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262 dialoghi Locarno – Anno 52 – Giugno 2020

di riflessione cristiana BIMESTRALE

Per non dimenticare chi sta peggio di noi Dossier migranti in tempo di pandemia pp. 3-9


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i corsivi di dialoghi

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i corsivi di dialoghi «Catholica» migliora Il settimanale Catholica, allegato di informazione religiosa al Corriere del Ticino, sembra essere avviato su una rotta accettabile, dopo i primi numeri di «navigazione a vista» (cfr. «Dialoghi» 258, p. 2). Opportunamente viene attribuito uno spazio adeguato ai principali avvenimenti diocesani, maggiore attenzione viene riservata anche ai temi della Chiesa mondiale (sempre solo cattolica); nell’ultima pagina vengono indicati fatti e appuntamenti, nonché i programmi religiosi dei media. Manca ancora una segnalazione adeguata di fatti importanti relativi alla Chiesa svizzera (a partire

da quelli relativi ai vescovi svizzeri), nonché delle attività delle altre Chiese cristiane in Svizzera e nel mondo, anche con un ridotto «notiziario». L’agenzia catt.ch fornisce spesso servizi interessanti (articoli o interviste) che sarebbe utile riprendere anche per i cattolici ticinesi. Queste osservazioni partono dalla persuasione che verba volant (anche se inserite nei media), mentre scripta manent, e il foglio stampato può sempre essere consultato con comodo quando si ha tempo e voglia!

L’abito non fa il papa Luigi Sandri, conoscitore della storia dei papi, ha recentemente ricordato la

vicenda di Giovanni XXIII (Baldassare Cossa), antipapa sepolto nel battistero di Firenze, che dopo essere stato deposto dal Concilio di Costanza (14141418) che elesse papa Martino V, fece atto di obbedienza al nuovo papa che lo (ri)nominò cardinale coi relativi abiti color porpora: si era presentato semplicemente vestito da dottore in legge. Forse anche a papa Ratzinger converrebbe tornare, almeno negli abiti, a cardinale e lasciare la dimora vaticana, cessando di profittare della bontà tollerante di papa Francesco. Circa poi il cardinale Sarah, sarà quel che sarà: è ormai prossimo ai 75 anni, e con pochi meriti (e con molti demeriti) diventerà… emerito. a.l.

Perché il digiuno eucaristico fa questione Anime affaticate e sitibonde, venite all’onde vive ove v’invita la vera vita: dove la lunga sete spegner potrete. La lunga sete natural che sempre, con dure tempre, il cor arde e tormenta né il fuoco allenta; giammai, se non s’arriva all’acqua viva. All’acqua viva che, con voglie accese, donna humil chiese alla fontana eterna, ch’in sua cisterna il mondo si suave acqua non have. Alle cisterne, ai morti stagni, ai laghi vanno i cor vaghi pur del sommo bene, ma di tai vene il ber sempre maggiore fa il nostro ardore. Venite dunque all’acque dolci e chiare, torbide e amare son l’acque d’Egitto il cammin dritto hor prenda e saglia il monte chi brama il fonte. Francisco Soto de Langa (1534-1619)

Il comitato di «Dialoghi» dà il benvenuto a due nuovi membri: Gaia De Vecchi, docente di Teologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore (sede di Milano), di Teologia morale all’ISSR di Milano e di religione di cattolica all’Istituto

Queste strofe sono dedicate ai lettori di «Dialoghi» che come me hanno sofferto il digiuno eucaristico provocato dalla pandemia. Della poesiola è autore un religioso spagnolo del Cinquecento, attivo a Roma nella Congregazione della Vallicella di san Filippo Neri. Anche la melodia è molto bella (si trova facilmente in Internet), ha la freschezza delle cose semplici e la rima a metà verso è una delizia! Della valenza teologica dell’esperienza che abbiamo vissuto ho scritto in un articolo che il sito «catt.ch» ha pubblicato il 15 maggio. Il tema esigerebbe un approfondimento maggiore. Volevo solo dir questo: con il massimo rispetto per chi ha tratto profitto dalle celebrazioni online, dal Rosario, dalle devozioni individuali e (con sperabile maggior profitto ancora) dalla Sacra Scrittura letta in casa, la pandemia doveva essere soprattutto uno stimolo a riappropriarsi del senso profondo dell’assemblea liturgica domenicale, rinnovata dalla riforma del Concilio Vaticano II. Mi piacerebbe che altri, migliori conoscitori della storia della liturgia, prendessero la parola su questo punto. La mia sensazione è che sul comando del Signore («Fate questo in memoria di me», Lc 22,19) si siano accumulati elementi che con la memoria domenicale del Signore risorto, attestata fin dall’esperienza delle prime comunità cristiane, hanno un rapporto indiretto: il sacerdozio consacrato, la presenza reale, il precetto festivo, l’adorazione eucaristica… Tutti elementi rispettabilissimi ma che al senso originale della sinassi si sono sovrapposti, prevalendo nella pratica e nella predicazione fino a oscurarne il significato primo. Onde l’invito a ritrovare… la sorgente. Enrico Morresi

Leone XIII di Milano; Paolo Tognina, pastore evangelico, coordinatore dei programmi evangelici presso la RSI e caporedattore del mensile «Voce evangelica» e redattore del sito voceevangelica.ch.


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La politica di asilo in Svizzera tra accoglienza e controllo Da alcuni decenni in diversi paesi europei – come d’altronde in Svizzera e in Ticino – le questioni migratorie sono al centro di dibattiti politici e mediatici a tratti accesi e controversi alimentando nell’opinione pubblica da un lato timori e paure e dall’altro manifestazioni di solidarietà e di generosità. Ma di chi stiamo parlando? Qual è la portata del fenomeno in Svizzera? E quali i principali cambiamenti intervenuti? Migranti, richiedenti asilo, rifugiati È definita «migrante», sul piano internazionale, una persona che si è trasferita dal suo paese di residenza in un altro paese da almeno un anno. Tale definizione rimanda ad aspetti quali la mobilità spaziale oltre i confini nazionali e il soggiorno prolungato in un nuovo contesto (Ambrosini, 2014) ma non alla pluralità di motivazioni alla base delle migrazioni odierne e neppure alle condizioni necessarie per ottenere il permesso altrove. La complessità è visibile nell’eterogeneità dei percorsi e dei vissuti: chi migra per lavoro, studio, matrimonio, chi è costretto a partire a causa di guerre, carestie, persecuzioni, chi intraprende un progetto definitivo, chi transita per periodi determinati, chi si sposta da un paese all’altro in cerca di migliori opportunità (Cesareo, 2015). Il termine migrante è ampio e inappropriato per rendere conto di situazioni specifiche: persone con diritto alla protezione, richiedenti asilo e rifugiati. La Convenzione di Ginevra relativa allo statuto di rifugiati del 1951, ratificata dalla Svizzera nel 1954 ed entrata in vigore nel 1955, è il principale strumento internazionale in cui si indica chiaramente chi è un rifugiato, il tipo di protezione legale e di assistenza a cui ha diritto dai paesi che l’hanno sottoscritta. Questa Convenzione è nata per proteggere principalmente i rifugiati europei dopo gli orrori della seconda guerra mondiale; il Protocollo del 1967 ha ampliato la portata della Convenzione poiché la crisi dei rifugiati ha assunto dimensioni planetarie. Solo agli inizi degli

anni Ottanta la Svizzera si è dotata di una Legge sull’asilo, un cantiere in continuo movimento e soggetto a molteplici revisioni dettate da importanti cambiamenti delle situazioni di protezione, da pressioni affinché siano introdotte misure restrittive e dissuasive. La Legge sull’asilo definisce le condizioni dell’asilo e dello statuto di rifugiato in Svizzera e la protezione accordata, anche temporaneamente, a chi non rientra nei criteri stabiliti. di Paola Solcà*

Uno sguardo ai dati statistici mostra la varietà delle situazioni presenti e il numero esiguo di persone legate all’asilo, contrariamente alla percezione diffusa tra la popolazione residente. In Svizzera vivono 8.5 milioni di persone, di cui il 25.1% con nazionalità estera, 27.8% in Ticino. La stragrande maggioranza di queste persone (83%) proviene da un paese europeo, sul piano nazionale; in Ticino è addirittura il 91% della popolazione straniera ad avere il passaporto di un altro paese europeo. Il settore dell’asilo rappresenta invece il 2.8% della popolazione straniera sia a livello federale sia ticinese. Negli ultimi tre anni le domande di asilo sono in calo (2017: 18.088; 2018: 15.255; 2019: 14.269), dopo la crescita registrata nel 2015 con l’arrivo di persone provenienti dalla Siria (2015: 39.523), comunque molto contenuta rispetto ad altri paesi europei. Complessivamente in Svizzera le persone legate all’asilo erano 121.585 a fine 2019, pari all’1.4% della popolazione totale e 2.816 in Ticino par allo 0.8% (SEM, 2020). La politica di asilo tra passato e presente Diversi autori, storici, geografi e sociologi hanno ricostruito le principali fasi della politica di asilo della Svizzera evidenziandone i cambiamenti più significativi. Interessanti ed esaustive a questo proposito le analisi di Etienne Piguet (2009; 2019) e di numerosi ricercatori in un’opera collettiva curata da Hans Mahnig (2005). Di seguito

si ripercorrono brevemente i momenti più significativi evidenziando i cambiamenti nelle posizioni delle autorità elvetiche e nelle percezioni della popolazione locale. Dopo la seconda guerra mondiale la Svizzera ha accolto i cosiddetti rifugiati della «guerra fredda» (nel 1956 dall’Ungheria sono giunte 12.000 persone e altrettante nel 1968 dalla Cecoslovacchia), le autorità svizzere e la popolazione hanno dato prova di grande solidarietà e generosità nei confronti di queste persone giunte nel nostro paese, percepite sovente come eroi poiché oppositori dei regimi comunisti dell’Est Europa. In seguito nella guerra in Vietnam, tra il 1975 e il 1983, circa 8.200 sudvietnamiti fuggirono dai comunisti e cercarono rifugio nel nostro paese. L’apertura e l’accoglienza dimostrate cominciarono a modificarsi negli anni Settanta con l’arrivo dei «rifugiati su contingentamento». La Svizzera aderì ai programmi di ridistribuzione di rifugiati cileni in fuga dalla dittatura di Pinochet e tra il 1973 e il 1983 giunsero più di 1.600 cileni. Furono accolti con maggiore freddezza delle autorità federali, non erano europei vicini di casa e neppure oppositori al comunismo. Fu il periodo di agitazioni xenofobe, i politici si interrogavano sul ruolo della Svizzera nei confronti di rifugiati provenienti da regioni così lontane. La popolazione invece si dimostrò solidale e accolse, anche nelle proprie case, profughi cileni; il Canton Ticino si distinse per la sua apertura. Gli sforzi fatti nell’accoglienza e tradizione umanitaria della Svizzera si riflettono nella prima Legge sull’asilo del 1979 considerata una legge liberale che lasciava ampio margine di manovra al Consiglio federale e alle autorità competenti (Piguet 2009): legge in seguito al centro di molteplici dibattiti e di continue revisioni negli anni successivi. A partire dall’inizio degli anni ’80 la situazione cambiò notevolmente, crescevano in modo importante i beneficiari del diritto di asilo, come pure l’eterogeneità dei paesi di origine dei richiedenti (Sri Lanka, Turchia, Balcani, Irak e diversi paesi africani); a


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fianco di persone in fuga da guerre e persecuzioni erano altre le spinte ad emigrare: per esempio da precarie situazioni economiche, sociali e sanitarie. Si riaccesero cosi le discussioni attorno alla necessità di limitare gli accessi ed evitare una presenza troppo elevata di richiedenti l’asilo. Gli anni Novanta furono caratterizzati dei conflitti dell’allora Jugoslavia e da un flusso importante di persone in fuga: nel 1991 furono 41.600 le persone giunte dalla Croazia; dalla Bosnia Erzegovina (1992-1995) arrivarono in Svizzera quasi 30.000 persone; durante il conflitto in Kosovo (1998-1999) 53.000. Sono le cifre più alte mai registrate nel nostro paese. Alcuni autori hanno parlato di «crisi dell’asilo» (Piguet 2009) poiché vennero messe in atto alcune misure volte a limitare il numero di domande: ad esempio nel 1992 non vennero più concessi visti ai cittadini dell’ex-Jugoslavia. Nel 1999 le nuove domande d’asilo raggiunsero quota 47.513: una cifra record legata all’acuirsi della situazione in Kosovo. Fu necessario far fronte all’urgenza, le persone vennero accolte in alloggi precari (rifugi della Protezione civile, utilizzati ancora oggi, permessi collettivi di ammissione provvisoria, con l’intenzione di far tornare a casa le persone alla fine del conflitto). Con l’inizio del nuovo secolo l’eterogeneità di provenienze extraeuropee aumentò ancora, così come la necessità di ampliare gli statuti giuridici nell’ambito dell’asilo e di adeguarsi alle politiche europee. Nel 2008 entrava in vigore l’Accordo di Dublino che introduceva trasformazioni radicali: è lo Stato dell’Unione europea (UE) in cui viene presentata la domanda d’asilo a essere competente del suo trattamento, di conseguenza la persona viene rinviata in questo Stato, sono i cosiddetti «rinvii Dublino». A partire da questo momento si accentua la spinta a mettere in atto, laddove possibile ed esistono accordi, anche i rinvii verso i paesi. Nell’ultimo decennio le domande d’asilo sono calate notevolmente, con eccezione del 2015 (39.523 persone), anno in cui si registrarono forti flussi migratori attraverso la «rotta balcanica»: persone in fuga dall’atroce guerra in Siria (1,4 milioni di domande d’asilo in Europa). La Svizzera non dimostrò come la Germania una tendenza all’apertura, è stata perseguita una politica piuttosto restrittiva sui rinvii negli altri Stati Dublino, facilitata dal fatto che il nostro

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paese non ha sbocchi sul mare e quindi un accesso diretto. Le frontiere non erano chiuse: ma si sarebbero potuti attivare contingenti eccezionali collaborando maggiormente con i paesi più sotto pressione come Grecia, Italia e Germania (Piguet 2019). L’efficacia della politica di asilo della Svizzera è oggigiorno sovente valutata in base alla capacità delle autorità di eseguire controlli e rinvii – quando necessari e praticabili – di persone a cui non è stato concesso l’asilo, verso i rispettivi paesi di origine (circa 3.000 all’anno), paesi terzi (200 persone) o negli altri Stati Dublino (1.521 nel 2019). I Cantoni sono incoraggiati dalla Confederazione ad attuare questi rimpatri. I principali paesi verso cui sono eseguiti i rientri sono: Nigeria, Tunisia, Serbia, Marocco, Albania, Kosovo, Algeria, Georgia, Gambia, Guinea, Eritrea, Etiopia, Somalia, Sri Lanka e Afghanistan. Si osserva pure, annualmente, un numero importante di persone che esce oppure scompare senza lasciare traccia. I richiedenti l’asilo la cui domanda è respinta e che non possono rientrare nel loro paese beneficiano dell’ammissione provvisoria (se l’esecuzione dell’allontanamento non è ammissibile, esigibile o impossibile). Questo statuto (permesso F) è stato oggetto di numerose critiche e proposte di modifica poiché una parte importante dei beneficiari risiede in Svizzera da parecchi anni in una situazione di precarietà e senza progettualità con il rischio incombente di esclusione. Esiste una pressione da più fronti per migliorare questa situazione e rendere più rapide le procedure. La ristrutturazione dell’asilo Dal 1. marzo 2019 sono pertanto entrati in vigore la ristrutturazione del sistema di asilo e le nuove procedure a seguito dell’ultima modifica della Legge asilo, accolta dal popolo svizzero nel 2016 con 66.8% di voti favorevoli. I principali cambiamenti introdotti sono la consulenza giuridica gratuita durante la procedura, la velocizzazione delle procedure e la ripartizione dei richiedenti in sei regioni svizzere con la diversificazione dei centri federali con funzioni procedurali (alloggio e procedure), senza e centri speciali. Dal 2022, il Ticino, a Balerna-Novazzano ospiterà un centro federale con funzione procedurale. Per ora riman-

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gono le strutture temporanea a Chiasso, Biasca, e Stabio. Obiettivo centrale di questa ristrutturazione è riuscire in tempi rapidi a distinguere tra coloro che sono tenuti a ritornare in un altro Stato europeo (procedura Dublino), i richiedenti per i quali una decisione dovrebbe essere possibile in modo celere e coloro per cui la procedura è più estesa. Sono questi ultimi attribuiti ai Cantoni secondo una chiave di ripartizione. In conclusione, si può affermare come la mondializzazione dell’asilo necessiti di risposte condivise tra i vari governi. Sebbene una piccolissima parte di rifugiati arrivi in Europa, non si sono ancora trovate risposte chiare per costruire una vera e propria politica di asilo europea così da evitare chiusure degli uni a scapito degli altri. La Svizzera, come sottolinea Piguet (2019) potrebbe fungere da esempio poiché ha costruito e sperimentato negli anni politiche di apertura (si pensi ad esempio ai visti umanitari) a fianco di politiche di controllo contrassegnate da un approccio concreto e pragmatico. Bibliografia Ambrosini M., Non passa lo straniero? Le politiche migratorie tra sovranità nazionale e diritti umani, Cittadella, 2014. Cesareo V., La sfida delle migrazioni, Vita e Pensiero, Collana Le nuove bussole, 2015. International Organization Migration-IOM, World Migration Report, 2020. Mahnig H., Histoire de la politique de migration, d’asile et d’intégration en Suisse depuis 1948, Seismo, 2005. Piguet E., Asile et réfugiés. Repenser la protection, Savoir Suisse, 2019. Piguet E., L’immigrazione in Svizzera. Sessant’anni con la porta semiaperta, Casagrande, 2009. Segreteria di Stato delle Migrazioni – SEM (2020) – Dati statistici sull’asilo 2019 e anni precedenti. https://www.sem.admin.ch/sem/ fr/home/aktuell/news/2020/2020-01-31.html. * Paola Solcà è docente e ricercatrice alla SUPSI.

