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Diocesi di Pistoia Ufficio Catechistico Diocesano

Luca il Vangelo della Grazia di Dio Sussidio per i Gruppi di Ascolto della Parola di Dio Anno Pastorale 2011/2012 Dall’esortazione apostolica postsinodale di Benedetto XVI, VERBUM DOMINI “nelle abituali attività delle comunità cristiane, nelle parrocchie, nelle associazioni, e nei movimenti, si abbia realmente a cuore l’incontro persona con Cristo che si comunica a noi nella sua Parola” (VD 73) “Il nostro dev’essere sempre più il tempo di un nuovo ascolto della Parola di Dio e di una nuova evangelizzazione”. Quanto più sapremo metterci a disposizione della divina Parola, tanto più potremo constatare che il mistero della Pentecoste è in atto anche oggi nella Chiesa di Dio” (VD 122; 123)

Dal Programma Pastorale Diocesano “Richiamo alla vostra attenzione i Gruppi di Ascolto del Vangelo. Dopo averli faticosamente iniziati, abbiamo costatato che stanno procedendo in maniera soddisfacente. Occorre in questo triennio non perderli di vista: sostenerli, accompagnarli, riproporli e rimotivarli all’intera Comunità Cristiana, farli nascere dove ancora non ci sono. Faccio appello, in questo, all’impegno e alla dedizione dei parroci, perché non si stanchino di incoraggiare e di sostenere. Faccio appello anche alla generosità ed allo spirito di servizio degli animatori di tali gruppi” (= Mansueto Bianchi, vescovo di Pistoia)


Indice delle schede

INTRODUZIONE Luca, una scelta e un progetto 3 Luca, un Vangelo per divenire saldi nella fede 3 La solidità del Vangelo 4 La forza di camminare verso “l’alto” 4 La povertà che condivide 5 La preghiera che apre alla volontà di Dio 5 La misericordia che salva 6 Luca il vangelo dell’evangelizzatore 6 Luca, una scuola per divenire animatori del Vangelo 6 Il cammino dei Gruppi di Ascolto del Vangelo in questi anni 7 Un anno per crescere nella responsabilità comune 7 I Scheda “Mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio” (Lc 4,16-30) L’inizio della predicazione di Gesù (Cristiano D’Angelo) 8 II Scheda “Il Signore fu preso da grande compassione per lei” (Lc 7,11-17) Gesù risorge il figlio della vedova di Nain. (Marino Marini) 13 III Scheda “Voi chi dite che Io sia?” (Lc 9,18-27) La professione di fede di Pietro; l’annuncio della passione e le condizioni per seguire Gesù. (Fausto Corsi) 16 IV Scheda “Mentre pregava il suo volto cambiò d’aspetto” (Lc 9,28-36) La Trasfigurazione. (Paul Devreux) 19 V Scheda “Prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme” (Lc 9,51-62) Il viaggio verso Gerusalemme e la Sequela. (Cristiano D’Angelo) 21 VI Scheda “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore…e il tuo prossimo come te stesso” (Lc 10,25-37) L’Amore di Dio e del Prossimo: il buon samaritano. (Caritas Diocesana) 25 VII Scheda “Anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede” (Lc 12,13-21) La vita e la ricchezza, la stoltezza e la fede. Arricchirsi davanti a Dio. (Giordano Favillini) 28 VIII Scheda “Costui accoglie i peccatori e mangia con loro” (Lc 15,11-32). Le tre parabole della misericordia: la pecora perduta, la moneta perduta, il figlio perduto. (Cristiano D’Angelo) 31 IX Scheda “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti” (Lc 16,19-31). Il ricco cattivo e il povero Lazzaro. (Michele Palchetti) 37 X Scheda “Sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai” (Lc 18,1-14). Il giudice e la vedova. Il fariseo e il pubblicano”. (Roberto Breschi) 40 XI Scheda “Oggi devo fermarmi a casa tua” (Lc 19,1-10). La conversione di Zaccheo. (Donatella Grechi) 42 XII Scheda “Fatele fruttare fino al mio ritorno” (Lc 19,11-27) La parabola delle monete d’oro. (Paolo Palazzi) 45 BREVE BIBLIOGRAFIA 48


Sussidi per i Gruppi di ascolto della Parola di Dio

Introduzione Luca, una scelta e un progetto

Il vangelo scelto quest’anno è quello di Luca. Come si noterà leggendo l’indice del sussidio, sono stati scelti brani di vangelo che non sono stati commentanti nei sussidi dei due anni precedenti su Marco e su Luca. Inoltre si noterà che non si è commentato né i brani della passione-morte e resurrezione, né quelli dell’infanzia. Vari sono i motivi di questa scelta. Anzitutto integrare la conoscenza dei fatti e delle parole della vita di Gesù e rendere più solida la conoscenza del suo insegnamento e della sua vita. Mettere in unico sussidio di dodici schede tutto il vangelo, avrebbe significato non trattare sufficientemente bene né i vangeli dell’infanzia, né quelli della morte e resurrezione. Il progetto è quello di dedicare l’anno prossimo, o i prossimi due anni, proprio alla lettura di quest’ultimi. L’obbiettivo è quello di riuscire in tre anni a leggere buona parte del vangelo, dedicando un anno intero al tema della morte e resurrezione del Signore, e un secondo anno ai vangeli dell’infanzia e all’Incarnazione del Signore. Inoltre il lavoro di questi tre anni, insieme a quello dei due anni precedenti su Matteo e Marco, potrebbe andare a costituire un utile sussidio diocesano per coloro che si avvicinano alla fede, o che desiderano riscoprire la fede. Si tratta di un progetto, che tuttavia desideriamo e speriamo di portare avanti con coerenza a servizio dell’evangelizzazione e dell’annuncio in Diocesi. Il vangelo di Luca in questo si presta particolarmente, essendo forse il vangelo più leggibile, per l’intensità degli episodi che vi sono riportati, per lo stile, e per l’organizzazione dei materiali evangelici che in esso vi sono raccolti. I brani che quest’anno sono proposti nel sussidio sono tali inoltre da aiutarci a farci un’idea sufficientemente chiara sulle specificità del vangelo di Luca rispetto a Marco e Matteo, evitando così di far apparire il sussidio di quest’anno una ripetizione di quelli degli altri anni, e allo stesso tempo promuovendo una conoscenza più approfondita del vangelo stesso. Anche quest’anno si è scelto di chiedere la collaborazione nella stesura dei commenti agli episodi a più persone, nonostante che questo, come rilevato da alcuni animatori nella verifica di Maggio 2011, ha talora comportato una certa disomogeneità. Si è scelto così, perché il coinvolgere più persone evidenzia la diocesanità del sussidio e dell’esperienza dei Gruppi di Ascolto, oltre a dare voce alle diverse e legittime sensibilità che tra noi sono presenti.

Luca, un Vangelo per divenire saldi nella fede

In questo terzo anno di vita dei Gruppi di Ascolto del Vangelo in Diocesi leggiamo il Vangelo di Luca. Questo vangelo è nato con degli scopi precisi che lo stesso evangelista ci ricorda nel prologo (Lc 1,1-5). Luca scrive il vangelo per le prime generazioni cristiane dopo la morte degli apostoli di cui Teofilo, l’interlocutore a cui egli indirizza il Vangelo, è un perfetto rappresentante. Teofilo, in realtà significa “Amante di Dio”, ed è probabile che Luca abbia scelto questo nome, perché in realtà non sta scrivendo il suo vangelo per una sola persona, ma per tutti coloro che al presente e nei secoli, si dichiarano amanti di Dio. Dopo la morte degli apostoli le comunità cristiane fondavano la loro fede sul racconto dei testi-

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moni oculari che veniva tramandato oralmente, cioè a voce, di persona in persona. La Scrittura dei Vangeli nasce dunque come esigenza di fissare la memoria delle parole e dei fatti del Signore Gesù per le generazioni future. Inoltre la diffusione del cristianesimo nel mondo antico, il suo incontro con le diverse culture, le domande e i dubbi che ad ogni discepolo sorgono mentre cresce nella conoscenza del Signore e del Vangelo, rendevano sempre più urgente il compito non solo di annunciare il vangelo, ma anche di consolidare e rendere salda la fede di quei cristiani e di quelle comunità sorte in quegli anni. L’opera di Luca nasce in buona parte in questo contesto, come risposta all’esigenza di rafforzare la fede dei cristiani, aiutandoli a rendersi conto della “solidità dell’insegnamento ricevuto” (Lc 1,4).

La solidità del Vangelo

Perché il vangelo possa portare frutto nella vita dei credenti deve essere una pianta ben salda nella loro vita, e perché questo avvenga occorrono diversi fattori. Anzitutto occorre sapere con certezza che si sta parlando di un Gesù che è venuto nella storia, e non soltanto di uno spirito o di un’idea. Ecco perché Luca insiste nel precisare le circostanze storiche della nascita di Gesù e del Vangelo (cfr. ad es. “al tempo di Erode, re della Giudea…” Lc 1,5; oppure “in quei giorni un decreto di Cesare Augusto…” Lc 2,1; ecc.), perché se Gesù non è un personaggio storico tutto il cristianesimo rischia di diventare una favola o al massimo una dottrina filosofica. Invece noi cristiani crediamo e affermiamo che Egli è Dio, la Parola di Dio che si è fatta carne, che è venuta nella storia e si è fatta uomo. Questo significa che una fede salda richiede necessariamente la conoscenza di chi era Gesù, di come viveva, parlava, agiva, e insieme richiede la conoscenza del contesto storico e culturale in cui è vissuto, per meglio comprenderlo. Occorre dunque conoscere, senza conoscenza del Signore Gesù venuto nella storia, non ci può essere stabilità e solidità di vita cristiana. I gruppi di ascolto del vangelo vogliono dunque farci il servizio di aiutarci a crescere nella conoscenza, perché anche noi diventiamo più saldi. Tuttavia non si esaurisce qui il significato dell’affermazione lucana a Teofilo, perché la solidità del vangelo è si la sua realtà storica, che va conosciuta, ma è anche la solidità che il credente sperimenta quando vive e si affida a quella parola. In altre parole non si tratta solo di rendere più erudita la fede di Teofilo, ma anche e soprattutto di renderla più forte nella testimonianza. Si tratta di aiutare Teofilo a diventare un cristiano capace di percorrere fino alla fine la via del Signore Gesù, di amare come lui senza venire meno nella Carità. Perché questo avvenga il Cristiano ha bisogno di mettersi alla sequela del Signore Gesù che apre il cammino e ci precede (Lc 19,28), gettando le reti dove egli dice (Lc 5,3-9), camminandogli dietro senza ambiguità (Lc 9,57-62). Tutto il Vangelo di Luca può pertanto essere letto in questa prospettiva, come un sostegno alla fede dei credenti perché diventino saldi, o per dirla con il vangelo perché il credente arrivi ad avere la capacità del Signore Gesù di “rendere fermo il suo volto” e camminare verso “l’alto” (Lc 9,51).

La forza di camminare verso “l’alto” 4

Questo è il vangelo di Luca, una grande opera di sostegno alla vita credente per divenire capaci di camminare verso l’alto. L’immagine è presa da Lc 9,51, dove camminare verso l’alto significa per Gesù, camminare incontro al suo destino, cioè incontro alle conseguenze delle sue parole e azioni, verso quella Gerusalemme dove pagherà con la vita il prezzo della sua fedeltà allo Spirito e alla missione affidatagli dal Padre. Camminare verso l’alto significa, pertanto, vivere la propria vita senza venire meno a quanto si è cominciato a vivere in fedeltà al vangelo, alle intuizioni che Dio ci ha dato, alle esigenze di giustizia, pace e verità del Vangelo. Ecco perché Luca aggiunge


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alla parabola del seminatore “porteranno frutti nella perseveranza” (Lc 8,15), o perché riporta i due detti sulla costruzione della torre e sul re che parte in guerra (Lc 14,28-33). Bisogna portare in fondo ciò che si è iniziato senza voltarsi indietro, una volta che si è posto mano all’aratro (Lc 9,62), altrimenti il seme del Regno rischia di diventare insipido e inservibile, come il sale che perde il sapore (Lc 14,34-35). Rendere i cristiani capaci di volare verso l’alto, questo vuol far Luca, vuole fornire loro le ali per il Regno dei Cieli, per salire al Padre insieme al Signore Gesù. Se pertanto leggiamo il vangelo in questa prospettiva appare subito chiaro che cosa, agli occhi di Luca, è necessario al cristiano per compiere tale “ascensione”. Non importa infatti fare un’analisi dettagliata di tutto il vangelo, e non sarebbe questo il contesto, ma basterà ricordare alcuni episodi e racconti che Luca, unico degli evangelisti riporta, per capire qual è il pensiero di Luca e della tradizione apostolica da lui trasmessa a riguardo. Pensiero che potremmo riassumere in tre parole, la povertà che condivide, la preghiera che apre alla volontà di Dio, la misericordia che salva.

La povertà che condivide

Anzitutto la povertà. Bisogna essere poveri per salire in alto, per andare verso il Padre. Tutta l’opera di Gesù è definita da luca come “annunciare ai poveri” (Lc 4,18); e i poveri sono coloro ai quali appartiene il regno di Dio: “beati voi poveri, perché vostro è il Regno di Dio” (Lc 6,20). E si noti che i poveri nel vangelo di Gesù sono anzitutto i discepoli (Lc 6,20). Non si tratta in primo luogo di impegnarsi per i poveri, questo lo fanno anche i farisei e gli ipocriti (Lc 18,9-14), ma di diventare poveri. E’ ben diverso, perché il vangelo non è un’esortazione alla moderazione sociale, e alla pietà verso chi è più sfortunato, il vangelo è la grazia di Dio che ci raggiunge e ci salva, ma se non ci facciamo poveri, difficilmente si entra nel regno di Dio (Lc 18,24). Diventare poveri significa molte cose, significa non esaltarsi (Lc 18,14), significa riconoscere la verità della propria vita, convertirsi rientrando in se stesso come il figliol prodigo (Lc 15,17), chiedere perdono, restituire ciò che si è rubato, dare con generosità; significa fare come l’adultera perdonata (Lc 7,44-50), come Zaccheo (Lc 19,1-10). Essere e diventare poveri significa fare come la povera vedova (Lc 21,1-4) che da tutto quello che ha per vivere. Non si tratta in altre parole di dare qualcosa, ma di dare se stessi, di mettere tutta la propria vita a servizio del Vangelo, della Giustizia del Regno di Dio. Non si tratta pertanto di un discorso sulla ricchezza e la povertà, ma di qualcosa di più radicale, si tratta di essere o non essere disponibili per il Regno di Dio. Se si è disponibili allora non si potrà che mettere la nostra vita a suo servizio, totalmente, e nelle forme che ad ognuno di noi sarà chiesto. Questo da solidità al vangelo, il cammino verso la povertà, la povertà dei gigli del campo e degli uccelli del cielo, che si affidano e che vivono dell’amore del Padre. E’ la povertà come scoperta dell’amore del Padre che ci rende disponibili a condividere. Ovviamente il discorso avrebbe bisogno di ulteriori chiarimenti, ma in questo contesto è sufficiente ricordare questa sottolineatura lucana della povertà, perché è una degli atteggiamenti che rendono solida la vita del credente.

La preghiera che apre alla volontà di Dio

Un altro atteggiamento suggerito da Luca come indispensabile per andare in alto, è certamente la preghiera. Per questo Luca aggiunge rispetto agli altri evangelisti l’episodio di Marta e Maria (Lc 10,38-42), l’insegnamento sull’amico importuno (Lc 11,5-8), la promessa del Padre di dare lo Spirito Santo a quanti glielo chiedono (Lc 11,13), la parabola del giudice e della vedova importuna “sulla necessità di pregare sempre senza stancarsi” (Lc 18,1-8), o la parabola del fariseo e del pubblicano (Lc 18,9-14). La preghiera rende salda la fede del credente, perché per Luca pregare vuol dire fare come fa Gesù nella Trasfigurazione, significa cioè mettersi in ascolto obbediente

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della volontà di Dio ed accettare quello che ci è chiesto di vivere, senza venire meno, nonostante la paura, l’angoscia, la difficoltà. Alla Trasfigurazione infatti Gesù va “per pregare”, precisa Luca, unico tra gli evangelisti, e al Getsemani Luca presenta Gesù come modello di preghiera, chiarendo che pregare significa fare come ha fatto lui, dire cioè a Dio “sia fatta non la mia, ma la tua volontà” (Lc 22,42). Infine bisogna ricordare l’episodio della crocifissione dove la richiesta del malfattore pentito fa si che a lui siano aperte le porte del paradiso il giorno stesso (Lc 23,43): la preghiera porta in alto, in paradiso, una preghiera che come quella del buon ladrone riconosce la verità della propria vita, si pente, e invoca il perdono dal Signore.

