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FUTURE - PROGETTO MAIONESE 16ma edizione Curatori: Elena Privitera, Marco Filippa http://www.epa.it Organigramma Associazione Culturale En Plein Air: Presidente - Elena Privitera Vicepresidente - Marco Filippa Segretaria - Carla Bertolino

Courtesies: Prof.Mario Marchiando Pacchiola Conservatore della Collezione Palazzo Vittone Città di Pinerolo Luigi Aghemo concessione di Graziella Dotti “Il Fondaco” Associazione Culturale - Bra: Alessia Clema, Tiziana Fusari, GRAL, Giovanni Tamburelli, Jean-Gaudaire Thor Credits fotografici e video: Emanuele Borello Dario Costantino (L’Eco del Chisone - Pinerolo) Filippa Marco Laura Govoni Marco Lavagetto Margherita Levo Rosenberg Elena Privitera Pamela Schimperna per la foto di Susanna Schimperna Alberto Terrile per la foto di Claudio Rocchi Ringraziamenti: Prof.ssa Antonella Bonetto - Liceo Scientifico “MCurie” di Pinerolo (To) Prof.ssa Alessia Clema - Istituto di Istruzione Superiore “G.Soleri”-”A.Bertoni” di Saluzzo (Cn) Prof.ssa Carla Crosio - Liceo Artistico “A.Alciati” di Vercelli (Vc) Prof.Maria Rosa Piromalli - Accademia Ligustica di Belle Arti di Genova Prof.ssa Laura Valle - Accademia Albertina di Belle Arti di Torino L’Associazione En Plein Air è inclusa nel circuito dei Musei Civici Pinerolesi Con il Patrocinio di:


IL PESO DEL VUOTO editoriale E’ appurato, il vuoto non esiste, la scienza lo conferma. Eppure pesa su di noi la totale incertezza di un futuro, un senso di vuoto appunto. Potrebbe sembrare una premonizione, quella che ci portò a scegliere questo tema e questo titolo e forse, in qualche modo, lo è veramente. Lavorare con l’entusiasmo che necessariamente comporta e porta il realizzare, giorno dopo giorno, un progetto e al contempo avere fisso nella mente il pensiero che potrebbe trattarsi dell’ultimo, vi assicuriamo che è una strana esperienza. Sicuramente non siamo gli unici a viverla ma, per quanto ci riguarda, è la prima volta che la sperimentiamo. Ognuno di noi con il suo modo di essere, di vivere; ognuno con il proprio bagaglio attraversa questo momento. Dopo vent’anni e dieci dall’inizio del nostro sodalizio, che dire: strano modo di festeggiare questo compleanno. Abbiamo la presunzione di far parte di uno dei tanti tasselli che costituiscono il puzzle, di un’Italia che non rinuncia alla cultura; che non si abbandona all’imperante prevalere, di una concezione di un tempo libero genuflesso ai populismi (anti-popolari), a un turismo mordi e fuggi, finalizzato al mero consumo del tempo, senza spazi per riflessioni e segni, che aspirino a sviluppare la crescita umana nella sua complessità; a manifestazioni ed eventi che vivono esattamente il tempo in cui accadono. Quello che fatichiamo a comprendere è come, un Paese come l’Italia, con un Patrimonio Artistico straordinario, possa immaginare di perdere anche la nostra storia, quello che siamo riusciti a offrire con uno spirito di ricerca nel corso del tempo. Una realtà che ha un Convenzione con il Comune di Pinerolo, che ci riconosce nell’ambito del circuito dei musei cittadini e al contempo dispone di una sede privata che ha offerto alla comunità, non solo cittadina, la propria disponibilità, costruendo, anno dopo anno, un percorso di indagine dentro alla cultura contemporanea avendo avuto come veicolo principale la ricerca artistica, interagendo con altre realtà museali e scolastiche. Quest’anno festeggiamo dieci anni di collaborazione, di passione per la ricerca, di umile e volonterosa azione propositiva, pur nella scarsità delle risorse, appena utili a sostenere i progetti ricercando anche sponsorizzazioni private. Un anniversario che può soltanto essere il nostro de profundis perché, nella condizione in cui siamo, sarebbe folle continuare e procedere in un esercizio che non assicura neppure un bilancio in pareggio tra energie umane ed economiche investite. La stretta della crisi economica ha sancito da tempo lo stato attuale delle cose e il nostro resistere rischia di diventare un lento precipitare nel baratro senza volerlo vedere. Le ragioni per cui questo accade sono molteplici e variegate. Lo spazio privato reso pubblico ha dei costi non più sostenibili, anche nei termini più semplici: dalle utenze telefoniche a quelle elettriche. I contributi finanziari oltre ad essere esigui, giungono, quando ci sono, con estremo ritardo, praticamente oramai a processo chiuso, quando già si è in una nuova fase progettuale. Alla politica dei piccoli passi abbiamo ampiamente creduto, lavorando spesso senza un reale corrispettivo economico; abbiamo creduto e continuiamo a crederci ma al contempo sappiamo che non possiamo più permettercelo. Vent’anni sono un lungo percorso ma sono anche, paragonati alla vita di una persona, un tempo di maturazione proiettato in divenire. Spesso siamo stati guidati da un’iscrizione che si trova in un chiostro di Toledo: - No hay caminos, hay que caminar (Non ci sono strade, bisogna camminare). E’ evidente che è rivolta al popolo dei pellegrini, dei viandanti ma, crediamo si rivolga metaforicamente a tutti noi e al nostro percorso terreno. Ed è un transitare prima di tutto nella nostra vita, se siamo disposti a intenderla come un percorso di crescita, se pensiamo che non esista un vero apice, un raggiungimento definitivo, un escludere cambiamenti, mutazioni, trasformazioni. Un cammino lo abbiamo sicuramente, da tempo, intrapreso e il camminare è stato il presupposto per trasformarsi cercando di maturare continuamente. Allora non ci resta che una via percorribile che ci sembra riassumibile ancora in un aforisma dalle molteplici paternità:- Fai quel che devi, accada quel che può. Pensiamo di averlo continuamente fatto, lasciamo a voi il vostro fare, il vostro permettere che accada ancora che l’En Plein Air continui, con voi, la sua storia.

Marco Filippa - Elena Privitera


FUTURE PRESENTAZIONE di Paolo Pivaro Assessore alla Cultura del Comune di Pinerolo

Il progetto ALFABETO MORSO, dedicato alle nuove forme di comunicazione, prosegue anche quest’anno con una mostra collettiva dal titolo “FUTURE” proiettandosi così nella dimensione del futuro, quasi a voler indicare le nuove strade di ricerca dell’arte contemporanea, in un percorso composto dalle opere pittoriche, scultoree, fotografiche e digitali. Gli artisti italiani e stranieri, tra cui moltissimi giovani, tramite il loro personale linguaggio espressivo, danno vita al gioco magico delle forze che vivono ed agiscono nelle opere superandone i confini fisici in un coinvolgimento dello spazio, delle immagini, dei colori e delle pulsioni. Anche in questa occasione la componente emotiva ed intuitiva dell’opera d’arte ha un potere straordinario perché è la fonte nella quale gli artisti si immergono per percorrere un viaggio nel futuro in cui affiorano immagini ed immaginari suscitati da sogni, da fantasie, da ricordi sfumati ma anche dalla percezione della dimensione reale e trasferiti nelle composizioni . Incontriamo nella mostra artisti che, sentendo il bisogno di riversare nelle opere o nelle immagini, emozioni, sentimenti, stati d’animo vissuti intensamente in un flusso che scorre continuo nel loro animo, ci offrono opere in cui hanno messo in gioco la loro personalità artistica ed umana, i loro sogni, la loro memoria. Il pubblico si trova di fronte ad un gruppo di artisti innovativi e coraggiosi che amano sognare e creare in pura libertà di pensiero e che, facendo proprio il tema di immaginare il futuro rivelano la loro forza, la loro fantasia ed il loro talento sviluppati in una variegata scala di sfumature ed espressioni. Ne risulta un percorso dove non è possibile sottrarsi alle emozionanti sensazioni generate dalla purezza e dall’energia che scaturiscono dalle differenze cromatiche, dai segni pittorici e dalle composizioni formali . Nel segno della continuità è anche la partecipazione degli studenti che evidenzia, da parte dell’Associazione En Plein Air, un’attenzione particolare alla formazione artistica delle giovani generazioni, guidate dai docenti verso l’utilizzo di linguaggi espressivi che caratterizzano il nostro tempo. La collaborazione oramai consolidata con la Galleria Civica d’Arte di Palazzo Vittone ha consentito di creare un legame con il realismo dell’arte figurativa , inserendo il tema della storia e dell’evoluzione delle forme d’arte. Ancora una volta Pinerolo è orgogliosa di ospitare una manifestazione d’arte contemporanea di qualità che inevitabilmente saprà catturare ognuno di noi in un percorso dal forte coinvolgimento emotivo perché solo lo sguardo e l’animo dell’artista sono in grado di restituirci ciò che la Natura, con i suoi segreti, i suoi incantesimi e i suoi meravigliosi frutti, rivela.


O M A GGIO AL L ’ EN P L E I N A I R di Mario Marchiando Pacchiola

Conservatore della Collezione Civica di Palazzo Vittone-Pinerolo L’associazione culturale En Plein Air, arte contemporanea, collabora con la Collezione civica di Palazzo Vittone. Così è stato con la lettura del “Paesaggio industriale”della pittrice Cecilia Ravera Oneto, così con la problematica dell’”Angelo ferito”, quello del Vela del camposanto di Pinerolo, fino alla “Breve intensa parabola” di Ettore Giovanni May. L’occasione della nuova edizione 2013 del Progetto “Maionese”, curato da Elena Privitera e da Marco Filippa, su “Il futuro” ha portato all’identificazione della perenne creatività dell’arte. La visita e la riflessione sulle opere della Collezione di Palazzo Vittone sul tema dell’en plein air (pittura all’aria aperta) sono entrate nella logica del passato, presente, futuro. L’artista di per sé è un inquieto, è naturale perché è un creativo, deve esplorare, conoscere. La storia dell’arte, e non solo, per fortuna è costellata di “inquieti”, di uomini e di donne che mettono la loro esperienza, la loro ricerca personale per andare incontro a nuove realtà, immaginazioni. L’artista inquieto non si accontenta dei risultati raggiunti: è sempre stato così. Mi pare di rivedere in tempi vicini al nostro, ma già così lontani, quel gruppo di pittori di Rivara, tra i quali il nostro Ernesto Bertea, assecondare «la universale aspirazione verso la realtà» (G.Camerana, 1872), sbozzare i loro quadri dal vero verso la realtà… Era «una schiera novatrice» che affrontava in modo nuovo i paesaggi, spinti dal vento che soffiava dalla Francia, per un’arte nata “en plein air”, fuori dalle Accademie e dagli atelier, dalle stanze chiuse. Al tempo tutto questo fu come un uragano a cui si accompagnavano consensi entusiastici e velenosi dissensi. Molti di questi pittori ci vengono presentati come maestri, in realtà lo furono, dirò di più, “sono”, perché portarono una ventata nuova che resta nella nostra cultura. Si rilegge Lorenzo Delleani, si scrutano i cieli di Lorenzo Bistol¡, si indagano le pennellate ora materiche, ora trasparenti, ora divisioniste dei nostri artisti pinerolesi inseriti in quel periodo magico generato altrove dai Macchiaioli della Scuola grigia, da quelle di Posillipo…Non voglio oltrepassare i confini territoriali, ma so che il nostro discorso va ben oltre ed è vivo nelle nostre conoscenze ed estimazioni. Questo dipingere all’aria aperta ha affascinato e suggestionato pittori professionisti e pittori cosiddetti, purtroppo a volte in modo riduttivo, “della domenica” o “del tempo libero”. Quell’euforia di immergersi nella natura e sotto i cieli ha prodotto amicizie e sodalizi, ha generato sequele di pittori che in vario modo hanno contraddistinto parte della nostra “piccola patria”. Alfredo Beisone, che frequenta Andrea Tavernier e Cesare Maggi, la meteora del giovane Ettore Giovanni May… “solitari” come Michele Baretta o come Mario Faraoni che non disdegnano però la compagnia di gruppi torinesi o piemontesi; Giovanni Carena che, da buon maestro, negli Anni ‘50-60 del secolo scorso riesce a coagulare attorno a sé “dilettanti” seri che esprimeranno il meglio del paesaggio nella contemplazione, nella riflessione e allo stesso tempo nella esplosione dei loro sentimenti come è testimoniato in alcune opere della Collezione civica pinerolese.

