Palazzo Municipale (costruito intorno al 1860), l’ex collegio degli Scolopi (ora adibito a circolo di lettura) e l’antico

convento di San Francesco (realizzato nel 1610) che, all’interno, conserva un ciclo di pregevoli tempere seicentesche. Il territorio di Mandas era popolato sin dal periodo nuragico, come è comprovato dalle rovine di oltre quaranta nuraghi tra cui si segnala il complesso di Su Angiu, formato da un nuraghe a cinque torri, da cui proviene una navicella votiva esposta nel Museo Archeologico di Cagliari. Inoltre si segnala il nuraghe Ardiddi. Senza soluzione di continuità, in questo territorio, si registra la presenza punica e poi un insediamento romano. Intorno all’anno 1000, Mandas divenne il capoluogo della Curatoria di Siurgus e, a seguito della conquista catalano-aragonese, feudo dei Carroz e poi dei Maza de Lizana, originari di Valencia. Nel 1614, Filippo III di Spagna, elevò il feudo dei Maza a “ducato di Mandas”: una realtà che comprendeva un vasto compendio di terreni estesi anche in Barbagia e persino in Gallura. Passato alla famiglia Tellez-Giron, a seguito dell’abolizione dei feudi, venne riscattato nel 1843. Oggi Mandas presenta una vivace economia fatta anche di piccole industrie alimentari (formag-

IL FASCINO DI UN PERCORSO DI STRUGGENTE BELLEZZA

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ORROLI: NURAGHE ARRUBIU. PH. Maurizio Artizzu

gi, olio d’oliva, vini e dolci) ed attività artigianali (specializzate in particolare nella lavorazione del ferro battuto, del marmo e della pietra locale). Ora saliamo sul “Trenino Verde”. La locomotiva procede lentamente, con delicatezza, quasi per non disturbare un ambiente che riserva al viaggiatore immagini da favola. Vien da pensare che gli ingegneri che, alla fine dell’Ottocento, progettarono questa linea ferroviaria avessero in mente le esigenze del turista di oggi. Tra le aspre montagne e i boschi secolari ogni tanto si sente il gorgoglio delle acque fresche e limpide di un ruscello.

Orroli Dopo Mandas, la ferrovia si dirama in due tronchi: uno procede a nord, verso Seui ed Isili, e l’altro gira ad est per Orroli. Seguendo questa tratta, ci troviamo immersi in un territorio frequentato sin dall’età neolitica, come è comprovato dalla domus de jana di San-

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ta Caterina. Le domus de janas (case delle fate) sono tombe ipogeiche formate da piccole stanze scavate nella roccia, groticelle a volte decorate con incisioni simboliche nelle quali sono state rinvenuti numerosi oggetti votivi che raccontano sulle usanze e le credenze delle popolazioni prenuragiche. Di particolare interesse è la documentazione relativa al periodo nuragico, rappresentato da alcune decine di monumenti tra cui il nuraghe quadrilobato di Sa Serra, quello di Funtana Spidu e soprattutto il complesso del nuraghe Arrubiu, uno dei più grandi della Sardegna e l’unico del tipo pentalobato. Collocato al margine della località Su Pranu, presenta un possente torrione rinforzato da una cortina muraria.

Il Nuraghe Arrubiu Il nuraghe Arrubiu occupa, nel suo insieme, un’area di circa 5.000 metri quadri. Sulla base del ritrovamento nella torre centrale di un “alabastron” (una ceramica micenea), il com-


SULLE TRACCE DI LAWRENCE plesso è stato datato al XIV secolo a.C. E’ una struttura possente, costruita con massi di basalto rosso, sui quali crescono i licheni, da cui deriva il suo nome Arrubiu (cioè rosso). Tra le torri, la più imponente è la centrale che attualmente raggiunge i 14 metri ma che, in origine, era alta quasi 27 metri. E’ protetta da possenti mura che collegano fra loro le altre cinque torri. Tutto intorno è ben visibile un altro bastione con sette torri e la presenza di altre quattro torri unite da muri fa supporre la presenza di un secondo antemurale. Nella grande torre è possibile ammirare la tholos perfettamente integra e anche un altro tesoro: sepolto all’interno di una massa di cenere, è rimasto intatto con vaso votivo (che si pensa utilizzato per un rito propiziatorio in onore della divinità). Durante gli scavi, gli studiosi hanno inoltre rinvenuto numerosi resti di anfore destinate alla raccolta di generi alimentari, mentre una delle torri (denominata “stanza delle donne”) ha restituito una grande quantità di macine, fusaiole e vasetti. Importanti resti di villaggi d’età nuragica affiorano anche nei siti di Pantaleu, Taccu Perdedinu e Su Putzu. Quest’ultima località riveste particolare rilievo per la presenza di un centinaio di capanne intorno ad un pozzo sacro con pietre appena sbozzate e col prospetto decorato da una protome taurina (al modo delle tombe dei giganti). Con l’esaurirsi del culto nuragico delle acque, il pozzo venne riadattato per fini pratici. Numerosi ritrovamenti (tombe dei giganti, menhir, circoli megalitici) sono avvenuti in località Santu Mracu e nell’area di Su Motti ove, immersi in un bosco di roverelle, si trovano una necropoli ipogeica (costituita da 15 domus de janas) e i nuraghi Su Motti e Salonis. Circondato da una fitta vegetazione di macchia mediterranea ed imponenti zone boschive (con roverelle,

ORROLI: ICHIESA DI SAN VINCENZO MARTIRE

NURAGHE ARRUBIU

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SULLE TRACCE DI LAWRENCE querce e lecci secolari), ai piedi del monte Pizziogu, si sviluppa l’abitato di Orroli che presenta un centro storico assai interessante e ben conservato con antiche case recuperate. La tipologia abitativa tradizionale è caratterizzata dal materiale edilizio utilizzato (pietra e ladiri) e dagli ampi cortili che si aprono sulla strada grazie a pregevoli portali ad arco. In tutte le abitazioni il portale - costruito con diversi materiali, dimensioni e cura - costituiva spesso manifestazione evidente della maggiore o minore agiatezza economica e del rilievo sociale dei proprietari.

Sa Omu Axiu

Tra le costruzioni recuperate si segnala Sa Omu Axiu, casa padronale a corte con lolla, di oltre 1.200 metri quadri, appartenente alla famiglia Vargiu sin dal 1500. La costruzione è disposta variamente su due livelli in cui il cortile, delimitato da una cinta muraria, racchiudeva la dimora del proprietario, i locali adibiti alla servitù, gli spazi per il ricovero degli animali e degli

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attrezzi, nonché gli ambienti destinati alla raccolta dei prodotti della campagna. Attualmente la casa è adibita a museo etnografico e del ricamo. Nei vari ambienti che la compongono è possibile ricostruire i gesti e gli antichi mestieri e sentire i profumi ed i sapori tipici della civiltà contadina e pastorale del Sarcidano. A poco a poco si scoprono i locali adibiti a deposito degli attrezzi agricoli, le stanze con i forni per la panificazione, la cantina per la conservazione dei vini, la dispensa ove sono sistemati i formaggi, i salumi e le conserve. Nel piano superiore della casa è allestito il museo del ricamo: nelle stanze da letto sono raccolti abiti, corredi e oggettistica appartenente alla famiglia Vargiu. Per valorizzare tale cultura è stato allestito anche un ristorante interno ove abili mani preparano i piatti secondo le antiche usanze. La zona ristorante si trova in una sala interna, anticamente adibita alla macinazione dei cereali, e nell’antistante loggiato che guarda verso l’ampia corte sulla quale si affacciano


SA OMU AXIU ph. Archivio GIA

tutti gli ambienti della casa. A pranzo e a cena vengono serviti antipasti a base di formaggi e salumi, paste di semola di grano duro, carni locali e selvaggina, dolci della tradizione. Il tutto viene accompagnato dal “pane di Orroli” (dalla consistenza, profumo e gusto unici) e dai corposi vini rossi. Lo sbarramento del Flumendosa ha determinato, a Orroli, un invaso particolarmente suggestivo e funzionale alla pratica sportiva a tutti i livelli. Un secondo lago artificiale, localizzato a Sud-est di Orroli, è stato ottenuto dallo sbarramento del rio Mulargia. Il paesaggio è aspro ma, al tempo stesso, protettivo e materno.

Nurri

Proseguendo il tragitto, in posizione dominante su un altipiano, troviamo Nurri: un centro dinamico che, accanto alle tradizionali attività agro-pastorali, affianca nuove iniziative industriali legate in particolare al comparto lattiero-caseario ed a quello turistico. Nel suo territorio si trovano molti nuraghi (Is Cangialis, Corongiu Maria, Gurti Acqua), domus de janas (specie a Su Monti e Is Fundalis) e le rovine dell’antica città romana di Biora, che ha restituito materiale di varie epoche imperiali. Da Nurri è possibile raggiungere il lago del Flumendosa. Il trenino procede lungo la valle di Garullo e raggiunge quindi la stazione di Villanovatulo, posta ad alcuni km. dal centro abitato. Superato il lago del Flumendosa - attraversato da un lungo ponte parallelo alla strada - ci lasciamo alle spalle il Sarcidano. Ora siamo nella Barbagia di Seulo, un territorio ricco di boschi e di grotte. Il “Trenino Verde” si inerpica sulla montagna per offrire ai viaggiatori splendide inquadrature del sottostante lago. Poi, incastonata tra due gallerie, troviamo la casa cantoniera di Palarana e, poco dopo, in mezzo al verde, la fermata di Betilli posta di fronte al monte Santa Vittoria in territorio di Esterzili. Il panorama che si offre al visitatore è veramente affascinante, la natura sembra aver riconquistato con prepotenza i suoi spazi e regna incontrastata sugli insediamenti umani: quelli antichi, di cui restano tracce di valore inestimabile, e quelli moderni che si integrano con grande rispetto del contesto e dei valori ambientali. In questi luoghi - che costituirono l’ultimo baluardo di una resistenza infinita verso ogni forma di omologazione e asservimento - gli uomini seguono ancora, con fierezza, i ritmi lenti della natura lungo il percorso tracciato dai padri.

LAGO MULARGIA

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Sadali e Seui

Dopo Esterzili, il paesaggio cambia rapidamente. Il treno attraversa l’altipiano di Sadali, che presenta una vegetazione più rada. Nel territorio di Sadali si trova la grotta di Is janas, una delle più belle del Mediterraneo: un percorso affascinante fatto di grandi sale, brillanti concrezioni e preziose stalattiti. Secondo la tradizione popolare questa grotta era il luogo dove abitavano le janas, piccole fate amiche e protettrici degli uomini. L’abitato di Sadali - disposto sull’omonimo altipiano - presenta diverse fonti che alimentavano gli antichi mulini. In una delle antiche case recuperate del centro storico, Sa domu de zia Cramela, è stato allestito un museo delle attività locali. Interessante anche la chiesa di San Valentino ove sono state trovate sepolture e antiche tracce di epoca romana. Di recente il paese si è contraddistinto nell’attività di accoglienza dei turisti ai quali offre un’ottima cucina ed una genuina ospitalità. Il “Trenino Verde” procede ancora in salita, verso Seui, sopra gli 800 metri. Qui c’è la vecchia miniera di antracite di San Sebastiano. Seui é il più grosso centro del circondario: paese dal tipico aspetto montano, è situato in una bella posizione soleggiata sul pendio del Pitzu ‘e Serra dominante la vallata di S’Isca. Nel centro storico si trova il Museo della civiltà contadina e delle attività pastorali e minerarie locali ed un carcere di epoca spagnola. Interessanti anche il museo ecclesiastico, ove sono esposti arredi sacri, e la pinacoteca nel Palazzo Comunale.

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Il territorio di Seui rappresenta il luogo ideale per gli appassionati di trekking, con sentieri designati sotto strapiombi e accerchiati da boschi secolari di querce e castagni da dove si scorgono dei panorami mozzafiato. È tutto un susseguirsi di verdissimi boschi silenziosi, alberi secolari di lecci e querce, sottobosco di macchia mediterranea. Un’ampia varietà di animali selvatici popolano questo territorio, ricco di piccole sorgenti di acque purissime, che nasconde anche innumerevoli testimonianze archeologiche. Tra i luoghi di escursioni si segnalano la foresta Montarbu e la suggestiva punta Perda Liana (mt. 1293). Dalla stazione ferroviaria di Seui inizia il tratto che accarezza la catena montuosa del Gennargentu che viene superata con lunghe gallerie e arditi ponti (tra cui si segnala quello sul rio San Gerolamo provvisto di una travata metallica sorpresa ad un’altezza di 40 metri). Quindi si giunge ad un’altra fermata: la stazione di Niala. Il “Trenino Verde” procede in quota nel più fitto verde dell’Ogliastra sino a giungere alla stazione di Ussassai e poi, dopo aver attraversato la valle di Taquisara, alla stazione di Gairo. Superate altre gallerie, in territorio di Villagrande, si scorge maestoso il lago dell’Alto Flumendosa. Quindi, procedendo al lato del rio Siccaderba, si raggiunge la stazione di Arzana.


SULLE TRACCE DI LAWRENCE Lanusei, Tortolì, Arbatax Da queste montagne, in lontananza si intravede il mare che lambisce la costa ogliastrina. Ora si scende rapidamente di quota sino alla stazione di Lanusei. Situato in posizione baricentrica nella regione dell’Ogliastra, Lanusei è il centro più importante dell’area e sede vescovile. L’abitato - circondato da vigne, campi coltivati e boschi secolari di castagni, noci e querce - si apre come una grande finestra sui monti e sul mare. Assai interessante il Museo diocesano che custodisce reperti storici rinvenuti nella zona, dove la civiltà nuragica e quella prenuragica hanno lasciato molte tracce (in particolare nel bosco Selene). Lanusei fu importante centro romano. Nelle sue campagne sono stati trovati reperti rari e preziosi (monili, pietre originali, monete, ecc.). Proseguendo in discesa, si attraversa Elini da qui si procede fino a Tortolì, vivace cittadina dell’Ogliastra distante alcuni chilometri dal mare. Tortolì è il centro più popoloso dell’Ogliastra. L’origine nuragica di questo centro è confermata non solo dai resti di sette nuraghi esistenti nell’agro comunale ma dai vari reperti disseminati soprattutto nella zona di Orrì ove sono stati individuati alcuni complessi prenuragici (domus de janas e menhirs) e nuragici. Tortolì, insieme alla frazione marina di Arbatax, occupa un posto di rilievo per quanto riguarda il turismo. Presso il porto di Arbatax si possono ammirare le famose rocce rosse. Incantevoli i paesaggi di Cala Bellavista, Cala Moresca, Lido di Orrì e della spiaggia di San Gemiliano. Oggi si parla tanto dell’esigenza di allungare la stagione turistica dell’isola: riteniamo che, in tale prospettiva, il “Trenino Verde” possa rappresentare un importante tassello di questa politica anche perché è a disposizione tutto l’anno, benché i periodi più richiesti siano la primavera e l’autunno.

Arbatax, Rocce Rosse ph. Sarah Pinson

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TRA LAGHI E NURAGHI

I VAGONI COME MACCHINE DEL TEMPO

I

l Trenino Verde corre tra il verde delle montagne e delle colline e il blu delle acque dei laghi Flumendosa, Mulargia e Is Barroccus, dove sorgono paesi antichi come la terra, in cui le meraviglie della natura si sposano con la storia. Sono i comuni del Consorzio Laghi & Nuraghi (Esterzili, Goni, Isili, Seulo, VillanovaTulo, Serri, Orroli, Nurri, Sadali, Nurallao e Siurgus Donigala), nato a metà degli anni Novanta per promuovere uno straordinario patrimonio paesaggistico, fatto di laghi cristallini e altipiani, valli e foreste incontaminate in cui si ergono maestosi i resti dell’epoca nuragica. Fiumi e laghi incastonati tra le verdi colline, profumate di cisto, lavanda, margherite di campo e macchia mediterranea. Un incanto creato dalla natura e dalla mano dell’uomo, quando negli anni Cinquanta vennero realizzati due sbarramenti, uno sul Flumendosa e uno sul rio Mulargia, da cui nacquero questi laghi. Due linee delle nostre antiche ferrovie toccano questi luoghi affascinanti, quella che da Mandas attraversa il cuore dell’isola

ph. Enrico Murru Massa

fino a Sorgono e quella che dalle acque di questi laghi arriva a quelle del mare d’Ogliastra. Proprio a Mandas, dove ebbe inizio il famoso viaggio di D. H. Lawrence, si trova il parco ferroviario a lui dedicato. I vagoni come macchine del tempo ci riportano alla civiltà protosarda delle tombe dei giganti e delle domus de janas, come nell’area archeologica di Aiodda a Nurallao, in cui sono stati rinvenuti alcuni tronconi di stele figurate, o nel parco di “Su Motti” a Orroli, dove in mezzo al boschetto di roverelle si può ammirare una necropoli che conta una quindicina di ipogei. È questo il panorama che incanta chi si affaccia alle finestre delle tipiche dimore dei pastori sulle pendici dell’antico vulcano Pizziogu, oggi trasformate nel Villaggio Antichi Ovili: dimore semplici di pietra e fango che offrono ai visitatori un soggiorno intimo, a stretto contato con la magia di questi luoghi. Scorrono nei finestrini i profili dei nuraghi: dal complesso di “Su Angiu” a Mandas, dove fu ritrovata una navicella votiva in


bronzo oggi esposta al Museo Archeologico da Cagliari, al più imponente complesso nuragico dell’isola, “Nuraghe Arrubiu”, nei pressi di Orroli, che deve il suo nome al colore assunto dal basalto ricoperto di licheni. È l’unico nuraghe pentalobato conosciuto fin ora, datato XIV secolo a.C. grazie a un “alabastron”, un vasetto di terracotta giunto dal Peloponneso mentre si completava la costruzione del monumento. E poi il Tempio di “Domu ‘e Urxia”a Esterzili, il più grande tempio a megaron nuragico dell’isola, il cui nome secondo la leggenda deriverebbe da quello della maga che vi custodiva due vasi, uno pieno d’oro e l’altro pieno di mosche assassine, il Nuraghe bianco di “Is Paras” a Isili, uno tra i meglio conservati della zona, e i nuraghi di Santu Mllanu e Valenza a Nuragus, che con il pozzo sacro di Coni formano, forse non casualmente, un triangolo di monumenti. Dal pozzo, luogo destinato al culto delle acque, proviene la statuetta bronzea raffigurante una figura femminile con la gonna svasata nota come la “Matriarca in preghiera”. Ma si può andare ancora più indietro, alle prime forme di vita apparse sul pianeta, quando si visita il sito di Peinconi, vicino al paese di Goni, in cui si trova un banco di scisto nero con numerosissime tracce di graptoliti fossili, che risalgono a circa 450 milioni di anni fa e sono presenti in pochissimi luoghi al mondo. L’antico culto delle acque è testimoniato da altri pozzi sacri e dai templi, tra cui spicca il Santuario Federale Nuragico di Santa Vittoria a Serri, uno tra i più importanti della Sardegna per la sua estensione e la quantità di edifici: un Tempio a pozzo, un Tempio in antis, il recinto delle feste e quello dell’ascia

bipenne, che conservano ancora intatta buona parte della loro struttura. Culture che si sovrappongono nel corso della storia e i cui resti oggi convivono: all’estremità del santuario sorge la chiesetta di Santa Maria della Vittoria, costruita durante il periodo bizantino per rappresentare il trionfo della cristianità sul mondo pagano. Il treno ci porta ad ammirare chiese che hanno sfidato il tempo, come la parrocchiale di San Valentino a Sadali, risalente al periodo tardo bizantino, in cui risuona il rumore eterno della Cascata, l’unica in Europa all’interno di un centro abitato. Mulini, sorgenti e inghiottitoi naturali caratterizzano questo paese, in cui è possibile passeggiare romanticamente tra le bellezze della natura e le tipiche botteghe degli artigiani. Il viaggio riprende verso altre antiche chiese come quella della Beata Vergine a Seulo del XVI secolo, quelle di Santa Cecilia e della Vergine delle Grazie a Escolca, e la chiesetta campestre di Santa Lucia a Serri, che ha dato il nome a un antico e importante appuntamento fieristico: si racconta infatti che nei pressi della chiesa si riunissero spontaneamente i mercanti di bestiame finché ai primi del Novecento l’amministrazione comunale deliberò l’istituzione della Fiera Zootecnica. Oggi la Fiera di Santa Lucia è diventata una vetrina per i prodotti enogastronomici e artigianali per la promozione turistica e culturale di questo territorio. Binari che hanno unito paesi prima lontani, permettendo a tutti di viaggiare e agevolando il commercio dei prodotti della terra. Persino le case di questi paesi parlano della loro storia, come quelle di Isili dall’architettura tipica dei paesi ad economia agricola con ampi cortili a cui si accede da grandi portali costruiti

ISILI: NURAGHE IS PARAS

ESCOLCA ph. archivio GIA


ad arco, che in passato servivano per favorire l’ingresso delle attrezzature agricole all’interno delle “cortes”. Una storia raccontata anche dagli utensili agricoli che inizia dall’età nuragica, con la “Stanza delle donne” di “Nuraghe Arrubiu”, un luogo di raccolta di oggetti di uso domestico quotidiano come macine, fusaiole e vasi di vario genere e dimensione, per arrivare al Museo Comunale etnografico “Is Lollasa ‘e is Aiaiusu” (Le stanze dei nonni), che riproduce gli ambienti della vita rurale quotidiana dei secoli scorsi, e alla casa-museo “Omu Axiu” (casa Vargiu) a Orroli, in cui sono esposti gli antichi oggetti della tradizione contadina. Radici ben salde, tradizioni che vengono conservate gelosamente e che si assaporano nei prodotti tipici locali, come i famosi formaggi di Nurri, “Su Crispesu” di Orroli, la scultura di pane che veniva donata agli sposi, il corposo vino di Seulo, l’olio extra vergine di Escolca e quello prodotto a Gerrei dalle olive Mallocrìa, gli arrosti di carne e i primi piatti a base di fregola, malloreddus e ravioli. Tradizioni che si tramandano e prendono vita nelle feste, come quella in onore di San Biagio a Gerrei, durante la quale i bambini del paese portano in chiesa per la benedizione un grappolo di frutti chiamato “su sessineddu”, dal nome dell’erba palustre (“su sessini”) con cui questi frutti sono legati insieme. Il Trenino corre su ponti a strapiombo sui laghi in queste terre ancora selvagge, fortemente legate all’acqua che le ha plasmate. Ha levigato e scavato inghiottitoi, doline e grotte, teatri di leggende millenarie come quella di “Is Janas”, la “grotta delle streghe”, immersa in un bosco alla periferia di Sadali. Si narra infatti che tre streghe vi avessero trovato riparo da un incendio

che stava devastando il bosco e che lì avessero deciso di vivere, preparando dolciumi per soddisfare la loro golosità. Senza che le tre streghe se ne rendessero conto iniziò la Quaresima e, mentre ridevano e mangiavano frittelle, all’imboccatura della grotta passò un prete che, sentendo le loro risate, entrò e le vide mangiare dolci. Il suo rimprovero suscitò l’ira delle tre, che lo picchiarono selvaggiamente fino ad ucciderlo. Allora Dio per punirle le trasformò in pietra e ancora giacciono dentro la grotta, a ricordare la loro storia a tutti i visitatori. Si tratta di tre grandi stalagmiti, che insieme alle altre concrezioni di varia forma, costituiscono la particolare attrattiva delle escursioni organizzate dal Janas Village, l’hotel che sorge nei pressi della grotta. Un sapore antico hanno anche le gite in battello sui laghi, in cui si specchiano i paesi di Nurri, Villanova Tulo e Siurgus Donigala. Le imbarcazioni in stile Mississipi, con le loro suggestive ruote a pala, scivolano sulle acque brillanti di questi laghi incastonati tra i monti, offrendo lo spettacolo di un paesaggio davvero particolare. Ma c’è spazio anche per lo sport, dalla canoa al free-climbing, dalla pesca sportiva all’equitazione: l’offerta dei centri specializzati della zona, come il Centro Nautico Hotel Istellas di Nurri, è davvero ampia. E mentre qualcuno si allena con la canoa e qualcun’altro prepara la barca per divertirsi con lo sci d’acqua, chi ama il relax può godere del sole sdraiato sulla riva. Vale la pena di lasciarsi trasportare in questo angolo di Sardegna dove la natura e l’uomo hanno plasmato panorami che non conoscono eguali.

