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NISSAN QASHQAI PROVE IT DOLOMITI 20-21 Marzo 2010

Forma un team di 3 persone con i tuoi amici o la tua famiglia per affrontare una gara eclettica: skiers e snowboarders si trovano uniti in un’unica sfida per il secondo anno consecutivo. Testate il vostro livello di orientamento, abilità e coraggio e mettetevi in gioco in una straordinaria competizione nello splendido comprensorio del Dolomiti Superski, un contesto unico ed incontaminato Patrimonio dell’ Umanità. Il format di gara prevede: PROVE SPECIALI: comprendono le discipline di Ski-cross, Freeride, Slalom Gigante e Big Air. CHECK POINTS: una mappa indica i check points dislocati in tutto il comprensorio, una vera e propria caccia al tesoro. PHOTO CONTEST: sul “road book” vengono indicati i soggetti che devono essere individuati e fotografati.

ISCRIVITI SU: QASHQAIDOLOMITI.COM Per informazioni, iscrizioni e per guardare la galleria fotografica dell’edizione 2009 visita il sito: QASHQAIDOLOMITI.COM (pathfinderdolomiti.com) oppure scrivete a paolo Lisignoli: paolo.l@spiagames.com


Sciare con GUSTo in alTa Badia

la vacanza invernale in alta Badia è più di una semplice discesa sugli sci. Si vuole potenziare il connubio vincente tra sci e gastronomia. durante tutta la stagione invernale, molteplici proposte ed eventi culinari regaleranno agli amanti delle infinite discese sugli sci e della buona cucina, emozioni indimenticabili. il denominatore comune è dato dai prodotti locali Südtirol.

i cUocHi STellaTi dell’alTo adiGe nei riFUGi dell’alTa Badia

Sciare con GUSTo in alTa Badia

alta Badia macht in diesem Winter mit seinem neuen angebot seinem ruf als Gourmetdestination alle ehre. das populäre Skigebiet in den dolomiten setzt Maßstäbe in Sachen Gastronomie auf der Piste. im Mittelpunkt stehen dabei die hochwertigen regionalen Produkte aus Südtirol.

die STerneKÖcHe aUS SÜdTirol KocHen in den SKiHÜTTen Von alTa Badia

Favolosi piatti preparati dagli chef stellati dell’alto adige vengono presentati presso alcune baite dell’alta Badia nel mese di dicembre. Questi potranno essere degustati durante tutta la stagione invernale.

die Sterneköche aus Südtirol werden im dezember ausgezeichnete Menüs in einigen Skihütten von alta Badia zaubern. die Wirte der Hütten übernehmen dieses rezept und bekochen ihre Gäste mit diesem hervorragenden Geschmackserlebnis den ganzen Winter über.

la coPPa del Mondo di Sci PiÚ STellaTa del circo Bianco

daS MeiST-BeSTernTe rennen deS WelTcUPSKiZirKUS

il 20 e 21 dicembre 2009, in occasione delle gare di coppa del Mondo di Sci sulla Gran risa, sarà possibile assaporare i piatti degli chef stellati dell’alta Badia, preparati con prodotti locali Südtirol, all’interno dell’area gourmet “Haus Südtirol“. Per informazioni e prenotazioni www.skiworldcup.it

am 20. und 21. dezember 2009 bietet der Ski-Weltcup eine kulinarische neuheit: im “Haus Südtirol“ können Gerichte der 3-Sterneköche aus alta Badia genossen werden, zubereitet aus Südtiroler Produkten. Für informationen und reservierungen: www.skiworldcup.it

cHeF’S cUP SÜdTirol

dal 17 al 19 gennaio 2010 l’alta Badia ospita per la quinta volta i migliori cuochi a livello internazionale.

die besten internationalen Köche zelebrieren den hochkarätigen önogastronomischen event vom 17. bis 19. Jänner 2010. in diesem Jahr wird der chef's cup Südtirol zum fünften Mal ausgetragen.

GoUrMeT SKiToUr SanTa croce – riFUGi & SaPori

GoUrMeT SKiToUr HeiliG KreUZ

colaZione Tra le VeTTe

FrÜHSTÜcK MiT PUlVerScHnee

Specialità gastronomiche locali possono essere degustate lungo tutto il tragitto, presso gli otto rifugi, che fanno parte del singolare Gourmet SKiToUr. ogni martedì si propone la salita con il gatto delle nevi al rifugio col alt, dove si inizia la giornata con un‘energetica colazione a base di prodotti altoatesini. e poi tutti in pista su pista vergine prima dell‘apertura degli impianti. Per informazioni e prenotazioni: Tel: 0471 836324 - email: info@rifugiocolalt.it

cHeF’S cUP SÜdTirol

auf unserer Gourmet-Skitour rund um den Santa croce wird ihr Gaumen in den Hütten so richtig verwöhnt: acht Hütten entlang des gesamten Ski-Parcours servieren ihnen einheimische Spezialitäten. erleben Sie jeden dienstag ein Frühstück der besonderen art! Mit der Pistenraupe fährt man zur col alt hinauf, wo auf Frühaufsteher ein verlockendes Frühstück mit Südtiroler Spezialitäten wartet. Gestärkt geht es auf die unberührte Piste. der erste Schwung gehört ihnen! Für informationen und reservierungen: Tel: 0471 836324 - email: info@rifugiocolalt.it


l’alTa Badia reGina delle alPi

alTa Badia iST die nUMMer einS in den alPen

alTa Badia QUeen oF THe alPS

recentemente una dettagliata analisi delle località turistiche alpine eseguita dal prestigioso centro Studi del Touring club italiano ha promosso l’alta Badia,la località al top delle alpi tra le 111 destinazioni analizzate.

Mit deutlichem Vorsprung belegt alta Badia den ersten Platz in der analyse des renommierten Touring club italiano. Gesucht wurde die beste Urlaubsdestination in den alpen. dabei wurden nicht nur die Standortqualitäten und die Winterangebote sondern auch die Möglichkeiten in der Sommersaison bewertet.

a detailed analysis of the alpine tourist resorts carried out by the prestigious italian Touring club Study centre has voted alta Badia, top resort in the alps out of the 111 destinations taken into consideration.

Corvara 1.568 m Str. col alt, 36 | i-39033 corvara Tel. 0471 836176 | Fax 0471 836540 corvara@altabadia.org

La Villa 1.433 m Str. colz, 75 | i-39030 la Villa Tel. 0471 847037 | Fax 0471 847277 lavilla@altabadia.org

San Cassiano 1.537 m Str. Micurà de rü, 24 | i-39030 San cassiano Tel. 0471 849422 | Fax 0471 849249 s.cassiano@altabadia.org

Colfosco 1.645 m Str. Pecëj, 2 | i-39030 colfosco Tel. 0471 836145 | Fax 0471 836744 colfosco@altabadia.org

Badia 1.324 m Str. Pedraces, 29/a | i-39036 Badia Tel. 0471 839695 | Fax 0471 839573 badia@altabadia.org

La Val 1.348 m San Senese, 1 | i-39030 la Val Tel. 0471 843072 | Fax 0471 843277 laval@altabadia.org

www.altabadia.org


SOMMARIO

N R O S A D Ö R A / MAGAZINE DELLE DOLO

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TURISTI BADIOTI Le uova che rotolano a valle, le formiche sulla tovaglia del picnic. E poi lo sci. L’Alta Badia è stata una scoperta tardiva per Beppe Severgnini, ma queste montagne risvegliano qualcosa del suo inconscio infantile. La prima volta è arrivato dalla Val Gardena sciando. E ora lo scrittore e giornalista del Corriere della Sera è qui per restare e per fare le pulci agli «Italians» che si aggirano tra Colfosco e La Valle. I PIONIERI DELLA VALLE Se vi siete imbattuti in una cartolina d’epoca che ritrae una signora sorridente su una seggiovia monoposto e, sullo sfondo, una Corvara quasi irriconoscibile, è bene sappiate che quella è una foto del primo impianto del genere d’Italia. Era il 1947. Da allora sono passati più di sessanta anni e almeno quattro generazioni di impianti. Sono ancora in molti quelli che ricordano le «bidonvie», come quella di Badia. E c’è chi va in pellegrinaggio nella funivia che negli anni Ottanta portò Alberto Tomba nell’Olimpo dello sport. COPPA DEL MONDO Il segreto della Gran Risa? Una pista difficile e selettiva, che premia chi è bravo e lascia poco spazio alla fortuna. Per questo è considerata l’università dello slalom gigante. Ripercorriamo i 24 anni che hanno fatto della nera di La Villa, la pista più famosa d’Italia. COPPA DEL MONDO/2 Il primo gigante riconosciuto dalla Fis? Marcello Varallo, patron della coppa del mondo in Alta Badia, se lo ricorda bene, anche perché quest’anno ricorrono i 25 anni. Si tenne sull’Alting, non sulla Gran Risa. PASSIONI DI UN MINISTRO Le sue vacanze partono sempre da qui. Il ministro degli Esteri Franco Frattini conosce l’Alta Badia e suoi abitanti. Ospite fisso sia d’inverno sia d’estate. Ci ha raccontato di quando ha iniziato a sciare da bambino, gli anni da maestro e quelli da ministro sciatore. Poi un consiglio agli abitanti della valle: puntate sul turismo ecocompatibile. NEVE AL TOP Breve guida per neofiti o smemorati: l’Alta Badia è tutta da sciare e ogni pista è unica. I Tiezza brothers ne hanno scelte alcune e hanno elaborato la loro top five, descrivendo, per ogni discesa, lunghezza, difficoltà e caratteristiche, non solo tecniche. BADIA ALTERNATIVA Arriva il nuovo snowpark ed è l’occasione per fare parlare chi surfa sulla neve delle Dolomiti da anni. Il passaggio dalla neve fresca al superatrezzato parco farà perdere l’anima agli snowboarder? Loro giurano di no. Anzi, assicura la campionessa della tavola Marion Posch, servirà ad avvicinare altri giovani allo snow. NON SOLO SCI Ai piedi del monte Santa Croce fino a La Valle con le ciaspole. Un percorso che parte dalla Via Crucis e prosegue nelle zone pù intatte dell’Alta Badia, galleggiando sulla neve con le racchette.


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ALTA BADIA IN ROSA Sport, futuro, ma anche vita privata, letture, montagne preferite e famiglia. Abbiamo messo allo specchio due generazioni di donne agoniste dell’Alta Badia: Maria Canins, leggenda del fondo e del ciclismo, e la giovane promessa dello sci nordico Debora Agreiter. Abbiamo scoperto che hanno tante cose in comune, nel modo di intendere lo sport, ma non solo. DOPO SCI Après-ski made in Badia: Hugo al posto dello Spritz, Alpenpop e panche di legno. Ma da qualche tempo anche la cultura cocktail-lounge ha fatto capolino nella valle. Nei mesi del turismo la vita notturna decolla nei comuni della valle. LO SPORT DELLE STELLE Cosa fanno le star della cucina badiota quando non sono tra i fornelli a guadagnare le stelle? Abbiamo scovato Norbert Niederkofler munito di sci e attrezzatura da fondo. Frequenta l’anello dell’Armentarola, ha iniziato con una maestra al top: Maria Canins e poi, visto che c’era, ha deciso di «fare le cose come si deve». Lo sport è disciplina - ci spiega - e l’allenamento duro libera la testa. Non è raro che le migliori intuizioni del cuoco stellato arrivino proprio mentre scia o cammina. LE CULTURE DELLE DOLOMITI La Val Badia è anche terra di arte. Lois Anvidalfarei è uno scultore proiettato in Europa, cospomolita, ma con le radici ben piantate nelle terra dei suoi avi. SIAMO TUTTI LADINI Non vi lasceremo andare via dalll’Alta Badia prima di avere imparato almeno 99 parole nella lingua delle Dolomiti. In esclusiva per noi la nuova versione di “99 parores”, la sporta per la spesa che parla ladino. BADIASTYLE Lo shopping per la montagna? Sempre altamente tecnologico, ma sempre più anni Ottanta. Piumini voluminosi, colori fluo. Ecco i nostri consigli.

PUBBLICA LA TUA FOTO VINTAGE

Avete nel cassetto testimonianze fotografiche delle vacanze anni Settanta – Ottanta in Alta Badia? Magari ritratti in tenuta da sci tecnica attillatissima, oppure foto che vi riprendono mentre, indossando piumino verde, jeans e ghette, vi apprestate a prendere una cestovia muniti di monoski? È il momento di pubblicarle e far vedere a tutti che siete turisti badiotti d’annata. Contattateci all’indirizzo info@enrosadira.info.

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IMPRESSUM Enrosadira www.enrosadira.info

Direzione e redazione: Strada Pedraces, 42 39036 Pedraces (BZ)

Direttore responsabile Antonio Signorini

Art director Gustav Willeit

Coordinamento della redazione e fotografia Daniel Töchterle

Coordinamento e pubblicità locale Roberto Pallestrong

Grafica Hanno scritto, collaborato, dato idee Gianpiero Balaclava, Elmar Burchia, Giulia Castelli Gattinara, Andrea Cuomo, Alessandro Fregni, Chiara Maltagliati, Crescenzo Mazza, Gottfried Nagler, Freddy Planischek, Katia Pizzinini, Tobias Saabel, Anna Sansa, Anna Spina, Simone Serra, Claudio Tiezza, Luca Tiezza, Daria Valentin, Mario Verin

Editore Antonio Signorini Via Cesio Basso 16 00136 Roma info@enrosadira.info Telefono e fax 06 35346959

Periodico semestrale Anno I - N. 1 Inverno 2010 Stampatore. Tipografia Graffietti. S.S. Umbro Casentinese (S.S.71), Km.4,500, Montefiascone 01027 – Viterbo

Pubblicità commerciale@enrosadira.info marketing@enrosadira.info Enrosadira – Inrosadöra Magazine delle Dolomiti Autorizzazione 15/09 Registro Stampa Tribunale di Bolzano

IN COPERTINA: Val Mezdi Foto Gustav Willeit


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he questo sia un posto magico e diverso lo sa chiunque, anche perché è sotto gli occhi di tutti. Che l’Alta Badia sia meta di una comunità di turisti altrettanto speciale, invece, lo sanno in pochi. Lo sanno i badioti che si sono visti passare sotto il naso generazioni di visitatori. Ma, forse, non lo sanno gli stessi ospiti, che sono poco inclini alla mondanità e se tornano qui appena possono – come dimostrano due testimonianze d’eccezione che troverete poche pagine più avanti – non è né per celebrare se stessi né per omaggiare il vip di turno. Chi viene qui - e di solito chi viene una volta poi torna – lo fa perché ama lo sport, l’ospitalità di alto livello, la montagna. Forse all’inizio è attratto dalla fama della Gran Risa, dal richiamo dei cuochi stellati. Ma poi, quando prende confidenza con la valle, impara – magari consigliato da qualche bravo maestro di sci, come accadrà a chi continuerà a sfogliare le pagine - che di piste da provare ce ne sono tante, ognuna con una sua anima. Capisce subito che in Alta Badia si può essere coccolati e viziati anche spendendo poco, perché il culto del buon cibo e dell’accoglienza è un patrimonio di tutta la valle. Un motivo d’orgoglio, non solo un business. Difficile spiegare tutto questo a chi in Alta Badia non c’è mai stato? Faticoso convincere chi la conosce

solo superficialmente, che questa non è solo terra di tradizioni conservate gelosamente, ma anche di innovazione? Noi dimostreremo di no. E ci occuperemo di questa zona di confine, tirolese e latina. I Ladini hanno parenti ovunque in Europa, parlano una lingua che secoli fa era comune a tutto il nord Italia. Sono stati parte dell’Impero Autroungarico e quindi del mondo germanico. Ma potevano, e tutt’ora possono, sentirsi a casa nell’intero arco alpino, dal Friuli alla Svizzera. Esattamente il contrario di quello che ci si potrebbe aspettare da una minoranza linguistica. È per questo che le novità da queste parti arrivano prima: impianti di risalita da record (come la prima seggiovia d’Italia che raccontiamo più avanti), espressioni artistiche d’avanguardia apprezzate in tutta Europa oppure un modello di sviluppo economico ecocompatibile e funzionante. Parliamo di tutto questo nelle pagine che seguono. Cose che i turisti badioti sanno oppure intuiscono. Enrosadira nasce per raccontarle, metterle nero su bianco e farle uscire dai confini delle chiacchiere da bar (in questo caso meglio dire da rifugio). Ai lettori una promessa: Enrosadira sarà sempre fatta da chi ha l’Alta Badia nel cuore. E sarà sempre aperta a chi avrà qualcosa da dire su questi posti magici. Antonio SIgnorini

Foto Gustav Willeit

Bëgnodüs


NATURE

Gustav Willeit INFAN, Parco Naturale Fanes, 09


NATURE

Gustav Willeit

www.guworld.com

LAGAPS, Col Gallina - Lagazuoi, 09 CRUPER, Sas dla Crusc, 07

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NEWS

a la valle la prima casa in PAGLIA Balle di paglia al posto dei mattoni, tetto in legno e intonaci speciali.Tutto all’insegna dell’edilizia ecocompatibile, tutto perfettamente funzionante come, se non meglio, rispetto alle costruzioni tradizionali. Negli Stati Uniti ci lavorano da cento anni; in Europa è una novità e in Italia si contano sulle dita di una mano. Ma, dalla prossima estate, la Val Badia avrà un primo esemplare di casa in paglia, costruito da Stefano Serafini a La Valle. Un progetto pilota, ma anche l’abitazione della famiglia Serafini, passata dalla passione per l’alimentare biologico (sono i proprietari del negozio Biobadia) alla bioedilizia. «Abbiamo usato le balle di paglia normali, quelle usate in agricoltura. Il vantaggio è nella sostenibilità ambientale dei materiali, ma anche in un risparmio energetico garantito e in un ambiente salubre», spiega Stefano. La casa, realizzata in collaborazione con la cooperativa Casadipaglia. it, rispetta infatti i rigidissimi criteri di “CasaClima A più” ed è solida e sana. «La paglia non assorbe per capillarità quindi rimane perfettamente asciutta e permette ai muri di traspirare correttamente. Lo sanno bene i contadini che la conservano in covoni che sono lasciati all’aperto». All’esterno le balle sono intonacate con la calce, mentre all’interno sarà usata l’argilla cruda, altro materiale che permette una perfetta regolazione dell’umidità e del comfort abitativo.

IN VOLO (VIRTUALE) SOPRA LE ALPI Chi ha nostalgia delle Alpi d’estate e delle visite ai parchi, quest’anno avrà la tecnologia dalla sua parte. Davanti a un grande schermo, con la cloche in mano, si potrà sorvolare il gruppo montuoso più alto d’Europa, dalla Francia alla Slovenia e dalla Germania all’Italia. L’altezza di volo la decidiamo noi e ovunque ci sia qualcosa di interessante da scoprire, come i parchi naturali e nazionali, ci potremo lanciare come un’aquila verso il basso per immergerci nella varietà

delle aree protette. Sarà possibile farlo al Centro Visite del Parco Naturale Fanes-Senes-Braies a San Vigilio di Marebbe fino a marzo grazie a una console che permette di visitare virtualmente l’arco alpino, seguendo itinerari predefiniti, oppure a volo libero. Il Centro visite é aperto al pubblico da martedì a sabato, dalle ore 9:30-12:30 e dalle 16:00-19:00. Nella foto la prima pagina di Parks, la bella rivista dei parchi della provincia.

“Magnum” di 5 metri a San Cassiano Non si stupiscano gli sciatori se scendendo dal Piz Sorega a valle, noteranno una bottiglia gigante di Champagne Pommery. Si trovano di fronte a una via di mezzo tra un’opera d’arte e una pubblicità. Si chiama Senza Oldenburg, opera creata da Franco Scepi per la nota casa di spumanti. La superbotti-

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glia è la prima delle quattro che Champagne Pommery intende installare in altrettanti luoghi simbolici del Belpaese, uno per ogni punto cardinale, quasi a segnare le tappe di conquista dell’Italia da parte della storica casa francese. Misure e peso da record per l’installazione: 5 metri di

altezza per 1500 chili. Ma la creazione di è una riproduzione della bottiglia Pop, la più piccola della Pommery. Un contrasto voluto, oppure un omaggio di Scepi a se stesso, in quanto importante esponente italiano della pop art?


