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Anno XXXI - N. 1 - Settembre /Ottobre 2013 - Imprimé à Taxe Réduite

LA RIVISTA CONTINUA IN RETE (vedi pag. 3)

Nadia Santini

La migliore cuoca del mondo

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www.elimagazines.com


Sommario Festival internazionale del Circo, il Britsh Museum e la Mostra sulla vita quotidiana a Pompei ed Ercolano, la Biennale di Venezia: un autunno tra arte, storia e cinema

Eventi

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Inchiesta

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Nadia Santini migliore chef dell’anno

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Salone del Gusto. Torino 2013

Spettacolo

Curiosità

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Premio Veuve Clicquot “Best Female Chef” 2013 Da www. luxgallery.it

da www.salonedelgusto.it

Roberto Bolle. Con la Scala nel cuore di Leonetta Bentivoglio da www.repubblica.it” Il primo ballerino Etoile della Scala racconta il suo rapporto con il teatro che egli considera casa e radici.

10 Topolino&filosofia, Grammatica da twitter, Librerie magnetiche…

Un divertente ed istruttivo excursus tra alcuni dei mille modi degli italiani di reinterpretare con fantasia e creatività la cultura.

Itinerari

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Scicli tutto l’anno, con Montalbano Di Flaminia Giurato da www.lastampa.it Passeggiata in una delle più belle località del mondo, entrata a buon diritto nella lista dei patrimoni dell’umanità dell’Unesco.

Poster

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Arte & Design

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Luigi Ghirri. Pensare per immagini

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Sara Simeoni, tanti auguri e un grazie. Ci ha insegnato lo sport femminile

Sport

Il Barocco in Sicilia

di Renzo de Simone da www.beniculturali.it 300 scatti in mostra al Maxxi - Museo nazionale delle arti del XXI secolo - di Roma

di Pierangelo Molinaro da www.gazzetta.it Sara Simeoni e la “gioia di gareggiare”

Tradizioni

Scrittori italiani

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Firenze e la festa della Rificolona

Alessandro D’Avenia. Bianca come il latte, rossa come il sangue di Giovanni Ferrari da www.tempi.it In un romanzo, le domande, le inquietudini e le speranze degli adolescenti raccontati da un giovane professore di italiano che nell’insegnamento e nella scrittura ha trovato il senso della propria vita.

Giochi e attività

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Grandi attori italiani

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Una pagina di attività divertenti e stimolanti sugli articoli di “Oggitalia”

Tutti i volti di Vittorio De Sica in mostra all’Ara Pacis Inizia con Vittorio de Sica il viaggio nel cinema italiano attraverso le storie e la vita di alcuni dei più grandi attori italiani

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Eventi 15° Festival Internazionale del Circo Latina 17 - 21 ottobre 2013

Cari lettori eccoci qui, di ritorno dall’estate, pronti ad iniziare un nuovo anno in vostra compagnia. Come sempre continueremo a conoscere l’Italia attraverso le sue antiche tradizioni,come la Rificolona di Firenze, o attraverso personaggi ed artisti di fama internazionale come Roberto Bolle, etoile della Scala di Milano, e Sara Simeoni, la “Regina” dell’atletica. Ed ancora il cinema, con la rubrica dedicata ai più famosi attori del cinema italiano, iniziando da Vittorio De Sica, l’arte e la letteratura. Continua, infatti, il viaggio alla scoperta dei giovani scrittori italiani con l’intervista ad Alessandro D’Avenia, professore di liceo di Lingua e letteratura italiana, autore di Bianca come il latte, rossa come il sangue, un delicato libro sull’adolescenza, divenuto in breve tempo un best-seller. Buona lettura

Cristina Settembre • Ottobre 2013 Direttore responsabile Lamberto Pigini Redazione Paola Accattoli Grazia Ancillani Cristina Ciarrocca

Responsabile editoriale Daniele Garbuglia Per la vostra corrispondenza: “Oggitalia” ELI P.O. box 6 - 62019 Recanati (MC) Italia www.elimagazines.com

Audio Per tutti gli abbonati, l’abbonamento alle riviste include la possibilità di scaricare gratuitamente, in formato MP3, l’audio di tutte le riviste dall’area risorse del sito www.elimagazines.com, inserendo il codice di accesso presente in ogni numero della rivista. Note per l’insegnante Per l’ insegnante, l’abbonamento alle riviste include la possibilità di scaricare gratuitamente, oltre al materiale audio in MP3, le Note per l’insegnante di tutte le riviste disponibili in formato PDF. L’insegnante deve prima registrarsi nell’area risorse insegnanti del sito www.elimagazines.com. Codice di accesso: 4005 2000 0011

Il 15° Festival Internazionale del Circo si svolge ogni anno a Latina, presso Borgo Pieve, la terza settimana di ottobre. Il Festival è organizzato sotto forma di competizione : gli artisti in gara, scelti tra numerosissimi candidati dei diversi paesi del mondo, vengono divisi in due gruppi e si esibiscono una volta al giorno di fronte ad una “Giuria Tecnica Internazionale” composta dai titolari o dai responsabili delle più importanti agenzie di spettacolo e accademie di Circo del mondo. Nato nel 1999 dall’idea di Giulio Montico, famoso artista circense, il Festival ha raggiunto negli anni una valenza di portata internazionale, non solo per il mondo del Circo, ma anche per il mondo delle arti e della cultura in genere. A tal punto che da alcuni anni esso gode del patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e del Parlamento Europeo

www.beniculturali.it

Vita quotidiana a Pompei ed Ercolano nella mostra dell’anno al British Museum

Londra, 28 Marzo - 29 Settembre 2013 Parla italiano la mostra più attesa ed importante del 2013 al British Museum di Londra. Si intitola Life and Death in Pompeii and Herculaneum, “Vita e morte a Pompei ed Ercolano” e riunisce una selezione senza precedenti di opere d’arte e oggetti di vita quotidiana rinvenuti nell’area archeologica vesuviana. È la prima volta che il British Museum dedica un’esposizione temporanea all’area vesuviana. Si tratta del più grande evento sul tema che si tiene a Londra da quarant’anni a questa parte: raccoglie 250 reperti, in gran parte frutto di scoperte recenti, mai usciti dal nostro Paese o addirittura mai esposti in precedenza, come i rilievi in marmo finemente decorati, i pannelli in avorio intagliato in legno ed una culla con ancora la capacità di dondolare. Per chi volesse visitare la mostra:

www.britishmuseum.org

70. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica Biennale di Venezia 2013 28 agosto - 7 settembre

La 70. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, organizzata dalla Biennale di Venezia, si terrà al Lido di Venezia dal 28 agosto al 7 settembre 2013, diretta da Alberto Barbera. La Mostra vuole favorire la conoscenza e la diffusione del cinema internazionale in tutte le sue forme di arte, di spettacolo e di industria, in uno spirito di libertà e di dialogo. La Mostra organizza retrospettive e omaggi a personalità di rilievo, come contributo a una migliore conoscenza della storia del cinema. 20 sono i film in gara in prima mondiale, accompagnati dalla consueta rassegna fuori concorso delle opere più significative dell’anno per un massimo di 12 titoli. Il respiro internazionale della mostra è dato anche dalla sezione “Orizzonti”, dedicata alle nuove tendenze estetiche ed espressive del cinema mondiale, con particolare attenzione agli autori emergenti, alla creatività ed alla innovazione.

www.labiennale.org

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Inchiesta

Nadia Santini premiata a Londra come migliore cuoca del mondo La ristoratrice mantovana ha ricevuto a Londra il prestigioso riconoscimento. Alla Gazzetta di Mantova racconta la sua carriera tra i fornelli fino a diventare la numero uno. Un’autodidatta che ha fatto del ristorante “Dal Pescatore” di Canneto sull’Oglio un punto di riferimento mondiale della gastronomia.