I VAGONI COME MACCHINE DEL TEMPO

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LAGO MULARGIA ph. Enrico Murru Massa


GERGEI ph. Maurizio Artizzu

MANDAS ph. archivio GIA


TRA REMI E

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port, relax, cultura e tanto verde: questi gli ingredienti che caratterizzano l’area dei due “laghi dorati”, il Mulargia e il Flumendosa, sorti negli anni Cinquanta dagli sbarramenti dei fiumi omonimi. E “dorati” è l’aggettivo attribuitogli per via degli onerosi sacrifici tanto economici quanto culturali, derivanti dalla loro creazione, data la vastità degli spazi sottratti alle due attività cardine del sistema economico locale, l’agricoltura e la pastorizia.

Al contempo, non sono da trascurare i progetti di altrettanto pregio che intorno alla loro valorizzazione stanno sorgendo. Dagli anni Novanta infatti le amministrazioni dei due laghi hanno cominciato a vedere in essi possibilità di crescita anche per i comuni del Sarcidano e della Barbagia di Seulo: da qui l’origine del Consorzio dei laghi, sorto dall’unione di soggetti pubblici e privati accomunati dall’obiettivo di stimolare una nuova idea di turismo in questi territori.

L’INCANTO DI UN VIAGGIO ATTRAVERSO LUOGHI INESPLORATI 16


SILENZI Un’ottima opportunità per far sì che l’economia di queste zone si possa rinforzare con un maggior sviluppo dell’edilizia e del terziario, e alimentare la speranza d’integrazione del reddito finalizzata a bloccare, o almeno arginare, il fenomeno dello spopolamento. Le strutture ricettive che il Consorzio ha generato e incentivato hanno iniziato il loro percorso di produttività: una rete che lavora compatta condividendo gli obiettivi di sviluppo e di conservazione della propria identità culturale e ambientale.

Anche la presenza dei due battelli rientra perfettamente nel quadro della valorizzazione di questa cornice storico- paesaggistico che tutti i comuni con impegno hanno tutelato dagli incendi, dall’inquinamento e dal degrado. Da non trascurare, inoltre, il peso che i due laghi rivestono anche a livello di incontro agonistico e sportivo in genere, visto che da anni ormai nel Mulargia si svolgono le gare di canotaggio per le qualificazioni dei campionati italiani, e dai paesi nordici arrivano

ph. Marcheselli

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LAGO MULARGIA ph. Maurizio Artizzu

L’INCANTO DI UN VIAGGIO ATTRAVERSO LUOGHI INESPLORATI 18


TRA REMI E SILENZI pressanti richieste per la creazione di strutture d’accoglienza e la creazione di un campo di canotaggio dove gli atleti, beneficiando del clima sempre mite, possano svernare e mantenere l’allenamento costante. A questo sviluppo sono interessati tutti i comuni del Sarcidano e delle Barbagia di Seulo e soprattutto quelli del Consorzio dei laghi, che conta ben dodici presenze. I comuni che compongono il Consorzio sono Orroli, Nurri, Esterzili, Sadali, Seulo, Villanovatulo, Nurallao, Isili, Serri, Siurgus Donigala, Goni, la Comunità Montana n. 20: ad esso hanno infatti aderito tutti i comuni che, sebbene non siano direttamente interessati dalla presenza dei due laghi, sul loro territorio credono nella rete che lavora per lo sviluppo dell’ambiente e si auspica che tutti i comuni del Sarcidano e della Barbagia di Seulo vogliano prenderne parte per costruire insieme un’offerta turistica che vada dalle

attività all’aria aperta come trekking, pesca, canotaggio all’interesse per i numerosissimi siti archeologici. A tal proposito, per potenziare la rete turistica esistente, il Comune di Orroli, il Consorzio dei laghi, l’Enas (Ente Acque della Sardegna) hanno presentato alla Regione un progetto finalizzato a collegare il Nuraghe Arrubiu con la diga del Flumendosa e a far sì che i fabbricati dell’ex Ente Autonomo del Flumendosa vicini alla diga diventino una sorta di percorso didattico per le scuole di ogni grado e livello o per tutti i visitatori che volessero ammirare queste bellezze incontaminate. In prossimità della diga è prevista la realizzazione di un approdo per il battello che può trasportare le persone verso la struttura alberghiera Is Stellas (Nurri), verso Villanovatulo, Esterzili, oppure con il trenino verde verso Nurri, Orroli, Mandas.

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TRA ACQUE E NU L’IDENTITÀ SARD di Lorelyse Pinna

Panoramica di Isili ph. Bruno Atzori

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l viaggio sul Trenino Verde parte da Mandas: in questo paese al confine tra Campidano e Barbagia gli antichi binari della ferrovia sarda si biforcavano, andando ad ovest in direzione di Sorgono e ad est verso Tortolì. Proprio a Mandas iniziò il viaggio dello scrittore inglese D. H. Lawrence, che nel 1921 percorse in treno i Km che separano questo importante centro della Trexenta dal cuore dell’Isola. Oggi è possibile rivivere la sua esperienza nelle pagine del libro “See and Sardinia” e sulle carrozze antiche, che ancora corrono su quei tratti di linea a scartamento ridotto rendendoli ancora più suggestivi. Ma a Mandas vale la pena di fermarsi per il suo valore archeologico e paesaggistico. Intorno al paese sorgono infatti 40 nuraghi, tra i quali il complesso di “Su Angiu” è il più imponente: qui venne ritrovata la navicella di bronzo esposta al Museo Archeologico di Cagliari. Alla stessa epoca risale anche la tomba dei giganti di “Sa Ruina de su Procu”. Prima di salire sul Trenino perché non visitare anche il parco di “Acqua Bona”, una delle tante bellezze

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naturali di questa zona sulla sponda nord-orientale del lago Mulargia, dove all’interno all’interno delle numerose gole scorrono ruscelli dalle acque limpidissime? Per chi fosse più interessato alla storia agropastorale del paese, c’è poi il Museo Comunale Etnografico “Is Lollasa ‘e is Aiaiusu”, dove si può tornare alla vita quotidiana delle campagne nei secoli scorsi, passeggiando comodamente tra le camere di due case contadine tipiche.

Isili

Ripercorriamo allora il viaggio di Lawrence: la prima stazione che si incontra è quella di Isili, paese che da un altipiano domina le estese valli e colline che lo circondano. Il suo nome, secondo l’autore greco Pausania (II sec. d.C.) deriva da “Ilienses”, l’antica popolazione greca che vi si stabilì dopo la distruzione di Troia. In effetti le origini del paese sono molto antiche: le numerose “domus de janas” raccontano una storia che risale al Neo-


NURAGHI RDA

DA ISILI A SORGONO

litico e a pochi metri dalla ferrovia si trova il nuraghe bianco di “Is Paras”, uno tra i meglio conservati del territorio. Le stesse case di Isili hanno un valore storico. La loro architettura è infatti quella tipica dei paesi ad economia agricola con ampi cortili a cui si accede da grandi portali costruiti ad arco, che in passato servivano per favorire l’ingresso delle attrezzature agricole all’interno delle “cortes”. Molto interessante è anche il Museo del Rame e del Tessuto che vi ha sede. E per chi fosse appassionato di cultura e tradizioni isolane è consigliata la visita del paese a giugno, quando si anima con musica e balli in costume tradizionale per la festa si San Giovanni Battista.

Nurallao Nurallao, cascata Su Craddaxoleddu ph. Archivio Turistico Sa Perda’e Iddocca

La stazione successiva è quella di Nurallao, che si trova in una posizione panoramica sul paese. Il suo territorio è mol-

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TRA ACQUE E NURAGHI L’IDENTITÀ SARDA to ricco dal punto di vista archeologico: vi si trovano diversi nuraghi, un importante tempio a pozzo e poco distante, in località Aiodda, è possibile visitare un’area archeologica con una tomba dei giganti e una serie di menhir. Molto suggestivi anche i paesaggi del parco “Funtana Is Arinus”, a nord del paese, dove tra boschi di querce, lecci e sughere, scorrono torrenti che formano cascate alte anche 20 metri. Il parco è teatro di alcune delle feste principali del calendario di Nurallao: nel periodo di Pasqua la sagra “Is Tallarinus Nuraddesusu”, durante la quale viene offerto ai visitatori il famoso piatto tipico locale, e poco dopo, a maggio, la festa di Sant’Isidoro, patrono dei contadini, e la sagra della pecora. Altro evento di notevole richiamo è la Fiera Regionale della Musica, organizzata ogni terzo fine settimana di settembre per far conoscere o riscoprire il fascino della musica tradizionale sarda, accompagnata dalle degustazioni enogastronomiche.

Meana Sardo La quarta tappa del viaggio è Meana Sardo, centro situato in posizione panoramica sotto il monte Sant’Elia, tra le montagne della Barbagia e le colline del Mandrilisai e del Sarcidano. Tra le case emergono i 30 metri della torre campanaria della chiesa di San Bartolomeo, edificata nel XVI secolo su un impianto più antico, di cui si hanno notizie nelle “Ratio Decimarum Sardiniae” del 1321. Durante la festa patronale di San Bartolomeo, il 24 agosto, è possibile ammirare la musica, gli abiti e le danze tradizionali del paese. Numerosi i reperti di epoca nuragica, tra i quali spiccano il “Nuraghe Nolza”, famoso per la pianta quadrilobata simile a quella di “Su Nuraxi” a Barumini., e il “Nu-

Laconi, Museo della Statuaria ph. Archivio Museo della Statuaria

Laconi Arrivati a Laconi si viene subito colpiti dalle rovine del Castello di Aymerich, che sorgono immerse in un parco al centro del paese. Realizzato nella prima metà dell’Ottocento dall’architetto Gaetano Cima, il castello racchiude alcune parti più antiche: una torre che risale al 1053, una sala del XV secolo e un portale del Seicento. Particolare anche la roccia che circonda questo piccolo centro abitato al confine tra Mandrolisai e Barbagia, il cui nome sembra derivare proprio dal vocabolo locale “locane”, che significa appunto “confine”. Laconi vanta anche due musei, uno dedicato a Sant’Ignazio, a cui diede i natali nel 1701, allestito vicino alla parrocchiale cinquecentesca, il secondo è il Museo Civico, dove sono raccolte molte statue menhir in vario stato e di varie epoche, ospitato dal palazzo comunale.

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raghe Maria Incantada”. Presenti anche testimonianze di epoca romana e bizantina, come la fonte nella località di Polcilis e le tombe di “S’enna sa Pira” e “Laldà”. Ogni anno a giugno il paese si anima per la famosa sagra del formaggio, durante la quale si possono assaporare l’ottimo pecorino sardo e i diversi formaggi preparati secondo le più antiche tradizioni locali.

Belvì-Aritzo

La fermata successiva di Belvì-Aritzo segna l’inizio delle montagne della Barbagia. Il primo sorge sulla costa del monte “Genna de Crobu”, circondato di boschi di ciliegi, noccioli, noci, castagni, roveri, lecci e agrifogli. Questo piccolo centro, in passato considerato uno dei più importanti della zona, tanto da dare il nome a questa parte di Barbagia chiamata ancora oggi “di Belvì”, si sottomise tardi all’egemonia dei feudatari: fino al 1700 il


ph. Archivio Turistico Sa Perda’e Iddocca

Meana Sardo, Sa Mola

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suo governo venne affidato a rappresentante scelto tra i capofamiglia. Ospita il Museo di Scienze Naturali e Archeologia, sorto una quindicina d’anni fa per iniziativa di un gruppo di appassionati, tra cui un naturalista tedesco, vissuto per quasi dieci anni in paese. Aritzo è il centro di villeggiatura in montagna più conosciuto dell’Isola: da qui partono le gite verso il Gennargentu e l’alta valle del Rio Flumendosa, dove è possibile praticare la canoa. Anche questo paese mantenne a lungo la propria indipendenza per mezzo del privilegio, concessogli dai governi aragonese e spagnolo, di essere amministrato da persone del luogo scelte dalla popolazione stessa. Sopravvivono ancora alcune costruzioni di indiscusso valore architettonico e storico, come la Casa degli Arangino, di forme neogotiche, e la cosiddetta ‘’Prigione di Aritzo’’, imponente edificio seicentesco in pietra. Molte delle case conservano inoltre la facciata in pietra e i lunghi balconi tradizionali. Famoso in passato per il commercio della neve, mantiene viva ancora oggi la vocazione artigianale dei mobili in legno, le ‘’cascie’’ nuziali intagliate.

Tonara-Desulo I binari proseguono tra i monti per fermarsi alla stazione di Tonara-Desulo. Il paese di Tonara è sorto alle pendici del Monte Mungianeddu dai suoi tre antichi rioni: Arasulè, Teliseri e Toneri.

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Probabilmente il nome dell’ultimo quartiere e quello del paese derivano dalla parola sarda “toneri”, che indica i torrioni calcarei presenti nella zona. È famoso per la produzione di torrone, la cui Sagra, il giorno di Pasquetta, richiama numerosi visitatori, dei campanacci per il bestiame e dei tappeti. Si può osservare il lavoro dei mastri ferrai e degli artigiani dei tappeti durante le sagre e nelle loro botteghe, dove vengono ancora prodotti secondo le antiche tradizioni locali. All’interno del paese si possono visitare l’antica Casa Porru, che un tempo alloggiava le carceri e la Fonte di Galusè, da cui sgorgano, insieme all’acqua, tanti aneddoti e leggende millenarie. Desulo si trova sul lato occidentale del Gennargentu ed è anch’esso composto di tre antichi rioni: Ovolaccio, Issiria e Asuai, un tempo collegati da piccoli sentieri, ora invece uniti dalle nuove case sorte lungo la strada principale. Ognuno di questi ha mantenuto una propria identità e la manifesta orgogliosamente durante le sagre e le feste paesane. Una leggenda vuole che le antiche origini del paese siano legate alla parola “exul”, l’“esilio” degli abitanti di Calmedia, oggi Bosa, fuggiti dalle persecuzioni dei Goti nel IV secolo d.C. Qui ancora oggi molte donne indossano il costume tradizionale di orbace, decorato con ricami di colori vivaci. La bellezza della tradizione convive a Desulo con le bellezze naturali della vallata coperta di boschi di lecci e castagni e ricca di sorgenti.


Sorgono Ed eccoci giunti al capolinea del viaggio di Lawrence: la stazione di Sorgono, capoluogo del Mandrolisai le cui origini si perdono nel tempo, risalendo addirittura all’epoca prenuragica. Agli appassionati di archeologia si consiglia la visita al sito di “Biru’e Concas”, tra i più suggestivi raggruppamenti di menhir di tutta la Sardegna. Il paese conserva inoltre i ruderi di un palazzotto seicentesco, Casa Carta, di una fonte pisana e, allontanandosi un poco dal centro abitato, si può ammirare uno dei santuari campestri più antichi dell’Isola: la chiesa di San Mauro, circondata dal tradizionale recinto delle “cumbessias”, gli edifici in cui riposavano i pellegrini, le cui iscrizioni si leggono ancora sulle pietre della chiesa. In questo territorio le testimonianze del passato hanno come sfondo una natura incontaminata, dove è ancora possibile vedere mufloni, volpi, cinghiali e donnole aggirarsi tra i lecci e i castagni, sotto lo sguardo di aquile reali e falchi pellegrini.

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Lawrence e Mandas

Un paese per il Trenino Verde

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di Umberto Oppus

andas e Lawrence: un binomio per un Trenino. Da quel gennaio 1921, quando lo scrittore inglese David Herbert Lawrence giunse a Mandas a bordo di una delle carrozze, marca “Baucchiero”, il paese ha trovato una sua bella definizione nelle pagine del libro “Sea and Sardinia”. Un viaggio raccontato da Lawrence giocato su due elementi: il viaggio e la conoscenza di una Sardegna particolare: quella dell’interno. Lawrence proprio a Mandas regala un capitolo che fotografa una realtà allora pioneristica: quella del treno a vapore. Da poco più di trent’anni si era imposto come mezzo di trasporto in un territorio dove ancora in tanti privilegiavano il cavallo e le automobili erano ancora lusso per pochi. La Mandas di allora per Lawrence è un paese dai mille volti. Dall’emozione del mattino quando, appena sveglio, esclama che gli sembrava di essere nella sua Cornovaglia o nelle colline del Derbyshire, passa alle riflessioni della moglie Frieda che “quasi quasi resterebbe a viverci”. In quella permanenza di poche ore lo scrittore scruta, analizza e racconta un paese che, dopo quasi un secolo, vuole ripartire anche da Lawrence per raccontarsi e proporsi nel più ampio panorama turistico regionale ed internazionale. L’amministrazione comunale, proprio in questa direzione, ha lavorato e sta lavorando tanto. Se il primo impulso, sul piano culturale, è stato quello di avviare un ambizioso progetto con il Parco ferroviario-letterario dedicato proprio a D.H. Lawrence, oggi l’attenzione è riposta su una serie di interventi ed investimenti di alto livello. Fra questi il finanziamento, per quasi 1 milione e 800mila euro, del’acquisizione e restauro conservativo delle vecchie case dei ferrovieri. Proprio quelle descritte da Lawrence e che, oggi, il Comune ha voluto salvare dall’oblio acquistandole e rendendole

funzionali ad ospitare ben 18 famiglie, fra cui la maggior parte proprio ferrovieri. Non meno ambizioso è il progetto di realizzazione del parco Lawrence consistente nel restauro della vecchia locanda dove soggiornò lo scrittore (e che sarà appunto chiamata “Locanda Lawrence”), la realizzazione di un moderno ristorante a forma di vagone ferroviario ed il potenziamento di servizi di supporto attraverso il rifacimento dello stadio comunale, di campi polivalenti e di parcheggi. Il tutto in un raccordo funzionale tra l’abitato, l’area della stazione e l’adiacente parco ambientale detto dell’Acquabona. Quasi cinque milioni di euro di investimento che si integra con gli sforzi della regione Sardegna e dell’Arst che, dopo aver rinnovato e potenziato la linea, puntano oggi al rinnovo del parco locomotive, all’acquisto di carrozze panoramiche e quindi ad un trenino che guarda al futuro, leggendo il passato. Una sfida nella sfida quindi che va giocata con una sinergia rinnovata dove il territorio e i comuni dell’interno devono giocare la loro sfida: un fronte unito che deve puntare a ribadire un concetto: solo con investimenti mirati e programmati si può disegnare una nuova Sardegna. Una nuova idea di turismo dove anche Lawrence con il suo viaggio da Cagliari per Mandas e quindi per Sorgono può dire la sua. Un progetto a cavallo tra storia e cultura, passando per l’ambiente ed il paesaggio. Fotografia che si può cogliere nell’altra tratta: quella per Arbatax. Ma per fare tutto questo occorre che la politica regionale e la burocrazia sappiano adottare una nuova marcia per evitare l’oblio e, soprattutto, il degrado attuale fatto di stazione abbandonate, cantoniere in rovina. Da Mandas parte una nuova sfida: per un rilancio turistico, in grande stile, a bordo del Trenino Verde della Sardegna.


