257 dialoghi Locarno – Anno 51 – Giugno 2019
di riflessione cristiana BIMESTRALE
La teologia nell’USI: quando, come? Il Consiglio dell’Università della Sviz zera italiana ha mandato al Consiglio di Stato del Canton Ticino una do manda di aggregazione all’USI della Facoltà di teologia di Lugano (FTL). La presa di posizione del Governo cantonale dovrebbe seguire in estate, consegnata in un messaggio al Gran Consiglio preparato dal Dipartimento dell’Educazione, della Cultura e del lo Sport. Esce dunque allo scoperto,
e si apre alla discussione pubblica, il problema del passaggio all’ente pubblico, armi e bagagli, dell’attuale Facoltà di teologia di Lugano (FTL), ente di diritto privato e prima aper tura del Ticino al mondo degli studi accademici per iniziativa del Vesco Dossier alle pagine 3-9
vo Eugenio Corecco nel 1992. Tre centurie di studenti e un manipolo di docenti (a tempo pieno, una decina) raggiungerebbero le attuali Facoltà dell’Università della Svizzera italia na, di recente apertasi, questa – a un costo, per la verità, molto notevole – anche alla creazione di una di medi cina. Il dibattito dovrebbe profilarsi non tanto sull’aggravio economico per il Cantone (l’argomento non pare
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decisivo, ma potrebbe fare da schermo a ragioni meno confessabili) quanto sull’opportunità che il Ticino adotti un modello di università comprensi vo dell’indagine e della formazione teologica: modello che alcuni canto ni della Svizzera conoscono da anni. Una moderna Facoltà teologica – cattolica nel caso di Lugano, ma con chiari e costanti legami ecumenici – non è un seminario per la formazione del clero o un’istituzione di carattere apologetico: è uno sguardo critico gettato sulla cultura generata dalla rivelazione cristiana, aperta a tutte le altre dimensioni della cultura uni versale. Non per convertire qualcuno, o per distoglierlo dalla fede, ma per approfondire in primo luogo le ragioni della fede e cultura cristiane che han no modellato nel profondo la civiltà in cui viviamo. Un secondo motivo di discussione po trebbe essere che ad aderire all’USI non sia un istituto agli inizi, che cerca la sua strada, ma una realtà ben visi
bile: fatta di scelte, alcune del tutto condivisibili, altre meritevoli di ap profondimento, di verifica, di apertura e di critica. Un esercizio anche veloce di memoria non può farci dimenticare che la volontà del Fondatore della FTL – il Vescovo Eugenio Corecco – era connotata da una doppia presa di di stanza: da una parte, nei confronti del magistero e della linea teologica del card. Carlo Maria Martini; dall’altra, e nei confronti delle tendenze maggio ritarie della teologia tedesca. La FTL ebbe sin dall’inizio una caratteristica fondamentale: forte della competenza particolare del fondatore, venne data rilevanza alla disciplina del diritto ca nonico; altre discipline – per esempio, la ricerca biblica o la ricerca storica – non ebbero uno sviluppo paragona bile. Corecco voleva far spazio alla riflessione teologica prodotta da vari movimenti ecclesiali, i quali trovarono espressione anche nell’orientamento di vari docenti operanti in essa. Mol te cose sono cambiate, nel mondo, da
quando Eugenio Corecco ci ha lascia ti, e la FTL ha in parte mutato volto. La sua entrata nell’USI non dovrebbe comunque essere considerata un’ope razione puramente amministrativa: sarà la conseguenza di una valutazio ne culturale di ampio respiro, di un giudizio ragionevolmente critico, da raccogliere tra tutte le forze vive del piccolo mondo accademico ticinese. Di questo si occupa «Dialoghi» in questo dossier, che vuole essere un contributo specialmente a quest’ulti mo ambito di discussione, attraverso un’intervista al prof. René Roux, ret tore attuale della FTL, uno sguardo alla situazione pure abbastanza pro blematica delle facoltà di teologia, cattoliche e non, in Svizzera, e una serie di interrogativi posti dal con fronto con il magistero della Chiesa cattolica, in particolare con le rifles sioni di Papa Francesco nel recente documento sulle Facoltà e istituti te ologici «Veritatis gaudium». DIALOGHI
Antonio Snider Ciao, Tonino
di professione, si segnalò negli anni Cinquanta per l’opposizione condotta a nome di un forte numero di intellettuali cattolici, vicini a «Lepontia honoraria», a un progetto di nuova legge scolastica. Firmò, con Gerardo Broggini, il volume: «Principi cattolici per una riforma scolastica ticinese» (Lugano, 1957). Eletto nel 1955 in Gran Consiglio in rappresentanza del Partito conservatore-democratico, presiedette il legislativo cantonale nel biennio 1968-69 aprendo i lavori di quell’anno di fuoco con un discorso di cui non si è perduta la memoria, in favore di tutto quanto era «movimento» nella piccola realtà cantonale. Movimentista avrebbe dovuto essere il «Quotidiano» di Silvano Toppi,
giornale cui «Tonino» Snider diede adesione come consigliere d’amministrazione: una rovina, dal punto di vista finanziario, per tutti i membri del policromo gremio. Uscito dalla politica attiva, rimase fino all’ultimo un intellettuale di grande spessore, critico di tutte le mediocrità, amico sincero di molti, membro ascoltato di comitati d’azione (la prima sezione di Amnesty International) e di opere sociali (la Clinica Varini, Comunità familiare…). Era un uomo diritto, non solo per la sua alta statura e per il mestiere che esercitava. «Dialoghi» presenta sentite condoglianze alla vedova Andreina, alle figlie, ai figli e al vasto parentado. E.M.
Fu uno dei primi «gazzadiani» – il nucleo iniziale di «Dialoghi». Nato a Locarno nel 1923, Antonio Snider era infatti tra i partecipanti (22) del primissimo raduno, tenutosi appunto a Gazzada, in provincia di Varese, dal 4 all’8 agosto 1954. È morto il 19 giugno e i funerali si sono svolti a Locarno il 22. A poca distanza dalla chiusura redazionale di questo numero ci è consentito solo un rapido, affettuoso ricordo. Vivace di spirito quanto in apparenza «murato» dietro l’inappuntabile aplomb del giurista
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Nella pluralità delle scelte di principio una unione che giova al Canton Ticino Intervista al rettore della Facoltà di teologia René Roux Come si è arrivati all’idea dell’in tegrazione tra Facoltà di teologia e USI? È una situazione che era già avviata quando sono arrivato a Lugano nel 2015. La Facoltà e il vescovo Grampa, già nel passato avevano fatto alcuni tentativi, chiedendo un’affiliazione all’USI in vista di una maggiore integrazione. Perché? Per varie ragioni: sia per rafforzare il polo universitario ticinese, sia per avere accesso ai finanziamenti federali che adesso il Canton Ticino sta perdendo. Non essendo noi integrati per la parte che ci spetterebbe, quei fondi rimangono a Berna e vengono mandati altrove. L’idea, quindi, data di diversi anni. Come mai ci ha messo tanto ad emer gere ufficialmente? Perché all’inizio non aveva riscontrato l’interesse reale dell’Università. Erano emerse varie questioni e quando sono arrivato, questo era un dossier che stava in un qualche modo dormendo. Stavamo aspettando da un paio d’anni una presa di posizione in merito. In quel momento a me era sembrato che non valesse la pena di proseguire in questa direzione e quindi mi ero detto che conveniva andare avanti al meglio nel nostro lavoro di Facoltà teologica. Nel corso degli anni, grazie anche al cambiamento generazionale all’interno dell’USI, questa strategia si è rivelata curiosamente più efficace. Come mai? Perché, anche attraverso alcuni progetti di collaborazione concreta, è stata l’USI a manifestare un interesse ad un avvicinamento alla Facoltà di teologia. Anche perché la stessa USI è andata crescendo nella storia accorpando di volta in volta delle realtà che già erano cresciute sul territorio e che avevano un radicamento. Insomma, alla fine la richiesta di integrazione è stata fatta al Governo dal consiglio dell’USI.
E voi? Noi siamo stati invitati a partecipare a questa iniziativa, che ovviamente a noi sembrava molto interessante e molto utile. a cura di Carlo Silini
In quali ambiti? Dal nostro punto di vista è interessante perché la Facoltà di teologia di Lugano e l’USI sono retti dagli stessi principi. Sono accreditati secondo le stesse categorie e principi di valore, conferiscono titoli riconosciuti internazionalmente negli ambiti specifici. Dal punto di vista del funzionamento interno delle strutture sono già analoghe, non sono due enti separati. In questo momento, inoltre, non ci sono doppioni. Noi offriamo delle cose che l’USI non fa, e viceversa. Si tratta quindi di una realtà di complementarietà. Inoltre siamo qui nello stesso campus, condividendo una serie di servizi comuni. Qual è l’interesse principale per l’USI? Aumentare il suo peso specifico. La semplice integrazione di questa facoltà a costo zero – per così dire – permetterebbe all’Università nel suo insieme di avere un potenziamento sia della sua offerta didattica, sia delle possibilità di ricerca. Ci sarebbe poi una semplificazione dei lavori di collaborazione che sono già in corso adesso. L’università è un po’ come una stella: più è forte, più è grande, più la sua massa è grossa più la sua capacità di attirare persone, idee nuove, ricchezza e finanziamenti cresce. E per voi? Io vedo tre vantaggi. Anzitutto la positività deriva da una concezione della teologia come scienza che è in dialogo con le altre discipline. Non abbiamo paura di parlare tra di noi. Adesso si parla perché casualmente ci siamo simpatici. Ma noi vorremmo che questo potesse continuare a livello istituzionale e non si basasse solo sulla simpatia casuale per un collega o l’altro collega. L’altro vantaggio è finanziario.
Cioè? Nell’attuale contesto dello sviluppo delle politiche accademiche nella Confederazione elvetica (ma un po’ in tutti i nostri Paesi abbiamo questa dimensione legata alla ricerca competitiva di finanziamenti pubblici), l’esclusione della facoltà di Teologia di Lugano, che pure è la seconda più grande della Svizzera, da questo regime nell’attuale costituzione fa sì che non solo noi perdiamo cifre molto consistenti, ma che lo stesso Ticino le perde. E il terzo vantaggio? Lo vedo nel cresciuto interesse per le tematiche di nostra competenza, magari anche per motivi che non ci piacciono. C’è un nuovo interesse per la religione e per la religiosità purtroppo legati a fatti tristi e a fenomeni neri. Però è un interesse cresciuto e non riguarda solo i Paesi lontani o esotici. Ci si rende conto che un approccio che non tiene conto del discorso religioso dall’interno, ma che pretende di descriverlo soltanto astrattamente senza entrare in dialogo con l’uomo religioso, non è sufficiente. Ma non c’è il rischio che entrando nell’Università pubblica, la Facoltà di Teologia perda una parte della sua autonomia? È un timore che è emerso. Devo essere sincero: provenendo da un’università di Stato in Germania non ho questi timori sul rapporto con l’ente pubblico. Se l’ente pubblico funziona bene l’autonomia della Facoltà è garantita secondo le proprie caratteristiche. Una difficoltà qui è più intensificata perché molti studiosi sono di origine italiana. In Italia il sistema è completamente separato e l’Università è vista spesso come spazio di potere: o comanda il vescovo o comanda il partito. Ma, come dicevo, ho avuto la fortuna di sperimentare realtà accademiche un po’ più libere e mi sembra che a Lugano ci si possa ispirare a modelli elvetici. Sarà necessario uno strumento giuri dico – un concordato o un contratto
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– per garantire una libertà di ricerca che soddisfi le esigenze della Chiesa e sia compatibile con il sistema uni versitario svizzero? In realtà abbiamo già elaborato la soluzione, che non abbiamo inventato noi, l’abbiamo ripresa dalle altre università svizzere. Tutte le università svizzere – tranne Neuchâtel – hanno una o due facoltà teologiche. Le Facoltà di teologia sono per natura confessionali e hanno una struttura di rapporto con i datori di lavoro di coloro che usciranno e quelli che garantiscono la validità dei titoli al di là dei semplici confini. Cosa vuol dire? Vuol dire che uno che studia qui e viene dalla Germania ha un titolo che può essere immediatamente utilizzato anche in Germania. Abbiamo osservato i criteri in uso a Friburgo a Lucerna, a Ginevra e a Basilea e ci si è ispirati ai modelli più semplici in Svizzera. E il Vaticano? Ne abbiamo parlato anche alla Santa Sede, che non ha manifestato nessuna difficoltà nell’accettarli. Del resto abbiamo scoperto delle cose interessanti. Quali? Che per esempio alcune facoltà, come quella di medicina, hanno al loro interno un influsso molto più grande di enti non universitari di quanto non sia l’influsso dell’autorità ecclesiastica. Noi oggi siamo un ente autonomo garantito dalla Chiesa e il vescovo, che è Gran Cancelliere, ha il compito di nominare i professori. Nominare non vuol dire scegliere. All’interno della procedura di scelta dei professori di materie teologiche, che devono essere cattoliche, ci vuole anche l’approvazione dell’autorità ecclesiastiche: che però fa parte delle qualifiche che deve portare lo studioso per poter accedere a quell’incarico. Posto questo, arriva il momento della nomina. Ma quando non sarete più sotto la vi gilanza del vescovo ma sotto quella dell’USI? A quel momento la nomina sarà fatta dell’ente che nomina i professori all’USI. E cosa succede con la Medicina? Nelle commissioni di scelta dei professori-primari di medicina, l’Ente ospedaliero cantonale, che non è l’Università, designa tanti membri quanti l’Università. Questo per dire che in realtà la Facoltà di teologia è più interna al sistema di quanto si pensi.
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René Roux Di origine valdostana, dopo gli studi filosofico-teologici e l’ordinazione presbiterale nel 1991 nella diocesi di Aosta, René Roux si specializza in teologia patristica e in studi orientali a Roma, Oxford e Parigi. Dal 2000 al 2003 insegna patrologia e dogmatica all’Istituto teologico Sant’Anselmo di Aosta. Dopo alcune esperienze di docenza a Roma, in Africa, in India e in Germania, dal 2010 è titolare della cattedra di Storia della Chiesa antica, Patrologia e Scienze ecclesiastiche orientali della Facoltà di Teologia dell’Università di Erfurt, di cui diviene pro-decano e decano degli Studi nel 2012 e membro sia della Commissione della Ricerca Scientifica sia della Commissione della Didattica dell’omonima università. Nel 2014 è nominato rettore della Facoltà di Teologia di Lugano, e solo due anni dopo eletto presidente dell’AAPU (As sociation of Accredited Private Universities in Switzerland).