Il paesaggio si sempli¡ca, si sintetizza, oggi nasce in nuovo modo di “vedere” e di “trasmettere”: si compone e si scompone, si illumina e si oscura negli stati d’animo che vengono comunicati dall’artista e offerti al pubblico. Per gentile concessione de “L’Eco del Chisone” - 25/9/2013

Ernesto Bertea (Pinerolo 1836-1904) Pendio, s.d. Olio su tavoletta cm. 13x21 Provenienza comunale

Cesare Maggi (Roma 1881 - Torino 1962) Valle dell’Orco, s.d. Olio su cartone cm. 50x70 Firmato b.s. Donazione Giuseppe Gavuzzi


ARR IVE DERCI CL AUD I O O m a g g i o a C l a u d i o R oc c hi di Marco Filippa Qual è la ragione che mi ha spinto a pensare di dedicare questa mostra a Claudio Rocchi? Una serie di circostanze che non sto a raccontarvi, perché comunque non sono così importanti. Credo che la ragione più profonda e autentica sia semplicemente perché Claudio Rocchi è (stato) un artista, ma non soltanto in quanto musicista e autore di testi, ma perché la sua vita è stata vissuta da artista. Un breve excursus biografico: tutto inizia nel 1966, quando aveva 15 anni e inizia a suonare il basso, due anni dopo lavora con gli Stormy Six[1] già con sue composizioni e nel ’70 è al primo disco firmato da lui: Viaggio; e poi Volo magico, un fiume di nuovi suoni che fin dai titoli aprono nuovi orizzonti, non solo alla musica. Contemporaneamente tiene una rubrica musicale radiofonica per Rai2. Dal 1979 al 1993 scompare dalla scena per vivere la sua fase Bhakti[2] dirigendo la comunità Hare Krishna in Toscana e creando il network radiofonico RKC (Radio Krishna Centrale). Dal 1994 al 1998 rientra nella scena musicale collaborando con molti artisti e al contempo sviluppa la sua ricerca altra con interventi radiofonici e su riviste di settore. Dal 1999 è a Kathmandu ed è project manager dell’Himalayan Broadcasting Company, primo network radiofonico privato del Nepal, dedicato alla cultura creativa. Dal 2002 rientra in Italia e riprende l’attività concertistica, realizzando per RaiSat un settimanale, pubblica libri e realizza e produce il suo primo e unico film: Pedra mendalza. Dalla Sardegna, per Rolling Stone e il giornale dell’isola, pubblica articoli e interviste a Jodorowskj[3], Kraftwerk[4] e Battiato[5]. Nel 2006 partecipa agli eventi esterni della Biennale di Venezia, sezione Architettura. Negli ultimi anni Susanna Schimperna, gli fa conoscere Gianni Maroccolo[6] e nasce il progetto in crowfunding[7]: Vdb23/nulla è andato perso, che coinvolgerà, tra gli altri, anche Franco Battiato, conosciuto da Rocchi quando Battiato era all’inizio della sua esperienza musicale. Nel secondo lavoro, Volo Magico, scrive La realtà non esiste:- Quando stai mangiando una mela tu e la mela siete parti di Dio, quando pensi a Dio sei una parte di ogni parte e niente è fuori da tutto, quando vivi tu sei un centro di ruota e i tuoi raggi sono raggi di vita… ed è tutto dire, siamo negli anni ’70 e la sua strada segna già un solco particolare nel panorama “impegnato” di quegli anni. I titoli dei lavori successivi sprigionano nuovi universi, un punto di vista altro: La norma del cielo; Il miele dei pianeti, le isole, le api; Un gusto superiore… Claudio Rocchi scrive canzoni, libri e pensieri intercettando onde energetiche, dove la parola sfibra o aleggia nell’essere, nel qui e ora. Guardo inverosimili orologi segnare diverse ore nei diversi giorni dei diversi mesi, nei diversi anni dei diversi secoli, nei diversi pianeti dei diversi universi, nelle diverse galassie dello stesso cielo. Oppure: Mille roghi per liberarci dai libri e mille sogni per liberarci dal fuoco. Lucidi nella realtà. Tutto qui? Ma non c’ è dietro qualcosa? E da cosa dovremmo ancora difenderci se ci assumiamo le nostre responsabilità? Via a ruota libera che la mente è maestra quando è migliore amica. Via senza freni che non esiste morale nel bisogno di

libertà come invece nasce nel bisogno di comunicarla. Libero, libera vuole dire licenza di uccidere ogni idea di noi stessi sull’altare del vero, accettando di essere quello che siamo. E allora respiri in libertà; no copyright né diritti d’autore sull’opera irriproducibile del solo debutto irripetibile. Poco prima di passare all’ottava vita scrisse sulla sua pagina facebook: “Carissime amiche e cari amici, torno dopo una ventina di gg o più di assenza. Ci torno per aggiornare le mie pagine al mio presente e viceversa. Nel frattempo, sollecitato con calore da più parti, ho iniziato a scrivere “la settima vita”, mia autobiografia ufficiale. Da 20gg o poco più vivo la settima nuova vita, e tutto è successo in meno di 12 ore. Un crollo vertebrale ha determinato un’invasione del midollo spinale e di fatto ho perso l’uso delle gambe. Ho sentito risalire forte da dentro una risata incontenibile accompagnata dalla domanda: “Ma cazzo, non era sufficiente così? Pure paraplegico ora? Adesso, dopo vari accertamenti a tutto campo, il quadro clinico è fissato. Patologia non reversibile che innesta la perdita d’uso degli arti inferiori sulla patologia ossea degenerativa. Sono ultra fragile, e devo stare praticamente a letto evitando movimenti di ogni genere che potrebbero, nel caso di un’invasione midollare più alta del D11 odierno, pregiudicare anche l’uso degli arti superiori. Non male, vero, per mettere alla prova il buonumore? Sappiate che il buonumore tiene, la Coscienza pure e il libro è iniziato stamane.” 18 giugno 2013: lascia questa terra, e credo che ora siano chiare le ragioni per dedicargli questi brevi pensieri e salutarlo da queste pagine di Future. Arrivederci Claudio.

[1] Gruppo del rock progressivo italiano, attivi dal 1965 al 1983. [2] Bhakti è un termine sanscrito che, nella filosofia induista, significa devozione ma risulta difficilmente traducibile nell’ambito della cultura occidentale. [3] Alejandro Jodorowsky è uno scrittore, drammaturgo, poeta, saggista, fumettista e cineasta cileno naturalizzato francese. [4] Kraftwerk (Centrale elettrica in tedesco) sono una band elettropp nata a Dusseldorf nel 1970. Sono considerati i pionieri della musica elettronica ed hanno influenzato la musica pop e determinato la nascita di nuovi generi musicali. [5] Franco Battiato è un cantautore, compositore e regista italiano. [6] Gianni Maroccolo è un bassista e produttore discografico italiano. [7] Il crowd funding o crowdfunding (dall’inglese crowd, folla e funding, finanziamento) è un processo collaborativo di un gruppo di persone che utilizza il prorio denaro per sostenere progetti in comune.


Fotografie per gentile concessione di Alberto Terrile


FUT U R O : UN P RES ENT E PROVVISORIO CHE VI E N E DA L PA S S AT O . Con il 2013 Alfabetomorso continua e fissa l’attenzione sulla crisi in atto affidando ancora agli artisti, con il loro agire parallelo, le possibili risposte a questa condizione statica. È (non solo) nostra convinzione che la cultura (e quindi anche l’arte) possa offrire risposte, aprire nuovi versanti per cercare una visione, magari momentanea ma non per questo riduttiva. Un paese come l’Italia manca proprio di questa capacità di avere quella che gli anglosassoni chiamano vision, che è molto di più della sua semplice traduzione letterale. La cultura è la sola che può offrire una vision, perché per definizione è ricerca che si tratti di scienza e delle sue conseguenze anche tecnologiche, che si tratti di letteratura o filosofia piuttosto che di comunicazione… gli artisti sono sicuramente parte di questo disegno, è la Storia che lo testimonia, non ci sono dubbi in proposito. La crisi della cultura che attraversiamo è l’effetto ma anche la causa delle condizioni in cui siamo. L’ultimo ventennio ha creato un’accelerazione incredibile, proprio perché le condizioni sono state purtroppo favorevoli a questa stagnazione. L’indagine sul futuro non poteva che investire l’idea del tempo e le sue molteplici concezioni. Julian Barbour sostiene che Il tempo non esiste e, per certi versi, dicono la stessa cosa i Buddisti; celatamente, si parla di reincarnazione anche nei Vangeli e ne discende che ogni visione puramente lineare cada a pezzi. Il tempo è da sempre uno dei problemi cardine del pensiero Filosofico e della Fisica. Fritjof Capra, nei suoi numerosi saggi, esplora gli apparentemente inusuali parallelismi tra i recenti esisti della scienza occidentale e lo spirito dell’antica saggezza orientale. L’arte per sua natura insegue da sempre (ma solo apparentemente) uno spirito cronologico, un avanzare nel tempo che rimodula o smentisce il pensiero visivo precedente. E’ in realtà riduttiva una visione meramente cronologica e la contemporaneità, superate le stagioni solide del pensiero moderno, si scioglie nei mille rivoli di un pensiero laterale, divergente, fragile, aperto, dove coesistono esperienze ed esiti formalmente inconciliabili che affondano le loro radici con molteplici ramificazioni. Esemplificativo è in tal senso il dipinto del 1929 Strade principali e secondarie di Paul Klee: l’artista nei suoi esiti astratto-figurativi può essere visto come il cavallo di Troia che, anticipatamente, espugna la città dell’Arte da ogni stretta dogmatica per penetrare le difese di una guerra-pacifica tra gli ismi del Secolo breve prefigurando il nostro presente d’infiniti adesso. Per quest’occasione mi sono lasciato coinvolgere in prima persona, accettando di esporre Panta rei (un progetto del 1997) co-firmato con Tiziano Ghione, già esposto in altre occasioni. Si tratta di un mobile che nasce da un telaio di un arredo del ‘700, tagliato da piani di cristallo che nella sua scheletricità, destabilizzandosi, accoglie il tempo eracliticamente; per questa ragione ho pensato che potevo esplorlo perché è coerente con il tema di quest’anno. Ghione, con Claudio Contini, ha presentato un altro progetto con un allestimento progressivo temporale/materiale che porta a nuova vita e funzione Stekko-il futuro che ritorna, rivitalizzando un progetto nato dall’industria del gelato.

Affrontato e superato ogni narcisismo risalgo idealmente dalla cripta dell’En Plein Air e incontro i segnali pennellati da Ivano Sossella Usw un ready-made ipercontemporaneo: comuni pittogrammi segnaletici di divieti, vietati dalla pittura, un invito semplice e chiaro alla libertà come atto fondamentale irrinunciabile e imprescindibile.

Marco Filippa+Tiziano Ghione Solo due passi e i tre piccoli dipinti di Marco Lavagetto ci fanno respirare gli aromi pittorici monocromatici poparcaici, con qualche dose d’ironia, subito stemperata nella deriva visionaria di un mondo futuro. Il giovane Hubert Duprilot sembra non voler vedere alcun riscatto possibile con il suo essere claustrofobicamente imprigionato in se stesso.

Claudio Contini+Tiziano Ghione


09 Lo sguardo rimbalza nello spazio, dove aleggia Taipi, la tartaruga in conglomerato dei GRAL, un omaggio a Gauguin e alla sua empatica spiritualità con la natura selvaggia. Bilancia e rinnova l’azione del vedere il solare assemblaggio di tele cucite di Jean Gaudaire Thor in un processo pittorico rinnovato, dove il segno proviene da lontano, così lontano che diventa veramente così vicino.

Ivano Sossella Usw Gli fa eco, nel suo dirompente e apparente caos, il décollage di Luc Vandervelde col suo stratificare le immagini che appaiono nascoste. Entrambi in fondo agiscono su quel piano sottile che separa la figurazione dall’astrazione, in questo tempo propenso a lasciar liberi la molteplicità dei linguaggi. E di segni arcaici si nutre Milena Racca con le sue tabule picte, materiche, volutamente costrette nella perfezione della forma quadrata. Nella stessa stanza troviamo un primo bestiario poetico di Giovanni Tamburelli, assopito nella monocromaticità materica, lo ritroveremo, scintillante, in uno dei suoi tanti pesci galleggianti nell’aria.

Marco Lavagetto Lo fronteggia, con l’ariosità di cui è sempre capace, Claudio Rotta Loria, in una delle sue prime esperienze sul tema della gravità terrestre, con un piccolo marchingegno poetico dove già compare l’aerofotogrammetria. Di altra natura la grande traccia rossa di Elio Garis che, accarezzando la sabbia, incide volute e grafemi di un perduto linguaggio

ritrovato. Ancora il rosso ma questa volta di Tiziana Fusari, in un’opera del ciclo evocativo le Vele che forse, con un cleptomane sguardo, trasmuta al femminile la danza rotante dei dervisci nel calore cromatico di Matissiana memoria. L’aria si fa tersa, con l’exodus di Giancarlo Giordano: il cielo incombe su un’umanità sfigurata e la pelle della pittura brucia e condensa un’apocalisse implacabile.