IN VIAGGIO ALLA SCOPERTA DELLA STORIA DELL’ISOLA LAS PLASSAS ph. Sarah Pinson

i sardi nelle relazioni e nei traffici nel mediterraneo antico di Lucio Deriu

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er ricostruire lo sviluppo delle relazioni tra la cultura dei sardi e quella degli altri popoli che si affacciano nel bacino del Mediterraneo, sia esso orientale che occidentale, purtroppo, possiamo fare affidamento su fonti storiche assai scarne. Per fortuna esiste una vasta documen-

tazione archeologica. Le fonti archeologiche vengono considerate “fonti mute” ma sono indispensabili per ricostruire il contesto in cui determinati fenomeni si sono sviluppati. Grazie ai ritrovamenti archeologici può affermarsi che i sardi e la loro organizzazione erano in stretto rapporto con tutte le civiltà

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del Mediterraneo ed anche col mondo etrusco. Le relazioni si instaurano dapprima direttamente con le città dell’Etruria settentrionale (come Vetulonia e Populonia) e poi - dopo lo stanziamento degli empori commerciali fenici sulle coste dell’Isola - vengono mediati attraverso questi centri: Tharros, Othoca e Neapolis nel golfo di Oristano; Sulci, Bithia e Nora nella parte più meridionale della Sardegna. Col passare degli anni si instaurano rapporti preferenziali con le città di Vulci, Tarquinia e Cerveteri. Con la fine dell’età arcaica, tra i primi decenni del VI e il V secolo a C., la Sardegna è oramai ridotta a provincia dell’impero cartaginese e, come efficacemente ha affermato l’archeologo Carlo Tronchetti, “i sardi non sono che una delle tante componenti di questo impero, senza originalità e autonomia politica e culturale”. Dobbiamo pertanto fare un salto indietro nel tempo per accorgerci quanto la Sardegna sia stata immersa nei circuiti commerciali mediterranei: ciò è dovuto alla sua particolare posizione geografica ed alla ricca e frastagliata articolazione delle sue coste, ad eccezione di quelle orientali dove esistono pochi punti favorevoli all’approdo. Tutto ciò ha fatto sì che l’Isola fosse, sin dalla più remota antichità, un punto di passaggio, d’incontro e anche di rielaborazione autonoma di correnti culturali provenienti dalle

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diverse regioni circostanti. La Sardegna era dunque in costante rapporto con altri popoli e non costituiva una realtà separata a sé stante: faceva parte di un più grande bacino culturale cementato attraverso gli scambi di tutti quegli elementi - non solo di cultura materiale - che ora ci permettono di tracciarne meglio i caratteri. Nel neolitico medio (IV millennio a C.) troviamo raffinate ceramiche a superficie bruna e lucida, spesso decorata con incisioni, talora con rilievi, che trovano riscontro nelle coeve produzioni del Mezzogiorno francese così come spiccano le statuette in pietra, le cosiddette “dee madri”, che hanno riferimenti stilistici nelle similari produzioni del Mediterraneo orientale. Il neolitico recente, che inizia alla fine del IV millennio, vede la massiccia presenza della cosiddetta Cultura di San Michele di Ozieri con la sua prestigiosa ceramica che richiama forme e motivi decorativi egeo-orientali (come spirali, festoni, triangoli) e le stilizzazioni di figure umane singole e a gruppi, con riferimenti che vanno da Creta alle isole Cicladi. Tra gli orizzonti culturali che si pongono nella nostra Isola fra la metà del terzo e gli inizi del secondo millennio a C. vi sono le cosiddette facies di Monte Claro e quella definita Campaniforme che prende il nome dalla forma a campana del suo vaso più


caratteristico. I popoli di tale periodo, definiti spesso come “gli zingari della preistoria”, si spostano per tutta l’Europa in piccoli gruppi isolati. Arrivano in Sardegna in tempi diversi ed occupano in prevalenza i territori della costa occidentale, convivendo pacificamente a fianco delle popolazioni indigene. Alla soglie di quella che sarà la fase più importante per la cultura della nostra Isola a partire dalla fine del bronzo medio (1800 – 1700 a C.) assistiamo alla nascita dei nuraghi, prima attraverso costruzioni più rudimentali, definite protonuraghi e pseudonuraghi, per finire con forme più evolute come le strutture megalitiche dei nuraghi maggiori che ancora punteggiano il territorio dell’intera Sardegna. Questa fase potremmo sicuramente definirla come “autoctona”. In ambito egeo assistiamo alla costruzione di strutture definite a “tholos” per molti versi architettonicamente consimili alle nostre nel posizionamento dei filari litici che costituiscono la sua erezione. Peraltro tali strutture venivano utilizzate esclusivamente in ambito di un megalitismo funerario ad appannaggio delle classi regnanti. E’ soprattutto in questa fase che i nuragici (così verranno definiti i costruttori di queste possenti torri) entrano in stretto contatto con altre popolazioni mediterranee, stanziate sia a oriente che a occidente dell’Isola. L’incontro con i popoli di area egea avviene almeno a partire dal quindicesimo secolo a C.; essi sono apportatori di strumenti e nuove tecniche per la lavorazione dei metalli. Nello stesso periodo si intrecciano le relazioni con le isole Eolie e, come già accennato, con l’area tirrenica villanoviana che sfocerà nella splendida civiltà etrusca che ci ha tramandato interessanti reperti come i piccoli bronzetti e altri manufatti tra cui quelli definiti “faretrine votive”. In Sardegna i materiali provenienti dalla Penisola sono abbondanti: abbiamo armi, strumenti, oggetti metallici e soprattutto fibule. Particolare rilevanza assumono i ritrovamenti di tali oggetti in quanto direttamente legati a fogge di vestiario che nell’Isola non erano in uso. Tali scambi e relazioni fra la Sardegna

e l’area etrusca fanno intendere che essi si svolgono in un contesto ben determinato e cioè quello delle aristocrazie. La presenza di oggetti prodotti nelle officine sarde, in ripostigli o in altri contesti di ritrovamento in varie parti dell’Italia (spesso assieme a materiali di alto pregio provenienti da diversi centri di produzione quali la Grecia), ci fa capire come la partecipazione sarda al “circuito dei metalli” nel bacino del Mediterraneo fosse un fenomeno oramai ben definito. Tutto ciò, chiaramente, non avviene all’improvviso. Gli studi condotti dall’archeologa Fulvia Lo Schiavo, sulla notevole componente vicino orientale presente sia nella bronzistica che nella metallurgia sarda più in generale, ci fanno capire che in Sardegna esistevano già le condizioni per un successivo sviluppo in tali direzioni. La Sardegna prosegue la sua antica tradizione di “crocevia” del Mediterraneo occidentale. Molto spesso dispiace notare, in molti, la tendenza a voler considerare la nostra Isola come un’entità culturale distante dagli influssi esterni, incontaminata, quasi che il contatto con gli altri popoli potesse togliere prestigio a quanto il passato ci ha tramandato. Invece la Sardegna é tutto un fiorire di usi e culture frutto delle relazioni instaurate con gli altri popoli. I sardi sono stati e rimangono un importante punto fermo nel grande melting pot culturale neolitico prima e protostorico poi. Il fatto d’aver appreso, talvolta, nuovi metodi per migliorare una tecnica esistente non ci deve per forza mettere in una condizione di sudditanza o inferiorità intellettuale. Al contrario tutto ciò é da interpretare in senso positivo, quale testimonianza dell’essere stati un popolo aperto agli scambi e alle novità. Il fatto di non aver avuto alcun segno che possa essere decifrato come “scrittura” non deve essere interpretato in termini negativi. La rivincita di molti sedicenti specialisti nella lettura del territorio antico e di quanto in esso contenuto trova spesso sfogo in teorie in cui astronomia ed esoterismo sembrano le uniche attività praticate dai nostri predecessori per poter espletare persino le pratiche quotidiane. La realtà è che spesso il posizionamento o l’orientamento di una qualsiasi costruzione era dettato da motivi molto più pratici, come quello di poter sfruttare quanta più luce possibile per illuminare un determinato ambiente, o, al contrario, tenere fresca un’altra determinata area. Sono convinto che i nostri progenitori, un po’ come facciamo noi ancora oggi, non cercassero molte complicazioni. I sardi conoscevano l’astronomia e le pratiche esoteriche - che sicuramente adattavano ai loro rituali - ma, soprattutto, erano in grado di dosare con saggezza tali conoscenze che, in una storia da considerare esclusivamente e sempre 360 gradi, troviamo come patrimonio comune di ogni popolo e che - proprio grazie agli scambi di idee, esperienze, merci e forse anche di sogni - sono arrivate fino a noi.

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di Giuseppe Sotgiu

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uando si parla di arte in Sardegna, non si può prescindere dall’elencare una lunga lista di nomi. E se poi, ai pittori si aggiungono gli scultori e gli incisori, musicisti, cantori, poeti ecc. potremmo stare qui giorni interi a illustrare le loro opere e a parlare di questi personaggi. Ma perché parecchi di loro giacciono prigionieri in un dimenticatoio e la scuola e la loro terra fanno così poco per ricordarli e molti, troppi, non sanno di loro? Nei primi decenni del secolo scorso vi fu in Sardegna un fiorire di questi artisti di livello non solo locale o nazionale, ma addirittura internazionale. Ed erano pure bravi. Quasi tutti autodidatti. Il loro talento naturale dava sfogo ad una creatività unica che si fondeva e plasmava nelle loro opere, tele o statue o ceramiche, incisioni, acquerelli o oggetti di arredamento, musica e poesia. Sembravano andare di pari passo in un’unica direzione. Una fantasia multiforme e multicolore che ricalcava nelle forme stesse e nelle diverse espressioni, la vita, i colori, i paesaggi, le angosce, le essenze e la quotidianità della Sardegna intera. In quell’epoca, come accade oggi relativamente all’obbligo di pubblicare nei giornali annunci a pagamento per quanto concerne la pubblicità, gli avvisi e le inserzioni di Comuni e Enti, correva l’obbligo di destinare una parte della spendita per finanziare le opere d’arte, commissionando affreschi, quadri e lavori artistici. Anche la città di Tempio non si sottrasse alla consuetudine e negli anni ‘30, subito dopo l’inaugurazione della Stazione ferroviaria della Sassari - Tempio - Palau, la Direzione delle Ferrovie della Sardegna commissionò a Giuseppe Biasi sette tele per abbellirne la sala d’aspetto. Biasi era un artista sassarese, un tipo serio, sempre composto e compassato; più che ridere sorrideva e mentre sorrideva, accompagnava tale gesto inarcando le spalle e alzandosi un po’ sulla punta dei piedi. La sua istruzione era abbastanza solida, tra l’altro si era laureato in leggi poco più che ventenne ed era dotato

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anche di una buona penna. Già dal 1913 aveva partecipato alla biennale di Venezia. Molto conosciuto e apprezzato, soprattutto per la sua bravura, aveva esposto le sue opere in numerose mostre ottenendo sempre lusinghieri successi e addirittura una medaglia d’oro nel 1925 alla Mostra Internazionale delle Arti Decorative di Parigi. Dicono di lui le persone che lo hanno conosciuto e frequentato che era un uomo mite e buono dedicato anima e corpo alla sua “arte”.

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Una volta conferito l’ordine e accettato l’incarico ci vollero ben dieci mesi per terminare l’opera. Delle originali sette ne restano soltanto cinque perché alcuni decenni fa, con la scusa di un ipotetico restauro, due di queste presero il volo andando ad adornare le pareti dell’ufficio romano delle Ferrovie. Nonostante le giuste rivendicazioni non fecero più ritorno alla loro sede di origine. Delle cinque tele una è decisamente enorme, poiché il pannello misura 10 metri di lunghezza. Secondo suo solito il


Biasi rappresenta scene di vita paesana: abbiamo quindi le donne alla fonte in costume giornaliero, alla festa con quello di gala, i cavalli, la rivendita del vino, il suonatore di organetto. Riprende nelle sue tele la sua visione della storia ancestrale della Sardegna, i suoi costumi, l’incedere matronale delle donne e i tratti della gente nobile e fiera della sua terra. Riprende il folclore in tutte le sue tipiche espressioni, primitive e cromatiche, riportando con gesti sapienti e pennellate decise i gesti e le movenze

delle sue figure. E lui la sua Sardegna l’ha ripresa in tutte le pose e in tutte le angolazioni perché di Sardegna si nutriva, privilegiandola rispetto ad altre figure e ad altre immagini. Zio Elio Gabriel, figlio di Gavino, ormai novantaseienne e non vedente, mi parla spesso degli amici del padre, di lirica, di musica, di rima e di canto e quando i versi lo colpiscono o gli trasmettono emozioni, ebbene lui dice che sono “pennellate di poesia”. Parafrasando viene da dire che Giuseppe Biasi può

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essere considerato, a buon diritto, colui che poetava col pennello. Un uomo immenso come immensa era la sua arte, che ha onorato, contribuendo a farla conoscere, l’allora quasi anonima isola di Sardegna. Le numerose opere di Biasi, dai quadri agli affreschi, possono essere ammirate nei vari Musei, nelle collezioni private, in diversi Palazzi e in qualche Chiesa. Ma la Stazione di Tempio resta l’unico Museo fruibile tutti i giorni gratuitamente da passeggeri e passanti, curiosi e visitatori oc-

o d’estate, impiegando il “Trenino Verde”, potrebbe avvalersi delle vecchie locomotive perché avrebbero, come del resto avuto negli anni scorsi, un forte richiamo turistico. Tantissima gente, scolaresche, forestieri e turisti sembra abbiano un particolare interesse a viaggiare con il “Trenino Verde” e visitare la Stazione di Tempio con le sale arredate in stile con gli antichi mobili in castagno e la sua interessantissima officina, dove basta alzare un interruttore e vedere muoversi in perfetto sincronismo trapani, torni,

casionali, che possono ammirare la meravigliosa tecnica di questo straordinario artista. Quadri policromi, dai colori naturali e vivaci, molto realistici e molto belli. La linea ferroviaria con annessa stazione, relativa alla Tempio – Monti (la prima ferrovia a scartamento ridotto) fu costruita nel 1888 dalle Strade Ferrate Secondarie della Sardegna. È ormai inesistente e i suoi fabbricati sono ruderi marci e cadenti a pericolo di crollo; questa ha il nome di “Stazione Vecchia”. La “Nuova” era stata costruita per evidenti esigenze e comodità un po’ più a valle, fuori dell’abitato. Oggi anche questa risulta inglobata in mezzo a recenti quartieri. La attuale Sassari – Tempio - Palau, inaugurata nel 1931, che funziona solo per qualche viaggio noleggiato

seghe, magli e utensili vari: un esempio evidente di rara archeologia industriale. Altra visita d’obbligo è la “Carrozza Bauchiero”, una fedele riproduzione delle vecchie carrozze dell’ultimo ‘800 custodita nel capiente garage. Un museo a cielo aperto completa il tutto con due locomotive anch’esse d’epoca. Ma le visite sono mirate soprattutto alle bellissime opere di Giuseppe Biasi. Una tappa obbligata fra le attrattive che la città possa offrire. Peccato che anche questi necessitino di un controllo se non addirittura di un restauro, badando bene che non facciano la fine degli altri. Un utilizzo più organico produrrebbe una ricaduta consistente per tutta la comunità.

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In viaggio sul Testo di Maria Armida Forteleoni Foto di Matteo Sulis

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rendiamo il Trenino delle Secondarie, ovunque esso vada”. Così Lawrence esprimeva l’idea del viaggio e il desiderio di conoscenza che lo avevano spinto, nel 1921, a salire su quel mezzo in compagnia della moglie Frieda e a darci conto, da turisti avventurosi, delle meraviglie incontaminate osservate da un finestrino, quello appunto del trenino verde. Il diminutivo ben esprime le dimensioni ridotte del convoglio e l’aggettivo fa riferimento ai boschi e ai paesaggi selvaggi che si incontrano durante il percorso. L’atmosfera, i profumi intensi della vegetazione, la sensazione reale di essere avvolti e quasi inghiottiti piacevolmente dalla natura, i piccoli paesi e le loro stazioni attraversati suscitano emozioni magiche. È l’interno della Sardegna, un territorio a tratti raggiungibile soltanto con la ferrovia e per questo ancora più affascinante; noi e la natura, ponti , fiumi, ruscelli, alberi secolari, fauna selvatica, montagne e luoghi che mutano al variare delle stagioni. Il servizio turistico, su prenotazione, è fruibile tutto l’anno, su treni a noleggio o a calendario. Storicamente, la ferrovia fu costruita alla fine dell’Ottocento per

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l Trenino Verde collegare le zone dell’interno dell’isola con le principali città ed è una delle poche ancora attive per fini turistici a scartamento ridotto. La linea Mandas – Arbatax è quella prescelta. Ci accomodiamo nel sedile bordeaux dell’unico vagone, inizia il viaggio. Mandas, Orroli, Nurri, Villanovatulo, sfondi collinari che cambiano repentinamente non appena, lasciato il Sarcidano, ci si trova nella Barbagia di Seulo: una lunga salita e il lago del Flumendosa sotto i nostri piedi, uno spettacolo che lascia senza fiato. È un continuo susseguirsi di vegetazione spontanea; tra gallerie scavate nella roccia, corsi d’acqua, arbusti, cisto e lavanda, il treno procede a velocità contenuta dando la possibilità al viaggiatore di godere di quest’incanto. Avvolta nel verde, la stazione montana di Betilli, poi quella di Esterzili e Sadali – Seulo. Le nuove e particolari forme rocciose annunciano l’ingresso in Ogliastra, territorio dagli scenari unici, racchiuso fra il mare e la montagna. Gli occhi sono paghi di tanta e rara bellezza, la natura è intatta, i boschi rigogliosi, si viaggia sopra gli 800 metri di quota.

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Finalmente possiamo ammirare appieno il paesaggio: si scende dal treno, in una delle stazioni ferroviarie fra le più antiche della Sardegna; eccoci a Seui, paesino di 1460 abitanti nella Barbagia di Seulo, in un’oasi naturalistica protetta. Tra i monti del Gennargentu, la foresta di Montarbu si estende su una superficie di quasi 2700 ettari. Il parco naturale permette al visitatore di entrare in contatto con animali selvatici quali cervi e cinghiali e con una fitta vegetazione. Lasciato Seui, dopo alcuni chilometri, attraversando trincee scavate nello scisto, lunghe gallerie e maestosi ponti, si arriva nel territorio della foresta di Montarbu. Il contatto con l’ambiente puro e incontaminato è sicuramente il più suggestivo della tratta del Trenino Verde. In questo tratto del percorso la macchia mediterranea caratterizzata da lentisco, fillirea, corbezzolo, cisto, si alterna con le vaste distese di boschi di leccio in cui svettano i tonneri, alti tacchi calcarei con le loro maestose pareti rocciose. La foresta, con un’estensione di 2800 ettari, è attraversata da numerosi corsi d’acqua ed è

In viaggio sul Trenino Verde

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ricca di specie di rilevante interesse scientifico e ambientale, con la presenza di numerosi alberi monumentali e specie endemiche. Infatti dal 1980 è stata riconosciuta Oasi di protezione faunistica. Meta di numerosi escursionisti e amanti della natura, qui è possibile percorrere i sentieri dei carbonai, testimonianza delle passate utilizzazioni del bosco dove non è difficile incontrare qualche esemplare di cervo, daino, muflone, cinghiale e, se si è fortunati, l’aquila reale. Attraverso un itinerario suggestivo di gallerie e ponti sull’imponente cima sarda, raggiungiamo il territorio montagnoso di Ussassai e Niala; l’Ogliastra ci accoglie tra il verde più fitto: Gairo, Villagrande, Arzana. La discesa arriva repentina, si scende di quota verso Lanusei ed Elini, una graziosa stazione in pietra; poi Tortolì e Arbatax, il capolinea di questa intensa e meravigliosa giornata, 159 Km di uno scorcio di Sardegna.

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DALL’OGLIASTRA EXPRESS AL TRENINO VERDE di Bruno Puggioni

I

l primo viaggiatore che pubblicizzò un tratto di percorso delle allora Ferrovie Complementari della Sardegna fu lo scrittore Inglese D.H. Lawrence il quale, insieme alla compagna,percorse, all’inizio del 1921,la linea Cagliari-Mandas –Sorgono, riportando le impressioni sul viaggio nell’emozionante libro dal titolo “Mare e Sarde-

gna”. Era partito dalla stazione di Viale Bonaria ed aveva impiegato 5 ore per arrivare a Mandas da dove aveva proseguito l’indomani per Sorgono giungendo a destinazione dopo altre 7 ore. Da allora trascorsero lunghi anni prima che si prendesse coscienza della opportunità della valorizzazione dello

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splendido tragitto che si snodava fra foreste e dirupi, dominati da costoni rocciosi, intervallati da una lunga sequenza di ponti e gallerie. Bisogna infatti arrivare al 1968 quando l’Associazione “Italia Nostra” presenta uno “Studio di salvaguardia delle ferrovie e proposta di parchi ad esse collegati”, citando come esempio quello della Svizzera. A questo progetto però non fecero seguito opportune iniziative fino al

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1982, allorquando il Gruppo Naturalistico del Club Alpino Italiano di Cagliari organizzò il 30 maggio la prima escursione in treno, aperta a soci e cittadinanza, affittando un locomotore e due vagoni carichi di entusiasti partecipanti con al seguito zaini, fotocamere e chitarre. Il convoglio venne per l’occasione battezzato scherzosamente con il nome di “Ogliastra Express”. L’appuntamento era fissato per le ore 7,15 alla stazione di P.za


Repubblica, l’arrivo previsto a Lanusei alle ore 18. La sosta per la colazione al sacco si fece nello splendido bosco del Rio S.Gerolamo con opportune fermate lungo il percorso per ammirare e fotografare il paesaggio. Il rientro avvenne in pullman lungo la SS 125. Curiosità: la quota individuale era di £ 22.000. L’iniziativa era stata una scommessa: l’escursione ebbe un grande successo. L’anno successivo fu replicata dal WWF Sardegna,

il quale la ribattezzò con il nome di “ Trenino Verde”, denominazione che in seguito venne estesa a tutti i rami delle Ferrovie della Sardegna a scartamento ridotto. L’anno venturo l’Ogliastra Express compirà trent’anni durante i quali ha cambiato nome ma è rimasto tale quale nel tragitto e nel sentimento di chi lo ha visto nascere. Auguri.

