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Supplemento Don Milani

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«Non un atto di pensiero ma di amore»

don Lorenzo Milani cantore e martire della Verità di Aldo Lafranchi

Di fronte alla figura di don Lorenzo Milani «tutti s’accorgono, senza sapere il come o il perché, di essere davanti a un uomo a cui siamo estranei per l’eccedenza della sua personalità e della sua cultura» (introd. XV). Sensazione condivisa da p. David Maria Turoldo: «è inevitabile la paura di essere sempre presi in castagna da lui» (I-561). Per don Raffaele Bensi, amico e padre spirituale, stella polare di don Milani era «la verità. Quando si tratta della verità Lorenzo non ha dubbi, non guarda in faccia a nessuno» (cron. LXXXVI). A cinquant’anni dalla morte avvenuta il 26 giugno 1967, la pubblicazione nei Meridiani Mondadori (aprile 2017) di Tutte le opere permetterà di disvelare il mistero della duplice estraneità del neo «autore classico della letteratura italiana»?

Il presente lavoro è offerto a chi, sui dati biografici di don Lorenzo, è fermo a Lettera a una professoressa, alle due lettere, ai cappellani militari e ai giudici, a «l’obbedienza non è più una virtù» e al castigo dell’isolamento a Barbiana. L’intento è di mettere a profitto i due volumi di Tutte le opere per spalancare le finestre sulla vita di un uomo promesso a un fascino particolare. Si è dunque attinto all’Introduzione di Alberto Melloni direttore dell’edizione di Tutte le opere e alla Cronologia di Federico Ruozzi in collaborazione con Valeria Milani Comparetti, nipote di don Lorenzo, prescegliendo di ridare il più possibile la parola al protagonista presentando brani di sue lettere (vol. II) e ampi stralci di alcuni dei suoi scritti meno noti (vol. I), attendibili compartecipi della sensazione d’enigmatica «eccedenza della personalità e della cultura» di colui che «è entrato di diritto nel canone in fieri del Novecento letterario italiano» (introd. LXII).

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Gli anni verdi Lorenzo Carlo Domenico Milani Comparetti è nato il 27 maggio 1923 a Firenze, secondogenito di una famiglia «facoltosa e agnostica; il ramo paterno appartiene all’alta borghesia fiorentina, mentre quello materno discende dal mondo intellettuale ebraico mitteleuropeo. Il primogenito Adriano diventerà pediatra, la sorella Elena nascerà cinque anni dopo» (cron. LXXIII). Fin dagli anni del ginnasio, in Liguria per motivi di salute (in inverno soffriva di polmoniti), Lorenzo si è annunciato studente sui generis che mal si adattava al canone dell’allievo diligente che studia per il diploma in vista di una carriera professionale. Di quegli anni si ricordano insufficienze in italiano e latino. L’intelligenza prediligeva spenderla alla ricerca di riscontri più gratificanti la propria immagine: «oggi sono riuscito a rispondere spiritosamente a tutte le ragazze e sempre rinnovandomi, ma non so quanto durerà» (II-10). «Alla professoressa di francese piacciono i motti di spirito, difatti ai miei ride a crepapelle come non dovrebbe permettersi una professoressa e ogni tanto ricomincia a riderne». «Lore dice che ho avuto idee strepitose… sono un genio!?!?!?!?» (II-11). «Negli ambienti di Vado Ligure si dice che mi occorre un freno». Ha 16 anni quando scrive «ho avuto una vivacissima conversazione col professore di filosofia sul romanzo storico e la vita romanzata» (II-16). «L’ultimo tema in classe è stato l’unico 7 in tutta la classe con quello di Bob. Il professore dice che sono scettico e pessimista e molto deciso nelle mie affermazioni, ma siccome i ragionamenti tornano e li presento in bella forma bisogna accettarli. Chiede sempre di leggere i miei temi e cosa ne penso delle varie poesie e purtroppo sembra che si diverta a interrogarmi in italiano» (II-19). A Milano al liceo Berchet «frequenta la prima e la terza classe: sostiene da privatista l’esame per saltare la seconda, nonostante le evidenti difficoltà e lo scarso rendimento (nel primo trimestre del primo anno le insufficienze erano cinque: storia, greco, latino scritto, filosofia, religione). Desidera uscire al più presto da quel sistema scolastico che

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giudica in modo tanto negativo da ipotizzare di non portare nemmeno a termine gli studi. Giorgio Pasquali, padre della filologia italiana, amico di famiglia, lo convince di arrivare almeno al conseguimento del diploma» (cron. LXXIX). Lo otterrà, «raggiungendo a malapena la sufficienza», in condizioni di emergenza «quando la guerra costringe le scuole a chiudere in anticipo di un mese e a promuovere gli alunni senza l’esame di maturità previsto dalla legge, ma sulla base dello scrutinio del terzo trimestre» (cron. LXXXI). Studente che non si lascia dettare le urgenze Lorenzo lo sarà fino alla fine degli studi. Ancora l’ultimo anno di teologia alla madre scriverà: «Io non riesco a abituarmi al pensiero di dover dare degli esami. È una cosa ormai così fuori della mia mentalità e anche incompatibile col mio modo di studiare di questi tre ultimi anni, che mi troverò completamente impreparato. Ho fatto accanite discussioni con don Bartoletti, uomo di gran valore, ma per essere prete a posto ha dovuto studiare teologia, per essere teologo a posto ha dovuto farsi delle belle basi in Scrittura, per la Scrittura ha dovuto diventare un orientalista…» (II-63). «I miei compagni si buttano a pesce a studiare e a ripetere per gli esami. Mi accorgo che qui sono tutti di quei tipi che ai miei tempi si chiamavano secchioni. Io ancora non mi sono scomposto e navigo serenamente incontro a una probabile bocciatura. Studio oggi come i primi giorni dell’anno» (II-65). Anche per la scelta del futuro professionale non entra nella prospettiva di Lorenzo che a decidere siano altri. Ottenuta la maturità, costernando i genitori annuncia che non si iscriverà all’università. Pur «non avendo mai mostrato spiccate doti artistiche» opta per la pittura «scelta senza precedenti nella tradizione famigliare» (cron. LXXXI). «Quando Lorenzo decise di fare l’artista ci furono accese discussioni, si udivano in casa scenate e grida, di mio padre soprattutto, che mai si udirono per altre ragioni perché in casa era proibito gridare. I miei genitori volevano che Lorenzo facesse l’università. Lorenzo superò questa difficoltà soltanto per la sua forte personalità e il carattere risoluto» (cron. LXXXVII). Si iscrive a Brera. Consultato dal padre, Giorgio Pasquali scrive: «Il ragazzo è secondo me intelli-


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gente, come è pieno di grazia, ma, lasciando andare se le attitudini alle arti figurative siano vere, ciò che non possiamo ancora sapere è se abbia una minima energia di lavoro». Rammentava «quando al liceo doveva prepararsi a non so quale esame e studiava una o due ore al più» (cron. LXXXII). Suggerisce uno stage orientativo «presso Hans Joachim Staude, artista tedesco in via dei Serragli, coltissima e bravissima persona, di finissime maniere, scelto, lui pittore, a insegnare il tedesco alla principessa di Piemonte, con maniere ottime e splendido talento pedagogico». Da giugno a settembre Lorenzo si dà alla pittura. Staude lo introduce alla «ricerca di un assoluto spirituale, dell’essenziale, del senso sacrale della vita. Il mio scopo di pittore è di fare diventare sacra la realtà che mi circonda, è di esprimere “il santo” che è nel profondo di tutti noi». Porta Lorenzo a Arolo, sul Lago Maggiore, «dove il pittore trascorre le vacanze con la moglie e la figlia Angela, futura moglie di Tiziano Terzani, per insegnargli la pittura dal vero col cavalletto». Convinto che la pittura non sarà la sua strada, Staude «gli fa lezioni sull’unità che deve regnare in ogni lavoro, sull’essenzialità e la semplificazione, insegnamenti che incideranno in modo profondo sulla scrittura di Lorenzo». Nell’estate ’42 a Firenze un amico gli presenta don Raffaele Bensi «figura influente della Chiesa fiorentina». Lo rivedrà un anno dopo: «desidero parlare con lei». «È stato sotto un bombardamento che l’anima di don Milani mi si è spalancata la prima volta». Lo scenario ricorda la voce di Dio che convocava i profeti tra i tuoni di un temporale. Accompagna don Bensi per un estremo saluto a don Dario Rossi, morto a 32 anni. «Rimane turbato dal momento e dalla preghiera accanto alla salma. Secondo Bensi gli avrebbe detto: “Io prenderò il suo posto”. Trascorrono l’estate insieme dedicandosi a una vera e propria cultura intensiva di cristianesimo, per lui cosa nuovissima» (cron. LXXXVII). In primavera Lorenzo improvvisamente decide di entrare in seminario: «non sono nemmeno cristiano, anche se, come figlio di un’ebrea ho rice-

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vuto il battesimo (“fascista”, lo soprannominava) per salvarmi il corpo, ora è l’anima che vorrei salvare». Per i famigliari «una vera tragedia. I miei genitori hanno fatto di tutto per distoglierlo da quella decisione. Mia madre pensava che la decisione di Lorenzo di farsi prete fosse una distruzione di se stesso, anche se poi è riuscita a seguirlo, anche ad aiutarlo e a comprenderlo molto bene. Una volta accettata l’idea della scelta sacerdotale mia madre avrebbe desiderato che facesse carriera ecclesiastica. I miei genitori subirono la decisione di Lorenzo» (cron. LXXXVIII). La subì anche Carla Sborgi, dagli anni del liceo legata a Lorenzo «in un rapporto fastidiosamente platonico che durerà fino all’improvvisa decisione di Lorenzo di entrare in seminario e di abbandonare Carla» (introd. XXVII). In un’intervista Carla dirà: «Io sento che per svariate ragioni eravamo tutti e due dei disadattati nel mondo di ora e portavamo dei germi di un cambiamento. Non eravamo certo gli unici, ma in un certo senso già questo era una ragione di dialogo, diciamo. (…) Il gergo era comune, la “pelle” uguale. Fossimo stati in periodi normali, con le cose normali, sono quelle cose da cui può nascere un sano matrimonio fra persone della “tribù”. Nessuno parlava in questi termini. Però questa sensazione di essere a casa propria credo l’abbia avuta abbastanza anche lui». Con Carla Lorenzo affrontava «anche temi della religione e del cristianesimo, argomenti a cui Lorenzo ancora non è interessato, considerando anzi quel mondo con un certo sarcasmo» (cron. LXXXIV). Il giorno prima di entrare in seminario Lorenzo scrive: «Cara Carla, domani inizio la scalata al Cielo. Se vuoi rispondimi, ma non più di dieci parole». Il 13 luglio ’47 Lorenzo Milani è ordinato presbitero dal card. Elia Dalla Costa in Santa Maria del Fiore a Firenze.


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Il ministero pastorale A s. Donato di Calenzano, don Lorenzo coadiuva il vecchio parroco don Daniele Pugi. Vivrà assieme a lui e a Eda Pelagatti che con la madre cura la canonica. L’impatto è con il mondo operaio e contadino. Da tre lettere alla madre si ha notizia che in seminario la questione operaia era all’ordine del giorno, avvertita più dagli studenti che dai professori: «…poi si è attaccato un nuovo cocente argomento che è partito dalla nostra camerata con un questionario distribuito a tutti i seminaristi e professori sulla parte del prete nella questione sociale, il quale ha suscitato interminabili discussioni e vittime e finirà in una serie di conferenze per iniziativa della nostra camerata» (II46). «Si discuteva del posto che il prete deve dare allo studio e se è proprio necessario che il prete sia un intellettuale e se non è questo che ci ha perso al completo la classe operaia» (II-54). «Ieri s’è cominciato tre giorni di questione sociale» organizzati dai seminaristi (II-58). «Le materie sono tutte belle (…) ma troppo estese. Tutte senza fondo. Per esempio la questione sociale per quanto di attualità non la possiamo approfondire perché non è che un capitolo del trattato De Iustitia che non è che un trattato della Morale la quale non è che una parte secondaria della Teologia» (II-62). A s. Donato don Lorenzo avverte che parlando predicando discutendo la gente non capiva ciò che lui diceva. «Quantunque siano toscani e usino espressioni dantesche ogni poco, i miei parrocchiani non intendono l’italiano, non sono capaci di un discorso lungo, di un discorso complesso, di una lingua che non sia quella che serve per vendere i polli al mercato di Vicchio o nei pettegolezzi di famiglia. Una lingua così povera non è assolutamente sufficiente per ricevere la predicazione evangelica» (I-1160). Un ostacolo si oppone alla ragion d’essere della sua presenza a s. Donato. Pane per i suoi denti. Consenziente il vecchio parroco don Daniele Pugi, dopo un mese in casa parrocchiale partiva la «Scuola Popolare serale per chi non ha il di-

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ploma di quinta elementare, aperta a tutti dalle 8 a mezzanotte». «Ho iniziato il mio apostolato dalla scuola, con l’insegnare la grammatica italiana» (I-1160). Due anni dopo, la scuola sarà riconosciuta dal Provveditorato e in parte finanziata dal Ministero. Scoprirà un secondo ostacolo «quando ho cominciato a informarmi di prima mano sulle reali condizioni sociali economiche religiose di questo popolo. Ho raccolto con pazienza tutti i dati possibili immaginabili e li ho elaborati e riuniti in un volume dattiloscritto. Mi sono così potuto presentare sempre all’altare e nelle discussioni e nella scuola con informazioni esattissime, cosa che non avrei certo potuto fare se mi fossi informato sui giornali di parte, compresi quelli cattolici» (II-273). Risultato? «Mi sono convinto della profondità del rancore della gente contro la classe dirigente il governo il clero a causa del grave stato di disagio in cui vive il mio popolo, delle ingiustizie sociali delle quali è vittima. Ho sentito quanto questo rancore fosse insormontabile ostacolo alla sua evangelizzazione». Iniziato nell’autunno ’47, del «volume dattiloscritto» consegnerà al cardinale Dalla Costa una copia aggiornata a fine aprile ’53. Lo porterà a termine tra alti e bassi a Barbiana. Nelle librerie arriva il mese di maggio ’58, battezzato Esperienze pastorali (EP) dal domenicano p. Colosio, con prefazione dell’arcivescovo di Camerino mons. D’Avack, nihil obstat del censore ufficiale p. Reginaldo Santilli, imprimatur del cardinale Dalla Costa. In ottobre più di cinquemila copie erano vendute e domande di traduzione erano giunte dalla Francia e dalla Spagna. «Su riviste cattoliche prende il via un dibattito pubblico sulla crisi della parrocchia che coinvolge autorevoli studiosi, tra i quali Arturo Carlo Jemolo e Carlo Bo, innescando negli ambienti ecclesiali più tradizionalisti un allarmismo che ne segnerà il destino» (cron. CVIII). Scrivono, tra tanti, Elémire Zolla, Ignazio Silone «Il suo scritto ci riguarda tutti, credenti, agnostici, atei», Luciano Branciardi: «Pagine di grande pregio letterario, libro intelligente, articolato, vivace, tenuto su da rigore evangelico insolito dalle nostre parti, rigore che ne costituisce l’ossatura, e forse anche il limite» (cron. CXI).


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In gennaio da Roma era giunto a Firenze mons. Ermenegildo Florit, col diritto di succedere un giorno al vecchio cardinale. In pubblico lodava EP («libro molto serio e interessante», Barbiana, metà giugno), in privato a Roma ordiva il «caso Milani» sperando che un rimprovero di imprudenza nel concedere l’imprimatur avrebbe indotto il cardinale ad anticipare la sua uscita di scena (introd. L). «Il caso» scoppierà in dicembre con l’ordine del s. Ufficio di ritirare dal commercio un libro raccomandato da un arcivescovo e con l’imprimatur di un cardinale! Il decreto contemplava pure il divieto di traduzione e di ristampa. Lo spot pubblicitario «ha portato don Milani alla ribalta nazionale. EP continuerà a circolare, a essere stampato e venduto» (cron. CXI). Un terzo ostacolo. Si rivelerà insormontabile. Don Lorenzo è a s. Donato l’anno successivo alle elezioni per la Costituente del 2 giugno ’46 (Democrazia cristiana (DC) 40%, sinistra 60%) e un anno prima delle elezioni politiche del 18 aprile ’48 che daranno alla DC la maggioranza assoluta in parlamento, grazie alla discesa in campo della Chiesa cattolica che ha imposto ai preti di predicare dai pulpiti l’obbligo in coscienza del voto «al partito che difende i valori di Dio, della Chiesa, della Famiglia cristiana». La Chiesa intensifica l’offensiva il 1 luglio 1949 con il decreto del s. Uffizio di Pio XII che scomunica chi vota comunista (esclusione dai sacramenti e dalla sepoltura religiosa). Per don Lorenzo la constatazione che «il governo si disinteressa delle fasce più deboli della società perpetrando le ataviche ingiustizie sociali che lui si trovava quotidianamente a dover combattere» (cron. XCII) e l’avere lui stesso contribuito al successo di quello stesso governo, gli toglieva la pace: «Quando nel ’48 è arrivato l’ordine di essere severi coi comunisti io l’ho obbedito. Mi sono lasciato odiare, abbandonare, disprezzare da tanti miei poveri figlioli. Non ho alzato un lamento contro il Papa perché sapevo che ha ragione». Affermazione, l’ultima, imposta dalla sua concezione di obbedienza nella Chiesa.

