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Dialoghi 247

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247 dialoghi Locarno – Anno 49 – Giugno 2017

di riflessione cristiana BIMESTRALE

Don Primo Mazzolari (Cremona, 13 gennaio 1890 Bozzolo, 12 aprile 1959) è stato un presbitero, scrittore e partigiano italiano. Conosciuto come «il parroco di Bozzolo», fu una delle più significative figure del cattolicesimo italiano nella prima metà del Novecento. Il suo pensiero anticipò alcune delle istanze dottrinali e pastorali del Concilio Vaticano II (in particolare relativamente alla «Chiesa dei poveri», alla libertà religiosa, al pluralismo, al «dialogo coi lontani», alla distinzione tra errore ed erranti). Don Lorenzo Milani (Firenze, 27 maggio 1923 - Firenze, 26 giugno 1967), presbitero, insegnante, scrittore educatore Figura controversa della Chiesa cattolica negli anni Cinquanta e Sessanta, venne considerato una figura di riferimento per il cattolicesimo socialmente attivo per il suo impegno civile nell’istruzione dei poveri, la sua difesa dell’obiezione di coscienza e per il valore pedagogico della sua esperienza di maestro. Si ricorda il cinquantesimo dalla sua morte.

È andato a trovarli il Papa. I loro amici ne ricordano l’esempio A pagina 2

Padre Ernesto Balducci (Santa Fiora, 6 agosto 1922 Cesena, 25 aprile 1992), religioso scolopio, editore, scrittore e intellettuale. Fu una delle personalità di maggior spicco nella cultura del mondo cattolico italiano nel periodo che accompagnò e seguì il Concilio Vaticano II. Più volte anche in Ticino tenne seminari e conferenze di grande ascolto. Si ricordano i venticinque anni dalla sua morte.

Dossier: La scuola che era, che è, che verrà – pp. 3-10


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opinioni

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Tre testimoni e profeti del ventesimo secolo Il 20 giugno Papa Francesco è andato a Bozzolo (Mantova) e a Barbiana (Firenze) a pregare sulle tombe di don Primo Mazzolari e di don Lorenzo Milani. La visita si è svolta in forma privata e non ufficiale: papa Francesco è atterrato in elicottero alle 9 del mattino a Bozzolo, dove ha pregato sulla tomba di don Mazzolari e ha tenuto un breve «discorso commemorativo» ai fedeli presenti in chiesa; quindi è volato a Barbiana, a visitare il piccolo cimitero dove è sepolto don Milani e ha incontrato gli ex allievi del priore di Barbiana. Una visita lampo quindi, ma dal significato importante, sulle tombe

di due «preti di frontiera», autori di un dirompente messaggio evangelico e sociale, e proprio per questo messi ai margini e guardati con sospetto dalla Chiesa romana di metà Novecento: quella di Pio XI, di Pio XII e del card. Ottaviani. La «forma privata e non ufficiale» non sembra un modo per ridimensionare il gesto, bensì la volontà di evitare l’eccessiva spettacolarizzazione di un omaggio postumo – che sarebbe parsa un’«appropriazione indebita» – a due preti fino a poco tempo fa sulla lista nera dei sospettati di lesa maestà clericale per eccessiva obbedienza al Vangelo e alla propria co-

IL PRETE DEI POVERI – Primo Mazzolari, nato nel 1890, prete dal 1912, fu cappellano militare al tempo della prima guerra mondiale e trascorse la sua vita come parroco di piccoli paesi di campagna a due passi dal Po, prima Cicognara e poi Bozzolo, in provincia di Mantova. I suoi scritti e le sue predicazioni e il suo quindicinale «Adesso» lo imposero all’attenzione pubblica ma attirarono su di lui anche molte misure disciplinari della gerarchia ecclesiastica. Mons. Leonardo Sapienza, reggente della Prefettura della Casa Pontificia, ha raccolto gli scritti mazzolariani in un libretto dal titolo «La parola ai poveri» (Dehoniane, 2016) che contiene anche il seguente giudizio autografo di papa Francesco: Ci farà bene leggere e meditare queste pagine molto attuali di Don Primo Mazzolari, sacerdote coraggioso. Lui ci ricorda che i poveri sono la vera ricchezza della Chiesa, i poveri sono l’unica salvezza del mondo! Chiediamo al Signore la grazia di vedere i poveri che bussano al cuore, e di uscire da noi stessi con generosità, con atteggiamento di misericordia, perché la misericordia di Dio possa entrare nel nostro cuore. (dal Vaticano, 21 aprile 2016). MILANI INSEGNA ANCORA – Lorenzo Milani nasce il 27 maggio 1923 a Firenze e nel 1930 si trasferisce a Milano con la famiglia fino alla maturità classica; nel 1942 la famiglia torna a Firenze. Lorenzo scopre il Vangelo e l’8 novembre 1943 entra nel Seminario maggiore di Firenze e il 13 luglio 1947 è ordinato prete e destinato «cappellano» a San Donato di Calenzano. Vi fonda la prima scuola popolare per giovani operai e contadini ma il 14 novembre 1954 è trasferito e nominato priore a Sant’Andrea di Barbiana, una minuscola parrocchia di montagna, dove farà scuola a un gruppetto di figli di poveri pastori e contadini. Nel dicembre 1960 è colpito dai primi sintomi di un tumore; il 15 febbraio 1966 è assolto nel processo per un articolo sull’obiezione di coscienza; nel maggio 1967 esce Lettera a una professoressa e il 26 giugno 1967 muore a Firenze. Il 5 ottobre 1968 il Tribunale di Roma condanna per la Lettera ai cappellani Don Milani e Luca Pavolini, direttore di «Rinascita», e il 28 ottobre 1968 la Corte d’Appello conferma la condanna. A cinquant’anni dalla morte si pubblicano, nella prestigiosa collana I Meridiani di Mondadori, in due volumi di quasi tremila pagine, «Tutte le opere». Si tratta della raccolta in un un’opera sola degli scritti di don Lorenzo Milani, quanto

scienza. Non è corretto, come qualcuno ha fatto, parlare di «riabilitazione», perché Mazzolari e Milani non hanno mai subito sanzioni canoniche – la loro ortodossia non fu mai in dubbio –, ma solo forti limitazioni alla libertà di parola, per non aver supinamente accettato le direttive politiche di vescovi e di curie, specialmente in campo politico più che dottrinale. Si tratta però di un riconoscimento post mortem del valore di due preti «obbedienti in piedi» – come diceva lo stesso Mazzolari – che si sono scontrati con i poteri clericali, politici e militari dell’Italia conformista del secondo dopoguerra.

più possibile aderenti agli originali, dove questi esistevano ed erano accessibili. Il primo volume comprende le opere «pubbliche» di Milani: Esperienze Pastorali, l’unico volume interamente scritto e firmato, ritirato dal commercio per ordine del Sant’Ufficio perché ritenuto «inopportuno» e solo recentemente «riabilitato»; il cosiddetto Catechismo, ordinato «secondo uno schema storico» poi accantonato dallo stesso autore e pubblicato postumo in un volumetto curato da Michele Gesualdi, ex allievo di Barbiana; e altri scritti sparsi (articoli di giornale, conferenze, ecc.). Poi le opere più note: Lettera a una professoressa (in realtà firmata «Scuola di Barbiana» perché frutto di un lavoro di scrittura collettiva con gli allievi della scuola), Lettera ai cappellani militari e Lettera ai giudici. Il secondo volume, sicuramente quello più interessante e originale, contiene l’intero epistolario di don Milani, per la prima volta unificato. (da «Adista» del 6 maggio 2017) SONO SOLO UN UOMO – Venticinque anni fa moriva padre Ernesto Balducci, un uomo che insieme ad altri ha segnato la Chiesa italiana nel nome della profezia. L’incontro con Giorgio La Pira, a Firenze già negli anni ’40 del secolo scorso, contribuì a focalizzare gli interessi di Balducci sul piano culturale, sociale e politico, nel tentativo di delineare un attento legame tra fede e società. Così nel 1958 fondò, insieme ad altri, la rivista Testimonianze. Dopo la pubblicazione di un suo articolo su Il giornale del mattino (13 gennaio 1963) dal titolo «La Chiesa e la Patria» e in difesa di don Milani, venne processato (1963 e ’64) con l’accusa di apologia di reato per la difesa dell’obiezione di coscienza e fu condannato. Per desiderio di papa Paolo VI nel 1966 tornò in Toscana, ma non nella sua Firenze bensì a Fiesole. In questo contesto p. Balducci preferì impegnarsi di più per i problemi della pace e ripensare un cristianesimo in una prospettiva planetaria. La fondazione, nel 1986, della casa editrice «Edizioni Cultura della Pace» ne fu segno. Richiesto di definire la sua appartenenza, Balducci scrisse: «Sono solo un uomo». Morirà, a due mesi di distanza del suo amico fraterno David Maria Turoldo, in seguito a un incidente stradale il 25 aprile 1992. (da un testo del teologo Rosano Giuè, in «Adista», 8 maggio 2017. Noi abbiamo ripetutamente ricordato padre Balducci, in particolare nel n. 122, giugno-luglio 1992, che più volte insegnò agli incontri di «Dialoghi». I testi sono stati adattati da a.l.)


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Una scuola che insegna solo cose utili dimentica che deve formare persone Oggi viviamo nell’epoca della tecnica, ci affidiamo ad una razionalità che esprime il suo valore e la sua forza nella capacità di affrontare situazioni e di risolvere problemi nel modo più efficace, più economico possibile. Questa forma mentis investe tutto il nostro modo di pensare la realtà. Nell’epoca della razionalità tecnica non c’è spazio per coltivare quella ragionevolezza del pensiero che si apre sugli orizzonti metafisici delle finalità, che si avventura oltre il criterio dell’utilità, affidandosi anche all’eleganza, alla bellezza e al valore intrinseco delle sue argomentazioni. Si capisce allora perché la domanda «che senso ha la scuola» resti una domanda non pronunciata: per la ragione calcolatrice è una domanda difficile anche solo da pensare. La domanda pensata non può essere che questa: a che cosa serve la scuola? Non a caso si parla oggi di epoca dell’insignificanza, dove insignificanza non vuol dire perdita di senso, ma piuttosto perdita del bisogno, o meglio del desiderio di trovare un senso. Non è difficile leggere in ciò le derive di un utilitarismo che eleva l’utile a misura assoluta del valore, risucchiando i fini, il senso delle cose, in una catena infinita di mezzi utili. Pensare al senso diventa quasi impossibile perché ciò che è utile, per definizione, non può avere un valore intrinseco, una cosa utile non trattiene in sé il proprio senso, è sempre un mezzo, un mezzo per qualcos’altro. Scuola «utilitarista»? Così, valorizzare la conoscenza nella sola dimensione della sua utilità significa privarla della possibilità di pensare innanzitutto al suo scopo, alle finalità educative che la rendono sceglibile nel panorama delle conoscenze possibili. Il clima utilitaristico, di cui spesso anche i docenti sono prigionieri se non addirittura complici, comporta un approccio riduttivo alla conoscenza; l’approccio utilitaristico alla vita, che penetra anche nella scuola, e non solo per le aspettative del mondo esterno, comporta un impoverimento dell’esperienza di sé come persona, nel «comprendere» il mondo.

E allora proviamo a pensare al valore in sé dell’esperienza della conoscenza: alla conoscenza non tanto come contenuto di sapere spendibile, meglio se immediatamente spendibile, ma alla conoscenza come esperienza esistenziale, come tempo della vita; occupiamoci del valore di questa sua temporalità, così trascurata nella rincorsa all’acquisizione sempre più vedi Lina Bertola*

loce di saperi immediatamente spendibili. Occupiamoci di quella scrittura nell’anima, indicata fin dalle origini della nostra civiltà come il luogo del senso: come sorgente di conoscenza, comprensione e saggezza. Travailler à mieux penser est le principe de la morale: sono parole di Blaise Pascal che ben esprimono uno dei messaggi più rilevanti, e più attuali, del progetto moderno, un monito che trova piena espressione anche nel kantiano sapere aude, ovvero nel coraggio di pensare con la propria testa. Il richiamo al valore morale della conoscenza sollecita l’impegno di ciascuno a pensare meglio per agire meglio, intrecciando la propria esperienza della conoscenza con il sentimento della vita. Educazione all’etica Nel disorientamento di un mondo sempre più complesso e difficile da decifrare non sembra superfluo rinnovare il confronto con quello che fu il grande progetto della modernità: la diffusione della conoscenza come occasione per imparare a procedere sicuri nella vita. Il senso della scuola sta nel ricondurre il moltiplicarsi delle * Lina Bertola si è formata a Pavia con Mario Vegetti e Fulvio Papi come maestri. Accanto all’insegnamento della filosofia e dell’etica, è stata collaboratrice scientifica del Laboratorio di epistemologia delle scienze dell’Università di Ginevra. Si è occupata dell’immagine della donna nella civiltà occidentale: il femminile e il simbolico. Sua area di esplorazione, l’apertura verso altre forme di pensiero tramite un contatto tra cultura occidentale e l’interesse per l’Oriente. In continuità con il suo ultimo libro: «Parole della vita. Per un’educazione all’etica» (Erickson, 2014), sta ora lavorando ad un saggio sui sentimenti che nutrono le nostre esistenze in questa difficile stagione storica.

