249 dialoghi Locarno – Anno 49 – Dicembre 2017
di riflessione cristiana
BIMESTRALE
Il quotidiano cattolico da solo allo scoperto… «Dialoghi» ricostruisce le vicende che hanno portato alla separazione tra «Giornale del Popolo» e «Corriere del Ticino». Una situazione «sicura» ma di scarsa reciproca fiducia. Il giornale cattolico affronta il mare aperto da solo. Ora bisogna ampliare il dialogo. Pag. 2 e 9
Il Sinodo, chi lo ricorda? Ma la sinodalità è essenziale Fu un’esperienza importante per chi la visse, tra il 1972 e il 1975, in Svizzera e nel Ticino. Poi la gerarchia è rimasta sola… a contare. Ma la Chiesa è sinodale per definizione. Nel dossier di questo numero «Dialoghi» riapre il discorso e affronta i nodi più problematici. Pag. 3-6
Un accordo di principio per la religione a scuola Dopo anni di progetti, di sperimentazioni e di tergiversazioni, in Ticino si apre la possibilità di un insegnamento di «storia delle religioni» obbligatoria nell’ultimo anno di scuola media. «Dialoghi» ritiene l’accordo di principio raggiunto un atto positivo ma che richiede approfondimenti. Pag. 15
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i corsivi di dialoghi
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i corsivi di dialoghi Dare voce al popolo Un anno fa («Dialoghi» n. 244, dicembre 2016), commentando la «festa di popolo» per i primi novant’anni del «Giornale del Popolo», scrivevo che «l’opportunità di un foglio che rappresenti il pensiero della Chiesa che vive in Ticino (appunto… “il popolo di Dio”) non è contestata se assolve il suo servizio», ricordando che «il Sinodo diocesano del 1972 aveva lungamente discusso del quotidiano cattolico, formulando alcune direttive (andranno riconsiderate), mentre diversi vescovi hanno in passato indicato programmi». E ricordavo che «solo mons. Grampa aveva convocato un’assemblea degli abbonati e costituito una commissione di riflessione: non ripetuta la prima e rapidamente esauritasi la seconda. Ma restano gli organismi diocesani, consiglio presbiterale e consiglio pastorale, che potrebbero esprimere sul giornale consensi e dissensi». E c’è anche una folta commissione per i mass media («Annuario della Diocesi di Lugano 2017», pag. 31), e tutti dovrebbero essere coinvolti ora che il Vescovo, e l’intera redazione, tecnici compresi, hanno deciso di continuare in solitaria, ponendo fine alla collaborazione con il «Corriere del Ticino» a partire dal prossimo anno. Sarebbe utile anche conoscere l’opinione degli abbonati, su quale servizio si aspettano dal giornale che sostengono pagando l’abbonamento, e anche quella dell’intero «popolo di Dio», chiamato eventualmente a spianare i deficit, come fece la diocesi in passato (cfr. E. Morresi, Giornalismo nella Svizzera italiana, vol II, pag. 111). Se ci sarà l’occasione, «Dialoghi» dirà la sua, «con spirito ecclesiale, perché il giornale sia sempre meglio, come vuole il vescovo Lazzeri, non semplicemente un prodotto editoriale, ma un frutto ecclesiale». Così auspicavamo un anno fa, e ripetiamo l’offerta. a.l.
Ancora sulla civica Dal prossimo anno scolastico (settembre 2018) i giovani allievi avranno (godranno? subiranno?) due ore mensili di insegnamento della civica e di educazione alla cittadinanza. Così ha deciso il popolo sovrano lo scorso settembre, dopo una «vivace»,
talvolta scorretta e persino banale discussione giornalistica, che in conformità ad una conosciuta legge di Parkinson ha visto scendere in campo, e invadere le colonne dei giornali, un numero di partecipanti inversamente proporzionale all’importanza dell’oggetto del contendere. Tutti, e ovviamente anche il vostro servitore, ritengono importante la conoscenza della civica e la pratica del civismo, ovvero della cittadinanza (e dei diritti e doveri di ogni buon cittadino, conscio della sua responsabilità verso il bene comune). Se era necessario dimostrare ulteriormente la necessità di incrementare la pratica della cittadinanza, il risultato della votazione l’ha ampiamente e dolorosamente confermato: a favore delle due ore di istruzione ed educazione dei futuri cittadini si sono pronunciati 60.109 votanti, con un consenso risultato del 63,36%, gli oppositori ridotti ad un misero 36,64%. Ma… la partecipazione al voto si è rivelata di un ridotto 43,81% degli aventi diritto, per cui la maggioranza vincente ed approvante appare costituita all’incirca da un quarto dei cittadini: un «popolo sovrano» in clamorosa latitanza su un argomento fondamentale per il buon funzionamento del governo del Paese! Ma sarà poi così? Molti infatti dubitano che il rimedio (due ore al mese per quattro anni di scuola media) avrà l’effetto di aumentare la percentuale di partecipazione alle future votazioni popolari: chi appena conosce gli interessi scolastici degli allievi delle medie ha più di una ragione di dubitarne. E poi, occorre… fidarsi dei docenti, ancora da preparare (e da selezionare tra chi crede nell’efficacia della accettata riforma legale). I promotori di tanta civica e cittadinanza (uffa!) hanno «opportunamente» previsto l’assegnazione agli allievi di una specifica nota, a controllo del risultato della riforma ma non certo della riduzione del loro futuro assenteismo quando gli stessi allievi saranno a tutti gli effetti cittadini «istruiti e responsabili». Inoltre occorrerà vigilare che i docenti, oltre ad insegnare, facciano le necessarie verifiche (cioè interrogazioni e prove scritte) e per evitare un insegnamento troppo «disimpegnato», occorrerà che le domande delle interrogazioni e degli «esperimenti» siano pertinenti e appropriate; per cui il Dipartimento
controllerà i docenti e il Dipartimento dovrà essere controllato attentamente dai promotori della riforma: controlli e controllori, il tutto controllato da un popolo… assente! Tra i miei ricordi di studente liceale, che ogni anno riceveva diverse pagelle con le «note» relative alle diverse «materie» insegnate, è rimasta viva la proposta che una volta un prof, a fine trimestre, fece alla scolaresca: di assegnare un «salomonico» cinque a tutti, risparmiando a noi e a lui la «perdita di tempo» di un esperimento scritto, proposta ovviamente accettata con gioiosa unanimità. Di quel professore ho un ricordo grato per quello che mi ha insegnato, seppure con «note» regalate. a.l.
«Black Christmas»? L’ultima novità del mondo dei consumi, quest’anno, è stata il «Venerdì Nero». Perché «nero»? Il termine – informa Wikipedia – fu coniato dalla polizia di Filadelfia, impressionata dal sovraccarico di lavoro che l’offerta speciale dei negozi, il giorno dopo la Festa del Ringraziamento, provocava ai vigili della città. Quest’anno il termine è divenuto familiare anche a noi, a Sud delle Alpi, e pare che i ticinesi non siano stati da meno degli americani in fatto di acquisti a prezzi (si dice) scontati. Curiosa coincidenza: in quei giorni di festosa eccitazione per il «Black Friday» si teneva, a Massagno, una riunione per sollecitare la realizzazione di alloggi per i senza-tetto che stanno di casa (si fa per dire…) anche in Ticino. La presenza di molti politici attivi a livello comunale faceva sperare in un prossimo miglioramento della situazione. La coincidenza tuttavia desta qualche interrogativo. I Vescovi svizzeri e la Federazione delle Chiese protestanti hanno diffuso un appello perché almeno il 24 dicembre, quarta domenica di Avvento e Vigilia di Natale, ci si astenga dal dar fuori di testa con i consumi. Giusto! Ma chi celebra nei negozi la festa dei consumi avrà pure l’occasione di dar seguito alle richieste di aiuto che in questo periodo ci sono pervenute da tantissime organizzazioni. Anche loro faranno la cosa giusta. In fondo all’animo, tuttavia, resta un disagio che neppure le campane di mezzanotte aiuteranno a dissipare. E.M.
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Se la «sinodalità», che coinvolge tutti, divenisse pratica abituale nella Chiesa! Intervista al teologo don Pino Ruggieri Il testo della presente intervista viene pubblicato dalle riviste: «Dialoghi» (Lugano), «Esodo» (Mestre), «Il gallo» (Genova), «Il tetto» (Napoli), «Koinonia» (Pistoia), «l’altrapagina» (Città di Castello/PG), «Matrimonio» (Padova), «Notam» (Milano), «Oreundici» (Roma), «Tempi di fraternità» (Torino). Le riviste, che aderiscono alla Rete dei Viandanti, con questa iniziativa vogliono dare visibilità ad un progetto comunicativo unitario, che intende, tra l’altro, promuovere una riflessione sui temi che papa Francesco indica per la riforma della Chiesa, a partire proprio dalla questione della sinodalità. Hai intitolato il tuo ultimo libro – un libro impegnativo ma affascinante – «Chiesa sinodale»1. Nell’introduzione dici che, se non fosse per pudore, l’avresti potuto intitolare «Esistenza, Chiesa e pensiero sinodale», perché i capitoli che lo compongono hanno un nesso forte con il tuo cammino personale, le esperienze che hai fatto, il pensiero che hai elaborato. Un cammino e un pensiero che nella dimensione della sinodalità, cioè del camminare insieme, hanno trovato un punto di fusione, sebbene mai in modo definitivo. Possiamo incominciate di qui. Dalle tappe della tua vita e del tuo pensiero in cui l’aggettivo sinodale è emerso in modo più significativo… Decisivi sono stati nel mio cammino, ai fini della riflessione sulla natura sinodale della Chiesa, soprattutto due momenti. Ho avuto la fortuna di partecipare da «stenografo» ai primi due periodi del concilio Vaticano II. E poi, a distanza di un quarto di secolo, il vescovo della mia Diocesi, Noto in Sicilia, mi ha chiesto di aiutarlo a gestire il sinodo diocesano. Ma queste date dicono poco da sole. Laddove ho maturato i criteri per comprendere il tutto è stata la mia collocazione pastorale. Per 25 anni, dal 1972 al 1997, con alcuni amici, preti e laici assieme, decisi di vivere vicino a quelli che in quel momento consideravamo ultimi, assumendo la responsabilità collettiva di una parrocchia cosiddetta «a rischio». Lì maturai la prima forma «sinodale» del mio pensiero e non a caso scrissi un libro che non parlava ancora di sinodi, ma portava come titolo «La compagnia della fede». La tappa attuale della mia riflessione teo1. P. Ruggieri, Chiesa sinodale, Laterza, Bari 2017, pp. 280.
logica è infine quella che ho cercato di testimoniare nell’ultimo capitolo del libro che, apparentemente, non ha nulla a che fare con il tema della sinodalità, giacché il capitolo porta il titolo di «antropologia messianica». In quel capitolo ho cercato di indicare quello che dovrebbe essere il criterio ultimo di ogni prassi sinodale. «Messianico», per chi non lo ricordasse, significa semplicemente «cristiano», cioè seguace di Cristo, l’attributo greco che traduce l’ebraico «unto», messia. E Gesù è stato confessato come il Messia dalla prima generazione cristiana, perché ha realizzato le promesse contenute nel profeta Isaia, cioè perché, caricandosi del peccato di tutti (Is 53), ha portato il lieto annuncio ai poveri, ha liberato gli oppressi (Is 61) ecc, ecc. E lo ha fatto, dicono i Sinottici, «mosso fin nelle viscere» dalla loro sofferenza (è illuminante nei Sinottici l’uso del verbo splanchnizomai con la sua connotazione messianica). Questa è la convinzione riassuntiva della mia esperienza di prete. Nella Chiesa non si dovrebbe parlare d’altro, se non delle modalità in cui rendere presente oggi il vangelo del Messia. Ma questo implica una compagnia effettiva con gli ultimi. Non una scelta pratica ma un’impostazione teologica Nel tuo libro, spieghi che i sinodi, a tutti i livelli, sono stati celebrati, per lo più, per elaborare un consenso nella Chiesa sulle questioni per le quali un consenso ancora non esisteva. E scrivi che non può esserci vita della Chiesa se non come evento sinodale, qualunque sia la forma che questo evento assuma, e che relegare la prassi sinodale solo a circostanze contingenti significa «affermare che l’essere della Chiesa è senza vita propria, che appartiene
al regno dei minerali e non delle realtà viventi e organiche». Guardando ai nostri giorni, aggiungi che la sinodalità vive nella Chiesa spesso nascosta sotto forma di «surrogati», e annoti che «si potrebbe scrivere la storia della chiesa del Novecento, soprattutto quella della promozione dei cosiddetti “laici”, come una storia dell’invenzione di surrogati sempre più deboli da opporre alla piena riscoperta della comunione ecclesiale». Puoi spiegare il tuo pensiero sulla natura di questo «consenso»? Pensi realmente a una forma sinodale, che vada oltre i surrogati, come prassi di vita quotidiana della Chiesa, a tutti i livelli, fino alle singole parrocchie? L’affermazione che i sinodi appartengono alla quotidianità della Chiesa non è mia, ma l’ho ripresa da uno dei più grandi storici dell’idea sinodale, il gesuita tedesco Hermann Sieben. Ovviamente, in quest’affermazione, «quotidiano» vuole indicare semplicemente «abituale», nel senso che ogni orientamento nella Chiesa non può essere espressione di una parte soltanto del popolo di Dio, fosse pure la gerarchia episcopale, ma lo deve essere del popolo cristiano tutto, rispettando il contributo che i vari ministeri e carismi, col proprio preso specifico, possiedono. Nel libro riporto un pensiero del Cusano, che egli applicava al consenso tra i vari ministeri: «la vera concordia è intessuta con fili diversi» (vera concordia ex diversitate contexeretur). Ciò non avviene senza conflitti, a volte aspri, come la convivenza ecclesiale e la storia dei concili dimostrano a sufficienza. Questa convinzione è stata progressivamente dimenticata dopo il concilio di Trento, fino all’assurda affermazione di Pio X secondo il quale nella Chiesa ci sono le pecore a cui spetta obbedire e i pastori a cui spetta comandare. Il Novecento ha sperimentato invece la ripresa progressiva della convinzione della comune dignità dei cristiani, a partire dalla cosiddetta «collaborazione dei laici alla gerarchia» che, pur essendo un surrogato, era tuttavia la timida ripresa della responsabilità originaria e propria dei cristiani, cioè dei messia-
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nici tutti. Ma questa presa di coscienza dovrebbe attuarsi già nella prassi delle parrocchie. A mio avviso almeno una volta l’anno esse dovrebbero celebrare i propri sinodi, anche senza chiamarli così. La cosa importante è la loro preparazione, con la scelta degli argomenti e l’effettiva presenza delle varie componenti della realtà parrocchiale, rompendo i vari «cerchi magici». Il «modello» della loro celebrazione, con gli ovvii adattamenti, dovrebbe poi essere lo stesso di un qualsiasi concilio, soprattutto con le preghiere di inizio e fine, l’intronizzazione del vangelo, il diritto di parola di tutti, senza gerarchie fasulle. Per capire lo spirito di queste riunioni basterebbe meditare la tradizionale preghiera di apertura dei sinodi, quella che porta il nome del verbo con cui essa inizia: Adsumus. Perché e come cercare il consenso Il capitolo centrale del libro ha per titolo «Repræsentatio». Sostieni che al centro di un evento sinodale c’è il rendersi presente di Cristo mediante il suo Spirito, e che è questa presenza operante che crea il consenso fra i partecipanti. Questa categoria (la repræsentatio Christi, o la repræsentatio ecclesiæ) è la chiave – dici – per comprendere la profondità di ogni evento sinodale nella Chiesa. Il consenso, infatti, è reso possibile per l’influsso in atto della presenza dello Spirito; e, d’altra parte, è proprio l’accordo, il consenso, che permette di parlare di una presenza dello Spirito, e dunque di un permanere nella verità. Un evento sinodale è autentico, dunque, se ha la capacità di suscitare consenso. Dopo aver osservato che, viceversa, nella teologia attuale l’espressione repræsentatio Christi è utilizzata solo nell’ambito sacramentale (l’Eucaristia) e in quello ministeriale, concludi sostenendo che la comprensione del senso autentico della repræsentatio «è utile per discernere ciò che costituisce la verità dell’esperienza ecclesiale nella storia, distinguendolo da quanto ne costituisce una forma di sterile autoritarismo oppure una deriva corporativa e sindacale». Puoi aiutarci a capire meglio questo tuo pensiero? In quel capitolo ho avuto di mira quelle che considero due opposte derive della vera concezione della prassi sinodale. Per un verso agisce infatti ancora in molti una concezione discendente dell’autorità: dal papa, ai vescovi, ai preti e infine ai laici. Dall’altra la cre-
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scita della consapevolezza dell’eguale dignità e responsabilità di tutti i credenti rischia di scivolare nella concezione «democratica», validissima sul piano politico-civile, della delega dal basso, per cui il consenso ottenuto deve rispettare la volontà delle persone rappresentate e deleganti. La grande tradizione conciliare, invece, espressa nel modo più maturo nei concili del Quattrocento, ha affidato l’origine dell’autorità dei sinodi al «mistero» della repræsentatio della Chiesa (espressione che va tradotta non con «rappresentanza» ma con l’atto del «rendersi presente»). Ogni concilio o sinodo «perfetto» (categoria antica che non equivale a «infallibile») infatti «rende presente» la Chiesa nella misura in cui Cristo stesso si rende presente mediante il suo Spirito quando due o tre si riuniscono nel suo nome (cf. Mt 18, 20: testo di riferimento tradizionale delle varie teologie conciliari, al di là del suo contesto originario). Il consenso è quindi un evento che lo Spirito stesso crea quando esistono le condizioni, che non sono in primo luogo quelle giuridiche, ma quelle del comune ascolto sia dei presenti che della tradizione del Vangelo di Gesù (che il Sieben chiama rispettivamente ascolto orizzontale e verticale). I meccanismi della «rappresentanza», che sono anch’essi necessari e variano secondo le contingenze storiche, sono soltanto la condizione materiale esterna perché si verifichi l’evento del consenso, o della «sinfonia spirituale» (nome che in Oriente equivale a quello di consenso sinodale). E la «sinfonia spirituale», suscitata cioè dallo Spirito, trova poi la sua «conferma» e la sua «messa in sicurezza» (espressioni di papa Martino I nella lettera del 31 ottobre 649, a conclusione del sinodo Laterano) nella recezione comune del popolo di Dio. Un sinodo è «perfetto», quando esso dà luogo a tre «accordi»: quello con la tradizione viva del Vangelo di tutti i tempi, quello tra i presenti, quello con la base ecclesiale che lo riceve e lo mette in pratica.