Quella saporita dozzina. Dodici rifugi, dodici piste, dodici chef stellati, dodici piste. L’Alta Badia, in vista della stagione invernale che sta per iniziare, ripassa le tabelline e ne pensa un’altra per sedurre anche con il palato gli amanti dello sci che, sempre più spesso, scelgono le tante e belle piste della vallata ladina per la settimana bianca. Confermando così la vocazione “gourmet” dell’offerta turistica e ormai anche di chi viene a San Cassiano, Corvara, Badia e dintorni. Il progetto si chiama “Sciare con gusto” e vuole valorizzare, impreziosire il pranzo, quel pasto che troppo spesso gli sciatori riservano a uno spuntino veloce, scarponi ai piedi, tra una pista nera e una rossa, riservando i piaceri del palato alla più rilassata cena serale. Ma perché non regalarsi un momento di vero piacere anche tra una sciata e l’altra? Perché non togliersi lo sfizio di concedersi un piatto di uno chef rinomato con una spesa tutto sommato contenuta? Così alcuni dei più famosi chef dell’Alto Adige, tutti “decorati” da almeno una stella Michelin, sono stati chiamati in causa: hanno scelto un prodotto tipico locale – in genere molto semplice- e a partire da quello hanno preparato un piatto “stellato” ma non troppo elaborato, uno diverso per ognuno dei dodici rifugi che hanno aderito all’iniziativa, collocati sulle piste più amate e frequentate. La lista dei piatti, degli chef e dei rifugi è lunga e golosa. Si parte con i tre chef “dolomitici”, anima della Chef’s Cup, i tre che hanno fatto dell’Alta Badia una terra di grandi sapori oltre che di grande natura e grande sport. Il primo è Norbert Niederkofler del St. Hubertus (due stelle Michelin) al Relais&Chateaux Rosa Alpina di San Cassiano, che all’Ütia Bioch sulla pista Bioch di San Cassiano proporrà un piatto realizzato con il meraviglioso pane locale. Da parte sua Claudio Melis della Siriola (una stella) dell’hotel Ciasa Salares di San Cassiano preparerà per gli sciatori che si fermeranno all’Ütia Piz Arlara sulla pista Arlara a Corvara un piatto a base di grappa. E Artuto Spicocchi della Stüa de Michil (una stella)

NEWS

I N R O S A D Ö R A / MAGAZINE I N R O S A D Ö R A / MAGAZINE DELLE DOLOMITI I N R O S A D Ö R A / MAGAZINE DELLE DOLOMITI ELLE DOLOMITI

in dodici RIFUGI i panini degli chef

del Leading hotel La Perla di Corvara se la vedrà con lo speck. Ma anche altri chef stellati hanno in serbo golose sorprese per gli sciatori-gourmet: Gerhard Wieser del Trenkerstube (una stella) dell’hotel Castel di Tirolo avrà il compito di preparare un piatto con del formaggio da taglio nel rifucio Lée sul Santa Croce (nella foto). Herbert Hintner di Zur Rose (una stella) ad Appiano lavorerà sul miele e allieterà i clienti dell’Ütia Pralongiá. Armin Mairhofer dell’Anna Stuben (una stella) dell’hotel Grödner Hof di Ortisei proporrà una pietanza a base di cavolo e crauti nell’Ütia Scotoni sulla pista Lagazuoi. Per l’Ütia Col Alt sulla pista Col Alto di Corvara, Peter Girtler dello Stafler (una stella) dell’omonimo hotel di Mules-Campo di Trens ha studiato un piatto a base di barbabietola rossa. Karl Baumgartner di Schöneck (una stella) a Molini di Falzes si “esibirà” all’Ütia Col Alt sulla pista Col Alto di Corvara con un piatto a base di formaggio grigio. Martin Obermarzoner di Jasimin (una stella) a Chiusa ha scelto invece le patate per la sua creazione che sarà proposta agli sciatori che si rifocilleranno all’Ütia Mesoles sulla pista Frara a Colfosco. Wolfgang Kerschbaumer di La Passion (una stella) di Vandoies di Sopra farà miracoli con il radicchio all’Ütia Club Moritzino sulla pista Piz La Ila della Villa. Ci sarà il rinfrescante aroma della menta piperita nel piatto elaborato da Jörg Trafoier di Kuppelrein (una stella) all’omonimo hotel di Castelbello per l’Ütia Las Vegas sulla pista Ciampai di San Cassiano. Infine Anna Matscher di Zum Löwen (una stella) a Tesimo “spignatterà” con la mela per gli affamati clienti dell’Ütia Jimmy sulla pista Frara a Colfosco. Da fine novembre a metà gennaio gli ospiti che assaggiano i piatti “stellati” possono votarli e così  premiare lo chef che li ha  preparati  ed il rifugio dove sono stati serviti. Tra i votanti sarà estratto un vincitore che potrà partecipare gratuitamente alla Chef’s Cup Südtirol, che si svolgerà in Alta Badia tra il 17 e il 19 gennaio 2010. Andrea Cuomo

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NEWS

CENTO CUOCHI TRA I PALETTI Il conto alla rovescia è partito da mesi. Gli sciatorigourmet preparano la sciolina e lo stomaco per quello che è ormai tra i più ambiti eventi enogastronomici dell’anno. Anzi, l’evento che “apre” l’anno del gusto dopo le (per la verità brevi) penitenze che seguono le mangiate delle feste. E siccome ogni privazione rende più desiderabile l’abbondanza, ecco che la grande attesa per la Chef’s Cup Südtirol, che si terrà dal 17 al 22 gennaio 2010 in Alta Badia, il comprensorio sciistico più bello delle Dolomiti e di tutta Europa (e non lo diciamo certo noi), con i suoi 1200 chilometri di piste tutte in zone innevate naturalmente tra i 1500 e 3269 metri sul livello del mare e con una neve famosa per la sua perfetta consistenza garantita dal tasso di umidità particolarmente basso. Qual è il segreto del successo della Chef’s Cup? Innanzitutto il connubio tra i grandi motivi di attrazione dell’Alta Badia: lo sci, dunque, di cui abbiamo già detto; e poi l’alta gastronomia, che nei pochi chilometri che dividono San Cassiano, Corvara e Badia ha una concentrazione di luoghi di interesse probabilmente senza pari in Italia. E poi ancora la beneficenza. La Chef’s Cup Südtirol patrocina, infatti, ogni anno la raccolta di fondi a favore di un’associazione di volontariato.

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Lo scorso anno il ricavato fu devoluto a due diverse associazioni, individuate dagli organizzatori: l’Ospedale Santobono Pausilipon di Napoli e la Costa Family Foundation. Quest’anno chi sarà il beneficiario? Dietro la Chef’s Cup ci sono soprattutto i tre grandi chef dell’Alta Badia, soprannominati da tempo Dolo-Mitici: Norbert Niederkofler del St. Hubertus dell’hotel Rosa Alpina di San Cassiano; Claudio Melis de La Siriola dell’hotel Ciasa Salares di Armentarola, frazione di San Cassiano; e Arturo Spicocchi della Stua de Michil dell’hotel La Perla di Corvara. Un altoatesino doc, un sardo e un marchigiano che rappresentano tutte le anime dell’Italia gastronomica (isole comprese) in questo lembo estremo del nostro Paese. E ai quali da tempo anche le principali guide hanno riconosciuto il ruolo di ambasciatori della grande cucina altoatesina e italiana, attribuendo loro punteggi che li inseriscono – posizione più posizione meno – sempre tra i primi cinquanta ristoranti italiani. Insieme fanno quattro stelle Michelin (due Niederkofler, una ciascuno gli altri): quattro stelle brillanti tra le tante del magnifico cielo dell’Alta Badia. Per l’edizione 2010 sono attesi oltre un centinaio tra chef e produttori. AC

PISTE SENZA BARRIERE Alta Badia ormai è sinonimo di bellezza, suggestione, accoglienza e divertimento, ma da qualche tempo anche di integrazione. È proprio a questo proposito che le scuole di sci dell’Alta Badia si sono impegnate, con mezzi adeguati, a rendere lo sci alpino uno sport accessibile non solo a bambini e adulti, ma anche ai diversamente abili. Grazie a nuove tecniche organizzative (la suddivisione in categorie in relazione al disagio della persona) e strutturali (quali mono-sci, bi-sci e slittini per paraplegici), queste persone avranno la possibilità di praticare lo sci a livello amatoriale o agonistico, in assoluta sicurezza e serenità. A loro disposizione ci saranno inoltre vari tipi di assistenza, associati alla premura e alla disponibilità dei maestri di sci che li seguiranno con passione e dedizione. Sentimenti che contraddistinguono l’Alta Badia. Lo sport adesso è davvero per tutti. Mariagiovanna de Candia

boOM DI PELLEGRINI PER IL SANTO FREINADEMETZ Il paesaggio, il clima, il profumo di benessere contribuiscono senza forzature a rendere le Dolomiti sede di forte e costante turismo. Da qualche anno però gli ospiti della valle hanno cominciato ad apprezzare anche la componente religiosa e spirituale del posto, soprattutto grazie alla santificazione di Giuseppe Freinademetz, prete missionario della Val Badia vissuto nell’Ottocento che passò gran parte della sua vita in Cina. Già nel 1975, con la beatificazione da parte di Papa Paolo VI, i pellegrinaggi sono diventati frequen-

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ti e sistematici soprattutto nella zona di Oies (luogo di nascita del Santo), per poi toccare l’apice in seguito alla sua santificazione del 5 Ottobre 2005 da parte di Papa Giovanni Paolo II. Ed è proprio nell’originaria casa di Freinademetz ad Oies che si custodiscono reliquie, indumenti e testi scritti a mano che ad oggi continuano ad attirare la curiosità ed evocano sentimenti di fede nei turisti di ogni provenienza. MdC


Novità per i campioni e anche per i semplici appassionati della Gran Risa. Dopo le modifiche tecniche e organizzative degli anni passati, quali l’aumento della pendenza nella parte finale, il cablaggio a fibre ottiche di tutta la pista, la creazione di una nuova location per il centro servizi, quest’anno la Gran Risa si presenta agli occhi degli spettatori con una miglioria tecnica nell’impianto di innevamento artificiale, voluta da Skicarosello società che gestisce gli impianti della zona. Il nuovo sistema permetterà di realizzare più velocemente e in anticipo la preparazione del manto nevoso. «Fino all’inverno scorso, la Gran Risa era servita da uno dei primi impianti di innevamento costruiti in valle, risalente al 1984. Con i nuovi lavori di potenziamento sarà possibile innevare in modo capillare tutto il tracciato fino alla parte superiore della stretta. L’anno prossimo seguirà invece il completamento dei lavori che permetterà di rinnovare anche il tronco superiore», spiega Andy Varallo, presidente di Skicarosello e vicedirettore di gara in Alta Badia . La novità riguarda anche il tratto finale delle gobbe che sarà servito da una nuova linea di innevamento. L’aumento della capacità di produrre neve è sicuro: «Abbiamo sostituito i tubi da 90 cm di diametro con tubi da 150 cm. Anche la stazione di pompaggio è stata sostituita e costruita sul modello di quella presente ai piedi della pista Altin, in modo tale da servire 19 aste nuove che sono state montate lungo la pista e a pompare ad un regime superiore, accorciando notevolmente i  tempi di innevamento», aggiunge Varallo. L’evoluzione della Gran Risa non si fermerà con il 2010. Sono previsti altri interventi e, alla fine, l’investimento complessivo per l’innevamento sarà di circa 800 mila euro. Chiara Maltagliati

Foto parterre3.com

il ciampai si rinnova Una macchia di giallo sul Piz Sorega. Il vecchio impianto del Ciampai è andato in pensione per essere sostituito da uno nuovo ad agganciamento automatico con seggiole da sei posti. E non è la sola novità di questa stagione. A La Villa, la Ferata Gran Risa funzionerà anche per i ritorni, questo significa che a

ELLE DOLOMITI

NEWS

I N R O S A D Ö R A / MAGAZINE I N R O S A D Ö R A / MAGAZINE DELLE DOLOMITI I N R O S A D Ö R A / MAGAZINE DELLE DOLOMITI

LA GRAN RISA FA IL PIENO DI NEVE ARTIFICIALE

fine giornata anche chi scenderà dall’Alting potrà raggiungere il parcheggio all’arrivo della coppa del mondo, ai piedi della nera. A Corvara i lavori si sono concentrati sul ponte che collega la pista Costes da L’Ega con la zona Boé. Ora è piú dolce ed è meno faticoso da percorrere.

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caccia al tesoro sugli sci

Riservato alle ragazze e ai ragazzi che si vogliono cimentare con lo “stile libero” della neve. Quattro ore (dalle 10 alle 16) di insegnamento intensivo nello snowpark del Ciampai per imparare il freestyle, sia twin-tip che snowboard. La proposta è del Dolomitisuperski e si svolge in tutti i 22 parchi dell’area sciistica più bella del mondo a partire da metà gennaio. In Alta Badia il “Freestyle camp-Dolomiti” si svolgerà nel nuovo parco sul Piz Sorega e sarà curato dalle scuole di sci, in modo da dare la possibilità di partecipare sia a chi è in Alta Badia per la settimana bianca, sia a chi passa sulla neve solo un fine settimana. Il costo va dai 69 euro, compreso il noleggio dell’attrezzatura, a 45 euro (il partner, Salomon sport, fornisce l’attrezzatura con una riduzione del 30 per cento). Tutte le informazioni sul sito wwww.dolomitisuperski.come, negli uffici informazione della valle e presso le scuole di sci.

Strategia, senso dell’orientamento e un notevole eclettismo sciistico. Sono questi gli ingredienti per partecipare alla seconda edizione del Nissan Qashqai Prove It - Dolomiti 2010. La promessa degli organizzatori – l’iperattiva SpiaGames - è quella di far vivere i Monti pallidi in maniera innovativa e regalare agli appassionati della montagna una giornata memorabile. Sciatori e snowboarder potranno fare vita a squadre formate da tre persone e poi dedicarsi al contest che si svolge in tutta l’area del Dolomitisuperski (Val Gardena, Alta Badia, Val Di Fassa, Arabba e Marmolada). L’obiettivo è fare il punteggio più alto, scegliendo - e qui entra in gioco la tattica – se conviene puntare sulle cinque prove speciali (skicross e skicrosskids, slalom gigante, freeride e big air) oppure dedicarsi con più attenzione a scovare i check points nascosti lungo tutto il territorio seguendo le indicazioni delle mappe. Una caccia al tesoro a cielo aperto, una gara di sci e anche una competizione fotografica, visto che i team dovranno individuare dei soggetti da fotografare e, se porteranno al traguardo gli scatti giusti, guadagneranno punti extra. Il tutto nell’ambiente incantato delle Dolomiti. Il contest si terrà il 21 (facoltativo) e il 22 marzo. Iscrizioni su www.qashqaidolomiti.com.

NEWS

PICCOLI FREESTYLER CRESCONO

CRESCE LA FEBBRE DA MARATONA «A te ciclista, malgrado le tue fatighe, la fortuna non t’ha arriso. Noi della Maratona ci sentiamo un granello di colpa». Michil Costa, patron della Maratona dles Dolomites ha dedicato una poesia ai ciclisti che non potranno partecipare alla edizione 2010. A fine novembre c’è stata la prima estrazione e le richieste sono cresciute del 6 per cento: 25 mila contro le 23 mila e cinquecento dell’anno precedente. A fare lievitare il numero di pretendenti le domande provenienti dalla Germania e da altri paesi con una tradizione di ciclismo, come il Belgio e l’Olanda. L’elenco degli ammessi si trova nel sito della Maratona: www.maratona.it.

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NEWS

I N R O S A D Ö R A / MAGAZINE I N R O S A D Ö R A / MAGAZINE DELLE DOLOMITI I N R O S A D Ö R A / MAGAZINE DELLE DOLOMITI ELLE DOLOMITI

Le Dolomiti sono patrimonio dell’umaniTAàÁ

Foto Stefano Zardini Nove gruppi dolomitici dell’estensione complessiva di 142 mila ettari, cui si aggiungono altri 85 mila ettari di “aree cuscinetto”, per un totale di 231 mila ettari, ripartiti tra le province di Trento, Bolzano, Belluno, Pordenone e Udine: questo il sito Patrimonio dell’ Umanità sancito dall’Unesco il 27 giugno scorso a Siviglia. La Val Badia si trova in mezzo a due delle più importanti aree riconosciute dall’Unesco. Verso est ci sono le Dolomiti Settentrionali, la più vasta delle nove aree, sviluppata su 55.586 ettari e compresa tra le province di Bolzano e di Belluno. Ne fanno parte alcuni dei più famosi gruppi montuosi: le Dolomiti di Sesto-Sextner Dolomiten, l’area dei Cadini, le Tofane, il Monte Cristallo e le Dolomiti Cadorine. A Ovest delle dolomiti del Nord, separato dalla Val di Landro, sorge un vastissimo comprensorio dolomitico, formato dall’area di Braies, dall’alpe di Sennes e dall’alpe di Fanes. Verso Est, un altro parco naturale che in parte si trova in Alta Badia e che è entrato nelle aree Unesco: il gruppo PuezOdle, tutto in territorio altoatesino. La storia della candidatura risale al 2004 quando il governo

italiano, insieme alle provincie di Belluno, Pordenone e Udine e alle province autonome di Bolzano e Trento ha proposto i Monti Pallidi all’Unesco. Il sì definitivo è arrivato quattro anni dopo, motivato dal fatto che le Dolomiti rappresentano un unicum a livello mondiale, un «bene seriale naturale». I Monti Pallidi soddisfano due dei criteri fissati dall’Unesco per definire un bene Patrimonio dell’Umanità: il settimo, relativo ai fenomeni naturali superlativi o alla bellezza naturale o all’importanza estetica, e l’ottavo, quello riguardante la storia della Terra, le caratteristiche e i processi geologici e geomorfologici. La loro bellezza intrinseca deriva da una varietà di «forme verticali spettacolari come pinnacoli, guglie e torri, in contrasto con superfici orizzontali tra cui cenge, balze e altipiani, il tutto emergente all’improvviso da estesi giacimenti detritici o da dolci colline». Un cenno anche ai colori delle Dolomiti, ai contrasti tra le spoglie e pallide rocce e dalle foreste e i prati sottostanti; alla biodiversità e anche alla lingua locale, il ladino, che è sopravvissuto per secoli e ora, con l’inclusione delle Dolomiti nella lista dei patrimoni dell’Uma-

nità, dovrà essere ancora di più tutelato. Di grandi cambiamenti non ce ne saranno, soprattutto per la Val Badia, visto che le due aree riconosciute dall’Unesco erano già parchi naturali. I vincoli cui vengono usualmente sottoposti queste zone sono già rigidi e mettono al riparo le Dolomiti da metodi di sfruttamento sconsiderati. Sembra più realistico tenere presente i risvolti positivi che questo passo determinerà sul piano del turismo: se da un lato è vero che queste valli sono ormai conosciute in tutto il mondo, è anche importante considerare che il marchio. Unesco comporterà l’inserimento delle Dolomiti in una rete di mete, frequentate da visitatori, per lo più attenti e consapevoli. Resta la sfida a mantenere integro l’ambiente delle Dolomiti. Non bisogna dimenticare che le uniche perplessità avanzate nel parere relativo alla candidatura, riguardavano l’eccessivo grado di antropizzazione e di sfruttamento del territorio di alcune zone dell’area. Per questo l’iscrizione nella World Heritage List deve essere vista come un monito alla salvaguardia dell’ambiente e dell’integrità di un bene unico e irripetibile. Anna Sansa

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Il personaggio

«Noi italians delle Dolomiti, TurIsti educati un po’ per forza» BEPPE SEVERGNINI

Beppe Severgnini è ormai una presenza fissa in Alta Badia e forse non è un caso. Intervistato da Enrosadira spiega come è arrivato da queste parti, perché torna tutti gli anni. E svela il segreto del successo del comprensorio: poca mondanità, molta montagna e tutela dell’ambiente. Poi un sano snobismo che porta i visitatori a non considerare troppo i vip. Tra un amministratore delegato e una bella montagna, i turisti non hanno dubbi, scelgono la seconda. Tutto merito di questi posti, assicura il giornalista e scrittore.

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Foto: Daniel Tรถchterle

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Il personaggio Beppe Severgnini, in Val Badia da un lustro o qualcosa di più. Quindi, uso parole sue, con queste montange è stato un amore senile, giusto? «Chiamiamola una scoperta tardiva, se proprio non vogliamo dire senile. Comunque è arrivata dopo i 40 anni. La Sardegna è stato il grande amore di quando ero ragazzino, adolescente e ventenne. La Val Seriana, una grande passione che colloco nella mia infanzia. La Val Badia un colpo di fulmine. E io non sono facilmente impressionabile, visto che viaggio molto e di posti belli ne ho visti tanti. Come sciatore, poi, ho girato veramente tutta l’Italia». Quindi una scoperta sci ai piedi? «Il primo approccio è stato invernale. Ero in Val Gardena, che mi piace, però di fatto ero sempre di qua a sciare. A quel punto mi sono detto: vado in Alta Badia».

«La Sardegna è stato il grande amore, poi il colpo di fulmine con l’Alta Badia. Sugli sci» Poi è diventato un ospite fisso anche d’estate… «È così. Credo che questi posti d’estate muovano qualcosa nel mio inconscio infantile. Mi ricordano la montagna quando ero bambino: i pic nic tra le formiche, le uova sode che rotolano a valle. Tanti bei ricordi»

Altre piste? «Mi piace la Gran Risa sia la rossa sia la nera. La rossa forse è più fluida, è una pista da fare tutta di fila; ce la puoi fare anche a 50 anni e quando arrivi in fondo ti convinci di avere qualche speranza. Ti regala un’illusione di gioventù, ecco. È talmente tenuta bene che la fai tutta di fila e ti dici: non sono tanto vecchio. Invece lo sei, ma fa niente; la rossa è una pista generosa e ti regala questa illusione. Poi mi piace il Boe. Però bisogna andarci quando non c’è tanta gente perché c’è qualche passaggio un po’ stretto». Chiacchierando con altri ospiti della valle le è scappata qualche battuta velenosa verso un certo turismo mondano tipo quello che si trova in Sardegna o a Cortina. Conferma? «Attenzione, la Sardegna ha tutto. Contiene Cortina e la Val Badia. I turisti della Val Badia sono più simili a quelli della Gallura, anche perché sono entrambi posti verdi e magici». E Cortina? «Lì i turisti si avvicinano di più a quelli della Costa Smeralda. Non si tratta di dividere i buoni dai cattivi, dipende da cosa si vuole da una vacanza. Trovare la fidanzata di un calciatore, magari nemmeno titolare della squadra, che indossa filo interdentale invece di un costume da bagno può essere anche divertente. La prima volta è anche uno spettacolo interessante, ma alla fine, questo mondo non è il mio. Sto parlando della Costa Smeralda». Allora torniamo a Cortina.

Domanda di rito: le piste preferite, anche se non sono in Alta Badia? «Mi piace Porta Vescovo». Accidenti! «Guardi che io scio bene, facevo le gare da ragazzo. Oddio, dire che scio bene qui è dura, ma sono stato dietro a Manfred Canins che è uno che va. Poi però, ingenerosamente, mi ha detto che aveva rallentato per farmi stare dietro».