conoscenze ai soggetti che ne fanno esperienza. Ricondurre l’esperienza della conoscenza al vissuto originale di ogni esistenza è la premessa e insieme il compito del cammino educativo di ogni individuo. Credo sia importante essere coscienti di come l’educazione all’etica, allo star bene al mondo assieme agli altri, possa avvenire proprio dentro l’esperienza della conoscenza, nella relazione di insegnamento/apprendimento. Se fossimo un po’ più attenti a tutto quello che viviamo mentre insegniamo e mentre impariamo, se prestassimo maggior attenzione a ciò che passa attraverso l’esperienza della conoscenza, forse non avremmo bisogno di tante giornate di sensibilizzazione! Dico spesso che non impariamo nulla senza emozionarci, ma forse quello che manca è una grammatica della vita che permetta di leggere l’esperienza della conoscenza nella sua pienezza esistenziale. E che permetta, in primis, di riconoscere l’essenza della scuola nella relazione tra un maestro e un allievo. Il rapporto docente-allievo La nostra tradizione culturale nasce dall’oralità e dal dialogo e questo non dovremmo mai dimenticarlo. La relazione tra maestro e allievo tocca il sé più profondo di persone che condividono, nella loro unicità, un’esperienza della conoscenza. Un’esperienza intima, davvero intima, e per questo mai del tutto decifrabile; una qualità non misurabile, e per questo sempre un po’ magica. Nel mio vissuto di insegnante mi ha sempre emozionata e sorpresa il fatto che le conoscenze che nutrono il mio esserci di «maestra» potessero contribuire a dare forma all’esserci dei miei allievi. In uno splendido saggio dedicato alla lezione dei Maestri Geor­ge Steiner sottolinea l’intensità di questa relazione. Una relazione che intreccia mente emozioni e sentimenti, carisma e seduzione, imitazione e tradimento. L’esserci del maestro porta con sé, in sé, un vissuto della conoscenza, un’esperienza che nutre, che continua a nutrire la nostra vita, il nostro stare al


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mondo, il nostro progetto educativo. Per questo mi capita spesso di dire che se insegniamo qualcosa, insegniamo quello che siamo. In questa relazione educativa la scuola coltiva, da sempre, seppur in modo diverso nelle varie epoche, un progetto di umanità.

il tempo. Perché del tempo del nostro vivere oggi, come ben sappiamo, non facciamo più esperienza. Oggi viviamo in un presente assoluto che ripete se stesso: un «tempo reale» che di fatto inghiotte e annulla il tempo; un tempo senza tempo.

Scuola, nella sua essenza, è progettualità vissuta, impegno a coltivare e a vivere il «viaggio verso se stessi»: quel viaggio verso se stessi con cui mi piace definire l’educazione. L’educarsi, nella forma riflessiva che meglio esprime ciò che realmente accade. Proprio per questa sua progettualità, nella sua essenza, scuola non può che essere sguardo critico nei confronti dell’esistente, capacità e impegno a leggere le spinte antieducative presenti nella realtà, e non solo a leggerle, ma pure capacità, volontà di resistere, di resistere contro ciò che impedisce o ostacola il progetto, l’idea di umanità che la anima. Laddove ci sia adesione acritica al reale, arrendevolezza nei confronti dell’esistente, disincanto, lì non può esserci scuola. Oppure, c’è una scuola senza scuola.

In ogni epoca la percezione del tempo ha nutrito e orientato l’esperienza del vivere e le ha dato un senso; oggi questo «tempo reale» in cui tutto accade e si consuma, è un non tempo che ci costringe a vivere alla superficie della realtà: realtà episodiche e frammentarie. Il nostro vivere quotidiano si misura per lo più sui tempi brevi e puntiformi di un presente dato, senza profondità e senza respiro. Questa percezione episodica e frammentaria del nostro vivere tocca anche il sapere: l’esperienza intima della conoscenza lascia il posto all’acquisizione di nozioni, di merci spendibili secondo le richieste della società e del mercato.

Una scuola critica Per questo mi piace pensare alla scuola come ad un altrove, alla scuola come tempo della vita in cui poter sperimentare davvero il nostro esserci. Un altrove in cui rimettere in movimento

«Abitare il tempo» L’altrove di queste temporalità impoverite è in una scuola che ci accompagni nell’esperienza irrinuciabile di abitare il tempo. Abitare il tempo della bellezza che nutre l’esperienza della conoscenza, lenta e faticosa; abitare il tempo dell’ignoranza da riconoscere e accogliere come valore,

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perché è dall’ignoranza che nasce il desiderio di capire; e infine abitare il tempo delle cose inutili, che sono fuori dall’utile, e capire che sono belle proprio perché sanno trattenere in sé il loro valore. «Per quanto tu possa camminare, e neppure percorrendo intera la via, tu non potresti mai trovare i confini dell’anima: così profondo è il suo logos». Queste parole di Eraclito alludono al nostro camminare nella vita, al nostro stare nel tempo, nelle sue durate, nelle sue profondità: indicano il vivere, per dirla con Agostino, nel presente del passato e nel presente del futuro; sperimentare il tempo della memoria, il tempo dell’attesa, il tempo del progetto. Questo abitare il tempo della propria vita è un’esperienza molto intima, un’esperienza di trascendenza. Il nostro esserci, il nostro viaggio verso noi stessi, sono scolpiti nel tempo. L’io ha bisogno della memoria e del progetto, senza i quali non ha nemmeno le parole per raccontarsi, né per desiderare; senza i quali rimane oggi prigioniero della pura logica del funzionare e del consumare. Stare nel tempo della conoscenza, nel tempo del suo intrinseco valore, della sua bellezza, al di fuori dell’utile: a scuola, per imparare a star bene al mondo assieme agli altri.

Giornalismo nella Svizzera italiana Vol 2 • 1980-2000 Trent’anni di storia del giornalismo nella Svizzera italiana ripercorsi da Enrico Morresi. Pubblicato il secondo volume che racconta gli anni del cambiamento. di Enrico Morresi, formato 18 x 25 cm, 328 pagine con illustrazioni Fr. 35.– Vol. I: Fr. 35.– Vol. II: Fr. 35.– Voll. I+II: 60.– Armando Dadò editore Via Orelli 29 - 6601 Locarno - Tel. 091 756 01 20 - Fax 091 752 10 26 - shop@editore.ch - www.editore.ch


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La scuola ticinese, un cantiere sempre aperto Da Franscini in poi non è stata mai in pace La scuola del cantone Ticino è stata costruita a tappe, partendo dalla situazione esistente alla fine dell’epoca dei baliaggi, che aveva comunque garantito un discreto grado di alfabetizzazione (maschile) e una certa rete di scuole parrocchiali e comunali sul territorio. Il Cantone, malgrado le difficili condizioni finanziarie, passa dalle scuole contrattuali a un sistema di scuole pubbliche obbligatorie e l’azione di Stefano Franscini, fra gli anni Trenta e Quaranta dell’Ottocento, è decisiva. La scuola forma il cittadino e ha una funzione civica, patriottica, di «progresso»; è a lungo è terreno di scontro fra liberali (scuola laica o laicista) e conservatori (scuola confessionale); il compromesso di fine secolo sarà all’insegna di una scuola sostanzialmente «neutra». Anche la storiografia sulla scuola è stata a lungo partigiana1: recentemente invece è stato pubblicato un buon libro a più voci sulla storia della scuola pubblica da Stefano Franscini a Emanuele Bertoli2. Il presente testo non vuole e non pretende di essere completo, cerca solo di contribuire a inquadrare la situazione attuale della nostra scuola nel suo complesso divenire. Dalla «Legge Pedrazzini» alla Legge scuola del 1958 Trovato un certo compromesso con la legge sulla scuola del 1879-82 (la «Legge Pedrazzini»), le questioni confessionali e ideologiche rimangono ancora vive ma dopo le bocciature popolari dei tentativi di riforma del 1908 e 1910 sono almeno in parte superate e ci si può concentrare su una serie di miglioramenti parziali. Raggiunta l’alfabetizzazione delle classi popolari, l’interesse si sposta sul ciclo post-elementare, i cambiamenti riguardano la scuola maggiore,

1. F. Rossi, Storia della scuola ticinese, Grassi, Bellinzona 1959, scritto nel periodo dell’«alleanza di sinistra». 2. N. Valsangiacomo e M. Marcacci (a cura di), Per tutti e per ciascuno. La scuola pubblica nel Canton Ticino dall’Ottocento ai giorni nostri, Armando Dadò ed. e Società demopedeutica, Locarno 2015. Il presente articolo è in gran parte debitore di quest’opera (al quale l’Autore ha collaborato).

le scuole professionali e le medie superiori. Il periodo tra le due guerre è di stagnazione, di crisi e di risparmio anche nell’ambito scolastico. Il Dipartimento della Pubblica Educazione dal 1914 è in mano ai conservatori, con Giuseppe Cattori, Enrico Celio e Giuseppe Lepori. Quest’ultimo alla fine della seconda guerra mondiale elabora un «Codice della scuola» nel di Alberto Gandolla*

quale cerca di unificare, aggiornare e coordinare la frammentaria e dispersa legislazione scolastica, lasciando sostanzialmente intatte le questioni dell’insegnamento religioso e della libertà d’insegnamento. Nel 1947 nasce però l’«intesa di sinistra» fra liberali e socialisti, con un programma di ammodernamento del cantone partendo da una solida base di laicità. Fra le prime mosse vi è la ripresa del DPE da parte liberale, con il conseguente abbandono del «Codice Lepori», peraltro già incagliatasi nei lavori della Commissione scolastica del Gran Consiglio. Poche sono le novità nel campo scolastico, eccettuata la formazione professionale (nuova Scuola d’arti e mestieri a Bellinzona, Scuola tecnica cantonale a Lugano). Il sistema scolastico ticinese viaggia sempre a due velocità: scuole «maggiori» (dal sesto all’ottavo anno) sparse capillarmente, destinate soprattutto ai figli delle famiglie dei contadini e degli operai, e «ginnasio» nei centri, per i figli delle famiglie benestanti o comunque urbane e terziarizzate. La scuola riproduce dunque con poche eccezioni le disuguaglianze sociali. Negli anni Cinquanta si fa strada anche in Ticino, sulla scia del boom economico dell’Europa occidentale, un certo cambiamento: marcata urbanizzazione, declino dell’agricoltura, sviluppo dei servizi e delle industrie, immigrazione, ecc.; nella scuola si avverte l’esigenza di un ripensamento * Alberto Gandolla (1952) è storico e insegnante. Laureatosi all’Università di Friburgo, ha pubblicato studi sul movimento sindacale e il movimento cattolico ed è responsabile dell’Archivio storico dell’Organizzazione cristiano-sociale ticinese.

del sistema, considerando anche l’aumento della domanda di educazione. La Legge sulla scuola del 1958, uscita dal Dipartimento dell’Educazione diretto da Brenno Galli, comprende alcune innovazioni o ritocchi (durata dell’anno scolastico di 9 mesi per tutte le scuole, soppressione delle scuole maggiori isolate, possibilità di passare dalle maggiori al ginnasio…), ma i veri cambiamenti si fanno attendere. In particolare, non cambia impostazione il ciclo medio: dopo le elementari si conferma la «classica» scelta fra scuola maggiore e ginnasio (ritornato a cinque anni); il dibattito su un possibile «tronco unico» è solo accennato. Nel mondo cattolico si apre un forte dibattito interno sul tema dell’educazione religiosa e sull’insegnamento privato. La formulazione ambigua di alcuni articoli, raggiunta con l’accordo dell’autorità religiosa e del partito conservatore, è contestata da buona parte dell’associazionismo cattolico e solo un seguente nuovo compromesso fra i tre partiti di governo – promosso per mantenere la pace religiosa nel Pae­se – permette di ritrovare l’accordo3. La legge scolastica del 1958 è in definitiva un atto intermedio, globalmente poco innovativo e con molte lacune (la formazione professionale è quasi assente dal dibattito): il cantone ha cominciato a cambiare ma è ancora in bilico fra il vecchio e il nuovo, la scuola rimane centralistica, burocratica, legata a vecchi schemi mentre la società si evolve più rapidamente… La riforma della scuola media Grazie al boom economico il Ticino si modernizza: opere stradali e autostradali, cantieri idroelettrici, aumento demografico, forte immigrazione (e sempre più frontalieri), sviluppo del terziario… ma rimangono i noti elementi di debolezza. La domanda di scolarizzazione aumenta, una parte crescente 3. Cfr. in: a cura di D. Jauch e F. Panzera, Dalle acque della Biaschina alla legge scolastica: i cattolici ticinesi tra agonia culturale, masochismo, ribellismo (1956-1958), Armando Dadò e Associazione per la storia del movimento cattolico nel Ticino, LocarnoLugano, 1997.