Dialoghi in Internet Dialoghi può essere letto anche in

www.dialoghi.ch


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BIBLIOTECA Su migrazioni, rifugiati e politiche di asilo Il fenomeno migratorio a partire dall’area africana subsahariana e dal Medio-Oriente (dall’Afganistan fino al Marocco) verso i Paesi dell’Europa occidentale si è fortemente intensificato a partire dal 2005 e fino ai nostri giorni. La pandemia del virus corona ha frenato il fenomeno per alcuni mesi ma non lo ha arrestato. È dunque del tutto normale che sia stato accompagnato da un’intensa discussione politica e da una riflessione culturale che ha toccato le varie aree linguistiche nel nostro continente. Per dare qualche orientamento bibliografico a chi legge «Dialoghi» ci si limiterà qui solo a segnalare libri apparsi recentemente nelle tre lingue parlate e lette in Svizzera, dando la preferenza a quelli che intendono proporre considerazioni di principio sul fenomeno migratorio e sulle regolamentazioni applicate nei Paesi europei. Alcuni autori hanno innanzitutto posto il loro sguardo sulla percezione e sulla regolamentazione dei fenomeni migratori nel passato per verificare se e come si sia parlato e discusso, durante i secoli che ci hanno preceduto, di uno ius migrandi. Il mercato editoriale italiano ha onorato in maniera particolare questo approccio al tema, forse anche per il fatto che il sistema universitario italiano ha sempre approfondito la ricerca nell’ambito della storia del diritto e delle istituzioni politiche. Due pubblicazioni saltano subito all’occhio in questo ambito: E. Vitale, Ius migrandi. Figure di erranti al di qua della cosmopoli. Bollati Boringhieri, Torino, 2004; il libro risale a qualche anno fa, ma dovrebbe essere ancora accessibile in libreria. La sua lettura risulta particolarmente utile poiché mette in evidenza la presenza di regolamentazioni giuridiche e di politiche delle loro applicazioni già da vari secoli e con riflessioni che anticipano in parte anche le considerazioni contemporanee sul medesimo tema. Uno sguardo ancora più ampio è intrapreso due autori: V. Calzolaio, T. Pievani, Libertà di migrare. Perché ci spostiamo da sempre ed è bene così, Einaudi, Torino, 2016. La loro disamina ci mostra come il fenomeno migratorio risalga persino ai tempi preistorici ed avesse dimensioni paragonabili a quelle odierne.

Parallelamente ai fenomeni migratori sono sorte tradizioni di accoglienza delle popolazioni arrivate alle nostre latitudini. Qui vanno segnalate due pubblicazioni che approfondiscono il tema dell’accoglienza e dell’ospitalità, oggetto sia di riflessione filosofica che di pratica comune a varie tradizioni religiose. Segnalato sia un libriccino tascabile, breve ma denso, che esplora la categoria di ospitalità, così come si è sviluppata nell’area mediterranea. D. Puliga, L’ospitalità è un mito? Un cammino tra i racconti del Mediterraneo e oltre, Il Melangolo, Genova, 2010. Maggiormente centrato sulle esigenze di ospitalità nel momento presente è il libro dell’antropologo francese Michel Agier: L’étranger qui vient. Repenser l’hospitalité, Seuil, Paris, 2018. La parte del leone la fanno evidentemente le pubblicazioni dichiaratamente a carattere normativo e che tentano di formulare un’etica dell’immigrazione, in vista di un riorientamento delle politiche di asilo. Questa discussione è caratterizzata innanzitutto da sforzi definitori, tesi a proporre ed a discutere le distinzioni classiche tra immigrati e rifugiati. Al riguardo va segnalata la brochure: M. Agier, M. Madeira, A.V, Définir les réfugiés, Presses universitaires de France, Paris, 2017. Più decisa sul piano normativo la monografia del filosofo triestino Edoardo Greblo: Etica dell’immigrazione. Una introduzione, Mimesis, Udine, 2015. Qui il fenomeno migratorio e la domanda di asilo politico vengono analizzati nel quadro di una filosofia politica globale in cui l’A. formula i fondamenti di alcuni diritti fondamentali. Greblo non postula confini assolutamente aperti, ma essi devono essere sufficientemente porosi per poter onorare i diritti fondamentali di ogni essere umano. Proprio al tema di un supposto diritto di libertà di movimento è dedicata la ricerca di un filosofo operante all’Università di Zurigo: A. Cassee, Globale Bewegungsfreiheit. Ein philosophisches Plädoyer für offene Grenzen, Suhrkamp Verlag, Frankfurt, 2016. L’intenzione dichiarata dell’A. non è rimasta comunque senza risposta e l’editrice di Stoccarda Reclam ha pubblicato, al seguito del libro di Cassee, vari piccoli tascabili che criticano e precisano l’intento del filosofo di

Zurigo. Ognuno di questi tascabili costa meno di 10 franchi e quindi hanno facilitato il dibattito pubblico in area tedesca. Tra di loro ne siano segnalati due che approfondiscono sottotematiche particolarmente necessarie: (1) Konrad Ott in:, Zuwanderung und Moral, Reclam, Stuttgart, 2016, cerca di proporre linee di condotta a partire dalla tipologia di una etica delle convinzioni da una parte e di un’etica della resposnsabilità dall’altra. Il lettore riesce così a percepire le diversità di approccio ai problemi e a localizzare possibili convergenze tra i due registri. (2) Oliviero Angeli in: Migration und Demokratie. Ein Spannungsverhältnis, Reclam, Stuttgart, 2017, esamina invece la problematica da un punto di vista di una teoria della democrazia e si chiede quali soluzioni possano garantire sia l’accettabilità morale sia la democraticità delle decisioni. In ambito italiano anche la riflessione filosofica si è mossa con decisione su questo terreno proponendo elementi di riflessione pertinenti anche nel contesto elvetico. Donatella di Cesare, filosofa romana di fede ebraica, presenta: Stranieri residenti. Una filosofia della migrazione, Bollati Boringhieri, Torino, 2017, una meditazione sulle condizioni entro cui sia possibile una vera coabitazione tra persone radicate nei vari territori e nuovi arrivati che intendono inserirsi in un contesto a loro sconosciuto fino a quel momento. In un convegno tenutosi a Padova vari filosofi riflettono sull’Europa e le sue politiche migratorie durante questi ultimi anni: Vergogna ed esclusione. L’Europa di fronte alla sfida dell’emigrazione (a cura di U. Curi), Roma. Castelecchi ed., Roma, 2017. Concludendo questa rapida rassegna vengono qui evocati due libri che testimoniano dell’impegno, non solo sul piano operativo, da parte delle Chiese svizzere. Walter Lesch, professore di etica presso l’Università di Lovanio ma a lungo presente da noi, a Friburgo, propone in Kein Recht auf ein besseres Leben?, Herder Verlag, Freiburg. i. Br., 2016: linee di una motivazione cristiana in questo ambito, non solo per i singoli credenti ma anche per le comunità ecclesiali nel loro insieme. Ne sono testimonianza in Svizzera anche una serie di interventi risalenti alla Paulus-Akademie di Zurigo e raccolti nel volume: Gastfreundschaft und Gastrecht, NZN bei TVZ, Zürich, 2018. red.


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Se aiutare i migranti è un reato Il «caso Bosia Mirra» in Ticino L’assistenza ai migranti dev’essere considerata un imperativo morale (tanto più dai cristiani, secondo l’autorevole magistero petrino) ma i cittadini devono obbedienza alle leggi che gli Stati si sono dati. Il problema è sottile, dal punto di vista giuridico. È noto il «caso» del pastore Norbert Valley – assolto in secondo grado per avere aiutato il soggiorno illegale di un togolese («Dialoghi» n, 261, p. 23). In Ticino, le Corti penali si sono pronunciate a due riprese – ma la causa finirà davanti al Tribunale federale di Losanna – su un caso anomalo di aiuto «illegale» a persone in difficoltà. È il «caso Bosia Mirra», di cui hanno parlato i giornali, e che merita di essere menzionato nei particolari. Lisa Bosia Mirra, nata nel 1972, è educatrice e assistente sociale, sposata e madre di un figlio. È fondatrice dell’Associazione Firdaus, attiva tra il 2015 e il 2020 (ma sciolta a partire da quest’anno) «per sostenere persone che si trovano in difficoltà lungo la rotta migratoria». È stata deputata in Gran Consiglio nella legislatura 2015-20191. Il 28 settembre 2017 è stata condannata in primo grado dalla Pretura penale per avere «favorito/ incitato l’entrata, il soggiorno e la partenza dalla Svizzera di 24 stranieri sprovvisti dei necessari documenti di legittimazione» (art. 116 cpv. 1 lit. a della Legge federale sugli stranieri). La pena, sospesa per 2 anni, è stata di 80 aliquote giornaliere (8.800 franchi) e mille franchi di multa. I fatti erano avvenuti tra il 18 agosto e il 1. settembre 2016, i profughi erano eritrei e siriani. Alcuni Lisa Bosia Mirra li aveva anche ospitati una notte a casa sua (abitava allora a Genestrerio) e in seguito aiutati a spostarsi in Germania. I profughi li incontrava alla stazione di Como, dove in quell’epoca si era creata una situazione di emergenza che tutti ricordano. L’operazione consisteva nel fare da staffetta con 1. Al sito www.osservatoriogiuridico.ch/ new-page (dell’Osservatorio giuridico della Svizzera italiana, che sarà citato più volte ancora in questo articolo) si trova anche un’appassionata autobiografia redatta da Lisa Bosia Mirra (Memorandum di Lisa Bosia) in appoggio alla sua difesa in tribunale.

la propria auto a un furgone in cui era rinchiusa una pattuglia di profughi, fino a un valico di frontiera secondario tra Italia e Svizzera, dove accertarsi se vi erano guardie, e in quel caso dare telefonicamente «via libera» all’entrata clandestina. La condanna in prima istanza Il giudice di prima istanza riconosce che nell’esperienza di Lisa Bosia, «non tutti i comportamenti sono punibili. Vi sono, infatti, atteggiamenti che non concernono il diritto penale, in quanto sono protetti dal diritto umanitario: si tratta di atti di solidarietà come le offerte di cure, di cibo, di consigli giuridici che, manifestati con comportamenti puntuali, devono necessariamente rimanere impuniti. In tali casi una sanzione penale sarebbe, in effetti, lesiva dei diritti fondamentali di colui che presta o beneficia di piccole azioni solidali a favore di una persona bisognosa e per quanto immigrata senza permessi». Ma ciò non «copre», secondo il giudice, tutte le azioni messe in atto dall’accusata. Il giudice osserva che, pur comprendendo «lo spirito con cui Lisa Bosia Mirra ha agito e sia pure rispettando e fin anche elogiando l’impegno sociale da lei profuso in generale, la tutela dell’operato messo in atto dall’imputata deve arrestarsi a Como; infatti, se la si estendesse all’accompagnamento di migranti privi di permesso e all’organizzazione di viaggi di transito in Svizzera, si commetterebbe il medesimo errore, ossia quello di anteporre le proprie convinzioni all’ordine legislativo costituito». Il giudice non poteva non ricordare che dalla stessa imputazione (ma per una somma di atti molto superiore: le persone aiutate a entrare in Svizzera furono quattrocento) era stato assolto, nel 1974, il pastore Guido Rivoir. Ma «paragonare la dinamica che qui ci concerne e quanto avvenuto all’epoca della dittatura in Cile non è possibile ritenuto che i fuggiaschi di quel tempo provenivano direttamente da un Paese in subbuglio e, in virtù degli accordi internazionali, non avevano ottenuto nessun supporto da altri Stati. I migranti sostenuti dall’imputata provenivano invece da Como e si trovavano

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dunque in Italia, che non è certamente un Paese in guerra o un regime dittatoriale. Certo, è innegabile che quelle persone siano state trattate nel continente africano in maniera disumana, ma ciò non è certamente avvenuto in Europa e in particolare in Italia, così che la loro origine non può essere utilizzata come elemento di discolpa per il loro ingresso nel nostro Paese». La condanna attenuata in appello All’appello presentato da Lisa Bosia Mirra e dal suo difensore (la circostanza aveva dato spunto a una serie di attacchi via social che le avevano causato molta sofferenza2) ha risposto il procedimento svoltosi il 10 settembre 2019 davanti alla Corte di appello e di revisione penale presieduta da Giovanna Roggero Will. I fatti essendo confermati – l’accusata li ha sempre ammessi – il giudizio si appuntava su due punti: se si sia trattato di «ripetuta incitazione all’entrata e all’uscita illegale» (i transiti illegali alla frontiera) oppure anche di «aiuto e favoreggiamento al soggiorno illegale» (l’ospitalità concessa per breve tempo a un gruppo di fuggiaschi). La prima imputazione è confermata, la seconda negata. La colpa dell’autrice – si legge nella sentenza – «è qualificata, in considerazione del numero di persone che ha aiutato/cercato di aiutare a eludere le norme della L.Str. Essa è però notevolmente attenuata dal fatto che lei ha agito per motivi non solo ideali ma, in parte, anche onorevoli» (art. 48 del Codice penale). La pena risulta pertanto ridotta da 80 a 20 aliquote giornaliere, sempre sospese; si rinuncia alla multa. Il ricorso al Tribunale federale La vicenda non è chiusa: Lisa Bosia Mirra ha presentato ricorso al Tribunale federale. In un comunicato, Amnesty International definisce la seconda sentenza «un passo nella direzione giusta» ma critica la mancata applicazione dell’art. 18 CP che permette di annullare la pena «quando l’autore dell’atto illecito l’ha commesso per salvare terzi da gravi pericoli».

2. «Lisa Bosia insultata e minacciata via social e posta», «laRegione online» del 10 settembre 2019.


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I «corridoi umanitari» di Sant’Egidio (…) È di fronte alla chiesa che vive una famiglia di siriani arrivati con i Corridoi. Nella storia di ogni famiglia armena c’è scolpita la ferita del Medz Weghern, il massacro di 1 milione e mezzo di esseri umani, un genocidio di matrice turca, tra il 1915 e il 1916. È un mistero perché nella storia il dolore accompagni alcuni popoli più degli altri. Al parcheggio vicino al Borghetto incontro Federico Bona, un giornalista, ma anche il laico tuttofare della parrocchia, che è il referente e il coordinatore di fatto dell’esercito di persone che si è mobilitato a Ivrea per il primo Corridoio umanitario. Don Giuseppe lo presenta alla comunità a Natale del 1916. Invece di accogliere un immigrato in ogni parrocchia [ndr.: il Papa aveva invitato ogni parrocchia a ricevere un profugo], propone di accogliere una famiglia. Federico raccoglie le disponibilità di chi si fa avanti dopo essersi rivolto a Sant’Egidio: «Abbiamo dato la nostra disponibilità nelle autotassazioni regolari. Nel trovare le attrezzature, i mobili. Ma soprattutto disponibilità di saperi, teste e braccia». A maggio finalmente trovano la casa, quasi davanti alla chiesa (…) Poi arrivano materiali, mobili, olio di gomito, suppellettili. (…) Federico chiama Sant’Egidio e dice che sono pronti. La famiglia dovrebbe arrivare a giugno, ma non arriva. Nemmeno durante l’estate. Un po’ di sbandamento. Non erano preparati alle straordinarie difficoltà burocratiche e politiche che ritardano quel Corridoio umanitario da Beirut, dopo che i precedenti erano partiti senza imprevisti (…). In extremis arriva la telefonata di conferma, a ottobre. «Arrivano». «Ma avevamo in mano solo quella notizia, il numero, i nomi e le età delle persone. Saranno cristiani? Musulmani? Da dove? Da che storie? Un papà, una mamma, una figlia. Noi eravamo disponibili a tutto. Nel condominio dove avevamo preparato la casa, lo erano di meno. “Non saranno musulmani?”, “Sono velati?”, “Parlano inglese?”». (…) «Prima che arrivasse la bambina l’avevamo già iscritta alla scuola materna. Poi sono arrivati davvero, il 27 ottobre. Garabed, Marina e la piccola Negtaria di quattro anni, siriani di

