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Caro don Tonino ti scrivo, così mi rallegro un po’. Lo so. Questa è una lettera un po’ strana. All’apparenza sembra che sia io l’autore. In realtà, sono solo il destinatario. Sei tu a inviarmi un messaggio. Sei ancora un punto di riferimento per credenti e non credenti, pur se non mancano nuovi detrattori. Una cosa è certa, dopo ventisei anni, si parla ancora di te. Soprattutto a seguito della visita che Papa Francesco ha fatto alla tua tomba (20 aprile 2018). Il punto fondamentale del nostro dialogo è il seguente: nel nostro tempo, le trasformazioni si sono fatte più evidenti. Viviamo un cambiamento d’epoca. Ne fanno fede alcuni fenomeni tipici della società contemporanea di fronte ai quali sorge anche in me una sorta di melanconia, sentimento ormai diffuso.

Il primo mutamento riguarda il passaggio dal “paradigma libertario” a quello “securitario”. La globalizzazione, il terrorismo, le migrazioni, hanno spinto la gente verso un ripiegamento su se stessa, in una sorta di narcisismo e di chiusura. Alla ricerca di un godimento neo-libertino che rifiuta la Legge, si è aggiunto il ritiro sociale del soggetto, la sua introversione melanconica, l’enfatizzazione del tema della sicurezza. Ha preso così piede un movimento definito “sovranismo”, come attestazione di identità, tendente a trasformare il confine da luogo vitale di scambio a muro e bastione. D’altra parte, quasi per incanto, si è fatto largo il fenomeno delle cosiddette “sardine” che riempiono le piazze delle città. Il nome deriverebbe dalla locuzione "stretti come sardine", e richiamerebbe la caratteristica di questi pesci di essere piccoli

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e indifesi, e di muoversi in gruppo. Il movimento intende promuovere un dialogo più civile e gentile, rifiutando ogni manifestazione di odio, di discriminazione, di violenza verbale. Non meno significativa è la nuova “cospirazione” che si è creata, soprattutto tra i giovani di ogni parte del mondo, di porre rimedio ai guasti procurati della mancanza di cura e di rispetto del creato. La sostenibilità dell'ambiente, la salvaguardia del pianeta, la riduzione della plastica, il tema del riciclo sono diventati l’aspirazione di tutta la società e caratterizzano un'intera generazione di giovani, la cosiddetta “Generazione Greta”. Si calcola che il movimento studentesco globale, che ha assunto il nome di “Fridays For Future”, ha portato milioni di appassionati attivisti nelle strade per far sentire la propria voce e contrastare i peggiori effetti della crisi ambientale. Allora, cosa fare in questo cambiamento d’epoca? La Chiesa vive una stagione nella quale ai continui appelli alla “riforma” e alla necessità di “uscire” fanno da contrappunto nuovi “profeti di sventura” che pronosticano tempi bui per la Chiesa e si palesano “annunci di scismi” che minacciano la sua unità. Confusione, incertezza, perplessità sembrano attraversare il popolo di Dio. Guardando le cose dall’alto e, interpretando meglio di noi i “segni dei tempi”, tu, caro don Tonino, continui a ripeterci: «Additare le gemme che spuntano sui rami / vale più che piangere sulle foglie che cadono». Questa espressione non è la professione di un ingenuo ottimismo, ma esprime la forza della speranza che nasce dalla fede in Cristo risorto e dall’azione

trasformatrice del suo Spirito. Per questo, caro don Tonino, continui a sollecitarci a compiere «un cammino dello sguardo, in cui gli occhi si abituano a vedere in profondità», «a vedere tutta la realtà in modo nuovo», «a vedere con gli occhi di Cristo». In una parola, a vedere che l’annunzio di pace di Cristo risorto non è un’utopia. Quante volte hai parlato della pace e hai insegnato a coniugarla con una molteplicità di parole attraverso il gioco dell’acrostico. Sorridendo, mi ricordi che la lettera “P” sta per “preghiera e passione”, premessa indispensabile per disinnescare l’atteggiamento di misurare tutto con il bilancino, invece di accendere il fuoco d’amore che divampa e brucia senza riserve e senza misura. La lettera “A” evoca un comportamento “audace e accogliente”, senza ambiguità e furbizie; uno stile come quello del Risorto che scaccia ogni forma di paura e apre le braccia per accogliere tutti. La lettera “C” sta per “comunità e convivialità”; “da soli non si cammina più”. La lettera “E” richiama la gioia “dell’esodo e dell’esultanza”, un santo pellegrinaggio, una carovana di uomini gioiosi di stare insieme e osare la speranza. Con la parola “pace”, caro don Tonino, ci regali un “ottuplice sentiero” per continuare a camminare, nonostante le resistenze, i disaccordi e le contraddizioni del nostro tempo. Accogliendo questi tuoi suggerimenti, avverto una trasformazione interiore: la mia inziale melanconia comincia a diradarsi. Come la nebbia si scioglie quando compare il sole, così la luce di Cristo risorto mette in fuga le tenebre e rischiara ogni cosa. Rifiorisce la speranza. Cordiali saluti, don Tonino! Il tuo confratello nell’episcopato + Vito Angiuli

Lettera aperta a don Tonino Bello, tra melanconia e speranza, in “Vita Pastorale”, febbraio 2020, pp. 15-16

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Convegno Liturgico Diocesano 29-31 gennaio 2020 Appunti di don Rocco Frisullo

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A MO’ DI INTRODUZIONE

Promulgando la Costituzione Sacrosanctum Concilium, papa Paolo VI affermava: “Esulta l’animo nostro per questo risultato. Noi vi ravvisiamo l’ossequio alla scala dei valori e dei doveri: Dio al primo posto, la preghiera prima nostra obbligazione; la liturgia prima fonte della vita divina a noi comunicata, prima scuola della nostra vita spirituale, primo dono che noi possiamo fare al popolo cristiano, con noi credente ed orante, e primo invito al mondo, perché́ sciolga in preghiera beata e verace la muta sua lingua e senta l’ineffabile potenza rigeneratrice del cantare con noi le lodi divine e le speranze umane, per Cristo Signore e nello Spirito Santo ...”. Il convegno celebrato ha voluto manifestare l’attenzione dell’Ufficio Liturgico ad un settore importante della vita celebrativa della comunità, quale quello della musica liturgica.

Questa mia relazione si pone come sintesi di quello che P. Jordie Piquè e Mons. Antonio Parisi hanno detto nei loro interventi. I punti che evidenzierò possono indicare una strada da percorrere per la giusta valorizzazione della musica liturgica e sono affidati alle singole parrocchie, ai fedeli e ai parroci. Vediamo insieme cosa ci è stato detto in queste due sere dai nostri relatori.

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1. QUALCHE PREMESSA a. Anzitutto è stato sottolineato il ruolo che il canto e la musica svolgono all'interno della liturgia. Il dato puramente estetico è importante anche se non esclusivo: l'elemento estetico diviene la base su cui impostare la possibilità per la liturgia di essere compresa e vissuta come apertura al Mistero, come contemplazione, come stupore e lode; è in questo modo che la liturgia diviene glorificazione di Dio e santificazione dei fedeli. Ed è proprio per questo che la musica sacra è definita parte integrante e necessaria della liturgia; non una parte accessoria, ad libitum, non più solo “serva” della liturgia (nel senso che il canto debba servire a rendere più bella la liturgia) ma parte indispensabile che ne completa l'efficacia e senza la quale la liturgia è incompleta. b. Un secondo elemento evidenziato è il canto come forma di partecipazione attiva tra le più complete e simboliche della liturgia. Tutta l'assemblea che canta (e qui per assemblea si intende l’insieme di presidente, vari ministri, coro…) e che esprime coralmente la propria fede, è segno visibile di quanti riconoscono che il mistero di Dio si rende presente agli uomini, è segno e anticipazione di quel canto eterno che riempie la Gerusalemme Nuova, il canto di coloro che dall'Agnello sono stati redenti. Per poter essere tale, per favorire il clima di preghiera e di partecipazione, per orientare al mistero, per poter aiutare la liturgia a meglio esprimere sé stessa, il canto deve possedere dei requisiti teologici e artistici ben precisi. c. In ultimo, i loro interventi ci hanno fatto capire che conosciamo poco i documenti magisteriali e i libri liturgici: la Costituzione Sacrosanctum Concilium del Vaticano II, l'istruzione Musicam Sacram, l'Istruzione Generale del Messale Romano, l’Ordinamento Generale delle Letture, l'Istruzione Generale della Liturgia delle Ore, le Precisazioni della CEI sul Messale Romano ed.1983, la Nota Pastorale della CEI, Il rinnovamento liturgico in Italia (vd. allegato).

2. PERCHÉ SI CANTA IL CANTO NELLA LITURGIA, IL CANTO DELLA LITURGIA Perché cantiamo nella liturgia? La risposta parte dalle considerazioni fatte in questi ultimi anni dall'antropologia culturale, l'etnologia musicale e la sociologia religiosa. In tutte le culture c'è un canto “religioso”, “sacro”, “rituale”, un canto con caratteristiche specifiche ed uniche, un canto che assume e comprende tre elementi principali:

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- il senso della festa, - l'esaltazione della parola umana, - il carattere simbolico in riferimento all'unione-unità dei partecipanti. Queste tre motivazioni basilari comuni a tutte le culture religiose, trovano un approfondimento nello specifico progetto della celebrazione cristiana che le ha adeguate alle esigenze teologiche e rituali proprie. Ecco allora che dal primo elemento, il senso della festa, scaturisce la funzione del “significare il rendimento di grazie” proprio della celebrazione cristiana dei Sacramenti - in particolare dell'Eucaristia - e della Liturgia delle Ore. Dalla capacità della musica e del canto di esaltare la parola umana per conferirle un’aggiunta di senso grazie al ritmo, alle immagini e alla sonorità, nasce la funzione liturgica dell’annunziare il Vangelo sia in senso stretto (l’antica cantillazione permetteva la memorizzazione e quindi la meditazione personale dei testi in tempi in cui la cultura era prevalentemente trasmessa oralmente) sia in senso lato, con la ripresa in canto di temi o pagine bibliche, dell'eucologia (orazioni, prefazi ... ), e di tutto ciò che permette l'annuncio della Buona Novella e la sua diffusione nel mondo. Infine, dalla capacità simbolica che canto e musica hanno in riferimento all'unione-unità di chi si esprime attraverso di essi, ecco scaturire la terza funzione: sostenere la professione di fede della Chiesa, permettere cioè, di esprimere e rendere visibile il credo comunitario, facendo di un insieme di individui sia pure radunati per i medesimi intenti, una comunità di credenti e poi un’assemblea celebrante. L'efficacia pastorale non sta nel “cantare tanto per cantare” o nel “cantare per far fare qualcosa alla gente”, oppure nel “cantare per tenere insieme un gruppetto di ragazzi”. L'efficacia pastorale del canto sta nell'essere esso stesso liturgia, sta nel far convergere il canto all’azione liturgica e alle sue dinamiche, ai suoi contenuti, alle sue strutture linguistiche, alla sua spiritualità. Il canto sarà pastoralmente efficace quando sarà un tutt'uno con ciò che si celebra.

3. CHE COSA SI CANTA NON LE PAROLE MA LA PAROLA, NON IL RUMORE MA LA MUSICA In merito a cosa si canta nella liturgia sono emerse alcune esigenze molto importanti. 1. Il riferimento ai testi dei canti. La verifica del testo deve essere la prima preoccupazione nella scelta di un brano. Deve trattarsi sempre di un testo dottrinalmente sicuro, non ambiguo, non di vaga religiosità, ma capace di dare un chiaro messaggio di fede (cattolica s’intende!). Inoltre il testo deve fare riferimento al contenuto della celebrazione. Quando non si tratta di un testo già codificato dai libri liturgici, come nel caso dei canti rituali (un tempo detti Ordinario), è indispensabile che esso abbia un aggancio logico e letterale o per immagini, ai contenuti della celebrazione e del tempo liturgico. Questo richiamo serve a dare maggiore spessore al contenuto e al messaggio liturgico, per non creare giustapposizioni, contrasti o divergenze tra esso e ciò che si canta. Sarebbe opportuno dare la precedenza ai testi tratti dalla Sacra Scrittura, secondo la tradizione liturgico-musicale della Chiesa. Infatti, possiamo considerare un modello di riferimento per tale lavoro, l’opera svolta nei secoli per la formazione del Messale. Ogni celebrazione è stata dotata di testi (antifone d'ingresso, d'offertorio, di comunione, graduali, canti al Vangelo...) che hanno offerto la base per le composizioni confluite nel repertorio gregoriano, repertorio ufficiale della liturgia cattolica. La scelta dei testi, quasi esclusivamente biblici, nasce da un’attenta meditazione della Parola di Dio e dei misteri liturgici, per trovarvi corrispondenze e reciproca illuminazione. Alla base del Messale non c’è un’azione casuale, ma un’azione scaturita dalla dimensione contemplativa della

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liturgia e dalle sue stesse esigenze. Ecco perché nel canto gregoriano noi assistiamo alla massima e completa fusione tra parole-rito-musica. La preferenza va accordata ai testi biblici, anche per essere in sintonia con quella ininterrotta tradizione, e per riscoprire una sorgente inesauribile da cui possa nascere e nutrirsi la nostra preghiera liturgica. 2. Scaturisce da queste osservazioni la ripresa di una normativa del Messale (purtroppo puntualmente inosservata) che concede l'utilizzo di altri canti rispetto a quelli del Messale “purché siano approvati dalla Conferenza Episcopale nazionale o regionale o dall’ordinario del luogo” (IGMR 26.56). La preoccupazione che la liturgia rispecchi sempre in tutte le sue parti l'affermazione “Lex orandi statuit lex credendi” (così che nella liturgia si ritrovi tutta e sola la norma della fede), ha portato la chiesa a vigilare costantemente sui testi in uso nei riti affinché questi non contenessero errori, devianze o parzialità riguardo alla dottrina cattolica. Da qui l'abbondanza di testi biblici, come abbiamo già evidenziato. Per testi diversi da quelli tratti dalla Sacra Scrittura, la prudenza della Chiesa ha sempre vincolato l’uso alla previa approvazione dell'autorità competente, la sola che può legiferare in campo liturgico: “Regolare la sacra Liturgia compete unicamente alla autorità della Chiesa, la quale risiede nella Sede Apostolica e, a norma del diritto, nel Vescovo. In base ai poteri concessi dal diritto, regolare la Liturgia spetta, entro limiti determinati, anche alle competenti assemblee episcopali territoriali di vario genere legittimamente costituite. Di conseguenza nessun altro, assolutamente, anche se sacerdote, osi di sua iniziativa, aggiungere, togliere o mutare alcunché in materia liturgica” (SC 22). Da questa perentoria affermazione del Concilio Vaticano II scaturisce la normativa, tuttora vigente, che consente l'utilizzo di altri canti, diversi da quelli indicati nei libri liturgici, “purché siano approvati dalla Conferenza Episcopale nazionale o regionale o dall'Ordinario del luogo.” (Cfr. l'Istruzione generale del Messale romano nn. 26 e 56)1. 3. Un terzo elemento di riflessione riguarda l’introduzione di testi parafrasati al posto dei canti rituali, come ad esempio il Gloria, il Santo ed il Padre nostro. Quanto questo comportamento sia fuori da ogni logica (non dico da ogni regola) liturgica si vede da sé. Forse che le “ipsissima verba Christi” che i Vangeli ci hanno tramandato, che le comunità cristiane hanno gelosamente custodito, che sono state fonte di meditazione e di trattati per i Padri della Chiesa e per i maestri di spirito di tutti i tempi, siano diventate insufficienti agli occhi e agli orecchi del Padre comune tanto da dover essere espressi in altra forma? Forse che tale testo non sia più attuale o espresso in maniera comprensibile?

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Quanto questa precisa condizione sia stata rispettata nel recente passato e lo sia nel presente è sotto gli occhi di tutti! A riprova di ciò ecco uno scritto del Cardinale Giacomo Biffi, arcivescovo di Bologna, nel quale si stigmatizzano testi di alcuni canti: “Vorrei richiamare i pastori d'anime a un maggior senso critico nei confronti dei testi da cantare durante la messa. Non tutti - anche tra quelli che possono ritenersi lodevoli e suggestivi - sono adatti all'Eucaristia. Ad esempio, non vorrei mai ascoltare durante la messa la preghiera contenuta nel Quinto Evangelio di Pomilio: «Cristo non ha mani...», perché non è «vera» e può comunque indurre a opinioni errate sulla reale esistenza del Cristo vivo. Né: «La tua porta sarà chiusa... per il grande della storia» perché non è «vera»: e in ogni caso bisogna cantare la misericordia del Padre e non le nostre antipatie sociologiche. Né: «Noi non sappiamo chi era, noi non sappiamo chi fu…» e altri canti simili a questi.”

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4. QUELLO CHE SI CANTA

LA VALUTAZIONE DEL REPERTORIO DOMENICALE A PARTIRE DALLA COMPONENTE MUSICALE È stato spesso sottolineato in queste sere che il canto e la musica contribuiscono a rendere “più vera” la celebrazione liturgica. Non è solo la bellezza di un brano o la profondità del testo a far sì che tale composizione contribuisca in modo degno alla liturgia, ma soprattutto il fatto che essa sia strettamente legata alla struttura della celebrazione, ai suoi contenuti. E la prima legge della liturgia riguarda la verità dei segni posti. Proprio questa legge ci impedisce di cantare tanto per cantare e ci invita invece a pensare ogni intervento musicale in rapporto alle caratteristiche della celebrazione, al ritmo celebrativo, alla pluralità di attori musicali, di interventi e di forme, alla conformazione stessa dell'assemblea, perché la liturgia esprima in un tutto omogeneo il messaggio particolare di cui ogni celebrazione è carica. Ecco perché non ogni canto e non ogni musica sono adatte alla liturgia e non ogni brano di musica sacra è adatto ad ogni momento della celebrazione e a un determinato tempo liturgico. Occorrono una serie di criteri per la valutazione del repertorio a partire dalla componente musicale. Sono criteri che, se applicati, ci permettono di celebrare una liturgia viva e vera, come abbiamo già specificato. Il primo dei criteri riguarda la validità musicale del brano, in particolare la “correttezza formale” e la “bellezza compositiva”. Non ci si stancherà mai di raccomandare questi due elementi, indissolubilmente legati alla validità della proposta. Con correttezza formale intendiamo riferirci all’applicazione delle regole del comporre musicale, regole così spesso inapplicate anche nei tanti canti che vanno per la maggiore nelle nostre chiese. Per comporre musica non serve solo l'orecchio, ma occorre essere veri musicisti, e per essere musicisti occorrono anni di studio e non solo una semplicistica buona volontà; per essere compositori, poi, è necessario possedere doti naturali sviluppate anch’esse con uno studio serio e assiduo2. Il secondo criterio di verifica della componente musicale di un canto riguarda la necessità che il linguaggio, oltreché essere musicalmente valido e corretto, debba essere anche religioso, capace, cioè, di mediare il rapporto tra l’uomo e Dio, un linguaggio legato certamente al proprio contesto culturale o epocale, ma non per questo privo di connotati propri. Il terzo criterio di verifica della componente musicale di un canto riguarda la “funzionalità” del brano rispetto alle esigenze rituali. Si tratta del criterio che indica le condizioni

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Una interessante rassegna di problemi sollevati a livello di repertorio carente da un punto di vista della correttezza formale la possiamo trovare in un interessantissimo articolo pubblicato dalla Rivista Internazionale di Musica Sacra nel numero 3-4 del 1992: Bruno Meini, Il canto dell’assemblea nelle celebrazioni liturgiche: riflessioni e proposte di un ascoltatore curioso. Da ascoltatore curioso ma soprattutto da musicista, l'articolista analizza spietatamente le gravi lacune di canti famosissimi, mettendo in evidenza l'imperizia (e in qualche caso meglio sarebbe dire la crassa ignoranza) musicale dei presunti compositori. L'analisi viene estesa agli elementi ritmici, alla simbiosi testo-melodia, agli aspetti armonici, fino a rilevare tracce melodiche prese di sana pianta dal repertorio classico profano o addirittura dal rock: “Il mio bacio è come un rock”, canzone lanciata da Celentano nel 1959!!!

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per le quali la musica sacra sarà tanto più santa quanto più strettamente sarà unita all’azione liturgica. Il concetto di musica sacra non è un concetto ipostatizzato, qualcosa di valido universalmente e a prescindere da qualsiasi condizione; la musica sacra non è tale ipso facto, ma solo se c'è corrispondenza tra segno sonoro e la realtà liturgica celebrata, una corrispondenza che riguarda e scaturisce nello stesso tempo dal testo e dalla forma musicale, i quali devono nutrirsi della celebrazione e al tempo stesso nutrire la celebrazione liturgica. Gli ultimi due suggerimenti ci invitano a costruire un progetto generale anche per quanto riguarda il canto liturgico, progetto che deve partire dalla tipologia celebrativa (che tipo ci celebrazione andiamo a preparare se una messa o una liturgia delle ore o altro), e che deve prendere in considerazione ciascun periodo dell'anno liturgico. Una progettualità seria, inoltre, dovrà partire dal repertorio già in uso nelle comunità e valutarne le lacune, quindi programmare l'inserimento di nuovi canti; dovrà considerare la presenza o meno dello schola; dovrà valutare gli elementi che di volta in volta si dovranno mettere in evidenza per mezzo del canto. Tale progettualità è opportuno che parta dalla considerazione della diversificazione tra liturgia feriale e festiva, perché le prime siano veramente feriali, distinguendosi anche per numero di canti e carattere dei medesimi, mentre le festive siano efficacemente segnate da una maggior ricchezza del canto, tale da far percepire il carattere di Pasqua settimanale. Corriamo spesso il rischio, infatti, di appiattire ogni celebrazione applicando il medesimo schema di esecuzione: canto di ingresso, canto al Vangelo, canto d'offertorio, canto di comunione, canto finale3. Il criterio della solennizzazione progressiva esposto in Musicam Sacram mette in risalto l'esigenza imprescindibile di dare un diverso spessore musicale alle celebrazioni a seconda del fatto che siano ferie, memorie, feste e solennità, che ricorrano in settimana o che siano celebrazioni domenicali. Tale criterio ci permette di partire da un minimo irrinunciabile anche per le messe feriali, minimo che è costituito dai due elementi che devono sempre essere cantati, l’Alleluia e il Santo, fino ad un massimo che comprende tutti gli interventi possibili, in modo particolare i canti rituali del celebrante. Tra questi due estremi sono comprese tantissime possibilità; verissimo in teoria, ma nella pratica delle nostre comunità?

5. CHI CANTA NON TUTTO A TUTTI MA A CIASCUNO IL SUO “Un ministero da espletare”. La riflessione di questi giorni ci ha aiutato a comprendere in che modo la liturgia parla di ministerialità del canto e della musica. C'è una ministerialità intrinseca dell’aspetto musicale nei confronti della liturgia: il canto e la musica si pongono, accanto ad altri segni, al servizio dell’azione liturgica per contribuire a realizzarne il duplice scopo: la glorificazione di Dio e la santificazione dei fedeli. Una musica può essere bella fin che si vuole, ma se è inserita malamente in un contesto liturgico e se stravolge l'azione liturgica stessa, essa ne diviene un corpo estraneo, non serve la liturgia, non si pone nell'ottica della ministerialità, ma assume un ruolo che non le compete, una

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E magari il Santo “è meglio tralasciarlo perché sennò si allunga la Messa”! Tale obiezione, udita con i miei orecchi, la dice lunga sui criteri che vigono nelle nostre comunità circa la scelta di cosa si deve o si può cantare.

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importanza eccessiva e decisamente fuorviante perché, in definitiva, essa finisce per celebrare se stessa e non l’evento. Un secondo aspetto che riguarda il concetto di ministerialità in riferimento al canto liturgico è quello della pluralità dei ministeri che canto e musica esigono. Non utilizzo a caso questo verbo così forte, perché tutti i libri liturgici parlano di numerosi e differenziati ministri musicali che esprimono il proprio partecipare all’assemblea liturgica attraverso il canto. Possiamo anche dire che proprio attraverso il canto si contribuisce a dare specificità al ruolo che ognuno nella celebrazione ricopre: presidente (vescovo, sacerdote o diacono nei casi consentiti), assemblea, coro, lettori, salmisti, solisti, direttori di coro e del canto dell'assemblea, organisti e strumentisti vari. Come si può notare i soggetti chiamati a cantare e quindi a partecipare alla liturgia cantando sono numerosi e ben differenziati: ciascuno ha un suo ruolo da svolgere, senza prevaricare il ruolo degli altri componenti. Sono da evitare in modo perentorio le assolutizzazioni dei due estremi: canta solo il coro o canta solo l'assemblea. Ministero proprio del canto è innanzitutto quello del sacerdote presidente dell’assemblea liturgica e del diacono, quando presente. Essi, quando cantano le loro parti proprie, contribuiscono ad una maggior incisività e a un maggior peso della parola liturgica. È importante riprendere tale funzione musicale della parola presidenziale, se non in tutto ciò che è possibile almeno nelle orazioni e nel prefazio, che per il loro andamento solenne più si prestano a tale forma. In secondo luogo vanno presi in considerazione gli interventi dell'assemblea previsti dal Messale Romano, il quale li indica come “propri” o “strettamente propri”. Infine, le parti proprie del coro o della schola cantorum. È bene riprendere alcune caratteristiche fondamentali perché non sono ancora di patrimonio comune: 1) il coro è parte dell'assemblea liturgica. Questa affermazione non vuol dire che il luogo di collocazione della schola sia esclusivamente in mezzo all’assemblea, ma comunque a stretto contatto con essa. Indipendentemente se da una parte o dall’altra dell’edificio chiesa, l'affermazione in oggetto, più che concernere lo spazio occupabile dalla schola, riguarda la mentalità con cui il coro deve porsi nei confronti delle altre componenti: l’assemblea, in particolare, rimane il punto di riferimento anche per le scelte di repertorio del coro. 2) Il coro si pone al servizio dell'assemblea. Questo servizio si esplica sostenendo il canto dell’assemblea anche in dialogo ed alternanza con essa, favorendo la partecipazione attiva dei fedeli. C’è un compito ulteriore della schola che consiste nell’aiutare la partecipazione dell’assemblea favorendo l’ascolto e la preghiera interiore con l’esecuzione di alcune parti (e solo quelle) che possono essere affidate al coro e che provengono dalla tradizione musicale sacra della Chiesa. L'Istruzione Generale del Messale Romano è estremamente precisa nell'elencare le parti che possono essere eseguite dalla schola e che rientrano nella funzione pedagogica del coro stesso. Sembra quanto mai strano che ancora non ci si sia adeguati in modo convinto. Tali interventi sono: - il canto d'ingresso (cfr. IGMR n° 26). - il Gloria (cfr. IGMR n° 31), - il Salmo tra le letture (affidato al salmista, cfr. IGMR n° 36), - il canto di offertorio (cfr. IGMR n° 50),

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- il canto di comunione (cfr. IGMR n° 56i). Non si parla di canto finale ovviamente, non essendo previsto dal messale. Questi, e solo questi, sono gli interventi affidabili esclusivamente al coro. Nelle altre parti il coro può interagire con l'assemblea, può alternarsi ad essa, può sostenerla, ma non può e non deve mai sostituirsi ad essa in modo particolare in quelle che l'IGMR chiama “parti proprie” dell'assemblea, cioè: - le risposte ai dialoghi con il celebrante; - le acclamazioni al Vangelo; - le risposte alla preghiera universale; - il Santo; - le acclamazioni di anamnesi (mistero della fede); - l’Amen al termine della preghiera eucaristica; - il Padre nostro. Tale elencazione deve essere attentamente considerata e presa sul serio: deve cioè divenire patrimonio comune dei nostri cori e delle nostre assemblee. Un ulteriore ruolo che esplicita la ministerialità del canto liturgico è quello dei cantori solisti, in modo particolare di coloro che hanno un compito specifico da svolgere nella liturgia, come il salmista. Se anche solo per la proclamazione (cioè per la semplice lettura) del salmo è necessario che il salmista “possegga l'arte del salmodiare e abbia una buona pronuncia e una buona dizione” (PNMR n° 67) ciò è tanto più vero e necessario quando il salmo viene cantato. Soprattutto nelle liturgie domenicali si dovrebbe avere l’accortezza di introdurre il canto del salmo responsoriale. È una prassi questa non tanto sviluppata, almeno nella nostra Diocesi, mentre dovrebbe costituire un felice momento di connubio tra arte musicale e preghiera, tra espressione lirica e dimensione contemplativa, tra “proposta” da parte di Dio con la sua Parola e “risposta” da parte del popolo di Dio tramite una delle più alte espressioni dell’animo umano, la musica appunto. La consapevolezza dell’importanza dei diversi ruoli musicali all’interno della celebrazione liturgica e della necessità di una continua educazione a meglio comprendere i caratteri salienti del loro ministero liturgico, conduce a definire le caratteristiche fondamentali e i requisiti minimi ed indispensabili del direttore di coro, dell’animatore del canto dell'assemblea, dell’organista e degli altri eventuali strumentisti, dei membri dei vari gruppi corali. Tali requisiti sono stati identificati in: atteggiamento di fede, senso del servizio, sensibilità liturgica. 1) Atteggiamento di fede: sembrerebbe strano doverlo ricordare ma non è raro il caso di incontrare dei buoni musicisti o dei buoni tecnici, che però vivono il loro far musica in chiesa essenzialmente dal punto di vista musicale, non sono cioè animati da spirito di fede e non sono partecipi dell’imprescindibile dimensione comunitaria della fede cristiana. Questo fondamentale requisito è la base su cui si appoggiano gli altri due atteggiamenti. 2) Senso del servizio: è proprio di chi vive nella fede i propri carismi e le proprie capacità mettendole a frutto, soprattutto nel servizio agli altri; nella liturgia tale atteggiamento è indispensabile proprio perché si tratta di esercitare un servizio, un ministero. Il senso del servizio aiuterà a superare inevitabili divergenze che dovessero sorgere tra dato musicale e necessità