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Tratto da LA

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MANTOVA. A Londra Nadia Santini, mantovana, è stata premiata come migliore cuoca del mondo. Un riconoscimento che va a tutto quanto ruota attorno a lei, dalla famiglia al territorio, ma che premia soprattutto una donna che, al di là di quanto sa esprimere ai fornelli, sa trasmettere il suo amore per il lavoro e una profonda interiorità. Signora Santini, cosa va a ricompensare questo premio? La persona, la famiglia, il ristorante, il territorio? Ho pensato a cosa possa legare tre case come Dal Pescatore, Pic e Arzak. Credo di vedere riconosciuta la logica della famiglia, l’energia propulsiva* di un progetto che si estende nello spazio, valorizzando un territorio ricco di cultura, e anche nel tempo, perché frutto del passaggio tra generazioni. Con le donne a fare l’anello di congiunzione. Il premio? Chi è sotto i riflettori ha il compito di diffondere un approccio sereno con la cucina, trasmettere con essa felicità, cultura, modernità di un popolo. Come mai nell’ambito del concorso Best 50 restaurants si è sentito il bisogno di assegnare il premio alla migliore donna? Segnala un certo maschilismo tra i fornelli? La classifica dei Best 50 non è competitiva, è frutto della combinazione dei gusti di

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centinaia di giurati, che magari premiano proposte innovative, giocose, a volte stupefacenti. Giochi pirotecnici in cucina. Forse per le donne non è così, il ristorante è un modo di tenere vivo il territorio, con il rapporto diretto coi fornitori, i loro prodotti. Mi sbaglierò, ma vedo nella cucina un convivio* ideale per offrire e trasmettere l’anima gioiosa e viva della terra, del proprio Paese. Sento che tutti siamo frutto di un eterno procedere, riceviamo da chi è venuto prima di noi un insieme di conoscenze e sapori, usi e costumi, riti e tradizioni che rendono unico un territorio. Io sono orgogliosa della nostra terra. Non a caso, a Mantova la cucina è stata spesso in mano alle donne: il Cavallino Bianco a Suzzara, i Martini e Caffini a Mantova, gli Ancillotti a Revere... Lei è un’autodidatta: significa la formazione non sempre è fondamentale? Vedo molti giovani con entusiasmo e coraggio, che credono che la professione della cucina sia il loro futuro, e la scelgono già a 15 anni. Ma credo sia impossibile avere una piena formazione a quell’età: la scelta, secondo me, dovrebbe avvenire dopo le scuole superiori. Meglio prima accumulare le opportune basi culturali. Ci sono scuole in Europa che offrono una preparazione molto elevata, come quella di Paul Bocuse o quella di Losanna: per fare il cuoco non serve solo un cappello

bianco, ma anche la conoscenza scientifica di ciò che si fa. Anche se, spesso, è la stessa tradizione che ci insegna come due ingredienti possano sposarsi* e altri non andare d’accordo. Perché si mettono sempre insieme prezzemolo e aglio? Il prezzemolo attenua gli effetti sgradevoli dell’aglio. Ma è una conoscenza che si dà per acquisita, un’arte inconscia che si impara da chi c’è stato prima di noi. Non c’è nulla da inventare, quindi? La vita di oggi richiede un’alimentazione diversa rispetto al passato, serve meno energia, c’è una maggiore concessione all’estetica. Ma nella rielaborazione dei piatti, nel farli diventare più leggeri, più belli e con un rigoroso controllo della cottura, bisogna stare attenti a non distruggere l’identità di un popolo. Perché alcuni piatti ci rappresentano. Quale piatto rappresenta meglio Mantova? Ricordo, 35 anni fa, una coppia statunitense che amava girare per l’Italia alla ricerca di bellezze alternative a quelle delle tradizionali città d’arte. Ci dissero che bastava chiudere gli occhi davanti a un piatto di tortelli di zucca per capire comunque che si era a Mantova. I tortelli piacciono al mondo intero. Forse chi viaggia va alla ricerca di autenticità, di sapori unici e non ripetibili. Prendiamo il


pesce gatto: in Francia non lo mangiano nemmeno più, è uscito dall’uso comune; qui, lo apprezzano. Lei, comunque, ha avuto dei maestri? I primi? I miei genitori: a casa mia si mangiavano i prodotti del nostro orto. Allora ho imparato il plusvalore dei sapori e della conoscenza dei prodotti e delle stagioni. Qui a Runate mi hanno dato molto Teresa, e Bruna, la nonna e la mamma di Antonio. Spesso è dall’incontro tra le persone che le attività si evolvono. Qui un tempo si cucinava solo il pesce che si pescava. Col matrimonio di Bruna è arrivata anche la cultura della pasta, dei salumi e degli animali da cortile. E dire che non veniva da molto lontano: erano solamente due chilometri...

Nadia Santini, migliore chef dell’anno

Ed è nato così il successo della trattoria? Arrivavano i pittori dei Navigli, tutte le domeniche, con Gianni Brera, Renzo Cortina, Giovanni da Busnago... Erano sempre una ventina, c’erano i carrelli di bolliti e arrosti. Poi, con Antonio e con me, il passaggio al ristorante attuale. Con una cultura ben precisa, che si può riassumere in quello che mi disse nonna Teresa il giorno che misi piede qui: “Il lavoro è il nostro pane: per averlo oggi, abbiamo lavorato bene ieri, per averlo domani bisogna lavorare bene oggi”. Che rapporto c’è in cucina tra tradizione e innovazione? Le innovazioni possono essere bellissime, per poi sedimentare e diventare tradizione. Il Carpaccio è stato inventato da Giuseppe Cipriani, ma dopo 20 anni è entrato a pieno titolo nella tradizione. Cosa si deve fare per accontantare un cliente? E cosa, invece, non è opportuno? Mio marito Antonio è molto bravo nell’interpretare i desideri di chi sta a tavola: il colloquio è fondamentale per capire cosa si cerca. Cosa significa fare ristorazione di alto livello in un momento di crisi economica? Se il territorio si spegne, rischia di farlo anche la ristorazione. Dobbiamo cercare di agire, interpretare il nostro lavoro come opportunità, giocare il nostro jolly, rappresentato da stile, anima e cuore del nostro Paese. Difendiamone i prodotti, diamo ossigeno a chi li produce con grande valore e facciamo ripartire l’agricoltura e il turismo. Teniamoci vicini i nostri bambini e insegniamo loro le piccole e grandi storie della nostra terra e dei nostri piatti.

La cuoca italiana ha vinto il prestigioso Premio Veuve Clicquot “Best Female Chef” 2013, assegnato ogni anno alla migliore cuoca del mondo.

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Tratto da

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È Nadia Santini a prendere il posto di Elena Arzak come miglior chef donna del mondo. A vincere il premio Veuve Clicquot “Best Female Chef” 2013 è stata infatti, la Chef italiana che da 29 anni gestisce, con il marito Antonio, il ristorante Dal Pescatore a Runate – Canneto sull’Oglio (tre stelle Michelin dal 1996). Nello scorso aprile sono stati premiati a Londra i World’s 50 Best Restaurants e, proprio in quella occasione, Nadia Santini ha ritirato il suo prestigioso e meritatissimo riconoscimento. Stilata dal britannico “Restaurant Magazine”, che ha commentato: “Al

Glossario convivio: qui, incontro enogastronomia: arte della cucina e dei vini incarna: qui, rappresenta perfettamente propulsiva: che manda avanti le cose sposarsi: qui, andare d’accordo, unirsi

timone di quella dinastia culinaria che è la famiglia Santini, l’expertise gastronomico di Nadia Santini ha spinto il ristorante ai valori più alti”, e sponsorizzata da San Pellegrino, alla base della prestigiosa classifica internazionale la ricerca di Chef capaci di interpretare i valori caratteristici di Madame Clicquot: innovazione, creatività e determinazione. “Nadia Santini incarna esattamente queste qualità nella gastronomia di oggi – ha spiegato Aymeric Sancerre, direttore comunicazione internazionale del premio Veuve Clicquot – e sono onorato che il nostro nome e la nostra ricca storia vengano associati a una personalità così meravigliosa”. Un premio importante per tutta l’enogastronomia* made in Italy e di grande soddisfazione per la Chef che ha commentato così: “Sono molto felice e onorata per questo importante riconoscimento. Lo sono per me, per tutto il Dal Pescatore, per la mia famiglia che lavora con me, Antonio mio marito, i miei straordinari figli Giovanni, che dirige la cucina con me (Chef de l’Avenir 2012 per l’Academie Internationale de la Gastronomie ndr), ed Alberto, che dirige la sala e si occupa dei vini, per la mamma di Antonio, che mi ha trasmesso molti segreti e per Valentina, moglie di Giovanni, attiva nel ristorante”. Insomma, Nadia Santini incarna un successo fatto di rispetto per la tradizione e di eccellenza ma anche di amore e condivisione, totalmente italiano.