Hubert Duprilot Future è anche questo, accettare i divari, le diverse lunghezze d’onda, il captare la molteplicità di risposte perché, soltanto così, si può sperare di assicurare un discorso che non sia mono tono e monotono, perché solo dalla pluralità scaturisce un pensiero libero. Saliamo le scale, andiamo a scoprire le altre opere che hanno contribuito a concepire Future. Cristina Saimandi sta lavorando in progress (dal 2007 al 2013) e propone cinque scatti che documentano lo stato di metamorfosi di uno dei suoi esseri (extra)terrestri, componendo in questo modo il processo di decomposizione. Gli fa da contraltare l’attesa celestiale di Franco Giletta, fedele alla cifra anacronistica, proseguita con disincanto, con esiti figurativi esemplari. Nadia Magnabosco inneggia alla fuga da un consumato consumismo, con il suo quadretto di legno riciclato e scontrini fiscali. Luca Bernardelli stempera invece gli umori terreni verso le vie del silenzio proponendoci una visionarietà meditativa, attraverso il medium fotografico. Ad accoglierci, al piano superiore, il trittico pittorico di Paolo Bovo che, con ironica sapienza, attraversa una figurazione di-segnata; giocando con i titoli ci porta in un global service mediante il pensiero dei cani e l’Angelo, di Luigi Aghemo, vigila sul tutto mentre l’austera figura di Alessandra Baldoni cerca, in un’immobilità sfuggente, la calma dentro a un mondo, troppo inutilmente, veloce. Atmosfere cromatiche grigie, ma nulla di plumbeo anzi, entriamo nella stanza che accoglie le opere di Elisa Cella, Silvia Serenari e Chen Li; ognuna di loro sviluppa il suo pensiero visivo, avvalendosi di perfezioni geometriche e/o spirituali per condurre lo sguardo vicino alla mente e non è poca cosa. Mi sposto e su una piccola parete un piccolo-grande dipinto di Giuseppe Bombaci, una delle sue tante teste prive di corpo, un altro modo di fare natura morta consegnando all’arte l’essenza del corpo della pittura. Campeggia sul bianco del muro un’asta


10 nera opaca: è un’opera di Karpuseeler e, anche lui, come Bernardelli, va verso il silenzio stordito, forse, dalle cacofonie contemporanee che, inutilmente, ci distolgono dalla ricerca di dimensioni altre in cui sviluppare il nostro essere, qui e ora. Sul pavimento due installazioni bianche. Quella di Tea Taramino allude agli organi sessuali femminili e maschili, al loro decadimento, trasformazione, li ha imbevuti

GRAL di calce e latte, si tratta di tessuti lavorati a crochet e ci invita, nell’orizzontalità dell’azione, a una riflessione più compiuta sulla possibile verticalità dell’elevazione che sola può continuare a irrorare le nostre umane esistenze. Quella di Marina Pepino, un piano di un tavolo rovesciato ad accogliere una moltitudine d’impronte dentali, ci parla indubbiamente dei predatori contemporanei, del consumismo che consuma e fagocita tutto facendoci diventare prede, attori di un nonsense che produce molteplici disagi. Sulle pareti di questa stanza si confrontano artisti di generazioni diverse, tutti con una maturità linguistica impareggiabile. Daniela Bozzetto presenta un trittico fotografico, un viaggio dentro uno “spazio non localizzabile, metafora dello stato di comunione con il sé originario e il non manifesto” come scrive l’artista; tre immagini apparentemente simili ma con un gradiente luminoso differente, un esplorare, attraverso il fondale probabilmente di un fiume, le incrostazioni e le bellezze che coesistono in cui l’artista ci fa specchiare sprofondando nella superfice del suo immaginario. Un viaggio nel tempo, dentro il se e la propria immagine, lo propongono Orietta Brombin e Luigi Stoisa. Brombin si scopre in un viaggio a Venezia, attraverso una ricerca con internet: preleva questa sua apparizione, in una casa in cui non è mai stata, e appropriandosene la reifica (nel senso etimologico del termine) e, facendolo, la reimmette nel circuito dell’immaginazione. Stoisa propone invece un autoritratto, pittoricamente concettuale, giustapponendo una lastra specchiante, all’altezza del campo visivo, e un testo tecnico capovolto. Contemporaneamente si propone di interiorizzare ogni spettatore nell’immagine al contempo assorbendo la téchne, capovolgendo specularmente il testo. A ben vedere quindi, la sua indagine sul tempo, è proprio quella sull’arte e nell’arte, nel senso attribuito dagli antichi greci al termine tecnica. Nella stessa stanza Serghej Potapenko ci proietta nel suo sparo di sicurezza, con uno dei suoi angeli funambolici ferito, su rovine romane: ancora un viaggio nel tempo profondamente e devotamente pitto-

rico. Mario Pasqualotto, con il suo omaggio a Fernando Pessoa, scatta un istante intensamente metaforico: da una finestra di un edificio fatiscente (in bianco e nero) esce un tubo di scarico (a colori) che riversa un cumulo di macerie; l’edificio siamo noi e il tubo è il condotto di decantazione/ depurazione dei nostri malesseri… le macerie sono quello che dobbiamo lasciarci alle spalle per proseguire, continuare a vivere e non sopravvivere. Valter Luca Signorile si addentra invece negli antri del dolore e del piacere, in quel confine oscuro che permea certi momenti delle nostre vite; lo fa con una pittura segnatamente densa, filtrandola con un velo di vaselina, così da attrarre e allontanarci contemporaneamente dall’esperienza visiva. Esperienza che si raccoglie, sfigurando nel nero, nelle mani di Giovanni Manfredini tese quasi a cogliere qualcosa o forse soltanto a destinate al gesto stesso, configurandolo quindi nella memoria. Uscendo dalla stanza siamo accolti dal videopoetico di Maria Felix Korporal, dal suo percorrere, anche mediante documenti cinematografici, l’eterna e irrisoluta domanda sulla violenza umana; la sua voce prestata sussurra:- nevermore, nevermore (mai piu’, mai piu’) e i corvi rispondono cras, cras che in latino significa domani e quindi forse mai. Gli fa da contraltare l’opera di Anna Valla con le sue migrazioni bianche su bianco, ma in questo caso la memoria di Malevič si stempera in umori più umani.

Jean Gaudaire Thor Cambiamo stanza e due disegni di Andrea Nisbet ci introducono a un tema caro all’artista, quello del guard rail, ripreso in un’installazione nel cortile; Nisbet ragiona ancora una volta sul limite e sembra non voler porre una fine né alla sua ricerca né al limite stesso. Due fotografi scelgono il loro linguaggio per fissare nell’immagine il tempo, seppure consapevoli dell’esercizio invano. Augusto Cantamessa affida a un ramo rinsecchito e spinoso la sua metafora dell’esistenza ma lascia aperto uno spiraglio perché l’immagine non è completa, prosegue oltre l’inquadratura fotografica. Domenico Doglio propone due scatti: uno quasi astratto dove un’umanità si muove dissipata nella sua individualità; nell’altro propone uno sguardo su una spiaggia, una spiaggia qualsiasi, in cui il tempo si congela nello sguardo dei bagnanti immobili e intenti a guardare


11 qualcosa che non è dato a vedere e quindi conoscere e quindi tutto si regola su quest’assenza e proprio per questo avvia un cortocircuito tra noi e l’opera.

Luc Vandervelde Laura Ambrosi affida al suo assemblaggio cacofonico di parole la sua riflessione visiva sul presente e lo fa con la trasparenza letterale che le è propria riscattando le paure dell’oggi in un possibile divenire. Le teche longilinee di Carla Crosio, sono depositi eleganti di un mondo alla deriva; una visione fuori dal tempo come del resto recita il titolo stesso: futuro anteriore. Torna la pittura, magmatica e densa nella corteccia spirituale di Mario Ernesto Laratore con pennellate stratificate da cui emerge, forse, una pelle del mondo sempre più scorticata e fragile. Marco Da Rold sembra voler riecheggiare la folla ritratta da James Ensor, in un suo celebre dipinto del 1889, ma non c’è nessun Cristo da attendere ma, soltanto, il fugace e fluttuante bagno di folla dei nostri tempi consunti.

Milena Racca Lasciamo la casa e vaghiamo, con gli occhi pieni d’immagini, verso gli altri spazi che abbiamo lasciato invadere con calibrata passione dagli artisti, cercando un allestimento che li facesse convivere al meglio. Entrati nello spazio, che un tempo fu una stalla, una vecchia panchina ci invita a sederci per lasciarci ammirare l’oltre di Laura Govoni: una panchina verde che sfuma nell’infinito. La panchina dipinta è vuota ed è catturata da una scia di luce ma non sta sparendo perché, in qualche modo, allude al voler essere

quello che è, un oggetto conviviale, pronto ad accoglierci per sostare con altri, quegli altri che spesso non riusciamo più ad ascoltare e vedere. Quegli altri che Alessia Clema invita a lasciarsi ritrarre utilizzando una tecnica antica, che si affermò nell’ottocento: il calco. Alessia la rinnova avvalendosi delle resine epossidiche e nella trasparenza del risultato congloba gli oggetti della persona ritratta proprio come se noi fossimo anche ciò che può rappresentarci al di là noi stessi… un’estensione fisico-temporale. Si smaterializza nella luce il ritratto del Direttore d’Orchestra di Barbara Tutino, occorre cercarlo per vederlo per poi riperderlo, proprio come un flusso sonoro impresso nella memoria. Le due gigantografie fotografiche di Roberta Sanfilippo rivelano la mutevolezza dell’identità, un’aleggiante e sognante nell’aria l’altra, contrappunto, nella caducità del dolore, comprenderlo è già un passo che ci porta verso la com-passione e ci fa umani. Emanuele Borello, da maturo writer qual è, indica con la figura grigia che emerge da un acceso fondo cromatico un risveglio; wake up recita il titolo, e non si tratta ovviamente solo di risvegliarsi da una notte. Con l’inizio del discorso, Sabina Villa scioglie lo sguardo nei gorghi e arabeschi del flusso cromatico, lo lascia evaporare nelle pennellate fluenti alla ricerca di parole intraducibili. Con qui e ora, Antonella Casazza, fissa nel suo piccolo trittico di libri e appunti alle 17:17 la sua enciclopedica storia del mondo in un circolo virtuoso sapientemente ironico, un inno alla leggerezza da contrapporre alla pesantezza delle cose.

Giovanni Tamburelli Joel Angelini ci propone invece due piccole sculture in terracotta, plasmate con gesti graziati, che da secoli ci interrogano su quali siano i confini tra le tracce e chi le ha create. Future, com’è già stato detto, è anche un viaggio intergenerazionale cui hanno aderito alcuni studenti di Licei Artistici, quello di Saluzzo (Cn) e quello di Trino (Vc), presentati rispettivamente dalle loro insegnanti: Alessia Clema ha coinvolto nelle sue ricerche sull’oggetto dell’identità gli allievi Alessia Volpin, Andrea Monge Cunigla,


12 Tania Occelli, Alessia Rizzo, Francesca Buffo, Laura Bertorello, Alessandra Parigi, Cristina Giagnotti e Luca Ribotta. Carla Crosio ha portato il progetto di Giorgia Apiletti, Anna Elvira Gallo e Alessia Tripodi che, con la delicata leggerezza del tulle attraverso un fil rouge, propone un’installazione fotografica che ripercorre la storia delle donne nel corso del tempo, fino all’imperante violenza perpetuata su di loro con un titolo esemplificativo: speranze. Usciamo nel cortile ed entriamo in un’altra stanza.

Claudio Rotta Loria L’installazione di Margherita Levo Rosenberg ci propone un viaggio onirico che ha per protagonisti una Dama e Dante Alighieri; il ritrovamento di questo componimento ormai destrutturato offre all’artista l’opportunità di riordinarlo idealmente avvalendosi però della struttura di tre costellazioni: un viaggio quindi tra la terra il cielo attraverso il tempo. Ornella Rovera ha realizzato una stele in formato contemporaneo avvalendosi di tecniche di stampa ha giocato con l’abnorme numero d’informazioni che ci stordiscono e, infatti, il titolo è assolutamente lapalissiano: input perpetuo. Federico Galetto sceglie di procedere con un’incisione acquarellata, riscontrando nei giochi speculari un’elegante ridondanza che produce un surplus d’immagine, un po’ come dire che l’insieme non è semplicemente la somma delle parti. Il tema dell’esodo ritorna con il dittico di Caterina Bruno che fa svaporare le folle in fuga sotto un cielo plumbeo. Tere Grindatto, con la sua installazione polimaterica, raccoglie metaforicamente la sua pelle femminile invitandoci a un gesto comune, l’abbracciare qualcuno, troppo spesso dissimulato. Raccolti in video scorrono i pensieri visivi di una cinquantina di studenti del Liceo Scientifico “Marie Curie” di Pinerolo, seguiti dalla loro docente Antonella Bonetto;; parteciparono a una visita guidata, all’edizione precedente di Alfabetomorso-Profile e, partendo dalle riflessioni sull’identità, ci donano i loro molteplici punti di vista su futuro (incerto) cui aspirano. Maria Rosa Piromalli (Docente Italiano per Stranieri presso l’Accademia Ligustica di Genova) ha portato una serie di slide di un progetto nato nella città per accogliere gli artisti stranieri di passaggio; regalandoci questa testimonianza interculturale ci aiuta a comprendere quello che dovremmo già sapere: solo attraverso lo scambio, il riconoscersi come uomini possiamo pensare di governare questo mondo globalizzato che spesso ci fa paura. Usciamo nuovamente e ci addentriamo in uno scantinato, dove Elisabetta

Rosso ci conduce in un set fotografico di una donna degli anni ’70, un ritratto immaginario e ironico, un viaggio in un tempo recente ma profondamente anche così lontano.

