9 minute read

FONDIRIGENTI

Next Article
TIKTOK

TIKTOK

Busta paga 2022: a guadagnarci di più sono i redditi medio-alti

Secondo la Fondazione Studi Consulenti del Lavoro la riforma del sistema di tassazione e la revisione delle misure di sostegno per la famiglia premiano la fascia 42-54mila euro

Advertisement

Sono i redditi medio alti (4254mila euro) a guadagnarci di più con l’intervento riformatore del sistema di tassazione italiano e la revisione delle misure di sostegno per la famiglia. Le sorprese non saranno sempre piacevoli per le buste paga dei lavoratori subordinati. L’impatto determinato dalle disposizioni contenute nella legge di Bilancio 2022 (l. n. 234/2021) e nel decreto legislativo che istituisce l’assegno unico e universale per i figli a carico (D.Lgs. n. 230/2021) è stato analizzato dalla Fondazione Studi Consulenti del Lavoro nella circolare n. 2/2022: un documento con numerosi esempi pratici che chiarisce come il combinato disposto della Manovra e della revisione delle misure di sostegno per le famiglie cambiano gli importi a disposizione di lavoratori e, più in generale, di contribuenti. Gli importi ricevuti, infatti, potrebbero non somigliare a quelli del passato perché parametrati sull’Isee del nucleo familiare invece che sul reddito ai fini fiscali. Nel documento la Fondazione si sofferma, infatti, ad analizzare in particolare le modifiche agli scaglioni e alle aliquote Irpef, nonché le misure e modalità di calcolo delle detrazioni per lavoro dipendente, pensione, redditi assimilati a quelli di lavoro dipendente e altri redditi (entrambe contenute nell’articolo 1, comma 2, legge 30 dicembre 2021, n. 234) come anche le novità in materia di trattamento integrativo dei redditi di lavoro dipendente pari a 1.200 euro annui (art. 1, comma 3, legge n. 234/2021). Si entra nel dettaglio, poi, dell’abrogazione della detrazione fiscale per redditi di lavoro dipendente e assimilati in caso di reddito complessivo ricompreso tra 28 e 40 mila euro (sempre al comma 3 della legge di Bilancio 2022) e dell’impatto dell’esonero contributivo parziale, per il 2022, a favore dei dipendenti con reddito inferiore a 34.996 euro (art. 1, comma 121, legge n. 234/2021). Tutte modifiche che determineranno una differente misura delle ritenute fiscali e del bonus. A queste disposizioni, già in vigore dal 1° gennaio, si aggiunge a partire dal mese di marzo l’assegno unico e universale per le famiglie (Auuf), con un ulteriore cambiamento nelle buste paga dei dipendenti: per effetto dell’abrogazione dell’assegno per il nucleo familiare e delle detrazioni fiscali per i figli a carico si riduce l’importo ricevuto direttamente dal datore di lavoro. In parallelo è possibile ricevere l’assegno unico corrisposto dall’Inps purché, in presenza dei requisiti soggettivi previsti, si sia provveduto in autonomia a presentare la domanda. «Non resta spazio per un grande ottimismo circa la quantificazione complessiva di tutte le modifiche apportate», afferma Rosario De Luca,

Presidente della Fondazione Studi

Consulenti del Lavoro. Le buste paga del 2022 riserveranno, dunque, «diverse sorprese e, in moltissimi casi, non positive», conclude De Luca.

CON L’ABROGAZIONE DELL’ASSEGNO FAMILIARE E DELLE DETRAZIONI PER I FIGLI A CARICO SI RIDUCE L’IMPORTO RICEVUTO IN BUSTA PAGA

Assegno unico universale ai blocchi di partenza

La prestazione, a regime da marzo, ha l’obiettivo di sostenere i nuclei familiari con figli a carico