La misericordia che salva

Un ultimo atteggiamento necessario secondo Luca per “salire in alto” è la misericordia. Sono molti gli insegnamenti e le parabole proprie di Luca che evidenziano questo insegnamento, qui basterà ricordare la risurrezione del figlio della vedova di Nain (Lc 7,11-17), dove la misericordia è la capacità di Gesù di sentire il dolore degli altri come fosse il nostro; oppure la parabola del buon samaritano (Lc 10,29-37); o le parabole della misericordia e in particolare quella del padre e del figlio perduto, dove la misericordia è l’amore che lascia l’altro libero anche di sbagliare, e che attende con pazienza il suo ritorno, e che continua ad amare nonostante il torto e l’ingiustizia subita (Lc 15,20). Insomma la misericordia è la capacità di amare con amore materno, la capacità di avere dentro di sé uno spazio sempre disponibile per l’altro, e di amarlo come ama una madre, un amore cioè capace di ridare all’altro la vita e il perdono anche dopo il peccato e l’errore. Non è un amore umano, ma divino, è l’amore di Dio che ci ama così, è questa la grazia che ci ridà la vita, e che diventa il modello e l’aspirazione di ogni amore umano. E’ questo l’amore di Dio che ci salva, ed è questo l’amore che i credenti non devono mai dimenticare perché alimenti la loro speranza e carità a immagine di quella di Dio.

Luca il vangelo dell’evangelizzatore

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Come vedremo nel commento a Lc 4,16-30 Luca è anche il vangelo dell’evangelizzatore, perché è l’unico evangelista ad usare il verbo “evangelizzare”, quando tutti gli altri vangeli si limitano ad usare il sostantivo “vangelo”. Luca dunque ci presenta Gesù come il modello di ogni evangelizzatore. Anche i Gruppi di Ascolto vogliono essere un’occasione, non certo l’unica, di evangelizzazione, cioè un mezzo per dare l’occasione alle parole di Grazia di Dio di toccare i cuori. Cosa significa evangelizzare, secondo Luca, lo potremmo riassumere, tenendo conto di quanto scritto sopra, come l’opera di far sentire il mondo amato. Evangelizzare significa impegnarsi ad amare con tutto noi stessi l’altro, chiunque esso sia, e qualunque sia la sua risposta. Evangelizzare significa semplicemente amare. Certo questo, concretamente, significherà ora annunciare, ora impegnarsi a guarire le ferite dell’altro, ora ad ascoltare, ora a piangere con lui nel dolore, ora a sostenerlo esortandolo alla decisione, ora aiutandolo condividendo con lui tempo, denaro, attenzione. Evangelizzare significa amare l’altro con il volto di Cristo, guardarlo con i suoi occhi, occhi che solo il vangelo può darci. Dire che evangelizzare significa amare, non vuol dire lasciare il discorso in astratto, ma vuol dire che se tu vuoi bene a chi hai davanti, quel bene ti renderà creativo e ti farà capire cosa è giusto fare e dire per condividere con lui l’Amore. Perché evangelizzare significa condividere l’amore di Dio che abbiamo ricevuto con tutti, perché più esso si condivide più esso cresce e si manifesta per quello che è.

Luca, una scuola per divenire animatori del Vangelo

Per evangelizzare bisogna farsi poveri, bisogna pregare, bisogna amare con amore materno, edu-


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candoci ad amare con libertà e rispetto, purificandoci da tutto quello che in noi ci impedisce la gratuità dell’amore di Dio. Anche un animatore dei Gruppi di Ascolto del Vangelo è un evangelizzatore, perché mandato dalla Chiesa a nome di Cristo a portare il vangelo. Non si tratta di montarsi la testa e di credersi chissà chi, ma di prender coscienza di un servizio che siamo chiamati a fare, proprio mentre Dio ci serve con il dono della fede delle persone che incontriamo. Dobbiamo però diventare saldi nella fede, come Teofilo, curando sempre più la nostra formazione personale, studiando e approfondendo la nostra fede, scegliendo la via della povertà e dei poveri, pregando, e amando, lasciandoci educare dalla misericordia di Dio.

Il cammino dei Gruppi di Ascolto del Vangelo in questi anni

Molti di voi sono stati presenti alla verifica di Maggio scorso, con gli animatori dei Gruppi di Ascolto, e come me avrete gioito del sentire raccontare la grazia di Dio che molti animatori testimoniavano. Certo i Gruppi di Ascolto non funzionano sempre e dappertutto allo stesso modo. Ma certo la testimonianza di molti animatori entusiasti ci fa capire che annunciare il vangelo oggi è possibile, perché gli uomini e le donne di oggi continuano ad avere bisogno di Dio come sempre! Sta a noi essere duttili, lasciarci interrogare dalle situazioni, capire come meglio rapportarsi con le persone, e con umiltà essere strumenti di incontro tra il Vangelo e le persone. Sta a noi avere il coraggio di proporre il vangelo, ai genitori del catechismo, ai gruppi delle giovani coppie, ai fidanzati, alle persone del nostro condominio, alle persone dell’ambiente dove lavoriamo. Sta a noi presbiteri e responsabili, avere il coraggio di scegliere le persone come animatori e inviarle, seguendole con costanza e attenzione. Sta a noi curare il rapporto con la parrocchia e la Diocesi, perché non si cammini mai da soli, e perché i gruppi non diventino i nostri gruppi, ma siano e rimangano sempre espressione di un cammino di Chiesa. Siamo agli inizi, ma non dobbiamo fermarci, non dobbiamo fare come il discepolo del vangelo che ha posto mano all’aratro e poi si volta a guardare indietro! (Lc 9,62), lo dico per me, e per i miei confratelli presbiteri, ma anche per gli animatori dei gruppi di ascolto e per i partecipanti. Dobbiamo esortarci a perseverare e a cambiare in obbedienza allo Spirito, perché il servizio del vangelo continui ad essere fecondo nelle nostre parrocchie. E sarebbe bello vedere nascere Gruppi di Ascolto nelle carceri, negli ospedali, nelle case di riposo per anziani, nei posti di lavoro e nelle scuole. Certamente nel rispetto e secondo le modalità possibili di ogni ambiente, ma bisogna avere il coraggio di osare con carità e rispetto, senza tenere nascosti i talenti che il Signore ci ha dato!

Un anno per crescere nella responsabilità comune

Spero che in questo anno riusciamo anche a conoscersi sempre meglio come animatori e a creare un piccolo gruppo, magari a rotazione, di corresponsabili, penso soprattutto a dei laici, che aiutino l’ufficio catechistico nel monitorare l’esperienza, nell’accompagnarla e nel migliorarla. Sarebbe bello poter realizzare questo obbiettivo, perché credo aiuterebbe nel far crescere l’idea che i Gruppi di Ascolto sono un cammino di tutta la chiesa pistoiese, e perché penso potrebbe aiutare a mantenere viva l’esperienza nel tempo. Non so ancora come e in che forma questo potrà realizzarsi, ma è quello che mi sembra sarebbe giusto e utile vivere. Starà a noi capire insieme, con l’aiuto di tutti, presbiteri e laici, se e come realizzare questo obbiettivo.

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Scheda I

“Mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio” L’inizio della predicazione di Gesù (Lc 4,16-30)

Venne a Nazaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. 17 Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto: 16

Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, 19a proclamare l’anno di grazia del Signore. 18

Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. 21 Allora cominciò a dire loro: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”. 22 Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: “Non è costui il figlio di Giuseppe?”. 23 Ma egli rispose loro: “Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fallo anche qui, nella tua patria!”. 24 Poi aggiunse: “in verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. 25 Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; 26 ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova a Sarepta di Sidone. 27 C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naaman, il Siro”. 28 All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. 29 Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. 30 Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino. 20

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A differenza del vangelo di Marco e di Matteo (Mt 4,17; Mc 1,14), Luca sceglie di iniziare il racconto della predicazione pubblica di Gesù con questo episodio nella sinagoga di Nazaret. Luca scrive il suo vangelo dopo Marco e Matteo ed esplicitamente afferma nel prologo di voler scrivere “un racconto ordinato” (Lc 1,3), nel senso che egli “ordina” i materiali che la tradizione aveva tramandato sulla persona di Gesù secondo una chiave di lettura personale. Quanto avvenne a Nazaret non è dunque solo la prima uscita pubblica di Gesù, ma il programma della sua vita, il manifesto della sua missione e della sua identità. Questo episodio infatti rivela chi è Gesù, cosa farà e come lo farà, e mette in luce la reazione dei suoi contemporanei, prefigurando anche la fine tragica della sua vita, con il rifiuto e la morte causata da coloro che invece avrebbero dovuto accoglierlo. Gesù aveva già fatto esperienza dello Spirito nel Battesimo, adesso nella preghiera, mentre legge la scrittura nella sinagoga, non solo viene confermato il dono unico e particolare di Spirito che lo contraddistingue, ma anche cosa significa quel dono. Questo è un primo elemento su cui riflettere. Capita nella vita di fare esperienza dello Spirito, di avere intuizioni particolari che ci fanno sperimentare la presenza di Dio, che ci fanno scoprire il


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suo amore e la sua vicinanza, un po’ come era accaduto a Gesù durante l’esperienza del Battesimo in cui la voce dal cielo aveva affermato che egli era il figlio amato (Lc 3,21-22). Sono esperienze che capitano, tuttavia non basta fare esperienza dello Spirito, occorre anche capire perché si fa esperienza dello Spirito, cosa ci chiede cioè Dio con i suoi doni. Quando si fa esperienza di Dio si vede improvvisamente il mondo in modo diverso, si scopre che le cose sono sostenute dalla sua grazia, e che tutto è amore e carità, e mentre si scopre questo si vede in modo diverso anche la nostra vita. Allora si comincia a valutare in modo diverso l’uso che facciamo del nostro tempo, dei nostri doni e delle nostre capacità. Lo Spirito ci è dato sempre per un servizio, per una missione; e per capire quale servizio o attività missionaria dobbiamo vivere non è sufficiente aver vissuto l’esperienza, occorre infatti riflettere sull’esperienza, pregarci sopra, confrontarcisi, occorre soprattutto l’aiuto della Parola di Dio, delle Sacre Scritture. Gesù a Nazaret, quel giorno, leggendo le Scritture, e precisamente il profeta Isaia, vede nelle parole del profeta descritto quello che era accaduto a lui, e riconosce nella missione del profeta quella che doveva essere anche la sua missione. Bisogna riflettere su questo elemento. Gesù come ogni buon ebreo prega, va usualmente nella sinagoga e legge la Sacra Scrittura. La conoscenza delle Sacre Scritture non è facoltativa per un cristiano, perché in esse troviamo un patrimonio di conoscenza e rivelazione che non può essere semplicemente sostituita dal colloquio interiore con Dio. L’aiuto delle Sacre Scritture per capire qual è la volontà di Dio e dunque anche per capire come vivere la nostra vita è fondamentale. E’ stato così per il Signore Gesù, è così per ogni uomo e donna credente. Quando quel giorno Gesù aprì il rotolo della Scrittura trovò il passo del profeta Isaia. Il termine “trovare” in greco può significare sia che lo trovò, nel senso che gli capitò di leggere quel brano, essendo il brano del giorno, visto che nelle sinagoghe, come oggi nelle chiese le scritture si leggono secondo un calendario liturgico. Oppure il termine “trovò” può significare che egli cercò proprio quel brano. In ogni caso l’elemento importante è che Gesù vide nelle parole del profeta prefigurato quanto stava accadendo a lui, e precisamente il dono dello Spirito, e la missione che gli era stata affidata dal Padre. Quando Gesù dice che “oggi si è compiuta questa scrittura” (Lc 4,21), afferma di identificarsi e riconoscersi in colui che Dio ha consacrato con lo Spirito, unto, scelto e mandato per portare la buona notizia, il vangelo al mondo. Questo brano di Luca dunque afferma l’identità di Gesù come” unto”, come “consacrato”, cioè come messia, con forti tratti profetici. Il testo della S. Scrittura che Gesù legge, infatti, è tratto dal capitolo 61 del libro di Isaia dove il profeta rivela di essere stato consacrato, come profeta, proprio per compiere la missione di annunciare la buona notizia della liberazione a Israele che si trovava schiavo, oppresso e in esilio. Gesù è il consacrato e il profeta atteso, cioè non è solo colui che compie, come il messia, l’opera di Dio, ma è anche colui che parla le parole di Dio, anzi egli è la parola di Dio. Proprio per questo in questo episodio si evita di dire che Gesù lesse il brano, ma si riporta il brano come se Gesù lo leggesse in silenzio, e poi lo facesse conoscere con la sua parola. E’ un modo letterario molto ricercato con il quale Luca vuole sottolineare che la Parola di Dio, ormai, per i cristiani è Gesù stesso, è lui la parola vivente, e tutto l’Antico Testamento, noi adesso lo leggiamo attraverso l’interpretazione di Gesù, a partire da Gesù e dalla sua vita. Lo stesso concetto Luca ripeterà alla fine del Vangelo quando ai discepoli Gesù spiegherà le Scritture (Lc 24,27.32.45). Si tratta di una sottolineatura molto importante che serviva a Luca a precisare come per i cristiani tutta la Scrittura si compiva in Gesù e che dunque Lui era il punto di vista dal quale i cristiani leggono la S. Scrittura. Questo dunque aiutò i cristiani a distinguersi dal mondo ebraico, ma serve anche a noi, in quanto ci dice che per noi tutto il Primo Testamento va letto alla luce di Gesù. Il brano del profeta Isaia dice dunque in cosa consisterà la missione di Gesù, e dunque della

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Chiesa. “Mi ha mandato a evangelizzare i poveri” L’opera di Gesù consiste nell’evangelizzare. Unico tra tutti gli evangelisti Luca usa il verbo “evangelizzare”. Gli altri preferiscono parlare di “vangelo”, ma non usano mai il verbo. E’ un segno della posteriorità di Luca, per il quale l’opera di annunciare il vangelo è ormai diventata una vera e propria attività, appunto l’evangelizzazione. Non è un caso che solo nel vangelo di Luca, oltre l’invio dei Dodici ad evangelizzare (Lc 9,6), è riportato l’episodio di Gesù che manda i 72 discepoli (Lc 10,1-16) identificandosi con loro “chi ascolta voi ascolta me” (Lc 10,16). Quando Luca scrive il vangelo l’evangelizzazione è un ormai un fatto ben attestato dell’attività missionaria della Chiesa, per questo usa il verbo “evangelizzare”, perché vuol dire che ciò che i cristiani fanno non è altro che continuare l’opera di Gesù, e allo stesso tempo presenta Gesù come modello dell’evangelizzatore. Luca però precisa che l’opera dell’evangelizzazione è rivolta ai “poveri”. Anche in questo caso si tratta di una sottolineatura tipica di Luca, particolarmente attento alle situazioni di povertà e sofferenza. In realtà il tema dei poveri è un po’ più complesso. Cosa significa “povero”? Significa che Dio ha uno sguardo di particolare benevolenza per chi è povero e indifeso, che egli si pone a loro difesa, che sta per intervenire a loro favore. Ma non basta. Quando si parla di poveri, si intende infatti una precisa categoria, cioè chi non ha nulla o ha poco, chi è costretto a domandare, chi deve far dipendere la propria vita dagli altri. In questo senso la povertà non è solo una situazione fisica e oggettiva, ma anche un atteggiamento umano. Se si vuole essere riempiti da Dio, se si vuole essere in condizione di farsi salvare dal suo intervento di grazia, occorre diventare ed essere poveri. In questo senso la povertà non è solo una categoria economica o sociologica, ma anche una categoria spirituale. Sia ben chiaro, non si prenda questo a giustificazione delle nostre ricchezze ed egoismi, perché Gesù chiarirà bene nell’episodio della “povera vedova” in Lc 21,1-4 cosa significa essere poveri, contrapponendo volutamente l’atteggiamento della donna povera a quello dei ricchi e degli ipocriti che nel tempio facevano le offerte solo per farsi vedere e per ostentare la loro ricchezza. I “poveri”, quelli che sono beati e ai quali appartiene il Regno di Dio (Lc 6,20), non sono soltanto chi non ha nulla, ma chi vive in situazione di disponibilità a ricevere, come chi ha bisogno di tutto per vivere, e che hanno anche la disponibilità a dare, come la povera vedova. Il tema della povertà sarà chiarito dal resto del vangelo, nel quale Luca ha inserito una serie di episodi e di detti del Signore che non sono raccontati dagli altri evangelisti (ad. es. l’episodio di Lazzaro e del ricco epulone in Lc 16,19-31). Dunque, Gesù è venuto ad evangelizzare i poveri e a “proclamare la liberazione ai prigionieri, la vista ai ciechi e a rimettere in libertà gli oppressi”. Il vangelo è una forza di liberazione per tutti, per chi è nella cecità dello Spirito, e soprattutto per chi è schiavo e oppresso. Bisogna ricordare che questa citazione del profeta Isaia parla degli Israeliti che erano “schiavi” e “oppressi” in seguito alla guerra e alla deportazione Babilonese del 586 avanti Cristo. Gesù fa sue le parole del profeta Isaia e fa del vangelo la più grande forza di liberazione della storia. Dove c’è vangelo c’è liberazione, l’uomo è restituito alla sua dignità e libertà perché possa vivere la sua vita in modo umano e giusto. 10 Ma il richiamo alla povertà e alla restituzione della vista ai ciechi, impedisce di fare del vangelo una semplice forza di liberazione politica o sociale. Il vangelo è molto di più, perché vuole liberare l’uomo tutto intero, e dargli quella luce per vedere e per capire e quella larghezza d’animo per amare, che solo i poveri di Dio hanno, senza i quali ogni impegno per la liberazione non sarebbe completo e veramente tale.