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liturgiche contingenti; aiuterà pure ad affrontare gli inevitabili sacrifici legati ad un servizio continuato festivo, per esempio nei periodi di Natale e Pasqua. 3) Sensibilità liturgica: il mettersi a servizio della liturgia comporta una conoscenza abbastanza approfondita di tutte le dinamiche che concorrono a fare di un rito scritto sul Messale una celebrazione vera e viva. Non si può prescindere dalla preghiera personale, dalla conoscenza dell’anno liturgico e dei suoi ritmi, dall’approfondimento dei testi da utilizzare, dalla conformazione dell’assemblea nelle varie celebrazioni. La questione dell’uso di strumenti musicali nella liturgia. Vengono specificati i due ambiti nei quali si colloca il ruolo degli strumenti: il sostegno del canto e la funzione solistica. È giusto ribadire la preferenza dell’organo a canne rispetto a qualsiasi altro strumento. Il Concilio stesso si esprime in termini mai usati prima nei confronti di tale strumento: “Nella Chiesa latina si abbia in grande onore l'organo a canne, strumento musicale tradizionale, il cui suono è in grado di aggiungere notevole splendore alle cerimonie della Chiesa, e di elevare potentemente gli animi alle realtà celesti” (SC 120). Se la prima motivazione di tale preferenza è legata alla tradizione culturale e musicale propria dell'Occidente cristiano – e sarebbe sufficiente questa, nel “rispetto dell'indole e delle tradizioni dei singoli popoli” (MS 63) - la seconda è di gran lunga più specifica, in quanto entra nel merito delle capacità foniche e delle potenzialità musicali intrinseche allo strumento stesso, sia nell'ambito dell'accompagnamento del canto della schola e dell'assemblea, sia nell’ambito della esecuzione solistica. Anche per quanto riguarda l'organo a canne assistiamo nella Chiesa ad un curioso fenomeno: mentre cresce sempre più l'interesse culturale per tale strumento (restauri, concerti, incisioni di dischi...) diminuisce proporzionalmente l'interesse cultuale e l'utilizzo specifico dell'organo, facilmente abbandonato a scapito di altri strumenti che, solo in secondo ordine sono ammessi nella liturgia, e che comunque non godono di quelle peculiarità che spinsero i Padri Conciliari (ma anche il buon senso ed il buon gusto) a preferire l'organo a canne a qualsivoglia strumento. Capita come per il canto gregoriano: tutti lo apprezzano, tutti lo esaltano, tutti si commuovono religiosamente a sentirlo, tutti corrono a comprarne dischi, tutti lo colgono come il canto sacro per eccellenza, ma dalle nostre chiese è quasi scomparso. Il “grande onore” in cui si deve tenere l’organo a canne va inteso anche come esortazione a: 1) un utilizzo nella liturgia secondo le modalità del rinnovamento liturgico che non ha mortificato, come taluno afferma, la presenza ed il suono dell'organo, limitandone i tempi di possibile uso, sia a sostegno dell'assemblea e del coro, sia in veste di commentatore solistico; 2) salvaguardia del patrimonio organario antico. La consapevolezza di possedere e conservare beni culturali porta la Chiesa a valutare con maggior attenzione gli interventi di restauro, perché siano rispettosi dell'eredità del passato che è sempre da conciliarsi con le aspettative del presente; 3) incremento del patrimonio, con costruzioni di nuovi strumenti che oggi come un tempo, trovino negli ideali sonori contemporanei un'espressione musicale confacente con la religiosità dell'uomo contemporaneo; 4) studio e ricerca sull'organaria del

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passato, non certo fine a stessa ma sempre per arricchire il presente. La valutazione circa l'inserimento nella liturgia di altri strumenti secondo quanto raccomanda l'istruzione Musicam Sacram 63, è condizionato da una parte dall’essere adatti all’uso liturgico e dall’altra a che non siano propri della musica profana. Circa il primo criterio vale quello che si diceva poc’anzi nei riguardi della qualità del suono dell'organo. Per questo si afferma che il discernimento è legato più all’uso che si fa degli strumenti e al repertorio da essi voluto, che alla loro natura, cioè, in parole povere, al come e al che cosa si suona. 6. UNA COMUNITÀ EDUCANTE IL BISOGNO DI OPERATORI FORMATI È stato richiamato, infine, l’impegno di ciascuna comunità alla formazione dei coristi, del direttore, dell’organista e dell’animatore del canto dell’assemblea. Ciascuna parrocchia, infatti, deve sentirsi responsabile innanzitutto nel considerare il canto e la musica nella liturgia un problema pastorale, con tutto quello che tale definizione comporta: analisi dei problemi, verifica della situazione concreta, obbiettivi da raggiungere, metodologie da attuare ecc. In secondo luogo ogni comunità deve sentirsi impegnata a costituire un coro, grande o piccolo non importa, come non importa neppure se costituito da persone professionisti, competenti o solo da amatori del canto. Quanto sin qui affermato ha chiarito le idee circa la necessità della presenza del coro nella liturgia, insita nella logica stessa della struttura ministeriale della liturgia. In terzo luogo ogni parrocchia deve curare la formazione dei ministri musicali, formazione che spazia dalle nozioni di liturgia, alla cultura biblica, dalla spiritualità della vita cristiana alla spiritualità liturgica; formazione questa che può essere benissimo effettuata nella propria parrocchia o a livello foraniale, vedremo come poterla fare. Accanto a questa particolare formazione ci si deve impegnare anche in quella ben più onerosa della preparazione musicale dei soggetti. Non sarebbe disdicevole che la parrocchia si preoccupasse dell’educazione musicale di alcuni ragazzi dotati e desiderosi di mettersi al servizio della liturgia, preoccupazione che potrebbe anche assumere la struttura di contributo economico per tale formazione. Sarebbe certamente un buon investimento, pastoralmente giustificabile. Nel campo musicale, infatti, la buona volontà non basta; occorre pure la tecnica, l’arte del linguaggio proprio dell’espressione musicale e per appropriarsene occorre studiare. Forse, in questo campo abbiamo preferito servirci troppo di volonterosi orecchianti, e non invece di personale serio e preparato, sia dal punto di vista musicale che liturgico. Tale preparazione non è certo possibile a livello parrocchiale; la nostra Diocesi vanta una scuola teologico pastorale molto ben avviata e che potrebbe appoggiare un progetto musicale qualora fosse presentato.

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QUESTIONI PRATICHE DA AFFRONTARE evidenziate da don Antonio Turi

È necessario che ogni comunità parrocchiale si dotata di: 1. Un coro parrocchiale o Schola Cantorum con referente, organista e altri strumentisti; 2. Esso sia rappresentato all’interno del Consiglio pastorale parrocchiale. 3. La necessità di un gruppo liturgico parrocchiale che coordini insieme al referente musicale l’attività liturgica delle celebrazioni. 4. Necessità che ogni Schola presenti al proprio parroco il programma del cammino del Coro indicando i canti scelti. 5. Partecipazione dei Cori a esperienze diocesane quali convegni o rassegne di musica sacra, per crescere e condividere il proprio impegno con tutta la chiesa diocesana. 6. Sensibilizzare la partecipazione al Coro Diocesano. 7. Fare tesoro del Repertorio Nazionale per la liturgia dal quale attingere nella scelta dei canti. 8. I canti per la celebrazione delle esequie. 9. Musiche durante le processioni funebri. 10. Canti e musiche da eseguire durante la celebrazione del Sacramento del matrimonio. 11. Condivisione con gli uffici diocesani (in collaborazione anche con la Scuola diocesana di formazione teologico-pastorale) nella formazione di:  animatori liturgici di comunità con scuola di formazione liturgico musicale;  percorsi che aiutino i sacerdoti a intonare e a cantare;  realizzazione di un repertorio di canti diocesano (ormai in consegna entro l’anno).

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FESTA DELLA PRESENTAZIONE DEL SIGNORE XXIV GIORNATA MONDIALE DELLA VITA CONSACRATA

Festa a Ugento con le Consacrate e i Consacrati della Diocesi di Marilena De Pietro ll 2 febbraio ricorre, come ogni anno, la festa della Presentazione del Signore e, in questo giorno, tutta la Chiesa celebra la Giornata della Vita Consacrata. «I miei occhi han visto la tua salvezza» (Lc 2,30) sono le parole di Simeone, uomo semplice, giusto e pio, davanti ad una creatura piccola e fragile come il Bambino Gesù. «I miei occhi han visto la tua salvezza» sono le parole che vengono recitate ogni sera a Compieta. E con queste si conclude la giornata, punto di arrivo e punto di partenza, occasione per «Guardare indietro, rileggere la propria storia e vedervi il dono fedele di Dio: non solo nei grandi momenti della vita, ma anche nelle fragilità, nelle debolezze, nelle miserie» ha ribadito il Papa nella sua Omelia nella Messa celebrata il 1° febbraio, presso la Basilica Vaticana, per i Membri degli Istituti di vita consacrata e delle Società di vita apostolica. Anche nella nostra Diocesi, nel giorno della vigilia, tutti i Membri della Vita Consacrata presenti in Diocesi, insieme con il Delegato episcopale per la Vita Consacrata, don Paolo Congedi, e la segretaria diocesana dell’USMI, sr. Margherita Bramato, hanno partecipato alla Celebrazione di ringraziamento presieduta dal Vescovo Mons. Vito Angiuli nella Chiesa Cattedrale di Ugento. Generosa la partecipazione dei Consacrati e delle Consacrate della Diocesi, riuniti intorno al Vescovo in preghiera con un ricordo particolare per il dono dei Testimoni che annunciano la presenza di Dio in Terre di missione o negli ordinari ambienti di vita quotidiana, dove spesso si manifestano situazioni complesse. Mons. Angiuli, rivolgendosi a ciascuno dei presenti, ha ricordato: «La sostanza della Vita Consacrata non cambierà mai, nonostante sorgano nuove forme, perché essa è una delle espressioni della struttura stessa della Chiesa, sua parte integrante. (…). Non bisogna avere paura del cambiamento quando ciascun Consacrato rappresenta il profumo di Cristo nel mondo, come dice s. Paolo nella 2 Cor 2-14. Tutto il Vangelo è una Festa di profumi: dai doni dei Magi alle Donne mirofore, portatrici di aromi! È molto bello considerare la propria vita offerta a Dio sotto questa angolatura, al di là delle cose che si fanno: ognuno di voi è presenza, incontro, profumo che si spande e invade gli ambienti magari quasi silenziosamente (…)».

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All’interno della stessa Celebrazione, tutti i consacrati hanno rinnovato la fedeltà a Cristo casto, povero e obbediente, con la gioia e l’impegno di essere «luce del mondo e sale della terra», uomini e donne di speranza. La celebrazione nella Chiesa Cattedrale è stata anche arricchita da una rappresentanza di Monache contemplative del Monastero di Alessano. A conclusione, ciascuna delle Comunità presenti ha ricevuto una lampada accesa a significare che i discepoli, con il loro modo di vivere e di agire, devono essere trasparente presenza di Dio nella comunità, luce che non deve illuminare solo loro, ma il mondo intero.

Auguri a Sr. Caterina per i 65 anni di vira religiosa

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di PIERO PETRACCA Salignano Mi chiamo Piero Petracca ho 50 anni, e da 20 anni sono sposato con Annalaura. Voglio iniziare a raccontare la mia testimonianza dal momento in cui ho conosciuto mia moglie, per poter spiegare meglio la nostra storia. Noi ci siamo conosciuti in chiesa, frequentando il coro e poi partecipando insieme alle varie iniziative parrocchiali della parrocchia Sant’Andrea apostolo Salignano, dove abbiamo celebrato il nostro matrimonio il 20 maggio 2000. Siamo sempre stati una coppia felice, nonostante il problema del lavoro, non fisso ma si è affrontato tutto con amore e tranquillità. Il 22 Aprile 2001 è nato il nostro primo figlio Salvatore, una gioia immensa ;dopo due anni ,il 24 Ottobre 2003 è nata Maria, ed io ero molto felice, perché si stava formando la famiglia che avevo sempre sognato. Purtroppo durante la crescita, nel momento in cui tutti i bambini muovono i primi passi, abbiamo osservato che lei era un po’ pigra nei movimenti delle gambe. All’inizio si pensava che fosse un normale ritardo. Ma a 17 mesi Maria ha iniziato a camminare ed abbiamo notato che il piede destro dava qualche problema e dopo un po’ sono iniziate le cadute . Vedendo che la situazione andava sempre a peggiorare, abbiamo cominciato a fare i primi ricoveri in vari ospedali: Verona, Reggio Emilia, per finire a Roma al Bambin Gesù dove a Maria è stato diagnosticata una malattia genetica rara, la “ leucodistrofia e neuropatia giganto assonale”.

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Ovviamente questi termini ci erano sconosciuti, dunque ci hanno spiegato che si trattava di una patologia rara che consuma i muscoli e per lei ancora non esiste nessuna cura. In quel momento tutto il mondo ci è crollato addosso, non nascondo che era dura trovare la voglia di andare avanti, pensando sempre: Signore perché tutto questo? Passati un po’ di giorni, ho iniziato a riflettere, chiedendo perdono al Signore per i miei pensieri con la certezza di continuare ad andare avanti per la mia famiglia e soprattutto per Maria che non aveva nessuna colpa. Ci siamo fatti forza, continuando con grandi problemi ,ma con tanto amore. Maria, già da quando ha iniziato a frequentare la scuola ha capito i suoi problemi fisici e i suoi limiti, per questo ringrazio le professoresse Ponzetta, Brindicci e Catalano per l’amore che da sempre hanno nei suoi confronti. Nel Marzo del 2011 Annalaura è rimasta incinta per la terza volta; per me, quel momento è stato tragico: ero felicissimo, ma allo stesso tempo avevo un’enorme paura, pensando che il problema di Maria si potesse ripetere .Feci un grande peccato, quello di chiedere a mia moglie l’interruzione della gravidanza, che portò solo litigio e nervosismo in casa mia. Lei mi disse con amore di mamma “se questa gravidanza è arrivata vuol dire che è un segno del Signore, “a quel punto l’abbracciai e dissi: “andiamo avanti e affrontiamo tutto.” Il 14 novembre 2011 è nato Gabriele ,un bambino bellissimo ed io ero felicissimo .Si ricominciò di nuovo con la famiglia allargata gestendo il tutto con tranquillità. Gabriele cresceva bello e robusto. Fin quando ad un tratto è comparsa una febbre strana; all’inizio si pensava che fosse un semplice raffreddore, ma notando che la temperatura non diminuiva, lo abbiamo ricoverato all’ospedale di Tricase e dopo i primi accertamenti, il responso è stato che Gabriele aveva una febbre chiamata centrale, dovuta a dei problemi uguali a quelli di Maria. A proposito ringrazio la dottoressa Gina Morciano e tutto il reparto di pediatria per la loro sensibilità e competenza. In quel momento io e mia moglie siamo crollati in un sconforto generale, questa volta ero io a consolare lei, anche se allo stesso tempo non riuscivo a darmi una spiegazione di ciò che stava succedendo, e a capire cosa dovevo fare.

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Anche con Gabriele abbiamo iniziato i ricoveri direttamente all’ospedale Bambin Gesù di Roma, e dopo i primi accertamenti e accaduto quello che si temeva; la stessa diagnosi di Maria. Ricordo bene quando il professore Dionisi disse” ci dispiace, ma la sfortuna si è proprio divertita.” Dimessi dall’ospedale e tornati a casa, dopo qualche giorno la febbre inizia a salire raggiungendo la temperatura di 40°, non riuscendo a farla diminuire. L’11 agosto 2015 lo ricoverammo nuovamente all’ospedale di Tricase, la situazione e andata sempre di più aggravandosi ,perciò è stato trasferito all’ospedaletto Giovanni XXIII di Bari. La situazione era molto grave prima si è presentata un’ischemia celebrale, poi un susseguirsi di complicanze con una degenza di 20 giorni, fino al 29 Agosto, quando un arresto cardiaco ha peggiorato ancora di più la situazione. I medici ci dissero” ci dispiace ma no c’è niente da fare. ”In quel momento pregai il Signore, chiedendogli se Gabriele dovesse morire che succeda almeno a casa, vicino a tutti i nostri familiari. Per questo non finirò mai di ringraziare il Signore perché siamo arrivati a casa la mattina presto di Domenica 30 Agosto e Gabriele è deceduto lunedì 31. Purtroppo perdere un figlio è una tragedia: mia moglie, dopo 4 mesi, ha avuto un crollo fisico, Salvatore è cambiato caratterialmente e io continuavo a chiedere” Signore, perché tutto questo? perché hai fatto si che la gravidanza andasse avanti? Senza rendermi conto di aver mancato di rispetto a Gabriele .Sì, perché nella sua breve vita ci ha onorati della sua meravigliosa presenza che farà parte di noi per sempre. Mi rendo conto di aver peccato, e per questo ringrazio don Salvatore Chiarello per aver aiutato a me e la mia famiglia a non abbonare mai la fede nel Signore e ringrazio sua eccellenza monsignor Vito Angiuli per esserci stato vicino negli ultimi momenti di vita del nostro Gabriele. Concludo questa mia testimonianza, dicendo che per un papà e una mamma perdere un figlio è un dolore immenso, una ferita che non si chiuderà mai, però non finirò mai di ringraziare il Signore, perché essere genitore di Salvatore, Maria e Gabriele è un onore.

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PIERLUIGI NICOLARDI

L’AGESCI E LO STILE DELLA COEDUCAZIONE4 Il tema che vi accompagna in questi due giorni è Essere testimoni di fede, capaci di educare la fede dei nostri giovani, consapevoli di essere parte preziosa della Chiesa, parole che papa Francesco ha rivolto nell’ultima udienza concessa all’AGESCI. In particolare, a me è chiesto di riflettere sull’uomo e la donna nelle Sacre Scritture. È un tema molto ampio che ho cercato di restringere e delimitare, in qualche modo, lasciandomi guidare da alcune contingenze culturali che stiamo vivendo in questi ultimi tempi. La società contemporanea, infatti, è difficilmente inscrivibile in un quadro culturale ben preciso; inquadrata spesso nella dimensione alquanto vacua della cosiddetta «postmodernità», è più verosimilmente definibile nella maniera proposta nel recente passato dal sociologo polacco Zigmunt Bauman, ossia come «società liquida»5. Come i liquidi, infatti, prendono la forma del contenitore che li accoglie, così la società contemporanea sembra essere plasmata da una serie di elementi e condizionamenti esterni. Il paradigma della liquidità si estende non solo alla cultura, ma anche al modo di percepirsi della persona e al suo relazionarsi con gli altri. Nel 2008 papa Benedetto XVI, in una lettera alla Diocesi di Roma, scriveva: Educare non è mai stato facile, e oggi sembra diventare sempre più difficile. Lo sanno bene i genitori, gli insegnanti, i sacerdoti e tutti coloro che hanno dirette responsabilità educative. Si parla perciò di una grande "emergenza educativa", confermata dagli insuccessi a cui troppo spesso vanno incontro i nostri sforzi per formare persone solide, capaci di collaborare con gli altri e di dare un senso alla propria vita6.

Questa emergenza educativa riguarda, tra gli altri, anche i temi dell’affettività e dell’identità sessuale; mai come oggi, proprio l’ambito affettivo/sessuale è descrivibile con il paradigma della liquidità. Per comprendere la complessità della questione basta fare una carrellata sull’innumerevole bibliografia che si sta producendo pro e contro il gender, ma soprattutto è interessante vedere come il dibattito oramai si sia trasferito dalle librerie alle aule dei Parlamenti e dei tribunali; la questione del gender, infatti, si sta trasformando da mera speculazione in vissuto. 4

Relazione per il Convegno dell’AGESCI Regione Basilicata Sulle tue orme camminerò. Potenza, 15 febbraio 2020. Cf. Z. BAUMAN, Modernità liquida, Roma-Bari 2011. 6 BENEDETTO XVI, Lettera alla diocesi e alla città di Roma sul compito urgente dell’educazione, Roma, 21 gennaio 2008. 5

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Oggi c’è una forte spinta ad educare le nuove generazioni nell’orizzonte ideologico che vuole imporre la visione della sessualità come una realtà fluida, che non determina la persona. Anzi, è l’individuo che può autodeterminarsi rispetto alla propria sessualità; la fluidità si concretizza nell’assoluta libertà di sentirsi oggi in un modo, domani in quello diametralmente opposto, ma pure plausibile. È quanto viene chiamato queer ideology, ossia l’idea dello scompiglio dei generi professato, tra gli altri, da J. Butler7. Questa mentalità sta permeando anche diversi percorsi educativi che «trasmettono concezioni della persona e della vita presunte neutre, ma che in realtà riflettono un’antropologia contraria alla fede e alla retta ragione»8. Alla luce di questa digressione, più che proporvi una sorta di esegesi biblica, cercherò di tratteggiare il profilo dell’uomo e della donna nella visione antropologica cristiana che, pur partendo dal dato rivelato, ha uno sguardo più vasto, grazie anche al contributo delle scienze umane. Questo primo passaggio è propedeutico a cogliere l’importanza, per l’educazione delle nuove generazioni, di uno dei pilastri dello scautismo proposto dall’AGESCI, ossia la coeducazione. 1. L’UOMO E LA DONNA NELL’ANTROPOLOGIA CRISTIANA 1.1 “Maschio e femmina li creò”. La biologia alla prova della sociologia La visione cristiana di uomo e di donna trova le sue radici nella narrazione biblica del libro della Genesi; qui vi sono due racconti della creazione – tanto diversi quanto complementari tra loro – che ci rimandano alcune verità importanti sulla persona umana. Nel primo racconto, il testo sacro afferma che «Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza […] maschio e femmina li creò» (Gen 1,27); il secondo racconto rimanda alla solitudine dell’uomo e alla necessità di creare, da parte di Dio, una creatura che fosse simile e gli corrispondesse: «Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile» (Gen 2,18). Queste parole mettono in luce che tra uomo e donna esiste una «vivificante relazione» 9 che li pone in relazione con Dio. Il dato biologico – ossia l’essere sessuati come maschio e femmina -

non è indifferente rispetto all’essere e al suo relazionarsi; S. Giovanni Paolo II affermava che Dio Creatore: «ha assegnato come compito all’uomo il corpo, la sua mascolinità e femminilità; e che nella mascolinità e femminilità gli ha assegnato in certo senso come compito la sua umanità, la dignità

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Cf. J. BUTLER, La disfatta del genere, Milano 2006. BENEDETTO XVI, Discorso ai Membri del Corpo Diplomatico accreditati presso la Santa Sede, 10 gennaio 2011. 9 CONGREGAZIONE PER L’EDUCAZIONE CATTOLICA, «Maschio e femmina li creò». Per una via di dialogo sulla questione del gender nell’educazione, 02 febbraio 2019, 31. 8

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della persona, ed anche il segno trasparente della “comunione” interpersonale, in cui l’uomo realizza se stesso attraverso l’autentico dono di sé»10

Il corpo, allora, non è un “foglio bianco” sul quale poter scrivere qualsiasi cosa. Potremmo dire – usando la metafora del foglio – che sul quel foglio ci sono dei righi, dei quadretti, forse un pentagramma che, seppur rimanda al compito di scrivere una storia o una sinfonia, già mi indirizza verso un certo stile. Altro è trovarmi un foglio bianco a quadretti, altro è avere di fronte un pentagramma… eppure, oggi questo dato viene messo ampiamente in discussione. Nel dibattito – ma come già accennavo all’inizio della relazione, anche e soprattutto nel vissuto – si è consumata una distinzione, che è divenuta poi una netta divisione, tra sesso e genere, relegando la realtà biologica ad un dato bruto, svuotata di ogni significato. La sociologa australiana R. Connell sostiene che lo sviluppo delle scienze sociali abbia permesso di superare la dicotomia tra maschio e femmina basata sulla differenza di genere, spostando l’obiettivo dalla differenza alle relazioni; ella afferma, infatti, che il genere non riguardi la biologia del dato maschio/femmina, bensì le relazioni sociali11. Il genere – continua R. Connell – deve essere concepito come una struttura sociale: esso non è espressione della biologia, né rappresenta una dicotomia immutabile della vita umana, bensì una particolare configurazione della nostra organizzazione sociale, e di tutte quelle attività e di quelle pratiche quotidiane ce da essa sono governate12.

Comprendiamo, allora, che la differenza dell’umanità in maschio e femmina sottolineata come essenziale nella rivelazione biblica tende ad essere non solo messa in discussione, ma anche superata. Il problema è che tale impostazione ideologica crea una netta separazione tra corpo e persona; il corpo è il foglio bianco sul quale la persona, a seconda della sua situazione e delle sue relazioni sociali, può determinarsi in maniera libera e indipendente. Continua la Connell:

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GIOVANNI PAOLO II, Pedagogia del corpo, ordine morale, manifestazioni affettive, Udienza Generale, 08 aprile 1981, Insegnamenti, IV/1 (1981), 904. 11 2 Cf. R. CONNELL, Questioni di genere, Bologna 2006 , 46. 12 Ivi.

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Non esiste alcuna “base biologica” fissa nei processi sociali che riguardano il genere. Esiste piuttosto, un’arena in cui i corpi sono coinvolti nei processi sociali, un’arena con cui la nostra condotta ha a che fare in qualche modo con la differenza riproduttiva13.

Il corpo è ridotto ad una «arena riproduttiva», uno spazio senza significato che può essere adattato a qualsiasi occasione il soggetto è socialmente esposto. La visione antropologica cristiana si oppone ha questa separazione tra corpo e persona; la Genesi, sottolineando la diversità tra maschio e femmina, tuttavia non separa. La natura umana – a superamento di ogni fisicismo o naturalismo – è da comprendere alla luce dell’unità di anima e di corpo, l’«unità delle sue inclinazioni di ordine sia spirituale che biologico e di tutte le altre caratteristiche specifiche necessarie al perseguimento del suo fine»14.

L’uomo e la donna sono una «totalità unificata»15, una unica realtà di corpo e di spirito che costituiscono la persona. Non solo, ma la necessaria differenza e complementarietà di maschio e femmina, invera l’identità personale: quanto più mi relaziono ad un “tu” diverso da me, tanto più io divento me stesso16. Comprendiamo facilmente come diventi necessario e quanto mai urgente proporre progetti, percorsi e stili educativi che aiutino le nuove generazioni a crescere nella consapevolezza che la diversità sessuale non è un limite, bensì un dono e un compito. 2. LA COEDUCAZIONE Il luogo naturale dentro il quale trova verità questa relazione di reciprocità e di comunione è la famiglia17.

Nell’orizzonte della comunità cristiana, la famiglia resta la prima e indispensabile comunità educante. Per i genitori, l’educazione è un dovere essenziale, perché connesso alla trasmissione

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Ivi, 47. «Maschio e femmina li creò», 32. 15 GIOVANNI PAOLO II, Lettera enciclica Veritatis splendor, 06 agosto 1993, 50. 16 Cf. BENEDETTO XVI, Discorso all’assemblea generale della Conferenza Episcopale Italiana, 27 maggio 2010. 17 Cf. «Maschio e femmina li creò», 36. 14

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della vita; originale e primario rispetto al compito educativo di altri soggetti; insostituibile e inalienabile, nel senso che non può essere delegato né surrogato18.

Abbiamo, però, piena consapevolezza di due limiti: - le famiglie da sole non possono assolvere a questo importante e gravoso compito di educare. I ragazzi e i giovani sono immersi in una fitta rete di relazioni, anche virtuali, che rendono difficile un intervento educativo solitario da parte della famiglia; -

oggi le famiglie vivono una situazione di estrema fragilità, tale da renderle talvolta poco incisive. Esistono, infatti, tante realtà fragili che pure di definiscono “famiglia” e che, con il proprio stile di vita, contraddicono la verità del Vangelo. In questo contesto, è necessaria allora l’alleanza educativa, ossia il concorso di più agenzie educative che, insieme, riescano ad annunciare la verità del Vangelo della vita. L’AGESCI, da far suo, ha in sé non solo il mandato di educare alla vita buona, ma ha anche gli strumenti metodologici per sostenere la famiglia, la Chiesa e le altre agenzie nel difficile compito di educare. Nel nostro Patto Associativo è scritto: Le Capo e i Capi dell'AGESCI condividono la responsabilità educativa e testimoniano l'arricchimento che viene dalle reciproche diversità. Nel rispetto delle situazioni concrete delle realtà locali e personali e dei diversi ritmi di crescita e di maturazione, offrono alle ragazze e ai ragazzi di vivere esperienze educative comuni, al di là di ogni ruolo imposto o artificiosamente costituito. Crescere insieme aiuta a scoprire ed accogliere la propria identità di donne e uomini e a riconoscere in essa una chiamata alla piena realizzazione di sé nell'amore. La coeducazione apre e fonda l'educazione all'accoglienza dell'altro19.

È proprio dello stile dell’AGESCI credere che la coeducazione sia la via privilegiata per aiutare i nostri ragazzi a crescere e a maturare una identità personale capace di accogliere la diversità e la complementarietà del nostro essere maschi e femmine. La coeducazione, come stile proprio della nostra associazione, non è la mera situazione di fatto dello stare insieme di ragazzi e di ragazze; si tratta di credere fermamente diversi aspetti. 2.1 Lo stile educativo “sessuato” dei Capi

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CEI, Educare alla vita buona del Vangelo. Orientamenti pastorali dell’episcopato italiano per il decennio 2010-2020, 36. 19 AGESCI, Patto associativo.

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Anzitutto, lo stile educativo di una capo e di un capo, in quanto rispettivamente donna e uomo, raccontano un modo proprio di essere persona, e di essere adulto. Comprendiamo, allora, l’importanza di essere testimoni credibili non solo del nostro essere capi – dunque del ruolo educativo – ma anche e soprattutto del nostro essere capi sessualmente determinati. Io sono un capo maschio, e come tale devo comportarmi, in ogni circostanza! Non solo perché intervengo nei battibecchi tra gli squadriglieri della squadriglia dei Falchi ed evito, per pudore, di entrare nella tenda della squadriglia femminile delle Aquile. Io sono maschio anche quando, organizzando il fuoco di bivacco, penso a scenette e animazioni che non ridicolizzino la mia persona e la mia identità, men che meno banalizzando atteggiamenti e stili dell’altro sesso o di altre situazioni. Sono capo maschio – e complementarmente femmina - quando riesco a esprimere tenerezza e vigore con lo stile e l’atteggiamento che mi è proprio. La coeducazione pone il capo e la capo a imparare a vivere il loro essere insieme come Capi nello stile preciso della fraternità20, facendo emergere la diarchia non come una esigenza normativa, ma essenziale.