Se l’integrazione diventasse effettiva bisognerà riconsiderare il corpo do centi oppure no? Assolutamente no. Nell’eventualità di un’entrata la Facoltà entrerebbe così com’è. Con gli stessi stipendi dei colleghi che lavorano oggi all’USI? Sappiamo che gli stipendi dei colleghi che lavorano oggi all’USI sono più elevati dei nostri. E quindi, per motivi di prudenza, per arrivare all’adeguamento si è proposto un cammino progressivo di alcuni anni. Chiaro che tra docenti e personale ci sono delle varietà interne a seconda delle varie posizioni. Quanto vi verserebbe il Cantone? Non lo sappiamo. Abbiamo una chiara idea di quello che potrebbe essere il contributo federale perché è proporzionato al numero di studenti. Lo stesso principio vale per il Cantone che però lo stabilisce ogni quattro anni. E le fondazioni? Avremo il contributo delle nostre fondazioni, naturalmente. Perciò nei
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nostri progetti abbiamo ipotizzato di riuscire a non mettere in difficoltà finanziaria l’USI almeno per i primi dieci anni. Sarà ipotizzabile la presenza in Facol tà di docenti non cattolici? Certo. Del resto al momento ne abbiamo già alcuni in organico. Veniamo all’orientamento teologi co della Facoltà, nata – almeno dal punto di vista della percezione ester na – sotto il timbro di Comunione e Liberazione. C’è chi l’ha paragonata all’ultimo bastione romano in un Pae se col complesso antiromano. Oggi come stanno le cose? Sono arrivato qui nel 2015 e quando mi era stata fatta la proposta di insegnare qui conoscevo soltanto Valerio Lazzeri perché con lui frequentavo i convegni scientifici legati alla spiritualità siriaca antica. Questo per dire che ero totalmente estraneo alle dinamiche e alle correnti presenti a Lugano. Il tentativo, se mai è esistito, di controllare la Facoltà da una posizione nel corso degli anni evidentemente è fallito. A Lugano ci sono professori che sono molto conservatori e qualcun altro che è molto liberale. Con alcune posizioni di centro. Queste posizioni variegate creano una situazione complessa, con dialoghi, tensioni, dissidi, tempeste. Al punto che quattro o cinque anni fa, al momento di scegliere un nuovo rettore, si è preferito ricorrere a qualcuno di esterno. Una scelta interna sarebbe sembrata un modo di appoggiare una linea. E oggi com’è la situazione? Al di là delle difficoltà della gestione umana di questa varietà di posizioni attuali, ritengo che questo sia un vantaggio della nostra Facoltà, perché consente a diverse posizioni di esprimersi. In genere gli studenti giovani oggi, quelli che provengono da esperienze spirituali più intense, hanno posizioni più conservatrici rispetto alle mie e a quelle della mia generazione. A me piace cercare di mantenere questa pluralità che in alcune altre facoltà della Svizzera interna non sempre è riuscita. In genere le facoltà in Svizzera tedesca, più schierate su posizioni liberal, hanno avuto la conseguenza di spostare molti giovani su altre facoltà. Oggi come oggi la facoltà di lingua tedesca con il più alto numero di iscritti al programma completo di teologia è quella di Heiligenkreuz vicino a Vienna (su posizioni tradizionali, ndr).
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Il difficile contesto sociale ed economico penalizza le facoltà di teologia in Svizzera Le discussioni recenti, limitate per il momento solo a qualche cerchia di persone interessate, circa l’eventuale integrazione della Facoltà di teologia di Lugano nell’USI, richiedono di gettare anche uno sguardo globale sulla situazione degli studi teologici nel resto della Svizzera. Ho assunto volentieri questo compito per «Dialoghi» partendo soprattutto dalle esperienze professionali vissute da me direttamente fino al pensionamento nel 2011. Fortunatamente continuo a coltivare contatti ed attività in questo mondo particolare, sono pertanto in grado di poter riferire anche sugli sviluppi recenti. L’implementazione del «modello di Bologna» Prima di entrare negli aspetti specifici alla facoltà teologiche svizzere bisogna guardare alle università nel loro insieme. Già durante gli anni che precedevano l’introduzione del cosiddetto «sistema di Bologna» si era sviluppata una serie di tendenze comune a tutti gli atenei del continente. Da una parte l’accresciuta mobilità della popolazione studentesca e dei docenti richiedeva una migliore comparabilità dei curriculi di studio, dei gradi ottenuti ed il riconoscimento pubblico dei titoli acquisiti. Prese avvio il sistema 3+2, che prevede, mediante strutture comparabili, una laurea breve dopo tre anni di studio (detta anche bachelor) ed una conclusione degli studi dopo 5 anni (master). L’attività di ricerca dopo la fine degli studi, a sua volta, si sdoppia su due canali: chi intende intraprendere una carriera accademica tende al dottorato, anche mediante le cosiddette «co-tutele» cioè attraverso ricerche dottorali sostenute da diverse università europee. Chi invece, dopo essere entrato nell’attività professionale, intende specializzarsi su tematiche ben mirate, potrà seguire formazioni post-graduate, pure offerte da consorzi di varie università. La Svizzera ha seguito attivamente questo grande rivolgimento europeo, con l’intenzione di eccellere e quindi di attirare sul nostro territorio giovani studenti intenzionati a trarre profitto dalle nostre qualificazioni: docenti
qualificati e infrastrutture di ricerca ben fornite (biblioteche, archivi ecc.). Per essere all’altezza di questa sfida, la Confederazione ha dovuto incoraggiare una collaborazione sempre più stretta tra le varie università relativizzando il principio secondo cui esse sono di competenza cantonale. Si è fatto sempre più intenso, a partire dagli anni ’90 del secolo scorso, di Alberto Bondolfi
un processo di distacco degli atenei svizzeri dalla tutela dei rispettivi dipartimenti cantonali dell’istruzione pubblica. Nasceva la cosiddetta auto nomia dell’università. Gli atenei sono pur sempre finanziati dai cantoni di residenza, mediante approvazione del budget in sede parlamentare, ma poi funzionano utilizzando la cosiddetta enveloppe, in maniera autonoma. Per legittimare un’operazione così radicale ogni cantone universitario si è dato una legge che definisce chiaramente i compiti della rispettiva università e quelli del Cantone e della Confederazione. Chi osserva questi cambiamenti dal di fuori vede subito i cambiamenti che questo riassetto comporta: i rettori vengono ormai nominati in gran parte dal corpo docente, il potere esecutivo prima radicato nei dipartimenti passa alle équipes rettorali che di fatto governano le università, i professori non sono più nominati dal Consiglio di Stato del cantone ma dal rettorato (il sottoscritto è stato l’ultimo candidato nominato a Losanna dalla direttrice del Dipartimento della pubblica istruzione). L’attività di ricerca viene valutata da gruppi di esperti a livello federale. Le conseguenze per le scuole di teologia Come si sono mosse le facoltà di teo logia, di fronte a questi cambiamenti? Hanno, in particolare, riformato i loro piani di studio in modo da renderli compatibili con il sistema di Bologna: riforma che ha avuto subito effetti positivi poiché ha permesso una migliore accoglienza di persone provenienti da altri Paesi europei e soprattutto una
migliore mobilità interna di studenti svizzeri tra facoltà di tradizione cattolica e protestante. Lo scambio di docenti tra facoltà di diversa confessione si è intensificata ed è ormai abitudine regolare. La Confederazione finanzia le attività didattiche per i dottorandi, obbligando le facoltà a proporre programmi comuni ad entrambe le tradizioni confessionali. Ne ho fatto l’esperienza personale in seno all’école doctorale de théologie de Suisse romande, vera officina di teologi cattolici e protestanti su temi e problemi comuni. Anche l’attività di ricerca ne risente nella misura in cui il Fondo nazionale per la ricerca scientifica non sostiene più solo ricerche interne alle discipline teologiche ma spinge teologi e teologhe a effettuare un lavoro interdisciplinare. Ne hanno tratto profitto soprattutto coloro che già coltivavano aree di ricerca interdisciplinari (come ad esempio la bioetica, o la ricerca biblica) e internazionali. Il rapporto con le Chiese Il passato recente è stato caratterizzato anche da altri cambiamenti, più sotterranei e «discreti» ma che la dicono lunga sul modo con cui le élites politiche percepiscono i cambiamenti che devono gestire. Il più complesso riguarda il rapporto tra le facoltà teologiche a gestione statale e le Chiese a cui esse si riferiscono. Si nota innanzitutto un certo distacco dalla tutela che le rispettive Chiese esercitano sulle attività delle facoltà teologiche. Alcuni esempi direttamente osservati fanno capire che cosa bolla «discretamente» in pentola: a Zurigo la legge in vigore fino agli anni ’90 prevedeva che prima di nominare un nuovo professore in facoltà il dipartimento «ascoltasse» il Kirchenrat, cioè l’autorità esecutiva della Chiesa riformata cantonale, per accertare eventuali opposizioni di fondo: misura non paragonabile al nihil obstat degli organismi vaticani in ambito cattolico, ma pur sempre una forma di sguardo da parte della Chiesa sull’attività universitaria. Poi questa clausola è sparita e a Zurigo il corpo docente propone al rettorato la persona scelta senza alcun intervento
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da parte delle autorità della Chiesa riformata. Sempre a Zurigo, si sono verificati episodi ancora impensabili alcuni anni fa. La Corporazione cantonale della Chiesa cattolica ha finanziato una cattedra comune alla facoltà di teologia riformata e a quella di medicina per assicurare l’aiuto spirituale ai pazienti (spiritual care), affidandola a un candidato cattolico. A Ginevra il distacco non vuole significare separazione (si parla di Entflechtung invece di Trennung) tra istanze ecclesiastiche e cantonali. La laïcité ginevrina, alquanto diversa da quella francese, prevede che la facoltà teologica sia una Faculté autonome de théologie protestante, che il Cantone finanzia de facto per circa l‘80% del budget, ed il resto è preso in mano da una fondazione in cui siedono anche rappresentanti della Chiesa riformata cantonale e il parere della fondazione viene ascoltato anche in occasione della nomina di nuovi professori: questo però non ha impedito di nominare due cattolici. Le facoltà di teologia protestanti… Com’è lo stato di salute delle diverse facoltà teologiche? In questi ultimi anni si sono palesate tendenze in parte comuni alle due confessioni ed in parte specifiche alle diverse tradizioni confessionali ed alle aree linguistiche1. Cominciamo da quest’ultime: l’area romanda protestante aveva fino a qualche anno fa nientemeno che tre facoltà: Losanna, Ginevra e Neuchâtel. Il numero degli studenti era comunque assai ridotto e l’attrattiva molto calata, anche perché la Svizzera era divenuta, per studenti provenienti da Paesi del Terzo Mondo o dall’Europa orientale, proibitiva in fatto di costo della vita. Le direzioni cantonali romande proposero ai tre istituti di coordinarsi in maniera sempre più stretta: dissidi di fondo hanno fatto sì che l’operazione riuscisse solo in parte. La teologia è solo una prestazione di servizio alle attività pastorali delle varie Chiese cantonali, oppure è uno sforzo di riflessione autonomo che deve servire alla cultura secolare in cui le facoltà sono inserite? È finita con l’abolizione della facoltà neocastellana: operazione non indolore perché richiese un voto del Gran Consiglio: a Neuchâtel 1. Per una sguardo globale a livello svizzero, inglobante anche le due facoltà ecclesiastiche di Coira e di Lugano cfr. https://kirchenstatistik.spi-sg.ch/theologiestudierende-an-dentheologischen-fakultaeten/?lang=fr
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La Facoltà di teologia è stata la prima istituzione accademica in Ticino Nata come Istituto teologico di Lugano con decreto del 27 aprile 1992 di mons. Eugenio Corecco (vescovo di Lugano dal 1985 al 1995), approvato dalla Santa Sede l’8 maggio dello stesso anno - la Facoltà di teologia di Lugano è stata istituita il 20 novembre 1993 ed è la prima istituzione accademica eretta in Ticino. L’USI vedrà infatti ufficialmente la luce nel 1996, con il riconoscimento da parte del Consiglio svizzero della scienza e dell’innovazione. La Facoltà di teologia svolge sia insegnamento sia ricerca, inserendosi nell’offerta formativa superiore di tipo umanistico, in particolare in filosofia, teologia e scienze delle religioni. Le linee guida della FTL, che concretizzano obiettivi, collocamento accademico e sociale, punti l’esistenza della facoltà era garantita dalla legge. Il passaggio da tre a due facoltà permise comunque alle due facoltà rimaste, cioè a Losanna e Ginevra, di prestare una maggiore considerazione alle scienze umane delle religioni e al giudaismo. Inoltre, grazie al finanziamento di alcune cattedre mediante l’aiuto di alcune fondazioni e doni privati, si è completata la struttura della facoltà ginevrina. Neppure le tre facoltà riformate della Svizzera tedesca, a Zurigo, Basilea e Berna, hanno vita facile. Anche lì si cerca di coinvolgere insegnamenti riguardanti religioni non cristiane, ma l’operazione non è dappertutto indolore. In passato esse potevano far capo ad una abbondante popolazione studentesca tedesca, cui pertanto si assicurava una parte degli studi in Svizzera. Il costo della vita ha distolto molti studenti e studentesse della Germania a venire in Svizzera, nonostante la forte presenza di docenti tedeschi nelle facoltà svizzere. …e quelle cattoliche In ambito cattolico, Friburgo pure ha cercato l’aggiornamento istituendo un centro di studio e di formazione sull’Islam e rafforzando l’attività di ricerca. La facoltà ha conosciuto una diminuzione della popolazione studentesca ma un aumento delle ricerche dottorali. Lucerna (come Ginevra)
fondamentali del proprio sviluppo e dell’offerta di studio sono consultabili per esteso negli Statuti della FTL e in versione parziale anche sul sito della Facoltà: www.teologialugano. ch. La Fondazione «Vincenzo Molo», costituita il 26 febbraio 1991 per curare il finanziamento della FTL, è oggi una fondazione civile secondo il Codice civile svizzero e quindi soggetta alla vigilanza dello Stato. Il 27 giugno 2013 la Conferenza universitaria svizzera (CUS) ha rinnovato l’accreditamento alla FTL (già concesso una prima volta nel 2005), con validità fino al 2022. A partire dal 5 dicembre 2014, la FTL è entrata a far parte dell’Associazione delle università private accreditate in Svizzera (AAPU). ha registrato un aumento significativo della popolazione studentesca grazie all’introduzione dell’insegnamento a distanza, con l’ausilio di strumenti informatici. L’insegnamento secondo questa modalità dà accesso ai medesimi titoli accademici di chi invece studia e dà gli esami in sede. Cerchiamo di tirare le somme. La Svizzera è un Paese piccolo, con tre ambiti linguistici e culturali diversi e due tradizioni confessionali diverse. Deve affrontare una forte concorrenza internazionale e vuole rimanere tra i «primi della classe» in Europa. La sfida è in gran parte vinta dai politecnici federali, l’impresa sembra difficile nell’ambito delle scienze umane. La teologia, inoltre, è considerata un parente povero delle scienze umane, fatica a farsi valere. Le autorità delle Chiese manifestano un interesse che è imbarazzante (come mi permetto) definire alquanto tiepido, sia per i problemi che pone una moderna ricerca teologica sia per il fatto che l’opinione pubblica secolare (che pure paga…) ammette sempre meno interferenze ecclesiastiche nel mondo accademico. Mission impossible? Sono tentato di dire di sì, anche se l’impegno pubblico di molti teologi (e sempre più di teologhe) mette in evidenza che il paziente, sì, è malato ma non ancora in coma dépassé. Una ragionevole rianimazione lo potrebbe rimettere in salute.