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Bisogna aggiungere che Gesù, mentre proclama le parole di Isaia, afferma che con lui, inizia “l’anno di Grazia del Signore”, cioè il Giubileo, l’anno in cui si rimettevano i debiti, si liberavano gli schiavi per povertà e per debito, e in cui si doveva ristabilire la giustizia secondo il piano di Dio (cfr. Lv 25). Questo per dire che il vangelo, se non può essere mai ridotto solo a una forza sociale, non può nemmeno mai essere spiritualizzato, relegandolo soltanto a una sorta di filosofia per il buon vivere, o a una prassi di preghiera per trovare la pace interiore, o semplicemente a una morale. Il vangelo è tutto questo, ma sempre e soltanto insieme ad un impegno concreto e quotidiano a creare un mondo giusto e nella pace. Non c’è vangelo senza preghiera, e non c’è vera preghiera senza impegno per la giustizia, e non c’è giustizia senza la pace, e non c’è pace senza il perdono. Le reazioni alle parole di Gesù furono di meraviglia, uno stato d’animo che non è ancora la fede ma nemmeno il rifiuto, tuttavia l’accoglienza di Gesù non fu buona, “non è costui il figlio di Giuseppe?” (Lc 4, 22). Come gli abitanti di Nazaret anche noi molte volte ci chiudiamo di fronte alla verità o di fronte ad un bene da vivere o da fare, semplicemente perché le nostre convinzioni e convenzioni sociali ce lo rendono sconveniente, o semplicemente perché ci fa fatica metterci in discussione e cominciare a pensare e a vivere in maniera diversa. E allora tutto diventa una scusa pur di non cominciare a vivere in maniera nuova. Qualcosa del genere accade anche quel giorno a Nazaret, e Gesù vide la sua sorte come quella dei profeti Elia ed Eliseo, il primo che guarì una donna fenicia, straniera (1Re17), e il secondo un generale lebbroso dell’esercito arameo, anch’esso straniero (2Re5). Questi due esempi della Scrittura fanno capire che nel rifiuto degli abitanti di Nazaret Gesù preannuncia il rifiuto di Israele. Gesù chiarisce inoltre che il Vangelo non sarà soltanto per Israele, ma per tutti coloro che lo accoglieranno. E quando Luca scrive il Vangelo la Chiesa è ormai in espansione in tutto il mondo conosciuto, e comunità di cristiani provenienti dal mondo pagano erano già una realtà. Naturalmente le parole di Gesù provocarono sdegno nei presenti che cercarono di precipitarlo giù da un burrone. Anche qui, questo tentativo omicida prefigura la morte di Gesù, che sarà preso e messo a morte. Ma non era ancora l’ora di Gesù, ed egli riuscì a passare in mezzo a loro e a mettersi in salvo. Quelle folle di Nazaret sono come noi, le folle di oggi, che ascoltiamo il Signore, ma che spesso non lo capiamo o meglio lo contestiamo, volendo piuttosto che egli ci ascolti e faccia ciò che pensiamo noi, e non ciò che Egli vuole. Oggi come allora si ripete il pericolo che il Signore passi in mezzo a noi e se ne vada. Sta a noi decidere se chiudersi e rimanere indifferenti e ostili alle sue parole, o se farsi poveri e seguire il Signore, accogliendo le sue “parole di grazia” e di salvezza. DOMANDE PER RIFLETTERE E CONDIVIDERE 1) La Sacra Scrittura è un aiuto fondamentale per conoscere e comprendere la volontà di Dio. Che rapporto hai con la Bibbia? Racconta, se ce l’hai, una situazione in cui una brano della parola di Dio ti ha aiuto a capire e a vivere meglio la tua vita. 2) Gesù è venuto ad “evangelizzare i poveri”. Come capisci questa frase del Vangelo? 3) La reazione delle folle di Nazaret fa “fuggire” Gesù da loro. In quali situazioni capita anche a noi di far “fuggire” il Signore dalla nostra vita? 4) Oggi c’è una crescente povertà in Italia, e nel mondo. Come interpella le comunità cristiane questa situazione? Come siamo chiamati a vivere il vangelo in questa situazione?

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Salmo 33

(a cori alterni)

Benedirò il Signore in ogni tempo, sulla mia bocca sempre la sua lode. Io mi glorio nel Signore: i poveri ascoltino e si rallegrino.

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Magnificate con me il Signore, esaltiamo insieme il suo nome.

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Ho cercato il Signore: mi ha risposto e da ogni mia paura mi ha liberato.

5

Guardate a lui e sarete raggianti, i vostri volti non dovranno arrossire.

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Questo povero grida e il Signore lo ascolta, lo salva da tutte le sue angosce.

7

L’angelo del Signore si accampa attorno a quelli che lo temono, e li libera. Gustate e vedete com’è buono il Signore; beato l’uomo che in lui si rifugia.

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PADRE NOSTRO PREGHIERA Signore che sei venuto ad evangelizzare i poveri, fa che sappiamo spogliarci del nostro egoismo e delle nostre false sicurezze, perché possiamo renderci disponibili alla tua Parola e alla tua Volontà per continuare nel mondo l’opera di evangelizzazione e liberazione che tu sei venuto a portare sulla terra, ed ogni uomo così conosca il Regno di Dio, regno di pace, di giustizia e di libertà. Per Cristo nostro Signore. AMEN

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“Il Signore fu preso da grande compassione per lei”

Gesù risorge il figlio della vedova di Nain (Lc 7,11-17)

Scheda II

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In seguito Gesù si recò in una città chiamata Nain e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla. 12 Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei. 13 Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le diss 14 Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: “Ragazzo, dico a te, alzati!”. 15 Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre. 16 Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: “Un grande profeta è sorto tra noi”, e: “Dio ha visitato il suo popolo”. 17 Questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in tutta la regione circostante. 11

I Vangeli narrano tre resurrezioni compiute da Gesù:quella del figlio della vedova di Nain,su cui stiamo riflettendo,quella della figlia di Giairo, capo della sinagoga (Lc 8,40‑42.49‑56) e quella del suo amico Lazzaro (Gv 11,1‑44). Lo scopo di questi racconti non è quello di insistere sull’aspetto prodigioso dell’avvenimento accaduto,ma quello di rivolgere ai lettori l’annuncio pasquale: Gesù è la vita che vince la morte, ed è venuto nel mondo perché gli uomini abbiano la vita. Questa narrazione precede e prepara la risposta di Gesù a Giovanni il Battísta(Lc 7,18‑23) che ha mandato due dei suoi discepoli a chiedere: “Sei tu il Messia o dobbiamo aspettare un altro?”. La resurrezione dei morti è uno dei segni che, con la venuta di Gesù, è giunto a noi il Regno di Dio. Alla porta di ingresso di Nain, un villaggio della Galilea, si incontrano due cortei: quello di Gesù, seguito dai discepoli e da numerosa folla desiderosa di ascoltare la sua parola e un corteo funebre che accompagna al sepolcro il figlio unico di una madre vedova, a cui la gente partecipa con tanta tristezza nel cuore. Al centro del brano di Vangelo c’è la figura di Gesù. Ci dice Luca: “IL SIGNORE FU PRESO DA GRANDE COMPASSIONE PER LEI”, (per quella madre vedova che aveva perduto il figlio). L’evangelista Luca, per descrivere l’emozione di Gesù, usa un verbo greco suggestivo che allude alle viscere materne che si commuovono per il figlio. Gesù partecipa fisicamente e spiritualmente al dramma di quella madre. La fede non cancella totalmente il mistero di ogni morte e il dramma di certe morti come quella descritta da questo brano di Vangelo. Pensiamo al pianto diGesù di fronte alla morte dell’amico Lazzaro e al dolore di Maria, il giorno del Venerdi Santo, davanti al Figlio Crocifisso. La compassione non è una forma di commiserazione, ma è ascoltato, accoglienza, solidarietà verso chi si trova in difficoltà, nella sofferenza, decisione concreta di farsi prossimo (Lc 10, 29‑37). Gesù,vero “buon Samaritano”, non passa oltre, ma si avvicina, fa fermare il corteo funebre e dice: “Giovinetto, dico a te, alzati!” E il morto si levò a sedere, cominciò a parlare e Gesù lo restituì a 13 sua madre. Con l’intera sua vita, spesa per amore, con il suo passare fra noi facendo del bene a tutti, nella potenza dello Spirito Santo (Atti 10,38) Gesù ci ha raccontato un Dio che è AMORE (1 Gv 4,7-8). Anche il Prefazio della preghiera eucaristica quinta/C ci ricorda: “Mai egli si chiuse alle necessità e alle sofferenze dei fratelli. Con la vita e la parola annunziò al mondo che tu sei padre e hai cura di


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tutti i tuoi figli”. Anche i discepoli sono chiamati a essere un segno di questo amore misericordioso di Dio, che si è reso particolarmente visibile in Cristo Gesù. Ma c’è un altra frase su cui, in modo particolare, dobbiamo fermare la nostra attenzione.”Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio dicendo: “UN GRANDE PROFETA E’ SORTO TRA NOI E DIO HA VISITATO IL SUO POPOLO”. L’atteggiamento del credente ha due dimensioni: il timore che è adorazione nei confronti della grandezza e della trascendenza di Dio e l’amore che diventa lode, ringraziamento, glorificazione. Come aveva profeticamente annunciato Zaccaria:”Benedetto il Signore, Dio di Israele, perchè ha visitato e riscattato il suo popolo e ha suscitato per noi una forza di salvezza nella casa di David suo servo” (Lc 1,68‑69) Gesù è la grande visita di Dio in mezzo agli uomini. Cristo,figlio di Dio, visitando con la sua incarnazione, passione, morte e resurrezione la nostra umanità, ci libera dalla morte e ci conduce nel “Regno della vita”. Il ritorno alla vita terrena del figlio della vedova di Nain è un segno di quella salvezza piena e definitiva che conosceremo al di là della morte. In quel giorno il Signore Gesù ci chiamerà accanto a se nella gioia del suo Regno. Solo Gesù, il Signore della vita, poteva dire alla madre che aveva perso il suo unico figlio: “non piangere”. L’annunzio pasquale cristiano deve risuonare non solo nelle nostre chiese ma soprattutto nei nostri cuori come sorgente dì fiducia e di speranza. Questo brano di Vangelo contiene un invito a vincere la paura della. morte che è presente nella vita di ogni uomo. Come ci ricorda S.Paolo noi, di fronte al mistero della morte, “non dobbiamo essere afflitti come coloro che non hanno speranza” (1Ts 4, 13). DOMANDE PER RIFLETTERE E CONDIVIDERE 1) L’amore di Gesù ha vinto la morte. In che senso il nostro amore può vincere le realtà di morte che sono presenti nel cammino della vita e nella storia degli uomini? 2) La perdita di una persona cara, in modo particolare quando si verifica un fatto come quello che ci viene descritto nel brano del Vangelo di Luca, segna sempre la vita delle famiglie e anche di una comunità parrocchiale. Facendo riferimento alla tua esperienza potresti dire qualcosa in proposito? 3) I due volti della morte sono quello doloroso della separazio­ne dalle persone care e quello gioioso dell’incontro con Dio. L’annuncio pasquale del Cristo risorto è accolto, oggi, con incredulità, oppure come sorgente di fiducia e di speranza? Salmo 16

(a cori alterni)

Proteggimi o Dio: in te mi rifugio. Ho detto a Dio: “Sei tu il mio Signore”, 14 Senza di te non ho alcun bene. Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: nelle tue mani è la mia vita. Per me la sorte è caduta su luoghi delliziosi, È magnifica la mia eredità.


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Benedico il Signore che mi ha dato consiglio: anche di notte il mio cuore mi istruisce. Io pongo sempre dinanzi a me il Signore, sta alla mia destra non posso vacillare Per questo gioisce il mio cuore, esulta la mia anima; anche il mio corpo riposa al sicuro. Perchè non abbandonerai la mia vita nel sepolcro, né lascerai che il tuo santo veda la corruzione. Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena alla tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra. PADRE NOSTRO PREGHIERA Signore Gesù, che sei la Resurrezione e la Vita, il vero “Buon Pastore”, che si è fatto solidale con noi fino alla morte di croce, liberaci dalla paura della morte, donaci la grazia di fare della nostra vita un atto di amore, per scoprire di essere passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli. (1Gv3,14). Lo chiediamo a Te, nostro Fratello e Redentore, che vivi con il Padre e lo Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen.

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Scheda III

“Voi chi dite che Io sia?”

La professione di fede di Pietro; l’annuncio della passione e le condizioni per seguire Gesù (Lc 9,18-27) 18

Un giorno, mentre Gesù si trovava in un luogo appartato a pregare e i discepoli erano con 19 lui, pose loro questa domanda: “Chi sono io secondo la gente? ”. Essi risposero: “Per alcuni 20 Giovanni il Battista, per altri Elia, per altri uno degli antichi profeti che è risorto”. Allora domandò: “Ma voi chi dite che io sia? ”. Pietro, prendendo la parola, rispose: “Il Cristo di 21 Dio”. Egli allora ordinò loro severamente di non riferirlo a nessuno. 22 “Il Figlio dell’uomo, disse, deve soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, esser messo a morte e risorgere il terzo giorno”. 23 Poi, a tutti, diceva: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. 24 Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la 25 salverà. Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi si perde o rovina se stesso? 26 Chi si vergognerà di me e delle mie parole, di lui si vergognerà il Figlio dell’uomo, quando verrà nella gloria sua e del Padre e degli angeli santi. 27 In verità vi dico: vi sono alcuni qui presenti, che non morranno prima di aver visto il regno di Dio”. Li aveva già abilitati, i dodici, ad essere lievito dell’imminente Regno di Dio: aveva dato loro autorità su demòni e malattie, aveva chiesto loro di partire sguarniti per portare con più efficacia l’unica ricchezza della “buona novella”a tutto Israele. E al loro ritorno, a Betsaida, dalle parti del lago, aveva fatto vedere che cinquemila persone si sfamano rendendo grazie a Dio, e facendo tesoro di dodici ceste di sovrabbondante grazia (Lc 9,1-17). Il nostro brano arriva dopo tutto questo; brano che si apre in un tempo imprecisato e in un luogo ancor più indefinito. Non sappiamo dove si dipanino le domande di Gesù e le risposte dei discepoli qui descritte da Luca; ma una cosa è certa: tutto si svolge mentre Gesù e i dodici sono in preghiera, in luogo appartato (vs 18). Perché in fondo, la preghiera è il luogo della domanda, più che della richiesta; è il luogo per eccellenza dove mi metto a cercare Dio per capire chi Lui è; è il luogo dove chiedo a Lui chi io sono, cosa cerco nella mia vita, quale il senso del mio esistere, il perché delle cose che mi accadono, degli incontri che faccio. La preghiera è il luogo dove le domande che sorgono, ti costringono a prendere posizione vitale ed esistenziale nei confronti di esse, pena il perpetuare vite di falsità, di nascondimento e di meschinità spirituale. La prima domanda riguarda la gente. Gesù vuole conoscere ciò che alberga nel cuore e nelle coscienze di coloro ai quali i discepoli hanno portato la buona novella, da cui hanno cacciato demoni e malattie, che in cinquemila hanno mangiato un pane improvvisato e sgusciato da chissà dove. Gesù vuole forse sincerarsi su come sono state accolte le parole e i miracoli che finora ha “distri16 buito” nel suo girovagare in lungo e in largo. E i discepoli rispondono che bene o male la gente rivede in lui il passato glorioso del loro popolo, un passato che ha conosciuto figure importanti e decisive contro i nemici o gli oppressori di turno, come Elia o qualche profeta; o addirittura un Giovanni Battista redivivo: ultimo tra coloro che si erano opposti alla scelleratezza dei costumi del suo tempo urlando un Dio che promette ira e