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come corrispondenza tra il linguaggio e la realtà che il linguaggio vorrebbe tradurre. La verità cristiana, almeno secondo il vangelo di Giovanni, è invece testimonianza del mistero del Padre e si oppone alla menzogna, che è un parlare a partire da sé (cf. Giov 8, 43-47). La verità di un sinodo sta cioè nella capacità di tradurre o meno il vangelo dell’amore del Padre del Messia Gesù nelle condizioni attuali della vicenda umana, di essere quindi testimone della verità nel senso in cui Gesù proclamò dinanzi a Pilato di essere venuto per testimoniare la verità. La figura centrale del Vescovo Tu scrivi che uno dei limiti del Vaticano II è stato di non aver esplicitato la dinamica dell’ordinazione episcopale e, di conseguenza, di non aver valorizzato la Chiesa locale. Un esempio delle conseguenze negative di questa carenza, che alcune decisioni romane hanno acuito nel post-Concilio, è stata la progressiva messa in sordina dell’esperienza ecclesiale dell’America latina. Guardando alla tradizione della Chiesa antica, scrivi che la località della Chiesa non è un fatto casuale o un’esigenza amministrativa ma è un fatto di grazia. Puoi esplicitare questa tua riflessione e le sue implicazioni?
Non si tratta di «infallibilità»
Questo pensiero, che la località di ogni Chiesa sia un fatto di grazia, non è originariamente mio, ma del compianto padre Jean-Marie Tlllard ed è stato molto sottolineato da un allievo del Congar, il padre Hervé Legrand. Nel Vaticano II, con la preoccupazione di riscoprire la collegialità e l’autorità dei vescovi non derivata dal papa ma dal sacramento della consacrazione episcopale come tale, mancò l’approfondimento del rapporto «costitutivo» tra ogni vescovo e la sua Chiesa. Nella Chiesa antica, invece, il rapporto era fondamentale: lo stesso cambio di sede episcopale era considerato un fatto anomalo2, e non si potevano dare ordinazioni cosiddet-
Questa concezione non è quella che classifica l’autorità dei singoli sinodi o concili (i due termini si equivalgono) secondo il loro grado di «infallibilità». La discussione sulla «infallibilità» ha terribilmente distorto, a mio modesto avviso, il significato delle decisioni nella Chiesa, a partire da un significato di «verità» che non è quello evangelico, ma quello filosofico della verità
2. Accenno a una pratica di gestione del corpo episcopale che è tipico di alcune grandi Chiese nazionali, come per esempio quella italiana: dove un vescovo può essere promosso (o rimosso) spostandolo da una sede all’altra, in genere come promozione a una diocesi più importante, ma anche il contrario. A Lugano questa sarebbe una pratica difficile da operare perché (secondo il Concordato con la Santa Sede) il candidato deve essere cittadino del Cantone e membro del clero locale.
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te absolutæ, sciolte cioè dal legame dell’ordinato con una Chiesa locale (canone 6 del concilio di Calcedonia). È in forza di questo legame che un vescovo partecipa alla «sollecitudine per tutte le Chiese». E la consacrazione episcopale era un fatto che coinvolgeva anzitutto il presbiterio, poi il popolo che doveva confermare la decisione, e quindi i vescovi vicini che dovevano consacrare l’eletto, giacché il vescovo rappresentava l’anello di unità con tutta la Chiesa. Ogni Chiesa locale portava per ciò stesso dentro la Chiesa tutta la sua storia, le sue scelte, i suoi doni, come pure le sue debolezze. Ma l’apporto di grazia di ogni Chiesa non appartiene soltanto al passato. Penso soprattutto al più grande fatto di rinnovamento della Chiesa dopo il Vaticano secondo, cioè la maturazione dell’atteggiamento nei confronti dei poveri in America Latina, che ha dato origine alle varie forme di Teologia della liberazione. Quella teologia nella sua ispirazione fondamentale non era un insieme di concezioni partorite dalla mente dei teologi ma espressione di una rinnovata coscienza evangelica da parte di quelle Chiese, in primo luogo dei loro vescovi (come non pensare a dom Helder Camera, a dom Pedro Casaldaliga o a Oscar Romero?). Tutto ciò è grazia, cioè esistenza umana concreta vivificata dallo Spirito di Gesù di Nazaret, crocifisso e risorto. Giacché la grazia di Dio non è astratta, ma concreta e raggiunge uomini e donne in carne e ossa, con tutti i loro condizionamenti storici. La comunione ecclesiale è quindi vitalmente incontro, correzione reciproca, non soltanto nel rapporto tra i singoli, ma nei rapporti tra gruppi, istituzioni, chiese. Dopo il Concilio, un’involuzione Il capitolo del libro intitolato «Per una Chiesa della fraternità e della sororità» riprende il testo che hai presentato a Firenze nella prima tappa di quel percorso a cui era stato dato il nome «Il Vangelo che abbiamo ricevuto». Nello spiegare il senso di quella proposta avevi scritto: «Non ci appelliamo a una Chiesa alternativa ma esprimiamo la volontà che la libertà di parola, il confronto sine ira, la comunione e lo scambio non si spengano»; e avevi tracciato la via di una Chiesa che, da un lato, «si oppone all’autoritarismo clericale» e, dall’altro, in positivo, «esige la responsabilità di tutti, nella varietà di ministeri e carismi, attraverso il crite-
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«Camminare assieme» Quello che il Signore ci chiede, in un certo senso è già tutto contenuto nella parola «Sinodo». Camminare insieme – Laici, Pastori, Vescovo di Roma – è un concerto facile da esprimere a parole, ma non così facile da mettere in pratica. Dopo aver ribadito che il Popolo di Dio è costituito da tutti i battezzati chiamati a «formare una dimora spirituale e un sacerdozio santo», il Concilio Valicano II proclama che «la totalità dei fedeli, avendo l’unzione che viene dal Santo (1Gv 2,20.27) non può sbagliarsi nel credere, e manifesta questa sua proprietà mediante il senso soprannaturale della fede di tutto il Popolo, quando, dai Vescovi fino agli ultimi Fedeli laici mostra l’universale suo consenso in cose di fede e di morale» (…). Il primo livello di esercizio della sinodalità si realizza nelle Chiese particolari. Dopo aver richiamato la nobile istituzione del rio principe del consenso dei fedeli». «Il motivo ultimo» che vi aveva spinto a promuovere quell’iniziativa, dicevi, era «la sofferenza di non vedere al centro dell’attenzione della Chiesa il Vangelo del Regno annunciato da Gesù ai poveri e ai peccatori, mentre cresce a dismisura la predicazione della Legge». Il vostro appello era a una Chiesa non della condanna ma della misericordia. L’iniziativa si è interrotta, tu racconti, perché, con la sua venuta nel marzo del 2013, le istanze da cui avevate preso le mosse erano finalmente testimoniate da papa Francesco, e in primis proprio l’annuncio della misericordia, in questo sulle orme di papa Roncalli. Nel libro non lo hai fatto, ma vuoi qui abbozzare – proprio a partire dall’istanza di una Chiesa sinodale – una prima lettura dell’impatto di Francesco sulla Chiesa, in particolare quella italiana? L’iniziativa a cui ti riferisci nasceva, come hai detto, da una sofferenza. Per coloro che, come me, avevano vissuto la primavera del Concilio dal di dentro, era molto forte la sensazione dell’«inverno» (l’espressione era del padre Karl Rahner) che era progressivamente sopravvenuto nella Chiesa. All’atmosfera di apertura degli anni conciliari, determinata dall’affermazione del primato di quella che papa Giovanni XXIII chiamava la «sostan-
Sinodo diocesano, nel quale presbiteri e laici sono chiamarti a collaborare con il vescovo per il bene di tutta la comunità ecclesiale, il Codice di diritto canonico dedica ampio spazio a quelli che si è soliti chiamare gli «organismi di comunione» della Chiesa particolare: il Consiglio presbiterale, il Collegio dei consultori, il Capitolo dei canonici e il Consiglio pastorale. Soltanto nella misura in cui questi organismi rimangono connessi col «basso» e partono dalla gente, dai problemi di ogni giorno, può incominciare a prendere forma una Chiesa sinodale: tali strumenti, che qualche volta procedono con stanchezza, devono essere valorizzati come occasione di ascolto e di condivisione. (dal discorso di Papa Francesco del 17 ottobre 2016, alla chiusura del Sinodo sulla famiglia). za viva» del Vangelo, quella che nutre il cuore di ogni uomo e di ogni donna che credono, era subentrata per vari motivi, non ultimi quelli culturali legati alla stagione postsessantottina, la paura, la difesa della «dottrina», la ripresa delle condanne, la delegittimazione delle scelte di intere conferenze episcopali (soprattutto quelle latinoamericane). Non vorrei apparire un pessimista: non mancavano infatti segni che mantenevano la speranza, come la richiesta di perdono per tutta la Chiesa da parte di Giovanni Paolo II, gesti profetici come l’incontro di Assisi fra i rappresentanti delle Chiese e delle Religioni nel 1986, ecc. L’iniziativa del «vangelo che abbiamo ricevuto» voleva, in quel clima, mantenere la speranza nella forza del vangelo come tale. Bergoglio cambierà qualcosa? L’elezione di Bergoglio a vescovo di Roma ha cambiato l’atmosfera. La sua esortazione Evangelii gaudium, senza molte citazioni della lettera del concilio Vaticano II, ha ridato spazio a molte delle correnti calde dell’evento Conciliare: la centralità del Vangelo rispetto alle dottrine, il primato della misericordia, l’attenzione privilegiata ai poveri, e via dicendo. Non meraviglia quindi che il messaggio di papa Francesco incontri anche forti resistenze. Credo che il motivo principa-
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le di queste resistenze stia nella non accettazione da parte di alcuni della centralità del Vangelo rispetto alla dottrina e alla disciplina ecclesiastica. Vedi, in questo senso, il tentativo dei cardinali Brandmüller, Burke, Caffarra e Meisner, di suscitare un procedimento di impeachment del papa in quanto non ortodosso, dopo l’esortazione postsinodale Amoris lætititia. Per altri invece, anche vescovi, il motivo è la difficile assimilazione di una mentalità alla quale non erano preparati. La diagnosi della situazione attuale resta tuttavia molto complessa. Papa Francesco, che ha espresso la sua convinzione sulla natura sinodale della Chiesa, ha per altro verso una concezione alquanto «gesuitica» del suo ministero: ascoltare tutti, ma alla fine decidere da solo. E in ogni caso non credo che sia possibile la cosiddetta riforma della Curia. Nel Novecento le varie riforme della Curia, compresa la sua cosiddetta internazionalizzazione, non hanno prodotto una effettiva riforma. In ultimo, infatti, la riforma della Curia presuppone quella del Papato. Fin quando il papa non rinuncerà ai «privilegi» accumulati nel secondo millennio nella Chiesa latina, la Curia continuerà ad avere un ruolo esagerato nella vita della Chiesa, con grave pregiudizio delle chiese locali. La Curia, non dimentichiamolo, è un organo del papa per l’esercizio del suo governo. Francesco ha fatto un gesto importante in questa direzione: la devoluzione ai tribunali diocesani delle cause di nullità matrimoniale. Ma questo è solo un piccolo passo, anche se fino adesso è, a mio avviso, accanto alla decisa affermazione e testimonianza personale della priorità del Vangelo, il fatto più importante sulla via per la riforma istituzionale della chiesa latina.
I «segni dei tempi» La parte conclusiva del tuo libro la dedichi al pensare la fede nel tempo presente. Parli di una pratica della teologia che è anch’essa sinodale, risultato dell’azione dei diversi soggetti della comunità ecclesiale. E riprendi l’invito, che è stato di Giovanni XXIII e del Vaticano II, di leggere i «segni dei tempi», osservando però che il Concilio non ha offerto una spiegazione adeguata del loro significato, perché mancava, e forse ancora manca, un’appropriata ermeneutica teologica, e cioè quella che chiami una «prospettiva messianica». Si tratta, scrivi, di porre tutta la storia sotto la luce messianica. Questo mi pare un punto cruciale: la Chiesa sinodale che è al centro di tutto il libro ha la responsabilità di vivere e di comunicare «il vangelo che abbiamo ricevuto», e dunque ha il bisogno di interpretare i segni dei tempi. Ma, dunque, quale è la chiave interpretativa che tu indichi per leggere i segni di Dio nella storia che viviamo? La chiave interpretativa dei segni dei tempi sta, a mio avviso, nella comprensione delle parole di Gesù stesso, laddove rimprovera i farisei di saper distinguere l’aspetto del cielo ma di non riuscire a discernere i segni dei tempi, con la conclusione che «una generazione malvagia e adultera richiede un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno del profeta Giona» (Cf. Mt 16, 1-4). Il segno che è Gesù con la sua morte, accolta da Dio nella risurrezione, è il segno dei tempi per eccellenza, quello in cui irrompe il Regno di Dio. Nella prassi di Gesù, e nella prassi di coloro che lo seguono, emergono, anzi si «costituiscono», nel senso letterale della parola, i segni dei tempi. Questi segni
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infatti non vanno identificati con un qualsiasi fenomeno umano, sia esso il più alto e spirituale possibile, ma «nascono» dalla partecipazione alla sofferenza della creazione. La domanda fondamentale e decisiva, rispondendo alla quale viene determinato ultimamente il criterio che comanda un’interpretazione dei segni dei tempi, deve essere allora così formulata: come possiamo costituire anche noi dei segni dei tempi, quelli nei quali si avvicina a noi il regno di Dio, a imitazione di colui che fu e resta il segno dei tempi per eccellenza, Gesù Messia? La risposta mi sembra allora molto semplice, anche se poi è estremamente difficile tradurla in pratica: si costituisce una prassi messianica, si pone un segno dei tempi nei quali il Regno di Dio si avvicina all’uomo, quando, a imitazione del Messia Gesù, ci si carica del peso dell’altro che soffre (cf. Gal 6,2: compiere in noi la legge del Messia portando i pesi l’uno dell’altro). Il caricarsi del peso dell’altro non dipende dalle sue qualità morali, ma dalla sofferenza come tale. C’è un passaggio del libro di Giobbe che getta un lampo straordinario di luce, quasi abbagliante, a questo proposito: «All’uomo sfinito è dovuta pietà (hesed) dagli amici, anche se si fosse allontanato dal timor di Dio» (6, 14). La distretta umana – anche quella del peccato – esige la pietà(hesed) termine che nell’AT comprende quello di misericordia. La sofferenza, a prescindere dall’atteggiamento morale di chi la subisce, acquista allora come tale spessore «teologico». E questa è la grammatica delle Beatitudini. Intervista a cura di Giampiero Forcesi, redattore del sito web di «Costituzione Concilio Cittadinanza» (www. c3dem.it). I titoli e i sottotitoli sono della redazione.
Crisi della parrocchia La ricerca analizza il modo in cui le trasformazioni sociali e culturali hanno modificato il modo di vivere la religiosità nel Canton Ticino, soprattutto a partire dagli anni Cinquanta. Questo volume si prospetta come una delle principali fonti per studiosi e semplici appassionati di storia della spiritualità. di Ilaria Macconi Heckner, prefazione di Mons. Valerio Lazzeri, introduzione di Fabrizio Panzera, collana «L’Officina», 224 pagine con illustrazioni a colori e in b/n, 18 x 25 cm, Fr. 25.– Armando Dadò editore Via Orelli 29 - 6601 Locarno - Tel. 091 756 01 20 - Fax 091 752 10 26 - shop@editore.ch - www.editore.ch
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Tutti uguali nella Chiesa? Percorsi tra teoria e pratica Era inevitabile che anche le comunità cristiane dovessero misurarsi con il problema dell’uguaglianza, in una società che, assai prima che il termine apparisse sulle bandiere della rivoluzione americana e di quella inglese, aveva proclamato, e in non piccola misura applicato, questo principio, a partire da una serie di noti passi evangelici e dalla lapidaria affermazione della Lettera ai Galati (3,19): «Non c’è giudeo né greco, non c’è schiavo né libero, non c’è maschio né femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù». La dialettica uguaglianza-disuguaglianza A partire da questa affermazione, e nel corso della sua lunga storia, la Chiesa ha gradatamente approfondito – pur non senza interruzioni di percorso e contraddizioni interne – la categoria di uguaglianza, sino a pervenire, con il Concilio Vaticano II, alla limpida affermazione, in una serie di suoi documenti, di questo principio. Come di solito nella storia avviene ed è avvenuto, non sempre – e soprattutto non subito – i principii entrano a vele spiegate nella prassi: così la storia del Cristianesimo è caratterizzata da ricorrenti aspirazioni all’uguaglianza e da altrettanto persistenti tentativi di ritorno alla disuguaglianza (in verità mai teoricamente affermata, ma di fatto sostenuta e per certi aspetti anche legittimata). Molte delle «eresie», che in tutte le epoche hanno attraversato la vita della Chiesa, hanno fatto riferimento all’uguaglianza, ora per ampliare la sfera della sua attuazione, ora per restringerla, attraverso quella costante dialettica fra autorità e libertà che caratterizza, da sempre, la storia degli esseri umani, Il problema si ripropone – con particolare acutezza dopo la Riforma – anche nelle comunità di cristiani che si sono succedute in questi 500 anni. A lungo è apparso che fossero fra loro incompatibili la scelta ora dell’autorità ora della suprema «libertà del Cristiano», tanto cara a Lutero (ma anche a Tommaso Moro e ad Erasmo da Rotterdam).