I «corridoi umanitari» sono un programma totalmente autofinanziato, realizzato dalla Comunità di Sant’Egidio di Roma con la Federazione delle Chiese evangeliche in Italia, la Tavola valdese e la Caritas, emanazione della Conferenza episcopale. Organizza il rilascio di visti per profughi dalla Siria e dall’Africa subsahariana, i quali sono accolti a spese delle associazioni firmatarie in strutture o case e per i quali viene avviato un percorso di integrazione, che comprende l’insegnamento della lingua, l’iscrizione a scuola dei bambini e l’avviamento al lavoro. La Comunità di Sant’Egidio è un movimento laicale di ispirazione cristiana dedito alla preghiera e alla comunicazione del Vangelo, che si definisce come «associazione pubblica di laici della Chiesa». Fondata da Andrea Riccardi nel 1968, nello spirito del Concilio, oggi è diffusa in più di 70 Paesi in diversi continenti. È riconosciuta come «associazione internazionale di fedeli» dal Pontificio Consiglio per i laici. I principali obiettivi dei corridoi umanitari sono: evitare i viaggi dei origine armena, cristiani, vivevano ad Aleppo allo scoppio della guerra. Lui ha perso il lavoro dopo che la fabbrica dove era impiegato come tornitore era stata distrutta dai bombardamenti (…) Negtaria è venuta al mondo durante il conflitto, in una situazione di assoluta precarietà. Ha bevuto solo latte fino ai suoi quattro anni, perché non potevano permettersi altro. Il suo svezzamento è stato all’asilo, qui in Italia, seguendo i compagni che mangiavano già tutto. Poi ha imparato prima degli altri ad andare in bicicletta (…) Tra loro parlano armeno, ma sanno parlare anche il turco, l’arabo e l’inglese. Ma arrivati a Ivrea bisogna viverci. Chi li aiuta prova a fissare un vademecum di bisogni: affettivo, sanitario, occupazionale, scolastico. La grande forza della comunità è quella di avere la risposta per ogni esigenza (…): erano cristiani, cosa che semplificava un po’. L’occhio ha fatto la sua parte: a prima vista, si capisce che sono “bianchi”, che la domenica vanno in chiesa, e c’è una bambina (…) Ma l’integrazione-integrazione, la cresima dell’integrazione dopo il

profughi con i barconi della morte nel Mediterraneo; contrastare il micidiale business degli scafisti e dei trafficanti di uomini, donne, bambini; concedere a persone «in condizioni di vulnerabilità» (in quanto vittime di persecuzioni, torture e violenze, famiglie con bambini, donne sole, anziani, malati, persone con disabilità) un ingresso legale sul territorio italiano con visto umanitario, e successiva presentazione della domanda di asilo. Il rilascio dei visti umanitari prevede i necessari controlli da parte delle autorità italiane. Complessivamente, nel dicembre 2019, risultavano giunte in Europa con i «corridoi umanitari» 3.060 persone, di cui 2482 in Italia, 420 in Francia, 150 in Belgio… Non risultano contatti con le autorità svizzere. Per la provenienza delle persone accolte: 1805 dal Libano, per il 90% nuclei familiari e 715 minori, 601 dall’Etiopia e 22 da Turchia e Giordania, 54 dall’isola di Lesbo. dall’Ufficio stampa della Comunità di S. Egidio www.santegidio.org battesimo dei negozi e della scuola, è stato il Carnevale. Il Carnevale di Ivrea è il più antico d’Italia». (…) «La risposta della vita, intanto, c’è già. Garabed è lo specializzato che fa da cerniera tra manualità antica e il lavoro digitale: ormai guadagna 3.500 euro al mese. Hanno trovato una prima casa tutta per loro e poi una più grande. L’autosufficienza di quella famiglia è diventata un fatto, come la bravura di Marina e di Garabed, come Negdaria che ha finito l’ultimo anno della scuola materna ed è andata in prima elementare a settembre, irresistibile. Ce n’è bisogno come il pane di gente così in questa città bellissima, che si merita un grande futuro». Mario Marazziti Da: Porte aperte. Viaggio nell’Italia che non ha paura. Piemme, Milano, 2019, pp. 382 (per gentile concessione) Cfr. pure: V. Passerini, Tempi feroci. Vittime, carnefici, samaritani, Gabrielli editore, S. Pietro in Cariano (Verona), 2019, pp. 206.


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«Non si tratta di numeri ma di persone!» Messaggio di Papa Francesco per la 106. Giornata mondiale del rifugiato 27 settembre 2020. All’inizio di questo anno, nel mio discorso ai membri del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, ho annoverato tra le sfide del mondo contemporaneo il dramma degli sfollati interni: «Le conflittualità e le emergenze umanitarie, aggravate dagli sconvolgimenti climatici, aumentano il numero di sfollati e si ripercuotono sulle persone che già vivono in stato di grave povertà. Molti dei Paesi colpiti da queste situazioni mancano di strutture adeguate che consentano di venire incontro ai bisogni di quanti sono stati sfollati» (9 gennaio 2020). La Sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale ha pubblicato gli «Orientamenti Pastorali sugli Sfollati Interni» (Città del Vaticano, 5 maggio 2020), un documento che si propone di ispirare e animare le azioni pastorali della Chiesa in questo particolare ambito. Per tali ragioni ho deciso di dedicare questo Messaggio al dramma degli sfollati interni, un dramma spesso invisibile, che la crisi mondiale causata dalla pandemia COVID-19 ha esasperato. Questa crisi, infatti, per la sua veemenza, gravità ed estensione geografica, ha ridimensionato tante altre emergenze umanitarie che affliggono milioni di persone, relegando iniziative e aiuti internazionali, essenziali e urgenti per salvare vite umane, in fondo alle agende politiche nazionali. Ma «non è questo il tempo della dimenticanza. La crisi che stiamo affrontando non ci faccia dimenticare tante altre emergenze che portano con sé i patimenti di molte persone» (Messaggio Urbi et Orbi, 12 aprile 2020). Alla luce dei tragici eventi che hanno segnato il 2020, estendo questo Messaggio, dedicato agli sfollati interni, a tutti coloro che si sono trovati a vivere e tuttora vivono esperienze di precarietà, di abbandono, di emarginazione e di rifiuto a causa del COVID-19. Vorrei partire dall’icona che ispirò Papa Pio XII nel redigere la Costituzione Apostolica Exsul Familia (1. agosto 1952). Nella fuga in Egitto il

piccolo Gesù sperimenta, assieme ai suoi genitori, la tragica condizione di sfollato e profugo «segnata da paura, incertezza, disagi (cfr Mt 2,13-15.1923). Purtroppo, ai nostri giorni, milioni di famiglie possono riconoscersi in questa triste realtà. Quasi ogni giorno la televisione e i giornali danno notizie di profughi che fuggono dalla fame, dalla guerra, da altri pericoli gravi, alla ricerca di sicurezza e di una vita dignitosa per sé e per le proprie famiglie» (Angelus, 29 dicembre 2013). In ciascuno di loro è presente Gesù, costretto, come ai tempi di Erode, a fuggire per salvarsi. Nei loro volti siamo chiamati a riconoscere il volto del Cristo affamato, assetato, nudo, malato, forestiero e carcerato che ci interpella (cfr Mt 25,31-46). Se lo riconosciamo, saremo noi a ringraziarlo per averlo potuto incontrare, amare e servire.

È necessario farsi prossimo per servire. Sembra scontato, ma spesso non lo è. «Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò a un albergo e si prese cura di lui» (Lc 10,33-34). Le paure e i pregiudizi – tanti pregiudizi – ci fanno mantenere le distanze dagli altri e spesso ci impediscono di «farci prossimi» a loro e di servirli con amore. Avvicinarsi al prossimo spesso significa essere disposti a correre dei rischi, come ci hanno insegnato tanti dottori e infermieri negli ultimi mesi. Questo stare vicini per servire va oltre il puro senso del dovere; l’esempio più grande ce lo ha lasciato Gesù quando ha lavato i piedi dei suoi discepoli: si è spogliato, si è inginocchiato e si è sporcato le mani (cfr Gv 13,1-15).

Le persone sfollate ci offrono questa opportunità di incontro con il Signore, «anche se i nostri occhi fanno fatica a riconoscerlo: coi vestiti rotti, con i piedi sporchi, col volto deformato, il corpo piagato, incapace di parlare la nostra lingua» (Omelia, 15 febbraio 2019). Si tratta di una sfida pastorale alla quale siamo chiamati a rispondere con i quattro verbi che ho indicato nel Messaggio per questa stessa Giornata nel 2018: accogliere, proteggere, promuovere e integrare. Ad essi vorrei ora aggiungere sei coppie di verbi che corrispondono ad azioni molto concrete, legate tra loro in una relazione di causa-effetto.

Per riconciliarsi bisogna ascoltare. Ce lo insegna Dio stesso, che, inviando il suo Figlio nel mondo, ha voluto ascoltare il gemito dell’umanità con orecchi umani: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, […] perché il mondo sia salvato per mezzo di lui» (Gv 3,16-17). L’amore, quello che riconcilia e salva, incomincia con l’ascoltare. Nel mondo di oggi si moltiplicano i messaggi, però si sta perdendo l’attitudine ad ascoltare. Ma è solo attraverso un ascolto umile e attento che possiamo arrivare a riconciliarci davvero. Durante il 2020, per settimane il silenzio ha regnato nelle nostre strade. Un silenzio drammatico e inquietante, che però ci ha offerto l’occasione di ascoltare il grido di chi è più vulnerabile, degli sfollati e del nostro pianeta gravemente malato. E, ascoltando, abbiamo l’opportunità di riconciliarci con il prossimo, con tanti scartati, con noi stessi e con Dio, che mai si stanca di offrirci la sua misericordia.

Bisogna conoscere per comprendere. La conoscenza è un passo necessario verso la comprensione dell’altro. Lo insegna Gesù stesso nell’episodio dei discepoli di Emmaus: «Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo» (Lc 24,15-16). Quando si parla di migranti e di sfollati troppo spesso ci si ferma ai numeri. Ma non si tratta di numeri, si tratta di persone! Se le incontriamo arriveremo a conoscerle. E conoscendo le loro storie riusciremo a comprendere. Potremo comprendere, per esempio, che quella precarietà che abbiamo sperimentato con sofferenza a causa della pandemia è un elemento costante della vita degli sfollati.

Per crescere è necessario condividere. La prima comunità cristiana ha avuto nella condivisione uno dei suoi elementi fondanti: «La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune» (At 4,32). Dio non ha voluto che le risorse del nostro pianeta fossero a beneficio solo di alcuni.


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No, questo non l’ha voluto il Signore! Dobbiamo imparare a condividere per crescere insieme, senza lasciare fuori nessuno. La pandemia ci ha ricordato come siamo tutti sulla stessa barca. Ritrovarci ad avere preoccupazioni e timori comuni ci ha dimostrato ancora una volta che nessuno si salva da solo. Per crescere davvero dobbiamo crescere insieme, condividendo quello che abbiamo, come quel ragazzo che offrì a Gesù cinque pani d’orzo e due pesci… E bastarono per cinquemila persone (cfr Gv 6,1-15)! Bisogna coinvolgere per promuovere. Così infatti ha fatto Gesù con la donna samaritana (cfr Gv 4,1-30). Il Signore si avvicina, la ascolta, parla al suo cuore, per poi guidarla alla verità e trasformarla in annunciatrice della buona novella: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?» (v. 29). A volte, lo slancio di servire gli altri ci impedisce di vedere le loro ricchezze. Se vogliamo davvero promuovere le persone alle quali offriamo assistenza, dobbiamo coinvolgerle e renderle protagoniste del proprio riscatto. La pandemia ci ha ricordato quanto sia essenziale la corresponsabilità e che solo con il contributo di tutti – anche di categorie spesso sottovalutate – è possibile affrontare la crisi. Dobbiamo «trovare il coraggio di aprire spazi dove tutti possano sentirsi chiamati e permettere nuove forme di ospitalità,

di fraternità, e di solidarietà» (Meditazione in Piazza San Pietro, 27 marzo 2020). È necessario collaborare per costruire. Questo è quanto l’Apostolo Paolo raccomanda alla comunità di Corinto: «Vi esorto pertanto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, a essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e di sentire» (1 Cor 1,10). Costruire il Regno di Dio è un impegno comune a tutti i cristiani e per questo è necessario che impariamo a collaborare, senza lasciarci tentare da gelosie, discordie e divisioni. E nel contesto attuale va ribadito: «Non è questo il tempo degli egoismi, perché la sfida che stiamo affrontando ci accomuna tutti e non fa differenza di persone» (Messaggio Urbi et Orbi, 12 aprile 2020). Per preservare la casa comune e farla somigliare sempre più al progetto originale di Dio, dobbiamo impegnarci a garantire la cooperazione internazionale, la solidarietà globale e l’impegno locale, senza lasciare fuori nessuno. Vorrei concludere con una preghiera suggerita dall’esempio di San Giuseppe, in particolare a quando fu costretto a fuggire in Egitto per salvare il Bambino. Padre, Tu hai affidato a San Giuseppe ciò che avevi di più prezioso: il Bam-

bino Gesù e sua madre, per proteggerli dai pericoli e dalle minacce dei malvagi. Concedi anche a noi di sperimentare la sua protezione e il suo aiuto. Lui, che ha provato la sofferenza di chi fugge a causa dell’odio dei potenti, fa’ che possa confortare e proteggere tutti quei fratelli e quelle sorelle che, spinti dalle guerre, dalla povertà e dalle necessità, lasciano la loro casa e la loro terra per mettersi in cammino come profughi verso luoghi più sicuri. Aiutali, per la sua intercessione, ad avere la forza di andare avanti, il conforto nella tristezza, il coraggio nella prova. Dona a chi li accoglie un po’ della tenerezza di questo padre giusto e saggio, che ha amato Gesù come un vero figlio e ha sorretto Maria lungo il cammino. Egli, che guadagnava il pane col lavoro delle sue mani, possa provvedere a coloro a cui la vita ha tolto tutto, e dare loro la dignità di un lavoro e la serenità di una casa. Te lo chiediamo per Gesù Cristo, tuo Figlio, che San Giuseppe salvò fuggendo in Egitto, e per intercessione della Vergine Maria, che egli amò da sposo fedele secondo la tua volontà. Amen. Roma, San Giovanni in Laterano, 13 maggio 2020, Memoria della B.V. Maria di Fatima Francesco

Merci, Rousseau, de continuer à nous inquiéter. Merci, Starobinski, de continuer à nous rasséréner.

Due grandi pensatori svizzeri a confronto Rousseau procedette alla maniera dei predicatori. Accusò il male per meglio annunciarne il rimedio. Fu l’«indignazione della virtù», ci assicura, che segnò l’inizio della sua vocazione «filosofica», quando un concorso accademico pose il quesito su quali fossero le conseguenze del «rinascimento delle scienze e delle arti». La sua indignazione, il suo risentimento fecero allora nascere in lui un’eloquenza di cui ignorava ancora tutto il potere. Alcuni dei suoi lettori ne furono sedotti al punto da voler abbandonare ogni cosa per vivergli accanto, quasi avesse fondato un ordine religioso. Questa singolare attrazione agisce ancora oggi. di Jean Starobinski, prefazione di Carlo Ossola, 440 pagine con illustrazioni a colori, 12,5 x 21 cm, collana «I Cristalli», Fr. 28.– Armando Dadò editore Via Orelli 29 - 6601 Locarno - Tel. 091 756 01 20 - Fax 091 752 10 26 - shop@editore.ch - www.editore.ch


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Premiare i media in prima linea sul virus aiutando la stampa scritta a sopravvivere La crisi del coronavirus ha dimostrato (poteva risparmiarcelo!) la centralità dei media nella vita delle moderne società. In Europa, il pubblico della radio è aumentato del 20% dall’inizio della pandemia; una crescita anche più significativa l’hanno fatta registrare i giovani (+42%) mentre l’offerta di programmi informativi cresceva del 21%1. Le virtualità del sistema sono risultate ampliate dalle reti telematiche, di cui ormai si apprezza o si teme in uguale misura l’effetto sulla sfera personale. (Mette comunque i brividi il pensiero che possedere un telefonino possa bastare per essere sorvegliato nei propri stili di vita e addirittura nello stare o muoversi in/da un luogo2). Ma i media tradizionali si sono rivelati altrettanto preziosi, addirittura indispensabili per assicurare, oltre la notizia nuda e cruda, gli approfondimenti di tipo medico, tecnico, sociologico e spirituale necessari per sostenere la resilienza delle comunità di fronte all’insidia subdola della pandemia. Tale contributo non dev’essere dimenticato nella discussione, urgente in Svizzera, sulle difficoltà che attraversano i media in generale e la carta stampata in particolare. I media per la Pasqua Per la natura stessa di questo nostro foglio («di riflessione cristiana»), ci pare giusto dedicare un primo punto dell’analisi all’aiuto che i mezzi di comunicazione di massa hanno dato ai credenti costretti a stare lontani dai luoghi di culto e perciò privati delle espressioni comunitarie della fede. Non solo i grandi avvenimenti, quelli che rimarranno impressi nella memoria – come il cammino solitario sotto la pioggia di Papa Francesco in Piazza San Pietro – ma anche i sussidi ordinari, come la Messa mattutina dello stesso Francesco in Santa Marta, oppure il Rosario recitato dal Vescovo all’altare della Madonna delle Grazie in cattedrale a Lugano, sono stati un sussidio prezioso di cui va dato atto al sito diocesano www.catt.ch, il quale si è trasformato progressivamente in un contenitore di notizie e di riflessioni, completando e ampliando l’offerta di «Catholica». Va pure riconosciuta la 1. EBU Ginevra, aprile 2020. 2. L. Giammaitoni, Scusi, posso tracciarla?, in «L’Osservatore», 18 aprile 2020, p. 11.

disponibilità della RTSI a diffondere le celebrazioni della Settimana Santa dalla cattedrale di Lugano, nei giorni e agli orari «giusti»: celebrazioni ridotte all’essenziale ma efficaci. I media e il virus Ai media pubblici audiovisivi spettava il compito principale di tenere informata la popolazione, si può dire, ora per ora. Condivido il giudizio dell’ex direttore regionale della RTSI Remigio Ratti («Corriere del Ticino» del 16 aprile), che la RSI se la sia cavata meglio della TSI. Ma è naturale: la radio è un mezzo agile, poco ingombrante e di facile contatto; la televisione è più «pesante», correggere il palinsesto è più oneroso… Ma anche chi aveva meno personale a disposizione, come TeleTicino e le radio private, ha fatto sforzi molto apprezzabili. Ai giornali toccava l’approfondimento e il compito è stato assolto bene, compatibilmente con i mezzi a disposizione (è evidente che i lettori della NZZ o di «leMonde» hanno potuto spaziare su orizzonti più vasti e su informazioni scientifiche più approfondite). Anche in Ticino i fruitori dell’offerta online dei quotidiani si sono moltiplicati, con un investimento di fiducia di cui i responsabili si sono giustamente rallegrati3. Sarà importante verificare questi dati a fine 2020, ma già ora si può dire lodare il fatto che i giornali abbiano tenuto alto il profilo dell’accoglienza degli scritti da fuori, limitando a pochi esempi quelli in cui il pregiudizio o l’arroganza dominavano. Prudenza è stata usata da noi per quanto riguarda i decessi in case per anziani; va lodata in questo anche la discrezione con cui si muovono l’autorità politica e la magistratura. L’aiuto necessario La prova attraverso cui sono passati i mass media svizzeri ha coinciso con la fase apparentemente decisiva in cui pare entrato il problema dell’a3. «Il portale cdt.ch nel mese di marzo ha fatto registrare una crescita di lettori vertiginosa, pari al 230 per cento, raggiungendo la cifra record di oltre un milione e mezzo di utenti unici», P. Pelli, Le sfide del giornalismo tra crisi e opportunità, «Corriere del Ticino», 17 aprile 2020.