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Il Trenino delle biodiver Testo di Luca Pinna

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di Luca PInna

L’

orribile mostro ha flnalmente flschiato alle porte di questo alpestre paeselIo, ne ha lambito i casolari, ha spruzzato il tiepido vapore sprigionante dall’infernal caldaia su centinaia e centinaia di persone accorse a salutare quel potente fattore di civilta e di progresso che è la vaporiera». Con queste parole, nell’aprile del 1894, il cronista di una pubblicazione edita dal Comune di Seui, descriveva l’arrivo del trenino a vapore nel paese ogliastrino per l’inaugurazione della linea ferroviaria Mandas-Arbatax. Per la gente delI’interno, quello era un gran giorno: il trenino avrebbe reso finalmente possibile il collegamento fra quei centri delI’interno sino ad allora isolati, innescando in tal modo una nuova fase di sviluppo economico e sociale. Sono trascorsi oltre cent’anni e di questa ferrovia, che allora era stata considerata come elemento propulsore delI’economia ogliastrina, negli ultimi tempi se ne faceva un utilizzo scarsissimo. In alcune giornate il treno viaggiava con pochissimi passeggeri. La forte concorrenza del trasporto stradale (più comodo e veloce) ha avuto un ruolo determinante in questo fenomeno, tant’è che più voIte, si è ipotizzato lo smantellamento di buona parte della rete ferroviaria a scartamento ridotto perchè ormai caduta in disuso. Ma, oggi, l’antica ferrovia sembra riscoprire una nuova giovinezza. Il Trenino Verde, infatti, rappresenta un mezzo ideale per avvicinarsi alla conoscenza della biodiversità della Sardegna. Uno degli aspetti più sorprendenti per il turista che percorre le ferrovie a scartamento ridotto è la varietà di paesaggi attraversati e i panorami offerti dal treno permettono di apprezzare una grande diversità di morfologie e aspetti naturalistici che caratterizza la nostra isola. Alla varietà dei paesaggi corrisponde la molteplicità degli ambienti naturali della Sardegna, che cambiano man mano che dalle aree costiere o collinari si raggiungono le zone montane. Ma gli aspetti bioclimatici non sono i soli a determinare la diversità degli habitat, anche la composizione del substrato, con le principali formazioni geologiche

ersità 45


ph. Simone Ariu

Il Trenino delle biodiversità

(calcaree, vulcaniche, granitiche e scistose) influenza la distribuzione delle comunità animali e vegetali nel territorio. Una delle tratte più note e suggestive del Trenino Verde è quella che da Mandas conduce ad Arbatax. L’abitato di Mandas sorge sulle marne mioceniche che caratterizzano il paesaggio collinare della Marmilla e della Trexenta. L’aspetto più caratteristico di questa parte della Sardegna è la presenza degli estesi altipiani basaltici noti con il nome di Giare. La più estesa è la Giara di Gesturi, che rimane un po’ distante dalla ferrovia ma rappresenta un elemento essenziale del paesaggio per chi percorre il primo tratto della linea per Sorgono. L’altopiano è occupato dalle sugherete e ospita i famosi cavallini con gli occhi a mandorla. Fra gli ambienti naturali sono importanti i “paulis”, specchi d’acqua temporanei che accolgono un’impor-

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tante fauna migratrice (soprattutto anatidi) e che in primavera ospitano spettacolari fioriture di ranuncolo d’acqua. Più vicini alla linea ferroviaria sono altri due altipiani basaltici, la Giara di Serri e il tavolato che sovrasta gli abitati di Nurri e Orroli, separandoli dal Lago del Medio Flumendosa. Sul primo predominano i pascoli e i querceti, il secondo ospita invece la bellissima lecceta di Padenti Mannu. Affacciandosi sul margine orientale dell’altopiano si gode un’ampia veduta sul lago artificiale, che viene a lungo costeggiato percorrendo la tratta Mandas-Arbatax.. Allontanandosi da Mandas, entrambe le linee si dirigono verso uno dei sistemi ambientali più importanti per la biodiversità della Sardegna: la Regione dei Tacchi, costeggiata sul margine occidentale dalla Mandas-Sorgono e attraversata nella sua parte centrale dal ramo per Arbatax . Con il nome di “Tacchi” o “Tonneri” si indicano le particolari formazioni di natura carbonatica che costituiscono un complesso di piccoli altipiani, spesso smembrati e ridotti a formare torrioni naturali, poggianti sulle rocce del basamento scistoso. In quest’ambi-

ph. Luca Pinna

LA GIARA ph. Archivio GIA

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to va inclusa anche la regione del Sarcidano, denominata anche Tacco di Laconi, che può essere infatti considerata la più estesa ed omogenea di queste formazioni carbonatiche. Quest’ultimo e il vicino Tacco di Sadali si presentano come altipiani dalla superficie regolare, su cui si possono praticare le attività agro-pastorali. Sulle aree più marginali, spesso delimitate da altissime pareti verticali, si concentra invese l’importantissimo patrimonio di biodiversità di questi territori. In queste aree si trovano infatti bellissime leccete, ricche di corbezzoli, agrifogli e biancospini. Nelle radure, abbondano le fioriture di peonie. Gli aspetti di maggiore rarità sono costituiti principalmente dalla flora rupestre, che conta numerosi endemismi, come la Cymbalaria muelleri e Hieracium iolai, che sono specie esclusive di questo settore mentre Hypericum aegyptiacum ssp. webbii è una rara pianta nordafricana presente in Sardegna esclusivamente sulle ripide pareti che si affacciano sulla vallata del Flumendosa. La foresta di Montarbu è tuttavia nota soprattutto per la sua fauna, in particolare per la presenza di un’importante colonia di mufloni. Altrettanto importanti sono i carnivori come

Anacamptis Papilonacea ph. Franco Sotgiu

Il Flumendosa ph. Archivio Turistico Sa perda’e Iddocca

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Il Trenino delle biodiversità ph. Maurizio Artizzu

il gatto selvatico, la martora e la donnola e i rapaci come l’aquila reale, l’astore e lo sparviero. Recentemente l’Ente Foreste ha reintrodotto il daino, mentre il vasto recinto di ripopolamento ospita il cervo sardo. Per completare il quadro della fauna va ricordato che lungo i torrenti non è difficile osservare le trote e il tritone sardo. Proseguendo verso Arbatax si lascia l’area dei Tacchi per entrare nella regione granitica dell’Ogliastra. Il trenino viaggia ancora per un po’ a quote elevate, fino a Lanusei, poi, con un percorso particolarmente tortuoso, scende lentamente verso il mare. Il paesaggio ogliastrino, come indica il nome della regione, è caratterizzato dalla presenza di estesi oliveti, spesso ricchi di alberi secolari. Gran parte del territorio è coltivato ma permangono bellissimi tratti di bosco come la foresta di Selene, presso Lanusei, dove alla bellezza del paesaggio contribuiscono le particolari rocce granitiche delle creste. Un altro fondamentale aspetto della biodiversità

Panoramica di Nurallao ph. Gianni Onnis

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sarda è quello della costa di Arbatax. Questo centro sorge sul promontorio di Capo Bellavista, famoso per le “rocce rosse” che formano le scogliere. Su queste si sviluppa, nelle immediate vicinanze della costa, la rada vegetazione a finocchio di mare e statici (con la specie endemica Limonium protohermaeum). Nelle zone appena più elevate e non sottoposte all’azione della salsedine si possono trovare lembi delle tipiche macchie e boscaglie delle coste sarde, a ginepro turbinato, a olivastro o a euforbia arborea. La fauna di maggiore interesse è presente nel vicino stagno di Tortolì, che viene affiancato dalla ferrovia nel suo ultimo tratto. Sono presenti, fra gli uccelli, germani reali, folaghe, porciglioni, fischioni, morette e i rari fistioni turchi. La linea che si dirige a Sorgono non scende verso il mare ma, al contrario, si addentra verso le aree montuose più elevate della Sardegna, nella Barbagia di Belvì e nel Mandrolisai. Le zone che si attraversano costituiscono un ambiente molto diverso da quelli osservabili lungo gli altri tratti. Inoltre, questo ramo della ferrovia può offrire panorami particolarmente suggestivi nella stagione invernale, quando le nevicate ricoprono di bianco le montagne. Man mano che si procede verso l’interno si abbandonano le zone con la vegetazione più caratteristica dell’ambiente mediterrraneo, come le leccete dell’area di Laconi, per entra-

ph. Marcheselli

ph. Luca Pinna

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ph. Luca Pinna

Il Trenino delle biodiversità

re nel territorio delle caducifolgie. Fra queste dominano le querce, spesso indicate genericamente con il nome di roverella o rovere, ma che annoverano in Sardegna diverse specie, fra cui riveste un ruolo importante la Quercia di Sardegna (Quercus ichnusae), diffusa nel territorio barbaricino. L’uomo ha in gran parte utilizzato il territorio, favorendo la diffusione di specie maggiormente redditizie, come il castagno, il noce, il ciliegio, etc. I boschi delle aree montane sono perciò assai vari ma sempre con prevalenza di specie caducifoglie. La ferrovia diretta a Sorgono lambisce le pendici del più importante massiccio montuoso della Sardegna, che racchiude anche valori di biodiversità della massima importanza per l’intero bacino del Mediterraneo: si tratta dei monti del Gennargentu. Sulle cime più alte manca una copertura arborea, per le difficili condizioni ambientali delle vette montuose. Queste non dipendono tanto dall’altitudine, piuttosto modesta rispetto alle altre montagne mediterranee, quanto dalle difficili situazioni ecologiche tipiche delle aree cacuminali, dato che le piante sono sottoposte a forti escursioni termiche, giornaliere ma soprattutto stagionali, con presenza di neve nei periodi invernali e fortissima

Arbatax, Rocce Rosse ph. Enrico Spanu

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Orchidea Farfalla ph. Franco Sotgiu

insolazione in quelli estivi, sono inoltre soggette a scarsità d’acqua e di nutrienti e a un’altissima frequenza di venti sferzanti. In queste condizioni trovano spazio le formazioni basse a ginepro nano e le garighe di cespugli pulviniformi, per lo più spinosi, fra i quali prevalgono specie endemiche o di interesse fitogeografico come: Berberis aetnensis, Prunus prostrata, Daphne oleoides, Rosa seraphinii, Thymus catharinae, Genista pichi-sermolliana, G. salzmannii, Carlina macrocephala, etc. E’ questo l’habitat di endemismi esclusivi di queste cime: Astragalus genargenteus, Lamyropsis microcephala, Ruta lamarmorae, Euphrasia genargentea, Aquilegia nugorensis, Armeria sardoa ssp. genargentea, etc. Si tratta di ambienti e specie vulnerabili e minacciate, che richiederebbero attente misure di conservazione. Tra gli animali è ancora il muflone la specie più rappresentativa, non mancano tuttavia altri importanti mammiferi e uccelli come l’aquila reale, il falco pellegrino, il gracchio corallino, il codirossone e altri rari passeriformi. Importantissima risulta inoltre la reintroduzione del gipeto, realizzata con un progeto regionale Vanno infine ricordati gli insetti esclusivi di queste aree montane, come il coleottero Age-

Il Trenino delle biodiversità Isili, lago Is Barrocus ph. Bruno Atzori

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laea fulva e i lepidotteri Maniola nurag, Pseudophilotes barbagiae e Polyommatus coridon jennargenti. Il Trenino Verde, da quanto brevemente esposto, risulta quindi uno straordinario mezzo per raggiungere alcuni fra i luoghi più importanti dell’ambiente sardo, ma soprattutto permette di conoscere la straordinaria varietà di ambienti che quasi sempre sfugge a chi visita la Sardegna solo per le sue coste. I paesaggi che si godono viaggiando sul “trenino” tuttavia, seppur così vari e affascinanti, offrono solo una parziale idea della ricchezza di ambienti naturali e di biodiversità del territorio. Occorre allora pensare alla ferrovia non più solo come un mezzo di attraversamento del territorio, ma anche e soprattutto come un mezzo di avvicinamento. E’ sufficiente infatti effettuare qualche escursione nei territori circostanti per conoscere le aree attraversate in modo molto più approfondito e godere di quelle bellezze, sopra descritte, non visibili dalla ferrovia eppure tanto vicine a questa, come la Valle del Flumendosa, le cime del Gennargentu, il tacco di Perda Liana, i boschi della Barbagia e dell’Ogliastra, a cui vanno uniti i siti archeologici, le chiese, i centri storici, i musei territoriali, le grotte, i siti minerari, etc. La ferrovia, risulta allora un asse viario che offre, con le sue stazioni e fermate ubicate nei punti più “strategici”, una straordinaria opportunità di accesso al cuore della Sardegna e può essere punto di partenza per un gran numero di itinerari a piedi, a cavallo o in bici per scoprire un eccezionale patrimonio di ricchezze, naturalistiche e non solo.

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IL WWF e quei viaggi

Q

uello tra il WWF e il “Trenino Verde” è un amore che dura ormai da quasi trent’anni. Un vero e proprio colpo di fulmine per l’associazione ambientalista, che fu la prima ad accorgersi del immenso valore delle antiche linee a scartamento ridotto che attraversano la Sardegna: un patrimonio che unisce il valore storico delle vecchie stazioni e delle locomotive d’epoca, al valore ambientale delle linee a scartamento ridotto, che essendo più strette di quelle normali, permettono di compiere percorsi impossibili per le altre. Salite

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e discese, curve strette, costeggiando monti, talvolta a strapiombo su laghi, su ponti stretti o attraversando boschi e campi, spesso in territori in cui non si avverte la presenza dell’uomo. Ecco perché nell’aprile del 1983 la sezione del WWF di Cagliari, presentando un viaggio di due giorni dal capoluogo a Lanusei sul treno delle ferrovie complementari, coniò il nome di “Trenino Verde” e provvide a registrarlo dieci anni più tardi alla Camera di Commercio di Cagliari. Già nel 1985 organizzò un secondo viaggio, questa volta


QUELLI CHE AMANO IL TRENINO VERDE

gi da pionieri

Uscita della vecchia locomotiva dal paese di Sorgono ph. Marcheselli

fino a Sorgono: anche stavolta due giorni in cui coniugare la conoscenza del territorio con la possibilità di usufruire delle strutture ricettive e di ristorazione presenti lungo il percorso, stimolando la nascita di un turismo maggiormente legato all’ambiente. Ma nonostante queste iniziative le antiche locomotive a vapore sembravano essere arrivate al termine della loro carriera, accantonate da qualche anno in favore di motori più nuovi e potenti. L’associazione si batté allora per un loro recupero funzionale e propose all’ESIT un progetto per l’allestimento di una

mostra sul Trenino Verde in occasione della rassegna fieristica “Turisport”, alla quale portò la vecchia locomotiva Reggiana 400. Organizzò anche un nuovo viaggio, a cui chiesero di partecipare talmente tanti viaggiatori da riempire altri due convogli. E da metà degli anni Ottanta la “signora” Reggiana 400 riprese a correre sui suoi binari grazie a un totale restauro, che gli permise di accompagnare i viaggiatori per altri dieci anni. Qui si uniscono i due ingredienti fondamentali del grande fascino del Trenino Verde, la storia e l’ambiente, che

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IL WWF e quei viaggi da pion ph. Sardinia Event

offrono la possibilità di coniugare l’esperienza del viaggio in treno con escursioni a piedi e in bicicletta: nel 1994 il WWF propose alle Ferrovie della Sardegna di istituire il servizio turistico “treno+bici” e i suoi volontari predisposero dei percorsi per mountain bike nell’area del Gennargentu, con partenza e arrivo direttamente nelle Stazioni. Bastarono una decina d’anni di promozione per far decollare il progetto: già nel 1995 le associazioni che organizzavano viaggi su treni speciali erano tante e il WWF rinunciò a questa sua attività. Quando ormai il Trenino sembrava essere stato riconosciuto come un veicolo di sviluppo turistico sostenibile, sembrò invece prendere corpo l’ipotesi della soppressione delle linee Mandas-Arbatax e Isili-Sorgono. Il WWF scese

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allora di nuovo in campo per difendere il patrimonio rappresentato dal Trenino Verde e a maggio organizzò un nuovo viaggio, questa volta riservato a giornalisti italiani e stranieri, amministratori pubblici e rappresentanti di organizzazioni per la promozione turistica e la valorizzazione del territorio. Due anni dopo presentò un documento in cui venivano analizzati i molteplici aspetti della tutela delle linee a scartamento ridotto: un lavoro fondamentale in cui si individuarono 16 aree di enorme valore naturalistico e paesaggistico ai margini o attraversate dalla linea Mandas-Arbatax e il modo migliore per visitarle partendo dalle stazioni o dalle fermate del Trenino, 21 mete di interesse culturale, oltre 30 sagre e feste nei comuni lungo


QUELLI CHE AMANO IL TRENINO VERDE

nieri

la ferrovia e numerosi segmenti di domanda turistica destagionalizzata che avrebbero potuto utilizzare il Trenino come mezzo di spostamento. Insomma anche in quell’occasione fu l’Associazione a credere nelle potenzialità di quei binari antichi, supportando la sua convinzione con dati oggettivi e proposte reali di valorizzazione. E fece lo stesso dieci anni dopo per difendere la linea Isili-Sorgono, minacciata di abbandono, convocando una conferenza stampa in cui presentò gli esempi di Corsica, Grecia e altri paesi dove le vecchie ferrovie sono state difese e valorizzate, e aderendo al “Comitato per la salvaguardia del Trenino Verde”, insieme a comuni, sindacati, associazioni ed enti locali. Un legame che si mantiene saldo anche nel nuovo millennio, quando la promozione del Trenino viene inserita tra le azioni di promozione della biodiversità del programma di Conservazione Eco-Regionale del WWF: infatti “Il Trenino Verde della Biodiversità” è stato il titolo dell’ennesima manifestazione organizzata dall’Associazione per promuovere la ferrovia. Probabilmente senza questo amore, gli studi, le azioni e l’interesse continuo dei suoi volontari, oggi non potremmo godere di un viaggio sul Trenino Verde, abbandonato in favore di treni più veloci e funzionali, ma sicuramente meno suggestivi.

ph. Sardinia Event

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ph. Matteo Sulis

Sadali ph. Matteo Sulis

La voce del vento e del mare 58

di Giorgio Ariu

Sadali ph. Enrico Pintus


“T

occa, barchitta mia! Cuddu Terra /Chi promitit amore e sa gloria Cos’è la poesia? E’ la bella immagine lontana vista e mai raggiunta. Un desiderio, uno sguardo. Un raggio di sole alla finestra….” Eppoi is figureddas de brunzu narrate da Giovanni Lilliu, mirabile raccontatore della civiltà nuragica. Le struggenti carezze alla sua isola cantata da Lassù da Marisa Sannia sui versi di Montanaru e Francesco Masala, accompagnano il mio viaggio e queste note. Attraverso le acque, le tante distese d’acqua di cui la nostra terra è ricca e penso che il mare è sempre dentro l’isola. Dentro di noi. E si può sognare guardando cielo, acqua e terra dal finestrino umido del Trenino Verde nella stagione lunga di una Sardegna che è tutta Poesia. Attraversi boschi incantati e inesplorati, poi d’improvviso il Flumendosa, eppoi ancora in un lieve camminamento a Sadali per registrare i suoni delle cascate e i silenzi dei ruscelli e la danza delle braccia e il sorriso di una donna giovane all’antico lavatoio comunale. Acqua che scorre sulle mani principesche, grembiulone, stivaloni e lenzuola lunghe lunghe e colorate. Qui nel paese di San Valentino a mirare acque e a ripromettersi amore eterno arrivano in dodicimila all’anno, tutti senza ansia nè

fretta, col Trenino Verde. I magici attraversamenti del Trenino sconfiggono l’isolamento di certi paesi dell’interno, rilanciano l’identità della nostra isola e coniugano mare e montagna in un viaggio della memoria che sa di Sardegna che guarda avanti. “It’est sa poesia? Il dolore/La gioia, la fatica, la speranza/Sa oghe de su entu e de su mare/ S’immagine biada e non toccada/unu vanu disizu, una mirada/ Unu raju ‘e sole a sa ventana/, Unu sonu improvvisu de sa campana/Sa oghe de su entu e de su mare”. E le armonie che abbattono disunione e muretti a secco dell’invidia e mentre il fischio infantile del Trenino su discese e risalite, boschi e fiumi, costeggia pure il mare penso ad una visione unitaria della nostra Terra e metto insieme in una foto immaginaria attori e comparse, tutte unite nella missione umile e vincente per la nostra terra accarezzata da quel raggio di sole che spalanchi finalmente tutte le finestre.