2.2 Educare al rispetto e alla complementarietà Lo sforzo di stile dei capi deve mirare ad educare i ragazzi a cogliere la bellezza della diversità e al suo rispetto nella complementarietà. Questo vorrà dire alcune implicazioni21: 1. educare insieme. È necessario che i capi tengano conto della diversità dei sessi, avendo sempre presente che queste due realtà hanno esigenze differenti che presuppongono attenzioni particolari e precipue. 2. Educare al rapporto con l’altro sesso. È doveroso far scoprire con gradualità e saggezza educativa la bellezza del rapporto con l’altro da sé, dall’ingresso in branco/cerchio e fino alla partenza.

20 21

Cf. M. PANDOLFELLI (a cura di), Non è solo stare insieme, Roma 2010. Cf. ivi, 82.

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3. Capacità di avere un progetto di vita che comprenda l’altro sesso. Nella progressione personale, non solo aiuto il ragazzo a progettare il proprio percorso scout, ma gli metto tra le mani gli strumenti giusti per conoscere, scoprire e creare un progetto dove è presente anche l’altro da sé. VERSO UNA CONCLUSIONE Gli scenari che abbiamo di fronte ci pongono davvero di fronte ad una sfida educativa; come capi e testimoni del Risorto dobbiamo avere il coraggio di essere diversi, di mostrare altri sogni che questo mondo non offre, di testimoniare la bellezza della generosità, del servizio, della purezza, della fortezza, del perdono, della fedeltà alla propria vocazione, della preghiera, della lotta per la giustizia e il bene comune, dell’amore per i poveri, dell’amicizia sociale22.

Oggi più che mai i sogni che siamo chiamati a mostrare e testimoniare sono la bellezza della vita come dono, la diversità come ricchezza e occasione di sviluppo di quella che papa Francesco chiama una «ecologia integrale»23. Abbiamo non solo il mandato, ma anche le capacità e gli strumenti; sono certo che i nostri Progetti Educativi, e di conseguenza i nostri Progetti del Capo, sono già intrisi di questi sogni. Buona strada!

22 23

FRANCESCO, Esortazione apostolica postsinodale Christus vivit, 25 marzo 2019, 36. Cf. FRANCESCO, Lettera enciclica Laudato si’, 24 maggio 2015.

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Don Pierluigi Nicolardi

Educare con ragione, fede e amorevolezza24 1. Il respiro dell’amore. Educare con amorevolezza Il tema dell’educare negli ultimi decenni è stata al centro dell’attenzione della riflessione ecclesiale; gli orientamenti pastorali della CEI per il decennio 2010/2020 hanno come titolo Educare alla vita buona del Vangelo e, il nostro vescovo, in linea con tali orientamenti, ci ha consegnato il documento Educare ad una forma di vita meravigliosa. La sollecitazione è giunta alla comunità ecclesiale italiana, oltre che da ripetuti episodi di cronaca che hanno messo in evidenza la debolezza del sistema educativo delle giovani generazioni, anche da alcune riflessioni di papa Benedetto XVI che, nel 2008, in una lettera alla Diocesi di Roma, scriveva: Educare però non è mai stato facile, e oggi sembra diventare sempre più difficile. Lo sanno bene i genitori, gli insegnanti, i sacerdoti e tutti coloro che hanno dirette responsabilità educative. Si parla perciò di una grande "emergenza educativa", confermata dagli insuccessi a cui troppo spesso vanno incontro i nostri sforzi per formare persone solide, capaci di collaborare con gli altri e di dare un senso alla propria vita25. Il papa emerito, in una lucida analisi della situazione, invitava a prendere le distanze da atti di accusa facili rivolti sia alla comunità educante, come se tutto il problema educativo dipendesse dalla fragilità degli adulti, sia alle nuove generazioni, troppo spesso additate con aggettivi e modelli di vita generalizzanti e poco rispettosi della realtà26. È forte certamente – continua Benedetto XVI – sia tra i genitori che tra gli insegnanti e in genere tra gli educatori, la tentazione di rinunciare, e ancor prima il rischio di non comprendere nemmeno quale sia il loro ruolo, o meglio la missione ad essi affidata. […] Diventa difficile,

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Riflessioni per gli incontri con i genitori dei ragazzi della Parrocchia S. Giovanni Bosco in Ugento, in occasione del triduo di preparazione alla festa. Ugento, 28-29 gennaio 2020. 25 BENEDETTO XVI, Lettera alla diocesi e alla città di Roma sul compito urgente dell’educazione, Roma, 21 gennaio 2008. 26 Si pensi, ad esempio, a facili slogan riduttivi che additano i giovani come sdraiati (cf. M. SERRA, Gli sdraiati, Milano 2013) o come la prima generazione di increduli, giusto per restare nell’ambito degli scrittori cristiani (cf. A. MATTEO, La prima generazione incredula, Soveria Mannelli 2017).

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allora, trasmettere da una generazione all'altra qualcosa di valido e di certo, regole di comportamento, obiettivi credibili intorno ai quali costruire la propria vita27. Se è difficile il compito di educare, questo non vuol dire che sia impossibile! Di fatti, l’emergenza/urgenza educativa è e deve essere colta dalla comunità ecclesiale come una vera sfida educativa, una opportunità di crescita perché le nuove generazioni possano essere accompagnate con amorevolezza e intelligenza. «Anima dell'educazione, come dell'intera vita, può essere solo una speranza affidabile»28, chiosa Benedetto XVI; anzitutto, non arrendersi, ma creare alleanze educative che possano aiutare gli adulti nella difficile arte di educare. I vescovi italiani, nel già citato documento, affermano che «ogni adulto è chiamato a prendersi cura delle nuove generazioni», diventando «testimone della verità, della bellezza e del bene»29. 1.1 La famiglia e il suo primato educativo Il compito di educare, che pure appartiene ad ogni adulto, è precipuo della famiglia; scrivono i vescovi italiani Nell’orizzonte della comunità cristiana, la famiglia resta la prima e indispensabile comunità educante. Per i genitori, l’educazione è un dovere essenziale, perché connesso alla trasmissione della vita; originale e primario rispetto al compito educativo di altri soggetti; insostituibile e inalienabile, nel senso che non può essere delegato né surrogato30. Seppur con la consapevolezza che educare è «un’arte davvero difficile», è doveroso prendere coscienza di questo compito originale e primario, vivendo l’educazione – l’educazione alla fede – nel contesto di una esperienza concreta, dentro una rete di relazioni che aiutino il ragazzo/giovane a sviluppare la propria personalità; da ciò deriva la necessità di interrogarsi sul proprio compito educativo, anche rispetto alla fede31. Infatti, prima che chiedersi cosa si può fare o non fare per l’educazione alla fede, tout court, c’è un insegnamento al quale famiglia non può rinunciare e al quale porre attenzione primaria: la simbolica dei rapporti32. Prima che parole e norme, scritte o meno, ad essere realmente efficace – per quanto questa affermazione possa sembrare scontata e retorica – è il valore simbolico dei rapporti familiari. Un bambino, infatti, delineerà il volto di Dio gradualmente non in base alle parole che di lui si dicono, bensì a ciò che si è e si fa. Pensate a quante volte abbiamo detto ai ragazzi che Dio è Padre; ma che esperienza di paternità vive il bambino? Non solo; abbiamo anche affermato che Dio è Padre ed è misericordioso? Quale misericordia, quali atteggiamenti di perdono vede in casa, soprattutto tra mamma e papà? E circa storia che Dio è amore? Quale tenerezza respira nel rapporto tra i suoi genitori33? 27

BENEDETTO XVI, Lettera alla diocesi e alla città di Roma sul compito urgente dell’educazione. Ivi. 29 CEI, Educare alla vita buona del Vangelo. Orientamenti pastorali dell’episcopato italiano per il decennio 2010-2020, n. 29. 30 Ivi, n. 36. 31 Cf. ivi. 32 Cf. R. REZZAGHI, Il sapere della fede. Catechesi e nuova evangelizzazione, Bologna 2012, p. 58. 33 Cf. ivi; cf. anche A.M. RIZZUTO, La nascita del Dio vivente. Studio psicanalitico, Roma 2000. 28

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1.2 Educare con amorevolezza L’arte dell’educare, allora, non può concepirsi come una dote rara, quasi un dono/concessione degli dèi olimpici, bensì è da comprendere solo nell’orizzonte dell’amore. L’amore è il fondamento e il fine stesso dell’educare. 1.2.1 L’amore, fondamento dell’educazione. Prima di declinare questa affermazione, cioè che l’amore è il fondamento dell’educazione, mi fermo brevemente a ricordare cosa voglia dire educare. Il verbo deriva dall’espressione latina educere, ossia «trarre, condurre», e rimanda non alla tecnica dell’inculcare, del riempire quasi con la forza, ma all’arte del saper suscitare, del trarre fuori, appunto; Socrate è conosciuto nella storia per la sua grande capacità maieutica, ossia la capacità di saper tirar fuori il bene e il vero dal di dentro delle persone, senza la presunzione di doverle riempire di contenuti. L’arte dell’educare ci mette al riparo dall’idea per cui la persona – i bambini, i figli nel vostro caso – sono delle tabulae rasae, ossia persone che non hanno il men che minimo livello di conoscenza e vanno, dunque, riempite di contenuti. Se educare, allora, nel senso più nobile del termine, vuol dire trarre fuori, comprendiamo bene cosa voglia dire che fondamento dell’educazione deve poter essere l’amorevolezza.

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Amare è rendersi amabili. Affinché io possa trarre il meglio da un bambino è necessario che io mi renda accogliente, solare, abbracciabile. Affermare una norma o negare qualcosa con un sorriso e con amorevolezza, rende spessore e credibilità all’azione educativa. Nicola Cabasilas, nel testo La vita in Cristo, affermava che la pedagogia educativa di Dio è fondata su una certa «tirannide amica»34 che si fonda sull’amore folle Dio: Dio ci attira a sé, ci educa attraverso l’esercizio dell’amore. È l’amore che rende possibile l’adesione della libertà e della volontà del ragazzo che si sente, appunto, accolto, abbracciato e mai giudicato e costretto. Nell’orizzonte della simbolica dei rapporti, l’abbraccio accogliente di un padre e di una madre e il loro atteggiamento amorevole esprimono il senso dell’amabilità di Dio, che ama, accoglie nella libertà e trae fuori il bene dal cuore delle persone. Amare è rinunciare al possesso. Il senso autentico dell’amorevolezza educativa è permettere al ragazzo/giovane di prendere le distanze da me; dal lato dell’educatore, vuol dire comprendere che l’educare si fonda solo sul dono gratuito di sé, un dono che non chiede nulla in cambio, anzi che presuppone la maturità, da parte dell’educatore – anche del genitore –, di sapersi fare da parte per permettere l’esercizio della libertà. L’immagine più bella di educatore che rinuncia al possesso è Gesù. Egli è il chicco di grano caduto in terra che muore, scompare, per portare frutto (cf. Gv 12,24-26). Il segno più grande dell’amorevolezza educativa è il lasciar spazio, fino a scomparire. Anche il Battista esprime la stessa esigenza: «Lui deve crescere, io diminuire» (cf. Gv 3,30). È triste assistere a mamme che fanno competizione con le figlie per poter apparire “sorelle”. L’amore

NICOLAS CABASILAS, La vita in Cristo, Roma, p. 69.

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autentico chiede di lasciare spazio al giovane di crescere e maturare senza ingombri eccessivi. Amare non vuol dire intronizzare. Erich Fromm, nel suo celebre L’arte di amare, affermava che «amare significa sostenere qualcuno, non cadere ai suoi piedi». Se è vero che è necessario essere amabili, è vero anche che l’amabilità non può essere idolatrizzazione del ragazzo. L’arte di educare prevede il saper trarre fuori il bene e il vero che c’è nella persona; se idealizzo mio figlio, se gli rimando un modello di persona che non gli corrisponde, non gli rendo un buon servizio educativo. Mi spiego… non perché mio figlio sa tirar calci ad un pallone – ed è anche preciso – questo vuol dire che è il nuovo Ronaldo! Non basta saper stare sulle punte per essere la nuova étoile della Scala; parimenti, non basta una bella voce per essere la promessa della musica leggera o della trap, visto che tutti i ragazzi ormai sanno fare freestyle. L’amorevolezza chiede anche la verità. Devo avere il coraggio, come educatore, di suscitare il talento, di tirar fuori il meglio che c’è nel ragazzo, senza tuttavia creare un pallone gonfiato. Ho il dovere della verità; l’educatore è uno specchio! Nel celebre libro di R. Bach, Il gabbiano Jonathan Livingston, al gabbiano Jon vengono tarpate le ali da tutti, finanche dalla sua famiglia. Egli non ha spazio per realizzarsi, non può elevarsi sopra gli altri perché, in fondo, un gabbiano vola solo per mangiare, mai per il gusto di volare. “Perché non puoi essere uguali agli altri gabbiani dello stormo?”, si chiede desolata la madre di Jon. Appiattire pur di non far volare alto. Se è vero che non è bene sopravvalutare, è altresì pericoloso sminuire i figli; il servizio della verità lo devo fino in fondo! Non è giusto fare credere di poter volare come un falco, non è corretto nemmeno far credere di non poter volare affatto. Ognuno deve poterlo fare per quello che può e che si è. Amare è attrezzare il figlio. È facile cadere nella tentazione – sempre per amore del figlio – di sostituirsi al ragazzo; ho bene l’immagine della mamma che di fatto fa i compiti al posto del figlio per non fargli fare brutta figura a scuola… l’amorevolezza educativa presuppone la grande libertà di mettere nelle mani dei ragazzi gli strumenti, non di dare loro il prodotto finito. Il rischio di sostituirsi è davvero alto, soprattutto quando i ragazzi sono esposti agli errori: «…perché non deve fare i miei stessi errori», la giustificazione che spesso si adduce. Ma, anzitutto, tuo figlio non è te, dunque non è detto che compia i tuoi stessi errori o ripercorra le tue stesse scelte; poi, anche fosse, ha diritto a vivere la sua vita, ma con gli “attrezzi” che tu, sulla scorta dei tuoi errori e di ciò che ti sei reso conto serva per vincere l’ostacolo, gli avrai saputo dare. Ai ragazzi è necessario saper infondere coraggio, dare appunto strumenti perché abbiano la forza di andare oltre l’ostacolo. Cor-agere vuol dire “agire di cuore”, ancora una volta ci rimanda all’amorevolezza.

1.2.2 L’amore, fine dell’educazione Educare è un’arte difficile, ma non impossibile. S. Giovanni Bosco ha compreso bene cosa volesse dire che l’amore è il fondamento dell’educazione; il suo metodo educativo altro non era che amore preveniente,

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ossia capacità di leggere il cuore del ragazzo per suscitarne il bene, il bello e il vero al fine di far scoprire il fine e il senso della vita: amare. Prevenire non vuol dire sostituirsi, ma accompagnare con amorevolezza e intelligenza. In questo senso, l’amore non è solo il fondamento dell’educazione, ma è, al tempo stesso, il fine: educo perché il ragazzo che ho di fronte possa sviluppare una umanità matura capace di amare. 2-

ragioni del cuore. Educare con ragione e fede

Il tempo nel quale vive don Bosco è completamente dominato dalla ragione, anzi dal raziocinio, ossia dall’idea che il pensiero possa essere l’unica via di soluzione di tanti problemi e unica via laica di salvezza. La sua proposta educativa fondata sulla triade ragione, religione e amorevolezza appare, dunque, quasi azzardata per quei tempi. Eppure, l’orizzonte entro il quale don Bosco si muove non è tanto l’idea che la ragione debba e possa essere lo strumento di salvezza, bensì che la bontà del suo metodo educativo, che mira a formare buoni cristiani e onesti cittadini, deve essere necessariamente fondato su ragione e ragionevolezza. Nella sua prima lettera, l’apostolo Pietro scrive: «adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1Pt 3,15-16) e S. Giovanni Paolo II, aprendo l’enciclica Fides et ratio, scrive: La fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano s'innalza verso la contemplazione della verità. È Dio ad aver posto nel cuore dell'uomo il desiderio di conoscere la verità e, in definitiva, di conoscere Lui perché, conoscendolo e amandolo, possa giungere anche alla piena verità su se stesso35. C’è una esigenza espressa da tutta la tradizione ecclesiale – e della quale S. Giovanni Bosco diventa testimone – che è di far comprendere che l’educazione, e anche l’educazione alla fede deve essere resa ragionevole, dunque credibile. Anzitutto perché ogni essere umano, ricorda la filosofia, è un essere razionale; l’uomo – ricordava Aristotele – è zoon politikon, un “animale” dotato di razionalità e per questo ogni proposta, per poter essere accolta, deve avere un fondamento razionale. Inoltre, ricorda la Genesi, noi siamo creati a «immagine e somiglianza» di Dio che è il Logos, la Ragione Somma. Fatta questa premessa, un po’ ostica e antipatica, cerchiamo di capire cosa implica, nello specifico, educare con ragionevolezza. 2.1 Educare con ragione Il motore del sistema educativo di don Bosco è la ragione, un motore che funziona in due direzioni, quella della motivazione del ragazzo e quella dell’intenzionalità educativa dell’educatore. 2.1.1 La motivazione del ragazzo Già ieri sera, parlando dell’amorevolezza, mettevo in luce come la persuasione, ossia il proporre con amabilità, sia già uno strumento educativo efficace; accanto all’amorevolezza, deve essere anche la ragionevolezza, ossia la comprensibilità della proposta educativa. Ciò che riesce a raggiungere i ragazzi non è la costruzione di attività o di proposte solo accattivanti, ma capaci di lasciare il segno, di produrre un 35

GIOVANNI PAOLO II, Lettera enciclica Fides et ratio, n. 1.

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cambiamento. Penso alle proposte educative di alcuni oratori: un programma pieno di tornei di X-Box o Play Station, per quanto accattivanti e appassionanti, non hanno un contenuto ragionevole. Se è vero che muovono la curiosità dei ragazzi, non smuovono altresì la loro motivazione verso il cambiamento e la maturità. 2.1.2 L’intenzionalità dell’educatore Specularmente a quanto detto circa il ragazzo, il discorso vale anche e soprattutto per l’educatore. Diceva don Bosco agli educatori: «Lasciati guidare sempre dalla ragione e non dalla passione»; vuol dire che, ciò che muovere il processo educativo, è l’obiettivo di voler produrre un cambiamento nel ragazzo, ossia innescare un processo costante – per quanto possa essere lento – di maturazione dell’umano. Torniamo all’esempio del torneo di videogames. Nella testa dell’educatore dell’oratorio il torneo di Play Station ha come ragione ultima tenere contenti e buoni i ragazzi per un tot di ore, ma ha una finalità educativa? Quale cambiamento produce? Quale intenzionalità è sottesa dietro la scelta di quello strumento? Attenzione perché non sto dicendo che il gioco non è uno strumento ragionevole. Il buon Baden Powell amava dire: «Tutto col gioco e nulla per gioco»; il gioco, cioè, può essere un prezioso strumento, ma quando non è fine a se stesso, bensì risponde ad una logica, ad una ragione educativa. Ancora un esempio: lasciare mio figlio con lo smartphone in mano mentre io sbrigo altre faccende, non ha alcun valore educativo; usare un’App insieme a mio figlio che trasforma lo smartphone in una tastiera di pianoforte può far sviluppare la creatività nel ragazzo. La ragionevolezza della proposta educativa non si pone solo al livello dei contenuti. L’educatore – e il genitore – è ragionevole anche quando non esige dal ragazzo più di quanto è capace o è disposto a fare; lo abbiamo già sottolineato ieri, affermando che non posso pretendere più di quanto il ragazzo non possa dare. Se vado oltre la possibilità di comprensione, rendo la mia proposta educativa – per quanto buona – inefficace. La ragionevolezza dell’educatore impone che il processo educativo non sia un monologo; il dialogo educativo è anch’esso strumento privilegiato. Per innescare un processo di cambiamento è necessario un dialogo a due o più voci, dialogo nel quale deve essere presente una trasmissione/proposta ragionata da parte dell’educatore/genitore e una accettazione critica da parte del ragazzo. Accettazione critica… Non dobbiamo avere paura dei “perché” dei nostri figli; anzi, noi adulti dobbiamo educarci a dare ragione delle nostre scelte e delle nostre posizioni. Il ragazzo deve essere educato alla capacità critica, comprendendo che le cose non si accettano semplicemente «perché te l’ho detto io», ma perché sono ragionevoli e meritevoli di approvazione. In teologia morale si dice che la coscienza approva solo ciò che conosce; analogamente, un ragazzo riconosce come buone solo quelle regole, quei suggerimenti che ritiene essere davvero preziosi per la sua crescita. Mio figlio sarà pronto ad accogliere la mia proposta non perché gliel’ha detta papà, ma perché scorge la mia intenzionalità educativa e, liberamente, vi aderisce. 2.2 Educare alla fede L’educazione religiosa non può solo considerarsi come una comunicazione di contenuti riguardanti la fede. La fede, ci ricorda Francesco nell’enciclica Lumen Fidei, dilatando la ragione, apre l’orizzonte del nostro pensare; commentando l’episodio del re Acaz, il papa scrive:

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la fede è capace di offrire una luce nuova, superiore ai calcoli del re, perché essa vede più lontano, perché comprende l’agire di Dio, che è fedele alla sua alleanza e alle sue promesse36. Educare alla fede vuol dire, allora, aiutare il ragazzo ad avere uno sguardo più ampio sulla propria persona e sulla propria umanità; vivere la fede vuol significare ricevere e rispondere ad un appello che riguarda tutta la persona, l’intero suo progetto di vita e la sua crescita37. La fede, insomma, non ha a che fare solo con la trasmissione di alcuni saperi, come le preghiere – che pure vanno conosciute; la fede è l’orizzonte di senso entro il quale fiorisce e matura l’umanità del ragazzo. L’intenzionalità dell’educatore – come del genitore – deve essere tale da far comprendere al ragazzo che la scoperta di essere creatura e figlio di Dio ha una implicanza forte con la vita: la mia vita, cioè, è preziosa, sacra e per questo non posso disporne come voglio. Comprendiamo, allora, come la creazione di una coscienza matura e attenta alle grandi questioni della vita passa anche attraverso un annuncio di fede ragionevole e credibile e amorevole. 2.3 Per una educazione integrale Il metodo educativo di S. Giovanni Bosco, così come presentato in queste brevi riflessioni, vede nella ragione, nella religione e nell’amorevolezza un unico strumento per l’educazione dei giovani che contribuisce a costruire la maturità umana. Il metodo di don Bosco:

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guarda al ragazzo come ad un soggetto che si sta formando e che necessità di un dialogo costante, amorevole, ragionevole e aperto alla trascendenza perché possa scoprire la propria identità, vocazione e il senso autentico del suo vivere; chiede la presenza di un ambiente educativo che esprima coerenza e coesione. Coerenza nella proposta e coesione nell’unità e comunione di intenti e di sforzi; forma il ragazzo nella sua capacità di autodeterminarsi, giocando sull’importanza della persuasione amorevole e ragionevole, al fine di creare in lui un atteggiamento continuo di autoeducazione.

La proposta educativa di don Bosco, nonostante il passare degli anni, mostra ancora oggi tutta la propria forza e attualità, soprattutto in un contesto, quel il nostro, segnato da forti fragilità non solo e non tanto tra le giovani generazioni, ma anche e soprattutto tra gli adulti. Mi piace conclude con quanto afferma papa Francesco in Christus vivit, riferendosi non ai giovani, bensì agli adulti: dobbiamo avere il coraggio di essere diversi, di mostrare altri sogni che questo mondo non offre, di testimoniare la bellezza della generosità, del servizio, della purezza, della fortezza, del perdono, della fedeltà alla propria vocazione, della preghiera, della lotta per la giustizia e il bene comune, dell’amore per i poveri, dell’amicizia sociale38. Don Bosco è stato l’antesignano di questo anelito! 36

FRANCESCO, Lettera enciclica Lumen fidei, n. 24. Cf. R. REZZAGHI, Il sapere della fede, op. cit., p. 71. 38 FRANCESCO, Esortazione apostolica postsinodale Christus vivit, n. 36 37

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Santa Chiara, il monastero di san Damiano e la forma di vita evangelica * Care sorelle, ricorre questa domenica la memoria liturgica di santa Chiara. Il segreto della sua vita santa va cercato nel lasciarsi attrarre dal fascino di Cristo. In realtà, è il motivo che spinge ogni discepolo alla sua sequela. La liturgia ribadisce la necessità di essere attratti da Dio per compiere azione giuste e conformi alla sua legge39. Ma non avviene nessun incontro con Cristo senza che il Padre, attraverso il suo Spirito, agisca interiormente nell’anima facendo scoprire i tesori di grazia nascosti nel Figlio (cfr. Gv 6, 44). Ugualmente significativa è la testimonianza di santa Teresa di Lisieux. In un fondamentale passo della sua Autobiografia, confessa a madre Maria di Gonzaga che il segreto della “piccola via” consiste nel lasciarsi attirare da Dio40. Questa intima attrazione viene descritta dai mistici come una “ferita d’amore”41. Scrivendo a sant’Agnese, santa Chiara afferma: «Amandolo, siete casta, toccandolo, diventerete più monda, accogliendolo in voi, siete vergine; la sua potenza è più forte, la generosità più elevata, il suo aspetto più bello, l'amore più soave e ogni grazia più fine. Già siete stretta dagli amplessi di lui, che il vostro petto ha ornato di pietre preziose e alle vostre orecchie ha messo perle inestimabili, e vi ha tutta avvolta di primaverili e corrusche gemme e vi ha incoronata con una corona d'oro espressa con il segno della santità»42. *

Omelia nella Messa della festa di Santa Chiara, Monastero della Trinità, Alessano 11 agosto 2019. «Signore onnipotente e misericordioso attira verso di te i nostri cuori poiché senza di te non possiamo piacere a te» (Messale Romano, Colletta, Sabato I Settimana di Quaresima). 40 «Cos’è dunque chiedere di essere attirati se non di unirsi in modo intimo a ciò che capta il cuore? Se il fuoco e il ferro avessero intelligenza, e quest’ultimo dicesse all’altro: attirami, non proverebbe che desidera identificarsi col fuoco, in modo che esso lo compenetri e lo intrida con la sua essenza bruciante, e sembri diventare tutt’uno con lui? Madre cara, ecco la mia preghiera: chiedo a Gesù di attirarmi nel suo fuoco del suo amore, di unirmi a lui così strettamente che in me viva e agisca lui. Sento che, quanto più il fuoco dell’amore infiammerà il mio cuore, quanto più dirò “Attirami”, tanto più le anime che si avvicineranno a me (povero piccolo detrito di ferro inutile, se mi allontanassi dalla fornace divina), correranno anch’esse rapidamente all’effluvio dei profumi del loro Amato, poiché un’anima infiammata di amore non sa rimanere inattiva» (Teresa di Gesù Bambino, Scritto autobiografico C, in Gli scritti, OCD, Roma 1998, 306). 41 Cfr. Giovanni della Croce, Cantico spirituale B, 1.19, in Opere, OCD, Roma 1985, 517. 42 Chiara di Assisi, Prima lettera alla Beata Agnese di Praga, 8-11. 39

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L’attrazione porta all’imitazione. Questa si traduce in una scelta di vita che passa dalla nobilitas e vilitas, il cambiamento dello status da una donna appartenente a una delle famiglie più

nobili e potenti di Assisi, a una condizione socialmente disprezzata nella quale si praticano le virtù dell’indigenza, dell’insicurezza, degli stenti, del lavoro manuale, della dipendenza dall’elemosina. Guardando alla kenosi di Gesù, Chiara compie il grande salto verso la condizione di penitente. Comprende che «l’ascesa a Dio avviene proprio nella discesa dell’umile servizio, nella discesa dell’amore, che è l’essenza di Dio [… ]. Dio discende, fino alla morte sulla croce. E proprio così si rivela la sua autentica divinità. L’ascesa a Dio avviene nell’accompagnarlo in questa sua discesa»43. Questo desiderio di imitazione conduce all’accoglienza dell’altissima povertà. Non si tratta di una scelta sociologica, ma nella professione di fede in Dio che provvede, nella fiducia nella logica trinitaria di un Dio che dona e si dona. Così ella scrive alla Beata Agnese di Praga: «O beata povertà, a quelle che l'amano e l'abbracciano le ricchezze eterne! O santa povertà, a loro che l'hanno e la desiderano è promesso da Dio il regno dei cieli e l'eterna gloria e la vita beata senza alcun dubbio è concessa! O pia povertà, che il Signore Gesù Cristo, il quale reggeva e regge il cielo e la terra, e disse anche e le cose furono fatte, si è degnato al di sopra di tutto abbracciare!»44. La virtù della povertà è intimamente legata alla santa unità. Non è la ricerca di una propria perfezione vissuta in maniera isolata dalle altre consorelle in una sorta di eroismo individuale, ma è adornare l’intera comunità della somiglianza allo Sposo, che si presenta povero e nudo. La clausura radicalizza e invera entrambi questi elementi. La quotidianità diventa il luogo concreto in cui imparare e maturare una fiducia totale in Dio, che diventa sicurezza, affidamento, quiete, malgrado ogni avversità. Questa scelta di vita si esprime a tre livelli: il livello sponsale intende la povertà partendo dal calore dell'affetto. Vedersi amata è per Chiara la ragione che sostiene la sua opzione di povera; il livello cristologico radica la ragione della vita povera nella stessa persona di Gesù; il livello escatologico che invita a una vita mistica ossia a un’opzione di vita povera lontana dalle false alienazioni o dalle distorsioni della realtà, l’unica via che può giungere a dare senso assoluto all'esistenza cristiana. Il monastero di San Damiano, però, non ero solo il luogo della lode, ma anche di sorella “infirmitade”. A partire da Chiara. Una lunga infermità la colpisce e l’accompagna fino alla morte: probabilmente dal 1224, quindi 29 anni prima della morte. È l’incontro con la fragilità. L’atteggiamento di Chiara è quello della compassione: verso la sofferenza fisica, ma anche verso quella morale e spirituale. Dal “Processo di canonizzazione” si possono rilevare tracce, dalle quali si percepiscono momenti di una certa tensione, segno di una piena umanità che sfata l’idea di un’atmosfera fittizia e irreale.