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Perché la Facoltà di Lugano sia veramente utile al Ticino e alla Chiesa L’epoca globalizzata, pluriculturale e multireligiosa che stiamo vivendo porta con sé, per tante ragioni, opportunità e difficoltà davvero rilevanti. Oggi pare che il denaro e il potere siano le due divinità a cui prestare un culto esistenziale senza eccezioni per essere effettivamente al mondo. In questo quadro la libertà di coscienza effettiva e la volontà di dialogo culturale a 360° sono valori di enorme importanza. In questa prospettiva il magistero parlato e scritto e i gesti evangelici di papa Francesco rispondono a un’esigenza fondamentale: contribuire a realizzare un umanesimo del cuore e della mente, che si costruisca ponendo seriamente, a partire dall’amore di Gesù Cristo crocifisso e risuscitato, i rapporti tra il cielo e la terra, tra i singoli e le collettività, tra ogni individuo e se stesso. Tutto ciò senza complessi di inferiorità o di superiorità verso gli altri, quali che essi siano. In proposito un esame attento delle possibilità formative delle istituzioni accademiche ecclesiastiche risulta assolutamente improrogabile. E indubbiamente la Facoltà di teologia di Lugano (= FTL), dopo i primi venticinque anni della sua esistenza, può trarre indubbio giovamento da una rilettura di se stessa e del suo ruolo, anzitutto nel Canton Ticino e a partire dalle esigenze prima menzionate. A questo scopo il proemio della Costituzione apostolica Veritatis gaudium (= VG - 29.1.2018), circa le università e le facoltà ecclesiastiche, risulta un essenziale punto di riferimento. Vediamone alcuni aspetti qualificanti, confrontandoli con le auspicabili prospettive presenti e future dell’istituzione accademica teologica attiva dal 1992 nella Svizzera italiana. «Mente aperta e in ginocchio» Al par. 3 di questo documento vaticano si legge: «Si fa oggi sempre più evidente che “c’è bisogno di una vera ermeneutica evangelica per capire meglio la vita, il mondo, gli uomini, non di una sintesi ma di una atmosfera spirituale di ricerca e certezza basata sulle verità di ragione e di fede. La filosofia e la teologia permettono di acquisire le convinzioni che strutturano e fortificano l’intelli-
genza e illuminano la volontà… ma tutto questo è fecondo solo se lo si fa con la mente aperta e in ginocchio. Il teologo che si compiace del suo pensiero completo e concluso è un mediocre. Il buon teologo e filosofo ha un pensiero aperto, cioè incompleto, sempre aperto al maius di Dio e della verità, sempre in sviluppo, secondo quella legge che san Vincenzo di Lérins descrive così: “‘annis consolidetur, dilatetur tempore, sublimetur aetate’” (Commonitorium primum, 23: PL 50,668)»1.
La Facoltà luganese è animata, in tutti i suoi docenti, da questa apertura di cuore e di mente e da questo vivo interesse per comprendere evangelicamente l’esistenza, al di fuori di dottrinalismi e rigidità intellettuali? di Ernesto Borghi
Chi fosse, nella Facoltà luganese e altrove, in questa logica intelligente ed appassionata condividerebbe certamente la seguente affermazione del Papa (par. 1): «il Popolo di Dio è pellegrino lungo i sentieri della storia in sincera e solidale compagnia con gli uomini e le donne di tutti i popoli e di tutte le culture, per illuminare con la luce del Vangelo il cammino dell’umanità verso la civiltà nuova dell’amore».
Per nutrire questa persuasione occorre avere verso chi è di altra ispirazione culturale una stima umana e culturale non priva di cautele, ma sincera e diretta. Nessun complesso di superiorità o di inferiorità consentirà di giungere a questa condizione positiva. L’istituzione teologica luganese promuove effettivamente questa dimensione dialogica, senza dare spazio a contiguità ideali o concettuali con le posizioni di gruppi e movimenti arroccati in se stessi e poco inclini ad un’interazione effettiva con chi è culturalmente e/o religiosamente diverso?
1. Papa Francesco, Discorso alla Comunità della Pontificia Università Gregoriana e ai Consociati del Pontificio Istituto Biblico e del Pontificio Istituto Orientale, 10 aprile 2014: AAS 106 (2014), 374.
In dialogo con la concretezza esistenziale Nella sua nozione di cultura che appare il frutto costante di un circolo virtuoso tra teoria e prassi, papa Francesco concentra la sua attenzione su un altro aspetto assai importante soprattutto oggi (par. 2): «Come ho avuto occasione di sottolineare, “uno dei contributi principali del Concilio Vaticano II è stato proprio quello di cercare di superare il divorzio tra teologia e pastorale, tra fede e vita. Oso dire che ha rivoluzionato in una certa misura lo statuto della teologia, il modo di fare e di pensare credente”2».
Forse Bergoglio è un po’ ottimista, se pensa che nel cuore e nella mente della generalità dei teologi tale rivoluzione sia effettivamente avvenuta. Comunque «pastorale» è vocabolo che non deve più suonare come se designasse qualcosa di culturalmente inferiore rispetto alla riflessione teologica intellettuale. Infatti l’approfondimento teorico, visto l’oggetto in questione – il Dio di Gesù Cristo e il suo rapporto d’amore con gli esseri umani chiamati a vivere con gli altri tale valore – deve imprescindibilmente confrontarsi con la pratica della vita se non vuole essere solo un esercizio intellettuale fine a se stesso. La Facoltà luganese ha, sotto questo profilo, molti docenti intelligentemente appassionati del rapporto tra teologia e pastorale, sia nell’insegnamento accademico sia nelle altre occasioni in cui essi svolgono un ruolo formativo a partire dalla FTL? Un concetto sostanziale della Tradizione verso il futuro Nel par. 3 del documento in esame il Papa scrive: «L’esigenza prioritaria oggi all’ordine del giorno, infatti, è che tutto il Popolo di Dio si prepari ad intraprendere “con spirito”3 una nuova tappa dell’evangelizzazione. Ciò richiede “un deciso processo di di-
2. Videomessaggio al Congresso Internazio nale di Teologia presso la Pontificia Univer sità Cattolica Argentina «Santa Maria de los Buenos Aires», 1-3 settembre 2015. 3. Cfr. Esort. ap. Evangelii gaudium, 5.
8 scernimento, purificazione e riforma”4. E in tale processo è chiamato a giocare un ruolo strategico un adeguato rinnovamento del sistema degli studi ecclesiastici. Essi, infatti, non sono solo chiamati a offrire luoghi e percorsi di formazione qualificata dei presbiteri, delle persone di vita consacrata e dei laici impegnati, ma costituiscono una sorta di provvidenziale laboratorio culturale in cui la Chiesa fa esercizio dell’interpretazione performativa della realtà che scaturisce dall’evento di Gesù Cristo e che si nutre dei doni della Sapienza e della Scienza di cui lo Spirito Santo arricchisce in varie forme tutto il Popolo di Dio: dal sensus fidei fidelium al magistero dei pastori, dal carisma dei profeti a quello dei dottori e dei teologi. E ciò è d’imprescindibile valore per una Chiesa “in uscita”! Tanto più che oggi non viviamo soltanto un’epoca di cambiamenti ma un vero e proprio cambiamento d’epoca5 segnalato da una complessiva “crisi antropologica”6 e “socio-ambientale”7, nella quale riscontriamo ogni giorno di più “sintomi di un punto di rottura, a causa della grande velocità dei cambiamenti e del degrado, che si manifestano tanto in catastrofi naturali regionali quanto in crisi sociali o anche finanziarie”8».
A fronte di queste indicazioni di ineludibile trasformazione, che dalla società interpellano la Chiesa e che necessitano, lo ribadisco, la proposta di un rinnovato umanesimo radicato nella Tradizione – non nelle traditio nes, abitudini e consuetudini che con il Vangelo di Gesù Cristo non hanno spesso alcun rapporto e che, per esempio, intrappolano molti attuali oppositori di papa Francesco –, la FTL come può dare risposte significative, nel contesto multiforme e complesso anzitutto della Svizzera italiana contemporanea? La mia attività di insegnamento e ricerca condotta, dal 1992, in otto sedi universitarie diverse, tra Italia e Svizzera, e la mia più che venticinquennale esperienza in campo divulgativo e pastorale mi portano a dire, anzitutto, questo: le fragilità e rigidità culturali ed intellettuali di molti giovani, presbiteri e laici – a cui lo spirito rinnovatore del Concilio Vaticano II non è giunto e che stentano a vivere un’effettiva libertà di coscienza – non devono essere favorite con impostazioni culturali e scientifiche «tranquillizzanti» perché tradizionalistiche, magari anche se ciò può con4. Ivi, 30. 5. Cfr. Discorso al V Convegno nazionale della Chiesa italiana, Firenze, 10 novembre 2015. 6. Cfr. Esort. ap. Evangelii gaudium, 55. 7. Cfr. Lett. enc. Laudato si’, 139. 8. Ivi, 61.
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tribuire ad aumentare il numero degli immatricolati nella propria istituzione accademica. Per imparare a fare davvero cultura religiosa per l’essere umano Il rilancio del contributo degli studi ecclesiastici a una Chiesa in uscita missionaria passa, secondo papa Francesco (par. 4 di VG), da un criterio essenziale: la contemplazione e l’introduzione «spirituale, intellettuale ed esistenziale nel cuore del kerygma, e cioè della sempre nuova e affascinante lieta notizia del Vangelo di Gesù9 “che va facendosi carne sempre più e sempre meglio”10 nella vita della Chiesa e dell’umanità… Da questa concentrazione vitale e gioiosa sul volto di Dio rivelato in Gesù Cristo come Padre ricco di misericordia (cfr. Ef 2,4)11 discende l’esperienza liberante e responsabile di vivere come Chiesa la “mistica del noi”12 che si fa lievito di quella fraternità universale “che sa guardare alla grandezza sacra del prossimo, che sa scoprire Dio in ogni essere umano, che sa sopportare le molestie del vivere insieme aggrappandosi all’amore di Dio, che sa aprire il cuore all’amore divino per cercare la felicità degli altri come la cerca il loro Padre buono”13».
I corsi e le altre attività accademiche della FTL favoriscono tale prospettiva secondo rigore scientifico, comprensibilità comunicativa ed incidenza culturale a livello esistenziale, al di fuori di qualsiasi forma di erudizione e di devozionismo? E rispetto agli altri tre criteri di rilancio degli studi, enunciati dal Papa sempre nel par. 4 – dialogo culturale a tutto campo; inter- e transdisciplinarietà esercitate con sapienza e creatività nella luce della Rivelazione; «fare rete» tra le diverse istituzioni che, in ogni parte del mondo, coltivano e promuovono gli studi ecclesiastici – la FTL in quale prospettiva si pone anche guardando al futuro? Chi soltanto avesse consultato il sito della Facoltà luganese e i vari numeri della sua rivista ufficiale nel corso degli anni, potrebbe aver avuto una fondata, positiva impressione di viva-
9. Cfr. Esort. ap. Evangelii gaudium, 11; 34ss.; 164-165. 10. Ivi, 165. 11. Cfr. Bolla di indizione del Giubileo Straordinario della Misericordia, Misericordiae Vultus, 11 aprile 2015. 12. Cfr. Esort. ap. Evangelii gaudium, 87 e 272. 13. Ivi, 92.
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cità culturale e di volontà della FTL di interagire con il mondo accademico esterno ad essa. Tuttavia, circa la capacità e volontà della FTL di fare rete con istituzioni del territorio ticinese che operano in ambito teologico e storico-religioso è del tutto auspicabile, per il bene della formazione culturale locale, che si facciano progressi molto sensibili. Il discorso vale in particolare nella collaborazione con il coordinamento della formazione biblica diocesana e con l’Ufficio dell’istruzione religiosa scolastica (sia per gli insegnanti di religione sia per catechiste e catechisti). Le due istituzioni diocesane appena citate collaborano da sempre tra loro in modo proficuo e sono aperte alle interazioni con qualsiasi entità raggiungibile. Nel mondo, i casi in cui istituzioni accademiche teologiche e strutture formative diocesane cooperano sono spesso non agevoli da promuovere e sviluppare, ma frequenti e anche assai proficui. Mi pare augurabile che ciò avvenga anche con la FTL, nella logica di quell’evangelizzazione di ampio respiro, culturalmente seria e esistenzialmente viva che papa Francesco tratteggia e propone dall’inizio del suo ministero di vescovo di Roma. Tale condizione futura può essere davvero importante per la Chiesa e per la società, a cominciare dal territorio del Canton Ticino. Non si può, d’altronde, negare l’importanza della storia pregressa. Un esempio rivelatore: di due convegni, svoltisi nella Facoltà durante il venticinquennale, quello su don Luigi Giussani ha visto già da tempo la pubblicazione e presentazione degli Atti anche in contesti internazionali prestigiosi (per es. la Biblioteca Ambrosiana), mentre di quello sul card. Carlo Maria Martini, una volta celebrato, non si è fatta più parola, almeno ufficialmente. D’altra parte che don Giussani, per tante ragioni, «storicamente» comprensibili, abbia avuto e abbia con la Facoltà di teologia di Lugano «elementi di contatto» assai maggiori che il card. Martini e il suo magistero culturale ed ecclesiale è un dato piuttosto innegabile. Vive e cordiali speranze Dal maggio 2018 il tema dell’ingresso della FTL nel quadro istituzionale effettivo dell’Università della Svizzera italiana è stato posto con particolare nettezza. Se ciò avvenisse, potrebbe essere senz’altro un fatto molto positivo anzitutto per l’intero sistema
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universitario e formativo in genere del Canton Ticino. Vi è, però, una condizione previa, mi pare, del tutto essenziale: le espressioni «libertà di coscienza», «trasparenza», «pluralismo», serietà formativa», «umanesimo del cuore e della mente» devono essere, sempre più e sempre meglio,
non enunciazioni astratte, ma valori condivisi, praticabili e praticati ovunque. Che cosa deve cambiare anzitutto alla FTL e all’USI perché tutto questo avvenga? Chi deciderà se e come realizzare l’integrazione istituzionale appena evocata, potrà individuare meccanismi, approfondimenti, mete
che individuino i mutamenti indispensabili per offrire alla popolazione del Cantone e a chi fosse interessato un’offerta formativa e una prospettiva di confronto ideale sempre più capaci di rispondere alle sfide culturali difficili ed entusiasmanti del presente e del futuro.