Sadali ph. Enrico Murru Massa

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LA MANUALITĂ€ SAPIENTE di Antonello Angioni

Sadali ph. Elvira Usai

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L

GLI IRRIPETIBILI PRODOTTI DELL’ARTIGIANATO SARDO LUNGO I PERCORSI DEL TRENINO VERDE

a produzione artigianale deriva dalla capacità dei primi abitatori dell’Isola di adattare le risorse presenti nell’ambiente - le fibre della pianta d’asfodelo, il legno, l’argilla, ecc. - alle esigenze del lavoro e della vita quotidiana. Nasce dunque dalla necessità dei protosardi di costruirsi gli strumenti della propria sopravvivenza ed è rimasta pressocchè immutata nel tempo, senza perdere l’impronta delle origini, pur dimostrando spirito di adattamento all’ambiente. L’artigianato - come è stato osservato - ha rappresentato la manifestazione economica e culturale di una società, da sempre immersa nel contesto di un sistema di vita agro-pastorale, confinata ai

nato sardo è possibile scorgere i segni della storia dell’Isola: negli oggetti d’uso quotidiano, nelle tecniche di produzione e nei simboli che li ornano si ritrovano le tracce di una cultura materiale che ha attraversato i secoli senza mai perdere la propria identità sia pure nell’ambito di numerosi influssi dovuti al confluire di popoli, costumi, metodi di lavorazione e tradizioni diverse. Ceramiche e tappeti, manufatti in legno e metallo, cestini e oggetti d’arte costituiscono la voce attraverso la quale ciascun popolo si esprime, il segno peculiare che distingue una regione da un’altra e fa di ogni luogo un luogo unico e irripetibile. Il patrimonio di un popolo infatti è racchiuso nella

ph. Sardinia Event

margini della storia ed è stata la forma di lavoro manuale più diffusa con esiti talvolta geniali e brillanti. Oggi il lavoro artigiano costituisce un settore positivo e significativo dell’economia della Sardegna: lo sviluppo di laboratori e botteghe e la positiva risposta del mercato ne costituiscono la più adeguata riprova. Molti artigiani hanno capito l’elevato valore dei loro manufatti (tappeti, cestini, oggetti di oreficeria e argenteria, ceramiche, statuine di pietra, produzioni in legno, sughero, cuoio, ecc.) quando gli stessi hanno varcato il Tirreno per essere esposti in mostre internazionali accanto ai prodotti di altre nazioni: ciò che colpisce è il rigore dei segni e delle forme, la progettualità, la fantasia compositiva. In ogni prodotto dell’artigia-

sua storia, nella cultura e nelle tradizioni che è in grado di esprimere. In particolare nell’artigianato artistico è possibile cogliere i passaggi creativi che affondano le loro radici nella tradizione e nella cultura millenaria dell’Isola. In Sardegna, terra di vasti pascoli e di greggi, la filatura e la tessitura hanno sicuramente rappresentato una delle più antiche attività del lavoro domestico. Attualmente l’arte del telaio è uno dei settori più creativi dell’artigianato e contribuisce a dar forma all’identità sarda, insieme dei caratteri peculiari propri di questo popolo. “Un tempo il prodotto principe era il copricassa: le donne lo portavano in dote insieme a quello che era il primo mobile della casa, la cassapanca in cui la sposa, trasferendosi nella casa del marito, disponeva il corre-

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LA MANUALITÀ SAPIENTE do filato, tessuto, cucito e ricamato giorno dopo giorno per mesi. Ora il copricassa è diventato coperta, tappeto (di lane colorate) e arazzo (dove la lana serve soprattutto alla decorazione, mentre sono il lino e tavolta anche il cotone la base su cui distenderla)” . Tappeti e arazzi, diversissimi da zona a zona, sono il frutto di vere scuole d’arte di antichissima tradizione: gli studiosi più attenti hanno saputo leggere persino influssi arabi e orditi che si ricolle-

mi tradizionali: la finezza e il fulgore delle fogge e dei colori fanno dei costumi della Sardegna un patrimonio di eccezionali originalità e di grande interesse etnografico. I motivi ornamentali vanno dal geometrico al floreale e recepiscono forme e simboli che spaziano dall’arte bizantina agli schemi romanici, dal barocco al classico: cavalli, cervi, pavoncelle, leoni, fiori, frutti, spighe di grano, angeli e demoni, figure astratte e motivi antropomorfi. L’interpretazione del

gano allo stile carolingio. E alle regole dettate dalle “scuole” si aggiunge sempre l’opera manuale, sentimentale e creativa di ogni artigiano. I centri più importanti per la tessitura sono Mogoro e Samugheo. In quest’ultimo centro del Barigadu opera la tessitrice Elisabetta Barra, una vera artista del telaio che esporta le sue creazioni persino in America e nei Paesi arabi. Altri centri di produzione rinomata sono: Ittiri, Villanova Monteleone, Pozzomaggiore, Bonorva, Ploaghe, Aggius, Calangianus, San Vero Milis, Santu Lussurgiu, Morgongiori Sarule, Tonara, Villamassargia, Sant’Antioco, Teulada, Isili, Nule e Osilo. A Mogoro tutti gli anni si svolge la “Fiera del tappeto”: qui la suggestione dei colori e dei motivi ornamentali si esprime con raffinatezza, maestria e competenza . In Sardegna, così come il paesaggio fisico varia da zona in zona, altrettanto varia è la produzione dei tappeti, diversi da paese in paese. Generalmente nelle zone montuose il disegno è severo e asciutto e i colori sono più scuri; nelle pianure i colori sono più luminosi e le forme più varie. Altrettanto succede nei costu-

linguaggio che si esprime attraverso questi simboli resta una delle cose più stimolanti e suggestive. Stessa precisione e ricchezza decorativa si riscontra nei lavori di ricamo: gli scialli fioriti di Oliena, le cuffiette di Desulo, il prezioso filet di Bosa, i pizzi e i merletti dei centri del Campidano, il tovagliato geometrico e le rinomate camicie di Teulada, le stoffe d’arredamento di Busachi , e così via. A Isili, importante centro del Sarcidano, ancora oggi, vive una sorta di comunità di artigiani del rame le cui origini restano avvolte nel mistero. Gli appartenenti a questo gruppo parlano un loro dialetto, forse di origini gitane, denominato arbaresca o s’arromanisca (invero il termine rom indica proprio gli zingari): si tratta di un dialetto usato soprattutto al momento della contrattazione. Nell’economia tradizionale sarda, basata quasi esclusivamente sull’agricoltura e la pastorizia, i manufatti in rame hanno rappresentato un importante strumento di lavoro non solo per i pastori e i contadini ma anche all’interno dell’ambiente domestico. Ma Isili non è solo l’arte dei ramai: abili tessitrici intrecciano sui tradizionali telai a mano antichi

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GLI IRRIPETIBILI PRODOTTI DELL’ARTIGIANATO SARDO LUNGO I PERCORSI DEL TRENINO VERDE

ph. Sarah Pinson

motivi e i maestri del legno intarsiano con abilità le cassapanche ed altri oggetti .Sempre nel settore dei metalli, una particolare nota va riservata agli artigiani del ferro tra i quali spiccano i fabbricanti di coltelli: sa resolza. Il coltello sardo ha tre piccole patrie cui corrispondono tre varianti fondamentali di lame: Pattada, con sa pattadesa; Santu Lussurgiu ove si fabbrica sa lussurgesa; e infine il polo di Arbus-Guspini, luogo di produzione di s’arburesa

e di sa guspinesa. Si tratta di coltelli di altissima funzionalità. Forgiare lame è arte antica, colma di fascino e di fatica, rimasta viva nelle mani di abili coltellinai che, nella forza della tradizione, trovano motivo per continuare a creare pezzi unici di grande valore e oggetti d’uso quotidiano. Questi artigiani sono i protagonisti di “arresojas”, mostra mercato del coltello sardo che tutti gli anni si svolge a Montevecchio (Guspini), nei locali di un ex stabilimento minerario. Arma di offesa e di difesa, ma anche strumento di lavoro, il coltello costituisce un po’ il simbolo della cultura materiale di pastori e contadini posto che fa la sua comparsa in Sardegna sin dal paleolitico con la produzione delle prime lame in osso e in ossidiana. Tra i metalli preziosi si segnala la lavorazione dell’oro e dell’argento. La Sardegna in particolare vanta un’antica tradizione di argentieri che, in età medioevale e sotto le dominazioni spagnola e piemontese, ha dato vita a veri e propri capolavori. Attualmente il gioiello costituisce complemento obbligato dell’abbigliamento

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ph. Matteo Sulis

tradizionale. In particolare il costume femminile, soprattutto quello di gala e di festa, viene arricchito da spille, collane, braccialetti, anelli e monili. In quasi tutti i costumi sardi il bottone di filigrana d’oro o d’argento chiude le maniche, adorna i corpetti o da forza alle forme fiorenti del seno. “Il bottone, che ricorda esso stesso una mammella dorata, è un simbolo di fertilità: tutti i gioielli sardi, del resto, hanno una loro magia, nel senso che a ciascuno di essi è attribuita nei secoli una energia che scaccia il malocchio e chiama la fortuna” . Anche la “fede sarda” - il gioiello più amato da chi viene in Sardegna e vuole portare via un piccolo ricordo - è un augurio di fertilità, perché la fertilità richiamano le minuscole perline d’oro che sulla stessa si dispongono quasi a formare un grappolo. E infine si segnalano i capolavori dell’oreficeria realizzati dai maestri algheresi con l’utilizzo del corallo. Grande rilievo ha la produzione della ceramica, attività tipicamente popolare diffusa sin dai primordi della civiltà neolitica. Le produzioni ripetono, con sorprendente costanza, le figure e le linee arcaiche e recepiscono - filtrandoli e adattandoli all’ambiente locale - gli elementi importati dai popoli che, nelle diverse epoche storiche, hanno impresso i segni della loro egemonia. Tali elementi peraltro, come detto, sono sempre andati incontro a processi di rielaborazione. Nel complesso i maestri figoli dell’Isola sono rimasti fedeli ad un canone estetico fatto di semplicità e di eleganza, di praticità e buon gusto, di funzionalità ed espressione decorativa ad alto livello. I principali centri interessati dalla produzione ceramica sono

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Assemini, Oristano, Dorgali, Pabillonis, Decimomannu, Decimoputzu, Selargius, Nurallao, Orosei, Olbia, Teulada, Villaputzu e Tortolì. I manufatti nella sostanza riproducono ancora oggi quelle forme elaborate in età neolitica, nuragica, punica e romana: la brocca, l’anforetta, i tegami da cottura, i contenitori per conservare i cibi e le provviste, e così via, rimandano direttamente ad un passato arcaico. In particolare, sino agli inizi del Novecento, “la brocca rappresentava tutta la cultura ceramica della Sardegna popolare: significava estrazione di argille locali e successiva lavorazione, sapienza di crescita al tornio (allora a pedale), esperienza nel dominio del fuoco aperto, riflettendo al contempo il complesso di dinamiche sociali disagiate che ruotavano intorno alla sua realizzazione. Furono le corporazioni istituite in età medioevale e spagnola a disciplinare le forme di produzione dei manufatti salvaguardando i canoni tradizionali. I caratteristici orci (is brugnas) ripetevano - e ancora ripetono con impressionante continuità - le linee dei grossi vasi in uso presso i romani per contenere le provviste; le brocche (is marigas) si adattano perfettamente ai modelli utilizzati dagli antichi navigatori per il trasporto e la conservazione dell’acqua. Così su frascu e sa stangiàda, ancora in uso presso le popolazioni contadine e pastorali, o is sciveddas riproducono le antiche forme caratterizzate da linee semplici, eleganti e di notevole effetto estetico. Racconta Alberto La Marmora, nel suo celebre Itineraire de


ph. STL Nord Ovest Sardegna

GLI IRRIPETIBILI PRODOTTI DELL’ARTIGIANATO SARDO LUNGO I PERCORSI DEL TRENINO VERDE

LA MANUALITÀ SAPIENTE

ph. STL Nord Ovest Sardegna

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LA MANUALITÀ SAPIENTE l’île de Sardaigne, che i rappresentanti degli stovigliai (detti congiolàrgius) - verso il 1830 - gli chiesero l’autorizzazione a poter dare nuove forme ai loro manufatti in quanto, sulla base dello statuto della corporazione, potevano produrre solo anfore, pentole ed orci. Il conte, allora Commissario reale straordinario per la Sardegna,

ph. Matteo Sulis

acconsentì alla richiesta. Peraltro i cambiamenti non furono notevoli . Oggi alcuni ceramisti sardi hanno sperimentato, con grande creatività, anche forme nuove creando pezzi unici per l’arredamento: tra essi si segnalano Emilia Palomba e Gianluigi Mele.


Sempre per quanto concerne il settore dell’arredamento si segnalano le produzioni dell’artigianato del legno tra cui spiccano le cassapanche di castagno finemente decorate sulla parte anteriore da una complessa scenografia di simboli: il sole, i fiori, i cavalli, gli uccelli. L’ intaglio è lavoro di grande abilità e pazienza. Il castagno proviene in genere dalle montagne della Barbagia di Belvì (Tonara, Aritzo e Desulo) ove gli artigiani producono tuttora non solo delle pregiate cassapanche ma anche tanti altri oggetti in legno a cominciare dai tradizionali taglieri, mestoli e cucchiai, un tempo venduti dai

ricognizione di tutte le produzioni della Sardegna: dai fassonis di Cabras, le imbarcazioni costruite con l’erba palustre , alle “pontine”, vere e proprie anfore d’asfodelo, ai numerosi cestini dalle forme più svariate a seconda dell’uso. I materiali utilizzati variano a seconda delle aree geografiche: si va dalla palma nana all’ asfodelo, dai giunchi alla paglia di grano. Nel complesso anche nelle produzioni artigianali si riflette l’indole dei sardi, l’ambiente naturale e le vicende storiche e culturali che in questa terra si sono svolte nel corso dei secoli. Gli artigiani, pur

ph. Archivio GIA

GLI IRRIPETIBILI PRODOTTI DELL’ARTIGIANATO SARDO LUNGO I PERCORSI DEL TRENINO VERDE montagnini che giravano a cavallo per tutte le contrade della Sardegna. Un cenno anche ai lavori di intreccio. Se vai a Castelsardo ti colpiscono le donne che, sedute sulle soglie di casa, intrecciano splendidi cestini: non è un caso che proprio qui, nei vasti saloni restaurati dell’ antico castello, ha trovato adeguata collocazione il “Museo dell’intreccio mediterraneo” ove è possibile fare una

accogliendo nuovi impulsi, sono fortemente conservativi e filtrano attentamente gli elementi estranei alla cultura agropastorale. La storia degli artigiani e dunque parte della nostra storia e narra le vicende di un popolo tenace e laborioso le cui opere hanno attraversato un lungo e travagliato periodo - denso di vicende economiche, sociali e culturali - che va dagli albori della preistoria sino ai nostri giorni.

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IN VIAGGIO DALL’ATE

N

el 1896 Francesco Corona diede alle stampe una “Guida Storica artistica e commerciale dell’Isola di Sardegna”, convinto che un’opera di questa portata mancasse ai viaggiatori che si avventuravano per l’Isola. Egli, percorrendo le linee ferroviarie sarde, rese conto di ogni paese incontrato, della grandezza, dell’economia, dei monumenti e della storia di quel piccolo pezzo di Sardegna. È suggestivo adesso, a distanza di più di un secolo, avvalersi del suo prezioso aiuto per viaggiare lungo la linea che attraversa la Sardegna da Nuoro fino alla Planargia, la zona della Malvasia, con quello che per noi è il Trenino Verde e che per lui era semplicemente un treno delle ferrovie secondarie.

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Nuoro

La prima Stazione di Nuoro, costruita nell’attuale piazza Italia, venne inaugurata nel 1889 insieme alla linea ferroviaria a scartamento ridotto per Macomer. Solo negli anni Cinquanta ne fu deciso l’arretramento in via La Marmora, dove tutt’oggi si trova. Così, alla fine dell’Ottocento, il cuore della Sardegna veniva collegato con il resto dell’Isola, dopo essere stata escluso dalle Ferrovie Reali. Da questa città, «sul margine di fertili valli, con clima balsamico e acque salubri», ha inizio il viaggio di Corona. Le prime notizie sulla sua esistenza si trovano nei


TENE SARDA A BOSA Condaghi di Bisarcio, Silki e Trullas, redatti tra l’XI e il XIII secolo. Il villaggio medioevale di Nugor nacque dall’aggregazione di San Pietro e Seuna, oggi i suoi quartieri più antichi, ma gli altri rioni storici esistevano già alla fine del Seicento. La nostra guida la descrive «divisa in due dalla via Maggiore, che, con altre, pure larghe e dritte, la sezionano in molti isolati di case in granito, generalmente basse, che la rassomigliano ad un borgo medievale e fanno dubitare che vi abiti una popolazione robusta e forte». In passato lungo quella che egli chiama via Maggiore, o Majore, oggi corso Garibaldi, sorgevano il municipio e un’antica chiesa perduta. La cattedrale in stile neoclassico di Santa Maria della Neve

DAL CANNONAU ALLA MALVASIA

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Silanus, Santa Sabina ph. Emilio Melis Silanus Archivio STL Nuoro

venne costruita invece nella prima metà dell’Ottocento e sostituì la più antica Pieve di Santa Maria ad Nives, citata già nel XV secolo dal codice di San Pietro di Sorres. Nel quartiere di Seuna si trova inoltre la chiesa delle Grazie, la cui costruzione iniziò alla fine del XVII secolo e che oggi è uno dei monumenti principali della città. Corona si sofferma anche a descrivere gli abitanti, storicamente conosciuti per la loro tenacia e per propensione alla ribellione: «la popolazione», sostiene, «gode triste fama, forse a torto, mentre è piuttosto mite e laboriosa», ma ha un carattere caldo, appassionato, impetuoso. «Il Nuorese odia, come ama, tenacemente; né teme d’affrontare la legge pur di appagare lo slancio dell’amor proprio offeso», ma è «di bella taglia, di viso simpatico con occhi nerissimi, il suo aspetto è fiero e ardito» e le donne, scrive, sono bellissime. Particolare è poi la storia della frazione di Lollove, nominata anche da Corona: un borgo di origine medievale di poche decine di abitanti, che sembra essere rimasto fermo nel passato. Le case antiche sono raccolte intorno alla chiesetta seicentesca della Maddalena e non vi è alcuna attività commerciale. La leggenda narra che alcune suore, fuggite a causa della relazione carnale di una di loro con un pastore, scagliarono sul borgo una maledizione: “Sarai come acqua del mare; non crescerai e non morirai mai”. Così il villaggio è rimasto immutato nei secoli.

Oniferi

Superata la fermata di Prato Sardo il treno si ferma alla Stazione di Oniferi, un paese di origine medievale sorto «in suo-

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lo fertile di cereali, orzo e vino», in cui si praticano la caccia e l’allevamento del bestiame, scrive Corona. Ma ciò che caratterizza il territorio di Oniferi è la concentrazione di siti archeologici: i nuraghi Soloai, Maddorocco, Murtas, Istorito, Ola e Predosu, la necropoli-santuario di Sos Settiles, la necropoli e il nuraghe Brodu e soprattutto la necropoli a domus de janas di Sas Concas. Alcune delle domus recano infatti delle incisioni che raffigurano figure antropomorfe dritte e capovolte, che rappresenterebbero la concezione nuragica del ciclo della vita e della morte.

Orotelli

Si prosegue poi per Orotelli, sul versante meridionale della catena del Marghine. Secondo Corona vi si coltivano cereali, canapa, lino e vi si producono vino e formaggi squisiti. In realtà la povertà d’acqua di questo territorio lo rende adatto alla coltivazione dei cereali, mentre quella della vite e dell’ulivo sono meno praticate. La parrocchiale, nominata anche nella “Guida”, è intitolata a San Giovanni Battista e venne costruita in pietra vulcanica nel XII secolo per ospitare momentaneamente la sede vescovile. Rimangono ancora tracce del suo originario impianto romanico anche se parte è stata coperta di intonaco bianco.

Bolotana

Dopo essere passato per le fermate di Iscra e Tirso, il treno si ferma a Bolotana, paese «con belle vie, principale quella di San Salvatore, e splendide passeggiate, fra cui quelle che menano al rio Badu e alla chiesa di San Bacchiso», come lo descrive Coro-


na. Questa chiesa campestre, costruita in trachite rossa in stile plateresco, fu consacrata nel 1597 ed è ancora oggi il fulcro di una festa importante per il paese. In trachite rossa fu costruita anche la parrocchiale intitolata a San Pietro, risalente al Seicento. «Nell’interno si osserva la gran tela del pittore sardo Benedi Orta, con la data 1591, e che rappresenta l’Assunzione, e in sagrestia altro quadro del Massa, del 1775, la Pietà». Ma Bolotona è famosa soprattutto per la villa fatta costruire a fine Ottocento dall’ingegner Benjamin Piercy, a cui era stato affidato il progetto delle ferrovie sarde e che Corona definisce «un gran benefattore della Sardegna». Intorno all’edificio in stile liberty Piercy fece piantare un giardino di piante esotiche che egli portava con sé dai suoi viaggi.

Lei

La Stazione successiva è quella del pittoresco paesino di Lei, circondato dai monti e da una natura rigogliosa, alimentata dalle molte sorgenti e dai corsi d’acqua. Di Lei Corona ci dice che ha clima salubre, vi si coltivano cereali e canapa e vi si produce vino ottimo e formaggio pregiato. La sua economia è infatti prevalentemente agricola anche se negli ultimi anni il paese sta scoprendo anche la propria vocazione turistica. I visitatori sono attirati dalle bellezze del territorio, i boschi e le montagne con i loro panorami spettacolari, dai tanti siti archeologici, come le domus de janas di Su Ferrighesu e Muros, e dalla qualità prodotti enogastronomici locali.

Silanus

A breve distanza si trova la Stazione di Silanus, un centro sorto in territorio molto fertile e ricco di selvaggina, «un sito delizioso, fra selve ricche di caccie e campi feraci di cereali, e vigneti e frutteti, bestiame e formaggi». Quest’area è ricca anche di testimonianze storiche: domus de janas, menhir, tombe dei giganti e nuraghi, come il complesso nuragico di Corbos, dei periodi prenuragico e nuragico, la cava di calce di epoca romana e dell’epoca bizantina è rimasta traccia nell’impianto circolare della chiesa romanica di Santa Sabina, costruita nell’XI secolo in una zona dove già sorgeva il nuraghe omonimo. È antica anche la chiesa di San Lorenzo, realizzata dai monaci cistercensi nel XII secolo, dove sono conservati lacerti di affreschi del XIII secolo. Bortigali Si giunge poi alla Stazione del paese di Bortigali, sorto sull’altopiano di Campeda, abitato sin dalla preistoria. Il nuraghe Orolo è il più importante della zona: costituito da un torre centrale, due camere e altri due corpi a tholos costruiti successivamente, questo sito era stato dotato di acqua corrente mediante un complesso sistema di canali che la convogliava da una sorgente poco distante. Il borgo nacque in epoca romana, sembra in seguito alla distruzione di Berre, un oppidum lungo la strada che da Karalis portava a Turris Libisonis, l’attuale Porto Torres. Secondo la leggenda sette famiglie scampate alla distruzione si insediarono nella zona, costruendo il primo nucleo del paese, le “sette padeddas”, “sette fuochi” ossia sette famiglie. Corona lo descrive «di

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bell’aspetto, con la maestosa parrocchiale della Vergine degli Angeli», costruita in trachite rossa nel XVI secolo, in cui sono conservate quattro tavole del famoso Retablo di Bortigali del Maestro di Ozieri. Famosi sono anche i portali tardo gotici che ornano porte e finestre delle case del centro storico, risalenti al periodo di dominazione aragonese.