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riscossa di salvezza. Ma è la seconda domanda che scuote i suoi interlocutori (vs 20). Lo capiamo anche perché è introdotta da quel “ma voi…”. È la domanda non ancora esaurita, che Gesù rivolse ai dodici e che oggi continua a rivolgere alla sua Chiesa, e a noi singolarmente. Non c’è più l’alibi del “la gente dice…”, adesso c’è solo spazio per la nuda e cruda verità di noi (e degli apostoli del tempo) dinanzi al Vangelo e a Gesù. Pietro risponde esattamente, forse. Nella sua definizione ci sta tutta la speranza dei suoi avi: Colui che eletto da Dio (“Cristo” significa “unto” nel senso di “scelto”) potrà finalmente rendere Israele popolo libero, e distinguere tra buoni e cattivi, tra giusti e ingiusti, tra salvati e dannati. E scegliere ovviamente sempre e solo i primi, a discapito dei secondi: è la recondita attesa di ciascuno di noi che sempre desideriamo un Dio che mette le cose a posto. Ma Gesù sgrida Pietro e apostoli. Non perché abbiano sbagliato risposta, molto più probabilmente perché devono ancora crescere in quella risposta: la formula non fa una piega; è la fede in ciò che hanno pronunciato che fa difetto. I rinnegamenti, i tradimenti, gli abbandoni delle ore della Passione dimostreranno che la formula, ben pronunciata, è ancora lontana dal cuore dei discepoli; e che sarà facilissimo far sì che il “Cristo di Dio” scivoli miseramente verso il “Cristo degli uomini”, così come loro se lo aspettano e lo desiderano. Ecco anche il motivo per cui è bene “non dirlo a nessuno”: la fede non è slogan per conquistare folle, non è nemmeno arma per la disfatta di taluni e la vittoria di altri. Il Cristo dovrà soffrire, esser condannato, ucciso … e queste non sono le categorie umanamente applicabili a un qualsivoglia dio. Prima di “dirlo a qualcuno” i discepoli dovranno conoscere la miseria dei propri tradimenti, lo smacco dinanzi a un amore che loro stessi non capiranno perché inchiodato a una croce, la loro perplessità davanti a un sepolcro vuoto. Da queste premesse, dalla disfatta in croce annunciata ad opera di scribi e anziani, sembrerebbe impossibile poter parlare di qualsivoglia salvezza. Invece Gesù propone proprio questo agli ascoltatori (vs 23-27). C’è una strada per salvare la propria vita, per riuscire a darle un senso, per imparare a gustarla fin nelle più profonde contraddizioni che talvolta riserva, per assaporarla ben oltre le contingenze: seguirlo. E le modalità di questo seguire sono quelle del crocifisso, appunto. Prendere la propria croce giornaliera, somma del male inflitto o subìto, fatta di tutto l’amore non dato o rapito da chissà dove, croce di ore, giorni, anni, in cui le storie umane si dibattono disperatamente contro l’angoscia della morte che genera insaziabili egoismi sempre nuovi e profondi. Questa croce quotidiana, questa vita quotidiana, va presa e messa dietro al Cristo, al “Cristo di Dio”del vs 20, morto per amore sconfinato e incomprensibile (come ogni vero amore non può che essere). Ecco che allora divengono anche comprensibili i verbi “rinnegare” e “perdere” che non indicano atti di eroismo spirituale, ma sono i verbi con cui la propria vita è posta dietro la vita del Cristo; verbi con cui le proprie scelte, giudizi, parole, e quant altro è posto al servizio di quell’ amore per cui Cristo ha spalancato le braccia perdonando e salvando col suo pane i nostri pezzi di vita perduti e dispersi dal peccato. Questo “perdere la vita a causa di me” (vs 24) nella concretezza di ogni giorno, diventa per Luca pegno del futuro che il Figlio dell’uomo potrà inaugurare quando verrà a dare pienezza, significato e compimento al passato e al presente di ogni uomo (vs 26). Vergognarsi di Cristo, vergognarsi del 17 suo modo di giudicare e amare gli uomini con loro storie e le loro mancanze, vuol dire vergognarsi del suo futuro e del suo modo di salvare; vuol dire porsi lontano da Lui e troppo, miseramente troppo vicini solo a se stessi. Saranno solo “alcuni” (al vs 23 c’era un “tutti”) a vedere il regno di Dio (vs 27). Saranno gli “alcuni” della imminente trasfigurazione, saranno gli “alcuni” della Pentecoste, saranno gli “alcuni”


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che si mettono ogni giorno dietro a Lui, che sono disposti a buttare la propria vita sulla sua Croce e lì perdersi, per esser da Lui ritrovati. DOMANDE PER RIFLETTERE E CONDIVIDERE 1) Quale è il mio rapporto con la preghiera? Quando e perché solitamente prego? 2) Quale tipo di “croce” ovvero sofferenza, peccato, miseria dovrei portare davanti a Gesù? 3) Cosa penso del futuro Regno di Dio e come orienta la mia vita quotidiana?

Salmo 62

(a cori alterni)

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Solo in Dio riposa l’anima mia; da lui la mia salvezza. 3 Lui solo è mia rupe e mia salvezza, mia roccia di difesa: non potrò vacillare. 4 Fino a quando vi scaglierete contro un uomo, per abbatterlo tutti insieme, come muro cadente, come recinto che crolla? 5 Tramano solo di precipitarlo dall’alto, si compiacciono della menzogna. Con la bocca benedicono, e maledicono nel loro cuore. 6 Solo in Dio riposa l’anima mia, da lui la mia speranza. 7 Lui solo è mia rupe e mia salvezza, mia roccia di difesa: non potrò vacillare. 8 In Dio è la mia salvezza e la mia gloria; il mio saldo rifugio, la mia difesa è in Dio. 9 Confida sempre in lui, o popolo, davanti a lui effondi il tuo cuore, nostro rifugio è Dio. PADRE NOSTRO

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PREGHIERA Signore Gesù, che hai promesso vita piena e salvezza a chi porta dinanzi a Te la propria croce, aiutaci a sperare sempre nel tuo amore esigente e affascinante , aiutaci a credere che è perdendosi in Te che possiamo ritrovarci, aiutaci a vivere nella comunione perfetta con i fratelli per vedere fin d’ora il tuo Regno.


“Mentre pregava il suo volto cambiò d’aspetto” La Trasfigurazione (Lc 9,28-36)

Circa otto giorni dopo questi discorsi, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. 29 Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. 30Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elia, 31 apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. 32 Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. 33 Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: “Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia”. Egli non sapeva quello che diceva. 34 Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. 35 E dalla nube uscì una voce, che diceva: “Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!”. 36 Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto. 28

Scheda IV

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Scopo di questo lavoro è conoscere Gesù incontrandolo. Per farlo proviamo a metterci nei panni di chi ha vissuto con lui. Contesto: Gesù ormai si è fatto conoscere e i suoi discepoli lo seguono con entusiasmo, convinti che Gesù è il Messia che aspettavano. A questo punto c’è una svolta storicamente molto importante: Gesù comincia a parlare della sua Passione ( Lc 9,22). Luca, forse per riverenza nei confronti di Pietro e di tutti gli apostoli, non parla della reazione dei discepoli; dice solo che Gesù invita tutti coloro che desiderano essere suo discepolo a portare la propria croce promettendo loro di vedere il Regno di Dio. Dopo (v.28) Luca ci dice che sono passati circa otto giorni prima del fatto successivo, che sarà la trasfigurazione. Questo dettaglio ci deve mettere la pulce all’orecchio: Perché Luca ci dà questa informazione? Cosa è successo in questi otto giorni? Come mai se li ricorda o se li ricordano quelli che gli hanno narrato questi fatti? Per capirlo andiamo a spulciare i vangeli paralleli e scopriamo che ne parlano sia Matteo che Marco. Parlano però non di 8 ma di sei giorni che visibilmente ricordano bene anche loro. Ci raccontano che Pietro, ascoltando i discorsi sulla passione che considera disfattisti e assurdi, si sente in dovere di intervenire e di rimproverare Gesù, dicendogli che queste cose non le deve dire neanche per scherzo e promette di difenderlo se dovesse capitargli qualche cosa. La reazione di Gesù è molto severa; lo tratta addirittura di satana, cioè di avversario; in altre parole lo accusa di remare contro e lo invita a rimettersi al suo posto che è quello di seguirlo senza più provare a farli da maestro invertendo i ruoli. Tentazione di tutti i figli, discepoli, e dipendenti di questo mondo. E facile immaginare che dopo questa messa-appunto, che possiamo paragonare ad una litigata, si crea una certa tensione tra Pietro e Gesù e cala il silenzio. Contempliamo questo silenzio dovuto ad incomprensione, sofferenza, sensazione di ingiustizia, malessere profondo che rischi di fare saltare la comunità di Gesù cosi come fa saltare tante famiglie 19 e relazioni che sembravano solide. Il silenzio manifesta un disagio, una situazione di non perdono e allo stesso tempo è la violenza più grossa che posso fare all’altro. Il silenzio rende la relazione impossibile. Ecco perché i discepoli si ricordano che sono passati sei giorni, una vita, perché sono stati giorni pesanti, nei quali si saranno anche domandati se stanno seguendo la persona giusta, se il maestro non si è per caso esaurito e sogna il martirio per uscire di scena dignitosamente lascian-


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do loro a mani vuote. Fortunatamente, il settimo giorno, giorno del Signore e della risurrezione, Gesù ha un idea, un idea che potrebbe aiutare anche noi tante volte: “Andiamo a pregare!” Gesù invita Pietro e altri due ad andare a pregare e per fortuna Pietro accetta. Gli altri due servono solo a rendere la situazione più leggere ma ciò che conta è che Pietro accetta la proposta e si mettono in cammino verso il Santo monte, dove Dio provvede. Il dono della trasfigurazione, dell’incontro con Mosè ed Elia, più la voce del Padre sono un grosso segno di conferma per Gesù del fatto che sta intraprendendo la strada giusta e quindi è un grosso aiuto perché Gesù si sente meno solo. E’ un grosso aiuto anche per i discepoli, perché anche se continuano a non capire niente di questo discorso della passione, hanno una grossa ed ennesima conferma che stanno seguendo la persona giusta e quindi si rilassano. Segno di ciò e che Pietro ricomincia a parlare. Non sa cosa dire, tra fuori la proposta delle tre tende o capanne che siano; poco importa. L’importante è che ricomincia a parlare, segno di benevolenza e che desidera di nuovo seguire Gesù. DOMANDE PER RIFLETTERE E CONDIVIDERE 1) Ho sperimentato il silenzio e il mutismo in situazioni di disagio o tensione? La preghiera personale e comunitaria può aiutarmi ad uscirne? 2) Gesù non solo annuncia ma sta già vivendo la sua passione: lo vedo? Salmo 46 (a cori alterni) 2 Dio è per noi rifugio e fortezza, aiuto infallibile si è mostrato nelle angosce. 3 Perciò non temiamo se trema la terra, se vacillano i monti nel fondo del mare. 4 Fremano, si gonfino le sue acque, si scuotano i monti per i suoi flutti. 9 Venite, vedete le opere del Signore, egli ha fatto cose tremende sulla terra. 10 Farà cessare le guerre sino ai confini della terra, romperà gli archi e spezzerà le lance, brucerà nel fuoco gli scudi. 11 Fermatevi! Sappiate che io sono Dio, eccelso tra le genti, eccelso sulla terra. PADRE NOSTRO PREGHIERA

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O Dio, che nella gloriosa Trasfigurazione del Cristo Signore, hai confermato i misteri della fede con la testimonianza della legge e dei profeti e hai mirabilmente preannunziato la nostra definitiva adozione a tuoi figli, fa’ che ascoltiamo la parola del tuo amatissimo Figlio per diventare coeredi della sua vita immortale. Egli è Dio, e vive e regna con te nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. AMEN


“Prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme”

Il viaggio verso Gerusalemme e la Sequela (Lc 9,51-62)

Scheda V

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Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, egli prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme 52e mandò messaggeri davanti a sé. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. 53 Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. 54Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: “Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?”. 55Si voltò e li rimproverò. 56E si misero in cammino verso un altro villaggio. Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: “Ti seguirò dovunque tu vada”. E Gesù gli rispose: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”. 59A un altro disse: “Seguimi”. E costui rispose: “Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre”. 60Gli replicò: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio”. 61Un altro disse: “Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia”. 62Ma Gesù gli rispose: “Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio”. 57 58

Con questo episodio del vangelo inizia la seconda parte della vita di Gesù, caratterizzata ormai dalla consapevolezza del destino che attende Gesù a Gerusalemme. Gesù ha già preannunziato per due volte che sarebbe stato ucciso (Lc 9,22.44), anche se i discepoli non avevano capito le sue parole, anzi “restavano per loro misteriose e avevano paura di interrogarlo su questo argomento” (Lc 9,45). I discepoli non capiscono, ma Gesù ha ben chiaro che ormai il suo destino è segnato dal mistero del rifiuto e dell’opposizione. Gesù tuttavia non fugge il suo destino, anzi lo abbraccia con forza e coerenza andandogli incontro. Le parole dell’evangelista Luca confermano questa atmosfera di morte che ormai avvolge il futuro di Gesù: “mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto” (Lc 9,51a). I giorni della “elevazione di Gesù”, significa molto semplicemente i giorni in cui sarebbe stato elevato in cielo, cioè in cui sarebbe morto. L’ebraico e il greco in questo senso hanno lo stesso significato che ha in italiano l’espressione “andare in cielo”, cioè morire. Tuttavia Luca pensa anche all’elevazione come al momento in cui Gesù sarebbe morto sulla croce, cioè al modo in cui morirà, che non sarà solo un essere tolto dalla vita, ma sarà un modo di dare la vita, tramite il mistero della croce. Infine Luca, che scrive il vangelo dopo la morte risurrezione e ascensione al cielo del Signore risorto, allude probabilmente anche a questo esito finale della vita di Gesù, cioè alla sua assunzione al cielo. Questo però è un messaggio che può capire solo un cristiano che scrive e legge 21 dopo gli avvenimenti, che pertanto sarà invitato a leggere e a riflettere sul fatto che quanto Gesù sta per dire e fare non è solo il frutto di un destino, ma di una volontà, la volontà di Dio di salvare il mondo attraverso Gesù. Pertanto il credente è invitato a imparare da Gesù, se vuole anche egli andare in cielo come ha fatto Gesù. Per i discepoli che vissero con Gesù, invece, le cose erano un po’ più complicate, in quanto essi non avevano ancora capito quale sarebbe stata la fine di Gesù.


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Con questo episodio, dunque, (Lc 9,51-62) inizia una sezione in cui siamo chiamati ad osservare il cammino di Gesù che lo porterà a Gerusalemme, e soprattutto “in alto”, cioè in cielo, cammino che anche i discepoli sono chiamati a fare, i discepoli contemporanei di Gesù e i discepoli di oggi, noi che leggiamo e che meditiamo il vangelo. Gesù sapeva cosa lo aspettava a Gerusalemme, ma non fugge la sua sorte, anzi la accoglie con determinazione e decisione. Il Vangelo, nel testo greco, sottolinea questa volontà con un’espressione greca che ricalca la lingua ebraica che in italiano potremmo tradurre così “rese fermo il suo volto per andare verso Gerusalemme”. L’idea è quella del volto che guarda in una precisa direzione per segnare un approdo, un orizzonte verso cui camminare. Un volto reso duro, forte, stabile, un volto che esprime una decisione irrevocabile. E’ il volto saldo di chi ha capito accolto e scelto di vivere con tutto se stesso la propria vita, la propria salita, quella verso Gerusalemme, nel caso di Gesù, o meglio quella verso l’alto, verso il Padre che è nei cieli. Gesù non è solo, ha i discepoli con sé, ed egli li coinvolge, li manda avanti a preparargli il cammino, ed essi giungono ad un villaggio di samaritani, un villaggio di persone tradizionalmente ostili ai giudei, che infatti non accolgono Gesù. Gesù vuole che i suoi discepoli condividano il suo cammino e la sua sorte, e li vuole per tanto preparare a vivere quella salita dolce e amara della croce che passa dalla rinuncia ad ogni forma di violenza e dal coraggio di amare anche al costo di farsi rifiutare e uccidere. Gesù invia i discepoli, e noi, i discepoli di oggi, verso tutti, anche verso coloro che magari pensiamo ostili. Il vangelo è per tutti. E anche se non tutti lo accoglieranno non sta a noi escludere qualcuno dall’annuncio, perché non è ci dato sapere chi lo accoglierà o lo rifiuterà (Lc 10,22). L’esperienza del rifiuto da parte dei Samaritani, fa di quest’episodio un parallelo a quello nella sinagoga di Nazaret (Lc 4, 16-30). Allora erano stati i suoi concittadini, Galilei, a rifiutarlo, adesso sono i Samaritani, domani saranno i Giudei di Gerusalemme. Tutto il mondo ebraico sembra rifiutare il Signore e i suoi discepoli. Il vangelo è per tutti, e i discepoli dovranno portarlo a tutti, senza distinzione alcuna, tuttavia l’accoglienza del Vangelo non sarà determinata dall’essere parte di Israele o meno, ma dalla disponibilità a cercare la pace (Lc 10,6), dalla “piccolezza” (Lc 10,21), dall’amore di Dio e del prossimo (Lc 10,27), dalla capacità di provare compassione e farsi prossimo verso chiunque si incontra (Lc 10,371), dalla capacità di accogliere il Signore e la sua parola (Lc 10,16; Lc 10,42 Maria di Betania). Il cammino di accoglienza del Signore è in realtà un cammino che anche i discepoli devono fare, infatti essi vorrebbero invocare un fuoco dal cielo per distruggere il villaggio dei samaritani, ma Gesù rimprovera i discepoli. In realtà Samaritani e discepoli non sono molto diversi. I Samaritani non accolgono il Signore perché “il suo volto era diretto verso Gerusalemme” (Lc 9,53). Questa difficoltà è anche quella dei discepoli, essi vanno con Gesù verso Gerusalemme, ma in realtà non hanno ancora accolto ciò che questo significa, non hanno capito che Gesù a Gerusalemme vivrà il mistero della croce, che il vangelo non si afferma con la forza del “fuoco dal cielo”, con la violenza e la soppressione di chi non ci accoglie, ma con la croce, con il rifiuto di ogni forma di violenza e con la pace. I discepoli come i samaritani non rifiutano tanto Gesù come persona, ma la sua intenzione di andare verso Gerusalemme, i Samaritani perché contestano Gerusalemme, i discepoli perché non capiscono la logica di un amore che accetta la morte e la croce per salvare il mondo.

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E’ significativo che ricorra qui la parabola del buon samaritano. E’ proprio un samaritano colui che Gesù prende ad esempio di perfetto osservante della Legge, che si fa cioè prossimo del fratello che è nel bisogno. Questa sezione del Vangelo, iniziata con il rifiuto di Gesù da parte un villaggio di Samaritani, si conclude con la storia del buon Samaritano, che mostra come ciò che è decisivo per andare in cielo, è solo e soltanto la nostra capacità di compassione e accoglienza del povero che è nel bisogno. Per andare in cielo, non ci sono privilegi di alcun genere, ma solo la strada dell’amore; cfr. anche il detto su Cafarnao: “sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai” (Lc 10,15).