«Cortina è diversa, c’è molta mondanità. E mondanità vuole dire che ci sono auto e quindi traffico. Vuole dire trovare persone, anche simpatiche e in gamba, che però vedo tutto l’anno per lavoro. Quindi rischio di trasformare la vacanza in una prosecuzione del lavoro. Devo dire poi, che d’inverno tra gli impianti della Val Badia e quelli di Cortina c’è una differenza indiscutibile. Lo sanno anche a Cortina e per questo volevano venire in Alto Adige». Come sono gli italiani versione turisti in Val Badia? «A me sembra di vedere un turista e un viaggiatore educato. Anche perché questo è un posto che non incoraggia la maleducazione. Anzi, che non tollera la maleducazione. Come ho

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detto anni fa a chi qui è responsabile del turismo, il giorno in cui vedrò una copertina di un giornale di gossip con le foto di due smandrappate che corrono nude in mezzo alle capre su uno di questi prati, mi preoccuperò tantissimo. Per fortuna non è accaduto e non accadrà». Qualcos’altro che non vorrebbe vedere in Alta Badia?

Quando si amano questi posti e avendo la possibilità è difficile resistere alla tentazione di una seconda casa. «È una tendenza non solo italiana. Tempo fa ero in Toscana, dalle parti di Cortona e la prima cosa che fa un inglese quando arriva lì è dire “wonderful”. Poi beve un bicchiede di vino e come terza cosa vuole comprare casa. Tendenza naturale, dicevo, ma da non incoraggiare».

«In generale c’è un tipo di turismo che non si dovrebbe seguire. Il super fuoristrada parcheggiato in mezzo al prato ancora non l’ho visto e sono molto contento».

Lei non si è mai fatto tentare?

Guardi che rinunciare del tutto al mondano rischia di essere una scelta controcorrente, soprattutto oggi...

«Ho peccato anche io, ho una casetta in Sardegna. Però quando sono venuto qui non mi è venuta la tentazione. Ci sono degli alberghi molto belli e vado sempre lì. Fossi più giovane andrei in campeggio a prendere freddo».

«Non è che il mondano sia cattivo, è un’altra cosa. C’è gente importante che viene quì per vedere le montagne e non per sentirsti dire che è importante. La montagna è altro rispetto a gratificare la vanità di un amministratore delegato. Chi viene qui deve rispettare la montagna, che viene prima di tutto».

«Il turismo che non vorrei vedere? I suv sui prati e gli abusi edilizi»

Quindi l’Alta Badia deve restare come è? «Se uno si guarda intorno, si rende conto che qui l’abusivismo sarebbe blasfemo. Non ho altre parole. In Italia ci sono posti altrettanto belli soprattuto sulla costa, ma anche in montagna. La bulimia edilizia a poco a poco si è mangiata tutto. Se gli abitanti della Val Badia volessero vendere il loro territorio potrebbero fare miliardi di dollari, ma poi resterebbero fregati per trenta generazioni». Enrosadira

E degli abitanti della Valle cosa ci dice? «Dopo anni di frequentazione, la mia sensazione è che abbiano messo insieme le qualità della cultura italiana e di quella tedesca. Gli è andata bene perché potevano mettere insieme i difetti di entrambe, che ci sono». E poi? «Sono molto consapevoli della fortuna che hanno. Sanno che questi posti sono una ricchezza e un bene non sostituibile. E per questo sono stati attenti a difenderli dall’assalto delle seconde case e da un certo tipo di sviluppo. Poi sanno anche guadagnare bene con gli alberghi e i rifugi. È la conseguenza inevitabile di questa scelta. E io dico che va bene così».

Giornalista atipico. Scrittore allo stesso tempo irriverente e garbato; uno dei pochi in grado di fustigare i costumi degli italiani senza sconfinare nei luoghi comuni. Scrive al Corriere della Sera e – caso quasi unico tra i grandi giornalisti generalmente allergici a Internet - si dedica con passione al forum online Italians. L’ultimo libro è “Manuale del perfetto turista”. Quello precedente “L’italiano. Lezioni semiserie”, presentato anche a Corvara nel corso della rassegna Un libro un rifugio, curata da Gianna Schelotto. Severgnini ha iniziato al Giornale di Indro Montanelli e ha collaborato a lungo con l’Economist. I suoi pezzi sono distribuiti dal New York Times Syndacate. È a suo agio in un club di Londra così come allo stadio (è tifoso dell’Inter). E ogni anno torna in Val Badia.

Foto: Daniel Töchterle

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STORIE

a i d a B a Alt n i i t n pia m i i d i ann ’ t n a t t O

i d a z n a t a r t o t p e m v i ’ L are in v i r r a r e ige e T ato oper m r e arra fine, l alita e c i ris i d , in e, ezz rno e nti di tapp p le ia a, a, de ord ci mo li imp riamo d’Itali , c con ello s lla deg ercor prima santa o n s ip n ma passi . Que ria. R - la ni Se quella a te i lto e an a na ruit i prim mbien cente Col A degli . Com Gran t s lla co , oi ta si e a ll’a 908 o, 1 via ito. P to de e qua vara estovi Ottan ese de rsone n o a i z r i g r t e c Bol seg di goml rispe d’amo da Co alle m ann le disc 110 p dia. lle a o a C el Un olio , ne toria ava oca - l boo cere i, da a Ba ad a t t n i l e nivi o i r x s r p t u v d A o a F e e La tan egn è una he p e d’ nivie tta, a to m n in g ia o n a u c i e n f n l i v m o di Bad osto cart Poi le a in a for e se b . ch e ta in op l’Al mon lt dell mode to Toma cab ici. An o u n g er la dal etto c nte sc a Alb da. U ostal e n g in av sog ificam e port legge oia de h gn gi lla ma Villa c di, ne er la p a in di L e, qu zione un a Ris ra in f o anc

Le immagini del servizio sono state gentilmente concesse da Tecneum-Museo della tecnica di Bolzano, Foto Ghedina di Cortina, Skicarosello e da Seggiovie Santa Croce Spa

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STORIE

L

a storia non è tanto diversa da quella di due glorie postbelliche come la Lambretta e la Vespa. A Pontedera gli ingegneri della Piaggio studiavano i motorini di avviamento degli aerei militari e le ruotine dei carrelli per riconvertirli a un uso civile; sulle rive del Lambro, qualche centinaio di chilometri più a Nord, Innocenti si accaniva per dare forma e movimento ai suoi famosi tubi metallici e realizza-

r e qualcosa di più sofisticato rispetto a uno strumento per l’edilizia. Ne vennero fuori i due scooter più famosi del mondo; scarti della guerra – ci perdoneranno gli appassionati – trasformati in oggetti di design senza tempo. Genio artigianale e spirito di iniziativa che – e questo è meno noto – in Val Badia si manifestarono su dimensioni forse più ridotte, ma in forme del tutto simili, quando a

C o r vara fu costruita la prima seggiovia in territorio italiano. Dalle foto degli archivi, sembra una delle monoposto che da qualche parte sono ancora in funzione, ad esempio quella romantica e suggestiva delle Cinque torri. Quella di Col Alto venne costruita quasi totalmente a mano, con qualche pezzo «rubato» a un carrarmato Tiger, che

LE CESTE DI SANTA CROCE La castovia di San Leonardo fu costruita nel 1960 ed è stata sostituita con una seggiovia

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era stato abbandonato a Corvara dai soldati tedeschi. Le seggiole furono fabbricate, a una a una, piegando tubi di ferro. La corda fu realizzata a mano da una sola persona, Spangler di Paurs, che, come ricorda Ernesto Costa nel libro «La Perla nelle Dolomiti», per un mese si mise a intrecciare fili di acciaio attorno a una corda intrisa di grasso per mantenere la fune sufficientemente elastica. Un lavoro certosino e impegnativo, per il quale Spangler chiese e ottenne una ricompensa precisa: tre litri d’olio di oliva. Chi fu l’artefice è ormai nella storia e non solo dell’Alta Badia: Erich Kostner. La realizzazione fu affidata all’ingegnere di Merano Karl Hölzl. L’officina della famiglia Kostner si fece carico di costruire le strutture della seggiovia, sullo stesso tracciato che un tempo era percorso da un’altra infrastruttura sciistica d’avanguardia: la slittovia di Col Alto, costruita nel 1938. Anche questo un impianto unico, o quasi, visto che uno molto simile era stato installato nella lontanissima (soprattutto a quei tempi) Roccaraso, meta

LA PRIMA D’ITALIA La seggiovia del Col Alto a Corvara è stata costruita nel 1947. Lo sviluppo dell’Alta Badia è iniziato da lì

sciistica abruzzese amata dai Savoia, come documenta lo storico dello sci Ugo del Castello. Ma l’era delle slittovie era destinata a finire. Ci pensò la seconda guerra mondiale a farle scomparire da tutta l’Italia. Il conflitto aveva azzerato un po’ tutto, ma non la voglia di ricominciare dei badioti. Certo, c’era l’agricoltura, ma a queste altezze poteva al massimo servire alla sussistenza delle famiglie o poco più. E così il 24 dicembre 1947, racconta Kostner fu inaugurata la monoposto che

divenne la prima seggiovia collaudata dal Ministero dei trasporti italiano. Una stranezza destinata ad accontentare gruppi sparuti di appassionati di sci che volevano lasciarsi alle spalle i cattivi ricordi del conflitto con una cura a base di neve. Ben presto la seggiovia di Col Alto divenne un’attrazione, un altro primato del Sud Tirolo insieme alla funivia del Colle di Bolzano che ha 102 anni, è la prima al mondo adibita al trasporto delle persone, ed è nata sotto la severa sorveglianza dei funziona-

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STORIE

PRIMA DELLA GUERRA Slittovia del Col Alto in un fotomontaggio d’epoca. Costruita nel 1938, rimase in servizio per pochi anni

ri asburgici che, già nel 1908, pretesero misure eccezionali per tutelare la sicurezza dei passeggeri. Un’opera di alta ingegneria, sicuramente più impegnativa rispetto alla seggiovia del Col Alto, anche se è con la monoposto di Corvara che è stato gettato il seme di quello che poi è diventato il comprensorio sciistico più vasto del mondo, quindi il primo passo dello sci moderno in Italia. Le fasi successive le seguì sempre Kostner. Da subito capì che bisognava collegare Corvara a La Villa e a San Cassiano. I progetti per i nuovi impianti furono indirizzati verso il Crep de Mont. La sciovia lì arrivò nel 1954. Poi verso il Pralongià, quindi in direzione dell’altopiano della Braia Fraida, unico percorso possibile per collegare Corvara con gli altri paesi. L’anno d’oro per San Cassiano fu il 1961, quando

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venne aperto l’impianto per il Piz Sorega, anche questa una monoposto, di quelle seggiovie – come testimoniano le cartoline d’epoca - che non prevedevano la salita sci ai piedi. Poco distante, ma staccato dal Carosello, un’altra società aveva già mosso i primi passi ed era sorto un altro importante impianto. La cestovia (o bidonvia) del Santa Croce che collegava San Leonardo a una delle montagne più conosciute e caratte-

ristiche delle Dolomiti. Fu completata nel 1960. Anche questa immortalata più volte nelle cartoline come un’attrazione. È rimasta in funzione fino ai primi anni Ottanta, prima di lasciare il posto a due generazioni di seggiovie. Non sono pochi gli appassionati turisti badioti dai quaranta in su, che la ricordano con nostalgia. Difficile crederci oggi, ma La Villa venne dopo. Il dislivello per arrivare al Piz La Ila era impegnativo, ma la voglia


di «fare sistema» (termine molto di moda oggi tra gli economisti) dei comuni dell’Alta Badia era tale che nel 1966 venne installata un’altra cestovia sul tracciato dall’attuale Gran Risa. Impianti lentissimi per gli standard di oggi, ma da far battere forte il cuore, come può testimoniare chi ha avuto l’occasione di percorrere la lunghissima campata che partiva da La Villa e arrivava fino a metà dell’at-

ca era quella di collegare tutto. Le società della Val Badia arrivarono fino a Cherz, che si trovava in Veneto quindi in un’altra regione. I collegamenti in questo caso furono fatti in collaborazione con Cortina e Livinallongo: esperimenti di cooperazione che poi si sono allargati e consolidati fino ad arrivare al Dolomitisuperski. Nel mezzo ci sono tante tappe importanti. Il punto di svolta sono gli anni

la. Blu scura con il logo dell’Alta Badia. Sembrava il massimo in quegli anni. È rimasta in servizio dal 1981 fino al 2002, con una sostituzione della cabina: da 100 persone di capienza a 110. Nel 2002 la funivia venne venduta al Col Margherita del passo San Pellegrino. I nostalgici che volessero fare un tuffo negli Ottanta la trovano ancora lì, in funzione. A partire dagli anni Novanta tutta l’Alta Badia

I PRIMI SKILIFT Anche a Corvara arrivarono tra gli anni Cinquanta e i Sessanta. Ne sono rimasti pochissimi

tuale pista nera. La sensazione era qualla di fare un viaggio sospesi nel vuoto, anche perché i piloni erano pochi, i «bidoni» avevano come pavimento una lastra di ferro forata e tutta la cesta era fatta di tubi sottili. Impianti a parte, la logi-

Ottanta, decennio che ha consacrato definitivamente l’Alta Badia come comprensorio più moderno delle Dolomiti e poi dell’arco alpino. La Coppa del mondo, le prime imprese di Tomba sono legate alla funivia che prese il posto della bidonvia di La Vil-

ha puntato su quello che è ormai considerato il mezzo più veloce di tutti: la cabinovia. Piz la Ila, Boé, Plans – Frara, Colfosco e, dal 2006, anche il Col Alto; tutti sono stati convertiti. Dove c’era la monoposto, che poteva portare al massimo 360 perso-

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STORIE

UN’ALTRA MONOPOSTO Quella di San Cassiano per il Piz Sorega, costruita nel 1961, era un po’ più veloce, ma gli sci andavano portati sempre a mano

ne all’ora) adesso ci sono le nuove cabine gialle che trasportano in cima al colle 2.800 persone ogni sessanta minuti. La modernità degli impianti della Val Badia è una delle ragioni che hanno spinto Cortina a chiedere di passare all’Alto Adige. Ma i contributi della provincia autonoma non possono essere la spiegazione principale. Anzi, conferma Andy Varallo, presidente dello Sci Carosello, nipote di Erich Kostner e figlio di Marcello Varallo, patron della coppa del mondo di sci ed ex discesista - il successo è dovuto proprio al fatto che gli impianti a fune badioti sono gestiti come un’impresa a sé. Le leve sono in mano a delle società «ognuna delle quali

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gestisce un modesto numero di impianti. Salvo poche eccezioni, l’imprenditore funiviario dell’Alta Badia è in primis funiviario e dedica la maggior parte del suo tempo a tale attività. In molte altre zone turistiche di montagna gli impianti di risalita vengono gestiti dalla mano pubblica, ad esempio dai comuni. Una gestione del genere, molto spesso, sottrae risorse generate dagli stessi impianti a favore di altri impieghi comunali oppure all’ammodernamento delle strutture ricettive. Questo fatto, sicuramente ha inciso sull’innovazione tecnica riscontrabile nella nostra zona». Spiegazione razionale, che, pero, non può tenere tutto. Chi frequenta e co-

nosce l’Alta Badia non può non pensare che se la valle dolomitica più famosa è sempre un po’ più avanti rispetto al resto d’Italia, ma anche rispetto ai vicini comprensori dell’Austria, è proprio per le caratteristiche dei ladini. Le origini contadine e montanare portano in dote l’abitudine ad affrontare le avversità. La capacità di lavorare insieme, anche quando si è concorrenti. Popolo di una terra di confine, enclave latina del Tirolo, pronto a prendere il meglio di quello che viene dall’esterno, senza rinnegare nulla delle proprie origini. Nemmeno quando decide di costruire il più moderno degli impianti. Antonio Signorini


Parola d’ordine: comfort

Mai più sciatori come bestiame Il futuro? Si chiama telemix. E’ un classico impianto ad ammorsamento, ma la fune trasporta contemporaneamente seggiole e cabine. Così ai turisti rimane la scelta se godersi l’aria o restare al coperto. Senza contare che un impianto così va incontro contemporamente alle esigenze di chi soffre di claustrofobia e di chi invece ha vertigini da seggiovia. Ancora in Alta badia non c’è, ma potrebbe arrivare presto. Già si stanno facendo studi di fattibilità a Colfosco. Quello che è certo è che adesso gli impianti di risalita puntano soprattutto sul comfort. Nelle cabinovie tutti possono trovare un posto a sedere su cuscini, a differenza delle grandi funivie dove trovavano posto più di cento persone, tutte in piedi. Spesso talmente affollate da ricordare le metropolitane giapponesi oppure un carro bestiame (il verso della mucca mentre si entrava nel vagone era un classico negli anni Ottanta). Confronto ancora più favorevole se si pensa alle vecchie cestovie. L’imbarco e lo sbarco dei passeggeri era al volo. L’impianto non si fermava. Pericolosissimo, almeno secondo gli standard di oggi. Un po’ – spiega Sergio Tiezza, l’ingegnere dello Skicarosello – come prendere il tram con gli scarponi ai piedi. Alle stazioni c’era un addetto che seguiva queste operazioni e aiutava i turisti a fare il “salto” per uscire o entrare nel bidone. Adesso nelle seggiovie sprovviste di agganci automatici ci sono tappeti mobili che riducono la velocità relativa fra seggiolino e passeggero. Sono state eliminate quasi completamente le sciovie e, soprattutto, le ancore, sfortunato esperimento di fine anni Ottanta. Qualche cifra per rendere l’idea del progresso? La seggiovi a del Col Alto, costruita nel 1947 - spiega Tiezza - aveva una portata di 163 persone all’ora ad una velocità di poco superiore ad un metro al secondo mentre ora l’impianto di Corvara ne trasporta 2.400 ad una velocità in linea di 5 mentri al secondo. La cestovia di La Villa costruita nel 1966 aveva una portata oraria di 402 ppersone all’ora ad una velocità fissa di 2 metri al secondo. L’attuale impianto di telecabina potrebbe raggiungere una velocità in linea di 6 metri e una portata di 2.400 persone all’ora. A San Cassiano l’evoluzione ha portato l’impianto del Piz Sorega da una portata oraria di 300 persone all’ora, con 2.0 metri al secondo di velocità, dati del 1961, ad una portata attuale di 3.000 persone e sei metri di velocità..

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LO SCI

Gran Risa

Storia della pista amata dai grandi di Davide Pasini

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al 1985 la Gran Risa è sede della prova di slalom gigante  maschile valido per la  Coppa del Mondo di sci alpino. Non è un caso se viene considerata l’università del gigante. Intelligenza, velocità, potenza sono essenziali per affrontarla; un po’ come il circuito di Assen per la moto gp: non si vince per caso nella Gran Risa . La pista è lunga 1.255 metri, con un dislivello di 448 ed una pendenza massima del 54%; si snoda dal Piz la Ila all’abitato di La Villa. Esci dal cancelletto di partenza Col dai Cioi poi giri a destra e giù nel muro, tra le porte che girano in una pendenza del 53%. Poco tempo per pensare, dinamicità e potenza sono essenziali per arrivare senza un attimo di respiro al Col Frata, lì davanti hai un lungo shuss dove il ritmo si allunga. Poi una pendenza piu morbida, ma sempre impegnativa (44/46%), infine la Curva Calat. Intertempo, giri e via, giù nelle due gobbe che ti portano fino al traguardo di La Villa . Da 24 anni il gigante dell’Alta Badia è sempre andato in scena di anno in anno migliorandosi. I più grandi sciatori di tutti i tempi hanno tirato le linee tra le porte di questo gigante: Tomba, re di questo tracciato, quattro volte vincitore, Stenmark, Girardelli, Von Gruninghen, Zurbrighen, Accola, Miller, Svindal, Maier, Bode Millerr. Alcuni hanno vinto altri hanno perso ma tutti sono stati attori protagonisti in un teatro naturale unico al mondo, una pista da leggenda nello scenario magico delle Dolomiti. Il 15 dicembre 1985 la coppa del mondo faceva per la prima volta il suo ingresso trionfale in Alta Badia. L’edizione fu bagnata dal sucesso di uno dei più grandi sciatori di tutti i tempi, Ingmar Stemmark. A chiudere il podio, sulle nevi di casa, Roberto Erlacher. L’anno seguente, il 1986, tripletta italiana, l’unica della nostra nazione nella storia di questo gigante: Pramotton primo, Tomba secondo, Totsch terzo. Il 1987 è un anno importante con la prima delle vittorie di Alberto Tomba. Il più grande. Non c’è possibilità di sbagliare vittorie di classe e potenza nel1987 1990 1991 1994. Fine anni Ottanta e anni Novanta, le gare sulla Gran Risa vedevano un susseguirsi di grandi campioni; il team austriaco piazza quattro altleti nella prima gara degli anni 90, il 14 gennaio. Stesso anno, a dicembre, Alberto Tomba realizza la prima di due vittorie consecutive. Poi troviamo il grande Marc Girardelli, vincitore nel 1992 con Alberto Tomba al terzo posto. Altro grande Campione è stato Steve Locher, 1993, poi Michel Von Gruninghen il piu stiloso gigantista di

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tutti i tempi vincitore nel 1996 e nel 1998 con due italiani nel podio: Matteo Nana terzo nel 1996 e Patrik Holzer secondo nel 1998. Il 1997 è una data importante poiché arriva terzo un personaggio molto noto secondo solo a Stemmark come vittorie. Parliamo di Herman Maier, che nella stagione 97/98 esplode in tutta la sua potenza (tra ottobre e febbraio mette a segno 10 vittorie in Coppa del Mondo andando a podio sette gare su 21). Sulla Gran Risa però non vincerà mai: molti podi, ma nessuna vittoria. La fine del millennio si chiude con un disdetta. Nel 2001 il circo bianco riparte con una bella gara vincitore Covili. Nel 2002, un nome su tutti: Bode Miller. Vince nella Gran Risa e, nello stesso anno, piazza numerosi primi posti. E’ la scoperta di un nuovo campione, uno dei pochi polivalenti che riesce a vincere in tutte le specialità di Coppa del mondo. Nel 2003, finalemente, torna l’Italia con Simoncelli. Una gara strepitosa: vince sulla Gran Risa per la sua sciata di potenza e tecnica e, per questo, c’è chi lo paragona al grande Alberto Tomba. Nel 2005 ci regela un secondo posto dietro a Massimiliano Blardone. Una bella doppietta italiana. Altra data storica è il 2006: primo slalom speciale disputato sulla Gran Risa. Il vincitore è Larsson Marcus, con Ted Ligety ed Ivica Kostelic Dal 2005 al 2008 nessun podio dei nostri azzurri. L’ultima edizione della Gran Risa ha visto vincitore Danile Albrecht, che si sta riprendendo dopo il terribile incidende di Kitz in discesa libera. I più grandi nomi dello sci hanno scritto il loro nome nel podio di questa pista. Quando vinci non è fortuna, devi saper sciare. La Gran Risa sa come ricompensare chi sa affrontarla: i più forti di tutti i tempi che hanno centrato vittorie e podi su questa pista, poi sono esplosi nella loro grandezza. Per questo l’università del gigante non smetterà mai di regalarci emozioni.