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«Sia per provenienza, sia per strettissima parentela, sia per conformazione mentale sono uno dei preti più qualificati per la comprensione e l’andare incontro ai lontani» (I-189). «Noi non possiamo essere comunisti, ma neanche possiamo guardare al comunismo come a un nemico da combattere e distruggere. Caso mai è un mondo da cristianizzare. (…) Il comunismo porta in sé i fondamentali errori ideologici che tutti sappiamo, ma porta, come ogni altro caso, anche un fondo di verità e di generosità, per esempio la preoccupazione del prossimo, l’amore per l’oppresso» (I-672). Analfabetismo e ingiustizie sociali predisponevano don Lorenzo «a uno scontro sempre più duro con dirigenti democristiani locali, la curia e parte dei suoi confratelli» (cron. XCIX). Scontava sulla sua pelle la quindicina d’anni che mancava al 9 aprile ’63, giorno della «Pacem in terris» di Giovanni XXIII: «…non si dovrà mai confondere l’errore con l’errante. Non si possono identificare le false dottrine con i movimenti storici a finalità economiche, sociali, culturali e politiche che sono stati originati da quelle dottrine e da esse hanno tratto o traggono tuttora ispirazione». Scriverà alla madre: «i cattolici siamo noi che abbiamo amato i comunisti e i lontani in genere, non quelli che li hanno combattuti» (II-926). Alle elezioni amministrative del ’51, don Milani dal pulpito si attiene al principio che «l’uomo genericamente cattolico perché battezzato ma non impegnato in una vita cattolica e probabilmente neanche cristiana» non fosse tenuto all’obbedienza del voto cattolico (I-1286). Ai cattolici praticanti suggerisce le preferenze ai candidati democristiani migliori, ignorando il gioco delle alleanze dei partiti. «Né il parroco don Pugi né lui erano al corrente che per sconfiggere le sinistre, dietro le quinte il cardinale Dalla Costa aveva appoggiato a livello locale accordi preelettorali tra DC e partiti laici». A s. Donato significava il voto cattolico a due noti massoni anticlericali (II-270), che denunciarono don Lorenzo alla Curia. Il cardinale intervenne diffidando don Lorenzo di predicare sull’argomento nelle domeniche successive (II201). Ubbidì e andò una settimana a Francoforte


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da amici, «forzata vacanza per distendere i nervi e l’anima». A s. Donato dalle urne uscirono 492 schede bianche (8,9%), quando mai avevano superato il 2,4% (II-271).

mente bene anche questa, quantunque giù al teatro fosse arrivata una compagnia di gambe e cosce a tutto spiano. Ma una quarantina di giovani han lasciato il varietà per arrampicarsi quassù a sorbirsi tre ore di lezione serrata» (II-141).

«In vista delle elezioni politiche del 7 giugno ’53, il 25 aprile il cardinale convoca don Milani in curia e il vicario generale Mario Tirapani ne approfitta per muovergli una serie di duri rilievi sul suo ministero a s. Donato» (cron. XCIX). Quattro giorni dopo don Lorenzo consegna all’interessato il «Pro Memoria per il cardinale», rintuzzando le accuse del vicario generale. «Intanto i dissapori con i dirigenti democristiani locali, con la curia, con gli esponenti dell’Azione cattolica e anche del partito comunista aumentano proprio durante la campagna elettorale per il suo atteggiamento di coerenza con i principi del Vangelo che lo spinge a non accettare compromessi» (cron. XCVII). «Nel ’53 al povero non restava nessun motivo razionale per votare DC. Gli restava solo un atto di fede e di obbedienza alla Chiesa. Si poteva forse chiedere a chiunque di compiere questa santa pazzia? (…) A quelli che credessero di compiere quella santa pazzia restava loro ancora il grave dovere di attenuarla, preferendo i sindacalisti al candidato della Azione Cattolica che era notoriamente un uomo per il quale un povero non poteva votare» (I-293).

«Ieri sera c’era Pannella. Don Pugi l’ha trovato ateo…! Io ho goduto profondamente del suo sacro ateismo. Un esempio: la pena di morte. Pannella ha detto con finissimo scrupolo (come piace a me in quell’ambiente): “Non credo di toccare un tasto religioso se dico che nessuno è padrone della propria vita, dato che nessuno se l’è data da sé”. Don Pugi ha commentato questo preambolo come “laico”, come se Pannella avesse temuto di rammentare Dio quasi per rispetto umano. Per me invece m’è parsa la quint’essenza del modo efficace di radicare concetti che sono soprannaturali anche se non portano le iniziali maiuscole» (II-144).

La Scuola Popolare «L’attività della scuola serale fiorisce, almeno per numero se non per qualità e profitto» (cron. XCIII). Sul volantino d’invito oltre all’istruzione «offre un diploma che è titolo di preferenza nei concorsi» (II139). Momenti particolari i venerdì sera, «destinati a serie di cicli dedicati a temi specifici» con docenti e ospiti attivi in disparati campi professionali. «Quest’anno la scuola è cominciata con un corso di diritto. La prima lezione è stata trionfale. Affollatissima di giovani dai 17 ai 30 anni dei più svariati colori, e appassionatissimi. La seconda lezione, sul diritto processuale andata magnifica-

Mario Gozzini aveva proposto «cristianesimo e marxismo». «Gli scolari sono circa 130. Il venerdì sera se ne raccoglie 40-50. C’è sempre il tipo nuovo che viene e scruta l’ambiente e con il quale bisogna pesare ogni gesto. E c’è il fedelissimo che in 6 anni ha raccolto 500 presenze e col quale si può dire la corbelleria più cattiva e più bestiale senza che perda minimamente la stima l’affetto e il desiderio di tornare e collaborare. Tutto questo per dirle che una lezione su cristianesimo e marxismo molte sere la piglierei volentieri, altre sere potrebbe farmi perdere un buon futuro amico che non perderei per tutto l’oro del mondo. Spero che lei non se ne sia preso a male e che abbia pazienza e voglia fare per noi la fatica di preparare un’altra lezione, ma il comunismo me lo riservo a me solo perché son di casa e conosco il luogo il momento e il muso dei ragazzi» (II-184). Mario Gozzini trattò l’esistenzialismo: «Forse l’argomento era fuori dei nostri interessi. Così i ragazzi non hanno afferrato la critica che l’esistenzialismo fa a un sistema di sistemi che ci sono tutti ignoti. Hanno avuto l’impressione che lei fosse preparatissimo sull’argomento, ma che non si fosse messo a tavolino per preparare parola per parola una lezione preparata per noi e per noi soli. Vorrei tanto che lei tornasse, non è possibile che lei si arrenda di fronte alla freddezza di 40 poveri figlioli».


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Partendo dalle lettere di invito e di ringraziamento è possibile ricostruire un elenco dei docenti e dei temi trattati. Anche l’Apologia di Socrate, con Alberto Parigi (II-276) rallegrò una serata. «I professori di liceo o università venuti a s. Donato a fare conferenze, l’hanno notato tutti: è un uditorio che nelle loro scuole non possono trovare, né formarsi, né sognare» (I-227). «Non posso dimenticarmi della scuola di s. Donato: tante volte ho pensato a quell’incontro. E mi piacerebbe tornare: ma sa che quella scuola mi fa più paura che l’università di Firenze? È un redde rationem più semplice ma molto più categorico: un professore può accorgersi improvvisamente di non sapere nulla, peggio ancora di non sapere perché lavora» (I-626). «La ringrazio d’avermi ringraziato del ringraziamento che ha letto negli occhi dei ragazzi durante la lezione» (II-788). «Non mi meraviglierei se ricevessi una cartolina di ringraziamento da te» (a Arturo Carlo Jemolo, II-784). Quattro anni dopo a un amico don Lorenzo scrive: «son tutti operai o contadini, son iscritti a partiti e sindacati vari. Alcuni vengono completamente dall’altra sponda, altri vengono dall’altra ancora (…) Di comune hanno un bel progresso che han fatto nel cercare di rispettare la persona dell’avversario, di capire che il male e il bene non son tutti da una parte, che non bisogna mai credere né ai comunisti né ai preti, che bisogna andare controcorrente e litigare con tutti, e poi il culto dell’onestà, della lealtà, della serenità, della generosità politica» (II-207). La scelta pastorale di dedicarsi soprattutto all’insegnamento della lingua italiana ai contadini e agli operai esulava dalla visione della Curia e di molti confratelli. Il vecchio parroco, pur con rispetto, aveva difficoltà a capire il motivo per cui don Lorenzo escludesse dalla scuola ore di insegnamento della religione. Nel «Pro memoria al Cardinale» don Lorenzo scrive: «Comunisti e democristiani han seduto per sei anni negli stessi banchi sotto l’influsso profondo di un prete che non ha fatto nulla per vincerli ma solo per convincerli. Così è per molti caduto il

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muro della divisione, per quasi tutti l’idolatria dei partiti e dei giornali, in tutti è cresciuta la stima per l’oggettività inattaccabile di quel prete. Mi si accusa di non avere in classe il Crocifisso e che in classe non parlo mai ex professo di religione. Prima di trovarci a che ridire bisognava esaminare con serenità gli scopi e i risultati. Il numero di giovani che frequentano i Sacramenti e il loro venirci da sé senza organizzazione né invito né occasione festiva o periodica, prova che l’influenza della scuola è stata profondamente religiosa anche senza quel contorno esteriore. Non esiste in parrocchia nessuna attività ricreativa non un ping pong non un pallone non un cine, non conversazioni fatue o spiritose eppure i giovani lasciano il cinematografo, il gioco, il riposo per frequentare la nostra scuola. Da che dipende?». La novità delle sue scelte pastorali gli creava il bisogno di un riconoscimento di ortodossia e obbedienza da parte dell’autorità ecclesiastica. Necessità imposta dalla sua visione di Chiesa (su questo si tornerà). Ci sperava con il «Promemoria al Cardinale», gioiellino del perfetto procedere maieutico all’insegna del principio che i fatti parlano e «contra factum non stat argumentum». «La cresciuta stima per l’inattaccabile oggettività del maestro» è annunciata dal «numero di allievi della Scuola Popolare che frequentano i Sacramenti», impreziosita dal loro «venirci da sé, senza organizzazione o invito o occasione festiva o periodica», comprovando la «profonda religiosità» della Scuola popolare di s. Donato. Al punto che «l’assenza del crocifisso nell’aula e di ogni discorso ex professo di religione» paradossalmente genera una religiosità di qualità superiore. Da che dipende? Quanti preti, vescovi, cardinali potevano (e possono) vantare tale risultato? A s. Donato «prima che ci fosse la Scuola Popolare non mancava soltanto la lingua, mancavano gli interessi degni di un uomo. L’una e gli altri si son potuti creare solo con la scuola. E perciò la scuola mi è sacra come un ottavo Sacramento. Da lei mi attendo (e forse ho già in mano) la chiave, non della conversione, perché questa è segreto di Dio, ma certo dell’evangelizzazione di questo popolo» (I-226).


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Nell’autunno ’58, soffiando sul fuoco dell’auspicata condanna di EP, mons. Florit al segretario del s. Uffizio scrive: «In genere nel volume si sono riscontrate alcune doti, ma anche una buona dose di esagerazioni e di approssimazioni, in aggiunta al radicale “pelagianesimo” che fa della scuola popolare quasi un sacramento» (I-626). Ottavo sacramento, la Scuola popolare per don Milani «è la pupilla destra del mio occhio destro» (II-207), «l’opera in cui ho posto più speranza» (II177), perché «la parola è la chiave fatata che apre ogni porta» (I-1012). «Solo la lingua fa eguali. Eguale è chi sa esprimersi e intende l’espressione altrui. Che sia ricco o povero importa meno. Basta che parli» (I-761). Conseguenza dell’inferiorità culturale è che «la quasi totalità degli anziani e l’88% dei giovani di s. Donato è intellettualmente alla mercé di chi abbia fatto anche una sola classe oltre le elementari». A predicatori, politici e conferenzieri «prima di aprire bocca davanti a un uditorio così inerme occorre un lungo scrupoloso esame di coscienza, un rispetto delicato, sofferente, umiliato dall’immeritato strapotere. Chi mai ha parlato al nostro popolo in questo stato d’animo?» (I-205). «La poca istruzione è in se stessa ostacolo all’istruirsi». Sul conto della «mancanza di istruzione civile», compito dello Stato, don Lorenzo addebita anche «i comportamenti di incoerenza: comunisti che vanno in chiesa, cattolici che votano comunisti, cristiani che non cercano la Grazia di Dio se non per le feste, oltre che l’ignoranza religiosa» (I-209). Tornando all’«oggettività inattaccabile del maestro», si direbbe che don Lorenzo i corollari lo divertissero: «coi ragazzi che da sei anni frequentano ogni sera la nostra scuola io posso benissimo permettermi di dire le cose più sporche e eretiche perché la conoscenza fatta in sei anni della mia fede e ortodossia, non si disfa in una sera. Chi mi ha conosciuto cattolico in anni di così profonda convivenza intellettuale e morale qual è la scuola se mi vede eliminare un crocifisso non mi darà mai dell’eretico, ma si porrà piuttosto la domanda affettuosa del come questo

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atto debba essere cattolicissimamente interpretato cattolico, dato che da un cattolico è posto. Da che dipende?» (II-277). Anche i difetti diventavano virtù: «io non splendo di santità. E neanche sono un prete simpatico. Ho anzi tutto quello che occorre per allontanare la gente. Anche nel fare scuola sono pignolo, intollerante, spietato. Non ho retto i giovani con doni speciali di attrazione» (I-270). Di Alessandro, allievo, svogliato apprendista tipografo, scrive: «l’ho portato al diploma commerciale tutto a furia di urlacci legnate e un calamaio in capo» (II-282). «Io al mio popolo ho tolto la pace. Non ho seminato che contrasti, discussioni, contrapposti schieramenti di pensiero. Mi sono attirato contro un mucchio d’odio, ma non si può negare che tutto questo ha elevato il livello degli argomenti di conversazione e di passione del mio popolo» (I-163). «La scuola di s. Donato non ha mai insegnato a amare, ma solo a conoscere, a giudicare cose e persone, a criticare, a fare polemica. Ho sempre affrontato le anime e le situazioni con la durezza che si addice al maestro. Non ho avuto né educazione, né riguardo, né tatto». All’amico Enrico Bartoletti, fatto vescovo di Lucca per disperdere il gruppo di La Pira che a Firenze programmava la giunta comunale coi comunisti, scrive: «il primo augurio è che lo Spirito Santo le dia un po’ di sfacciataggine e di maleducazione. Le insegni insomma a dire la verità senza preoccupazioni di carità, di pietà, di prudenza, di edificazione» (II-542). «E non mi si chieda di mettere i guanti dell’educazione, della prudenza, della carità, queste tre virtù ancora non le ho» (II-261). «Non misuro molto le parole, non calcolo cosa convenga dire o tacere» (II-276). «Se elimino un crocefisso vuol dire che fa parte di un preciso programma: ottenere la fiducia dei ragazzi e del popolo» (II-277). Da che dipende? «La mia scuola è assolutamente aconfessionale come quella di un liberalaccio miscredente» (II717). «Anche un buon comunista può uscire dalla mia scuola» (I-1175). «In sette anni di scuola popolare non ho mai giudicato che ci fosse bisogno di farci anche dottrina. E neanche mi sono mai