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della popolazione aspira a migliorare la propria condizione sociale, vorrebbe far proseguire ai propri figli la formazione oltre l’età dell’obbligo: ben presto si avvia il dibattito sul tronco mediano del ciclo scolastico, ancora diviso nelle due classiche e distinte filiere. Nel 1963 la società magistrale «La Scuola» inizia a elaborare un documento sulle strutture della scuola obbligatoria, ma anche su «Scuola ticinese» appaiono articoli sul tema, ripreso subito dopo dalle altre società magistrali (la Federazione Docenti Ticinesi e l’Associazione Cantonale Docenti Socialisti). Le associazioni magistrali – che conoscono in quegli anni un periodo d’oro – sono molto attive ed è in grande parte «dal basso» che emana l’esigenza di una nuova scuola. Nel 1964 il DPE costitui­sce una commissione di studio e all’inizio del 1967 è costituita la Comunità di lavoro delle associazioni magistrali (CLAM) presieduta da Franco Lepori, che due anni dopo consegna un importante rapporto finale. La proposta, molto articolata, risulta ripresa nelle linee principali nel messaggio del Governo al Gran Consiglio, con relativo disegno di legge, del 1970. Le idee fondamentali sono la volontà di democratizzare gli studi, rafforzare la formazione per tutti, posticipare la scelta sul futuro scolastico o professionale: si vuole insomma ridurre il più possibile la discriminante sociale e geografica nella riuscita sociale4. Dopo una vasta consultazione nel 1972, il tutto viene ripubblicato in versione definitiva e accettato dal Gran Consiglio nell’ottobre del 1974. La più grande riforma scolastica dai tempi di Stefano Franscini può partire, due anni dopo, iniziandosi la sperimentazione nelle sedi di Castione e Gordola5. Nel frattempo un po’ tutta l’Europa era stata investita, segno del cambiamento della società, dall’ondata della contestazione studentesca. Anche il Ticino conosce il suo Sessantotto con l’occu4. E. Venturelli, Domanda di educazione e politica scolastica. 1940-1980, in B. Biucchi, Un paese che cambia, Dadò, Locarno 1985. 5. Per la nascita della scuola media vedi, per es., Nicoletta Solcà, Dalla democratizzazione degli studi a oggi, nel già citato Per tutti e per ciascuno…; anche Giuseppe Gambonini, La scuola media unificata dall’istituzione ai nostri giorni, in Cent’anni di scuola. Contributi alla storia della scuola ticinese pubblicati in occasione del centenario della FDT, Locarno 1995.

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pazione dell’aula 20 della Magistrale, scuola (a lungo considerata «il liceo dei poveri») che meno delle altre aveva saputo adattarsi alla nuova realtà sociale. Sempre quell’anno entrano in funzione presso il Dipartimento della Pubblica Educazione gli uffici della Sezione pedagogica, con l’intento di coordinare le varie riforme ormai in vista. Negli anni seguenti molti giovani insegnanti entrano nelle scuole e cercano di portarvi varie novità didattiche e pedagogiche, spesso insieme a un buon grado di «politicizzazione». Un approccio antiautoritario dei primi esperimenti di educazione sessuale… fino a tutta una serie di «casi» e di conflitti con le autorità comunali, che in alcuni casi reagiscono con interventi repressivi. In questo clima complesso e delicato, nel 1972 i partiti di sinistra presentano un’iniziativa per una maggiore sicurezza e autonomia sul posto di lavoro e una maggiore partecipazione dei diversi attori nella scuola. Si apre un lungo e complesso cammino: nel 1976 una commissione di studio comincia a elaborare un progetto di legge-quadro della scuola, compresa la questione dello statuto giuridico del docente da inserire nella legge organica dei dipendenti dello Stato e dei docenti. Le novità degli anni Novanta Dopo varie consultazioni si arriva al messaggio che accompagna una nuova Legge sulla scuola, quella del 1987, votata dopo grandi discussioni nel febbraio 1990. Stabilisce alcune interessanti novità: definisce le finalità della scuola, i valori della libertà d’insegnamento e dell’autonomia didattica dell’insegnante (di cui si riconosce la professionalità), dota le sedi, trasformate in istituti scolastici, di una certa autonomia (credito annuo, monte-ore, …), si forma l’idea di creare un istituto cantonale di abilitazione e aggiornamento degli insegnanti, ecc. Contiene anche elementi negativi: un’applicazione «a costo zero», la fine dell’esperienza delle direzioni collegiali, poco coraggio nella direzione di un’effettiva partecipazione delle componenti della scuola, ecc. Grande discussione sull’insegnamento religioso, che alla fine viene impartito in tutte le scuole pubbliche a tempo pieno con carattere facoltativo e a giudizio delle famiglie e degli allievi dopo i 16 anni. Gli anni Novanta – siamo nel periodo della ristrutturazione economica

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«La scuola che verrà» Nel 2014 il Dipartimento cantonale dell’Educazione, della Cultura e dello Sport (DECS) ha presentato La scuola che verrà – Idee per una riforma tra continuità e innovazione. Il documento proponeva idee e concetti sulla base dei quali progettare una riforma della scuola dell’obbligo ticinese attorno ai valori dell’equità, dell’inclusività e della qualità. Sulla base degli spunti raccolti durante la prima ampia consultazione interna e grazie agli approfondimenti condotti da un gruppo di lavoro, le idee esposte tra le pagine della Scuola che verrà sono diventate proposte. Lo spirito del progetto di riforma resta tuttavia immutato: si tratta di un’operazione «in divenire» che progressivamente tenta di costituire uno spazio progettuale nel quale alla riflessione si alternano la condivisione, il dibattito e varie forme di dialogo. La scuola che verrà – Proposte per una riforma tra continuità e innovazione è pubblicato in forma elettronica e può essere consultato online oppure scaricato in formato pdf al sito del Dipartimento (decsds@ti.ch). Il dibattito è in corso tra docenti e politici, Governo e Gran Consiglio seguiranno. «Dialoghi» non ha particolari competenze da far valere in materia ma è interessato alla qualità della scuola come premessa indispensabile di una società democratica. In questo spirito con il presente dossier propone tre riflessioni su una tematica che tutti concerne e tutti preoccupa. (red.)

dovuta alla globalizzazione – sono contraddistinti da una crisi finanziaria cantonale, che colpisce anche la scuola con tutta una serie di misure di risparmio (in particolare sulle condizioni di lavoro concrete degli insegnanti) che si protrarranno a lungo. Nel frattempo si innova in vari settori scolastici, si parla di «scuola cantiere aperto». Fino al 1973 il Liceo di Lugano era l’unico in Ticino, negli anni seguenti vengono aperte nuove sedi a Bellinzona, Locarno, Mendrisio e una seconda sede a Lugano nel 1982. La


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nuova Scuola magistrale post-liceale entra in funzione nel 1986-87. Novità anche nella formazione professionale, con l’ampliamento della vecchia scuola propedeutica in Scuola cantonale con diploma (più tardi diventerà l’attuale SSPSS), la cantonalizzazione delle scuole commerciali a Lugano e Chiasso nel 1994. Sempre in quegli anni è introdotta la possibilità di ottenere la maturità professionale in queste scuole; in questo modo si ampliano in modo interessante le possibili scelte scolastiche per i giovani: la vecchia alternativa «studio o lavoro» in grande parte è superata. A livello federale è poi presa la decisione di dar vita alle università professionali e nel 1997 si inaugura la Scuola universitaria professionale della Svizzera Italiana (SUPSI); l’anno prima era stata fondata l’Università della Svizzera Italiana (USI). Di quegli anni è un delicato dibattito su un possibile finanziamento alle scuole non statali. L’iniziativa «Per una effettiva libertà di scelta della scuola», lanciata nel 1997, fa nascere una discussione intensa e spigolosa fra chi vorrebbe un maggiore pluralismo educativo a favore delle scuole «private» e i difensori della tradizionale impostazione statalista della scuola ticinese. Il risultato, nel 2001, è netto: la grande maggioranza dei votanti vuole il mantenimento del sistema vigente, prevalendo nell’opinione pubblica l’idea che l’iniziativa fosse contro le scuole pubbliche. I cambiamenti negli anni 2000 Un tema ricorrente è quello della formazione e dell’aggiornamento degli insegnanti. Già nel 1964 i maestri che intendono passare alla scuola maggiore devono iscriversi a dei corsi all’Università di Pavia (poi anche a quella di Neuchâtel). Con l’avvio della scuola media si fanno i primi corsi di aggiornamento obbligatori, rinunciando per il momento a uno specifico centro per la formazione. Nel 1995 si apre l’Istituto per l’abilitazione e l’aggiornamento dei docenti (IAA) con sede a Locarno, destinato ai nuovi docenti di scuola media, media superiore e ai docenti «speciali» delle scuole elementari. La formazione degli insegnanti delle scuole professionali è invece sostenuta da due istituzioni a livello nazionale: l’Istituto svizzero di pedagogia per la formazione professionale (ISPEP) e la Scuola superiore per le formazioni sanitarie (SSFS). Ma

il campo della psico-pedagogia6 è in grande espansione in tutto l’Occidente e presto, anche a livello svizzero, si fa strada l’esigenza di passare a un sistema di Alte scuole pedagogiche, istituti che devono avere carattere terziario, devono aprirsi alla ricerca in campo educativo, devono armonizzare la formazione a livello nazionale, ecc. Nel 2002 è approvata la legge che riunifica la scuola magistrale e l’IAA in un solo istituto di formazione dei docenti, che favorisca anche la mobilità professionale: l’Alta Scuola Pedagogica (ASP). Il cammino di questo istituto è però tutt’altro che lineare: nel 2009 è trasformato in un dipartimento della SUPSI e diventa il Dipartimento della formazione e abilitazione (DFA), che conoscerà momenti non facili. La scuola ticinese intanto si apre – subendone sempre più le pressioni – al contesto federale e internazionale. L’influenza della Conferenza svizzera dei direttori cantonali della pubblica educazione (CDPE) diviene sempre più importante su aspetti precisi della politica scolastica, con concordati intercantonali e varie altre indicazioni. Il concordato HarmoS, promulgato nel 2007 e approvato nel Ticino due anni dopo, stabilisce una serie di norme per armonizzare la formazione obbligatoria svizzera (durata dei diversi gradi di insegnamento, criteri di passaggio da un settore all’altro, ecc.). Il Ticino deve dunque adeguare, con qualche eccezione, la sua legislazione scolastica a queste nuove regole (ma non tutti i cantoni hanno aderito al concordato). A partire dal 2000 sono introdotte le indagini internazionali PISA, sulle competenze dei giovani alla fine della scuola dell’obbligo. I risultati pubblicati – i primi in particolare erano stati poco brillanti per i ragazzi ticinesi – offrono da allora vario materiale di discussione. Nel 2011 un nuovo grande cambiamento: dopo oltre 60 anni di conduzione liberale-radicale il Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport passa a un socialista. Gli insegnanti, che negli anni precedenti hanno visto la loro condizione concreta

6. All’interno del mondo scolastico si apre un dibattito, ancora aperto, fra i sostenitori di queste nuove tendenze e coloro che criticano una eccessiva «invasione» delle nuove scienze e correnti psico-pedagogiche, con il rischio di una sopravalutazione degli aspetti metodologici rispetto a quelli contenutistici. L’attuale dibattito sulle «competenze» si inserisce su questo sfondo.

peggiorare (la professione ha perso di attrattiva, ma il problema è europeo) hanno molte aspettative che col tempo in parte saranno deluse. Ma Bertoli si trova di fronte in una situazione non facile: il clima di risparmio generalizzato, il ricambio generazionale degli insegnanti, HarmoS alle porte, abilitazione e aggiornamento non molto soddisfacenti, ecc. Questioni puntuali con i quali il nuovo capo del DECS deve confrontarsi e… che rilancia con un forte cipiglio. Il Dipartimento riprende quindi una politica riformista su vari campi, per esempio con i nuovi piani di studio, e soprattutto con il progetto «La scuola che verrà» presentato alla fine del 2014. La nuova e ambiziosa riforma si concentra sull’organizzazione scolastica e sulle modalità pedagogiche più che sui contenuti. Il progetto conosce, al di là del riconoscimento positivo dei principi generali, varie critiche e gli insegnanti e le loro associazioni gli rimproverano una debolezza di metodo: è in gran parte calato dall’alto senza partecipazione della «base», senza una previa analisi critica e culturale della scuola del presente. Ci attende un periodo di grandi cambiamenti, ma una constatazione si fa strada: le riforme, per riuscire, devono essere fatte con il consenso e la partecipazione degli insegnanti7. 7. Vedi per es. le riflessioni critiche sul progetto riportate nello speciale numero unico «Risveglio-Verifiche», 1-2, 2016.

Per essere felici. Secondo uno studio dell’Università di Chicago, i più soddisfatti della loro attività professionale sono i preti, per le molte relazioni che hanno. Seguono i pompieri, per l’80% soddisfatti del loro lavoro, poi i kinés (saranno i massaggiatori?), che hanno il sentimento di aiutare i loro pazienti, e quindi gli autori, gli insegnanti (anche in Ticino?), gli artisti, gli psicologi, i consulenti finanziari e infine i conducenti di bulldozer e di gru. Diversi studi universitari hanno invece cercato di individuare quali sono i principali elementi che fanno la felicità, e la rivista britannica «Stylist» li ha così riassunti: non bisogna avere troppi soldi, non sopra-analizzare le decisioni, concentrarsi sul presente piuttosto che sul passato, non mangiare troppo grasso, vivere sopra i 600 metri e leggere regolarmente «Dialoghi». A parte l’ultimo consiglio, gli altri sono scientificamente provati; l’ultimo, però, fa felici i vostri redattori.