di Giorgio Campanini*
Tre questioni pratiche Non stupisce, dunque, che questo tema sia rientrato prepotentemente all’ordine del giorno in occasione della riflessione collettiva in atto, in tutte le Chiese, in relazione al ricordo dei Cinquecento anni della Riforma protestante. È del resto questo uno dei più accidentati terreni di scontro dei secoli passati e, in parte, anche di oggi. Riflettere sullo «stato della questione» nei rispettivi campi del Protestantesimo nelle sue varie forme e del Cattolicesimo (esso pure articolato e pluralista assai più di quanto potrebbe apparire a un osservatore superficiale) è in questa sede impossibile. Ci si soffermerà pertanto su questioni relativamente di non altissimo profilo, ma che sul piano pratico hanno una non piccola rilevanza. Prescindendo dalla complessa, e qui non affrontabile, questione dei ministeri ordinati, e incentrando l’attenzione soprattutto sulle problematiche della laicità, si vorrebbero svolgere qui alcune essenziali riflessioni su tre specifici temi che possono essere letti anche come «esemplari» in ordine alla dialettica uguaglianza-differenza, e cioè – con specifico riferimento alle problematiche del laicato – la questione dei ministeri laicali, quella della predicazione dei laici, quella della teologia dei laici: ambiti, tutti, nei quali la dialettica eguaglianza-differenza appare di tutta evidenza, con indirette ripercussioni anche sul piano del dialogo ecumenico. Laici che evangelizzano Restando ben fermo che tutti i battezzati sono chiamati alla propria santificazione e all’annuncio del Regno di Dio, nella Chiesa cattolica di ieri e sostanzialmente ancora di oggi, l’annuncio del Vangelo è stato di fatto affidato soprattutto a figure «specializzate». Non si è mai negata la radicale uguaglianza fra tutti i battezzati – fortemente sottolineata, come ben noto, dal Vaticano II – ma di fatto si sono distinti i cristiani «docenti» e i cristiani «discenti». Questa separatez-
za è stata in gran parte superata nei documenti conciliari, ma non ancora nella prassi: di fatto le responsabilità relative all’annuncio della Parola, e in generale all’evangelizzazione, sono nella Chiesa cattolica affidate in modo determinante ai ministri ordinati (vescovi, presbiteri e, in assai minore misura, diaconi). Resta, fortunatamente, una diffusa presenza e una vivace testimonianza dei cristiani (dei semplici «battezzati») che consente il rimanere nella storia della Chiesa, ma è una presenza che troppo spesso appare collaterale e silenziosa. Il principio della radicale eguaglianza dei fedeli attende di essere attuato e sperimentato nell’ambito della evangelizzazione. Laici che predicano Il Concilio Vaticano II ha inteso «ridare la parola» ai laici, ma questa parola – che può e deve circolare liberamente nel mondo – ha un’eco del tutto secondaria nella predicazione, a partire da quella norma del vigente Codice di diritto canonico che la riserva ai presbiteri e ai diaconi (nonché, ovviamente, ai vescovi) (can. 764) e consente ai laici, con una norma quasi mai realmente applicata, soltanto di predicare in una chiesa o in un oratorio «se in determinale circostanze lo richieda la necessità o in casi particolari l’utilità lo consigli» (can. 766). Anche quando il celebrante sia di fatto impedito di parlare o il presbitero sia uno straniero non nel pieno possesso della lingua, o l’anziano presbitero non sia più in grado di predicare (eventi, questi, oggi tutt’altro che rari, data la forte elevazione dell’età media dei presbiteri e il «silenzio» di fatto imposto ai diaconi), i laici – qui senza differenze fra uomini e donne – devono tacere. Laici che fanno teologia Il Concilio Vaticano II ha rivolto un forte appello ai laici perché entrino a vele spiegate negli studi teologici (cf. Gaudium et Spes, n. 62) ma ancora rari sono in Italia, anche se in promettente sviluppo, i laici teologi (donne e uomini). La presenza dei laici in questi ambiti – di per sé non preclusi ai comuni cristiani, come l’esperienza di altri Paesi attesta – è ancora in Italia
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(ma ugualmente in Ticino, ndr.) marginale, pur se appaiono interessanti segnali di ritorno ad una prassi, quella della Chiesa antica, che non conosceva le attuali barriere. Non vi sono dubbi, d’altra parte, sul fatto che una teologia arricchita, al maschile e al femminile, di giovani e fresche presenze laicali risulterebbe più vicina alle esigenze ed alle attese del popolo di Dio, evitando quell’eccesso di specializzazione che ha talvolta ridotto la teologia a orto chiuso di pochi iniziati. Una Chiesa tutta ministeriale Quelli dianzi indicati sono soltanto tre ambiti (importanti ma indubbiamente limitati) nei quali si potrebbe
sperimentare il superamento di antiche separatezze – e, di fatto, di antiche disuguaglianze fra laici ordinati e laici non ordinati. È ben vero che l’orizzonte all’interno del quale declinare, anche nella Chiesa, il principio di eguaglianza è assai più vasto. Qui non si intendeva di certo esaurire un tema così ampio e complesso, ma soltanto offrire alcuni esempi di strade da percorrere in vista della realizzazione dell’ideale conciliare di una Chiesa di battezzati tutta ministeriale, tutta posta al servizio dell’evangelizzazione: ciascuno con i suoi doni e i suoi peculiari carismi, Il superamento delle diseguaglianze all’interno della Chiesa è stato, a partire dalle fondamentali pagine di «Lumen gentium», uno dei principali
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intenti del Concilio; né si può negare che nei cinquant’anni che ci separano dal Vaticano Il importanti e significativi passi siano stati percorsi. Altri potranno essere compiuti, ci auguriamo, in un prossimo futuro, senza indulgere alla tentazione – cui in passato non pochi riformatori hanno ceduto – di una «Chiesa egualitaria», disegnata a partire da grezzi e disinformati «ritorni alle origini». La Chiesa, da sempre, è luogo di esercizio, nello stesso tempo, di autorità e di libertà: né l’una potrà mai essere sacrificata sull’altare dell’altra. * Giorgio Campanini è sociologo e storico; esperto di pastorale familiare, membro del gruppo «II Vaticano II davanti a noi» (Parma), aderente alla Rete dei Viandanti.
1917-2017: il secolo lungo Non è stato breve, per la Russia, il secolo che va dal 1917 al 2017: e il nudo, spoglio elenco degli eventi maggiori che si sono susseguiti in questo periodo riempirebbe svariati volumi. Qui basti segnalarne alcuni pochissimi, di ieri e di oggi, legati a Stato e Chiesa nel più estero Paese del mondo (17 milioni di kmq). Nel febbraio 1917 scoppia la Rivoluzione «borghese» che, nel mese successivo, costringe lo zar Nicola II ad abdicare. La Chiesa ortodossa russa spera di tornare alla normalità: era senza patriarca da quando, nel 1721, Pietro il Grande aveva impedito l’elezione del capo della Chiesa russa – scelta confermata dai suoi successori. Perciò, profittando dell’assenza dello zar, nell’estate del 1917 – dopo duecento anni di «vacanza»! – elegge il nuovo patriarca, Tikhon. Ma nella notte tra il 24-25 ottobre successivo (in Occidente, con il calendario gregoriano, era già il 7 novembre) inizia a Pietrogrado la vittoriosa Rivoluzione bolscevica, guidata da Lenin. Il partito comunista va al potere e si assume tutto il potere, eliminando anche fisicamente chi si oppone al nuovo ordine. Nel 1922 nasce l’URSS. Nel 1925 Tikhon muore. E non ha successore. Con Stalin, tremendo con quanti egli considera «nemici del popolo», anche la Chiesa ortodossa è ridotta al lumicino: vescovi, popi, semplici fedeli sono mandati, a migliaia, ai lavori forzati o uccisi. Però durante la seconda Guerra mondiale – che costò all’Unione sovietica la morte di venti milioni di persone– accadono due fatti inattesi: l’URSS si allea con gli Stati Uniti d’America contro Hitler, vince l’eroica battaglia di Stalingrado (ove nel febbraio del 1943 le armate sovietiche sconfiggono quelle tedesche, sarà un passaggio decisivo per debellare infine i nazisti): evento minore ma importante, per premiare i pochi vescovi ancora vivi che avevano invitato i credenti ad unirsi all’Armata rossa contro i tedeschi invasori, Stalin permette la ricostituzione del patriarcato: nel ’43 viene eletto Sergio, e da lui riprenderà la successione, fino ai nostri giorni. Facciamo un salto avanti… Mikhail Gorbaciov cerca di trasformare l’URSS dalle radici, lanciando le parole d’ordine di perestroika (ristrutturazione) e glasnost’ (trasparenza) e opera perché sia ripristinata la libertà religiosa.
Ma nel ’91 implode l’URSS: le sue quindici repubbliche diventano Paesi indipendenti. Nella «nuova» Russia i furbi – legati al partito e inseriti nei posti-chiave dell’apparato statale – si arricchiscono, complice il governo inconcludente di Boris Yeltsin; molta gente rimane povera. Nel 2000 Vladimir Putin diventa presidente; quattro anni dopo è rieletto dal popolo; nel 2008 è premier; nel ’12 è rieletto «zar». Chi, in Occidente, aveva immaginato che la Russia fosse un rottame, deve ricredersi: il nuovo capo del Cremlino fa capire ad amici e nemici che nessun problema del mondo può essere risolto senza o contro la Russia. E la Chiesa ortodossa? Seppure oggi la Russia sia uno Stato «laico», il governo ha dato al patriarcato facilitazioni sostanziose in campo economico, quasi per compensarlo in qualche modo per le enormi distruzioni umane e materiali subite sotto il regime comunista. A questa Chiesa sentono di appartenere quasi cento dei 146 milioni di russi, che in essa ritengono di trovare le profondità della spiritualità e le radici stesse dell’anima russa (ma in Russia ci sono, tra altre minoranze, trenta milioni di musulmani). Di fronte ai problemi posti dalla modernità e dalle scelte delle Chiese legate alla Riforma – come le donne in tutti i ministeri ecclesiali, o la tranquilla accettazione di/delle omosessuali – la Chiesa ortodossa, nei suoi vertici, si è chiusa a riccio. Anche l’incontro, primo nella storia, tra un papa, Francesco, e un patriarca, Kirill (L’Avana, 12 febbraio 2016), non ha risolto il contenzioso tra la prima Roma e la Terza Roma (Mosca), che rifiuta la narrazione romana sugli «uniati», i greco-cattolici ucraini. Oggi la Russia-Stato ha analogie, e profondissime diversità, con quella del 1917, e la Russia-Chiesa, a cento anni dalle due Rivoluzioni di quel secolo, è anch’essa simile a com’era allora, ma anche distantissima. Ambedue, comunque, non potrebbero adeguatamente procedere senza misurarsi con le grandiose utopie, le speranze e le tragedie degli anni 1917-1991. Per ora, non è chiaro se Cremlino e patriarcato vogliano fare i conti con quei 74 anni. L’identikit di queste Russie, per il futuro, rimane un enigma. Luigi Sandri (da «Confronti», n. 11, 2017)
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Un anno con Martin Lutero: riflessioni globali e punti di partenza «Con gratitudine riconosciamo che la Riforma ha contribuito a dare maggiore centralità alla Sacra Scrittura nella vita della Chiesa. Attraverso l’ascolto comune della Parola di Dio nelle Scritture, il dialogo tra la Chiesa cattolica e la Federazione luterana mondiale, di cui celebriamo il 50.mo anniversario, ha compiuto passi importanti. Chiediamo al Signore che la sua Parola ci mantenga uniti, perché essa è fonte di nutrimento e di vita; senza la sua ispirazione non possiamo fare nulla. L’esperienza spirituale di Martin Lutero ci interpella e ci ricorda che non possiamo fare nulla senza Dio. «Come posso avere un Dio misericordioso?». Questa è la domanda che costantemente tormentava Lutero. In effetti, la questione del giusto rapporto con Dio è la questione decisiva della vita. Come è noto, Lutero ha scoperto questo Dio misericordioso nella Buona Novella di Gesù Cristo incarnato, morto e risorto. Con il concetto «solo per grazia divina» ci viene ricordato che Dio ha sempre l’iniziativa e che precede qualsiasi risposta umana, nel momento stesso in cui cerca di suscitare tale risposta. La dottrina della giustificazione, quindi, esprime l’essenza dell’esistenza umana di fronte a Dio. Queste sono alcune delle affermazioni fatte da Papa Francesco poco più di un anno fa a Lund, in Svezia, quando cristiani luterani e di altre denominazioni diedero inizio alle celebrazioni in ricordo di un anniversario «complesso»: il quinto centenario della cosiddetta affissione delle 95 tesi redatte da Martin Lutero contro la pratica delle indulgenze. La data – 31 ottobre 1517 – aiuta a riflettere sul contenuto di tali affermazioni, nella consapevolezza che l’affissione di esse non avvenne, che non furono discusse nella sede accademica per la quale erano state redatte, ma che si diffusero rapidamente in tutta la Germania ed innescarono quel processo che poi, in tre anni, condusse alla scomunica del frate e alla sua veemente presa di distanza dalla Chiesa di Roma e dalle sue autorità1.
1. Pubblichiamo sostanzialmente, con alcuni tagli, l’intervento proposto il 31 ottobre scorso su www.catt.ch
di Ernesto Borghi
Durante quest’anno abbiamo assistito a fenomeni multiformi: • da un lato, tante manifestazioni pubbliche, nelle più diverse località anzitutto europee, e molte pubblicazioni, a livello accademico e divulgativo, che hanno inteso delineare la figura e l’opera di Lutero più come una benedizione per il Vangelo e la Chiesa di Gesù Cristo che una jattura o una tragedia; • dall’altro, in misura numericamente molto minore, prese di posizione frutto di vieti pregiudizi anti-luterani in una prospettiva anti-ecumenica, spesso, perlomeno in ambito cattolico, rivolte ad attaccare Lutero e la valorizzazione del suo pensiero teologico ed antropologico, ma intese anche a un altro scopo: prendere posizione contro Papa Bergoglio e la sua azione ecumenica. L’azione di Papa Francesco è priva degli strabismi vaticani, essenzialmente verso Oriente, precedenti al marzo 2013 e anche questo dato di fatto fa problema a tradizionalisti antievangelici di vario genere. L’anno che si è concluso “formalmente” il 31 ottobre scorso è stato assai importante, non per «mitizzare» o «santificare» Lutero, ma per dare rilievo e diffusione ampia a dati teologici, antropologici, storici e religiosi in precedenza assai più confinati negli ambiti degli studi e delle riflessioni degli «addetti ai lavori». Acquisizioni fondamentali Leggendo e rileggendo Ab 2,4b («Il giusto secondo la fede vivrà»), Lutero colse il nesso tra l’espressione «giustizia di Dio» e la fede esistenzialmente intesa. Egli ebbe modo di scoprire ulteriormente, testi biblici alla mano (letti nelle lingue originali, ebraico per quelli dell’Antico Testamento, greco per quelli del Nuovo Testamento) che «la giustizia di Dio non è la giustizia attiva che ricompensa, punisce, si vendica, bensì la giustizia passiva che fa essere giusto l’uomo e così lo rende libero, è giustizia che perdona e consola che ci viene comunicata non sulla base delle nostre opere umane, ma solo per
grazia e misericordia di Dio, non in seguito a forme esteriori di pietà come l’indulgenza, ma mediante la fede. In tal modo contro l’esteriorizzazione di allora e in favore di un’interiorizzazione dell’essere cristiani, egli fece valere un’esigenza profondamente mistica. L’istanza di Lutero riguardava il Vangelo della gloria e della grazia di Dio. Il Vangelo non era per Lutero un libro, non era semplicemente la Bibbia e neppure un codice di dottrine, bensì un messaggio vivo che interpella esistenzialmente la persona, un incoraggiamento e una promessa. Era il messaggio della croce, il solo che dona pace. Per Lutero, nel suo rifiuto della giustizia delle opere, era in gioco tutt’altro che un cristianesimo a buon mercato, a prezzi stracciati. Lutero era così un uomo desideroso di rinnovamento, non un Riformatore. Egli non pensava di diventare il fondatore di una separata Chiesa della Riforma. Il suo scopo era il rinnovamento della Chiesa cattolica. Egli diceva di voler far risplendere di nuovo la luce del vangelo nel suo nucleo centrale, togliendola dalle tenebre nelle quali era tenuta nascosta. Nonostante tutte le affermazioni, occasionalmente taglienti, questo era un grido di sveglia e un dono dello Spirito Santo alla Chiesa»2. Il monaco agostiniano partiva da un presupposto teologico essenziale: «Tutti coloro che si aprono a tale disponibilità divina non divengono giusti grazie alle loro azioni in quanto tali, perché “la giustificazione, in quanto azione di Dio, non ha bisogno di un intervento da parte dell’uomo, se non la sua libera disponibilità ad accogliere il dono: la fede appunto. E tuttavia le opere germoglieranno dall’uomo proprio in conseguenza di quanto egli ha ricevuto da Dio”»3.
2. W. Kasper, Martin Lutero. Una prospettiva ecumenica, Queriniana, Brescia 20173, pp. 24, 26-27. 3. S. Xeres, O Roma o Cristo. La drammatica scelta di Martin Lutero (1517-1520), Ancora, Milano 2017, p. 51. «Non sono le opere buone a fare l’uomo buono, ma è l’uomo buono a fare opere buone» (M. Lutero, La libertà del cristiano, tr. it., Claudiana, Torino 2005, p. 168).
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Lutero visse un’epoca, tra XV e XVI secolo, in cui molti segnali parlavano dell’inizio di una nuova era: la scoperta del Nuovo Mondo, la fine dell’impero bizantino, la fine della definitiva cacciata dell’Islam dalla Spagna, l’invenzione della stampa, la rivoluzione copernicana nelle scienze della natura. Dal ritorno del papato a Roma, dopo la presenza al Avignone, dunque dalla fine del XIV secolo, erano sempre più evidenti alcuni dati di fatto (sono soltanto alcuni esempi): • la formazione del clero era assai poco curata e significativa (pochissimi preti avevano una minima preparazione teologica e conoscevano il latino, pochi risiedevano nelle parrocchie di loro competenza, moltissimi avevano concubine); • a Roma si succedevano papi (si pensi ai pontefici quattrocenteschi e cinquecenteschi delle famiglie Medici, Piccolomini, Borgia) che per tante ragioni erano assai lontani dal mettere il Vangelo al centro della vita loro e della loro corte e avevano necessità economiche molto rilevanti per ricostituire il loro Stato e avere delle forze militari a propria disposizione (di qui ogni opportunità di acquisire denaro era utile, a cominciare dalla simonia più sfrenata); • la formazione religiosa popolare (per es. la conoscenza della Bibbia) poteva arrivare da «laici» che avevano imparato a memoria le Scritture e così le proponevano. Solo nel quadro di questi cambiamenti epocali tra Medioevo e Età Moderna e delle tensioni a partire da istanze di riforma della Chiesa, già presenti almeno dal XIII secolo – da Pietro Valdo e Francesco d’Assisi a John Wycliffe e Ian Hus, a varie figure di vescovi e cardinali quali Contarini e Pole – si può comprendere Lutero. La Riforma protestante fu senz’altro un processo storico molto complesso, ma certamente l’appello di Lutero ad una vita radicalmente battesimale, in cui perseguire un costante cambiamento di mentalità verso il Vangelo di Gesù Cristo non fu accolto nella Roma del tempo. Si rispose con polemiche e condanne che raggiunsero il loro apice nel 15204. La spaccatura che condusse a frammentare la Chiesa di Gesù Cristo anche in Occidente ebbe in questo 4. S. Xeres, O Roma o Cristo, cit., pp. 86-87.