La Facoltà di Lugano nel 2018 in cifre:
La Facoltà di Friborgo nel 2018 in cifre:
La Facoltà di Lucerna nel 2018 in cifre:
La Scuola Superiore di Coira nel 2018 in cifre:
• Numero di studenti:
• Numero di studenti:
• Numero di studenti:
• Numero di studenti:
• Numero di studenti
• Numero di studenti
• Numero di studenti
• Numero di professori:
• Numero di professori:
• Numero di professori:
• Studenti svizzeri:
• Studenti svizzeri:
• Studenti svizzeri:
455 (di cui 166 studenti uditori)
• Numero di studenti
vent’anni fa (1998): 174 (65 studenti uditori)
• Numero di professori: 13 stabili e 52 professori invitati e incaricati
535
vent’anni fa (1998): 454 31
39,5%
317
vent’anni fa (1998): 177 12
69,1%
56
vent’anni fa (1998): 26 9
42%
• Studenti svizzeri: 13,1%
Fonte: «Catholica», 8.6.2019
Gli appunti spuntati di Ratzinger «Un testo un po’ fuori dall’ordine di riflessione del papa emerito», non solo dal punto di vista del linguaggio, ma anche degli esempi che vengono portati a sostegno delle tesi; e non è chiaro se ciò sia dovuto «all’invecchiamento, o al fatto che Benedetto XVI sia circondato da persone che lo sfruttano per sostenere una posizione anti papa Francesco». Così si è espresso il teologo Giannino Piana, in una intervista all’Ansa, sugli Appunti di Ratzinger sul tema degli abusi sessuali, pubblicati sulla rivista tedesca per il clero bavarese «Klerusblatt» l’11 aprile scorso, ma prontamente diffusi da media e organi tradizionalisti e conservatori d’oltreoceano. Sul fatto che si tratti di una mossa mirante a ridimensionare l’azione pastorale e dottrinale di papa Francesco, Piana, già docente di Etica cristiana a Urbino, non ha dubbi: «Si ha l’impressione che dietro ci sia una manovra che va al di là del papa emerito, che nasconda una serie di riferimenti, anche nel linguaggio, non appartenenti alla riflessione di Benedetto XVI come si è presentata in passato, qui in certi tratti anche banale e persino un po’ volgare». E proprio l’elemento della volgarità appare al teologo in contraddizione con lo stile di Ratzinger.
In merito al collegamento che Ratzinger crea tra pedofilia e ’68, il teologo morale afferma che «un giudizio interamente in negativo di quel periodo è inaccettabile», poiché non tiene in considerazione «la centralità della coscienza» o «l’attenzione alla liberazione della donna»: «C’è una serie di fattori che vanno in direzioni diverse e che portano ambivalenze: ci sono sia elementi negativi sia positivi, che sono però la maggioranza. Nella stessa crisi dell’autorità, c’è l’aspetto positivo che va contro il potere incondizionato, e le ricadute negative nel caso di un’autorità legittima. È molto superficiale un giudizio tutto in negativo, non in grado di cogliere la complessità». Analogamente «immotivato e ingiustificato» è il giudizio di Ratzinger sul collasso della teologia morale cattolica nel periodo postconciliare: «Un giudizio complessivo apocalittico ingiusto», cui perviene «mettendo in evidenza alcuni aspetti e radicalizzazioni», «un giudizio implacabile, esagerato, che non tiene conto della complessità delle situazioni. Dire che c’è un rifiuto morale dell’autorità delle gerarchie è gratuito: la teologia è sempre libera di fare riflessioni, che poi fanno anche da supporto alle decisioni. E che le norme non esistano più non è
sostenibile, si veda ad esempio il caso della bioetica. È tutto molto unilaterale, superficiale. Soprattutto l’accusa di fondo, che quella teologia morale abbia portato a una mancata condanna della pedofilia, è inaccettabile». Si tratta di uno degli aspetti più contestati dello scritto di Ratzinger: «La pedofilia è stata sempre duramente contestata dalla teologia morale – insiste Piana –, nessun teologo moralista ha mai accettato la pedofilia: anzi, questo anche di fronte a un atteggiamento del Vaticano che era di non attenzione al problema, o quanto meno di non intervento». In conclusione, Piana affronta la questione di fondo che ha reso possibile la diffusione del testo del papa emerito, ovvero la coabitazione dei due pontefici, aspetto delicatissimo, non ancora normato, ma che pretenderebbe un passo indietro da parte dell’ex papa: «Avrei auspicato che, date le dimissioni, atto di coraggio e serietà, Benedetto si allontanasse dal Vaticano. È pericoloso per il governo della Chiesa diventare una possibile alternativa. Lui poi aveva promesso di ritirarsi nel silenzio e nella preghiera: e il silenzio si è rotto. […] Qui c’è anche uno spalleggiare la teologia pre-conciliare, che diventa anche una critica allo stesso Concilio». (Da «Adista» del 27 aprile 2019)
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biblioteca
BIBLIOTECA La grande illusione di Papa Mastai «Per i freddi politici, […] è un im prudente generoso, che bisogna moderare. Per gli esaltati, […] è un brav’uomo che occorrerebbe poter compromettere per superarlo. Per gli scettici, è un insensato, che fallirà in una crociata inutile contro l’indiffe renza del secolo. Per gli ortodossi, è un audace di cui bisogna diffidare, o un santo che rinnoverà la faccia del mondo. Per i socialisti, è un impruden te condannato a lottare tra la vecchia fede che crolla e di cui sostiene i resti invano, e una rigenerazione che lo tenta, ma che non potrà mai compie re senza abiurare la sua ortodossia e senza farsi eretico»1. Se al posto delle parentesi quadre mettessimo, ipotizzo: Papa Bergoglio… dite che funzionerebbe? Ma siamo seri: al posto delle parentesi va il nome di un altro papa, Pio IX, al secolo Giovanni Maria Mastai Ferretti, da Senigallia, papa dal 1846 al 1878. Il «papa del Sillabo», sì. L’autore di questo libro, Ignazio Veca, che è uno storico di professione, ovviamente rifiuta… le rassomiglianze a distanza: ma non si astiene dall’accennarvi a pag. 293 del suo bel libro2. Sulla memoria di papa Mastai Ferretti, di cui è in corso una pratica di beatificazione, grava l’atteggiamento che assunse dopo il 1870: obbligato a lasciare il Quirinale egli si chiuse dentro il Vaticano, anatemizzando il mondo moderno fino a chiedere ai cattolici italiani di non partecipare alla vita pubblica del nuovo Stato unificato. Tutto questo corrobora la tesi mia e di Luigi Accattoli, per molti anni informatore religioso del «Corriere della Sera» e ora columnist de «Il Regno Attualità», che non bisogna far santi i papi, tanto inscindibile nella loro biografia è l’eventuale santità personale e il ruolo di governo che volente o nolente ogni papa deve assumere nella Chiesa cattolica3. Nella straordinaria vicenda di papa Mastai ci fu però un momento, sia pure durato pochi anni, in cui il nuovo papa
1. George Sand, Le Constitutionnel, n. 38, lundi 7 février 1848, pp. 2-3. 2. I. Veca, Il mito di Pio IX. Storia di un papa liberale e nazionale, pp. 309, Viella editrice, Roma 2018. 3. Confronti, 28 novembre 2012.
incarnò le speranze di rinnovamento della Chiesa (da cui l’adesione di «cattolici liberali» francesi come Federico Ozanam) e le aspirazioni all’unità dei patrioti italiani. La preoccupazione di Ignazio Veca non è quella di «rivalutare» in qualche modo la figura del pontefice, personaggio al centro di una sterminata bibliografia di cui egli dà puntualissimamente conto. Anzi, il tono è piuttosto scettico. Ma l’interrogativo sussiste: sarà stato davvero sincero il nuovo papa quando, da poco eletto, pronunciò l’invocazione famosa: «Gran Dio, benedite l’Italia!»? La figura che emerge dal libro di Veca è quella di un uomo più ambiguo che sincero, in ogni caso esitante e contraddittorio, il quale, nei primi anni di regno, fu indotto alla proclamazione di un’amnistia e al cambiamento di alcune funzioni nel governo degli stati pontifici dalla necessità di innovare la prassi di governo occhiuta e reazionaria del suo predecessore, ma che successivamente non osò andare incontro alle speranze degli Italiani fino a mettere in causa il potere temporale del papato. Veca descrive nei particolari il mito di cui Pio IX godette in quella prima fase: fenomeno impressionante, che coinvolse cerchie amplissime di intellettuali e di popolo fino a comprendere uomini come Massimo D’Azeglio, arruolatosi nelle truppe pontificie per battersi contro l’Austria: lui certamente un poco ingenuo… ma anche Mazzini e Garibaldi, per non dire di Gioberti e del partito «guelfo» che avevano visto nel papa un possibile unificatore della nuova Italia. Un abbaglio colossale? Certamente, visto come finì, e pure sfruttato per fini diversi da quelli proclamati: ma un fatto reale, come dimostra anche la ricca iconografia riprodotta al centro del volume. Difficile per noi posteri dare un giudizio definitivo. Le ferite del 1789 erano ancora aperte, i Gesuiti erano ritornati armatissimi dall’esilio di ottant’anni, in Francia i cattolici stavano per issarsi alla guida della nazione, a Vienna era ancora lontano il tramonto della duplice monarchia (…persino in Ticino i liberali-conservatori stavano per riconquistare la maggioranza): si poteva, da cattolici, non disperare di far tornare indietro la storia dopo lo scossone rivoluzionario. Mancava però un secolo al Concilio Vaticano II… E.M.
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La strada alta dello scautismo «Un gruppo di bambini vestiti da cretini guidati da un cretino vestito da bambino». È una battuta, una definizione che di positivo allo scautismo non riconosce nulla. Ve ne sono di meno negative, anche se pianamente banali («sono i ragazzi che aiutano i vecchietti ad attraversare la strada»). Lo scautismo si è sempre scontrato con una barriera di pregiudizi. Mira alto invece Giorgio Zappa nel piccolo volume «La Strada Alta dello Scautismo»4 dove evidenzia che del movimento esiste una pratica alta, tutt’altro che banale. La pedagogia moderna ha giustamente criticato alcuni aspetti del movimento, soprattutto dopo gli Anni Sessanta: il principio di gerarchia mutuato dal servizio militare, la nozione di patria gelosamente univoca, la divisione per sessi e per età. Ma anche la scelta religiosa. Nel nome, e persino all’interno, di tale scelta si sono spaccate, dopo il Concilio, federazioni nazionali fiorenti, come in Francia. Nel Ticino, grazie al vescovo Pier Giacomo Grampa (che accettò la svolta controversa dell’associazione unitaria), esiste ora un unico movimento scaut. Questo anche grazie a «capi» come Giorgio Zappa, che la accettarono pur con perplessità, gettando il cuore – come si diceva – oltre l’ostacolo. La scelta religiosa «non già come presupposto per diventare scaut, bensì come direzione di marcia, come obiettivo del singolo all’interno di una comunità che ha il compito di aiutarlo in questa ricerca». D’altra parte, proprio l’identità cattolica fu matrice, durante la seconda guerra mondiale, di eroismi come quelli delle Aquile Randagie sul confine italo-svizzero. I cambiamenti si sono imposti anche allo scautismo cattolico: per esempio la co-educazione (le branche maschile e femminile erano separate, come nell’Azione cattolica). Su alcuni di questi cambiamenti, Giorgio Zappa si dimostra, se non proprio scettico, almeno realista: il conto da pagare potrebbe essere il «prevalere di uno scautismo tanto dilavato da aver smarrito la sua originale e forte connotazione religiosa». Ma non è detto, per fortuna: almeno finché ci saranno scaut come lui, che la sera dei bivacchi, quando alzano gli occhi al cielo, non pensano solo a come potrebbe essere la Luna calpestata dagli astronauti. E.M. 4. G. Zappa, La Strada Alta dello Scautismo, Dadò editore, Locarno 2019, pp. 150.