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preoccupato di far discorsi particolarmente pii o edificanti. Ho badato solo a non dire stupidaggini, a non lasciarle dire e a non perdere tempo… poi ho badato a essere io come avrei voluto che diventassero loro. A avere io un pensiero impregnato di religione» (I-265). Scuola confessionale avrebbe significato ridurre il numero di allievi, prospettiva impensabile per lui che «per tutto l’oro del mondo non intendeva perderne nemmeno uno». All’«inattaccabile oggettività» di don Milani ha contribuito l’interpretazione della scuola come «profonda convivenza intellettuale e morale» nutrita dalla straordinaria intensità della sua dedizione. «Non tutti i parroci fanno della scuola l’unica attività. Questo è possibile perché a Barbiana ci sono ottanta anime e quindi c’è tempo anche di far scuola dalla mattina alla sera. (…) Ho l’incarico di predicare il Vangelo. Predicarlo in greco non si può perché non intendono. Sicché bisogna predicarlo in italiano, ma i miei parrocchiani l’italiano non l’intendono. Trovo l’ostacolo della lingua e alla lingua mi dedico. Considerando lingua tutti i problemi della scuola. (…) L’assessore venne da me tempo fa e trovò i ragazzi a scuola alle sei di sera. Sono 25 ragazzi dai 10 ai 16 anni. Si mise a sedere, si chiacchierò di seri problemi come si usa fare e i ragazzi stettero impassibili ad ascoltare i seri problemi. Si fece le otto. I ragazzi non davano segni di stanchezza. Sono ragazzi estremamente seri, estremamente studiosi. Alle sei di sera erano già dieci ore che erano a scuola e faccio fatica a non farli tornare la sera dopo cena. Facciamo scuola dall’otto del mattino all’otto di sera, con una breve interruzione per mangiare. Solo chi sta abbastanza vicino va a casa di corsa e poi torna, gli altri mangiano qui. Praticamente undici, dodici ore di scuola. I giorni della settimana sono sette da noi. I giorni dell’anno sono 365. Negli anni bisestili sono 366. Non si fa vacanza. Mai, per nessun motivo, né a Pasqua né a Natale. La domenica c’è la differenza che si va a messa. In conclusione un vostro anno scolastico è di 207 giorni con 724 ore. Tre mesi nostri d’estate sono mille ore, un po’ più di un vostro anno scolastico. E a settembre

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quando si presentano all’esame di quinta, oltre a far l’esame leggono correntemente il francese perché gli faccio sentire dischi di francese tutte le ore libere. Poi c’è la lunga strada che fanno per venire. Vanno a casa con la pila, col lanternino a petrolio. Quelli più lontani si sono dedicati a un’altra attività: tutte le sere dopo cena fanno scuola ai loro genitori. Ad aprile faremo un solenne esame generale di tutti i genitori. Si dà a tutti il diploma di quinta. Non l’ha nessuno nel mio popolo. In massa educati dai loro figlioli dopo cena. Tutto questo interamente senza gioco, senza ricreazione, senza vacanze, senza nessun interesse di quelli che usano in città, come potrebbe essere lo sport. Nessuna ricreazione di quelle che intendete voi» (I-1162). Quanto ai «modi bruschi» di don Lorenzo ci si potrebbe chiedere che cosa lui, così facendo, volesse evitare. Aprire ambigui varchi all’affettività? I modi bruschi per natura tengono a debita distanza l’affettivo soggettivo. Dell’«insegnante di greco molto odiato ma i cui allievi imparano il greco bene», don Lorenzo si limita a prendere atto che «la funzione del professore è di insegnare il greco, non d’essere amato…». «Se mi domandate perché faccio scuola, la risposta è perché voglio bene a questi ragazzi, è una cosa affettiva, naturalissima. (…) Alla fine è successa questa disgrazia d’innamorarmi di loro ed ora mi sta a cuore tutto quello che sta a cuore a loro, tutto quello che per loro è bene» (I-1160). «Conoscere i ragazzi dei poveri e amare la politica è un tutt’uno» (I-759). Politica era impegnare tutte le sue energie fino alla fine, gli ultimi anni resi più fragili dalla malattia. «Non sono contento se la mia vita non ha ogni attimo la stessa intensità» (II-135). Dal contesto emerge l’idea che la riconoscenza valorizzata da don Lorenzo fosse l’impegno dei ragazzi a conquistare la padronanza della parola. La sua fierezza era poter dire «…i ragazzi quassù sono eccezionalmente preparati a riportare ogni singolo problema ai suoi primi principi e a porsi talvolta gli ultimi perché del mondo e dell’uomo» (II-286). Il loro orgoglio nel prendere atto dei progressi in ordine al diventare Uomo con la u maiuscola, era il grazie gradito.


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La scrittura al servizio della lotta alle ingiustizie sociali La dedizione ai poveri impegnava don Milani nell’assistenza ai malati, ai moribondi (notti intere), a occuparsi delle necessità quotidiane della gente come ricerca di un lavoro, lo stato delle case, dell’acqua, della luce… Ha promosso la costruzione di una chiesetta a Chiusa, frazione di Calenzano, di una casa per la vedova di Libero, operaio comunista morto sul lavoro alla fine di agosto del ’54, con la vendita di mattoni dopo la messa domenicale e partecipando direttamente ai lavori come manovale (cron CII). Ma nella lotta sociale in difesa dei poveri don Milani ha investito con immenso profitto soprattutto il genio della sua scrittura. «Quando mi è riuscito scriver un articolino non ci ho mai messo meno di sei mesi. Conosco la mia intemperanza e imprecisione di linguaggio e non voglio stampare parole di cui non abbia lungamente studiate le possibilità di malinteso» (II-253). Di proprio pugno ha scritto e firmato soltanto EP, «non un atto di amore ma di pensiero» (II 665). Gli altri scritti sono esercizi di scrittura con gli allievi sotto la sua direzione: sei «Lettere a…»; sei articoli pubblicati da riviste o giornali; le lettere private (1365 pagine del volume II dei Meridiani Mondadori); altri cinque testi salvati grazie a registrazione: «Intervento al Comune di Calenzano in occasione dell’istituzione di un doposcuola comunale», «Incontro con i direttori didattici», «Lezione a un gruppo di ragazze», «Chiesa santità obbedienza», «Strumenti e condizionamenti dell’informazione». ***

«Esperienze pastorali», 1948-1958, I 43-520 Nei «Meridiani Mondadori» il libro occupa quasi cinquecento pagine. Sette anni dopo scriverà: «Il mio libro fece molto rumore quando uscì nel ’58. Poi è stato sorpassato a sinistra da un Papa! Quale umiliazione per un profeta! Lo considero perciò superatissimo. Resta come un documento per chi fosse curioso della storia della pratica pastorale. Ci sono alcuni capitoli che forse sono ancora importanti, per es. quello sulla ricreazione e le due lettere aperte che sono in appendice» («a un predicatore» e «a don Piero»: n.d.r.) (II-1057). Il primo capitolo delinea un quadro della teologia teorica e pratica «pre-conciliare» e della quale soltanto cattolici della quarta età oggi conservano un vago ricordo. I paragrafi riguardano: catechismo, eucaristia, atteggiamento dei fedeli in chiesa, prima comunione («tra lussi e spese inutili che non hanno più limiti, uno sfacelo»); comunione (ingessata alla confessione: ci si confessa per fare la comunione, che con la messa… non ha a che vedere; assente il concetto Cena del Signore); numero delle comunioni, Pasqua, feste (patronali, quarantore), battesimi, fidanzamento, età degli sposi, spese per lo sposalizio, olio santo e la morte. Conclude con «le tendenze dei preti di s. Donato a dare un giudizio sulla fede del loro popolo e sulla natura del comunismo». Don Pugi «pur condividendo molte pessimistiche constatazioni, non si rassegna a credere che “la religione delle feste” sia ormai vuota di ogni valore religioso: “qualcosa si attacca sempre”, né si rassegna a credere che “i lontani” abbiano perso del tutto la fede: “un’Ave Maria la sera o sotto i bombardamenti la dicono ancora tutti”». È convinto che «il comunismo sia il portatore di tutti i mali e la principale causa dell’allontanamento del popolo dalla chiesa». Don Lorenzo «è portato a considerare l’attuale situazione un ateismo ormai quasi completo e già da generazioni. (…) Considera il facile diffondersi del comunismo (ateo) non la causa ma la conseguenza di un materialismo che da generazioni era già ben radicato anche sotto forme religiose (e


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forse tra il clero stesso). L’andare alla Chiesa era l’atto più “mondano” o sociale della vita. In questo quadro trovano piena giustificazione umana le feste religiose e particolarmente quelle con solennità speciali che attiravano la gioventù di parrocchie più lontane assicurando lo scambio di fidanzate senza del quale la razza sarebbe degenerata nel giro di poche generazioni». Don Milani considera «le feste religiose, nelle attuali circostanze e per il bagaglio di incoerenze che si trascinano dietro in modo ormai inscindibile, uno degli elementi che hanno positivamente contribuito al diffondersi del comunismo». Secondo capitolo, un trattato di quaranta pagine contro la ricreazione «eresia del secolo». Critico con i centri parrocchiali di divertimento per la gioventù (bar, TV, film, sale per giocare a carte, biliardo, sport attivi e passivi), fiorenti in quegli anni in concorrenza con le «Case del Popolo» del PCI. Don Lorenzo si attirerà l’ostilità di ambo le parti. «Espongo il mio pensiero per quello che vale e lo giustifico solo raccontandone la storia. Per qualche mese scuola e ricreazione vissero una a fianco all’altra. Poi la scuola prese il sopravvento. Dopo due anni, della ricreazione non era restato che un po’ di ping-pong e un po’ di chiasso che comparivano in qualche ritaglio di tempo della scuola. Ma la situazione andava diventando insostenibile. Da un lato avevo i giovani che ricchi di un par di anni di scuola disdegnavano ormai chiasso e gioco. Volevano che innanzi e dopo scuola io reggessi il silenzio più assoluto oppure la discussione ferocemente accentrata. Ne volevano approfittare per mettere a pulito qualche appunto, per consultare qualche libro e soprattutto per godersi queste interminabili discussioni con me, col maestro o coi conferenzieri, richieste vicine al mio personale modo di essere e di pensare. Ma dall’altro lato avevo i giovani appena arrivati oppure più leggeri per costituzione o educazione. Per loro, poveri di vocaboli e poco abituati al pensiero, già la scuola rappresentava uno sforzo mentale estenuante. Figurarsi le discussioni dopo scuola! Chiedevano perciò qualche forma di sol-

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lievo. Inoltre su di loro, che non avevano ancora potuto gustare le gioie intrinseche della cultura e del pensiero, le attrazioni del mondo esercitavano ancora una notevole tentazione. Io ero combattuto tra la paura di sdegnare questi poveretti e l’intima convinzione che dovevo schierarmi con gli altri perché avevano più ragione. Al terz’anno la situazione precipitò. In una memorabile scenata gli arnesi del ping-pong (ricomprati nuovi da alcuni giovani) volarono in fondo al pozzo. Il dado era stato tratto, ma in un momento di eccitazione e molto prima che io fossi convinto che fosse bene trarlo. I giovani danneggiati se ne andarono. La scuola parve vacillare. Nell’anno 1951-52 non ci fu vera scuola perché stetti malato. Quando ripresi scuola nel 1952-53 avevo ormai superato ogni interiore esitazione: la scuola era il bene della classe operaia, la ricreazione era la rovina della classe operaia. Con le buone o con le cattive bisognava dunque che tutti i giovani operai capissero questo contrasto e si schierassero dalla parte giusta. Mi perfezionai allora nell’arte di far scoprire ai giovani le gioie intrinseche della cultura e del pensiero e smisi di far la corte ai giovani che non venivano. Non perdevo anzi occasione di umiliarli o offenderli». Porta a esempio il giovane al bar, intento «a arrabattarsi coll’elenco telefonico. Se mi chiedeva di aiutarlo io alzavo la voce. Se avessi avuto a fare io la figura che hai fatto te ora, di doverti raccomandare a un prete, te operaio, sarei stato a’ patti di non mangiare e non dormire e di non conoscere domeniche né ferie finché non l’avessi sfangata da me. Gli operai come te sono proprio come li vogliono i signori. Non lo vedi che organizzano il Giro d’Italia e il cine per imbambolarti e tenerti lontano dalla scuola e dal sindacato? Ma loro la Gazzetta non la leggono e badano a star dietro al loro sindacato e a mandare i loro figli all’università e poi ridono alle tue spalle… E via di seguito per un’ora finché l’avevo fatto verde» (I-143). Per don Lorenzo la credenza che la ricreazione sia una necessità fisiologica «deve essere nata tra educatori che avevano dinanzi agli occhi studenti, e poi supinamente trasferita sugli operai. Trasferimento non valido. Se dopo ore di lavoro intellettuale lo studente ha bisogno di esercizio fisico,


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dopo ore di esercizio fisico l’operaio ha bisogno di ricrearsi con un po’ di lavoro intellettuale. Di ritornare un po’ uomo con lo studio e non di conservarsi con una sterile ricreazione quella bestia che è diventato col lavoro fisico» (I-149). Alla Scuola popolare di s. Donato e a Barbiana «ricreazione» era l’ascoltare e il riascoltare dischi di lingue straniere: francese, tedesco, inglese, arabo e partire all’estero a perfezionare l’apprendimento delle lingue e imparare ad arrangiarsi. «Michele Gesualdi, 17 anni, (portato a Barbiana col fratello minore Francuccio nel ’56 da don Ezio Palombo, orfani adottati da don Lorenzo e da Eda) parte per Stoccarda per lavorare come meccanico alla Mercedes». L’8 luglio ’61 don Lorenzo accompagna i primi sei ragazzi della sua scuola a Francoforte, dove imparano la tecnica dei mosaici di vetro. Tornati decoreranno le vetrate della chiesa di Barbiana. Nasce la vetrata dedicata al «santo scolaro» (cron. CXIII). «Un ragazzo lavora in Inghilterra, due lo raggiungeranno tra pochi giorni. Uno parte per la Francia, questa volta con regolare contratto di lavoro. Francuccio parla ormai correntemente l’arabo, ma non è riuscito a trovare un solo paese arabo che lo accetti a un qualsiasi titolo, parla bene francese e inglese. Se non sfonda nemmeno lì, partirà per l’Inghilterra dove ha già un contratto di lavoro e si perfezionerà in inglese. Ha 15 anni ma è piccino di statura e nessuno lo prende sul serio come meriterebbe. Accidenti alla mia scuola, che matura i ragazzi prima del credibile» (II-1985). Qualche tempo dopo, «grazie a contatti per la sua partenza avviati tramite i Padri Bianchi», Francuccio passerà due mesi in Algeria, Tunisia e Libia «dove lavorerà come manovale e saldatore perfezionando ulteriormente l’apprendimento dell’arabo». Nel ’66 in Inghilterra «l’11 settembre va anche Carla Carotti, accompagnata nel viaggio dal fratello Luciano… così la prima bambina barbianese di 15 anni avrà finalmente la parità coi maschi» (cron. CXXVI). «Il più grandicello dei miei ragazzi ha 17 anni, ora è in Germania, vibra dalla mattina alla sera,

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quel povero figliolo, di passione a vedere i calabresi, in Germania, in che condizioni sono. Vibra di passione missionaria per loro. Dedica tutte le sue nottate a far scuola ai suoi vicini di letto, ad aiutarli a imparare un po’ d’italiano e un po’ di tedesco. Vibra di questa passione e si allontana da tutti i vizi, da tutte le bassezze della vita moderna. Fa una vita da monaco anche a Stoccarda» (I-1182). Terzo capitolo l’istruzione civile: l’inferiorità culturale, la cultura del prete, il classismo, la Scuola popolare di s. Donato con numero e provenienza degli alunni. Da non perdere la conclusione: «Sono debitore». «Io ho insegnato loro a esprimersi, loro mi hanno insegnato a vivere. Sono loro che mi hanno avviato a pensare le cose che sono scritte in questo libro. Sui libri della scuola non le avevo trovate. Le ho imparate mentre scrivevo e le ho scritte perché loro me le avevano messe nel cuore. Son loro che hanno fatto di me quel prete dal quale vanno volentieri a scuola, del quale si fidano più dei loro capi politici e per il quale fanno qualsiasi sacrificio, dal quale si confessano a ogni peccato senza aspettare che sia festa. Io non ero così e perciò non potrò mai dimenticare quel che ho avuto da loro. Non vedremo sbocciare dei santi finché non ci saremo costruiti dei giovani che vibrino di dolore all’ingiustizia sociale» (I-262). «Io non splendo di santità e neanche sono un prete simpatico. Ho tutto quello che occorre per allontanare la gente. Sono stato solo furbo. Ho saputo toccare il tasto che ha fatto scattare i loro più intimi doni. Ho toccato il loro amor proprio, la loro naturale generosità, l’ansia sociale che è nell’aria e quindi nel fondo del loro cuore, l’istinto di ribellione all’uomo, di affermazione della sua dignità di servo di Dio. Li stimavo sopra ogni cosa, vedevo splendere su di loro e sulla loro classe, come tale, una vocazione storica di classe guida, ho disprezzato le loro passioni, li ho armati dell’arma del pensiero e della parola, li ho avviati incontro ai pericoli dell’officina più capaci di tutti, secondi a nessuno per parola, per coerenza, per ardire sindacale sociale e politico, per combattività» (I-271).