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J. Ratzinger-Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Rizzoli, Milano 2007, p. 120 Chiara di Assisi, Prima lettera alla Beata Agnese di Praga, 15- 17.

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L’accoglienza della fragilità personale si tramuta in una riconsegna della vita a Dio. Davanti alla sua morte corporale, Chiara celebra la sua vita e la sua vocazione riconsegnando con gioia ogni cosa a Dio. Nel “Processo di canonizzazione”, c'è un passo sorprendente che getta luce sulla sua vita fin dal suo concepimento, tanto da poter essere chiave di lettura di tutta la sua esistenza: «Essendo la preditta madonna et santa Madre presso alla morte, una sera de notte seguendo el sabato, essa beata Madre incominciò a parlare dicendo così: "Và secura in pace, però che avrai buona scorta: però che quello che te creò, innanti te sacrificò; e poi che te creò, mise in te lo Spirito Santo e sempre te ha guardata come la madre il suo figliolo lo quale ama". Et aggiunse: "Tu, Signore, sii benedetto, lo quale me hai creata"»45. Care sorelle, fate del vostro monastero il luogo dove vivere la forma di vita evangelica, sull’esempio della santa Madre, Chiara d’Assisi.

Morire non è scendere nella terra, ma ascendere al cielo* Cari fratelli e sorelle, possiamo considerare la morte da una duplice prospettiva; dal basso e dall’alto, dal nostro modo di guardare la realtà o dalla prospettiva che viene dalla parola di Dio. Considerata dal basso, la morte appare come distacco, la conclusione della vita umana, il momento del definitivo abbandono della vita terrena. In questa visione, non è mai facile affrontare la morte di una persona cara, amico o parente che sia. Anche quando la conoscenza è solo superficiale, o il legame affievolito dal passare degli anni, il peso della malinconia – e a volte della disperazione – si attanaglia facilmente su noi che rimaniamo. La morte produce sentimenti di tristezza, di dolore, di sconforto. Pensare la morte come una scomparsa genera sensazioni attraversate da una vena di mestizia e di afflizione. Di fronte alla dura realtà della morte, l’amore si oppone, non accetta la perdita della propria vita o quella di una persona cara. È il sentimento espresso con parole forti da Alda Merini nella poesia Elogio della morte: «Poiché la morte è muraglia, / dolore, ostinazione violenta, / io magicamente resisto». Più accondiscendente all’inevitabilità della morte è Pablo Neruda. Nella poesia Amore mio, se muoio io, e tu non muori, egli descrive la morte come «polvere nel frumento, sabbia tra le sabbie, / il tempo, l’acqua errante, il vento vago, / ci ha trasportato come grano navigante. / Avremmo potuto non incontrarci nel tempo».

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Processo, III,20; Fonti Francescane, 2986. Omelia nella Messa esequiale del padre di suor Chiara Veronica, Monastero della Trinità, Alessano 8 settembre 2019. *

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La morte punge anche il nostro cuore del credente. Anch’egli avverte la fragilità e la caducità della condizione umana. I legami umani non sono insignificanti. Quando si spezzano provocano dolore. La morte ha una dimensione di livellamento, così cantava poeticamente Totò nella sua poesia “ ‘A livella”. La morte non guarda in faccia a nessuno e qualunque sia stato la condizione della vita, tutti subiamo la stessa sorte. La morte mostra che gli uomini sono tutti uguali. Quando si tratta della morte di un padre o di una madre, c’è qualche cosa di diverso, perché i genitori segnano in una maniera più profonda la nostra vita, toccano le corde più intime, si risveglia l’aspetto più misterioso della nostra esistenza. La morte del padre o della madre tocca il mistero della persona umana. C’è un riverbero della morte del padre o della madre ancora più forte della nostra persona umana. Credo che siano questi i sentimenti che anche suor Chiara Veronica avverte. La fede assume questa condizione umana. Non la distrugge, non la cancella, non la elimina, ma custodisce tutta la sua ricchezza. La fede illumina il mistero della morte e aiuta a considerarla come una rinascita, un ritorno alla propria vera casa. Penso che suor Veronica e sua madre prendono nelle loro mani il loro congiunto e lo consegnano al Signore. C’ è una sorta di affidamento, un desiderio di ridonare al Signore colui che è stato il dono di Dio Padre. Questo è consolante. È bello vivere questa dimensione umana. Sentire di essere persone fragili sostenute dall’amorfe dei propri cari. Ma c’è anche un’altra prospettiva. Le letture che abbiamo ascoltato ci hanno invitato a guardare lo stesso avvenimento dal punto di vista di Dio, dall’eternità. E come se improvvisamente cambia la rappresentazione della vita. Dall’oscurità, dal buio, appaiono sprazzi di luce. Non siamo soltanto noi che consegniamo al Signore il nostro fratello. C’è un altro movimento che scende dall’alto: la Gerusalemme celeste, con tutti gli angeli e i santi vengono dall’alto su questa terra, accolgono il nostro fratello defunto e lo portano con loro in paradiso. Il nostro fratello Gherardo entra così nella gloria divina. Con gli occhi della fede comprendiamo la verità di questo avvenimento. Non è soltanto un desiderio, ma è una realtà. Il cielo si muove e afferra il nostro fratello e lo trasporta in cielo. Assistiamo così ad una sorta di ascensione, a lasciare questa terra e ad esser attirati verso il cielo, come gli apostoli mentre Cristo ascendeva al cielo. La tristezza muta in un sentimento di gioia. Questa volta non sono le nostre mani, ma quelle dei santi che rapiscono il nostro fratello dall’estrema debolezza in cui si trova, lo fanno salire in cielo. Nei Vangeli sono molti i casi in cui Gesù prende per mano e risolleva. Il verbo utilizzato dai sinottici è proprio quello della resurrezione. Pensate alla suocera di Pietro, a letto ammalata. Gesù la prende per mano, la solleva ed ella si alza e si mette a servirli. Pensate a Pietro, quando stava per affondare nelle acque del mare. Gesù lo afferra e lo porta in salvo. Queste immagini evangeliche hanno un significato storico ed un valore simbolico. Stanno a raffigurare la mano di Dio che libera l’uomo dal male e dalla morte e lo porta con sé in cielo. Passiamo dalla mestizia alla gioia della salvezza. Consideriamo la vita e la morte da questo punto di vista e con Gesù ci rivolgiamo al Padre e gli diciamo: «Ti benediciamo, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te» (Mt 11, 25-26). Soltanto per la luce che ci viene dalla Parola del Signore possiamo capire il mistero della vita. La fede ci fa contemplare la visione consolante della Chiesa gloriosa. la compagnia degli angeli

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e dei santi. La prospettiva cristiana è, dunque, quella di accogliere la vita nella dimensione storica, viverla nella dimensione sacramentale e trasfigurarla in quella escatologica. La realtà futura è già presente. Il nostro fratello defunto è già nella gloria. Avvertiamo che è già nella comunione dei santi a cantare le lodi di Dio. E mentre noi cantiamo come pellegrini, lui canta nell’eternità dell’amore.

Battezzati e inviati* Cari fratelli e sorelle, questa Chiesa ci abbaglia e ci meraviglia. La bellezza del suo mosaico, è soltanto la parte visibile della bellezza spirituale che dobbiamo imparare a vedere nelle nostre comunità: la bellezza di un popolo che si raduna, convocato da Dio. Superando ogni tipo di frammentazione e di disuguaglianza ci ritroviamo tutti riuniti in Cristo. Vedendo la bellezza del mosaico pensiamo che le tessere, in fondo, sono pietre di scarto. Collocate insieme, secondo un ordine e una forma, risplendono per la bellezza del mistero che rappresentano. Anche quelle più insignificanti acquistano valore e diventano un simbolo esteriore della bellezza della comunità cristiana, formata da piccoli, giovani e adulti che si ritrovano insieme, uniti dalla stessa fede e dallo stesso battesimo. In questa veglia missionaria, come è usanza da diversi anni, celebriamo il mandato missionario a tutti gli operatori pastorali. Tutti sono chiamati a formare la comunità e ad essere nel territorio, lampada e luce che illumina ogni persona. Il Papa ha voluto che il mese di ottobre di quest’anno avesse un respiro mondiale. Ha inteso così risvegliare in tutti la consapevolezza che, anche quando siamo in una piccola parrocchia, dobbiamo sempre sentirci aperti verso il mondo intero. Prima di essere un’iniziativa da realizzare, la missione è una consapevolezza da confermare: avvertire e il respiro della convivialità e il sentirsi parte di una famiglia universale. Tutti sono nostri fratelli e tutti ci sentiamo parte di questa realtà che respira all’unisono. Anche tra noi, questa sera, ci sono fratelli e sorelle che vengono dai paesi dall'Africa e da altri territori. Ci sono soprattutto, è molto importante sottolinearlo, rappresentanti laici e religiosi, sacerdoti e diaconi che sono stati realmente nei paesi di missione. Ognuno di loro ci rappresenta, nel suo ministero vissuto in tante parti del mondo, questo respiro universale. Il tema di questo mese missionario mondiale è stato sintetizzato in queste due parole: battezzati e inviati. Due facce della stessa medaglia. Non può esserci l’invio, se non c'è stato prima il battesimo. E, viceversa, non può esserci vita battesimale se non diventa la vita missionaria. In realtà, le due parole formano un’endiadi. L'invio è contenuto nel battesimo. Se non vai, è come se non fossi stato battezzato. E se non sei un missionario, sprechi la grazia battesimale. Leggiamo, allora, queste due parole strettamente legate una all'altra. L'una non può stare senza dell'altra. Essere battezzati richiama il rito liturgico con il quale si è realizzato un grande mistero. Siamo stati inseriti “nel seno del Padre”. In questa Chiesa l‘abside è di forma circolare proprio per *

Omelia nella veglia missionaria, Parrocchia S. Chiara, Ruffano 17 ottobre 2019.

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significare “seno del Padre”. Come avviene per la generazione umana, il rito ci introduce nel grembo di Dio e ci genera alla sua vita divina. Inseriti in Cristo e rinati dallo Spirito diventiamo figli di Dio. Il fonte battesimale è come l’utero materno. Siamo immersi e avvolti dalla grazia divina. La bellezza di Dio ci rigenera e fa sorgere in noi la vita nuova, da vivere e da donare agli altri. Capite, allora, la bellezza di essere battezzati. Nella Chiesa primitiva il battesimo veniva celebrato per immersione. Ci si calava dentro l’acqua per simboleggiare l’essere inseriti nel seno di Dio Padre. Il dono ricevuto deve essere poi offerto anche agli altri. Per questo siamo inviati. Chi ha fatto una esperienza che lo ha gratificato. E gli ha riempio il cuore, non se la tiene per sé. Ha il desidero di comunicarla agli altri di portarla. Il battesimo è orientato all’Eucarestia. Essa non solo ci immette nel cuore di Dio, ma ci fa partecipare alla comunione della Trinità. Mi rivolgo a tutti. Soprattutto a voi cari ragazzi e cari giovani. Occorre vivere il battesimo. Ciò significa fare esperienza di stare in Dio attraverso la preghiera, il silenzio, la riflessione sulla Parola di Dio. Attraverso la meditazione e la lectio divina, comprendiamo la grandezza del dono che abbiamo ricevuto nel battesimo. Dopo aver gustato la dolcezza della grazia, dovete comunicarla a tutti: a casa, a scuola, per le strade, nei luoghi più pubblici dove incontrate i vostri amici. La missione incomincia da coloro che sono vicini a noi e poi si estende a livello planetario. Pensate alle tante situazioni di guerre, di conflitti, di contrasti che sono nel mondo. Tra noi, è presente Padre Angelo Buccarello che è stato più di venti anni in Madagascar a servizio dei carcerati. Allora, cari ragazzi, ricordate che siete stati battezzati per essere inviati. La bellezza del dono di grazia che avete ricevuto con il battesimo, si trasformi in energia spirituale che vi faccia diventare gioiosi testimoni di Cristo.

La mamma, la donna e la credente* Cari fratelli e sorelle, la morte non è soltanto un fatto, una realtà, un avvenimento. Per noi credenti è anche una celebrazione. Questo segna la differenza fondamentale, tra coloro che credono in Cristo e coloro che non credono. In quanto fatto, la morte esprime la condizione umana, la sua fragilità, la certezza che essa corre verso un termine. Lo sappiamo fin dall’inizio, magari non sempre ci pensiamo. Talvolta cerchiamo di esorcizzare il pensiero della morte, soprattutto nel nostro tempo. Anche in questo caso, sappiamo che la condizione umana, ha insita la realtà della morte. Non importa quando essa arriverà, se in una circostanza o in un’altra, se quando siamo giovani o quando siamo avanti negli anni. Abbiamo la sicura certezza che verrà. La fede ci fa cogliere non soltanto questo elemento comune a tutti gli uomini, ma ci conferma che, anche dentro l’avvenimento della morte, è racchiuso un mistero più grande. La morte, insomma, è ritenuta un passaggio, non una fine; è l’ingresso in un’altra realtà, la vita eterna, e non solo il termine della vita terrena. Queste convinzioni sono indicate dalla rivelazione. La Parola di Dio, che è stata proclamata in questa liturgia, afferma: «Le anime dei giusti sono nelle *

Omelia nella Messa esequiale della mamma di don Pietro Carluccio, 6 novembre 2019.

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mani Dio, nessun tormento le toccherà» (Sap 3,1). La morte non è una caduta nel vuoto, ma un essere presi, afferrati, consegnati nelle mani dell’eterno. Così pensiamo della nostra sorella Cosima. Si è abbandonata nelle mani di Dio convinta che esiste una «speranza piena di immortalità» (Sap 3,4). Non una speranza debole, fragile, sentimentale. Non speranza umana, ma quella che nasce dalla fede. Una speranza sicura e certa che ogni frammento sarà raccolto dalle mani di Dio. Egli darà eternità a ogni nostra fragile esperienza. La Sacra Scrittura aggiunge qualcosa in più quando afferma che «preziosa agli occhi del Signore la morte dei giusti» (Sal 115,15). Anche la morte ha una sua preziosità e un suo valore. La fragilità della vita è riscattata dal modo con il quale Dio la considera. Egli è «amante della vita» (Sap 11,16). Ai suo occhi, essa è preziosa perché «opera delle sue mani» (Sal 19,1). Dio ama tutte le cose esistenti e non disprezza nulla di quanto ha creato (cfr. Sap 11,24). La morte è dunque un fatto e un evento celebrativo. Celebriamo così la morte della nostra sorella Cosima. Di lei, don Pietro, i suoi familiari, anche voi di Montesardo potete dire molte cose perché conoscete la sua vita. Lo abbiamo fatto, in parte, quando abbiamo celebrato i suoi cento anni. In quella circostanza abbiamo richiamato alcuni punti fondamentali della sua vita. In sintesi potremmo richiamare tre aspetti. Il primo: il suo essere stata madre. Ha generato figli e, per una grazia del Signore, è vissuta accanto a loro per molto tempo. Ha generato ed ha accompagnati i suoi figli. In lei riconosciamo l’origine della vita e un imprescindibile punto di riferimento per i figli. Ogni volta che ognuno di noi pensa alla madre, pensa al momento iniziale della sua vita, da quel punto da cui tutto ha preso origine. E voi, caro don Pietro, cari fratelli e sorelle, avete avuto questo dono dal Signore. Vostra madre è stata lungo il corso della vostra vita e della vostra crescita il punto di riferimento. Ringraziate il Signore per questo dono. Avete avuto accanto a voi questo angelo custode che vi ha dato la vita e, in un certo senso, l’ha custodita. In lei esaltiamo anche la donna. Viene da rimpiangere quando pensiamo al tempo e al modo con il quale come Cosima ha vissuto la sua esistenza. È vissuta in una società diversa dalla nostra, una povera di tante cose, ma ricca di alcuni valori fondamentali che oggi stiamo perdendo: il senso della vicinanza, la capacità di gioire delle cose semplici e quotidiane, la forza di affrontare le avversità con un senso di speranza. Il suo era un mondo semplice, ma felice. Richiedeva impegno e lavoro; il duro lavoro nei campi. Chi andava in campagna, come lei, si alzava la mattina presto e lavorava tutta la giornata. Quando la sera ritornava a casa, stanca della fatica, cercava nella famiglia di ricuperare il senso e l’amore per la vita. Cosima è stata una madre, una donna, una credente. Poche parole a vuoto, molti fatti. Una fede che si è incarnata in una vita vissuta nell’amore al proprio marito, ai figli, agli altri. Una fede senza fronzoli, che ha saputo vivere la fede, più che ragionare su di essa. Questa sapienza della vita si è sostanziata in alcune frasi e detti popolari che indicavano il senso dell’esistenza. È questo il lascito che la sorella Cosima ci consegna: la bellezza della maternità, il richiamo a un modo di valori umani, la verità della fede che dobbiamo custodire e valorizzare. Il Vangelo ci esorta: «Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se,

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giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!» (Lc 12, 3538). Questa esortazione evangelica è anche l’insegnamento della nostra sorella Cosima: essere pronti. Non ha importanza il tempo da vivere. Importante è essere all’erta, vigilanti, attendere il Signore. La nostra sorella Cosima lo ha atteso per tutta la vita e poi si è consegnata a lui con docilità. Manteniamo accesa la nostra fiaccola, attendiamo il Signore e accogliamolo quando egli verrà, consapevoli che siamo tutti chiamati ad entrare nella sua casa che è regno di giustizia, di amore, di pace e di gioia.

La consacrazione dell’altare simbolo cristologico, eucaristico ed ecclesiale * Cari fratelli e sorelle, stiamo celebrando la liturgia della vigilia della festa della solennità dell’immacolata Concezione della Vergine Maria. E’ il mistero della santità di Maria che risplende fin dalla sua nascita e dalla sua concezione. Il peccato non l’ha toccata. La santità di Dio l’ha avvolta. Lo Spirito Santo è disceso su di lei e la grazia dello Spirito l’ha resa bella della stessa bellezza di Dio. Durante la novena dell’Immacolata, la invochiamo con il titolo “tota pulchra”, tutta bella, la tutta santa. In Maria risplende la bellezza della santità di Dio. Anche la chiesa orientale invoca con lo stesso titolo. In greco si dice panaghia che significa “tutta santa”. La bellezza della Madonna non comporta solo l’assenza di ogni macchia di peccato, ma implica lo splendore della santità di Dio. In questo senso, Maria diventa il simbolo della Chiesa. In lei, come in un specchio, contempliamo la nostra realtà cristiana. Siamo chiamati ad essere come Maria, immacolati, cioè liberati dal peccato per risplendere della stessa bellezza della grazia. In lei vediamo anticipata la nostra condizione futura. Maria è l’immagine della Chiesa. È la madre spirituale di tutti i credenti, ed il modello esemplare della vita cristiana, la figura della Chiesa raggiante dello splendore dello Spirito Santo. Siamo chiamati tutti alla santità di vita, a vivere innanzitutto la bellezza della fede. Credere in Dio significa contemplare, riconoscere, guardare il volto di Dio, come dice il salmo « il tuo volto Signore io cerco, non nascondermi il tuo volto» (Sal 26,8-9). La fede è la ricerca del volto di Dio. Come il sole, il suo volto splendente ci illumina e ci riscalda. Maria, la credente per eccellenza, è per noi la maestra e l’esempio più fulgido della fede. Alla bellezza della fede, bisogna aggiungere la bellezza della preghiera. Anche in questo caso, bisogna rifarsi al tipo mariano. La vergine Maria, come diceva Paolo VI, nella sua enciclica sulla Madonna, Marialis cultus (2 febbraio 1974), è la vergine in preghiera. È bello ritrovarci insieme, a pregare, lodare e ringraziare il Signore. Diventiamo come Maria, un popolo orante, un popolo in preghiera. Dobbiamo poi sperimentare la bellezza della fraternità secondo quanto attesta il salmo: «come è bello e come è dolce che i fratelli vivano insieme!» (Sal 132,1). Così sconfiggiamo il pericolo sempre incombente dell’odio e di disprezzo dell’altro. Infine, la bellezza della missionarietà. La missione non è un compito, ma

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Omelia nella Messa per la riapertura al culto della Chiesa Maria SS. Assunta, Lucugnano 7 dicembre 2019.

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un’esigenza che nasce dall’incontro con il Signore. Se hai incontrato il Signore e hai scoperto che la sua presenza ti dona gioia, senti spontaneo il bisogno di comunicarlo agli altri. Questa sera celebreremo il rito della consacrazione dell’altare. Tra poco ungerò e consacrerò il nuovo altare. Dobbiamo ricordare che la vita cristiana cresce e matura, quando il credente si accosta alla mensa della parola, proclamata dall’ambone, e alla mensa eucaristica che si celebra sull’altare. Per acquistare vigore e per essere sempre pervaso da intima gioia, il cristiano deve accogliere il pane della parola e accostarsi alla mensa eucaristica. L’unico pane ricevuto in due forme ci trasforma in Cristo. L’altare rappresenta la tavola del cenacolo dove Cristo ha istituito l‘Eucarestia e ha consegnato il comandamento nuovo dell’amore fraterno. Richiama la croce sulla quale egli si è immolato. Simboleggia la tomba nella quel è stato sepolto. Rappresenta il luogo dove Cristo risorto ha riunito i suoi discepoli è ha consumato il pasto. L’altare è, dunque, simbolo dell’intero mistero pasquale di Cristo. Ogni volta che celebriamo l’eucarestia siamo radunati da Cristo risorto, attorno al suo altare per celebrare il suo mistero di morte e di risurrezione. Celebriamo il rito della consacrazione dell’altare con grande senso di mistero. Richiamiamo eventi salvifici. Soprattutto rappresenta la nostra consacrazione a Cristo. Non si consacra una realtà materiale, ma una realtà vivente, il corpo di Cristo. Noi Chiesa siamo il corpo di Cristo. La consacrazione dell’altare è, dunque, un simbolo cristologico, eucaristico ed ecclesiale

Il mistero della Chiesa, come sposa, vergine e madre * Cari fratelli e sorelle, celebriamo oggi il quarantesimo anniversario della dedicazione di questa Chiesa. I numeri hanno un valore simbolico. Quaranta significa il cammino di una generazione. Dice itineranza, un cammino lungo, ma non definitivo in quanto è il preludio a un nuovo percorso, a riprendere il pellegrinaggio. Cinquanta, invece, indica la meta definitiva, il compimento, essere arrivati al traguardo. Quaranta è il tempo quaresimale, cinquanta è il tempo pasquale. La Pasqua, infatti, è il punto conclusivo di tutta la vita cristiana e di tutta la storia dell’umanità. Richiamando i due tempi dell’anno liturgico, sant’Agostino afferma che il primo rappresenta il tempo del pellegrinaggio, della fatica, del desiderio. Il secondo indica il tempo della gioia, del raggiungimento e dell’esaudimento del desiderio. Inteso in questo modo, voi capite il senso della celebrazione che stiamo vivendo questa sera: richiamiamo il percorso già compiuto e ci proiettiamo verso la meta futura. Facciamo memoria degli anni trascorsi e anticipare proletticamente il cammino futuro. Molto opportunamente don Biagio e alcuni di voi, hanno preparato una mostra fotografica con alcuni momenti salienti di questi anni. E’ il cammino di una generazione, di un’intera comunità di cui fare memoria e da trasmettere alle nuove generazioni. Celebrando questa liturgia, mentre fate memoria, vi proiettate con gioia in avanti a vivere intensamente il tempo che il Signore vorrà donare. Occorre avere una memoria condivisa di quanto è accaduto in passato. Su di essa si fonda la vostra identità ecclesiale. Senza la memoria, svanisce la propria identità. Un popolo senza *

Omelia nella Messa per il quarantesimo anniversario della dedicazione della Chiesa di san Michele Arcangelo, Patù 9 dicembre 2019.

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memoria perde la sua identità. Al contrario, conservare la memoria significa avere un comune punto di riferimento, qualcosa che appartiene a tutti e che tutti condividono. Insomma, è custodire patrimonio di esperienze ecclesiali che vi fanno sentire “popolo”. Nel tempo sono accaduti molti avvenimenti: l’avvicendamento dei sacerdoti che hanno guidato questa comunità, l’attività pastorale che avete realizzato, la costruzione e la ricostruzione della Chiesa. È la memoria del passato da trasmettere alle nuove generazioni. Una memoria riconoscente al Signore perché carica di una molteplicità di frutti. Questa sera siamo chiamati a rivolgere il rendimento di grazie al Signore per quello che è accaduto. Con il salmista, dovremmo ripetere che ogni cosa è segno dell’ eterna misericordia di Dio (cfr. Sal 135). Dobbiamo imparare a considerare ogni cosa come una manifestazione della divina misericordia. Fate dunque, memoria, ringraziate il Signore per i doni che vi ha concesso, chiedete perdono per i vostri ritardi, proiettatevi con gioia a vivere il prossimo cammino. Avete ascoltato le letture. La prima del profeta Isaia parla di un deserto che fiorisce e di una via che bisogna tracciare nel deserto, sulla quale bisogna incamminarsi. Memoria, dunque, ringraziamento e nuovo cammino a partire dal rinnovato senso di comunità che avete raggiunto. Nella preghiera di dedicazione di una Chiesa, il Vescovo recita una bellissima invocazione: «Questo luogo è segno del mistero della Chiesa, santificata dal sangue di Cristo, prescelta per sposa per l’integrità della fede, madre sempre feconda, nella potenza dello Spirito Santo». Sotto la guida del nuovo pastore, don Biagio Errico, siete chiamati a capire il mistero della vostra comunità. La Chiesa non è un insieme di persone, riunite solo come una comunità sociologica. Voi rappresentate il mistero della trinità che vive nel tempo. Il vostro radunarvi in Chiesa rende presente la persona immagine di Cristo nella storia del nostro tempo. Attraverso il raduno delle persone che credono in lui, radunati insieme nella preghiera, si manifesta il Risorto. Lo ha detto Gesù: «Quando due o tre sono riunti nel mio nome io sono in mezzo a loro» (Mt 18,20). Allora il vostro radunarvi, ma soprattutto nella celebrazione eucaristica, rendere visibile Cristo nel tempo. Voi siete il mistero di Cristo che si rende presente in questo territorio. Un segno concreto e visibile della sua presenza. Voi rappresentate la visibilizzazione dell’invisibile. Cristo, infatti, è presente nella Parola, nell’Eucarestia, nei poveri e nella comunità. Da qui la necessità di rappresentare nell’unità del popolo, senza divisioni e frammentazioni. Nella lettera che io vi ho inviato dopo la mia visita pastorale, che don Biagio ieri vi ha letto, ho messo in evidenza questo aspetto. Con altre parole, ho detto che la bellezza della Chiesa consiste nello stare insieme dei cristiani. Voi avete sperimentato in questi anni la gioia di sentivi comunità. Insieme avete pregato, insieme avete realizzato molte attività, mi riferisco soprattutto alla bella iniziativa dell’infiorata. Avete sperimentato la gioia dell’unità. Essere un solo corpo, un solo spirito, una sola realtà: questo è il mistero della Chiesa. Possiamo esprimere questo mistero con tre immagini: la Chiesa è vergine, sposa e madre. La Chiesa è vergine quando professa la verità che Cristo ci ha insegnato, senza interpretazioni e aggiunte. Vergine significa che la Chiesa accoglie la Parola del Signore, la mantiene nella sua integrità e la trasmette con gioia al mondo. La parrocchia vive attorno all’ascolto, alla meditazione e alla interiorizzazione della Parola, per poi consegnarla soprattutto alle nuove generazioni. La Chiesa è sposa quando vive di carità, nel senso che si sente amata da Cristo e, a sua volta, risponde con amore a Cristo. Dovete sentirvi sotto lo sguardo d’amore di Cristo, come

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quando un fidanzato guarda la fidanzata con gli occhi dell’amore e le sussurra parole di affetto e di predilezione. Cristo vi ha amato spargendo il suo sangue. Anche il vostro amore non può essere espresso solo a parole. La vostra deve essere una risposta che si manifesta nell’integrità della fede e nella testimonianza viva della carità. La Chiesa, infine, è madre quando genera e trasmette la fede alle nuove generazioni, con i sacramenti e l’accompagnamento educativo. La Chiesa somiglia a una donna che diventa madre perché porta in se il bambino, lo genera e lo accompagna nella crescita. Dovete essere madri fecondi e non sterili. Questa immagine della maternità richiama l’impegno pastorale: il catechismo, le iniziative liturgiche, le molteplici programmazioni per far crescere nella fede le nuove generazioni e trasmettere loro la bellezza di questa vita cristiana. La preghiera della dedicazione di una Chiesa si conclude con queste parole: «Qui la fonte della grazia, qui la santa assemblea, qui la liturgia di lode, qui il povero trovi misericordia». Quanto è bella la parola “qui”. Indicalo spazio, il tempo, la concretezza della vostra comunità. Non in un’altra chiesa, ma nella vostra la comunità di Patù, nel vostro paese, dovete realizzare l’immagine che ho richiamato precedentemente. Nella lettera che vi ho scritto dicevo: «Siate una comunità bella, come la bella infiorata». E’ un’immagine che esprime quanto avete imparato a vivere in questi anni. Realizzare l‘infiorata, aldilà di quello che rappresenta su piano artistico, significa lavoro fatto insieme, ricerca comune, fatica condivisa e finalmente la concretezza di un progetto. La fede senza concretezza non serve a nulla. Non viviamo in paradiso, viviamo su questa terra. Ed è proprio “qui” che dobbiamo manifestare il mistero della Chiesa, come sposa, vergine e madre.