Elio Garis Saliamo le scale ed entriamo nella stanza nera, inaugurata lo scorso anno. Laura Valle ha portato una sua opera giustapponendo, su un campo bianco su cui scorrono cavi, due cornici che inquadrano elementi tecnologici… i cavi, seppur collegati, non trasmettono nulla e probabilmente è proprio questa la sua intenzione: riflettere sull’insensatezza di certi apparati tecnici.

Tiziana Fusari


13 Laura Valle ha anche coinvolto alcuni suoi studenti dell’Accademia Albertina di Torino e, pur trattandosi di studenti, le loro opere sono già mature e consapevoli. Mars Tara ha compreso che il gioco è un’attività di conoscenza e, sapientemente, con i suoi aeroplanini neri, installa ed evoca un albero della conoscenza da cui però sembra non voler scaturire più nulla. Le presenze di Chiara Ventrella sono delicati e precisi ricami su fotografie d’interni, eleganti e insidiose immagini sprofondate nella penombra che occorre ascoltare, se abbiamo occhi per vedere. Martina Cenna costruisce, con l’incisione, un immaginifico progetto architettonico in cui l’uomo è però assente e i segni archetipici sono ridondanti e, tautologicamente, rimandano solo a se stessi come se si fosse inceppato ogni meccanismo che assicuri la comunicazione. Marco Altavilla ha risentito certamente della rinascita della pittura negli anni ’80 e se n’è impadronito apportandovi la sua cifra personale; esseri che fluttuano in un non spazio regalandoci l’emozione di un colore dosato per farci oscillare nella poesia. Diego Bonelli ha colto, nei muri neri, la possibilità di interpretarli come una lavagna e dai suoi bozzetti, abbandonati a terra ha fatto scaturire il disegno di un grande dado che, nella sua semplicità e precisione geometrica, può chiudere idealmente Future: lanciamolo e lasciamoci condurre nel caos del caso, soltanto così possiamo proseguire, probabilmente.

Franco Giletta

Nota: le parole scritte in grassetto sono estratte dai titoli delle opere esposte.

Nadia Magnabosco

Giancarlo Giordano Marco Filippa Docente di Discipline Grafico-Pubblicitarie e Storia dell’Arte Vice-Presidente di En Plein Air - arte contemporanea


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Cristina Saimandi

Luca Bernardelli

Luigi Aghemo


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Elisa Cella

Paolo Bovo

Chen Li

Alessandra Baldoni

Silvia Serenari


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Giuseppe Bombaci

Tea Taramino

Karp端seeler

Marina Pepino


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Daniela Bozzetto

Luigi Stoisa

Valter Luca Signorile

Orietta Brombin


Dialogo c on S u s an n a S ch i m p erna di Marco Filippa (marco filippa) Nella mattina di domenica 15 settembre hai pubblicato questo pensiero su facebook: “Proprio perché voglio occuparmi della sostanza, pretendo che la forma sia decente. Chi vuole solo umiliare gli altri o impedire loro di parlare o gloriarsi di essere quello che urla e offende di più, è qualcuno che desidera distruggere e non costruire, che non cerca l’unione ma la divisione, a cui non interessa né imparare né arrivare alla verità (per quanto ci si possa arrivare). Una persona così non mi interessa, per principio”. Vogliamo partire da qui Susanna? (susanna schimperna) Se vuoi partire da qui, ti confesso in via preliminare una mia grande presunzione: io penso, anzi sono certa di poter capire molto rapidamente quanta strada abbia percorso e quale sia lo spessore di una persona soltanto leggendo quello che scrive e come lo scrive, anche poche frasi, anche soltanto alcuni sms. Se invece devo guardare, se questa stessa persona la osservo mentre dibatte in tv oppure è fisicamente davanti a me, sono più perdonista, meno rigida, e quindi tendo a sbagliarmi. Insomma, io ho bisogno di una certa distanza per capire davvero. Questa premessa serve a spiegarti come mai mi occorra, proprio per non perdere tempo e tenendo conto dei grandi miei limiti di cui ti ho detto, seguire delle regole. E la regola di badare alla forma, intesa come l’ho descritta su facebook, funziona benissimo. Dopodiché, non è che con chi ambisca soltanto a prevaricare non si debba parlare. Ma sapere in quale impresa forsennatamente difficile vai a metterti è indispensabile. Purtroppo non possiamo non essere molto chiari, su questo punto: la stragrande maggioranza delle persone che attualmente vedo in tv mi trasmettono soltanto la vibrazione del loro esagerato narcisismo, della voglia di esserci, dell’autocompiacimento. Potrebbero parlare di qualunque cosa, sarebbe lo stesso. Sono coscienti di ogni loro movimento, di ogni respiro, e concentrati sull’impressione che fanno. Non si dimenticano neppure per un attimo di sé stessi in favore degli argomenti che propongono. La passione è tutta recitata, e si trasfigura in isterismo, attacco pregiudiziale e irrisione dell’interlocutore/avversario, battute sarcastiche, mimica che vorrebbe esprimere indignazione-sconcerto-disgusto per l’altro, il nemico, e invece esprime soltanto la ridicola incapacità di comunicare. Tutti vorrebbero apparire leoni, ma assomigliano più a iene. Aggiungiamo che questi atteggiamenti si ritrovano ormai anche in altre piazze virtuali, come i social networks e la radio, e nelle piazze reali, che si tratti di salotti, uffici o tavoli di bar. C’è da aver paura. E non tanto della carica di aggressività e di quello che sembra un autismo indotto, ma della mediocrità: triste e stupido che la nostra ambizione sia di prevaricare, quando potremmo invece scegliere di imparare, essere stimolati, accettare la sfida di idee diverse dalle nostre, provare ad esplorare possibilità che fino a poco prima non sapevamo esistessero. L’unica direzione verso cui andare è l’alto, come diceva Claudio Rocchi. Ma se non smettiamo di considerare tutti come nemici, di cercare il facile applauso e di marcare solo divisioni, resteremo

a sguazzare nella melma. O anche peggio. Ricordiamoci che esistono le sabbie mobili. Potremmo trovarci un giorno ad affondare, invece che semplicemente sguazzare. (marco filippa) Non posso che darti ragione e pensare che questi atteggiamenti impostati ricordino quelli adolescenziali di chi ancora, però, sta cercando la sua dimensione, la sua pelle. Ho la presunzione di dire che siamo parte di un’umanità che va troppo verso la linea orizzontale (penso al Franco Battiato di Inneres auge che peraltro condivideva non poco con Claudio Rocchi) e troppo poco verso quella verticale. Credo s’immaginino nemici ovunque quando si è poco abituati a considerare il valore dell’amicizia; sarò pedante e obsoleto ma penso che dobbiamo lavorare per tutto ciò che può aiutare ad elevarci e non ultimo a rifar diventare la buona educazione un valore, non una faccenda di altri tempi. Sono un conservatore, forse sì se questo significa non buttare a mare tutto. L’arte è da sempre per me un valore e quest’anno scommettiamo, forse per l’ultima volta, in un progetto dal titolo (una premonizione?) Futuro. In realtà, come ben sai avendo letto il nostro incipit, il concetto è inteso ampiamente e riguarda anche le molteplici concezioni del tempo. Julian Barbour parla di infiniti adesso e sono sempre più propenso a pensare che ci siano solo trasformazioni anche se, un prima e un dopo, sono in qualche modo inevitabili. Qual è il tuo pensiero adesso?

Sergej Potapenko


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(susanna schimperna) E’ confuso. Sono affascinata da sempre dal tempo, dai suoi paradossi. Vivo personalmente il tempo in un modo bizzarro, tanto che chi mi conosce dice che ho “problemi” col tempo. Per esempio, il passato per me è sempre presente, proprio a livello emotivo. A prescindere dalla mia “sindrome di Dostoevskij”, comunque, ti sei accorto quanti richiami continui a “non dimenticare il passato”, a un paese che “se non ha passato non avrà futuro”, allo “studio del passato”, a “conservare la memoria”? Di nuovo chiacchiere vuote, schizofreniche. Del passato, se va bene, sappiamo quello che ci raccontano i libri di scuola: alleanze tra potenti, guerre, spartizioni territoriali. Il vero passato è invece capire come si viveva, cosa si pensava, per che cosa ci si svegliasse la mattina, quali fossero le prospettive, le paure, i tabù. Parlando del tempo, non è curioso per esempio sapere che fino a poche centinaia di anni fa nove persone su dieci non sapessero in che epoca stavano vivendo, in che secolo? Certo che se ci interessassimo davvero al passato dovremmo cambiare completamente modo di vivere, di scrivere, di essere. Pensa quanti libri in meno… perché è già stato detto quasi tutto, e a leggere, che so, un Montaigne, si capisce che molti

opinionisti, moderni filosofi, psicologi e sociologi, più che scoprire l’acqua tiepida non fanno. Passando al “tutto ciò che può contribuire ad elevarci”, come dici tu, ecco, si tratta delle stesse cose che ci aiuteranno parallelamente a farci capire il mondo e a stare meglio, a sollevare anche il nostro stato d’animo dalla melma di cui parlavo. Amicizia, amore, senso di fratellanza, educazione – che poi coincide col comportarsi in modo da non offendere e non umiliare gli altri – sono elementi fondamentali per elevarci. Ma richiedono grande coraggio: il coraggio di essere diversi, di non appecoronarsi. E di offrirsi nudi, senza difese, senza maschere.

Mario Pasqualotto

Giovanni Manfredini

(marco filippa) Com’è bello ritrovare, nelle parole di un’altra persona, quello che pensi e poterlo con-dividere; questo mi accade spesso con te, non sempre. Ho notato certe vedute di Roma e alcuni pensieri che pubblichi: sono uno sguardo sul passato indubbiamente utili al presente. Cercare e magari riuscire a non scoprire l’acqua tiepida sarebbe già cosa buona e giusta; scegliere il coraggio di offrirsi nudi, senza difese e maschere; cercare di non essere branco per essere persona umana… tutto ciò va verso l’alto e avrebbe effetti scatenanti meravigliosi. Una Onlus mi ha chiesto di


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scrivere di scrivere una riflessione sul tema del diritto alla felicità. Subito ho pensato: ahimè difficilissimo, di cosa si tratta, non perché sia una persona triste, sia chiaro. Poi ci ho provato e ho fatto un excursus sulla mia vita e il titolo che ho scelto, Camminando sui propri passi, lo trovo efficace e chiarificatore. Da quando, anni fa, lessi una citazione di un’iscrizione in un chiostro di Toledo: No hay caminos, hay que caminar (Non ci sono strade, bisogna camminare) l’ho sentita come cosa viva, vera. Voglio offrire un altro spunto alla tua mente lucida e sveglia: in una performance di qualche anno fa Laurie Anderson, camminando di profilo come nei geroglifici egiziani, punta il braccio e il pollice indietro e dice: into the future. (susanna schimperna) L’umanità si è automortificata per millenni, e non è vero che la colpa sia soltanto della chiesa cattolica, che le società primitive siano tutte dedite alla pace e alla ricerca della felicità. Certe volte mi domando se non ci sia qualcosa di propedeutico in questa infelicità imposta… quasi ad allenarci ai dolori enormi che prima o poi tutti dovremo subire, da cui nessuno può scappare a meno che, oltre a una grande fortuna, non abbia un ottimo carattere, un inattaccabile egoismo e una patologica incapacità di amare. Abbiamo diritto alla felicità, come darti torto? In passato quest’idea sarebbe stata considerata un’eresia, e oggi, pensa che paradosso, proprio perché avvertiamo questo diritto in modo così prepotente da finire col considerarlo un dovere, non solo non siamo felici, ma ci sentiamo in colpa per non

esserlo e ugualmente consideriamo colpevoli gli infelici intorno a noi. «Ti crogioli nel dolore» è un’espressione che sento spesso, insieme al termine «masochista» , usati a marchiare in un’operazione tanto spietata quanto fuorviante chi sta soffrendo. Ma anche se si sta male non per motivi “oggettivi”, cioè riconoscibili dagli altri, l’essere compresi, compatiti, abbracciati e aiutati è indispensabile, giusto, a volte risolutivo. Il primo passo per la felicità non può essere l’incapacità di provare dolore e allontanare chi ne prova. O forse sì. Ma mi rifiuterò sempre di seguire questa strada. E a proposito di strade, parafrasando la tua frase trovata a Toledo, mi viene da dire che Non ci si sono punti d’arrivo, il punto d’arrivo è la strada. Perché è oggi e qui che si decide tutto, che siamo o no felici, e soprattutto che coltiviamo, essendo felici, la possibilità di continuare ad esserlo. Vedo che torni sul tema del tempo… Laurie Anderson, non so quanto consapevolmente, con quel gesto ha detto una verità rivoluzionaria: che il tempo di cui siamo schiavi potrebbe non esserci, che il futuro potrebbe essere già scritto e noi averne memoria, che il passato potrebbe ritornare… tutte speculazioni, certo, ma è così terribile questa tirannia del tempo che mi piace pensare che se esiste un paradiso questo è nella possibilità che avremo di rimescolare le carte temporali e allungare o restringere il tempo come ci piacerà. Su un altro piano, quel gesto può esortare a esplorare e capire il passato per non essere costretti a riviverne gli errori e orrori. Ma siamo fatti in modo che questo non sia possibile. Sapere a livello razionale non ci basta.