iuto alla stampa. La moria continua a far vittime: «le Régional», settimanale gratuito (102 mila lettori) della regione tra Losanna e Martigny, ha cessato le pubblicazioni per la caduta a picco della pubblicità. Particolare pietoso: il Comune di Vevey pensava di dare una mano affittando quattro pagine di avvisi (in un anno, si badi bene) ma il Consiglio comunale ha bocciato l’iniziativa, accusando il Municipio di volersi fare pubblicità. A livello federale si è evitato di opporre giornali e radiotelevisione: entrambi ugualmente utili e preziosi, come ha dimostrato la votazione popolare del 4 marzo 2018. Alla SSR e alle stazioni private di servizio pubblico quest’anno erano già stati assegnati dal Consiglio federale contributi extra (anche perché la tassa di ricezione ha fruttato più del previsto): il governo centrale ha ora dato seguito a una mozione approvata dalle due Camere stanziando per il 2020 57,5 milioni di aiuti indiretti, che riguardano soprattutto la distribuzione dei giornali. Rimane al palo, invece, l’aiuto ordinario, respinto dalle Camere in un primo tempo e rilanciato al Consiglio federale. In Svizzera la stampa scritta ha perso negli ultimi dieci anni un miliardo su tre di pubblicità a favore dei portali online internazionali. I giornali fanno notevoli sforzi per ampliare la loro offerta ai mezzi elettronici: in pratica, l’abbonamento al cartaceo dovrebbe consentire anche la fruizione online. Molti giornali offrono ai non-abbonati, a prezzo ridotto, la fruizione online delle loro pagine, oppure l’accesso a determinati servizi (paywall). La conformazione politica decentrata della Svizzera esige la presenza di media regionali e locali. In Ticino – circa trecentocinquantamila abitanti – due giornali raggiungono ancora ogni giorno, rispettivamente, 98mila lettori il «Corriere del Ticino» e 78.000 «laRegione», cui si aggiungono gli 86.000 del foglio gratuito «20 Minuti». Una mozione è stata presentata da cinque granconsiglieri (primo firmatario Lorenzo Jelmini del PPD). In altri cantoni (Vaud, Ginevra) si è un tantino più avanti, ma non molto. (Continua a pagina 24)


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Per ricordare don Sandro Vitalini Un teologo cristiano molto competente; un prete cattolico coerente con la propria vocazione presbiterale; un uomo dallo stile di vita essenziale; un intellettuale coraggioso, capace di fare realmente cultura, impegnato come era a creare collegamenti sempre nuovi tra la ricerca teologica e filosofica e la quotidianità delle persone. Sandro Vitalini è stato tutto questo, e anche altro. Era anche un uomo dal candore disarmante, a volte incapace di rendersi conto delle strumentalizzazioni e delle prevaricazioni che venivano subite anche da lui. Per tanti è stato anche un prezioso confidente di grande sapienza interiore e di assoluta riservatezza. Tutti questi aspetti salienti del suo essere sono tessere di un mosaico splendente, che manifesta una ricchissima personalità. Se però dovessimo trovare un filo conduttore per raccontare Sandro Vitalini, diremmo che era un uomo che, nella sua esistenza, ha fatto dell’accoglienza verso chiunque avesse bisogno di lui una logica di vita. Al di là di ogni facile retorica celebrativa, bisogna riconoscere che don Sandro era una persona strabocchevole di umanità intelligente e appassionata e, nello stesso tempo, una persona timida e riservata, incapace di risparmiarsi quando qualcuno gli chiedeva aiuto.

Per leggere ancora il teologo e l’amico L’ultimo libro di Sandro Vitalini – la seconda edizione riveduta e aggiornata del suo saggio Dio soffre con noi? Il mistero del male nel mondo – che avrebbe dovuto essere pubblicato nello scorso marzo, non lo fu a causa delle conseguenze della pandemia in atto. Esso sarà disponibile a partire dal prossimo mese di agosto. Chi lo desiderasse, può rivolgersi all’Associazione Biblica della Svizzera Italiana, scrivendo a: info@absi.ch o telefonando al n. 079 533 61 94.

Nato a Campione d’Italia il 27 febbraio 1935, cresciuto a Melide, ordinato presbitero nel 1959, è stato il primo segretario di Sacrificio Quaresimale fino al 1968, anno in cui ha iniziato la sua docenza di teologia sistematica all’Università di Friburgo, proseguita sino al 1994. Della Facoltà di teologia di questo ateneo è stato due volte decano. Ha presieduto la commissione teologica della Conferenza dei Vescovi Svizzeri. È stato pro-vicario generale della Diocesi di Lugano dal 2004 al 2017. Il Covid-19 l’ha tolto alla dimensione terrena della vita il 5 maggio scorso.

nella torre d’avorio delle accademie. Resta il rammarico che non abbia pubblicato un trattato sistematico della sua teologia, che probabilmente gli avrebbe attirato critiche da parte di persone ed ambienti che oggi contestano papa Francesco, ma avrebbe dato testimonianza ancora maggiore delle sue qualità culturali e formative.

Don Sandro Vitalini ha scritto molti libri e articoli di argomento teologico e religioso, privilegiando nella sua ricchissima attività redazionale la divulgazione ad ampio raggio: una scelta editoriale in linea con la sua vocazione di teologo mai arroccato

Come è stato già ricordato appena si è saputo della sua morte, quando si telefonava a casa sua, spessissimo si trovava la segreteria telefonica inserita: don Sandro era fuori casa, probabilmente a occuparsi di anime inquiete oppure a dispensare la sua grande

cultura teologica ed umanistica a servizio dell’autentica evangelizzazione in una parrocchia o in un gruppo ecclesiale, nel Canton Ticino o altrove. Con tutti diffondeva la certezza che l’amore del Dio di Gesù Cristo è effettivo e si rivolge, in modo libero e responsabile, ad ogni essere umano. Nella sua gioiosa disponibilità ha accettato compiti non sempre rispettosi della sua cultura e visione teologica: il ruolo di esorcista è stato un esempio in proposito… Anche se, messo nelle sue mani, questo ministero diventava una preziosa occasione per azzerare certe diffuse concezioni superstiziose. Il diavolo, nella sua teologia, non era il contraltare di Dio ma la tendenza verso il nulla ontologico. Nel Padre c’è pienezza di vita, nel male la sua assenza. Colpisce che la Facoltà di teologia di Lugano abbia affidato a un uomo di questo spessore un solo corso per un solo anno: segno che come teologo restava scomodo. Don Sandro – segno dei tempi! – apparteneva al gremio di pensatori e pastori che erano stati infiammati in particolare dalle straordinarie aperture del Concilio Vaticano II e continuavano a diffonderle e ad interpretarle di fronte alle nuove sfide culturali dei decenni successivi, anche quando, a Roma, nei pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, la forza propulsiva conciliare veniva ridimensionata e lo spirito originale del Vaticano II rimesso in discussione. Non vi è dunque da stupirsi se non è diventato vescovo della Diocesi di Lugano, pur avendo tutti i requisiti per esserlo. Per queste e molte altre ragioni don Sandro – amico di molti redattori di «Dialoghi» e apprezzato e frequente collaboratore della nostra rivista – merita la più profonda gratitudine da parte di tutte e tutti noi. Anzitutto per la capacità di vivere con gioia anche controvento. Moltissimi, nella Chiesa e nella società civile, in Ticino e altrove, continuano ad avere estremo bisogno del suo insegnamento, per scoprire o riscoprire il senso della loro vita a partire dalla logica dell’amore del Dio di Gesù Cristo, di cui è stato testimone credente, credibile e – soprattutto – sorridente. Dialoghi


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Preghiere conclusive del Santo Rosario Domenica

Martedì

Maria, Madre della Chiesa, a te ci affidiamo in questo tempo di prova: prendici per mano, insegnaci ad accogliere il dono dello Spirito, a fare quanto Gesù ci dice e a ospitare con fiducia la Parola del Padre. Donaci un’autentica conversione del cuore e della vita. Accompagna e guida chi ci governa e quanti si impegnano per la salute di tutti. Aiutaci a fermare la diffusione del contagio; assisti chi soffre, consola chi piange, insegnaci a rallentare i ritmi della vita con pazienza, a trovare nuovi modi di essere vicini, a non cedere allo sconforto, a prenderci cura gli uni degli altri e accompagnaci nel cammino della vita, con fede sempre nuova nel Signore che vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.

O Maria, tu risplendi sempre nel nostro cammino come segno di salvezza e di speranza. Noi ci affidiamo a te, Salute dei malati, che presso la croce sei stata associata al dolore di Gesù, mantenendo ferma la tua fede. Tu sai di che cosa abbiamo bisogno e siamo certi che provvederai perché, come a Cana di Galilea, possa tornare la gioia e la festa dopo questo momento di prova. Aiutaci, Madonna delle Grazie, a conformarci al volere del Padre e a fare ciò che ci dirà Gesù, che ha preso su di sé le nostre sofferenze e si è caricato dei nostri dolori per condurci, attraverso la croce, alla gioia della risurrezione. Madre di Dio, sotto la Tua protezione cerchiamo rifugio, non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, e liberaci da ogni pericolo, o Vergine gloriosa e benedetta.

fonte: Ufficio liturgico – Diocesi di Treviso

fonte: Papa Francesco

Lunedì Signore, Padre Santo, che nulla disprezzi di quanto hai creato e desideri che ogni uomo abbia la pienezza della vita, guarda alla nostra fragilità che ci inclina a cèdere. Fa’ che il nostro cuore regga in quest’ora di prova. Perdona la nostra incapacità a far memoria di quanto hai operato per noi. Allontana da noi ogni male. Se tu sei con noi chi potrà essere contro di noi? In ogni avversità noi siamo più che vincitori in virtù di Colui che ci ha amati. Facci comprendere che la bellezza che salva il mondo è l’amore che condivide il dolore. Benedici gli sforzi di quanti si adoperano per la nostra incolumità: dà forza a quanti si prendono cura dei malati, sostieni i governanti, illumina i ricercatori, concedi a tutti la gioia e la responsabilità di sentirsi gli uni custodi degli altri. Dona la tua pace a chi hai chiamato a te e allevia la pena di chi piange per la morte dei propri cari. Fa’ che anche noi, come il tuo Figlio Gesù, passiamo in mezzo ai fratelli e alle sorelle sanando le ferite e promuovendo il bene. Intercedano per noi Maria nostra Madre e tutti i Santi, i quali non hanno mai smarrito la certezza che tutto concorre al bene per coloro che amano Dio. fonte: Don Antonio Savone – Potenza

Mercoledì Maria, Madre delle Grazie, rivolgi materna lo sguardo sopra di noi, che imploriamo da Te aiuto e protezione. Tu che sei la speranza degli afflitti, il rifugio dei peccatori, la Madre della Misericordia, ascolta le nostre suppliche e ottienici perdono dei peccati, forza nelle sofferenze, aiuto in vita, perseveranza nella morte e gloria nell’eternità. Stendi la tua mano benefica su questo popolo a Te così caro e verso di Te così devoto. Accoglilo sotto la tua protezione, mantieni viva la sua fede, difendi le sue case, dona salute ai malati, forza ai medici e agli operatori sanitari, conserva fra tutti la carità, la giustizia e la pace. In Te hanno sperato i nostri padri e Tu li hai sempre esauditi. Accetta benevolmente anche le nostre preghiere e aiutaci. Ricolmi dei tuoi benefici, ci sforzeremo di esserti grati in vita coll’imitare le tue virtù, nell’attesa di cantare con Te, con gli Angeli e con i Santi, l’inno dell’eterna lode. Amen fonte: Preghiera alla Madonna delle Grazie, Lugano


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recitato dal Vescovo in tempo di coronavirus Giovedì

Sabato

O Dio onnipotente ed eterno, ristoro nella fatica, sostegno nella debolezza: da Te tutte le creature ricevono energia, esistenza e vita. Veniamo a Te per invocare la tua misericordia poiché oggi conosciamo ancora la fragilità della condizione umana vivendo l’esperienza di una nuova epidemia virale. Affidiamo a Te gli ammalati e le loro famiglie: porta guarigione al loro corpo, alla loro mente e al loro spirito. Aiuta tutti i membri della società a svolgere il proprio compito e a rafforzare lo spirito di solidarietà tra di loro. Sostieni e conforta i medici e gli operatori sanitari in prima linea e tutti i curanti, nel compimento del loro servizio. Tu che sei fonte di ogni bene, benedici con abbondanza la famiglia umana, allontana da noi ogni male e dona una fede salda a tutti i cristiani. Liberaci dall’epidemia che ci sta colpendo affinché possiamo ritornare sereni alle nostre consuete occupazioni e lodarti e ringraziarti con cuore rinnovato. In Te noi confidiamo e a Te innalziamo la nostra supplica perché Tu, o Padre, sei l’autore della vita, e con il tuo Figlio, nostro Signore Gesù Cristo, in unità con lo Spirito Santo, vivi e regni nei secoli dei secoli. Amen.

Vergine, Madre di Cristo e della Chiesa, generazioni di credenti si rivolgono fiduciose a te con il titolo di salute degli infermi. Guarda a noi tuoi figli in quest’ora di preoccupazione e di sofferenza per un contagio che semina timore e apprensione nelle nostre case, nei luoghi dell’impegno e della distensione. Tu che hai conosciuto l’incertezza del presente e del futuro e con il tuo Figlio hai anche percorso le strade dell’esilio, ricordaci che lui è nostra via, verità e vita e solo lui, che con la sua morte ha vinto la nostra morte, può liberarci da ogni male. Madre addolorata accanto alla croce del Figlio, anche tu hai conosciuto la sofferenza: lenisci il nostro patire con il tuo sguardo materno e con la tua protezione. Benedici i malati, e chi vive questi giorni nella paura, le persone che a loro si stanno dedicando con amore e coraggio, le famiglie con i piccoli e gli anziani, la Chiesa e tutta l’umanità. Insegnaci ancora, o Madre, a fare ogni giorno ciò che tuo Figlio dice alla sua Chiesa. Ricordaci oggi e sempre, nella prova e nella gioia, che Gesù si è caricato delle nostre sofferenze e si è addossato i nostri dolori, e con il suo sacrificio ha acceso nel mondo la speranza di una vita che non muore. Amen.

fonte: CEI, Celebrare e pregare in tempo di Pandemia – Sussidio

fonte: CEI, Celebrare e pregare in tempo di Pandemia – Sussidio

Venerdì Signore, la tua Parola ci colpisce e ci riguarda, tutti: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, ci rivolgi un appello, un appello alla fede. Che non è tanto credere che Tu esista, ma venire a Te e fidarsi di Te. Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri. Signore, benedici il mondo, dona salute ai corpi e conforto ai cuori. Ci chiedi di non avere paura. Ma la nostra fede è debole e siamo timorosi. Però Tu, Signore, non lasciarci in balia della tempesta. Ripeti ancora: «Voi non abbiate paura» (Mt 28,5). E noi, insieme a Pietro, «gettiamo in Te ogni preoccupazione, perché Tu hai cura di noi» (cfr 1 Pt 5,7). Amen. fonte: Dall’omelia di Papa Francesco, 27 marzo 2020 (adattamento: mons. Zanini)

«Dialoghi» ringrazia Mons. Valerio Lazzeri per la messa a disposizione di alcune delle preghiere conclusive che recitava ogni giorno al termine del Rosario, all’altare della Madonna delle Grazie nella Cattedrale di Lugano, seguito in diretta tv (www.catt.ch) da moltissime persone, in Ticino e nell’Alta Italia.