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La confessione di fede dei Riformati locarnesi (1554) Il 16 settembre, a Muralto, in occasione delle manifestazioni per i 500 anni della Riforma, è stata ricordata dal prof. Emidio Campi la Confessione di fede che i Riformati locarnesi presentarono alle Città protestanti, prima di essere costretti a abbandonare Locarno (1555). Crediamo in un solo Dio, Padre, Onnipotente, Creatore del cielo e della terra, che governa, regge e modera tutte le cose attraverso la sua sapienza e che, secondo il suo decreto eterno, mediante la morte del suo unico Figlio, nostro Signore Gesù Cristo, ci ha resi eredi del suo regno. E in Gesù Cristo, suo Figlio unigenito per natura, coeterno e consustanziale, il nostro Signore, concepito dallo Spirito Santo, non da seme umano; mandato nel mondo dal Padre (in virtù del suo immenso amore), quando giunse la pienezza dei tempi, per riunire i redenti, che aveva eletto ab æterno, in un solo popolo e riconciliarli a sé mediante la sua morte e il suo sangue. Nato da Maria Vergine, vero Dio e uomo, patì sotto Ponzio Pilato, fu trafitto a motivo delle nostre trasgressioni, battuto a causa dei nostri peccati; fu crocifisso, morì veramente e fu sepolto; discese agli inferi e risuscitò il terzo giorno, salì al cielo, siede alla destra del Padre onnipotente e intercede per noi, unico difensore e mediatore nostro; da lì verrà a giudicare i vivi e i morti. Crediamo nello Spirito Santo, che procede dal Padre e dal Figlio, la terza persona nella divinità, mediante il quale i nostri cuori sono illuminati e governati. E la santa Chiesa cattolica, la comunione dei santi, tempio del Dio vivente, senza quale non v’è salvezza; la remissione dei peccati mediante il sangue di Cristo; la risurrezione della carne, la cui primizia è Cristo, caparra e pegno della nostra risurrezione; la vita eterna, allorché saremo sempre con il Signore.
interna, invisibile, che viene indicata dalla visibile. Riteniamo che il battesimo debba essere amministrato senza tutte le cerimonie papistiche tanto ai fanciulli quanto agli adulti; non può in nessun caso essere ripetuto, come blaterano gli Anabattisti. Confidando nelle promesse di Cristo, noi confessiamo che mediante il battesimo veniamo lavati nel sangue di Cristo, moriamo e risorgiamo con lui per camminare in novità di vita. Con la celebrazione della Cena del Signore noi confessiamo che il Corpo di Cristo offerto sulla croce e il suo sangue versato per nostri peccati sono il vero cibo e la bevanda vivificante e salutare delle anime nostre. Nel celebrare con grata memoria tale grande beneficio rendiamo grazie a Dio Padre per mezzo del suo Figlio, nostro Signore. Per il resto, prestantissimi Signori, non abbiamo dubbi che i nostri avversari hanno colto l’occasione di calunniarci e attribuirci inclinazioni anabattiste perché, non avendo noi un pastore consacrato, né un luogo pubblico per amministrare il battesimo, siamo costretti a fare battezzare i nostri figli nelle nostre case da pastori chiamati segretamente dalle chiese retiche. Se Dio, Padre di misericordia, si degnerà di portare a compimento attraverso di voi, Signori nostri, quello che ha iniziato in noi (cosa in cui confidiamo) concedendoci un luogo di culto pubblico e la facoltà di nominare un pastore consacrato da voi approvato, vi renderete conto senza alcun dubbio che non dissentiamo nemmeno un dito dalle Chiese dei nostri Signori di Zurigo, Berna, Basilea e Sciaffusa e che i nostri avversari ci accusano ingiustamente di essere eretici. Dio voglia nella sua clemenza accordarcelo. Per Gesù Cristo, unico Salvatore nostro. Presentata agli illustrissimi nostri Signori delle Quattro Città, il 9 luglio 1554.
Sui sacramenti Riguardo ai sacramenti, che sono due, il battesimo e la Cena del Signore, osserviamo due cose: una esterna, che è segno visibile, l’altra
Il testo originale latino è in Reformierte Bekenntnisschriften, 1/3, Neukirchen-Vluyn, 2007, 329-338, trad.it. Emidio Campi.
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disinteresse e in queste prese di posizione delle motivazioni molto importanti. Dopo la scomunica del 1521 ad opera di Leone X, Lutero fu sempre più assillato dall’idea di trovarsi dinanzi all’Anticristo predetto nella seconda lettera di Paolo ai Tessalonicesi5. Questa sua coscienza apocalittica, questa persuasione di essere impegnato nella lotta escatologica tra Cristo e l’Anticristo, fu un dato che ebbe una grande rilevanza nell’irrigidire le posizioni e le contrapposizioni e nel rendere impossibile qualsiasi mediazione. Con l’Anticristo non si intrattiene nessun dialogo. A lui si può solo resistere con fermezza. Così il monaco e cattolico, desideroso di riforma, che nel 1517, ancora da figlio della chiesa spronava alla riforma e si appellava al Papa, divenne il Riformatore, pur non definendosi tale, che per inaugurare il processo di riforma, ne assunse personalmente la guida, per poi doverla lasciare già presto ad altri»6. Lutero fu responsabile di varie scelte anche molto incoerenti rispetto alle sue legittime istanze di ritorno al Vangelo: le violenze incoraggiate contro gli anabattisti e le prese di posizione anti-giudaiche furono certamente delle pagine terribili nell’opera del Riformatore, comprensibili nel quadro storico dell’epoca ma per nulla giustificabili neppure al suo tempo, anzitutto dal punto di vista del Vangelo di Gesù Cristo. D’altro canto la mancata distinzione, da parte di Lutero, tra la figura del papa in sé e gli abusi antievangelici commessi dai pontefici della sua epoca fu incoraggiata, a Roma come in Germania, da quanti alle proteste motivate di Lutero opposero soltanto una difesa ad oltranza dell’autorità papale, minimizzando le affermazioni luterane e considerando il suo autore un impertinente da costringere semplicemente alla loro ritrattazione7. Ma, se la lettura della Bibbia, nel cristianesimo, ha avuto un’importanza via via più notevole, occorre rendere sinceramente grazie anche a questo ostinato, appassionato e complesso figlio della Germania del XV e XVI 5. 2Ts 2 (trad. CEI 2008): «3Nessuno vi inganni in alcun modo! Prima infatti verrà l’apostasia e si rivelerà l’uomo dell’iniquità, il figlio della perdizione, 4l’avversario, colui che s’innalza sopra ogni essere chiamato e adorato come Dio, fino a insediarsi nel tempio di Dio, pretendendo di essere Dio». 6. W. Kasper, cit., Martin Lutero, pp. 32-33. 7. S. Xeres, O Roma o Cristo, cit., pp. 88-89.
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secolo. «L’anima – scriveva – può fare a meno di ogni cosa tranne che della Parola di Dio, senza la quale nulla in assoluto può venirle in aiuto (…). E Cristo non è stato mandato per un altro servizio se non per quello della Parola. E l’intero ceto ecclesiastico – apostoli, vescovi, preti – non è stato chiamato e istituito se non per il servizio della Parola»8. Lutero era dunque persona totalmente assorbita «da un’idea, anzi da un fatto: il cuore stesso del Vangelo di Cristo. La forza di una Parola che compie nell’uomo quello che dice; il dono grande e ineffabile di Dio che si piega sulla propria creatura e la assimila a sé, unendola alla sua stessa vita divina; l’assoluta gratuità di una promessa impensabile e inattesa che fa dell’umana carne il luogo non solo della presenza, ma della stabile dimora di Dio»9. Dal presente al futuro La visita a Lund di Papa Francesco ci costringe a considerare che cosa oggi unisca nell’identica fede cristiana la Chiesa cattolica e le comunità ecclesiali nate dalla protesta di Martin Lutero nel XVI secolo. Oggi la gran parte degli studiosi riconosce che non rientrasse nelle intenzioni del monaco di Wittenberg la divisione dell’unica Chiesa di Cristo. Di fatto sappiamo che le cose andarono diversamente. D’altra parte, la storia non si cambia. Occorre piuttosto che i cristiani cattolici e protestanti prendano atto delle colpe reciproche e si aiutino a leggere insieme – appunto cattolici e protestanti – il loro passato di divisione, per purificare la memoria e per contrastare positivamente insieme l’indifferentismo etico e una serie di altri atteggiamenti disumanizzanti propri del nostro tempo. Diventa allora chiara la logica del movimento ecumenico in due sue ultime tappe ufficiali e solenni, quelle del 1999 e del 2016. Cattolici e luterani sono sostanzialmente d’accordo nella tesi della “giustificazione per fede” che mette in gioco la centralità di un presupposto cristologico ugualmente condiviso. La Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione (31 ottobre 1999) ha messo in luce questa verità, dalla quale occorreva trarre la conseguenza estrema: essen8. M. Lutero, La libertà del cristiano, cit., pp. 88-90. 9. S. Xeres, O Roma o Cristo, cit., p. 107.
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do partecipi della medesima fede in Cristo, essi sono immediatamente abilitati a rendere testimonianza insieme a Cristo davanti al mondo, lasciando diventare concretamente operante nelle opere dell’amore quella medesima appartenenza a Cristo che si chiama libertà evangelica, nella quale siamo stati istituiti e liberati per il compimento di ogni opera buona. È questo il senso più vero e profondo dell’ultima Dichiarazione congiunta, quella firmata a Lund il 31 ottobre 2016 tra la Chiesa cattolica e la Federazione Luterana Mondiale. In questo quadro non possiamo non ricordare un testo di oltre un anno prima. Si tratta di un brano dell’intervento del moderatore della Tavola Valdese Eugenio Bernardini, quando accolse papa Francesco a Torino nel Tempio Valdese (22 giugno 2015 – il corsivo è mio): «Abbiamo letto nella Sua esortazione apostolica Evangelii gaudium due affermazioni sul modo di intendere e vivere l’ecumenismo che siamo lieti di poter condividere. La prima riguarda la visione dell’unità cristiana come “diversità riconciliata” che Lei propone (n. 230) e che è la stessa che l’ottava Assemblea mondiale della Federazione Luterana riunita a Curitiba (Brasile) proponeva nel 1990. Crediamo anche noi che l’unità cristiana possa e debba essere concepita proprio così: come “diversità riconciliata”, in cui occorre sottolineare sia la parola “diversità”, sia l’esigenza che sia “riconciliata”. La seconda affermazione riguarda i rapporti tra le diverse chiese cristiane. Lei scrive: “Sono tante e tanto preziose le cose che ci uniscono! E se realmente crediamo nella libera e generosa azione dello Spirito, quante cose possiamo imparare gli uni dagli altri! Non si tratta solamente di ricevere informazioni sugli altri per conoscerli meglio, ma di raccogliere quello che lo Spirito ha seminato in loro come un dono anche per noi” (n. 246). È molto bello questo pensiero di cercare nelle chiese diverse dalla nostra non i difetti e le mancanze – che indubbiamente ci sono – ma ciò che lo Spirito Santo vi ha seminato “come un dono anche per noi”.
Dialoghi in Internet Dialoghi può essere letto anche in www.riviste-ticinesi.ch ed è disponibile oltre ad altre pubblicazioni di orientamento cristiano e/o umanitario
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Scenari possibili dopo la separazione tra il GdP e il «Corriere del Ticino» Matto da legare sarebbe ritenuto, oggi, chi si proponesse di fare utili pubblicando un quotidiano. Ma non è stato sempre così. Negli anni Settanta e Ottanta del Novecento lo sviluppo economico aveva generato un aumento delle inserzioni pubblicitarie a pagamento, tale non solo da coprire i costi della pubblicazione di un quotidiano d’informazione ma anche di aumentarne la consistenza e di far crescere gli effettivi redazionali. In Ticino, al «Giornale del Popolo» diretto da don Alfredo Leber spetta il merito di averci creduto per primo, lanciando il quotidiano cattolico nella sfida per il primato della tiratura, un obiettivo che parve realizzato alla fine degli anni Sessanta. Eventi successivi – documentati nel mio studio sul giornalismo ticinese1 – cambiarono tuttavia l’andamento delle cose: la progressione folgorante del «Corriere del Ticino», quotidiano di riferimento per l’area economica più forte del cantone, ma poi anche, in casa GdP, un ampliamento incontrollato delle forze redazionali, la lunga crisi per la successione di mons. Leber, e infine, all’inizio degli anni Novanta, l’avvento di un nuovo quotidiano – «laRegione» (nata dalla fusione de «Il Dovere» e dell’«Eco di Locarno» – che determinò la retrocessione dal secondo al terzo posto del GdP nella ripartizione dei proventi della pubblicità gestiti insieme all’insegna TreTop Ticino. Tutto ciò ebbe importanti ripercussioni sui conti del giornale cattolico, che in una quindicina d’anni, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio del nuovo secolo, registrarono disavanzi di cui la Diocesi – proprietaria del giornale – si fece carico, con un esborso medio di un milione all’anno2. La situazione sarebbe giunta al punto di rottura nei primi anni Duemila se non fosse intervenuta la Fondazione per il «Corriere del Ticino», la quale mise in campo sei milioni in cambio della cessione di una parte (50% meno un’azione) della «Nuova società editrice “Giornale del
Popolo”». La situazione era destinata a peggiorare ancora dal 2012 per l’avvento di un nuovo quotidiano gratuito – «20Minuti» – che sottraeva milioni di pubblicità a «TreTop Ticino», la società lanciata da Publicitas negli anni Novanta per gestire l’offerta pubblicitaria dei tre quotidiani ticinesi. E già si profilava il drammatico calo delle inserzioni sui quotidiani cartacei per
Fondazione, Matilde Bonetti-Soldati. Criticati, in particolare, erano i conti tenuti dal «Corriere». Per il gruppo editoriale ora presieduto dall’avv. Fabio Soldati era invece l’evidenza delle cifre a richiedere un intervento urgente e definitivo. Il deficit calcolato per il «Giornale del Popolo» sarebbe stato di 1,4 milioni nel 2017 e di 1,8 milioni nel 2018.
di Enrico Morresi
Il calo della pubblicità sui giornali
l’avvento della comunicazione in rete e dei social media. Fu a questo punto che il partner «Corriere del Ticino» decise di chiedere al «Giornale del Popolo» una cura dimagrante, compresa una riduzione dei posti di lavoro3. In cambio si concedeva al quotidiano cattolico di riprendere gratis la cronaca e lo sport del CdT. Un accordo fu firmato, ma per l’opposizione della redazione del giornale cattolico la prevista riduzione del personale non divenne mai operativa. Altri motivi concorsero a far slittare la soluzione del problema, tra cui il cambio alla direzione del giornale e, soprattutto, l’avvicinarsi della fine dell’episcopato di mons. Pier Giacomo Grampa, ardente sostenitore dell’intesa tra i due giornali, e l’avvento di un nuovo capo della Diocesi, mons. Valerio Lazzeri.
Se i rapporti tra i due partner sono controversi, comune (e non potrebbe essere diversamente!) è l’analisi del calo drammatico della pubblicità sui giornali. In Svizzera, nel 2016, si sono spesi 5,5 miliardi per la pubblicità contro 4,3 nel 2015: dunque un aumento consistente. Ma solo 1,2 miliardi sono andati alla stampa scritta, 2 mia. ai mezzi elettronici (tv, radio, cinema, online), 2,2 ad altri supporti. Ai giornali in senso stretto (quotidiani, settimanali, domenicali) la quota parte si è ridotta da 1,337 miliardi a 783 milioni. Diversamente da una voce pubblica artificiosamente propalata in previsione della votazione federale del prossimo marzo, non è la televisione ad avere approfittato della crisi dei giornali (745 milioni dalla pubblicità nel 2011, 775 nel 2016), quanto invece i siti online – soprattutto Facebook e Twitter, che con l’impiego di raffinati algoritmi circa le preferenze di lettura promettono agli inserzionisti una pubblicità più «mirata». Nella Svizzera italiana, tra il 2015 e il 2016, le entrate pubblicitarie della stampa scritta sono calate da 34 a 29 milioni4.
1. E. Morresi, Giornalismo nella Svizzera italiana 1950-2000, voll. 1 e 2, Dadò Locarno 2014/2017. 2. E. Morresi, Giornalismo… (cit.), II vol. pp. 35-36, 109-112, specialmente la nota 333.
3. Alessandra Zumthor ha negato nell’intervista di essere stata a conoscenza di questa riduzione di effettivi («Non mi sarei mossa dalla TSI», ci ha dichiarato). Intervista del 17 novembre 2017.
Diffidenza tra i partner Agli osservatori esterni pareva in verità che il GdP avesse «incastrato» il suo partner (il termine è brutto ma efficace), perché solo sommando i lettori dei due giornali il «Corriere del Ticino» si assicurava un consistente vantaggio sul mercato pubblicitario nei confronti de «laRegione», calcolato sul cosiddetto «lettorato». Di fatto, fra i partner si instaurò un clima di diffidenza. Al «Giornale del Popolo» si interpretava l’irrigidimento del «Corriere» come effetto dell’uscita di scena, per ragioni di età, della generosa fautrice del «salvataggio» di dieci anni prima: l’ex-presidente della
Difficoltà ammesse – difficoltà negate Era dunque questo il momento di separarsi dal «Corriere del Ticino»? Accanto al comunicato comune pubblicato il 18 luglio, il «Giornale del Popolo» dava la parola alla direttrice del quotidiano, Alessandra Zumthor, che definiva la separazione: «la riconquista della piena autonomia». La decisione, precisava, è stata presa «dall’editore, 4. Fondazione Statistica Svizzera della Pubblicità, Werbeaufwand Schweiz 2016.
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mons. Lazzeri, e condivisa con tutti i collaboratori del “Giornale del Popolo”, redattori, tecnici, responsabili di abbonamenti e marketing», perché «la visione che ci veniva proposta dalla controparte era un quotidiano in cui non ci saremmo più riconosciuti, accompagnata da una pesante riduzione dei posti di lavoro». «È l’unico modo – si concludeva l’articolo – per far sì che il GdP rimanga il quotidiano che conoscete e apprezzate»5. La stessa direttrice dichiarava in un’intervista: «L’avvocato Soldati ha spiegato chiaramente che da 28 posti di lavoro oggi effettivi al GdP il progetto prevedeva di ridurli a nove6». Fino alla chiusura di questo articolo, il «Giornale del Popolo» non è più tornato in argomento. Abbiamo dunque 5. «Giornale del Popolo» 18 luglio 2017. 6. Le pari solitaire du quotidien catholique, in «Edito», organo delle associazioni nazionali dei giornalisti, 04/2017.
proposto un incontro alla direttrice, Alessandra Zumthor. La prima nostra domanda era la seguente: «Avete lanciato la nuova campagna abbonamenti per il 2018. I vostri prezzi sono uguali a quelli proposti l’anno scorso: questo significa che il GdP si impegna a uscire con i contenuti attuali per tutto il 2018?». La risposta della direttrice è stata un «sì» deciso, sottolineando fra l’altro come il GdP sia l’unico dei tre quotidiani a non avere aumentato nel 2018 l’abbonamento per le persone in AVS. Anche per lo sport del lunedì, che attualmente vive in maniera importante del riporto dalla pagina del «Corriere del Ticino», è allo studio una soluzione alternativa. La promessa è basata sulla critica alle cifre prodotte dall’ex partener, di cui abbiamo detto. «Fornendo il GdP al gruppo del “Corriere” una percentuale non irrilevante del lettorato – dice Alessandra Zumthor – com’è possibile che al GdP venisse assegnata una misera quota di proventi pubblicitari, pari a meno del-
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la metà del nostro apporto al totale del lettorato?». Publicitas, nuovo partner pubblicitario, prospetta tre anni di gestione positivi. «Certamente – precisa la direttrice – per chiudere in pareggio il bilancio potranno ancora essere necessari alcuni contributi esterni, del tipo di quelli ricevuti al tempo in cui era amministratore Umberto Giovine»7. Formalmente smentita, invece, l’ipotesi che sia un’importante donazione ricevuta dal Vescovo a garantire la continuità del giornale. Questa la situazione, attinta alle fonti disponibili e puntualmente riferita. Su cui la discussione è aperta.