Birori

Il paese di Birori sorge nella parte settentrionale dell’altopiano di Abbasanta. Nei sui dintorni, scrive Corona, si trovano “avanzi di nuraghi”, tra i quali quelli di Arbu e Miuddu situati proprio nei pressi del centro abitato. Addirittura vicino alla Stazione si trovano i dolmen di Tanca Sar Bogadas e Sa Perda e S’Altare e le tombe di giganti di Lassia, particolari perché vi si trova una coppia di nicchie rialzate rispetto al pavimento, probabilmente usate per le offerte funebri. Come gli altri centri vicini, Birori ha un’economia prevalentemente agricola, cereali, vino, caccia e bestiame, scrive Corona, ed è conosciuto per la ricca tradizione gastronomica, incentrata infatti sui prodotti della terra: pane bollito, pasta con pomodori secchi, zuppa di finocchietti e cipollata, poi brodi di carne, carni cucinate nei modi più svariati e lumache in umido, fino ai dolci a base di ricotta, formaggio e sapa.

Macomer

Macomer è la Stazione di partenza del tratto di linea oggi esclusivamente turistico. La cittadina sorta su un gradino di rocce vulcaniche a 576 metri d’altitudine, che le regala «un immenso orizzonte con paesaggi splendidi e che

si protende fino alle montagne di Guspini e Villacidro a sud e al Gennargentu a est». Una posizione tanto privilegiata l’ha resa luogo ideale per l’insediamento umano sin dall’antichità. Lo testimoniano i numerosi siti nuragici presenti nel territorio circostante, di cui il più antico è quello della grotta di Is Marras, dove sono stati rinvenuti numerosi reperti tra i quali la famosa “Venere di Macomer”, una statuetta della dea madre risalente al Neolitico Medio o Antico. Corona dice di questa cittadina che ha «belle vie, case grandiose, e negozi e caffè discreti», un cimitero ricco di monumenti e un’antica parrocchiale a tre navate, S. Pantaleo, esempio di architettura gotica spagnola del XVII secolo. Macomer è ancora oggi un importante nodo commerciale, favorito dalla sua centralità e dai collegamenti ferroviari con Nuoro e Bosa e stradali con Cagliari, Sassari e PortoTorres. Proprio verso Bosa partivano i prodotti dell’agricoltura e dell’allevamento destinati all’esportazione: «cereali, orzo, legumi, lino, frutta, olio e vini rossi e bianchi, buon formaggio e burro e lana, e pelli». E qui si tiene un’importante rassegna fieristica, “Macomer in Fiera”, a cui partecipano produttori ed espositori di livello locale e nazionale. La Stazione è ospitata, insieme a un albergo, dalla elegante palazzina dell’industriale inglese Enrico Piercy, la cui famiglia acquistò la ex vetreria e ne fece una colonia agricola e

Macomer, Menhir di Tamuli ph. Emilio Melis Silanus Archivio STL Nuoro

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industriale, specializzata nell’allevamento dei cavalli. Corona racconta che lì ogni anno si tenevano le corse ippiche «promosse e premiate dal Piercy, frequentate dagli abitanti di quella regione, tutti bravi cavallerizzi e appassionati per l’equitazione».

Santa Maria di Corte Sindia

Il treno da Macomer prosegue in salita e si ferma a lato dell’abbazia di Santa Maria di Corte, così chiamata perché fondata per volontà del giudice Gonario di Torres. Secondo la tradizione egli, durante un pellegrinaggio in Terrasanta, incontrò Bernardo di Chiaravalle a Montecassino, che gli promise di inviare monaci cistercensi in Sardegna. Questi arrivarono nel 1149 e costruirono l’abbazia che infatti presentava gli stessi schemi architettonici dell’abbazia di Fontanay in Borgogna: un impianto a croce commissa con un’aula a tre navate, di cui oggi è rimasta solo la parte del transetto. I resti di Santa Maria di Corte si trovano nel territorio di Sindia, fermata successiva a quella dell’abbazia, che nel Medioevo infat-

ti appartenne al Giudicato di Torres, da cui passò ai Malaspina e successivamente al Giudicato di Arborea. Secondo Corona anche l’antica parrocchiale di San Giorgio venne fondata dal giudice Gonario II di Torres. La presenza dei monaci cistercensi in questa zona è testimoniata anche dalla maestria con cui è stata costruita la chiesetta romanica di San Pietro, situata al centro del paese e anch’essa riconducibile alla architettura religiosa francese di Citeaux. Ma l’altopiano su cui sorge Sindia fu abitato sin dall’antichità, prima dalle popolazioni nuragiche e poi dai romani, che vi costruirono due ponti sul riu Carrabusu e di Oinu. Qui «le donne fabbricano tele e orbace, detto foresu», si producono poi cereali, lino, vino leggero e aspro, ma soprattutto formaggio «reputatissimo, uno dei migliori dell’isola». Dal punto di vista architettonico è sicuramente interessante Casa Virdis, palazzo nobiliare ottocentesco costruito dietro la parrocchiale di Madonna del Rosario, che incapsula una torre nuragica chiamata infatti “nuraghe Virdis” o “nuraghe Giambasile”.

Tinnura

Procedendo da Sindia verso la fermata successiva di Tinnura

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si entra nella vera e propria Planargia: un territorio più pianeggiante e coltivato, in cui i paesi sono molto vicini. Così questo paese condivide la Stazione con i vicini Flussio e Suni. Tutto il territorio è stato abitato fin dall’età prenuragica, come dimostrano i menhir, il nuraghe Tres Bias e la tomba dei giganti Su Crastu Covocadu. Poi i Romani, attratti dalla fertilità di queste terre, vi fondarono aziende agricole che sopravvissero fino al Medioevo, periodo in cui Tinnura fece parte del Giudicato di Torres, poi del feudo amministrato dai Malaspina e infine del Giudicato di Arborea. Del paese, come di Flussio e Suni, Corona dice che vi si producono cereali, coltivano ulivi e viti, e vi si alleva bestiame da cui si ricavano buoni formaggi. Ma ciò che colpisce immediatamente di Tinnura sono i colori: nelle strade si alternano infatti il rosso della trachite, il bianco del marmo di Orosei e il grigio di basalti, e le facciate delle case sono coperte da murales raffiguranti momenti di vita rurale. Tutto arricchito dalle statue di artisti di fama internazionale come Stefano Chessa, Simplicio Derosas, Carmine Piras e Pinuccio Sciola.

Tresnuraghes

Anche la successiva Stazione di Tresnuraghes è condivisa dal paese con Magomadas e Cuglieri, poco più distante. Il nome di questo centro sorto nella parte occidentale dell’altopiano della Planargia, è legato alla presenza di tre nuraghi, ma è famoso soprattutto per «il vino ottimo, specie la malvasia». Di questo territorio Corona racconta una leggenda legata alla presenza di un monolite assomigliante a un giogo di buoi con il contadino nella campagna chiamata appunto di “Su juu marmurado”, «tramutati in pietra, secondo la leggenda, perché questi mentre arava non si scoprì il capo al passaggio della statua di San Marco, che recavasi in processione alla sua chiesa rurale». E sono molte anche le chiese da visitare all’interno del paese, tra le quali spicca la parrocchiale di San Giorgio, intorno a cui il centro si sviluppa con case basse con una struttura urbanistica molto caratteristica.

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Modolo

Dopo Tresnuraghes il treno si ferma alla Stazione di Nigolosu e poi a quella di Modolo, uno dei paesi più piccoli della Sardegna, come indicato anche dal nome derivato dal latino “modulus”, diminutivo di “modus” che significa “di piccola estensione”. La sua fondazione risale probabilmente al III secolo a.C. e si deve ai Fenici e ai Romani, ma nel 1609 rischiò di scomparire a causa di un’epidemia di colera che ne decimò la popolazione. Al Seicento risale la chiesa di Santa Croce, che si trova nel centro storico del paese come la chiesa parrocchiale intitolata a Sant’Andrea Apostolo, costruita nel Medioevo ma distrutta da un incendio nel 1828 e dunque ristrutturata. Da qui inizia il tratto più bello della linea, i cui binari corrono vicino al mare e alle bellissime spiagge di questa costa. Anche in questo paese, come in tutta questa zona dell’Isola, si producono cereali, vini ottimi e frutta, ma si commerciano anche, scrive Corona, «uva passa e fichi secchi squisiti». Questa è proprio la regione in cui si produce la Malvasia di Bosa, riconosciuta come un prodotto a denominazione di origine controllata.

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Bosa

Ed ecco il capolinea di questa linea e del viaggio con Francesco Corona: Bosa. Il Trenino oggi si ferma a Bosa Marina e i binari che giungevano fino al centro della cittadina sono dismessi. Bosa «vista da sud si presenta vaga e pittoresca, con belle strade interne e piazze e passeggiate amene», tra le quali Corona cita il romantico lungo Temo e il Corso, anticamente chiamato “Sa piatta” in quanto strada principale del centro, dove si trovano le antiche residenze dei nobili. Ancora oggi sul Temo si affacciano Sas Conzas, fabbricati un tempo adibiti alla concia e alla lavorazione delle pelli, una delle attività per cui era conosciuta in Sardegna e nel Mediterraneo. Le aragoste e il corallo, la frutta, gli uliveti e i vigneti della pregiata Malvasia, e poi l’allevamento, da cui si ricavano burro e formaggi, ecco i prodotti di Bosa secondo Corona. «In mezzo a tanta dovizia il Bosano ricorre pure al commercio, e perciò gira per lungo e per largo l’isola per ismerciarvi i suoi prodotti». Non per niente questa città sulla costa nord occidentale venne fondata dai

fenici, gli antichi mercanti del Mediterraneo. E il mare è assoluto protagonista della cucina bosana, la cui regina è l’aragosta che condisce la pasta o viene servita come secondo piatto, condita semplicemente con il rinomato olio d’oliva. Ma anche spaghetti all’astice, ai ricci o al nero di seppia. Visitare Bosa è un piacere per il palato e per gli occhi, che si fermano affascinati a contemplare il profilo particolare di questo centro sorto «sul declivio di un colle, sormontato dal castello di Malaspina, al cui piede scorre il Temo, con un ponte di sette archi e solcato da barche peschereccie». Secondo le notizie riportate da Corona, il castello di proprietà dei marchesi di Malaspina dello Spino Secco fu ceduto nel 1308 ai giudici di Arborea, che lo impegnarono al re d’Aragona nel 1323, ma tornò nelle mani dei giudici appena cinque anni dopo. La sua presenza copre Bosa di un alone medievale, «un passato di leggende, d’ eroi, di castellane, di falconieri, di giullari, di lotte e di tradimenti, che si perde nel buio dei tempi remoti». Qui si celebra la messa all’aperto che chiude la Sagra di Nostra Signora di Regnos Altos, una delle più caratteristiche della città.

Bosa ph. Sarah Pinson

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IN VIAGGIO DA ALGH di Alessandro Boccone

Sassari,La Discesa dei Candelieri ph. STL Nord Ovest Sardegna

I

l viaggio di oggi si svolge – semplicemente – in una delle zone più belle del mondo: dal mare di Alghero a quello della Costa Smeralda e di Palau, attraverso paesaggi dell’interno nel nord della Sardegna, ancora poco conosciuti e difficilmente raggiungibili in altro modo. E lo faremo utilizzando una delle antiche ferrovie dell’isola: 180 chilometri che attraversano trasversalmente la provincia di Sassari e quella di Olbia-Tempio, passando per le colline dell’Anglona e le montagne ed il silenzio della Gallura. Questa ferrovia ha caratteristiche particolari, uniche, che accolgono il viaggiatore e lo accompagnano con un’atmosfera simpatica e accogliente, come in un viaggio già fatto e familiare.

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Un po’ di storia

Venne costruita a pezzi in epoche diverse, poi uniti e collegati in un’unica lunga via. Il primo tratto venne costruito in Gallura nel 1888, per collegare Tempio alle ferrovie principali nella stazione di Monti, attraverso una linea che passava per il monte Limbara, e da qui fino a Terranova, l’attuale Olbia. Dell’anno successivo è il tratto tra Sassari e Alghero: era fondamentale, per quei tempi, poter accedere ad uno sbocco al mare, unica via di collegamento con il resto del mondo. Passarono gli anni, ma la Gallura non era ancora collegata con


HERO ALLA GALLURA LE FESTE E LA CALOROSA ACCOGLIENZA

Sassari, la città principale del nord della Sardegna: solo dopo 40 anni se ne riprende a parlare per arrivare finalmente negli anni ’30 all’inaugurazione degli ultimi tratti: Sassari-Tempio, LurasPalau, oltre ai pochi chilometri tra Sassari e Sorso. Questi ultimi rami, innestati sui precedenti, hanno consentito di rompere l’isolamento dell’interno e di formare un’unica lunga via coast to coast.

Il viaggio

Un po’ forzatamente potremmo definirla la Alghero-Palau, perché in verità un treno diretto non c’è: bisogna spezzare il viaggio in più parti: da Alghero a Sassari, poi verso Tempio e, quindi, fino

a Palau, con la piacevole necessità di trascorrere una notte fuori in uno dei centri lungo linea.

Da Alghero a Sassari

La stazione di partenza è in località Sant’Agostino; fino agli anni ’80 ce n’era un’altra in prossimità del porto, ma il fabbricato venne demolito ed il binario fu smantellato per lasciare posto a palazzi e strade della città. Alghero è assai conosciuta per essere stata una colonia catalana, e per averne conservato con orgogliosa tenacia la lingua. Anche l’antico borgo medioevale riporta ad un’atmosfera di secoli fa, e la torre e le mura danno ancora un senso di protezione e

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IN VIAGGIO DA ALGHERO ALLA GALLURA sicurezza da potenziali invasioni dal mare. Partiamo presto e saliamo su un piccolo treno formato da un singolo pezzo. Capiamo che la ferrovia è più stretta rispetto a quella delle Ferrovie ordinarie, ed in proporzione lo sono anche i mezzi. Lo scompartimento è contenuto: saliamo e troviamo una decina di persone già accomodate e ci mischiamo tra loro. Si riconoscono dei pendolari che raggiungono Sassari per lavoro, alcuni ragazzi locali, ma ci sono anche turisti. Colpiscono due coppie di stranieri che guardano attoniti dal finestrino, con una strana espressione giocosa. Incrociamo gli sguardi, sorridiamo e ci intendiamo: loro devono avere avuto, guardando noi, la stessa impressione. Siamo sorpresi, curiosi, contenti di intraprendere questo viaggio … e di vedere come andrà a finire la giornata. Questo treno è un mezzo decisamente allegro,

l’uscita, mentre noi cerchiamo il nostro nuovo mezzo. “Per Tempio? E’ quello.” - ci comunica un signore con i baffi, tipico ferroviere. Ed eccolo, sull’altro stretto binario, un treno simile al precedente, ma più vecchio, come fosse un parente più anziano. La struttura è simile, così come le dimensioni e, immagino, la tecnologia: “Il motore è diesel elettrico?” domando bluffando competenza, “No, è diesel meccanico.” Mi risponde quasi con sussiego il ferroviere. Mah. C’è grande attesa sul marciapiede: oltre a noi c’è un gruppo di una trentina di persone, metà sarde e metà d’oltre mare, probabilmente membri di una qualche associazione, le due coppie di turisti da Alghero, un gruppo di ragazzi e noi. Facciamo gara di cortesia nel far salire per primi gli altri, poi ci accomodiamo in coda al treno.

Alghero

simpatico, così piccolo e grazioso. Ci accorgiamo di sorridere, senza apparente motivo, come iniziamo a muoverci e ad attraversare le case della città. Da Alghero a Sassari ci vuole circa mezz’ora: ci sono numerose corse quotidiane lungo tutto l’arco della giornata, quasi una metropolitana tra la quinta e la seconda città dell’isola. Il viaggio si svolge lungo una lieve e continua salita, costeggiando estesi vigneti, superando alcune stazioni, tra le quali quella graziosa di Olmedo, poco distante dal magico Monte Baranta che sta donando, con le attuali campagne di scavo, preziose tracce sulla vita dei misteriosi protosardi. La giornata di oggi, però, la dedichiamo al viaggio su questo treno: andremo fino a dove ci porta, ci spingeremo il più lontano possibile dentro questa meravigliosa terra. Il mezzo è confortevole, nuovo, azionato da un motore diesel; ”diesel elettrico” – dice compiaciuto il capotreno, che ci informa, però, che dovremo cambiarlo una volta arrivati a Sassari. E ci arriviamo in un baleno, senza neanche accorgercene. Scendiamo tutti nella bella stazione in comune con le Ferrovie dello Stato. I lavoratori e i ragazzi raggiungono frettolosamente

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Da Sassari a Tempio Si riparte: prima destinazione Tempio. In certi periodi dell’anno l’azienda ferroviaria ripristina, per una-due volte alla settimana, i “treni a calendario” che portano in Gallura. Altrimenti è possibile viaggiare su questa linea anche durante tutto l’arco dell’anno, affittando un convoglio (è chiamato “treno speciale”): il costo varia, per una giornata, da circa mille a duemila euro a seconda della composizione del convoglio richiesta. Ciò è possibile anche sulle altre linee ferroviarie ARST, lunghe più di 600 chilometri distribuiti tra Nuoro-Macomer-Bosa, Cagliari-Mandas-Sorgono e MandasArbatax. In carrozza. Attraversiamo le case della periferia e scopriamo che Sassari è grande, ricca di storia (“Visitate assolutamente il Museo Sanna” - ci avevano raccomandato) e di cultura: qui nacque la prima università sarda e una grande schiera di politici capaci ed importanti. Ha l’aspetto vivace e dinamico delle moderne città, e ci ri-


Alghero, verso le Grotte di Nettuno ph. Maurizio Artizzu

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IN VIAGGIO DA ALGHERO ALLA GALLURA proietta nella ordinaria vita che conduciamo nella nostra. Ma la sensazione dura solo un istante, perché terreni coltivati a ulivi, muretti a secco e grandi viadotti in curva e gallerie, rapiscono la nostra mente e riprendiamo a volare sulle immagini. Ci fermiamo un minuto alla stazione di Osilo, poco distante dal paese che appare più in alto addossato ad un colle sulla cui sommità nel 13° secolo la famiglia dei Malaspina costruì un castello. E’ una caratteristica di questo tratto di linea: saremo sempre sorvegliati da un castello e poco dopo ci saranno quelli dei Doria a Chiaramonti e poco più avanti vicino a Perfugas, a protezione interna di Castelsardo.

attendono le montagne della Gallura, con in prima fila come sentinella il ‘Monte Rosso’, e non vediamo l’ora di conoscerla tutta questa regione, prima le montagne e poi il mare. Dopo Perfugas, infatti, la ferrovia con un agile ponte attraversa il fiume Coghinas, il terzo per lunghezza della Sardegna, e confine naturale tra le due regioni Anglona/Gallura. Inizia una lunga salita, e il nostro treno arranca tra le curve ed i viadotti tra le prime propaggini della montagna più alta del nord dell’isola, il Limbara. Ci ritroviamo con i nostri vecchi compagni di viaggio da Alghero affacciati al finestrino, affascinati dal paesaggio e dal panora-

Procediamo in salita fino alla fermata di Fenosu e, da qui, via in discesa fino a Nulvi, la cui stazione è curata, viva, sebbene leggermente decentrata rispetto al paese, famoso per la sfilata lungo le vie cittadine dei tre enormi Candelieri, in rappresentanza delle corporazioni cittadine. Qui sale una coppia di anziani locali. Anche se il treno è turistico ed ha un respiro internazionale, l’azienda ferroviaria ha dato la possibilità ai locali di poterlo utilizzare a prezzi ridotti per i collegamenti tra i diversi paesi lungo linea. Si forma, così, una piacevole commistione tra i viaggiatori, tra la spensieratezza dei turisti e la più posata serietà della gente locale impegnata nelle proprie faccende quotidiane. Il treno riparte: il paesaggio è a pascolo, piccole greggi di pecore sparse tra le colline appaiono come piccoli punti che spezzano il cromatismo del dolce paesaggio collinare dell’Anglona. Con andatura ondivaga, in un paesaggio tipo far west americano, superiamo le stazioncine di Martis, e di Laerru, e arriviamo in un paesaggio diverso, formato da una piana conca verdeggiante dove si trova la stazione di Perfugas. Qui scende il gruppo di persone salite con noi da Sassari: il paese meriterebbe una sosta – ci avevano avvertito – perché ci sono da vedere dei preziosi quadri e retabli, un interessante e particolare museo paleobotanico, ma, soprattutto, un pozzo nuragico in pietra bianca, proprio di fronte alla parrocchiale, tra le case nel mezzo del paese. Noi non abbiamo la possibilità di fermarci, chissà un giorno. Ci

ma che si apre sulle piccole valli, per poi infilarci in una lunga galleria che, come fosse uno scherzo, ci ripresenta lo stesso panorama da un punto di vista poco più alto: siamo passati per quella che si può definire un’autentica opera d’arte d’ingegneria ferroviaria, una galleria elicoidale scavata all’interno della montagna. “La pendenza della linea non può superare il 30 per mille – ci informa seriosamente il capotreno – e i costruttori dovettero scavare per più di 600 metri questa galleria per poter superare un dislivello di appena una ventina di metri.” Ecco, sotto di noi, la linea appena percorsa, ed ecco la stazione di Bortigiadas, distante alcuni chilometri dal paese, così come quella successiva di Aggius, che appare elegantemente disteso sotto una bella corona di monti. Finalmente Tempio: le prime case accolgono, abbracciandolo, il treno. La corsa termina in una bella stazione, che appare frequentata, con presenza di pullman e di tante persone. ”E’ arrivato anche il treno da Palau” – ci informa il capotreno. Scendiamo tutti: il gruppo di ragazzi, i turisti, la coppia di anziani e noi. Nella stazione troviamo una sorpresa: la sala d’aspetto è abbellita dai quadri che vennero commissionati al pittore sardo Biasi per l’inaugurazione della linea proprio 80 anni orsono: raffigurano con incredibile realismo scene di vita della campagna sarda. Il simpaticissimo personale di stazione capisce che siamo affamati di curiosità e ci accompagna, assieme ai nostri oramai

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ph. Enrico Pintus

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inseparabili amici stranieri, a visitare la vecchia officina. Incredibile a vedersi: un pezzo di storia industriale conservato fedelmente e ancora perfettamente funzionante. Il capostazione, masticando anche inglese “l’azienda ci fatto frequentare un corso di formazione” ci racconta come da un’unica cinghia motore centrale si possano ancora abbinare, attraverso delle cinghie secondarie, diverse macchine utensili in parallelo e poter lavorare contemporaneamente su più pezzi: una chicca tecnologica di 120 anni fa. Wonderful! Abbiamo deciso. Stanotte dormiremo fuori. Ci fermiamo a Tempio qualche ora per visitare la cittadina e pranzare, e questo pomeriggio prenderemo il treno per la costa di Palau. Tempio val bene una visita. L’architettura è caratteristica: la maggior parte delle case è realizzata con blocchi di granito che conferiscono al centro un aspetto semplice ma elegante, quasi austero. Procediamo a piedi con i nostri amici per le vie del centro e ci fermiamo per pranzo in un semplice ma ottimo ristorante: la cucina tempiese è assai apprezzata, realizzata con ingredienti semplici ma genuini e accompagnata da ottimi vini, come il famoso vermentino. Il treno per Palau riparte di pomeriggio, giusto il tempo per fare due passi e raggiungere nuovamente la stazione. Salutiamo calorosamente i nostri compagni d’avventura stranieri: loro ritornano verso la costa ovest di Alghero con il treno che parte poco prima del nostro. Ciao, à bientôt. Ci raggiunge un numeroso gruppo di persone: riconosciamo in loro volti visti poche ore prima: è la gente del mare di Palau, noi invece siamo del mare di Alghero. Ci mischiamo e saliamo su un altro tipo di treno: li abbiamo proprio provati tutti. Questo, però, è decisamente diverso: due vetture in legno spinte da una locomotiva diesel meccanica (no “diesel elet-

Costume di Tempio

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IN VIAGGIO DA ALGHERO ALLA GALLURA trica”). L’atmosfera è diversa da quella dell’altro mezzo: è sempre contenuto, piccolo come gli altri, ma l’aria è più antica e vissuta, “le carrozze sono del 1930” ci aiuta il nuovo capotreno sorridendo come gli altri suoi colleghi e ci ritroviamo subito a nostro agio.