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Dick Marty, al servizio della giustizia Dick Marty è sicuramente uno dei magistrati e dei politici di maggior valore che il cantone abbia espresso nel periodo a cavallo tra il XX e il XXI secolo. È caparbio, sempre teso alla ricerca della giustizia dovunque possibile e nella misura in cui la natura e la condizione umana lo permettono. La giustizia intesa non solo come istituzione chiamata a giudicare chi commette reati, ma come valore morale fondamentale. Una giustizia equa, imparziale verso i grandi e verso gli umili, rispettosa di ogni individuo, sta alla base di una società buona, non solo nelle singole nazioni, ma anche nell’insieme delle comunità degli stati. Così si spiega l’impegno di Marty nelle istituzioni del proprio paese e negli organismi internazionali di cui ha fatto parte o con i quali ha collaborato. Le esperienze maturate in molti anni e in molte missioni nei più disparati angoli del mondo hanno permesso al magistrato e al politico di formarsi una visione del mondo e dell’uomo impregnata di indipendenza di giudizio e di equilibrata saggezza, scevra da coinvolgimenti partigiani. Gli hanno anche insegnato a diffidare delle informazioni manipolate da potenti centrali di comunicazione che sono al servizio, non della verità, ma di potenze interessate a condizionare l’opinione pubblica internazionale a proprio favore con l’impiego di strumenti di particolare efficacia. Marty ha operato in più ambiti. È stato procuratore pubblico del Canton Ticino e sul suo ruolo di magistrato inquirente osserva: il processo penale presenta un’importante componente teatrale (…), questa fase del processo non mi ha mai appassionato… Durante le indagini, invece, nel faccia a faccia dell’interrogatorio, in assenza di spettatori, le maschere cadono in fretta (…) e il dialogo è più autentico e più sincero. E conclude citando Stefan Zweig: Personalmente mi fa più piacere comprendere gli esseri umani che giudicarli, atteggiamento che svela il carattere dell’uomo. È stato membro dell’esecutivo del Cantone, parlamentare federale al Consiglio degli Stati, membro dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, per la quale ha anche diretto diverse missioni internazionali di indagine. Nel corso delle sue attività ha difeso singoli individui, minacciati da mec-

canismi che sembravano implacabilmente stritolarli sul piano morale ed economico. Ha combattuto il grande crimine organizzato: grossi trafficanti di droga o di organi umani. Ha investigato, denunciandone le pratiche criminali, la cosiddetta guerra al terrorismo condotta dagli Stati Uniti dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, in manifesto dispregio delle norme del diritto interno e internazionale. Ha pure denunciato la compromissione di molti Stati democratici, o di frazioni di Diego Lafranchi

dei loro dirigenti, nelle pratiche illegali di incarcerazione arbitraria e di tortura subdola messe in atto su richiesta degli USA. Strumento prezioso per la conduzione di queste indagini è stata l’Assemblea del Consiglio di Europa che gli ha conferito diversi mandati di indagine e che ha sempre sostenuto il suo lavoro e approvato con grandi maggioranze le sue conclusioni, mentre ha dovuto affrontare l’ostruzionismo manifesto delle autorità dei vari paesi coinvolti nei crimini indagati, quelle svizzere non escluse. Particolarmente severo è il giudizio di Marty sul lassismo giuridico e morale dei ceti dirigenti, politici ed economici del nostro Paese, nei confronti del denaro dei ricchi, cui fa da riscontro la severità nei confronti delle furbizie dei pesci piccoli: una realtà che nei «salotti finanziari» conoscono anche troppo bene: la giustizia non è uguale per tutti. Per un volgare ladro di strada, per di più straniero, le possibilità di farsi beccare sono infinitamente più alte che per un vero furfante della finanza. Un doppio standard morale non estraneo nemmeno alla politica: Il Parlamento ha adottato quasi contemporaneamente due disposizioni che illustrano bene la situazione: segreto bancario garantito ai cittadini svizzeri, cosa che ovviamente giova più ai possidenti che non agli impiegati della Migros, e introduzione di tecniche di investigazione sofisticate per smascherare eventuali truffe nel settore dell’assistenza sociale. Eppure il senso elementare della giustizia ci spinge a ritenere che quegli stessi strumenti di investigazione «invasivi» dovrebbero essere utilizzati anche per scoprire chi froda il fisco. E c’è chi

oggi ancora, per affrontare le difficoltà finanziarie legate al corona virus, prova a suggerire amnistie fiscali invece di inasprire i controlli fiscali… Interessanti e particolarmente centrate sono le caratterizzazioni di personaggi, noti ma non particolarmente amati, della scena mondiale. Oltre a Kadyrov, il presidente ceceno, di cui osserva la sua totale mancanza di empatia per le vittime e per la sofferenza delle loro famiglie, ha incontrato Castro che trova per contro un personaggio indubbiamente carismatico, dotato di una retorica formidabile, e pure simpatico. La sua formazione presso i gesuiti aveva senza dubbio lasciato il segno. Il giudizio sulla politica cubana e sul suo impatto sulla società è assai sfumato. Le condizioni di vita della popolazione presentano aspetti positivi, come la gratuità e la qualità dell’educazione e della sanità, ma altri settori potrebbero essere migliori senza l’embargo statunitense. Certo, i diritti umani sono ancora ben lontani dall’essere rispettati ma in realtà a Cuba si trova uno dei simboli più infausti dell’illiceità, del buco nero della legalità e della violazione dei diritti dell’uomo, ma non è sotto la giurisdizione dei fratelli Castro e nemmeno del suo successore: Guantanamo Bay. E osserva più oltre: si parla assai meno dell’Arabia Saudita, criticandola con molta più moderazione soprattutto non sottoponendola ad alcun embargo devastante. eppure le violazioni dei diritti fondamentali laggiù sono infinitamente più gravi. Altro personaggio non amato sulla scena mondiale è il presidente siriano Bashar al-Assad di cui Marty dà un ritratto molto sfumato. Fu da lui ricevuto a capo di una delegazione parlamentare svizzera. Durante il colloquio sembra quasi timido, ascolta e non elude le domande. Non è per nulla scontato, osserva Marty, che un capo di Stato si presti a ricevere una delegazione parlamentare straniera e rimanga per un’ora a rispondere a domande non sempre diplomatiche. In Malì, ad esempio, ci era stato concesso solo un viceministro che ci aveva accolto con fare alquanto annoiato… L’analisi che l’autore fa della situazione siriana appare molto interessante ed assai più equilibrata rispetto a quanto si può abitualmente sentire e leggere e merita di essere letta per intero. Valga


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qui questa conclusione: non voglio in alcun modo sollevare il governo siriano dalle sue responsabilità, ma farne l’unico capro espiatorio significa assolvere le altre parti in gioco e i loro sponsor, che hanno pure perpetrato ogni forma di crudeltà. Molti altri sarebbero i contenuti interessanti del libro, per esempio le descrizioni poco lusinghiere di due personaggi della politica europea, Andreotti e Mitterrand: espressioni di quella classe politica intelligente e colta, ma assai scaltra e machiavellica (…) all’origine dell’implosione del sistema dei partiti tradizionali cui stiamo assistendo. O la constatazione della distanza tra le parole e i fatti, verificabile per esempio nelle affermazioni solenni sull’uguaglianza, contenute nella Dichiarazione americana dei diritti dell’uomo e del cittadino, convissuta per lungo tempo con la schiavitù e la discriminazione razziale. Non molto diverso fu l’esito dell’omonima dichiarazione francese del 1789. In entrambi i casi prevalente sulla realizzazione dell’uguaglianza fu la difesa tenace del diritto «inviolabile e sacro» di proprietà, tanto che ancora un secolo più tardi il primo presidente della III Repubblica poteva affermare forte e chiaro che «l’imposta sul reddito era una violazione del segreto sul patrimonio» aggiungendo pure che «il popolo non ha bisogno di impoverire i ricchi per essere felice, ed è necessario dirglielo e ripeterglielo». Non siamo molto lontani da argomenti che riecheggiano oggi ancora nel dibattito fiscale. In conclusione siamo di fronte ad un’opera che stimola la riflessione sulla natura delle istituzioni, sulla natura degli uomini e che nel contempo fornisce molte informazioni sullo stato del mondo. Merita perciò di essere conosciuta e divulgata. Marty potrebbe forse essere collocato in quella schiera di uomini che, assieme agli artisti come dice Feud, sulla via della verità ci precedono sempre. D. Marty, Una vita al servizio della giustizia, Casagrande, Bellinzona, 2019.

Numeri arretrati? I numeri arretrati si possono ordinare a: Amministrazione «Dialoghi» c/o Rita Ballabio via Girora 26, 6982 Agno al prezzo di fr. 12.–

BIBLIOTECA Il cardinale rimosso Non ogni aggiornamento dei dati in archivio produce rivelazioni sensazionali: in molti casi, però, aggiustano il tiro, liberano la memoria da interpretazioni distorte, anche se di un certo peso. Così si potrebbe dire del volume Rimozioni. Lercaro. 1968 con cui Alberto Melloni, membro del Direttivo dell’Istituto per le Scienze Religiose di Bologna, dà conto di un episodio importante dell’immediato post-Concilio: le dimissioni forzate dell’arcivescovo di Bologna, cardinale Lercaro, avvenute nel 1967 in circostanze che tutto faceva ritenere quantomeno «oscure». La novità è offerta dalla pubblicazione integrale dei documenti sul «caso» raccolti dal compianto storico Giuseppe Alberigo e da lui legati all’Istituto bolognese. Giacomo Lercaro (1891-1976) arcivescovo di Bologna dal 1952 al 1967, fu uno dei quattro «moderatori» del Concilio (1962-1965), in seguito presiedette il Consiglio per l’attuazione della riforma liturgica. Melloni ha ragione nel definire imprecisa la tesi che a determinare la rimozione furono le simpatie che il presule avrebbe dimostrato verso i comunisti. Di fatto, le buone relazioni che egli instaurò con il Municipio «rosso» della città e la sua netta presa di posizione contro la guerra in Vietnam – nel discorso pronunciato per la «giornata della pace» del 1. gennaio 1967 –, avevano accreditato una lettura delle sue dimissioni in termini politici. Si sapeva che il presule era già tenuto a presentarle, le dimissioni, poiché era entrato in vigore il decreto di Papa Paolo VI che esigeva dai vescovi la rinuncia alla funzione al compimento del 75mo anno. Nota era pure l’avversione che i contrari alla riforma liturgica avevano condensato in prese di posizione vivaci. E non va taciuta neppure la circostanza (risulta anche dagli atti pubblicati da Melloni) che il presule fosse di carattere forte… Il materiale di cui Melloni dà conto con la pubblicazione sono le carte lasciate all’Archivio dell’Istituto dal cardinale Lercaro stesso e da Giuseppe Dossetti, suo collaboratore personale negli anni dell’episcopato bolognese. Giuseppe Alberigo aveva cominciato a trascriverle quando morì, nel 2007, non senza avere più volte espresso irri-

tazione per la spiegazione corrente (gli abboccamenti politici di Lercaro con il Pci); fu perciò lui ad affidare a Melloni il faldone contenente il materiale. I documenti ora pubblici dimostrano che, se non proprio di una congiura (cui potrebbe più o meno consapevolmente aver dato mano lo stesso pontefice Paolo VI), Lercaro fu il bersaglio di manovre impostate dentro le congregazioni vaticane, addirittura con la compiacenza del successore di Lercaro a Bologna: l’arcivescovo Poma. Erano, quelli, anni di fuoco. Papa Montini aveva cercato inutilmente di mettere in contatto gli Americani e i Vietcong per far cessare i bombardamenti sul Nord Vietnam, in piazza scendevano i cortei contro la guerra, ma il fronte filo-americano era molto forte. Nel caso, ci si servì di un organo di destra: «Il Borghese», per insinuare non solo che il cardinale di Bologna era alleato dei comunisti ma anche che la diocesi era male amministrata, che in Vaticano si era preoccupati, e che persino il Papa… Di fatto, Lercaro ricevette da un visitatore apostolico l’ingiunzione di dimettersi e Paolo VI gli negò udienza per molti mesi… per poi coprirlo di elogi a cose fatte. Lercaro era disposto a obbedire ma non ad ammettere di essere nel torto: gli anni seguiti alla «rimozione» dovettero essere amarissimi per lui e per i pochi amici che gli erano rimasti. Possiamo dire senza mancare di rispetto a nessuno che è una lettura amara quella che ci procura il libro di Melloni? L’amarezza è forte soprattutto quando si deve constatare quale strato di miele, ma di miele intossicato, grava sugli atti di questo (vogliamo chiamarlo così?) processo. Che spreco di Sacre Scritture, che false dimostrazioni di stima, di amicizia! L’esame puntuale degli atti di Papa Montini (da poco in corso) dovrebbe consentire conclusioni più ravvicinate sul ruolo svolto da un pontefice – i cui alti meriti, che tutti riconoscono, gli sono valsi l’iscrizione nel registro dei Santi. Io l’ho detto più volte e lo ripeto: non bisogna far santi i papi! L’impressione che questo dossier solleva non pare fatta per smentire questa mia convinzione profonda. E.M. A. Melloni, Rimozioni. Lercaro. 1968, Il Mulino, Bologna, 2019, pp. 446.


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Avanti con l’Europa nel segno della pace Lo scorso maggio ricorrevano due date importanti della storia europea, dalla seconda metà del secolo scorso fino ai nostri giorni. L’8 maggio di 75 anni fa, con la resa della Germania terminava la seconda guerra mondiale in Europa, mentre in Asia si dovette attendere fino al 2 settembre 1945 per la resa dell’impero giapponese dopo i bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki. Il 9 maggio 1950, Robert Schuman – allora Ministro degli esteri francese – pronunciò la dichiarazione fondativa della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA), ora Unione europea. Le celebrazioni del 75° anniversario della fine della seconda guerra mondiale e il 70° della dichiarazione Schuman – che è anche la Festa dell’Europa – sono state oscurate dalla pandemia di coronavirus, una sfida difficile da affrontare per l’Ue, sia a livello politico che sanitario ed economico, come mai era accaduto dalla fine della seconda guerra mondiale. Pure in Russia il 75° anniversario della vittoria sulla Germania nazista è stato celebrato senza le tradizionali oceaniche parate militari. «La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano. Il contributo che un’Europa organizzata e vitale può portare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento di relazioni pacifiche». Questo l’incipit del memorabile appello, sostanzialmente la proposta politica di dar vita alla CECA, lanciato il 9 maggio 1950 da Schumann, nella sala dell’orologio al Quai d’Orsay. Da allora sono trascorsi sette decenni, anni di una storia complessa, densa di snodi problematici che hanno modificato la geografia politica del nostro continente, nel mezzo di sviluppi difficili e imprevedibili come il crollo del comunismo, la riunificazione della Germania, la guerra nella ex Jugoslavia e la globalizzazione. Secondo il giudizio della storia il francese Schuman, l’italiano De Gasperi e il tedesco Adenauer – uniti dalle comuni radici cattoliche – sono

padri della grande missione: creare l’Europa unita superando il concetto di Stato nazionale al quale ascrivevano le inimicizie e gli odi che avevano scatenato due guerre mondiali. L’idea basilare delle grandi personalità europee, da Schumann ad Adenauer, da De Gasperi ad Altiero Spinelli, fino a Mitterrand, Kohl, Delors e Prodi, è stata quella della cessione di sovranità a un soggetto sovrannazionale, che potesse affrontare i problemi che si pongono su base globale con la dovuta visione d’insieme. Il progressivo allargamento, la tendenziale affiliazione al primo pilastro di Maastricht delle materie incluse negli altri due (politica estera e di difesa comune e politiche di giustizia e affari interni), l’introduzione della moneta unica e dell’accentramento in sede comunitaria della politica monetaria, sono tutti elementi di un faticoso processo di unità e di condivisione dei destini dei popoli che offrono un esempio valevole su scala globale, nella tensione a forgiare un concetto di «cittadinanza mondiale». La CECA (istituita il 18 aprile 1951 da Belgio, Germania, Francia, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi) apparve allora una testimonianza palpabile della riconciliazione tra i due grandi nemici della prima e seconda guerra mondiale, Francia e Germania. A distanza di settant’anni si può affermare che il trattato è stato un progetto di capitale importanza per l’unificazione europea. La sua architettura istituzionale, che prevedeva l’Alta autorità, il Consiglio dei ministri, l’Assemblea parlamentare, la Corte di giustizia e il Comitato consultivo, ha costituito il primo banco di prova del «metodo comunitario» tuttora vigente. Per la prima volta sei paesi europei rinunciarono a una parte di sovranità nazionale a beneficio del bene comune di tutti i partecipanti. La CECA, che all’origine si riteneva dovesse riconvertire promettenti produzioni in espansione, ha dovuto accompagnare anche dolorosi processi di ristrutturazione imposti dai cambiamenti susseguitisi spesso con forti accelerazioni. Degli aiuti alla riconversione CECA hanno beneficia-

to in cinquant’anni oltre 1.7 milioni di lavoratori, con prepensionamenti, rimborso indennità e formazione continua. Dal trattato sul carbone e l’acciaio fino al successivo passo, i Trattati di Roma, trascorsero appena sei anni: il 25 marzo 1957 nascevano la Comunità economica europea (CEE) e la Comunità europea dell’energia atomica (EURATOM), una decisiva svolta verso il processo di integrazione europea sviluppatosi secondo il metodo funzionalista ideato da Jean Monnet, integrazione che farà un risolutivo salto in avanti nel 1992 con l’istituzione del Trattato di Maastricht. La crisi finanziaria globale scatenatasi nel 2008 ha frapposto pesanti macigni al compimento del disegno europeista, a cui si somma una fase di deriva intergovernativa: non manca tanto la volontà di accordarsi sugli obiettivi, quanto la disponibilità e consentire le deleghe di sovranità indispensabili per tradurre in pratica le decisioni prese. Con inevitabile allargamento della distanza tra annunci e realizzazioni e conseguente disaffezione dell’opinione pubblica, in presenza peraltro di una delegittimazione di un’intera classe politica, di destra come di sinistra, sempre più distante dalle concrete attese e problemi dei propri cittadini e divisa tra coloro che non sono riusciti a creare alcun consenso credibile sul progetto europeo e coloro che invece cavalcano gli umori, facendo demagogia. Come venirne fuori? Ripartendo dal metodo europeo, fatto di coraggio e gradualità, riscoprendo le radici, a partire dalla Dichiarazione del ministro degli esteri francese Schuman del 1950, che proponeva di costruire una Europa con la pace come obiettivo, la libertà come principio, la solidarietà come metodo. Un progetto di progresso per il futuro, per i nostri figli e per i tanti popoli che guardano ancora con speranza all’Europa. Franco Narducci (da «Il corriere degli italiani» 13 maggio 2020)