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Un secolo di solidarietà Qualche considerazione storica sui 100 anni dell’OCST Il contesto della nascita La Svizzera venne risparmiata dalla prima guerra mondiale dal punto di vista militare, ma non certo dalle sue conseguenze economiche e sociali. In quattro anni il costo della vita raddoppia, il salario reale diminuisce circa del 30%, la povertà tocca molti lavoratori, molte importanti riforme sociali sono rinviate perché il governo ha i «pieni poteri» e non dialoga più con il parlamento. In questo contesto il malessere sociale sfocia in numerose proteste e scioperi e nel 1918 il Comitato di Olten (CdO), guidato da dirigenti socialisti e sindacalisti, porta avanti precise rivendicazioni e preannunzia uno sciopero generale, che in effetti scoppia dall’11 al 13 novembre, interrotto poi per la minaccia dell’intervento dell’esercito. Come si muovono i sindacati cristianosociali, piccola minoranza all’interno del movimento dei lavoratori? In quei difficili giorni il CdO presenta 9 rivendicazioni, e anche: i Cristiano-sociali nazionali presentano un programma in 10 punti. Interessante notare che 5 rivendicazioni sono simili: rinnovo del parlamento con il proporzionale, AVS, settimana di 48 ore, copertura dei debiti dello Stato attraverso i grandi patrimoni, trasformazione in senso popolare dell’esercito; le altre sono piuttosto diverse (nei cristiano-sociali manca ancora la richiesta del voto alle donne). Insomma non sono tanto le rivendicazioni a dividere, ma lo strumento, lo sciopero generale che è considerato un atto rivoluzionario da rigettare assolutamente («sì alle riforme, no alla rivoluzione»). I piccoli sindacati cristiano-sociali nazionali si schierano dunque contro lo sciopero generale, e in questo si mettono dalla parte dei partiti nazionali e borghesi, ma continueranno a sostenere la necessità di riforme. E in Ticino? Anche nel nostro cantone, ancora molto rurale e solo in lenta industrializzazione, il malessere sociale è chiaro e i sindacati aderenti alla Camera del Lavoro (CdL, esistente dal 1902) compiono varie proteste e scioperi. Nell’estate del 1918 a Lugano vi è anche un significativo sciopero generale, da parte di varie categorie di lavoratori, che protestano per il rincaro e per il licenziamento di alcuni lavoratori, mentre lo sciopero generale del novembre ha poi poco successo. In
campo cattolico dal 1902-1903 esistono alcune piccole Leghe Operaie Cattoliche (LOC), basate soprattutto sul mutuo soccorso, che cercano anche di migliorare la condizione dei lavoratori e che dal 1906 dispongono di un segretariato stabile a Locarno, il Bureau Popolare con il giornale Gazzetta del Lavoratore (1907-1919). Queste LOC durante la guerra si dimostrano inadeguate ad affrontare la gravi questioni sociali. Anche molti docenti cattolici iscritti alla Federazione Docenti Ticinesi (FDT) nel 1918 decidono per esempio di aderire alla CdL, perché capiscono che le LOC non sono in grado di portare avanti le loro rivendicazioni. Lo sciopero generale del 1918 è dunque uno choc anche per i cristiano-sociali ticinesi, che però possono contare sull’appoggio del nuovo vescovo mons. Aurelio Bacciarini, che incoraggia subito un’opera di rinnovo dell’associazionismo cattolico. Nella primavera del 1919 i dirigenti delle LOC e del nuovo Gruppo Cristianosociale che si era formato da un anno a Bellinzona (fra i responsabili vi è il giovane Francesco Masina) decidono di indire un congresso per rilanciare il movimento. Così il 18 maggio 1919 a Bellinzona il congresso decide di formare un’organizzazione cristianosociale cantonale che possa costituire dei veri sindacati; si discute poi di spostare il centro da Locarno a Bellinzona e della possibilità di far nascere un nuovo giornale (sarà Il Lavoro, l’anno successivo). I nuovi statuti sono poi approvati in un secondo congresso in autunno; 100 anni fa nasce così l’OCST. Il cammino del sindacato lungo il secolo L’inizio è subito difficile: la Camera del Lavoro e le sue federazioni monopolizzano il mercato del lavoro e accusano l’OCST di dividere i lavoratori; ma pure il padronato, anche quello cattolico, è comunque diffidente verso il piccolo nuovo sindacato. Gli anni Venti sono un periodo di stagnazione economica e di crisi dirigenziale: il sindacato non riesce a svilupparsi. È l’arrivo di don Luigi Del-Pietro (1906-1977), nel 1929 nominato segretario cantonale, a dare nuovo slancio al sindacato. Formato alla dottrina sociale della
Chiesa, con la sua forte personalità e poi con l’aiuto di altri validi collaboratori (Francesco Masina, Giovanni De-Giorgi, Gianni Nessi, Agostino Bernasconi, Angelo Pellegrini, Vittorio Torriani, …), malgrado la crisi economica, rafforza il sindacato e pone le basi della sua crescita. Dialogo e volontà di collaborazione con la parte padronale per la costruzione del bene comune, ma, quando occorre, per la difesa dei lavoratori, mobilitazione e anche ricorso agli scioperi: ecco in sintesi il metodo di lavoro di Del-Pietro e del sindacato, che si dota di tutta una serie di servizi, per esempio la cassa-malati, la cassa-disoccupazione, la cassa soccorso e prestiti, la consulenza legale, le colonie montane e marittime, ecc. Sono, queste, opere basate sul principio della sussidiarietà: la classe operaia non deve dipendere dallo Stato, ma deve trovare in sé stessa le risorse per migliorare la propria situazione. La struttura unitaria del sindacato e la sua presenza sul territorio con le varie sedi regionali ne favoriscono lo sviluppo: l’incremento dei contratti collettivi, frutto dell’azione sindacale, lo stanno a testimoniare. La guerra mette a dura prova il sindacato, che però riesce a continuare nel suo sviluppo e nell’opera di solidarietà. L’immediato dopoguerra è un periodo di conflitti sociali, con i sindacati impegnati a recuperare e migliorare i livelli salariali e le condizioni di lavoro. Con il boom economico degli anni 50 e 60 inizia la costruzione del cantone moderno, anche dal punto di vista sociale. Il sindacato partecipa al grande cambiamento e, in particolare, è il primo a decidere di accogliere e tutelare i lavoratori immigrati (anche frontalieri), importanti per l’economia cantonale. Nuova cesura negli anni 80 e 90, con la fine del fordismo e l’inizio della globalizzazione, che ristruttura il mondo del lavoro. Il sindacato deve oggi reinventarsi per affrontare le grandi sfide: le nuove tecnologie, la flessibilità, la libera circolazione delle persone e gli accordi bilaterali con le loro conseguenze, ecc. Il sindacato ha sempre mantenuto l’insegnamento sociale della Chiesa quale orizzonte ispiratore della propria azione e oggi più che mai si tratta di attualizzare questo grande patrimonio di idee, di giudizi, di progetti. Alberto Gandolla
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Cinquant’anni per la giustizia Sacrificio Quaresimale, Pane per tutti e Essere solidali Le tre organizzazioni cristiane svizzere di cooperazione allo sviluppo, Sacrificio Quaresimale, Pane per tutti e Essere solidali, hanno festeggiato sabato 13 aprile il 50esimo di collaborazione con un culto ecumenico nella Heiliggeistkirche di Berna e una zuppa cucinata sulla piazza della stazione. Da 50 anni al centro della comune campagna ecumenica sono i tre temi: giustizia sociale, pace, e salvaguardia del creato. La consigliera nazionale Maya Graf (Verdi/BL) ha ripercorso i momenti salienti di questi 50 anni di campagne di informazione e di sensibilizzazione, ricordando che già nel 1989, la Campagna si fosse occupata del cambiamento climatico e dei pericoli che comportava, concludendo che «II tempo stringe» come recitava lo slogan di allora. Bernd Nilles, direttore di Sacrificio Quaresimale, ha dal canto suo sottolineato come «Infonde coraggio vedere ciò che abbiamo realizzato negli ultimi 50 anni grazie ai nostri sforzi per la giustizia sociale e la salvaguardia del creato». Per mons. Felix Gmür, vescovo di Basilea la Campagna ecumenica dimostra che al mondo la giustizia ancora non è garantita a ogni essere umano e che il cambiamento è necessario. Il motto della Campagna 2019 è «Insieme con le donne impegnate. Insieme per un mondo migliore». In una mostra sulla piazza della stazione sono presentati i ritratti di 50 donne che quotidianamente in Svizzera, in Africa, in Ame-
rica latina e in Asia si impegnano per garantire maggior giustizia e condizioni di vita dignitose per tutte e tutti. Un omaggio alle donne, che ovunque sono una forza trainante per rendere il mondo migliore. La Campagna ecumenica è nata nel 1969 sull’onda del Concilio Vaticano Il, dall’idea che le Chiese dovessero essere coinvolte più attivamente nelle questioni politiche. Da allora le tre organizzazioni di cooperazione internazionale Sacrificio Quaresimale (della Chiesa cattolica), Pane per tutti (della Chiesa evangelica) e successivamente anche Essere solidali (della Chiesa cattolico cristiana) hanno organizzato una campagna annuale per una politica di sviluppo a favore di una maggiore giustizia e solidarietà. Sin dagli inizi si sono sempre messi in luce i problemi e chiarite le cause strutturali dell’ingiustizia e della povertà. Per questo motivo sono stati trattati temi quali la pace, la tutela dell’ambiente, i diritti umani, le pari opportunità, le relazioni economiche eque e la ricerca di uno stile di vita nuovo e sostenibile. La Campagna ecumenica del 50esimo ha avuto come motto «Insieme con le donne impegnate del mondo. Insieme per un mondo migliore». L’attenzione si è concentrata sui diritti delle donne come tributo al loro impegno esemplare a favore delle loro famiglie e comunità. Tre donne, ovvero Suor Nathalie, avvocatessa della Repubblica Democratica del Congo. Marie Crescence Ngo-
Prima i poveri Reagendo al progetto di messaggio del Governo sulla strategia di aiuto allo sviluppo 2021-2024, diverse ONG svizzere insistono sul fatto che la lotta alla povertà deve rimanere prioritaria. La futura cooperazione allo sviluppo deve essere guidata dal mandato costituzionale che ne è alla base. In particolare «deve ridurre l’indigenza nei paesi più poveri», si legge in un comunicato di Alliance Sud (Swissaid, Sacrificio Quaresimale, Pane per tutti, Helvetas, Caritas e ACES). Secondo la coalizione di ONG, nei paesi con regimi autoritari in particolare, la cooperazione elveti-
ca deve inoltre contribuire a far sì che la società civile agisca da contrappeso, favorendo processi decisionali politici più inclusivi. A tal fine, la Svizzera deve mettere a disposizione fondi sufficienti. Lo 0,45% del reddito nazionale lordo (RNL) promesso nel progetto di messaggio messo in consultazione è ben lungi dall’auspicato 0,7%. E ciò nonostante il fatto che la Confederazione registri miliardi di eccedenze anno dopo anno. Le ONG affermano inoltre che la politica di aiuto allo sviluppo non deve essere considerata separatamente da
bo, segretaria esecutiva del Réseau du Devéloppement Durable (RADO) in Camerun e Bembet Madrid, promotrice del cambiamento sociale nelle Filippine hanno dato voce alle loro connazionali con impressionanti descrizioni, in occasioni di diversi eventi e serate in tutta la Svizzera. Hanno sottolineato cosa significa impegnarsi a difesa della popolazione, della salute pubblica e della terra nelle zone in cui si estraggono materie prime, e spiegato perché non possono fare a meno di continuare a battersi per rendere il mondo un posto migliore per tutti gli esseri umani. Infine un sentito grazie giunga anche alla popolazione svizzera, che da 50 anni contribuisce ad affrontare le cause e a far luce sulle ragioni strutturali dell’ingiustizia e della povertà. Circa 500 parrocchie hanno partecipato alla tradizionale Giornata delle rose e venduto 91.700 rose. In 466 panetterie è stato offerto il pane per condividere, mentre in occasione della festa per il 50esimo sono stati distribuiti 550 litri di minestra su una piazza di Berna, il Coro delle Nazioni ha fornito una degna cornice al culto ecumenico, mentre la mostra con i ritratti di «50 donne impegnate» ha attirato molta attenzione. Dopo 50 anni di cooperazione allo sviluppo il mondo presenta ancora ingiustizie e squilibri: la Campagna ecumenica è ancora importante per informare le persone e invitarle ad agire per lo sviluppo e la pace. altri campi di azione politica. In pratica, ciò significa che tutti i Dipartimenti devono condividere la responsabilità della cooperazione, in particolare nelle decisioni di adeguamento delle politiche fiscali, commerciali e di sicurezza. In una reazione separata, anche Caritas insiste sul fatto che la lotta alla povertà sia posta al centro delle preoccupazioni e che «siano necessarie risorse finanziarie molto più consistenti» per raggiungere gli «ambiziosi obiettivi» del consigliere federale Ignazio Cassis. Stessa opinione anche da parte della Croce Rossa Svizzera che auspica una cooperazione internazionale «basata sulla solidarietà e non al servizio degli interessi particolari della Svizzera».
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Amedeo Grab Un amico dei ticinesi Il vescovo Amedeo Grab, è deceduto il 19 maggio scorso a Roveredo (GR) dove risiedeva dal 2017. Originario di Svitto, monsignor Grab era nato il 3 febbraio 1930 a Zurigo, ma aveva trascorso l’infanzia a Ginevra. Aveva in seguito studiato presso il collegio dell’abbazia di Einsiedeln (SZ), dove era entrato nell’ordine benedettino con il nome di Amedeo. Ordinato sacerdote nel 1954, si era dedicato all’insegnamento dapprima a Einsiedeln, poi dal 1958 al 1978 al collegio Papio di Ascona, svolgendo attività pastorale in diverse parrocchie del Locarnese, partecipando attivamente al Sinodo 72 e guadagnandosi stima e amicizia di molti ticinesi. Nel
1983 era stato nominato segretario della Conferenza dei vescovi svizzeri (CVS) e nel 1987, ordinato vescovo ausiliare residente a Ginevra, aveva conquistato il rispetto dei protestanti che, un secolo prima, avevano espulso, «manu militari» il suo predecessore mons. Mermillod. Assunta poi nel novembre 1995 la direzione della diocesi di Losanna, Ginevra e Friburgo, veniva trasferito alla diocesi di Coira nell’agosto 1998 (un’eccezione in Svizzera), a fare da «pacificatore» tra i diocesani, dopo l’allontanamento del contestato vescovo Haas, rimanendovi fino al febbraio 2007, nonostante avesse dato le dimissioni nel febbraio 2005 al compimento del
75esimo compleanno. All’inizio del 1998 aveva assunto la presidenza della CVS, carica che ha esercitato fino alla fine del 2006, ricoprendo anche quella della presidenza del Consiglio degli Episcopati europei. Nel luglio del 2007 papa Benedetto XVI aveva nominato quale successore Vitus Huonder, che non ha saputo seguire il suo esempio, lasciando recentemente una diocesi ancora in discordia. Mons. Grab ha trascorso gli ultimi anni della sua vita nel seminario San Lucio a Coira e dal 2017 in una casa di riposo a Roveredo/GR. «Dialoghi» ricorda con affetto e simpatia un Vescovo aperto al dialogo e rispettoso della libertà di tutti.
Fabrizio Fabbrini Testimone non violento Fabrizio Fabbrini è stato uno dei primi obiettori di coscienza cattolici al servizio militare, condannato nel 1966 a un anno e otto mesi di reclusione; è morto a Firenze, lo scorso 23 gennaio, a 80 anni. Nato a Forlì, trascorre la sua giovinezza a Roma dove, nella parrocchia di San Saturnino, fonda il Circolo Ozanam e matura le sue convinzioni nonviolente, pacifiste e antimilitariste. Laureato in Giurisprudenza alla Sapienza di Roma, poi assistente ordinario di Diritto romano nella stessa università, nel 1964, a 26 anni, riceve la convocazione per il servizio militare. Al Centro addestramento reclute (Car) di Cosenza cerca di obiettare, ma gli viene impedito dai superiori, mentre il cappellano militare non gli consente di accostarsi alla Comunione. Così Fabbrini svolge regolarmente il servizio, ma, a dieci giorni dal congedo, lascia la caserma, e a Roma si presenta ai carabinieri e riconsegna la divisa; è arrestato e quindi poi processato e condannato a un anno e otto mesi di reclusione. La vicenda conquista le prime pagine dei giornali (la racconta lo stesso Fabbrini nel libro Tu non ucciderai.