Maria Felix Korporal


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(marco filippa) Sapere a livello razionale non ci basta e non basta. Il circuito emozionale di cui siamo fatti necessita di molte sostanze per nutrirci. La scienza è indubbiamente utile, necessaria, fondamentale… ma se è vero che si può spiegare un’emozione in realtà si stanno descrivendo i meccanismi di azione e reazione, non il fatto in se’. Le arti vivono proprio su quel crinale, su quel territorio analizzabile ma mai definitivamente e, soprattutto, fermando l’analisi comunque in superficie. L’esercizio critico, che cerco di praticare, tende sempre ad avere un solo scopo: essere un tramite verso altro, verso un discorso aperto, assicurando all’opera la sua libertà. Amo la musica e seppur abbia fatto qualche lettura storico-critica sono contento di essere ancora capace di ascoltare e non di sentire. Nel testo introduttivo alla prima opera di Franco Battiato, Genesi, a un certo punto scrive: …molti artisti occidentali hanno proprio l’ossessione dello sviluppo delle forme, col fatto non trascurabile, che essendo queste prive di contenuto reale, invecchiano con e come la moda che le ha generate. Quanti sarebbero in grado di riconoscere una bella donna dall’indiscutibile talento che si presentasse sotto mentite spoglie? Quanti sono capaci di ascoltare in relazione diretta e non “a programma”? Li trovo argomenti interessantissimi capaci di suscitare pensieri, cosa ne pensi Susanna?

(susanna schimperna) Penso che hai detto tutto quello che avrei voluto dire io. Sottoscrivo. Le tue sono considerazioni che non hanno bisogno di approfondimento e potrebbero perfettamente essere utilizzate per un manifesto. Se devo aggiungere qualcosa, secondo me va citato anche “lo stato d’animo”. Questa curiosa inafferrabile cosa che si cerca oggi di controllare con gli psicofarmaci. Noi non capiremo mai veramente nessuno finché non riusciremo a sentire ciò che sente. Questo, immagino, significa “mettersi nei panni degli altri”. Questo, e non riduttivamente capirne le ragioni a livello razionale. Uno stato d’animo angosciato cambia i tuoi pensieri e i tuoi comportamenti, così come uno stato d’animo leggero, sereno. (marco filippa) Come è vero quello che dici e forse è proprio vero che non potremo mai capire veramente qualcuno. Ieri, girando in rete, ho trovato sul blog di Alberto Terrile una citazione di Claudio e di te da facebook e poi un suo post bellissimo (datato 5 giugno). Quello che mi ha sconvolto, positivamente, è scoprire che ci conosciamo tutti anche se in realtà vi conosco attraverso le vostre parole. Terrile ci regalò, per il primo catalogo/rivista di Alfabetomorso, un suo bellissimo testo (Nel segno dell’angelo 1991/2008) che

Andrea Nisbet


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pubblicammo corredandolo di 5 suoi scatti. Il mio stato d’animo è stato di stupore e gioia per il sentimento di appartenenza. Susanna vorrei poter continuare con te senza limiti di tempo e di spazio ma i limiti ci sono anche se, ricordando la visione degli antichi greci, il limite è quel punto in cui non finisce qualcosa ma nasce qualcos’altro. Sono in qualche modo impacciato, come quando non riesci a salutare qualcuno che sta partendo… lascio a te la chiusura, temporanea, di questo nostro dialogare. Grazie. (susanna schimperna) Anche a me piacerebbe continuare. Anzi, io provo proprio un bisogno ossessivo di continuare sempre, tutto. E un odio grande per l’idea stessa della fine. Claudio Rocchi direbbe che dato che l’unica cosa in nostro potere è provare a soffrire il meno possibile, il mio modo di sentire è malato, perché porta solo dolore. E’ vero. Eppure non posso fare a meno di pensare che l’accettare che esista per tutto e tutti una fine sia una rinuncia a guardare in faccia, senza sconti, l’assurdità della nostra condizione umana, che non ci permette di avere vero controllo su nulla, non ci permette di darci risposte e ci costringe alla morte, che è quanto di più insensato e insopportabile si possa immaginare. Nel nostro piccolo, Marco, decidiamo allora che il nostro scambio non finisca qui. Sei d’accordo? (marco filippa) Certo Susanna il nostro scambio non può finire qui. Ora si interrompe soltanto, per una banale questione editoriale. A te dico, a presto, a chi avrà la voglia e la pazienza di leggerci dico, alla prossima.

Susanna Schimperna Scrittrice, conduttrice televisiva e radiofonica. E’ nata e vive a Roma.

Augusto Cantamessa


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Domenico Doglio


P OST

di Erica Vagliengo Se immaginassi per un momento di vestire i panni del futuro, vorrei essere Wonder Woman (con un costume meno succinto, e disegnato da un’artista donna) per concedermi il lusso del tempo non cronometrato, avendo sbrigato tutte le faccende giornaliere in un battibaleno, grazie ai miei super poteri. Non penserei solo a me, ma anche agli altri: darei vita alle stanze del futuro che innaffierei di lavanda e aroma al caffè, porgendo agli ospiti vassoi di chantilly e limonata. In queste stanze dal tempo dilatato, ognuno potrà ricaricarsi e focalizzarsi sul suo futuro, intercettare le energie positive che girano nel mondo per lenire quel senso lacerante e sempre più frequente di inquietudine e incertezza legate al presente. Le stanze sarebbero piene di colori (veicoli di emozioni e vibrazioni subliminali, vitalità esclusiva, narrazione), di musica, arte, libri e belle maniere. Qui sono banditi: egoismo, cattiverie, gelosie, violenza, nevrosi, cinismo, non meritocrazia, chiusura verso l’altro, individualismo, maleducazione, dipendenze... ci sarà lo spazio per sognare perché ”Il futuro appartiene a coloro che credono nella bellezza dei propri sogni”, come disse Eleonor Roosevelt. Io ci credo, di solito mi costruisco il futuro a occhi aperti, immaginando di voler arrivare a un obiettivo preciso. Non ho idea della strada che percorrerò, ma sono certa che arriverò proprio lì, dove avevo pensato.

Laura Ambrosi

Nelle stanze del futuro viene insegnato a riappropriarsi del presente, per essere meno schiavi del futuro stesso, io vado a fare un giro… voi venite con me?

Carla Crosio

Erica Vagliengo web journalist/blogger www.ericavagliengo.com


I n t e r v ista a Solid ea Ru gg i e ro di Marco Filippa (marco filippa) Eccoci qui Solidea, si fa per dire. Qui e ora, hic et nunc… ma quando mai! Non siamo quasi mai presenti veramente, direbbe Gurdjieff… e come fare a dargli torto. Il tema di questa edizione di Maionese è il tempo e il titolo è Future. Ricordo una performance di Laurie Anderson, camminando in avanti, con la mano e il pollice si rivolgeva al passato dicendo: - into the future. Cosa ne pensi, se pensi qualcosa? (solidea ruggiero) Il Primo pensiero che mi viene in mente è una citazione: ”C’è un quadro di Klee che si chiama Angelus Novus. Vi è rappresentato un angelo che sembra in procinto di allontanarsi da qualcosa su cui ha fisso lo sguardo. I suoi occhi sono spalancati, la bocca è aperta, e le ali sono dispiegate. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Là dove davanti a noi appare una catena di avvenimenti, egli vede un’unica catastrofe, che ammassa incessantemente macerie su macerie e le scaraventa ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e riconnettere i frantumi. Ma dal paradiso soffia una bufera, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che l’angelo non può più chiuderle. Questa bufera lo spinge inarrestabilmente nel futuro, a cui egli volge le spalle, mentre cresce verso il cielo il cumulo delle macerie davanti a lui. Ciò che noi chiamiamo il progresso, è questa bufera. (Walter Benjamin)”. Questa riflessione di Benjamin su un quadro di Klee - che è anche il titolo di una sua grande opera - mi sembra così ferocemente attuale. Ho sempre pensato che per capire il proprio tempo è necessario distruggerlo dalle descrizioni, decostruirlo da ogni tentativo di definizione, smantellare i pregiudizi e le contraddizioni, gettandosi come dentro un suicidio nelle pieghe e nel fulcro dei sensi che troppo spesso vengono visti come retorica e quindi patetici e quindi non detti perché non sono troppo alla moda come i nostri “medium” vogliono per la propria comunicazione. Nel nostro tempo “globale”, siamo costantemente alla ricerca di soluzioni di drammi ambientali, sociali, economici, politici, etici che il tempo stesso ci ha riportati a riva come carcasse di sbagli cronicizzati. Il nostro tempo moderno è una somma di assenze di valori, di buonsenso, di responsabilità sociali e civili. Oggi il lavoro dell’uomo verso il suo futuro è la costruzione di un ponte immaginario che parte dal passato e sovrasta le catastrofi di errori per reinterpretare le soluzioni attraverso una coscienza più semplice ed umana. Perché per troppo tempo abbiamo dimenticato “l’umano” e la nostra terra, proiettandoci in fuga verso l’evoluzione, l’emancipazione, il progresso senza dar troppo peso a ciò che stavamo distruggendo: le nostre responsabilità, la nostra sensibile intelligenza. (marco filippa) Wikipedia, che non è certo la Bibbia (e comunque si veda, si tratta pur sempre di un racconto, intendo la Bibbia), in-

terrogata sul tuo nome dice: l’origine non è chiara, tuttavia viene interpretato popolarmente come nome ideologico, da “una sola idea” (anarchica, libertaria, ecc.). Tuttavia esistono alcune interpretazioni per le quali il significato potrebbe rimandare a un’origine latina del nome, il cui significato sarebbe, “appartieni a Dio”. Un po’ di sano egocentrismo e del resto a te l’autoironia non manca in questi tempi in cui troppi si prendono sul serio… vanitas vanitatum… (solidea ruggiero) Ho scoperto tardi l’origine del mio nome, che non mi era stato donato con consapevolezza dai miei genitori, ma solo per puro caso: all’università per l’esame di Storia della Lingua Italiana, fu il mio prof dell’epoca che esordì:” Erano molti anni che non sentivo questo nome, ormai sono solo gli anziani ad averlo: viene dal motto del primo movimento anarchico italiano “Una Sola idea e un Sol pensiero”. Durante la seconda guerra mondiale, contro le leggi fasciste, veniva dato dai sovversivi anarchici ai propri figli, quasi fosse un linguaggio in codice, un sotto-linguaggio; così nella storia son rimasti Solidea per le donne e Solpensiero per gli uomini.” Non posso negare di essere vicina al principio di questa ideologia, e nel tempo ho portato questo nome sicuramente con una certa spavalderia divertita, come un segreto che mi faceva sorridere. Fino ad oggi non ho mai sposato per me una definizione politica, la sto ancora cercando. Sono severa e dura verso la nostra storia politica, soprattutto quella di questi ultimi cinquant’anni, ancor di più verso quella di quest’ultimo ventennio: come molti, sono indignata e mi sento offesa da tutta questa corruzione, incapacità governativa, mediocrità di competenze, quest’arrivismo spietato venduto con facilità con l’intento di mantenere il “popolo” italiano ad un livello minimo e sciatto che ha schiacciato le nostre qualità italiane in tutti i campi. Vengo da una famiglia umile e modesta, non lo dimentico mai, e capire che ancor oggi nel mio paese certe problematiche che riguardano le classi sociali più deboli non sono una priorità è un pensiero che mi offende totalmente. Ed per questo che non rispetto le scelte del mio paese, l’atteggiamento di questo Stato che continua ad alternare figure politiche insoddisfacenti e scadenti che ci mortificano senza ripari. Il lavoro della politica è una cosa serissima e dura. Faccio parte di una generazione a cui non bastano più le ideologia, servono fatti concreti, competenze, specificità di ruoli, studio e serietà per rinnovare il torpore di questo stadio paludoso che sta vivendo l’Italia. (marco filippa) Hai pubblicato Io che non conosco la vergogna. Sembra un titolo/manifesto è, in un paese puritano e puttaniere (le due facce della stessa medaglia), mi sembra già una grande cosa, l’essere espliciti e chiari, quando ci aggiriamo tra nebulose perbeniste e arringhe giustizialiste di vario genere. Un interesse per la veritaaa (come avrebbe detto Cesare Zavattini) sembra non voler sfiorare gli italiani e chi