Stare tra i giovani come san Giovanni Battista* Cari insegnanti di religione cattolica, tra gli altri doni che l’Avvento ci propone vi è la figura di Giovanni il Battista. Non riflettiamo abbastanza sulla sua importanza. Nella liturgia è l’unico santo, insieme con la Madonna, del quale celebra sia il giorno della nascita e il giorno della sua morte. D’altra parte, Giovanni Battista segna l’inizio del Vangelo. Il Vangelo di Marco, che non ha i racconti dell’infanzia di Gesù, inizia dalla predicazione e dalla missione di Giovanni. C’è un altro elemento che ci deve fare riflettere. Tutte e tre le religioni monoteiste venerano san Giovanni Battista. Da parte cristiana, è significativo che nelle iconostasi ortodosse, egli è sempre rappresentato accanto a Maria nella composizione pittorica della “deesis”: il Cristo giudice è raffigurato tra la Vergine e il Battista. Questi elementi storico, biblico e liturgico, aiutano a comprendere l’importanza che questa figura ha avuto nella storia della salvezza, e ha ancora nella vita della Chiesa e dei cristiani. Questa sera, vorrei riferire a voi, insegnanti di religione cattolica nelle scuole dello Stato, alcuni aspetti della sua esemplare figura e del suo insegnamento come esempio per il vostro impegno educativo. Il primo elemento è questo: il Vangelo di Luca inserisce il riferimento alla figura del Battista in una cornice storica. Indicazione preziosa anche per il nostro tempo. Il vostro compito dovrebbe far comprendere ai vostri studenti il vangelo è storia. Cristo è un personaggio *

Omelia nella Messa per l’incontro degli insegnanti di religione, Cappella S. Antonio, Tricase 14 dicembre 2019.

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della storia. È realmente esistito. Non è un mito, una fantasia, non personaggio “inventato”. Papa Francesco mette in guardia dalla tentazione dello gnosticismo e del pelagianesimo. Cristo non è un’idea, Il suo messaggio non è una teoria, ma una proposta di vita che affonda il suo valore nella storicità di Cristo e degli altri personaggi del Vangelo, come Giovanni il Battista. Occorre parlare ai giovani della dimensione storica del Vangelo. I personaggi del Vangelo non sono frutto di invenzioni e non sono nemmeno figure retoriche, ma persone in carne ossa che sono vissuti in un contesto geografico e in un particolare periodo della storia. La fede è contestualizzata. Si muove dentro coordinate storiche. non si risolve in un annuncio teorico. Non è una filosofia, ma un evento, una storia, un fatto. Se si prescinde da questa base storica crolla tutto il resto. Il cristianesimo diventa un fatto culturale e Gesù viene presentato, come uno dei tanti personaggi della storia. Quando nella scuola si accosta Gesù a Buddha, Gandhi, Kennedy, e lo si presenta come un personaggio all’interno del pantheon come una delle personalità importanti, si compie una giusto riconoscimento storico. Bisogna però far emergere la differenza che lo separa dagli altri personaggi. Purtroppo non è infrequente che o si dimentica la sua realtà storica o si restringe la sua persona nel puro accadimento storico. Occorre mettere un punto fermo. L’insegnante deve far rilevare la storicità dei racconti e dei personaggi evangelici. Parlare di Giovanni Battista significa collocare il Vangelo nella sua specifica cornice storicogeografica. Il secondo aspetto circa l’importanza del Battista è sottolineare l’unità dei due Testamenti. Anche qui c’è una grossa carenza nel popolo cristiano. Non si comprende che la religione cristiana non è cominciata duemila anni fa, ma quattromila anni fa. Comincia con l’Antico Testamento che, nella visione cristiana, è una preparazione e una prefigurazione del Nuovo Testamento. In questo percorso, san Giovanni Battista è il punto di congiunzione. Parlare di Gesù non significa richiamare solo i Vangeli. Essi, in fondo, non sono altro se non una rilettura dell’Antico Testamento alla luce del mistero di Cristo. Per i Vangeli, la divinità di Gesù non è tanto espressa dai suoi miracoli, ma dalla realizzazione delle promesse profetiche. Quando verrà il Messia ci saranno segni particolari: i ciechi vedranno, i sordi udiranno. Sono però solo segni. La loro dimensione taumaturgica è solo un’attestazione della messianicità e divinità di Cristo. Ma la prova fondamentale è data dalla realizzazione delle antiche promesse. È una grande eresia mettere da parte l’Antico Testamento. Giovanni Battista è la personificazione dell’unità dei due Testamenti. Il terzo aspetto che vorrei ricordare è che Giovanni il Battista è stato un grande educatore. Ha accompagnato i suoi discepoli a riconoscere il Messa. Ha preparato il popolo di Dio alla venuta del Messia e lo indicato quando egli è arrivato. Nel particolare contesto della scuola l’insegnante di religione svolge lo stesso ruolo di Giovanni Battista: prepara i giovani, con gli strumenti propri della scuola, a scoprire il volto di Cristo. Siete in un ambiente laico. Dovete utilizzare i linguaggi propri di questa comunità educante per orientare i giovani a riconoscere Gesù. Il quarto aspetto tocca la vostra stessa persona. L’insegnamento è solo una comunicazione di idee, ma è una testimonianza di vita. Prima del vostro insegnamento, c’è la vostra esperienza di vita. Si insegna con quello che si è, non solo con quello che si trasmette con la parola. La vita è una continua ricerca. Ed anche la fede non è mai una realtà statica e immobile. È una realtà dinamica, un cammino da compiere. Giovanni Battista aveva battezzato Gesù. In qualche modo lo conosceva. Ma alla fine della sua vita, manda i suoi discepoli a chiedere a Gesù se è lui colui che deve venire o bisogna aspettare un altro. Giovanni Battista è stato non solo il precursore ma, in un

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certo senso, è stato anche il discepolo. Ha anticipato il discepolato degli apostoli. E, fino alla fine, non ha smesso di interrogarsi sulla figura del Messia. La fede non è mai scontata. È una domanda incessante, una continua ricerca di Cristo. Se manca questo aspetto, il resto sarà molto difficile, e il vostro insegnamento sarà solo un richiamo curriculare come tutte le altre materie. Certo, non è una catechesi, ma non è solo una materia curriculare perché è una domanda di vita e non solo di cultura. Non è solo fornire delle nozioni, ma è suscitare le domande e indicare le possibili risposte. Insomma, è accendere un fuoco. Questo risulterà facile se non si spengerà la passione educativa. Non si tratta solo di trasmissione di contenuti, ma di far risplendere a forza, la bellezza e la gioia di quanto viene comunicato. I ragazzi si accorgono se facciamo un mestiere o se noi accanto alla professionalità c’è la volontà di trasmettere qualche elemento che ha a che fare con la vita reale. Vi prego di non mettere da parte il vostro coinvolgimento personale. Siete chiamati a regalare ai giovani la vostra visione della vita, non solo le vostre conoscenze. L’ultimo aspetto è che san Giovanni Battista è un testimone. La verità che lui annuncia “costa”, e lui la testimonia fino in fondo, fino a dare la sua vita . Per questo Gesù tesse l’elogio più bello di tutto il Vangelo. Essere testimoni di verità è l’insegnamento più bello da offrire ai vostri studenti. Fatelo con tutto l’ardore della vostra passione educativa.

Il Natale all’ospedale, esperienza del Dio vicino e grande nell’amore* Cari fratelli e sorelle, il mistero del Natale è, nello stesso tempo, semplice e profondissimo. La semplicità dei racconti della nascita di Gesù nei Vangeli di Matteo e Luca, ci stupisce. Poche parole fanno risplendere una grande luce. Luca dice semplicemente che Maria «diede alla luce il figlio primogenito» (Lc 2,7) e aggiunge che «gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo» (Lc 2,21). Un racconto molto semplice che, però, mette in evidenza la dimensione essenziale del mistero. Non si dilunga in tanti particolari come faranno i Vangeli apocrifi. I Vangeli canonici sono di una sobrietà sorprendente. Questo ci meraviglia e attesta che il mistero, nella sua profondità, non si può esprimere con le parole. Bastano pochi cenni per dire la verità e lasciare stupiti, meravigliati. Da secoli celebriamo questo mistero. Ogni volta è carico di novità. Entra nel fondo dell’animo. Lo conosciamo già, ma ci coglie sempre di sorpresa. All’improvviso si accende una luce e si manifesta la straordinaria presenza di Dio in questo modo così umano, così vicino a noi. Tutto è racchiuso in questa frase: «Diede alla luce il figlio primogenito». Ma si tratta del figlio di Dio, di colui che i cieli non possono contenere. Se avessi scritto noi i Vangeli, certamente avremmo aggiunto qualche particolare per esprimere la straordinaria grandezza del mistero. I Vangeli ci parlano con estrema sobrietà. *

Omelia nella Messa della vigilia di Natale, Chiesa dell’Hospice, Tricase 24 dicembre 2019.

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Anche noi abbiamo fatto un gesto: abbiamo preso la statua di Gesù Bambino e l’abbiamo collocata nel presepe. Abbiamo voluto dire che Dio è in mezzo a noi come un bambino. Si fa presente, si vede, si tocca, si sente, si ascolta. Il Papa nel discorso fatto a Greccio, ha parlato del presepe e ha messo in evidenza la straordinaria modalità con cui Dio si presenta a noi: beve il latte dalla Madonna, mangia, sorride, si lascia prendere tra le braccia. Gli stessi gesti che una madre fa nei riguardi di suo figlio. Ecco, il mistero dell’umiltà di Dio. Egli non cerca segni straordinari per mostrarsi, non segue la via dell’appariscenza, della potenza. Sceglie, invece, la modalità più conforme e del tutto simile al nostro linguaggio. Perché lo fa? Quale è il motivo? Dovremmo riflettere un po’ di più su questi interrogativi. La teologia antica, per tanto tempo, si è domandato perché Dio si è fatto uomo. Da

una parte constatiamo il fatto. Si tratta di un avvenimento storico. Dall’altra ci domandiamo il valore di questo avvenimento. In sintesi possiamo dare due risposte. La prima: perché ci ha voluti bene. E’ stato l’amore, il motivo dell’incarnazione del Verbo. Il Vangelo di Giovanni afferma: «Dio ha tanto amato il mondo, da dare il suo figlio unigenito» (Gv 3,16). L’amore spinge ad essere presente, ad essere accanto, a stare essere vicino. Il Natale è il segno della vicinanza di Dio. Anche l’amore umano, a somiglianza di quello divino, dice: «Voglio stare con te». Vorrei dire soprattutto ai nostri fratelli ammalati. questo è il Natale. Il Natale vuol dire avvertire la vicinanza di Dio alla propria persona, alla propria mia famiglia nella reale situazione in cui ci si trova. Quando, nonostante la sofferenza, percepiamo che Dio non è lontano, viviamo una vera festa di Natale. Dio nasce nell’anima e ci avvolge con il suo amore. Nasce perché ci vuole bene e vuole dirlo personalmente ad ognuno di noi. Il presepe è il segno dell’amore concreto e palpabile di Dio. Dobbiamo ricordare continuamente questa verità. Soprattutto nei momenti di difficoltà e di dolore. Ripetere a noi stessi che Dio è qui, accanto a me! Si comporta come fosse un nostro parente, un nostro amico: vuole stare accanto, non vuole lasciarci soli, vuol far sentire la sua presenza, il suo calore umano e divino. Con l’incarnazione, Dio toccare l’uomo da uomo, far sentire la compassione, prendere su di sé il nostro dolore. Cari fratelli ammalati, non siete mai soli, abbandonati a voi stessi. Anche quando le circostanze sembrano dire il contrario, Dio è sempre accanto. Anche noi, quando rimaniamo accanto ai nostri ammalati e percepiamo i loro dolore celebriamo il Natale esistenziale e non solo quello rituale. Dio nasce ogni volta, quando noi siamo accanto al nostro fratello. Allora celebriamo l’amore non si allontana. Vi è però un’altra cosa da aggiungere. Dio sta accanto a noi non in modo infruttuoso. Egli viene per redimerci. Tutte le feste dell’incarnazione, dal Natale all’Epifania, sottolineano lo stesso mistero: la vicinanza di Dio, la sua volontà di liberarci dal male fisico e dal male spirituale. Pensate a tutto il lavoro che fate all’Ospedale e a Casa di Betania. E’ un tentativo di ripetere il gesto salvifico di Dio: dare la giusta medicina e un po’ di sollievo. Dio lo fa in una maniera straordinaria. Noi lo facciamo con i nostri poveri mezzi. Ma si tratta sempre di imitare quello che il Signore ha fatto. Comprendete allora la grandezza del vostro compito. Vivete allora la vostra vita e il vostro lavoro testimoniando la vicinanza agli ammalati, soprattutto a quelli che sono in un particolare momento di difficoltà. Allora veramente suoneranno le campane della festa. Tornerà la gioia anche in coloro che sono oppressi dalla tristezza e dal dolore. Aprirete la finestra della speranza.

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Ridarete un po’ di serenità e testimonierete la verità di Dio, venuto per darci la vita e darcela in abbondanza. Buon Natale.

Con il cuore contrito e lo spirito umiliato* Cari sacerdoti, cari fratelli e sorelle, risuona con forza in questa liturgia l’invito alla conversione e alla retta professione della fede. «Convertitevi e credete al Vangelo» (Mc 1,15) è l’inizio e la sintesi della predicazione di Gesù e, nello stesso tempo, è il messaggio centrale e la principale opera penitenziale della quaresima. L’imposizione delle cenere sul capo è il gesto simbolico che indica il cammino di conversione. L’itinerario penitenziale e battesimale parte dalla consapevolezza del compimento del tempo (cfr. Mc 1,15). La vita di Cristo si muove tra il peplerotai marciano (cfr. Mc 1.15) e il tetelestai giovanneo (cfr. Gv 19,30). Marco annuncia il sopraggiungere della pienezza del kairòs. Giovanni rivela il suo compimento. Posto all’inizio della quaresima, l’annuncio marciano invita a considerare il tempo presente nella sua dimensione kairologica. Il tempo quaresimale è simbolo dell’intera esistenza dell’uomo, anzi di tutta la storia dell’umanità, posta nel segno dell’arrivo della fine. Il tempo pasquale rivela in Cristo il compimento storico dell’avvenimento kairologico e il suo definitivo realizzarsi per tutta la creazione e l’intera umanità nella venuta escatologica di Cristo. Il tempo della fine chiede la conversione e la professione della fede. La fine del tempo spalanca la visione beatifica e la manifestazione della gloria di Dio. Tutta la vita cristiana è dunque un continuo processo di conversione e di maturazione e sviluppo della fede. Convertirsi e credere costituiscono una endiadi, sono cioè due facce della stessa medaglia. Metanoeite kai pisteuete sono gli impetrativi in lingua greca. Paenitemini et credite il loro risvolto in lingua latina. Avere fede vuol dire fidarsi e affidarsi a qualcuno accogliendo la sua persona e il suo insegnamento. Ciò comporta un ”cambiamento di mentalità” (significato etimologico “metanoeite”), una differente scala di valori, un diverso stile di vita. Allo stesso tempo, chiede un ravvedimento ed un pentimento (significato etimologico di paenitemini) circa il proprio modo di pensare e di agire. Occorre percorre questi due sentieri per vivere in pienezza la presenza del kairòs. Nella tradizione patristica, il pentimento è espresso con due locuzioni: contritio cordis e compunctio cordis. Sembra che il primo a usare queste espressioni sia stato Macario il

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Omelia nella Messa del mercoledì delle ceneri, Cattedrale, Ugento 26 febbraio 2020.

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Grande. Contritio deriva da conterere e significa frantumare, schiacciare, ridurre a pezzi. È il cuore di pietra, di cui parla la Bibbia, che si spezza. Compunctio deriva da compungere che equivale a pungere, bucare, stimolare, incitare. In definitiva procurare una ferita nell’anima, trafiggere il cuore da cui sgorga l'acqua: le lacrime del pentimento. Non bisogna confondere il pentimento con il senso di colpa. Pentirsi è riconoscere la gravità del peccato, affliggersi per averlo commesso e desiderare di essere liberati. Questa è la grande opera penitenziale. Chi, infatti, «conosce il proprio peccato è più grande di chi risuscita un morto. Chi piange un'ora su se stesso è più grande di chi ammaestra il mondo intero. Chi conosce la propria debolezza è più grande di chi vede un angelo. Chi segue Cristo in segreto e nel pentimento è più grande di chi gode di molta fama nelle chiese»46. La conversione è, dunque, un capovolgimento, uno sconvolgimento del cuore: innesca nel nostro intimo un processo spirituale grazie al quale il cuore si libera da ogni durezza e rigidità, lascia cadere ogni egoismo e ambizione, si libera di sé e si abbandona a Dio, accetta di essere oggetto della sua collera e del suo amore, della sua giustizia e della sua misericordia. In tal modo, la conversio si esprime in una confessio. Questo termine non significa solo andarsi a confessare, ma significa pure lodare, riconoscere, proclamare. Il primo momento è la confessio laudis, la confessione di lode, l’espressione di un sincero ringraziamento al Signore per quanto egli compie nella nostra vita. Segue la confessio vitae che vuol dire andare alle radici di se stessi per esprimere alcuni dei più profondi sentimenti, emozioni che pesano nell’animo e vorremmo che non ci fossero. Cercare le radici delle nostre colpe, e conoscersi per ciò che realmente siamo: un fascio di desideri, un vulcano di emozioni e di sentimenti. Infine, si tratta di vivere la confessio fidei ovvero un profondo atto di fede nella potenza risanatrice e purificatrice dello Spirito, nella misericordia infinita di Dio. In definitiva, la confessio è la nascita dell’uomo nuovo secondo il Vangelo, una gestazione che prosegue fino a quando dura il nostro pellegrinaggio terreno. Chi persevera nella solitudine, per amore di Gesù, vedrà che «uno stato di pace e di gioia inesprimibile subentrerà nell'anima al demonio dell'akedia»47. Basta "credere in Dio", "affidarsi a lui", "contare su di lui", "perseverare nella fiducia in Dio", "restare tranquillo, solo e silenzioso" per non perdere Dio48. Il processo di conversione conduce a ritrovare l’integritas ossia la condizione di pienezza umana e spirituale verso la quale non cessiamo mai di crescere, fino a raggiungere la misura dell'uomo perfetto in Gesù Cristo (cfr. Ef 4,13). Non si tratta infatti di uno stato dove le passioni dell'uomo sono annientate, bensì dove esse ritrovano l’integrità delle origini, la condizione primitiva in cui l'anima non era ancora ferita dalle passioni che la lacerano in tutte le direzioni. Le potenze e i desideri dell'anima, che all'origine sono state stornate dal peccato e che rischiano di disintegrarsi sotto la violenta tempesta dell'akedia49, ritrovano la loro unità. L'uomo può nuovamente ritornare ad essere tutto di Dio. Non bisogna però dimenticare che questa grazia viene accordata nell'abisso dell'akedia , in un momento in cui la preghiera sale dalle profondità di un insondabile sconforto che invoca aiuto e implora perdono. A mano a mano che il cuore viene purificato dalla preghiera, raggiunge il 46

Isacco il Siro, Logos 34. Evagrio, Praktikos 12. 48 Cfr. Id., Antirrhetikos VI,12,12,40,41. 49 Cfr. G. Bunge, Akedia, il male oscuro, Edizioni Qiqajon, Magnano (BI) 2012. 47

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riposo e si riconcilia con la debolezza e il peccato. Distoglie lo sguardo dalla propria miseria per contemplare unicamente il volto della misericordia di Dio. La contrizione allora si trasforma impercettibilmente in gioia umile e serena, in amore e in azione di grazie. Nessun peccato viene negato o scusato, e ogni cosa è inghiottita dalla misericordia. Dove abbondava il peccato, la grazia non cessa di sovrabbondare (cfr. Rm 5,20). La preghiera porta ancora le tracce del peccato e della miseria, ma la colpa è da quel momento beata (felix culpa). Le lacrime del pentimento sono anche lacrime d'amore. Non solo la purificazione dal male, ma anche il progresso nel bene si realizza come un processo ascensionale. A tal proposito, san Bernardo afferma: «Vi sono quattro gradi di ascensioni. Il primo è al cuore, il secondo nel cuore, il terzo dal cuore, il quarto sopra il cuore. Nel primo si teme Dio, nel secondo lo si ascolta come consigliere, nel terzo viene desiderato come sposo, nel quarto si vede Dio»50. Se compiere il male porta a una continua discesa negli inferi, convertirsi è una risalita incessante verso le vette della somiglianza con Dio. Percorrendo l’intera scala del paradiso51, si ascende di gloria in gloria, fino alla gloria che non ha fine.

Ti conoscevo per sentito dire, ora i miei occhi ti vedono* Cara comunità monastica, cari sacerdoti, cari fratelli e sorelle, la Messa esequiale in suffragio dell’anima di suor Margerita è un atto di affidamento della sua persona al Signore, che lei ha amato e servito in questa vita, ed è un segno di gratitudine per il bene che ha fatto in questa comunità monastica e in riferimento a tanta gente che ha incontrato. Suor Margerita ha vissuto la bella storia di questo monastero fin dalla sua fondazione, accompagnando il suo sviluppo e incrementando la sua presenza nella diocesi e nel nostro territorio. L’età era avanzata, ma intatta è rimasta la sua giovinezza spirituale e la sua vivacità intellettuale. Si pensi, a tal proposito alla sua meritoria opera di traduzione in lingua tailandese dei libri liturgici. Ha intensamente vissuto la fraternità monastica ed ha percorso con questa comunità il suo personale cammino verso la santità. Parafrasando le parole di san Benedetto nel Paradiso dantesco, potremmo dire che suor Margerita ha fermato i suoi piedi in questo monastero e ha tenuto saldo il suo cuore52. Ha scelto cioè di vivere la stabilitas loci in questa famiglia monastica con la quale si è legata per sempre attraverso la sua professione per acquisire la stabilitas cordis, un cuore capace di incanalare le proprie energie nell’offerta amorosa di sé a Dio e ai fratelli.

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Bernardo di Chiaravalle, Sermone 115, in Id., Sermoni diversi, Edizioni Vivere In, Roma 1997, p. 453. Cfr. Giovanni Climaco, La scala del paradiso, Città Nuova, Roma 1989. * Omelia nella Messa esequiale di suor Margherita, Chiesa del Monastero della SS. Trinità, Alessano 27 febbraio 2020. 51

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«Qui son li frati miei che dentro ai chiostri /fermar li piedi e tennero il cor saldo» (Dante, Paradiso, XXII,50-51).

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Il monastero, per suor Margherita e per ciascuna di voi, non è stato solo un luogo, ma un itinerario di santità per cercare Dio nell’intimità dell’anima e, dopo aver purificato il cuore, vederlo con i propri occhi. Sì, care sorelle, la clausura monastica indica la vostra ferma volontà di stabilire una relazione di affetto e di comunione con Dio e tra di voi per percorrere insieme, instancabilmente, il sentiero che porta all’incontro con l’Amato. Accettate di “segregarvi”, non per isolarvi, ma per abbandonare le vie della dispersione e della dissipazione ed entrare bel fondo della vostra anima. Accogliete il suggerimento del Maestro che i suoi discepoli: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po'» (Mc 6, 31). Con la vostra silenziosa presenza, rivolgete all’uomo del nostro tempo, dimentico di sé e incapace di silenzio e di riposo, il pressante appello che sant’Agostino indirizzava ai suoi contemporanei: «Rientra nel tuo cuore, tu che sei diventato estraneo a te stesso, a forza di vagabondare fuori: non conosci te stesso, e cerchi colui che ti ha creato! Torna, torna al cuore, distaccati dal corpo… Rientra nel cuore: lì esamina quel che forse percepisci di Dio, perché lì si trova l’immagine di Dio; nell’interiorità dell’uomo abita Cristo, nella tua interiorità tu vieni rinnovato secondo l’immagine di Dio»53. È la stessa raccomandazione che santa Caterina da Siena esprimeva con l’immagine della “cella interiore” che ognuno porta con sé e in cui è sempre possibile ritirarsi per riannodare un contatto vivo con la Verità che abita in noi. Gesù stesso invita i discepoli a entrare nella “cella invisibile all’esterno e non delimitata da pareti: «Quando preghi entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto. Il Padre tuo che vede nel segreto ti ricompenserà» (Mt 6, 6)54. Non tutti possono andare in un deserto esteriore. Tutti però possono rifugiarsi nel deserto interiore che è il nostro cuore. Chi entra in un monastero, intende percorrere il sentiero dell’interiorità. La vita autentica si raggiunge vivendo “coram Deo”, rimanendo per sempre al cospetto di Dio55, anche quando Dio sembra assente56. La discesa nelle profondità della propria anima non ha nulla di soggettivo, ma è la ricerca della verità che abita nell’abisso del cuore. «Nell’uomo interiore abita la verità»57, afferma sant’Agostino. Ed Elisabetta della Trinità indica la linea della più pura e oggettiva interiorità, quando scrive: «Ho trovato il paradiso sulla terra, perché il paradiso è Dio e Dio è nel mio cuore»58. In questa prospettiva, la pagina evangelica ci consegna la promessa della beatitudine per chi percorre la strada indicata dal Vangelo. Tra tutte le beatitudini, solo ai puri di cuore è «promessa la visione di Dio»59. Non che agli altri sia negata, ma è assicurata in quanto sono puri di cuore60. Ed è questa la beatitudine della vita monastica. Vedere Dio è una grazia, non il risultato di 53

Agostino, In Ioh. Ev., 18, 10. Cfr. Ambrogio, Su Caino e Abele, I, 9, 38. 55 «Si parla tanto di vite sprecate. Ma sprecata è soltanto la vita di quell’uomo che mai si rese conto, perché non ebbe mai, nel senso più profondo, l’impressione che esiste un Dio e che egli, proprio egli, il suo io, sta davanti a questo Dio» (S. Kierkagaard, La malattia mortale, II, in Opere, a cura di C. Fabro, Firenze 1972, p. 663). 56 «Con Dio e al cospetto di Dio noi viviamo senza Dio», D. Bonhoeffer, Lettera, 16/7/1994, in id., Resistenza e resa, Bompiani, Milano 1969, p. 264. 57 Agostino, De vera religione, 39, 72. 58 Elisabetta della Trinità, Lettera 122. 59 Agostino, Discorso, 53, 6,6 60 Ivi, 53, 9,9. 54

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un impegno. «Il Padre è inaccessibile; ma nel suo amore, nella sua bontà verso gli uomini, e nella sua onnipotenza, arriva a concedere a coloro che lo amano il privilegio di vedere Dio»61. Nella Scrittura, il cuore riassume l’essere umano nella sua totalità e unità di corpo e anima, nella sua capacità di amare ed essere amato. Indica l’intimo dell’uomo, il centro della persona, il luogo profondo in cui la nostra persona prende coscienza di sé, riflette sugli avvenimenti, medita sul senso della realtà, assume comportamenti responsabili verso i fatti della vita e verso lo stesso mistero di Dio. Il cuore è il principio di impurità (cfr. Mc 7,14-23). Per questo occorre purificarlo. La parola greca “puro” (katharos), utilizzata dall’evangelista Matteo, significa pulito, limpido, libero da sostanze contaminanti. Nel Nuovo Testamento "impuro" è un attribuito a quattro tipi di realtà: la lebbra, i demoni, i sepolcri e le tombe, i cibi e le mani. L’impurità del cuore sta nella divisione dell’intelligenza, della volontà e dell’affetto, in un atteggiamento di divisione del legame affettivo, volitivo e intelligente, mentre il cuore puro è totalmente orientato a Dio. La relazione personale è pura quando è accogliente nei confronti di Dio, quando non è chiusa. Il cuore è puro quando è libero da tendenze e da impulsi contrari a Dio, quando è interamente dedicato a lui, è pienamente conforme alla sua volontà: cuore puro significa cuore totalmente di Dio, conforme a lui. Se il cuore viene purificato, diventa sorgente di purezza per l’uomo. È il cuore che dà origine a un comportamento conforme alla volontà di Dio. Non c’è conformità alla volontà del Signore se non a partire da un cuore puro che si sottomette interiormente a tale volontà. Cuore puro non è semplicemente il cuore che non si è macchiato di alcun peccato, ma è il cuore che Dio ha ricreato, ha rifatto con la sua grazia e la sua misericordia. È essere conforme alla volontà di Dio. La purificazione del cuore non è un’azione degli uomini, ma un’azione di Dio. Solo lui può purificarci e rivestire il nostro cuore del suo perdono, come recitiamo nel versetto 12 del salmo 50: «Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo». La purificazione del cuore è un dono, una grazia, un’opera della fede. Questa «purifica il cuore, il cuore purificato vede Dio» 62. Si tratta naturalmente della fede animata dalla speranza e sbocciata nella carità. Vedere Dio significa stare alla sua immediata presenza, sperimentare la sua realtà, quella che si chiama gloria, luminosità, essenza divina. Non è semplice spettacolo si osserva dall’esterno. Vedere Dio implica una comunione profondissima. Vuol dire diventare come lui, essere trasformati a sua perfetta somiglianza. Questo sarà possibile solo alla fine. E si realizzerà per grazia come espansione del desiderio. Una vignetta orientale parla di un discepolo che esprime al suo maestro il desiderio di vedere Dio. Il maestro risponde che, per ottenere ciò, egli deve desiderarlo con tutte le sue forze. Il discepolo insiste dicendo: «È ciò che io desidero, ma come posso vederlo?». Il maestro replica: «Devi desiderarlo di più». Un giorno, mentre facevano il bagno nel fiume, il maestro improvvisamente prese la testa del discepolo e la tenne sott’acqua con forza, mentre il discepolo si dibatteva per liberarsi. Finalmente, il maestro lasciò riemergere la testa del discepolo, che poté ricominciare a respirare e subito chiese che cosa significasse il gesto che aveva subito. Ed ecco la sapiente risposta del maestro: «Quando desidererai Dio come desideravi l’aria fino ad un momento fa, allora lo vedrai». Proprio come recita il salmista: «Come la cerva anela ai corsi d'acqua, così l'anima mia anela a te, o Dio. L'anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente» (Sal 42,13). 61 62

Ireneo di Lione, Adversus haereses, 4, 20, 5. Ivi, 53, 10,10

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Prima di essere oggetto di visione, Dio è oggetto di speranza. «Chiunque ha questa speranza in sé, purifica se stesso, come egli è puro» (1Gv 3, 3). Chi ha in sé il forte desiderio di vedere Dio, purifica il proprio cuore e l’occhio del cuore riesce a vedere Dio. Lo vede perché Dio si è fatto vedere. Come il Cristo risorto, Dio si mostra solo a chi lo desidera. Lo vede chi non si stanca di cercarlo. Più cresce il desiderio, più limpida si fa la visione. La vita è «una ginnastica del desiderio»63, una progressiva focalizzazione del volto di Dio. Fino alla fine, quando finalmente lo vedremo “faccia a faccia”. Si realizzerà così la promessa di vedere Dio «così come egli è» (1Gv 3,2). Per noi questa visione è ancora un traguardo da raggiungere. Per suor Margherita è già una realtà. Ora lei può ripetere con gioia le parole di Giobbe: «Ti conoscevo per sentito dire, ora i miei occhi ti vedono» (Gb 42,5). È la ricompensa che ha atteso, la realizzazione del dono che Dio le aveva promesso.