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Questa premessa ci aiuta a capire perché san Luca collega alla decisione del cammino di Gesù verso Gerusalemme tre detti sulla sequela, cioè sul modo con cui si deve seguire Gesù (Lc 9,57-62). Chi vuole seguire Gesù deve essere disponibile a seguirlo, libero da ogni ricerca di sicurezza e di protezione. Il discepolo del Signore è uno che non cerca tane e nidi. Per Seguire il Signore bisogna essere liberi dalla ricerca di protezioni per sé, di privilegi, di ripari rassicuranti. L’immagine della tana e del nido possono ricevere letture di tipo psicologico e spirituale, qui tuttavia basta aver presente che uno non segue il Signore perché cerca un posto dove posare il capo, ma lo segue perché è disposto a condividerne il cammino, cioè perché condivide la sua missione, il suo annuncio, le sue parole. Un discepolo del Regno si lascia condurre dalla Parola di Dio e da quello che questa suscita nei cuori delle persone e nelle situazioni. Se un discepolo diventa preoccupato di costruirsi una “tana” o un “nido”, questa preoccupazione finirà per oscurare ciò che è decisivo nel cammino di un cristiano, e cioè la condivisione del cammino di Gesù, guidati solo e soltanto dal vento dello Spirito, e non da altro. Il secondo detto sulla sequela (Lc 9,59-60) invita invece a seguire il Signore con risolutezza e senza indugio. Abbiamo sempre mille ragioni da anteporre al Vangelo e a un modo diversa di vita, e mai abbiamo sufficiente coraggio e forza per cambiare vita. Viene in mente Madre Teresa di Calcutta quando scrive “il demonio teme le anime risolute”. Qui il Vangelo ci vuole invitare a prendere coscienza che se vogliamo essere davvero discepoli del Signore dobbiamo anteporlo a tutto. Il detto di Gesù è chiaramente provocatorio e paradossale, e sarebbe sbagliato interpretarlo nel senso di un invito ad odiare i propri genitori o al venire meno al rispetto e alla cura di loro. Ma Gesù vuole evidenziare che se non si è liberi dentro da ciò che il “padre” significa, difficilmente si sarà liberi per il Regno di Dio. Il padre infatti è una figura che richiama l’ordine sociale, la tradizione, gli usi e i costumi. Gesù vuol dire che per essere discepoli del Regno di Dio, bisogna essere liberi dai condizionamenti e dalle convenzioni sociali che spesso sono contrarie al Regno. E’ il Regno e la logica del Regno di Dio che giudica le convenzioni e le tradizioni sociali, e non viceversa. Per capire questo detto occorre però aggiungere altre due osservazioni, la prima che quando si parla dei “padri”, un israelita poteva facilmente pensare ai padri fondatori della religione, e dunque alla Tradizione religiosa. In questo senso andrebbe il detto del Battista che, polemicamente, all’inizio del vangelo di Luca invita alla conversione e alla giustizia, abbandonando la falsa sicurezza ipocrita di quanti pensano di essere a posto perché hanno “Abramo per padre”; tanto che il Battista afferma: “da queste pietre Dio può suscitare figli di Abramo” (Lc 3,8). Il detto può sembrare oscuro, in realtà i figli di Abramo che nascono dalle pietre sono coloro che non si baseranno semplicemente sulla religione tradizionale, pensando che sia sufficiente l’appartenenza ad essa per essere a posto, ma su quanti si convertiranno e si impegneranno a portare frutti di giustizia. I figli di Abramo che nascono dalle pietre sono coloro che trovano la fede, come Zaccheo2 (Lc 19,1-10), coloro che cioè sanno riconoscere che la religione di Abramo si compie nella fede, quella fede che nasce dalla pietra del sepolcro, da cui le donne verranno via la mattina di pasqua, annunciando il Regno di Dio (Lc 24,1-9)3. Un ultimo elemento infine bisogna tenere presente per ben comprendere questo detto di Gesù, ed è il senso spirituale della parola “morti”, con questo termine infatti nella letteratura neotestamentaria si intende spesso coloro che sono morti in senso spirituale, come ad es. il figlio prodigo (Lc 15,24; cfr. anche Rm 6,13 ecc.), in altre parole Gesù starebbe esortando

23 Gesù dirà di Zaccheo, non a caso, “anch’egli è figlio di Abramo” (Lc 19,9). Non mi sembra che questo legame sia stato ben compreso dai commentatori del Vangelo di Luca, mentre mi pare decisivo nella comprensione di questo brano, che risente molto della redazione lucana del vangelo. Si veda solo per fare un es. I. H. MARSHALL, The Gospel of Luke, NIGTC 1978, p. 410; e F. BOVON, Luca, vol. 2, Brescia 2007 p. 54.

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a tagliare con un modo e un sistema di vita che non porta da nessuna parte, e a cominciare a vivere da subito la novità del Regno di Dio, il quale chiede la rottura con tutto quello che al suo cospetto appare ormai come morto e inefficace. L’ultimo detto sulla sequela, pare riferirsi invece alla necessità di portare a compimento ciò che si inizia senza venire meno. La spiegazione dell’aratro infatti fa capire che il problema è quello di iniziare un’opera e poi voltarsi indietro. Per essere discepoli del Regno occorre essere uniti, non essere divisi dentro, bisogna essere con tutto se stessi in quello che si comincia a fare, altrimenti non si porterà a fondo l’opera e il solco non verrà bene. In questo senso “quelli di casa4” indica tutto il mondo degli affetti e dei beni familiari che possono distrarci dal vivere quello che pure si è capito giusto vivere. Per essere discepoli del Regno è dunque necessario avere il cuore risoluto e non diviso, avere il coraggio di vivere con determinazione le proprie scelte e non farsi vincere dalla tentazione di mantenersi aperte tutte le possibilità. DOMANDE PER RIFLETTERE E CONDIVIDERE 1) Sei consapevole che il Signore manda anche te ad evangelizzare? Come possiamo annunciare il Vangelo alle persone di oggi? 2) Gesù accoglie il suo destino con decisione. Come possiamo aiutarci a riconoscere e accogliere la volontà di Dio nella nostra vita con la stessa forza di Gesù? 3) Il Signore ci chiama a seguirlo. Quali sono i principali ostacoli che sperimenti oggi nell’essere discepolo del Signore Gesù? PADRE NOSTRO PREGHIERA Signore aiutaci a seguirti nel cammino del Vangelo con la stessa forza e costanza che tu hai sempre avuto. Aiutaci a conoscere e vincere le resistenze, le paure, le mediocrità che sono presenti nella nostra vita, perché possiamo diventare veri discepoli e costruttori del Regno di Dio su questa Terra. Per Cristo nostro Signore. AMEN

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Bisogna segnalare una possibile differente, anche se meno probabile, traduzione dell’espressione greca “quelli di casa”, che può anche tradursi con “le cose di casa”, nel senso dei beni familiari.

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“Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore… e il tuo prossimo come te stesso”

L’Amore di Dio e del Prossimo: il buon samaritano (Lc 10, 25-37)

Scheda VI

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Ed ecco, un dottore della Legge si alzò per metterlo alla prova e chiese: “Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”. 26 Gesù gli disse: “Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?”. 27 Costui rispose: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso”. 28 Gli disse: “Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai”. 29 Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: “E chi è mio prossimo?”. 30 Gesù riprese: “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. 31 Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. 32 Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. 33 Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. 34 Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. 35 Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. 36 Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?”. 37 Quello rispose: “Chi ha avuto compassione di lui”. Gesù gli disse: “Va’ e anche tu fa’ così”. Uno scambio veloce ed intenso segna il primo passo che incontriamo, una domanda ed una risposta che contengono tutto ciò che è necessario sapere per un cristiano – per ottenere la vita eterna è necessario amare Dio ed amare il prossimo - questo contenuto essenziale che sta alla base della fede, che attraversa tutta la Bibbia, che troviamo nel Deuteronomio e nel Levitico, che si fa legge necessita, tuttavia, di altre parole, di uno sforzo ulteriore per la comprensione vera, per l’accoglienza della parola stessa. Innanzitutto ciò che deve farci riflettere è quel senso dell’amore che passa dal cuore, dall’anima, dalla mente e dalla forza, un amore che coinvolge l’interezza dell’essere uomo, senza dimenticare nessuna parte l’amore è inteso come dedica: l’uomo deve dedicare la vita a Dio poichè la vita stessa è una dedica a Dio. L’altro elemento dell’amore, il prossimo, apre alla parabola del Buon Samaritano – E chi è il mio prossimo? -. Il dottore della legge, come è scritto nel Vangelo, cerca di giustificarsi in quanto la sua domanda, alla luce della risposta di Gesù, potrebbe sembrare banale e banale può diventare anche ai nostri occhi la risposta poichè è ciò che sappiamo, è ciò che insegniamo ai nostri figli talvolta come una nenia ripetuta che perde di contenuto, che impedisce un ascolto attento, dinamico, vitale. La parabola del Buon Samaritano diventa, allora, lo sforzo di aprire gli argini, di rompere una consuetudine di sapere cristallizzato che a poco a che vedere con la vita. 25 La prima parola della parabola è già di per sé una meraviglia “un uomo”. Il prossimo di cui Gesù parla è un uomo senza volto, è un qualunque che viaggia per la via, di cui non sappiamo e non possiamo sapere se sia giovane o vecchio, ricco o povero, buono o cattivo, straniero o nativo, come me o diverso da me, è un “qualunque” che incappa nei briganti. Quest’uomo che vive, poiché la vita è un viaggio, è l’uomo che incontriamo ogni giorno che ad un certo momento incappa nei


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briganti, incappa in qualcuno che porta lui via tutto e lo lascia mezzo morto e nella solitudine. Quante volte la vita si fa brigante e porta via tutto, quante volte ci lascia mezzi morti, ci fa cadere nel dolore e ci fa sentire che nessuno è lì per aiutarci? E quando la vita ci lascia mezzi morti, troppo spesso, dimentichiamo di essere ancora mezzi vivi e dimentichiamo che anche gli altri lo sono. Nell’accoglienza delle povertà, delle sofferenze troppo spesso dimentichiamo le ricchezze e trattiamo la nostra vita e la vita degli altri come se ormai fosse morta, senza alcuna risorsa, senza speranza e capacità di reagire e le passiamo accanto come se fosse ormai smarrita, perduta per sempre. Qualcuno passa per caso accanto all’uomo, un sacerdote, un levita; passano coloro dai quali ci dovremmo aspettare il soccorso, ci aspettiamo di essere aiutati, ma invano le nostre aspettative sono appagate, è un samaritano, straniero ed eretico che vede l’uomo e si ferma. Si ferma colui che non è contemplato In poche parole, attraverso i gesti del samaritano, abbiamo la possibilità di conoscere che cosa significa amare il prossimo, in un amore che apre al senso profondo della cura, amore come cura, come presa in carico della vita anche, e soprattutto, quando la vita è fragile, ferita, abbandonata: vedere, avere compassione, accostarsi e curare le ferite. Non si può rimandare di amare, il samaritano non prende tempo, non pensa che altri possano farlo al posto suo, ma si rende partecipe e responsabile della sofferenza affinché quella parte morte che sosta per la via possa tornare viva e dedicare ancora la sua vita. Molto spesso riflettendo su questo passo si ha la tentazione di pensare che l’amore debba essere uno slancio istintivo, immediato, da “fare” da soli, e questo induce ad una lettura del samaritano errata e deviata. L’individualismo del nostro tempo non deve metterci nella condizione di pensare che ogni cristiano debba essere come il Buon Samaritano, ma è la comunità dei credenti con ogni sua parte che deve incarnare il modo di operare e vivere la carità. Questa riflessione è data dalle parole stesse di Gesù, dalla parabola e questo messaggio è incarnato in quella figura che troviamo alla fine, che forse troppo spesso non consideriamo: l’albergatore ed il suo albergo. Il samaritano non fa tutto da solo, ma coinvolge qualcun altro ed in questo possiamo riconoscere l’amore Dio e la nostra missione: Dio ci ama e ci chiede di amare, ci coinvolge nella sua carità affinché anche noi siamo agenti del suo amore. Non esiste una distinzione tra chi ama e chi è amato e soprattutto, nella cura, nella carità, nessuno è escluso, non esiste delega; il samaritano è forse più famoso dell’albergatore, ma senza albergatore che fine avrebbe fatto lAlla fine della parabola si ha l’apertura di senso, non si chiede più chi è il prossimo, ma chi ha avuto compassione, chi si è fatto prossimo e più prossimo dell’uomo, di quel qualunque che è ogni uomo senza distinzioni. La carità, tuttavia, non una gara del fare, come ci insegna l’icontro di Gesù con Marta e Maria, ma un connubio di ascolto e azione in cui l’ascolto deve dirigere i nostri gesti quotidiani. La parte migliore che ci distingue agli occhi di Dio è la capacità di ascoltare la sua voce risuonare nel creato e nelle creature, nell’incontro immancabile con l’uomo e l’universo che ci permette di esperire la grazia di un amore che si dona come carità. DOMANDE PER RIFLETTERE E CONDIVIDERE 1) “Un uomo scendeva da Gerusalemme verso Gerico”. Cercando di contestualizzare proviamo ad immaginare chi sia quell’uomo oggi. 26 2) Il passaggio da “Chi è il mio prossimo” a “Chi ha avuto compassione” induce una domanda: In che modo io sarò il prossimo di ogni uomo? In che modo saremo noi prossimi ad ogni uomo? 3) L’Ascolto non è inteso come una questione contemplativa: che cosa significa, allora, ascoltare e che cosa dobbiamo ascoltare alla luce di un amore che si tende contemporaneamente e senza gerarchie verso Dio e verso il prossimo?


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Salmo 146

(a cori alterni)

Loda il Signore, anima mia: loderò il Signore per tutta la mia vita, finché vivo canterò inni al mio Dio. Non confidate nei potenti, in un uomo che non può salvare. Esala lo spirito e ritorna alla terra; in quel giorno svaniscono tutti i suoi disegni. Beato chi ha per aiuto il Dio di Giacobbe, chi spera nel Signore suo Dio, creatore del cielo e della terra, del mare e di quanto contiene. Egli è fedele per sempre, rende giustizia agli oppressi, dà il pane agli affamati. Il Signore libera i prigionieri, il Signore ridona la vista ai ciechi, il Signore rialza chi è caduto, il Signore ama i giusti, il Signore protegge lo straniero, egli sostiene l’orfano e la vedova, ma sconvolge le vie degli empi. Il Signore regna per sempre, il tuo Dio, o Sion, per ogni generazione. PADRE NOSTRO PREGHIERA O Padre insegnaci ad amare con tutto noi stessi, mettendo a servizio la nostra intelligenza per capire quello che è necessario fare per costruire rapporti giusti nel mondo; con il nostro cuore, perché sempre sappiamo scegliere ciò che è bene e rigettare ciò che è male, con il nostro corpo, perché il nostro amore sia sempre concreto e tangibile. Insegnaci a farci prossimo di chiunque incontriamo, come tu ti sei fatto nostro prossimo in Cristo Gesù. Per Cristo nostro Signore. AMEN

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Scheda VII

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“Anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede” La vita e la ricchezza, la stoltezza e la fede. Arricchirsi davanti a Dio (Lc 12,13-21)

Uno della folla gli disse: “Maestro, dì a mio fratello che divida con me l’eredità”. 14Ma egli rispose: “O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?”. 1 5E disse loro: “Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede”. 16 Poi disse loro una parabola: “La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. 17 Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? 18 Farò così - disse -: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. 19 Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. 20 Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. 21 Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio”. Il brano del Vangelo di Luca al cap. 12 versetti 13- 21, prende in esame la realtà del rapporto con la ricchezza che in vario modo interessa tutti noi. Queste parole di Gesù sono poste all’interno del viaggio che Egli sta compiendo verso Gerusalemme, sono parole che riguardano il nostro cammino nel tempo e nella storia da persone di fede verso l’esodo definitivo nella Gerusalemme del cielo. Quello che in questo brano ci viene detto dal Signore è un’indicazione affinché il nostro cammino non sia bloccato o deviato dalle ricchezze e così da perdersi nelle paludi dell’inganno dell’idolatria del denaro. Nella sua esistenza terrena ogni essere umano si imbatte con la realtà della ricchezza, tutti ne sentono il fascino e l’attrazione ad averne sempre di più; c’è chi non ne ha e lotta per averla, altri ne hanno a sufficienza e rischiano di rimanerne schiavi e perdere la libertà. Per un credente il rapporto con i beni è sempre problematico, poiché essi anche se elargiti da Dio e di per se buoni, possono diventare un pericolo se usati indipendentemente dalla Parola del Signore. A questo proposito leggiamo nell’Apocalisse 3,17-18 “sono ricco, mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla . Ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero cieco e nudo”. Le ricchezze dunque sono un pericolo (Mc 10, 23-27) se non sono vissute nel Signore esse rendono arroganti, superbi, pieni di sé. Ritornando al brano in questione, Gesù a colui che gli chiede di dirimere la controversia sulla eredità risponde che non è venuto per risolvere le questioni economiche e prendendo spunto da questo fatto esprime un principio evangelico per valutare i beni e le ricchezze di questo mondo. “Fate attenzione e tenetevi lontano da ogni cupidigia perché anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede.” 28 Il problema allora non sono le ricchezze, ma la cupidigia, essa è l’adorazione del denaro, “quella avarizia insaziabile che è idolatria” (Col 3,5), “l’attaccamento al denaro è la radice di tutti i mali” (1Tm 6,9-10). Al Signore non interessa dare suggerimenti su un’eredità, cosa relativa, ma insegnare come porsi di fronte alla realtà dei beni materiali e alle ricchezze perché queste possono portarci lontano dall’adorazione di Dio e diventare esse stesse un idolo che poi conduce alla morte spiri-