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LO SCI

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Foto di: Comitato organizzatore Ski World Cup Alta Badia, Freddy Planinschek, Daniel Tรถchterle


Marcello Varallo:

«Da 25 anni protagonisti del circo bianco» Marcello Varallo, come è avvenuto il passaggio dall’agonismo all’organizzazione della coppa del mondo? «Era il mio sogno. Venivo da quel mondo, dai campionati del mondo».

Tutte vittorie “fuori casa”, a parte forse quelle in Val Gardena…

«La macchina si è messa in moto nel 1980 erano ancora freschi i ricordi delle gare. Poi c’era veramente la voglia di portare il circo bianco in Val Badia, per dare lustro, valorizzare questi posti e dargli una dimensione più internazionale. È così che con tutti i miei amici e collaboratori abbiano iniziato ad organizzare delle gare internazionali della Fis; erano slalom giganti e e speciale».

Nella Gran Risa?

«No, a Corvara, Col Alto, lo slalom speciale, poi a La Villa sull’Alting. Pochi lo sanno, ma il primo super g della storia, valido per la federazione internazionale è stato disputato proprio sulla rossa di La Villa, era il 1984. Arrivò primo una giovane promessa: Pirmin Zurbriggen. Organizzammo anche uno slalom sul Vallon. Praticamente per quattro anni ospitammo gare di tutti i tipi, poi siamo passati al gigante sulla Gran Risa».

tima. Difficile trovare un manto nevoso preparato meglio. Poi vengono volentieri per l’ospitalità. Per questo la coppa del mondo è diventata il biglietto da visita dell’Alta Badia».

Una pista per campioni?

«Basta leggere i nomi di chi è salito sul podio in questi ventiquattro anni. Ci sono tutti i grandi dello sci, da Stenmark in poi. Vinse nella prima edizione. Poi hanno sempre vinto campioni».

Una fortuna, anche perché il nome dell’Alta Badia finisce sempre sui giornali.

«Altra fortuna è quella del periodo. La gara cade sempre prima del Natale, in un periodo in cui tutti se ne stanno a casa in famiglia. E agli appassionati piace vedere la neve e sognare la settimana bianca. Molti vengono qui a vederla, è l’unica gara in Italia che può contare fino a 20 mila spettatori».

Manca un po’ un Alberto Tomba? «Ha gareggiato nove volte e, su nove, sette è arrivato sul podio. Le altre due non è arrivato al traguardo. Questo serve a capire il personaggio e anche la Gran risa. Comunque questa era la pista di Tomba, veniva qui anche ad allenarsi».

E il boom dell’Alta Badia…

E ha fatto conoscere lo sci agli italiani.

«All’inizio un successo tecnico. Si è dimostrata da subito la pista da gigante più selettiva di tutto il circo bianco. Gli atleti tornano sempre volentieri perché trovano una preparazione della pista ot-

«Guardi che di italiani ce ne sono stati tanti. Davide Simoncelli ha vinto due volte. Ama la Gran Risa che è la pista della nazionale di sci. Sono poche le volte che l’Italia non si piazza bene. Resta sempre

un bel gruppo, c’è lavoro di squadra».

Torniamo a Tomba, quanto è stato importante per l’Alta Badia? «Un personaggio unico e non solo per noi. Bisogna ricordare cosa era lo sci in quegli anni. Erano tempi di crisi per gli sport invernali, poi arrivò Tomba e fu un toccasana per tutti. Ha ridato lustro allo sci mondiale, non solo italiano. Un grande campione e un buon regista di se stesso, capace di parlare alla gente in modo spontaneo. Il pubblico lo ha capito e ne ha fatto un beniamino. E questo modo di agire fece del bene a tutto il mondo dello sci. Sarebbe interessante capire quanti posti di lavoro ha creato o salvato».

Altri personaggi legati alla Coppa del mondo? «Io vorrei rendere omaggio a un amico austriaco scomparso in agosto, Toni Sailer. Grande campione, non mancava mai e ci mancherà».

Con la concorrenza dei nuovi paesi che sono entrati nel circo bianco è a rischio la Gran Risa? «Decide tutto la Federazione internazionale. Ma noi facciamo parte del club 5+, che comprende le gare classiche, quindi le più importanti dello sci alpino mondiale. Diamo un grande contributo alla notorietà dello sci nel mondo e le novità non ci possono riguardare, se non marginalmente».

Sportivo con la passione per la velocità, Marcello Varallo non si ferma mai un attimo. Nato a Milano nel ’47, inizia a sciare quasi da autodidatta e poi si arruola nella Guardia di Finanza e inizia la sua carriera. Da subito si dedica molto alla discesa libera, un po’ al gigante e per nulla allo slalom. Tra il 1967 e il 1974 si impone come migliore discesista azzurro. Quando finisce il tempo dell’agonismo sugli sci, comincia quello sulle quattro ruote. Partecipa ai principali rally in Africa e in Asia. Negli anni Ottanta ritorna a occuparsi di sci, ma in veste di organizzatore della Coppa del mondo.

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L’Intervista

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Tutela dell’ambiente e turismo ecocompatibile Ma le Dolomiti vanno vissute, non chiuse Il ministro degli Esteri Franco Frattini spiega cosa succederà con il riconoscimento dei Monti pallidi come patrimonio dell’umanità. E conferma la sua passione per l’Alta Badia: «Le mie vacanze partono sempre da qui» di Antonio Signorini Foto di Daniel Töchterle

Incontriamo il ministro degli esteri Franco Frattini nel suo ufficio alla Farnesina, il palazzone anni Trenta che ospita il vertice della diplomazia italiana. Su un tavolino riviste d’arte e di montagna, in particolare volumi sulle Dolomiti, antica passione che coltiva fin da giovanissimo e alla quale non ha nessuna intenzione di rinunciare. Non è raro - raccontano i collaboratori - sorprenderlo assorto alla scrivania mentre, spende una pausa a studiare una cartina o leggere un libro sullo sci. Una passione, quella per i Monti pallidi che non poteva che portarlo nel cuore della Ladinia.

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L’Intervista

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ando alla diplomazia ministro. Ormai lei è di casa in Val Badia… «Da oltre dieci anni le mie escursioni estive o sciistiche ruotano attorno alla Val Badia. Le mie passioni montane partono sempre da lì». Ha una casa da queste parti? «A Bolzano e da lì faccio presto». Quando ha cominciato a sciare? «Ero molto piccolo, sette otto anni. I miei genitori erano appassionati di montagna. A quei tempi non era molto usuale iniziare a sciare così giovani». Primo approccio? «Presto, ma ho conosciuto veramente la valle solo quando ho fatto il maestro di sci. Se porti la gente in montagna non puoi non passarci, magari per fare il giro dei quattro passi». Quindi se la ricorda anche prima del boom degli anni Ottanta? «Ho cominciato a frequentarla quando ho avuto la mia autonomia automobilistica, ma ricordo quando con i miei genitori andavamo a Cortina e la attraversavamo per poi salire sul Falzarego. Villaggi ameni, ma già si capiva che sarebbe nato qualcosa di straordinario. Poi arrivarono Erich Kostner e Gianni Marzola, crearono lo Skicarosello e il Dolomiti Superski e cambiò tutto».

I miei primi sci erano di legno con l’attacco a molla Quindi conosce uno dei pionieri della valle... «Certo, Kostner, uno dei grandi della Val Badia, che è ancora molto attivo. Cinque o sei anni fa mi ha detto: adesso la porto a vedere la “mia pista”. Era il Vallon, l’ha voluta lui. E all’età di 80 anni ha preso gli sci e l’ha fatta con me. Una nera!» Si ritrova spesso in compagnia di gente di montagna? «Uno dei mie amici più cari è Marcello Varallo e da questo è facile capire quanto sia legato alla Valle». Faccia una classifica delle sue piste preferite. «Non voglio citarne tante sennò alla fine si offende qualcuno. La prima di tutte è una grande pista battuta che è la più bella che si possa incontrare, la Gran Risa. Quindi Alta Badia pura. Poi una pista spettacolare e lunga che è la Ventina di Cervinia. Poi la discesa sci-alpinistica forse più bella che è la Val Mezdì che arriva alla forcella di Colfosco. Poi una pista che non c’è più, la mitica forcella del Sassolungo, chiusa perché era pericolosa». Ha citato tutte piste difficili. Ma da quando fa il politico ed è costretto a una vita sedentaria come fa ad affrontarle? «Ogni mattina venti minuti di ministep davanti alla tv o mentre leggo. Sembra una sciocchezza, ma funziona». Adesso anche la Val Badia è una zona protetta dall’Unesco, patrimonio dell’umanità... «Nel 2002, anche allora ero ministro, impostai per la prima volta questa proposta. La cosa ha fatto strada e credo che la decisione presa nei mesi scorsi sia il riconoscimento che tutti gli amanti della montagna si aspettavano. Ci sono montagne straordinariamente belle, ma un complesso come le Dolomiti non esiste da nessuna parte. Il Karakoram in Pakistan è una cosa strepitosa. L’Everest non ne parliamo, bellissimo il Cerro Torre sulla Cordigliera delle Ande. Ma le Dolomiti sono estese e c’è tutto. E poi montagne che, come dice il titolo della rivista,

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cambiano il colore così non ci sono da nessuna parte del mondo. La Dolomia non si delocalizza, né si esporta». Cambiamenti concreti? «Una maggiore attenzione allo sviluppo delle attività economiche legate alla conservazione, all‘economia di montagna, al turismo selezionato, all’agriturismo e a tutte le attività ecocompatibili. Già ora le province autonome delle aree dei parchi naturali sono attente a evitare la devastazione dell‘ambiente». Non pensa che servano altre misure per tutelare l’ambiente delle Dolomiti? «A differenza di altri, ad esempio Reinhold Messner, io non penso che la montagna si debba guardare e non toccare. Io credo si debba vivere, senza devastarla. Chiudere completamente tutto non sarebbe giusto. Con il riconoscimento dell’Unesco si valorizzeranno tutte le attività ecocompatibili che permettono la fruizione e la tutela della montagna». Con quali sci ha cominciato? «Da bambino mi regalarono degli Icori in legno. Erano i primi ad avere la camiciatura, erano un po‘ più flessibili rispetto ai pezzi di legno che c’erano prima. Ovviamente avevano il mollone anteriore e il laccio posteriore. Poi quando cominciai in modo più serio arrivò un paio di mitici Persenico Sideral arancioni. Quelli che aveva Thoeni. Poi da maestro mi davano sci della la Roi, ditta di Rovereto che faceva prodotti veramente carini. E poi le tute Samas. Quelli che uso oggi non glielo dico». Come si è trovato quando, una quindicina di anni fa, gli sci sono cambiati radicalmente? «Benissimo, certo passare da 207 a 176 centimetri è stato un bel cambiamento». È più facile sciare: è un bene o un male? «Quando ero alla Federazione maestri di sci, presentammo un testo per l’insegnamento che poi è stato varato nel 2005. E già registrava tutti i cambiamenti della tecnica. La prima conseguenze è stata abolire la famosa classe agonistica, il sogno di tutti i ragazzini».

La mia pista preferita? Sempre la Gran Risa, Alta Badia pura E voi l’avete cancellata? «Abbiamo chiamato i diversi livelli con i colori e ora c’è la classe obiettivo Oro. Ma a parte questo sappiamo che oggi per fare agonismo bisogna imparare ad affrontare le curve a 70 - 80 chilometri all’ora. Se lo fanno le scuole in una pista dove scia anche altra gente è un’induzione all’incidente. Un buon maestro deve poter fare vedere agli allievi come si scia in velocità, ma si deve fare solo su piste chiuse, transennate e custodite. Mi piace lo sci, ma sono un incitatore alla prudenza». Quindi niente fuoripista? «Mi piace molto. Ho un amico che non è badiota ma è uno dei migliori scialpinisti italiani, Franco Gionco di Mezzocorona. Con lui andavamo a fare belle escursioni scialpinistiche con le pelli di foca. E’ bello, mi diverte, però bisogna stare attenti a non tagliare le piste. Si può fare dove ci sono pendii adatti. Le nostre Dolomiti sono così belle che è inutile rischiare di farsi male fuori dalle piste».


Foto: Associazione turistica Alta Badia

Franco Frattini, classe 1957 è il ministro degli Esteri italiano. Nato e cresciuto a Roma, ma da sempre legato alle Alpi. Giovanissimo inizia a sciare sulle piste di Cortina. La passione per la neve lo porta a diventare maestro di sci e, più tardi, a occupare ruoli di primo piano nelle organizzazioni sportive (è stato presidente della Commissione Scuole e maestri di sci della Federazione Italiana Sport Invernali). È un politico – tecnico. Ha iniziato la sua carriera vincendo i due concorsi più impegnativi della pubblica amministrazione: quello per l’avvocatura di Stato e quello in magistratura. È stato ministro della Funzione pubblica e vicepresidente della Commissione europea ed è da tempo un ospite fisso dell’Alta Badia.

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Considerata tra le migliori (e più difficili) piste da sci al mondo - oltre ad essere da più di due decenni tappa fissa del circuito Coppa del mondo - quella di La Villa è solo una tra le tante. Già, perchè in Alta Badia sono numerosi i tracciati ancora poco famosi (e soprattutto battuti) dal grande pubblico e dai visitatori occasionali. Una speciale classifica, la Top 5, delle più eletrizzanti piste da sci scelte per voi dai Tiezza Brothers.

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Luca Tiezza, 28 anni, e suo fratello minore Claudio, di 26 - meglio conosciuti come i Tiezza Bros, hanno imparato a sciare quando facevano i primi passi. Entrambi atleti di successo nelle competizioni nazionali ed internazioni, sono nella squadra di maestri alla Scuola di Sci di Corvara. I loro esuberanti video su Facebook e sul portale AltaBadiaTv sono diventati in pochi mesi un cult - cliccatissimi dagli internauti.

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Vallon-Boè Corvara

LE TOP DEI TIEZZA BROS

Sono le piste come questa che gasano davvero uno sciatore: la Vallon-Boè si fa di prima mattina, quando i dormiglioni se ne stanno ancora a letto. Prendiamo la cabinovia del Boè - a Corvara - e poi saliamo ancora con la seggiovia fino ai 2500 metri del Vallon. L’impianto sale proprio nel cuore del Sella: arriva di fronte alla profonda spaccatura del Vallon del Sella. Allacciamo gli sci; controlliamo gli scarponi e gli attacchi; puliamo gli occhiali e poi via! Cinque chilometri di totale piacere - e molta fatica. Già, perché le gambe si fanno sentire - mille metri di dislivello tutti di un fiato non sono di certo una passeggiata. Le caratteristiche tecniche: il primo pezzo - così è chiamato in gergo il tratto di pista iniziale - è il piú pendente. È una nera, quindi non per tutti. La preparazione tecnica e fisica è d’obbligo. In ogni caso, occhio alle grandi velocità. La pista è larga e i numerosi cambi di pendenza fanno salire l’adrenalina. Arrivati all’altezza della stazione a monte della cabinovia, la pista continua, si ristringe per poi allargarsi nuovamente con l’inizio del bosco. Ed ecco il famoso muro - la direttissima del Boè passato questo la pista diventa di media difficoltà, categoria rossa. Il lungo pianone ci fa respirare e ci immette sull’ultimo tratto - spesso molto affollato - che ci riporta nuovamente in centro a Corvara. La pista Vallon non è molto lunga, appena 1,2 chilometri. Concatenando però la Vallon con la pista del bosco che dalla stazione della cabinovia Boè arriva a Corvara, possiamo sfrecciare complessivamente per più di 4 chilometri. Difficoltá: 7/10 Paesaggio: 9/10 Lunghezza: 8/10 Libertà di sciata: 5/10

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San Cassiano Siamo al Piz Sorega, San Cassiano, ma qui sembra proprio di stare sulle montagne russe. Facciamo la rossa: tante curve; cambi di pendenza - ma soprattutto uno splendido muro che ci lascia senza respiro; una esse veloce (e stretta) e giú ancora una volta sull’ultimo muretto. La pista è molto larga all’inizio; finisce poi quando si restringe leggermente - in modo da fare “cannone” e arrivare alla partenza senza faticare. La discesa a valle dura pochi minuti - meno di sei per risalire con la cabinovia da otto posti ai 2000 metri a monte. Dobbiamo dirlo: una pista cosí va fatta almeno due volte di fila. Difficoltá: 7/10 Paesaggio: 8/10 Lunghezza: 7/10 Libertá di sciata: 8/10

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Forcelles Colfosco

Ci siamo spostati a Colfosco, Valle Stella Alpina (Edelweiss). Saliamo velocemente con la seggiovia quadriposto. Il tracciato - di media difficoltà - è forse uno dei piú larghi dell’intero comprensorio. La discesa parte ai piedi del Cir. La visibilità è perfetta in qualsiasi ora del giorno - anche grazie alla continua esposizione al sole. Presenta un bel cambio di pendenza verso metá percorso; è molto larga - perfetta anche per gli sciatori meno esperti. Insomma, non troppo impegnativa, adatta a perfezionare la nostra tecnica in tutta sicurezza o per le famiglie con bambini al seguito. Il dislivello: 400 metri - 600 metri. In fondo alla pista si puó scegliere se proseguire e raggiungere nuovamente Colfosco oppure - come dicono i maestri di sci: «Ancora una volta, ma ora cerchiamo di farla meglio». Difficoltá: 6/10 Paesaggio: 9/10 Lunghezza: 6/10 Libertá di sciata: 5/10

Pista del Sole-Pralongià Altipiano del Pralongià

Ed ecco il Pralongiá, un nome una garanzia. Forse c’è vento, forse fa freddo, ma una pista cosí meriterebbe il premio per quella più silenziosa. Arriviamo salendo dal Cherz, con un impianto nuovo a sei posti. La pista non è difficile, anche se l’ultimo pezzo e abbastanza tosto. Il paesaggio è diverso rispetto a tutte le altre zone - quasi lunare (senza voler esagerare); poca vegetazione e tanta, ma tanta tranquillità. Molto larga, l’ideale per chi è alle prime armi e vuole provare a fare il grande passo. Esposta verso sud, partiamo alla mattina col viso pallido e ritorniamo di sera abbronzati - come fossimo stati in spiaggia tutto il giorno. È una pista poco conosciuta, e proprio per questo merita.   Difficoltá: 3/10 Paesaggio: 7/10 Lunghezza: 7/10 Libertá di sciata: 9/10

Santa Croce/Sass dla Crusc Badia

Siamo ai piedi dell’imponente Sass dla Crusc-Sasso Croce, a Badia. Due comode seggiovie e siamo in cima. Il primo pezzo è pianeggiante, ci possiamo scaldare facendo dei curvoni larghi fino ad arrivare al primo muro - leggermente in contropendenza, ma di media difficoltà (più cambi di pendenza ci fanno davvero divertire). Una pista fantastica - adatta a tutti gli sciatori  - anche ai meno esperti, in uno dei paesaggi più famosi delle Dolomiti. Difficoltá: 5/10 Paesaggio: 9/10 Lunghezza: 8/10 Libertá di sciata: 9/10

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QUELLI CHE LA NEVE LA

Testi di Alessandro Fregni Foto di Daniel Töchterle

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ibertá di movimento, spazi e desideri. Di questi concetti si nutrivano i pensieri che devono aver orientato i primi passi sugli sci dell’era moderna, le prime salite e poi le discese. Discese che divennero sempre più ardite, dove la sensazione di libertà coincideva con quella della velocità, l’emozione di controllare i propri movimenti su una superficie diversa da quelle tradizionali: la neve. Poi gli spazi, i paesaggi che riuscivano ad elevare le umane aspirazioni. Infine affascinavano gli uomini incontrati nei viaggi con gli sci, gli ambienti che danno alla montagna quella sensazione unica. Passare la giornata a sfidare i valloni e poi arrivare a sera con la voglia di bere una birra con gli amici oppure la sensazione che può dare il passaggio in un luogo caldo dopo aver trascorso la giornata al freddo: sono queste le esperienza che caratterizzano i luoghi della montagna. Eppure non tutto è lineare, descrivibile con medesime espressioni. L’approccio allo sci è stato differente per millenni, diventando turistico e sportivo solo nell’ultimo secolo. La progressiva trasformazione degli sci da strumento per spostarsi a materiale sportivo ha contemporaneamente visto un continuo evolversi tecnico e tecnologico, a cui hanno partecipato persone che trovavano le loro intuizioni nell’empatia con la neve più che nella preparazione ingegneristica.