Innanzitutto sono qui presente come Vescovo diocesano, ma anche come cittadino di Tricase. Apprezzo quanto è stato fatto questa mattina. Non intendo ripetere i saluti e i 63

Agostino, Trattati sulla prima lettera di Giovanni, 4,6.

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ringraziamenti già fatti dagli interventi che mi hanno preceduto, desidero soltanto sottolineare un aspetto, soprattutto per i ragazzi. Il conferimento della cittadinanza onoraria alla senatrice Segre riveste un significato simbolico non soltanto di carattere personale. E’ stata ricordata la storia drammatica di un popolo e la vicenda personale della senatrice. In lei noi guardiamo il simbolo che rappresenta. E a questo proposito vorrei riferirvi quello che ha detto una grande filosofa ebrea, Hannah Arendt, sulla dramma della shoah, nel libro che lei ha scritto sulla vicenda che riguardava il giudizio in tribunale a cui era stato sottoposto Otto Adolf Eichmann, uno dei rappresentanti dei nazisti, a Gerusalemme. Nel libro intitolato in maniera molto significativa “La banalità del male”, si racconta che questo ufficiale nazista era responsabile dei trasporti, dello smistamento dei prigionieri trasferiti con i convogli ferroviari nei vari campi di concentramento. Quando fu interrogato al processo si difese dicendo che lui era soltanto il responsabile dei trasporti, esecutore di ordini superiori e che quindi non aveva fatto nulla di male. Da qui tutta la riflessione che la filosofa Hannah Arendt sviluppa sul tema della “banalità del male”, cioè il male, alcune volte tragico, come in questo caso, non si presenta mostruoso. Eichmann sembrava una persona normale, non un mostro che ha fatto tanto male, come a dire “il male che non fa male”. Voglio esortare voi ragazzi qui presenti a fare attenzione a quella normalità della banalità del male; a non considerare, diciamo, il male nella sua essenza, come realtà mostruosa. Non dobbiamo soltanto fare una celebrazione, dobbiamo soprattutto imparare un messaggio valido non solo per i ragazzi, ma per tutti noi, cristiani e non, a considerare il male nella sua profonda attività distruttiva, della persona innanzitutto e poi della società e anche delle nazioni. Cito, a proposito, una espressione del Libro dei Proverbi, il libro della sapienza biblica che è anche sapienza umana. C’è un proverbio che dice: “un piatto di verdure con l’amore è meglio di un bue grasso con l’odio”. La sconfitta dell’odio richiede anche uno stile, uno stile di sobrietà, come il piatto di verdure, cioè uno stile di vicinanza. Si parte dalla concretezza della vita, dalla vicinanza quotidiana con i fratelli altrimenti questi eventi che sono grandi, non vengono colpiti da uno stile che riguarda la vita quotidiana che ciascuno di noi deve imparare a vivere. L’ultimo messaggio che voglio offrire è che questo evento che stiamo vivendo qui a Tricase va collegato con quello che si sta celebrando da ieri a Bari, e cioè il piccolo sinodo dei Vescovi del Mediterraneo, un momento di dialogo e di confronto tra i Vescovi cattolici, sulle questioni che riguardano il Mediterraneo con temi molto importanti: la pace, l’accoglienza, la

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convivialità. Domenica prossima, a conclusione, parteciperà anche il Papa. Questa nostra piccola iniziativa, viviamola nel più grande scenario delle Chiese e dei popoli del Mediterraneo in assemblea: noi dal mare di Tricase portiamo il nostro piccolo contributo di riflessione e ci uniamo ai fratelli del mare di Bari.

Saluto di Mons. Vito Angiuli al Vescovo Mons. Antoine Kambanda, Arcivescovo di Kigali Basilica di S. Maria di Leuca 18.2.20. Salutiamo Mons. Antoine Kambanda, arcivescovo di Kigali (Rwanda) in visita per qualche giorno nella nostra diocesi. Un saluto anche al suo ex vicario generale, don Jean Claude, ospite da qualche mese nella comunità di Miggiano. Don Claudien che ha concluso il dottorato in Teologia biblica, e ha collaborato pastoralmente nella comunità di Marina di Leuca, è ritornato da poco in Rwanda; don Jean Claude inizierà a breve il corso biennale presso l’accademia Alfonsiana in Roma, per conseguire il dottorato. Eccellenza carissima, siamo molto contenti della sua visita, perchè attraverso la sua persona ci sentiamo in comunione con la chiesa rwandese, alla quale siamo legati già da molti anni, precisamente dagli anni 80 con la presenza di sacerdoti della nostra diocesi, in particolare don Tito Oggioni, che nella sua decennale permanenza ha avviato molte iniziative e strutture pastorali e assistenziali. Insieme ai sacerdoti, anche suore e laici hanno operato instancabilmente nella vostra terra. Ci sentiamo veramente chiese sorelle, che hanno sperimentato la comune fede in Cristo e la fraterna solidarietà,

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soprattutto nei momenti difficili e drammatici che ha vissuto il popolo rwandese. Fu proprio in quella dolorosa circostanza che alcuni sacerdoti rwandesi sono stati accolti nella nostra diocesi, avviando una feconda collaborazione pastorale, tante significative opere socioassistenziali e un sincero rapporto di amicizia che dura nel tempo. Ciò costituisce la vera missionarietà, che arricchisce attraverso lo scambio di valori, culture e tradizioni, crea osmosi e costruisce ponti di umanità e di vita cristiana, nel comune impegno, pur con i limiti e le fragilità, di realizzare il regno di Dio. Mettiamo le nostre chiese locali sotto la protezione della Vergine Maria, Madonna di Leuca, per tutti noi vero faro di luce. Possa la Vergine Maria, accompagnarci per crescere nell’unità e rendere le nostre chiese locali sempre più missionarie, vivendo pienamente inserite in questo tempo per annunciare con forza, coraggio e dedizione il Vangelo al mondo odierno. Grazie Eccellenza, della sua gradita visita!

Omelia Mons. Mons. Antoine Kambanda – Vescovo di Kigali . Leuca 18.2.20. Fratelli e sorelle carissimi, Gesù è venuto nel mondo per donarci l’amore di Dio. Purtroppo l’umanità e il mondo, a causa della sue sofferenze e miserie, non sempre riconosce questo amore. La nostra missione come Chiesa e come cristiani è quella di far conoscere l’amore di Dio nel nostro mondo, soprattutto a chi soffre; è la grande sfida di oggi, convincere quanti soffrono per la malattia, la povertà, la disperazione, subiscono l’ingiustizia e tanto male, che Dio nonostante tutto li ama.

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Chi ha conosciuto l’amore di Dio e crede in lui supera tutte le difficoltà e ogni forma di male. Purtroppo questo è stato sempre un problema dell’uomo. L’apostolo San Giacomo, nella sua lettera ai cristiani, che pensavano che le tentazioni e le sofferenze venissero da Dio, rassicura che Dio non tenta nessuno, Dio è un Padre che ci ama, che ci vuole bene, non può tentarci. Da lui viene solo il bene, da lui viene l’amore, la gioia, la pace. Le tentazioni vengono dal nostro egoismo, dalle nostre passioni e ci fanno cadere nel peccato e nella miseria. La Vergine Maria è il modello per noi dell’incondizionata fiducia nell’amore del Signore, al contrario dei nostri progenitori Adamo ed Eva che non hanno avuto fiducia in Dio, non si sono fidati del progetto di Dio, della sua volontà di bene per l’umanità. Gesù stesso per compiere la missione che il Padre gli ha affidato è stato sempre obbediente, anche di fronte alle ostilità e al rifiuto della sua parola, alla volontà salvifica del Padre e ha realizzato ogni suo progetto. Non dimentichiamo mai che Dio ci vuole sempre bene; egli è un padre, è una madre che ci sta accanto per guidarci, per confortarci, per indicarci la via della salvezza; ma bisogna dargli una mano, permettere che la sua volontà si compia, che ci lasciamo salvare, perché lui ci rispettae attende la nostra risposta libera. Sant’Agostino, a proposito, dice che Dio ci ha creati senza la nostra collaborazione, ma non può salvarci senza la nostra collaborazione. Molte volte come i discepoli di Gesù, nell’episodio del brano evangelico ascoltato, siamo eccessivamente preoccupati delle cose materiali, vogliamo assicurarci il necessario per vivere; ecco perché Gesù resta deluso e ricordando ai discepoli il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, dice che chi si fida di lui non deve temere, perché non gli mancherà nulla. Fratelli e sorelle, quando non ci fidiamo dell’amore di Dio, siamo assaliti dalla tentazione che Dio non c’è, che è assente dalla nostra

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vita e ci lascia soli a lottare contro le difficoltà. Dobbiamo imparare a coltivare una fiducia ricca di speranza. Dall’esperienza del popolo rwandese, vittima di una drammatica guerra etnica, posso testimoniare che il cammino cristiano condiviso insieme a voi, è stato molto fecondo. Abbiamo conosciuto tanti missionari partiti da qui. Con don Tito abbiamo vissuto insieme quel tempo della guerra, insieme a Suor Carmelinda, suor Gianna, tanti sacerdoti e fedeli laici (vedo con piacere Antonietta Stasi e tanti altri amici nell’assemblea). Ci siamo fidati di Dio e con lui il nostro cammino pieno di speranza, ha affrontato e superato tutte le difficoltà. Questa è la missione della Chiesa, la missione dei cristiani: sperare fortemente che Dio c’è malgrado tutto quello che ci fa pensare il contrario. Questa fiducia in lui ci fa vivere con coraggio. Davanti ai grandi problemi la Chiesa ha la missione di dare speranza all’umanità. Oggi in questo mondo con tante difficoltà, a causa delle guerre, del terrorismo, delle crisi familiari, e all’interno della stessa Chiesa, la fiducia nell’amore di Dio animata dalla speranza, ci dà forza nel cammino, sapendo di non essere soli. Siamo anche noi come i discepoli nella barca insieme con Gesù, come abbiamo ascoltato nel brano del vangelo odierno, mentre infuria la tempesta. Non dobbiamo mai dubitare della sua presenza che soccorre e consola. Affidiamoci all’intercessione della Madonna, che alle nozze di Cana, confidando nell’intervento prodigioso di Gesù, esorta i servi dicendo “fate quello che egli vi dirà!” La Vergine Maria, che in questo antico Santuario venerate con il titolo di “Madonna di Leuca”, ci insegna a fidarci dell’amore di Dio e a crescere nella speranza.

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La convivialità delle differenze. Gli atti del convegno su don Tonino Bello al Rettorato Un incontro e un dialogo sul tema “Convivialità delle differenze. L’eredità di don Tonino Bello a 25 anni dalla scomparsa” titolo degli atti del seminario interuniversitario a cura del prof. Carlo Alberto Augieri, editi da Milella.

Mercoledì 19 febbraio alle 18 presso la sala conferenze del Rettorato dell’Università del Salento saluteranno l’arcivescovo Michele Seccia e Giancarlo Piccinni, presidente della Fondazione ‘Don Tonino Bello’. Interverranno mons. Vito Angiuli, vescovo di Ugento-Santa Maria di Leuca, il rettore Fabio Pollice, Francesco Fistetti, docente dell’università di Bari e Guglielmo Forges Davanzati, docente dell’università del Salento. Moderatore il prof. Domenico Fazio. “Don Tonino Bello non finisce di stupire - afferma mons. Angiuli nella presentazione -. L’ ha fatto durante la sua vita. Continua a farlo anche dopo venticinque anni dalla sua morte. Non solo sul piano della prassi, ma anche su quello più specificatamente culturale. Non potrebbe essere altrimenti, considerando il rilevante spessore spirituale, culturale e pastorale della sua persona”. Un invito a riflettere e a meditare ancora una volta sull’attualità del messaggio di don Tonino, come sottolineato dai gesti e dalle immagini della visita di Papa Francesco sulla sua tomba ad Alessano. E così come scrive il vescovo Angiuli “non ci sarebbe bisogno di aggiungere altro, tanto grande è il loro valore simbolico”. Profondi e approfonditi interventi del mondo accademico che ci illustrano ‘la convivialità delle differenze’ come ‘principio architettonico del pensiero di mons. Antonio Bello’ come dalla prolusione di mons. Angiuli: “il tema della convivialità è quanto mai affascinante soprattutto se si considera il fatto che l’umanità attuale si trova in una situazione estrema o, per dirla con Jaspers, in una situazione-limite […]. In questa prospettiva bisogna recuperare il senso del limite”. E occorre continua Angiuli “immaginare un mondo diverso in cui ognuno possa essere ascoltato; un mondo nel quale nessuno sia obbligato a limitare la creatività altrui[..]. Un mondo caratterizzato dalla gioia e reciprocità fraterna”.

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Un mondo sui passi e sulla testimonianza di don Tonino che del principio della ‘convivialità delle differenze’ ne ha fatto il cuore pulsante del suo messaggio rivoluzionario nel passato, profetico oggi.

Convivialità delle differenze* Don Tonino Bello non finisce di stupire. L’ha fatto durante la sua vita. Continua a farlo anche dopo venticinque anni dalla sua morte. Non solo sul piano della prassi, ma anche su quello più specificamente culturale. Non potrebbe essere altrimenti, considerando il rilevante spessore spirituale, culturale e pastorale della sua persona. Si possono, infatti, riferire a lui le parole con le quali egli stesso traccia l’identikit di mons. Luigi Bettazzi: «In lui, uomo di pensiero, ma anche uomo di Dio, raffinato conoscitore delle metamorfosi umane sugli scenari della civiltà, ma anche assertore convinto delle immutabili istanze di pace presenti nel Vangelo, gli ideali di nonviolenza e di giustizia hanno finito col divenire il principio architettonico di un corpus dottrinale lineare, e il motivo ispiratore di una prassi pastorale non riconducibile a svolte»64. Si comprende così il motivo per il quale alcune istituzioni accademiche hanno voluto celebrare un Convegno il 2 Maggio 2018 sul tema “Convivialità delle differenze. L’eredità di don Tonino Bello a 25 anni dalla scomparsa”. Promotori del Convegno sono stati l’Università del Salento di Lecce, l’Università degli Studi “Aldo Moro” di Bari, la Pontificia Facoltà dell’Italia Meridionale, Sezione S. Luigi di Napoli, la Facoltà Teologica Pugliese di Bari, la Diocesi di Ugento- S. Maria di Leuca e la Fondazione Don Tonino Bello di Alessano. Il Convegno si colloca nella ricorrenza del XXV anniversario della morte di don Tonino. Si è voluto festeggiare questa data non tanto in senso celebrativo, ma come un invito a riflettere e ad approfondire il messaggio che don Tonino ci ha lasciato. Tanto più che, l’evento giubilare è stato impreziosito dalla visita di Papa Francesco alla tomba di don Tonino. I gesti del Pontefice e le immagini che li richiamano sono molto evocative ed eloquenti. Non ci sarebbe bisogno di aggiungere altro, tanto grande è il loro valore simbolico. Tuttavia, non si può fare a meno di proporre una sintesi del discorso del Pontefice attraverso le parole che lui stesso ha usato. Don Tonino, per il Pontefice, è un seme. Come il chicco di grano evangelico, nella sua terra perché da lì possa germogliare una nuova stagione di convivenza civile e sociale e di impegno ecclesiale. Il Capo di Leuca è infatti una terra-finestra aperta a vasti orizzonti, a spiragli planetari ripartendo dalla periferia, dalla “fine del mondo”. Il Sud rappresenta così la particolare angolazione da cui guardare la storia, non come luogo della subalternanza, ma come luogo di liberazione e di riscatto. Per realizzare questo progetto occorre cingere i fianchi con il grembiule, simbolo dello stile che deve animare la Chiesa e la società civile: *

Presentazione al libro Convivialità delle differenze. L’eredità di don Tonino Bello a 25 anni dalla scomparsa, (a cura di Carlo A. Augieri) Edizioni Milella, Lecce 2019, pp. 7-13. 64 A. Bello., Martirio di pace, in Id., Scritti di pace, vol. IV, Mezzina, Molfetta 1997, p. 112.

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mettersi a servizio dei poveri e degli ultimi. Si sprigionerà così una fragranza di vita: il profumo della profezia e della gioia. Sarà come custodire in un tabernacolo le cose di maggior valore. Non bisogna separare la preghiera dall’azione, tantomeno ci si deve immergere nel vortice delle faccende umane senza piantarsi davanti al Signore della storia. Esattamente come diceva don Tonino, secondo il quale non si può servire il “Signore del tabernacolo” senza servire il “tabernacolo del Signore” . Il Convegno si è aperto con i saluti istituzionali del Sindaco di Lecce, Dottor Carlo Maria Salvemini, dell’Arcivescovo di Lecce, Monsignor Michele Seccia, del Prof. Domenico Fazio a nome del Magnifico Rettore dell’Università del Salento Prof. Vincenzo Zara, del Prof. Paolo Ponzio a nome del Magnifico Rettore dell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”, Prof. Antonio Felice Uricchio, della Prof.ssa Giuseppina De Simone a nome del Decano della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale Sezione S. Luigi di Napoli, Prof. Pino Di Luccio e di Padre Francesco Neri a nome del Preside Facoltà Teologica Pugliese, Prof. Angelo Panzetta. La prolusione del Convegno, è stata affidata a Mons. Vito Angiuli, Vescovo di Ugento-Santa Maria di Leuca, che ha sviluppato il tema: La “convivialità delle differenze”, principio architettonico del pensiero di Mons. Antonio Bello. La prospettiva della “convivialità delle differenze” è stata per don Tonino un motivo ispiratore che ha orientato la prassi e un principio architettonico che ha modellato il pensiero, diventando forza generativa di ulteriori sviluppi nella riflessione e nell’impegno pastorale. In lui, il mistero della Trinità assurge a principio architettonico, mentre la filosofia personalistica diventa principio ermeneutico. Il principio architettonico si articola in cinque prospettive: antropologica, pastorale, irenologica, socio-politica, teologica. Sottolineare, infatti, che la “convivialità delle differenze” si fonda su una prospettiva teologica, non vuol dire che il tema non possa costituire un punto di riferimento per la riflessione filosofica, sociologica ed anche economica. Occorre evidenziare le sinergie tra le diverse prospettive e provare a metterle in dialogo tra di loro. Un compito, questo, assolutamente legittimo, anzi auspicabile se non addirittura necessario in un tempo di frammentazione del sapere e di smarrimento di una visione unitaria del mondo e della storia. Decisivo è dunque, lanciare un appello a una comune strategia e a una sorta di convergenza su alcuni temi condivisi. È questo il senso delle altre relazioni che sono susseguite al primo intervento. Il Prof. Carlo Alberto Augieri dell’Università del Salento ha sviluppato il tema: “I tuoi gemiti si esprimono nelle lacrime dei maomettani e … nella rettitudine degli atei”: Don Tonino Bello e la teologia ‘agnitiva’ dell’oltre Babele. Il saggio approfondisce il 'modo' di argomentare-significare di don Tonino, ossia lo stile del rendere discorso il suo voler affermare, annunciare, interpretare, spiegare, comprendere, proponendo la tesi di riconoscere in don Tonino un metodo ermeneutico di interpretazione biblica, basato sul 'lasciarsi' suggerire dall'annuncio kerygmatico della parola profetica, che è parola analogica, metaforica e simbolica, soffermandosi in modo particolare sulle “Omelie crismali”, pronunciate da Don Tonino il Giovedì Santo. Secondo l’Autore, in esse viene emessa un'interpretazione de-occidentalizzata del Testo Sacro, il quale nelle parole del nostro Vescovo diventa testo non monologico, ma a ‘in dimensioni’ significanti; testo archetipo di un umanesimo simbolicamente comparato, in cui confluisce non la lingua del sacro, ma il linguaggio sacro, ossia linguaggio configurante l’uomo di tutte le latitudini cronotopiche, geo-storiche, che ha in comune quello che è l’ideale a cui aspira lo spirito ‘naturale’ dell’umano: la giustizia e la carità.

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Nelle parole di Don Tonino il Testo Sacro acquista il ruolo di Scrittura interpretante la modernità, che viene ad avere, pertanto, un ispessimento semantico di lunga, lunghissima durata, in grado di contenere la presentificazione ermeneutica del passato, rendendola sincronica alla comprensione 'senza tempo' delle ragioni antropologiche dell'umano in rapporto alle esigenze etiche ed utopiche dell'esistenza. La Prof.ssa Giuseppina De Simone della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale Sezione S. Luigi-Napoli, ha proposto un’interazione tra Convivialità delle differenze e dialogo interreligioso. La relazione sottolinea che la "convivialità delle differenze" è sicuramente un'immagine poetica, ma proprio per questo capace di far intravedere quello che la ragione da sola non vede o non riesce del tutto ad inquadrare. In rapporto al dialogo interreligioso la convivialità delle differenze dice la necessità di riconoscere che siamo chiamati ad essere una cosa sola. Il fine per cui siamo è la comunione che è pienezza di relazione. Accogliere l'altro nella differenza di cui è portatore, riconoscere in questa differenza una ricchezza, imparare ad essere insieme, imparando gli uni dagli altri come fratelli, è già fare esperienza del Regno di Dio. È sperimentare che in Cristo Gesù "non c'è più giudeo né greco, non c'è più schiavo né libero" (Gal 3,28). È fare esperienza di un'umanità redenta, splendente riflesso della comunione trinitaria. Il Prof. Francesco Fistetti dell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” si è soffermato sul tema Convivialità e convivialismo: un percorso filosofico e politico. L’intento principale del saggio è mostrare che il “messaggio di liberazione” di don Tonino è un’eredità senza testamento, nel senso che i suoi destinatari sono sia i laici che i cattolici del nostro tempo. Esso ha una portata universale, come ecumenica è oggi la predicazione di Papa Francesco, con le cui tematiche è dato riscontrare una convergenza straordinaria, per non dire profetica. Il saggio intende segnalare come la riflessione teologica e pastorale di don Tonino si nutra di autori tra loro lontanissimi per ispirazione filosofica come Ernst Bloch, Karl Barth, Dietrich Bonhoefer, Georges Bernanos, Martin Buber, Emmanuel Levinas, ma anche il mahatma Gandhi, Martin Luther King, Aldo Capitini, Paul Tillich, Pier Paolo Pasolini. In particolare, l’Autore pone l’accento sulla consonanza del pensiero e della prassi di don Tonino con il “Manifesto convivialista”, un documento elaborato nel 2013 da numerosi intellettuali europei e tradotto in più lingue. I motivi di allarme per la situazione catastrofica del pianeta che questo documento evidenzia sono gli stessi su cui insisteva già don Tonino: dalla pace alla giustizia, dalla distruzione dell’ecosistema, che mette a repentaglio l’esistenza umana sulla Terra, all’aumento esponenziale delle diseguaglianze e della povertà nelle nazioni e tra le nazioni. Il Prof. Paolo Ponzio dell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” ha proposto una comparazione incamminandosi Sulle tracce di una convivialità in dialogo: da Don Tonino Bello a Papa Francesco. L’obiettivo dell’intervento è quello di rinvenire nessi tra il magistero di Papa Francesco e la lunga produzione di don Tonino Bello sui temi della convivialità cercando di indicare nel magistero della Chiesa e nel continuo rimando al testo biblico, aspetti meno frequentati dalla “narrazione” prevalente sugli studi del Vescovo di Molfetta. Per poter collocare il presente contributo all’interno di un ambito di assonanze e differenze, l’Autore individua alcuni aspetti di particolare importanza, tenendo come punto di riferimento tre argomenti chiave del magistero di Papa Francesco: Caino e Abele o della fraternità:

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per una “convivenza” delle differenze; Onesimo e la samaritana o dell’alterità: per una “convivialità” delle differenze; la pace: una questione di “antropologia ecologica”. Il Prof. Vito Mignozzi dell’Istituto Teologico Pugliese di Molfetta ha considerato la riflessione di don Tonino da un punto di vista ecclesiologico, trattando il tema: La Chiesa dall’esodo all’estasi nel servizio al mondo. Per l’Autore, ricostruire il pensiero ecclesiologico di don Tonino non è un’operazione semplice a motivo del carattere occasionale e non sistematico dei suoi scritti. Il rischio nel quale si può incorrere, infatti, è quello di assumere i suoi codici linguistici, le metafore che egli utilizza e farli diventare slogan attorno ai quali montare un’impalcatura teologica che in fondo si può scoprire piuttosto distante dall’intentio dell’autore. Volendo rintracciare un possibile fil rouge che ricollega le tematiche ecclesiologiche, rispettandone il più possibile il senso originario, l’Autore cerca di recuperare anzitutto le matrici originanti il pensiero di Bello sulla Chiesa, di ricollocarle nella stagione ecclesiale in cui egli ha vissuto e operato, verificando pure quale tipo di ricezione del Vaticano II e dei piani pastorali della Chiesa italiana egli ha realizzato, soprattutto in merito alla visione di Chiesa. Ne emerge una figura di interprete originale della lezione di Lumen Gentium, oltre che un coraggioso sostenitore delle linee pastorali della Conferenza Episcopale Italiana. Questo si evidenzia soprattutto nella scelta di ricollegare il fatto ecclesiologico a una origine e a una metà, vale a dire il mistero trinitario, e a un evento dalla singolare potenzialità ecclesiogenetica, vale a dire l’eucaristia. Dentro questo alveo trovano poi collocazione le immagini con le quali don Tonino ha descritto la Chiesa. Si tratta di figure ecclesiali desunte dalla Scrittura, dai Padri, nonché dalla vita quotidiana del suo popolo. Il loro uso è fortemente connotato teologicamente e pertanto non si espone a riduzionismi che ne vorrebbero inficiare il senso. Ne emerge, per dirla con H. De Lubac, una figura di vir ecclesiasticus, la cui autorevolezza teologica sta nella sua capacità di sentire cum ecclesia. Il Prof. Guglielmo Forges Davanzati dell’Università del Salento ha analizzato il pensiero di don Tonino sul versante economico, sviluppando il tema “Dividete le vostre ricchezze”. Diseguaglianze distributive e sviluppo economico nel ricordo di Don Tonino Bello. Riconoscendo che il Servo di Dio è stata una delle figure più carismatiche della Chiesa italiana della seconda metà del Novecento, il saggio esamina la riflessione nei suoi aspetti essenziali in ambito propriamente economico, con riferimento, in particolare, all'economia italiana, al processo di integrazione europeo e alle diseguaglianze distributive. Si tratta di temi di evidente attualità, sui quali il Vescovo di Molfetta si è espresso con tesi quanto mai premonitrici, intuendo - da non economista - l'avvio del processo che portava al declino dell'economia italiana, la crescita delle diseguaglianze interne al Paese e su scala globale, le molte criticità dell'architettura istituzionale europea. Don Tonino ha mostrato la non comune capacità di integrare la lettura di questi fenomeni nel contesto di una riconsiderazione non banale dei controversi rapporti tra etica ed economia. Il Convegno si è avvalso dell’abile regia del Prof. Domenico Fazio. Nella sua qualità di Prorettore vicario ha curato, fin dall’inizio, il dialogo tra i relatori per l’armonizzazione dei differenti contributi e per una programmazione condivisa dell’evento culturale, mettendo a disposizione gli ambienti dell’Università del Salento come sede del Convegno. A nome di tutti, esprimo un sentito ringraziamento al Prof. Carlo Alberto Augieri per aver curato la redazione del libro, con l’auspicio che possa suscitare nei lettori non solo l’ammirazione

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per il magistero e l’esempio di vita che don Tonino ci ha lasciato, ma stimolare anche credenti e non credenti a continuare la sua opera lungo i sentieri di annuncio e di denuncia che egli ha percorso per dar vita a un mondo piÚ giusto, piÚ fraterno e piÚ conviviale.

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Leuca “frontiera di pace”: sul santuario il “Peace mob” per preparare il sinodo dei vescovi del Mediterraneo a Bari con Papa Francesco Santa Maria di Leuca (Castrignano del Capo) – Emoziona il brano “Freedom” intonato nei giorni scorsi sul santuario di Leuca dalle voci dei ragazzi dell’istituto comprensivo “V. De Blasi” di Gagliano del Capo e di Castrignano del Capo. L’inno alla libertà tanto caro a don Tonino Bello ha coinvolto l’intera comunità scolastica, con la dirigente Pamela Maria Luigia, radunata sul piazzale del santuario De finibus terrae per il “PeaceMob – Mediterraneo, frontiera di pace” in preparazione del sinodo dei vescovi del Mediterraneo che domenica mattina verrà chiuso da Papa Francesco.

A Bari il sinodo dei vescovi con Papa Francesco Alla manifestazione organizzata dalla Fondazione di partecipazione – Parco culturale ecclesiale “Terre del Capo di Leuca – De finibus terrae”, tra le iniziative della “Carta di Leuca”, hanno partecipato il coro e l’orchestra scolastica insieme all’orchestra giovanile del Conservatorio “Tito Schipa” di Lecce, alla presenza del vescovo Vito Angiuli.

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«Il PeaceMob ha inteso sensibilizzare l’attenzione pubblica non solo sull’evento di Bari, ma sul “Mare nostrum”, con tutte le sue potenzialità di convivialità, ma anche con tutte le sue contraddizioni di conflitto. Cantare “Freedom” – spiegano i promotori – ha significato cantare, al cuore del Mediterraneo e dei popoli da esso bagnati, che la pace è la vera premessa per la libertà e per un futuro di fraternità universale, dove il dono e il perdono abbiano l’ultima parola sull’egoismo e sul conflitto».