I cattolici e l’obiezione di coscienza in Italia, Cultura editrice, Firenze 1966), perché la sua vicenda costituisce una nuova tappa della lotta per il riconoscimento in Italia dell’obiezione di coscienza. Nel 1961 il sindaco di Firenze Giorgio La Pira aveva fatto proiettare il film antimilitarista francese Tu ne tueras, ignorando la censura e attirandosi le critiche dell’«Osservatore Romano» e un processo penale; nel 1963 il primo obiettore cattolico, Giuseppe Gozzini, era stato condannato a sei mesi, e padre Ernesto Balducci, che lo aveva difeso in un’intervista, condannato poi a otto mesi con la condizionale; Giovanni XXlII aveva emanato la Pacem in Ter ris (11 aprile 1963, n. 42) dicendo «la guerra contraria alla ragione»), mentre il Concilio Vaticano II (Gaudium et spes, 7 dicembre 1965, n. 79) trova «conforme all’equità» riconoscere legalmente l’obiezione al servizio militare); nel febbraio del 1965 era uscita la Lettera ai cappellani militari di don Milani e l’avvio del processo a suo carico, che, dopo la sua Lettera a giudici, terminerà con la condanna. Fabbrini viene scarcerato sei mesi
dopo, nel giugno del 1966, grazie a un indulto e a una amnistia approvati dal Parlamento per il ventennale della Repubblica. Partecipa alla contestazione cattolica: il 7 aprile 1968 nella chiesa di san Pietro in Montorio a Roma, chiama «buffone razzista» il prete che, nell’omelia, aveva definito gli ebrei «popolo deicida e maledetto da Dio» (verrà denunciato, processato e, questa volta, prosciolto); con padre Balducci, tenta di mediare, senza successo, fra il cardinale di Firenze, Ermenegildo Florit, e don Enzo Mazzi nei giorni caldi della vicenda dell’Isolotto. Perso il posto all’università di Roma, inizia a insegnare nei licei di Firenze, tornando poi nel 1969 all’università, prima come assistente di La Pira, poi come docente di storia romana a Siena, fino al 2010. Fabbrini, pagando di persona col carcere, profeticamente ha contribuito a formare la coscienza di molti cattolici, non solo italiani, perché sia sempre più conosciuto l’insegnamento cristiano della non violenza. (da un testo di Luca Kocci, in «Adista» 16 febbraio 2019)
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cronaca svizzera
CRONACA SVIZZERA a cura di Alberto Lepori
Per il bene comune. Il presidente del Tribunale d’Appello Mauro Mini ha ricordato ai membri del Governo ticinese eletti lo scorso aprile che «il bene comune è la ragion d’essere dell’attività politica», e «può essere definito come l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività, sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione, più pienamente e più celermente». E ha concluso: «Tutto è politica. Ma la politica non è tutto». Si può commentare che, «anche se tutto va in Internet, Internet non è tutto». Conoscere il salmo. Il Gran Consiglio ticinese, nel 2013, con 49 voti favorevoli e 22 contrari ha deciso che nelle scuole ticinesi occorre insegnare e cantare il Salmo svizzero, quello della «bionda aurora»; ora è sollecitato il Dipartimento dell’Educazione (e perché non quello della Polizia?) a verificare se gli allievi l’hanno imparato. Ma forse, per stimolare il fondamentale apprendimento (civico?) sarebbe opportuno che il Gran Consiglio inaugurasse ogni seduta, o almeno ogni sessione, con il canto corale di detto Salmo, così come altri Parlamenti cantonali iniziano le sessioni con cerimonie religiose e persino con un pellegrinaggio in cattedrale. Gli scolaretti che nutrono ambizioni di carriera politica, sarebbero maggiormente stimolati ad apprendere il predetto. O magari anche «i dieci comandamenti» che tra l’altro invitano… a mai dire il falso! Proposta al Vescovo. Brunetto Salvarani, docente di teologia alla facoltà dell’Emilia Romagna, conclude (su «Adista» 13.3.019) con una proposta ai Vescovi un commento al Documento sulla fratellanza di Abu Dhabi (vedi «Dialoghi», n. 256): «spetta a chi crede ancora nella forza del confronto e del dialogo, dare gambe e vita al documento di Abu Dhabi, facendo sì che non rimanga una bella utopia priva di riscontri, una pura dichiarazione di principio. Esso, infatti, nero su bianco, indica un preciso cammino per le comunità di fede e per tutti quelli che intendano scegliere la strada della costruzione della pace, con ipotesi di lavoro concrete e obiettivi definiti da perseguire. Perché non immaginare che la sottoscrizione al documento, almeno simbolicamente, possa essere
replicata sul piano locale, dai vescovi e dagli imam del luogo? Credo si tratterebbe di un segnale importante, destinato – auspicabilmente – ad aprire inediti spazi di riflessione e momenti comuni di lavoro. Ciò di cui abbiamo bisogno come del pane quotidiano». «Dialoghi» gira la proposta al nostro Vescovo… Ditelo anche in chiesa! La Rivista diocesana luganese informa che circa un terzo dei membri della Chiesa cattolica in Svizzera proviene dalla migrazione: una presenza che marca, con la sua impronta, la vita ecclesiale in molti modi. Al fine di tener conto del multilinguismo e della diversità culturale che ne deriva, oltre 110 missioni linguistiche o cappellanie assicurano la presa in carico della pastorale di questi fedeli. Ogni anno circa 21.000 servizi religiosi sono celebrati in più di 20 lingue straniere e con riti differenti. l fondi destinati alla pastorale dei migranti ammontano a circa 35 milioni di franchi. Sono solo alcune delle cifre, dei dati e delle informazioni contenuti nel rapporto «Pastorale dei migranti in Svizzera», allestito per incarico della Conferenza dei Vescovi svizzeri e della Conferenza centrale cattolica romana (RKZ), sul futuro della pastorale dei migranti. Sono anche loro… dei nostri? Nomine a Sion. Monsignor Lovey ha proceduto a nuovi incarichi nella pastorale diocesana che avranno effetto dal 1. settembre prossimo. Tra essi, due donne hanno ricevuto incarichi in parrocchia come ausiliarie pastorali, una come cappellano presso un Centro medico-educativo, una come responsabile dell’Opera diocesana pellegrinaggi, nel cui comitato entra un’altra donna. Però, queste vallesane: dopo la scalata al Consiglio federale, ora si fanno avanti anche nella Chiesa! Universitari ticinesi. Secondo l’Ufficio cantonale di statistica, nell’anno accademico 2017/2018, gli universitari del Cantone erano 5.321: 941 iscritti a Friburgo, ossia il 17,7%, seguono in seconda posizione le sedi universitarie di Lugano e Mendrisio con 755 (il 14,2%); infine, il Politecnico di Zurigo è stato scelto da 735 studenti. Le facoltà che risultavano più affollate sono quelle di scienze sociali (sociologia,
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scienze politiche, comunicazione o psicologia) con 999 studenti. Seguono poi le scienze economiche (739 iscritti) e le scienze tecniche (618), mentre al quarto posto troviamo la facoltà di scienze naturali (chimica, biologia e geografia) con 561 iscritti. Le donne con il 50,4% sono in maggioranza: il numero di studentesse è nettamente più elevato nelle scienze sociali e nello studio delle lingue e letteratura, mentre nelle scienze esatte, l’economia e le discipline tecniche prevalgono i maschi, e c’è praticamente equilibrio tra i due sessi in medicina, sciente naturali e diritto. Per la Siria. La Confederazione deve fare di più per la Siria, contribuendo in maniera importante anche alla sua ricostruzione. Lo sostiene Caritas Svizzera che chiede al Consiglio federate di investire, per almeno il prossimo decennio, 20 milioni di franchi all’anno nel settore edile nel Paese. Guardie cercansi. Il colonnello Christoph Graf, comandante della Guardia svizzera pontificia, è stato ricevuto dai Vescovi svizzeri, durante l’assemblea svoltasi nel monastero di Mariastein, informando sulla situazione dello storico «esercito svizzero» a servizio del Papa. Il giuramento 2019 (col Ticino come ospite d’onore) è il più piccolo della storia, con sole 23 nuove guardie. Il Papa ha autorizzato l’aumento degli effettivi da 110 a 135 uomini, ma per raggiungere tale traguardo sarebbe necessario reclutare almeno 40 nuove guardie ogni anno. La Guardia svizzera deve inoltre costruire una nuova caserma, in quanto l’edificio attuale causa costi di manutenzione troppo elevati e non permette un adattamento alle norme attuali di sicurezza. La Fondazione per il Restauro della Caserma, in coordinamento con le autorità vaticane, ha incaricato uno studio di architettura ticinese per realizzare un progetto preliminare di ricostruzione. La nuova struttura dovrebbe essere inaugurata nel 2023. Nella solidarietà evangelica. L’ente umanitario di aiuto delle Chiese evangeliche in Svizzera (HEKS) da tempo collabora con l’altro organismo evangelico di aiuto allo sviluppo, «Pane per tutti» (PPT): discussioni intorno a una possibile fusione tra i due enti sono in corso già da alcuni anni. Le donazioni hanno fatto registrare un calo sensibile e l’organizzazione ha dovuto perciò cancellare sei posti di lavoro e ritirarsi da alcuni Paesi, tra
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cui la Moldavia e lo Zimbabwe. La situazione ha spinto HEKS a cercare di ottimizzare le risorse; un organismo più grande dovrebbe essere in grado di attirare un flusso maggiore di donazioni. Le due organizzazioni sono complementari per quanto riguarda il lavoro in favore di progetti di sviluppo e in campo umanitario; HEKS sostiene e gestisce progetti di aiuto e di sviluppo in più di 30 Paesi e inoltre è presente con molti progetti anche in Svizzera, nel settore dell’aiuto ai diseredati e ai richiedenti l’asilo. PPT, che da 50 anni collabora con l’organizzazione cattolica «Sacrificio quaresimale», è un organismo attivo soprattutto nel settore della politica di sviluppo, sostiene e promuove infatti campagne di informazione riguardanti, ad esempio, il commercio equo e solidale, la coltivazione della palma da olio, gli affari non sempre trasparenti delle banche o delle multinazionali svizzere nel Sud del mondo. Sul futuro delle organizzazioni non governative attive nel settore umanitario, pesano anche le scelte operate dalla politica federale. HEKS e PPT, che percepiscono contributi statali, potrebbero essere toccate da eventuali cambi di rotta nel campo dell’aiuto allo sviluppo, in particolare dalle riduzioni degli aiuti della Confederazione destinati a questo scopo. Onore a Zwingli. Le Poste tedesche, in unione a quelle svizzere, rendono omaggio a Ulrich Zwingli con un francobollo che riproduce il ritratto di Hans Asper, con accanto la più conosciuta massima del riformatore zurighese: «Per l’amor di Dio fate qualcosa di coraggioso!». Negli ultimi anni sono stati emessi francobolli aventi come soggetti i riformatori Filippo Melantone, Giovanni Calvino e Martin Lutero. Nell’anno del Cinquecentenario della Riforma di Zwingli, le Poste tedesche rendono omaggio al riformatore importante in Svizzera e nella Germania meridionale, mentre risale a cinquant’anni l’ultima volta in cui Zwingli è apparso su un francobollo svizzero. Religioni. Secondo l’Ufficio federale di statistica, in Svizzera i cattolici con il 36% rappresentano il gruppo religioso più numeroso tra la popolazione di più di 15 anni, mentre i protestanti sono scesi al terzo posto, con il 24%, superati dai senza religione con il 26% della popolazione. Il gruppo delle persone che si dichiarano senza religione è quasi triplicato dal 2000 al 2017. Tra i cattolici, il 31% sono stranieri
(italiani, portoghesi, spagnoli, croati, ma anche vietnamiti e indiani); essi contribuiscono per circa il 16% alle imposte ecclesiastiche, mentre le missioni linguistiche loro destinate (110 missioni con circa 500 luoghi di culto) pesano solo per il 6% sul bilancio della Chiesa svizzera. Una Chiesa nazionale per i protestanti svizzeri. Da Federazione delle Chiese evangeliche in Svizzera a Chiesa evangelica riformata in Svizzera. È questa la modifica più appariscente decisa dal protestantesimo svizzero con l’approvazione definitiva di una nuova Costituzione, il 18 dicembre 2018 a Bema, nel corso di un’assemblea straordinaria dei delegati. L’attuale Costituzione della Federazione evangelica svizzera risale al lontano 1950 e, sebbene abbia subito revisioni nel 1982, nel 2002 e nel 2006, da tempo non rispondeva più alle esigenze dei tempi né tantomeno a quelle del futuro, sia per i suoi contenuti sia dal punto di vista giuridico. Pertanto, nel 2011, l’assemblea dei delegati aveva incaricato il Consiglio della Federazione di elaborare un nuovo ordinamento. Lo scopo era quello di rafforzare la comunione tra le Chiese evangeliche cantonali, dare maggiore visibilità alla Federazione e creare dei luoghi di riflessione e di collaborazione. L’iter per giungere alla conclusione del percorso è stato lungo e talvolta accidentato. Un primo progetto è stato messo in consultazione e sottoposto alle Chiese membro nel giugno 2013; poi, dopo la pubblicazione di un rapporto sui risultati, dal 2014 le assemblee dei delegati hanno passato in rassegna i vari articoli prima di dare via libera al testo. L’entrata in vigore è fissata al 1. gennaio 2020. Le principali novità della Costituzione, oltre al cambio di denominazione, riguardano l’istituzione, per rimarcare di più il carattere ecclesiale di questa istanza, di un Sinodo nazionale, che sostituirà la precedente assemblea dei delegati e sarà l’organo supremo della Chiesa evangelica in Svizzera. Vi faranno parte i delegati delle Chiese membro, proporzionalmente al numero di fedeli di ciascuna di esse. Ma, accanto al Sinodo, ci saranno un Consiglio, organo direttore ed esecutivo, formato da sette membri e un presidente (che potrà essere anche una donna), col compito di rappresentare la Chiesa a livello pubblico, e di promuovere la comunione tra le Chiese membro. Sia il Consiglio sia il Presidente vengono eletti dal Sinodo. Ac-
canto a questi organi vi sarà ancora la Conferenza dei presidenti delle Chiese membro, che, oltre alla funzione di organismo consultivo, avrà il compito di trattare temi di interesse comune. Della Chiesa evangelica riformata in Svizzera, la cui sede è a Bema, fanno parte 24 Chiese cantonali (tra cui la Chiesa evangelica riformata nel Ticino) più la Chiesa evangelica metodista in Svizzera e la Chiesa evangelica libera di Ginevra. Da sempre, le Chiese evangeliche cantonali, in Svizzera, sono gelose della loro autonomia, che verrà rispettata anche dalla nuova Costituzione. Tuttavia, come ha osservato il pastore Locher, fin qui presidente della Federazione svizzera, era necessario un cambiamento: «Per me si tratta di un grande passo avanti, sintomo della consapevolezza che noi evangelici abbiamo bisogno di maggiore unità, di maggiore cattolicità e di ampliare il nostro orizzonte. Protestanti provenienti da tutta la Svizzera hanno dimostrato, con l’adozione della nuova Costituzione, di volere una Chiesa più forte, più unita, nella quale poter vivere insieme». Secondo l’Ufficio federale di statistica, nel 2016, il 24,5% della popolazione svizzera era di confessione evangelica, a fronte del 36,5% cattolico romano e il 24,9% di coloro che si sono dichiarati senza religione. (Da un articolo di Gino Driussi sul Corriere del Ticino del dicembre 2018). Governo al femminile. Rebecca Ruiz è la nuova consigliera di Stato vodese; di conseguenza, il Governo conta ora cinque donne su sette membri, un primato in Svizzera, pari al 71,4%, una proporzione mai vista in un Esecutivo cantonale. La percentuale di donne nei Governi cantonali di tutta Svizzera è del 24%. Il Ticino resta in coda alla classifica, anche dopo le elezioni del 7 aprile, con nessuna donna in Governo. Cappellani musulmani. Il Consiglio nazionale ha respinto, il 13 marzo scorso, una iniziativa parlamentare di un deputato vallesano che voleva fosse vietato all’esercito di far capo a cappellani musulmani, per assistere soldati di religione islamica, sempre più numerosi. La maggioranza ritiene che anche i musulmani abbiano diritto all’assistenza spirituale, in forza della libertà di coscienza. È da ricordare che per essere cappellano militare, col grado di capitano, occorre avere ricevuto una formazione teologica e dimostrare lealtà alle istituzioni svizzere.