7. Nel recente passato «Dialoghi» ha informato con regolarità sulle difficoltà del «Giornale del Popolo». Cfr. «Facciamo un quotidiano cattolico con sempre meno, meno, meno…», n. 225, febbraio 2013, p. 18; Diocesi: i conti in casa, «Dialoghi» n. 229, dicembre 2013, p. 16; Nuovo GdP da dieci anni, n. 232, giugno 2014.
«le Courrier»: una soluzione alternativa? «le Courrier» è un giornale che si pubblica a Ginevra dal 1868. Espressione dei cattolici romandi fin dalla fondazione, reagì a una progressiva diminuzione della tiratura rinunciando, nel 1996, per non subire controlli nella linea editoriale, al contributo di 250.000 franchi che gli assegnava la Chiesa e successivamente alle condizioni di favore alle quali lo stampava la tipografia St. Paul di Friburgo, gestita pure da una congregazione religiosa. Da allora è sostenuto da un’associazione (la «Nouvelle Association du Courrier»), di cui fanno parte undici enti di vario peso e importanza, tra cui Caritas e 14 comunità di base, di ispirazione che si potrebbe definire cristianosociale, comprendente anche i lavoratori dell’azienda. Il giornale esce attualmente in forma cartacea cinque volte la settimana, dal lunedì al venerdì (12 pagine in media per numero) e il sabato con una edizione weekend di 24 pagine. L’offerta cartacea è integrata da un sito online attivo otto giorni la settimana. Le tariffe degli abbonamenti variano secondo la scelta del fruitore: chi si accontenta della lettura online paga solo fr. 172.00 annui, chi sceglie solo il giornale cartaceo, oppure solo il numero del sabato, tariffe intermedie. Chi vuole fruire di tutti i prodotti paga fr. 522.00. Gli abbonati «digitali» sono in crescita, quelli «cartacei» in leggera flessione. L’ultimo bilancio – quello del 2016 – per la seconda volta nella storia del quotidiano si è chiuso con un leggero attivo, grazie tuttavia all’apporto delle donazioni: più del dieci per cento del totale delle uscite (3,8 milioni). Degno di nota (perché non abituale da parte degli editori svizzeri) è il fatto che il giornale rende noti i propri conti, l’ultima volta li ha pubblicati il 23 giugno 2017. «Le Courrier» possiede tutte le rubriche salvo lo sport. Alla sede ginevrina del giornale sono attivi 21 giornalisti (per un totale di 15 posti di lavoro a tempo pieno), 9 addetti all’amministrazione (6 t.p.) e 6 tecnici (4 t.p.). Il giornale
è diretto da Laura Drompt e da Gustavo Kuhn e costa (cifra di bilancio 2016) 3,7 milioni all’anno. «le Courrier» ha scelto una linea chiaramente di centro-sinistra e ciò lo distingue nel contesto della stampa romanda. Non è tanto la sua forza (diecimila copie giornaliere sono poche per una grande regione come la Romandia – due milioni di abitanti) ma è la sua qualità a contare, di mezzo «alternativo», non settario ma chiaramente orientato a sinistra. E poiché gli articoli sono ben fatti, il «Courrier» risulta un giornale molto citato nelle rassegne stampa. È plausibile un confronto con la situazione del «Giornale del Popolo», anche solo dal profilo editoriale? Sì e no. In primo luogo va tenuta presente, a vantaggio del «Courrier», la maggiore ampiezza del settore operativo (l’intera Svizzera romanda). Illusioni circa il settore online non sono possibili: il pubblico non è abituato a pagare per leggere le notizie sul sito e la pubblicità sull’online non rende quanto si sperava. Al «Giornale del Popolo» si è ancora nell’incertezza per quanto potrebbe rendere la pubblicità perché, a causa della raccolta effettuata finora in comune con il «Corriere del Ticino» (CdT-Plus), le due testate figuravano come una sola. Al «Courrier» basta tuttavia un quantum di pubblicità che copre solo un quinto delle entrate: basterebbe anche al «Giornale del Popolo»? Sì se i lettori fossero disposti a compensare quel che manca pagando un prezzo di abbonamento più alto, e se le donazioni saranno numerose. Alla base del «Courrier» vi è una condivisione di obiettivi da parte non solo dei lettori ma anche delle associazioni contraenti (l’8% delle entrate del giornale proviene dalle donazioni: non è poco!). Il «Giornale del Popolo» potrebbe contare sulla solidarietà dei cattolici: ma è una ipotesi tutta da verificare.
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notizie belle e buone
Notizie belle e buone Volontari per Haiti. Tre collaboratori ticinesi si sono messi a disposizione per il progetto missionario in aiuto alla formazione scolastica nella diocesi di Anse a VeauMiragoane di Haiti e hanno ricevuto da mons. Lazzeri un mandato missionario in occasione di una Veglia diocesana svoltasi a Sorengo il 29 settembre. Premio Caritas 2017. Due militanti della società civile colombiana sono stati quest’anno i premiati di Caritas svizzera: l’avvocato Luz Estella Romero che dirige una ONG femminista a Baranquilla a favore dei diritti delle donne e l’avvocato Ricardo Esquivia, fondatore di una ONG che difende le comunità afro-colombiane particolarmente danneggiate dalla guerriglia. Riconoscimento simbolico. A Paul Grüninger (18911972), già comandante della polizia di San Gallo, è stata dedicata una strada in una citta di Israele per aver favorito centinaia di ebrei a fuggire dalla Germania e dall’Austria in Svizzera durante la seconda guerra mondiale, ignorando le disposizioni restrittive del Consiglio federale. Allora fu licenziato e solo tardivamente riabilitato. Celebrazione ecumenica. La Federazione delle Chiese protestanti della Svizzera ha celebrato il 18 giugno a Berna i 500 anni della Riforma, presenti i rappresentanti delle 26 Chiese e gli invitati delle altre confessioni e delle autorità civili, in totale 700 persone. I protestanti svizzeri hanno pure chiesto perdono per le violenze che purtroppo hanno segnato il loro passato, in particolare l’annegamento degli anabattisti nella Limmat, il collocamento forzato dei fanciulli e la discriminazione delle donne. Per i poveri. Il Vescovo di Sion, mons. Lovey, ha inaugurato un Servizio diocesano di diaconia, conferendo un mandato a sei membri di Chiesa che si sono impegnati a servizio dei poveri in forza del loro battesimo. Un esempio di impegno laicale che… si trova già in At 6, 5. No alla pena di morte. L’11 ottobre Papa Bergoglio, in un discorso ai partecipati a un incontro promosso dal Consiglio per la nuova evangelizzazione, ha auspicato una revisione del «Catechismo della Chiesa cattolica» circa la pena di morte, in quanto «lede pesantemente la dignità umana» ed è «in sé stessa contraria al Vangelo». Una revisione del catechismo deve fare emergere «non solo il progresso nella dottrina ad opera degli ultimi pontefici, ma anche la mutata consapevolezza del popolo cristiano». Viene così ripresa dal Papa una richiesta che Alberto Bondolfi aveva presentato a Roma, a nome della Commissione svizzera Giustizia e Pace, una ventina di anni fa (cfr. «Dialoghi» n. 247). Impegno comune. Il grande imam di Al-Azhar (la massima autorità religiosa del mondo islamico sunnita) si è incontrato con papa Francesco in occasione della conferenza internazionale «Oriente e Occidente: dialoghi di civiltà» promossa dalla Comunità di Sant’Egidio. L’imam ha così riferito: «Vogliamo vedere come lavorare insieme per ridurre i patimenti dei poveri, di tutti i sofferenti nel mondo. E devo dire che sono ottimista». Pranzo in Cattedrale. In occasione della visita a Bologna, domenica 8 ottobre, papa Francesco ha fatto organizzare
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nella basilica di San Petronio (la sesta più grande d’Europa) un pranzo conviviale per 1400 persone: poveri, extracomunitari, rifugiati politici, della categoria degli ultimi e dello «scarto». Non è mancato chi ha gridato al sacrilegio, dimenticando che… la prima messa Gesù la celebrò durante un banchetto e «comunione» significa «unione assieme» e vuole significare: dividere cibo e spazio con tutti. …anche a Roma. In occasione della prima Giornata mondiale dei poveri, il 19 novembre, dopo aver celebrato la Messa in Piazza San Pietro, Papa Francesco si è unito a 1500 poveri a pranzo nella Sala Paolo VI. La sera precedente, nella basilica romana di San Lorenzo, si era svolta una vigilia di preghiera in ricordo del santo diacono che aveva affrontato il martirio dopo aver detto al persecutore che gli unici tesori della Chiesa sono i poveri. Nomine sorprendenti. Papa Francesco ha nominato il 13 giugno i nuovi membri della Accademia per la vita, rinnovando l’incarico solo a 30 dei precedenti 50 membri. Tra i nuovi eletti, due rabbini esperti in bioetica, un ortodosso dottorando in etica cristiana, un professore tunisino specialista nel pensiero islamico riformato e parecchi medici e bioetici, tra cui un professore anglicano e vari non credenti. Ovvie le critiche di coloro che non sono stati confermati o non sono stati scelti. Divorziate in Vaticano. Il 26 giugno papa Francesco ha incontrato un gruppo di donne spagnole, madri di famiglia e divorziate, in un’udienza durata un’ora e mezza durante la quale ha auspicato che la loro esperienza possa aiutare le persone separate. Le ha esortate a educare con amore i figli e a pregare per i loro ex mariti. Vescovo presente. Monsignor Giovanni D’Ercole, vescovo di Ascoli Piceno, ha partecipato lo scorso marzo a un incontro a Roma di «Vocatio», l’associazione dei preti sposati italiani, dicendo nell’omelia: «È l’ora dell’ascolto fraterno, senza preconcetti né forzature». La partecipazione del vescovo era stata autorizzata da papa Francesco, il quale aveva recentemente incontrato diversi preti sposati, e sembra disponibile a considerare la possibilità di conferire il presbiterato ai cosiddetti viri probati (uomini maturi con famiglia). Presenza femminile. Lo scorso maggio, il Consiglio nazionale della Chiesa protestante unita di Francia ha eletto alla presidenza la pastora Emmanuelle Seyboldt di Besançon, 46 anni, madre di quattro figli, divorziata e risposata con un pastore evangelico tedesco. È la prima donna a presiedere l’unione delle Chiese riformate e luterane di Francia, costituita nel 2013. Dal 1882 al 1988 la pastora Teresa Küpffel aveva già presieduto la Chiesa riformata di Alsazia e Lorena. Ecumenismo finanziario. La Chiesa cattolica della Namibia ha fatto un prestito di 700.000 dollari locali (circa 50.000 franchi svizzeri) al Consiglio delle Chiese del Paese, per salvarlo dal fallimento e permettergli di continuare i programmi educativi e umanitari, pagando i conti che aveva in arretrato per l’elettricità, l’acqua… Rimarrebbe da pagare la bolletta del telefono. No ai fossili. I gesuiti di Australia, in applicazione alla enciclica Laudato si’ per la tutela della casa comune, hanno deciso di ritirare i loro investimenti finanziari dalle industrie che utilizzano combustibile fossile.
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cronaca svizzera
CRONACA SVIZZERA a cura di Alberto Lepori
Dalla cattedrale alla Chiesa. Popolo in festa per la riapertura della cattedrale di Lugano, restaurata e rinnovata con grande impegno e molti soldi. Sul colle sono arrivati anche il Presidente del Governo e il Sindaco di Lugano, e poi molti altri illustri o meno. Ma attenti alle maiuscole: la cattedrale di sasso è riaperta, la Chiesa delle «pietre vive» è sempre da rinnovare e costruire, cioè semper reformanda. Non ha mancato di ricordarlo il Vescovo, nell’editoriale del «Giornale del Popolo» dell’11 ottobre: «Alla fine però, come per incanto, tutto si unifica e converge sull’essenziale: la cattedrale è la casa del Popolo di Dio, il luogo dove si celebra l’unità della Chiesa locale, raccolta attorno al suo vescovo». E conclude: «Anche la stessa collocazione della nostra cattedrale ha una sua eloquenza. (…) Da secoli ci parla un altro punto di vista possibile (…) Mi auguro davvero che la sua riapertura ci aiuti a realizzare con nuovo vigore il messaggio religioso per chi crede, di civiltà per tutti». E don Aldo Aliverti, parroco di Lugano, sul GdP della vigilia della inaugurazione (14 ottobre), sotto il titolo «Ora l’edificio spirituale», auspica: «Viviamo con gioia la solenne inaugurazione ma soprattutto facciamo in modo che questo bel monumento non sia semplicemente un museo da visitare (…) ma il luogo in cui la comunità, radunata attorno alla Parola e all’Eucarestia, celebri la propria appartenenza a Dio. Non conta infatti sedere in prima fila nelle celebrazioni previste, ma impegnarsi concretamente per rendere presente quello spirito di unità e di collaborazione nelle persone, assetate ed affamate di ascolto e di amore». Quindi una cattedrale rinnovata, per una Chiesa semper reformanda: le maiuscole servono a indicare le cose importanti. E saranno necessari altri sette anni di lavoro… Diaconi permanenti. Il Vescovo Lazzeri, sabato 28 ottobre, ha conferito l’ordine del diaconato a quattro seminaristi. Informa il GdP che «si tratta di una tappa verso il sacerdozio, il grado più alto dell’Ordine sacro». A parte il vocabolario smaccatamente preconciliare (sacerdote per presbitero, ordine sacro per ministero), si aggiunge: «Esiste però anche il diaconato permanente, conferito a uomini di età
Verso una soluzione? Con una conferenza stampa il 22 novembre, le autorità politiche e religiose interessate (il consigliere di Stato Bertoli, il vescovo Lazzeri e una rappresentante della comunità protestante) hanno annunciato l’accordo tra le parti per l’insegnamento del fatto religioso nella scuola media ticinese, consistente nella rinuncia, da parte della Chiesa cattolica ed evangelica, all’ora settimanale di insegnamento nella quarta media, sostituita da due ore mensili di «storia della religione» a cura degli insegnanti cantonali. L’«accordo» ha raccolto nell’immediato un coro di consensi giornalistici. È da apprezzare la proposta di dare una soluzione concordata a conclusione di un dibattito ormai pluriennale ed è da augurarsi che possa condurre a un risultato utile per gli allievi. matura, anche sposati, così a giovani idonei, per i quali deve rimanere in vigore la legge del celibato (LG 29)». Chi consulta l’Annuario della Diocesi di Lugano trova, a pag. 91, i «diaconi permanenti», dimenticati (o estromessi) dal «clero residente in diocesi» (pagg. 94-139). E sono veramente permanenti! Il veterano è stato ordinato nel 1992, i più giovani (si fa per dire) nel 2006. Sono trascorsi cinquant’anni e rotti dalla possibilità ristabilita dal Vaticano II: ma la Chiesa è eterna e per il cardinale Martini è in ritardo almeno di duecento anni… Buoni affari. A Giubiasco, domenica 29 ottobre, le Botteghe del Mondo hanno festeggiato i 40 anni di Claro fair trade, la maggiore organizzazione svizzera d’importazione del commercio equo. Dal 1977 la società con sede a Orpund, presso Bienne, promuove relazioni commerciali più eque con il Sud del Mondo. Nella Svizzera italiana la collaborazione si è attuata sin dall’inizio con le Botteghe del Mondo. Si può dunque migliorare il mondo anche usando il portafoglio, cioè facendo acquisti ragionati. Molti auguri e… molti acquisti. Aiuto alle famiglie. Su proposta del Dipartimento della sanità e della socialità, il Consiglio di Stato ha ap-
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provato la modifica del Regolamento della Legge per le famiglie, volta a rafforzare il sostegno dell’autonomia delle famiglie che affidano a terzi la custodia dei propri figli per svolgere un’attività professionale o di formazione. Questa nuova misura di politica familiare si inserisce nella riforma del sistema attraverso due distinti provvedimenti: un aiuto soggettivo alle famiglie che fanno capo a queste strutture e servizi, per contenere l’onere finanziario (la retta) a loro carico; un contributo supplementare alle strutture e ai servizi che favoriscono lo sviluppo della presa a carico, impiegando profili adeguatamente formati. Potranno ricevere l’aiuto finanziario soggettivo, corrispondente ad un massimo del 20% della retta, le famiglie che già beneficiano delle riduzioni dei premi nell’assicurazione obbligatoria delle cure medico-sanitarie secondo la legge di applicazione della legge federale sull’assicurazione malattie. Il miglioramento delle condizioni-quadro delle strutture e servizi di accoglienza dell’infanzia favorirà l’assunzione di personale con requisiti formativi adeguati. Le modalità operative per l’attuazione delle modifiche sono state condivise con i rappresentanti dei nidi d’infanzia, delle famiglie diurne e dei centri extra-scolastici: provvedimenti resi possibili grazie al «pacchetto di misure per il riequilibrio delle finanze cantonali», con conseguente inserimento di un credito di 2,8 mio nel preventivo 2017. Notizia dimenticata. Il Premio Nobel 2017 per la chimica è stato assegnato a Jacques Dubochet, professore all’Università di Losanna. Solo poche righe nei quotidiani ticinesi e pagine per il pluri-vincitore Federer e per il ritorno di Lara Gut sulla neve. «le Courrier» (27 ottobre) ha dedicato al professore un’intervista di una pagina, che conosce come un uomo impegnato in campo politico e sociale. Una sua persuasione: «Penso che l’eguaglianza uomo-donna sia la più grande rivoluzione dell’umanità». «Dialoghi» ripara. Responsabilità mondiale. Il Consiglio federale respinge senza controprogetto l’iniziativa per multinazionali responsabili ponendo gli interessi economici al di sopra della protezione dei diritti umani e della natura. Non ritenendo indispensabile propugnare una norma vincolante, si affida… alla bontà degli imprenditori, mentre è purtroppo provato che