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Donne spagnole in rivolta nella Chiesa Ora basta! Con questo grido l’Associazione delle Teologhe spagnole, insieme a molti altri gruppi e comunità parrocchiali, ha annunciato la «rivolta delle donne nella Chiesa»; il 1° marzo a Madrid, è stato letto pubblicamente il manifesto della rivolta. Siamo donne credenti. Viviamo con passione la sequela di Gesù di Nazaret in molti gruppi, parrocchie, organizzazioni, movimenti ecclesiali e congregazioni. Siamo impegnate con la causa di Gesù e lottiamo per il rinnovamento della Chiesa e la trasformazione sociale nella prospettiva delle donne. Alziamo la voce perché viviamo una profonda discriminazione nella Chiesa ed è giunto il momento di dire «Ora basta!» Non possiamo né vogliamo rimanere in silenzio. Siamo stanche delle incongruenze e dell’autoritarismo che percepiamo quotidianamente. E per questo vogliamo denunciare le molteplici forme di ingiustizia e invisibilità di cui soffriamo nella Chiesa. L’istituzione, con la sua struttura e organizzazione, sta rimanendo ai margine delle conquiste sociali in termini di uguaglianza e corresponsabilità e sta commettendo un errore. Il clericalismo è la causa di molti mali: ad esempio, la dolorosa violenza esercitata su donne, religiose e laiche, così come altre intollerabili forme di violenza. Denunciamo la codardia nell’affrontare cambiamenti nell’organizzazione della Chiesa di fronte a segni dei tempi che già per sé stessi gridano; e la chiusura di fronte alla necessità di un cambiamento essenziale: l’accesso al diaconato e al presbiterato femminile per servire le comunità cristiane. Denunciamo la sproporzione tra il numero di teologhe preparate e i posti che occupano come insegnanti nelle facoltà di teologia e in altri ruoli di responsabilità. L’istituzione mette all’angolo, disprezza e mette a tacere le donne che la sostengono; l’egemonia maschile è legittimata e perpetuata senza alcuna autocritica. Vogliamo rendere visibile il nostro lavoro instancabile e gratuito. Noi donne siamo la stragrande maggioranza nel volontariato, nelle celebrazioni religiose, nella catechesi, nella pastorale, nell’azione sociale in favore

delle persone più impoverite, nei movimenti ecclesiali, nell’insegnamento, nella vita religiosa… Siamo le mani e il cuore della Chiesa, ma ci viene negata la parola, di avere voce e voto, la possibilità di decidere e la leadership in ambiti opportuni, come è stato dimostrato, ancora una volta, nel Sinodo dell’Amazzonia. Abbiamo più che dimostrato che sviluppiamo il nostro lavoro, anche volontario, con creatività e responsabilità. Ma, di solito, ci vengono offerti solo compiti che alleggeriscono il lavoro degli uomini, mantenendo loro la responsabilità ultima. Esiste una chiara sproporzione tra ciò che diamo alla Chiesa e ciò che riceviamo, perché la mentalità patriarcale e feudale, insieme a una teologia obsoleta, giustificano tale sproporzione. Cosa accadrebbe

Le donne chiedono che nella Chiesa siano finalmente riconosciute come soggetti a pieno titolo, non solo a parole, ma anche nei fatti concreti alla Chiesa e alle chiese se smettessimo di fare tutti questi lavori, perché siamo stanche dell’invisibilità e dell’ingiustizia? Lavoriamo nella Chiesa perché è la nostra comunità di riferimento per vivere il Vangelo. Continueremo a farlo finché non recupereremo la comunità di eguali trasmessaci da Gesù. Lavoriamo per una Chiesa sinodale che riconosca la piena ministerialità delle donne. Anni fa abbiamo aperto una breccia nel muro che ci impediva l’accesso agli studi di teologia. Non ci fermeremo fino a quando non verrà riconosciuta e apprezzata la ricchezza della teologia femminista come motore di cambiamento; fino a quando il linguaggio patriarcale e sessista non sarà eliminato dalle omelie, dai testi liturgici e dai documenti; fino a quando la morale sessuale della Chiesa non sarà piena di tenerezza e misericordia e cesserà di incolpare le donne. Continueremo a lavorare con impegno affinché la Chiesa possa dialogare con

i movimenti di liberazione delle donne e riconoscere la diversità delle famiglie, delle identità e dell’orientamento sessuale. Lavoriamo duro affinché la Chiesa denunci il sistema economico neoliberista, che impedisce alle persone di avere condizioni di vita coerenti con la nostra dignità, perché questo sistema depreda la terra, incoraggia la femminilizzazione della povertà e favorisce il lavoro e lo sfruttamento sessuale delle donne. Lavoriamo e lavoreremo per recuperare una Chiesa in cui le donne siano riconosciute come soggetti a pieno titolo, con voce e voto ovunque e apprezzate per i talenti e i carismi. Non siamo sole. Facciamo parte di una rete che cresce ogni giorno e si intreccia con donne delle Chiese d’Europa e del mondo che hanno già detto «Ora basta!» e alzano la loro voce, come il movimento internazionale di Voices of faith, perché l’uguaglianza diventi costume nella Chiesa. E abbiamo raccolto la testimonianza della Buona Novella portata da Gesù: ha trasgredito le norme di una società profondamente patriarcale e ha dialogato con le donne a tu per tu, trattandole come uguali e discepole. Ci sono state le testimonianze Maria di Nazaret, Maria Maddalena, Marta e Maria, Giovanna di Cusa, Susanna, la diaconessa Febe, Giunia e molte altre che nella storia hanno lottato per la nostra dignità e per il riconoscimento di tutti i nostri diritti. Molte hanno pagato questa lotta con persecuzioni, maltrattamenti e con la vita. Hildegarda di Bingen, Chiara di Assisi, Caterina da Siena, Le Beghine, Teresa di Gesù, Mary Ward e Dorothy Stang, tra le altre, ci hanno fatto strada. Nel 2000 abbiamo celebrato il Giubileo delle donne, manifestando davanti alla cattedrale di Madrid. Oggi, 20 anni dopo, facciamo un altro passo: ci siamo organizzate per esprimere la nostra Rivolta nella Chiesa, attraverso la musica, la riflessione, il silenzio, la preghiera, la danza… Leggeremo questo manifesto. Saremo tutt’uno con le compagne che faranno il loro gesto di denuncia e in molti altri luoghi dello Stato e del mondo. (da «Adista» 22 febbraio 2020)


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cronaca svizzera

CRONACA SVIZZERA a cura di Alberto Lepori

L’economia di Francesco. L’associazione Osservatore Democratico di Massagno ha messo in programma per il 2020 un ciclo triennale su «Economia e ambiente. Nuovi approcci, nuove pratiche, nuove politiche». In collaborazione con organizzazioni partner, tra cui Lepontia Cantonale, affronterà, sotto la direzione e la moderazione del Prof. Markus Krienke della Facoltà di Teologia di Lugano, l’influsso delle nuove dottrine economiche alla riflessione sul rapporto tra ambiente, crescita economica e sviluppo sostenibile in un’ottica che è oramai quella di una transizione energetica ed ecologica che porterà la Svizzera e il continente europeo ad essere climaneutrali entro il 2050 e che dovrà garantire una giustizia sociale che eviti nuove esclusioni e povertà. Per informazioni ulteriori rivolgersi a: Osservatore Democratico, casella postale 414, 6908 Massagno (www. osservatoredemocratico.ch). Votazioni importanti. Dopo l’annullamento, causa coronavirus, della votazione del 17 maggio 2020, il popolo ritornerà alle urne il 27 settembre. Cinque gli oggetti in consultazione, come deciso dal Consiglio federale: l’iniziativa per la limitazione dell’immigrazione (iniziativa dell’UDC per la disdetta dell’accordo europeo sulla libera circolazione delle persone), la legge sulla caccia (agevolazione dell’uccisione di lupi e orsi), la deduzione fiscale per la cura dei figli, il congedo di paternità di due settimane e l’acquisto di nuovi aerei da combattimento. Giornata impegnativa per i cittadini svizzeri, sperando che siano debitamente informati sulle scelte; l’invito di «Dialoghi» è di respingere la proposta antieuropea della destra e sostenere le due proposte sociali delle deduzioni per i figli e del congedo paternità. Multinazionali resposabili. Kofi Annan, già segretario delle Nazioni Unite, aveva sottolineato al WEF di Davos l’importanza del rapporto tra economia e i diritti umani con una forte dichiarazione: «Se non sappiamo realizzare una globalizzazione per tutti, finiremo per non soddisfare nessuno». Il divario tra l’economia globalizzata e lo Stato di diritto nazionale appare particolarmente evidente quando

per esempio una multinazionale può vendere pesticidi tossici in un Paese in via di sviluppo mentre questi sono da molto tempo vietati in Europa. La comunità internazionale ha iniziato a battere una strada diversa nel 2011 con i Principi direttori dell’ONU relativi alle imprese e ai diritti dell’uomo: «I diritti dell’uomo non sono facoltativi per le multinazionali. Esse hanno il dovere di rispettarli». Da allora un numero crescente di Stati ha promulgato leggi per introdurre questo obbligo nel loro diritto. La Svizzera ha l’opportunità di introdurre tale obbligo con l’iniziativa per le multinazionali responsabili, attualmente all’esame delle Camere federali e che potrebbe essere sottoposta al voto popolare nel prossimo mese di novembre. Abbandonano la Chiesa. L’Istituto svizzero di sociologia pastorale di San Gallo ha pubblicato lo scorso novembre i risultati della statistica ecclesiale del 2018. Si nota un rilevante aumento del numero degli abbandoni della Chiesa, accompagnato da una diminuzione di matrimoni religiosi e di battesimi. Tra la popolazione residente in Svizzera, la Chiesa cattolica conta circa 2,9 milioni di membri, cioè circa 60.000 in meno del 2014, anno record. La statistica mette in rilievo l’aumento delle uscite dalla Chiesa, che furono 25.366, un quarto in più che nel 2017. Gli abbandoni sembrano principalmente causati dalle notizie circa gli abusi sessuali verificatesi nel clero e concernono specialmente persone che avevano un legame debole con la Chiesa. Dal 1990 si assiste anche alla diminuzione del numero dei matrimoni cattolici, diminuiti negli ultimi cinque anni del 20%; nel 2018 furono solo 3.200 i matrimoni religiosi, cioè circa poco più di un terzo dei matrimoni tra cattolici. Anche il numero dei battesimi è diminuito in Svizzera dell’11%, risultati in totale 18.568; il numero è tuttavia influenzato anche dalle scelte dei genitori d’origine straniera che fanno battezzare i figli nel paese d’origine. Si calcola che circa un terzo dei bambini di genitori cattolici non sono più battezzati. Di fronte a queste cifre, l’Istituto di pastorale invita la Chiesa svizzera a cercare adeguate misure, aumentando i legami coi propri aderenti, l’attenzione alla pastorale delle coppie e delle famiglie.

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Disoccupazione in convento. A causa della pandemia, le chiese cattoliche sono rimaste chiuse per più mesi, e la domanda di ostie per la comunione ai fedeli è fortemente calata, per cui le suore cappuccine del convento Santa Anna Gerlisberg a Lucerna hanno fatto domanda di disoccupazione parziale. Il convento lucernese ha circa 260 clienti (parrocchie e conventi) e utilizza ogni settimana circa 1.600 chili di farina; la produzione è fatta da tre suore, mentre la distribuzione (da Lucerna alla Svizzera centrale al Ticino) avviene attraverso undici conventi «filiali». Svizzera in difetto. Nel 2019 la Confederazione svizzera ha destinato lo 0,44% del reddito nazionale lordo (PIL) all’aiuto pubblico allo sviluppo; l’associazione Alleanza Sud, che rappresenta le principali opere umanitarie, ha denunciato che tale percentuale non solo è nettamente inferiore a quanto richiesto a livello mondiale (cioè il 0,7 del PIL), ma anche alla scelta del parlamento federale, che aveva deciso di aumentare la quota allo 0,5%. Questa retromarcia è particolarmente deplorevole considerando le difficoltà che la pandemia del coronavirus sta provocando nei Paesi sottosviluppati, specialmente per la mancanza di un efficace sistema sanitario. La Svizzera è il contribuente all’ottavo posto tra i Paesi dell’OCDE, dopo Lussemburgo, gli Stati scandinavi, l’Inghilterra la Germania e l’Olanda. Migrazione. In aprile sono state presentate 332 domande d’asilo, in flessione del 65,5% rispetto al mese precedente e in calo del 70,3% su base annua. Lo ha comunicato la Segreteria di Stato della migrazione (SEM). Tra i motivi del calo c’è il severo regime di frontiera adottato per la crisi del coronavirus. La SEM ha evaso 1.309 domande in prima istanza: 158 con decisione di non entrata nel merito (di cui 126 in virtù dell’accordo di Dublino), 381 con la concessione dell’asilo e 432 con l’ammissione provvisoria. Le domande in sospeso in prima istanza sono 6.098, 801 in meno rispetto a marzo. Sempre in aprile, 68 persone hanno lasciato la Svizzera sotto il controllo delle autorità o sono state rimpatriate. Nei primi tre mesi dell’anno, l’immigrazione nella popolazione residente permanente in Svizzera è aumentata del 9% (+3.013 individui) rispetto allo stesso periodo del 2019. L’emigrazione di stranieri è invece calata dell’8,8% (-1.620),


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mentre il saldo migratorio si è attestato a 18.386 persone (+4.733). Secondo gli ultimi dati della Segreteria di Stato della migrazione a fine marzo 2020 risiedevano nella Confederazione 2,12 milioni di stranieri. La pandemia e le misure adottate dal Consiglio federale avranno ripercussioni sulle statistiche dei prossimi mesi. I gruppi stranieri più rappresentati sono quello italiano (15,3%), tedesco (14,6%) e portoghese (12%). Seguono Francia (6,7%), Kosovo (5,4%) e Spagna (4%). La crescita dell’immigrazione è stata più sostenuta in confronto agli anni precedenti, ma resta nettamente sotto i livelli registrati tra il 2013 il 2015.

nuzione). Lo Stato del Vallese ha aumentato di fr. 50.000 il suo contributo per il ruolo sociale svolto dalla Chiesa, portandolo a fr. 470.000.

Gli extra dei parlamentari. Tre parlamentari federali su quattro incassano soldi da attività o mandati accessori: dal dicembre 2019 i parlamentari non sono tenuti solo a indicare i loro mandati in aziende, associazioni e fondazioni, ma anche se sono pagati per le loro attività. Dai dati risulta che i deputati e senatori accumulano 1.650 mandati, una media di 7 a persona, il 45% dei quali viene remunerato. Associazioni o aziende hanno interesse ad essere a conoscenza di quanto avviene al Nazionale e agli Stati, per poi poter influire sull’iter legislativo Questo stato di cose porta i parlamentari ad essere dipendenti e favorisce i conflitti di interesse: in particolare quando i compensi raggiungono importi a cinque o sei cifre.

Immigrazione. Nel 2019 l’immigrazione è aumentata dello 0,5%. Rispetto all’anno precedente si sono avute 55.017 persone in più provenienti dall’estero (+254). Gli stranieri residenti permanenti sono ora 2,11 milioni, su un totale di 8,57 milioni di abitanti. In testa gli italiani (323.683), davanti a tedeschi (309.388), portoghesi (262.926), francesi (139.646) e kosovari (113.800). L’aumento è stato dovuto soprattutto ai permessi rilasciati a lavoratori provenienti da Romania e Bulgaria (UE2), che dal 1. giugno beneficiano della libera circolazione delle persone. Il 23% è occupato in attività nel settore della consulenza e dell’informatica, il 22% nella ristorazione e nel settore alberghiero, il 15% nell’industria e nell’edilizia. Nel 2018 il 18% della popolazione permanente svizzera di 15 anni o più disponeva della doppia nazionalità. Ad avere la più alta percentuale di bi-nazionali è il canton Ginevra (46%), seguono Vaud e Ticino con tassi vicini al 30%.

Antisemitismo. Gli episodi di antisemitismo sono diminuiti negli ultimi due anni da 42 a 38 secondo un rapporto (che riguarda la Svizzera tedesca) pubblicato dalla Fondazione contro il razzismo e l’antisemitismo (GRA) e dalla Federazione svizzera delle comunità israelite (FSC). A preoccupare sono ora le minacce su Internet e sui social media: il 60% dei casi si registrano su Twitter e il 30% attraverso Facebook. Argomenti più frequenti: le solite teorie cospirative, seguono l’antisemitismo in generale e l’avversione a Israele. Bilancio a Sion. La Diocesi di Sion ha chiuso i conti 2019 con un deficit di 30.000 franchi; la tradizionale raccolta di fondi per la Festa di Tutti i Santi è in continuo ribasso (fr. 207.000 nel 2019, contro fr. 251.000, risp. fr. 214.000 negli anni precedenti). Le finanze diocesane sono state salvate da alcune generose eredità (…ma anche i vecchi ricchi e generosi sono in dimi-

Malpaga. Gli svizzeri hanno fama di essere un popolo di risparmiatori. Eppure, il 18,9% della popolazione vive in un’economia domestica con almeno un arretrato di pagamento negli ultimi 12 mesi. I ritardi più frequenti riguardano le imposte e i premi dell’assicurazione malattia. In Ticino era il 21,6% delle economie domestiche ad avere almeno un arretrato. Le categorie maggiormente toccate dall’indebitamento sono le famiglie numerose, i disoccupati e gli stranieri.