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Un accordo è possibile per l’insegnamento delle religioni nella scuola di tutti Nel volume intitolato «Dio in programma. Scuola e religioni nell’Europa unita (1957-2017)» (Morcelliana, 2017), così Flavio Pajer riassume la situazione attuale di ciò che preferisce indicare come «insegnamento in materia di religione/i»: «L’universo dei saperi religiosi, accademicamente parlando, ha valicato i tradizionali perimetri delle fedi religiose e delle loro dottrine. E non appena, in un dato Paese, la fede e la pratica religiosa lasciano spazio all’indifferenza e all’agnosticismo, ecco che il sistema educativo pubblico cerca un profilo disciplinare più attendibile al Corso di religione, tanto più che alla popolazione scolastica nativa, nel frattempo, vengono ad aggiungersi presenze religiose altre, che non possono non rivendicare un trattamento equanime nei programmi di scuola. È lo scenario che si è creato nel continente nell’ultimo trentennio, e che è tuttora in rapida espansione. L’evoluzione negli ultimi decenni sembra abbastanza lineare e costante, in linea d’altronde con il diverso tasso di secolarizzazione dei Paesi: da un insegnamento religioso pienamente confessionale si passa a una confessionalità depotenziata o solo materiale (per es. Italia), dalla mono-confessionalità si passa alla bi- o multi-confessionalità cristiana (Germania), da questa alla multi-religiosità, dalle religioni storiche al “religioso” antropologico e alle spiritualità (Olanda), fino a includere l’ateismo come oggetto di studio (Inghilterra), fino a negare dignità disciplinare autonoma allo studio della religione per riservarle una attenzione episodica solo all’interno dei vari saperi scolastici (Francia)». Un dibattito ventennale Già durante la discussione della Legge della scuola nel 1990, in relazione all’art. 23, tuttora in vigore, che affida alle autorità religiose cattolica e protestante il così indicato «insegnamento religioso», erano sorte voci e proposte per un cambiamento. Nel 2002, con l’iniziativa Sadis, veniva esplicitamente proposta una nuova forma di insegnamento del fatto religioso. Sono così oltre 15 anni che autorità scolastiche e politici più o meno competenti e

informati, nonché esponenti religiosi, discutono di un nuovo contenuto di tale insegnamento per gli allievi della scuola statale. Anche «Dialoghi» ha partecipato alla discussione, con diversi interventi, proponendo addirittura un testo di legge (n. 173, ottobre 2002) e poi ripetutamente seguendo e commentando il lungo e tortuoso iter della discussione. Sembra che ormai di Alberto Lepori

sia giunto il momento delle decisioni, anche se il Consiglio di Stato, nel suo recente ultimo messaggio (12 aprile 2017) suggerisce di «non decidere», in attesa che… «maturino le nespole» di un accordo o almeno di un consenso con l’autorità religiosa cattolica, ferma (come il vescovo si è ancora recentemente espresso, sul «Corriere del Ticino» dell’8 aprile scorso) a favore del cosiddetto «sistema misto», mentre il Consiglio di Stato si dichiara (nel messaggio citato) per il cosiddetto «doppio binario», già postulato come preferibile nel Rapporto SUPSI Ostinelli-Galetta (marzo 2014), testo pubblicato a conclusione del più che decennale periodo di consultazione, sperimentazione e discussione. Il sistema del doppio binario è rimesso in gioco dall’iniziativa del consigliere Quadranti del 5 giugno 2016, su cui si esprime in un ampio documentato messaggio il Governo ticinese. Così vengono descritti, nel citato messaggio, i due sistemi in discussione (tabella 13, a pagina 15): MODELLO MISTO – OPZIONALE: confessionale opzionale, about religions opzionale (oggetto della sperimentazione 2010-2013 in Ticino). Ogni studente deve seguire esattamente uno a scelta tra un insegnamento religioso confessionale o un insegnamento about religions non confessionale (o solo uno, o solo l’altro). Benché entrambi gli insegnamenti siano individualmente facoltativi, essi sono congiuntamente opzionali. Pertanto nessuno studente può non seguirne alcuno dei due e nessuno studente può seguirli entrambi. MODELLO DOPPIO BINARIO: confessionale facoltativo, about religions

obbligatorio (suggerito dal rapporto finale sulla sperimentazione in Ticino). Tutti gli studenti, indiscriminatamente, devono seguire un insegnamento about religions non confessionale. Inoltre, ogni studente, a scelta, può seguire anche un insegnamento religioso confessionale. Ogni studente può dunque decidere se seguire solo un insegnamento about religions non confessional, o sia questo che un insegnamento religioso confessionale. Nessuno studente può non seguirne nessuno dei due o seguire unicamente un insegnamento religioso confessionale. Secondo il Rapporto Ostinelli-Galetta (pag. 28), «l’insegnamento about religion è [invece] un insegnamento che si basa su uno studio scientifico delle religioni e della religiosità, ovvero, come ha chiarito Armin Geertz, “su uno studio non religioso della religione” (Geertz, 2000, 21). L’insegnamento about religion è anche un insegnamento out of religion, benché esso non sia un insegnamento ostile alle religioni (…) Corrisponde all’approccio alle religioni e alla religiosità delle scienze delle religioni, che nella cultura di lingua tedesca si denomina Religionskundeunterricht […]. Mentre nel learning from religion è dominante l’aspetto personale e soggettivo (esistenziale) della conoscenza delle religioni; nel learning about religion di essa prevale l’aspetto impersonale e soggettivo (scientifico)». Ecco infine come nel Rapporto Ostinelli – Galetta viene concluso il capitoletto sulle «virtù del doppio binario»: «L’educazione alla convivenza civile in una società pluralistica e multiculturale. Nel corso about religions l’allievo impara a conoscere e comprendere in modo oggettivo le diverse religioni, i loro simboli, le pratiche comunitarie, le credenze non religiose, i principi morali comuni agli uni e agli altri, le loro diverse soluzioni per i quesiti più controversi. Nel confronto con convinzioni diverse l’allievo comprende l’importanza dei valori del rispetto reciproco e della tolleranza a fondamento della convivenza civile in una società pluralistica e multicultu-


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rale. Se ci sarà un modello ticinese di doppio binario che definirà il futuro assetto degli insegnamenti di contenuto religioso, ci pare che esso dovrà tener fede ai principi qui evocati. Dovrà pure far tesoro, nello spirito promosso dal concordato scolastico sull’armonizzazione della scuola obbligatoria, degli aspetti positivi dell’applicazione del modello maturati dalle esperienze compiute negli altri cantoni. Esso combinerà un insegnamento obbligatorio centrato sui valori della convivenza civile e della comprensione interculturale con un insegnamento facoltativo che garantisca a tutti gli allievi l’esercizio della loro libertà religiosa (in senso positivo per gli uni, in senso negativo per gli altri». (Ostinelli-Galetta, pag. 69). Chiamo «insegnamento confessionale», anche se tale non lo è nel programma, quello dispensato sotto la direzione delle autorità religiose, cattolica e protestante (cioè quello attualmente previsto dalla Legge della scuola, all’art. 23), e «insegnamento laico» quello di nuova istituzione e sotto la direzione unicamente dall’autorità scolastica che fissa i programmi e designa i docenti. Motivi a favore o a disfavore dei due sistemi A favore del sistema misto (preferito dal Vescovo). Perché l’insegnamento affidato alle due Chiese, cattolica e protestante, è previsto dalla Legge scolastica, per abolirlo bisogna cambiare la legge, con prevedibili polemiche clericali e anti-clericali. Perché durante la fase sperimentale, nelle tre sedi dove il doppio binario era proposto, circa la metà degli allievi (o dei genitori) ha scelto l’insegnamento dispensato dalle Chiese. Perché le Chiese stabiliscono programma e docenti e ciò «garantisce» (?) la «presenza» delle Chiese nella scuola statale. Controindicazioni del sistema misto. È offerto solo per le Chiese cattolica e protestante, mentre esistono altre minoranze religiose significative (ortodossi, musulmani, areligiosi).Perché pone problemi quasi insolubili sia per la griglia oraria, sia per i locali disponibili, sia per i docenti. Perché è «discutibile» la differenza tra l’insegnamento impartito dalle Chiese e quello impartito dallo Stato. Se è uguale, perché due insegnamenti? Se è diverso, quello impartito dalle Chiese è compatibile con la laicità della

scuola, indicata nell’art. 23 LS («secondo le finalità della scuola stessa e del disposto dell’art. 49 della Costituzione federale» (1874, ora CF 1999, art. 15). Il sistema misto impedisce agli allievi di frequentare ambedue gli insegnamenti, quello confessionale e quello laico; secondo Zambelloni («Corriere del Ticino» del 25 aprile) la concorrenza tra i due insegnamenti avverrebbe a scapito della serietà dell’insegnamento, con docenti che si contendono gli allievi meno impegnati. Resta da stabilire chi assume la retribuzione dei diversi insegnanti dei diversi corsi confessionali. Contro-indicazioni per il doppio binario. Difficoltà di collocamento nella grigia oraria per il corso delle Chiese. Necessità di raggruppare allievi di diverse classi. Aumento dell’orario scolastico per i frequentatori dell’insegnamento confessionale. Difficoltà a usufruire dei trasporti scolastici ufficiali. Difficoltà per i docenti (dispersione nelle sedi). Di fatto verrebbe resa difficile se non soppressa la presenza nelle sedi degli insegnanti scelti dalle Chiese, probabilmente esclusi dal Consiglio di classe e non più retribuiti dal Cantone, specialmente se il numero dei frequentatori fosse minimo. La Chiesa cattolica dovrebbe riorganizzare l’educazione degli adolescenti in sede parrocchiale, tuttavia col vantaggio di aumentare il contenuto confessionale-catechistico. Un accordo si deve (si può) trovare I due contendenti dovrebbero finalmente assumersi la responsabilità, sia verso la grande maggioranza degli allievi che restano senza un insegnamento da tutti ritenuto necessario (ciò che dovrebbe specialmente essere avvertito dall’istanza scolastica deputata al bene comune di tutta la scolaresca), sia da parte ecclesiastica, che per mantenere uno statuto privilegiato (frutto di un accordo politico più che centenario) impedisce che la grande maggioranza degli allievi abbia oggi un’adeguata informazione e formazione sul tema religioso (questa dovrebbe essere la sua prima e unica preoccupazione). L’istanza scolastica dovrebbe essere più facilmente (come è dovere di ogni autorità politica che vuole realizzare «il massimo bene possibile») nel favorire una soluzione accettabile per la parte ecclesiastica (non dico ecclesiale, perché non è conosciuto che cosa ne pensa la totalità, o almeno la

maggioranza dei cattolici o battezzati residenti in Ticino). Per questo – da ticinese e poi da cattolico, ecclesiale e più o meno ecclesiastico – ritengo che una soluzione provvisoria (limitata ad es. a cinque anni e attuata unicamente nei due anni di Terza e Quarta media) col sistema misto potrebbe fare da ponte a quella definitiva del doppio binario che sembra il più confacente ad una scuola laica (ma non laicista) in una società sempre più plurale sia religiosamente sia culturalmente. Oppure si potrebbe, quale soluzione compromissoria, applicare nei primi due anni della scuola media il sistema misto (un insegnamento obbligatorio per tutti, scegliendo tra quello confessionale attuale e quello laico nuovo) e nelle ultime due classi il sistema del doppio binario. Facilitare l’accordo Da parte statale si dovrebbe inoltre fare uno sforzo per comprendere e possibilmente superare le preoccupazioni ecclesiastiche circa sia il contenuto del programma dell’insegnamento laico, sia le qualifiche e le competenze degli insegnanti di tale materia. A ciò potrebbero servire alcune disposizioni da concordare con le autorità di tutte le confessioni e gruppi culturali aconfessionali, come la costituzione di una commissione mista (Cantone e comunità religiose e culturali) con il compito di elaborare il programma per il corso laico, vigilare sul suo rispetto e riferire sui risultati conseguiti. La stessa commissione potrebbe anche esaminare la competenza dei docenti della nuova materia, sia esaminando i loro curricula, sia promovendo un corso di «riciclaggio» per insegnanti di storia o di altre discipline che fossero disponibili al nuovo insegnamento, sia qualificando per il nuovo insegnamento gli attuali insegnanti di religione con adeguate misure (esami e corsi di abilitazione). Infine, nel programma del nuovo insegnamento potrebbe essere prevista la partecipazione, per un numero minimo di ore di lezione, di insegnanti qualificati o di rappresentanti delle diverse religioni e culture presenti in modo significativo in Ticino, per «compensare» temute o eventuali carenze dell’insegnamento laico. Il sistema misto potrebbe essere applicato progressivamente nelle diverse sedi, secondo le disponibilità di insegnanti qualificati per l’insegnamento nel corso laico (ancora da ricercare per occupare tutti i nuovi incarichi), mentre i


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corsi affidati all’autorità ecclesiastica potrebbero continuare ad essere regolarmente dispensati in tutte le sedi di scuola media, raggruppando eventualmente gli allievi che lo richiedono quando il loro numero fosse inferiore a dieci unità. Andare oltre Inoltre, trovato l’accordo per la scuola media, potranno finalmente essere ricercate le soluzioni per gli altri ordini di scuola, in particolare per le scuole del medio superiore, ove va esaminata la possibilità di attuare un insegnamento più adeguato all’importanza riconosciuta alla materia religiosa, attualmente seguito da una percentuale minima di giovani.