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Strutture zero. E ogni scusa era buona per finire «in fresca» 46


Questa passione per l’innovazione e le emozioni ha dato vita alla fine degli anni 70 allo snowboard. Con l’idea di imitare il surf, ma sulla neve, i piedi paralleli vengono messi diagonalmente su una tavola più o meno laminata. Nasce così un nuovo modo di intendere la neve che diventerà uno di stile di vita. Lo snowboard sbarca in Italia a metà anni 80. Fra i pionieri ci sono proprio due ragazzini dell’Alta Badia, Alberto Clement e Werner Crazzolara, due giovanissimi che avrebbero vissuto quei tempi d’oro sulla breccia. La scoperta dello snowboard sulle Dolomiti come altrove fu entusiasmante per alcuni e scioccante per molti. All’inizio lo strumento e la strana gente che se lo portava erano, per dirla con un eufemismo, incompresi. Principali antagonisti erano gli uomini dietro ai tornelli: avevano di fronte ragazzi rumorosi, disordinati e con arnesi assolutamente ingombranti. Quei primi snowboarder raccolsero tante occhiatacce da farci un album. I ragazzi rappresentavano, dal punto di vista degli addetti, i soliti contestatori. Forse era un’impressione fondata, sicuramente erano la prima avvisaglia di un onda crescente, che sarebbe divenuta inarrestabile negli anni. «Mah, contestatori... Io ho iniziato semplicemente perché mi facevano male gli scarponi. Non ero l’unico, molti hanno problemi con gli scarponi rigidi degli sci. Il primo snowboard si montava con le scarpe da ginnastica». È Werner a descriverci, da un punto di vista sorprendente, una verità tanto semplice quanto ineccepibile. «Levarmi gli scarponi da sci fu una liberazione, il resto fu divertimento». A quei tempi lo snow aveva, per l’appunto, alcuni problemini d’accesso agli impianti. Mitica la storia che non ti facevano montare se non ti portavi almeno uno sci! Con le cose messe così gli snowboarder affrontarono la situazione come una sfida e lo snowboard divenne rapidamente sinonimo di libertà ritrovata. «L’attrezzatura era di fortuna, lo snow soft aveva un attacco che ti potevi tranquillamente fabbricare da solo a casa. Non importava, prendevi quel che c’era e andavi a divertirti». E visto «che ci vedevano come gente a cui sparare», via dalle piste e giù in fresca, fino a diventare un must trasgredire anche nelle vie tracciate dai gatti. Si saliva e poi, in angoli lontani, ci si costruiva il proprio mondo. «Lo snowboard era molto punk. Strutture zero. E ogni scusa era buona per andare in fresca. Le strutture ce le facevamo noi e si spalava tanto. Si faceva tutto quel lavoro volentieri, in vista dei risultati. Anche se eravamo lontani gente nuova ne spuntava sempre. Arrivavano per curiosità, senza sapere bene il perché». Cominciaro-

no a nascere i salti e quindi le acrobazie che avrebbero inaugurato quel freestyle spettacolare che tutti, sciatori tradizionali compresi, non possono che ammirare. La storia ci insegna come la spinta all’emarginazione sviluppi spesso una forza eguale e contraria. Nel nostro caso un gruppo di giovani viene emarginato rispetto alla comunità della neve, risultato: lo spirito di corpo degli snowboarder diventa linguaggio, poi moda, poi musica e infine cultura. Anche il mondo agonistico è tutt’altro che convergente con le classiche colonnine delle classifiche a tempo. Non c’è imbragatura che tenga, i primi anni del movimento sono autarchici e anche le gare hanno una logica propria. Gli snowboarder si radunano nei contest, che nascono lì dove non ci sono tapiri che storcono il naso. All’insegna sì delle case di settore, ma comunque della libertà. Mentre Werner ci parla di quei tempi rimaniamo affascinati dalle descrizioni che ci fa del movimento: «Mi trasferii a Livigno, più avanti e più centrale nelle Alpi. Mi mantenevo facendo il maestro, intanto mi allenavo e pensavo alle strutture: all’inizio erano i pipe. La prima gara di Coppa del Mondo arrivò solo nel ’92, era in Francia. Arrivavano i primi soldi che finanziavano nuove manifestazioni e quindi nuovi tour. Più di una volta mi sono trovato a prendere il treno, scarrellare per dieci ore e, alla fine, arrivare per scoprire che non c’era nessuna struttura per la gara! In Valle d’Aosta mi capitò di trovare le balle di paglia (che allora si usavano per fare le basi delle strutture ndr.) ma non la neve!». Ascoltarlo è uno show: «erano sempre viaggi senza certezza, senza cartine. Partivi e in mezzo trovavi passi chiusi, strade interrotte, lavori. Ci sbattevamo centinaia di chilometri solo con il sogno di arrivare. Si prendeva e via. L’unica cosa che si faceva in anticipo era l’iscrizione. Tutto da soli, no maestri, istruttori o palle varie». Poi si diventa grandi e le cose cambiano, dopo 15 anni da professionista, nel 2005 Werner si ritira nella sua Val Badia nel 2005. «Beh, qui non è facile sai. Ho dato una mano per le prime strutture, ora vedremo. Altrimenti vado in giro, aiuto a preparare i park e far capire come si fanno le cose per bene». Lascio Werner a San Cassiano e mi dirigo verso Corvara.

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LO SNOWPARK Lunghezza e largezza: circa 380 per 110m Dove : tra le piste La FrĂŤina e Ciampai, PIz Sorega Funcross: quattro curve e tre onde Area Principianti: 3 Kicker 2-4metri e tre Beginnerbox (Rainbow Box, UP/Down Box, Rainbow Down Box) Medium/Pro Line: doppia Kickerline 9-12 metri e una quadrupla Rail Line Medium Line: doppia Kickerline 5-7 metri e tripla Kickerline con due salti da 5-9 metri oppure quadrupla Railline Chillarea con sdraio, Container/Baita e Musica

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Ormai da un po’ gira la voce di un nuovo snowpark nei progetti per il 2009/10 dello Ski Carosello. Nell’ufficio impianti mi accoglie un responsabile giovane e in gamba, organizzato, con un sacco di materiale: «È una ditta austriaca a cui è stato affidato il progetto, chiavi in mano: dalle strutture, agli shaper fino alla comunicazione e agli eventi». Accidenti, sento subito aria di cambiamento, altro che salti ricavati dalla neve fresca lontani da sguardi indiscreti. «Loro sono gli Young Mountains e fanno i Q-Parks» continua il giovane manager mitragliando con nomi e dati «Il nome del park è semplicemente SnowPark Alta Badia. Faranno un sito di riferimento: www.snowparkaltabadia.it. Cureranno la presenza nel mondo dello snowboard sui media di settore e punteranno molto sui photo -shooting». Tutto interessante, le aspettative crescono: «L’obiettivo è la qualità, saranno sempre presenti due o tre shaper che ogni giorno lavoreranno sulle strutture. In più, ogni settimana arriverà un tecnico a supervisionare il lavoro». Un bell’investimento, le cifre ballano nella mia testa, ma

continua «Sono tutti austriaci, arrivano da Innsbruck e si alternano rimanendo qua alcune settimane alla volta. Gli shaper saranno studenti mentre il tecnico è un professionista». Un grande passaggio di qualità? “Sì, anche il vecchio Park del Ciampai era grande, ma una volta fatte le strutture iniziali si fresava ogni 3-4 giorni». Tutto in regola quindi? «Eccome, abbiamo già il rendering e il logo, eccoli!». Ora ho letteralmente in mano il futuro dello snowboard in Alta Badia, almeno quello che ormai va istituzionalizzandosi. Posso salutare e riflettere. Il passaggio di qualità sembra assicurato: strutture, animazione, gente. Insomma l’investimento da parte di Ski Carosello e la scelta della direzione è di quelle importanti. Dopo oltre 20 anni questo mondo di giovani sta diventando adulto? Come accoglierà la comunità della Badia i cambiamenti apportati da quello stile di vita che proprio due dei suoi giovani hanno maggiormente rappresentato in Italia? Sembra giunta l’ora di mettere giù le armi e di non sparare più allo snowboarder lasciandolo libero di surfare.

Musica e shaper sempre presenti

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PERSONE

MARION POSCH

Due mondiali, due campionati del mondo, quelli del 96 e del 99, e un paio di Olimpiadi, compresa l’ultima di Torino del 2006 che ha anche segnato l’addio all’agonismo. Ma dire che Marion Posch si sia ritirata significa forzare la realtà. Passa tutto il giorno sullo snowboard e quando non può cura il negozio di famiglia oppure si dedica alla sua professione: traduttrice.

L’esordio sulla tavola è di quelli classici, casuale. Marion, poco più che bambina, era già una sciatrice appassionata. Nel negozio di famiglia si “materializzarono” i primi snowboard, attrezzi strani per quei tempi - metà anni Ottanta - almeno in Italia. Lei e il fratello ne presero uno a testa per provare. La novità le piacque, poi dimostrò di avere talento e cominciò a fare le gare. Prima le regionali, poi le italiane ed, infine, gli appuntamenti internazionali. Adesso insegna come galleggiare sulla neve con la tavola a neofiti e appassionati di tutte le età. Foto di Enrico Lodi

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Ma lo snowboard non era una prerogativa dei giovanissimi? «Per i giovani è sicuramente fantastico. Si va nella neve fresca, poi oggi con gli snow park il divertimento è assicurato. Ma l’idea che sia solo per i giovani è un pregiudizio» Insegna anche ad adulti? «Tanti e anche tante donne. Non solo teenager maschi, chiunque può iniziare. Il mio allievo più maturo ha 71 anni e ha iniziato quando ne aveva 67. Nessuno è vecchio, soprattutto se ha già sciato». E come va il suo allievo settantenne? «Benissimo». Non è vero che sci e snowboard sono incompatibili? «Falso. Chi sa sciare è decisamente facilitato nella tavola perché ha già equilibrio e feeling sulla neve. Fa meno fatica a imparare. Non è vero nemmeno che bisogna scegliere o l’uno o l’altro. A me piace sciare e anche andare sulla tavola. Solo nei 12 anni di gare per la nazionale ho fatto solo quello». Consiglio da campionessa a genitori che non sanno se mettere il figlio o la figlia sulla tavola o sugli sci? «Quando sono molto piccoli meglio lo sci. Otto anni è l’età giusta per iniziare lo snowboard, anche perché è uno sport asimmetrico. Certo, quando si fa una settimana all’anno non ce se ne accorge nemmeno. Comunque a otto anni le gambe sono abbastanza forti e se iniziano a quell’età poi non vogliono smettere più».

Non c’è un problema di curve diverse che rendono incompatibili le due «tribù» delle piste? «Non da quando ci sono i carving, che hanno un raggio di curva estremo simile a quello della tavola. Dipende dallo sci. Semmai direi che sullo snow se uno non è bravo non fa mai tanti metri in velocità, mentre con gli sci anche un principiante può andare giù dritto per tutta una pista. Il problema dello snowboard è semmai che nella curva c’è un angolo morto, un momento in cui non si vede niente. Bisogna fare attenzione ed essere responsabili». Ci consigli delle belle piste. «L’Alta Badia va tutta bene per lo snowboard, anche perché ci sono tante ovovie. Naturalmente lo snowpark sarà una cosa in più per noi. I giovani che cercano i salti avranno un’altra area dedicata a loro. Anche il vecchio parco era bellissimo, ci porto spesso persone a fare i salti». Ha rimpianti per i tempi dell’agonismo? «No, questo sport si fa per passione. Una bella esperienza, ho girato il mondo, ma non è che di quelle discipline che quando smetti ti puoi ritirare e campare di rendita. Non è uno sport ricco, è ancora di nicchia. Ora lavoro molto più di prima». Negli anni passati si diceva che lo snowboard era entrato in crisi, a lei sembra che ora ci sia una ripresa? «C’è stato un calo solo quando sono arrivati i carving che danno più o meno le stesse sensazioni della tavola. Ma negli ultimi anni è stato rivalutato molto, anche grazie ai giovani che animano gli snowpark. E mi fa molto piacere».

Lei insegna a principianti? «Sì molti. A Colfosco le piste sono giuste per chi comincia». Campionessa del mondo, fuori dall’agonismo da pochi anni. Verrebbe da pensarla più a suo agio con quelli bravi… «Insegnare ai principianti mi piace molto. Vedo spesso che arrivano persone che hanno paura, ma io ho passione e mi piace trasmetterla a chi inizia; fargli passare tutti i timori. È la cosa che mi dà più soddisfazione. I primi giorni non riescono a stare in piedi e dopo due giorni di curve vanno bene. Poi tornano l’anno dopo a ringraziarti. Una cosa bellissima». Si metta nei panni di una mamma o un papà che vedono gli snowboarder sempre per terra, li giudicano un po’ una tribù ribelle e li convinca che non è pericoloso. «I maestri bravi insegnano anche il modo di comportarsi sulle piste. Da sempre ci considerano dei pazzi che non stanno attenti agli altri, ma io che sono sulle piste da dicembre a Pasqua posso dire che ci sono anche tanti sciatori così. Non è un problema di sci o di snowboard, ma di educazione».

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n le ciaspole 52


Con le ciaspole ai piedi del Ciaval

e ai piedi de A volte, basta solo un punto di vista diverso, un panorama osservato dall’alto invece che dal fondovalle, una breve camminata fuori pista per rinnovare l’emozione di un paesaggio invernale che - si sa - è straordinario, ma anche molto frequentato come la Val Badia.

Testo di Giulia Castelli Gattinara Foto di Mario Verin

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e racchette da neve, o ciaspole, sono lo strumento agile e leggero che ci dà la possibilità di muoverci silenziosi fra i boschi carichi di neve, risalire gli alpeggi, passeggiare fra baite e masi isolati, seguire il disegno dei torrenti gelati che traversano i campi bianchi, ascoltando il ruscellare dell’acqua al di sotto dei cuscini di cristallo. Il pregio delle ciaspole è proprio questa libertà, un po’ anarchica, che ci consente di uscire dalle piste battute, di allontanarci dagli skilift e girovagare senza meta sugli stessi percorsi dei caprioli e delle lepri, semplicemente per godere la magia dei paesaggi immacolati, ancora meglio se dopo una nevicata. I prati dell’Armentara, assolati e punteggiati di baite, ricordano nel loro nome gli armenti che, in estate, i contadini della valle facevano salire ai pascoli alti e dove, ancora oggi, si recano per fare il fieno. Qui, ai piedi della bastionata rocciosa del Sasso della Croce, si riconosce l’antica via crucis che passava sopra

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al limitare del bosco, vicino alle impressionanti pareti che con un’ampia curva delimitano il Parco Naturale di Fanes; oltre i larici e gli abeti, dove i prati si distendono e lo sguardo spazia su tutte le Dolomiti. Coloro che un tempo la percorrevano dovevano restare a bocca aperta di fronte alla bellezza di quelle montagne create da un Dio con tanta armonia, che poi l’uomo aveva arricchito di masi, di campanili e di baite di legno. Certamente non è un caso che la via crucis passasse proprio da lì. Il sentimento di meraviglia doveva accrescere la devozione dei pellegrini che si recavano lassù in preghiera. Ancora oggi sopra Pedraces, l’ospizio di Santa Croce (in ladino Santa Crusc) con le tre grandi croci di legno emana un senso di magico a cui non si può restare estranei. La vista che da lì si gode invita alla riflessione e fa sentire l’uomo più modesto in confronto alla forza di un panorama così perfetto.


Negli ultimi anni le escursioni con le ciaspole sono diventate un modo sempre più praticato per fare sport a stretto contatto con la natura. Per prendere parte ad una ciaspolata non è necessaria una preparazione tecnica e un buon allenamento. In Alta Badia sono anni che le passeggiate con le racchette hanno preso piede e le associazioni turistiche si danno da fare per organizzare eventi e camminate attraverso boschi e alpeggi in un mondo pieno di colori con panorami mozzafiato. Visto il successo anche quest’anno saranno replicate le ciaspolate al chiaro di luna che si sviluppano lungo il Borest con partenza da Colfosco. Escursioni, un po’ romantiche, un po’ naturalistiche che permettono, in un paesaggio invernale illuminato dalla luce della luna piena, di galleggiare su un manto nevoso intatto, segnato solo dalle impronte degli animali del bosco. Sarete guidati in questo fantastico cammino da una guida locale che vi illustrerà tutte le orme che incontrerete sui vostri passi. Imparerete quindi a riconoscerle e a distinguerle, vedrete i posti che gli animali prediligono nel periodo invernale; una interessante lezione di natura vi accompagnerà lungo la vostra ciaspolata. Non può di certo mancare una sosta in rifugio dove verrete accolti dal calore dei badioti e vi verrà offerta una bevanda calda accompagnata da qualche prelibatezza locale. Non vi resta dunque che annotarvi queste date: 29 dicembre, 29 gennaio, 26 febbraio e 31 marzo. Chiara Maltagliati

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’itinerario parte da Pedraces, in Alta Badia. Si posteggia al parcheggio della prima delle due seggiovie che salgono all’ospizio Santa Croce, poco sopra i duemila metri di quota, situato sotto la verticale del Sasso Cavallo (2.907 m.). L’antica locanda dei pellegrini, pur mantenendo il suo carattere spartano, oggi è diventata un confortevole ristoro per sciatori e escursionisti dove fare pic-nic all’aperto sui tavolini in legno, al cospetto dei tre grandi crocifissi in legno e di un panorama mozzafiato. Il sentiero parte da qui ed è contrassegnato con placche di bronzo. Lo si può percorrere anche con gli sci da fondo escursionismo. Ciaspole ai piedi e carta alla mano, seguiamo in direzione nord l’indicazione del segnavia n. 15 che con una lieve salita di pochi minuti (l’unica del percorso) porta sulla sommità di un dosso. Da qui, volgendo lo sguardo a sud, si arriva ad ammirare la regina più alta delle Dolomiti, la Marmolada (3.342 m). Di fronte a noi si riconosce il profilo del Sasso Putia e alle nostre spalle il Sasso delle Dieci, per citare solo alcune cime. In realtà, nelle giornate di sole la vista si spalanca su un susseguirsi di creste e di guglie di calcare estese fino alle Alpi. La traccia battuta prosegue in discesa attraverso i pianori aperti sulla cui coltre di neve fresca le ciaspole si tuffano voluttuosamente. Senza questa traccia sarebbe facile perdere il sentiero che, dopo circa un’ora, raggiunge i pascoli punteggiati di baite dell’Armentara. La direzione da tenere è sempre la stessa, verso nord, evitando le deviazioni a sinistra che scendono alle località di Fontanacia e di Pederoa (segnavia 15a). Man mano che si scende ricominciano gli alberi, poi la via cru-

cis entra decisamente nel bosco seguendo le curve di una strada bianca sepolta sotto la neve. Qui le tracce degli animali si infittiscono e non di rado capita di vedere i caprioli nelle radure in prossimità delle mangiatoie dove i guardiaparco mettono in inverno il fieno. Ci troviamo infatti al confine del parco di Fanes. Si continua a scendere in direzione Rif. Funes (segnavia n.15-13) fino a che appaiono sulla sinistra le prime frazioni abitate sopra a La Valle. Da qui un sentiero scende direttamente a Pederoa (circa 1 ora), ma è di gran lunga più interessante proseguire l’itinerario (segnavia n. 15-13) che attraversa la conca e si porta sul lato opposto della valle (breve salita) fino a immettersi nella strada asfaltata in località Ciurnadù. 200 metri più in basso, la Ghastof Ciurnadù è un buon punto dove lasciare una seconda macchina per il rientro (ore 3,30 dall’ospizio Santa Croce). Ora l’unica alternativa all’asfalto è tagliare i tornanti per i campi, fino a La Valle. Lungo questo tratto di strada le sorprese non mancano. La frazione di Tolpeï è un piccolo gioiello di architettura ladina. Si costeggia la vecchia canonica con un affresco del XVIII secolo sulla facciata, per raggiungere la pittoresca pieve di Santa Barbara, edificata nel 1490 su un poggio. Appena sotto all’abitato di La Valle, in località Plans, si riesce ancora ad abbandonare l’asfalto per imboccare la pista delle ciaspole sulla sinistra orografica del torrente. In breve si raggiunge Pederoa (ore 5 dall’ospizio S.Croce), all’incrocio con la Statale della val Badia. Qui ogni ora (ai 50 minuti) passa l’autobus che risale la valle in direzione di Pedraces (l’ultimo è alle 19,50).

Informazioni e cartografia del percorso sono reperibili presso il Consorzio Turistico Alta Badia di La Villa, str. Colz 53, www.altabadia.org.