Da Tempio a Palau

Da Tempio è una continua discesa. Il treno, dopo aver attraversato sugherifici e stabilimenti di lavorazione del granito della zona industriale, si tuffa tra le sughere come per conto suo, nel silenzio di questa terra e capiamo meglio ciò che scrisse Elio Vittorini, quando fece nel 1936 un viaggio identico al nostro, forse sulla stessa carrozza: “ Dinanzi ad un ostacolo, gira, non ha badato a scavarsi una galleria. Su una scoscendimento cala senz’altro, trascurando di incastrarsi, come le pretenziose ferrovie d’altrove, in un letto più agevole… Si arrampica, ridiscende, come giù per una scala, si dimena da tutte le parti e talora si ritorce come a volersi mordere la coda. Sembra corra in libertà, facendosi il binario via via”. Raggiungiamo la stazione di Luras: il capotreno c’informa che da qui partiva il tratto più antico del 1888, ora purtroppo smantellato e utilizzabile, almeno in parte, come pista ciclabile. Si procede in discesa attraversando alcune fermate, finchè all’altezza della stazione di Sant’Antonio si apre un bel panorama sul lago sottostante del Liscia. Attraversiamo una galleria ed il paesaggio cambia nuovamente: la vegetazione è meno fitta, la luminosità è aumentata: ci accorgiamo che il mare è vicino, ma non lo vediamo ancora. Ecco la stazione di Arzachena, centro famoso della Costa Smeralda e ad alcuni chilometri dalla costa.

Procediamo ancora per un lungo rettilineo, dritto verso nord, attraversiamo la strada statale e via verso il mare. Siamo un po’ stanchi, il viaggio è stato lungo, la giornata piena di stimoli, ma non è ancora finita: con una repentina svolta, il treno si affaccia su un panorama che ci mozza il fiato sulla costa gallurese, una visione splendida da Porto Rafael all’Isola di Santo Stefano. Arriviamo alla stazione di Palau, ma non scendiamo qui, perché il centro ha due stazioni. L’altra la raggiungiamo dopo che il treno ha effettuato una curiosa manovra tecnica indispensabile a causa del poco spazio disponibile per poter tracciare una curva: ecco Palau Marina, dove la stazione è sul molo, di fronte all’imbarco per La Maddalena. Come scendiamo ci saluta un gentile capostazione, al quale chiediamo informazioni perchè ci fermeremo qui per la notte e domani faremo il viaggio di rientro. Palau è un importante centro turistico, cresciuto soprattutto negli ultimi anni grazie alla sua posizione geografica e alla bellezza della costa. Troviamo tante persone, turisti, barche. Siamo quasi frastornati da questa atmosfera briosa, solare, viva. Quale contrasto con il nostro viaggio appena concluso attraverso le colline e le sughere. Ora ci buttiamo in questa atmosfera: riusciamo anche a fare il bagno in questo splendido mare. Possiamo confrontarlo con quello di Alghero? Impossibile! I colori, il fondo, la trasparenza, la costa, l’intorno sono entrambi magnifici e di una bellezza assoluta. Dalla spiaggia si scorge il piccolo caseggiato della stazione: possiamo chiudere gli occhi e lasciarci andare e ripercorrere con il pensiero quella lunga via ferrata che porta fino ad Alghero.

Palau ph. Paolo Curto

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Ph. Antonella Fadda

I riti del c di Antonello Angioni

D

a dove arrivarono gli antichi abitatori della Sardegna? Provenivano dalle coste del Medio Oriente, oppure dalla penisola iberica o, ancora, dall’Africa mediterranea? Difficile dirlo. Ancora oggi non è dato sapere con assoluta certezza come e quando abbia avuto inizio il popolamento della Sardegna. Tuttavia, negli ultimi decenni, le indagini condotte attraverso l’esame del dna hanno aperto agli studiosi nuove strade ed oggi l’archeologia e l’antropologia dispongono di indicazioni preziose sulle origini dei sardi. Tra non

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molto, proprio con l’ausilio della genetica, potremo essere in grado di sfilare il sottile velo che avvolge la nostra preistoria. Recenti studi attestano che in Sardegna l’espansione demografica si sarebbe verificata - con molta probabilità nel paleolitico, in un periodo compreso all’incirca tra 27 mila e 78 mila anni fa, allorché l’Isola costituiva un unico grande blocco con la Corsica. Era in atto la glaciazione wurmiana e il livello del mare - notevolmente più basso


storia dell’alimentazione in sardegna dal grano alle feste col vino

cibo rispetto all’attuale - aveva permesso la formazione di una sorta di ponte tra il blocco sardo-corso e le coste della Toscana, circostanza che favorì flussi migratori di popolazioni “continentali” le quali, alla ricerca di un clima relativamente mite, si spingevano verso le aree più meridionali. Per tale ragione gli studiosi ritengono che la parte di territorio corrispondente all’attuale Corsica venne popolata in una fase successiva (tra 15 mila e 42 mila anni fa) quando si era registrata un’attenuazione della rigidità climatica.

Peraltro in Sardegna la cultura materiale si sviluppa in un’epoca assai successiva, vale a dire circa 8 mila anni fa, nel neolitico antico, con la creazione dei primi insediamenti umani stabili e la produzione di rudimentali utensili di pietra lavorata. E’ proprio all’inizio del VI millennio a.C. che la colonizzazione neolitica, partendo dall’Oriente fertile (la Mesopotamia), investe vaste fasce costiere e le isole del Mediterraneo occidentale gettando per mare i germi della nuova civiltà conseguente alla prima grande “rivoluzione agricola” ed alle relative innovazioni socio-economiche. Da allora la Sardegna è attraversata da un’interessante sequenza di manifestazioni culturali. La cultura di Bonu Ighinu è la prima a svilupparsi, intorno al 3.900-3.600 a.C., a Mara in provincia di Sassari, attraverso la produzione di ceramiche e macine da mulino. Quindi, fra il 3.000 e il 2.500 a.C., si afferma - inizialmente nei pressi di Ozieri e dunque sempre nel Nord della Sardegna - la cultura di San Michele. Due grandi opere contraddistinguono questo periodo: la ziqqurat di Monte d’Accoddi, a pochi chilometri da Sassari, e la necropoli di Pranu Mutteddu, nei pressi di Goni, sull’ altipiano del Gerrei. Coeva alla cultura di San Michele é la cultura di Arzachena: a Li Muri, una località a pochi chilometri dalla Costa Smeralda, sorge il più imponente complesso di tombe a circolo della Gallura.

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I riti del cibo

storia dell’a

Ph. Antonella Fadda

Alla fine del III millennio a.C., nei pressi di Cagliari, fa la comparsa la cultura di Monte Claro (detta anche del vaso campaniforme) e, nei pressi di Osilo, la coeva cultura di Abealzu Filigiosa. Intorno al 1.800 a.C., mentre si afferma la cultura di Bonnanaro, ha inizio la civiltà nuragica che rappresenta la manifestazione più originale e compiuta della preistoria sarda. Tale civiltà, che troverà espressione attraverso quindici secoli, ha lasciato i nuraghi: i maestosi monumenti di pietra che ancora oggi contraddistinguono le grandi solitudini della Sardegna. La Sardegna è una terra dove tutto richiama il passato. Un sottile filo lega la cultura prenuragica e nuragica a quella feniciopunica, romana e cristiana. Il fatto di essere un’isola, infatti, se da un lato ha comportato molti svantaggi, al tempo stesso, ha determinato la ripetizione - nel corso del tempo - dei modelli comportamentali e culturali e quindi ha favorito il mantenimento di un’identità più spiccata, immediatamente avvertibile da parte di chi entra a contatto con questa terra. Il popolo sardo, per l’ isolamento geografico, da sempre è stato costretto alla riproposizione della propria cultura sulla quale hanno operato, secondo una dialettica fatta talvolta di aspri conflitti e più spesso di graduali integrazioni, le influenze esterne derivate dalle varie dominazioni. Tuttavia l’assorbimento non é mai stato acritico e passivo. I sardi hanno sempre rielaborato i modelli esterni che hanno adattato al loro linguaggio ed alla

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loro cultura primordiale. Per questo carattere dei sardi - aperto ma, al tempo stesso, “conservativo” e “resistenziale” - la cristianizzazione dell’Isola non fu né semplice e né rapida: circostanza che favorì il permanere, frammisti alla religione che si andava imponendo, di elementi pagani taluni dei quali riscontrabili ancora oggi. In certe preghiere rivolte al Cristo non mancano invocazioni al sole e alla luna. Sa perda de s’ogu, usata contro il malocchio, ad esempio, diventa l’occhio di Santa Lucia. Per sconfiggere le antiche idolatrie il clero, più di una volta, ha dovuto assorbirle cercando di darle un significato cristiano. Del mito di Adone - la divinità che moriva e risorgeva ogni anno simboleggiando la natura fiorente spenta dall’inverno e ridestintesi nella primavera, e dunque il perenne alternarsi della stagioni - ancora permane in tutta la Sardegna una fievole eco nell’usanza di deporre i vasetti contenenti i pallidi steli de “su nenniri”, germogliati nell’oscurità, intorno al sepolcro del Cristo durante la Settimana Santa: così come facevano gli antichi fenici offrendo i germogli del grano a quel loro giovane dio. Reminiscenze bizantine (derivanti dalla chiesa greca) sono tuttora presenti nel rito della benedizione delle case in occasione della Pasqua da parte del prete (il mangiamò). Di questo rituale si tramanda una misteriosa filastrocca che dice: “Mangiamò, Kilissò, Kifané; un’anguli a su piccioccu, tre arrialis a sa craccida”.


l’alimentazione in sardegna dal grano alle feste col vino In fondo, a pensarci bene, anche la Pasqua si ricollega in qualche modo ad una tradizione precedente al cristianesimo. Infatti, come tutti sanno, a differenza del Natale, é una festa “mobile”. Più precisamente viene celebrata nella prima domenica successiva al plenilunio dell’equinozio primaverile. Per tale ragione cade nel periodo compreso tra il 22 marzo e il 25 aprile. La Pasqua si ricollega dunque al calendario lunare biblico: così venne stabilito nel Concilio di Nicea del 325. Dalla data in cui cade la Pasqua dipendono tutte le altre feste mobili dell’anno liturgico. Più in generale - anche in Sardegna - simbologie, ritualità e credenze cristiane si fondono con elementi culturali e materiali del substrato pagano e magico. Spesso rosari, amuleti, reliquari, ex voto e talismani convivono e si confondono facendo emergere significativi elementi di continuità. Qui la gente ha una religiosità antica, carica di echi e suggestioni, una spiritualità cristianopagana che affonda le radici nelle diverse dominazioni: fenici, romani, vandali, bizantini, spagnoli. Ogni popolo che é sbarcato in questa terra ha portato non solo le armi e i desideri di egemonia ma anche la sua religione e le sue credenze. Molti dei luoghi in cui le popolazioni primitive si recavano ad adorare gli idoli di pietra hanno mantenuto nel corso del tempo la loro destinazione sacra. La chiesa di San Giovanni del Sinis, ad esempio, è stata costruita sui resti di un luogo di culto romano che si sovrappose ad un precedente tempio punico il quale, a sua volta, era stato innalzato sui ruderi di un tempio più antico legato al culto delle acque. E ancora, sotto il tempio romano di Antas dedicato al Sardus Pater, la maggiore divinità della Sardegna antica, riaffiorano i resti di un precedente edificio cartaginese che numerose iscri-

zioni puniche indicano dedicato al dio Sid. E tutto intorno si trovano importanti vestigia della civiltà nuragica, la cultura indigena che precede e poi affianca quelle dei primi dominatori. Evidentemente in questo luogo ci fu una continuità del culto pur nel mutare dei protagonisti. Nel corso dei secoli dunque le divinità cambiano ma il carattere sacro del luogo resta e con esso permane il sentimento religioso del popolo ed il valore che si collega allo spazio fisico in cui il culto si esprime nelle forme esteriori. Nelle città la stratificazione storica è ancora più evidente. L’attuale abitato di Sant’Antioco, ad esempio, presenta una struttura urbanistica piuttosto complessa, retaggio dei vari insediamenti succedutisi, senza soluzione di continuità, nel corso del tempo. La moderna cittadina occupa gran parte del sito dell’antica colonia fenicio-punica di Sulci di cui pertanto non sono visibili emergenze monumentali di particolare rilievo. La basilica di Sant’Antioco martire, consacrata dai monaci vittorini nel 1102, costituisce la riedificazione di una chiesa più antica di epoca bizantina, risalente al VI secolo, realizzata in forme architettoniche assai simili al San Saturno di Cagliari. Ma nella stessa area, in precedenza, erano state ricavate le catacombe paleocristiane, parzialmente sovrapposte ad una preesistente necropoli punica. Ed ora la basilica presenta una facciata tardo barocca, del Settecento, forse disegnata dall’ingegnere militare Saverio Belgrano di Famolasco. La Dea Madre, divinità comune a tutte le popolazioni neolitiche del Mediterraneo, era considerata il simbolo della fertilità e della rigenerazione della vita ed esprimeva la spiritualità di un popolo ancorato ad una struttura sociale di tipo

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I riti del cibo

storia dell’a

matriarcale. Venne scolpita almeno quattromila anni fa, con un’essenzialità plastica davvero impressionante, proprio per simboleggiare la natura feconda e rigeneratrice. Ad essa si ricollega - con molta probabilità - anche la figura di Orgia, divi-

eros, si coniugava il bisogno primario del cibo al bisogno, altrettanto primario e potente, dell’attrazione sessuale. La cultura sarda, all’origine, esprimeva anche una colleganza profonda con i flussi della vita, con le pulsioni primarie dell’uomo sano

nità fecondatrice adorata nelle primitive società sarde. La radice “org” - che significa acqua - la ritroviamo in numerosi toponimi della Sardegna: Orgosolo (che venne edificata in un terreno acquitrinoso), Sorgono (che, non a caso, presenta un territorio ricco di sorgenti), ecc. Secondo i filologi il termine òrgia si ricollega al sànscrito ûrg’âs che, tra i vari significati, ha quello di “succo” e quindi di liquido. L’India antica é dunque un mondo meno lontano rispetto a quanto si possa pensare: la radice culturale é la stessa. Quando si parla di popoli “indoeuropei” si fa riferimento proprio a questa comunanza di origini. Fatto sta che i caratteri culturali del sànscrito vennero in parte assorbiti dalla lingua greca per giungere poi sino a noi attraverso la civiltà latina. Le òrgie erano cerimonie a carattere religioso che si compivano in uno stato di esaltazione e convulsione. Presso le popolazioni elleniche il termine indicava certi sacrifici notturni che si celebravano in onore di Bacco - ai quali erano ammessi i soli iniziati e dove, sotto l’ influsso del vino, si commettevano cose indicibili. Chissà se analoghe cerimonie si svolgevano anche nell’antica Sardegna. Nelle società tradizionali, attraverso il banchetto, soprattutto se notturno, si univano cibo ed

nella sua pienezza di persona, con ritmi e tempi ancora capaci di gustare eros e cibo immersi nel grande respiro della natura. In epoca punica, nell’Isola la dea più venerata e temuta era Tanìt: simboleggiava l’amore e la morte ed esigeva dai suoi fedeli anche sacrifici umani. In tale periodo doveva essere diffuso anche il culto del dio Bes, di sicura origine egiziana, penetrato tra i fenici in conseguenza della lunga dominazione esercitata dai faraoni nella terra di Canaan. Statue di questa divinità vennero ritrovate a Karalis, Maracalagonis, Bithia e Fordongianus. Inoltre erano praticati i culti di Baal, Melqart, Sid, Ashtart, Iside (di origine egizia con Bes), Demetra (di origine greca) e di altre divinità. Questi culti, sotto il dominio di Roma, non scompaiono ma subiscono processi di graduale adattamento che confermano la continuità delle pratiche religiose e delle credenze tra le popolazioni sarde. Stessa continuità è dato reperire nella vasta produzione artigianale: quei medesimi motivi ornamentali geometrici presenti nelle ceramiche che vanno dal VI millennio a.C. fino alla colonizzazione romana li ritroviamo ancora oggi non solo nei vasi di Assemini e di Oristano ma anche nei tappeti di Mogoro, di Samugheo, di Uras, di Nule, di Isili e di tanti altri centri dell’Isola. E ancora li ritroviamo negli arazzi e nelle

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l’alimentazione in sardegna dal grano alle feste col vino cassapanche lavorate a Desulo, Tonara e Aritzo. L’artigianato sardo, nelle sue espressioni autentiche, riflette l’indole delle popolazioni, l’ambiente naturale e le vicende storico-culturali che si sono svolte in questa terra d’antica

verte immediatamente anche nella straordinaria ricchezza del canto, dei suoni e dei balli popolari. Appartiene al folklore musicale sardo uno dei più antichi strumenti del Mediterraneo, le launeddas, il cui suono misterioso esprime l’anima di questa terra e delle sue genti. La diffusione di tale strumento fin da epoca anteriore alla colonizzazione punica è documentata attraverso il bronzetto del suonatore, rinvenuto in agro di Ittiri, attualmente custodito nel Museo archeologico nazionale di Cagliari. In questa terra il canto funebre più diffuso è detto attìtidu (dal latino attitiare che significa attizzare, rinfocolare): nome che deriva senza ombra di dubbio dalla sua primitiva funzione che era quella di incitare alla vendetta per un morto ammazzato. In seguito s’attìtidu ha subito un’evoluzione e si è stemperato nella forma di lamento del dolore e di canto delle qualità del defunto. Molti dei riti e dei canti religiosi tuttora presenti nell’Isola risalgono alla dominazione iberica. Durante i quattro secoli in cui la Sardegna fu prima catalana e poi spagnola, il popolo sardo assimilò gradualmente non solo le istituzioni, le leggi, la lingua, la cultura e le tradizioni, ma anche il costume e il modo di pensare. Ma l’assimilazione, come detto, non fu acritica e passiva. E proprio in tale periodo, attraverso un graduale processo, maturò la consapevolezza dei sardi di essere un popolo “distinto” da suoi dominatori: consapevolezza che costituisce la base fondamentale per l’affermazione della propria identità etno-storica e dei valori della moderna autonomia.

civiltà. I sardi, pur accogliendo i nuovi impulsi, sono conservatori. Per tale ragione le produzioni artigianali si sono evolute rimanendo sostanzialmente fedeli alla tradizione e ancora oggi rivelano una straordinaria ricchezza di fantasia che si esprime in manufatti di rara bellezza e originalità. La continuità ha determinato, nel corso dei secoli, il formarsi di una forte identità culturale, dai connotati etno-storici, che si coniuga con un territorio in cui la qualità ambientale si mantiene assai elevata nonostante certi interventi urbanistici inadeguati. Spesso, soprattutto nelle zone interne, le attività umane fanno parte esse stesse del paesaggio, insieme di elementi naturalistici e antropici che differenzia la Sardegna da ogni altra terra. Ma la diversità della Sardegna la si av-

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Quei pranzi di G e Maria Carta di Neria De Giovanni

