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STORIE DI CIMITERI

‘VENITE A PASSEGGIARE NEL CIMITERO DI TARANTO’ Andrea Semplici on ho chiesto se Giuseppe sia stato sepolto nel cimitero di San Brunone. In Puglia i cimiteri sono più sontuosi delle case. Sono immensi, altezzosi, nobili, esagerati. I morti, in questo Sud, sono importanti. San Brunone è il cimitero di Taranto. Il quartiere di Tamburi è nato appena oltre il confine delle sue mura. Non so se prima abbiano costruito le ‘stecche’ delle case o se qua già seppellissero i morti: credo che il quartiere sia sorto accanto alla città dei morti. In fondo, qui avrebbero dovuto abitare i poveri di Taranto. La fabbrica, invece, è stata costruita, poco più di mezzo secolo fa, proprio a ridosso delle case e delle tombe. Non faceva differenza. Ingegneri scellerati hanno deciso che fra morti e vivi non vi fosse diversità. Così, le colline delle polveri di acciaio divennero il paesag102 gio di chi nasceva (e moriva) in questo quartiere. Chi cerca la verità su Taranto, scrive Adriano Sofri, deve venire qui, al cimitero ‘sopra i Tamburi’. Ha ragione. Non so cosa vi sia scritto sopra la lapide di Giuseppe, morto del marzo 2012. So cosa ha voluto fosse inciso sotto la finestra della sua casa in via de Vincentis. Appena sotto le finestre dalle quali si affacciava sta scritto: ‘Ennesimo morto per neoplasia polmonare’. Mi raccontano che avrebbe voluto indicare quanti sono stati, in questi decenni, i morti di veleni e di progresso, ma nessuno ha mai tenuto un censimento delle vittime dell’Ilva. Allora ha voluto che fosse scritto: ennesimo.

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Le ciminiere della fabbrica sono l’orizzonte del cimitero. Anche da morti, i tarantini sono costretti a convivere con i veleni. Cristi benedicenti (o maledicenti) alzano le braccia verso le ciminiere dipinte con colori sgargianti dell’Ilva. Dov’è la tomba di Giuseppe? Passo le dita sul marmo delle cappelle: il polverino grigio sporca la mia mano. ‘Pulisco al lunedì e, due giorni dopo, le tombe sono già coperte da un velo rossastro’, mi dice Vincenzo, 56 anni e un lavoro abusivo come uomo delle pulizie di questo cimitero. Dal tetto degli ossari si ha il panorama perfetto sulla modernità: ecco le montagne della polvere di ferro, i camini dei veleni, il cratere della fabbrica. Questa è una sovraeccitazione industriale. Il vento spira da Nord, quindi sto respirando il minerale, il ‘polverino’, invisibili miscele sfondapolmoni. So che i valori degli idrocarburi policiclici aromatici (che nome da gruppo hard-rock) sono ben oltre la soglia di livelli tollerabili (ci sono livelli accettabili?). Io, turista per qualche ora, ho paura. Provo disagio. Che cosa provano gli abitanti di Tamburi? Vengono in questo cimitero dove il marmo è diventato color porpora? ‘Io voglio vivere qua – mi dice un ragazzo – È bella la mia città. Ma vivere a Taranto significa morire’. A Tamburi la terra è inquinata. Lavorare qui (i marmi-

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Erodoto108 n°4  

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