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Da Pedraces a La Valle Tempo di percorrenza: 5 ore Dislivello in salita: 50 m Segnavia: n.15. Cartografia: Carta Panoramica Ata Badia inverno, su base IGM 1:25.000

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Maria Canins e Debora Agreiter si raccontano

Due generazioni della Val Badia allo specchio Testo di Elmar Burchia

Il talento sportivo è di casa a La Villa: Debora Agreiter e Maria Canins. La prima è l’astro nascente dello sci di fondo, la seconda: la leggenda dello sport nella Ladinia. L’elenco dei trofei conquistati dall’inossidabile Maria è lungo: nel fondo ha vinto 15 titoli italiani ed è stata la prima azzurra ad aggiudicarsi la Vasaloppet, in Svezia. La carriera cominciò “appena” a 32 anni, un’età nella quale in genere le cicliste si ritirano dall’agonismo. La campionessa badiota ha vinto due Tour de France (nel 1985 e nel 1986); nel 1988 ha conquistato il Giro d’Italia; ai Mondiali ha ottenuto due medaglie di bronzo e due d’argento più un oro nella cronometro a squadre. Non soddisfatta ha portato a casa due titoli nazionali e due tappe della Coppa del mondo nella specialità cross country di mountainbike. La ex sciatrice nordica, ciclista e biker di La Villa, soprannominata “la mamma volante” - perché quando iniziò a pedalare aveva già una figlia - ha inoltre vinto due Giri di Norvegia, un Giro del Colorado, quattro Giri dell’Adriatico. E poi c’è lei: giovanissima e nuova promessa del fondo italiano; Debora Agreiter - due grandi occhi verdi, una grinta disarmante e nel cassetto un solo sogno, diventare come Maria. I suoi successi: un decimo posto ai Campionati mondiali juniores in Francia; medaglia d’oro nella Coppa Europa a Campra (Svizzera); seconda nella tappa di Coppa Europa a San Cassiano. In bici ha vinto tre volte la Maratona dles Dolomites sfrecciando come prima sotto il traguardo nella 55 chilometri. Due atlete, due generazioni, ma soprattutto due donne a confronto nella nostra intervista doppia.

Foto: Daniel Töchterle

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LA leggenda MARIA CANINS

Età? Sessanta Quanto sei alta? Un metro e sessantacinque Quale è il titolo più importante che hai vinto? Tutte le gare che ho fatto con la bici da strada Come passi le tue giornate? Non sono molto impegnata. Vado in bici, in mountain bike, faccio lunghe passeggiate, ho da mettere in ordine la casa Conosci Debora Agreiter? Certo, si può dire che l’abbia allevata io. Una brava ragazza, semplice e intelligente Ci dici perché sta diventando famosa? Sta vincendo un sacco di gare Cosa le consigli? Di continuare, fare sport, sempre nei propri limiti Cosa non deve fare? Montarsi la testa e non eccedere Quale è l’ultima cosa che fai prima di andare a letto? Una piccola preghierina A cosa proprio non puoi rinunciare? Al caffè, mi piace molto Il tuo piatto preferito? Tutto ciò che ha del formaggio. Ne vado matta L’ultimo libro letto? L’Ombra del vento di Ruiz Zafon Carlos Il tuo portafortuna? Non ne ho Il film della tua vita? Ahi è già troppo tempo che non vado al cinema. Non saprei. Nello sport la persona che stimi di più. Valentino Rossi e Stefano Baldini Quello che ti ha deluso? Per ora nessuno Chi è Jeannie Longo? La mia rivale di sempre nelle competizioni e anche una cara amica. Lei continua a gareggiare con successo Che musica asolti? Il folk,

ma anche il country americano L’ultimo vincitore del Grande fratello? Quelle sciocchezze non le guardo neppure Esiste il doping tra le giovanissime? Nello sport esiste. Colpa anche del consumismo di oggi Quando gareggiavi esisteva? Io mi sono sottoposta ad almeno trecento test antidoping. Certo che esisteva, però nel nostro sport, allora, girava molto meno denaro Ti sei mai dopata? No Te lo hanno mai proposto? No Cosa avresti risposto se te lo avessero proposto? Di no. E comunque se me lo avessero chiesto forse sarebbe stato per rallentare Quanti giorni alla settimana ti alleni? Dipende, quattro o cinque E quante ore al giorno? A volte faccio un giro in bici per 5 o sei ore, altre volte solo una passeggiata di un’ora Perché tua figlia Concetta non ha seguito le tue orme? Non l’ho mai voluta forzare, ha scelto un’altra strada Durante una gara hai mai pianto? Mai La montagna più bella delle Dolomiti? A me piace molto il Puez, ma in generale il gruppo della Gardenaccia Il posto dove vorresti abitare? Qui a casa mia Usi Internet? No. Lo considero tempo sprecato Facebook o Twitter? Facebook mi dicono sia divertente L’ultima vacanza? Molti anni fa in Liguria Il segreto per rimanere in forma? Muoversi, muoversi, muoversi! Bisogna farlo ogni giorno. E poi vivere serenamente Quale sarà il tuo prossimo appuntamento? Non ne ho, vivo alla giornata. E ti posso assicurare che sto benissimo.

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LA PROMESSA DEBORA AGREITER Foto: Daniel Töchterle

Età? Diciotto Quanto sei alta? Un metro e 66 centrimetri Quanto pesi? Cinquantuno chili Quale è il titolo vinto più importante? I campionati juniores in Francia Ce l’ha il fidanzato? Sì Quanto piaci agli uomini? Non lo posso dire io, me lo devono dire loro Conosci Maria Canins? Certo! Ci dici perché è famosa? Ha vinto il tour de France Cosa invidi alla Canins? È un’ottima atleta, spero di poter seguire le sue orme Cosa studi? Vado al liceo scientifico a Brunico Quale è l’ultima cosa che fai prima di andare a letto? Leggo un libro A cosa non puoi proprio rinunciare? Allo sport Il tuo piatto preferito? Le lasagne L’ultimo libro che hai letto? Non ti muovere di Margaret Mazzantini Hai un portafortuna? Un portachiavi a me molto caro Il film della tua vita? È tedesco, Keinohrhasen con Til Schweiger Chi è la persona che stimi di più nello sport? Alex Schwazer e Stefano Baldini Quello che ti ha deluso di più? Tutti quelli che si dopano Che musica ascolti? Rock e pop Esiste il doping tra le sportive giovanissime? Certo Tu ti sei mai dopata? Mai

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Ma te l’hanno mai proposto? No! E cosa risponderesti se te lo chiedessero? Di no, a costo di arrivare ultima. Lo sport deve restare sano Quanti giorni alla settimana ti alleni? Sei o sette E quante ore al giorno? Fino a tre ore Il sabato sera, disco o pizzeria? Di sicuro scelgo la pizza Hai la patente? La sto giusto facendo Durante una gara ti è mai capitato di piangere? Durante no, al termine spesso Quante Marcialonghe ha vinto Maria Canins (sono dieci)? Tante, una trentina? La montagna più bella delle Dolomiti? Il Sasso Croce Fratelli o sorelle? Ho tre fratelli Tra Facebook e Twitter cosa scegli? Facebook Quanti sms in un giorno? Una dozzina A chi? Alle amiche L’ultima vacanza? In Turchia Il prossimo appuntamento sportivo? I mondiali juniores in Baviera del 2010.


APRÈS-SKI

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Inconcepibile fino a pochi anni fa, l’Alta Badia è diventata una capitale dell’après-ski. Dal Murin al Toccami fino all’Hug’s bar e ai classici Posta e Durni’s Pub, tutti i protagonisti del 2010

di Elmar Burchia foto di Daniel Töchterle

aspetti l’Alta Badia d’inverno è l’esatto opposto dell’Alta Badia dei mesi estivi. Una località troppo lenta, religiosa, noiosa, tagliano corto alcuni giovani del luogo, che preferiscono fuggire nei club alla moda di Brunico o Cortina - a meno di un’ora d’auto di distanza. Eppure, a Corvara, ha aperto da qualche anno l’elegante Toccami. Ironico nome. Qui tenere le mani ferme dovrebbe essere quasi impossibile. Anche se in pochi sembrano volere osare il primo passo.

n fatto di vita notturna l’Alta Badia ha pochi rivali. Se la batte con la vicina Gardena e Pusteria. Ma stiamo pur sempre parlando di vita notturna ad alta quota, nulla a che vedere con le grandi città. Tuttavia, da dicembre fino a marzo i cinque paesini sprizzano una vitalità sorprendente, forse grazie ai numerosi turisti che riempiono la zona. Quasi che i veri protagonisti della notte fossero proprio i vacanzieri. Scesi dalle piste inizia l’après ski. Vero e proprio must della montagna. Si raccolgono le ultime forze rimaste e ci si butta a capofitto sulla pista da ballo. Sono da poco passate le cinque. Il locale più in voga del momento è il “Murin” in cima a Corvara: un vecchio mulino ristrutturato che si sviluppa su due piani e con un lungo bancone. Legno e macina, però, sono rimasti originali. Non aspettatevi una discoteca superchic: tra snowboarder nelle loro tute ipertecnologiche, maestri di sci abbronzatissimi e turisti da ogni parte del Continente, si balla a ritmo dell’ “Alpenpop”. Tutti rigorosamente con un boccale di birra in mano. Qui la serata entra nel vivo ancora prima delle sette di sera quando il deejay alza i decibel, l’alcol sopprime i pochi freni inibitori e le distanze tra le coppie di una notte si annullano. Ragazzi e ragazze saltano sulle vecchie cassapanche che fungono da cubo. Italiani, tedeschi, svizzeri, ma anche tanti spagnoli, olandesi, polacchi e sempre più russi - soprattutto a febbraio. Per molti

Se dici discoteca in Alta Badia, pensi subito al Posta Zirm: ambiente rustico e moderno, pista da ballo e dj ogni sera un divertimentificio di lungo corso dove scorrono fiumi di birra. Fino alle due di notte. Il posto ideale per conoscere gente. Passaggio obbligato è poi l’Underground vicino all’incrocio con Colfosco o, in alternativa il Durni’s Pub di La Villa, ambientazione irlandese, entrambi perfetti per iniziare o concludere una serata facendo magari una partitella a biliardo o calcio balilla. Per un drink dopocena, uno stuzzichino o magari se si è alla ricerca di un ambiente informale e un pubblico giovane con belle facce assolate l’indirizzo è “da Franz” in centro a San Cassiano, con complessi dal vivo. Da qui il passo è breve fino all’ “Hug’s Bar”, new entry nel panorama dei locali notturni. Patina trendy e aria elegante, le sue particolarità. I ristoranti non chiudono prima dell’una. Molti locali spesso poco prima dell’alba. Più o meno quando i primi sciatori si mettono in coda alle seggiovie e i nottambuli cercano di smaltire i bagordi notturni. Per spostarsi da un paesino all’altro ci si muove in taxi: col “Mobix”, predisposto dal Consorzio turistico. Si sale comodamente a bordo di un furgoncino da nove posti. Sia mai che cominci improvvisamente a nevicare o che ci si imbatta in un controllo della polizia. C’è un’unica tariffa, accessibile a tutti se si è in gruppo. Per

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C’È Vita DOPO L’ENROSADIRA

chi “la notte è troppo corta” il divertimento, comincia ancora prima che il sole tramonti. E senza nemmeno togliersi gli sci o la tavola: non si contano, infatti, i rifugi sull’altipiano del Piz La Villa. Dall’aperitivo, cena, dopocena fino alla salsa, o in alternativa la disco-music. Si parte dalle quattro del pomeriggio. Muniti di torcia si scende poi a valle a fine serata quando è oramai calato il buio. Le notti qui, a differenza delle grandi metropoli, sono condensate in poche ore. Ma la voglia di lasciarsi andare difficilmente porta agli eccessi di altre zone. La verità sta in una regola non scritta: chi cerca il vero divertimento più che nei pub, nelle disco o nei ristoranti lo trova nella cornice che circonda questa area lo spettacolo più puro. Ammirare le montagne che si accendono di rosso fuoco al tramonto; passaggiare nei boschi e sentirne i profumi, scorgere il melodico idioma dei paesani, gustare i sapori di cibi semplici, impossessarsi delle piste da sci e da fondo perfettamente preparate, rifugiarsi nella quiete più totale delle cime dolomitiche non potrà in nessun caso competere con le luci psichedeliche e la musica assordante della più bella delle discoteche.

DIMENTICA LO SPRITZ, QUI CÈ HUGO Pensi all’aperitivo e dici «Spritz». La nota bevanda veneta ha oramai contagiato gran parte del nord Italia, fino ad arrivare negli ultimi anni in pianta stabile anche in Alta Badia. Ma la nuova moda tra i locali da happy hour badioti si chiama «Hugo». Tra i giovani, e non solo, nessuna cena inizia senza un’adeguato «fondo di Hugo». Per la verità nessuno sa da dove provenga il termine, gli ingredienti sono, tuttavia, rinfrescanti e sicuramente più «naturali» del classico Spritz. La sua ricetta è avvolta da un’aura di mistero. Di certo è composto da spumante e acqua (o selz). Ingrediente principe è la sambuca, con l’aggiunta di qualche fogliolina fresca di menta. Ma per il resto ci si affida alla creatività del barista che lo prepara come preferisce. Non troverete mai un «Hugo» uguale a un altro, ma la gradazione finale sarà quasi sempre attorno ai 15 gradi.

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di Alessandro Fregni

Norbert Niederkofler

Dalle stelle agli .

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Norbert Niederkofler è un simpatico signore di mezza età. Distinto ed allo stesso tempo disinvolto lo si incontra facilmente a San Cassiano. Alto e dall’aspetto decisamente nordico è noto come lo chef più rinomato dell’Alto Adige. Il St. Hubertus, di cui dirige con energia le scritto, è l’unico a risplendere di due stelle Michelin nella provincia autonoma. Da quanto detto il lettore potrebbe immaginare di trovarsi all’inizio di un viaggio gastronomico d’eccellenza nel cuore dell’ospitalità dolomitica. In questo caso invece, sotto al proverbiale copricapo da chef, abbiamo scoperto un aspetto sconosciuto del personaggio. Le lunghe ore nel suo “laboratorio” rappresentano certamente l’impegno principale, tuttavia una nota interessante emerge dall’uomo in abiti civili. Tolto il grembiule Norbert è un uomo interessante, che cerca con passione un equilibrio personale in tutti i risvolti della giornata. Allora sveliamo la curiosità di sapere come vive la montagna un uomo che non la frequenta per turismo, ma perché svolge un mestiere impegnativo. Per lui non c’è riposo fra pranzo e cena, ma tanto sport vissuto, come lui ci spiega, “con disciplina sportiva”. In particolare abbiamo potuto vederlo, negli ultimi anni, sugli sci dell’anello da fondo (Centro Fondo) di San Cassiano, in località Armentarola.

Norbert, vorrebbe cortesemente raccontarci come si è avvicinato allo sci di fondo? Ho scoperto il fondo recentemente. L’ho visto come l’alternativa alla corsa che d’inverno è difficilmente praticabile. Le prime lezioni le ho prese da Maria Canins, già che cominciavo era il caso di “fare le cose come si deve”. Si tratta di un’attività impegnativa, ma lo possono fare tutti. Ho poi apprezzato come il fondo ti cambia il fisico, si tratta di uno sport completo. Perché lo sci nordico? E’ una grande alternativa allo sci di discesa. Richiede molto di più; libera la testa grazie allo sforzo e alla concentrazione necessarie per andare avanti bene. Un aspetto non trascurabile riguarda il ritmo, che ti permette davvero di apprezzare il paesaggio.

Come si prepara alla stagione invernale? L’estate per me è la stagione del ciclismo, faccio normalmente un paio di passi ad uscita. Sento molto importante fare qualcosa, allora vado all’aperto dalle 14 alle 17. Non mi fa bene andare a dormire di pomeriggio. In un primo momento passare dal lavoro ad un altro sforzo è impegnativo, bisogna vincere la pigrizia, ma ripaga. Tutto questo diventa possibile con la regolarità, se c’è disciplina sportiva.

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Come va a sciare? Parto da solo o con gli amici oppure ancora a volte con l’istruttrice. Non è solo una questione di avere qualcuno con cui sciare, ma essere pronti a farlo al meglio. Il fondo è molto tecnico: un maestro aiuta molto per osservare il movimento atletico nella sua completezza. Dove? Principalmente qui in Alta Badia, a San Cassiano, perché si trova vicino ma non solo per questo. Il percorso dell’anello locale è veramente appassionante. Vari amici mi hanno spiegato che si tratta di un percorso tecnico, con vari cambi di pendenza ed esposizione al sole. Inoltre sono stati davvero bravi: pur esistendo da pochi anni l’organizzazione è già riuscita a portare gare di Coppa Europa. Altrimenti mi piace la Valle Aurina, dalla quale provengo. Oppure la zona di Anterselva o l’Alta Pusteria, dove si trovano splendidi percorsi.

Una domanda è d’obbligo per un uomo che svolge il suo mestiere, qual è il piatto dello chef Niederkofler fondista? Pasta, riso: tutto si brucia. Al corpo serve tutto, quindi la cosa importante è l’equilibrio: carboidrati, bianco d’uovo e frutta. Consiglio di nutrirsi con poche cose e semplici, affinché il corpo le possa riconoscere e non sia stressato dalla digestione. Sostengo il mangiare dissociato: dividere i carboidrati dai grassi, le uova dalle carni Mangiare poche cose e di qualità, senza pesare sul corpo. Un’ultima domanda: se lei fosse un turista in Alta Badia, come trascorrerebbe la sua giornata ideale? La giornata tipo? Riposarsi, rilassarsi, no stress. Attività sportive leggere, non agonistiche. Cercherei di trascorrere il tempo con gli amici in compagnia. Una bella prima colazione, un po’ di sci, leggere un bel libro e dedicarmi un massaggio. Trascorrerei la sera con gli amici o in famiglia, senza distrazioni. Comunque vivere la montagna per quel che è: attività, sensazione di movimento. E’ ora di salutare, il momento della cena è prossimo. Gli occhi vispi ci salutano al di là degli occhiali rotondi. Arrivederci Norbert, la prossima volta ci incontreremo sul circuito di sci nordico di San Cassiano.

A cosa pensa Norbert quando indossa gli sci ai piedi? Si pensa un po’ a tutto e a volte vengono fuori delle intuizioni. Fra ottobre e novembre sono stato un mese in Nepal. Sono andato solo, per camminare. A dire il vero mi ero preparato un i-Pod con tanta bella musica per farmi compagnia. Non l’ho mai usato. Ho scoperto quanti suoni e immagini ci riservi la natura. Non c’era bisogno della musica nell’i-Pod ma di attenzione verso la natura. Gli allenamenti sono serviti per trovare qualche soluzione innovativa? Dice un proverbio inglese: “Fai un passo indietro e guarda la soluzione”. Allontaniamo i problemi senza girarci attorno, senza arrovellarci continuamente. La soluzione è facile, solo il vortice mentale in cui si entra ci blocca. Poi, alla fine dell’allenamento, non rimane solo un girotondo di pensieri ma la soddisfazione di aver fatto qualcosa di buono. Quale consiglio per l’ospite della Val Badia? Come prepararsi alla stagione sciistica? E’ importante provare ad essere sportivi tutto l’hanno. In questo modo ci si diverte perché si possono fare tante cose diverse. Penso che non essere preparati sia anche pericoloso. Si tratta di trovare equilibrio nella continuità. Ad esempio è normale trovare molti sciatori in bici d’estate.

Foto: Daniel Töchterle

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PERSONE

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«In prima elementare volevo fare il contadino. In seconda il prete. Poi, in terza, è cominciata la passione per la scultura».

«

In fondo sono coerente con i miei sogni di bambino. Sono scultore, prediligo soggetti sacri e continuo a lavorare per il maso». Quello che si capisce subito di Lois Anvidalfarei è che, anche se non è propriamente un contadino, i tempi della sua vita sono gli stessi dei genitori, dei nonni e indietro di tutti gli avi di cui ha memoria. Poco importa che sia diventato uno degli artisti più rappresentativi dell’Alto Adige. Porta con orgoglio un nome che più ladino-badiota non si può: la radice è Col d’Anvì, il colle sotto il Santa Croce dove avevano casa le famiglie di origine. Il lavoro è la missione, che inizia con l’infanzia e ti accompagna fino alla fine. Nel suo caso serve a produrre non formaggi o latte, ma bronzi, gruppi scultorei; figure intere e torsi, teste, braccia. Opere che lo hanno fatto conoscere in Italia e all’estero. Lois ha anche un modo di intendere le stagioni molto montanaro, dettato dal clima e dall’ambiente. D’inverno c’è il lavoro. Fisico e duro, immerso nel silenzio della Val Badia, dentro lo studio nel maso di famiglia a Ciaminades nel paese di Badia. Lì il clamore del turismo arriva appena; qualcuno si affaccia incuriosito nel giardino pieno delle sue opere che in inverno è innevato e in estate è verde, puntellato da funghi. Molti vengono appositamente per vedere le sue creazioni, figure umane imponenti, dai profili tondeggianti, che sembrano sospese in aria; forme moderne e classiche allo stesso tempo. Lois non dedica tanto tempo ai visitatori, perché è impegnato in quello che chiama e considera un lavoro, con orgoglio e senza timore di apparire poco artista. Un’attività faticosa, tanto nell’ideazione quanto nella fattura, che avviene attraverso materiali e attrezzi che potrebbe condividere con le maestranze di un cantiere. Saldatore e ferro per dare una struttura ai corpi e poi il gesso che riveste lo scheletro e si trasforma in bronzo, dopo un passaggio in una fonderia di Verona. D’estate, invece, c’è il raccolto, che, nel caso dello scultore, consiste nel portare le sue opere in giro per l’Europa, nelle gallerie e nelle mostre; le visite degli amici vecchi e nuovi, austriaci e italiani, come lo scrittore Erri de Luca, l’architetto Gion Caminada, l’antropologo Sandro Bonardi e il pianista Paolo Vergari. Poi gli eventi organizzati con la moglie, la scrittrice Roberta Dapunt, nel bellissimo fienile di famiglia trasformato in un deposito di gessi che occasionalmente diventa sede di un cenacolo culturale nel solo stile che si addice alla Val Badia: discrezione e poco clamore. Sostanza e poca apparenza. Le opere di Lois, troppo moderne per alcuni, sono figure fisiche che non lasciano spazio ai compromessi. Dei fenomeni di rigetto parla nascondendo a stento un sorriso, ma tiene a spiegare che gli episodi non riguardano Badia e dintorni. «Se c’è una cosa di cui sono orgoglioso della Val Badia è la

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Il Giardino Dei Corpi

Lois Anvidalfarei

Uno scultore ladino

Foto: Daniel Tรถchterle

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PERSONE tolleranza. Ho incontrato più resistenza altrove, sia in Alto Adige che in Austria». Sarà che i badioti, sono diversi da altri. Gente di confine, quindi abituati ad accettare la complessità. I giovani, poi, sono stati i primi a conoscere le creazioni di Lois. A San Leonardo già da qualche lustro c’è un crocifisso, nella sala delle feste che si trova dentro la casa delle manifestazioni Jan Batista Runcher.