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«Spesso gli amici mi chiedono come faccio a far scuola e come faccio a averla piena. Insistono perché io scriva per loro un metodo, che io precisi i programmi, le materie, la tecnica didattica. Sbagliano la domanda, non dovrebbero preoccuparsi di come bisogna fare per fare scuola, ma solo di come bisogna essere per poter far scuola». «Bisogna essere… non si può spiegare in due parole… bisogna avere le idee chiare in fatto di problemi sociali e politici. Non bisogna essere interclassisti, ma schierati. Bisogna ardere dell’ansia di elevare il povero a un livello superiore a quello dell’attuale classe dirigente: più da uomo, più spirituale, più cristiano, più tutto. (…) Da un prete così son disposti a accettare di tutto: divisioni a tre cifre, verbi, dettato, storia, politica, teologia, scenate, malumore. Tutte le materie son buone e tutti i modi di proporle son boni» (I-267). Quarto capitolo: «Indirizzo politico». Quinto capitolo, compilato a Barbiana sulle «15 ragioni dell’esodo». «Nel 1935 il mio popolo contava 230 anime, ora ne conta 124, su 25 case ce n’è 7 vuote» (I1007). «…Vorrei far capire al lettore quale somma di valori si disperdano in un continuo girovagare… un bambino che ha fatto la quinta in montagna non può sedere in città neanche a un banco di terza…». «È con angoscia che vediamo partire i nostri infelici figlioli verso la città dove sappiamo che i metodi di evangelizzazione sono ancora più arretrati che qui e dove la separazione del sacerdote dall’ambiente operaio è totale». Sesto capitolo: le case, coabitazioni, convivenze, camere e numero delle persone che vi dormono, letti e quanti vi dormono, acqua corrente, luce elettrica, case degli operai, case dei contadini… Settimo capitolo: il lavoro: categorie di occupati e di disoccupati, invalidi; disoccupati e collocamento, disoccupati che non compaiono nelle liste; il collocamento di fatto, intercessione dell’amante, bustarella, raccomandazione del prete, problemi del sacerdote. «A 13 anni dalla liberazione e a 8 dalla legge sulle assunzioni manca ancora il decreto, per cui

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l’assunzione avviene ancora nella più assoluta anarchia (libertà padronale) codificata da quattro decreti fascisti. Siccome i cattolici avevano nel ’48 e ancora per 4 anni seguenti la maggioranza assoluta (da soli il 53,5% alla Camera e il 55,2% al Senato), non si capisce su chi potranno riversare la responsabilità dell’infedeltà alla causa dei poveri e della parola data». Conclusione. A questo punto si è pensato di anticipare al lettore la descrizione della «tecnica di scrittura di gruppo per creare opere d’arte, praticata dalla scuola di Barbiana» così com’è presentata nella «Lettera a una professoressa» (LP). Scoprire le tracce di quella tecnica nei testi offerti a lettura potrà accrescere l’aspetto ludico della lettura. «Noi per prima cosa ognuno tiene in tasca un notes. Ogni volta che viene un’idea ne prende appunto. Ogni idea su un foglietto separato e scritto da una sola parte. Un giorno si mettono insieme tutti i foglietti su un grande tavolo. Si passano a uno a uno per scartare i doppioni. Poi si riuniscono i foglietti imparentati in grandi monti e son capitoli. Ogni capitolo si divide in monticini e son paragrafi. Ora si prova a dare un nome a ogni paragrafo. Se non si riesce vuol dire che non contiene nulla o che contiene troppe cose. Qualche paragrafo sparisce. Qualcuno diventa due. Coi nomi dei paragrafi si discute l’ordine logico finché nasce uno schema. Con la schema si riordinano i monticini. Si prede il primo monticino, si stendono sul tavolo i suoi foglietti e se ne trova l’ordine. Ora si butta giù il testo come viene viene. Si ciclostila per averlo davanti uguale. Poi forbici, colla e matite colorate. Si butta tutto all’aria. Si aggiungono foglietti nuovi. Si ciclostila un’altra volta. Comincia la gara a chi scopre parole da levare, aggettivi di troppo, ripetizioni, bugie, parole difficili, frasi troppo lunghe, due concetti in una frase sola. Si chiama un estraneo dopo l’altro. Si bada che non siano stati troppo a scuola. Gli si fa leggere ad alta voce. Si guarda se hanno inteso quello che volevamo dire. Si accettano i loro consigli purché siano per la chiarezza. Si rifiutano consigli di prudenza. Dopo che s’è fatta tutta questa fatica, seguendo


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regole che valgono per tutti, si trova sempre l’intellettuale cretino che sentenzia: “Questa lettera ha uno stile personalissimo”. Dite piuttosto che non sapete che cosa è l’arte. L’arte è il contrario di pigrizia» (I-785-786). Che cosa don Lorenzo intendesse con «l’arte è il contrario della pigrizia» lo spiega nella penultima lettera che scriverà il 7 aprile ’67 indirizzata al giornalista Giorgio Pecorini. «Resta il problema che per me è fondamentale. Io sono in pessime condizioni. Non solo sono a letto da un anno, ma da mesi sono disteso orizzontale e dormicchiante. Mi occorre che un giornale o due diano per scontato che Lettera a una professoressa è un lavoro dei ragazzi. Che è un modo nuovo di scrivere e che è l’unico vero e serio. Quello che sembra stile personalissimo di don Milani è solo lo stare per mesi su una frase sola, togliendo via via tutto quello che si può togliere. Tutti sanno scrivere così purché lo vogliano. È solo un problema di non pigrizia… Quello che ti dico è vero, cioè che il lavoro è tutto dei ragazzi salvo la mia regia (ma regia di povero moribondo). Voglio morire con la gioia che qualcuno ha capito che per scrivere non occorre né genio né personalità perché ci sono regole oggettive che valgono per tutti e per sempre e l’opera è tanto più arte quanto più le segue e s’avvicina al vero. Così la classe operaia saprà scrivere meglio di quella borghese. È per questo che io ho speso la mia vita e non per farmi incensare dai borghesi come uno di loro» (II-1363).

«Franco, perdonaci tutti: comunisti, industriali, preti», 1949, I 991-992 L’articolo, firmato «prete fiorentino», è apparso su «Adesso», la rivista di don Primo Mazzolari, che ha dettato il titolo. «Il mio Franco è di nuovo disoccupato. Mi ha chiesto di accompagnarlo su e giù per le scale degli industriali per cercargli un altro lavoro. Le raccomandazioni sono una cosa giusta o ingiusta? Che ne so io? Ma che dovevo dirgli di no al mio Franco disoccupato? Come s’aprono facilmente ai preti oggi le porte degli uffici. Che è bello questo?

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Che lo so io? Ma che dovevo dir di no quando il mio Franco è disoccupato?». «Ero stato praticamente assunto»: «Se me lo presenta lei, reverendo, non sarà comunista». «In casa mia siamo tutti comunisti». «Ci rivediamo» disse, ma non l’ho più sentito. Sull’ascensore Franco si aspettava «che don Lorenzo mi facesse una rospata…» (I-1036).

«A Pipetta», 1950, II 147-148 Italo Bianchi, destinatario della lettera, allievo alla Scuola Popolare e attivista del PCI venne a conoscenza della lettera soltanto nel 1970. Don Lorenzo spiega le ragioni profonde del suo mettersi dalla parte dei poveri: non può accettare che la DC, e con essa la Chiesa, si sia schierata con i ricchi e con i loro interessi (II-149). «Ogni volta che ci incontriamo tu mi dici che se tutti i preti fossero come me, allora… Lo dici perché tra noi due ci siamo sempre intesi anche se tu della scomunica te ne freghi e se dei miei fratelli preti ne faresti volentieri polpette. Tu dici che ci siamo intesi perché t’ho dato ragione mille volte in mille tue ragioni. Ma dimmi Pipetta, m’hai inteso davvero? È un caso, sai, che tu mi trovi a lottare con te contro i signori. È la storia che mi si è buttata contro, è il 18 aprile ’48 che ha guastato tutto, è stato il vincere la mia grande sconfitta. Ora che il ricco t’ha vinto col mio aiuto, mi tocca dirti che hai ragione, mi tocca scendere accanto a te a combattere il ricco. Ma non me lo dire per questo, Pipetta, ch’io sono l’unico prete a posto. Tu credi di farmi piacere. E invece strofini sale sulla mia ferita. E se la storia non mi si fosse buttata contro, se il 18… non m’avresti mai veduto scendere là in basso a combattere i ricchi. Hai ragione, sì, hai ragione, tra te e i ricchi sarai sempre te povero a avere ragione (…) Ma quando tu non avrai più fame né sete, ricordatene Pipetta, quel giorno io ti tradirò».


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«Per loro non c’era posto», 1950, I 991-999 Pubblicato su «Adesso» per Natale. «Il signor Celso aveva tre grandi ville, viveva in una nazione povera dove 8 figli su 10 conoscono da piccoli tutta la vita coniugale… Dopo la guerra due ville erano vuote, nella terza i poveri vivevano senza permesso. Dopo il 18 aprile 1948 il sogno di Fanfani: una casa per tutti, ma sul tavolo del sindaco 80 domande per una casa e ogni anno nascono 500.000 nuovi bambini in più dei morti». Il signor Celso sfratterà i poveri. «Domenica ho parlato, la chiesa era gremita. Ho elencato i grandi diritti dell’uomo: vita, casa, lavoro. Della proprietà ho detto che è diritto solo quando è garanzia di quei diritti, è delitto quando li viola. Ho cercato invano un cenno di consenso in qualcheduno. C’era un silenzio di tomba. Ho visto dei volti duri, come se li avessi offesi. Ho forse sbagliato Chiesa, Signore? Non avere casa è peggio che non avere pane». Don Milani radicalizzerà la riflessione: diventerà l’istruzione il bene più prezioso, più prezioso della casa e del pane.

«Lettera aperta a un predicatore», 1951, I 297-308 Un domenicano, Tito Centi, invitato a s. Donato a predicare e confessare. «Padre, vedo che c’è divergenza tra il suo modo e il mio modo di confessare. M’han detto che una sposa è stata vista uscire dal suo confessionale e rientrare nel mio… d’un’altra è venuto il marito a leticare. Ho saputo da lei che nega l’assoluzione a certi consuetudinari e recidivi… da noi questo non si fa». Cita «un appunto preso durante la lezione di morale in seminario sul capitolo consuetudinari e recidivi: grande questione inutile, si assolve chi è disposto e non si assolve chi non è disposto». Ricorda la domanda posta dagli studenti al professore di morale, confessore del Cardinale: «Lei, in cinquant’anni, quante assoluzioni avrà negato?». Sorrise. «Io ho guardato sempre di disporre il penitente all’assoluzione». A p. Centi: «Non venga lei da fuori, maldestro

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incauto, a buio nel vivaio degli altri, a trapiantare piantine che non ha piantato». Assoluzione negata anche a un ragazzo, Giordano, per essersi rifiutato di stracciare la tessera del partito. «Don Lorenzo dice che al babbo bisogna dargli retta anche se bestemmia… non pensavo che la religione c’entrasse col partito». «E dal pulpito lei, Padre, tuonava: “…quei messeri!”. Per lei quei messeri parevano mostri con le zanne. Per Giordano erano il sorriso patito e tanto caro del babbo, erano i musi neri dei compagni di officina, erano le loro parole di eguaglianza, casa per tutti, lavoro per tutti, cose belle e buone mischiate a tanto male, ma sempre belle e buone. E lei dal pulpito seguitava a buttarmelo fuori di chiesa a pedate».

«Lettera a don Piero», 1953, I 485-518 Il giorno dell’ordinazione di don Piero a presbitero, don Lorenzo ha inviato «due giovani a baciarti le mani. Però sia la prima e l’ultima volta. Da oggi sarai tu a baciarle ai disoccupati, ai poveri, agli ultimi della società» (I-248). Racconta la storia di Mauro, allievo della scuola, che «a 12 anni iniziò a lavorare perché il padre si trovò disoccupato e il peso della famiglia passò sopra le spalle del ragazzo». Ha offerto a don Lorenzo un esempio per illustrare ai sordi che non volevano capire il prezzo pagato dalla Chiesa per la sua discesa nell’arena politica accanto a un partito. Sul testo ha lavorato otto mesi, consultando i dati riguardanti le condizioni di lavoro degli operai in Toscana dopo una legislatura di maggioranza assoluta della DC, a cominciare dallo sfruttamento del lavoro minorile. Mauro «a 13 anni due turni di 12 ore, una settimana di notte e una di giorno, a cottimo, senza essere assicurato (non ne avrebbe avuto l’età)». Senza carte in regola «quella gente non esiste, è schiava, senza diritti. A Prato le leggi sono violate ogni giorno in 1200 stanzoni e 4500 telai, sotto gli occhi di tutori dell’ordine che non sentono quel canto disperato delle macchine che chiamano, che urlano, che accusano».


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A furia di fare 12 ore a cottimo, «Mauro s’era ridotto da far spavento». Don Lorenzo lo aiutò a cambiar lavoro. Al Baffi «dissi solo che aveva il padre malato, che lavorava dai terzi senza libretto, che così non poteva andare, che col libretto tirerebbe gli assegni e le medicine e ogni cosa». M’interruppe: «Padre, qui c’è una legge sola: il bene dell’azienda, che è anche il bene di tutti. Il ragazzo è in prova. Ma gli dica che non ammetto sciopero. Al primo sciopero vola. A me piace l’ordine, la disciplina. Son sicuro che anche lei, Padre, la pensa come me». «Io pensavo all’art. 40 della Costituzione: il Diritto di sciopero. Non gli ho sputato in faccia. Dal Baffi si lavora con contratto a termine. Ognuno firma per due mesi e rinnova alla scadenza per altri due e così via. Non si può. Ma al Baffi non glie ne importa. Moltissimi non sono assicurati. E Mauro mio e Danilo li ha assicurati una settimana innanzi al licenziamento, come un ultimo spregio. (…) Il tragico è che la società sia organizzata in modo da proteggerlo». Don Lorenzo si rivolge «a un magistrato che vuol bene ai poveri e al Buon Dio. M’ha detto: ci penso io». Due giorni dopo, poco innanzi la mezzanotte, c’è piombato Luigino in piena scuola urlando: «L’hanno beccato. Solo nel mio reparto s’era in 7 di 14 e 15 anni. E poi quegli altri di 16 e 18. Ora lo fregano di certo». Scrivono al magistrato ringraziandolo: «l’ispezione è riuscita. Hanno trovato tutti ragazzi a lavorar di notte». Il magistrato risponde: «ho davanti il rapporto dell’Ispettorato: la segnalazione di irregolarità era destituita di ogni fondamento… non abbiamo potuto riscontrare la più piccola infrazione». A Mauro il Baffi gli ha detto solo: «da domani non tornare». Per una quindicina di pagine don Lorenzo dialoga con don Piero. Teme di perdere Mauro: «È ancora troppo dono di Dio che io l’abbia ancora qui a domandarli a me i suoi perché. So che è l’ultimo giorno. Domani non verrà più. C’è un’altr’uscio, non lontano dal mio, dove c’è qualcuno che saprà dargli le risposte che attende.