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senza regolamentazioni vincolanti le imprese commerciali non ridurranno spontaneamente la loro produttività se devono rispettare i diritti umani nei Paesi dei Sud. Per alcune di loro l’importante è poter acquistare fave di cacao al prezzo più basso: che a tale scopo dei bambini vengano reclusi e costretti a lavorare nelle piantagioni senza alcun diritto ad una formazione è secondario. Anche le norme di sicurezza sono sistematicamente violate. Alcuni Stati europei hanno introdotto regole vincolanti, come la Francia nella primavera del 2017 o l’Inghilterra nel 2015. Certo, con queste norme, le attività economiche divengono più complesse, i margini di guadagno possono ridursi, i beni di consumo rincarare. Ma sono conseguenze che dobbiamo accettare e che moltissimi consumatori già assumono, scegliendo i prodotti del commercio equo-solidale. L’introduzione di un obbligo vincolante di dovuta diligenza crea condizioni uguali per tutte le imprese multinazionali (si regola così il libero mercato!) impedisce che la Svizzera sia denunciata come un «paradiso» per multinazionali che consentono tale pratiche criminali! Critiche alla Svizzera. Il delegato del Consiglio d’Europa (Strasburgo) per i diritti umani, Nils Muiznieks, sulla base di una visita fatta lo scorso maggio, chiede alla Svizzera una migliore protezione per migranti e richiedenti asilo, in particolare per le persone a cui non è riconosciuto lo status di rifugiato ma che con ogni probabilità finiranno per restare in Svizzera molto a luogo, non potendo essere rinviati nel loro Paese: una situazione precaria che ostacola la loro integrazione. Ad essi non si devono limitare i diritti, in particolare per quanto riguarda l’assistenza sociale, la mobilità e la riunificazione familiare. Il commissario chiede alle autorità elvetiche di porre fine alla detenzione amministrativa dei minori tra i 15 e 18 anni, praticata in alcuni cantoni, o di trattenere minori, con o senza famiglia, nelle zone di transito degli aeroporti internazionali. Congedo paternità. Il Consiglio federale chiede di respingere l’iniziativa popolare «Per un congedo paternità ragionevole – a favore di tutta la famiglia» e non prevede di proporre un controprogetto. L’argomento dei costi è solo un pretesto in quanto l’iniziativa per un congedo paternità di 20 giorni lavorativi costerebbe circa 385 milioni di franchi all’anno: lo
cronaca svizzera
0.06% del salario di ogni lavoratore. La riforma dell’Esercito, come pure la diminuzione dei giorni di servizio militare, libereranno mezzi finanziari destinati all’indennità per la perdita di guadagno (IPG). L’iniziativa propone di usarli per il congedo paternità e investire nelle giovani famiglie e per il futuro della Svizzera. Ancorare alla legge il tempo per i padri, in caso di nascita di un figlio, è una condizione fondamentale affinché anche i maschi oggi possano assumersi le proprie responsabilità. Numerose imprese hanno riconosciuto un congedo paternità, in generale grandi aziende che se lo possono permettere. Trattandosi di una iniziativa costituzionale, l’ultima decisione spetterà, tra qualche anno, al popolo. Il popolo di Internet. Il 90% della popolazione utilizza regolarmente il web e solo 360.000 abitanti (il 5%) sono considerati dei non- utilizzatori. Il sondaggio rappresentativo è stato realizzato nei mesi di maggio e giugno di quest’anno da un istituto che ha intervistato 1.120 persone sopra i 14 anni. In Svizzera gli utenti di Internet passano in media 25 ore e mezza alla settimana online. La cifra è raddoppiata rispetto al 2011. In base a uno studio all’Università di Zurigo, il raddoppio del consumo è legato al fatto che il web si sta sostituendo ai media tradizionali come principale fonte d’informazione e ha superato la televisione anche per quanto riguarda l’intrattenimento. Ma le emittenti pubbliche della SSR, le autorità e i giornali a pagamento sono considerati fonti credibili, mentre cresce lo scetticismo sulle informazioni che circolano sul web. Se nel 2013 il 75% dei partecipanti al sondaggio considerava credibili questi contenuti, cinque anni dopo si è scesi al 58%. Le persone con un basso livello di formazione sono quelle che passano più tempo su Internet e sono pure quelle che esprimono meno riserve sul rischio di subire violazioni della sfera privata: quattro persone su dieci (39%) temono di essere spiate dal Governo. Dallo studio emerge che la diffidenza nei confronti di Internet aumenta con l’avanzare dell’età. Matrimoni forzati. Il Consiglio federale spenderà 800.000 franchi per la lotta contro i matrimoni forzati nei prossimi quattro anni. Un matrimonio viene considerato forzato se concluso contro la volontà di un coniuge o se uno di loro è minorenne: da luglio 2013 sono esplicitamente punibili in
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Svizzera (fino a cinque anni di reclusione) e vengono annullati d’ufficio. Dal 2015 a fine d’agosto 2017 erano stati segnalati 905 casi, ma è verosimile che non tutti siano stati resi noti. La stragrande maggioranza delle vittime (83%) sono donne o ragazze e quasi un terzo (28,4%) sono minorenni. Paesi di origine più frequenti sono Kosovo, Sri Lanka, Turchia, Albania, e Macedonia e sono in aumento i casi che riguardano afghani e siriani; parecchi concernono cittadini svizzeri. Il Programma nazionale di lotta ai matrimoni forzati, avviato nel 2013 con un budget di due milioni di franchi, ha finanziato finora 18 progetti, destinati in particolare a promuovere l’informazione, la sensibilizzazione e la formazione. Il Governo intende finanziare un Centro di competenza nazionale destinato a seguire i casi più difficili. Aprite un poco gli occhi… È formalmente riuscita l’iniziativa popolare a livello svizzero «Sì al divieto di dissimulare il proprio viso», perché ha raccolto 105.553 valide. Questa disposizione, come quella adottata di proibire la costruzione dei minareti, ha ben poco influsso pratico nel combattere «il pericolo islamico»: infatti, come non è prevista la costruzione di nuovi minareti – ma sono mantenuti quelli già esistenti – solo poche turiste sono state scoperte… troppo coperte! Di fatto risultano discriminate le centinaia di migliaia di musulmani (tra essi migliaia di svizzeri), che qui vivono «tranquillamente» e se ne ostacola l’integrazione. Il cosiddetto «divieto antiburka» è stato costituzionalizzato (!) dalla maggioranza dei votanti ticinesi al 65, 4% (22 settembre 2013) ed è in vigore dal luglio 2015, mentre la Landsgemeinde del Cantone Glarona lo scorso 7 maggio ha bocciato un analogo progetto. Svizzeri strapagati. Il valore medio dei compensi ricevuti dai dirigenti delle sette società elvetiche comprese fra le cento più grandi europee è stato di 11,8 milioni di franchi. Dietro gli svizzeri figurano gli inglesi (7,4 milioni di euro), gli spagnoli (5,6) e i tedeschi (5,1). Il compenso medio diretto (stipendio fisso e gratifiche, senza però contributi previdenziali e le prestazioni accessorie) di tutti i boss delle 80 più grandi aziende europee si è attestato a 5,4 milioni. Rispetto all’anno precedente vi è stato un calo del 6%, dovuto a un taglio dei bonus. Nessuno ha ritenuto per questo necessario annunciarsi all’aiuto sociale…
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BIBLIOTECA Quanta storia (e storie) nei giornali ticinesi Enrico Morresi, giornalista di lungo corso, iniziò da apprendista nel «Corriere del Ticino», dallo sport alla religione, alla politica, poi (alla televisione) documentarista, e sindacalista e dirigente delle associazioni giornalistiche e infine «promotore» e master in etica giornalistica… e tante altre cose, con un debole per la musica e la liturgia. Per una decina d’anni ha ricostruito le vicende del giornalismo ticinese, limitandosi al periodo 19502000 che lui stesso ha percorso da protagonista. Il primo periodo trentennale (1950-1980) gli ha permesso di raccogliere un volume di 239 pagine. Con un secondo volume di 303 pagine, si conclude la «faticosa» ricostruzione di un periodo che ha visto un completo cambiamento dei mezzi di comunicazione e rilevanti e irreversibili cambiamenti nella società ticinese. Ma anche i giornalisti sono profondamente cambiati, nella loro preparazione, negli obiettivi che si danno o devono subire: all’inizio apologeti e propagandisti politici, poi «servitori dell’informazione», oggi frettolosi comunicatori, sempre più condizionati dalla caccia ai lettori e dalla proprietà. Godono maggiore libertà gli operatori della radiotelevisione pubblica, più o meno condizionati però dagli umori del pubblico e dalle «pretese» o critiche dei politici. Cosa intenda Morresi per giornalismo, lo dice esplicitamente a pagina 21 dell’introduzione: «produttore e apportatore di un bene essenziale: la conoscenza, più in particolare la conoscenza del mondo sociale». E continua: «La filosofia politica e il diritto concordano nel riconoscere ai mass media i connotati di una istituzione che mantiene attiva la “sfera pubblica» – il luogo della società in cui tutti i cittadini cercano l’intesa attraverso il dialogo e il confronto – e in cui perciò, secondo la stringente definizione di Jürgen Habermas, essi “devono ritenersi mandatari di un pubblico illuminato, la cui capacità di apprendimento e di critica essi, nello stesso tempo, pretendono e rafforzano». Se Morresi avesse limitato la sua ricostruzione a questa alta definizione del giornalismo avrebbe potuto percorrere il mezzo se-
colo 1950-2000 con poche pagine e non avrebbe potuto ricostruire, talvolta con minuzia, esplorando migliaia di giornali e centinaia di archivi privati, la «storia del giornalismo» nella Svizzera itasliana. Il «filo rosso» della ricostruzione coincide con l’impegno dell’autore per la libertà del giornalista e della stampa, frutto della tenace ricerca (sua e di altri) della «professionalità» del giornalista: solo questa permette di realizzare (o almeno di avvicinarsi) all’ideale definizione di Habermas. E tutti gli altri (tra cui mi metto anch’io) che hanno riempito migliaia di colonne dei (troppo) numerosi giornali e fogli ticinesi? Morresi, nella nota 65 a pagina 36 concede: «I tre direttori erano comunque considerati giornalisti», e si riferiva a Cherubino Darani, Piero Pellegrini e Plinio Verda. Ma anche molti altri, che non avrebbero passato l’esame di autentici «professionisti», hanno scritto e continuano a scrivere sui giornali ticinesi (e magari sono stati accolti nella relativa associazione come giornalisti professionisti). Il «giornalista» infatti può avere altre motivazioni per scrivere: indicare mete comuni, propagandare la politica o la democrazia, anche sostenere quello che ritiene il partito giusto o meno peggio: e penso che in passato molte oneste persone hanno praticato questo giornalismo, magari avendone scarse soddisfazioni e magri vantaggi. Così il Ticino è stato terra feconda di giornali e di giornalisti, e Morresi ne ha ricostruito le vicende e seguite le trasformazioni: dall’immediato dopoguerra, con sei quotidiani (in ordine alfabetico: «Corriere del Ticino», «Il Dovere», «Gazzetta Ticinese», «Giornale del Popolo», «Libera Stampa», «Popolo e Libertà»), vicende e cambiamenti «epocali» ne hanno determinato la crescita, il declino e persino la scomparsa. C’è stato il cambiamento di interesse dei lettori (dalla politica internazionale e cantonale all’informazione generica e persino locale: i numeri vincenti di una lotteria di paese!), il boom della pubblicità (da quella locale – appartamenti sfitti – ai grandi complessi nazionali), e quindi la crescita delle pagine stampate, cercando di mantenere un decente rapporto tra le pagine di testo e quelle delle inserzioni; e ancora il necessario aumento del numero di giornalisti, e poi l’influsso e la concorrenza di radio
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e televisione, la «fine di Gutenberg» con l’avvento prima delle rotative e poi del computer, e l’arrivo dei «gratuiti» e dei nuovi media che sostituiscono quelli cartacei. La professionalità dei giornalisti, al servizio della verità, ha così incontrato altri condizionamenti e persino nemici: la mancanza di tempo, l’incalzare e l’abbondanza dei messaggi, le pressioni economiche, le aspettative e persino le preferenze e imposizioni della proprietà. Ma veniamo ai fatti. A pagina 41 del primo volume troviamo una statistica dei giornali ticinesi dal 1950 al 1970: il «Corriere del Ticino» passa da 9.484 copie nel 1952 a 17.800 copie nel 1970; segue il «Giornale del Popolo», da 10.160 a 17.719 nello stesso periodo; «Il Dovere» annuncia 9.364 copie nel 1952 e 12.851 nel 1970; «Popolo e Libertà» con 5.880 nel 1953 e 7.143 nel 1970, e ancora «Libera Stampa» con 3.177 copie nel 1953 che pure aumentano nel 1972 a 5.883, e infine «Gazzetta Ticinese» con 1359 copie nel 1953 che chiuderà nel 1990 come quotidiano. Nel secondo volume, a pagina 11, abbiamo una tabella con «la tiratura» dei giornali ticinesi nel 1995: «Corriere del Ticino» 33443, «Giornale del Popolo» 23601 con il fratello minore «Giornale di Locarno» 6272 copie; scomparsi «Il Dovere» e «l’Eco di Locarno», confluiti ne «la Regione» che registra 28.043 copie. Della sorte degli altri quotidiani Morresi dà le «dolorose» vicende nella parte finale del suo secondo volume; unico fatto nuovo (purtroppo) è la presenza dirompente de «il Mattino della Domenica», apparso il 18 marzo 1990, che «domina» con 49.904 copie. Ciò basta a suscitare la curiosità del «come mai?». Sarebbe stato utile conoscere completamente cause dei successi e delle sconfitte, e Morresi le ha cercate con diligenza, purtroppo non potendo raggiungere un risultato esauriente: in contrasto con la sempre decantata libertà dell’informazione, i conti economici dei giornali ticinesi sono tenuti gelosamente segreti, e solo è stato possibile raccogliere dati parziali (come per il «Popolo e Libertà» e «Libera Stampa»), e riferire del generosissimo sostegno con cui la Diocesi ha mantenuto a galla il suo quotidiano: la Diocesi, tra il 1987 e il 2001, sopportò per il «Giornale del Popolo» oneri per 15,3 milioni (di franchi) – mediamente, più di un milione l’anno (vol. II, pag. 111). Nella sua ampia ricerca sul «giornalismo», Morresi presenta anche lo sviluppo dell’informazione che
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garantiscono in Ticino radio e televisione, mentre nell’ultimo capitolo dà interessanti informazioni su vicende relative a pubblicazioni, spesso utopiche, lanciate con coraggio ma dal fiato corto. Per tutte, l’avventura di Silvano Toppi, rimosso dalla direzione del giornale diocesano da mons. Corecco e che trascinò nella bella avventura del «Quotidiano» un gruppetto di dotati giornalisti e numerosi sostenitori finanziari che pagarono con moneta sonante «la grande illusione» (vol. II, pag. 38) di avere in Ticino «una voce critica», interprete di un malessere largamente diffuso anche in frange di cattolici conciliari. La vicenda fallimentare del «Quotidiano» (il deficit finale fu di 5,6 milioni di franchi, p. 40) dovrebbe insegnare ai ticinesi che
la libertà dell’informazione può essere soffocata dal potere economico (senza «sporcarsi le mani», basta negare la pubblicità). Come insegnava Leone XIII, la libertà dei deboli ha bisogno dello Stato: e perciò difendiamo il canone radiotelevisivo! L’indagine ci dà molte indicazioni per ulteriori ricerche e giudizi: come le statistiche dei giornalisti addetti alle redazioni o l’attenzione dedicata a fatti più o meno rilevanti. Esempio può essere il confronto (vol. II, pag. 127) sull’informazione in preparazione della votazione del 6 dicembre 1992 sull’adesione della Svizzera allo Spazio Economico Europeo. «il Mattino della domenica» pubblicò 15 articoli tutti contrari, il «Corriere del Ticino» 9 a favore e 6 contrari, il «Giornale del
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Popolo» 12 tutti a favore, «la Regione» 11 a favore 2 contrari e uno neutro, «Nuova Libera Stampa» 5 a favore e uno contrario: alla faccia della sempre vantata imparzialità! Completano e arricchiscono il lavoro un denso «Epilogo» sul possibile futuro dei media, una snella cronologia, le schede delle singole testate (ben 27!) e brevi biografie di direttori, giornalisti e informatori diversi (ben 151, salvo errore!). Grazie Enrico, per la messe di notizie che hai raccolto, terreno fertile per ulteriori ricerche e approfondimenti. a.l. E. Morresi, Giornalismo della Svizzera Italiana, 1950-2000, Dadò Locarno 2014 vol. I p. 239, 2017 vol. II p. 303.
L’oro blu del Ticino Meraviglie e misteri delle nostre acque di Angelo Valsecchi e Sandro Oldrati Prefazione di Claudio Zali 272 pagine, 29 x 23 cm Fr. 48.–
CON 24 ESCURSIONI ALLA SCOPERTA DEL PATRIMONIO NATURALISTICO DEL TICINO OLTRE 200 FOTOGRAFIE ORIGINALI
La vedova col bambino
Noi
Don Tommaso Barbisio arriva in uno sperduto villaggio delle Centovalli a metà del XIX secolo. Ad attenderlo c’è la perpetua Anna Maria, un’anziana donna che vive sola con un bambino. Con lo scorrere dei giorni tra i due personaggi – fittizio quello del parroco «al confino» per qualche attenzione di troppo a un ragazzino, reale e documentato quello della vedova – nasce un’intesa che spingerà la perpetua a raccontare al sacerdote la sua storia.