Il fienile con i calchi in gesso si trasforma in un cenacolo culturale dove si tengono eventi organizzati con la moglie, la scrittrice Roberta Dapunt Quello che conta per Lois è la scultura. Concreta, per nulla trascendentale, neppure nelle rappresentazioni sacre. Arti che si stringono con dita tozze, mai giunte, che fanno pensare a tronchi e radici appena estirpate dalla terra. È il caso dell’altare che si trova nella chiesa bolzanina di Santa Maria in Augia. L’ u l t i m o riconos c i -

mento di Anvidalfarei è arrivato con l’incarico di “completare” la facciata della chiesa che si trova nel cortile del Parlamento regionale tirolese, il Landhaus di Innsbruk, 300 anni dopo che Georg Anton Gumpp l’ha realizzata in perfetto stile barocco. Quattro sculture sul tema della speranza, inserite in altrettante nicchie che erano state lasciate vuote. Una disposizione ottima per la percezione religiosa di Anvidalfarei: «Sulla facciata della chiesa, tra l’interno e l’esterno. Tra il sacro e il profano». Il gruppo consiste in una interpretazione attuale di San Giorgio, santo tirolese per eccellenza, rappresentato senza il drago dell’iconografia classica. Anche perché, per Lois, tutto si può comunicare attraverso il corpo umano, la sua condizione, il volto, comunicano più di quanto non lo faccia un’opera scritta o un testo didascalico, come di frequente sono quelli rivolti a temi religiosi. Se ne è accorto Erri de Luca guardando Adamo, una delle prime creazioni di Anvidalfarei: «Il suo corpo è tozzo e sommario, deve contenere le forme future dei discendenti, anche la mia. Alza la mossa infantile di difesa contro la percossa di una parola amara che lo scaccia». E’ proprio per questa attenzione al corpo che la parte più consistente del lavoro di Lois consiste nel disegnare i nudi di modelli, amici che lo aiutano e gli permettono di non interrompere un genere abbandonato da molti dei suoi colleghi. Solidarietà e prodigi della Val Badia; paradossi che sorprendono anche chi la conosce bene. Anvidalfarei, ad esempio, si è accorto che per lui è proprio questo il posto migliore per lavorare, ma se n’è convinto solo dopo un travaglio che non è stato solo interiore. «Quando me ne andai da casa per studiare ero sicuro di una sola cosa, che sarei andato a lavorare dappertutto, ma che non sarei mai tornato qua».

Quando Lois ereditò il maso lasciò Vienna e tornò a Badia. Anni difficili, prima di scoprire quanto sia importante per un artista avere delle radici. Poi gli anni a Vienna all’Accademia delle Belle arti che rafforzano la convinzione e, infine, l’imprevisto: Lois eredita il maso e torna a fare il contadino. L’inizio non è piacevole. «Gli anni più difficili della mia vita», ricorda. Impensabile passare da un appartamento viennese a una casa dove l’unica stanza riscaldata era ancora la Stube. Riabituarsi, dopo tante serate in compagnia di colleghi e professori a parlare di arte e di estetica, alla compagnia dei vicini e famigliari ormai anziani. Poi, Lois decide di buttarsi a capofitto sulla sua arte. Scopre i vantaggi di essere artista in Val Badia. Alcuni pratici come lo spazio a disposizione, così come il silenzio che non manca mai, nemmeno quando il circo invernale è in piena attività. In una costruzione vicina al maso trova lo spazio ideale per lavorare alle sue statue. «Fare lo scultore a Vienna sarebbe sicuramente stato molto difficile, avrei dovuto fare il restauratore per vivere». A Pedraces, invece, ha uno studio con vista sul Monte Santa Croce. «Nell’arte è molto importante l’essere legato a un luogo, sono importanti le radici e la possibilità di rimanere in questo posto. Oggi molti sono obbligati a riorganizzare la propria vita da un’altra parte, è per me un vantaggio poter restare qui».

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Un particolare dell’ultimo lavoro per la facciata della chiesa nel cortile del Landhaus a Innsbruck

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STORIE

Il Ladino in una sporta della spesa:

«99 parores» alla seconda edizione

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Come vi �� venuta l’idea di realizzare un simile prodotto? «Qualche anno fa abbiamo deciso di concretizzare questa idea che ci frullava in testa già da tempo. Il fine principale era quello di presentare una sorta di carta da visita, che potesse suscitare l’interesse dei bambini in primo luogo, ma anche delle persone di ogni età. La speranza era che potesse tradursi in un espediente per avvicinarsi con curiosità alla realtà ladina». Come avete scelto le parole? «Sono quelle di uso frequente in ladino (gardenese e badiotto) ed abbiamo chiesto alla illustratrice di Ortisei Sara Welponer di illustrare con disegni a colori queste parole ladine d’uso frequente. Una facciata riproduce l’interno di una casa, l’altra invece illustra scene di vita quotidiana all’esterno». Come è stata accolta questa vostra iniziativa? «Il successo è stato davvero insperato. Sono state coinvolte anche alcune imprese commerciali ladine. Il negozio Sport Toni di La Villa in Val Badia, La Cooperativa di Cortina (che hanno tradotto le parole in ampezzano) e il negozio Maciaconi di Selva Gardena quando hanno visto la sporta hanno chiesto se fosse possibile usare questo prodotto come strumento pubblicitario. Abbiamo aderito con entusiasmo a questa loro iniziativa e da qui è scaturita una proficua collaborazione interladina. Ci siamo resi conto che l’economia può tradursi in un prezioso vettore promozionale anche culturale. Solitamente una sporta dopo l’uso viene riposta in un armadio. In questo caso invece molti si sono divertiti a leggere le parole e, alcuni, l’hanno anche utilizzata come decoro o per giocarci». Lo slogan pubblicitario parla di una sporta che può anche essere ascoltata? «È vero, nel portale dell’Istituto Ladino Micurà de Rü, www.micura.it, basta digitare la parola prescelta e si può udire il suono della parola o in ladino gardenese o in badiotto». E quest’anno è uscita la versione invernale… «Sì, su sollecitazione della Cooperativa di Cortina abbiamo deciso di proporre le “99 parole invernali”, proprio a ridosso della nuova stagione invernale nelle nostre valli. I disegni sono di Gabi Mutschlechner di San Vigilio di Marebbe. È in tre versioni: ladino gardenese, badiotto e ampezzano. La sporta è disponibile in due formati. Speriamo che anche la sporta invernale incontri il favore del pubblico. Spesso le cose semplici possono essere un pretesto per venirci incontro e divertirci insieme».

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Una sporta è utile quando andiamo a fare la spesa. Viene riempita con tante cose. Questa poi è decisamente particolare: può anche essere guardata, letta e ascoltata (nel sito). Si presenta come un dizionarietto illustrato con 99 parole. Se sbirciamo all’interno sul fondo compare la traduzione di «parole» in 21 lingue diverse, tra queste l’aramaico, il giapponese e il russo. Gli ideatori e autori: Marco Forni e Paolo Anvidalfarei, dicono che è un abbraccio ideale con le lingue che ci circondano. Sono collaboratori dell’Istituto ladino Micurà de Rü di San Martino in Val Badia e di Selva in Val Gardena. Abbiamo fatto loro alcune domande.

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Doveva essere uno strumento per divulgare la lingua delle Dolomiti, uno dei tanti che sforna l’Istituto Micurà de Rü. È diventata un oggetto di culto ed è stato deciso di fare il bis, con una versione invernale


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Novantanove parole sono tante. Se poi si sommano quelle dell’edizione estiva della sporta con queste ultime si arriva a 198. Difficile che uno studente universitario Ladin Val Badia medio italiano ne sappia così tante in inglese. Ma per chi volesse approfondire e imparare un po’ più a sorëdlil Ladino, l’Istitut fondo Ladin Micurà de Rü, ha messo a punto un vero e proprio metodo. Il Curs de Ladin (Val Badia) scritto da Daria Valentin su impulso di niora Leander Moroder, direttore dell’istituto. Si può trovalëgn re nella sede dell’Istituto ladino a San Martino in Badia, oppure nel bookshop del bellissimo Museum Ladin, al castello di Tor, sempre a San Martino. Si tratta di un c´iamurc box con un libro, il corso vero e proprio, un glossario e uno Sföi de esercizi, il quaderno degli esercizi. mandl de nëi Poi due cd audio, per la pronuncia e l’intonazione, che sono le sfide più difficili per un italiano. Il corso, spiega la stessa Valentin, è stato fatto sulla scia di lêch ´ia vacuna precedente esperienza in Val Gardena. E raccoglie i suggerimenti degli videl insegnanti nei corsi per non ladinofoni. Turisti? Per il momento no. Le lezioni di ladino sono frequentate soporcel prattutto da persone che si c´sono iasa insediate in Val Bac´ dia e devono fare i conti con il trilinguismo. Ma la c´ioura biscia curiosità cresce. E non è detto che, prima o poi, non si comincino a vedere, vicino allefinestra piste di sci, corsi per imparere la lingua delle Dolomiti, ritagliati su minês sura per gli ospiti.

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DEUTSCH

Gadertal

Mit den Schneeschuhen von Badia über den Kreuzweg nach La Val Text von Giulia Castelli Gattinara Übersetzung von Tobias Saabel Fotos von Mario Verin Manchmal muss man nur einen anderen Standpunkt einnehmen und eine Landschaft zum Beispiel von oben anstatt von der Talsohle aus betrachten, oder kurz von der normalen Piste abweichen, um wieder ein Gefühl für die Winterlandschaft eines ebenso großartigen wie aber auch touristischen Tals wie des Gadertals zu bekommen. Schneeschuhe - das ist das Zauberwort - mit diesem vielseitigen und leichten Hilfsmittel werden wir uns still mitten unter schneebeladenen Bäumen fortbewegen, die Alpen hinauf klettern, eine neue Route zwischen Hütten und einsamen Stadeln entdecken, dem Muster der gefrorenen Wildbäche folgen, die sich durch die unendliche Weiße schlängeln, dem Flüstern des Wassers unter den Kristallkissen lauschen. Diese Freiheit ist eben das Besondere an den Schneeschuhen: eine durchaus anarchische Freiheit, die uns eine Wanderung abseits der

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überlaufenen Pisten, weit weg von den Skiliften, gestattet und uns auf die Fährten der Rehe und Hasen führt, von wo aus wir den Zauber der Landschaft ganz unberührt erfahren, am besten gleich nach einem üppigen Schneefall. Die Armentarawiesen, sonnenbeschienen und mit Hütten übersät, erinnern mit ihrem Namen (ital. armento = Herde) noch an die Bauern, die ihr Vieh auf die höher gelegenen Weideplätze führten und dort heute noch das Heu ernten. Hier, zu Füßen der Felsenbastion des Heilig-Kreuz-Berges, ist der alte Kreuzweg zu erkennen, der bis hinauf an die Baumgrenze reichte, nah an den mächtigen Felswänden, deren weites Rund den Naturpark von Fanes abschließt; nach den Lärchen und Tannen, wo sich die Wiesen ungehindert ausdehnen und der Blick frei über die gesamten Dolomiten schweift. Wer diesen Weg vor langer Zeit beschritt, dem musste der Atem stocken angesichts solcher Schönheit, einer Bergwelt von göttlicher Harmonie, in die dann der Mensch seine Stadel, Glockentürme und Holzhütten setzte. Dass der Kreuzweg genau zu jener Stelle führte, ist ganz gewiss kein Zufall. Das Wunder dieser Schönheit bestärkte die heraufgestiegenen Pilger zweifellos in ihrem Glauben. Auch heute noch strahlt oberhalb von Badia das Heilig-Kreuz-Hospiz (ladinisch Santa Crusc) mit seinen drei riesigen Holzkreuzen etwas Magisches aus, dem man sich kaum zu entziehen vermag. Die Aussicht von hier oben lädt zum Nachdenken ein und flößt dem Menschen, angesichts der gewaltigen Perfektion ringsum, eine gewisse Demut ein.


Wanderung

Von Badia nach La Val Gehzeit: 5 Stunden Höhenunterschied beim Aufstieg: 50 m Wegmarkierungen: Nr. 15 Die Wanderung beginnt in Badia (Alta Badia). Das Auto parken wir am ersten der beiden Sessellifte, die zum Heilig-Kreuz-Hospiz hinaufführen, das knapp über der Zweitausendergrenze unterhalb der Steilwand des Ciaval (2.907 m) liegt. Die alte Pilgerherberge hat ihren spartanischen Stil zwar nicht aufgegeben, ist aber dennoch heute zu einem netten Restaurant für Skifahrer und Wanderer geworden, wo man im Freien an Holztischen sitzend sein Picknick veranstalten kann - im Schatten der drei riesigen Holzkreuze und vor einer atemberaubenden Aussicht. Hier beginnt der durch Bronzeschilder markierte Wanderweg. Er kann auch mit Freeride-Skis bewältigt werden. Die Schneeschuhe an den Füßen und die Karte bei der Hand, folgen wir dem Wegweiser Nr. 15 in Richtung Norden. Nach einem leichten Anstieg, dem einzigen des gesamten Ausflugs, erreichen wir in wenigen Minuten eine Anhöhe. Von hier aus kann, nach Süden hin, die Königin der Dolomiten bewundert werden, die

Marmolada (3.342 m). Vor uns ist der Umriss des Peitlerkofel und hinter uns die Zehnerspitze zu erkennen, um nur einige der wichtigsten Gipfel zu nennen. Bei guter Sicht und Sonnenschein kann von hier aus eine unendliche Folge von Kämmen und Kalknadeln bewundert werden, die bis zu den Alpen reicht. Der ausgetretene Pfad führt abwärts durch die offenen Hochebenen, über deren frische Schneedecke die Schneeschuhe fröhlich dahingleiten. Ohne die vorhandene Spur könnte man sich an dieser Stelle leicht verlaufen; wir aber erreichen nach etwa einer Stunde die mit Hütten gespickten Alpen der Armentarawiesen. Es geht immer weiter in dieselbe Richtung, nach Norden also, indem wir die Abzweigungen links liegen lassen; sie führen abwärts zu den Ortschaften Fontanacia und Pederoa (Wegweiser Nr. 15a). Nach und nach tauchen immer mehr Bäume auf, dann tritt der Kreuzweg endlich in dichteren Wald ein und folgt den Windungen einer weiß verdeckten Straße. Wir stoßen auf immer mehr Tierspuren; hier Rehe anzutreffen, ist keine Seltenheit, insbesondere in der Nähe der Futterkrippen, wo die Förster ihnen im Winter Heu bereitlegen. Das Gebiet grenzt in der Tat an den Naturpark von Fanes. Wir setzen unseren Abstieg in Richtung Rit Funes (Wegweiser Nr. 15-13) fort, bis auf der linken Seite die ersten bewohnten Ortsteile oberhalb von La Val auftauchen. Von hier führt ein Weg direkt nach Pederoa hinunter (ca. 1 Stunde), viel interessanter aber ist die Fortsetzung unserer Wanderung (Wegweiser Nr. 15-13), die die Mulde durchquert und damit die andere Talseite erreicht, wo es zu einem kurzen Aufstieg kommt, bevor wir bei Ciurnadù in die asphaltierte Straße einbiegen. 200 Meter weiter unten bietet sich der Gasthof Ciurnadù als Parkplatz an, wo man unter Umständen ein zweites Auto für die Rückkehr parken kann (dreieinhalb Stunden vom Heilig-Kreuz-Hospiz aus). Wenn man nun die asphaltierte Straße vermeiden will, besteht die einzige Alternative darin, die Serpentinen bis zu den Feldern von La Val zu queren. Dieser Streckenabschnitt ist überaus interessant: Die Ortschaft Tolpeï ist ein Juwel ladinischer Architektur. Zunächst kommen wir an dem alten Pfarrhaus vorüber, dessen Fassade ein Fresko aus dem 18. Jahrhundert ziert; dann langen wir an der malerischen Pfarre von Sankt Barbara an, die 1490 auf einer Anhöhe errichtet wurde. Knapp unterhalb der Ortschaft La Val, bei Plans, können wir noch einmal den Asphalt verlassen, um die Schneeschuhpiste auf dem orografisch linken Ufer des Wildbachs einzuschlagen. So kommen wir in Kürze nach Pederoa (5 Stunden ab Heilig-Kreuz-Hospiz), das an der Kreuzung mit der Staatsstraße des Gadertals liegt. Von hier aus fährt stündlich (jeweils zehn Minuten vor der vollen Stunde) ein Bus talaufwärts nach Badia. (Der letzte Bus fährt um 19:50 Uhr). Informationen und Karten zu dieser Wanderung gibt es im Fremdenverkehrsbüro des Gadertals in La Villa, str. Colz 53 www.altabadia.org.

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DEUTSCH

Vorgezogenes Nachtleben im Gadertal Was das Nachtleben anbelangt, so hat Alta Badia kaum Rivalen. Der Kampf wird ohne falsche Scham direkt mit den Nachbarn Grödner- und Pustertal ausgetragen. Wobei nicht vergessen werden darf, dass es immerhin um Hochgebirgs-Nightlife geht. Mit dem, was man von Großstädten her gewohnt ist, hat das keine Ähnlichkeit. Und dennoch: zwischen Dezember und März versprühen fünf kleine Dörfer eine ganz überraschende Vitalität. Und dies trotz - oder vielleicht gerade wegen - der zahllosen Touristen, die sich hierher verschlagen. Als ob die wahren Hauptfiguren der Nacht eben die Urlauber wären... Nach der letzten Abfahrt geht das Après-Ski los, ein echtes Must für Bergfreaks. Mit den letzten verbliebenen Kräften geht es Hals über Kopf auf die Tanzpiste; es ist gerade mal fünf Uhr. Momentan ist das “Murin” besonders in, oben in Corvara: eine alte, restaurierte Mühle mit einem langen Tresen auf zwei Ebenen. Holz und Mahlwerk sind noch original vorhanden. Wer eine Nobeldisko sucht, hat hier nichts verloren: Snowboarder in ihren Astronautenanzügen, braungebrannte Skilehrer und Touristen aus ganz Europa fetzen hier in Rhythmus des “Alpenpop” über die Piste. Selbstverständlich allesamt mit einem Bierglas in der Hand. Die “Nacht” geht schon vor sieben los, wenn der DJ die Lautsprecher aufdreht, der Alkohol die letzte Schüchternheit wegputzt und einer Kurzaffäre nichts mehr im Wege steht. Auf den uralten Sitzbänken wird gehüpft und getanzt. Italiener, Deutsche, Schweizer - aber auch etliche Spanier, Holländer, Polen und immer mehr Russen, insbesondere im Februar. In gewisser Hinsicht ist Alta Badia im Winter genau das Gegenteil vom

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Text Elmar Burchia Fotos: Daniel Töchterle Alta Badia im Sommer. Ein lahmer Ort, religiös, langweilig - so fertigen einige jugendliche Einheimische ihre Heimat ab. Sie flüchten lieber in die Modeclubs von Bruneck oder Cortina, die kaum eine Autostunde entfernt liegen. Und doch hat in Corvara seit einigen Jahren das elegante “Toccami” seine Pforten geöffnet. Der Name (ital. “Fass mich an”) ist Programm: hier die Hände im Zaum zu halten, dürfte ziemlich unmöglich sein. Aber nur wenige scheinen wirklich den ersten Schritt machen zu wollen. Die einzige Diskothek, die diesen Namen wirklich verdient, ist “Posta Zirm”: ein rustikal-modernes Ambiente, Tanzpiste und DJ jeden Abend - eine Gaudifabrik mit Tradition, wo das Bier in Strömen fließt. Bis 2 Uhr früh. Wer Freunde sucht, findet hier in jedem einen Freund. Ein Must ist dann noch das “Unterground” an der Kreuzung nach Colfosco, oder auch “Durni’s Pub” in La Villa, echt irish, und beide sind perfekt für den Start oder Abschluss eines Abends, mit einer Billardpartie oder ein wenig Tischfußball. Wer nach dem Abendessen noch etwas trinken oder im Verlauf des Abends einen Happen essen möchte, findet im lockeren, jugendlichen Ambiente des “da Franz” mitten in San Cassiano das Gesuchte; Livemusik und hübsche, gebräunte Gesichter gibt’s gratis dazu. Ganz in der Nähe liegt auch “Hug’s Bar”, ein Neuzugang in der Welt der Nachtlokale, das sich als Trendsetter und stilvoll bis elegant gibt. Kein Restaurant schließt vor ein Uhr früh, viele Lokale aber leider oft schon vor Sonnenaufgang, also mehr oder weniger dann, wenn die ersten Skifahrer sich in die Schlangen vor den Sesselliften einreihen. Schließlich will man den Kater so schnell wie möglich loswerden. Von einem Dorf zum anderen geht es per Taxi: das sogenannte “Mobix”,


organisiert vom Fremdenverkehrskonsortium, das bequeme Neunsitzer zur Verfügung stellt. Schließlich sind plötzliche Schneefälle oder Polizeikontrollen keine Unmöglichkeit. Gruppen genießen einen günstigen Einheitstarif. Wer die Nacht zu kurz findet, kann bereits vor Sonnenuntergang loslegen, und zwar ohne auch nur Ski oder Snowboard ins Lager zu stellen: schließlich gibt es auf der Hochebene des Piz la Ila reichlich Hütten. Das Angebot reicht vom Aperitif zum Après-Ski, bis zu Salsa oder Techno. Um vier Uhr nachmittags geht es los, und mit Taschenlampen bewehrt fährt man zum Ende des Abends, wenn es längst stockfinster geworden ist, endlich bergab. Die Nächte sind hier im Unterschied zu den Großstädten auf wenige Stunden verdichtet, was die Lust, sich gehen zu lassen, noch intensiver macht. Darüber hinaus sollte man sich eine ungeschriebene Regel stets vergegenwärtigen: nicht in den Pubs, den Diskotheken oder den Restaurants spielt sich das tollste Spektakel ab: der Rahmen ist es, der diese Gegend umfasst, der das reinste Schauspiel bietet. Wenn bei Sonnenuntergang die Berge zu glühen beginnen; wenn man durch die Wälder spaziert und ihre Düfte atmet, auf den melodischen Dialekt der Einheimischen lauscht oder die rustikalen Noten ihrer einfachen Speisen am Gaumen zergehen lässt, sich perfekt präparierter Abfahrten oder Langlaufpisten bemächtigt, dann wird einem bewusst, dass keine, auch nicht die allerschönste Diskothek mit ihren Lichtblitzen und Technorhythmen, der absoluten Stille der Dolomitengipfel den Rang ablaufen kann.