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Qualcuno che gli ruberà la fede». (Mauro non lascerà né la scuola né la chiesa: I-484). «Son compromesso col governo e col Baffi. Al governo gli ho dato il voto. Ho proibito dall’altare di dare il voto a altri. Ho proibito di leggere i giornali che lo criticano. E il governo che io ho così sorretto, non platonicamente, ma in concreto, s’è lasciato legare mani e piedi dal Baffi e da quelli con lui (…) Non posso andare incontro al povero e additargli la Croce. Se lo facessi suonerebbe come un orribile scherzo». Per spiegare quale discorso si addica al povero, don Lorenzo illustra a don Piero dati politico-economici dell’Italia: «Quando la disoccupazione è a certe cifre diventa il più importante problema della situazione politica, economica e sociale… finché c’è disoccupazione i lavoratori non raggiungeranno giusti salari e umane condizioni di lavoro. E i “padroni” avranno ancora, con i soldi, il potere di far tutto, anche di corrompere e di non applicare la legge. Chi non è contento se ne può andare, ce n’è tanti fuori che aspettano il suo posto». Elenca una serie di fatti per dimostrare che «non un problema di fondo è stato risolto. (…) E quando Mauro avrà inteso tutto ciò, si chiederà perché il prete ostacola con le sue mani il proprio apostolato e macchia volontariamente il proprio onore? Perché? C’è dunque un interesse?». Se la Chiesa s’immischia di politica, poi deve assoggettarsi «a subire un giudizio che tocchi la capacità della fede che predica di illuminare le intelligenze, far dilagare la Carità, liberare le forze migliori dell’uomo anche sul piano pratico sostenendo la volontà». «Piero, ti prego, non mi rispondere che il governo fa quel che può, che è il meno peggio, che senza di lui chissà dove si poteva essere arrivati. Questi discorsi si possono fare a un politico, a un economista, a chiunque vive su questa terra per questa terra. Ma a un prete come sei te, come son io, non lo dire. (…) Per un prete quale tragedia più grossa di questa potrà mai venire? Essere liberi, avere in mano Sacramenti, Camera, Senato, stampa, radio, campanili, pulpiti, scuola, e con tutta questa dovizia di mezzi divini e umani raccogliere il bel frutto d’esser derisi dai poveri, odiati dai più deboli, amati dai più forti. Avere la chiesa vuota. Vedersela vuotare ogni giorno più. Sapere


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Dopo lunga malattia a letto il 12 settembre ’54 il vecchio parroco muore, aprendo il capitolo successione. Da mesi don Lorenzo fungeva da parroco. Nonostante diversità di vedute, don Pugi ha sempre difeso don Lorenzo: «mi ha voluto bene e mi ha tollerato con tanto affetto. Ne ha avuta di pazienza con me». La madre di don Lorenzo lo ricorda come «illuminatissimo vecchio prete che ha sempre tentato di capire Lorenzo e lo ha costantemente appoggiato verso l’esterno anche se le nuove idee e iniziative di Lorenzo non erano sempre conformi alle sue abitudini» (I-591).

sospirato riconoscimento dell’ortodossia del suo operato. Sette preti si sono precipitati in Curia «a chiedere questa chiesa. Uno è venuto a vederla e non gli è piaciuta per le finestre degli inquilini sul cortile e sull’orto» (II-320). Quattro giorni dopo: «qui tutti parlano della nomina del pievano di Legri. I mie amici giovani e vecchi si agitano piangono minacciano rappresaglie e li tengo a freno a fatica. Per ora quella del pievano di Legri non può essere una notizia seria. Certo sarebbe una cosa triste perché è difficile trovare un prete più ostile a me e più diametralmente opposto per metodi e per idee» (cron. CII). Nonostante fosse «disperato all’idea di dover abbandonare per ragioni così ingiuste il suo campo di lavoro» (lettera della madre alla figlia) il comportamento di don Lorenzo sarà di un’esemplarità cristallina: ferma i suoi (dalla madre si saprà che si erano mossi La Pira, don Bensi, don Bonanni), prova a frenare la raccolta di firme (mille arriveranno in Curia), non vuole dimostrazioni in suo favore («dalla stazione dei carabinieri viene fatto pattugliare il piazzale davanti alla canonica») (cron. CIII). Soprattutto si spiega: «a me preme che la questione sia impostata in termini reali e cioè sul giudizio sulla Scuola popolare, sulla politica e ogni altra questione di metodi pastorali o idee. Vorrei semplicemente star zitto e aspettare il giudizio del Cardinale senza sollecitarlo. Se (cosa estremamente difficile) questo giudizio fosse espresso da una nomina non sollecitata, allora io potrei seguitare a fare quel che ho fatto fino a ora e anche peggio con grande serenità interiore. Una cosa è essere prete là dove l’hanno messo e lasciato e una cosa è essere in un posto per avere o conservare il quale si è brigato… un s. Donato brigato oggi non mi vuol dire nulla e domani non sarà che un continuo tormento interiore… senza questa premessa fondamentale dell’essere nel posto in cui ci hanno messo le circostante e non in quello che s’è scelto non è possibile impostare religiosamente nulla: dalle decisioni più grosse fino ai più piccoli particolari della vita interiore e esteriore di ogni giorno» (II 317).

Per don Lorenzo il momento è decisivo: la nomina a successore del vecchio parroco sarebbe il

Il pievano di Legri succede a don Pugi e il 23 ottobre don Lorenzo è designato «Priore della chiesa

che presto sarà finita per la fede dei poveri (v. Lettera dall’Oltretomba, n.d.r.). Siamo parroci armati fino ai denti, sconfitti da un nemico senz’armi». Radiografia di «una Chiesa sempre più incapace di sottrarsi a un sistema di rapporti politici e di alleanze che di fatto la allontanano dai più deboli e la avvicinano ai potenti» (cron. C). Nessun giornale oserà pubblicare l’articolo, nessuna rivista, come in cuor suo la stessa madre di don Lorenzo sperava temendo per il figlio: «È un articolo incendiario su questioni sociali», scrive alla figlia. Erano i mesi nei quali La Pira scriveva a Fanfani: «In questo nostro paese, dopo 10 anni di “regno” politico all’insegna della DC siamo al punto di dover temere le stesse iniquità che si temevano ai tempi del fascismo. Fra i potenti e i deboli la scelta è dei potenti» (cron. C). Don Lorenzo riuscirà a pubblicare la lettera dopo cinque anni, in EP. I benpensanti la criticheranno duramente tacciandola di «disfattismo classista».

A s. Donato di Calenzano muore don Daniele Pugi


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di s. Andrea a Barbiana, comune di Vicchio, nel Mugello, sul fianco nord del Monte Giovi a 460 m sul mare, dove non c’è né telefono né corrente elettrica e per ritirare la posta occorre scendere a Vicchio». Da mesi la Curia aveva decretato la chiusura della parrocchia di Barbiana. Di dire messa la domenica era incaricato il parroco di Vicchio e Rossoio don Renzo Rossi. Il quale «restò meravigliato quando mons. Tirapani gli comunicò che a Barbiana sarebbe andato Milani». Alla sua meraviglia il monsignore rispose che «al momento non c’era altro di adatto al caso» (II-324). L’odioso tono sprezzante di quando sette anni prima aveva presentato don Lorenzo a don Pugi: «abbiamo tra gli altri sacerdoti novelli anche un tipo che nessuno vuole, una vocazione adulta. Un ragazzo d’una famiglia mezzo ebrea, ricuperato da don Bensi, e che già in seminario ha fatto un po’ confondere (aveva contestato don Tirapani insegnante di Sacra Scrittura: n.d.r.). Se tu te la senti di prenderlo e di provare…». La Curia fiorentina e don Lorenzo Milani Due i monsignori della Curia fiorentina che hanno, in negativo, particolarmente inciso sul destino del Priore di Barbiana: mons. Tirapani, già professore di Sacra Scrittura in seminario, contestato dallo studente in teologia Lorenzo Milani di superficialità nell’insegnamento (cron. LXXXIV), vicario generale responsabile del trasferimento dei parroci della diocesi, e l’arcivescovo, in seguito anche cardinale, Ermenegildo Florit (1901-1985). Don Rossi inviò una lettera gentile a don Lorenzo che rispondendo scrive: «Non soffro tanto per il distacco dal popolo (distacco relativo, perché non ci eravamo mai voluti bene come dopo questa batosta) quanto per il fiasco clamoroso che ho fatto nell’intesa coi confratelli vicini. Questo mette in discussione la cattolicità di tutto il mio lavoro perché io mi illudevo di essere ancora un prete cattolico, ma ora che i preti più vicini in perfetto accordo mi hanno sbranato io appaio agli occhi della gente come un prete

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isolato e un prete cattolico isolato è inutile… Se farò fiasco anche lassù non mi resterà che farmi monaco» (II-324). Don Lorenzo sale a Barbiana il 7 dicembre 1954 con Eda e l’anziana madre. «Con loro tre la popolazione del borgo sale del 5%: da 39 a 42» (introd. XLV). La madre alla figlia «io ne sono disperata. (…) Unica cosa che vorrei, ma che non otterrò di certo, è che Lorenzo non si leghi con promesse a se stesso e agli altri di stare lì per tutta la vita». Il giorno dopo a Vicchio, accompagnato dal parroco, don Lorenzo si presenta dal sindaco e acquista una tomba nel cimitero di Barbiana (cron. CIII). La sfida è partita. Su quella tomba il 20 giugno 2017 papa Francesco porrà al ministero pastorale di don Lorenzo Milani il sigillo più alto di ortodossia cattolica: «impariamo tutti da lui». Faccia splendente della medaglia che condanna al cono d’ombra personaggi della chiesa fiorentina che il lettore conosce.

«Lettera dall’oltretomba riservata e segretissima ai missionari cinesi», 1954, I 479-480 Testo intrigante, splendido. Una pagina e mezza, in lettere maiuscole a sottolineare la solennità, firmata «un povero sacerdote bianco della fine del II millennio». Ci vuole un attimo per tirare i fili, per capire il senso delle lettere maiuscole e venir travolti dalla sontuosità della descrizione. Aggiunge significato alla lettera sapere che quattro anni dopo don Lorenzo dedicherà EP ai missionari cinesi. Erano dunque personaggi ben stampati nel suo immaginario. La dedica, a mo’ di esergo, occuperà tutta la prima pagina di EP: «Questo lavoro è dedicato ai missionari cinesi del vicariato apostolico d’Etruria, perché contemplando i ruderi del nostro campanile e… do-


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mandandosi il perché della pesante mano di Dio su di noi, abbiano dalla nostra stessa confessione esauriente risposta. Lui solo vogliamo dunque ringraziare della nostra giusta condanna che ad essi ha dato occasione di eterna salvezza. Se dunque da questa umile opera potranno per il loro ministero trovare ammaestramento, non manchino di pregare in cinese il Cristo misericordioso perché dai nostri errori, di cui siamo stati a un tempo vittime e autori, voglia misericordiosamente abbreviarci la pena. S. Donato, dicembre 1954» (I-5) Fin dall’adolescenza la tendenza al pessimismo organizzava il pensiero di don Lorenzo. Si ricorderà il commento del professore ai temi in classe del ragazzo sedicenne: scettico, pessimista, molto deciso nelle sue affermazioni, «ma siccome i ragionamenti tornano e li presento in bella forma bisogna accettarli». Le argomentazioni tornano e le presenta sempre ancora in bella forma anche a trent’anni. Conducono per mano il lettore a prendere atto che la Chiesa si è ingabbiata in una struttura che la predispone alla più promettente complicità dei potenti, abbandonando i poveri al loro destino, lontani dalla Chiesa. La letteratura apocalittica che vedeva l’allontanamento delle masse operaie e proletarie dalla Chiesa a causa dell’atteggiamento compromissorio di quest’ultima con i potenti circolava in quegli anni anche in Francia. Si pensi ai preti operai, verso i quali don Milani si è fatto tiepido soltanto dopo aver letto che uno di loro si vantava di non più confessarsi. Non sorprende che consideri le riflessioni della Lettera dall’Oltretomba «le più importanti di tutto il resto» (II-579), e che proprio lui arrivi a non scommettere «né nella scuola né in qualunque altra soluzione ma solo nella soluzione divina adombrata nella lettera dall’Oltretomba» (I-658). La sparizione della civiltà occidentale entro la fine del secondo millennio «sarà causata dal non aver noi messo la scure alla radice dell’ingiustizia», accecati dall’«amore dell’ordine fino a fornicare col liberalismo di De Gasperi e coi congressi eucaristici di Franco.

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La Curia fiorentina e don Lorenzo Milani La Curia fiorentina aveva un secondo vicario generale, mons. Giovanni Bianchi. Scrisse una lettera a don Lorenzo per rimproverarlo di non aver preso parte agli esercizi spirituali. «Da quattro mesi sono molto aggravato nella mia malattia. Il tumore è ora in un polmone» e la forte cura lo costringe a vivere «praticamente in poltrona dalla mattina alla sera». Per «l’invasione della Riserva di Caccia di Calenzano le faccio notare che lei mi ha solo pregato di avvertire il parroco quando parlo in pubblico, non quando si tratta di entrarvi per consulenza privata su argomenti di tecnica scolastica. È ben umiliante per noi sentirci chiamare in basso al livello puerile, dispettosetto, irreligioso delle gelosie e delle invidiuzze locali e ancor più umiliante che a quel livello trovino subito ascolto in Curia». L’occasione, per don Lorenzo, di rammentare al monsignore come dei preti ebbero facile gioco a calunniarlo in Curia ottenendo «l’assurdo esilio in una parrocchia disabitata che era già stata avvertita che non avrebbe più avuto parroco. Sono stato zitto nove anni (nove anni di esercizi spirituali, non una settimana!) solo perché credo in Dio e perché non stimo né quei preti né chi li ascolta» (II-941).

Quando ci siamo svegliati era troppo tardi, i poveri erano già partiti. Insegnando ai piccoli catecumeni bianchi la storia del loro lontano 2000 non parlate del nostro martirio, dite loro che ringrazino Dio che siamo morti. Troppe estranee cause con quella del Cristo abbiamo mescolato, essere uccisi dai poveri non è un glorioso martirio». Straordinaria bellezza del «noir». Sorprende che alla maggioranza dei recensori la lettera sia parsa «spiritualmente disfattista, superflua o di cattivo gusto» (I-658)?


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Lettera al card. Florit A Roma per il Concilio, il 3 marzo ’64 mons. Florit scrive a don Milani scusandosi di non essersi fatto vivo quando era ricoverato in clinica. Tre giorni dopo da Barbiana la risposta: «…Non ho capito se ella ha mai saputo quel che ho detto e scritto a mons. Vicario e se sa che, fra l’altro, io gli ho chiesto che anche lei venisse a parlare ai miei ragazzi e ai loro genitori. Naturalmente ciò che le chiederei non sarebbe un qualsiasi discorso generico, ma d’esaminare in presenza a loro, a fondo, senza pudori e senza pietà il problema dei rapporti tra il mio apostolato e il vostro atteggiamento» (II-987).

«Lettera dalla montagna», 1955, I 1001-1005 Racconta di un primo dei tanti problemi che don Lorenzo troverà a Barbiana. Tema l’idolatria della proprietà privata, complice l’inettitudine del governo. È la storia dell’acquedotto. «Per ogni famiglia il rifornimento d’acqua richiede ogni giorno in media 4 ore di lavoro di un uomo valido». Avere l’acqua voleva dire anche la luce. «Eravamo a buon punto perché un proprietario mi aveva promesso di concederci una sua sorgente inutilizzata e inutilizzabile per lui, la quale è ricca anche in settembre e sgorga e si perde in un prato poco sopra alla prima casa che vorremmo servire. Quel proprietario ha un carattere volubile. Due settimane dopo m’ha detto che la sorgente non la concede più. Ho chiesto a un legale se c’è verso di ottenere l’esproprio di quella sorgente e mi ha risposto di no. Dopo dieci anni di maggioranza dei cattolici e tanto parlare e tanto chiasso, son dieci anni che i cattolici hanno in pugno i due poteri: legislativo e esecutivo…».

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Giovani di montagna, giovani di città. «Lettera di un parroco su uno dei problemi fondamentali del nostro tempo», 1956, I 1007-1013 È un testo chiave dell’antropologia di don Milani. Un nuovo capolavoro. Delinea l’evoluzione della sua visione del processo di umanizzazione dell’uomo. Riordina la gerarchia dei valori riconoscendo il primato assoluto dell’istruzione. A Barbiana dal dicembre ’54, in gennaio partiva l’inchiesta «sull’inesorabile esodo dei contadini dalla montagna per la città». «Vivo in montagna. Nel 1935 il mio popolo contava 230 anime, ora ne conta 124, su 25 case ce n’è 7 vuote. E non manca neanche un boccon di pane per chi ci volesse tornare e tanta legna per riscaldarsi. (…) Un popolo intero, coi saggi vecchi e le donne di casa che non hanno grilli per il capo sono scesi al piano e sono disposti a morirvi di fame e freddo e d’altri stenti, ma ai monti non risaliranno mai… Dicono che l’esodo dai monti è un salto dalla padella nella brace. Ma nessuno ritorna indietro dunque quel qualcosa che brucia più della brace esiste». Don Lorenzo non ha dubbi: «se non sono il pane e la casa, può essere solo il livello culturale, l’istruzione». Fossero più istruiti tornerebbero, anzi non partirebbero. «Su chi sa meno, gioca bene il propagandista politico, il commerciante, l’imprenditore, il distruttore di religione, il corruttore, lo stregone… questa è la miseria più grave dei miseri». Don Lorenzo non ha dubbi: «a 20 anni, giovani di montagna e di città sono da considerarsi non eguali ma equivalenti quanto a numero di cognizioni: più ricca da una parte (il montanaro sa tutti i segreti del bosco, sa più della vita, più delle difficoltà della famiglia, più della morte), più povera da un’altra (gli ultimi ritrovati della vita moderna e i nuovi problemi che essa inaugura)». Ma «se mettiamo il montanaro e il cittadino di fronte l’uno all’altro in discussione, vedremo cadere il mio figliolo al primo colpo. Non perché tra le cognizioni ci sia una gerarchia di valori, al-


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cune nobili e utili (quelle di città), le altre ignobili e vane. Il sapere è nobile sempre. La differenza tra il mio figliolo e il vostro non è nella quantità né nella qualità del tesoro chiuso dentro la mente e il cuore, ma in qualcosa che è sulla soglia tra il dentro e il fuori, anzi è la soglia stessa: la Parola. I tesori dei vostri figli si espandono liberamente da quella finestra spalancata. I tesori dei miei sono murati dentro per sempre e isteriliti. Ciò che manca ai miei è dunque solo questo: il dominio sulla parola. Sulla parola altrui per afferrare l’intima essenza e i confini precisi, sulla propria perché esprima senza sforzo e senza tradire le infinite ricchezze che la mente racchiude». Straordinaria raffinata percezione semantica! A conferma, cita il disteso colloquiare dell’ingegnere col medico e il farmacista sulla piazza del paese. Pur conoscendo ciascuno il proprio campo, in comune hanno il dominio sulla parola. «Ci sarà sempre l’operaio e l’ingegnere, ma questo non comporta che si perpetui l’ingiustizia di oggi per cui l’ingegnere debba essere più uomo dell’operaio: chiamo uomo chi è padrone della sua lingua e questo fa parte delle necessità di vita di ogni uomo dal primo all’ultimo che si vuol dir uomo».