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Inchiesta

Salone del Gusto 2013 a Torino

Salone del Gusto 2013 a Torino (25-29 ottobre 2013 ) Inizialmente furono Gran Menu a Verona e Milano Golosa, 1994, due eventi che solo i fedeli di Slow Food rimembrano, che possedeva già alcuni degli elementi caratterizzanti di quello che diverrà poi il Salone del Gusto sperimentale del 1996, in una minuscola area del Lingotto a Torino.

internazionali a cui si affianca la terza edizione del Premio Slow Food, il seme dal quale due anni più tardi, nascerà Terra Madre, l’incontro delle comunità del cibo che la prima edizione raccoglie 5.000 contadini, artigiani e pescatori da 130 paesi del mondo.

L’esplosione, avviene due anni dopo, con la seconda edizione, l’avvento del Mercato e oltre 130.000 visitatori che ribaltano l’approccio *elitario alla gastronomia di qualità, trasformando in piacere e in diritto un interesse che si pensava fosse solo di pochi. Il viaggio continua, andando in parallelo con le novità che iniziavano ad analizzare il tema della globalizzazione.

nel 2006, il cappello filosofico del “buono, pulito e giusto” è il promotore di una fusione fra le due anime di Slow Food: produttori e consumatori.

nel 2000 vengono presentati i presìdi* italiani, nel 2002 i presìdi

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I neo-gastronomi percorrono gli stand del Lingotto, affinando il loro palato nei Laboratori del Gusto, educandosi a una produzione sempre più attraente se sperimentata, compresa e pretesa nelle sue componenti qualitative, mentre in contemporanea all’Oval pescatori toscani e mauritani, pastori


Carlo Petrini, fondatore di Slow Food

abruzzesi e mongoli, discutono sul futuro del loro lavoro, scambiandosi idee, soluzioni, prospettive circa un cibo prelibato dal punto di vista gastronomico, sostenibile nell’ impatto ambientale ed equo dal punto di vista delle remunerazioni* ma anche della gratificazione personale. 12 anni (22 se si vuole considerare come prima tappa l ’anno di fondazione di Slow Food) per intraprendere questo viaggio alle radici del cibo: dalla terra al piatto, dalla dimensione gourmettistica alla neo-gastronomia, dai frutti dell’ albero del Salone del Gusto al ventre di Terra Madre, insieme in un evento unico

Glossario Approccio elitario: espressione che sta ad indicare un evento o una qualsiasi altra realtà che può essere compresa e goduta solo da poche persone. Presìdi: qui, gruppi di produttori Remunerazioni: compenso monetario

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Spettacolo

Con la Scala nel cuore Roberto Bolle, primo ballerino étoile, racconta il suo rapporto con il teatro milanese che considera casa e radice e anticipa una stagione ricca di appuntamenti

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Tratto da

di Leonetta Bentivoglio

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quel suo corpo alto e forte, modellato da una strategia di proporzioni assolutamente ideali. Le immagini riprodotte, spesso molto patinate, sono quasi imbarazzanti nella loro levigata perfezione. Inevitabile, si tende quindi a supporre, che Roberto sia un divo narciso e arrogante. Invece è un uomo generoso e un artista completamente estraneo ai capricci e alle bizze. Chiunque, nel lavoro, gli riconosce umiltà e rispetto degli altri. Danzatore di tecnica puntuale, ha un talento

Roberto Bolle con la Scala nel cuore Una delle grandi qualità della star internazionale di massimo successo Roberto Bolle è un’indole imprevedibilmente gentile e delicata. Tutti sanno quanto è bello, quasi troppo, con quel suo volto da angiolone* antico e

interpretativo che sembra alimentarsi di note sempre più profonde e complesse lungo gli anni. Roberto Bolle, lei è molto presente nella prossima stagione di danza della Scala, suo luogo d’elezione. Cos’è per lei questo teatro? La Scala è la mia casa, la mia radice. È stato l’avvio del viaggio, e oggi è un approdo fatto di continui ritorni. Le “mie” compagnie, cioè quelle più rilevanti nella mia storia artistica, sono tre: oltre a quella della Scala sono l’inglese Royal Ballet, dove ho lavorato ed imparato tanto, e l’American Ballet Theatre, di cui sono Principal dal 2009. Ma la Scala è la Scala: è nel mio cuore. E io sono un frutto dell’Accademia scaligera. Crescervi dentro ha voluto dire non solo essere plasmato* come danzatore, ma vivere in una scatola magica: poter sbirciare dietro le quinte i ballerini al lavoro, assistere ai balletti e alle opere più famose dal loggione, perdersi nei corridoi e nei camerini dove sono passati artisti straordinari. La prima volta che ho danzato sul palcoscenico della Scala avevo quindici anni, in n saggio della scuola di ballo: fu il mio battesimo. Seguirono incontri, esperienze, conferme, emozioni....

Roberto Bolle

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In febbraio lei ballerà in Notre-Dame de Paris di Roland Petit, un coreografo che ha significato molto per lei. Vero. Lavorare con lui è stato molto arricchente. Fondamentale, per me, fu Le


Jeune Homme et la Mort, balletto in cui è fortissimo il rapporto con l’erotismo e con la morte. Montarlo diretto da Petit equivalse a una sorta di trampolino espressivo nel mio percorso, capace di farmi scoprire veramente degli aspetti di me stesso, anche in senso erotico e passionale. Quanto al suo Notre-Dame,

debutterò nel ruolo di Quasimodo, mai affrontato prima. In questo balletto ho già danzato la parte di Phoebus, il bello, mentre ora farò il brutto, ed è questa la vera sfida: nascondere la bellezza per far emergere l’interpretazione. La scelta del personaggio è stata mia, perché voglio confrontarmi con una grande prova di attorialità* tirando fuori l’anima.

verità drammaturgica che si sviluppa via via lungo i due atti: il pathos cresce continuamente, fino a culminare* nel finale del secondo atto. Richiede tecnica, rigore e pulizia accademica, ma anche esperienza interpretativa. L’ho maturato molto nel corso del tempo. Albrecht dev’essere in grado di trasmettere emozioni reali, e quindi di viverle in scena.

Che significa, per Bolle, interpretare p er l’ennesima volta il principe di Giselle, altro titolo che compare nel cartellone scaligero? Non smetto mai di scoprire sfumature nuove in Giselle, che ho danzato per la prima volta a ventidue anni, nel 1998. Quello di Albrecht, il principe di Giselle, è il mio preferito tra i ruoli del repertorio ottocentesco. Ha una

Il terzo titolo che la vede protagonista è L’histoire de Manon di Kenneth MacMillan, ottimo esempio di fusione tra il balletto tradizionale e uno spirito teatrale innovativo. L’eroe maschile di Manon, Des Grieux, è pieno di sfaccettature nel suo progressivo inabissarsi nella degradazione. Credo di conoscerlo bene, anche perché l’ho danzato spesso con il Royal Ballet a Londra. La storia è colma di sentimenti vividi* e affrontabili da prospettive diverse. Conta molto, per Manon, la partner con cui ballo, che qui sarà Svetlana Zakharova. Ballerina stupenda, forse la più bella del panorama odierno per la perfezione estetica e la purezza delle linee. Ora m’interessa tanto lavorare con lei anche su dimensioni “altre”, più interpretative che tecniche, così come Manon richiede.