“Hugo” ist der neue Trend Der Aperitif heißt schon lange “Spritz”. Das bekannte Mix aus Venetien hat längst beinahe ganz Norditalien erobert und ist so auch in Alta Badia sesshaft geworden. Der aktuelle Trend in den Happy-Hour-Lokalen des Gadertals nennt sich allerdings “Hugo”. Unter den Jugendlichen (und nicht nur) gibt es kein Abendessen, das nicht auf einer angemessenen “Grundlage” von “Hugo” gegründet wäre. Keiner weiß, wo der Name herkommt, die Zutaten sind auf alle Fälle erfrischend und zweifellos auch “naturnäher” als im klassischen “Spritz”. Das genaue Rezept ist von Geheimnisnebeln umhüllt. Bestimmt drin sind Sekt und Wasser (oder Selters). Hauptzutat ist Sambuca, und ein paar frische Pfefferminzblätter fehlen auch nicht. Der Rest wird der Kreativität des Barmanns überlassen; jeder bereitet das Mix so zu, wie es ihm am besten schmeckt. Daher gibt es keinen “Hugo”, der einem anderen ähnelte; der Alkoholgehalt liegt am Ende jedoch stets innerhalb der großzügigen Spanne von 12 bis 45 Grad, mit einem Durchschnitt von etwa 15. Elmar Burchia

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DEUTSCH

Der Garten der Körper Lois Anvidalfarei, ladinischer Bildhauer Text von Antonio Signorini Übersetzung von Tobias Saabel Fotos von Daniel Töchterle

“In der ersten Klasse wollte ich Landwirt werden, in der zweiten Pfarrer, in der dritten begann die Leidenschaft für die Bildhauerei. Eigentlich aber habe ich meine Kinderträume alle

mit Bauarbeitern teilen könnte. Schweißgerät und Eisen für die Struktur und dann, zum Verkleiden des ersten Gerüsts, Gips, der sich erst in der Gießhütte in Verona in Bronze verwandelt.

Der Heuschober mit Gipsabgüssen bildet den Hintergrund für kulturelle Abendveranstaltungen, die Anvidalfarei gemeinsam mit seiner Frau, der Schriftstellerin Roberta Dapunt, organisiert

Im Sommer hingegen steht die Ernte an, was im Fall eines Bildhauers bedeutet, dass er die Früchte seiner Arbeit in den Galerien und Ausstellungen ganz Europas zeigt; und dann kommt Besuch: alte und neue Freunde, aus Österreich und Italien, wie der Schriftsteller Erri de Luca, der Architekt Gion Caminada, erfüllt. Ich bin Bildhauer, hege eine Vorliebe für sakrale Themen der Anthropologe Sandro Bonardi und der Pianist Paolo Verund arbeite weiterhin für meinen Hof.” Und was einem bei Lois gari. Darüber hinaus organisiert Anvidalfarei gemeinsam mit Avidalfarei sofort klar wird, ist die Tatsache, dass - obgleich er seiner Frau, der Schriftstellerin Roberta Dapunt, in dem atmonun doch nicht ganz Landwirt ist - die Uhr seines Lebens noch sphärischen Heuschober der Familie, der nunmehr als Depot genau so tickt wie die seiner Eltern, Großeltern und aller Vorvon Gipsplastiken dient, eine Reihe kultureller Abendveranfahren, die in seiner Erinnerung fortleben. Dem kann es auch staltungen im einzigen Stil, der nichts anhaben, dass er einer wirklich zum Gadertal passt: der bedeutendsten Künstler diskret und ohne jede AufdringSüdtirols geworden ist. Stolz lichkeit. Substanz ohne Augenträgt er einen Nachnamen, wischerei. wie er ladinischer kaum sein Lois’ Werke, zu modern für könnte: seine Wurzel ist “Col einige Geschmäcker, sind körd’Anvì”, die Anhöhe unterhalb perhafte, kompromisslose Gedes Heilig-Kreuz-Massivs, wo stalten. Von jener Ablehnung seine Vorfahren lebten. Hier spricht er mit einem kaum vergibt es nur eine Lebensaufhohlenen Lächeln, fügt aber gabe, und zwar die Arbeit, sogleich hinzu, dass ihm solvon der Kindheit bis an den che Episoden im Gadertal und Lebensabend. In seinem Fall der Umgegend bislang unbeschafft die Arbeit nicht Käse kannt geblieben sind. “Wenn oder Milch, sondern Bronzees etwas gibt, worauf ich im figuren, komplexe Skulpturen; Gadertal stolz bin, dann ist es ganze Gestalten, Torsos, Köpdie Toleranz. Anderswo bin ich fe, Arme. Seine Werke haben Die Fassade der Landhauskapelle in Innsbruck auf größere Widerstände geihn in Italien und im Ausland stoßen, sowohl in Südtirol als bekannt gemacht. auch in Österreich.” Die Bevölkerung des Gadertals ist eben anders. Als Grenzanwohner, Teil einer lateinischen Enklave inLois’ Art, mit den Jahreszeiten umzugehen, ist seiner Bergheinerhalb Tirols, sind sie an komplexe kulturelle Situationen gemat verbunden und hängt vom Klima und der Umwelt ab. Der wöhnt. Und die ersten, die mit Lois’ Werk konfrontiert wurden, Winter ist Arbeitszeit. Eine körperliche, harte Arbeit, inmitten waren Jugendliche. In Sankt Leonhard hängt schon seit einigen der versunkenen Stille des Gadertals, zurückgezogen in das Dutzend Jahren ein Kruzifix im Festsaal des Vereinsheims Jan Atelier des Familienhofs im Ortsteil Ciaminades von Badia. Hier Batista Runcher. langen nur kleine Ausläufer des Massentourismus an; einige gucken neugierig auf das mit Skulpturen übersäte Feld, das Das einzige, was für Anvidalfarei zählt, ist die Bildhauerei. Er im Winter verschneit und im Sommer grün ist und von Pilzen handhabt sie konkret, ohne transzendentale Allüren, noch nicht geziert wird. Viele aber kommen extra angereist, um seine Wereinmal in seinen sakralen Werken. Extremitäten mit stummelike zu sehen, mächtige, rundlich ausgearbeitete menschliche gen, unfertigen Fingern versuchen eine Umarmung und erinFiguren, die in der Luft zu schweben scheinen, modern und nern an soeben der Erde entrissene Baumstümpfe und Wurklassisch zugleich. Den Besuchern widmet Lois nur wenig Zeit, zeln. So auch bei dem Altar, der sich in der Bozener Kirche denn das, was er Arbeit nennt und in jeder Hinsicht als Ar“Maria in der Au” befindet. beit behandelt, hat stets den Vorrang; darauf ist er stolz und wenn diese Einstellung nicht recht “künstlerisch” erscheint, so Das letzte Zeichen der Anerkennung hat Anvidalfarei mit dem kümmert ihn das nicht. Und seine Arbeit ist mühevoll, sowohl Auftrag erhalten, die Fassade der Kirche zu “vollenden”, die was die Entwürfe als auch die letztendliche Ausführung betrifft, sich im Hof des Tiroler Landtags befindet, das Innsbrucker bei der Werkstoffe und Werkzeug zum Einsatz kommen, die er

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“Landhaus”, - 300 Jahre nachdem Georg Anton Gumpp sie in perfektem Barockstil gestaltet hat. Hierzu hat der Bildhauer vier Skulpturen zum Thema der Hoffnung geschaffen, die sich in ebenso viele bislang frei gelassene Nischen fügten. Für Anvidalfareis eigene religiöse Auffassung eine ideale Anordnung: “An der Kirchenfassade, zwischen dem Inneren und dem Äußeren der Kirche; zwischen Heiligem und Weltlichem.” Die Gruppe besteht in einer modernen Interpretation der Sankt-GeorgLegende, dem Tiroler Heiligen schlechthin, wobei der Heilige ohne den in der klassischen Ikonographie üblichen Drachen dargestellt wird.

Atelier aus das Heilig-Kreuz-Massiv. “In der Kunst ist die Verbundenheit mit einem Ort sehr wichtig; die Wurzeln sind wichtig und die Möglichkeit, immer am selben Ort zu bleiben. Heutzutage sind viele Künstler dazu gezwungen, ihr Leben an einer anderen Stelle neu zu organisieren, da ist es für mich ein großes Privileg, einfach hier bleiben zu dürfen.”

Als Lois den Hof erbte, verließ er Wien und kehrte nach Badia zurück. Es folgten schwere Jahre, bis die Entdeckung kam, wie wichtig es für einen Künstler ist, feste Wurzeln zu haben Für Lois kann alles durch den menschlichen Körper ausgedrückt werden, seine Umstände, sein Gesicht erzählen mehr als ein geschriebener Text oder eine Bildunterschrift, wie sie so oft zu sakralen Werken verfasst werden. Gemerkt hat es Erri de Luca, als er eine der ersten Schöpfungen Anvidalfareis zu Gesicht bekam: Adam. “Sein Körper ist roh und grob, er enthält die Formen der zukünftigen Nachfahren und darunter auch meine eigene. Er erhebt sich zu einer kindlichen Geste der Verteidigung gegen den Schlag eines bitteren Wortes, das ihn verjagen will.” Eben weil der Körper von so zentraler Bedeutung für Lois’ Arbeit ist, verwendet er die meiste Mühe auf die Aktzeichnungen der Modelle; gewöhnlich sind das hilfsbereite Freunde, die ihm dadurch gestatten, ein Genre zu pflegen, das von vielen seiner Kollegen längst aufgegeben wurde. Eine Solidarität, die ein weiteres Wunder des Gadertals ist und auch Kenner der Gegend zu überraschen vermag. Anvidalfarei selbst hat erst auf Umwegen und nach einer nicht nur innerlichen Qual die Gewissheit erlangt, dass dies der ideale Ort für seine Tätigkeit ist. “Als ich meine Heimat verließ, um zu studieren, war ich mir nur einer Tatsache ganz sicher: dass ich überall in der Welt arbeiten würde, aber nie wieder hier.” Es folgten die Jahre an der Wiener Kunstakademie, die seine Überzeugung nur noch bestärken - dann aber tritt das Unvorhergesehene ein: Lois erbt den Bauernhof seiner Familie und wird wieder zum Bauern. Der Anfang ist alles andere als angenehm. “Die schwierigsten Jahre meines Lebens”, erinnert er sich. Von einem Wiener Apartment in ein Haus, wo der einzige geheizte Raum noch die Stube war - undenkbar. Sich nach zahllosen Abenden in Gesellschaft von Kollegen und Professoren, den Diskussionen über Kunst und Ästhetik, wieder an die Nachbarn und inzwischen alt gewordenen Verwandten gewöhnen müssen. Schließlich stürzt sich Lois Hals über Kopf in seine Kunst. Im Gadertal Künstler zu sein, entdeckt er, hat auch seine Vorteile. Zum Beispiel jenen praktischen, viel Platz zur Verfügung zu haben; an Stille fehlt es nie, noch nicht einmal wenn der winterliche Skizirkus tobt. In einem Nebenbau seines Hofs findet er das ideale Atelier für seine Bildhauerei. “In Wien als Bildhauer zu leben, wäre sicher sehr schwierig geworden, ich hätte nebenher als Restaurator meinen Lebensunterhalt verdienen müssen.” In Badia hingegen sieht er von seinem

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Colori ai limiti del fluo, piumini. E poi Moonboot per tutti i gusti, per festeggiare i 40 anni dall’allunaggio. Qualcuno sulle piste si convincerà di essere rimpiombato alla fine degli anni Settanta, inizio Ottanta. Perché, se c’è un minimo comune denominatore della stagione 20092010, è il ritorno di forme e colori di trenta anni fa. Vintage ma non solo. Perché se la moda impone il ritorno a stili e colori che sembravano ormai destinati all’oblio, la tecnica ha fatto passi da gigante. E i materiali più innovativi diventano parte integrante dei capi più Fashion.

1249 Piumini superstar nella collezione Originals. Colmar attinge ai Settanta, ma anche agli anni Ottanta, con la giacca per uomo bicolore. All’esterno verde prato, blue royal all’interno. Molto eighties. A 290 euro.

1150 Giacca Original per uomo in tessuto ultra light. Mordbida e tecnolociga, con trattamento idrorepellente. Calda e leggera, ispirata ai modelli scovati nell’archivio storico Colmar. Uno stile da Valanga azzurra adattato al 2010. Prezzo 235 euro.

UOMO


2027U Per donna, in leggerissima ecopiuma. Pesa al massimo 100 grammi. Impunture in nylon. Antivento e idrorepellente. Prezzo: 220 euro.

2286 Piuma leggerissima e Nylon. Materiale che fa parte della storia, ma nella versione piĂš moderna. Laccato, ad alta densitĂ  idrorepellente e antivento. Ăˆ uno dei capi della collezione Originals di Colmar ispirata agli 85 anni dello storico marchio italiano. Prezzo 285 euro.

DONNA

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Il Moon Boot è una specie in evoluzione. Resiste e si modifica da quasi 40 anni (l’anniversario è nel 2011). Lo sbarco sulla Luna è un ricordo, ma il doposci ispirato alle tute degli astronauti si è adattato ai tempi.

Qundici colori per la serie più classica, la Nylon. Non è tanto diverso dal primo Moon Boot che risale al 1971. Come sempre, taglia unica ed estrema resistenza al freddo. C’è anche la versione mini, per i numeri fino al 22.

Il modello News è da collezione; Tecnica celebra così i 40 anni della scoperta della Luna. Evento che ha cambiato il modo e anche i doposci, visto che i Moon boot sono ispirati proprio alle tute degli astronauti statunitensi e alle calzature che hanno lasciato tracce indelebili sul suolo del satellite. Sulla tomaia è stampata una riproduzione di un giornale di quel luglio 1969.

Contrasto tra il nero e il bianco lucido che fa molto retro futurista per la serie Vinil. C’è anche in bianco, rosa, viola, blu e in verde acido.


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Paesaggi, atmosfere ed emozioni in Alta Badia – Dolomitii

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Bianco, nero e cromature; rigore e lusso. Gli ingredienti di un prodotto made in Italy ci sono tutti. Se non fosse per gli attualissimi giochi opaco-lucido, quella degli sci Vist si direbbe un’estetica anni Sessanta. Se poi si guarda meglio si scopre cura dei dettagli e caratteristiche tecniche uniche. Per fare uno sci, spiega l’azienda, servono 400 movimenti manuali e sei ore di lavoro artginale. Una cura che non è fine a se stessa, se è vero che la gran parte degli sci dell’azienda italiana monta brevetti esclusivi della Vist come il sistema Speed Lock e il Quick Lock, sistemi di ancoraggio che permettono di regolare l’attacco senza usare attrezzi.


Le linee sono ski classic, ski women, ski snow leopard, ski aurum. Disponibili anche due accessori: i bastoncini con impugnatura in pelle cucita a mano e top in chrome. Poi le sacche portasci, prodotte in ecopelle.

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Accessori

In sicurezza, ma con stile con il casco Race della Salice. Un omaggio all’estetica dello sport anni Sessanta e una tecnica da terzo millennio. Realizzato totalmente in Italia, ha l’interno in Carvel, una schiuma a lento ritorno e senza memoria. Grazie alla sua struttura cellulare si adatta a qualsiasi forma e assorbe l’energia di impatto e le vibrazioni causate dall’uso.

Quando la Salice non usa il consueto tricolore, cerca modelli e materiali che piacciano ai fashion victim delle piste e dei parchi. Il modello FishBowl, qui nella versione Ghepardo, si trova in vari colori, compresi quelli fluo. C’è la versione in cavallino, leopardato o nero o in pelle. Ma non fatevi ingannare dall’apparenza. Gli occhiali Fishbowl sono un concentrato di tecnica, ideali sia per lo sciatore classico che per lo snowboarder/ freestyler più esigente. La lente, sempre specchiata, è di grandi dimensioni, realizzata in policarbinato, antigraffio e antifog, grazie ai fori di aerazione, quasi invisibili. Casco-compatibile.

Mai sentito parlare di maschere indistruttibili? Gloryfy ha deciso di puntare su modelli a prova di tutto. La montatura è in tessuto e questo non solo consente un’ottima calzata e aderenza al viso, ma le rende più leggere. Le lenti sono realizzate con la tecnologia g-flex®. Si tratta di una sostanza sintetica altamente elastica di estrazione medicale che protegge gli occhi da rotture e scheggiature. La grande potenzialità del materiale sta nella flessibilità e nell’effetto memoria. In qualsiasi modo si pieghino le lenti, torneranno nella posizione iniziale.


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Sci alpinismo ultraleggero per la Dynafit con gli scarponi della serie Titan e i nuovi sci, ispirati alle montagne dell’estremo oriente. Lo Sci Nanga Parabat (1) è stato sperimentato proprio nella nona montagna più alta del mondo in Pakistan da Luis Stitzinger. L’ampia sciancratura permette di controllare la curva e mette a disposizione un maggiore spigolo effettivo. Anche nei Nanga Parbat è stata applicata la tecnologia Insert per l’applicazione dell’attacco Dynafit. Prezzo consigliato 499 euro. Motivi etnici e riferimenti a continente indiano anche nel modello Se7en Summits Superloght (3). Sono tra i più leggeri della categoria: 1.230 grammi,grazie ai materiali e alla tecnica di costruzione. Prezzo consigliato: 479.00 euro. Il Mustagh Ata Superlight (5) è lo sci più leggero della sua categoria. Realizzato con la tecnologia Insert brevettata Dynafit e dotato di side cut moderno, garantisce il massimo divertimento su ogni tipo di neve. Sci alpinismo al femminile con gli Haute Route Plus Women (4), testato dal team rosa Dynafit, che ha percorso i 145 chilometri del tratto ChamonixZermatt-Alagna – oltre 11 mila metri di dislivello – in due giorni e mezzo e, si badi bene, senza aiuti esterni. Prezzo consigliato: 459.00 Euro Il Manaslu, in Nepal, è sinonimo di ammassi di neve e condizioni estreme. Lo sci omonimo (2) è ideale per le discese in alta montagna nelle condizioni di piùdure.

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Per i più piccoli Noa Bunny e Noa Paws. Come coniglietti nella neve, caldissimi con stile e ironia, secondo la formula di Barts. Berretto 16,99 euro. Guanti 12,99 euro.

Numero da gara e strisce. Il berretto Spencer Beanie è sempre di Barts e celebra il ritorno del copricapo più classico sulle piste da sci. Impossibile dimenticarlo a casa perché diventa un amico da portare sempre con sé. Su Twitter ci sono madri che confessano di averlo rubato ai figli. Prezzo 16,99 euro. C’è anche la sciarpa. Prezzo 19,99.

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Enrosadira, tra leggenda e scienza. La leggenda narra che tanto tempo fa il re Laurino, mitico sovrano ladino, possedeva un meraviglioso giardino di rose sul monte Catinaccio. Un giorno il principe Latemar si avvicinò incuriosito da cosa potesse dare al monte quello splendido colore e vide Ladina, la figlia del re Laurino, intenta a curare il giardino, se ne innamorò e la rapì. Laurino allora, prima di morire di dolore, maledisse i fiori che avevano indirettamente causato il rapimento di Ladina, ordinando che le rose non fiorissero mai più né di giorno né di notte. Ma nel dirlo dimenticò l’alba e il tramonto: per questo la montagna avrebbe continuato ad assumere il suo colore in questi due momenti della giornata. Secondo un’altra versione, pur con lo stesso epilogo, re Laurino si innamorò di Similde, la figlia del re dell’Adige e tentò di rapirla. Per sfuggire agli inseguitori, proprio davanti al suo giardino delle rose indossò una cappa magica che lo rese invisibile, ma fu individuato per il movimento dei fiori su cui camminava. Per questa ragione lanciò la maledizione contro il monte e il suo giardino. Stando alla leggenda, è questa l’origine dell’enrosadira (in Ladino Inrosadöra), il fenomeno per cui le cime delle Dolomiti si colorano di rosa, in particolare quando il sole è basso nel cielo e la sua luce rossastra colpisce la roccia. In ladino la parola vuol dire proprio ”diventare rosa”. Ciò che dà alla roccia la proprietà di emettere la luce rossastra è la presenza di magnesio nei cristalli di carbonato di calcio. La particolare luce del sole all’alba e al tramonto contribuisce poi ad esaltare questo colore, fino a portarlo in alcuni casi vicino alle tonalità del viola. Simone Serra

Foto Daniel Töchterle



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