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tuale, “l’uomo nella prosperità è come gli animali che periscono” (Sal 49,13). La ricchezza in se stessa non dà né felicità né vita, “non riporre la tua speranza sull’incertezza delle ricchezze” (1 Tim 6,17), la nostra vita non può dipendere da essa, ma unicamente dal Signore, “povertà e ricchezza tutto proviene dal Signore” (Sir 11,14), dobbiamo imparare che la vita e la felicità le dà solo il Signore a coloro che lo amano e vivono secondo la Sua Parola. Il ragionamento che fa l’uomo della nostra parabola è quello di colui che pensa che la ricchezza renderà la vita sicura e felice e il futuro sarà assicurato da ciò che si possiede e così confidando nei beni si può programmare l’esistenza come piace. Gesù c’insegna che nessuno è padrone della sua vita e non sono le ricchezze la garanzia della sua durata, “ma Dio gli disse: stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà?”. Anche Qohelet diceva molto tempo prima “chi ha lavorato con sapienza e con scienza e con successo dovrà poi lasciare la sua parte ad un altro che non ci ha per nulla faticato” (Qo 2,21 ). Allora le ricchezze sono beni relativi che servono soltanto nella traversata terrena, esse in se stesse sono un mezzo che Dio ci mette a disposizione in questo mondo perché le utilizziamo in funzione della vita eterna, esse sono un mezzo da usare e non un fine per cui vivere. Chi concepisce la ricchezza come il fine per cui vivere è caduto in un grande inganno che a sua volta produce errori e infelicità. Al versetto 21 del nostro brano il Signore così si esprime: “ Così è di chi accumula tesori per se stesso e non si arricchisce presso Dio”, con queste parole si evidenzia l’inganno di chi ha trascorso una vita ad accumulare denaro e beni pensando solo a se stesso e alle proprie soddisfazioni come se la vita consistesse solo nell’esistenza terrena senza alcuna prospettiva dell’eternità di Dio. Anche noi credenti, corriamo questo rischio vivendo oggi in una società permeata fortemente da una cultura consumista, in cui si fa consistere l’esistenza come una continua consumazione di cose di esperienze, di emozioni, si tende ad accumulare per consumare come se tutto si esaurisse nell’oggi del tempo e dello spazio terreno senza pensare minimamente che ciò che abbiamo c’ è stato dato in funzione di un’altra vita. Gesù ci invita ad arricchirsi presso Dio, il procedimento e l’istinto ad arricchirsi, a progredire, è un fatto naturale insopprimibile, ma esso perché diventi positivo va ordinato a Dio. Cosa vuol dire arricchirsi presso Dio? Vuol dire usare le ricchezze, poche o molte che possiamo averne, per esprimere l’amore, la solidarietà con chi sta male, “raccomanda di arricchirsi di opere buone” (1Tim 6,18). Le opere buone non sono soltanto le opere di carità ma anche impiegare i propri beni per sostenere l’evangelizzazione,per diffondere la cultura della vita , finanziare progetti legati alle opere della Chiesa, sostenere imprese sanitarie per gli ultimi nei paesi più poveri, tutto questo è arricchirsi davanti a Dio. “Tutto quello che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli lo avete fatto a Me” (Mt 25,40). Terminiamo questa riflessione con una preghiera tratta dal libro dei Proverbi che riassume l’atteggiamento da acquisire di fronte alla realtà della ricchezza: “Io ti domando due cose,non negarmele prima che io muoia: tieni lontano da me falsità e menzogna,non darmi né povertà né ricchezza, ma fammi avere il mio pezzo di pane, perché una volta sazio, io non ti rinneghi e dica:” Chi è il Signore?”, oppure ridotto all’indigenza, non rubi e abusi del nome del mio Dio.” (Pr 30,7-9).

29 DOMANDE PER RIFLETTERE E CONDIVIDERE 1) Le ricchezze non sono né buone né cattive, dipende da come si usano, sei d’accordo? 2) Secondo te si arricchisce davanti a Dio condividendo i nostri beni e investendoli per il bene


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comune (es. economia di comunione), oppure distaccandosene completamente e vivendo una vita di assoluta povertà? 3) La ricchezza è permessa sempre da Dio, “Egli è Colui che rende poveri e arricchisce”, se è vero questo, Lui ha previsto un modo giusto per utilizzarla, sei a conoscenza di questa modalità? Se si, ti riesce metterla in pratica o fai come fanno tutti? Salmo 49 (a cori alterni) Ascoltate questo, popoli tutti, porgete l’orecchio, voi tutti abitanti del mondo, voi, gente del popolo e nobili, ricchi e poveri insieme. Perché dovrò temere nei giorni del male, quando mi circonda la malizia di quelli che mi fanno inciampare? Essi confidano nella loro forza, si vantano della loro grande ricchezza. Certo, l’uomo non può riscattare se stesso né pagare a Dio il proprio prezzo. Troppo caro sarebbe il riscatto di una vita: non sarà mai sufficiente per vivere senza fine e non vedere la fossa. Vedrai infatti morire i sapienti; periranno insieme lo stolto e l’insensato e lasceranno ad altri le loro ricchezze. Il sepolcro sarà loro eterna dimora, loro tenda di generazione in generazione: eppure a terre hanno dato il proprio nome. Nella prosperità l’uomo non comprende, è simile alle bestie che muoiono. PADRE NOSTRO PREGHIERA Signore insegnami ad usare i beni che Tu mi hai concesso secondo la Tua volontà così produrranno molti frutti di amore e di giustizia e un giorno mi apriranno le porte della Tua casa dove ogni persona avrà tutto ciò di cui ha bisogno e il bene vero ed eterno che sei Tu. Per Cristo nostro Signore. AMEN.

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“Costui accoglie i peccatori e mangia con loro” Le tre parabole della misericordia: la pecora perduta, la moneta perduta, il figlio perduto (Lc 15,1-32)

Scheda VIII

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Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. 2I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: “Costui accoglie i peccatori e mangia con loro”. 3Ed egli disse loro questa parabola: 4 ”Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? 5Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, 6va a casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. 7Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione. Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? 9E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. 10 Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte”. Disse ancora: “Un uomo aveva due figli. 12Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. 13Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. 14Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. 15 Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. 16Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. 17Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! 18Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; 19non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. 20Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. 21Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. 22Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. 23Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, 24perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. 25 Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; 26chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. 27Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. 28Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. 29Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici.

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Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. 31Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; 32ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato””. 30

Questo capitolo di Luca riporta uno degli aspetti centrali dell’insegnamento del Signore Gesù, insegnamento che altro non è che l’esplicitazione del suo modo di vivere e di agire. Molti uomini devoti e legati alla religione ufficiale infatti lo contestavano perché egli “accoglie i peccatori e mangia con loro”. Luca precisa che pubblicani e peccatori lo frequentavano. I pubblicani sappiamo che erano esattori delle tasse, normalmente ladri e in accordo con il potere occupante romano, persone ricche e mal viste dal popolo. Con la categoria peccatori, invece si intende una categoria molto ampia, riferendosi ad ogni genere di peccato, dalle prostitute agli impuri come i lebbrosi, dai pagani a coloro che per un qualsiasi motivo erano in stato di non essere accolti da Dio. Un peccatore noto e riconosciuto non poteva infatti toccare un uomo religioso, perché lo avrebbe reso impuro, così come non poteva entrare nel tempio, ecc. Gesù, contrariamente alle regole religiose riconosciute frequenta tutti e lascia che tutti possano avvicinarlo, indipendentemente dalla loro condizione. Questo modo di fare sconcertava i contemporanei di Gesù che vedevano in questo un segno della sua non autentica religiosità, e della sua deviazione dalla religione ufficiale. Con queste tre parabole (la pecora e la moneta perduta, e il figlio perduto) Gesù dà ragione del suo comportamento, mostrando che egli agisce così perché così è l’amore di Dio verso gli uomini e in particolare verso coloro che si sono perduti. Le prime due parabole sono molto simili e sostanzialmente ruotano intorno all’idea che Dio desidera che nessuno si perda, e per questo va in cerca anche di quell’unica pecora o di quell’unica moneta che si perde. Dio desidera la salvezza dell’uomo, e dunque va a cercare proprio chi si è allontanato da lui. Bisogna stare attenti a non leggere questa parabola cominciando a fare ragionamenti del tipo, ma Dio va a cercare quella perduta e non si preoccupa delle 99 pecore! Una parabola non è un discorso teologico su Dio, non ha cioè la pretesa di dire tutto quello che c’è da dire su Dio, ma è semplicemente un modo per far risaltare un aspetto, un insegnamento o semplicemente un messaggio. Con queste parabole Gesù vuole solo chiarire che se egli cerca i peccatori e si lascia avvicinare da loro è perché Dio desidera che essi si ritrovino. Questo è l’insegnamento della parabola, cercarci altro sarebbe pretendere di leggere nel vangelo più di quanto in essa c’è scritto. Il discorso si fa più chiaro e articolato con la terza parabola conosciuta come parabola del figliol prodigo, ma meglio chiamarla come parabola del “figlio perduto”, o meglio ancora del Padre misericordioso. L’antefatto di questa parabola è la richiesta del figlio minore di ricevere la parte di eredità che gli spetta. E’ noto che l’eredità si riceve quando i genitori sono morti. Dunque il vangelo vuole evidenziare una situazione di rottura umana e affettiva totale da parte di questo giovane nei confronti del padre. La situazione è paradossale, perché nessun padre reale darebbe al proprio figlio l’eredità mentre è ancora in vita, ma questo serve a Gesù per mettere in risalto che nonostante la richiesta assurda e illegittima del figlio, il padre acconsente. Anche qui sarebbe completamente sbagliato cominciare a ragionare sui metodi educativi di questo padre, perché la parabola non vuole spiegare come si fa ad educare i figli, ma piuttosto vuole illustrare perché Gesù, 32 come il Padre, accoglie i peccatori. Il figlio minore prende la sua parte di eredità e va vivere lontano vivendo in modo “dissoluto” (Lc 15,13). L’aggettivo è chiaro, la sua vita è una vita senza ordine, regole o legami, una vita vissuta semplicemente ascoltando gli istinti, le voglie e le passioni. Vivere senza legami può apparire


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all’inizio una vita libera e gioiosa, in realtà quando si vive così non si riesce a costruire niente, nemmeno legami di amicizia e di fedeltà, e quando non si è più in grado di rispondere ai nostri bisogni o istinti, perché si è finito i soldi, si scopre improvvisamente che siamo soli. Vivere da dissoluti significa impostare un modo di vita dove ciò che determina le mie scelte, il mio stare bene o male, non è l’oggettività delle cose, ma solo ciò che sembra bene o male a me. Vivere da dissoluti significa anche vivere senza un progetto di vita, cioè senza un’idea di ciò che vogliamo diventare ed essere, senza un futuro verso il quale camminare. Perché quando non si ha idea di chi siamo e di cosa siamo chiamati ad essere si finisce per vivere appiattiti sul presente e non si è capaci di impiegare energie umane, affettive, intellettuali, e fisiche per niente altro che non sia il puro presente, il divertimento e il piacere. Il problema non è che non ci si deve divertire o che non si debba vivere momenti di piacere, ma che questi diventino lo scopo della vita, l’unica ragione del nostro vivere, se questo avviene noi finiamo per diventare schiavi di noi stessi, e incapaci di vera gioia, e alla fine come il figlio della parabola, quando abbiamo esaurito le energie, quando non siamo più giovani, o quando si finiscono i soldi e le possibilità ci si scopre soli, senza legami di amicizia e di fraternità, senza persone che ci vogliono bene, e alla fine tristi e vuoti. Naturalmente il vangelo, in questa parabola, non fa tutto questo ragionamento di tipo umano e psicologico, tuttavia lascia intendere che questo giovane ha impostato la sua vita in modo sbagliato e che questa scelta che ha fatto lo ha portato al disastro della solitudine e dell’abbandono, al punto che quando finisce i soldi, nessuno gli da più niente, ed egli è considerato meno dei porci, visto che nemmeno gli veniva concesso di mangiare le carrube che si davano ai porci.A questo punto il giovane “ritornò in se” (Lc 15,17) e si ricordò di suo padre, della sua giustizia, del suo rispetto per i salariati e per tutti, e mentre riflette capisce di aver sbagliato tutto nella sua vita, e di aver peccato contro il cielo e contro il proprio padre. “Rientrare in se stessi” è sempre possibile, dentro di noi c’è sempre un punto e un luogo dove si può ritrovare la possibilità per risollevarsi anche dal più terribile abisso o dal più tremendo dei peccati. Non si tratta di una forza sovrumana, ma della scoperta che dentro di noi c’è l’impronta di un amore più grande di ogni nostro peccato, un amore che è così grande da lasciarsi anche la possibilità di sbagliare, di allontanarsi e di tradirlo. L’amore del padre della parabola che all’inizio appare come un amore debole in realtà rivela la sua forza proprio mentre il figlio è nella disperazione, in quanto quell’amore diventa la possibilità della conversione e del ritorno per quel figlio. Il ricordo dell’amore del padre diventa per il figlio la possibilità di un modo diverso di vita. Se il padre non avesse amato il figlio accettando anche il rifiuto e il rinnegamento, nella solitudine del peccato quel figlio non avrebbe avuto nessun appiglio, nessun riferimento a cui rivolgersi e dal quale sperare salvezza. Il ricordo di quel amore è la speranza e la vita per il figlio, perché l’amore del padre è diverso da tutti gli amori che egli, vivendo da dissoluto, ha sperimentato comprandoli con la ricchezza. L’amore del padre non è solo un amore giusto, che non fa cioè mancare il salario e il pane ai suoi sottoposti, ma è un amore diverso, un amore che non è legato ai soldi e al denaro, che non è legato a logiche di dare e avere, ma è semplicemente un amore gratuito, fedele e sovrabbondante. La diversità di questo amore che ora il figlio capisce è dunque la speranza e la possibilità di salvezza per questo figlio. Il vangelo sottolinea come quando il figlio rientra in se stesso, e fa i conti con la sua vita e l’unica cosa che dentro gli è rimasto e su cui può appoggiarsi è proprio quel padre e quel amore. Certo occorre “rientrare in se stessi”, perché se il figlio non si fosse fermato e 33 messo a pensare e non avesse guardato con onestà la realtà anche quel amore sarebbe stato inutile, non avrebbe cioè avuto la possibilità di fare del bene alla vita del figlio. Dunque non basta l’amore del padre, bisogna anche “rientrare in se stessi”, anzi bisogna dire che se il figlio avesse vissuto “rientrando in se stesso”, cioè se avesse vissuto una vita guidata dalla riflessione che nasce quando ci si guarda profondamente e si misura le cose sulla misura dell’amore, forse non avrebbe mai ab-