Statistica religiosa. I cattolici svizzeri non sono i fedeli più praticanti: col loro 13% sono nettamente superati dal 72% dagli evangelici liberi. Anche i musulmani frequentano poco: il 40% non ha pregato mai negli ultimi 12 mesi, contro il 25% dei cattolici e il 34% dei protestanti. Per quanto riguarda la frequenza dei servizi religiosi, negli ultimi dodici mesi, il 19% dei cattolici e il 23% dei protestanti non ci sono mai andati: ma i più assenteisti sono ancora i musulmani con il 46%, mentre solo il 6% degli evangelici liberi non ha frequentato alcun culto. I dati risultano da una indagine dell’Ufficio federale di statistica. A sua volta, l’Istituto svizzero di sociologia pastorale ha constatato che anche nel 2015 è continuato l’abbandono della Chiesa tanto da parte dei cattolici quanto da parte dei protestanti, nei cantoni in cui si paga l’imposta di culto. Una indagine precisa è però possibile solo nei cantoni della Svizzera tedesca: nei cantoni romandi gli elenchi, tenuti dalle autorità locali, sono spesso incompleti. Le Chiese storiche in Svizzera hanno fino ad anni recenti basato l’elenco dei loro membri sui dati forniti dalle autorità civili; ma sempre meno a livello locale l’appartenenza religiosa è richiesta o registrata. Ciò pone diversi problemi alle Chiese tradizionali, sia per mantenere i contatti e informare adeguatamente i propri membri sia, molto più prosaicamente, per assicurarsi il finanziamento. Le difficoltà maggiori toccano però alle comunità minoritarie, che non possono far ricorso ad appelli generalizzati.

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20 MAGGIO 2017

80ANNI

1000 LIBRI

Auguri al nostro editore! «Abbiamo una città forte», si vantavano gli Ebrei (Is.16,1). Ridotte le proporzioni, anche noi come rivista abbiamo un custode forte: Armando Dadò, l’editore che il 20 maggio ha compiuto ottant’anni. «Mi sarebbe piaciuto fare il giornalista», ammise una volta (T. Valsesia, Intervista ad Armando Dadò: 50 anni fra carta e inchiostro, «la Rivista» 21 novembre 2011). I giornalisti gli rimandano la palla: a chi non piacerebbe piuttosto il mestiere dell’editore, vista la sua esperienza: quasi mille pubblicazioni? La più venduta fu «Ticino com’era», di Piero Bianconi (1990): 12 mila copie. La più importante? Il «Dizionario storico della Svizzera», 13 volumi (2002-2014). Sergio Ro-

mano gli riconosceva: «Oggi sappiamo molto di più della cultura svizzera di quanto non sapessimo prima che la Casa editrice di Armando Dadò cominciasse a pubblicare le traduzioni italiane di scrittori, romanzieri e poeti di lingua tedesca». Chi si occupa di politica lo ricorda deputato al Gran Consiglio per 24 anni, presidente nel 1998. I lettori di giornali inciampano nei suoi commenti alla vita sociale del Paese, e non occorre condividere sempre le sue conclusioni per ammirarne la verve e la passione civile. «Dialoghi» deve stargli a cuore, perché la rivista avrà presto cinquant’anni, come la sua impresa (1961-2011). Tra coetanei, perciò, auguri semplici e schietti! (E.M.)


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CRONACA SVIZZERA a cura di Alberto Lepori

Giornata ecumenica. I cristiani svizzeri, cattolici e riformati, hanno celebrato una giornata storica, lo scorso 1. aprile a Zugo, associando il sesto centenario della nascita di Nicolao della Flüe e i 500 anni della Riforma luterana, riconoscendosi nell’unità di Cristo e domandandosi reciprocamente perdono per le separazioni. L’incontro si è concluso con l’assaggio di «pane e latte» al Centro Riformato, ricordando come le truppe confederate avessero in tal modo fraternizzato a Kappel, nel 1529 (ma la guerra si riaccese nel 1531, con la vittoria dei cattolici e la morte in battaglia del riformatore zurighese Ulrico Zwingli), e con una celebrazione ecumenica presieduta congiuntamente dal vescovo Felix Gmür e dal pastore e presidente protestante Gottfried Locher. Cooperazione allo sviluppo. La FOSIT (Federazione delle ong della Svizzera Italiana) conta oggi sessantuno affiliate: 49 associazioni e 12 fondazioni. Da 17 anni fra i suoi compiti istituzionali rientrano la formazione e l’aggiornamento delle ong, la promozione delle migliori pratiche e della qualità istituzionale e operativa delle associate, la sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulla solidarietà internazionale e lo sviluppo sostenibile. La FOSIT co-gestisce inoltre, assieme a enti pubblici, bandi per il finanziamento di progetti ed è attiva nella ricerca e nella gestione di fondi per progetti nel Sud del mondo realizzati da ong della Svizzera italiana. Nel 2016 attraverso la FOSIT sono stati erogati finanziamenti a sostegno di 58 progetti di cooperazione allo sviluppo promossi in 28 Paesi da 33 ong della Svizzera italiana. Il totale dei fondi pubblici per i progetti ha superato 883 mila franchi, erogati dalla Confederazione, dal Canton Ticino, dal Comune di Lugano, dalle AIL Lugano e dal Comune di Bioggio. I fondi privati destinati ai progetti sul terreno tramite FOSIT sono invece diminuiti. L’esercizio 2016 si è chiuso con un utile di poco più di 8mila franchi. Da tre anni la FOSIT organizza con la SUPSI un corso per il conseguimento del Certificate of Advanced Studies in cooperazione e sviluppo, che nel maggio 2017 ha potuto annoverare un totale di 60 diplomati.

Premio giornalistico. Carlo Silini, della redazione di «Dialoghi» (che tuttavia si guadagna il pane quale capo-redattore del «Corriere del Ticino»), ha vinto il premio Swiss Press Local 2017 con un servizio intitolato: «Due bambini, due padri, una famiglia», storia di una coppia di padri ticinesi che hanno ricevuto due «figli» dalla California. L’amico Carlo è… recidivo: nel 2015 aveva già ricevuto un premio nazionale con un servizio dedicato all’intervento della cellula di crisi dopo la frana di Davesco. Duc in altum! La c’è la provvidenza! Tempi grami per le finanze 2016 della Diocesi di Sion? L’annuale colletta diocesana aveva fruttato solo 652.000 franchi (trecentomila meno del previsto!), le offerte per messe e pellegrinaggi erano diminuite di fr. 62.000 rispetto al 2015 e il contributo della Missione Interna segnava un calo di fr. 53.000. Ma poi… la Provvidenza (o chi per essa) ha provveduto per 420.000 franchi in legati, e i conti diocesani chiudono felicemente con una eccedenza di 180.000 franchi. L’aveva detto Don Lisander… «Notti nelle chiese». Per la quarta volta, a Losanna, lo scorso 20 maggio, è stata organizzata la manifestazione «Notti nelle chiese», offrendo la possibilità di visitare, dalle 17.30 a mezzanotte, una trentina di edifici religiosi delle diverse confessioni cristiane (cattolica, protestante, ortodossa, anglicana e evangelica). La manifestazione è coordinata dalla Comunità delle Chiese cristiane vodesi e registra la partecipazione, in spirito ecumenico, di diverse migliaia di visitatori. Le comunità visitate offrono concerti, spettacoli, visite guidate, esposizioni, conferenze ecc. Una proposta ecumenica che andrebbe imitata in Ticino… Il costo dei rifugiati. Nel 2016 la Confederazione ha speso 1,9 miliardi di franchi per l’asilo, il 3% delle sue spese totali. La parte maggiore va a finanziare le procedure per le domande d’asilo e le spese di ospitalità e di rinvio, e comprende anche i sussidi ai cantoni per l’aiuto sociale e le misure d’integrazione. I costi dell’asilo vanno a diminuzione della voce di bilancio destinata… allo sviluppo (ne rappre-

sentano il 20%). Il budget della difesa militare, per il 2017, raggiunge invece il 6,9% delle spese della Confederazione, mentre un terzo del totale va alla previdenza sociale (fonte: Amnesty, marzo 2017). Bilancio positivo. Il Centro Svizzera Islam e Società, presso l’Università di Friburgo, nel suo primo anno di funzionamento (dal settembre 2016 al maggio 2017), ha registrato un pieno successo, organizzando 25 corsi in tutta la Svizzera con la partecipazione di 450 responsabili di associazioni musulmane. Il Centro, sostenuto dalla Confederazione, tratta questioni concernenti l’Islam e la società, promovendo la collaborazione tra le associazioni musulmane e le istituzioni pubbliche. Persone che svolgono funzioni molto differenti in diverse associazioni locali o cantonali di parecchie etnie (albanesi, bosniache, turche ecc.) hanno potuto beneficiare del programma grazie alla sua impostazione libera e costruttiva. Chiese e Stato a Berna. Il Governo bernese ha trasmesso al Gran Consiglio un progetto di nuova legge per regolare i rapporti con le «Chiese nazionali» che sarà discusso nella sessione di settembre 2017. La novità maggiore, nella direzione di maggiore autonomia delle Chiese, è quella per cui pastori e preti non saranno più funzionari del Cantone, ma dipenderanno dalle rispettive comunità ecclesiastiche. Il Cantone continuerà a sostenere finanziariamente le diverse Chiese come fin qui, per cui la Chiesa cattolica si ritiene discriminata rispetto a quella protestante e rivendica un aumento del contributo da 2 a 10 milioni di franchi. La legge potrà in futuro indicare le prestazioni delle Chiese nazionali che il Cantone giudica di interesse generale. Aria nuova? La Diocesi di Coira (che comprende sette cantoni svizzeri: Grigioni, Svitto, Glarona, Zurigo, Obvaldo, Nidvaldo e Uri) sarà affidata almeno ancora per due anni a mons. Vitus Huonder, che ha compiuto 75 anni ed è in carica dal 2007. La conferma è giunta dal Vaticano malgrado la situazione conflittuale che da tempo divide i diocesani. Accanto ai delusi ci sono anche gli ottimisti, i quali sperano che il periodo «di grazia» permetta di affrontare il tema di una divisione della troppo estesa diocesi. Lapidario il commento di mons. Morerod, presidente dei vescovi svizzeri: «Abbia-


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mo saputo di questa decisione e certamente la rispettiamo». Intanto mons. Huonder ha inaugurato il biennio con la nomina di una donna, Donata Bricci, 46 anni, cancelliere della Diocesi, cioè col compito di redigere, conservare e inviare gli atti della Curia. Di di formazione traduttrice, Bricci era dal 2013 responsabile del personale e in precedenza aveva lavorato al segretariato generale del Consiglio delle Conferenze episcopali europee a San Gallo. Aria nuova?

sulmana, riconoscimento attualmente allo studio a livello governativo. Il Consiglio nazionale infine ha respinto il postulato di un deputato democentrista che domandava di privilegiare l’accoglimento diretto, attuale o futuro, di rifugiati purché cristiani, in modo particolare musulmani convertiti al cristianesimo. Su duecento consiglieri della camera popolare, contro hanno votato in 86, a favore 85 (!), 13 si sono astenuti (ma che bravi! …), 16 erano assenti per i fatti loro.

Sempre primi. Un giornale ticinese dello scorso 11 maggio titola in fondo alla terza pagina: «Una ricerca romanda ci mette al quarto posto dopo Londra, Lussemburgo e Zurigo. Ticino fra le regioni più sprint d’Europa». E spiega: «A confronto di 300 regioni, valutandole in rapporto al PIL per numero di abitanti […] al primo posto si è posizionata la City di Londra (212.800 euro nel 2015), ma dietro, seppure staccati nettamente, figurano il Lussemburgo (89.900), Zurigo (89.751), e appunto il Ticino (76.842)». Il giorno prima, due giornali ticinesi («Giornale del Popolo» e «Corriere del Ticino») titolavano: «L’assistenza cresce, il Cantone è preoccupato» e «il 15 % da solo non arriva a fine mese». E poi ancora: «In Ticino quasi 50.000 persone devono ricorrere all’aiuto statale per far fronte ai propri bisogni quotidiani» e «nel 2016 spesi 357 milioni. Sono in costante aumento i beneficiari dell’assistenza». «Da rilevare come ben 1116 persone in assistenza svolgono un’attività lavorativa su chiamata o a tempo parziale». Per finire in bellezza: «La mancanza di lavoro può portare anche alla depressione». Conclusione: «Sprint» sarà pure lo scatto che fa il tappo di champagne quando esce dal vetro, ma lo stesso effetto si ha anche aprendo una bottiglia di gazosa.