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cronaca internazionale
CRONACA INTERNAZIONALE a cura di Alberto Lepori
Chiesa per tutti. Si è svolto a Roma, il 6 aprile, l’annuale appuntamento di «Chiesa di tutti, Chiesa dei poveri». Oltre un centinaio i presenti. L’assemblea è stata introdotta da Franco Ferrari, presidente dell’associazione Viandanti, che ha ricordato come l’esperienza di «Chiesa di tutti Chiesa dei poveri» sia nata «dal basso, come uno di quei luoghi e strumenti di confronto e di ricerca nei quali accogliere e valorizzare le diversità». La prima convocazione è avvenuta nel 2012, a 50 anni esatti dall’apertura del Concilio Vaticano II; dal 2017 «Chiesa di tutti» ha inaugurato un secondo ciclo di incontri che cercano ora di capire che cosa ci richieda questo passaggio di millennio. Il titolo dell’assemblea «Riunire i popoli frantumati e altre urgenze», è stata analizzata da Raniero La Valle, giornalista già parlamentare della Sinistra Indipendente. Maria Rosaria Guglielmi, sostituto procuratore della Repubblica a Terni, ha constatato come in pochi mesi il volto dell’Italia si sia deformato, discostandosi dalla Costituzione sorta dalla Resistenza e dalla sconfitta del fascismo, che presentava un progetto di società basato su eguaglianza, solidarietà e sul riconoscimento della pari dignità di tutti. Di taglio biblico la relazione di don Pino Ruggeri, che ha ricordato come Gesù avesse una partecipazione verso i sofferenti e che tutti dobbiamo essere «messia». La seconda parte del Convegno ha considerato le emergenze messianiche che premono sulla nostra società. Coordinati dal sociologo Francesco Carteghi, si sono espressi in particolare alcuni giovani; un necessario spazio, questo, per assicurare un futuro ad un movimento ancora tributario a protagonisti del postconcilio. Trent’anni fa. Il 1989 è entrato nella storia per il crollo del muro di Berlino, che divideva l’Europa durante la cosiddetta «guerra fredda». Ma l’anno va ricordato anche per la Perestroika di Michail Gorbaciov (sconfessione del comunismo «duro» di Lenin e Stalin), per il ritiro, nel gennaio 1989, delle truppe sovietiche dall’Afghanistan e, infine, per l’inizio della fine del blocco sovietico. In Cina le proteste di piazza Tienanmen finirono nel sangue; in Sudafrica l’apartheid tramontò con la liberazione, nel febbraio 1990, di Nelson Mandela, e in Cile cadde il re-
gime dittatoriale di Augusto Pinochet. Questo il clima nel quale, per la prima volta nella storia, si ritrovarono fianco a fianco circa 700 delegati di tutte le Chiese cristiane presenti in Europa, per riflettere insieme – protestanti, cattolici e ortodossi – sul tema «Pace nella giustizia». Si trattò della prima Assemblea ecumenica europea (AEE), svoltasi dal 15 al 21 maggio 1989 a Basilea, indetta congiuntamente dalla Conferenza delle Chiese d’Europa (KEK) e dal Consiglio delle Conferenze episcopali europee (CCEE), presieduti all’epoca rispettivamente dal metropolita Alessio di Leningrado e Novgorod e dal cardinale Carlo Maria Martini di Milano. Seguirono poi altre due assemblee, promosse dalla Conferenza delle Chiese europee (KEK) e dal Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (CCEE), che si svolsero nel 1997 a Graz (Austria) e nel 2007 a Sibiu (Romania). A dare questo impulso importante al processo europeo fu, nel 1983, una proposta scaturita dalla VI Assemblea generale del Consiglio ecumenico delle Chiese di Vancouver (Canada), dove i delegati ortodossi e protestanti auspicarono l’avvio di un «processo conciliare di impegno per la pace, la giustizia e la salvaguardia del creato». L’assemblea di Basilea, «ridotta» a «pace nella giustizia», fu per la Chiesa cattolica specialmente la «scoperta» dell’urgenza di impegnarsi per la «salvaguardia del creato», che ha avuto il suo «momento» più alto nel 2015 con l’enciclica Laudato si’ di papa Francesco. Per Gerusalemme. Papa Francesco, il 30 marzo a Rabat, durante la sua breve visita in Marocco, ha sottoscritto, insieme al re Mohammed VI, un appello su «Gerusalemme/AI Qods città santa e luogo di incontro», perché «riteniamo importante preservare la Città santa come patrimonio comune dell’umanità e soprattutto per i fedeli delle tre religioni monoteiste, come luogo di incontro e simbolo di coesistenza pacifica, in cui si coltivano il rispetto reciproco e il dialogo». Poiché a «tale scopo devono essere conservati e promossi il carattere specifico multireligioso, la dimensione spirituale e la peculiare identità culturale di Gerusalemme/AI Qods Acharif», l’auspicio è che «nella Città santa siano garantiti la piena libertà di accesso ai
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fedeli delle tre religioni monoteiste e il diritto di ciascuna di esercitarvi il proprio culto, così che a Gerusalemme/AI Qods Acharif si elevi, da parte dei loro fedeli, la preghiera a Dio, Creatore di tutti, per un futuro di pace e di fraternità sulla Terra». Il 3 aprile l’ambasciatore del Marocco presso le Nazioni Unite, Ornar Hilale, e l’osservatore permanente della Santa Sede presso l’Onu, mons. Bernardino Auza, hanno congiuntamente comunicato al segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, «l’appello di Gerusalemme». Nella missiva che l’accompagnava si legge: «Con l’appello di Gerusalemme, il re e il papa, riconoscendo l’unicità e la santità di Gerusalemme e avendo a cuore il suo significato spirituale e la sua speciale vocazione di città della pace, hanno dato un forte e incrollabile sostegno a Gerusalemme in una situazione molto delicata in cui la questione palestinese sta attraversando momenti difficili e ha urgente bisogno di un forte sostegno». Una condanna infame. L’avvocata e attivista per i diritti umani iraniana Nasrin Sotoudeh è stata condannata a 38 anni di carcere e a 148 frustate. Un tribunale di Teheran l’ha accusata di propaganda contro lo Stato, istigazione alla corruzione e prostituzione e per essere apparsa in pubblico senza hijab. Premio Sakharov del Parlamento europeo nel 2012 per la libertà di pensiero, Nasrin Sotoudeh era già stata incarcerata dal 2010 al 2013 per presunte attività contro la sicurezza nazionale, per avere difeso dei manifestanti che nel 2009 avevano protestato contro la rielezione del presidente Mahmoud Ahmadinejad. Nasrin non ha avuto un avvocato difensore, perché lei non ha riconosciuto la legittimità del Tribunale rivoluzionario e non si è presentata al processo che quindi si è svolto in contumacia, senza l’imputata e il suo legale. Sabato 9 marzo, in carcere, le è stata comunicata la sentenza. Questo documento elenca le seguenti condanne: sette anni e 6 mesi di carcere per l’intenzione di commettere un crimine contro la sicurezza nazionale, secondo l’articolo 610 del Codice penale islamico; un anno e 6 mesi per propaganda contro il sistema di leggi, articolo 500; sette anni e 6 mesi per la partecipazione al «gruppo illegale Legam» (articolo 499); dodici anni per istigazione alla corruzione – o deviazione – morale e istigazione alla prostituzione (articolo 639); due anni per violazione dell’ordine pubblico (art. 618); tre anni e 74
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frustate per aver pubblicato falsità e aver disturbato il sistema pubblico (articolo 698); 74 frustate per essere apparsa in presenza del pubblico ministero senza il velo (art. 748). La somma delle condanne è di 33 anni e 6 mesi, da cui verrà decurtato il tempo già trascorso in carcere. Nasrin era stata condannata a ulteriori cinque anni di carcere in un precedente verdetto. Una condanna «esemplare» di cui ci sarebbe da ridere, se non fosse tragicamente reale. Apostolo dei deboli. Oltre novantenne, è morto Jean Vanier (Ginevra, 10 settembre 1928 - Parigi, 7 maggio 2019), laico, fondatore di «L’Arche», comunità di accoglienza per persone con disabilità mentali, e ispiratore del movimento «Foi et Lumière». È stato membro del Pontificio consiglio per i laici e ha ricevuto il Premio Templeton nel 2014, per l’importanza dell’operato e la profondità di pensiero. «Si rifiutano i deboli, si vogliono scartare gli anziani, sì vogliono scartare i portatori di handicap e si vogliono scartare le nostre fragilità. E allora, come aiutare le persone a ritrovare il significato di “essere umano”?». Da qui il suo impegno per i più deboli. Fin dalla gioventù, la sua è stata una vita all’insegna della ricerca interiore: da ufficiale della marina canadese, passerà agli studi filosofici, pensando anche a una vocazione sacerdotale, per poi alla fine accorgersi che la sua chiamata era, da laico, quella di stare accanto alle persone sofferenti. Tra i suoi libri ricordiamo La comunità. Luogo del perdono e della festa (Jaca Book, 2016); Un’Arca per i poveri. Storia e spiritualità dell’Arca (San Paolo Edizioni, 2017). Fuori i mafiosi. L’arcivescovo di Palermo, mons. Corrado Lorefice, con un apposito decreto, ha stabilito «l’intrinseca inconciliabilità» fra appartenenza ad associazioni mafiose e logge massoniche e il Vangelo e quindi ha deciso la loro esclusione dalle confraternite diocesane. Secondo il Vescovo, le confraternite laicali dell’arcidiocesi sono un valido contributo per la vita di fede di tanti uomini e donne, come espressione di una pietà popolare, ancora in grado di parlare al cuore dell’uomo contemporaneo, pur riconoscendo che esistono imbarazzanti e inaccettabili tentativi di fare delle confraternite centri di una pratica fintamente religiosa per puro esibizionismo e folklorismo, di esercizio di potere e che, persino, sono un alibi per persone di dubbia
moralità sociale ed ecclesiale. È infatti intrinsecamente inconciliabile l’agire malavitoso, tanto più una militanza attiva tra i ranghi di società di stampo mafioso, e l’appartenenza a una delle tante confraternite che perseguono i fini apostolici propri della Chiesa.
di 100.000 visitatori. Un’occasione di incontro e discussione aperta a tutti, su questioni di teologia e spiritualità, con un occhio anche al dialogo interreligioso. Coinvolge un pubblico eterogeneo, teologi, giovani, accademici, gente comune, politici, attivisti.
Come aiutare. Tramite i corridoi umanitari, ideati nel 2015 e attuati dalla Federazione delle Chiese evangeliche in Italia, dalla Tavola valdese e dalla Comunità di Sant’Egidio, oltre 1.600 profughi sono arrivati legalmente, dignitosamente e in sicurezza in Italia. Criticati da molti che ora ne apprezzano la portata innovativa e dirompente in un’Europa sempre più barricata in sé stessa, i corridoi umanitari si propongono come l’unica via sicura per un accesso legale in un paese sicuro. Questa buona pratica è stata notata in Europa e Francia e Belgio hanno deciso di adottarla, sia pure in piccoli numeri. Successivamente si è associata anche la Conferenza episcopale italiana: un dossier curato da Caritas Italiana, presenta il risultato dei primi due anni dei «corridoi umanitari», promossi dalla CEI (che opera attraverso la Caritas) e dalla Comunità di Sant’Egidio. 500 richiedenti protezione internazionale, principalmente eritrei, accolti in Italia senza rischiare la vita nelle rotte migratorie illegali; tra questi, 200 minori, per metà sotto i 10 anni; sono coinvolte 47 diocesi, 87 Comuni, 17 Regioni e più di 700 persone, impiegate a diverso titolo nei percorsi di accoglienza e integrazione dei nuovi arrivati.
Per i figli dei preti. Con un regolamento ad uso interno, ma non «segreto», il Vaticano è intervenuto per regolare la situazione nei casi di preti con figli. L’esistenza del documento è stata rivelata dallo psicoterapeuta Vincent Doyle, figlio di un prete cattolico irlandese e fondatore di «Coping International», un’associazione per la difesa dei diritti dei figli di preti cattolici in tutto il mondo. Secondo Doyle, un calcolo approssimativo sulle richieste di dispensa da parte di preti, fa emergere che circa l’80 per cento avviene con la presenza di prole, spesso concepita dopo l’abbandono del ministero. La Congregazione per il Clero, competente a proposito dei chierici con prole, permette loro di ottenere la dispensa senza attendere (come previsto un tempo) il compimento del quarantesimo anno, e ciò per salvaguardare il diritto dei bambini ad avere accanto a sé un padre oltre che una madre.
Kirchentag 2019. Il grande raduno degli evangelici tedeschi che si tiene ogni due anni ha avuto luogo quest’anno a Dortmund, dal 19-23 giugno. L’iniziativa, che si distingue per l’attenzione ai temi sociali si è posta l’obiettivo di realizzare «un mega-evento a emissioni zero». Per farlo, ogni aspetto è stato vagliato, dai mezzi di trasporto, alla gestione del cibo e dei rifiuti. Inoltre, per diffondere la sensibilità sul tema, è stato scelto un «ambasciatore su ruote», una locomotiva delle ferrovie nazionali con energia proveniente al 100% da fonti rinnovabili, che ha attraversato il paese in lungo e in largo. Il Kirchentag viene definito un «festival della fede e della responsabilità sociale», in cui sono presenti sia momenti di culto sia momenti di musica, teatro, cabaret, ballo, un totale di circa 700 eventi gestiti con l’ausilio di uno staff di 5.000 persone e viene seguito da più
Ecumenismo tra Chiese. Con un incontro ecumenico di preghiera nella Basilica del Sacro Cuore presso l’Università di Notre Dame nell’Indiana, Stati Uniti, si è aperta una consultazione di quattro giorni (dal 26 al 28 marzo) sull’importanza storica della Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione (JDDJ) e sull’impatto che essa ha avuto sulla ricerca dell’unità piena e visibile della Chiesa, a cui hanno partecipato i leader delle cinque Comunioni cristiane mondiali che hanno sottoscritto la Dichiarazione. La Federazione luterana mondiale (Hm) e la Chiesa cattolica romana hanno firmato la Dichiarazione congiunta sulla Giustificazione per fede – frutto di oltre tre decenni di dialogo ecumenico – il 31 ottobre 1999 ad Augusta, in Germania. È poi stata accolta nel 2006 dal Consiglio metodista mondiale (Wmc), nel luglio 2017 dalla Comunione mondiale delle Chiese riformate (Wcrc), e nell’ottobre 2017 dalla Comunione anglicana. Erano presenti i leader delle cinque Comunioni cristiane mondiali (metodista, luterana mondiale, anglicana, riformata) e il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani.
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notiziario (in)sostenibile
NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE a cura di Daria Lepori
Zurigo zero emissioni. La città sulla Limmat vuole ridurre a zero le sue emissioni di CO2 entro il 2030. Il Consiglio comunale ha approvato a fine maggio con 85 voti contro 29 una mozione in tal senso presentata da Verdi, PS, Verdi liberali, dalla Lista alternativa e dagli evangelici. La città inserirà nel regolamento comunale il principio dell’annullamento delle emissioni di questo gas a effetto serra. Ciò significa rinunciare a tutte le fonti di energia fossile e nucleare per l’approvvigionamento primario legato a mobilità, alloggi, consumi, sviluppo degli insediamenti.
amici ha sviluppato un concetto per recuperarne, trattarne, trasformarne e commercializzarne 2.000 all’anno. Nella produzione di diversi articoli ci si prende cura di ogni dettaglio: le pelli sono conciate in piccole manifatture svizzere, ciò che permette di ridare vita a quest’arte dimenticata e di utilizzare sostanze per la concia di provenienza europea. Per la produzione di scarpe si fa capo ad artigiani italiani e per quella delle giacche a quelli bavaresi. Gli articoli in pelle sono in vendita presso il negozio Cervo Volante a Zurigo e sono garantiti per durare una vita e anche oltre.
Pulisciti le montagne. Si chiama Clean-up tour ed è organizzato dalla Fondazione Summit. Si propone di ridurre l’influsso delle attività umane sull’ambiente, in particolare in quei luoghi sensibili e dove la presenza del pubblico è grande. La Fondazione predilige azioni concrete ma propone anche campagne di sensibilizzazione. Le giornate di pulizia delle montagne si tengono per la prima volta quest’anno in 19 località alpine. L’ultima è prevista ad Airolo il 31 agosto. Si tratta di una classica azione di raccolta di rifiuti abbandonati nella natura ed è organizzata in collaborazione con le società proprietarie di impianti di risalita, gli sci club e gli uffici del turismo locali.