GRAZIA DELEDDA

L

MARIA CARTA

a donna che scrive ha con la cucina, da sempre, un rapporto di doppia valenza In quanto donna si scontra con le “domestiche” faccende, quindi impara presto a cucinare per sé e per gli altri (prima per gli altri, poi per sé…) Ma in quanto donna che scrive deve conquistare un suo spazio anche all’interno del codice comportamentale che donnesco non è, bensì squisitamente, all’origine, maschile. Così molte scrittrici hanno vissuto il loro lavoro intellettuale con vistosi sensi di colpa, come tempo “rubato” alle attività riconosciute femminili. Alla cucina, appunto. Ed Alba De Cespedes, nel 1952, dà alle stampe un libro, in questo campo, divenuto esemplare, Quaderno proibito, in cui la protagonista Valeria scrive di notte, in cucina, dopo aver riassettato i piatti e messo a letto marito e figli, nascondendo il “quaderno proibit”’ perché convinta di aver trascurato la famiglia. A differenza di Valeria che, alla fine del romanzo, brucia il quaderno e ritorna a fare la madre e la nonna a tempo pieno, Grazia Deledda riuscì a coniugare nella sua vita di donna, la cura della famiglia con la sua grande, vera vocazione alla scrittura. Fin da ragazzina Grazia Deledda aveva una certezza, quella di vivere un destino segnato, come la maggioranza dei suoi personaggi. Il destino di Grazia, Grazietta per i familiari, era quello di scrivere, di descrivere la sua Sardegna, il suo popolo così poco conosciuto e troppo spesso giudicato dall’esterno, senza prova d’appello! Insomma, narrare la Sardegna era, per Grazietta, uno scopo di vita cui si preparò giudiziosamente fin

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da ragazzina. E’ soprattutto attraverso il romanzo autobiografico postumo Cosima che apprendiamo quanto precoce e pulsionale sia stata la passione di Grazia per la scrittura; scopriamo l’avversione e la diffidenza del piccolo paese (allora Nuoro contava circa sei mila abitanti) nei confronti di una ragazza che, sfrontatamente, usciva fuori dai canoni comportamentali e dai ruoli affidati a maschi e femmine nella società agro-pastorale, patriarcale, barbaricina. Ma Grazietta non si fa intimorire e mentre in cucina segue i rituali della preparazione del cibo, del ricamo della biancheria, guarda dai vetri verso le bianche cime del monte Ortobene che sovrasta Nuoro, che un altro scrittore nuorese, dopo di lei, Salvatore Satta, descrisse come “nido d’aquila”. E come un’aquila, forte, la scrittura di Grazia si leverà in volo ed avrà il vigore sufficiente per portare a conoscenza degli italiani, al di là del mare, le tradizioni e la vita vera della sua gente. Grazia Deledda portò con sé, come preziosa testimonianza e competenza personale, tutto quel patrimonio di cultura che conferì originalità e spes-


Grazia Deledda il trenino dei sapori attorno alle grandi tradizioni dell’isola

sore alla sua scrittura. Nella sua narrativa la casa ed in particolare la cucina è il luogo dove si scatenano le tempeste dei sentimenti, si coltivano rancori ed odi, si arriva al pentimento ed alla espiazione. La cucina inoltre è l’unica stanza in cui le rigide divisioni tra i ceti sociali ed i sessi, padroni e servi, maschi e femmine, possono magicamente essere abbattute. In cucina dorme il servo accanto al camino e la padrona prepara il caffè per l’ospite (Canne al vento); in cucina può entrare il bandito in fuga e trovare conforto ed amore tra le braccia dell’ex-padrona (Marianna Sirca); nel giaciglio allestito in cucina, il vano più caldo della casa nel rigido inverno nuorese, si compie il rito di morte con cui Annesa, ‘figlia d’anima’, uccidendo il vecchio zio Zua, sacrifica la propria giovinezza al rimorso, per salvare il padrone-amante (l’Edera). Attraverso le ricette tratte dai testi più importanti di Grazia Deledda, si può ripercorrere la veritiera tradizione culinaria della gente barbaricina ed insieme capire dall’interno di un elemento antropologicamente e culturalmente femminile, il mondo narrato dalla scrittrice. Gli ingredienti utilizzati dalla cucina deleddiana nei romanzi sardi sono tutti appartenenti all’economia agro-pastorale della società di appartenenza. Oggi la nouvelle cousine è, paradossalmente, la più rigorosa nel

ritornare all’antico. Si riscoprono le cosiddette “cucine povere”, le ricette della nonna che, vivendo presumibilmente in tempo di guerra, lontano dalla nostra società consumistica gonfiata di ormoni, doveva in qualche modo inventarsi ogni giorno piatti diversi, giostrando con tanta fantasia e pochi mezzi, e pochi ingredienti gastronomici. Proprio come le ricette deleddiane che spesso sono presentate all’interno di un rituale comportamentale, di un “galateo” di civiltà purtroppo dimenticato. La Sardegna è terra di grandi donne, Grazia Deledda, appunto, e lontano , con sguardo “di legge “ Eleonora d’Arborea, ma , molto più vicino a noi, l’indimenticabile e indimenticata Maria Carta. Mi piace chiudere queste note con un ricordo personale, che ci lega alla buona tavola… Era Pasqua. Maria si trovava ad Alghero con l’allora piccolo David, suo figlio. Amava la città catalana, ne amava il mare e gli amici. Anche i miei figli allora erano piccoli e sapevo che a Maria faceva piacere stare in famiglia. Le proposi un pranzo nella campagna di mia sorella: io apprezzo molto la buona tavola, ne scrivo pure ma in quanto a cucinare, lascio il compito a mani più esperte. Quelle di mia sorella, appunto e di suo marito che nato a Escalaplano, cucina “alla nuorese”. Così ci fu un vero e proprio banchetto, con ravioli di formaggio, il maialetto cotto allo spiedo, all’aperto, olive e sebadas e formagelle, dolci di Pasqua. Ma soprattutto ci furono le risate e gli occhi splendenti di Maria, il suo schernirsi davanti a richieste di canto (“Qui sono Maria amica non Maria cantante…”). Ricordo anche un particolare che non è molto “culianario” ma che rende indelebile quell’immagine nella mia memoria: sulla tavola ancora apparecchiata e con bricciole di dolci e macchie di vino allegramente traboccato dai bicchieri, ho poggiato il mio (primo) computer portatile, un “primitivo” Zenit, e all’ombra delle querce, mentre gli altri commensali sonnecchiavano, abbiamo lavorato alla revisione delle sue poesie che, pubblicate nella raccolta “Canto rituale” non più in commercio, Maria avrebbe voluto io ripubblicassi con una diversa scelta e con l’aggiunta di nuovi testi. Cara Maria, qualche giorno arrivai con l’auto in via Barbagia, sotto casa tua, per prenderti e portarti a pranzo da me , ad Alghero, (anche quel giorno c’erano i ravioli, oh poca fantasia!). Ricordo che dopo ti accompagnai all’aeroporto perché dovevi prendere l’aereo del pomeriggio per Roma: andavi ad una visita medica di controllo. Non ti avrei più rivisto.

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Ph. Gianna Saba

Dal verde al blu: itinerari di terra

N

A cura dell’Agenzia Regionale Laore Sardegna

iente di più avventuroso che partire con il Trenino, attraversare paesaggi collinari, inerpicarsi su per ripidi pendii, attraversare gallerie e all’uscita dal tunnel sprofondare nel verde dei boschi e delle foreste per godere, attraverso i colori e i profumi, di un pezzo di cultura della storia della Sardegna. Dopo il fascino offerto da splendidi paesaggi ricchi di flora e fauna, aver costeggiato fiumi e laghi, si inizia a scendere lentamente di quota per riemergere in pianura magari sul Molo di Cala Genovesi di fronte alle Rocce Rosse dell’Ogliastra e iniziare una nuova avventura, questa volta su una imbarcazione da pesca, per lasciarsi avvolgere dal blu del mare. Da diversi anni si sono affacciate sul panorama delle offerte turistiche la pescaturismo e l’ittiturismo, un nuovo modo di concepire un giorno di vacanza all’aria aperta, di immergersi nelle cromie del mare o nella quiete di un ambiente costiero e trascorrere una giornata da protagonista, tra cultura e divertimento, in barca o nelle strutture a terra dei pescatori della Sardegna. Due attività ecosostenibili, pensate per rivalutare il ruo-

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lo sociale del pescatore, per dare dignità economica al suo nucleo familiare ma anche per proteggere e tutelare un mestiere antico affinchè la sua “conservazione” diventi un importante fattore di promozione della qualità della vita e di sviluppo economico per le comunità costiere dipendenti dalla pesca. Esperienze entusiasmanti che possono essere vissute sia da grandi che da piccini, da condividere in coppia, con la famiglia, con gli amici o da godere da soli. Itinerari alla scoperta del mare e delle sue creature a bordo di una vera imbarcazione da pesca, oppure in laguna, ma sempre a stretto contatto con il pescatore per apprendere “modi di vita quotidiana ed esperienze di vita vissuta”. La pescaturismo e l’ittiturismo sono infatti uno straordinario connubio di attività ricreative con attività didattiche, nate per creare un contatto tra l’uomo e l’ambiente allo scopo di arricchire il bagaglio di conoscenze sul mondo della pesca professionale relativo agli attrezzi utilizzati, alle specie pescate, all’artigianalità del saper fare, alle identità culturale e storica. L’escursione di pescaturismo non è la tipica “gita in bar-


a e di mare ca” e la permanenza in un ittiturismo non è “soggiornare in albergo”…, sono giornate di vacanza attiva, nuovi approcci verso la diffusione della cultura del mare e delle tradizioni marinare, esperienze in grado di stimolare intensamente i cinque sensi: l’udito per il frangersi delle onde sullo scafo o per le grida degli uccelli acquatici; la vista per i meravigliosi scorci che si aprono su baie, grotte e scogliere; il tatto per la stupefacente sensazione che si prova smagliando pesci e molluschi; l’olfatto per la fragranza emanata dal pesce fresco; il gusto per la varietà di sapori dimenticati che si ricavano da antiche ricette locali, affichè si risvegli in tutti noi la “sensibilità” e il desiderio di proteggere e conservare quanto madre natura offre. Se scegliete l’escursione di pescaturismo si parte la mattina, quando il sole è già alto nel cielo, per andare a salpare le reti. Il pescatore, depositario di una cultura millenaria, attirerà tutta la vostra attenzione con i suoi racconti e dopo aver ammirato tutte le specie pescate vi condurrà in luogo tranquillo per un tuffo e una nuotata in acque limpide e cristalline a ridosso di spettacolari calette, o al largo, lontano dalla terra ferma. Se scegliete l’esperienza dell’ittiturismo potrete passeggiare intorno alla laguna e osservare le operazioni di pesca che si svolgono presso le strutture di cattura, osservare le numero-

se specie di uccelli che nidificano in questi ambienti e godere dei silenzi della natura in un clima di assoluto riposo. Mentre si gioca e si nuota, o si passeggia, iniziano i preparativi per poter gustare il pesce appena pescato: il momento più atteso della giornata. Sia in barca che a terra, comodamente seduti intorno ad una tavola festosamente imbandita si chiacchiera, si scherza assaporando la genuinità delle pietanze servite, accompagnate dai vini tipici dei territori visitati. Un’avventura per creare sensazioni, dense di profumi, sapori, colori e tradizioni. Ma non finisce così, soprattutto se scegliete un ittiturismo con accoglienza notturna. Nella casa del pescatore, circondati da persone cordiali e gentili, immersi in una serena atmosfera potete abbandonarvi ad un sonno tranquillo e al mattino…continua l’avventura. Rimarrà il ricordo di una giornata incantevole, trascorsa in compagnia di pescatori esperti e della loro stessa famiglia, attenti a suscitare emozioni che solo il mare o gli ambienti lagunari possono regalarvi. Una speranza: quella di aver arricchito il bagaglio di conoscenze sul mondo della pesca professionale affinchè, riprendendo i ritmi di vita abituali, i comportamenti verso la risorsa acqua, tanto immensa quanto fragile, siano più responsabili e consapevoli. La porta d’accesso è la Sardegna, antica Isola immersa nel blu del Mediterraneo, ricca di baie e di incantevoli spiagge ma anche di coste frastagliate e scogliere mozzafiato e, disseminati ai margini di un territorio incontaminato, una straordinaria varietà di stagni e lagune costiere, una tipicità dell’Isola tutta da scoprire per l’incredibile numero delle forme di vita che contengono, o meglio di biodiversità. Oggi, grazie al progetto di cooperazione transfrontaliera Italia-Francia Marittimo Ma.R.Te.+ (Mare, Ruralità e Terra), pensato per favorire lo sviluppo delle aree rurali e costiere attraverso l’innovazione e l’imprenditorialità e per mettere in stretta relazione uomini e territori, agricoltura, mare e turismo, l’Agenzia Regionale per lo sviluppo in agricoltura, Laore Sardegna, ha predisposto un elenco delle imprese di pesca che svolgono le attività di pescaturismo e ittiturismo alle quali è possibile rivolgersi per trascorrere una giornata di vacanza attiva. In una delle località indicate nella tabella scegli la località o il porto d’imbarco secondo le tue preferenze ed esigenze, poi prenota attraverso le modalità indicate. Val la pena fare una telefonata o inviare una mail per scoprire quanto piacevoli possano essere le tue giornate di vacanza all’insegna del verde e del blu. Gianna Saba

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ITTIOTURISMO DI RIFERIMENTO IN SARDEGNA LA PARANZA - Aiello Antonio e Brocca Marina

LA PESCHIERA - Soc.Coop. Pescatori Tortolì

Loc. Sieddozza; Fraz. Santa Lucia Siniscola (NU)

Loc. Peschiera San Giovanni; Tortolì (OG)

Tel. 0784 878451 Cell. 3386335727- 3461004541

Tel. 0782 664415

E-mail: chiara@ittiturismosardegna.it

E-mail: info@pescatortoli.it Sito web: www.pescatortoli.it

RISTORAZIONE: SI

RISTORAZIONE: SI

CAMERE: NO

CAMERE: NO

SABOR’E MARI - Soc. Coop. Pescatori Rinascita - Madeddu Laura

LA LAGUNA A TAVOLA - Soc. Coop. Pescatori La Sulcitana

Porto Budello; Teulada (CA)

Lungomare Cristoforo Colombo n.66 Sant’Antioco (CI)

Cell. 3471787154

Tel. 0781 83192 Cell. 3470323404

E-mail: coopdelsud@tiscali.it Sito web: www.pescatour.net

E-mail: lasulcitana@tiscali.it

RISTORAZIONE: SI

RISTORAZIONE: SI

CAMERE: NO

CAMERE: NO

SA PISCHERA ‘E MAR’E PONTIS - Consorzio Pontis - Pisanu Angelo

TOLENGA - Sechi Tonino

Loc. Peschiera Pontis S.P.6 - Km 1.2; Cabras (OR)

Via Garibaldi n.57; Cabras (OR)

Tel. 0783 391774 Cell. 3357703477

Tel. 0783 290990 Cell. 3498740555

E-mail: ittiturismo@consorziopontis.it

E-mail: info@theseaworld.it Sito web: www.theseaworld.it

RISTORAZIONE: SI

RISTORAZIONE: SI

CAMERE: NO

CAMERE: SI

AQUAURCHI - Pinna Marco

IL PESCA -TORE - Marongiu Salvatore

S.P.6 - Km 2.5; Cabras (OR)

Via Turr’e Sa Mora s.n.c.; San Vero Milis (OR)

Tel. 0783-392587 Cell. 3409053472

Cell. 3486874657

E-mail: pinna.efisio395@tiscali.it Sito web: www.ittioturismoaquaurchi.com

E-mail: toreuana@tiscali.it

RISTORAZIONE: SI

RISTORAZIONE: SI

CAMERE: NO

CAMERE: NO

SAN DOMENICO - Soc. Coop. Pescatori San Domenico - Loi Antonio Loc. Pauli Biancu Turri-Marceddì; Terralba (OR) Tel. 0783 867014 Cell. 3483934232 E-mail: info@ittioturismo.com Sito Web: www.ittioturismo.com RISTORAZIONE: SI CAMERE: NO

PESCATURISMO COAST TO COAST SERVIZI

PRANZO

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savaro54@gmail.com

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Eolo

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Alghero

Patrono Angelo

079977663

3286648930

patronogiuseppe@gmail.com

San Gennaro

no

no

Alghero

Pensè Ottavio

079974752

3475235703

Michela

si

no

Alghero

Scarpati Massimo

079527113

3396833564

massimoscarpati@gmail.com

Nina

si

no

Alghero

Donadio Pierpaolo

079977551

3480413929

mapais@tiscali.it

Stella Maris

si

si

Alghero

Salaris Giuseppe

0799739371

3400613144

alba.zinchiri@gmail.com

Lucia

no

no

Alghero

Piga Pietro

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San Luigi

si

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Franca 2^

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Cavassa Daniele

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Maria Josè

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Foglia Massimiliano

3771930191

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Billai Gian Paolo

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Ranucci Pio

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E-MAIL

massy.foglia@alice.it

0781840622 3461395305

IMBARCAZIONE


PORTO D’IMBARCO

REFERENTE

Isola Rossa

Morlè Fausto

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Aversano Pasquale

La Maddalena

TELEFONO

CELLULARE

E-MAIL

IMBARCAZIONE

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IGIENICI A BORDO

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Loi Luciano

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Sa Maista

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Porto Corallo

Ghiani Sandro

3479618912

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si

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Porto Torres

Jacomini Giuseppe

079510595

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si

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Marongiu Gavino

079515328

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Matta Walter

Portoscuso

Rosas Sergio

Punta Trettu

Dessi Emilio

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07891832544

0709208105

079515107 079510914

3473401968

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consorzio.copega@libero.it

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Leonardo

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3495992054

aragoste@hotmail.it

Giuseppina Madre

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Rosaria

no

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Cristina

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Santa Maria d’Itria

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Martina

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Mei Annibale

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Mauro Pintus

3409085749

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S. Antioco

Pintus Annibale

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S. Antioco

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Attilio Padre

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Nuova Antonina

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Virdis Antonello

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Senza Nome

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Marcon Giuseppe

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No Problem

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Impagliazzo Antonio

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Antonio I

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0795907257

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Balzano Mario

079523490

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Denegri Gaetano

079523050

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079523050

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coopstin@tiscali.it

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Fortunato

si

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Su Pallosu

Pisanu Sandro

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Frau Roberto

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Atzei Stefano

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Queen of Sea

si

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Villaputzu (P.Corallo)

Aprea Andrea

3471207234

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Andrea I

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Villaputzu (P.Corallo)

Aprea Cristian

3471207234

sabripili@tiscali.it

Cristian I

si

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Villasimius

Porcu Gemiliano

3408515245

sampey-simone@tiscali.it

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si

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Villasimius

Porcu Simone

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sampey-simone@tiscali.it

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si

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Portoghese Carlo

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si

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Villasimius

Sandolo Silverio

3391507942

Sparviero del Mare

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marc.sub@tiscali.it

info@pescaturismomalu.com


ARST S.p.A. rappresenta la maggior Azienda di TPL in Sardegna ed una delle più importanti a livello nazionale. Opera in tutta la Sardegna prevalentemente con servizi extraurbani, nonché con servizi urbani nelle città di Alghero, Carbonia, Iglesias, Macomer, Oristano e Carloforte.

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Nel Comuni di Cagliari e Sassari gestisce inoltre due linee di metrotranvia di grande successo (MetroCagliari e MetroSassari). Nel settore ferroviario, l’offerta del TPL è presente attraverso cinque linee (Monserrato-Isili, Macomer-Nuoro, Sassari-Alghero, Sassari-Sorso, Sassari-Nulvi), mentre nel ferroviario turistico l’Azienda opera attraverso i collegamenti del “Trenino Verde”.

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Articolazione Territoriale ARST S.p.A.

L’ufficio organizzatore dei viaggi con il Trenino Verde è presso il Museo delle Ferrovie a Monserrato tel (+39) 070 580246 - 070 57390346 - num. verde 800 460220 - www.treninoverde.com


IL TRENINO VERDE DELLA SARDEGNA Edito da ARST SpA - Azienda Regionale Sarda Trasporti Testi Antonello Angioni, Giorgio Ariu, Alessandro Boccone, Giovanni Caria, Luigi Crisponi, Neria De Giovanni, Maria Armida Forteleoni, Umberto Oppus, Lorelyse Pinna, Luca Pinna, Gianna Saba, Giuseppe Sotgiu, Bruno Puggioni Contributi fotografici Archivio Museo della Statuaria di Laconi, Archivio GIA, Archivio Turistico Sa Perdaâ&#x20AC;&#x2122;e ddocca, Maurizio Artizzu, Bruno Atzori, Paolo Curto, Antonella Fadda, Marco Gerardi, GianPaolo Marcheselli, Emilio Melis, Tonino Morra, Enrico Murru Massa, Gianni Onnis, Luca Pinna, Sarah Pinson, Enrico Pintus, Bruno Puggioni, Roberto Sai, Gianna Saba, Enrico Spanu, Matteo Sulis, Franco Sotgiu, Sardinia Event, STL Nord Ovest Sardegna, Silanus Archivio STL Nuoro, Elvira Usai GIA COMUNICAZIONE Via Sardegna, 132 - 09124 Cagliari Tel. e Fax 070 728356 info@giacomunicazione.it www.giacomunicazione.it Direttore Responsabile Giorgio Ariu Ideazione, Grafica e Impaginazione GIA Comunicazione Redazione Grafica Maurizio Artizzu Redazione Editoriale Simone Ariu, Lorelyse Pinna


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Oltre 600 chilometri di ferrovia Oltre 200 linee automobilistiche extraurbane Due linee metrotramviarie: Monserrato-Piazza Repubblica (CA) Emiciclo Garibaldi-Santa Maria di Pisa (SS) Trenino Verde con quattro linee turistiche Mandas-Arbatax Isili-Sorgono Macomer-Bosa Nulvi-Palau

www.arst.sardegna.it Direzione Generale via Zagabria, 54 - Cagliari Tel. 070 40981 - Fax 070 4098220 - Mail arst@arst.sardegna.it Organizzazione viaggi Trenino Verde e visite al Museo delle Ferrovie via Pompeo - Monserrato Tel. 070 580246 - Web www.treninoverde.com


Trenino Verde In viaggio naturalmente