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li governa: magari timida, magari anti populista… magari utile finalmente a qualcosa. (solidea ruggiero) Sono cresciuta con dei valori semplici e solidi, molti dei quali ho scoperto da sola nel tempo e sono stati una conquista: mi hanno insegnato che non si deve mai avere paura di comunicare, di aprirsi e che l’atteggiamento è quello di non dover dimostrare niente a nessuno se non per prima a noi stessi. Io vengo dalla politica del fare, dell’agire, di comportarsi bene innanzitutto nella nostra vita privata. L’esempio da seguire è prima di tutto nelle nostre personali scelte concrete che nella teoria e nelle parole. In questo io non ho mai avuto vergogna, anzi, per quanto mi riguarda il mio lavoro è quello di portare a galla il non detto, osservare i margini dell’umano, cercare di ridare dignità e di capire che certi gesti disperati vengono dal fango in cui la società ci destina, e che non è facile vivere di poco o niente. La vera povertà non è ne nella mancanza di cose; la vera povertà è non avere possibilità di scelta, è di non poter essere liberi. M’interessano le distanze in cui si nascondono gli uomini nelle loro relazioni, e i silenzi patologici in cui ci si chiude. Come dicevo sopra Marco, stiamo lasciando un vuoto di buoni esempi, cedendo il posto a scelte troppo spesso che vanno a discapito della nostra ripresa e della nostra nuova crescita. Per me, per la mia famiglia, per il paese, esigo serietà e rispetto e questo deve passare attraverso uno Stato che sia in ascolto, che si dedichi in maniera attiva, costruttiva ed intelligente al rilancio e al rinnovo di un Paese che ha insegnato per secoli cultura e civiltà. Ce lo dimentichiamo troppo spesso. E forse non è un caso che io abbia avuto la fortuna di pubblicare questo mio primo libro in America Latina ( in Cile dalla casa editrice Edicola Ediciones); sono stata tradotta in spagnolo ed inglese, ed è scioccante sapere che il mio libro stia viaggiando nel mondo e ancora il mio paese non se ne è accorto. (marco filippa) Oggi su facebook ho postato (è italiano, anche se mi sembra terribile) un link: Cultura, l’unica droga che crea indipendenza. Un invito chiaro ed esplicito a diffondere una cultura della tossico-indipendenza. Lo stato italiano investe in Cultura solo lo 0,19% (dato 2011) mentre questo comparto concorre a produrre il 2,6% del PIL nazionale; nel resto dell’Europa i governi, che pure effettuano politiche di razionalizzazione della spesa, continuano a investire intorno all’1,5% dei loro bilanci, riconoscendo che questo settore svolge una funzione anticiclica contro la crisi. Bla bla bla… siamo il paese con il patrimonio artistico percentualmente più alto del mondo ma siamo anche il paese che ha urbanizzato il Vesuvio: vuoi fare una riflessione in merito? (solidea ruggiero) Il mio parere si va a sommare a quello di una lunghissima fila, e non conta praticamente niente. Ma posso

dire che sono una persona fortunata perchè mi sono data la libertà di voler esprimere dei pensieri ,dei punti di vista, attraverso il mio strumento di linguaggio. Il mio rettore Carlo Bò diceva: “Il vero intellettuale è quello che non sa di esserlo”. L’arte e la cultura sono l’unico mangiatoio possibile che ci può nutrire e che ci rende liberi. Ogni paese ha il compito e l’obbligo, di preservare, di curare, di sfruttare, di servirsi e di far crescere la propria cultura rendendola un valore vivo, funzionale, necessario. Poi penso a tutti gli ultimi ministri della cultura italiana e l’unica cosa che posso fare è rimanere inebetita e in silenzio. Di fatto, oggi, la cultura per l’Italia non è una risorsa, è solo un bagaglio ingombrante, un peso. Questo modo di pensare è da condanna. (marco filippa) Quanti ti hanno fotografato durante le tue performance. Hai il coraggio di esporti e dare corpo alle tue parole e del resto il tuo linguaggio, pur non perdendo nulla anche quando è stampato, vive nell’emozione dei tuoi gesti, dei tuoi sguardi, nella limpida scabrosità di un’intimità resa pubblica. Mi sembri il perfetto contraltare di un mondo che mercifica tutto, accetti di metterti in gioco mostrandoti e proprio per questo e lo spettatore a essere messo in gioco, mi pare… (solidea ruggiero) La mia prima e unica matrice è la scrittura: scrivo quando cammino, scrivo quando pedalo, scrivo quando guardo. Tutto quello che ho fatto fino ad adesso è stato solo quello d’imbastire un dialogo, di portarmi all’ascolto, di non nascondermi dal confronto. Di ripartire sempre daccapo. Entrare in relazione con l’essere umano, è un grande privilegio.

Solidea Ruggiero Nasce a Genk (Belgio) nel 1976. Pubblica in varie riviste di letteratura e arte contemporanea, tra le quali UT, Prospektiva, Night Mag e il sito Unonove. Ha pubblicato Io non che non conosco la vergogna per la casa Editrice Cilena Edicola Ediciones, è il suo primo libro di racconti, tradotto in due lingue spagnolo ed inglese.


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Marco Da Rold Mario Ernesto Laratore

Laura Govoni


Alessia Clema

Barbara Tutino

Roberta Sanfilippo


D i a l o g o co n Edo ard o Di Mau ro di Marco Filippa (marco filippa) Voglio intanto ringraziarti, anche a nome di Elena Privitera, per averci concesso questa intervista e per essere vicino all’En Plein Air avendolo definito come uno spazio dei più significativi nella provincia di Torino e nell’intero Piemonte. Proviamo ad affrontare il tema che vorrei proporti; parafrasando il titolo di un film di Wim Wenders qual è Der Stand der Dinge (Lo stato delle cose) del mondo dell’Arte secondo te ora? (edoardo di mauro) Se ci riferiamo al sistema italiano rispondo anch’io con una parafrasi, citando il titolo del saggio introduttivo al catalogo “Va’ pensiero. Arte Italiana 1984/1996, relativo alla mostra da me curata, in collaborazione con Ivana Mulatero, nel maggio 1997, periodo in cui ero condirettore artistico della GAM di Torino, intitolato “Falso Movimento”, a significare la sostanziale staticità strutturale e propositiva della nostra scena ad onta della qualità della proposta, scenario ad oggi in buona misura immutato. Più in generale l’arte è ancora all’interno di una lunga stagione di passaggio, iniziata a metà degli anni Ottanta, in cui avvengono fatti positivi, come l’allargamento dei confini al di là del mondo occidentale, l’aumento delle possibilità espositive e la creazione di vari sistemi paralleli, l’importanza data all’arte pubblica, nonché un più diffuso senso estetico, e negativi, come il proliferare abnorme di biennali e fiere, tra loro quasi omologhe, visitate da un pubblico presenzialista e superficiale, ed un mercato speculativo, cresciuto a dismisura attorno alle quotazioni dei protagonisti dello star system. Sintonizzandomi con quanto sostenuto di recente da Federico Vercellone nel fondamentale saggio “Dopo la morte dell’arte”, il paradosso hegeliano non significa, al tempo attuale ed in origine, a partire dalla seconda metà del Settecento, la scomparsa dell’arte ma, semplicemente, la creazione di una nuova mitologia che non è più quella dell’orizzonte metafisico tradizionale, ma una nuova dimensione frutto del rapporto inevitabile con il progresso tecnologico.

Emanuele Borello

(marco filippa) La lettura, l’interpretazione, che dai dello stato delle cose continua a essere in quella condizione, un falso movimento. Viviamo indubbiamente in un tempo di trasformazioni in cui s’incrociano azioni e attese molteplici, in cui la complessità della (neo)globalizzazione tutta esposta, in divenire, non può produrre risposte precise, strutturate, perché fluttua in un mare destrutturato del sapere, in cerca di un nuovo statuto in cui indubbiamente il progresso tecnologico è attore essenziale con cui misurarsi. Ero ancora studente e la mia generazione si è formata (nelle scuole superiori) sui saggi di Giulio Carlo Argan e la morte dell’arte era una specie di liet motiv del suo discorso ma ricordo un suo saggio che non mi sembra datato: Storia dell’arte come storia della città (1983) e da allora, la situazione non mi sembra migliorata, non esistono più le borgate pasoliniane ma periferie urbane e i piccoli centri sembrano aver recuperato un’identità. Con il M.A.U. (Museo d’arte urbana) mi sembra che tu voglia intercettare la potenziale vitalità critica che può offrire l’arte, cosa ne pensi. (edoardo di mauro) Effettivamente l’arte pubblica è, al tempo nostro, l’ambito in cui l’arte può riscoprire la propria dimensione etica. Riflettendo su alcuni temi sollevati in una interessante intervista a Federico Ferrari, studioso di filosofia e critica d’arte, apparsa giusto ieri (25 luglio 2013), su Artribune, in questo tipo di interventi si può attribuire un diverso valore all’immagine. sottraendola alla fallacità virtuale dei simulacri della “società della spettacolo”, teorizzata con lucidità e coraggio da Guy Debord in una scia che rinviene la sua origine addirittura nell’interdetto platonico, passando quindi da un’”immagine del mondo” ad un mondo concepito come immagine. Citando il pensiero di Ferrari, che non conoscevo ed approfondirò, in un progetto strutturato come il Museo d’Arte Urbana, le opere creano, nel loro concatenarsi, un ritmo ed una pulsazione che permette loro di sottrarsi al “rumore visivo” che caratterizza la nostra quotidianità, inducendoci ad una percezione sempre più distratta. Per chi non lo conoscesse, il MAU è un progetto, unico nel suo genere, di arte pubblica partecipata all’interno di un grande centro metropolitano. Le opere del MAU sono inserite nel contesto edilizio ed ambientale del Borgo Vecchio del quartiere Campidoglio, a Torino, storico insediamento operaio sviluppatosi ai confini dell’allora cinta daziaria, tra il 1853 ed il 1919. Il quartiere, scampato ai vari abbattimenti operati dal piano regolatore del 1959, quello del “boom economico”, ha mantenuto intatta la sua struttura fatta da strade strette lastricate, case basse con giardini interni, la presenza di numerose attività artigianali, artistiche e commerciali, ed un rapporto di comunanza tra i residenti, favorito dalla particolare morfologia, tale da farne un “paese nella città”. A partire dal 1995, nella scia di un processo complessivo di riqualificazione, sono state installate su pareti e finestre cieche, panchi-


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ne ed altri spazi, 130 opere, collocate prevalentemente su proprietà private, a costituire un esempio unico di “didattica allargata” sull’arte contemporanea. Il Museo d’Arte Urbana è, dal 12 aprile 2011, a tutti gli effetti, un nuovo Museo della Città di Torino. (marco filippa) Le esperienze come quella del MAU e più in generale quelle dell’arte in un contesto urbano credo corrispondano, in qualche modo, all’unica dimensione possibile oggi di quella che definisci “didattica allargata sull’arte contemporanea”. La cosiddetta cesura della modernità rispetto al contesto culturale riesce invece a trovare, in queste esperienze, il valore di conoscenza che nasce proprio dall’esperienza concreta. Sono sempre stato scettico di fronte alla statuaria contemporanea e mi pare che anche il movimento moderno non sia riuscito a trovare una risposta adeguata. Le trasformazioni di una città passano anche da questo anche se gli speculatori, i palazzinari, i cementificatori farebbero di tutto per evitarlo; iniziano ad esserci comuni che scelgono una pianificazione a crescita zero ed è al momento, mi pare, l’unica via per sviluppare il recupero edilizio e ridare centralità al poter vivere le città anziché subirle. L’Italia è in un fase molto critica e ci giochiamo il futuro in questa marginalità, sull’orlo di questo precipizio.. Qualche giorno fa su Artribune ho letto un’interessante intervento di Christian Caliandro dal titolo “Contemporaneo, patrimonio, stupidità” (21 luglio 2013). Cita L’inverno della cultura di Jean Clair: “Le istituzioni museali più prestigiose […] dovevano diventare gallerie dove esporre la creazione ‘vivente’. In uno slancio congiunto, questi luoghi di memoria che avevano finito per perdere il loro senso dimenticando le proprie origini, hanno tentato di sottoporsi a una cura di ringiovanimento imponendo, contro ogni buon senso, l’idea che le creazioni più audaci, più scioccanti, più immonde, spesso le più idiote, dell’arte odierna s’inscrivevano, sotto il marchio distintivo di ‘arte contemporanea’, nella storia dei capolavori del passato. Non potendo continuare la propria storia che […] gli era preclusa, il museo è diventato così l’agente, il promotore, l’impresario di una storia fabbricata”. Mi sono decisamente dilungato ma passo a te queste riflessioni Edoardo. (edoardo di mauro) La salvaguardia della storia e del paesaggio è fondamentale per preservare i nostri valori culturali . Ciò non significa che tutto vada conservato ma è necessario intervenire con criterio. A Torino, varie “anime belle” dell’ambientalismo nostrano hanno mosso veementi strali contro la costruzione dei due grattacieli attualmente in fase di edificazione, quello di Intesa San Paolo di Renzo Piano (peraltro a costo zero per il Comune che al contrario guadagnerà in denaro e servizi dall’operazione) di fronte alle ex Carceri Nuove e quello di Fuksas commissionato dalla Regione nell’area del Lingotto, e non hanno viceversa mosso un dito contro molte orrende costruzioni di impatto tutt’altro che irri-

levante costruite abbastanza di recente nell’area della Spina 3 limitrofa al Parco Dora. Non sono certo un fanatico dei grattacieli ma aspetto di vederli ultimati, in una città delle dimensioni ed ambizioni di Torino due ci possono stare. Sono d’accordo con te sulle perplessità relative alla tradizione moderna ed alla “statuaria contemporanea”, in effetti un paese fortemente stratificato culturalmente come il nostro non facilità l’inserimento armonico di installazioni e sculture soprattutto nei centri storici. Ritengo più opportuno inserirle in contesti periferici od in aree verdi, ad esempio il Parco della Pellerina che è confinante con il nucleo del MAU, dove da anni stiamo studiando la realizzazione di un parco scultoreo che affianchi ed integri quello già esistente, molto mal conservato e poco valorizzato. Per quanto concerne i musei, come sottolineato dall’estetologo Mario Perniola in un testo del 2000 ad oggi del tutto attuale come “L’arte e la sua ombra” va sottolineato come siano, a partire dagli anni Novanta, diventati i principali complici dello star system globalizzato, nel proporre operazioni shoccanti di puro marketing fatte apposta per allontanare il pubblico dalla fruizione e comprensione dell’arte contemporanea.