Chiese in svizzera. È stato eseguito un censimento delle chiese in Svizzera; dal 1950 a oggi sono state costruite circa mille nuove chiese (chiese, cappelle, monasteri) di cui più di 600 cattoliche e quasi 200 protestanti. Queste costruzioni hanno seguito l’evoluzione dei fedeli nel Paese, tra cui una quindicina di chiese pre-fabbricate negli anni 1960-1970 e che ancora oggi sono in servizio. Cifre in calo. L’anno scorso in Svizzera c’è stato un lieve aumento del numero di morti e di divorzi, mentre nascite e matrimoni sono calati in modo più deciso rispetto al 2018. È quanto risulta dai dati provvisori dell’Ufficio federale di statistica (UST) sul movimento naturale della popolazione. Nel

2019 sono morte 67.300 persone, 200 in più rispetto all’anno prima (+0,3%). Nel contempo la popolazione è stata poco prolifica: le nascite sono passate da 87.900 a 84.000 (-4,4%). I matrimoni, 38.200 nel 2019, sono calati in media del 6,2%, mentre i divorzi sono in aumento dello 0,4% rispetto all’anno precedente: ne sono stati pronunciati 16.600. Aumentano le diseguaglianze. Tra il 2011 e il 2018 il divario salariale medio fra i dirigenti delle aziende elvetiche e i loro subordinati è aumentato. Da un rapporto fra il salario più basso e il più elevato di 1:45 si è passati a circa 1:51. È quanto emerge dal 15mo studio sul tema eseguito da Travail.Suisse. Dal sondaggio condotto tra 26 imprese è risultato che, se nel 2018 fra i CEO i salari sono rimasti stabili, fra gli altri membri delle direzioni aziendali gli stipendi sono aumentati mediamente del 7% rispetto al 2017. In media le buste paga a questi livelli raggiungono i 2,5 milioni. Nel complesso, ai vertici delle società gli stipendi sono cresciuti del 19% dal 2011, mentre nello stesso periodo di tempo ai dipendenti al di sotto del livello dirigenziale i salari nominali sono cresciuti del 14,3%. In 19 imprese delle 26 analizzate, figurano membri del gruppo direttivo o del CdA che guadagnano oltre 2 milioni di franchi. In totale si tratta di 114 manager, 37 dei quali sono pagati almeno cento volte di più dei loro subordinati. L’invasione immaginaria. Il sovranismo ha cavalcato le preoccupazioni delle persone nei confronti del fenomeno dell’immigrazione costruendo un nemico immaginario. Immaginario, perché la realtà è completamente diversa da quella che ci viene raccontata: non c’è stata alcuna invasione di migranti, non è vero che sono tutti maschi, africani e musulmani, non è vero che ch’immigrazione derivi direttamente dalla povertà o che tutti i rifugiati abbiano come destinazione principale l’Europa. Il fenomeno è molto differenziato e necessita di risposte politiche molto articolate. Bisogna uscire dall’attuale clima sociale intossicato, ma per farlo bisogna aver presente numeri, dati e fatti e proporre soluzioni concrete. Ne è convinto Maurizio Ambrosini, docente di Sociologia delle migrazioni all’Università di Milano, autore del saggio L’invasione immaginaria. L’immigrazione oltre i luoghi comuni (Bari, Laterza, 2020, pp. 171, € 14). Consigliato a tutti i sovranisti, svizzeri compresi.


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CRONACA INTERNAZIONALE a cura di Alberto Lepori

Per Ernesto Bonaiuti. La sezione italiana di «Noi siamo Chiesa» ha promosso una raccolta di firme per chiedere la riabilitazione, da parte della Chiesa cattolica, di Ernesto Buonaiuti, nato nel 1881 e morto il 20 aprile 1946. Bonaiuti, prete dal 1903, professore e ricercatore della storia del cristianesimo, dopo essere stato espulso dal Pontificio Collegio Romano quale modernista, fu privato anche dell’insegnamento universitario statale per aver rifiutato il giuramento nel 1931 richiesto dal fascismo, e poi ancora impedito di tornare all’insegnamento, in forza del Concordato che escludeva scomunicati. Un appello ha raccolto 411 qualificate adesioni, comprese quelle di 11 riviste tra cui «Dialoghi». Crisi a Bose. Come un fulmine a ciel sereno, il 27 maggio è arrivata la notizia che la Santa Sede ha imposto a Enzo Bianchi, ex priore del monastero di Bose, in Piemonte, di lasciare la comunità, insieme con due confratelli e una sorella. La ragione sono le incomprensioni nate nella comunità dopo la rinuncia, nel 2017, da parte di Enzo Bianchi, alla funzione di priore, e l’elezione di Luciano Manicardi al suo posto. Non è un mistero per nessuno che Enzo Bianchi, fondatore della comunità nell’immediato post-Concilio, sia, per dirla in termini biblici, «di dura cervice» (in ticinese: un teston); d’altra parte, principalmente a lui si deve lo sviluppo di questo centro di cultura e di spiritualità basato sulla vocazione cenobitica. Il «modello» di Bose consiste nella convivenza di laici e di laiche – attualmente una novantina – sia cattolici sia di altra confessione, che si obbligano a condurre una vita simile a quella dei monaci della tradizione cristiana. Bose era divenuta un centro di irradiazione per le ricerche e i convegni sul Cristianesimo e i corsi biblici e la casa editrice Qiqajon, un punto di riferimento importante della pubblicistica post-conciliare in Italia. La decisione vaticana fa seguito alla missione di tre «visitatori apostolici» che avevano condotto un’indagine nel monastero tra dicembre e gennaio. Protagonista dell’Isolotto. Il 12 aprile, domenica di Pasqua, è morto a Firenze don Sergio Gomiti, protagonista con Enzo Mazzi della vicenda

dell’Isolotto. Nato a La Fonte, presso Firenze, il 21 ottobre 1931, di famiglia non praticante, venne ordinato nel giugno del 1957. A luglio venne mandato a Santa Maria delle Grazie all’Isolotto, ad affiancare come vicario parrocchiale Enzo Mazzi. I due si trovarono subito bene. Più pratico e metodico Gomiti, più estroverso e caotico Mazzi. Entrambi concordi sul modo di impostare la vita della parrocchia, che Enzo aveva condiviso con il card. Elia Dalla Costa, cioè come una comunità aperta al quartiere e al mondo, dove si cercava di vivere aiutandosi, a partire da coloro che erano più in difficoltà, senza quelle discriminazioni tra cattolici e comunisti, tra credenti e non credenti. A Santa Maria delle Grazie non si pagavano le messe, le comunioni, i funerali, i servizi. Il giovedì Mazzi e Gomiti organizzavano un incontro settimanale aperto per discutere i problemi del quartiere e decidere cosa dire la domenica al momento dell’omelia. Fu proprio in questi incontri che venne l’idea di ospitare famiglie che avrebbero accolto ragazzi in difficoltà nei locali della parrocchia. Allo stesso modo trovavano ospitalità invalidi e ex carcerati che cercavano di costruire il loro inserimento sociale e lavorativo. Questa solidarietà si concretizzò con gli anni nel sostegno agli operai delle Officine Galileo che avevano occupato la fabbrica per protestare contro i licenziamenti e ai minatori dell’Amiata che avevano occupato le miniere (1959), ai lavoratori del Nuovo Pignone (1965), agli alluvionati del 1966. Nel 1965, intanto, Gomiti era stato nominato parroco della parrocchia della Pentecoste, nel quartiere a nord ovest di Firenze chiamata Ponte a Greve-Casella; e vi rimase fino al ’68, quando si dimise per volontà dell’arcivescovo. In quel periodo i rapporti con il card. Ermenegildo Florit, subentrato a Dalla Costa nel 1962, si erano fatti difficili. Florit si era posto l’obiettivo di normalizzare tutta quella parte di cattolicesimo conciliare che a Firenze esprimeva in quegli anni le sue punte più significative. Ai preti dell’Isolotto in particolare Florit imputava di commettere errori, anzi «abusi» liturgici, ma li accusava anche di «indisciplina» e di «orgogliosa disubbidienza». L’occasione per la resa dei conti finale arriva il 22 settembre 1968, quando – intervenuta

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la polizia per sgomberare il Duomo di Parma occupato da un gruppo di giovani che protestavano contro la Curia della città –, don Mazzi, assieme a don Sergio e al parroco di Vingone don Fabio Masi, sottoscrisse una lettera di solidarietà agli occupanti: il 30 settembre Florit mandò a don Mazzi un ultimatum nel quale intimava di ritrattare pena le dimissione dall’ufficio di parroco; il 7 ottobre Sergio Gomiti inviò al vescovo una lettera di solidarietà nei confronti di Mazzi assumendosi la corresponsabilità dei fatti. Poi arrivò anche la solidarietà di 93 preti diocesani. All’assemblea che la comunità tenne il 31 ottobre 1968, con migliaia di persone dentro e fuori la chiesa, venne redatto un documento in cui si affermava la «decisa opposizione verso qualsiasi ritrattazione». Il 3 dicembre 1968 il vescovo impose a don Mazzi la sospensione dal ministero parrocchiale. La sospensione coinvolgeva anche don Sergio Gomiti. Da quell’evento prenderà via la Comunità di Base dell’Isolotto, che dall’anno successivo celebrerà fuori della chiesa, nella piazza dell’Isolotto, una propria liturgia eucaristica fino al 2006, quando si spostò nei locali di alcune baracche. Vescovo minacciato. Monsignor Silvio José Baez, ausiliario di Managua (Nicaragua), avendo denunciato le derive autoritarie del regime di Daniel Ortega e le sofferenze del popolo nicaraguense, è stato costretto a rifugiarsi prima a Roma e poi a Miami (Stati Uniti). Papa Francesco l’ha ricevuto in Vaticano e ha approvato il suo espatrio, dicendo che «non vuole un altro vescovo martire in America centrale» (cath.ch 13 maggio). Chiesa pentita. I Vescovi cattolici tedeschi hanno pubblicamente riconosciuto gli errori della Chiesa tedesca durante la Seconda guerra mondiale. Non pronunciandosi contrari senza equivoci alla guerra, la maggior parte dei vescovi di allora si sono resi complici: così si è espressa la Conferenza dei vescovi tedeschi in un comunicato in occasione della commemorazione dei 75 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale. Poche voci si erano levate dalla Chiesa tedesca anche nei confronti dei crimini mostruosi commessi contro le popolazioni allora considerate «razza straniera», in particolare gli ebrei. Queste sono le principali conclusioni di un rapporto pubblicato dalla Conferenza il 29 aprile 2020. L’iniziativa è senza pre-


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cedenti. Monsignor Georg Bätzing, vescovo di Limburgo e presidente della Conferenza episcopale, ha definito il documento «confessione di colpevolezza». Ha inoltre osservato che non era stato facile per lui e per gli altri vescovi trattare l’argomento, perché giudicare i propri predecessori non è piacevole. Tuttavia, le nuove generazioni devono confrontarsi con la storia al fine di tirarne le lezioni per il presente e il futuro. Mons. Bätzing ha messo in guardia contro la tentazione di cancellare la storia del nazismo tedesco. È invece un dovere della generazione attuale riferirsi al passato per assumere una posizione decisa contro le nuove forme di nazionalismo e di antisemitismo. Questa dichiarazione dei Vescovi si inscrive in una serie di prese di posizione di ambienti cattolici tedeschi sulla seconda guerra mondiale e sul regime nazista. Il cardinale Reinhard Marx di Monaco e Heinrich Bedford Strohm, presidente del Consiglio delle Chiese evangeliche riformate di Germania, hanno commemorato assieme, a fine gennaio, il 75.mo della liberazione del campo di concentramento d’Auschwitz. I due responsabili delle Chiese tedesche hanno ricordato le «azioni eroiche» di alcuni cristiani, senza tuttavia dimenticare che numerosi cristiani hanno collaborato con il regime nazionalsocialista o sono stati silenti sulle atrocità da esso commesse. Appello per gli anziani. Padre Manuel Barrios Prieto, segretario generale della Commissione degli Episcopati dell’Unione Europea (COMECE), ha rivolto un appello a favore delle persone anziane, commentando la statistica secondo la quale il 95% delle persone morte in Europa per il coronavirus avevano più di 60 anni, e circa la metà erano ospiti di istituti per anziani. La COMECE (che rappresenta i vescovi dei 27 Stati membri) ha chiesto alla Commissione europea di presentare un rapporto sulla demografia e la situazione delle persone anziane di fronte all’attuale pandemia, citando la condanna da parte di Papa Francesco della «cultura dello scarto» e ricordando l’art. 35 della Carta europea dei diritti, secondo cui «ogni persona ha diritto di disporre della prevenzione in relazione alla salute». Sempre attivo. In questi mesi di pandemia, il cardinale Robert Sarah non resta muto in Vaticano, ma continua ad essere presente nei media, privilegiando quelli reazionari. Così, in una

Solidarietà con papa Francesco Il fascicolo di «Adista» del 16 maggio reca come articolo di prima pagina un ampio e documentato testo di Sergio Paronetto, Presidente del Centro Studi di «Pax Christi Italia», di cui riprendiamo ampi stralci, sottoscrivendone l’appello e la conclusione. In sostanza ciò che disturba del Papa non è tanto il tentativo di riforma della Chiesa o la presunta adesione a eresie» anticattoliche, nemmeno l’inizio tormentato (per ora bloccato) di una riflessione sui ministeri maschili e femminili, ma è la lotta al «paradigma tecnocratico della modernità e alla distruzione del creato (Laudato si’); è l’impegno costante contro l’ingiustizia, la povertà, il riarmo e le guerre (Francesco è stato assillante, una voce nel deserto politico ed ecclesiale), per non parlare dell’ospitalità, del rapporto coi movimenti popolari, del rifiuto della pena di morte, dell’apertura alla Cina e altro. Ciò che scandalizza è la fedeltà al Vangelo, è la pratica di una fede credibile e trasformatrice. Penso sia grave sottovalutare una galassia molto varia contenente posizioni iniziali spesso opposte ma convergenti verso un solo obiettivo: bloccare il Papa, sbarazzarsi di lui, screditarlo e, in prospettiva, operare perché non venga eletto un Francesco II. È bene rendersi conto che i gruppi o movimenti anti-Francesco non sono schegge di un tradizionalismo nostalgico, né espressioni di folklore ideologico, né realtà transitorie. Sono pezzi del grande gioco politico mondiale le religioni, contro la giustizia, la pace, la libertà e l’universalismo cristiano dei diritti. […] La posta in gioco è globale. Riguarda le questioni della povertà e della pace, determinanti per il futuro dell’umanità e della fede cristiana (Evangelii gaudium 185). Il Papa lo sa bene. Non solo perché insiste lunga intervista a La Nuova Bussola Quotidiana (un programma), se la prende con i cattolici tedeschi, per… la distribuzione della santa eucarestia in involucri di carta (!!!), modalità che venne praticata anche in Svizzera, a Stans, ma cessò dopo un richiamo da parte del Vicario vescovile. Per il Cardinale non vanno bene neppure le messe in televisione, occasione per lui

nella richiesta di pregare per lui, ma anche perché ne parla spesso intervenendo sulle divisioni nella Chiesa e sulle patologie clericali. Con la sua pratica ecclesiale e la sua narrativa nonviolenta Francesco ha lanciato la sfida ad ogni potenza escludente e a ogni logica distruttiva. Ha proposto «la nonviolenza attiva e creativa» (Giornata mondiale della pace, 1 gennaio 2017). Per questo Bauman ha detto che «Papa Francesco è il più grande dono offerto dalla chiesa cristiana al mondo contemporaneo» («Jesus», settembre 2016). Per questo, sul fronte opposto, «Fox news» il 24 giugno 2015 ha affermato che Bergoglio è «l’uomo più pericoloso al mondo». […] Solo 12 gruppi della destra cristiana americana hanno speso 50 milioni di dollari negli ultimi dieci anni per finanziare gruppi sovranisti europei e attaccare il Papa. Oggi i «rublodollari» stanno diventando «la nuova moneta ibrida dell’ecumenismo dell’odio» («Avvenire» 21.7.2019). […] È in gioco proprio l’indipendenza della Chiesa cattolica di fronte alle potenze del denaro. «Perché una parte della Chiesa sembra essere più interessata ai grandi donatori, alle politiche delle compagnie del petrolio e del carbone. In questo senso il testo del Papa che chiede sviluppo sostenibile e giustizia sociale dà fastidio a chi è interessato solo ai soldi» («la Repubblica», 22 ottobre 2019). […] A nuova stagione ecclesiale è in pericolo. Il Papa sembra ferito. Occorre aiutarlo. Occorre consolidare e sviluppare il cammino iniziato. Anche chi tra i suoi amici dissente su alcuni punti del suo pontificato non può esimersi dall’esprimere in vari modi il suo robusto affetto. Nella preghiera, nell’informazione e nell’azione penso sia l’ora di una forte corresponsabilità, di una serena iniziativa, di un lieto coraggio. di criticare papa Francesco che si presta ogni giorno a trasmetterla da Santa Marta. E questo perché (verbatim) «il prete deve guardare verso Dio e non verso la camera». La causa di tutti gli errori che non piacciono al cardinale, prefetto della Congregazione per il culto divino, «è la crisi della fede nei preti». Ma c’è anche la crisi sul ruolo di alcuni cardinali…


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NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE a cura di Daria Lepori