Tremila al mese. Il «Corriere degli Italiani» riferisce che pronto.pro.it ha voluto calcolare a quanto dovrebbe ammontare lo stipendio delle madri se il loro lavoro fosse retribuito professionalmente, scoprendo che una mamma in media guadagnerebbe circa 3.045 euro netti al mese. Per calcolarlo sono state valutate le attività svolte dentro e fuori casa, con le paghe orarie riconosciute a chi lavora professionalmente. Ne risulta uno stipendio mensile italiano pari a quello di chi ricopre cariche manageriali, medici specializzati e liberi professionisti. Le professioni e le paghe orarie tenute in considerazione sono quelle di autista privato, richiesto per accompagnare i bambini a scuola o in piscina (tariffa: 13 euro l’ora); chef a domicilio (mediamente 30 euro l’ora), lavanderia, stireria e pulizie sono le mansioni che prendono almeno 18 ore a settimana. La mamma è anche consulente per gli acquisti (paga oraria pari a 50 euro, tre volte al mese fanno almeno 150), considerando che la sua consulenza non verte solo sul cibo, ma su scarpe e vestiti, libri, cancelleria, articoli sportivi e giocattoli. Ultimo, ma forse il più importante, il ruolo di life coach (che sarà?) reperibile e contattabile 24 ore al giorno, pronto a insegnare a gestire la vita, il proprio tempo e i propri affetti: solo questo lavoro, a tariffa, comporta 8810 euro al mese, somma che non è stata però inserita nel calcolo… perché la mamma lo fa per amore!

Buon senso. La Landsgemeinde di Glarona ha respinto, con circa due terzi di «mani alzate», la proposta di un cittadino democentrista che voleva introdurre la proibizione a dissimulare il viso, cioè il porto del burka, nel territorio cantonale. I cittadini del Canton Vaud non hanno sottoscritto un’iniziativa popolare, pure promossa dall’Unione democratica di centro, «Contro l’integrismo religioso»: raccolte risultavano infatti solo 3000 firme mentre ne occorrevano12.000. Lo scopo era quello di impedire che il Cantone riconosca la comunità mu-

Musulmani integrati. I musulmani bosniaci condannano il terrorismo motivato dalla religione e rispettano i valori svizzeri. È quanto risulta da una dichiarazione comune sottoscritta a Sarajevo tra il gran mufti Husein Kavazovic, capo spirituale dei maomettani della Bosnia, e il responsabile delle Chiese protestanti svizzere Gottfried Locher, firmata il 12 maggio in presenza del presidente bosniaco Bakir Izetbegovic. Nel do-

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cumento si afferma esplicitamente che tutti gli esseri umani sono liberi di scegliere la propria religione e che i musulmani bosniaci rivendicano la democrazia, lo stato di diritto e l’uguaglianza dei diritti tra uomini e donne «a somiglianza di quanto si pratica in Svizzera». I bosniaci di religione musulmana non sono i primi che si riconoscono per iscritto nei valori elvetici. Lo scorso 20 aprile, per esempio, le due principali associazioni musulmane albanesi in Svizzera avevano firmato una dichiarazione comune in favore della laicità. Globalmente, in Svizzera si stima abitino 450 mila musulmani, 14 mila di origine bosniaca. Svizzera più male che bene. Il 22% della popolazione svizzera non è in grado di far fronte a una spesa imprevista di 2500 franchi nell’arco di un mese. La quota sale al 27% se si considerano le persone sole con meno di 65 anni e addirittura al 46% se si prendono in considerazione le famiglie monoparentali. I dati, riferiti al 2015, risultano da un’indagine sul benessere soggettivo e le condizioni di vita pubblicata dall’Ufficio federale di statistica (UST). Oltre un quarto (27%) delle economie domestiche, composte da una madre o un padre soli con uno o più figli, dichiara di avere difficoltà a sbarcare il lunario. La percentuale scende al 15% per le persone sole, al 12% per le coppie con figli e al 5% per le coppie senza prole. L’11% della popolazione vive in un’economia domestica che dichiara di avere difficoltà a far fronte agli impegni finanziari. Le famiglie monoparentali si lamentano, anche più spesso della media, di non poter andare in vacanza nemmeno una settimana, nonché di vivere in abitazioni esposte al rumore della strada o dei vicini e all’umidità. Le situazioni di precarietà hanno chiaramente un impatto sui figli. I giovani di 16 anni e più che vivono con una madre o un padre soli con uno o più figli sono nettamente meno soddisfatti della loro vita attuale e delle loro relazioni personali dei loro coetanei. In Svizzera, comunque, quasi due persone su cinque (38%) si dichiarano molto soddisfatte della vita che conducono, contro una persona su cinque nell’Unione euroea (in Italia il 14%). Gli abitanti della Confederazione si dimostrano anche più soddisfatti circa le relazioni personali e il grado di fiducia nelle istituzioni raggiunge un valore di 7 su 10, contro 4,7 nell’UE, 3,8 in Italia.


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Sostenere gli obiettivi dello sviluppo sennò restano una tigre di carta La Svizzera deve prendere sul serio gli impegni assunti Nel settembre 2015 la comunità internazionale ha adottato l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. Il tema è stato poco seguito dalla stampa e dal grande pubblico ma, secondo Alliance Sud, il documento ha il potenziale per contribuire in modo significativo a un mondo (più) giusto. I 17 Obiettivi di «Sviluppo Sostenibile» (OSS 17) rappresentano il punto di collegamento centrale tra le attività tradizionali di Alliance Sud e l’Agenda 2030. È in effetti affrontata la questione delle risorse, finanziarie e non-finanziarie, necessarie alla sua messa in atto. Le questioni fiscali e l’aiuto pubblico allo sviluppo figurano in primo piano per quanto riguarda la mobilitazione delle risorse finanziarie, mentre al centro degli obiettivi riguardanti le risorse non-finanziarie si trova l’istituzione di un regime commerciale equo. Occorre sottolineare che il «sottoobiettivo 17.14» stabilisce che il rafforzamento della coerenza politica è una condizione preliminare allo sviluppo sostenibile. È la prima volta che quest’obiettivo figura esplicitamente in un quadro di riferimento globale. In questo modo gli Stati si dichiarano pronti a definire le loro politiche commerciali e fiscali per giungere a uno sviluppo sostenibile. Essi s’impegnano ad analizzare le ripercussioni delle loro politiche in altri ambiti e a prendere le misure necessarie per permettere ad altri attori uno sviluppo sostenibile. Faccio a questo punto l’analisi dei cinque campi d’attività di Alliance Sud alla luce dell’Agenda 2030

liardi di franchi svizzeri di fondi esteri in gestione, la piazza finanziaria elvetica resta il più grande centro off shore del mondo e uno dei territori fiscali preferiti dalle multinazionali, a causa di Eva Schassmann*

dei suoi bassi tassi. Questo «modello d’affari» consolida non solo le disuguaglianze in termini di ricchezze in seno al Paese, ma rappresenta anche uno dei principali vettori delle disuguaglianze globali. La concretizzazione dei diversi OSS richiede, secondo le stime dell’ONU, investimenti pari a 5.000-7.000 miliardi di dollari americani all’anno. Queste risorse devono essere mobilizzate in gran parte nei Paesi stessi (OSS 17.1). Anche quelli in sviluppo devono essere in grado di finanziare l’infrastruttura necessaria e i servizi di base tramite le imposte e altri introiti statali. Per fare ciò, il know how tecnico delle amministrazioni e le legislazioni fiscali non sono gli unici pre-requisiti; si tratta anche di evitare le perdite colossali d’entrate fiscali dovute ai trasferimenti degli utili all’estero e l’impiego – legale o meno – degli strumenti d’evasione fiscale. Con la sua politica fiscale aggressiva, volta a favorire i patrimoni privati e le multinazionali, la Svizzera resta una potente calamita per tali flussi finanziari illeciti. Attraverso l’OSS 16.4, l’Agenda 2030 definisce anche per la Svizzera un obiettivo chiaro volto a intraprendere, in modo risoluto, nuove vie.

Politica fiscale e finanziaria In termini di politica fiscale e finanziaria internazionale si pongono due questioni principali: la ripartizione delle ricchezze e il finanziamento dell’attuazione dell’Agenda 2030. L’Obiettivo 10 mira a ridurre le disuguaglianze all’interno dei Paesi e tra un Paese e l’altro, mentre il sottoobiettivo 10.4 affronta esplicitamente la politica fiscale. Con oltre 3000 mi-

* Eva Schmassmann di Alliance Sud è membro della Commissione consultiva per la cooperazione internazionale (Advisory Commission on the International Cooperation) e membro di comitato dell’«akte» (Working Group on Tourism and Development). Dirige il Segretariato della Piattaforma svizzera delle ONG e il gruppo di parlamentari SuisseSolidarité internationale.

Politica commerciale e investimenti La politica commerciale può notevolmente limitare il margine di manovra degli Stati nella definizione e la messa in atto del loro sviluppo sostenibile. A tal proposito, l’OSS 17.5 esige di rispettare il margine di manovra di ogni Paese. Gli accordi di libero scambio e di protezione degli investimenti, già conclusi o previsti, devono perciò essere valutati alla luce di questo principio. Questi accordi devono integrare – come pre-condizione – un capitolo vincolante riguardante la sostenibilità che esiga il rispetto dei diritti umani e del lavoro, nonché degli standard ambientali. Vi è inoltre una necessità di agire anche in altri ambiti della politica commerciale della Svizzera. In effetti, l’OSS 2.2 b. esige l’eliminazione di tutte le forme di sovvenzione alle esportazioni agricole e di tutte le misure relative alle esportazioni che hanno effetti simili. In Svizzera, ciò riguarderebbe la «legge sul cioccolato», circa la quale il Consiglio federale ha formulato la proposta di un nuovo statuto legale. Imprese e diritti umani Grandi aspettative si formulano nei confronti del settore privato. Nell’attuazione dell’Agenda 2030, numerosi governi vedono – in termini d’investimenti, d’entrate fiscali, d’impiego e di spinta al progresso tecnologico – un ruolo centrale da giocare dal settore privato. Le aziende transnazionali sono invece menzionate esplicitamente solo una volta nei 17 OSS: nell’OSS 12.6 che si occupa dei modi di consumazione e di produzione sostenibili. Non viene formulata alcuna esigenza nei confronti delle imprese, che sono unicamente incoraggiate «ad adottare pratiche sostenibili e a integrare nei loro rapporti delle informazioni sulla sostenibilità». Non è stato tuttavia previsto alcun criterio e alcun sistema di monitoraggio. In quest’ambito Alliance Sud si concentra, da un lato, sulla necessaria regolamentazione da parte dello Stato e,


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dall’altro, sul dialogo con i/le rappresentanti del settore privato. Due sono le esigenze centrali: in primo luogo, le imprese devono essere dei contribuenti importanti e devono contribuire nel permettere agli Stati di disporre dei mezzi finanziari necessari per definire in modo indipendente il loro sviluppo sostenibile e attuarlo. Ciò presuppone che paghino le imposte nei Paesi in cui avviene la creazione di valore. In secondo luogo, devono rispettare l’universalità e le interconnessioni dell’Agenda 2030. Non gli si chiede dunque solo di dimostrare il loro contributo positivo a questo o a quell’OSS, ma anche di compiere un’analisi esaustiva dell’impatto delle loro attività. Per esempio, non sarebbe accettabile che l’aumento della produzione di derrate alimentari, volta a combattere la fame, avvenga tramite l’accaparramento delle terre o mettendo in pericolo la salute delle comunità locali. La messa in atto dell’Agenda 2030 ha inoltre bisogno di regole statali. In Svizzera, il governo e l’amministrazione sono estremamente reticenti nel prendere le misure necessarie, com’è stato dimostrato dalla recente adozione del Piano d’azione nazionale riguardante l’attuazione dei Principi guida dell’ONU su imprese e diritti umani. Politica climatica e ambientale In quest’ambito, le decisioni politiche e le attività della Svizzera che hanno un impatto sul bene pubblico mondiale rappresentato dal clima, e che hanno degli effetti diretti o indiretti sull’ambiente e gli ecosistemi all’estero, sono al centro dell’attenzione di Alliance Sud. È per esempio il caso dell’impatto transfrontaliero delle emissioni di CO2. Con un’impronta ecologica di 3,3 pianeti, la Svizzera si situa molto lontano da una gestione sostenibile delle risorse naturali, come richiesto dall’OSS 12.2. L’attuazione dell’Accordo di Parigi sul clima si trova attualmente al centro dei dibattiti politici (OSS 13.2). In Svizzera, questa messa in atto si trascina da tempo e non è all’altezza delle esigenze. Per realizzare l’obiettivo di Parigi, che vorrebbe stabilizzare il riscaldamento terrestre al di sotto dei 2 gradi Celsius, il Consiglio federale dovrebbe porsi l’obiettivo di ridurre del 60% le emissioni di CO2 in Svizzera entro il 2030 (rispetto al 1990). Ora, nella revisione della legge sul CO2, che dovrebbe essere trattata nella sessione autunnale del Parlamento,