Nell’orecchio di un cristiano non potrebbe risuonare «In principio c’era la Parola, il Verbo… et Homo factus est»?

Lettera al card. Florit «Ho passato i miei 17 anni di sacerdozio tutto teso solo verso le anime che il Vescovo mi aveva affidato. Del Vescovo non mi sono mai curato. Pensavo nella mia ingenuità di neofita che il Vescovo fosse un padre commosso dalla generosità dei suoi figli-apostoli, preoccupato solo di proteggerli, aiutarli, benedirli nel loro apostolato. Pensavo che egli amasse i miei figlioli così che tutto quel che facevo per loro gli paresse fatto a lui e così il legame fra me e lui anche senza mai vedersi o scriversi fosse il più alto e il più profondo che esista: un oggetto d’amore in comune. Dopo 7 anni di questa illusione idilliaca, d’un tratto seppi la tragica realtà: la Curia fiorentina e il vescovo erano un deserto! Allora scelsi quella che in quel momento mi parve la via della santità: per 9 anni ho badato

solo a salvarmi l’anima, a accettare in silenzio le crudeltà puerili, sadiche, irreligiose, incoscienti con cui mons. Tirapani, lei e mons. Bianchi (e quindi anche tutti quei sacerdoti che ruotano nel vostro ambiente) calpestavate in me un uomo, un neofita, un sacerdote, un parroco cui in 17 anni di sacerdozio non avevate saputo trovare neanche il più piccolo appiglio per un richiamo, un consiglio, un rimprovero. Ho badato a accettare in silenzio perché volevo pagare i miei debiti con Dio, quelli che voi non conoscete. E Dio invece mi ha indebitato ancora di più: mi ha fatto accogliere dai poveri, mi ha avvolto nel loro affetto. Mi ha dato una famiglia grande, misericordiosa, legata a me da tenerissimi e insieme elevatissimi reciproci legami. Qualcosa che temo lei non abbia mai avuto. E per questo m’è preso pietà di lei e ho deciso di risponderle» (II-988).

«Da 8 anni non faccio che lingua e lingue: mi richiamo dieci venti volte per sera alle etimologie, mi fermo sulle parole, gliele faccio vivere come persone che hanno una nascita, uno sviluppo». Non è dato sapere quando dove e come don Lorenzo si sia fatto una cultura di così raro alto livello. Non vale una risposta ricordare che «il bisnonno Domenico Comparetti, senatore del Regno, occupò la cattedra di letteratura greca prima all’università Pisa poi all’università di Firenze, nell’Istituto di Studi Superiori Pratici e di perfezionamento» (cron. LXXIV).

«Ho aperto gli occhi», 1958, I 1015-1019 L’articolo è pubblicato da «Adesso», il titolo di don Primo Mazzolari. La lettura di EP, a disposizione del pubblico da maggio, ha creato in un parroco lombardo il bisogno di ringraziare don Milani «per il libro che vi deve essere costato parecchio, e continuerà a


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costarvi» e a chiedergli il favore di «precisare gli argomenti e l’organizzazione della vostra scuola popolare (…) da considerare uno dei mezzi più validi di ricupero e di salvezza parrocchiale». Lo ha fatto su «Adesso» no. 16. Don Milani risponde sul no. 18 con «Ho aperto gli occhi», a firma Benito Ferrini, allievo della prima ora a Barbiana, «tra i più problematici e fragili». Sullo stesso numero già stava la replica del prete milanese «Una risposta che non persuade», con una domanda più puntuale su «quel sapere che solo un prete vivo come don Milani può dare, sul “di più” o “il nuovo” che si intravede nel suo insegnamento e che non ci è stato svelato neppure da Benito Ferrini». «Sono uscito dalla scuola con la passione delle lingue, ho lasciato il lavoro e sono stato un anno in Inghilterra per perfezionare il mio inglese; Marisco ha lasciato il lavoro per andare sindacalista, Luigi passa le notti a studiare le stelle… Io le lingue che so, ora le insegno anche a don Lorenzo e gli correggo sempre la pronuncia, Maresco sa ogni cosa meglio di lui e don Lorenzo gli chiede sempre consiglio, e quando vuole spiegare qualcosa ai ragazzi sulle stelle chiama sempre Luigi: don Lorenzo ne è tutto orgoglioso perché dice che questa è la riprova della sua vecchia idea fissa e cioè che a noi poveri ci manca solo l’italiano. Noi sul principio non ci si voleva credere. S’era sempre a chiedergli aritmetica e problemi e i meccanici volevano il disegno tecnico, Gianfranco la stenografia perché gli avevano detto che trovava lavoro, Mino i volumi e la radice quadra per il concorso delle ferrovie e don Lorenzo per contentarci cominciava un po’ qualcosa di queste cose, poi gli veniva a noia e su una parola sola ci stava un’ora. Una parola da nulla diventava un mondo, ci diceva da dove veniva e come la si può usare e mille frasi diverse in cui serve e tutte le sfumature dei suoi significati e come la si ritrova in altre lingue e come si compone con altre parole e quante altre parole ne deriva, finché s’era fatta mezzanotte e le penne erano ancora da intingere e i quaderni bianchi e la radice quadrata vi prometto che si farà domani sera». (…) Romano una sera che don Lorenzo iniziava a parlare di nebulose disse: «Ma qui mi pare che

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da un discorso si va sempre in un altro e non si fa mai nulla». «Chi non si fida di me si levi dai piedi. Non ho interesse a farvi una scuola o un’altra. Impara l’arte e mettila da parte. Nessuno di noi si sa il futuro e allora qualunque cosa si faccia è tutto buono. Io so che vi occorre solo la lingua e la lingua è fatta delle parole di tutte le materie messe assieme. Se ti insegnassi solo a disegnare saresti una bestia che disegna e non serviresti né a te né a nessuno. Tu invece devi diventare un Uomo che disegna. Lettera al Card. Florit «Se lei non mi onora oggi con un qualsiasi atto solenne, tutto il mio apostolato apparirà come un fatto privato, qualcosa di simile all’opera di un pastore protestante. Ma io non lo sono e lei lo sa. Se lei ne avesse avuto anche solo l’ombra del dubbio le correva l’obbligo gravissimo di chiamarmi o venirmi a cercare» (II-989). E noi sul principio si faceva fatica a credergli. Poi pian piano si cominciò a brontolare sempre meno perché via via si cominciava anche noi a vedere un po’ di chiaro nel piano che aveva in mente lui». Benito Ferrini rileva il piacere provato dai ragazzi quando l’ospite utilizzava parole delle quali loro conoscevano l’etimologia, o quando leggendo il giornale «i visi dei ragazzi più novellini si illuminavano come quando si incontra inaspettatamente una persona che si conosce e a ripensarci ci si accorge che le si vuole bene. Si voleva bene a delle parole! roba da pazzi eppure era proprio così. A un certo punto leggere la prima pagina d’un giornale (quella che prima saltavamo sempre) diventò troppo meglio che leggere quelle dello sport (che prima era la nostra sola lettura), ci diventò come incontrare un branco immenso e fitto fitto di vecchi amici… era la lingua, quella di cui ci aveva parlato tante volte don Lorenzo, la famosa chiave per tutti gli usci, come diceva lui. Ci parve di essere nati d’allora alla vita… Don Lorenzo ormai è tanto che non ce lo dice più di non andare a giocare a carte o al cine. Non solo: noi da un prete abbiamo avuto gli occhi aperti e non c’è mai parso strano che un prete perdesse tutto il


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suo tempo così e ognuno di noi sapeva tante cose sue segrete che non sapevano i suoi compagni e cioè che il famoso mezzo di espressione, che ora abbiamo in mano quanto basta per vivere, era stato anche una finestra spalancata tra noi e uno che è cristiano e è prete e se s’è potuto finalmente parlargli come si parla solo a noi stessi e questa era stata per ognuno di noi anche la soluzione di mille problemi nostri d’ogni genere di quelli che tenevamo in corpo già prima d’aver avuto la scuola e di quelli che via via ci metteva in cuore la scuola stessa e gli incontri nuovi che la scuola ci faceva fare. E tutto questo ce l’ha dato la scuola». Su un giornale in quei giorni era apparsa una recensione di EP con la tesi che solo lo Stato è in grado di impartire un insegnamento libero. Benito Ferrini replica: «lo Stato non ci può garantire che i maestri ci vogliano bene. Neanche la Chiesa può garantire che i suoi preti e i suoi maestri ci voglian bene. Ma lo Stato ancor meno. A quel tale di quella recensione ricorderei che lo Stato in mano ai liberali c’è sempre stato, eppure la mia mamma è analfabeta. E io se non avevo la grazia che ho avuto sarei alla televisione a vedere Lascia o raddoppia e credere di impararci qualcosa».

Lettera al card. Florit «Vuole partecipare all’abbraccio affettuoso dei poveri che mi vogliono bene, che ho tentato di avvicinare al Signore, che sono talmente buoni (vorrei quasi dire “stupidamente” buoni), da essere capaci di perdonarle tutto, da oggi a domani e accoglierla come uno di loro così come hanno accolto me? vuole con un tratto di penna cancellare 17 anni di scandali che la Curia fiorentina ha dato ai due popoli che mi aveva affidato? vuole annettere con un tratto di penna (che è doveroso oltre a tutto) nell’ortodossia cattolica ciò che per 17 anni ho eroicamente mantenuto fino allo scrupolo nell’ortodossia cattolica e che il suo comportamento fino a oggi faceva apparire eterodosso?». Don Lorenzo propone al vescovo una «soluzione pratica»: «mi inviti lei personalmente a tenere delle lezioni o conversazioni di pratica pastorale al Seminario Maggiore (…) e dica ai seminaristi e ai miei due infelici popoli che nella Casa del Padre mansiones multae sunt e che una di esse generosa e ortodossa fino alla spasimo è stata quella del prete che ella ha fino a oggi implicitamente insultato e lasciato insultare» (II-899).

Il lettore si chiederà se davvero il «di più» e «il nuovo» di don Lorenzo Benito Ferrini non lo racconti. In nome di chi o di che cosa faceva scuola dodici ore al giorno, 365 giorni all’anno? E come mai ai ragazzi la cosa appariva la più naturale al mondo? Può sfuggire «il dettaglio» che, grazie alla padronanza della parola conquistata a scuola, i ragazzi confidavano spontaneamente i loro crucci più segreti al maestro che era prete? Fino forse a confessarsi, punto cruciale per don Milani? Che cosa avrà impedito al confratello lombardo di prendere coscienza che la questione «non sta nel cosa e come insegnare, ma nel come bisogna essere per fare scuola»? (I-1064).

L’episodio fa maturare le critiche di Milani a un sistema scolastico che, secondo lui, non fa altro che perpetuare le ingiustizie sociali a scapito delle fasce più deboli e indifese. È la scintilla che lo fa decidere di rispondere pubblicamente. Sarà l’impegno della sua scuola da settembre 1966 ad aprile 1967… una lucida disamina di 166 pagine sulla scuola e il sistema educativo italiani» (cron. CXXVII). Il libro, testamento di don Lorenzo e della sua scuola, arriva nelle librerie in maggio, un mese prima della sua morte.

«Lettera a una professoressa», maggio 1967, I 683-826 «Dopo le due bocciature del settembre 1965, anche quest’anno tre allievi della scuola di Barbiana dopo essere stati rimandati, vengono bocciati.

«Un capolavoro di umanità, di autentico spirito rivoluzionario, un grido di amore per l’uomo» (Adriano Gozzini). «È un libro esplosivo, una dichiarazione di guerra contro il carattere classista della scuola italiana oggi» (Lucio Lombardo Radice). «Uno dei più bei libri che io abbia mai letto in questi ultimi anni: un libro straordinario anche per ragioni letterarie» (P.P. Pasolini).


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«La sua apparizione ha innescato su giornali, riviste, in televisione, dibattiti sullo stato di salute della scuola, non soltanto in Italia. Sarà usata strumentalmente dal movimento del ’68 contro la scuola borghese, complice il travisamento di quel “non bocciare” proposto come riforma da realizzarsi perché “il sogno dell’eguaglianza non resti un sogno”, e usato invece come slogan» (cron. CXXXI). Lettera del card. Florit Alla lettera del 6 marzo ’64 di don Lorenzo, Florit risponde due anni dopo, il 25 gennaio ’66 con «tre pagine scritte a macchina fatte consegnare dall’autista all’ospedale, con un assegno di trecentomila lire per le spese ospedaliere». «Tu potrai magari scuotere le coscienze, ma resta vero che l’aceto converte pochi (…) Di qui nasce quella certa atmosfera quasi di lotta classista che è presente nei tuoi interventi: di fronte alla tua prosa dura e talora sarcastica immediatamente chi legge si schiera dall’una o dall’altra parte (…) Tu, don Milani, sei per natura un assolutista…». Per don Lorenzo «tre pagine di crudeltà di falsità di ingiurie. Ci ho sofferto per qualche ora. Poi m’è passata perché lui è un deficiente indemoniato, basti pensare alla scelta del momento! Mi accusa ora che sono fuori combattimento di cose che se avesse creduto vere aveva il dovere di dirmi quando ero giovane e potevo correggermi. Mai mi ha chiamato o è venuto a cercarmi per insegnarmi a “amare il mio popolo” oppure a chiedermi se era vero quello che gli sussurravano i suoi informatori» (cron. CXXV).

Chi abbia anche solo una volta sentito il nome don Lorenzo Milani, Lettera a una professoressa è verosimilmente la prima associazione che gli si presenterà alla mente. È infatti l’opera che ha consegnato don Lorenzo Milani all’opinione pubblica internazionale e idealmente alle scuole di tutti i paesi del mondo dove la struttura economico-sociale, tra cui la scuola, persistono nel mantenere discriminati i poveri. «Senti ragazzo, la tua classe sociale, gli oppressi, gli infelici di tutto il mondo, dall’Algeria al Congo, a Barbiana, nell’officina, nei campi, gli

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oppressi di tutto il mondo, i proletari di tutto il mondo, soffrono di questa sofferenza che tu hai. Dedica la tua vita a fare sortire questa classe da questa situazione (…) Io non faccio altro dalla mattina alla sera che parlare di lotta di classe. E la scuola funziona perché io faccio soltanto questo discorso. È ignobile dire a un ragazzo: vivi per te stesso, fatti strada nel mondo, studia, così diventerai chissà chi, non voglio dire la parola più volgare: farai quattrini. Invitarlo a vivere per se stesso nella scuola attuale è considerato nobile e lecito. Dirgli invece: studia per il 90% degli uomini, allarga il tuo cuore al resto del mondo è proibito perché si parla di classe sociale. I ragazzi miei sono appassionati a studiare perché vogliono elevare se stessi per tutta la loro classe. Hanno davanti agli occhi tutto il mondo sofferente». Prende l’esempio di Leopardi: «Io potrei far amare il Leopardi per la gioia per tutti che è di poter intendere un canto di Leopardi, ma per grande che sia il Leopardi, quando una gioia è individuale è minore di quella sociale. Se io dico: “farò leggere a tutti gli operai del mondo il Leopardi”, è più bello, è in sé più cristiano. Come allargamento del cuore gliene do più io con il classismo, che non la scuola attuale con l’individualismo». Don Lorenzo fa dell’ironia sull’illusione dell’amore universale che abbracci «tutti, ricchi e poveri, oppressori e oppressi, colonialisti e colonizzati. Alzi la mano se uno lo sa fare. Amare l’umanità intera non può appassionare, io non ci riesco. Io mi contento di aver fatto amare il 90% dell’umanità. Io riesco a fare amare perfino la matematica perché dico: domani la insegnerai a un algerino, e con questo s’appassiona i ragazzi piccini e quelli grandi… i miei ragazzi di quarta elementare sanno ciò che succede in Algeria. Sono già appassionati e vogliono saperne di più. Così la scuola funziona, non ho difficoltà a farli stare a scuola quante ore voglio, non ho nessun problema di ricreazione. Non esiste. Tra badar pecore e stare a scuola, la scuola è tutta una ricreazione. Siamo sempre tesi a questa passione sociale di lotta e con questa s’appassiona i piccini e i grandi» (I-1166-67). «Il mio classismo è sempre di cultura. Proletari sono quelli che non hanno istruzione. L’interclassismo è una pia illusione. Non vi riuscirà e se vi


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riuscisse sareste creature disumane e nessuno vi vorrebbe. (…) Una patetica stretta di mano inneggiando all’amore universale avendo cura di non toccare tasti delicati e argomenti scottanti non rimedia a nulla e non è nemmeno onesta» (II-658). Da cinquant’anni LP ha un posto nelle librerie e nelle biblioteche.