L’arma che continua a uccidere Nel maggio 1999 l’antenna emittente della radio serba fu distrutta da un attacco della NATO. Dal momento che la collina sulla quale svettava l’infrastruttura è situata a una buona distanza dalla cittadina di Vranje, nel sud del paese, non ci furono vittime. Ma le munizioni all’uranio usate nell’attacco da allora hanno iniziato a uccidere. Miroslaw Jovic, impiegato della locale centrale idroelettrica, è considerato la prima vittima del bombardamento presso Vranje. «A mio padre fu ordinato di recarsi sulle macerie dell’antenna, insieme a sette colleghi», racconta suo figlio Marco. «Gli otto uomini dovevano mettere in sicurezza l’area bombardata e impedirne l’accesso per proteggere la popolazione». Cinque anni dopo Jovic morì di cancro alla tiroide all’età di 52 anni. Sei altri operai hanno subito la medesima sorte. Nell’ufficio di Srdan Aleksic ci sono pile di dossier che raccontano di destini simili. Tra le sue mani sono già passati un centinaio di casi. Aleksic, avvocato di Nis, è ora impegnato in qualche cosa di ancora più grande: vuole denunciare le nazioni della NATO che durante la guerra nei territori della ex Jugoslavia hanno utilizzato munizioni all’uranio impoverito (Depletet Uranium, DU). Durante l’incontro l’avvocato non perde la calma, ma le sue accuse sono pesanti: «Non si tratta di danni normali, ma della distruzione della vita. In zone dove il suolo e l’acqua sono contaminati, la popolazione continuerà a morire per anni. Lo dimostra il numero dei pazienti di cancro e quello dei morti». Srdan Aleksic, la cinquantina, è attivo professionalmente da 22 anni e le conseguenze della guerra nel suo paese hanno occupato quasi tutta la sua carriera professionale: il suo studio ha accompagnato 45.000 veterani, in servizio negli anni novanta, a reclamare dallo Stato il dovuto soldo. Nell’ambito dello svolgimento di queste pratiche si è reso conto che molti ex soldati si erano ammalati di cancro. «Tra quelli stanziati in Kosovo, ne sono morti nel frattempo tra il 15 e il 20%». L’operazione della NATO denominata Allied Force e diretta dagli USA ha lasciato in eredità alla

popolazione kosovara circa 15 tonnellate di munizioni DU. La cifra esatta è difficile da definire perché le informazioni date dall’alleanza militare sono incomplete. Fino a oggi non è stata eseguita una decontaminazione sistematica e anche le truppe della Kfor che continuano a gestire militarmente il territorio su mandato NATO, non si occupano di eliminare le munizioni, di informare la popolazione a riguardo dei pericoli o di tutelarne l’integrità fisica. Però i pasti dei militari della Kfor sono preparati con ingredienti importati dall’estero. Ai piedi della collina sulla quale sorgeva l’impianto di ripetizione della radio serba inizia una strada. Per gli abitanti di Vranje è «la strada della morte». Dietro la porta di ogni casa si cela almeno un caso di cancro. Gradimir Jovanovic, presidente della locale associazione delle vittime, dice: «Il tasso di decessi a causa di gravi forme di cancro è in continua crescita. A 20 anni dalla fine della guerra viviamo un’epidemia e a essere particolarmente colpiti sono i bambini, che si ammalano specialmente di leucemia». Uno dei motivi è il tempo di latenza: il cancro si manifesta dopo anni dalla contaminazione. Jovanovic è convinto che nel terreno ci siano ancora munizioni DU che non sono state rilevate. Secondo un rapporto del programma ONU per l’ambiente, solo il 10 percento delle munizioni esplodono sull’obiettivo, il resto può penetrare nel terreno fino a due metri di profondità. A Vranje la decontaminazione ha visto asportare solo 50 cm di terra. Le munizioni all’uranio impoverito (DU) sono considerate altamente efficienti: contengono un nucleo di uranio che per la sua estrema densità ha una grande forza di penetrazione, capace di distruggere carri armati e bunker. Al momento dell’impatto avviene una reazione con l’aria che provoca un’esplosione con temperature fino a 5.000°C. Tra il 1991 e il 2003 USA e Inghilterra hanno sparato fino a 2.000 tonnellate di munizioni DU in Iraq; il loro impiego è stato documentato anche in Kuwait, Afghanistan, Somalia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro, Libia e Siria. Inoltre si suppone che

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Già al momento dello sviluppo di queste munizioni negli anni settanta la loro pericolosità era conosciuta, ma durante il loro primo massiccio impiego in Iraq nel 1991 da parte degli USA i soldati non ne furono informati. Il medico militare che attribuì alle munizioni DU l’insorgere nei veterani della «sindrome del Golfo», fu licenziato. Il parlamento europeo si è già espresso più volte a favore di una moratoria per l’utilizzo di queste munizioni, mentre il Belgio e il Costa Rica le hanno già proibite. In Inghilterra e in Italia le cause di veterani che denunciavano il fatto di non essere stati informati hanno avuto successo. Srdan Aleksic vuole ottenere ora per i civili ciò che è stato accordato ai militari. «Chiediamo aiuto finanziario per i malati ma anche per le famiglie di persone che sono già morte». L’avvocato serbo sta per inoltrare la prima causa di risarcimento: egli spera così che lo Stato renda pubblici quei dati cui lui, in qualità di avvocato, non ha accesso, ma che gli sono necessari per procedere nelle cause che coinvolgono gli stati membri della NATO. «È in corso una catastrofe e nessuno se ne sta occupando seriamente. Intentando questa causa spero di mettere in moto qualche cosa». Aleksic stesso gode di buona salute, così come sua moglie e i due figli, ma la famiglia ha già pagato un alto prezzo. I suoi genitori abitavano in un paese ai confini con il Kossovo dove si svolsero diverse battaglie. Un giorno mentre erano nei campi a lavorare una bomba è esplosa a poche centinaia di metri di distanza. Finita la guerra, il padre subì un grave danno alla pelle del volto che si è degenerata, pur lasciandolo in vita, mentre la madre è morta, tormentata da dolori atroci, per un cancro alle ossa. la Russia le abbia utilizzate in Georgia e Cecenia, e Israele in Libano e nella Striscia di Gaza. Circa 20 stati hanno queste armi nei loro arsenali che sono fabbricate negli USA, in Francia e in Inghilterra. L’uranio impoverito è un prodotto di scarto dell’industria atomica civile, più precisamente della fabbricazione di combustibile per le centrali atomiche. In tutto il mondo ne esistono riserve per oltre un milione di tonnellate, ciò che lo rende molto accessibile. Die Waffe die noch ewig tötet di Marlene Kalt, WOZ 23.4.20, traduzione e adattamento Daria Lepori.


No. 262 23 notizie belle e buone

Notizie belle e buone Delegata episcopale. Monsignor Charles Morerod, vescovo di Losanna Ginevra e Friburgo, ha nominato Marianne Pohl-Hensen delegata episcopale per la parte germanofona del Cantone di Friburgo. La Pohl-Henzen era da otto anni aggiunta al vicario episcopale Pascal Marquand. Cresciuta a Friburgo, dopo studi in filosofia e teologia, da 18 anni era catechista e agente pastorale nel distretto del lago e specialmente nella parrocchia bilingue di Morat. Africani agli onori. A Basilea è stato nominato vicario episcopale don Valentino Kaledoye, originario della Nigeria; è il primo africano a ricoprire un posto direttivo in una diocesi svizzera. Il ruandese Innocenzo Himbaza, pastore riformato che insegna Sacra scrittura all’università di Friburgo, è il nuovo presidente della Società biblica svizzera con sede a Bienne. Candidura femminile. Alla funzione di arcivescovo di Lione (Francia), posto vacante per la partenza di mons. Barbarin, si è autocandidata una donna, la teologa Anna Soupa, da trentacinque anni impegnata nella Chiesa e fondatrice nel 2008 del Comité de la jupe per il riconoscimento del ruolo delle donne nella Chiesa cattolica. La procedura prevede la presentazione alla Santa Sede di una rosa di tre candidati, proposti dal nunzio e accettati preventivamente dal Ministro francese dell’Interno; la signora Suopa si aspetta un appoggio dal governo francese, fautore di una politica egualitaria tra i sessi! (da «Courrier» del 26 maggio 2020). Donne e preti. In un’intervista, pubblicata sull’Osservatore Romano del 24 aprile, il cardinale Marc Quellet, prefetto della Congregazione per i vescovi, ha osservato che attualmente la donna rappresenta ancora un «pericolo» per seminaristi e preti, mentre il vero pericolo sono gli uomini che non hanno un rapporto equilibrato con le donne. Per il cardinale è necessario un cambiamento di mentalità, per cui un primo passo sarebbe coinvolgere le donne nella formazione sacerdotale per quanto riguarda la pastorale. Le donne dovrebbero partecipare, in vari modi, all’insegnamento teologico, filosofico e anche della spiritualità. Donne sul pulpito. La Comunità delle donne cattoliche di Germania ha organizzato, domenica 17 maggio scorso, la prima «Giornata delle predicatrici», allo scopo di richiedere riforme per un giusto posto delle donne nella Chiesa. Dodici donne, attive come guide spirituali o accompagnatrici, hanno predicato in dodici luoghi diversi. Il diritto canonico non esclude la possibilità delle donne, come dei laici in generale, di predicare in casi particolari di bisogno; la data del 17 maggio corrisponde alla festa di Iunia, la donna-apostolo citata dalla lettera paolina ai Romani, ma per secoli ignorata (o nascosta?) da una cattiva traduzione risalente al 13.mo secolo che la voleva maschio! Pregare per l’Europa. In occasione della festività di Santa Caterina da Siena, patrona dell’Europa (29 aprile), papa Francesco ha invitato a pregare per l’Europa: «per l’unità dell’Europa, per l’unità dell’Unione Europea, affinché tutti assieme possiamo andare avanti, come fratelli.» Un invito che vale anche per i cattolici svizzeri.

Per un futuro migliore. Su invito di papa Francesco, il cardinale Peter Turkson, prefetto del dicastero per lo sviluppo umano integrale, ha costituito cinque gruppi che, in collaborazione con gli altri dicasteri della Curia, rifletteranno sulle sfide socioeconomiche e culturali del momento attuale e proporranno linee direttive per il dopo dell’attuale crisi. Per il Papa, non si tratta di «prepararsi al futuro», ma di «preparare il futuro»! Per San Giorgio. In occasione della festa del suo onomastico, papa Francesco, battezzato Giorgio, ha regalato alcuni apparecchi respiratori alla Romania, alla Spagna e all’Italia. Nel 2019 aveva regalato 6.000 corone del rosario ai giovani milanesi, e un uovo di cioccolata di 20 chilogrammi per i frequentatori della mensa della Caritas alla stazione Termini di Roma. Anche il Papa. L’Alto comitato della fraternità umana, lo scorso 14 maggio, ha invitato tutti i responsabili religiosi del mondo a pregare e digiunare per testimoniare solidarietà alle vittime della pandemia del coronavirus; papa Francesco si è unito fin dalla santa messa celebrata il mattino a Santa Marta, osservando che non si tratta di «relativismo religioso» perché «la preghiera è un valore universale» che vale per ogni religione. Carità del Papa. Con un dono di 185.000 euro, papa Francesco ha finanziato 400 borse di studio, per sostenere giovani studenti libanesi che hanno difficoltà per la loro formazione, ricordando l’importanza del Libano «Paese messaggio» (Giovanni Paolo II), esempio di fraternità e di dialogo interreligioso. Vaticano caritatevole. In applicazione delle decisioni italiane, anche i commercianti che occupano locali di proprietà vaticana hanno dovuto cessare la loro attività, e l’Amministrazione del patrimonio della Sede apostolica (APSA) ha deciso di venire loro incontro, riducendo di un quarto l’affitto per i mesi di marzo e aprile, mentre un secondo quarto dovrà essere pagato tra un anno. Il buon esempio è stato seguito dai cardinali di curia che hanno rinunciato a un mese di salario per contribuire a opere caritative. Appello alla solidarità. I 21 superiori maggiori dei gesuiti d’Europa e del Medio Oriente (CPE) hanno lanciato l’8 maggio un appello per «una vera solidarietà etica e sociale» e chiesto all’Unione Europea che per la crisi causata dal coronavirus siano annullati i debiti dei paesi più poveri, che non hanno mezzi sufficienti per proteggere la popolazione dalla pandemia, mettendo in guarda dalle pressioni isolazioniste e individualiste: le spese militari possono essere orientate a servizi sanitari e sociali. La CPE riunisce 4.000 gesuiti e diverse migliaia di collaboratori, ed è presieduta dal gesuita franco-belga Frank Janin; il provinciale svizzero è padre Christian Rutishauser. Chiese contro Trump. Il Consiglio nazionale delle Chiese degli Stati Uniti ha esortato il presidente Trump a non attuare l’intenzione di sospendere il contributo statunitense all’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS). Si tratta, per le Chiese, di una decisione dannosa, immorale e sbagliata. Seppure l’OMS non sia perfetta, sospendere il finanziamento durante la pandemia mondiale è da irresponsabile per gli effetti dannosi che potrebbe avere sulla salute di intere popolazioni.


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i conti 2019 di «Dialoghi»

I conti 2019 di «Dialoghi» CONTO ECONOMICO COSTI 2019 2018 Stampa rivista 15’477,50 15’887,50 Spedizione rivista 3’503,60 2’592,80 Rimborsi spese forfettarie – 500,00 Assicurazioni, contributi, tasse e autorizzazioni – 549,80 Interessi e costi CCP 256,35 428,55 Costi finanziari – 200,00 TOTALE COSTI 19’237,45 20’158,65 RICAVI Abbonamenti ordinari Abbonamenti sostenitori Vendita copie singole Donazioni Contributo cantonale TOTALE RICAVI TOTALE COSTI Utile / Perdita

2019 2018 7’490,00 8’510,00 6’220,00 9’080,00 – 56,00 – 400,00 4’500,00 4’500,00 18’210,00 22’546,00 19’237,45 20’158,65 -1’027,45 2’387,35

BILANCIO ATTIVI CCP TOTALE ATTIVI

31.12.2019 31.12.2018 3’606,90 2’634,35 3’606,90 2’634,35

PASSIVI 31.12.2019 31.12.2018 Anticipi 6’000,00 4’000.00 Ratei passivi, costi non ancora pagati 3’812,70 3’812,70 Capitale proprio / capitale sociale -3’885,36 -3’885,36 Utile o perdita riportata -1’292,99 -3’680,34 Utile / Perdita -1’027,45 2’387,35 TOTALE PASSIVI 3’606,90 2’634,35 Rita Ballabio, amministratrice (Continua da pagina 10)

La discussione a livello federale si è incagliata sul tipo di aiuto da prestare. Nessuno vorrebbe che a un tale aiuto sia legato in qualche modo un controllo statale sui contenuti. La Confederazione rimborsava già ai giornali una parte delle spese di consegna agli abbonati, gli aiuti votati quest’anno rafforzano questa sola (purtroppo) direzione. Più efficaci sarebbero altri aiuti indiretti: per esempio, il riscatto da parte di un ente di utilità pubblica dell’Agenzia Telegrafica Svizzera, che fornisce a tutti i media un servizio di base a prezzo scontato, il sostegno alla formazione, oppure al Consiglio svizzero della stampa – tutto ciò è possibile senza compromettere l’indipendenza e l’autonomia di nessuno.

Questi aiuti indiretti non risolvono comunque il problema di fondo, cioè il miliardo su tre venuto a mancare negli ultimi anni alla stampa scritta per il calo della pubblicità. Le somme da mettere a disposizione dovrebbero essere molto, molto maggiori! L’unica possibilità pare risiedere nel reimpiego della tassazione dei grandi diffusori online, i cosiddetti GAFA (Google, Apple, Facebook, Amazon + Microsoft), che in parte sfuggono alle fiscalità nazionali. È un capitolo della guerra commerciale che con molte esitazioni gli stati europei conducono attualmente contro gli Stati Uniti (se ne occupa l’OCSE): ma si sa che gli americani, sul mercato, dispongono di argomenti importanti. E.M.

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In questo numero I corsivi di Dialoghi G «CATHOLICA» MIGLIORA G L’ABITO NON FA IL PAPA

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Dossier Per non dimenticare chi sta peggio di noi G LA POLITICA DI ASILO IN SVIZZERA (Paola Solcà) 3 G BIBLIOTECA 5 G SE AIUTARE I MIGRANTI È UN REATO – IL «CASO BOSIA MIRRA» 6 G I «CORRIDOI UMANITARI» DI SANT’EGIDIO (Mario Marazziti) 7 G «NON SI TRATTA DI NUMERI MA DI PERSONE!» (Papa Francesco) 8 Articoli G PERCHÉ IL DIGIUNO EUCARISTICO FA QUESTIONE (Enrico Morresi) 2 G PREMIARE I MEDIA IN PRIMA LINEA SUL VIRUS (E.M.) 10 G RICORDO DI DON SANDRO VITALINI 11 G PREGHIERE RECITATE DAL VESCOVO IN TEMPO DI CORONAVIRUS 12 G DICK MARTY, AL SERVIZIO DELLA GIUSTIZIA (Diego Lafranchi) 14 G BIBLIOTECA 15 G AVANTI CON L’EUROPA NEL SEGNO DELLA PACE (Franco Narducci) 16 G DONNE SPAGNOLE IN RIVOLTA NELLA CHIESA – ORA BASTA! 17 G CRONACA SVIZZERA G CRONACA INTERNAZIONALE G NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE G NOTIZIE BELLE E BUONE G I CONTI 2019 DI «DIALOGHI»

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dialoghi di riflessione cristiana www.dialoghi.ch Comitato: Alberto Bondolfi, Ernesto Borghi, Alberto Lepori, Daria Lepori, Enrico Morresi, Margherita Noseda Snider, Marina Sartorio, Carlo Silini Redattori responsabili: Alberto Bondolfi e Margherita Noseda Snider Redazione: Margherita Noseda Snider, margherita.noseda@edu.ti.ch, Alberto Bondolfi, alberto.bondolfi@unige.ch Amministratrice: Rita Ballabio, via Girora 26, 6982 Agno, rita.ballabio@bluewin.ch Stampa: Tipografia Stazione SA, Locarno Con il contributo dell’Aiuto federale per la lingua e la cultura italiana. I collaboratori occasionali o regolari non si ritengono necessariamente consenzienti con la linea della rivista. L’abbonamento ordinario annuale (cinque numeri) costa fr. 60.–, sostenitori da fr. 100.– Un numero separato costa fr. 12.– Conto corr. post. 65-7205-4, Bellinzona.


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