Aregime da marzo 2022 l’assegno unico universale (Auu), la prestazione introdotta in attuazione della Legge n. 46/2021 con la finalità di sostenere i nuclei familiari con figli a carico. Dopo una prima fase avviata a luglio dello scorso anno, che ha riguardato una prima platea di beneficiari diversa dai lavoratori dipendenti, con l’entrata in vigore del D.Lgs. n. 230/2021, l’Auu da marzo 2022 si estende a tutti i nuclei familiari con figli minori ed in taluni casi anche a quelli con figli di età inferiore a 21 anni. Si tratta di una prestazione mensile che può essere richiesta da gennaio di ogni anno ed entro il mese di giugno che decorre dal mese di marzo di ogni anno fino al mese di febbraio dell’anno successivo. Nel caso di presentazione dal 1° luglio, decorre dalla data della domanda. Ogni anno i richiedenti dovranno effettuare apposita richiesta telematica all’Inps direttamente, accedendo con lo Spid nell’area del sito dell’istituto, oppure avvalendosi degli intermediari abilitati. Il pagamento avviene mediante accreditamento al richiedente all’Iban fornito in sede di presentazione della domanda. L’Auu è una prestazione completamente nuova rispetto a quelle già esistenti ma non si aggiunge ad esse in quanto il legislatore ha previsto il superamento delle diverse misure già presenti nel nostro ordinamento aventi la medesima finalità. In particolare, è prevista l’abrogazione delle seguenti prestazioni, alcune con decorrenza da gennaio 2022, altre dal successivo mese di marzo. Da gennaio 2022, non sono più previsti: - premio alla nascita o per l’adozione/affidamento del minore; - fondo di sostegno alla natalità; - bonus bebè. Da marzo 2022 vengono superati definitivamente: - gli assegni per il nucleo familiare con figli e orfanili; - gli assegni per i nuclei familiari numerosi con almeno tre figli minori; - le detrazioni fiscali per i figli a carico di età inferiore a 21 anni. La logica su cui poggia l’impianto normativo dell’Auu è diversa rispetto alle principali prestazioni che sostituisce. La nuova prestazione viene, infatti, calcolata sulla base dell’Isee del nucleo familiare nel quale è presente il figlio per cui spetta la prestazione. Ricordiamo, invece, che il calcolo degli assegni familiari ed il diritto alle detrazioni teneva conto del reddito ai fini fiscali dei componenti del nucleo familiare. Per il calcolo dell’Isee il riferimento è quello previsto dal Dpcm n. 159 del 2013. L’Isee è un indicatore che fa riferimento non solo al reddito dei soggetti che fanno parte del nucleo ma anche del loro patrimonio. Il calcolo è dunque molto più articolato ed il richiedente deve fornire in maniera puntuale tutti i dati necessari fornendo apposita autocertificazione. Oltre al reddito conseguito, occorre a tal fine tenere conto di ulteriori indicatori di ricchezza, tra i quali spiccano il valore del patrimonio immobiliare e mobiliare. Sono previste poi alcune deduzioni (es. spese sanitarie per disabili, assegno al coniuge) che il richiedente ha interesse a recuperare e dichiarare per ridurre il valore dell’Isee. Naturalmente, la misura dell’Auu spettante annualmente e corrisposta mensilmente, tiene conto del numero dei figli a carico nonché del valore dell’Isee del nucleo familiare. Il valore base dell’Auu è maggiorato in presenza di alcune condizioni soggettive dei componenti del nucleo familiare. Occorre comunque tenere presente che l’assegno unico spetterà comunque, in misura pari a 50 euro mensile per ogni figlio, nel caso di nuclei familiari con un Isee molto elevato o anche in assenza di Isee. L’importo dell’Auu è riconosciuto ai nuclei familiari per ogni figlio minorenne a carico e, per i nuovi nati, decorre dal settimo mese di gravidanza. Inoltre, spetta anche nel caso di figli maggiorenni a carico, fino al compimento dei 21 anni di età, se ricorre una delle seguenti condizioni: - frequenti un corso di formazione scolastica o professionale o un corso di laurea; - svolga un tirocinio ovvero un’attività lavorativa e possieda un reddito complessivo inferiore a 8.000 euro annui; - risulti disoccupato e in cerca di un lavoro presso i servizi pubblici per l’impiego; - svolga il servizio civile universale. Nel caso di figli con disabilità a carico, invece, non è previsto alcun limite di età.