Agenzia d'informazione

Santa Maria di Leuca, il 12 febbraio il “Peace Mob” in vista dell’incontro dei vescovi del Mediterraneo a Bari Un flash mob per la pace. Si terrà il 12 febbraio a Santa Maria di Leuca e a promuoverlo è il Parco culturale ecclesiale “De Finibus Terrae”. “Peace Mob” vuole lanciare un messaggio di pace sul Mediterraneo che si apre come orizzonte quasi a 360° dal promontorio su cui sorge la basilica-santuario di S. Maria de Finibus Terrae. L’occasione è l’incontro dei vescovi del Mediterraneo che si terrà in terra di Puglia, a Bari, dal 19 al 23 febbraio, a cui – l’ultimo giorno – parteciperà anche Papa Francesco. “Il PeaceMob vuole sensibilizzare l’attenzione pubblica non solo sull’evento di Bari, ma sul Mare nostrum, con tutte le sue potenzialità di convivialità, ma anche con tutte le sue contraddizioni di conflitti”, spiega una nota. Cantare al mare la canzone “Freedom”, spiritual gospel, amata da don Tonino Bello, significherà “cantare, al cuore del Mediterraneo e dei popoli da esso bagnati,

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che la pace è la vera premessa per la libertà e per un futuro di fraternità universale, dove il dono e il perdono abbiano l’ultima parola sull’egoismo e sul conflitto”. Il PeaceMob verrà registrato e, dopo il montaggio, verrà donato a tutte le emittenti che vorranno trasmetterlo nei giorni dell’incontro di Bari. I protagonisti che daranno vita al PeaceMob sono 800 alunni delle scuole dell’infanzia, primarie e secondarie di primo grado dell’Istituto comprensivo “V. De Blasi” di Gagliano del Capo e di Castrignano del Capo – sia con l’orchestra scolastica sia per il coro e le coreografie -, l’Orchestra giovanile del Conservatorio “T. Schipa” di Lecce, il gruppo dei genitori dell’Istituto comprensivo “V. De Blasi”, con la realizzazione sul piazzale della basilica-santuario del logo dell’incontro di Bari. Responsabili del progetto sono don Gionatan De Marco, Giovanni Calabrese, Sergio Filippo, Francesco Scarcella, Maurizio Borrega; Davide Cordella.

Santa Maria di Leuca, il flash mob del studenti per il Papa È stato molto più di un flash mob. Lo hanno chiamato peace mob, pensato e realizzato in vista dell'arrivo di papa Francesco a Bari, ma soprattutto per il messaggio di pace nel Mediterraneo che sarà il tema centrale dal 19 al 23 febbraio. A Santa Maria di Leuca, dal promontorio su cui sorge la basilica-santuario di Santa Maria de Finibus Terrae, un grande arcobaleno umano ha abbracciato il logo dell'evento della Cei “Mediterraneo, frontiera di pace”. A realizzarlo 800 alunni delle scuole dell’infanzia, primarie e secondarie di primo grado dell’Istituto comprensivo “V. De Blasi” di Gagliano del Capo e di Castrignano del Capo - sia con l’orchestra scolastica sia per il coro e le coreografie -, l’orchestra giovanile del Conservatorio “T. Schipa” di Lecce, il gruppo dei genitori dell’Istituto comprensivo “V. De Blasi”. Il brano scelto è “Freedom”, uno spiritual gospel molto amato da don Tonino Bello. Gazzetta 13. 2.2019

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'Peace Mob'. A Leuca flash mob per la pace aspettando a Bari i vescovi del Mediterraneo Un flash mob per la pace. Si terrà il 12 febbraio a Santa Maria di Leuca e a promuoverlo è il Parco culturale ecclesiale “De Finibus Terrae”.

“Peace Mob” vuole lanciare un messaggio di pace sul Mediterraneo che si apre come orizzonte quasi a 360° dal promontorio su cui sorge la basilica-santuario di Santa Maria de Finibus Terrae. L’occasione è l’incontro dei vescovi del Mediterraneo che si terrà com'è noto in terra di Puglia, a Bari, dal 19 al 23 febbraio, a cui - l’ultimo giorno - parteciperà anche Papa Francesco. “Il Peace Mob vuole sensibilizzare l’attenzione pubblica non solo sull’evento di Bari, ma sul Mare nostrum, con tutte le sue potenzialità di convivialità, ma anche con tutte le sue contraddizioni di conflitti”, spiega una nota. Cantare al mare la canzone “Freedom”, spiritual gospel, amata da don Tonino Bello, significherà “cantare, al cuore del Mediterraneo e dei popoli da esso bagnati, che la pace è la vera premessa per la libertà e per un futuro di fraternità universale, dove il dono e il perdono abbiano l’ultima parola sull’egoismo e sul conflitto”. Il Peace Mob verrà registrato e, dopo il montaggio, verrà donato a tutte le emittenti che vorranno trasmetterlo nei giorni dell’incontro di Bari. I protagonisti che daranno vita al Peace Mob sono 800 alunni delle scuole dell’infanzia, primarie e secondarie di primo grado dell’Istituto comprensivo “V. De Blasi” di Gagliano del Capo e di Castrignano del Capo - sia con l’orchestra scolastica sia per il coro e le coreografie -, l’Orchestra giovanile del Conservatorio “T. Schipa” di Lecce, il gruppo dei genitori dell’Istituto comprensivo “V. De Blasi”, con la realizzazione sul piazzale della basilicasantuario del logo dell’incontro di Bari.

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Bari. Incontro Mediterraneo: dalle mostre ai "Peace mob", la Puglia si mobilita Bari è pronta per accogliere cinquantotto fra cardinali, patriarchi e vescovi provenienti da venti Paesi affacciati sul Mediterraneo che si ritroveranno nella città di san Nicola da domani a domenica per invocare la pace sul grande mare e individuare nuove vie di riconciliazione fra i popoli. Il capoluogo pugliese è pronto non soltanto dal punto di vista organizzativo ma anche spirituale. La preparazione è iniziata lo scorso anno e si è intensificata nelle ultime settimane. Le occasioni di preghiera e gli incontri di approfondimento hanno interessato le vicarie e le singole parrocchie. Come la parrocchia-santuario dei Santi Medici Cosma e Damiano di Bitonto che ha dedicato la festa parrocchiale ai temi della pace e dell’accoglienza. A partire dalla novena guidata dai direttori di quattro Caritas diocesane pugliesi, per continuare col concorso “Giò Madonnari” per piccoli dai 6 ai 12 anni chiamati a disegnare soggetti dedicati all’accoglienza. «È stato bello – commenta il parroco don Vito Piccinonna, che dirige anche la Caritas diocesana – vedere uno dei bambini disegnare i Santi Medici su una barca insieme con un bambino proveniente da un’altra parte del mondo». A questi eventi si è aggiunta una catechesi guidata dall’arcivescovo di Bari-Bitonto, Francesco Cacucci. La Caritas diocesana ha dato il suo contribuito organizzando lo scorso ottobre il convegno “L’Europa inizia a Lampedusa”. Sull’isola la Caritas barese sta organizzando con le parrocchie della diocesi un campolavoro previsto per il prossimo agosto. Dallo scorso ottobre e fino ad aprile i

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padri domenicani della Basilica di San Nicola stanno celebrando le Veglie ecumeniche intitolate “Un mare di pace” per aiutare a riscoprire l’impegno alla riconciliazione. Dal 9 febbraio si sta svolgendo nel centro culturale San Paolo di Bari “Domenica cineforum” con un ciclo di cinque film – che si concluderà il 29 marzo – sul tema della pace. Nella chiesa di Santa Teresa dei Maschi fino al 1° marzo è aperta una mostra con le opere di oltre 20 artisti italiani, iracheni, palestinesi e spagnoli. Non mancano eventi organizzati da altre diocesi, come quello promosso negli scorsi giorni dalla diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca: il “PeaceMob-Mediterraneo, frontiera di pace” che ha coinvolto 800 alunni di scuole dell’infanzia, primarie e secondarie di primo grado. «La preparazione della diocesi all’Incontro dei vescovi di tutto il bacino è soprattutto preparazione dei cuori, attraverso la preghiera e l’approfondimento del tema del Mediterraneo, a partire dall’ispirazione di Giorgio La Pira, che chiamava questo mare “il grande lago di Tiberiade”», commenta l’arcivescovo Cacucci. E aggiunge: «Vorrei che si sottolineasse che a Bari sarà celebrato un evento di popolo». Cardinali, patriarchi e vescovi, infatti, saranno ospiti delle parrocchie di Bari e dei paesi della diocesi la sera di venerdì per incontrare le comunità, celebrare l’Eucaristia, condividere uno scambio di esperienze – a questo proposito, molte parrocchie stanno realizzando dei video per presentarsi – e la cena. Nella stessa giornata l’Ucsi (Unione cattolica stampa italiana) pugliese organizza un incontro intitolato “Ponti e non muri. Papa Francesco a Bari, città del dialogo per vocazione” con la partecipazione del presidente nazionale Vania De Luca.

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Bassetti: in ascolto del grido dei popoli. Per la pace nel Mediterraneo Parla il cardinale presidente della Cei alla vigilia dell'Incontro "Mediterraneo, frontiera di pace" che porterà a Bari i vescovi di venti Paesi. «L’indifferenza uccide»

Il cardinale Gualtiero Bassetti affacciato sul Mediterraneo a Santa Maria di Leuca con il vescovo Vito Angiuli Avvenire

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Sulla scrivania il cardinale Gualtiero Bassetti ha già una prima stesura dell’intervento con cui mercoledì aprirà a Bari il “forum” per la pace nel Mediterraneo. E, vicino a una copia della Bibbia, ci sono i testi di Giorgio La Pira, il sindaco “santo” di Firenze che al presidente della Cei ha ispirato l’Incontro “Mediterraneo, frontiera di pace” che per la prima volta riunisce i vescovi di tutto il bacino. Venti i Paesi rappresentati dai loro pastori e tre i continenti che in Puglia si abbracceranno: Europa, Africa e Asia. «Il Vangelo ha tratti mediterranei. E la nostra è una Chiesa mediterranea – spiega Bassetti –. Se il Mediterraneo è il concentrato, o meglio la cartina di tornasole dei problemi del mondo, non possiamo far finta di non vedere quello che accade. E neppure possiamo scivolare nella rassegnazione». La voce dell’arcivescovo di Perugia-Città della Pieve si fa decisa. «È l’ora della responsabilità, è l’ora dell’impegno, è l’ora della pace che tutti siamo chiamati a costruire. La Chiesa non intende stare con le mani in mano».

L’Incontro “Mediterraneo, frontiera di pace” promosso dalla Cei è una sorta di Sinodo del Mediterraneo che porterà a Bari dal 19 al 23 febbraio cinquantotto vescovi delle Chiese affacciate sul grande mare in rappresentanza di tre continenti (Europa, Asia e Africa). Sarà concluso da papa Francesco. Sui passi del "profeta di pace" Giorgio La Pira, i vescovi si confronteranno per indicare percorsi concreti di riconciliazione e fraternità fra i popoli in un'area segnata da guerre, persecuzioni, emigrazioni, sperequazioni

Dalle finestre del palazzo arcivescovile, nel cuore del capoluogo umbro, entrano i raggi di un sole quasi primaverile. Bassetti arriverà a Bari martedì, alla vigilia del grande evento organizzato dalla Cei che sarà concluso domenica 23 febbraio da papa Francesco. «E il Papa mi ha anche detto che cosa vuole: a noi vescovi chiede non lamentele o discorsi accademici ma proposte concrete che possano essere utili per l’oggi». Molti i temi che entreranno nell'agenda delle giornate “sinodali”

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scandite dal dialogo (a porte chiuse) fra i pastori. Le persecuzioni delle minoranze cristiane, ad esempio. «La prossimità concreta ai nostri fratelli nella fede deve essere reale – dice Bassetti –. Altrimenti peccheremmo di omissione». Poi le disuguaglianze fra le sponde. «Va ribaltato un modello di rapporti basato ancora sullo sfruttamento», sostiene il cardinale. Ancora: l’Europa che «mostra segnali preoccupanti di apatia o di chiusura», osserva il presidente della Cei. Quindi il dramma dei migranti. E il cardinale cita una frase delle monache agostiniane di Pennabilli che gli hanno consegnato le riflessioni di nove monasteri in preghiera per il Mediterraneo: «Dove la carità non fa da nave, ad affondare non sono solo i barconi ma è la nostra umanità». Una pausa. «Come Chiesa italiana non potevamo restare indifferenti di fronte a tutto ciò – afferma Bassetti –. Perché, come ha ammonito papa Francesco, l’indifferenza uccide». Eminenza, quale contributo può giungere dalla comunità ecclesiale alla pace nel Mediterraneo? Consapevole che ha bisogno di un supplemento d’anima, la Chiesa intende farsi ponte fra i popoli alimentando una continua tensione verso il perdono e la riconciliazione. Con una certezza: come ricorda la sequenza di Pasqua, «morte e vita si sono affrontate in un prodigioso duello; il Signore della vita era morto ma ora, vivo, trionfa». Fra guerra e pace c’è già un vincitore: la pace. Non è utopia. Però va fatta trionfare con una pratica attiva e creativa. Ed è la sfida del nostro Incontro. Siamo di fronte a un piccolo “Sinodo”? L’Incontro ha un metodo sinodale nel senso che vuole aiutare le Chiese a camminare sempre più insieme. Gli episcopati sono stati coinvolti nel cammino di preparazione. Ma saranno soprattutto le giornate di Bari ad avere al centro l’ascolto e il dialogo come strumenti di discernimento comunitario. Questo appuntamento è un unicum nel suo genere. Non è una conferenza o un simposio internazionale ma un incontro di fraternità fra vescovi del Mediterraneo che per la prima volta si ritrovano insieme per riflettere e provare a trovare le coordinate di un’azione comune. Come

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insegnano gli Atti degli Apostoli, il sostegno e l’aiuto reciproco sono dimensioni costitutive dell’essere comunità cristiana. Che cosa aspettarsi allora? Ci metteremo innanzitutto in ascolto del grido dei popoli. Da pastori che viviamo in mezzo alle genti, sappiamo quali sono i drammi, le miserie, le ansie delle nostre comunità. Non siamo politici. Ma il mistero dell’Incarnazione ci dice che la Chiesa è per l’uomo e serve l’uomo. Quindi deve abitare il presente. Dai monasteri che hanno formato una rete di preghiera per sostenere l’Incontro mi hanno scritto che la Chiesa è chiamata ad avere «un compito di vigilanza e profezia rispetto alla storia» e ad essere «capace di smascherare ogni forma di ingiustizia che governa il mondo facendo sentire la sua parola, in nome di Dio, a difesa degli ultimi». Faccio mia questa intuizione che ben sintetizza il senso della nostra iniziativa. Lei ha voluto l’Incontro. Com’è nato? C’è una profezia di pace sul Mediterraneo che attraversa il Novecento e che si interseca con la grande storia – penso al magistero sulla pace da Giovanni XXIII a Francesco – e anche con la mia vicenda personale. Nella mia biografia c’è sia la memoria drammatica della seconda guerra mondiale, sia l’incontro umano e spirituale con Giorgio La Pira. Ero seminarista a Firenze e spesso il rettore invitava il sindaco “santo”. Erano gli anni in cui La Pira, un mistico prestato alla politica, organizzava i “Colloqui mediterranei” con capi di Stato e di governo. Lui parlava del Mediterraneo come del «grande lago di Tiberiade» in cui si affacciavano le civiltà della «triplice famiglia di Abramo». Quella delineata da La Pira era una prospettiva di dialogo, di pace e di incontro che ambiva a superare secoli di divisione. Ho fatto mia questa prospettiva quando, da presidente della Cei, mi sono trovato di fronte ai migranti morti in mare e all’instabilità politica del Mediterraneo. E, come avvertiva La Pira, è compito dell’Italia «costruire ponti che i popoli del Mediterraneo attraversino per giungere alla civiltà della pace». È venuto il momento di costruire questi ponti.

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Come leggere la presenza del Papa a Bari? L’Incontro è stato proposto due anni fa, in prima battuta, al Papa che subito ne ha condiviso lo spirito. E la sua presenza a Bari dimostra la sua attenzione verso il nostro progetto. L’evento arriva mentre il Mediterraneo si infiamma ancora di più. Negli ultimi anni i problemi dell’intero bacino si sono acuiti. Penso ai nuovi focolai in Iraq, alla lunga guerra civile in Libia, all’«inferno» della Siria come lo ha definito il cardinale Mario Zenari, alle tensioni in Turchia. Ma c’è anche altro: il latente conflitto israelo-palestinese, le fibrillazioni in Libano, le ferite ancora aperte nei Balcani. A tutto ciò si aggiungono fattori destabilizzanti come il fondamentalismo, le migrazioni di massa, il mancato sviluppo che non consente un reale protagonismo del Medio Oriente e del Nord Africa. In questo contesto l’Europa deve riscoprire la sua “anima”, come affermava Paolo VI, fondata sulla fede, sulla dignità della persona umana e sulla solidarietà. Nel Mediterraneo i cristiani fanno i conti con persecuzioni, esodi forzati, violenze. I cristiani vivono situazioni di estrema sofferenza. Le ho potute toccare con mano anch’io in alcuni miei viaggi. Accenno alle persecuzioni e alle violenze che subiscono i cristiani della Siria o dell’Iraq costretti a fuggire a causa della guerra e del terrorismo. Ricordo le discriminazioni che si registrano nei Balcani o le difficoltà che si vivono in Terra Santa dove il numero dei cristiani si assottiglia. Tutto ciò mette in pericolo la presenza cristiana in territori dove affondano le radici della nostra fede. Come ha osservato il cardinale Sako, se le radici vengono tagliate, l’intero albero rischia di morire. E la sfida del dialogo? Va adottata la cultura del dialogo come via di fraternità. C’è bisogno di dialogo fra le culture. Ed è più che mai necessario il dialogo fra le fedi da cui dipende in ultima istanza anche l’amicizia fra i popoli. La storia insegna che l’estremismo religioso e l’intolleranza sono all’origine di numerosi scontri che anche di recente marcano il Mediterraneo. Come evidenzia il Documento sulla

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fratellanza umana firmato un anno fa ad Abu Dhabi, se Dio ha creato l’unica famiglia umana, non posso non vedere nell’altro, chiunque esso sia, un fratello. Certo, il dialogo non si costruisce a tavolo e implica una purificazione della memoria e dei cuori. Ma le difficoltà, che innegabilmente ci sono, non possono farci desistere dall’incontrare l’altro. C’è ancora da rovesciare la logica delle crociate? O, per dirla in altri termini, l’Occidente ha sempre uno sguardo di superiorità? Direi di sì. Suggeriva La Pira che «l’Occidente deve liberarsi delle scorie egoistiche e tornare all’amore cristiano». Oggi i potenti della terra agiscono nel Mediterraneo mossi dal particulare, si

direbbe con Guicciardini. Allora facciamo nostro il monito di Paolo VI quando nella Populorum progressio sosteneva che lo sviluppo è il nuovo nome della pace. Tema migranti. I vescovi del sud del Mediterraneo invitano a non partire. In Europa i Paesi chiudono i confini. Come affrontare la questione? Noi guardiamo al fenomeno migratorio da un punto di vista occidentale: ci limitiamo a vedere chi giunge da noi. L’accoglienza è virtù evangelica: va assicurata senza se e senza ma, soprattutto se chi varca il nostro confine è in condizioni disperate. Comunque l’arrivo dei profughi non riguarda solo l’Europa. Cito il Nord Africa dove si approda dal sud del Sahara, o il Libano e la Turchia che ospitano milioni di rifugiati di guerra. La Chiesa è sempre in prima linea. Tuttavia c’è anche altro. Alcune Chiese restano vive proprio grazie ai migranti come avviene nei Paesi del Maghreb o in Grecia. Inoltre come comunità ecclesiale dobbiamo denunciare con forza il traffico di esseri umani ma anche le condizioni di schiavitù in cui versano i migranti nei campi d’accoglienza sparsi per il Mediterraneo. E già si pensa al “dopo Bari”.

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Saranno talmente numerosi gli argomenti che affioreranno nelle cinque giornate pugliesi che è impossibile esaurire tutto. Per questo verranno costituiti tavoli di lavoro tematici che permetteranno ai vescovi di incontrarsi di nuovo. Ma le modalità andranno definite in accordo con il Santo Padre. Senza dubbio saremo molto impegnati nei prossimi anni.

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La

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La Madonna pellegrina di Loreto per tre settimane nel Salento: è attesa a Leuca, Otranto e Taviano

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Rimarrà

nel Salento per tre settimane la Madonna pellegrina della Beata vergine di

Loreto,

accolta ieri presso l’aeroporto militare di Galatina.

Per

celebrare il centenario della proclamazione (avvenuta il 24 marzo del

1920)

della Vergine Lauretana quale Patrona universale degli aeronauti, Papa

Francesco ha concesso il “Giubileo Lauretano” che ha avuto inizio l’8 dicembre 2019, con l’apertura della Porta Santa nel Santuario di Loreto, e si concluderà il 10 dicembre 2020. Il Giubileo si rivolge a tutti i fedeli che, in qualche modo, sono legati al mondo dell’aviazione civile e militare, non solo i lavoratori, ma anche i passeggeri.

Il programma Madonna di Loreto a Galatina in aeroporto

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Domenica 16 febbraio alle ore 11 è in programma la Messa, preceduta alle 10.30 dalla processione, presso la basilica “De Finibus Terrae” di Santa Maria di Leuca presieduta dal vescovo di Ugento Vito Angiuli. Nel duomo di Lecce, lunedì 17 alle ore 18 è prevista la Messa presieduta dal vescovo Michele

Seccia.

Al

termine

della

celebrazione, all’interno della cattedrale si terrà il concerto della Fanfara della 3^ Regione aerea. Nei giorni successivi la Madonna pellegrina sarà nella matrice di San Cesario (il 18 alle ore 19), a Zollino (mercoledì 19 dalle 10 alle 12) e Taviano, sempre mercoledì 19 con la messa alle 18 presso la chiesa di San Martino di Tours.

Le altre tappe Altre tappe a Lequile (il 20 febbraio alle 17.30 presso la chiesa “Madonna di Loreto”) e Galatina, dove venerdì 21 febbraio alle ore 18 nella basilica di “Santa Caterina d’Alessandria” ci sarà la messa preceduta dalla processione (partenza alle ore 16.45 da piazza San Pietro).

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Martedì 25 febbraio alle ore 10.30 altra celebrazione presso la Cattedrale di Otranto presieduta dall’arcivescovo Donato Negro. Poi ancora venerdì 28 febbraio la Messa alle 11 presso la basilica “Santa Maria ad Nives” di Copertino, con il vescovo di Nardò–Gallipoli Fernando Filograna (la processione avrà inizio alle ore 10.30).

L’effige della Madonna di Loreto a Leuca Domenica 16 Febbraio 2020, nella Basilica minore e Santuario di Santa Maria di Leuca, è stata accolta con devozione e con i dovuti onori religiosi, militari e civili l’effige della Madonna di Loreto. Il Vescovo della diocesi di Ugento-Leuca, S. E. don Vito Angiulli, nell’omelia della S. Messa che ha celebrato per l’occasione, ha sottolineato come i segni che tracciano la storia del cristianesimo, simbolici e realistici, assumono importanza per far riflettere sulla facilità di diffusione del Cristinesimo dall’Oriente all’Occidente. La simbolica levità, favorita secondo la tradizione dagli angeli che trasportarono a Loreto la santa casa di Nazareth attraversando in volo il mare Mediterraneo, si unisce alla testimonianza storica della presenza tangibile in quel Santuario lauretano della costruzione dove Maria ebbe l’annuncio che sarebbe divenuta Madre del Figlio di Dio. Da quel momento Nazareth, il piccolo villaggio medio-orientale di appena due-trecento abitanti, neanche riportato sulle carte geografiche dell’epoca, divenne il centro del mondo cristiano, origine, insieme a Betlemme, della promozione dei valori di fratellanza, di condivisione e di pace. Messaggio questo, ha sottolineato il Vescovo, valido per noi oggi ai fini di promuovere azioni di fratellanza e di avvicinamento tra i popoli, con il superamento di tutte le barriere e con la fine di tutti i conflitti che separano le genti. Leuca ha accolto l’effigie appositamente realizzata per il Giùbileo Lauretano della “Madonna Pellegrina” di Loreto, protettrice degli aviatori, ponendola accanto all’altare maggiore che già espone l’antica immagine della Madonna, la “Stella Maris” protettrice dei naviganti. Il Salento rappresenta una delle tappe del Giubileo itinerante indetto da Papa Francesco per celebrare il centenario della nomina della Madonna di Loreto a “Patrona degli aviatori”. I rappresentanti del 61° Stormo dell’Aviazione avevano accolto la statua il 14 febbraio nell’aeroporto militare di Galatina, dove era atterrata provenendo dall’aeroporto di Brindisi.

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Ugento, li 25/02/2020

Ai parroci, sacerdoti, diaconi, religiosi e fedeli laici p.c. al vescovo, Mons. Vito Angiuli della Diocesi di Ugento – S. M. di Leuca

Carissimi, il tema di essere adulti nella fede oggi, ci vede tutti noi volgere lo sguardo al Buon Samaritano, uomo fino allora sconosciuto che, "per caso", lungo la strada verso Gerico, si imbatte in un malcapitato e, con il suo gesto, diventa modello di carità per tutti noi. Che cosa spinge quest'uomo a farsi vicino e a prendersi cura di quel malcapitato? L'aver saputo ascoltare il grido di dolore! Saper ascoltare è la prima forma di amore verso il prossimo. E’ quanto i giovani chiedono al mondo degli adulti coerenza nelle scelte nella vita quotidiana a partire dall’attenzione agli ultimi, “ …..Sarà appunto il loro fervore al servizio a Dio, il loro amore verso il prossimo ad immettere come un soffio nuovo di spiritualità in tutta quanta la Chiesa, che apparirà allora come ‘un segno levato sulle nazioni’, come ‘luce del mondo’ e ‘il sale della terra’” (AG).

Riteniamo che la nostra attenzione e cura debba essere indirizzata in modo particolare ai più poveri fra i poveri, soprattutto a coloro che non hanno voce, che più sono dimenticati e che meno sono aiutati. Insieme all’Ufficio Missionario, a Migrantes, all’ufficio Famiglia e al Servizio di Pastorale Giovanile per la Quaresima di fraternità 2020 saranno sostenute o avviate alcune azioni di attenzione ad alcune realtà di bisogno con l’intento di intervenire sulle cause che generano povertà e sottosviluppo cercando di chiudere la forbice. Azione da avviare durante la Quaresima:

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1. Accoglienza del progetto della Caritas Italiana, APRI (Accogliere, Proteggere, Promuovere, Integrare), cioè il coinvolgimento delle comunità parrocchiali dove sono presenti gli immigrati, che molto spesso sono ai margini quasi invisibili. 2. Attraverso l’impegno di alcuni operatori della caritas diocesana saranno coinvolti una trentina di immigrati insieme ad altrettante famiglie delle comunità parrocchiali, che svolgeranno un servizio di tutoraggio, per avviare dei percorsi di inclusione nella vita attiva delle comunità, in modo particolare l’apprendimento della lingua italiana, la ricerca di un’abitazione, la possibilità di prendere la patente di guida, ecc. 3. La proposta di un percorso formativo sull’impegno delle famiglie delle comunità parrocchiali, che hanno dato la disponibilità ad accompagnare i giovani immigrati o le famiglie immigrate, nell’ambito del progetto Briciole di Libertà. 4. L’avvio di 10 tirocini di inserimento lavorativo per persone in difficoltà economica residente sul territorio diocesano, attraverso il Progetto P.P.I.S 3. (allegato 1 e locandina da esporre) 5. Quaresima di Fraternità -22 Marzo 2020 IV Domenica - La somma raccolta fino ad ora, durante l’Avvento e la Giornata per la Vita, non è sufficiente per un impegno concreto a favore del popolo albanese, per questo motivo anche la questa della quaresima di fraternità sarà per l’Albania. I forti legami di solidarietà maturati negli anni tra le comunità della nostra Diocesi e l’Albania ci spingono a farci presenti al fianco delle popolazioni terremotate, duramente provate dal sisma che il 26 novembre 2019 ha colpito la zona settentrionale del Paese, 51 morti e 2000 persone ferite. L’intervento della Diocesi, sarà di concerto con la Delegazione di Caritas Puglia e Caritas di Albania. Nel mese di marzo è programmata una visita, con il vicario per la pastorale, a Caritas Albania per puntualizzare l’intervento della nostra diocesi, se altri sacerdoti o laici vogliono 6. partecipare sono pregati di avvisare il direttore caritas. Un saluto fraterno e un buon cammino di Quaresima. Direttore Caritas

Don Lucio Ciardo

Vice Direttore Caritas

Claudio Morciano

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Il Vescovo Benedice i locali ristrutturati dell’oratorio di Tiggiano

I lavori di ristrutturazione dell’Oratorio Parrocchiale sono stati ultimati. Tutti gli ambienti sono statu interessati da interventi di risarcimento, dal ripristino della funzionalità di tutti gli impianti. Da ultimo, si è provveduto anche a dotare tutte le stanze di articoli di arredo (tavoli, sedie, poltrone, tavolo e aula magna, scaffali, armadi, lavagne, attaccapanni, ecc. …) necessari a rendere tutti gli spazi fruibili e confortevoli. Le strutture sono sempre in funzione della persona e di tutto ciò che favorisce la sua formazione umana e cristiana. Tanto più se sono belle ed accoglienti. Tutto ciò, ovviante, con impegno di spesa significativo per la Parrocchia.