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bandonato il padre e non si sarebbe ritrovato nei guai. Il vivere “presso di sé”, “rientrando in sé”, potremmo anche chiamarlo, vita spirituale, o vita interiore, o vita vissuta alla luce dell’amore, il vivere avendo il tempo del pensiero, avendo gli spazi di silenzio dove meditare, pregare e riflettere, è un grande aiuto a non vivere dispersi. La vita dissoluta nasce anche, non solo, ma anche dal vivere senza interiorità, senza coltivare la vita spirituale. Dobbiamo assolutamente ritrovare il primato dell’interiorità e della vita spirituale, se non vogliamo, anche senza accorgersene e senza volerlo, ritrovarci a vivere una vita da “dissoluti”, disperdendoci nelle mille faccende e preoccupazioni del mondo, che finiranno per allontanarci dall’amore vero e da ciò che davvero è importante. Ma l’amore del padre previene anche i nostri errori, e non impone la sua volontà, nemmeno quando vede che sbagliamo, perché egli desidera che noi siamo liberi, desidera che noi amiamo, e l’amore non si dà senza libertà. Il padre corre il rischio di veder perdersi il figlio, non perché non lo ami, ma proprio perché lo ama, perché sa che un rapporto vero e autentico di amore e di condivisione non può nascere se non là dove le persone liberamente e consapevolmente scelgono di amare e di condividersi. E tutti noi sappiamo, quanto a volte, questo traguardo di un amore libero e condiviso, costi il prezzo di errori, di sbagli e di allontanamenti. Ma Dio è lì sempre alla porta in attesa che noi torniamo, sempre con lo sguardo proteso verso l’orizzonte a scrutare la strada, sperando nel nostro ritorno, come il padre della parabola che vede il figlio quando ancora era lontano, e pieno di “compassione” gli corre incontro (Lc 15,20). La compassione del padre non è commiserazione o pietà, è molto di più, è amore di misericordia, è affetto materno. Il testo greco usa, infatti, un verbo greco (splanchnizesthai) che indica l’amore uterino, è il verbo infatti che indica le viscere della madre, l’utero, il luogo dove la donna ha lo spazio per ospitare la vita. Questo tipo d’amore è l’amore che fa spazio dentro di sé, rinuncia a sé per fare spazio all’altro, perché l’altro viva. E’ l’amore di Dio che come una madre apre le sue braccia e fa spazio all’uomo, è l’amore di chi rinuncia al proprio potere per dare all’altro il potere di essere liberamente se stesso nell’amore, è lo stesso amore della croce, è l’amore con cui siamo stati creati e l’amore con cui siamo salvati. Questo amore è il motivo per cui Dio va in cerca della pecora perduta, come del figlio perduto, perché è un amore materno, un amore che non è se stesso se l’altro non è se stesso, se l’altro non si ritrova e non è felice, un amore che non è se stesso senza l’altro. Il padre pertanto quando vede il figlio gli restituisce tutti i simboli della propria condizione di figlio, il vestito, l’anello, i sandali, e fa festa per lui, perché il figlio è stato ritrovato, anzi per certi versi il figlio è nato proprio adesso. La parabola potrebbe finire qui, invece assistiamo alla reazione del figlio maggiore. E’ una reazione che all’apparenza è comprensibile è giusta. In realtà se leggiamo con attenzione la parabola ci accorgiamo che egli è rimasto a casa, ma come il figlio minore è anch’egli lontano da casa e dal padre. Il figlio minore è lontano dal padre anche geograficamente, quello maggiore è vicino fisicamente, ma lontano interiormente e affettivamente. Si noti con quale insistenza il figlio maggiore sottolinea nel suo discorso al padre il tema della proprietà e dei beni, “non ho mai disobbedito ad un tuo comando… tu non mi hai mai dato… questo tuo figlio è tornato... che ha divorato le tue sostanze…”. Il vangelo ci fa capire che il figlio maggiore, come il figlio minore, ha un rapporto con il padre basato sulla proprietà, sui beni, e sul loro possesso. Come il figlio minore anch’egli non capisce l’amore del padre e non ha ancora maturato un rapporto libero e gratuito con il padre. Non a caso 34 la parabola sembra non concludersi, perché non ci dice se il figlio maggiore si riconciliò con il padre o se invece rimase nel suo sdegno e nella sua rabbia. Questa conclusione aperta è decisiva, perché chiama in gioco chi ascolta, invitandolo a mettersi nei panni del figlio maggiore, e a dare la propria risposta personale. La parabola non conclude, perché la conclusione dobbiamo scriverla noi che leggiamo; siamo noi che dobbiamo rispondere alle parole conclusive del padre, riconoscendo il suo


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amore e unendosi alla festa e alla gioia del figlio e fratello ritrovato, o allontanandosi e rimanendo nella tristezza del nostro egoismo e della nostra rabbia. La storia del figlio minore dunque non è conclusa, perché è la storia della nostra vita. La nostra speranza è tuttavia incrollabile perché basata sull’amore indelebile del padre, rivelato da Gesù, che cerca i peccatori, che ci cerca e ci attende, come il padre, con un amore materno, sempre pronto a riabbracciarci e a restituirci l’amore di figli. Certo il peccato non passerà indenne nella vita nostra e di chi si allontana, con tutto il suo carico di sofferenza e di dolore, ma esso non ha e non avrà mai l’ultima parola, perché l’ultima parola, come la prima, è solo di Dio, che ci dice, io ti amo e ti amerò sempre e per sempre.

Domande per la riflessione e la condivisione 1) L’amore del padre è il modello di ogni amore cristiano. Esso deve ispirare tutte le nostra azioni ad ogni livello. Che difficoltà sperimenti a vivere un amore gratuito come quello del Padre? 2) Ad amare come il padre ci si deve educare, e si deve educare. Cosa possiamo fare e cosa aiuta la maturazione di un amore del genere? 3) Che idea hai di vita interiore? Cosa significa per te “rientrare in se stessi” e vivere una vita ordinata? Che cosa nutre la vita interiore? Che priorità dovremmo dare al nostro tempo e alle nostre scelte per vivere una vita spirituale seria e incisiva nella nostra vita? 4) Siamo capaci di perdono e di accoglienza come il padre della parabola o ci ritroviamo piuttosto nello sdegno e nella rabbia del figlio maggiore? 5) Il vangelo ci dice che dobbiamo andare in cerca degli ultimi e di chi è perduto. Cosa significa questo applicato alla nostra vita quotidiana? E nella vita civile e sociale?

Salmo 1

(a cori alterni)

Beato l’uomo che non entra nel consiglio dei malvagi, non resta nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli arroganti, ma nella legge del Signore trova la sua gioia, la sua legge medita giorno e notte.

2

È come albero piantato lungo corsi d’acqua, che dà frutto a suo tempo: le sue foglie non appassiscono e tutto quello che fa, riesce bene.

3

Non così, non così i malvagi, ma come pula che il vento disperde;

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perciò non si alzeranno i malvagi nel giudizio né i peccatori nell’assemblea dei giusti,

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poiché il Signore veglia sul cammino dei giusti, mentre la via dei malvagi va in rovina.

6

PADRE NOSTRO PREGHIERA O Padre che fai festa per il peccatore che si converte, aiutaci a non dimenticare mai il tuo Amore per noi, perché nelle vicende della vita sappiamo scegliere ciò che è bene e giusto, e così gioire della vita che tu ci hai donato imparando a condividerla con gioia con gli altri e con i fratelli. Per Cristo nostro Signore. AMEN

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“Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti” Il ricco cattivo e il povero Lazzaro (Lc 16,19-31)

Scheda IX

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C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. Ma Abramo rispose: “Figlio, ricordati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”. E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”. La parabola del ricco senza nome e di Lazzaro, il povero, si inserisce in un discorso di Gesù ai discepoli, avente come temi principali la ricchezza e la fedeltà; i farisei, che stavano ad ascoltare, lo deridevano ed è a loro, in quanto amanti del denaro, che Gesù si rivolge con la nostra parabola, che costituisce l’antitesi della parabola dell’amministratore astuto, contenuta nei primi otto versetti dello stesso capitolo 16. Se il comportamento dell’amministratore costituisce l’esempio di un uomo che rimette i debiti ai debitori poveri e, quindi, un modello di buon uso del denaro, il ricco senza nome presenta il caso negativo: cosa succede al ricco che non amministra in modo evangelico la sua ricchezza? L’insegnamento globale del brano corrisponde bene al pensiero dell’evangelista Luca sulla ricchezza e su chi la possiede. Le sofferenze del ricco (nell’Ade) lo puniscono non della sua ricchezza come tale, ma perché, sordo all’insegnamento di Mosè e dei Profeti, non ha capito l’urgenza della conversione; interamente occupato dai piaceri dell’esistenza, ha dimenticato la vita futura, ha trascurato il povero che era 37 alla sua porta, ha misconosciuto Dio stesso. Il ricco è descritto in maniera essenziale, senza giudicare la moralità del suo comportamento, e di lui non si dice il nome; in modo contrastante segue la presentazione del povero e del suo nome, Lazzaro, a suggerire che egli ha un’identità presso Dio. La figura di Lazzaro ricorda quella di Giobbe.


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L’evangelista Luca vuole commuovere il lettore sullo stato di afflizione del povero e presentarlo come appartenente alla categoria di persone che Gesù proclama beate. Dinanzi all’uomo che gode di tutti i vantaggi della ricchezza, l’infelice rappresenta la povertà in tutto il suo orrore. Nella prima parte, la parabola illustra il rovesciamento di situazione che avviene nell’aldilà, come già l’Evangelista ha proclamato nel Magnificat e nelle Beatitudini. Chiaramente il racconto non pretende di portare alcuna rivelazione sull’aldilà, serve soltanto a mostrare la condizione rovesciata tra il ricco ed il povero e prepara la scena successiva del dialogo. La mancanza di coerenza nelle immagini non deve urtare: le rappresentazioni giudaiche dell’oltretomba, nel I secolo, non sono uniformi; questi versetti descrivono l’aldilà come luogo di tormenti corporei, separano in spazi distinti i buoni ed i cattivi e riferiscono di un dialogo a distanza che costituisce la seconda parte della parabola. Il ricco non contesta la sua sorte, né chiede l’intervento diretto di Abramo, ma solo l’aiuto di Lazzaro, il quale si trova in una situazione capovolta rispetto a quella avuta sulla terra. Abramo, chiamando il ricco “figlio”, lo riconosce come membro della sua discendenza: ma questo privilegio non serve a cambiarne la sorte eterna. Ora l’attenzione si sposta sui cinque fratelli, i quali rappresentano la continuità sulla terra del comportamento del ricco deceduto: se non cambiano vita ascoltando la Legge ed i Profeti, neppure un segno come la risurrezione servirà a convertirli. Affermazione della validità della Legge e rifiuto di dare un segno conferiscono alla parabola il tono di un severo, quasi disperato, ammonimento. La Scrittura contiene l’insegnamento necessario e sufficiente per conoscere la volontà di Dio e quindi per “entrare nel seno di Abramo”: Mosè ed i Profeti devono essere ascoltati alla luce delle esigenze del Regno rivelate da Gesù. L’insistenza del ricco permette la formulazione dell’ultima risposta di Abramo. Le espressioni “se andrà da loro qualcuno dai morti” e “se qualcuno risorge dai morti” alludono molto probabilmente alla risurrezione di Gesù; non è da escludere un riferimento anche a quella di Lazzaro, che non aveva avuto effetto di conversione presso molti Giudei testimoni del miracolo. Il testo, comunque, afferma una verità importante: i miracoli possono impressionare ma non necessariamente convertire. La conversione implica l’apertura del cuore a Dio, l’attenzione a scoprire la Sua presenza nella Sua parola: il bisogno di segni straordinari è superfluo. Per Luca, quest’ultima parte della parabola costituisce anche una risposta alla domanda su come evitare il destino del ricco: convertirsi, aprirsi a Dio che parla nella Scrittura e obbedire al Suo insegnamento. DOMANDE PER RIFLETTERE E CONDIVIDERE 1) Che valore diamo nella nostra vita alla parola di Mosè e dei Profeti e a tutto il Primo Testamento, alla luce della sintesi operata mirabilmente da sant’Agostino tra legge e grazia: “La legge, perciò, è stata data perché si invocasse la grazia; la grazia è stata data perché si osservasse la 38 legge”? 2) Ci sono persone simili al povero Lazzaro con le quali entriamo in contatto durante la settimana e che ci richiamano alla conversione ad uno stile di vita evangelicamente sobrio?


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Salmo

(a cori alterni)

Il Signore rende giustizia agli oppressi, dà il pane agli affamati. Il Signore libera i prigionieri. Il Signore ridona la vista ai ciechi, il Signore rialza chi è caduto, il Signore ama i giusti. Il Signore protegge lo straniero, egli sostiene l’orfano e la vedova, ma sconvolge le vie degli empi. Il Signore regna per sempre, il tuo Dio, o Sion, per ogni generazione. PADRE NOSTRO PREGHIERA O Dio, tu chiami per nome i tuoi poveri, mentre non ha nome il ricco epulone; stabilisci con giustizia la sorte di tutti gli oppressi, poni fine all’orgia degli spensierati, e fa’ che aderiamo in tempo alla tua Parola, per credere che il tuo Cristo è risorto dai morti e ci accoglierà nel tuo regno. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio e vive e regna con Te nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen

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Scheda X

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“Sulla necessità di pregare, senza stancarsi mai”

Il giudice e la vedova. Il fariseo e il pubblicano (Lc 18,1-14) Diceva loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: 2 “In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. 3In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”. 4Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, 5dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi””. 6E il Signore soggiunse: “Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. 7E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? 8Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”. Disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: 10”Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. 11 Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. 12Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. 13 Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. 14Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato”.

Il testo ci propone due parabole di Gesù sulla preghiera. Quella del giudice ingiusto è rivolta ai discepoli ai quali Gesù insegna a non “perdersi d’animo”, in vista della crisi imminente, ma a pregare con ardore; la seconda, quella del fariseo e del pubblicano, si rivolge ad un uditorio più ampio, ossia a coloro che ritengono di essere giusti e disprezzano gli altri. Il Cristiano ha spesso la dolorosa impressione che la sua preghiera non sia esaudita per cui si trova incompreso nel suo modo di pensare e giudicare, talvolta deriso e perseguitato; gli avversari sembrano trionfare. Gesù risponde con un gustoso paragone: un giudice che non teme né Dio né gli uomini, viene pregato da una vedova di prendere in esame il suo caso. Egli non fa nessun conto della richiesta e la respinge. Ma la vedova non lo lascia in pace tanto che alla fine egli acconsente per sbarazzarsene. E Dio che non è duro di cuore come questo giudice non soccorrerà i suoi nel riacquistare i loro diritti quando si rivolgono a loro con la preghiera? Il Cristiano che prega pone il suo destino e quello della Chiesa nelle mani dell’Eterno Giudice e sa che questo giudice non solo emana giudizi, ma fa la giustizia. Pregare con insistenza non significa un disperato bussare e tempestare, ma un costante e sereno andare verso Dio. Davanti a Dio però non vi può essere nessuna finzione, né paragone, ne confronti, ma solo onestà. 40 La parabola del fariseo e del pubblicano ci avverte che la pretesa fedeltà a Dio e l’elencazione delle proprie virtù morali può causare cecità riguardo la propria relazione con lui e con gli altri. La preghiera autentica consente di aprirsi a Dio senza finzioni e conduce alla salvezza: chiunque sia aperto alla misericordia divina si relazione correttamente a Dio che perdona il peccatore e lo giustifica cioè lo rende giusto.


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Il pubblicano prega con le parole del Salmo 51: “mio Dio abbi pietà di me ” . Lo stesso Salmo prosegue “sacrificio accetto a Dio è uno spirito contrito; un cuore umiliato o Signore, tu non lo disprezzerai ” (Salmo 51 versetto 19). Gesù insegna che Dio agisce come sta scritto nel Salmo 51: dice sì al peccatore disperato e non a chi si proclama giusto. Egli è il Dio dei disperati e la sua misericordia verso i contriti di cuore è sconfinata. DOMANDE PER RIFLETTERE E CONDIVIDERE 1) La mia preghiera personale e comunitaria mi aiuta ad entrare in relazione con Dio, a sintonizzarmi con Lui ed a decentrarmi da me stesso? 2) La preghiera è un’arte difficile. Gli stessi discepoli hanno chiesto a Gesù: “insegnaci a pregare”. Sono davvero convinto della importanza della preghiera? Come può la Comunità cristiana educare i suoi figli alla preghiera? Salmo 51 (a cori alterni) Pietà di me, o Dio, nel tuo amore; nella tua grande misericordia cancella la mia iniquità. Lavami tutto dalla mia colpa, dal mio peccato rendimi puro. Sì, le mie iniquità io le riconosco, il mio peccato mi sta sempre dinanzi. Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto: così sei giusto nella tua sentenza, sei retto nel tuo giudizio. Ecco, nella colpa io sono nato, nel peccato mi ha concepito mia madre. Ma tu gradisci la sincerità nel mio intimo, nel segreto del cuore mi insegni la sapienza. Aspergimi con rami d’issopo e sarò puro; lavami e sarò più bianco della neve. Fammi sentire gioia e letizia: esulteranno le ossa che hai spezzato. Distogli lo sguardo dai miei peccati, cancella tutte le mie colpe. Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo. Non scacciarmi dalla tua presenza e non privarmi del tuo santo spirito. Rendimi la gioia della tua salvezza, sostienimi con uno spirito generoso. Signore, apri le mie labbra e la mia bocca proclami la tua lode. Tu non gradisci il sacrificio; se offro olocausti, tu non li accetti. Uno spirito contrito è sacrificio a Dio; un cuore contrito e affranto tu, o Dio, non disprezzi. PADRE NOSTRO PREGHIERA Signore Gesù, riempi il nostro cuore di te! Fa’ che non diciamo queste parole vanamente, ma che ci lasciamo avvincere e legare da te. Strappa dal nostro cuore le paure, il bisogno di avere un ruolo, 41 che se è giusto nelle sue espressioni quotidiane diventa però sbagliato o quando è ossessivo. Donaci la libertà di servirti con umiltà, sapendo che in ogni piccolo servizio raggiungiamo simbolicamente Gerusalemme, il luogo della tua croce e della tua risurrezione, e la Chiesa che è sparsa in tutto il mondo. Per Cristo nostro Signore. AMEN


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Scheda XI

“Oggi devo fermarmi a casa tua”

La conversione di Zaccheo nell’incontro con Gesù. (Lc 19, 1-10) Entrato in Gerico, attraversava la città. Ed ecco un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere quale fosse Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, poiché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». In fretta scese e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È andato ad alloggiare da un peccatore!». Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto». Gesù gli rispose: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’ egli è figlio di Abramo; il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto». All’originalità di Zaccheo il lettore dell’evangelista Luca arriva preparato da altre figure: Fariseo e pubblicano (Lc 18,10-14) l Giovane ricco: tornò a casa molto triste perché era molto ricco (Lc 18,18-25) l Guarigione del Cieco (Lc 18, 35-53) Anche in lui c’è l’attesa di un Signore che sta per passare e bisogna cogliere l’attimo: determinazione che si esprime nel suo grido ripetuto. l’insegnamento di luca in parabole, che si completa con la storia di Zaccheo, riguarda la pretesa di salvarsi con i propri meriti, mentre la vera salvezza è incontrata da chi sa che ogni misericordia viene solo da Dio? l