DIMISSIONI VOLONTARIE SENZA PARACADUTE

Quasi 500mila i lavoratori che nel 2021 sono rimasti senza un contratto dopo aver lasciato il posto. L’indagine realizzata da Fondazione Studi Consulenti del Lavoro fotografa il fenomeno, in crescita soprattutto tra dipendenti over 55, laureati e professioni a elevata specializzazione

Dimissioni volontarie anche senza il paracadute di un nuovo contratto. Nel novero del milione e 81 mila lavoratori italiani che nei primi nove mesi dello scorso anno ha lasciato di propria iniziativa il posto di lavoro, quasi uno su due non risulta tra i nuovi assunti alla fine del III trimestre 2021. A rivelarlo è l’indagine “Le dimissioni in Italia tra crisi, ripresa e nuovo approccio al lavoro”, realizzata da Fondazione Studi Consulenti del Lavoro sui dati delle Comunicazioni Obbligatorie del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali che fotografa il fenomeno della cessazione volontaria del rapporto di lavoro per cause diverse dal pensionamento in Italia, trasversale per categorie e settori merceologici oltre che per dislocazione geografica. Le indicazioni più interessanti si rintracciano nelle caratteristiche anagrafiche e professionali dei dimissionari: in maggior parte giovani (43,2% sul totale), a bassa scolarizzazione (54,4%) e residenti al Nord (56,4%). Ma nel confronto tra i primi tre trimestri del 2019 con quelli del 2021 colpisce la crescita ‒ in contro tendenza rispetto ai dati che indicano nella fascia dei lavori precari (52,9%), a medio/ bassa qualificazione e spesso part-time quella a più alto tasso d’incidenza ‒ dei numeri relativi alle dimissioni tra gli adulti, i laureati e tra chi svolge una professione qualificata. Se la media generale di chi lascia la propria occupazione cresce del 13,8% nel 2021 sul 2019, quella che riguarda i lavoratori tra i 45 e i 55 anni e gli over 55 sale rispettivamente al 17 e al 21,5%; segnano un +17,7% i dimissionari laureati rispetto al 12,9% dei diplomati mentre, guardando al profilo professionale, si evidenzia un tasso di crescita più consistente ai vertici e alla base della piramide professionale (rispettivamente +22% e +23% rispetto al 2019). La fotografia del fenomeno non risparmia l’analisi settoriale che vede il comparto dei servizi come protagonista con il 69,4% dei dimissionari, in una proporzione coerente alla distribuzione degli occupati, per lo più nel commercio all’ingrosso (13,4%), nelle attività di alloggio e ristorazione (12,6%) e nella sanità (7,1%), comparto, quest’ultimo, dove la scelta sembra imputabile alla crescita della domanda dovuta all’emergenza o a fenomeni di burn out lavorativo. Particolare il caso del settore delle costruzioni che contribuisce al totale delle cessazioni volontarie con il 9,7%: la ripresa del mercato e le crescenti difficoltà di reclutamento di nuove professionalità in questo settore fanno impennare al 47,1% la variazione percentuale rispetto allo stesso periodo del 2019. «Il fenomeno delle dimissioni volontarie non è nuovo per la realtà italiana ma lo è il suo incremento – afferma Rosario De Luca, Presidente della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro ‒. Ne capiremo solo nei prossimi mesi la vera portata, soprattutto rispetto alle motivazioni, visto che non è possibile stimare all’interno della quota di lavoratori dimessi e non rioccupati quanti potrebbero aver deciso di avviare un’at-

RISPETTO AL 2019 SI EVIDENZIA tività in proprio, essersi occupati irregoUN TASSO DI DIMISSIONI PIÙ CONSISTENTE AI VERTICI E ALLA BASE DELLA PIRAMIDE PROFESSIONALE larmente o più semplicemente aver deciso di smettere di lavorare. Ancora una volta emerge, tra l’altro, che le maggiori opportunità di rioccupazione riguardano quei profili tecnici e specializzati dove è più alto il divario domanda/offerta, mentre i più penalizzati nella ricollocazione successiva sono i lavoratori a basso tasso di formazione e occupazione. È urgente investire su queste direttrici per adeguare le competenze alla nuova realtà che ci troviamo a vivere nel post-pandemia», conclude De Luca.

I PIÙ PENALIZZATI SONO I LAVORATORI A BASSO TASSO DI FORMAZIONE E OCCUPAZIONE

This article is from: