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Firenze Architettura 2006-2

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tutti”, per registrare attraverso le varianti sincroniche o mutazioni diacroniche le variazioni ideologiche ad esso sottese. Lo slogan “una casa per tutti”, come forse tutti sanno, è da ritenersi la formula esplicita originata da una provocazione ad alta tensione intellettuale: quella Maison Citrohan, progettomanifesto di una casa fatta in serie come una automobile omonima, del 1922 di Le Corbusier (un architetto nella circostanza animato più che mai da una sorta di inguaribile, ma salutare, ottimismo tardo-illuminista). In quel caso, la destinazione “per tutti” stava ad indicare una astrazione, dove la collettività è anonima e neutra al pari della formula “machine à habiter”. In Italia, il sintagma icastico ed ortativo “casa a tutti” di Gio’ Ponti, che sulla copertina del n. 1 della rivista «Stile», nel 1945, accompagnò il disegno di una casa, campeggiante nel palmo aperto di una mano, possiede una forte valenza politica, poiché evoca le scritte murarie della protesta popolare (del tipo, appunto, “lavoro a tutti”). Significativa, sempre nel contesto italiano, la differenza tra la formula funzionalista “una casa per tutti”, presente in un editoriale di Pagano del 1943 (Presupposti per un programma di politica edilizia, «Casabella» n. 186), e quella elaborata da Banfi e Rogers nel 1945 (cfr. E. N. Rogers, Una casa a ciascuno, «Politecnico» n. 4), “una casa a ciascuno”, dove quel ciascuno la dice lunga sul sospetto che nella nostra cultura architettonica grava sul lessico - e figurarsi sulla pratica - del “popolare”. Il problema della casa-per-tutti affiora nel nostro paese in tutta la sua urgenza solo dopo la constatazione, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, di un deficit di quindici milioni di vani. Il tema della casa popolare contemplò un sistema di connessioni e implicazioni tra atto progettuale e riflessione ideologica sul progetto, che comportava tra l’altro momenti di tesa lettura della realtà, di quella presente e di quella che gli interventi edificatorî andavano determinando. Appariva ovvio ad ogni architetto, urbanista o amministratore che la soluzione del problema passava attraverso una preliminare scelta di un modello che fosse a un tempo urbano, sociologico, politico, in particolar modo in un momento di ricostruzione dello Stato, di determinazione dei suoi modelli di sviluppo economico e sociale, di assunzione di definiti modelli culturali.

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Firenze Architettura 2006-2 by DIDA - Issuu