Glossario angiolone: qui, sostantivo alterato accrescitivo, angelo molto buono attorialità: esprimere al meglio le proprie qualità di attore culminare: finire,completare un percorso o una perfomance in modo quasi perfetto plasmato: formato, modellato vividi: forti, intensi

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Curiosità “Piuttosto che”, principe degli strafalcioni. In un libro 300 “tossine grammaticali” I linguisti Valeria Della Valle e Giuseppe Patota hanno raccolto in un breviario le “cose da non dire” e gli “errori da non fare”. Dall’espressione divenuta così comune negli ultimi anni al congiuntivo soppresso al “facci” di fantozziana memoria

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La lingua parlata ai nostri giorni è piena di “tossine grammaticali”, modi di dire o espressioni che sono entrate nel lessico comune, ma che fanno a pugni con la correttezza e la sensibilità linguistica. E al primo posto di un’ipotetica classifica degli errori, o “almeno ai piani alti”, assicurano Valeria Della Valle e Giuseppe Patota, raffinati linguisti, già autori del fortunato Ciliegie o ciliege, ci sarebbe proprio quel Piuttosto che divenuto ora titolo del loro ultimo libro (Sperling & Kupfer). Un manuale che, oltre a una sezione dedicata alla “tossina” più usata dagli italiani, con relativa analisi dell’espressione simbolo della degenerazione linguistica, comprende un breviario di ben 300 “cose da non dire ed errori da non fare”. E se è assodato che il famoso congiuntivo, regola prima della sintassi, compare ormai ben di rado sui giornali, nei blog e nelle chat, e se politici e personaggi pubblici lo ignorano nelle interviste radiofoniche o televisive, questa volta Della Valle e Patota concentrano la loro attenzione su un elenco infinito di scivoloni* comunicativi. […] Raggruppati in ordine alfabetico, gli errori più diffusi, sono seguiti dal modo corretto di dire e da citazioni di quanto scritto o detto dai personaggi colti in fallo. Perché, avvertono gli autori, mentre non è lecito né opportuno infierire su chi, per umile estrazione, non ha dimestichezza con la lingua italiana, è giusto fare * le bucce a chi di comunicazione vive e si serve. […] Tratto da

Giorello: “Il mio Topolino si rosicchia la metafisica” Il famoso filosofo della scienza italiano: “Le avventure dell’eroe disneyano sono tipiche situazioni filosofiche” Giulio Giorello, filosofo della Scienza, ha scritto un saggio spinto dal fascino esercitato su di lui da un “genio perturbatore*”, come Giorello stesso l’ha definito e che nulla ha da invidiare a pensatori del calibro di Russell, Lévy-Strauss e Feyerabend. Questo grande filosofo è niente di meno che Topolino. Giorello parla di Topolino come di un “romanzo di formazione”: “ Ho imparato a leggere e scrivere su Topolino”. L’idea è nata dall’incontro con una ricercatrice di filosofia che stava lavorando su di un saggio proprio sul famoso fumetto. Ne è nato un progetto che ha coinvolto sceneggiatori, disegnatori, studiosi di fumetto, con lo scopo di spiegare come le situazioni vissute da Topolino siano situazioni squisitamente filosofiche: libertà di pensiero, libertà di espressione, libertà e responsabilità della scienza, questioni di genere, rapporto tra sogno e realtà, vita extra- terrestre. A detta dell’autorevole filosofo, Topolino ha sicuramente letto Strauss, Hume ed anche un po’ di Joyce.

MyShelf, la libreria magnetica

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Un brevetto mondiale, una libertà assoluta di composizione, una libreria originale e innovativa. È Magnetika, un nuovo modi di arredare ideato e brevettato da Ronda Design. Il Made in Italy che vogliamo! È formata da un pannello in acciaio (volendo può essere rivestito in eco -pelle) a cui si applicano magneticamente le mensole. Questo pannello regala un imprevedibile gioco magnetico che, unitamente* alla possibilità di inclinare positivamente o negativamente la parete di supporto, genera un effetto finale assolutamente unico. La forza di attrazione è molto forte, anche con diversi libri le mensole non si muovono di un solo millimetro e bisogna imprimere molta forza per staccarle dalla parete magnetica. Questo assicura stabilità al progetto e la possibilità di configurare la libreria senza alcun limite. […] I ripiani, ad “L” o a “V” possono essere disposti in qualsiasi posizione e Glossario modificarne la collocazione in qualsiasi momento. Grazie alla libertà compositiva fare le bucce: modo di dire, essere molto scrupolosi e rigorosi e l’utilizzo di mensole a differenti nei confronti di qualcuno misure è possibile creare composizioni infierire: essere eccessivamente severi libere e casuali sempre nuove, dettate perturbatore: che è responsabile di turbamento scivoloni: errori dall’esigenza del momento. Tratto da www.architetturaedesign.it

unitamente: insieme

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Itinerari

Scicli, tutto l’anno con Montalbano L’attore Luca Zingaretti nel ruolo del Commissario Montalbano.

Il bellissimo paese di Scicli, in Sicilia, è stato scelto come set cinematografico della fortunatissima serie tv Il Commissario Montalbano, tratta dai romanzi di Andrea Camilleri, tra barocco e splendide spiagge.

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Tratto da

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A Scicli sulle tracce di Montalbano Da molti è definita e ricordata come una “città-presespe”, incastonata com’è all’incrocio di tre valloni a pochi chilometri dal mare, snodandosi nell’impianto medievale dei suoi quartieri densi di case rosee baciate dal caldo sole di Sicilia. E’ Scicli, nota per il suo centro storico entrato a buon diritto nella lista dell’Unesco del Patrimonio dell’Umanità da tutelare, insieme ad altri sette comuni della Val di Noto. L’impronta* dell’età tardo-barocca è stato il frutto della ricostruzione settecentesca susseguita* al disastroso terremoto del 1693 che rase al suolo l’intera città. Passeggiare tra Via Francesco Mormino Penna, con la sua scenografica sfilata di palazzi nobiliari settecenteschi (Palazzo Spadaro, Palazzo Bonelli, Palazzo Conti, Palazzo Veneziano-Sgarlata, Palazzo Papaleo, Palazzo Carpentieri, Palazzo di Città) e le architetture ecclesiastiche come la Chiesa di San Giovanni Evangelista, la Chiesa di San Michele o la Chiesa di Santa Teresa, fa comprendere la ragione per la quale lo scrittore Elio Vittorini descrisse Scicli come “la più bella città del mondo”. Anche Palazzo Beneventano, l’edificio barocco più bello di tutta la Siclia, è stato dichiarato Patrimonio dell’Umanità, grazie anche ai suoi caratteristici mascheroni che rappresentano alcune teste di moro. Piazza Italia è circondata da meraviglie architettoniche come Palazzo Massari, Palazzo Mormina-Penna, Palazzo Iacono,

Palazzo Fava e dalla Chiesa Madre di Sant’Ignazio. C’è poi la Cava di San Bartolomeo, un vero canyon naturale dovuto all’azione del torrente San Bartolomeo sulla roccia calcarea, che racchiude la stupenda chiesa omonima e da dove si arriva all’aggrottato di origine bizantina di Chiafura. Ma le sorprese non finiscono qui, perché le attrazioni sono tante: si prosegue con la statua marmorea di Pietro di Lorenzo detto Busacca, circondata dal complesso monumentale della Chiesa e del Convento del Carmine, il Convento di San Domenico, la Chiesa di Santa Maria della Consolazione e la Chiesa neoclassica di Santa Maria la Nova, dal 1994 Santuario di Maria SS. della Pietà; la possente mole dell’antica matrice di San Matteo; le architetture militari del Castiddazzu e del Castello dei Tre Cantoni; il Convento dei Padri Cappuccini all’interno di Villa Penna, e Santa Maria della Croce. Già questo sarebbe sufficiente per rimanere incantanti: ma se poi si aggiungono anche gli oltre venti chilometri di costa caratterizzate dalle spiagge di sabbia fine e dorata lambita da un’acqua cristallina e le piccole borgate marinare allora il quadro è davvero completo. Playa Grande confina con la Riserva WWF; Donnalucata è la più antica e grande delle borgate ed ospita il Santuario della Madonna delle Milizzio e Palazzo Mormino; Cava d’Aliga è una tranquilla frazione situata in posizione privilegiata, che d’estate si anima e da Sampieri si snoda una splendida spiaggia a mezzaluna che culmina a Punta Pisciotto.

Scicli e il commissario Montalbano Dal 1999 Scicli è la principale location della fiction di Rai 1 Il Commissario Montalbano. La Vigata* cinematografica si snoda tra le vie del centro con assoluta protagonista la Via Francesco Mormino Penna e il Palazzo del Municipio ripreso anche nei suoi interni. Si vedono anche la terrazza di Piazza Carmine, la Chiesa e la Cava di San Bartolomeo, Palazzo Iacono, Piazza Armando Diaz, il complesso della Madonna del Rosario, Via Duca degli Abruzzi, il porto di Donnalucata e il suo lungomare, divenuto il lungomare di Marinella e la Fornace Penna a Sampieri. L’Ospitalità Diffusa ( www.scicliopspitalita diffusa.it), nuova formula di vacanza sostenibile che amplia e completa l’esperienza dell’Albergo diffuso, è la proposta che Scicli offre ai suoi ospiti. Un sistema di strutture che accontenta tutti i gusti per poter soggiornare nel centro storico, vicino al mare o in aperta campagna, degustando le prelibatezze* del posto o ammirando le bellezze artistiche.

Glossario impronta: qui, lo stile barocco prelibatezze: bontà gastronomiche susseguita: che è venuta dopo Vigata: paese di fantasia in cui sono ambientate le storie del Commissario Montalbano

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Poster

Il Barocco in Sicilia

Scicli, scorcio di una via barocca.

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Arte & Design Oltre 300 scatti in una grande mostra antologica, al Museo MAXXI di Roma, per raccontare un maestro indiscusso della fotografia in Italia del Novecento.

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Tratto da www.beniculturali.it

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È la mostra Luigi Ghirri. Pensare per immagini, al MAXXI dal 24 aprile al 27 ottobre 2013, organizzata dal MAXXI Architettura diretto da Margherita Guccione e curata da Francesca Fabiani, Laura Gasparini e Giuliano Sergio. Nata dalla collaborazione con il Comune di Reggio Emilia e la Biblioteca Panizzi, che custodisce molti dei documenti originali del suo archivio (fotografie, menabò*, libri, cataloghi e negativi), la mostra racconta i diversi profili di questa complessa e poliedrica figura di artista. “Il MAXXI è un hub per la cultura, aperto a ogni forma di linguaggio:

design, fotografia, moda, cinema, danza”. Dice Giovanna Melandri Presidente Fondazione MAXXI. “Con questa mostra, di cui sono particolarmente soddisfatta, rendiamo omaggio a uno dei più grandi e complessi autori italiani celebrato in tutto il mondo.” Per questo progetto il MAXXI ha

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Luigi Ghirri. Pensare per immagini

lavorato con la Biblioteca Panizzi e con il Comune di Reggio Emilia, ha collaborato con l’Archivio degli Eredi Ghirri e ottenuto prestigiosi prestiti dallo CSAC di Parma, l’Istituto Nazionale per la Grafica di Roma e altri collezionisti privati. Questa rete culturale è uno dei punti fermi della missione del museo”. “Con l’esposizione dedicata a Luigi

Il fotografo Luigi Ghirri

Ghirri il Museo consolida ed esplicita la propria vocazione a riconoscere e intercettare le forme più dense e originali dell’espressione artistica, dalla metà del secolo scorso al presente -dice Margherita Guccione, Direttore MAXXI Architettura- In questo senso Ghirri è a tutti gli effetti un innovatore, uno sperimentatore che ha inventato


un modo nuovo di intendere la fotografia e di guardare il paesaggio contemporaneo”. Luigi Ghirri. Pensare per immagini è un percorso nell’opera del fotografo emiliano (1943-1992) attraverso i suoi inconfondibili scatti ma anche menabò di cataloghi, libri della sua biblioteca privata, riviste, recensioni, collezioni di fotografie anonime, cartoline e dischi, per raccontare la sua collaborazione con gli artisti concettuali degli anni Settanta, i suoi riferimenti culturali e artistici, il suo interesse per la musica e i suoi rapporti con musicisti come i

CCCP e Lucio Dalla. Un Ghirri non solo fotografo, ma anche editore, curatore*, teorico e animatore culturale, in costante dialogo con architetti, musicisti, scrittori e artisti.

Icone, Paesaggi, Architetture La mostra è organizzata in tre sezioni tematiche – Icone*, Paesaggi, Architetture - e invita a ripercorrere la fasi della ricerca artistica di Ghirri: le icone di quotidiano, i paesaggi come luoghi di attenzione e di affezione e le architetture, da quelle anonime a quelle d’autore. I vintage prints,

conservati presso la Fototeca Panizzi, il MAXXI, lo CSAC di Parma, l’Istituto nazionale per la Grafica di Roma, presso l’Archivio degli Eredi Ghirri e altri collezionisti privati, costituiscono il nucleo centrale della mostra. Ad essi si affianca una ristretta selezione di new prints (tratte dai negativi della Fototeca Panizzi) che offre un ulteriore strumento per lo studio e la comprensione della sua opera. Il percorso di mostra sarà accompagnato da citazioni da testi di Ghirri, scelte per rivelare la qualità della sua scrittura e guidare il pubblico a comprendere le ricerche dell’autore attraverso le sue

stesse parole. “La scelta di procedere per temi e non secondo un criterio cronologico riprende una modalità tipicamente ghirriana: la fotografia intesa come oggetto non concluso, come un gigantesco work in progress in costante elaborazione” dicono i curatori Francesca Fabiani, Laura Gasparini e Giuliano Sergio. Le pubblicazioni e le mostre che Ghirri realizzò nel corso della sua vita contenevano spesso un numero

sterminato di fotografie; il fotografo organizzò queste immagini per “serie”, ripensandole spesso, modificando le sequenze, utilizzando fotografie nate all’interno di un progetto per riposizionarle in nuovi contesti, a distanza di anni. Il percorso tematico intende dunque far comprendere la logica del lavoro di Ghirri, mettendo in evidenza non soltanto la sua particolare tecnica fotografica ma anche il modo in cui guardava, sceglieva, sistemava e ordinava le fotografie, alla ricerca di un inedito approccio* critico al pensare l’immagine, al pensare per immagini.

Luigi Ghirri è una figura fondamentale per la fotografia del secondo Novecento. Ha influenzato profondamente la cultura visiva internazionale soprattutto grazie alla sua capacità di immaginare l’esercizio della fotografia come accesso al mondo e alle sue rappresentazioni. La sua ricerca si nutre di diversi apporti che lo conducono ad esplorare soggetti e direzioni inedite: la fotografia amatoriale, i montaggi che miscelano realtà e rappresentazione, il quotidiano, i paesaggi, le architetture d’autore e quelle ordinarie. Il mondo, per Ghirri, è uno spettacolo che il fotografo ha il compito di decifrare, interpretare e tradurre. Le sue fotografie ci ricordano oggi che la sua importanza supera di gran lunga la sua fama. Dopo il MAXXI la mostra sarà ospitata in altre sedi museali tra cui, nel maggio 2014, presso la prestigiosa sede dei Chiostri di San Pietro a Reggio Emilia, durante il Festival Fotografia Europea.

Glossario approccio critico: metodo seguito in uno studio, in una ricerca “Icone”: qui, immagini artistiche, simboli di una realtà menabò: progetto grafico di prova per la realizzazione finale di una rivista, di un film etc…

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Sport

Simeoni, tanti auguri e un grazie: ci ha insegnato lo sport femminile In occasione del suo sessantesimo compleanno, la “regina” dell’atletica italiana racconta la sua carriera fatta di sfide, impegno e soprattutto della “gioia di gareggiare.

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Tratto da

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Prima dei voli di Sara, che compie 60 anni, gli uomini davanti alla tv snobbavano* le donne. Un grande palmares: due record del mondo, un oro e due argenti olimpici, un Europeo. “Il segreto era nella gioia di gareggiare” La regina vive in una reggia alla fine del paese, su una collinetta circondata dalle viti. Una reggia derivata da una vecchia cascina, un centinaio di metri sopra quella di papà Giuseppe, ristrutturata con gusto e rispetto, frutto dei suoi voli nel cielo. Non si può sbagliare: sul muro a lato del cancello c’è una targa B&B Sara 2.01. Sara Simeoni, la regina, festeggia 60 anni e li porta con la stessa classe con cui raggiungeva le nuvole. Tutti pensano alla medaglia d’oro conquistata all’Olimpiade di Mosca nel 1980. No, la sua vittoria più importante, nei 12 anni di carriera al massimo livello (dal ’72 all’84) è stato dare dignità a tutto lo sport femminile. Prima di lei non c’era uomo, se non raramente, che si fermasse davanti al video per osservare il gesto atletico di una donna. Sara li ha incuriositi, bloccati, esaltati, caricati d’ansia, fatti esplodere di gioia. Perché Sara Simeoni vinceva quando doveva vincere, si migliorava nelle occasioni importanti. Il record del mondo (2.01) superato due volte, un oro e due argenti olimpici, il titolo europeo.

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Nelle immagini: Sara Simeoni in alcuni della sua carriera sportiva.

Sara, qual era il segreto? Che in gara mi divertivo, mi trovavo in mezzo alle altre, non c’era la solitudine di tanti allenamenti. C’era sempre da imparare. E poi Erminio, Erminio Azzaro, mio marito, il mio allenatore. Insieme abbiamo provato, studiato, capito, sperimentato. Quando si è accorta del suo talento? Mai, e neppure pensavo di diventare una saltatrice in alto. Andai al campo per la

prima volta su invito della professoressa di educazione fisica della scuola media. Avevo 13 anni. Chiamarli allenamenti è troppo, si giocava, si stava in compagnia. Facevo un po’ di tutto, ma odiavo le campestri e la faticaccia che si faceva. Saltavo all’italiana, affrontavo l’asticella frontalmente, come gli ostacoli in pista, poi, a 14 anni, sono passata alla forbice. Mi fece decidere per l’alto il fatto che feci subito il record per la mia età, a 13 anni, 1.15.