L’avventura di Zaccheo è molto interessante perché racconta una trasformazione, è la storia di un cambiamento. Per questo bisogna vederne il punto di partenza: Gesù entra a Gerico e c’è un uomo, di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco. Era capo di un sistema che oggi considereremmo malavitoso, ma ai tempi di Gesù era una malavita permessa, autorizzata; per cui si trattava di un uomo che sapeva farsi rispettare, un uomo che sapeva comandare, un uomo che aveva la sua zona di potere, di autoaffermazione, un uomo forte. A quest’uomo succede una cosa: quel giorno a Gerico arriva un altro uomo importante, che ha un altro tipo d’importanza, un altro tipo di capo, seguito dalla folla, non temuto, non disprezzato. Gesù sa farsi seguire, Zaccheo sa farsi temere. Gesù è un altro tipo di capo che Zaccheo vuol affrontare in qualche maniera e quindi, prima di tutto, lo vuole vedere. Ciò che lo intrappolerà sarà una strana domanda che si farà: il testo dice che corse avanti per cercare di vederlo, per vedere “Chi fosse Gesù?”. Incominciare a chiederci seriamente “chi è Gesù”, volerlo vedere: questi sono atteggiamenti che possono defraudare la gestione della propria vita e portarla in una dimensione che uno non aveva pensato. Zaccheo incomincia ad avere questa nuova sete; lui è un capo, ma c’è un altro capo che è diverso, che ha un altro stile. Questo personaggio lo intriga 42 e allora Zaccheo fa la sua fatica, salendo su un albero, il sicomoro, per vincere l’handicap della sua statura insufficiente, che tante volte e in tanti modi si sarà trovato ad affrontare; Zaccheo fa qualcosa che non si addice ad uomo della sua importanza, della sua forza, del suo potere; e scoprirà che, mentre si sta chiedendo “chi sia Gesù”, Gesù sa chi è lui, cosa sconosciuta a Zaccheo. Zaccheo non sapeva di essere conosciuto da Gesù e non sapeva di essere sconosciuto a se stesso. Zaccheo viene scioccato da ciò che Gesù vede in lui; nel testo si legge che tutti mormorano perché


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Gesù è entrato in casa di un peccatore; per cui Zaccheo è etichettato come peccatore. Gesù dice che questa non è la completa verità di Zaccheo perché vede in lui colui che “sceso in fretta, lo accolse pieno di gioia”. Sentitosi chiamare per nome, di colpo, Zaccheo obbedisce a un altro. Lui, un capo, si sta adeguando alle indicazioni di un altro, si apre completamente, mentre la gente che lo vede lo giudica. Il suo essere capo è niente; il suo essere capo dei pubblicani fa solo paura, ma la gente lo disprezza; il suo aver trovato potere in questo mondo non gli ha conseguito neppure un grammo di affetto da parte del prossimo; il suo essere qualcuno equivale ad essere nessuno. Questa è una bella immagine rispetto a tanta fame di autoaffermazione che è in tutti gli ambiti, anche nei più santi; fame di voler essere capi anche a costo del disprezzo della gente. Zaccheo invece è pieno di allegria: scoperta la propria identità, grazie a questo uomo nuovo che gli è passando accanto ed è entrato nella sua casa, Zaccheo può cambiare vita, non ha più bisogno di comandare, di affermarsi attraverso l’esercizio del proprio potere, può dare via i suoi beni. Pensiamo quanto avrà faticato, odiato, sudato, quanto avrà fatto male a tante persone per accumulare quelle ricchezze: ora tutto questo non conta più niente, ha trovato quello che non sapeva di cercare, ha trovato la sua dignità, la sua grandezza. Queste saranno le parole di Gesù, quando, rispondendo ai giudizi della gente dirà: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’ egli è figlio di Abramo. Cosa ha visto Gesù, cosa Zaccheo ha saputo di sé? Lui credeva di essere un uomo con i suoi problemi, con i suoi complessi da risolvere, invece Gesù sa di lui che è anche un figlio di Abramo, un figlio della benedizione: Abramo è l’uomo in cui saranno benedette tutte le famiglie della terra e la sua discendenza sarà benedizione; Zaccheo è un benedetto, Dio lo benedice. Zaccheo scopre di essere importante, prezioso agli occhi di Qualcuno e allora la sua concezione di ciò che è prezioso cambia: i suoi soldi possono essere dati via, lui può far giustizia restituendo 4 volte tanto a coloro che ha derubato. Zaccheo è un uomo che scopre la salvezza mentre cerca di scoprire chi era Gesù Cristo. Mentre cerca di vedere Cristo è visto da Cristo e Cristo recupera in lui ciò che era perduto: la sua vera identità, quella del figlio di Abramo. Cosa vede Dio in un peccatore? Le sue potenzialità, il bene che può fare. “Noi non siamo la somma dei nostri peccati, ma la reale possibilità di dire sì a Dio” (Giovanni Paolo II). Cercare Cristo per recuperare la nostra verità; in ognuno di noi ci sono nascosti dei tesori enormi; ciascuno può convertirsi; da ciascuno può essere tratto fuori il figlio di Abramo che è in noi. DOMANDE PER RIFLETTERE E CONDIVIDERE 1) In cosa commerci? In cosa rubi nella tua vita e nel tuo lavoro? 2) Su quale sicomoro sei nascosto per vedere se veramente passa Gesù di Nazareth, incredulo che possa guardare proprio te? Quale folla ti impedisce di vederlo? 3) Quando ti sei sentito chiamato per nome? Lo hai accolto? Hai mai restituito il frodato? Sei cosciente che “conviene” che Gesù entri in casa tua? 4) Cosa ti colpisce di questo brano?

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Salmo (103) “Benedici il Signore, anima mia, quanto è in me benedica il suo santo nome. Benedici il Signore, anima mia, non dimenticare tanti suoi benefici.” “Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue malattie ; salva dalla fossa la tua vita, ti corona di grazia e di misericordia. Egli sazia di bene i tuoi giorni e tu rinnovi come aquila la tua giovinezza.” “Il Signore agisce con giustizia e con diritto verso tutti gli oppressi. Ha rivelato a Mosè le sue vie, ai figli d’Israele le sue opere.” PADRE NOSTRO PREGHIERA Donaci, o Padre, la grazia dello Spirito Santo perché possiamo percepire che Cristo, Tuo unico Figlio, nella Sua realtà salvifica ed esistenziale, è vero oggi, Lui che conosce i nostri nomi e nostri cuori, e vive e regna con te, nella unità con lo Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen

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“Fatele fruttare fino al mio ritorno” La parabola delle monete d’oro (Lc 19,11-27)

Mentre essi stavano per ascoltare queste cose , disse ancora una parabola perché era vicino a Gerusalemme ed essi pensavano che il regno di Dio, fosse imminente. Disse dunque “ Un uomo di nobile famiglia parti per un paese lontano per ricevere il titolo di re e poi ritornare. Chiamati dieci dei suoi servi, consegnò loro dieci monete d’oro, dicendo: “Fatele fruttare fino al mio ritorno”. Ma i suoi concittadini lo odiavano e mandarono dietro di lui una delegazione a dire: “Non vogliamo che costui venga a regnare su di noi”. Dopo aver ricevuto il titolo di re, egli ritornò e fece chiamare quei servi a cui aveva consegnato il denaro, per sapere quanto ciascuno avessi guadagnato. Si presentò il primo e disse: “Signore, la tua moneta d’oro ne ha fruttate dieci”. Gli disse: “Bene servo buono! Poiché ti sei mostrato fedele nel poco, ricevi il potere sopra dieci città”. Poi si presentò il secondo e disse: “Signore, la tua moneta ne ha fruttate cinque”. Anche a questo disse: “Tu pure sarai a capo di cinque città”. Venne poi anche un altro e disse: “ Signore, ecco la tua moneta d’oro, che ho tenuta nascosta in un fazzoletto; avevo paura di te, che sei un uomo severo: prendi quello che non hai messo in deposito e mieti quello che non hai seminato”. Gli rispose: “Dalle tue stesse parole ti giudico, servo malvagio! Sapevi che sono un uomo severo, che prendo quello che non ho messo in deposito e mieto quello che non ho seminato: perché allora non ha consegnato il mio denaro a un banca? Al mio ritorno l’avrei riscosso con gli interessi”. Disse poi ai presenti: “ Toglietegli la moneta d’oro e datela a colui che ne ha dieci”. Gli risposero: “ Signore, ne ha già dieci!”. “Io vi dico: a chi ha sarà dato; invece a che non ha, sarà tolto anche quello che ha. E quei miei nemici, che non volevano che io diventassi loro re, conduceteli qui e uccideteli davanti a me”.

Scheda XII

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L’uomo trascorre la sua vita passando da una situazione esistenziale all’altra, perché cambiano spesso i riferimenti umani, sociali e territoriali che hanno la capacità di condizionare la vita. Ma è soprattutto nell’età giovanile, nel fiore della vita che è chiamato a compiere le scelte più importanti sulla futura professionalità o la possibilità dello studio, in particolare l’opzione per una vita vocazionale familiare o per una vita vocazionale presbiterale o religiosa. Ma esiste una scelta certamente più forte e più grande, quale quella del mettersi al servizio del Regno di Dio o meno e che appartiene non solo a tutto l’arco della vita terrena, ma la supera per immergersi nell’infinito ed eterno abbraccio del Signore nel banchetto della Gerusalemme celeste. Questa pericope lucana, Parabola delle Monete d’oro o delle Mine attraverso la consegna di una mina a questi tre personaggi da parte di un uomo di nobile famiglia ci racconta la verità di questa seconda affermazione. Gesù sta per portare a termine il suo preparato e atteso viaggio verso Gerusalemme dove celebrerà la Sua Pasqua con i discepoli, i quali come appare chiaramente dalla parola “imminente” sono 45 ansiosi di vedere la venuta trionfale del Regno di Dio. San Luca mette sulla bocca del Signore la Parabola delle Mine per orientare la mente e il cuore dei suoi discepoli verso la distinzione netta del tempo della Parusia dal suo ingresso in Gerusalemme. Il Signore sta per entrare nella città di Sion per celebrare oggi la sua Pasqua e partire per un paese lontano, da dove un giorno ritornerà perché la Pasqua sia per tutti eterna quando si compirà per tutti in pienezza il Regno di Dio.


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Nel frattempo non ci fa rimare oziosi e consegna il suo denaro, una mina per ciascuno, a tre operai che non devono nasconderla in un fazzoletto, ma mostrare il suo grande valore, che ha il volto stupendo del servizio verso Dio, verso l’uomo e verso il creato. Le mine sono doni del Signore che sono di aiuto alla costitutiva fragilità umana da impiegare nella vita quotidiana nell’attesa del suo ritorno. Quello che importa non è tanto il valore della Mina (molto inferiore al Talento di Matteo), ma l’impegno e la dedizione per realizzare il progetto del Signore che è certamente la realizzazione del Regno di Dio e per una sua crescita interiore ed esteriore. Non basta stare lontano dal male, è necessario impiegare la propria intelligenza, la volontà e la stessa vita per operare il bene, seguendo le parole del Vangelo. Essere operatori di giustizia in un contesto storico fortemente contrario e che mostra il volto del potere e della arroganza, pronti a pagare di persona per la difesa dei diritti di ogni uomo. Essere liberi dal dominio delle ricchezze per gustare la beatitudine della povertà di spirito e vedere la ricchezza di Dio in tutta la sua creazione. Il volto di una Chiesa che conosce la grandezza della pace come bene di valore eccelso e opera per la sua realizzazione in tutta la terra con il taglio forte della speranza e dell’amore per tutte le genti. Voglio ricordare anche la forza della purezza del cuore che appartiene a chi custodisce con amore la sua parola dentro di se. Se la Parola penetra nelle tue giunture, se Cristo pervade il tuo intimo diventerai capace di sperimentare con gioia il dono della felicità che viene dall’ essere libero da una triste doppiezza di vita e da facili distorsioni affettive. Essere cristiani non è “ un deposito morto, ma un grande capitale” un dono grandioso che dobbiamo far fruttificare con industria, con sapienza, con umiltà, ma soprattutto con amore. Far fruttare la mina non ha il significato di arricchire con avidità o nascondere le ricchezze, ma vuol dire soprattutto donare con generosità, “Non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra”. Il Signore con la sua Pasqua ci ha aperto le porte del Regno, e ne da la cura, la direzione a tre persone che rispondono all’invito in maniera diversa. Mi piace pensare che questi doni sono da vedersi oggi presenti nella sua Chiesa da impiegarsi per l’urgenza dell’Evangelizzazione del nostro tempo ormai privo dei valori Tradizionali cristiani. Tempo che scorre sul binario dell’autosufficienza dell’uomo e del suo considerare la realtà umana solo fine a se stessa. Una comunità cristiana, come ci ricorda Paolo VI, che evangelizza se stessa per evangelizzare per portare il Vangelo fino agli ultimi confini della terra. La Chiesa, ci ricorda il documento della Conferenza Episcopale Italiana “Educare alla vita buona del Vangelo” ascolta la voce di Gesù che vede i discepoli e dice “Chi cercate?” Essi rispondono “Maestro dove abiti?”. Rispose “ Venite e vedrete”; andarono e videro dove abitava. Vedere dove abitava significa intraprendere un percorso di formazione permanente, di religioso ascolto della Parola e di forte impegno di ricerca e di studio, ma soprattutto diventare testimoni, come san Paolo a Damasco, di aver incontrato Gesù Cristo risorto che trasforma totalmente la nostra vita. Durante il tempo della sua assenza siamo invitati a far fruttare la mina ricevuta, perché quando tornerà alla fine dei tempi ci ricompenserà dandoci dieci o cinque città simbolo di un dono enormemente più grande di quanto ci spettasse. Mi piace pensare al titolo di re che il Signore acquista sulla croce, quando la sua regalità non poteva più essere fraintesa e rivestita di potenza umana, ma era quella di attirare tutti a se dall’alto della croce, che il Padre gli conferma con la sua risurrezione e ascensione al cielo. 46 Il Signore ritorna e vuole subito conoscere le modalità di impiego del denaro loro affidato. Il primo e il secondo servo ricevono la medesima lode per la loro diligente e costruttiva applicazione, mentre l’operaio infedele viene condannato per la sua paura, la sua pigrizia per non aver avuto nessuna iniziativa. Mi piace ancora pensare che il premio ricevuto è la totale e definitiva partecipazione al banchetto nuziale con Cristo Sposo che accoglie e presiede, mentre la condanna, il togliere la


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mina, consiste nell’esclusione dalla festa. Voglio concludere pensando che un giorno i nemici del regno, cioè gli operatori di iniquità e di ingiustizia, di odio, di violenza e quant’altro, saranno tolti di mezzo dalla potenza della Parola del Signore e la vita dei “giusti” sarà splendente come il sole. DOMANDE PER RIFLETTERE E CONDIVIDERE 1) Quando il Signore ritornerà troverà la fede sulla terra? Che cosa è per ognuno di noi la fede? 2) Racconta qualcosa di quando hai fatto fruttificare la mina oppure qualcosa di quando l’hai nascosta in un fazzoletto? 3) Che cosa significa oggi essere operatori di giustizia secondo il Vangelo? 4) Che cosa significa per te religioso ascolto della Parola di Dio? Salmo 23

(a cori alterni)

Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla. Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Rinfranca l’anima mia, mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome. Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza. Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici. Ungi di olio il mio capo; il mio calice trabocca. Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita, abiterò ancora nella casa del Signore per lunghi giorni. PADRE NOSTRO PREGHIERA Padre che sei datore di doni, fa che non sprechiamo la nostra vita, ma la impieghiamo per costruire un mondo più giusto e retto, secondo la tua volontà. Per Cristo nostro Signore. Amen

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Breve Bibliografia Aletti Jean-Noel, L’arte di raccontare Gesù Cristo. La scrittura narrativa del vangelo di Luca, Brescia 1991 Bosetti Elena, Luca. Il cammino dell’evangelizzazione, Bologna, 1995 Bovon Francois, Luca, Brescia 2005 Radermakers J. - Bossuyt Ph., Lettura pastorale del vangelo di Luca, Bologna 1983 Fausti Silvano, Una comunità legge il vangelo di Luca, Bologna 1994 Ghidelli Carlo, Luca, Cinisello Balsamo 1986 Gradara Renzo, Luca. Il Vangelo degli ultimi, Bologna 1991 Howard I. Marschal, The Gospel of Luke (NIGTC), Michigan 1978 Martini C. Maria, L’evangelizzatore in San Luca, Milano 1980 Poppi Angelico, Sinossi dei quattro evangeli. Commento, Padova 1987 Prete B., L’opera di Luca. Contenuti e prospettive, Torino 1986 Rossé Gherard, Il vangelo di Luca. Commento esegetico e teologico, Roma 1992 Sabourin Leopold, Il Vangelo di Luca. Introduzione e commento, Roma 1989 Schurmann Heinz, Il vangelo di Luca, Brescia 1998

Finito di stampare dalla Tipografia GF Press Masotti nel mese di settembre 2011 Fotocomposizione: Graficamente Pistoia


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