Racconti a due voci tra Italia e Canton Ticino Giulia, alter ego di Valentina, è una fiorentina che vive a Milano e insegna tedesco nella Svizzera italiana. Marco è un giornalista ticinese che ha girato il mondo e si diverte a osservare usi e costumi altrui. In comune hanno la voglia di raccontare cosa hanno trovato oltre il confine. Con uno stile più narrativo lei e più giornalistico lui, Giulia e Marco intrecciano le loro storie e le loro visioni in un libro in bilico fra autobiografia e reportage di costume.
di Daniel Maggetti Prefazione di Yari Bernasconi Traduzione di Maurizia Balmelli
di Valentina Giuliani e Marco Jeitziner Prefazione di Giovanni Soldati
Collana «I Cristalli» 144 pagine 12,5 x 21 cm Fr. 20.–
Collana «La Betulla» 128 pagine 12,5 x 21 cm Fr. 20.–
Armando Dadò editore Via Orelli 29 - 6601 Locarno - Tel. 091756 01 20 - Fax 091 752 10 26 - shop@editore.ch - www.editore.ch
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cronaca internazionale
CRONACA INTERNAZIONALE a cura di Alberto Lepori
Per la famiglia vera. Con la lettera apostolica in forma di motu proprio, «Summa familiæ cura» (dell’8 settembre), papa Francesco ha istituito il Pontificio Istituto teologico Giovanni Paolo Il per le scienze del matrimonio e della famiglia, che succede e sostituisce il Pontificio Istituto Giovanni Paolo Il per studi su matrimonio, fondato il 7 ottobre 1982 da papa Giovanni Paolo II. Resta l’etichetta, ma cambia il campo d’azione e… il contenuto. Per capire quale fosse l’impronta originaria dell’Istituto, basta andare a leggere la successione degli ultimi presidi: da Carlo Caffarra ad Angelo Scola, da Rino Fisichella a Livio Melina, una dirigenza ciellina per oltre un ventennio, interrotta con la nomina, nell’agosto 2016, di mons. Pierangelo Sequeri. Nel documento istitutivo il Papa esprime il desiderio di «un approccio analitico e diversificato», in linea con le assemblee del Sinodo dei vescovi del 2014 e del 2015 e raccolte e rielaborate dal papa in «Amoris lætitia»: «Dobbiamo essere interpreti consapevoli e appassionati della sapienza della fede in un contesto nel quale gli individui sono meno sostenuti che in passato dalle strutture sociali, nella loro vita affettiva e familiare»; e «nell’unico proposito di rimanere fedeli all’insegnamento di Cristo, dobbiamo guardare, con intelletto d’amore e con saggio realismo, alla realtà della famiglia, oggi, in tutta la sua complessità. nelle sue luci e nelle sue ombre (…), ampliandone il campo di interesse, sia in ordine alle nuove dimensioni del compito pastorale e della missione ecclesiale, sia in riferimento agli sviluppi delle scienze umane e della cultura antropologica in un campo così fondamentale per la cultura della vita». Accademia religiosa. Su iniziativa della dossettiana Fondazione per le scienze religiose Giovanni XXIll è nata a Bologna l’Accademia europea delle religioni, un’istituzione che si propone di mettere in rete università, dipartimenti, centri di ricerca, associazioni, studiosi e riviste dedite alle religioni e ai molteplici temi ad esse correlate, e di farlo su scala europea. Alla cerimonia di lancio, nell’aula magna dell’Università di Bologna, hanno preso parte cinquecento delegati convenuti da tutti i Paesi eu-
ropei. Tre diversi gruppi di lavoro si sono occupati di abbozzare lo statuto dell’Accademia, di identificare comuni piattaforme di ricerca e di individuare la data del prossimo incontro, probabilmente nella primavera 2018. L’Accademia si offre e domanda alle numerosissime associazioni di studiosi che si occupano delle esperienze, delle dottrine e del fatto religioso con strumenti disciplinari molto diversi tra loro, di reciprocamente informarsi, creando un luogo nel quale studiosi di tutto il mondo possano incontrarsi. Festeggiati cinquantesimo e cinquecentesimo. Il 5 novembre 1967, veniva costituita ufficialmente a Milano la Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (Fcei), espressione unitaria del protestantesimo italiano e approdo di una spinta espressa sin dalla fine dell’Ottocento e poi rilanciata dal primo Congresso evangelico italiano (1920), che tuttavia non poté realizzarsi, anche a causa del fascismo, fino al secondo dopoguerra. Solo nel 1965 il secondo Congresso evangelico pose le basi concrete per la creazione della Federazione, a cui però, contrariamente alle speranze di molti, finirono per aderire solo le Chiese del cosiddetto «protestantesimo storico»: valdesi, luterani, battisti, metodisti, Esercito della Salvezza e alcune altre comunità. Non ne fanno parte le Chiese evangeliche nate tra il XIX e il XX secolo, anche se gli Avventisti e la Federazione delle Chiese pentecostali vi hanno lo statuto di osservatori. Il cinquantenario della Federazione delle Chiese evangeliche è stato ricordato un po’ in sordina, perché coincidente col cinquecentenario della Riforma protestante, occasione per rilanciare il dialogo sia con le altre confessioni cristiane sia con il mondo evangelico «non federato». Ciò che si è effettivamente realizzato, specialmente nella «Giornata della Riforma», svoltasi il 28 ottobre a Roma per iniziativa della Federazione, con la partecipazione di esponenti del mondo pentecostale e avventista. Nel culto solenne di ringraziamento per i 500 anni dalla Riforma, una predicazione a due voci ha costituito un fatto impensabile fino a pochi anni fa: con la pastora valdese Maria Bonafede e il neo-eletto presidente della Fe-
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derazione delle Chiese pentecostali, il pastore Carmine Napolitano, secondo il quale la giornata del 28 ottobre fa presagire e prefigurare segnali importanti di dialogo per il futuro della «giovane» Federazione delle Chiese evangeliche. Alleanze odiose. Su «La Civiltà Cattolica», l’autorevole rivista dei gesuiti, due autori «vicini» a papa Francesco: il direttore padre Spadaro e il pastore protestante Figuera, direttore dell’edizione argentina dell’«Osservatore Romano», hanno deplorato il sorprendente «ecumenismo» che si sta sviluppando negli Stati Uniti tra evangelici fondamentalisti e cattolici integralisti. Con una lettura letterale della Bibbia, questi gruppi di cristiani hanno dato origine ad un singolare «ecumenismo del disprezzo», basato sul sogno nostalgico di uno Stato teocratico, xenofobo e islamofobo, che costruisce muri di separazione e propone (oibò!) deportazioni purificatrici. Premio alla pace. Il Premio Nobel per la pace è stato conferito quest’anno all’ICAN, la Campagna internazionale per abolire le armi nucleari, «per il suo lavoro finalizzato a portare l’attenzione sulle catastrofiche conseguenze di qualsiasi uso delle armi atomiche e per i suoi sforzi per giungere a un trattato che proibisca tali armi». L’ICAN è un’organizzazione nata nel 2007 a Melbourne con attualmente la propria sede a Ginevra. Grazie ad essa, l’ONU ha adottato un particolare trattato per mettere al bando il nucleare, che è stato accettato finora da una cinquantina di Paesi del globo e tende a smantellare le 15mila armi nucleari attualmente esistenti. La presidente della Confederazione, Doris Leuthard, si è complimentata prontamente con l’associazione premiata, anche se la Svizzera non sembra avere alcuna intenzione di aderire al trattato antinucleare promosso dall’ICAN. Buoni esempi. La Diocesi di Padova ha pubblicato, per il secondo anno consecutivo, il «Rapporto annuale» con il quale si attua il principio della trasparenza sugli aspetti economici dell’azione ecclesiale. Il documento è compilato con criteri di professionalità, contiene un rendiconto aggregato dell’attività economia delle parrocchie e presenta i bilanci dei vari enti che si riferiscono alla Diocesi (la Caritas, il seminario…). Purtroppo, è ancora il solo esempio in Italia e merita pertanto di essere pubblicizzato. È
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più completo, in particolare, del «bilancio» che pubblica la Diocesi di Lugano (cfr. il «corsivo» in «Dialoghi» n. 248). Anche in Canada qualcosa si muove sul fronte della «trasparenza». Mons. LeGatt, vescovo di Saint-Boniface in Manitoba, ha pubblicato in extenso il rapporto consegnato al Papa in occasione della visita «ad limina» sullo stato della diocesi. Non era mai avvenuto prima, neppure da parte dei vescovi svizzeri, e merita di avere imitatori. Parroci laici. La diocesi di Osnabrück, in Bassa Sassonia, ha dato il «via» a un nuovo modello di gestione delle comunità parrocchiali. Gruppi di laici, in qualità di incaricati, assumeranno la direzione delle comunità. Il progetto-pilota si deve al card. Reinhard Marx, presidente della Conferenza episcopale tedesca, uno dei più stretti collaboratori di Papa Francesco, e si fonda a livello teorico sul documento della Conferenza episcopale del 2015 intitolato «Essere Chiesa insieme». Tale modello, ammesso dal Codice di diritto canonico, prevede che un incaricato locale assuma la guida nella comunità parrocchiale, come pure la responsabilità del personale, con un prete moderatore che accompagna la parrocchia. I chiamati a guidare la unità pastorali fino a 8.000 fedeli possono essere donne. Non stupisce che per le sue implicazioni di carattere ecclesiologico l’iniziativa, pur accolta con favore della maggioranza, perché viene in aiuto ad un clero sempre più sovra-occupato, abbia incontrato lo scetticismo e le resistenze di alcuni preti che temono la messa in discussione dello statuto sacerdotale. Islam a scuola. Il vescovo Heinrich Bedford-Strohm, alla guida dell’Ekd, la Chiesa evangelica in Germania, ha suggerito di prevedere l’insegnamento della religione islamica nelle scuole tedesche al fine di rendere le nuove generazioni di musulmani impermeabili alle tentazioni del fondamentalismo, che trova terreno fertile laddove una corretta lettura e interpretazione dei testi sacri viene spesso manipolata per fini che con il messaggio originale hanno poco a che fare. Già sette dei sedici Stati federali che compongono la Germania offrono una qualche forma di lezione anche sulla religione islamica, sul modello di quanto tradizionalmente proposto dalle Chiese cattolica e protestante. Sono circa 4 milioni i musulmani presenti sul suo-
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lo tedesco, circa il 5% della popolazione totale, con un trend di crescita notevole in questi ultimi mesi data anche l’ampia politica di accoglienza proposta dalla cancelliera Angela Merkel. I corsi dovrebbero far parte del programma scolastico nazionale, e secondo il vescovo contribuirebbero a modificare anche l’atteggiamento da parte della popolazione europea, che in questi mesi pare mostrare segni di crescente intolleranza, soprattutto da parte di gruppi estremisti. In Germania non sono pochi gli ostacoli contro cui la Cancelliera deve battersi per proseguire nella strategia dell’accoglienza: da un lato la pericolosa crescita di consensi di un partito come Afd, l’Alternativa per la Germania, che sostiene come l’Islam sia incompatibile con la Costituzione tedesca e si batte per vietare la costruzione di moschee; dall’altro, proprio di questi giorni, un sondaggio inquietante che rivela come siano quasi due terzi i cittadini tedeschi a pensare che non ci sia posto per l’Islam nella patria comune. Non sono pochi i giovani che hanno lasciato il Paese in questi mesi per unirsi alle lotte del gruppo radicale che prende il nome di Stato Islamico: dal 2012 sarebbero centinaia questi viaggiatori che percorrono le rotte dei migranti al contrario, inseguendo un sogno di guerra e morte. È su di loro che il vescovo BedfordStrohm ritiene che si possa intervenire con azioni di prevenzione, e la scuola è il luogo privilegiato per simili azioni a lungo termine. Chiese abbandonate. Negli ultimi vent’anni sono state almeno 17 (12 cattoliche e 5 protestanti) le chiese di Berlino cadute in disuso e distrutte, vendute o utilizzate per fini diversi dal culto. La capitale tedesca conta ancora un notevole numero di luoghi di culto: non meno di 300 templi evangelici e un centinaio di chiese cattoliche. Delle 12 chiese alienate dall’Arcidiocesi berlinese, due sono state demolite, alcune sono state trasformate in edifici scolastici, alcune sono state cedute ad altre comunità cristiane. Il motivo principale di queste dismissioni va ricercato negli accorpamenti parrocchiali stabiliti nel corso degli anni. Sul versante protestante le cinque chiese dismesse hanno subito varie destinazioni d’uso: abitazioni, museo dell’infanzia e della giovinezza, luogo di esposizione museale e addirittura…studio di registrazione. Intanto a Berlino sta sorgendo un edificio che nell’intento dei promotori ospiterà
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sotto lo stesso tetto cristiani, ebrei e musulmani. Uno splendido esempio di ecumenismo, che avrebbe fra le conseguenze forse la chiusura di altri edifici sacri, ma sarebbe fucina di dialogo e abbattimento di distanze e incomprensioni. Pluralismo religioso. Nei prossimi decenni l’Europa avrà meno cristiani e più musulmani ed esponenti di altre minoranze. A causa dei bassi tassi di fertilità, l’Europa è la sola regione del mondo in cui la popolazione complessiva è destinata a diminuire (di circa 50 milioni) fra il 2010 e il 2050. Si prevede un calo di cento milioni dei cristiani, che passerebbero da 553 milioni a 445. La popolazione musulmana crescerà, secondo le proiezioni, da 43 milioni del 2010 a 71 nel 2050: passerebbe così dal 6% del 2010 al 10% nel 2050. I musulmani hanno un’età media più bassa e un maggior tasso di fertilità (2,1 figli per donna) rispetto ad altri gruppi religiosi. Crescerà anche la popolazione degli altri gruppi religiosi minoritari, ma in modo inferiore rispetto ai musulmani: i buddisti e induisti raddoppieranno il numero dei loro fedeli, passando dallo 0,2% allo 0,4%. La popolazione ebraica proseguirà una lenta decrescita, passando da 1,4 milioni del 2010 a 1,2 milioni nel 2050, lo 0,2% della popolazione europea. Religione e lavoro. Come comportarsi quando alcune pratiche religiose interferiscono con lo svolgimento del lavoro o entrano in contrasto con le regole di un’azienda? Diventa sempre più importante saper rispondere a questa domanda, avere degli strumenti per orientare il comportamento delle persone e gestire l’impatto sull’ambiente lavorativo. Per rispondere alla necessità di buone pratiche e per risolvere possibili conflitti. L’università della Polinesia francese ha avviato un corso online gratuito aperto a tutti, rivolto in particolare a manager, responsabili sindacali, studenti, insegnanti, ricercatori, ma anche a semplici lavoratori e a chiunque sia interessato alla questione. I problemi nascono quando il buon funzionamento dell’azienda è minacciato dai più diversi motivi a sfondo religioso (abiti, tempi di preghiera, cibo, promiscuità, ecc.) La soluzione sta nel dialogo e la capacità di realizzare la convivenza. Per fare questo è però indispensabile la chiarezza da parte dell’azienda su ciò che si può discutere e ciò che invece non è negoziabile.
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testimoni e profeti
TESTIMONI E PROFETI Protagonisti della liberazione Una dolorosa perdita, la scomparsa ad appena due giorni di distanza l’uno dall’altro, il 6 e l’8 giugno scorso, del sacerdote e sociologo belga François Houtart, fondatore del Centro Tricontinental dell’Università cattolica di Lovanio e della rivista «Alternatives Sud» e di Miguel D’Escoto, sacerdote ed ex ministro degli Esteri del governo sandinista: due grandi figure della Chiesa della liberazione. Houtart aveva abbandonato l’Europa, dove era stato attivo nell’associazionismo cattolico della Gioventù Operaia Internazionale (GIOC), per vivere in America Latina e dedicarsi ai movimenti sociali dei Paesi del continente, dell’Africa e dell’Asia, diventando uno dei più prestigiosi intellettuali del movimento altermondialista. Miguel D’Escoto è stato fedele al governo sandinista (malgrado le pesanti contraddizioni dell’amministrazione Ortega), e pure fedele alla Chiesa cattolica, malgrado la sospensione a divinis subita nel 1984 per il suo rifiuto a rinunciare alla carica di ministro degli Esteri all’epoca della rivoluzione. Nel 2014 papa Francesco accolse la sua richiesta di venire reintegrato nel sacerdozio: lieto fine di una vicenda della sospensione decisa dal Vaticano nei confronti di d’Escoto e di altri due «ribelli», i fratelli Fernando (scomparso il 20 febbraio del 2016) ed Ernesto Cardenal, rispettivamente ministri della Cultura e dell’Educazione del governo sandinista. Tutti e tre avevano deciso di prestare tale servizio politico al loro Paese, a fronte della tragica carenza di quadri intellettuali conseguente la sanguinosa dittatura di Somoza. Le strade dei tre sacerdoti-ministri si erano poi divise: dopo la sconfitta della rivoluzione e la crisi del sandinismo, solo d’Escoto era rimasto nel Fronte sandinista, ricoprendo anche, con coraggio e fermezza, la presidenza dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (2008-2009). I due fratelli Cardenal avevano invece abbandonato il Fronte, in polemica con la gestione autoritaria del partito da parte di Ortega, e Fernando era stato riammesso, già nel 1996, nella Compagnia di Gesù, da cui era stato espulso nel 1984.