«Chiesa santità obbedienza», 1965, I 1273-1309 Giornalista all’Europeo, Giorgio Pecorini nel ’61 aveva pubblicato un’inchiesta sul ruolo di suore e monache nella chiesa e nella società italiana, per lui l’occasione di conoscere don Lorenzo e diventargli amico. Quattro anni dopo, il 1 maggio, a Barbiana discute un progetto analogo sui preti. L’intervista non vedrà la luce. Mentre don Lorenzo a Pecorini raccontava qualcosa della sua teologia vecchio stampo tridentino, assimilata in seminario, a Roma il Concilio di papa Giovanni XXIII stava riformando quella stessa teologia. La pubblicazione dell’intervista avrebbe mostrato un don Lorenzo poco aggiornato, in ritardo sui tempi. Ma da quattro anni lui lottava contro il linfogranuloma e la leucemia mieloide che minavano le sue energie costringendolo a letto anche per settimane. Si ricorderà il suo far scuola dal letto. Nessuna sorpresa che non abbia seguito passo passo i lavori conciliari e un giorno abbia confessato di non avere ancora letto la «Lumen gentium». Resta d’altro canto vero che la cura dei riti liturgici non sia stata la sua precipua preoccupazione pastorale, lui che trovava modo di predicare sull’obiezione di coscienza anche alla messa di Natale. La Curia fiorentina e don Lorenzo Milani «Gli farò vedere io al cardinale cos’è il classismo e quanto sono stato cretino io in questi anni a far tanto del bene ai borghesi che non ho mai amato. Farò il classista esattamente come il Cardinale che non riceve gli operai e i contadini. Ieri sera ero già rasserenato. La stanza era piena di barbianesi, sandonatesi, qualche malato delle corsie portato su dalla suora» (II-1234).

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Si aggiunga che soltanto alla fine del Concilio (1962-1965) la Chiesa cattolica ha rinunciato a non far capire i testi liturgici in latino. Don Lorenzo non si è mai sentito monaco, nemmeno prete dedito in primo luogo alla preghiera. In quel caso, diceva, mi sarei chiuso in una Certosa. Le sue urgenze erano altre, era il Cristo vivo incarnato nei poveri che soffrivano la fame la sete l’ingiustizia, nei licenziati, nei disoccupati, in chi non aveva l’acqua in casa e un solo letto per quattro figli, in coloro che senza «la lingua» non riuscivano a capire e farsi capire. Se l’intervista mantiene un interesse è perché aiuta a meglio conoscere don Lorenzo, figlio del suo tempo. Il primo tema trattato si rifà a una lettera che don Bruno Borghi e don Milani avevano inviato in autunno ai sacerdoti della diocesi fiorentina, e per conoscenza all’arcivescovo mons. Florit, nella quale si invitava ad aprire un dibattito sull’improvvisa sospensione del rettore del seminario Bonanni da parte del cardinale. «Provvedimento gravissimo, estremo, mai visto da anni, che colpisce il migliore o certo uno dei due o tre migliori». Al cardinale i due avevano aggiunto: «La notizia che Mons. Bonanni ha lasciato il seminario ci ha dolorosamente impressionati. Pur accettando con assoluta disciplina la sua decisione le saremo filialmente grati se vorrà parlare anche con noi dei motivi che l’hanno indotta a questa decisione. Vorremmo anche che questo fosse il primo passo verso un dialogo tra V.E. e noi almeno sui problemi più gravi che via via si presenteranno nella nostra diocesi». Piccata la reazione del vescovo che in una lettera al clero dichiara liberi don Borghi e don Milani di scegliersi, se credono, un’altra diocesi per «procurarsi la libertà e la serenità desiderata» (cron. CXXI). Il rapporto vescovo-preti è la prima questione. Per l’etimologia (sorprende?) «vescovo vuol dire ispettore», ispettore dell’ortodossia e della disciplina nella Chiesa. Interviene dunque dopo il fatto. Se un prete sgarra, il vescovo lo richiama, assicurando l’unità della dottrina nella chiesa. Siccome sono profondissimamente cattolico, non potrei vivere un minuto se non avessi questa garanzia dell’ubbi-


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dienza al vescovo a garantire che non sbaglio mai. Gliel’ho chiesto nella lettera col Borghi: parli, se non dice la sua ci lascia nella condizione dei protestanti. Quando poi ha parlato, era meglio se…». «Ci sono preti che per paura di usare la loro testa fanno intervenire il vescovo prima chiedendo permessi. L’esperienza insegna che quando la cosa è bell’e fatta il vescovo è molto più largo di quando si chiede prima. Dire sì-no è facile, giustificare la contrarietà dopo è più impegnativo, va meditata e giustificata per iscritto, e prima di sparare una condanna ci pensa mille volte. Se mi fanno vescovo, a chi chiede dirò sempre di no, sperando che ognuno capisca di fare di testa sua». Chi segue la sua coscienza, avendo già progettato sinceramente un’assoluta obbedienza in caso di stangata, è perfettamente obbediente, sottoposto al vescovo, e non blocca il progresso del suo insegnamento. Con questo sistema di distinguere l’«obbedienza prima» dall’«obbedienza dopo» tu puoi dare ai giovani preti una lezione di «ribellione obbedientissima». «Le lettere che abbiamo ricevuto mostrano quasi tutte un’attesa del verbo dell’autorità per qualsiasi questione, e sbagliano». Ma «aiuta a far carriera». Della «grazia di stato», secondo tema, oggi più nessuno parla. Anche per don Milani non era prerogativa della gerarchia. «Le cose di Barbiana le indovino io, quelle di Firenze La Pira, quelle di Vicchio il pievano. La conoscenza del luogo aiuta la “grazia del posto”». L’obbedienza Invitato in quei giorni a Calenzano a un dibattito sul doposcuola, obbedendo a un ordine telefonico dell’ultimo momento partito dal vicario generale mons. Bianchi «pregoti sospendere tua partecipazione ritenuta inopportuna», don Lorenzo si sottomette: «troppo gli piacerebbe al vescovo che io disubbidissi una volta!». Riconosce dunque alla Curia il diritto di comandare anche quando ha torto, non implicando per il subalterno la libertà di non obbedire. Il lettore potrebbe chiedersi se questo don Milani sia la stessa persona che affermando il dirit-

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Ordine del card. Florit a don Lorenzo Milani Dopo la Lettera ai cappellani militari, nel marzo ’65 Florit, nel frattempo fatto cardinale, ha scritto a don Lorenzo intimandogli di «sottoporgli a partire da questo momento ogni eventuale suo scritto, prima di dargli pubblicità in qualsiasi modo. Consideri la presente come una precisa prescrizione. Qualora ella avesse a contravvenirvi, sappia che mi riservo, occorrendo, di sospenderla a divinis e di pubblicare il provvedimento» (cron. CXXII). La Lettera ai giudici don Milani non la sottoporrà al cardinale, senza disobbedire. Deposta agli atti in tribunale, d’ufficio diventerà infatti atto pubblico consultabile da chiunque. Il dettaglio ha divertito don Lorenzo. to-dovere all’obiezione di coscienza aveva fatto sognare i giovani col motto «l’obbedienza non è più una virtù». Curiosa coincidenza: il più ligio alla concezione tradizionale dell’obbedienza nella Chiesa, ha anticipato in primavera l’affermazione della libertà di coscienza che il Concilio avrebbe promulgato in autunno nel giorno della sua conclusione. Obbedire al vescovo sapendo che sbaglia è virtù? La religione Per don Milani è «aspettare la Verità dall’alto. La chiesa cattolica? C’è il libro che viene dall’alto e l’interpretazione che viene dall’alto. La religione è questa accettazione. E questa chiesa ha i sacramenti: nella chiesa ci sto per i sacramenti, non per le mie idee. Se Dio esiste, se Gesù è suo figlio e se ha detto a Pietro “su questa pietra… ecc. ecc.”, se Gesù voleva la chiesa, in altre parole se, per il fatto che ci vuole una verità oggettiva e non soggettiva – tutte cose che io credo profondissimamente – allora io non lascio la chiesa a nessun prezzo al mondo. Anche l’interpretazione del testo deve cascare dall’alto (“questo è il mio corpo… è il mio sangue…”). Questa è la religione: un atto di sottomissione a Dio. Una concezione che offre il vantaggio di non dover interrogarsi più di quel tanto. Il resto è filosofia».


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La confessione «Solo per la confessione io sono cattolico. In questa religione c’è il sacramento della confessione per il quale solo sono cattolico: poter avere continuamente il perdono dei peccati». L’ossessione del confessarsi attraversa scritti e lettere. «Mi confesso tre o quattro volte la settimana. Mi contento di non far peccati troppo mortali» (II-146). Da tre settimane a Barbiana, a don Bensi scrive: «Le anime quassù sono 130, ma presto mi servirà un cappellano per reggermi mezza scuola e poi per confessarmi tutte le mattine perché quassù son più le volte che mi tocca andare all’altare senza la grazia di Dio che quelle con» (II-329). «In questi giorni sono stato spesso in grazia di Dio con tutti quei preti che son venuti a trovarmi. Ma finché c’è stata la neve ho passato anche lunghi periodi senza potermi confessare» (II-420). «Grazia di Dio» era uno dei superconcetti della dottrina cattolica tradizionale, in vista della morte improvvisa: in grazia di Dio si andava in cielo, in stato di peccato grave all’inferno per l’eternità. Prudenza suggeriva di star sempre preparati. I peccati veniali non portavano all’inferno, il concetto «peccati non troppo mortali» nel catechismo non c’era. Per i tormentati da scrupoli la ripetizione della confessione offriva un sollievo passeggero. Don Lorenzo tormentato da scrupoli? Non lo fa pensare il modo con il quale affronta la dialettica tra grazia e peccato. Il tono è asettico, sa di burocratica la leggerezza con la quale scrive del perdere e ricuperare la grazia di Dio. Il peccato non produce l’allarme adeguato a un gesto che virtualmente spinge sull’orlo dell’inferno, non modifica il rapporto d’amore di Dio con l’uomo e dell’uomo con Dio. L’accento è da colpe veniali, che non mortificano la grazia di Dio e non spiegano di conseguenza né l’urgenza della confessione né una frequenza da quattro volte la settimana. Se «perdere la grazia» non mette in crisi il rapporto con Dio, senza risposta rimane la domanda che cosa sia il peccato. Per il lettore il tema non è nuovo. Lo ha incontrato nella Lettera aperta a un predicatore, dove si legge di consuetudinari e recidivi, «grande que-

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stione inutile», e del confessore del cardinale che in cinquant’anni non ha mai negato un’assoluzione. La coscienza è troppo sacra perché gli estranei pretendano di capire o di sapere. Il lettore tentato di approfondire il senso del rapporto di don Lorenzo con la confessione può andare a leggersi il terzo augurio scritto all’amico don Enrico Bartoletti quando divenne vescovo di Lucca (II-544). Santità, è un altro tema dell’intervista, «è lo stato cristiano eroico di obbedienza alla dottrina e ai comandamenti. Concetto legato al tempo: st. Antonino di Firenze ha bruciato un eretico e il quinto comandamento esisteva. È una posizione soggettiva funzione dell’ambiente, dell’educazione, dell’intelligenza delle persone, non è una posizione oggettiva». «La chiesa ha canonizzato s. Teresina del Bambin Gesù che è una santa piccina piccina… ho letto Storia di un’anima, è di una piccineria incredibile… ci sono santi che hanno litigato a morte tra di loro come s. Agostino e s. Gerolamo offendendosi e ingiuriandosi. La chiesa dice: “Quel tale si è comportato eroicamente obbedendo ciecamente a quella che gli è parsa la legge di Dio”». Lettera al card. Florit Il 5 gennaio ’66 don Lorenzo risponde a una lettera in cui Florit gli chiedeva informazioni su una raccolta di fondi in suo favore (circa tre milioni di lire) da parte della Direzione centrale del PCI per coprire le spese processuali, notizia inventata «di sana pianta» dall’Agenzia fascista Dies, «raccolta solo dai giornali fascisti e clerico-fascisti» tutti citati da don Lorenzo nella lettera di risposta. Aggiunge: «l’atteggiamento del PCI verso di me negli ultimi mesi è stato ineccepibile elencando le espressioni anticomuniste del mio libro e mi addita al disprezzo dei lettori. Il direttore di Rinascita in tribunale ha precisato, di sua iniziativa e con ammirevole lealtà, che “l’obiezione di coscienza è un problema non proprio del nostro partito sul piano programmatico”» (II-1218).


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Don Milani apre una parentesi. «L’unica volta che ho parlato con Florit per caso, mi disse di andare alle riunioni vicariali mensili dei preti a Vicchio “perché lei potrebbe portare il suo apporto di cultura”. Risposi dicendo che a quelle riunione non mi conveniva andare perché “vanno a finire in litigi, spiate stupide, e per me è dunque saggio non andarci”. Florit risponse citando il “fa che siano una cosa sola” del vangelo». Don Lorenzo considera pericoloso coltivare il volersi bene tra preti, «a me fa molto più impressione l’andate e predicate. Più vanno per il mondo a predicare più tra di loro si allontanano. Quando sento di quei quattro preti che la domenica vanno in macchina a Bologna a vedere la partita… a me paiono… Bello sarebbe litigassero a morte e ognuno incontrasse un’anima nella sua parrocchia. L’amicizia tra preti intesa come incontrarsi o roba del genere a me sembra la negazione dell’apostolato». Dopo la Lettera ai giudici Don Lorenzo ringrazia il cardinale «del suo pensiero per le mie necessità», gesto attraverso il quale i ragazzi «mi vedono tangibilmente legato alla Chiesa che servo da 22 anni come un cane fedele». Nella stessa direzione a Barbiana «si leggono le moltissime lettere di sacerdoti solidali» che «ristabiliscono l’equilibrio nel coro non richiesto e pure carissimo degli innumerevoli lontani che scrivono» (II-1218). L’intervista chiude sulla commiserazione di don Milani per i preti che accettano di esercitare nei collegi per figli dei ricchi. In visita a Barbiana, a don Rosselli, cappellano delle suore di Never, collegio per le ragazze più ricche e raffinate di Firenze, don Milani chiese di spiegare ai ragazzi «se e come fai a difenderti dall’affetto, a non affezionarti a queste figliole e quindi alle loro famiglie, alla loro educazione, al loro ambiente, al giornale che leggono, alle idee politiche delle loro famiglie, ecc.». Sul rapporto cuore-pensiero, cuore-verità don Milani ha una sua visione, accattivante. «Se all’inizio del ministero si fa lo sbaglio di entrare in un collegio per ricchi poi il cuore “tira

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da quella parte”, e fatalmente “la verità la si vede dove il cuore indica di cercarla”, con la conseguenza che “al cuore sfuggono tutti i testi contrari alla tesi cara a lui e gli cascano sotto gli occhi tutti quelli favorevoli alla tesi cara. È il cuore che fa pensare, che fa vedere il giusto e lo sbagliato in politica, in filosofia, in religione. La cosa più importante, uscendo dal seminario, è di infilarsi dal primo giorno nell’ambiente dei poveri, così che poi la mente, spontaneamente, cercherà tutte le ragioni favorevoli a queste persone che si amano. Visto che le ragioni giuste sono quelle dei poveri importante è di innamorarsi lì”».