Un container carico, carico di... Crowd Container è una start up che si prefigge di mettere a diretto contatto tra di loro consumatori sensibili al tema del buon cibo con piccole aziende produttrici di alimenti biologici di tutto il mondo. Queste ultime sono sempre più sotto pressione, perché i loro prodotti spesso non sono in grado di soddisfare le esigenze standardizzate del mercato. Funziona così: a intervalli regolari Crowd Container lancia, tramite i media tradizionali e i social, l’appello per prenotare la merce che intende importare. Quando ci sono le sottoscrizioni necessarie a riempire un container, la transazione avviene e, giorni dopo, le persone che hanno prenotato e pagato si recano a ritirarla in un luogo ben preciso. Così si crea un’occasione d’incontro tra chi condivide valori. Dal 2016, Crowd Container ha gestito 15 container, con 66 diversi prodotti, per 6.013 clienti.
Cemento, trasporti marini e aerei. La Cina è il paese che emette la maggior quantità di gas con effetto serra: 9.839 milioni di tonnellate (nel 2017); seguono gli USA con 5.270 milioni di tonnellate e l’EU dei 28 con 3.544. Nell’Europa comunitaria, fra i settori che producono CO2, al sesto posto c’è l’industria del cemento (1.477), al decimo i trasporti marittimi (656), appena prima dell’Arabia Saudita (635), e poi i trasporti aerei (523). L’Italia si situa al 23° rango. La Svizzera non figura nei dati a disposizione, non facendo parte dell’EU. Non solo salmì. In Svizzera ogni anno più di 10.000 cervi terminano la loro vita prematuramente, durante il periodo della caccia. Chi caccia è interessato solo alla loro carne e alle corna esibite come trofei. Restano indietro tonnellate di pelli, che ora una cacciatrice argoviese ha deciso di valorizzare. Con un gruppo di amiche e
BARF. Bones and raw food (in italiano, ossa e cibo crudo) è una dieta per gatti e cani che ricicla scarti della lavorazione della carne. La linea «Ciotola verde» della piccola ditta «Animal-in-forma» di Astano è stata creata 10 anni fa per commercializzare alimenti freschi di produzione regionale. In Ticino esistono tante aziende che producono carne, i cui resti sarebbero da eliminare, con un notevole impatto sull’ambiente. «Ciotola verde» è una realtà di tutto rispetto che coinvolge oggi un crescente numero di proprietari di animali, diversi macellai, allevatori e agriturismi, alcuni dei quali bio. E, per un nuovo progetto, «Animal-in-forma» è alla ricerca di verdure di stagione bio, non vendibili
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per l’alimentazione umana. Saranno trasformate in verdure per cani da una struttura che, nel Malcantone, accoglie persone disabili. Energia in chiesa. A Kölliken si trova la prima chiesa certificata Plus-Energie. Dopo un risanamento radicale, Mutter Gottes è stata ottimizzata dal punto di vista dell’energia. Al posto del vecchio sistema di riscaldamento elettrico, ora nel pavimento ci sono delle serpentine che funzionano con una pompa termica. L’impianto solare istallato sul tetto fornisce luce per l’illuminazione. La sovra produzione di energia solare, che si aggira sui 10.600 kilowatt/ora all’anno, è immessa nella rete di distribuzione locale. La chiesa è diventata una piccola centrale elettrica. Per questo ambizioso progetto la parrocchia è stata insignita del Premio Solare assegnato dal Dipartimento federale dell’energia e si è così candidata automaticamente all’omonimo premio assegnato a livello europeo. I lavori di risanamento sono costati in totale 450.000 franchi. Obaaba. In Svizzera ogni anno è immesso sul mercato un milione di tonnellate di plastica, ossia 175 kg per persona. Una gran parte è usata nel settore alimentare e finisce subito nei nostri sacchi della spazzatura. Per contribuire a diminuire questa montagna di rifiuti, una giovane azienda di Coira ha aperto a Odaaba un negozio di generi alimentari che ha come obiettivo lo «zero rifiuti». Chi vi si reca a fare la spesa, porta con sé i recipienti, perché la merce è venduta sfusa. A Lugano, per chi volesse vedere come funziona questo tipo di negozi, troverà Negozio Leggero; a Locarno Bio&Sfuso. Nuovi dieci comandamenti. Liberamente ispirate alla Laudato si’ di Papa Francesco, ecco 10 regole per la cura della nostra casa comune. 1° Copriti di più per mantenere una temperatura di 18°C al massimo in casa (d’inverno) (e d’estate chiudi finestre e persiane durante il giorno per mantenere la temperatura a livelli sopportabili) – 2° Riduci l’uso della plastica – 3° Riduci il consumo di acqua – 4° Fai la raccolta differenziata – 5° Cucina solo quello che riesci a mangiare – 6° Prenditi cura degli altri esseri viventi – 7° Usa il trasporto pubblico, condividi la tua automobile, vai a piedi – 8° Pianta alberi e prenditi cura dei boschi – 9° Spegni le luci e gli apparecchi in stand by – 10° Ringrazia Dio prima e dopo i pasti.
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Commercianti svizzeri di fertilizzanti e violazioni dei diritti umani in Marocco L’azienda statale marocchina OCP inquina l’aria con le sue fabbriche di fertilizzanti, danneggiando così la salute dei dipendenti e della popolazione. Secondo un nuovo rapporto di «Pane per tutti», «Swissaid» e «Sacrificio Quaresimale», almeno undici commercianti svizzeri di materie prime intrattengono relazioni commerciali con OCP e sono quindi implicati in Marocco in violazioni dei diritti umani e nell’inquinamento ambientale. Ciò dimostra l’urgenza dell’Iniziativa per multinazionali responsabili, sulla quale il Consiglio nazionale si pronuncerà nuovamente settimana prossima. Le fabbriche di fertilizzanti di OCP (Office Chérifien des Phosphates) di Safi e Jorf Lasfar, sulla costa atlantica marocchina, emettono grandi quantità di polveri fini/particolato e di inquinanti atmosferici come il fluoruro di idrogeno. Questo inquinamento ha enormi conseguenze sulla salute delle lavoratrici e dei lavoratori e della popolazione che vive nei dintorni delle fabbriche dove il fosfato proveniente dal Marocco viene trasformato in fertilizzanti. Secondo un nuovo rapporto delle organizzazioni di sviluppo «Swissaid», «Pane per tutti» e «Sacrificio Quaresimale», molti dipendenti delle due fabbriche soffrono di malattie respiratorie e cancro. Secondo quanto riferito dai
sindacati, molti di loro sono già morti. Anche le misurazioni della qualità dell’aria nelle vicinanze dello stabilimento OCP di Safi hanno evidenziato valori molto elevati: l’esposizione al particolato (PM2.5) è stata da 6 a 16 volte superiore al valore indicativo giornaliero raccomandato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Anche la popolazione nelle vicinanze delle due fabbriche di fertilizzanti è gravemente colpita dalle conseguenze dell’inquinamento ambientale. Molte persone intervistate dagli autori del rapporto soffrono di irritazione oculare, malattie respiratorie o fluorosi dentale. I bambini dei villaggi vicino allo stabilimento di Jorf Lasfar hanno riferito di doversi coprire il naso con un fazzoletto quando si recano a scuola a causa dell’odore pungente. Coinvolti commercianti svizzeri di materie prime OCP è il maggiore produttore mondiale di fosfato di roccia e il secondo produttore di fertilizzanti fosfatici. Ha una filiale a Ginevra, Saftco SA, che nel 2017 ha commercializzato oltre 300.000 tonnellate di fertilizzanti. Dal rapporto risulta che, oltre a Saftco, almeno altri dieci commercianti svizzeri di materie prime intrattengono relazioni commerciali con OCP. Tuttavia,
Notizie belle e buone Accolti in Vaticano. Papa Francesco ha ricevuto in Vaticano un gruppo di 500 fra Rom e Sinti, esortandoli ad andare avanti «con la dignità e il lavoro, e quando si vedono le difficoltà, guardate su e troverete che lì ci stanno guardando: c’è uno che ti guarda prima, uno che è dovuto vivere nascosto, profugo, che ha dato la vita sulla croce». Nel mondo Rom e Sinti sono circa 36 milioni. Il Vaticano paga. Il cardinale Krajewski, cappellano apostolico di papa Francesco, ha riattivato personalmente la corrente elettrica in un edificio di Roma, abitato da 420 persone, tra cui 98 bambini. La corrente era stata sospesa da una settimana, perché risultava scoperto l’importo di 300.000 euro. Il cardinale è stato denunciato per furto dalla società creditrice, mentre il ministro Salvini ha «auspicato»
nessuna di queste società sembra aver svolto un processo di dovuta diligenza sul rispetto delle norme ambientali e dei diritti umani da parte dei loro fornitori marocchini. Questo è quanto raccomandato dalla SECO e dal DFAE in una guida pubblicata l’anno scorso sull’attuazione dei Principi guida dell’ONU su imprese e i diritti umani da parte del settore del commercio di materie prime, rappresentato in Svizzera da circa 570 imprese. Ciò dimostra una volta di più che le semplici raccomandazioni governative e le misure volontarie adottate dalle imprese non bastano per garantire il rispetto dei diritti umani e degli standard ambientali nelle attività commerciali delle imprese svizzere all’estero. «Pane per tutti», «Swissaid» e «Sacrificio Quaresimale» invitano OCP e i commercianti svizzeri di fertilizzanti a mettere in atto un processo di dovuta diligenza e ad adottare misure per prevenire le violazioni dei diritti umani. È ciò che prevede l’Iniziativa per multinazionali responsabili, che mira ad obbligare le aziende svizzere a rispettare i diritti umani e gli standard ambientali in tutto il mondo. Settimana prossima l’Iniziativa e il controprogetto saranno nuovamente discussi in Consiglio nazionale. Se il controprogetto non fosse adottato, l’Iniziativa sarà sottoposta al voto popolare nel 2020.
che il Vaticano paghi il conto. Nel 2018, la cappellania apostolica al servizio della carità del papa, ha pagato fatture per 3,5 milioni di euro a favore di persone indigenti, per affitti, fatture di gas e elettricità, spese mediche o per beni di prima necessità. Criticato Salvini. Il cardinale Parolin, segretario di Stato della Santa Sede, ha dichiarato il 19 maggio che «la politica partigiana divide, Dio invece è per tutti», rispondendo a una domanda circa l’invocazione alla Madonna, fatta dal ministro leghista Matteo Salvini, nel comizio tenuto il giorno prima in piazza del duomo a Milano, sventolando il rosario (sic), presenti undici esponenti di partiti europei di estrema destra. Per il Cardinale, «invocare Dio a proprio favore, è sempre molto pericoloso». La strumentalizzazione della religione da parte del ministro Salvini è stata censurata anche da padre Antonio Spadaro, direttore della rivista «Civiltà cattolica», e noto per la sua vicinanza a papa Francesco.
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i conti 2018 di «dialoghi»
I conti 2018 di «Dialoghi» CONTO ECONOMICO COSTI Stampa rivista Spedizione rivista Rimborsi spese forfettarie Costi internet Altri costi Interessi e spese postali TOTALE COSTI
2018 2017 15’887,50 19’656,50 2’592,80 4’101,10 500,00 850,00 549,80 218,80 213,85 55,84 414,70 219,10 20’158,65 25’101,34
RICAVI Abbonamenti ordinari Abbonamenti sostenitori Vendita copie singole Sussidi cantonali TOTALE RICAVI TOTALE COSTI Utile
2018 2017 8’450,00 11’595,00 9’480,00 5’020,00 56,00 306,00 4’500,00 4’500,00 22’486,00 21’421,00 20’158,65 25’101,34 2’327,35 -3’680,34
BILANCIO ATTIVI CCP TOTALE ATTIVI
31.12.2018 31.12.2017 2’634,35 7’008,00 2’634,35 7’008,00
PASSIVI Risconti, ricavi già ricevuti Ratei, costi non ancora pagati Anticipazioni Capitale proprio / capitale sociale Utile o perdita riportata Utile TOTALE PASSIVI
31.12.2018 31.12.2017 60,00 300,00 3’812,70 11’273,70 4’000,00 3’000,00 -461,91 -461,91 -7’103,79 -3’423,45 2’327,35 -3’680,34 2’634,35 7’008,00
Alliny Antunes Richina, amministratrice
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In questo numero Editoriale G LA TEOLOGIA NELL’USI: QUANDO, COME?
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Dossier G NELLA PLURALITÀ DELLE SCELTE DI PRINCIPIO UNA UNIONE CHE GIOVA AL TICINO (Carlo Silini) 3 G IL DIFFICILE CONTESTO PENALIZZA LE FACOLTÀ DI TEOLOGIA IN SVIZZERA (Alberto Bondolfi) 5 G PERCHÉ LA FACOLTÀ DI LUGANO SIA VERAMENTE UTILE AL TICINO E ALLA CHIESA (Ernesto Borghi) 7 G GLI APPUNTI SPUNTATI DI RATZINGER 9 G OCST: UN SECOLO DI SOLIDARIETÀ 11 G CINQUANT’ANNI PER LA GIUSTIZIA 12 G AMEDEO GRAB 13 G FABRIZIO FABBRINI 13 G COMMERCIANTI SVIZZERI DI FERTILIZZANTI E VIOLAZIONI DEI DIRITTI UMANI IN MAROCCO 19 G I CONTI 2018 DI «DIALOGHI» 20 Biblioteca G LA GRANDE ILLUSIONE DI PAPA MASTAI (E.M.) G LA STRADA ALTA DELLO SCAUTISMO (E.M.)
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G CRONACA SVIZZERA G CRONACA INTERNAZIONALE G NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE G NOTIZIE BELLE E BUONE
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dialoghi di riflessione cristiana www.dialoghi.ch Comitato: Alberto Bondolfi, Ernesto Borghi, Alberto Lepori, Daria Lepori, Enrico Morresi, Margherita Noseda Snider, Marina Sartorio, Carlo Silini Redattori responsabili: Alberto Bondolfi e Margherita Noseda Snider Redazione: Margherita Noseda Snider, margherita.noseda@edu.ti.ch, Alberto Bondolfi, alberto.bondolfi@unige.ch Amministratrice: Rita Ballabio, via Girora 26, 6982 Agno, rita.ballabio@bluewin.ch Stampa: Tipografia-Offset Stazione SA, Locarno
Un’iniziativa partita dalla Svizzera tedesca, ma diffusasi su tutto il territorio nazionale invita cattolici e cattoliche che intendono sostenere la lotta contro gli abusi sessuali presenti nella chiesa cattolica, a comunicare la propria adesione a una lettera che verrà poi trasmessa al Nunzio apostolico a Berna in modo che poi la rimetta agli organismi vaticani preposti.
Con il contributo dell’Aiuto federale per la lingua e la cultura italiana.
Per maggiori informazioni si veda: www.zeichen-gegen-missbrauch.ch Le firme vanno inviate a: zeichen.setzen@bluewin.ch
I collaboratori occasionali o regolari non si ritengono necessariamente consenzienti con la linea della rivista. L’abbonamento ordinario annuale (cinque numeri) costa fr. 60.–, sostenitori da fr. 100.– Un numero separato costa fr. 12.– Conto corr. post. 65-7205-4, Bellinzona.