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Alliance Sud e l’Agenda 2030 Nella discussione riguardante l’attuazione dell’Agenda 2030 dell’ONU in Svizzera e da parte di essa, Alliance Sud si concentra sugli aspetti di politica di sviluppo. Lo «sviluppo sostenibile» è un concetto che offre un nuovo quadro di riferimento alla cooperazione allo sviluppo e alle agenzie di sviluppo. Le principali novità dell’Agenda 2030 sono la sua universalità e l’unificazione di diversi processi a livello globale. Essa concerne, oltre alla cooperazione allo sviluppo classica, anche la politica nazionale nelle sue dimensioni sociali, di protezione dell’ambiente, di utilizzo delle risorse o di ripartizione delle ricchezze e dei redditi. Grazie al congiungimento del processo di Rio (1992) e dell’agenda degli Obiettivi di sviluppo del Millennio (in inglese: Millennium Deil Consiglio federale propone solo una diminuzione del 30%. A ciò si aggiunge il fatto che la Svizzera non dispone d’una strategia climatica a lungo termine, e nemmeno d’un piano che permetta di mobilitare i mezzi finanziari supplementari per il finanziamento delle misure di protezione del clima e d’adattamento nei Paesi in sviluppo. L’OSS 13.a conferma l’impegno dei Paesi dell’OCSE nel finanziare tali misure con un importo di 100 miliardi di dollari all’anno. Secondo le nostre stime, la Svizzera dovrebbe contribuirvi versando 1-1,3 miliardi di franchi all’anno. Questi calcoli si basano sul potere economico della Svizzera, che corrisponde all’1% della performance economica dell’OCSE, e sulla responsabilità globale della Svizzera in termini d’emissioni di CO2: circa 15 tonnellate di CO2 per abitante e per anno. Cooperazione allo sviluppo Tra i diversi uffici federali, gli attori statali della cooperazione svizzera allo sviluppo sono quelli che hanno una migliore conoscenza ed esperienza dell’Agenda 2030. La Direzione dello sviluppo e della cooperazione (DSC) si è fortemente impegnata nell’elaborazione dell’Agenda 2030 e l’orientamento a un quadro di riferimento globale, in seguito agli Obiettivi del Millennio, non è quindi una novità. Ma non si possono proseguire i pro-

velopment Goals, 2000), l’Agenda 2030 mette fine al lavoro a compartimenti stagni e ai processi paralleli. Alliance Sud s’impegna affinché ciò non rimanga solo teoria, ma si traduca anche a livello pratico. I 17 obiettivi di sviluppo sostenibile (in inglese. Sustainable Development Goals, SDG) stabiliscono una rete interdipendente, che integra numerosi legami. La condizione preliminare per la sua attuazione è una comprensione sistemica che tenga conto delle interazioni tra gli ambiti economici, sociali e ambientali. Ciò presuppone il rafforzamento della rete con gli attori della società civile che lavorano in diversi settori tematici. Lo scambio permette di uscire dai sentieri battuti e sviluppare una visione d’insieme. es. grammi esistenti come nel passato. La cooperazione allo sviluppo deve integrare le novità centrali dell’Agenda 2030 e affrontare le sue attività in modo interconnesso e sotto forma di partenariati. È essenziale che nel dibattito politico gli attori della cooperazione allo sviluppo insistano attivamente sulla coerenza dei politici da un punto di vista della politica di sviluppo. L’Agenda 2030 insiste sul fatto che l’aiuto pubblico allo sviluppo (APS) non basterà a finanziare l’attuazione degli OSS. L’APS continuerà tuttavia a svolgere un ruolo importante nelle nazioni più povere e nel settore dei servizi pubblici, come la formazione e la salute. È dunque necessario aumentare la quota parte dell’APS. Perciò l’Agenda 2030 ripete la promessa, che data ormai di alcune decine d’anni, di aumentare la parte dell’APS allo 0,7% del reddito nazionale lordo (OSS 17.2). Su questo tema però la ricca Svizzera ha già fatto marcia indietro. Nel 2014 il Parlamento aveva fissato l’obiettivo a 0,5%, il Consiglio federale ha ridotto questa parte allo 0,48% per i prossimi quattro anni. I mezzi finanziari effettivamente assegnati alla cooperazione allo sviluppo sono notevolmente inferiori, dal momento che inclusi in questa contabilità sono i costi del primo anno d’accoglienza dei richiedenti asilo. Pertanto, un franco su sette della cooperazione allo sviluppo è sborsato in Svizzera per coprire


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le spese, necessarie ma non pertinenti dal punto di vista dello sviluppo, della politica d’asilo. In Svizzera resta ancora molto da fare Quest’analisi sommaria dei bisogni d’azione derivanti dall’Agenda 2030 da un punto di vista della politica di sviluppo dimostra chiaramente che la politica svizzera non si trova attual-

mente sulla via della sostenibilità. Al contrario: in fatto di politica fiscale e commerciale si sviluppa nella direzione opposta. In termini di politica climatica e delle imprese e dei diritti umani, malgrado i bisogni d’azione siano riconosciuti, l’adozione delle misure necessarie è ancora troppo lenta. Gli Stati hanno definito, attraverso l’Agenda 2030 per lo sviluppo so-

stenibile, la via che andrebbe seguita per andare verso un mondo più giusto. Al di là delle constatazioni fissate in questo quadro di riferimento, ora c’è bisogno anzitutto di volontà politica: quella di raggiungere effettivamente questi obiettivi. E di dare la precedenza agli interessi comuni a lungo termine, alla vita in un mondo sostenibile e pacifico, piuttosto che agli interessi particolari a breve termine.

Ambiente, società, economia fanno lo sviluppo sostenibile «Sviluppo sostenibile» è un’espressione-valigia. Alcuni la vendono come un comportamento necessario per cambiare la mentalità dilapidatrice. Altri la usano per dirci che con l’economia attuale, fondata sull’espansione senza limiti, sbatteremo contro il muro della finitezza delle risorse. Altri, ancora, la tirano fuori come mantra purificatore, etichetta di marketing assolutoria, patente di sensibilità politica. Qualcuno per spiegarci scientificamente la nozione si viluppo sostenibile ha scomodato l’immancabile modello. Un modello «bioeconomico», ad esempio. Avremmo così una sfera ambientale che ingloba una sfera sociale, la quale ingloba a sua volta la sfera economica. Si vuol dire che le attività economiche sono al servizio dell’uomo, ma che l’esistenza umana è dipendente dal sistema biofisico. Insomma: usiamo l’economia (strumento, non fine) per lo sviluppo dell’uomo (è questo il fine) tenendo però conto che l’uomo è collocato ed agisce dentro un sistema biofisico (ambiente, natura, risorse, interrelazioni) che è definito. Tutto bene, se non si insinuassero obiezioni ovvie: proprio nella misura in cui l’ambiente (o il sistema biofisico) è spesso condizionato dall’azione dell’uomo, oppure proprio nella misura in cui i metodi rispettosi dell’ambiente dipendono dalle condizioni sociali nelle quali si trovano e si svolgono le attività umane: dove finisce o come rimane ad esempio subordinato alla sopravvivenza del momento lo sviluppo detto sostenibile? Torna in scena, prepotentemente, la condizione sociale. Determinante.

A questo punto si pongono due domande. Se la sostenibilità è il nuovo paradigma inevitabile, come vi si è arrivati? Perché lo sviluppo socialmente sostenibile è prioritario? La prima domanda si evita sempre. Eppure è da lì che bisognerebbe partire. Globalizzazione, concorrenza internazionale sfrenata, mitizzazione del prezzo sempre più basso, delocalizzazioni delle produzioni, sfruttamento e precarizzazione del lavoro, diseguaglianze crescenti, finanziarizzazione d’ogni cosa, debito pubblico e privato come imbrigliamento della società, della politica, del lavoro, dilapidazione di natura e risorse, guerre, crisi e insicurezza come condizione umana permanente: questo è il paradigma in cui siamo sempre immersi, diventato «insostenibile». Si tenta quindi di sostituire, per non annientarsi, qualcosa che sia «sostenibile». L’orizzonte esistenziale della nostra epoca è però ormai occupato (perché, lo si voglia o no, è lì che incombe) dalla crisi ambientale, tanto su tutto il pianeta quanto, in forme specifiche e differenti, su ogni sua singola posizione, anche locale. La dimensione ambientale dello sviluppo sostenibile è così stata posta al centro perché si è presa consapevolezza della vulnerabilità della natura. La seconda domanda discende direttamente dai contenuti della precedente. La percezione dei disastri che l’uomo provoca sulla natura è una condizione necessaria per modificare la sua azione. Le persone devono quindi impegnarsi in un cambiamento dei loro comportamenti. Tuttavia è innegabile che l’azione delle persone

è condizionata dalla loro educazione, dalla classe sociale, dallo stato di salute, dal reddito per vivere. Nel mondo attuale la persistenza della povertà e dell’esclusione sociale, l’aumento delle ineguaglianze, delle tensioni sociali, dei conflitti, stanno a dimostrare che la dimensione sociale dello sviluppo ha carattere prioritario. Il vecchio paradigma, quello da contrastare, che ci aveva promesso con la globalizzazione la riduzione della povertà, ci ha pure dimostrato che crescendo, ma persino riducendo la povertà non si entra in uno «sviluppo socialmente sostenibile». La sostenibilità sociale dello sviluppo è prioritaria su tutte le altre forme di sostenibilità, economica o ambientale, per una ragione fondamentale: perché la dimensione sociale è essenziale nella coscienza che le persone possono sviluppare, sia nei confronti dell’ambiente, sia nei confronti dei dogmi economici del vecchio paradigma che soffocano l’uomo (mercato-dio, redditività immediata, breve termine, lavoromerce, espansione infinita). Se la nozione di sviluppo sostenibile è un invito alla persona ad avere una visione collettiva (tutti nella natura), intergenerazionale (trasmettere alle nuove generazioni), proiettata nel tempo (risorse non infinte), bisogna partire dalle capacità delle persone, ridefinire persino una «filosofia di vita», affinché quella nozione possa veramente funzionare. Altrimenti si rimane alla valigia piena e all’umanità vuota. O si corre il rischio di una pantomima per fingere di cambiare. Silvano Toppi


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parole di francesco

PAROLE DI FRANCESCO Visita di pace ad Al-Azhar. La mia visita all’Università alAzhar, la più antica università islamica e massima istituzione accademica dell’Islam sunnita, ha avuto un doppio orizzonte: quello del dialogo tra i cristiani e i musulmani e, al tempo stesso, quello della promozione della pace nel mondo. Ad al-Azhar è avvenuto l’incontro con il Grande Imam, incontro che si è poi allargato alla Conferenza Internazionale per la Pace. In tale contesto ho offerto una riflessione che ha valorizzato la storia dell’Egitto come terra di civiltà e terra di alleanze. Per tutta l’umanità l’Egitto è sinonimo di antica civiltà, di tesori d’arte e di conoscenza: e questo ci ricorda che la pace si costruisce mediante l’educazione, la formazione della sapienza, di un umanesimo che comprende come parte integrante la dimensione religiosa, il rapporto con Dio, come ha ricordato il Grande Imam nel suo discorso. La pace si costruisce anche ripartendo dall’alleanza tra Dio e l’uomo, fondamento dell’alleanza tra tutti gli uomini, basata sul Decalogo scritto sulle tavole di pietra del Sinai, ma molto più profondamente nel cuore di ogni uomo di ogni tempo e luogo, legge che si riassume nei due comandamenti dell’amore di Dio e del prossimo. (udienza di mercoledì 3 maggio 2017) Sana laicità per l’Egitto. Questo medesimo fondamento sta anche alla base della costruzione dell’ordine sociale e civile, in cui sono chiamati a collaborare tutti i cittadini, di ogni origine, cultura e religione. Tale visione di sana laicità è emersa nello scambio di discorsi con il presidente della Repubblica dell’Egitto, alla presenza delle autorità del Paese e del Corpo diplomatico. Il grande patrimonio storico e religioso dell’Egitto e il suo ruolo nella regione mediorientale gli conferiscono un compito peculiare nel cammino verso una pace stabile e duratura, che poggi non sul diritto della forza, ma sulla forza del diritto. (udienza di mercoledì 3 maggio 2017) Fraternità cristiana. I cristiani, in Egitto come in ogni nazione della terra, sono chiamati ad essere lievito di fraternità. E questo è possibile se vivono in sé stessi la comunione in Cristo. Un forte segno di comunione, grazie a Dio, abbiamo potuto darlo insieme con il mio caro fratello papa Tawadros II, patriarca dei copti ortodossi. Abbiamo rinnovato l’Impegno, anche firmando una Dichiarazione comune, di camminare insieme e di impegnarci per non ripetere il Battesimo amministrato nelle rispettive Chiese. Insieme abbiamo pregato per i martiri dei recenti attentati che hanno colpito tragicamente quella venerabile Chiesa: e il loro sangue ha fecondato quell’incontro ecumenico, a cui ha partecipato anche il Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo: il Patriarca ecumenico, mio caro fratello. (udienza di mercoledì 3 maggio 2017) Incompatibilità tra fede e violenza. Abbiamo tutti il dovere di insegnare alle nuove generazioni che Dio, il Creatore del cielo e della terra, non ha bisogno di essere protetto dagli uomini, anzi è Lui che protegge gli uomini. Egli non vuole mai la morte dei suoi figli ma la loro vita e la loro felicità. Egli non può né chiedere né giustificare la violenza, anzi la detesta e la rigetta. Il vero Dio chiama all’amore incondizionato, al perdono gratuito, alla misericordia, al rispetto assoluto di ogni vita, alla fraternità tra i suoi figli, credenti e non credenti. Abbiamo il dovere di affermare insieme che la sto-