Sabina Villa

(marco filippa) Che bella sintonia. Condivido ogni cosa che hai detto. Le “anime belle” sono sempre pronte e (stranamente?) terribilmente retrò e al contempo disponibili ad agire solo sotto i riflettori. Cambiando ambito, ma a ben vedere non cambia nulla, sono come i pacifisti che in certi periodi riempiono le piazze mediatiche e reali per poi sprofondare in uno strano sonno dimenticando le reali condizioni del mondo… preferisco un sano pragmatismo, sempre. Purtroppo credo


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che il problema dell’arte, ma è la stessa identica cosa per i contesti urbani, stia nel ricercare sfuggendo a comode e plateali vie di fuga. E se il problema, tradotto in politica, è l’assenza di politica come visione delle cose… non dobbiamo stupirci dello stato delle cose. Nel nostro piccolo (En Plein Air) cerchiamo di muoverci intorno al concetto di cultura evitando ogni spettacolarizzazione. Quest’anno, con la partecipazione di allievi delle accademie di Torino e Genova e di alcune scuole superiori, l’indagine sulle visioni del tempo si muove anche in questa dimensione trasversale: ci sono gli artisti ma anche, forse, i futuri artisti. Cosa ne pensi? (edoardo di mauro) Uno dei pochi eventi davvero fortunati di una carriera, la mia, intensa ma caratterizzata, soprattutto negli anni ottanta e novanta, da problemi di relazione con alcune componenti del sistema artistico italiano, stante la mia rivendicazione di libertà di scelta e di pensiero nell’esercizio della critica , è stato avere ottenuto, nell’a.a. 2001/2002, la cattedra di “Storia e metodologia della critica d’arte”, materia che già insegnavo a Ravenna, presso l’Accademia Albertina di Torino, mia città di residenza e comunque, nel bene e nel male, luogo cui sono legato professionalmente in maniera ormai indissolubile, non essendo riuscito a radicarmi come avrei voluto nell’altro territorio dove parecchio ho vissuto in parallelo, l’Emilia – Romagna, ed in particolare Bologna. A quell’insegnamento se ne è poi affiancato un secondo, alquanto stimolante, “Teoria e metodologia del contemporaneo”. L’esperienza di docente all’Accademia è per me fonte di continuo stimolo, ed è la motivazione che mi ha indotto a dare alle stampe, per i tipi della Prinp di Torino, il recente saggio “Vocazione e progetto. Storia ed attualità della critica d’arte”, che il prossimo anno dovrebbe essere ristampato in una edizione parzialmente aggiornata. Le Accademie italiane, nonostante i limiti di una riforma, la famigerata 508/99, mai portata a compimento, ed osteggiata proprie da quell’area politica che si immaginerebbe viceversa favorevole, propongono ormai un’offerta formativa superiore, ad esempio, a quella del DAMS, affiancando il tirocinio laboratoriale all’approfondimento teorico. Rimangono comunque una palestra dove si può intravedere il futuro dell’arte. Bene fa En Plein Air a lavorare in questa direzione, otterrà sicuramente benefici e soddisfazione. Realtà come la vostra, e ci metto di mio il MAU e la Biennale del Piemonte da me curata ed ideata da Riccardo Ghirardini, ed altre manifestazioni, permettono un pluralismo delle proposte che, almeno in parte, bilancia la chiusura, soprattutto a partire dalla fine degli anni Novanta, dell’asse Sandretto-ArtissimaGAM-Rivoli. Sarebbero necessarie maggiori risorse, ne guadagnerebbe ulteriormente la qualità dell’offerta. (marco filippa) Ci conosciamo pochissimo ma sento un’affinità di vedute

davvero singolare oppure, semplicemente, ci muoviamo con uno spirito simile nel mondo dell’arte. Il problema delle risorse è centrale per certi versi. L’En Plein Air, nonostante sia riconosciuta nel circuito dei musei pinerolesi, vive grazie alla generosità di Elena che offre i suoi spazi in qualche modo gratuitamente. Non essendo uno spazio “commerciale” è intuibile che abbia bisogno di fondi per sostenersi e la crisi odierna sta rendendo molto difficile continuare a praticare la ricerca. Occorrerebbero leggi che aiutino i privati a defiscalizzare le donazioni, come accade in altri paesi. Servirebbe una strategia culturale e turistica che inserisca finalmente l’Italia in una dimensione europea. Purtroppo non mi pare si stia facendo qualcosa in tal senso e l’asse Sandretto-Artissima-GAM-Rivoli è in questo senso strategico di una mancanza di una visione sganciata da localismi infruttuosi… penso ai tentativi di accorpamento e al contempo al concorso per la direzione del Castello. Passo a te la palla Edoardo.

Joel Angelini

(edoardo di mauro) Le tue considerazioni sono amaramente giuste, la questione della defiscalizzazione delle donazioni è un altro dei tormentoni italici di cui si parla sempre ma che non approda mai ad una soluzione finale, che non mi pare così complicata, per un paese perennemente impegnato in tavoli, riunioni e verifiche. Altro problema quello dei sistema museale italiano, che nell’ultimo ventennio si è notevolmente espanso rispetto al passato, ma senza apportare inversioni di tendenza. Le scelte sono sempre improntate all’impostazione anni Novanta, cioè non dare fastidio all’Arte Povera e, in parte, alla Transa-


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vanguardia, esterofilia spinta e spazio ridotto per l’ arte italiana, unicamente concesso ai prodotti “politicamente corretti”, basati su un neo concettuale formalmente preciso quanto vuoto di contenuti. Unica novità i criteri di selezione dei direttori. Dalla generazione post poverista, tutta schierata con le scelte di Germano Celant, di nati tra il 1945 ed il 1955, si è passati ai “giovani curatori” tra i 30 ed i 40 anni, quasi tutti dotati di master all’estero grazie a famiglie benestanti spesso attive nel collezionismo, o assistenti di Fondazioni, in grado di svolgere diligentemente il loro compitino ma incapaci di qualsiasi scelta di campo, che peraltro non gli sarebbe permessa. In questo modo qualcuno sostiene che si dà “spazio ai giovani”, ma è pura facciata. La mia generazione, quella di nati tra il 1955 ed il 1965, io sono del 1960, è rimasta schiacciata come in una morsa da questa situazione, non solo in campo artistico. Quando, a quasi 34 anni, venni nominato condirettore artistico della GAM e dei Musei Civici torinesi gridarono allo scandalo, allora i giovani non andavano di moda.

fessione. Questa piacevole conversazione ha analizzato criticamente l’esistente, ma è chiaro che entrambi siamo attivi e non rassegnati. Personalmente la lezione della lunga esperienza mi ha insegnato a non rincorrere obiettivi, non per colpa mia, ormai improbabili. Sono pronto comunque a cogliere al volo eventi inaspettati, ma soprattutto orientato a valorizzare quanto sono riuscito a creare e mantenere in vita, che non è poi così poco.

(marco filippa) Siamo della stessa generazione, sono nato nel 1962. Quand’ero giovane avevo indubbiamente un’altra visione dell’arte, certamente più incantata. Affascinato dal movimento moderno e con la fortuna di avere avuto un’insegnante, all’Istituto d’arte, che riuscì a farci studiare sulle riviste i fenomeni artistici in corso; Ida Isoardi ci fece scoprire in diretta la Transavanguardia attraverso le riviste. Il disincanto e un pragmatismo non sterile avanzarono con gli anni. Mi iscrissi prima a lettere moderne e poi ad architettura che terminai, ma l’interesse per l’arte e per il contemporaneo, non cessò mai. Non sono figlio di qualcuno e sicuramente ho compiuto passi sbagliati ma continuo a credere alla ricerca come veicolo di comprensione del mondo, come ricchezza della crescita umana. In qualche modo continuo a praticare il precetto: fai quel che devi accada quel che può. Lascio a te la conclusione Edoardo e grazie ancora. (edoardo di mauro) Il mio esordio artistico è stato differente, tra l’altro sono laureato in italianistica. Mi ritengo figlio delle esperienze del’77 che, per quanto molto giovane, ho visto, in parte vissuto, certamente introiettato. A partire dal 1980 mi sono decisamente incanalato nella scia creativa erede di quel movimento, interessandomi attivamente ad una scena che riscopriva in positivo, e non come arroccamento su se stessi, la dimensione dell’individualismo ed il tramonto dell’ideologia, tramite una creatività multidisciplinare espansa a trecentosessanta gradi. Da questo venne anche l’interesse per l’arte, ispirato non dalla storia, ma dal lavoro dei giovani artisti. Dopo un periodo in cui questa passione nascente venne condivisa con l’organizzazione di eventi , concerti e performance, gradualmente, a partire dalla seconda metà di quel decennio, si trasformò decisamente in una pro-

Edoardo Di Mauro Critico d’arte ed organizzatore culturale, vive e lavora a Torino e a Bologna. Docente dell’Accademia Albertina e Direttore Artistico del Museo d’Arte Urbana di Torino


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Antonella Casazza

Federico Galetto

Caterina Bruno


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Ornella Rovera

Tere Grindatto

Margherita Levo Rosenberg


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Laura Valle

Elisabetta Rosso


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LE SCUOLE: GLI STUDENTI • Accademia Albertina di Torino • Presentati dalla loro Docente Laura Valle

Mars Tara

Diego Bonelli


LE SCUOLE: GLI STUDENTI

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Martina Cenna

Marco Altavilla

Chiara Ventrella


dg

• Liceo Artistico “Ambrogio Alciati” Trino (Vercelli)

LE SCUOLE: GLI STUDENTI

Giorgia Apiletti, Anna Elvira Gallo e Alessia Tripodi Presentate dallo loro Docente Carla Crosio

• I.I.S. “Soleri-Bertoni” Liceo Artistico Saluzzo (Cuneo)

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Laura Bertorello, Francesca Buffo, Cristina Giagnotti Andrea Monge Cunigla, Tania Occelli, Alessandra Parigi, Luca Ribotta, Alessia Volpin, Presentati dalla loro Docente Alessia Clema


LE SCUOLE: GLI STUDENTI

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• Liceo Scientifico “Marie Curie” Pinerolo (Torino) • Presentati dalla loro Docente Antonella Bonetto Hanno partecipato ad un laboratorio creativo curato da Alessandra Monda e Michele Marangi realizzando una serie di slideshow sul tema dell’edizione precedente di Alfabetomorso intitolata Profile. L’allieva Serena Paci li ha montati in una sequenza video presentata durante questa edizione. 3A L.G.

3B L.G.

AlloccoIleniaArielloElenaBalboGiorgia BoninoAriannaBuonpensieroBeatriceChimarChaimaa CraveroGiuliaFarinaGiandonatoFerrariLoranziIrene ForneroStefanoGenreVanessaGuidiErica HurieIbrahimAsiaMartelloSeleneMattaliaFrancesca NegroAliceOloccoMicolPuglieseDaniela Ranieri Sara Pinki Sansalono Jacopo Santoro JacopoSosterChiara MaevaZingaroEleonora

AndreoliBeatricaAymarFedericoBargaoanuDeniseCobzaruMihaelaAlinaDominguezAngelaNiccoleGarisMarcoGarzenaElisabettaGuidiLauraLaisoLuciaElenaLitteraRobertaMantelliAlessiaMartinaMassimoMartinelliFrancescaMensaIleniaMissioMassimoMorabitoSimoneMorettoAlessandraMariaClaMosuletAndreeaMadalinaPolliottoMartinaRamassottoSilviaRissoloVeronicaSecciFrancescoSiccuMartinaTettamantiLauraVirano Nicoletta

• Allievi stranieri dell’Accademia Ligustica di Genova • Presentati dalla loro Docente di Italiano Maria Rosa Piromalli Hanno partecipato ad una mostra ospitata nella Commenda di San Giovanni di Prè a Genova dal 6 al 12 giugno 2013 realizzando una serie di slideshow montati in una sequenza video presentata all’En Plein Air. Kristina Nikolova Kostova nata a Burgas, Bulgaria il 3 settembre 1990 Università di Veliko turnovo ‘st Cyril e Metodius’ Facoltà di Belle arti Laura Adrover Delgado nata a Madrid, Spagna il 15 settembre 1992 Universidad Complutense de Madrid Resaldo Ajazi nato a Elbasan, Albania il 16 aprile 1991 Omar López Nieto nato a Siles (Jaén), Spagna il 9 maggio 1989 Universidad des Bellas artes de Granada

César Perales nato ad Alicante, Spagna il 7 settembre 1990 Universidad Miguel Hernandez altea de elche Ainhoa Pomares Roca nata a Elche (Alicante), Spagna il 6 maggio 1991 Universidad Miguel Hernandez altea de elche Inna Nikolaeva Dimitrova nata a Burgas, Bulgaria il 13 aprile 1987 Università di Veliko turnovo ‘st Cyril e Metodius’ Facoltà di Belle arti Fang Shu nata a Shenyang, Cina nel dicembre 1984

Easam Darawshi nato a Nazareth, Israele, ma di cultura Palestinese il 3 agosto 1984

Mihail Valentinov Ivanov nato a Burgas, Bulgaria il 5 febbraio 1990

Jordi González Ochando nato ad Alicante, Spagna il 31 maggio 1988 Universidad Miguel Hernandez altea de elche

Yuko Wakasugi nata a Hokkaido, Giappone il 17 ottobre 1953

Zlatolin Ventsislavov Donchev nato a Pechino, Cina il 15 aprile 1990 Università di Veliko turnovo ‘st Cyril e Metodius’ Facoltà di Belle arti

Shaghayegh Kashiloo nata a Teheran, Iran il 20 settembre 1980


Eventi Collaterali: Inaugurazione

7 settembre 2013

Adriana Ribotta in una performance teatrale tra parola e silenzio, immobilità e movimento. Un’azione liberamente ispirata da un testo di Stefano Benni: L’attesa. L’attrice incarna il momento con intensa creatività, conducendoci in quella dimensione sospesa che è propria di questo congelamento del tempo, delle aspettative verso un futuro incerto, esclusivamente e pienamente colto nel presente ma con radici nel passato.