Uno storico libero che amava la Chiesa Giuseppe Alberigo (1926-2007) è una delle figure più significative del Novecento cattolico. A dieci anni dalla sua morte è necessario che il contributo che egli ha dato alla storia della Chiesa e soprattutto alla comprensione del cristianesimo e dei suoi rapporti con la società e con la cultura in senso lato continui a esercitare un influsso rilevante. Alberigo considerava il suo lavoro di storico della Chiesa come un impegno continuo che aveva per scopo il rinnovamento profondo della Chiesa cattolica e della società del tempo. L’aspetto principale del suo lavoro di storico fu l’applicazione rigorosa del metodo storico alle vicende del cristianesimo, in continuità con la grande tradizione storica italiana. Il posto principale doveva essere costituito da una lettura diretta delle fonti storiche senza il pregiudizio dettato da un’adesione apologetica a una particolare teologia cattolica. Alberigo sosteneva la natura storica, scientifica e non teologica, della disciplina. Sottolineava anche la necessità di un’apertura della storia della Chiesa
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a tematiche che erano spesso rimaste marginali, ad esempio anche lo studio dei «grandi eretici». La storia della Chiesa e del cristianesimo e l’esegesi storica del Nuovo Testamento sono in grado di mettere in luce le differenze tra il cristianesimo originario e l’attuale struttura della Chiesa, indicando possibili riforme. Alberigo inoltre riteneva di non porre al centro la funzione politica della Chiesa, anzi denunciava la deformazione politica della Chiesa cattolica, critica che continuava un’esigenza fondamentale espressa da Giuseppe Dossetti, il quale riteneva che il male maggiore della Chiesa italiana fosse la politicizzazione, e cioè la tendenza a usare il potere politico e l’alleanza con esso come strumento necessario per la sussistenza e la diffusione del cristianesimo. Alberigo sviluppava quest’atteggiamento in modo autonomo e libero rispetto a Dossetti, ponendo in vista la necessità di una revisione della scelta strategica dei concordati come sistema di rapporti con la società politica. Un altro aspetto fondamentale dell’azione di Alberigo sta nella sua difesa del diritto di critica all’interno della Chiesa cattolica, senza che questo comporti un abbandono della Chiesa stessa. Alberigo pagò duramente la sua libertà di critica: accademicamente per il ritardo nell’ottenere un posto da ordinario in una università dello Stato Italiano, umanamente per l’ostilità di molta parte degli ambienti cattolici italiani, manifestata persino alle sue esequie. Egli si sentiva in piena continuità con le molteplici correnti di riforma della Chiesa manifestatesi nel corso della storia. Così fu un convinto difensore delle «novità» del Concilio Vaticano II, al quale dedicò una monumentale ricostruzione storica, indigesta a molti storici di curia. (da un ricordo di Mauro Pesce, professore di Storia del cristianesimo a Bologna, in «Adista» n. 33, 30 settembre 2017)
Un santo dalla Resistenza al Lager Papa Francesco ha autorizzato la beatificazione di Teresio Olivelli, personaggio di spicco del cattolicesimo lombardo, ai vertici delle brigate Fiamme Verdi dopo l’8 settembre, morto il 17 gennaio 1945 a 29 anni nel lager nazista di Hersbruck per le percosse ricevute da un carceriere dopo aver tentato di difendere un compagno. Al di là delle differenti valutazioni che si possono dare della «fabbrica dei santi» negli ultimi decenni, si tratta di una notizia rilevante perché sancisce un riconoscimento ufficiale (anche se non il primo) del contributo dei cattolici alla Resistenza in Italia. Nello stesso tempo, questa decisione avalla una certa visione della Resistenza religiosa non priva di ambiguità storicamente consolidate. Già a partire dalla fine della guerra, la Chiesa e le organizzazioni del movimento cattolico avevano identificato in Olivelli una figura simbolica non solo di «martire», ma anche di esponente della presenza dei credenti nel movimento di liberazione. Il giovane lombardo, proveniente dagli ambienti dell’Azione Cattolica, era additato come un esempio di «moralità» in linea con quel modello dell’«uccidere senza odio» rilanciato dallo stesso Olivelli sulle pagine della rivista «Il ribelle». L’avvio del processo di beatificazione risale al 1987, su iniziativa della diocesi di Vigevano. Agli anni Ottanta risale anche la canonizzazione di p. Kolbe, morto per circostanze che ricordavano da vicino quelle di Olivelli e dichiarato «martire della Carità». Secondo alcune fonti, la beatificazione potrebbe tenersi a Vigevano il 13 gennaio 2018. (Alessandro Santagata)
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notiziario (in)sostenibile
NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE a cura di Daria Lepori
Quel che non strozza ingrassa. L’Unione Europea ha deciso a fine novembre di autorizzare per altri cinque anni il glifosato, sostanza attiva contenuta in molti erbicidi e che è in sospetto di essere cancerogena. La decisione ha scontentato le tantissime ong ambientaliste, che speravano finalmente in un cambio di rotta: «Le ragioni di Bayer-Monsanto hanno avuto la meglio sugli interessi di tutta la comunità. La Commissione europea ha ignorato i conflitti d’interesse, i malfunzionamenti delle agenzie europee e la falsificazione di studi scientifici che inquinano da diversi anni il confronto aperto sulla questione del glifosato». La Francia tuttavia sta già lavorando con gli ambienti interessati alla ricerca di alternative credibili e riuscire a fare a meno del discusso erbicida entro cinque anni. Il Consiglio federale è invece contrario al divieto di utilizzo del glifosato in Svizzera perché la misura «sarebbe problematica». La distruzione termica o meccanica delle erbe indesiderate non sono considerate vere alternative perché richiedono più energia e sono più costose. Uno studio recentemente effettuato dall’Ufficio federale della sicurezza alimentare e di veterinaria ha però stabilito che circa il 40% delle derrate alimentari in vendita in Svizzera contengono tracce quantificabili di glifosato. Tra i cibi analizzati (miele, vino, pane, patate, legumi, alimenti per bebè) le concentrazioni più alte sono state riscontrate nella pasta, i cereali per la colazione e le leguminose. Anche se una persona adulta dovesse consumare 71 chili di pasta in un giorno per arrivare ad assumere la dose critica (30 mg), ci vorrebbe maggiore prudenza quando si prendono decisioni di questa portata. Il glifosato non è l’unico agente estraneo con cui il nostro corpo deve interagire. Ci sono anche le polveri fini, le nano-particelle, le microonde, i residui di pesticidi… Il problema del glifosato è più grave dove viene utilizzato, come nelle piantagioni di banane, da persone che non conoscono la sua pericolosità. Loro, la dose giornaliera la superano regolarmente. Clima rovente. La conferenza sul clima COP23 si è conclusa con qualche timido progresso. L’obiettivo di fissare delle regole per rendere operativo l’accordo di Parigi sul clima è
stato conseguito. Il documento dettagliato contiene regole che dovranno essere seguite in materia di politica climatica a partire dal 2020. Il numero delle donne negli organi della convezione dell’ONU sul clima sarà parificato a quello degli uomini. A Bonn una ventina di Paesi guidati dal Canada e dalla Gran Bretagna ha posto le basi per una nuova alleanza per la chiusura delle loro centrali a carbone entro il 2030. La Germania è la grande assente in questo gruppo virtuoso, forse perché Angela Merkel è impegnata nel difficile compito di formare il nuovo governo. La Cina, che sullo sfondo del disimpegno USA annunciato da Trump avrebbe potuto assumere il ruolo di leader nella promozione di una coraggiosa politica climatica, ha deluso su tutta la linea, proponendo di ritornare su una concezione ormai superata risalente a prima di Parigi. Anche organizzazioni di cooperazione internazionale come Caritas o Sacrificio Quaresimale hanno seguito i lavori della COP23 e ne hanno commentato i risultati. Da una parte osservano che per chi sta già subendo gravemente le conseguenze dei mutamenti climatici la politica si sta muovendo troppo lentamente. L’innalzamento di 1°C della temperature terreste ha già causato la morte di 300’000 persone, la migrazione di 300 milioni e perdite per 125 miliardi di dollari (fino al 2009), ossia più del totale dell’aiuto allo sviluppo dispensato in un anno nel mondo. Caritas fa anche notare che la Svizzera dovrebbe mettere a disposizione un miliardo di franchi per la protezione del clima e non solo tra i 400’000 e i 600’000 franchi previsti, tanto più che saranno tolti ai mezzi destinati alla cooperazione alla sviluppo. Anche Francesco. Durante il viaggio di ritorno dalla sua visita in Colombia e Venezuela, Papa Francesco, interrogato, si è espresso anche sui mutamenti climatici: «Chi nega il fenomeno deve ascoltare quello che dicono gli scienziati. Parlano chiaramente e sono molto precisi. Gli effetti del mutamento climatico si vedono e gli scienziati hanno tracciato la via da seguire. Ognuno di noi ha questa responsabilità, piccola o grande: una responsabilità morale. Dobbiamo prendere la cosa sul serio, non rider-
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ci su. È molto seria. E se mi chiedete quale responsabilità, dico che ognuno ha la sua responsabilità morale. Anche i politici hanno la loro. E se qualcuno ha ancora dei dubbi su ciò che sta accadendo, si rivolga agli scienziati, che sono molto chiari e non stanno esprimendo delle opinioni. E poi ognuno decida. La storia giudicherà la sua decisione». Stava pensando a qualcuno in particolare? Chiesa verde. In Francia la Conferenza dei vescovi, la federazione delle Chiese protestanti, l’assemblea dei vescovi ortodossi e il Consiglio delle Chiese cristiane hanno lanciato in settembre «Eglise verte». Questa iniziativa vuole favorire la «conversione ecologica» delle parrocchie francesi e propone loro un metodo adattato alla loro realtà geografica e sociale di facile accesso, piacevole, ma comunque esigente. Non si tratta di ecologia e neppure di un bucolico ritorno alla natura, nostalgia di un eden incontaminato e perduto, ma di ecologia: che mette i cristiani in prima linea per rendere lo sviluppo umano sostenibile anche per la terra di cui condividiamo il destino. www.egliseverte.org Un mercoledì da pedoni. A partire dal 5 luglio e per otto settimane, ogni mercoledì il Passo Sella nelle Dolomiti è stato chiuso al traffico motorizzato. È un primo passo verso l’eliminazione del traffico dai passi Sella, Pordoi, Campologo e Gardena di cui si parla ormai dal 2010, quando l’associazione «Mountain Wilderness» presentò la prima proposta alla Regione Veneto e alle province Trento e Bolzano. Un gruppo di operatori turistici dei passi ha fatto ricorso al Tribunale amministrativo del Lazio perché «la mobilità è un diritto costituzionale». Carnivori. I maggiori consumatori di carne sono gli americani, o meglio i loro cani e i loro gatti (sono tanti: in media uno ogni due abitanti). Il consumo di cibi in scatola e croquettes provoca l’emissione di 64 milioni di tonnellate di CO2 l’anno, ossia quanto ne producono 13,6 milioni di autovetture. Pericolo al volante. Nel 2013 quasi un terzo degli autocarri controllati sul tracciato del San Gottardo non erano in regola. Il 16% era più alto o più lungo del consentito, il 15% troppo pesante, 991 difetti ai freni. Il 14% degli autocarri è stato tolto immediatamente dalla circolazione e non ha
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potuto proseguire. 26 autisti avevano consumato troppo alcool e 9 non avevano la licenza di circolazione valida. In 847 casi si sono riscontrate infrazioni all’Ordinanza sui tempi di lavoro e di riposo. Finché le condizioni di mercato non saranno eque (veridicità dei costi), l’auspicato trasferimento del traffico pesante sulla ferrovia non sarà realizzato. La situazione non sta migliorando: nel 2015 sono stati esaminati attentamente 34’066 camion. Durante questi controlli sono stati constatati 17’173 (!) difetti e violazioni delle norme di sicurezza. Meno morti sulle strade. Gli insetti svolgono un ruolo chiave in natura: sono responsabili dell’impollinazione dell’80% delle piante selvatiche e fonte di cibo per il 60% degli uccelli. Interi ecosistemi dipendono da loro, eppure stanno scomparendo a un ritmo che
gli scienziati definiscono allarmante. Uno studio svolto in Germania su un periodo di 27 anni ha messo in evidenza la scomparsa di oltre tre quarti degli insetti alati, come farfalle, mosche o api. Qualcuno si ricorderà di quando, per proseguire il viaggio in autostrada, era necessario, oltre che fare il pieno di benzina, anche lavare il parabrezza sul quale erano appiccicati centinaia di insetti morti per la collisione. Oggi è raro trovarne anche solo uno o due. Obsoleti sarete voi. Quest’anno ricorre il decimo anniversario dall’adozione della Dichiarazione universale dei popoli autoctoni. Fu il risultato di trenta anni di sforzi di centinaia di rappresentanti di varie popolazioni che ogni estate si ritrovavano a Ginevra per discutere e trattare. «Abbiamo “conquistato” Ginevra in maniera pacifica, intellettuale e morale», ricorda
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un attivista di allora. Il testo descrive le condizioni necessarie alla conservazione delle terre delle popolazioni autoctone e delle loro culture: si parla di 370 milioni di persone viventi, in diverse parti del mondo, sugli stessi territori abitati dai loro antenati. Ogni anno un gruppo internazionale di lavoro fa il punto della situazione sui diritti umani dei popoli indigeni. Ma sono considerati… obsoleti. Va a ruba. In Sardegna portare via la sabbia (e le conchiglie) dalle spiagge è un reato punibile con multe fino a 3’000 euro: cartelli espliciti ne informano gli interessati. Ogni estate, quintali di rena sono sequestrati all’aeroporto di Elmas a turisti in procinto di lasciare l’isola. Le autorità devono far fronte non solo all’incredulità delle persone colte in flagrante, ma anche a reazioni che sfociano in liti.
Con la pubblicazione del n. 250, «Dialoghi» festeggia cinquant’anni di vita come rivista autonoma nella Chiesa e nella società. Per sottolineare la ricorrenza e approfondire un tema di attualità indice il convegno
I GIOVANI E IL FUTURO DELLA CHIESA sabato 24 febbraio 2018, dalle ore 9 alle ore 12.30 nella Sala di lettura della Biblioteca «Salita dei Frati» di Lugano Interventi di: Gaia De Vecchi teologa morale e docente di religione Milano don Rolando Leo direttore dell’Ufficio Istruzione Religiosa Scolastica della Diocesi di Lugano esperto di pastorale giovanile Bellinzona Luigi Sandri giornalista e scrittore Roma Istituzioni co-organizzatrici: Associazione Biblica della Svizzera Italiana - Ufficio Istruzione Religiosa Scolastica della Diocesi di Lugano Coordinamento della Formazione Biblica nella Diocesi di Lugano. Nell’occasione avverrà il passaggio delle consegne, da Enrico Morresi – che ha rivestito l’incarico di redattore responsabile dal n. 155 (febbraio 1999) al n. 250 (febbraio 2018) – ad Alberto Bondolfi e Margherita Snider Noseda, responsabili a partire dal n. 251 (aprile 2018). Il Comitato di «Dialoghi» invita tutti gli interessati.
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opinioni
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La «Dichiarazione di Lampedusa»
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Noi, cristiani di diversa tradizione provenienti dall’Europa e dagli Stati Uniti, ci siamo incontrati a Palermo dal 30 settembre al 2 ottobre 2017 per riaffermare il nostro impegno nell’accoglienza dei migranti e dei richiedenti asilo. Cattolici, ortodossi e protestanti, lo abbiamo fatto ecumenicamente, attenti alle considerazioni e alle proposte avanzate da esperti e da esponenti della società civile che hanno contribuito alla nostra riflessione. Il 3 ottobre ci siamo recati a Lampedusa per fare memoria della tragedia del 3 ottobre del 2013 quando, a poche miglia dall’isola, morirono 368 migranti. A conclusione di questi incontri e di questa commemorazione, rivolgiamo alle nostre Chiese e agli organismi ecumenici in cui siamo impegnati il seguente appello. Sorelle e fratelli, ricordiamoci sempre che la tutela del migrante e l’accoglienza del profugo e del perseguitato sono al centro della nostra fede in Cristo e dell’amore cristiano che siamo chiamati a predicare e ad annunciare. Ricordiamoci che il messaggio biblico che nutre la nostra fede riconosce al migrante e al profugo che vive in mezzo a noi diritti fondamentali che non possono essere limitati o negati per le nostre convenienze o nel nome dei nostri interessi nazionali. Ricordiamoci che ogni muro che ci separa dal nostro prossimo, e ferma chi fugge da persecuzioni e violenze, ci allontana dall’amore di Dio e dalla sua vocazione ad accogliere e proteggere, così come Lui ci ha accolto e protetto. Fratelli e sorelle, oggi noi rinnoviamo il nostro impegno a provvedere spazi di accoglienza e aiuto, spazi di sicurezza e speranza affinché le persone possano ricostruire le loro vite dopo aver sofferto le ferite della guerra, della sofferenza e della fame. Invitiamo anche i migranti a portare i loro doni, esperienze e voci per rendere più aperte e attente a tutti e tutte le nostre Chiese. Per questo ci opponiamo a ogni politica di chiusura o di spostamento dei confini per prevenire o negare l’accesso a uomini e donne che avrebbero diritto alla protezione internazionale. Per questo oggi rivolgiamo un appello ai nostri governi e alle istituzioni
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internazionali perché garantiscano passaggi sicuri e corridoi umanitari ai profughi, ai richiedenti asilo e a quanti vivono in condizioni di vulnerabilità e di rischio per la propria vita. Ai decisori politici chiediamo di prendere coscienza dei nuovi fattori economici, politici, militari e ambientali che spingono alla fuga verso paesi più stabili e ricchi, e di garantire una più ampia e inclusiva interpretazione del diritto alla protezione internazionale e all’asilo. Per questo esprimiamo il nostro sostegno a politiche di stabilizzazione e di sostegno economico a paesi che oggi non sono in grado di garantire la sopravvivenza e la crescita di tanti loro cittadini. E per questo vogliamo sollecitare le nostre Chiese perché premano sui governi e le autorità per promuovere politiche più umane e aperte per i rifugiati: per costruire ponti come strumenti di solidarietà e segnali di speranza. Per questo invochiamo l’aiuto di Dio perché ci aiuti e ci sostenga nel servizio al nostro prossimo che bussa alle nostre frontiere. Dichiarazione redatta da esponenti e leader protestanti, cattolici e ortodossi che dal 30 settembre al 2 ottobre 2017 si sono riuniti a Palermo, in un convegno internazionale dal titolo «Vivere e testimoniare la frontiera» su migrazioni, confini e accoglienza. Il testo è stato diffuso dall’agenzia Nev – notizie evangeliche.
Auguri di Buone Feste a tutti i nostri lettori
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I corsivi di «Dialoghi» G DARE VOCE AL POPOLO (a.l.) G ANCORA SULLA CIVICA (a.l.) G «BLACK CHRISTMAS»?
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Dossier G SE LA «SINODALITÀ» DIVENISSE PRATICA ABITUALE NELLA CHIESA! (Intervista a Pino Ruggieri) 3 G TUTTI UGUALI NELLA CHIESA? PERCORSI TRA TEORIA E PRATICA (Giorgio Campanini) 7 Articoli G 1917-2017: IL SECOLO LUNGO (Luigi Sandri) 8 G UN ANNO CON MARTIN LUTERO (Ernesto Borghi) 8 G LA CONFESSIONE DI FEDE DEI RIFORMATI LOCARNESI (1554) 10 G SCENARI POSSIBILI DOPO LA SEPARAZIONE TRA IL GDP E IL «CORRIERE DEL TICINO» 12 G «LE COURRIER»: UNA SOLUZIONE ALTERNATIVA? 13 Biblioteca G E. Morresi, Giornalismo nella Svizzera italiana 1950-2000 (Dadò 2014-2017) (a.l.)
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G NOTIZIE BELLE E BUONE G CRONACA SVIZZERA G CRONACA INTERNAZIONALE G TESTIMONI E PROFETI G NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE G LA DICHIARAZIONE DI LAMPEDUSA
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dialoghi di riflessione cristiana www.dialoghi.ch Comitato: Alberto Bondolfi, Ernesto Borghi, Serse Forni, Aldo Lafranchi, Alberto Lepori, Daria Lepori, Enrico Morresi, Margherita Noseda Snider, Marina Sartorio, Carlo Silini Redattore responsabile: Enrico Morresi Redazione: Enrico Morresi, via Madonna della Salute 6, 6900 Massagno, tel. +41 (0)91 966 00 73, enrico.morresi@sunrise.ch Amministratrice: Alliny Antunes Richina, via Roncaccio 7, 6900 Lugano, tel. +41 (0)79 419 22 08, allinyg@hotmail.com Stampa: Tipografia-Offset Stazione SA, Locarno Con il contributo dell’Aiuto federale per la lingua e la cultura italiana. I collaboratori occasionali o regolari non si ritengono necessariamente consenzienti con la linea della rivista. L’abbonamento ordinario annuale (cinque numeri) costa fr. 60.–, sostenitori da fr. 100.– Un numero separato costa fr. 12.– Conto corr. post. 65-7205-4, Bellinzona.