Poi il Fosbury, lo stile di cui è stata la prima grande interprete Avrei dovuto imparare lo stile ventrale per salire, ma non mi piaceva, soprattutto certi lavori dell’allenamento mi facevano paura. E poi la dinamicità del Fosbury mi incuriosiva. Ho cominciato subito, nel 1968 già con il mio primo allenatore, Bragagnolo, poi con Erminio. Ma ho rischiato l’osso del collo prima di imparare. Azzaro, la sua stella polare Gli devo tanto. Ci siamo messi insieme a Sochi nel ’72, in un raduno federale in Unione Sovietica. Erminio era a fine carriera e venne a insegnare a Verona, ma l’ho costretto io a diventare un allenatore. Come? Erano nati dei problemi con Bragagnolo, non amava le novità, oltre che da tecnico faceva anche un po’ il papà. Dissi ad Erminio che se non mi avesse allenato avrei smesso. Ho cominciato a prendere l’atletica seriamente solo dopo i Giochi di Monaco ’72. Mi ero classificata sesta, mi ero migliorata di 5 centimetri ed ero a tre dal podio. Capii che le atlete dell’Est non erano irraggiungibili.

Insieme l’avventura a Formia, una scelta di professionismo* assoluto. Piano. Ho cominciato a prendere l’atletica seriamente solo dopo i Giochi di Monaco ’72. Mi ero classificata sesta, mi ero migliorata di 5 centimetri ed ero a tre dal podio. Capii che le atlete dell’Est non erano irraggiungibili. Avevo 19 anni, concluso il liceo artistico mi iscrissi all’Isef a Bologna ed andai ad allenarmi anche sui campo di Carabinieri. Unica donna. Ma l’inverno faceva freddo come a Verona. Così, concluso l’Isef, decisi insieme alla federazione di trasferirmi a Formia.

subito come “le nuove Simeoni”. Ho la sensazione che questi ragazzi non si divertano più, si comincia troppo presto con l’allenamento vero.

Clausura? No se ti piace. C’era Mennea, arrivò Belardinelli con i suoi tennisti, si creò un ambiente bello. Si lavorava duramente ma ci si divertiva pure. Non andavamo in discoteca, la creavamo dentro...

Tornasse ragazzina scenderebbe ancora in pedana? Ora è più difficile, forse dopo un anno smetterei. Ho la sensazione che si percorra una strada sbagliata. Ho la sensazione che questi ragazzi non si divertano più, si comincia troppo presto con l’allenamento vero dimenticandosi che ogni sport è innanzitutto un gioco, che si deve giocare.

Sessant’anni, qualche rimpianto? Forse per gli infortuni che mi hanno stoppato. Con Erminio siamo convinti che avrei potuto salire ancora oltre i 2.01. L’argento all’Olimpiade di Los Angeles nel 1984 conquistato superando i 2 metri con un tendine d’Achille grosso il doppio mi ha lasciato qualche rimpianto. Ho visto in questi anni quante giovani saltatrici hanno bruciato bollandole

Cosa è per lei oggi l’atletica? “Sempre una bellissima disciplina e cerco di spiegarlo anche agli studenti del mio corso all’Università di Chieti, 540 km dal cancello di casa. Insegno le discipline sportive individuali alla facoltà di scienze motorie, teoria e pratica di tutte le specialità dell’atletica. Almeno lì posso dare qualcosa del bagaglio accumulato in questo 60 anni.

Glossario professionismo: capacità di lavorare con professionalità ed impegno snobbavano: non consideravano con la giusta serietà ed importanza

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Tradizioni

Firenze e la festa della Rificolona

Come da tradizione, il 7 di Settembre le strade di Firenze si riempiranno di lanterne colorate per celebrare la festa della Rificolona: una delle feste cittadine più amate da grandi e piccini, che riempie le strade di colore e di allegria, che ci aiuta a salutare l’inizio dell’autunno con la giusta dose di spensieratezza

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Tratto da www.teladoiofirenze.it

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Le origini Questa gioiosa festa risale al tempo in cui i contadini con le loro donne scendevano in città dalla Montagna Pistoiese e dal Casentino per festeggiare la natività della Madonna nella Basilica della Santissima Annunziata. Durante questo pellegrinaggio, i contadini erano soliti vendere i loro prodotti alla fiera-mercato che si svolgeva l’indomani nella zona di via dei Servi. Per assicurarsi una postazione vantaggiosa alla fiera, essi partivano dalle loro abitazioni in piena notte, utilizzando delle lanterne di varia

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Firenze, alcuni momenti della festa della Rificolona.


Rificolona Rificolona (o fierucolona) Tipo di palloncino di carta simile a quelli alla veneziana, con lumicino nell’interno, modellato nelle fogge più svariate e fantasiose che per usanza popolaresca i giovani di Firenze portano illuminate, in cima a un lungo bastone, in giro per la città la sera del 7 settembre, vigilia della festa della Natività di Maria Vergine, cantando canzoni più o meno licenziose e vari ritornelli. La manifestazione è detta rificolonata . www.treccani.it /enciclopedie on line

forma appese in cima a bastoni, per rischiarare* il cammino. Con queste lanterne di carta o tela, aperte in cima per consentire alla candela o al sego dello scodellino di bruciare, arrivavano a Firenze la sera prima della fiera, sistemandosi nella zona di Santissima Annunziata e sotto i loggiati dell’omonima piazza.

Il nome L’origine del nome “rificolona” ha poi a che fare con lo spirito goliardico e canzonatorio tipico della fiorentinità*. Le donne della campagna che arrivavano per la fiera avevano spesso un aspetto goffo e trasandato. Questo era motivo di scherno da parte dei cittadini di Firenze, che usavano appellarle come “fierucolone”: la desinenza colone o culone, unita

al prefisso “fiera”, divenne così un modo per riferirsi a queste donne trasandate e dai floridi *posteriori. L’espressione, poi evolutasi nel tempo in “rificolona”, andava così a indicare una persona giunonica* e sempliciotta*, dall’apparenza trasandata e talvolta eccentrica. La festa della Rificolona, ormai divenuta immancabile tradizione, offre ogni anno un ricco calendario di eventi nei giorni intorno al 7 di Settembre, data ufficiale della ricorrenza.

Nonostante i fiorentini abbiano sempre celebrato il “rito” della rificolona, che comunque è sempre rimasto legato alla festa religiosa della Natività di Maria, verso la fine del secolo scorso la rificolona cadde *un po’ di tono. Dall’aprile del 2003, grazie alla Compagnia Fiorentina della Rificolona, nata dalla collaborazione di associazioni, cittadini, negozianti, abitanti del centro storico fiorentino, rappresentanti di alcune parrocchie, è ripresa alla grande con la partecipazione ufficiale del Comune, con Gonfalone e Sindaco, o suo Assessore, del Presidente del Quartiere 1 e dell’Arcivescovo di Firenze.