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Giuseppe Stendardo

Santa Maria di Leuca nella fede nella storia e nella leggenda ieri oggi e domani

Merita attenzione l’opuscolo, considerando che l’autore, pur bloccato nelle sue condizioni fisiche, dimostra fortezza e vivacità. Egli vuol ravvivare la memoria storica del Santuario di Leuca, soprattutto quella degli ultimi decenni, così intensi di cose nuove e di eventi straordinari come la elevazione a basilica minore e la visita di Benedetto XVI e di tanti illustri ecclesiastici (pp. 47-56), negli anni in cui egli è stato rettore-parroco del santuario (1989-2011). Quanto è scritto aiuterà a capire quello che oggi si ammira e a conoscere i nomi di benefattori e di artisti, di progettisti e di realizzatori. A riguardo è interessante il testo, finora inedito, redatto dall’arch. Umberto Valletta con il progetto di massima Per riordinare l’intero territorio della punta di Leuca negli anni ’80-’90 (pp. 57-64). L’autore riscrive la storia del Capo e delle sue popolazioni, come la si legge tante volte. Piace che egli faccia riferimento a don Giovanni Milo († 31 dicembre 2000) che si dedicò a divulgare con cura i millenni di Leuca per i lettori del periodico del santuario Verso l’Avvenire. Ai giovani, preti compresi, sarà utile conoscere la vicenda del luogo tanto amato dai salentini. A me ha ravvivato il ricordo di impegni specifici degli anni ’70 – durante l’amministrazione apostolica di mons. Nicola Riezzo - , come l’indagine sociologica sulla pietà della popolazione, risalente all’estate del 1978 e poi pubblicata nel volume di Vito Orlando (Feste, devozioni e religiosità. Ricerca socio-religiosa in alcuni santuari del Salento, Congedo, Galatina 1981) e l’avvio del Centro di attività culturali del santuario con un ciclo di conferenze a Leuca nel luglio-agosto 1980 e nel gennaio-febbraio 1981 a Tricase, Alessano, Salve e Castrignano del Capo, pubblicato poi nel volume da me curato (Il basso Salento. Ricerche di storia sociale e religiosa, Congedo, Galatina 1982) dei tempi del vescovo Michele Mincuzzi. Egli intuì che la Madonna di Leuca poteva intitolarsi “Madonna delle frontiere” aperte verso i popoli dell’oriente a di là dell’Adriatico. Giovanni Paolo II lo confermò quando nel suo messaggio da Otranto, nella primavera del 1980. Oggi si potrebbe attivare il titolo che diede il francescano Luigi Tasselli nel 1693, “Madonna delle disperate speranze” dei salentini. Salvatore Palese

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Le carte di mons. Antonio Lippolis (1923-1932) Data: 20/02/2020 - Archivio storico LE CARTE DI MONS. ANTONIO LIPPOLIS (1923-1932)

Si aprono alla consultazione degli studiosi le carte riguardanti l’episcopato di mons. Antonio Lippolis (1923-1932), dopo la revisione definitiva ad opera del dott. Carlo Vito Morciano. Mons. Lippolis giunse nella città di Ugento nel marzo 1924, di cui era stato nominato vescovo il1 5 dicembre 1923. Pochi mesi dopo rassegnò le dimissioni accettate il 22 ottobre 1924, date per ragioni di salute. Pio XI, dopo gli appelli rivoltigli da laici ed ecclesiastici della diocesi, lo nominò di nuovo vescovo di Ugento il 23 dicembre seguente. Il 18 novembre 1932 mons. Lippolis rinnovò le dimissioni per le stesse ragioni e rimase come amministratore apostolico sino all’arrivo del successore mons. Teodorico De Angelis. Ritiratosi ad Alberobello, sua città natale, morì il 22 dicembre 1942. Cfr. S. PALESE – E. MORCIANO, Preti del Novecento nel Mezzogiorno d’Italia. repertorio biografico del clero della diocesi Ugento-S. Maria di Leuca (=Società e religione 21), Congedo Editore, Galatina 2013, pp. 120-121 e pp. 240-241. Altre carte riguardanti l’episcopato di mons. Lippolis, sono conservate nei fondi Visite pastorali, Diplomatico, Benefici ecclesiastici, Visite ad limina. Viene dato il titolario sintetico delle carte conservate nel fondo vescovi 35-36. 1. PARROCCHIE 2. FORANIE 3. CONFRATERNITE E PIE UNIONI 4. COSTITUZIONI CAPITOLARI 5. NOMINE 6. AZIONE CATTOLICA 7. INSEGNAMENTO DELLA RELIGIONE NELLE SCUOLE STATALI 8. CASI MORALI 9. SERVIZIO MILITARE DEL CLERO 10. MENSA VESCOVILE DI UGENTO 11. CASSA DIOCESANA 12. CONSIGLIO AMMINISTRATIVO DIOCESANO 13. COMMISSIONE ARTE SACRA 14. LETTERE PASTORALI 15. ENCICLICHE PONTIFICIE 16. SEGRETERIA DI STATO 17. DATARIA APOSTOLICA 18. SACRA PENITENZIERIA 19. S. CONGREGAZIONE CONCISTORIALE 20. S. CONGREGAZIONE DEL CONCILIO 21. S. CONGREGAZIONE DEI RELIGIOSI 22. S. CONGREGAZIONE DEI SACRAMENTI 23. S. CONGREGAZIONE DEI RITI 24. S. CONGREGAZIONE PROPAGANDA FIDE 25. S. CONGREGAZIONE PER LA CHIESA ORIENTALE 26. S. CONGREGAZIONE DEI SEMINARI 27. CONFERENZE EPISCOPALI 28. CARTE PERSONALI 29. ARCHIVIO FOTOGRAFICO 30. LAPIDI

Ugento, 20 dicembre 2019

don Salvatore Palese, direttore

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Ai rev.di Parroci Ai Responsabili dei Gruppi ministranti Carissimi, mentre va concludendosi la preziosa esperienza della Scuola di Preghiera per Ministranti, caratterizzata quest’anno dal tema «Accendi il dono», ci prepariamo a vivere il momento conclusivo di tale percorso che coincide con il XLII Convegno diocesano dei Ministranti.

L’appuntamento è fissato per sabato 18 aprile 2020, alle ore 15.30, nel teatro comunale di Miggiano sito in via Roma. I ministranti sono invitati per l’occasione a portare il proprio abito liturgico per la santa Messa che sarà celebrata a conclusione dell’evento in chiesa madre. Nella prima parte del convegno avrà luogo la premiazione dei ministranti che si sono distinti negli incontri diocesani per costanza e impegno e della parrocchia che ha totalizzato il punteggio più alto nel gioco che ha accompagnato i nostri incontri mensili. Com’è ormai consuetudine, anche quest’anno avrà luogo il tanto atteso concorso. Nei nostri incontri mensili abbiamo scoperto, attraverso il gioco, nuove figure di santità, più vicine ai tempi dei ragazzi. Per questo motivo il concorso avrà come tema: «Fatti (il) santo. Il resto è zero». I ministranti dovranno costruire la statua del santo patrono o di un altro santo presente nella propria parrocchia, magari quello più sconosciuto a loro. Alcune semplici indicazioni: 1. La statua deve essere alta 1 metro; 2. Per la realizzazione possono essere utilizzati tutti i materiali, ma soprattutto tanta fantasia; 3. La statua deve essere dotata di una struttura che ne permetta il trasporto (ad esempio due manici di scopa posti alla base) in vista della traslazione dal teatro alla chiesa per la celebrazione della santa Messa; 4. Il lavoro dovrà essere accompagnato da un piccolo opuscolo, nel quale verrà descritto il procedimento utilizzato per la costruzione della statua (accompagnato da qualche foto) e una breve biografia del santo, nella quale si mette in evidenza il modo in cui egli ha “acceso il dono”. I lavori dovranno essere consegnati al teatro di Miggiano nell’arco della giornata di venerdì 17 aprile 2020. Confidando nella vostra preziosa collaborazione e ringraziandovi della cura che mettete nell’accompagnamento di questi ragazzi, vi salutiamo fraternamente. Ugento, 27 febbraio 2020 L’équipe del Centro Diocesano Vocazioni

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IL “SENTIERO DEL BELLO” PORTA ALLA “CONVIVIALITÀ DELLE DIFFERENZE” ALLA PACE

La mattina del 20 aprile 2018 ad Alessano, Papa Francesco così inizio il suo discorso: “Cari fratelli e sorelle, sono giunto pellegrino in questa terra che ha dato i natali al Servo di Dio Tonino Bello. Ho appena pregato sulla sua tomba, che non si innalza monumentale verso l’alto, ma è tutta piantata nella terra: Don Tonino, seminato nella sua terra, lui, come un seme seminato, sembra volerci dire quanto ha amato questo territorio.” Qualche giorno prima del suo “dies natalis”, a Molfetta, salutando per l’ultima volta Rinaldo Rizzo, l’allora Sindaco di Alessano, chiese anche a lui di essere sepolto nella sua città d’origine, vicino alle spoglie di sua madre, Maria Imperato. Dal giorno della sepoltura, quel luogo è diventato meta di migliaia di pellegrini e qualche anno dopo, partendo dal presupposto che la "Pace.....È cammino. E, per giunta, cammino in salita" da un’idea dell'Architetto Luigi Nicolardi, già Sindaco di Alessano, scaturì l’idea di realizzare un sentiero, un percorso a tappe, una sorta di "via crucis" lungo la quale all'interno di "portali tematici" erano scanditi i temi del messaggio di Don Tonino. Un vero e proprio "percorso della memoria" di avvicinamento al giardino della giustizia rappresentato dalla tomba di Don Tonino, un libro a cielo aperto sulla sua vita, progettato per offrire la possibilità a quanti visiteranno la sua tomba di arricchire la conoscenza sulla sua figura, transitando lungo questo viale che ha come punto d'arrivo, il luogo dove ha chiesto di riposare.

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Inoltre sarà il tratto finale del neonato “Cammino di Don Tonino” che conduce i pellegrini da Molfetta ad Alessano, alla scoperta dei luoghi dove l'amato pastore ha lasciato un segno tangibile della sua presenza. Il “Sentiero del Bello” è stato realizzato grazie ad un finanziamento concesso dalla Regione Puglia al Comune di Alessano, con la direzione dei lavori dello stesso Architetto Nicolardi, insieme alla giovane collega Antonella Carluccio, scaturiva dal discorso pronunciato dal Profeta di Alessano, all'Arena di Verona, il 30 Aprile 1989. In quell’occasione, il Servo di Dio, nel tratteggiare gli elementi necessari alla costruzione di un percorso di pace, riprendendo un’intuizione del Profeta Isaia andò a individuare insieme e in sequenza queste tre azioni: salvaguardia del creato,giustizia e pace. Due sono gli elementi che caratterizzano il progetto: Il percorso della memoria e i portali tematici. Il primo, prevede nell’area cimiteriale della cittadina del Capo di Leuca,un doppio viale ortogonale, che ricorda la simbologia della croce, si percorre dopo aver superato il portale di ingresso posto a sud dell'entrata principale; ne indica i limiti del progetto e mette idealmente in collegamento il nord con il sud, l'est con l'ovest. Un notevole valore viene attribuito al viale, al quale è riservato il ruolo di assegnare un significato simbolico e un carattere di unità al progetto. Il solco, simbolicamente, rappresenta l’arare la terra, che trasformerà il deserto in giardino, dove la giustizia governerà da monarca, quando le "lance si saranno tramutate in aratri". Mentre i dodici “portali tematici”, delle vere e proprie cornici,sono realizzati in cemento bianco, con dimensioni esterne di 4,00 mt x 4,00 mt, che circoscrivono e restringono lo spazio, spingendo chi osserva a concentrarsi sulla scena che sarà riprodotta all'interno, dove una serie di opere d 'arte (sculture, pitture ecc.) rappresentano i tematismi del messaggio di Don Tonino. Le dodici strutture, cadenzano lo spazio e il tempo del percorso, indicano la camminata rapida, il rallentare e l’aumentare andatura, le sue fermate, e guidano il visitatore lungo il cammino fino a raggiungere la tomba di Don Tonino. Fondamentale nel percorso è l’idea della “porta”, che può essere ritenuta simbolicamente significativa per tutte le religioni, e in particolare per quella cristiana, in quanto, come cita l'evangelista Giovanni, nella religione cristiana Gesù Cristo viene individuato da una porta "... lo sono la porta: se uno entra attraverso di me sarà salvo". In questo modo i dodici portali non definiscono uno spazio totalmente chiuso sulla scena che viene raffigurata al proprio interno, ma una leggera apertura lungo il limite esterno della parete di fondo, richiama all'idea del passaggio tra la dimensione terrena e quella spirituale. Una cornice delimita un’opera d’arte, anche nei dodici portali del “Sentiero del Bello” furono collocate all’interno altrettante installazioni.

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Nel 2018, in occasione del “XXV Dies Natalis” del Servo di Dio, fu instituita appositamente una commissione, composta dal Sindaco di Alessano, Avv. Francesca Torsello, dal Direttore Nazionale dell’Ufficio di pastorale del turismo della CEI Conferenza Episcopale Italiana, don Gionatan De Marco, dal Vicepresidente della Fondazione Don Tonino Bello, Dott. Stefano Bello, dal Direttore della Fondazione di Partecipazione Parco Culturale Ecclesiale (PCE) “Terre del Capo di Leuca - De Finibus Terrae", Dott. Federico Massimo Ceschin, dall’Architetto Luigi Nicolardi e da Giuseppe Alessio, Presidente del Centro Artistico Internazionale del Mediterraneo e artista. La Commissione era presieduta da Don Gionatan De Marco, il quale, con una felice intuizione, propose di collocare all'interno dei portali, delle opere realizzate gratuitamente da artisti contemporanei, di caratura sia nazionale sia internazionale, a confermare la “convivialità delle differenze” e per ricordare il “Die Natalis” di Don Tonino Bello, ideò l’iniziativa “Venti alle venti”, che prevedeva il giorno 20 di ogni mese alle ore 20.00, per la durata di 12 mesi, la collocazione e l’inaugurazione di un’opera d’arte all’interno di un portale. Ciascuno delle dodici iniziative mensili ha visto la collaborazione del Comune di Alessano, della Diocesi di Ugento – Santa Maria di Leuca, del Comune di Alessano, del PCE “Terre del Capo di Leuca - De Finibus Terrae" e della Fondazione “Don Tonino Bello”. Giuseppe Alessio, in collaborazione e su mandato del Comune di Alessano, fu incaricato di individuare l’artista di realizzare ogni mese un'opera, il quale, a sua volta, seguendo l’indicazione della stessa Commissione, presentava l’idea ispirata ai dodici temi che hanno caratterizzato la vita di Don Tonino. Mese dopo mese è stato realizzato il “Sentiero del Bello”, un cammino, un sentiero quasi catèchetico che, all’interno dell’area cimiteriale di Alessano, conduce all’incontro con il Vescovo degli ultimi. A ogni inaugurazione di un portale, avvenuta alla presenza del Sindaco di Alessano, Avv. Francesca Torsello, del Vescovo di Ugento – Santa Maria di Leuca, Mons. Vito Angiuli e dei familiari del Vescovo dei poveri, si teneva una piccola cerimonia, sempre con lo stesso programma: dopo un’introduzione al tema trattato, si proseguiva con la presentazione dell'opera da parte dell'autore e con intermezzi musicali eseguiti da artisti che gratuitamente allietavano la manifestazione; venivano letti testi appositamente scelti dagli scritti di Don Tonino e interpretati, sempre gratuitamente, da attori teatrali che trasmettevano con empatia il messaggio al pubblico presente e testimonianze sul tema trattato. Il “Sentiero Del Bello”, opera terminata nella sua interezza il 20 settembre 2019, ha visto l’adesione al progetto dei seguenti artisti e opere: Giovanni Morgese “Terra mia, piccola e povera”, Ilaria De Marco “Alla finestra la speranza”, Adam Cinquanta “Volti e rivolti”, Reema Almozaien “Convivialità delle differenze”, Enzo Congedo “Chiesa del grembiule”, Roberto Buttazzo “Ala di riserva”, Roberto Russo “Posizione provvisoria”, Tarschito N. Strippoli “Il potere dei segni”, Letizia Caiazzo “Benedette inquietudini”, Don Gianluigi Marzo “Senza misura e Giuseppe Alessio “Maria, donna dei nostri giorni”. Significativa una delle opere, realizzata nell’agosto 2018, dai giovani partecipanti all’evento internazionale “#cartadileuca.2”, sul sagrato del Santuario Mariano De Finibus Terrae, a Leuca, durante un laboratorio creativo, attraverso l’utilizzo e la modellazione di argilla, con la quale si sono realizzati dei peschi che una volta ultimati, hanno dato forma a una delle opere del “Sentiero del Bello” dal titolo “Pace come cammino” collocata il 20 luglio 2019. La sua realizzazione fu coordinata da Giuseppe Alessio, come le restanti undici opere, come ogni artista che è stato supportato e seguito passo dopo passo nelle varie fasi di lavoro, dall’idea alla sistemazione finale sul sentiero, procurandogli anche i materiali e gli strumenti necessari. Maurizio Antonazzo

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Santa Maria di Leuca nel catalogo dell'Opera Romana Pellegrinaggi Sul Catalogo 2020 dell’ORP Opera Romana Pellegrinaggi, che si può trovare online su www.operaromanapellegrin aggi.org, è presente la destinazione “De Finibus Terrae”. La proposta di Santa Maria di Leuca è il primo risultato del Protocollo d’Intesa sottoscritto a Roma lo scorso gennaio tra don Stefano Ancora, Presidente del sodalizio salentino e don Remo Chiavarini, Amministratore Delegato “Opera Romana Pellegrinaggi” che prevede di: 1)avviare un percorso di collaborazione comune volto a promuovere progetti condivisi in grado di dare maggiore valore al vasto patrimonio culturale che lega la tradizione religiosa al paesaggio e alle antiche Vie di pellegrinaggio; 2) sviluppare sinergie di filiera per supportare la nascita di prodotti culturali e turistici innovativi che seguono il calendario delle tradizioni popolari e religiose, con attenzione particolare al turismo lento e sostenibile; 3)promuovere, attraverso il turismo, quei valori quali l’accoglienza, la fratellanza, la cooperazione, tanto cari e promossi con gesti significativi da Don Tonino Bello, che giace nel cimitero di Alessano, inscritti nella Terra del Capo di Leuca protesa come arco di pace nel Mediterraneo; 4)coordinare le reciproche azioni al fine di rafforzare il rapporto tra il turismo e la cultura e avvicinare sempre di più i visitatori all’immenso bacino culturale del Salento e della Puglia. Dal punto di vista operativo, si sperimenteranno proposte di valorizzazione del territorio legate alle feste patronali e ai maggiori attrattori culturali immateriali e una costruzione personalizzata dell’esperienza insieme all’ospite che potrà scegliere di modificare la proposta con un ventaglio di esperienze “wow” proposte dalla Parco Culturale Ecclesiale e dalle sue start up. L’ORP - Opera Romana Pellegrinaggi, come attività istituzionale del Vicariato di Roma, la Diocesi del Papa, ha acquisito in oltre 80 anni di attività, una sensibilità ed esperienza uniche nell’organizzare pellegrinaggi verso i grandi Santuari

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Mariani, la Terra Santa, i luoghi della prima diffusione del Cristianesimo, le principali mete dell’Europa Cristiana e le terre di missione in tutti i continenti. Da sempre cura ogni aspetto del viaggio, permettendo al pellegrino di vivere un’esperienza significativa per la propria vita. L’attenzione per il programma del pellegrinaggio inizia con la scelta di mete di alto valore spirituale e culturale, con percorsi interessanti, sicuri e rilevanti, con mezzi di trasporto efficienti, con hotel moderni e confortevoli e non ultimo, con l’offerta di ampie disponibilità di date di partenza per tutte le destinazioni.

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IL MESSALINO APP la nuova applicazione per Smartphone per chi non può recarsi alla Santa Messa e per chi, come me, ama pregare mentre cammina … In questi tragici frangenti , proprio nel periodo di Quaresima, quando tutti dovremmo andare più frequentemente alla Santa Messa , purtroppo a causa del coronavirus alcuni di noi sono impossibilitati ad andare, ed ecco …

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Nasce una nuova APP per smartphone: si chiama IL MESSALINO APP . Agli strumenti classici del supporto cartaceo , da qualche anno la Parola di Dio viene diffusa con numerose proposte anche attraverso i canali digitali . Il Messalino App si pone l ‘ obiettivo di diffondere gratuitamente la Parola di Dio attraverso la tecnologia , in particolare con una App ( Messalino App ) dove ogni giorno vengono presentate le letture del giorno e due proposte di commento con il testo scritto , la registrazione della viva voce e la visione del commento attraverso la ripresa della telecamera . Numerosi saranno i contenuti aggiuntivi : il santo del giorno con visite ai santuari a loro dedicati , novene e tridui , proposte pastorali per ogni tempo liturgico , dirette streaming per la Messa del giorno , proposte di cammino spirituale e argomenti di attualità religiosa proposti da illustri autori sempre attraverso il duplice o triplice canale di trasmissione : testo scritto , audio ascoltato oppure riprese video . Il Messalino App si rivolge , attraverso l ‘ audio , a quanti viaggiano e non hanno altra possibilità di accostarsi alla Parola di Dio . Ma anche ai sacerdoti che al mattino vogliono prendere una prima confidenza con la Parola del Giorno . A quanti non possono andare in Chiesa ( malati , anziani , persone impossibilitate per motivi di lavoro o di distanza ) . Alle comunità parrocchiali che non hanno più la Messa feriale . Il Messalino App è una proposta gratuita , con un forte afflato evangelizzatore . Perché chi la conosce e la utilizza è invitato ad attivare un percorso contagioso con amici e parenti , per far conoscere questo strumento di diffusione della Parola di Dio nel proprio contesto sociale …

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Azione cattolica: a Presicce l’assemblea elettiva per la diocesi di Ugento. Rinnovato il Consiglio

Si è conclusa la 17esima assemblea elettiva per l’Azione cattolica della diocesi UgentoSanta Maria di Leuca: due giorni intensi a Presicce, tra incontri, condivisione di esperienze e visioni, e momenti di convivialità. «A conclusione dei tre anni di mandato ci siamo incontrati per eleggere il nuovo consiglio diocesano che rimarrà in carica per tre anni. Ieri – afferma la presidente uscente Sarah Schiavano, di Taurisano – nell’oratorio “Don Tonino Bello” si è svolta l’assemblea consultiva. A fine triennio noi facciamo il resoconto di quanto è stato fatto, degli atteggiamenti che abbiamo maturato e del lavoro che c’è ancora da fare».

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Nel bilancio fatto dalla presidente si è attestato che gli obiettivi prefissati sono stati raggiunti. «Sicuramente il valore più bello espresso nei tre anni è la continuità che non è mai scontato, dovrebbe essere naturale ma non è così, si fatica a mantenerla. Io ho finito il mio percorso e sono contenta di ciò che è stato fatto», afferma la presidente uscente. Nella riunione di sabato sera ha partecipato anche il vescovo mons. Vito Angiuli e Diego Grando, responsabile nazionale della promozione associativa dell’Azione cattolica italiana. Nella giornata di domenica, dopo la celebrazione della messa, nella sala del Trono di palazzo Ducale si sono tenute le votazioni per il rinnovo del Consiglio. Tra i presenti a raccontare la propria esperienza anche Fernando Pellegrino e Adarita Micocci coppia cooptata della Delegazione regionale. «I membri sono circa 25, provenienti da tutta la diocesi. Una volta che si formerà il consiglio si riunirà per presentare una terna di nomi al vescovo da cui sceglierà il prossimo presidente che guiderà l’Azione cattolica diocesana» conclude la presidente uscente.

LA VIA FRANCIGENA ESTESA FINO A LEUCA Con il CAMMINO PER LEUCA O LEUCADENSE, LEUCA,

la Basilica Giubilare e la sua Celeste Signora sono, ora, il Terminale delle Vie FRANCIGENE nel Sud e d’Europa. Con fortissimo, appassionato impegno per oltre 15 anni consecutivi, supportato dalla forza di tutta SpeleoTrekkingSalento di Lecce, da tantissimi camminatori e pellegrini conterranei, forestieri e stranieri anche Norvegesi, ho voluto far terminare la Via Francigena, da Canterbury, (nell’estremo sud-est inglese), a Leuca (nell’estremo sud-est italiano) a conclusione di un asse viario di oltre 2000 km.

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I recenti OK della Regione Puglia per il Cammino per Leuca o Leucadense, poi dell’Assemblea Generale Europea delle Vie Francigene sono giunti graditi. Custodisco gelosamente la prima di tutte le targhe stradali Francigene del Salento datata 2.05.2017 consegnatami, lungo il tratto del nostro Cammino, da Brindisi a Lecce, dal sindaco di Torchiarolo. Con il nostro CAMMINO PER LEUCA O LEUCADENSE abbiamo voluto onorare la Madonna de finibus terrae ed il suo Santuario, 43 d.C. dedicandoLe, per primi, con infinito amore, ininterrottamente dal 2004 da Lecce, poi dal 2011 da Brindisi, unici e soli, l’intero, ultimo tratto mediano della Via Francigena del sud, ovvero Brindisi-LecceLeuca, aggregante sia da est che da ovest, che gli antichi pellegrini preferivano, onde evitare i pericoli degli incursori dai mari e la malaria dalle interminabili, mefitiche paludi costiere.

Da Madonna del Casale di Brindisi, fianco aerostazione, attraverso i territori di 24 comuni e 146 km, il Cammino per Leuca o Leucadense è intriso di antichissima storia salentina e di tante testimonianze mariane, tra le quali S.M a Cerrate, Madonna di Coelimanna, Madonna del Passo, S.M. del Belvedere, Madonna della Serra, Madonna della Neve, Madonna del Riposo e tante altre ma, anche, i luoghi di don Tonino Bello ecc. Dopo Leuca Piccola o S.Maria del Belvedere, un Km. prima del Santuario, sempre lungo la linea mediana salentina, sosta obbligata dinnanzi alla settecentesca “ERMA ANTICA”, l’unico, inequivocabile punto di aggregazione e invocazione degli antichi pellegrini. Il sottoscritto e la prof. Rita De Matteis (mia indimenticabile compagna, purtroppo non più tra di noi), l’abbiamo cercata a lungo, ritrovata in pezzi, fatta restaurare da Gianluca Lecci di Corsano e riposizionare nel luogo originario dal Comune di Castrignano del Capo riattivando, così, intorno all’ERMA, il dimenticato, purificante “Rito delle Pietre”. La solenne promessa, ora lodevolmente mantenuta da parte del Presidente Massimo Tedeschi dell’Associazione Europea Vie Francigene, fu suggellata pubblicamente il 1-XI-2013 nel convegno ad Altopascio (LU), con indimenticabile, da entrambi, fortissima, lunga stretta di mano e con la seguente sua altisonante affermazione:- Vuole Leuca terminale francigeno? Sa cosa le dico??? Siii!!! La presenza, anche, della Rete dei Cammini di Como e della sua Presidente Ambra Garancini fu per noi confortante ed ora Leuca, la Basilica, il candido faro svettante da punta Mèliso sul Mediterraneo, sono il “TERMINALE”, oltre che convergenza storico, geografico e spirituale delle VIE FRANCIGENE nel Sud e d’Europa. Da qui il ponte per la Terrasanta. Dirimpettaia la grotta Porcinara, santuario pagano con le epiclesi di antichissimi naviganti.

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Il Salento sarà meta mondiale dei Pellegrini con ottime prospettive; stanno aumentando esponenzialmente i flussi turistici così come si sta già verificando fin da quel “31 gennaio 1993” da quando volli iniziare il trekking nel Salento dalla spettacolare località “Ciolo” di Gagliano del Capo, irradiando ininterrottamente, con l’assordante passaparola dei sempre più numerosi camminatori, la conoscenza storica, rispettosa, capillare ed aggregante del nostro territorio, all’epoca, letteralmente sconosciuto alle masse. Poi la grande gioia nel veder fiorire sempre nuovi gruppi escursionistici. Un particolare ringraziamento a padre Giuseppe Stendardo ex Rettore e a Don Gianni Leo Rettore della Basilica Giubilare, a padre Francesco Cazzato di Leuca Piccola, a sindaci ed assessori, che ci hanno cortesemente aiutato. Ora la Regione Puglia, per agevolare i pellegrini già in arrivo, dovrà, cortesemente, ritoccare e completare le segnaletiche, permetterci di far stampare i vademecum e completare le ricettività. Grazie infinite.

L’edizione n. XVI del “Cammino per Leuca o Leucadense”, della nostra associazione SpeleoTrekkingSalento è prevista per maggio 2020. il Presidente Riccardo Rella

Lecce, 18-02-2020

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La nostra chiesa matrice, Beata Maria Vergine, on Ruffano è stata inserita nella Guida Regionale di Arte e Cultura tra le chiese barocche più belle del Salento e della Puglia. La guida è stata presentata alla Bit di Milano dall’Assessorato Regionale al Turismo

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Diocesi di Ugento - Santa Maria di leuca Agenda del Vescovo Marzo 2020 1 2 3 4

Domenica Lunedì martedì mercoledì

Ore 10,30 18,30-20,30 18,30-20,30 18,30-20,30

5 6 7 8 9

giovedì venerdì Sabato Domenica Lunedì

18,30-20,30 18,30-20,30

10 11 12 13 14 15

Martedì Mercoledì Giovedì Venerdì Sabato Domenica

Ore 10,00

Corsano - Cresima CEP Bitonto Bari - Studio Televisivo “Antenna Sud” – Trasmissione sul progetto “Scuole in cammino con don Tonino” Consiglio Presbiterale – a seguire Collegio Consultori

16 17 18 19 20 21 22

Lunedì martedì mercoledì giovedì venerdì sabato domenica

Ore 17,00 Ore 10,00 Ore 19,30 16,30-19,30 9,30- 19,30 9,30- 12,30 Ore 17,30 Ore 12,30

Presicce - Cresima Ugento – S.G. Bosco – S. Messa Ugento S. Cuore – Accoglienza Cursillos Roma – Consiglio Permanente CEI Roma – Consiglio Permanente CEI Roma – Consiglio Permanente CEI Ugento – Chiesa Ss. Medici S. Messa Cattedrale S. Messa Alunni Propedeutico - Molfetta

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lunedì

Ore 10,00 Ore 16,00 Ore 18,00 Ore 11,00

Depressa – Cresima Leuca – Via Crucis – Missionari Martiri Leuca – Cristo Re - Cresima Cattedrale – Precetto Pasquale Comando Compagnia Carabinieri di Casarano

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martedì mercoledì

Ore 18,00

Ugento - Suore Figlie della Carità – S. Messa – Rinnovazione voti

Ore 10,30 Ore 9,30 Ore 15.00

Morciano di Leuca - Cresima Settimana Teologica – Auditorium Alessano Settimana Teologica – Auditorium Alessano Settimana Teologica – Oratori di Acquarica, Supersano, sant’Antonio / Tricase, Castrignano Settimana Teologica – Auditorium Alessano Settimana Teologica – Auditorium Alessano

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giovedì venerdì sabato Domenica

30 31

lunedì martedì

Ore 17,30 Ore 10,00 Ore 18,00

Salignano - Cresime Tricase “Natività B.V. Maria” – Cresime Alessano – Chiesa Madre – S. Messa per il 150° Fondazione Suore Compassionaste

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Profile for Diocesi ugento

Notiziario - Febbraio 2020  

Notiziario - Febbraio 2020  

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