Stefano Benni - Le Beatrici - Feltrinelli 2011


Seguendo il tema della mostra hanno presentato alcune arie d’opera (il passato), abbinate ad un tango per ottenere un contrasto definibile “erotico” (legame con il presente) che poi si trasforma in un brano composto da “Lucido“ intitolato “Susto improvisation“ che rappresenta un “futuro“ rispetto ai due precedenti che appena eseguito è già “passato”! Anche il nome ESS&ESS duo Susto e Soranzio è ideato per la mostra (quindi il “presente” ) rispetto a Susto e Soranzio (Il passato) e potrebbe essere un idea da tenere per il “futuro”.

Luciano “Lucido” Susto Ha studiato al Centro Professione Musica di Milano (CPM) dove, sotto la guida di Stefano Cerri, si diploma in basso elettrico. Perfeziona la tecnica sullo strumento con Dino D’Autorio. Perfeziona le conoscenze in armonia e composizione con Roberto Pronzato. Ha collaborato con numerosissimi musicisti e artisti.

I DOPPLER-TAP nascono una decina di anni fa da un progetto musicale che, nella sua evoluzione attuale, mescola linguaggi musicali diversi e interventi dal vivo, con la potenza empatica delle immagini in un total groove. Il duetto, composto da Sergio Fiorucci e Francesco Muro, ha accompagnato l’inaugurazione con un tappeto sonoro di sonorità elettroniche, improvvisando interazioni live con il mezzoprano Donatello Soranzio del gruppo ESS&ESS.

Donatella Soranzio Mezzosoprano, ha studiato canto lirico in Germania con la prestigiosa mezzosoprano Maria Hilda Piriz. Ha collaborato con numerosissimi musicisti e artisti.


En Plein Air arte contemporanea Nel 1994 Elena Privitera attua una sfida: decide di trasformare la propria abitazione, una cascina del ‘700 immersa nella campagna del pinerolese, in una sede per un’Associazione Culturale, per il tempo libero ed in particolare per l’arte contemporanea. Si tratta di dare una connotazione concreta ad un’idea già da tempo ben fondata, nella convinzione che la scelta sia tanto innovativa quanto necessaria. Il nome dell’ Associazione, En Plein Air, fa riferimento alla natura come sintomo di armonia interiore: essa diventa una cornice efficace per situazioni che sin dall’inizio si sviluppano secondo due direttrici progettuali, la presenza di artisti affermati e la proposta di giovani artisti. La prima mostra è dedicata a un giovane artista russo che costituisce il punto di avvio delle “nuove proposte”; si tratta di Serghej Potapenko che si muove in un ambito pittorico iconico, un universo di echi nel quale le immagini si addensano in un intreccio sospeso tra realtà e sogno; curarono la mostra Luisa Perlo e Francesco Poli e nel 2006 riproponemmo i lavori della collezione di Potapenko presentandoli in parallelo a quelli di un altro russo, Sacha Nojkin, entrambi caratterizzati da un pensiero figurativo di grande intensità emotiva. Seguono rassegne che alternano figurazione (Gianpiero Viglino) e astrazione (Giorgio Ramella). Tra il 1995 e la primavera 1998 l’Associazione propone artisti emergenti quali Andrea Nisbet, Carlo Galfione, Luca Bernardelli accogliendo al contempo artisti noti Gilberto Zorio, Vasco Are, Robert Gligorov, Jannis Kounellis. Una mostra tutta al femminile The world from the female, realizzata nell’autunno 1997, induce ad una riflessione sulla condizione attuale della donna artista, sulla consapevolezza e sulla nuova identità dell’arte al femminile. Di qui prende corpo il Progetto Maionese, ideato da Elena Privitera, cui è strettamente collegata la necessità di ampliare lo spazio fisico della Galleria, così’ da poter proporre in contemporanea più eventi.

Di qui si avvia anche l’idea che caratterizzerà i progetti dell’En Plein Air: concepire mostre organicamente tematiNelle stagioni successive si alternano curatori (Tiziana Conti, Demetrio Paparoni, Luca Beatrice, Guido Curto, Olga Gambari, Lisa Parola, Juan Maria Calles … per citarne alcuni) e tematiche (ogni mostra ha un incipit particolare); artisti emergenti e noti; collaborazioni e interazioni con altre realtà culturali (Il Filatoio (Cn) - Museu de Belles Arts de Castellòn – Spagna, …). Alcuni dei titoli che in se già contengono un’idea dell’universo culturale di indagine: Bereshit - La piccola porta (1999); Apologia dell’imprecisione e viceversa (2000); Soap Opera (2000); Corporate Identity (2001); In Viaggio (2002) mostra migrante realizzata in collaborazione con la Regione Piemonte nell’Antiguo Museu de Belles Arts de Castellòn (Spagna); Il peso del virtuale (2002); Wulbari, intorno ad una fiaba africana, curata dal Prof.Wences Rambla (2003). A partire dal 2003 nasce la collaborazione sistematica tra Elena Privitera e Marco Filippa: un osservarsi a distanza, per gli interessi e le passioni comuni, ci porta a sperimentare i primi progetti condivisi. L’esperienza dell’En Plein Air è ormai consolidata mentre quella mia è nata sul campo a Villafranca Piemonte (To), nel 1997, con la creazione di Villafranca Arte Contemporanea, inaugurata con il duetto dello scultore Elio Garis e del pittore Francesco Preverino; un progetto annuale realizzato da un’associazione apposita, affiliata alla biblioteca comunale, nata con l’intento di tutelare e conservare il patrimonio artistico del paese e al contempo farlo dialogare con le esperienze della contemporaneità. La collaborazione si avvia nei mesi estivi con il progetto Insitu: interagendo con la città (installando opere nel centro storico di Pinerolo) e al contempo in “galleria”. Nello stesso anno si sperimenta Enpleinvideo una rassegna non-stop di video d’artista riproposta per il 2008 con connotati online. Si sviluppa ovviamente il progetto Maionese e continuano le collaborazioni e interazioni con vari curatori. Nel 2004 presentiamo Dai tetti in giù la vita, curata da Tiziana Conti ed Elena Privitera e nello stesso anno, a cura di Giorgio Bonomi: Il corpo solitario ovvero la necessità dell’autorappresentazione; sempre nel 2004 In Situ anno bianco curata da Marco Filippa ed Elena Privitera con un escursione nel mondo della moda e della fotografia anche attraverso una performance di Ilena Rossello con musiche di Luca Pagani. Il 2004 si conclude con MiscelArt mostra realizzata in collaborazione con la Comunità Montana Pinerolese: un’indagine sui giovani artisti del territorio. Nel 2005 due mostre in parallelo: una nella sede di En Plein Air curata da Tiziana Conti, Corsi e Ricorsi della Storia, è un'altra nella sede del Museo Storico di Mutuo Soccorso di Pinerolo curata da Marco Filippa ed Elena Privitera, Solidarietà e vita in comune. Il progetto Maionese del 2005 è firmato da Lisa Parola e Luisa Perlo prendendo a prestito il titolo di un film: Personal velocity. Nel 2006, nell’ambito delle iniziative per le Olimpiadi invernali l’En Plein Air realizza due eventi: uno nella propria sede, con un’installazione dell’artista Carla Crosio, intitolata La montagna dell’incanto-ombra perico-


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losa e con installazioni presso le piste di sci nel Comune di Pragelato in collaborazione con l’Associazione Sassi vivaci di Barge dal titolo PromenArt. Il 2007 è l’anno del progetto I linguaggi del Mediterraneo: una ricognizione sulla creatività con artisti di vari paesi in una concezione di mediterraneo non ortodossa ma glocale. L’anno ha infine previsto due personali, rarissime per la filosofia En Plein Air: quella di Valter Luca Signorile, un omaggio/sfida a W.Burroughs Cibo Nudo e Le ragazze sono Asine di Marzia Gallinaro per la decima edizione del Progetto Maionese: un ironico viaggio nell’universo femminile. Nello stesso anno si inaugurano esperienze con alcune realtà scolastiche, non solo del territorio limitrofo, concepite con il principio didattico-laboratoriale come strumento di conoscenza veicolate attraverso l’esperienza artistica. A partire dal 2008, si sviluppano collaborazioni con il Comune di Cavour (realizzando due mostre presso il complesso Abbaziale) e con il Comune di Villafranca Piemonte (presso il Monastero). Nel 2008 prosegue il progetto I linguaggi del Mediterraneo che assume come titolo l’acronimo del sistema cromatico della stampa, la quadricromia: CMYK.

Altre mostre nella propria sede e nel complesso Abbaziale di Cavour coronano l’esperienza espositiva fino al 2009. Nel 2010 Arte Alchemica-Trasformazioni e trasmutazioni personale di Tere Grindatto e poi la collettiva Work to Work che avvia la sistematica collaborazione con la Pinacoteca Civica Pinerolese e il suo Conservatore il Prof.Mario Marchiando Pacchiola facendo interagire le opere del passato con quelle di artisti contemporanei. Nel 2011, con il progetto Alfabetomorso, scegliemmo di indagare le nuove realtà comunicative, gli spazi relazionali virtuali (in primis i social network); nel 2012 con il progetto Profile, l’indagine è proseguita incarnando come centrale il tema della rappresentazione del se, le nuove identità liquide (come direbbe il

sociologo Zygmunt Bauman), di questa contemporaneità sfuggente in perenne crisi e trasformazione. Con il 2013 vorremmo continuare l’avventura di questa ricerca e proprio nell’incalzare di una crisi economico/finanziaria/politica vogliamo affrontare la mancanza di prospettive affidando agli artisti, con il loro agire parallelo, le possibili risposte a questa condizione perché siamo convinti che la cultura (e quindi anche l’arte) continui a essere una via di ricerca che non può cessare di offrirci risposte anzi, puo’ nuovi versanti di visioni, magari momentanee, ma non per questo riduttive. Ecco che allora il tema che necessariamente ne consegue è il futuro e il titolo lapalissianamente diventa quindi Future. La mostra ha però un sottotitolo: le stanze del futuro. Il tema del 2013 risponde alle inquietudini e alle incertezze del presente e proprio per questo abbiamo deciso di affidarci a una regia curatoriale plurima coinvolgendo questa volta, non soltanto gli artisti “consacrati” o emergenti, ma anche coloro che si stanno muovendo nell’ambito artistico pur frequentando ancora le istituzioni scolastiche. Nel momento in cui stiamo scrivendo hanno aderito al progetto l’Accademia Albertina di Torino e quella Ligustica di Genova e sono in corso contatti con alcuni Licei del territorio non solo pinerolese. In questi anni abbiamo potuto realizzare questo numero considerevole di progetti, tutti caratterizzati da uno spirito mai meramente aritmetico e mai all’insegna della pura occasione espositiva perché abbiamo trovato il sostegno anche finanziario del Comune di Pinerolo, della Regione Piemonte, il sostegno di fondazioni bancarie (soprattutto la C.R.T. – Fondazione Sanpaolo) e di alcuni sponsor privati. La forza e la qualità dei progetti è stata patrocinata in primis dal Comune di Pinerolo che ci ha voluto includere nel circuito dei Musei Pinerolesi con cui godiamo di una convenzione. L’avventura dell’En Plein Air continua soprattutto per la totale disponibilità umana della Presidente dell’associazione, Elena Privitera, che offre i suoi spazi per creare ogni anno un’esperienza culturale riconosciuta ampiamente in chi gravita nel settore dell’arte contemporanea.


dg

7 Settembre 2013

Progetto Grafico: Arch.Marco Filippa Catalogo n째37


Future