Glossario cadde un po’ di tono: modo di dire, non fu più una festa attesa e celebrata fiorentinità: modo di essere tipico della città di Firenze e dei suoi abitanti floridi posteriori: qui espressione ironica, ad indicare i larghi fianchi delle donne giunonica: aggettivo, fisicamente imponente rischiarare il cammino: illuminare la strada da percorrere sempliciotta: aggettivo, si dice di una persona poco raffinata

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Scrittori italiani

Alessandro D’Avenia:

«Per me scrivere e insegnare vogliono dire vivere» musica ascoltavo. Lì ho capito che la realtà non è solo quella che si vede ma, come direbbe Montale, ogni immagine, ogni cosa dice “più in là”». Una lotta continua, vorace, con i libri, «per strapparne segreti, verità». Inizia così per lui una sfida radicale, un ininterrotto cercare il segreto delle cose, che lo porterà a intraprendere la nuova avventura della scrittura. «Noi a volte pensiamo di dover parlare con Dio in una maniera straordinaria, cercando di inventare chissà che cosa, mentre l’alfabeto che Dio ci ha prestato per parlare con Lui sono i talenti che abbiamo», racconta con il suo accento inconfondibile, metà

accada». Una lotta quotidiana per aiutare le cose a compiersi. «Coltivare vuol dire che non tutto è già detto, ma che il Creato ha delle possibilità, tutte da scoprire». (…) Così, le testimonianze di molti della storia (dal cantante del momento all’amico di sempre, dal poeta di centinaia di anni fa al professore incontrato durante un’ora di supplenza) diventano fondamentali per una crescita personale. Un valore aggiunto che non possiamo permetterci di perdere. «Noi siamo sin dal grembo delle nostre madri degli esseri che costruiscono sé stessi nel tempo: siamo storici. Ci servono le storie per capire qual è la nostra, la quale però

siciliano e metà milanese. «Per me scrivere e insegnare vogliono dire vivere, perché io so fare questo. È dove mi sento a casa, nel posto giusto all’interno del mondo; è una maniera di parlare con Dio, quindi di pregare e vivere, perché la preghiera è vita». È chiaro fin da subito che in ballo non ci sono lezioni scolastiche più o meno seducenti o metodi di scrittura più o meno accattivanti: entra in gioco un concetto più ampio, che coinvolge ogni sottile sfaccettatura della vita. Come quello della vocazione. «Si tratta semplicemente di rinascere ogni giorno», racconta il Prof2punto0 (questo il suo nome su twitter). «Mi viene sempre in mente la scena originaria della vocazione dell’uomo, quella di Adamo, posto nell’Eden per custodirlo e coltivarlo». Custodire e coltivare sono due verbi che ama particolarmente, soprattutto nella loro singolare sequenza: «Custodire significa amare: tu vedi il seme della rosa e, siccome sai che diventerà una rosa, fai di tutto perché si creino le condizioni per cui questo

non possiamo sapere in anticipo. Quindi, c’è questo equilibrio instabile di desiderio di sapere come va a finire, accompagnato dal fatto che non lo possiamo veramente prevedere». Un rischio continuo. Esiste però qualcosa che lega migliaia di uomini, un enorme fil rouge storico: si tratta della «sete di destino, del desiderio di destinare la propria esistenza». Ma attenzione: «Il relativismo culturale in cui siamo immersi ha un effetto devastante su questo, perché per esso non esistono storie più valide di altre. È interessante, invece, vedere che lo stesso cristianesimo è una storia: è la storia di Gesù Cristo, non è chissà quale teoria. È l’unica storia di cui sappiamo che, nonostante le cadute e le ferite, andrà bene».

L’autore del libro di grande successo Bianca come il latte, rossa come il sangue si racconta. Le prime letture, la vocazione, il rapporto con Dio e con gli altri. E con il dolore.

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Tratto da www.tempi.it

di Giovanni Ferrari

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Incontriamo Alessandro D’Avenia a due passi dal Cenacolo leopardiano a Milano, nella scuola dove insegna già da alcuni anni. Italiano e latino. Due materie apparentemente ostiche, considerate lontane dai “veri problemi”, ostacoli a una vita più tranquilla e spensierata. Ma c’è chi, come il professor D’Avenia, non ci sta; sarebbe un peccato perdere l’occasione di conoscere Leopardi, Seneca e Omero, tutti autori che stima e cita con occhi lucidi. Sono le dieci e quaranta di mattina, prendiamo un caffè nel bar della scuola. Corridoi vuoti, aule piene. Immediatamente ci immedesimiamo in uno dei tanti ragazzi e chiediamo di farlo anche ad Alessandro. «Mi ricordo perfettamente i due giorni e mezzo passati ininterrottamente a leggere Lo Hobbit di Tolkien, il primo libro che ha aperto in me la magia della letteratura», confida. «Ero in quinta elementare e mi ricordo in che stanza lo leggevo, e che

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Bianca come il latte, rossa come il sangue Bianca come il latte, rossa come il sangue è diventata subito un bestseller internazionale; tradotto e distribuito in oltre venti paesi. Ma per D’Avenia il successo non è sinonimo* di quel milione


più affascinante. Per quanto riguarda l’altro tipo di dolore (quello che non ci scegliamo noi), «non ci sono uomini che lo abbiano risolto. C’è solo un fatto, che è quello della resurrezione di Cristo, dove morte e dolore non hanno l’ultima parola». Si tratta, secondo D’Avenia, dell’unica vera possibilità di integrare il dolore e la morte all’interno di un fatto dove «a vincere è l’amore». Questa è una ricerca che «ciascuno fa personalmente e autonomamente, a cui io mi aggrappo con tutte le mie forze perché altrimenti non saprei gestire e affrontare sconfitte e dolori». Dopo una lunga operazione di produzione e riprese (condivisa dallo stesso D’Avenia con molti lettori, attraverso un continuo aggiornamento sui social network), è ora nelle sale di tutta Italia il film prodotto da Lux Vide e Rai Cinema tratto dallo stesso romanzo.

Lo scrittore e insegnante Alessandro D’Avenia.

di copie vendute. È invece un continuo amore, dato e ricevuto, soprattutto dopo la pubblicazione del romanzo. «Tra tutte le storie di lettori e persone intraviste e conosciute ne ho una che mi è rimasta particolarmente impressa. Una ragazza malata di anoressia mi ha scritto il giorno in cui è stata dimessa dall’ospedale. Una dottoressa le aveva lasciato sul comodino il mio libro che, rimasto chiuso per molti giorni, le ha fatto inaspettatamente* compagnia in una notte insonne. Vedere raccontato il dolore con speranza ha sbloccato in lei qualcosa, spingendola a reagire». Nasce così uno scambio di mail che interroga e accompagna entrambi. Ma dopo un mese di silenzio, D’Avenia riceve un messaggio dalla madre della ragazza: «Mi aveva scritto per dirmi della morte della figlia. Nel ringraziarmi, ricopiava una pagina del diario della figlia dedicata al mio libro e alla corrispondenza con me». Alla fine di questa pagina, una frase del romanzo: «Proprio quando ci sentiamo più poveri, la vita, come una madre, sta cucendo per noi il vestito più bello». La

conferma che quel libro andava scritto. Ne è valsa senza dubbio la pena, dice D’Avenia, anche se tutto ciò comporta una enorme responsabilità. «Essere responsabili vuol dire provare a essere all’altezza di quello che la realtà ti chiede: la realtà chiama e tu devi rispondere». In uno dei suoi libri più conosciuti, Diario di un dolore, C. S. Lewis afferma che «il dolore è una crepa in mezzo alla parete uniforme della razionalità umana». È un vuoto, un qualcosa di difficile da ricostituire, come emerge dalla storia tra Leo e Beatrice (protagonisti di Bianca come il latte, rossa come il sangue), segnata da una ferita a volte insopportabile e insostenibile. Ma il dolore «va letto in chiave di compimento. Io credo ci sia un dolore buono, quotidiano, – dice D’Avenia – che è il doversi un po’ espropriare* di noi stessi, vincendo il proprio egoismo, il proprio limite nella capacità di amare». Così, cambia anche il modo di entrare in classe, di presentare un autore. Un modo più faticoso di affrontare il quotidiano, ma decisamente

Un lavoro che ha affascinato l’autore, che racconta: «Mi sono goduto lo spettacolo di gente che apportava a qualcosa di mio la sua capacità di prendersi cura del proprio pezzo di giardino dell’Eden». Una storia che, nata privatamente, si ricrea dal contributo di molti collaboratori. «La cosa più bella è stata vedere che una storia che avevo inventato metteva in moto la vita interiore e la professionalità di tante altre persone. Non era più una cosa solo mia, ma si arricchiva dello stare al mondo degli altri. Ho sofferto perché molte volte vedevo “il mio territorio” invaso, ma si trattava semplicemente di ripensare i personaggi dandogli nuove sfumature». Tantissimi dettagli che solitamente non si notano, nascono invece da un lavoro certosino di molti, come quello della scenografa che «ha trasformato una città intera con questo gioco di colori». Bianco e rosso. Ma anche la scelta degli attori non è stata fatta in modo casuale: ognuno aveva un motivo che l’ha portato in quella storia. L’attrice francese Gaia Weiss, non ancora particolarmente nota nel Belpaese, ha perso la cugina a causa di una feroce leucemia e, per prepararsi a interpretare la rossa Beatrice, ha letto e riletto le sue annotazioni giornaliere, regalatele dallo zio per l’occasione. Come riconosce D’Avenia, «quando ci prendiamo cura (ossia custodiamo e coltiviamo) del nostro pezzo di giardino, inevitabilmente succede che quel pezzo diventa casa anche di tanti altri. Immagina che posto potrebbe essere il mondo!».