«Strumenti e condizionamenti dell’informazione», 1965, I 1311-1344 In un Ordine del giorno dell’11 febbraio 1965 i cappellani militari in congedo di Toscana definirono «un insulto alla patria e ai suoi caduti la cosiddetta “obiezione di coscienza”, estranea al comandamento cristiano dell’amore e espressione di viltà». Barbiana si mise al lavoro e scrisse la Lettera ai cappellani militari toscani che otterrà a don Lorenzo la denuncia per «apologia di reato». Invito a nozze. Offre infatti l’opportunità di un altro capolavoro, la Lettera ai giudici, che l’avv. Gatti, difensore d’ufficio, depone in tribunale il 28 ottobre, due giorni prima dell’inizio del processo, accompagnandola dal certificato medico («adenopatia sistemica con iperleucocitosi neutrofila») a giustificazione dell’assenza dell’imputato in aula. Il processo verrà aggiornato al 14 dicembre. Nell’intervallo, era «una domenica di dicembre», a Barbiana sale un gruppo di studenti di una scuola di giornalismo di Firenze con qualche professore, tutti fulminati dalla straordinaria bellezza della Lettera ai giudici («come avete fatto»?) ma nello stesso tempo intrigati dall’opposto riscontro riservato dal pubblico alla Lettera ai cappellani. Amerebbero delucidazioni. «La Lettera ai cappellani – racconta don Lorenzo – fu tirata in mille copie, spedita alle redazioni dei quotidiani, alle riviste, ai preti della diocesi e


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Lettera al card. Florit Otto anni dopo EP e il suo ritiro dal commercio, al cardinale don Lorenzo scrive: «lei potrebbe forse ottenere che venisse ritirato il decreto contro EP» malgrado non sia ormai «che un curioso documento d’archivio, ma per riparazione verso i miei figlioli che su queste cose hanno patito ingiustamente» (II-1219). a numerosi amici. Venne pubblicata soltanto da Rinascita, rivista del PCI». «L’abbiamo scritta, non so, in dieci giorni, con meno impegno e non s’era pensato a orchestrare l’opinione pubblica, la quale è spaventosamente immatura. Vedendo uscire quella lettera su un giornale comunista, un enorme numero di persone ha girato l’interruttore ai propri occhi, al proprio cervello. Ho ricevuto lettere da una quantità di persone, di preti, dicendo che la cosa che li aveva più colpiti è di vederla scritta su un giornale comunista, il contenuto della lettera non l’hanno visto. Succede quando un’opinione pubblica non è matura. Esiste un larghissimo strato di popolazione che non è in grado di leggere. Saper leggere significa a dir poco intendere il giornale dalla prima all’ultima pagina. Non chiamerei cittadino sovrano chi non fosse in condizione di intendere la prima pagina del giornale. Di fronte a un testo, io non guardo né chi l’ha scritto, né su che giornale, so leggere un testo senza prevenzioni». «Alla Lettera ai giudici si è dedicato un mese e mezzo di lavoro. Per la sua diffusione si è organizzato una campagna stampa con l’aiuto di tre giornalisti amici. L’hanno pubblicata sei quotidiani» e «il clamore suscitato da quella lettera è notevole» (cron. CXXIII). Se per la prima lettera don Milani aveva ricevuto «cinquanta lettere di bassissimo livello», per la seconda «le lettere non riusciamo nemmeno a leggerle tutte da quante ne arrivano, rispondere non se ne parla: simpatia generale, il clero tutto favorevole, l’arcivescovo ha mandato centomila lire». È bastato «il semplice fatto di orchestrare questo spaventoso organo di bene e di male che è la stampa. La Lettera ai giudici è stata presentata nel modo giusto e allora la gente ha potuto leggerla con serenità.

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Avendola letta con serenità si è imposta l’opera d’arte come tale: opera d’arte significa uno scritto, una pittura o che sia, che sia capace di trasmettere il pensiero, di comunicare profondamente. Comunicato la Lettera ai giudici ha comunicato, ha tutto l’occorrente per farsi leggere, è divertente, si legge volentieri, si fa intendere bene, chi la legge la capisce e questo è quello che noi chiamiamo un’opera d’arte. L’opera d’arte è quella che riesce a comunicare, a creare un ponte fra chi la fa e chi la riceve; e se questa è la definizione di un’opera d’arte, quella opera d’arte è». Il potere di abbindolare i lettori orchestrando l’opinione pubblica non divertiva don Lorenzo. «Si esaminassero con attenzione i due documenti ci si accorgerebbe che il secondo è molto più grave del primo, è una vera apologia di reato con chiaro incitamento alla disobbedienza, alla diserzione, con attacco diretto al vescovo, con la patria messa sotto i piedi, avrebbe tutto per essere incriminato. La Lettera ai cappellani era molto più tenue, non c’era nessun attacco al vescovo, nessun incitamento alla disobbedienza, era indiretto. Si parlava delle guerre passate domandando: dovevamo obbedire o obiettare? Tutto sotto forma di domanda, sotto forma ipotetica. La Lettera ai giudici è molto più forte». Paradossale l’esito: la prima procurò la denuncia per apologia di reato, la seconda la piena assoluzione «il fatto non costituendo reato» (5 febbraio ’66). L’attacco diretto al vescovo riguarda un intervento di Florit dopo la Lettera ai cappellani dove sosteneva che «è praticamente impossibile all’individuo singolo valutare i molteplici aspetti relativi alla moralità degli ordini che riceve». Sarcastico il commento di don Milani: «Certo il vescovo non voleva riferirsi all’ordine che hanno ricevuto le infermiere tedesche di uccidere i loro malati. E neppure a quello che ricevette Badoglio e trasmise ai suoi soldati di mirare anche agli ospedali. E neppure all’uso dei gas». Florit avrà da recriminare per la citazione incompleta: mancava l’accenno alla dottrina sulla legittimità dell’uccisione del tiranno.


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Al corrente delle vicende di EP, un professore chiede a don Lorenzo se avesse in preparazione qualche altro lavoro. «Ho smesso di fare lo scrittore allora e non lo ero nemmeno allora, facevo il parroco… io non ho voglia di scrivere per una élite… sono capitate due o tre occasioni come queste e allora abbiamo scritto come esercitazione scolastica. Se casualmente vien fatto di scrivere una lettera che provoca scalpore, adesione, odio e tutto quello che ha provocato è perché scriviamo molto bene. Anche se l’esperienza insegna che ciò non basta. A Barbiana quando si decide di scrivere si pone il problema, si studia a fondo, si lima per raggiungere il massimo di espressività, via via si toglie un aggettivo, si toglie una frase perché si decide tutti d’accordo che è inutile, nell’attimo in cui si toglie non solo s’è raggiunta una maggiore efficacia espressiva ma contemporaneamente si raggiunge una realtà più vera. È automatico, nello stesso tempo si La Curia fiorentina e don Lorenzo L’ultimo incontro di don Lorenzo col cardinale ha luogo a Barbiana. Nella lettera a don Bensi del 6 aprile ’66 don Lorenzo, degente all’ospedale, scrive: «Sento ora da don Cesare che il Cardinale verrebbe in visita il lunedi in Albis». La spinta all’incontro è partita dalla madre Alice che in un’udienza chiesta al cardinale «insieme a un’amica della borghesia cattolica fiorentina» l’ha pregato di esaudire il desiderio del figlio di avere il vescovo in visita pastorale a Barbiana per parlare coi ragazzi, coi loro genitori, con i barbianesi e così assicurargli quel riconoscimento del suo ministero che da anni attendeva. Dall’ospedale don Lorenzo scrive a Francuccio: «Potrei tornare a Barbiana, ma domenica mi ha telefonato il Cardinale che vuole venire a vedermi qui. Penso che aspetterò tutt’oggi e poi se non si fa vivo me ne andrò» (II-1252). Due giorni dopo: «Dovevo aspettare a Firenze l’annunziata visita del Cardinale. Ma a un certo momento mi son girati troppo i coglioni e son venuto via. Qui sto meglio per troppi motivi» (II-1253).

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raggiunge la verità e l’arte, perché sono la stessa cosa». Don Milani è convinto che la verità la si raggiunge nel punto in cui un testo diventa dal profilo letterario un’opera d’arte. La verità non è dunque fatta «né di carità, né di educazione, né di tatto, né di pietà. I consigli di prudenza non solo non fanno parte dell’arte ma contraddicono l’arte, mentre abbiamo accettato i trentotto consigli di chiarezza». Don Lorenzo alla fine sfida gli ospiti a trovare una sola parola di troppo o fuori posto.

Don Lorenzo Milani muore Don Lorenzo muore il 26 giugno 1967 a Firenze nella casa materna dove da due mesi si era trasferito per l’aggravarsi della malattia. Sentendo imminente la fine scrisse a Carla Sborgi chiedendole di andare a trovarlo nella casa della madre. L’ultimo loro scambio risaliva all’8 novembre 1943, giorno precedente l’entrata in seminario. Lei lo raggiunse e rimase alcuni giorni con lui. «La presenta ai ragazzi. Ricordano brevemente gli anni trascorsi assieme. Le regala una delle prime copie di Lettera a una professoressa che l’editore gli fa arrivare, semirilegate, su cui annota una breve dedica. Arrivato in visita La Pira, Milani fa uscire tutti dalla stanza tranne l’amica e la presenta come “la ragazza che io ho lasciato per entrare in seminario”» (cron. CXXIX). Delicato bisogno di chiudere anche il cerchio dell’incancellabile amore giovanile. Carla sarà tra i presenti nell’istante della morte, e a Barbiana per la sepoltura.

Post mortem La conclusione del processo, don Lorenzo non ha fatto in tempo a conoscerla. La pubblica accusa aveva ricorso in appello. «La stolidità del potere aggiunge un volgare post scriptum: il processo di appello per istigazione a delinquere si conclude con la condanna a 5


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mesi e 10 giorni: pena inapplicabile per la morte del reo, sottratto come un profeta al giudice» (introd. LVII). 5 ottobre 1967. ***

Congedo Avendo presente le tre asserzioni accostate casualmente in partenza a orientamento del cammino di conoscenza di don Lorenzo Milani, al termine del percorso occorre prendere atto che due di esse, la sensazione di estraneità della sua persona e la verità stella del mattino, sono tra di loro in rapporto di causa a effetto: responsabile della sensazione di estraneità risulta infatti essere la Verità che con raro rigore cartesiano dirigeva i pensieri e dunque l’agire di don Lorenzo. In positivo, la passione per la verità rende ragione dell’eccezionalità del suo stile di vita e della coe­renza nella scelta degli obiettivi che le condizioni di vita degli operai e dei contadini gli mettevano sotto gli occhi e nel cuore. Risultati conseguiti alla condizione di non guardare in faccia a nessuno. Ma il non guardare in faccia a nessuno aveva il suo prezzo: gli rendeva ostili i molti che si trovavano confrontati con analoghe situazioni (i poveri li vedono tutti, anche i preti e i politici) privi tuttavia dell’occorrente passione per mettersi accanto ai diseredati nella lotta di classe. In primis i superiori diretti, le cui reazioni volgarmente vendicative hanno avuto il potere di segnare il destino del giovane prete, costretto per patto ecclesiastico ad assoggettarsi: la condanna a Barbiana fu vero supplizio, trasformato in opportunità dalla personalità del perseguitato. L’originalità dei modi di muoversi di don Lorenzo a difesa e promozione dei poveri lo metteva in rotta di collisione con le consuetudini delle «persone perbene» di stemperare i conflitti, attutire le tensioni, evitare scontri, screzi. A suo giudizio soltanto compromessi che mortificano la Verità, dal punto di vista degli altri regole elementari di

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La Curia fiorentina e don Lorenzo La tensione per l’incontro con Florit trapela da una lettera a don Bensi: «…devo dirle, anche se le dispiacerà, che più passa il tempo dalla lettera del Cardinale più ne sono sdegnato. (…) Lei ci vede sforzi amorosi e non capisce che per me sono delle penitenze che gli impone il confessore: “Eminenza, per sua sacramentale Penitenza s’occupi amorosamente della salute dei suoi carcerati, con particolare tenerezza verso i più lontani dalla fede p. es. i sacerdoti classisti, allontanatori di anime con aceto, mancanti della necessaria disposizione alla carità pastorale, ecc.”». «Insomma, io riprendo in mano la lettera che ho cominciato più volte a scrivergli e la intesto nell’unico modo che mi venga spontaneo “Caro e infelice amico”» (II-1259). buon vicinato, di buona educazione, di difesa di fronte all’evidenza che «la verità offende». Sono nate in quel contesto le ardite contrapposizioni da lui poste a presidio della Verità. È l’aspetto di don Lorenzo che in alcuni ammiratori potrebbe forse ancora suscitare qualche perplessità. Contrapporre carità (virtù teologale) a verità, verità a prudenza (prima virtù cardinale), a pietà, a modi educati, riguardosi, a tatto nei rapporti, è sfida al buon senso comune. Che dire? Istintivamente il pensiero va alla Lettera dall’Oltretomba. Sposta il discorso dai micro-rapporti interpersonali alle macro-relazioni tra popoli e nazioni, tra i ricchi dei paesi sviluppati e le folle di poveri nei paesi poveri, alle sacche di povertà nei ricchi paesi industrializzati. La Verità è ferma a ricordare a tutti che al mondo le prime, sole giuste, incontrovertibili ragioni sono le ragioni dei poveri perché vittime, che non esiste ingiustizia che non sia conseguenza di violenza, di soprusi, di guerre pilotate, di furti. Come fa l’Africa, continente più ricco al mondo di materie prime a essere l’ultimo nella statistica dei paesi più poveri? L’esistenza di poveri, di disoccupati, di emarginati anche all’interno degli Stati ricchi mostra


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La Curia fiorentina e don Lorenzo L’incontro Barbiana «non è una visita pastorale come avrebbe voluto don Lorenzo, ma un incontro privato e riservato, che si svolge – per esplicita richiesta del cardinale – in assenza dei ragazzi, e più che un incontro chiarificatore è uno scontro vero e proprio. Milani costretto a letto dalle gravi condizioni di salute, lo riceve assieme all’amico don Cesare Mazzoni nella sua stanza. Se la delusione pervade il resoconto che Milani e don Cesare fanno ai ragazzi, ben più duro e gratuito è il giudizio che il cardinale appunta sulle pagine del suo diario: “È un dialettico affetto da mania di persecuzione. Non preoccupazione di santità fondata sull’umiltà, ma pseudo-santità puntata verso la canonizzazione di se stesso. Egocentrico, pazzo, tipo orgoglioso e squilibrato”» (cron. CXXVI). La violenza della diagnosi finale suggerisce che il cardinale fosse cosciente del dilemma nel quale don Lorenzo lo stava cacciando. Florit

non poteva riconoscere l’ortodossia dell’attività pastorale di don Lorenzo senza sconfessare la decisione della punizione dell’esilio a Barbiana; doveva evitare situazioni che in qualche modo confermassero i duri rimproveri che don Lorenzo gli aveva messo nero su bianco; non doveva creare occasioni che smentissero i propri altrettanto duri rimproveri a don Lorenzo. Da una regolare visita pastorale, il crisma di ortodossia sarebbe stato esaltato dallo straordinario rapporto che i ragazzi, le loro famiglie, il suo popolo vivevano con il loro parroco, svuotando di senso i rimproveri che lui, vescovo, gli aveva indirizzato nella lettera del gennaio ’66. Non solo, la visita pastorale avrebbe confermato i motivi dei rimproveri di don Lorenzo al vescovo. Al cardinale rimaneva, sola via di scampo, la visita strettamente privata. Gli offriva l’opportunità di rincarare la dose delle accuse, nascondendole nel diario segreto. A futura memoria?

che a tutti i livelli la Verità non è la prima preoccupazione. E così la fine della civiltà occidentale si preannuncia, a mo’ di profezia, nella Lettera dall’Oltretomba, prima dello scadere del II millennio.

smo di Firenze, don Lorenzo li abbia sfidati a trovare nella Lettera ai giudici anche una sola parola inutile o fuori posto. Chi sta per congedarsi è testimone della difficoltà, fino all’inutilità, di riassumere brani di testi a così alto tenore d’arte, frutto del «togliere», dell’«asportare» aggettivi, ripetizioni, parole difficili, frasi troppo lunghe. L’immagine è Michelangelo alle prese col blocco di marmo (introd. LXVII). Riassumere simili testi significa ritrovarsi tra le mani le stesse parole e le stesse frasi che si volevano riassumere. È il prezzo della perfezione.

Le ardite contrapposizioni rendono conto dell’evidenza che la Storia è storia di un mondo ridotto a campo di scontro tra opposti interessi, i potenti da un lato, i poveri dall’altro. La domanda è come si traduce nei consessi internazionali, all’ONU, nei rapporti bilaterali tra governi, nelle politiche nazionali, la pratica della carità in favore del più forte, della prudenza in favore del più ricco, della tolleranza a scapito dei più poveri, dei modi educati per evitare di venir compromessi, e via dicendo? Come specchio possono servire la guerra in Siria, in atto dal 15 marzo 2011 e i compromessi al ribasso per la salvaguardia del creato (Parigi 2015). Lasciando il don Lorenzo politico e tornando al don Lorenzo scrittore, un ultimo piccolo dettaglio. Si ricorderà come al termine dell’incontro a Barbiana con gli studenti della scuola di giornali-

Riponendo la penna sulla scrivania, sia concesso esprimere, con sentimento, un ultimo ringraziamento alle persone che, aprendo le pagine di Tutte le opere di don Lorenzo Milani, hanno conseguito un’opera d’arte, evento editoriale letterario ecclesiale del 2017 italiano.


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