Glossario certosino: aggettivo, estremamente preciso e laborioso espropriare: qui, privarsi,portare via da sé inaspettatamente: sorprendentemente, in modo inatteso

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Giochi e attività Salone del Gusto 2013 a Torino Rileggi l’articolo sul Salone del Gusto 2013 e completa il brano. • • • • • • •

Furono Possedevano Diverrà si vuole fondazione Intraprendere pescatori pastori

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discutono scambiandosi soluzioni neo gastronomi palato attraente avviene

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avvento approccio elitario Promotore consumatori produttori

1 Inizialmente ............................................ Gran Menu a Verona e Milano Golosa, 1994, due eventi che ............................................ già alcuni degli elementi caratterizzanti di quello che ............................................ poi il Salone del Gusto sperimentale del 1996 2 12 anni (22 se ............................................ considerare come prima tappa l ’anno di ............................................ di Slow Food) per ............................................ questo viaggio alle radici del cibo 3 All’Oval ............................................ toscani e mauritani, ......................................... ... abruzzesi e mongoli, ............................................ sul futuro del loro lavoro, ............................................ idee, ............................................ , prospettive 4 I ............................................ percorrono gli stand del Lingotto, affinando il loro ............................................ nei Laboratori del Gusto, educandosi a una produzione sempre più ............................................ 5 L’esplosione ............................................ due anni dopo, con la seconda edizione, l’............................................ del Mercato e oltre 130.000 visitatori che ribaltano l’............................................ alla gastronomia di qualità 6 Nel 2006, il cappello filosofico del “buono, pulito e giusto” è il ................. ........................... di una fusione fra le due anime di Slow Food: ....................... ..................... e ............................................

Con la Scala nel cuore Rileggi l’intervista a Roberto Bolle, poi collega le frasi che seguono 1

Non smetto mai di scoprire sfumature nuove in Giselle

2

La storia è colma di sentimenti vividi

3

La Scala è la mia casa, la mia radice. E’ stato l’avvio del viaggio

4 Una delle grandi qualità della star internazionale di massimo successo Roberto Bolle 5

Danzatore di tecnica puntuale, ha un talento interpretativo

6 La prima volta che ho danzato sul palcoscenico della Scala avevo quindici anni

a. che sembra alimentarsi di note sempre più profonde e complesse lungo gli anni. b. in un saggio della scuola di ballo: fu il mio battesimo. Seguirono incontri, esperienze, conferme, emozioni c. che ho danzato per la prima volta a ventidue anni, nel 1998 d. e oggi è un approdo fatto di continui ritorni e. e affrontabili da prospettive diverse f. è un’indole imprevedibilmente gentile e delicata

Soluzioni Salone del Gusto 2013. 1. Furono – Possedevano – Diverrà ; 2. si vuole - fondazione – Intraprendere; 3. pescatori– pastori – discutono – scambiandosi –

soluzioni; 4. neo gastronomi – palato – attraente; 5. avviene – avvento- approccio elitario; 6. Promotoreconsumatori- produttori.

Con la scala nel cuore. 1. c; 2. e; 3. d; 4. f; 5. a; 6. b.

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ELI Readers La scoperta di leggere in lingua

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in mostra all’Ara Pacis Una recente mostra al Museo dell’Ara Pacis di Roma è stata l’occasione per ripercorrere la vita cinematografica di Vittorio De Sica, il “nostro primo divo moderno”.

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Tratto da

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Cantante, attore di rivista, di prosa e di cinema, regista e padre. Tutto questa era Vittorio De Sica (Sora 1901 - Neuilly 1974), “il nostro primo divo moderno, comparabile Il castagnaccio è alle stelle del firmamento cinematografico un dolce molto internazionale, a Gary Cooper, Maurice particolare ma Chevalier e Hans Albers”, così lo definisce abbastanza facile della da Gian Luca Farinelli, direttore realizzare, preparato Fondazione Cineteca di Bologna e curatore conmostra la farina di allestita al Museo della Tutti De Sica, castagna. Nell’800 dell’Ara Pacis di Roma.

i toscani esportarono

il castagnaccio nel 400 Oltre venti manifesti originali, fotografie che lo ritraggono sul set, fuori resto d’Italia e nello dal set, sul palcoscenico, a fianco dei figli stesso secolo questo Manuel, ed arricchito Emi, alle due mogli dolceChristian venne Giuditta Rissone e Maria Mercader, con uvetta, pinoli e a fianco del solidale braccio destro Cesare Zavattini, rosmarino. con il quale per trent’anni strinse uno dei sodalizi* più felici del cinema italiano. (…) Ingredienti • 750 ml di acqua

Tutti i volti di Vittorio De Sica • 500 g di farina

E non mancano lettere private, oggetti vari di castagne (anche la bicicletta di Ladri di biciclette), • 100 g di gherigli di noce abiti indossati sul set, copertine di riviste, • 6 cucchiai di olio ritagli di giornali e video proiezioni sparsi extravergine di olivae multimediale. lungo il percorso espositivo • 100 g di pinoli Un percorso che procede cronologicamente, • una manciata aghi attraverso le varie fasidi della carriera di rosmarino multistrato* del maestro che deve il lancio nel mondo dello spettacolo • un pizzico di sale alla sua voce. Ebbene sì, di le incisioni • 80 g uvetta discografiche gli aprirono le porte della popolarità, basti citare Parlami d’amore, Mariù, una canzone

Il neorealismo * Poi arrivò il De Sica neorealista de I bambini ci guardano (1943), di Sciuscià (1946), di Ladri di biciclette (1948) per cui vinse l’Oscar come miglior film straniero, di Miracolo a Milano (1950) e Umberto D. (1952). Fu vedendo Sciuscià che Orson Welles rivelò: “De Sica è il cineasta che preferisco. Ah! ‘Sciuscià’ è il miglior film che abbia mai visto”. Le foto in bianco e nero non si contano, inondano le pareti del museo, mentre proiezioni video di scene tratte dai film affiancano i poster dai colori vivaci. E particolarmente colorata è la sezione dedicata a Sophia Loren e al sodalizio con il regista/attore che fruttò un buon successo al botteghino, pensiamo a L’oro di Napoli (1954), a Ieri oggi e domani (1963), alla Ciociara (1960) e a Matrimonio all’Italia (1964). De Sica fu colui che, più di altri, riuscì a mostrare la duttilità* della Loren. E poi c’è il ritorno del De Sica attore in numerosissimi commedie leggere. Chi si dimentica il maresciallo Carotenuto in Pane amore e fantasia? Il suo abito lo troverete allestito tra i vari oggetti, ci sono anche una borsa ventiquattrore e due libretti che certificano il matrimonio di De Sica con le mogli. Un ricordo speciale lo merita Il generale Della Rovere (1959) firmato da Roberto Rossellini.

Glossario duttilità: versatilità, capacità di interpretare ruoli diversi multistrato: qui, dalle notevoli capacità artistiche neorealismo: corrente culturale, letteraria e cinematografica della seconda metà del 900 italiano sodalizio: intesa, accordo

Oggitalia n. 7 - 2013 - Poste Italiane S.P.A. - Sped. in abb. post. - D.L. 353/2003 (Conv. in L. 27/02/2004 n. 46) Art. 1, comma 1, DCB - Ancona

Tutti i volti di Vittorio De Sica

che lo “tormentò” per tutta la vita. Ma fu anche Mario Mattoli con la sua impresa di spettacolo Za Bum a portarlo alla ribalta con il varietà di rivista. Fu grazie a questi spettacoli che Mario Camerini conobbe De Sica e lo spogliò degli abiti teatrali, del frac elegante, per mettergli le vesti di autista in Gli uomini, che mascalzoni… (1932). Tra i due nacque un buon rapporto professionale che li portò a firmare cinque film negli anni Trenta e altri tre tra il 1955 e il 1971. Gli anni Quaranta segnarono l’esordio dietro la macchina da presa di De Sica, Teresa Venerdì fu uno dei suoi primi film. Il neo regista si rivelò anche un talent scout, scovò volti nuovi come quelli di Carla Del Poggio e Adriana Benetti che aveva “un’aria casereccia”, un preludio al Neorealismo prossimo venturo, si diceva. Carlo Lizzani definisce questi lungometraggi “segnali nel buio nel cinema di quegli anni”.

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