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ria non perdona quanti proclamano la giustizia e praticano l’ingiustizia; non perdona quanti parlano dell’eguaglianza e scartano i diversi. Abbiamo il dovere di smascherare i venditori di illusioni circa l’aldilà, che predicano l’odio per rubare ai semplici la loro vita presente e il loro diritto di vivere con dignità, trasformandoli in legna da ardere e privandoli della capacità di scegliere con libertà e di credere. Con responsabilità, Signor Presidente, Lei, alcuni minuti fa, mi ha detto che Dio è il Dio della libertà, e questo è vero. Abbiamo il dovere di smontare le idee omicide e le ideologie estremiste, affermando l’incompatibilità tra la vera fede e la violenza, tra Dio e gli atti di morte. La storia invece onora i costruttori di pace, che, con coraggio e senza violenza, lottano per un mondo migliore: «Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5, 9) (dal discorso all’incontro con le autorità egiziane, Il Cairo, 28 aprile 2017). Costruire la pace. La costruzione della pace mediante la nonviolenza attiva è elemento necessario e coerente con i continui sforzi della Chiesa per limitare l’uso della forza attraverso le norme morali, mediante la sua partecipazione ai lavori delle istituzioni internazionali e grazie al contributo competente di tanti cristiani all’elaborazione della legislazione a tutti i livelli. Gesù stesso ci offre un «manuale» di questa strategia di costruzione della pace nel cosiddetto Discorso della montagna. Le otto Beatitudini (Mt5,3-10) tracciano il profilo della persona che possiamo definire beata, buona e autentica. Beati i miti – dice Gesù –, i misericordiosi, gli operatori di pace, i puri di cuore, coloro che hanno fame e sete di giustizia. Questo è anche un programma e una sfida per i leader politici e religiosi, per i responsabili delle istituzioni internazionali e i dirigenti delle imprese e dei media di tutto il mondo: applicare le Beatitudini nel modo in cui esercitano le proprie responsabilità. (per la Giornata della pace, 1° gennaio 2017) Esempi di non violenza. La non violenza praticata con decisione e con coerenza ha prodotto risultati impressionanti. I successi ottenuti dal Mahatma Gandhi e da Abdul Ghaffar Khan nella liberazione dell’India, e da Martin Luther King II contro la discriminazione razziale non saranno mai dimenticati. Le donne, in particolare, sono spesso leader di nonviolenza, come ad esempio Leymah Gbowee e migliaia di liberiane, che hanno organizzato incontri di preghiera e protesta non-violenta, ottenendo negoziati di alto livello per la conclusione della seconda guerra civile in Liberia. Né possiamo dimenticare il decennio epocale conclusosi con la caduta dei regimi comunisti in Europa. Le comunità cristiane hanno dato il loro contributo con la preghiera insistente e l’azione coraggiosa. (per la Giornata della pace, 1° gennaio 2017) Solo la pace è santa. La Chiesa si è impegnata per l’attuazione di strategie non-violente di promozione della pace in molti Paesi, sollecitando persino gli attori più violenti in sforzi per costruire una pace giusta e duratura. Questo impegno a favore delle vittime dell’ingiustizia e della violenza non è un patrimonio esclusivo della Chiesa cattolica, ma è proprio di molte tradizioni religiose, per le quali «la compassione e la nonviolenza sono essenziali e indicano la via della vita». Lo ribadisco con forza: «Nessuna religione è terrorista». La violenza è una profanazione del nome di Dio. Non stanchiamoci mai di ripeterlo: «Mai il nome di Dio può giustificare la violenza. Solo la pace è santa. Solo la pace è santa, non la guerra!». (per la Giornata della pace, 1° gennaio 2017)


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Dichiarazione comune copto-cattolica 4. (…) È attraverso il Battesimo che diventiamo membra dell’unico Corpo di Cristo che è la Chiesa (cfr. 1Cor 12,13). Questa comune eredità è la base del pellegrinaggio che insieme compiamo verso la piena comunione, crescendo nell’amore e nella riconciliazione.

siamo incoraggiati a intraprendere uno studio maggiormente approfondito dei Padri Orientali e Latini e a promuovere scambi proficui nella vita pastorale, specialmente nella catechesi e in un vicendevole arricchimento spirituale tra comunità monastiche e religiose.

5. Consapevoli che in tale pellegrinaggio ci rimane ancora molto cammino da fare, richiamiamo alla memoria quanto è già stato compiuto. In particolare, ricordiamo l’incontro tra Papa Shenouda III e San Giovanni Paolo Il, che venne pellegrino in Egitto durante il Grande Giubileo dell’anno 2000. Siamo determinati nel seguire i loro passi, mossi dall’amore di Cristo Buon Pastore, nella profonda convinzione che camminando insieme cresciamo nell’unità. Perciò attingiamo la forza da Dio, fonte perfetta di comunione e di amore.

8. La nostra condivisa testimonianza cristiana è un provvidenziale segno di riconciliazione e di speranza per la società egiziana e per le sue istituzioni, un seme piantato per portare frutti di giustizia e di pace. Dal momento che crediamo che tutti gli esseri umani sono creati a immagine di Dio, ci sforziamo di promuovere la serenità e la concordia attraverso una coesistenza pacifica tra Cristiani e Musulmani, testimoniando in questo modo che Dio desidera l’unità e l’armonia dell’intera famiglia umana e la pari dignità di ogni essere umano. Abbiamo a cuore la prosperità e il futuro dell’Egitto. Tutti i membri della società hanno il diritto e il dovere di partecipare pienamente alla vita del Paese, godendo di piena e pari cittadinanza e collaborando a edificare la loro nazione. La libertà religiosa, che comprende la libertà di coscienza ed è radicata nella dignità della persona, è il fondamento di tutte le altre libertà. È un diritto sacro e inalienabile.

6. Questo amore trova la sua più alta espressione nella preghiera comune. Quando i cristiani pregano insieme, giungono a comprendere che ciò che li unisce è molto più grande di ciò che li divide. Il nostro desiderio ardente di unità trova ispirazione dalla preghiera di Cristo «perché tutti siano una sola cosa» (Gv 17,21). Perciò approfondiamo le nostre radici nell’unica fede apostolica pregando insieme, cercando traduzioni comuni della preghiera del Signore e una data comune per la celebrazione della Pasqua. 7. Mentre camminiamo verso il giorno benedetto nel quale finalmente ci riuniremo insieme alla stessa Mensa eucaristica, possiamo collaborare in molti ambiti e rendere tangibile la grande ricchezza che già abbiamo in comune. Possiamo dare insieme testimonianza a valori fondamentali quali la santità e la dignità della vita umana, la sacralità del matrimonio e della famiglia e il rispetto dell’Intera creazione che Dio ci ha affidato. Nonostante molteplici sfide contemporanee, come la secolarizzazione e la globalizzazione dell’indifferenza, siamo chiamati a offrire una risposta condivisa, basata sui valori del Vangelo e sui tesori delle nostre rispettive tradizioni. A tale riguardo,

11. Obbedienti all’azione dello Spirito Santo che santifica la Chiesa, lungo i secoli la sorregge e la conduce a quella piena unità per la quale Cristo ha pregato, oggi noi, Papa Francesco e Papa Tawadros II, al fine di allietare il cuore del Signore Gesù, nonché i cuori dei nostri figli e figlie nella fede, dichiariamo reciprocamente che con un’anima sola e un cuore solo cercheremo, in tutta sincerità, di non ripetere il Battesimo amministrato in una delle nostre Chiese ad alcuno che desideri ascriversi all’altra. (….) Chiediamo a Dio nostro Padre di guidarci, nei tempi e nei modi che lo Spirito Santo disporrà, alla piena unità nel Corpo mistico di Cristo. Papa Francesco e Papa Tawadros II Al Patriarcato copto-ortodosso, Il Cairo, 28 aprile 2017.

CRONACA INTERNAZIONALE a cura di Alberto Lepori

Settimana ecumenica. La 57. Sessione di formazione ecumenica del SAE (Segretariato Attività Ecumeniche, www.saenotizie.it) si svolgerà alla Domus Pacis di Santa Maria degli Angeli di Assisi dal 23 al 29 luglio 2017, sul tema «Riforma, profezia, tradizione nelle Chiese», proposto col versetto degli Atti, 15,28: «È parso bene allo Spirito Santo e a noi». La sessione presenterà ogni giorno un momento di preghiera, relazioni e dibattiti e la possibilità di partecipare a sei gruppi di approfondimento o tre laboratori. Relatori, appartenenti a diverse confessioni cristiane, saranno Piero Stefani (presidente del SAE) e i teologi Noffke, Ricca, Bottoni, Dianich, Morandini, Genre, Grillo, Negro, Maffei, Cereti, Molari, ecc. Prezzo del soggiorno da 240 a 330 euro, iscrizione 120 euro. Città della Riforma. La Comunione delle Chiese protestanti in Europa, in collaborazione con le città e regioni europee e con varie Chiese europee, nel cinquecentesimo della Riforma ha promosso l’iniziativa delle «Città europee», come illustra il sito reformation-cities. Segnalati sono gli eventi in programma, di arte e cultura, turismo, culto, scienze, infanzia e gioventù e festività. Per l’Italia già vi figura Venezia, cui si è aggiunta la località di Guardia Piemontese, dove tuttavia non c’è una chiesa valdese: nel XIIXIII secolo i valdesi giunsero in Calabria e si stabilirono in varie località, tra cui Guardia Piemontese. Dopo la Riforma, a cui i valdesi aderirono nel 1532, la Controriforma e la repressione arrivarono anche in Calabria. In ricordo della strage del 5 giugno 1561 la porta del paese viene chiamata «porta del sangue». È in corso la pratica per iscrivere nell’iniziativa la località di Torre Pellice, storico centro dei valdesi in Piemonte, ricco di significative testimonianze; il SAE vi ha tenuto la sua assemblea di primavera. Anche Locarno, dalla quale nel 1555 una piccola comunità di riformati fu costretta all’esilio, è stata indicata come «Città della Riforma». Cattolici orfani. L’elezione di Emmanuel Macron a presidente della Francia ha lasciato orfani i cattolici,


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che al primo turno avevano votato in maggioranza per Fillon (49%: solo il 19% per Macron). Nel secondo turno hanno affrontato una scelta difficile, che anche papa Francesco non ha saputo districare, tra la reazionaria Marie Le Pen e lo sconosciuto europeista. I vescovi invitavano «al discernimento», i movimenti cattolici invitavano a non cedere alla tentazione nazionalista. Secondo una notizia di «Adista», gli elettori cattolici hanno preferito Macron (per il 62%, se praticanti per il 71%), con una scelta a favore della democrazia e dell’Europa. Ma Le Pen, al secondo turno, ha raccolto ancora il 33,9%, il suo migliore risultato di sempre. Papa europeista. Che papa Francesco sia un fautore dell’Unione Europea, come di ogni azione di pace, non ha bisogno di dimostrazione («Dialoghi» n. 246 ha riportato il discorso «Per costruire l’Europa»). Così è giusto ricordare che il 16 maggio ha ricevuto i responsabili della Commissione episcopale della Comunità europea (COMECE), presieduta dall’arcivescovo di Monaco, card. Reinhard Marx, commissione che ha per compito di collaborare con le diverse istituzioni europee. Il 18 maggio, il Papa ha ricevuto la direzione della Commissione degli episcopati della Comunità europea (CCEE), che comprende gli episcopati cattolici di 45 nazioni e il 7 maggio aveva ricevuto in udienza il comitato congiunto della CCEE e della Conferenza delle Chiese europee (CEE), organismo ecumenico europeo delle Chiese cristiane. In questa occasione ha denunciato le leggi che limitano la libertà religiosa in Europa in nome di una «falsa tolleranza». Di quanto sopra, pur segnalato da cath.ch del 16 maggio, nessun cenno sulla stampa cattolica ticinese. Solidarietà con Francesco. Un gruppo di cattolici italiani (tra cui parecchi nostri amici di lunga data), riuniti sotto la divisa francescana «Nella gioia del Vangelo», ha rivolto il 13 marzo a papa Francesco una lettera, resa pubblica e aperta alla sottoscrizione (lettera2017.gmail.com). «Auspichiamo un globale ripensamento – si legge nella lettera – della visione del ministero, che nella storia ha conosciuto diverse variazioni. Infatti l’intera comunità ecclesiale è chiamata all’unico ministero di annunciare il Signore, lottando per la liberazione e integrità del creato e di ogni persona umana, a cominciare dagli scartati e ultimi della

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terra. Pertanto ci sembra urgente che le varie forme di ministero, lontane dal configurarsi come posizioni di potere, siano concepite e vissute, nella Chiesa e dalla Chiesa, nello splendore della gratuità evangelica, a servizio del Regno e quindi di una umanità in cammino. Forti di questa convinzione ogni ministro che presiede alla comunione sentirà come irrinunciabile il richiamo ad essere disponibile all’ascolto, il richiamo al discernimento come dono dello Spirito e come frutto di cammini autenticamente sinodali, che sappiano coinvolgere le componenti laicali che oggi, a mezzo secolo dal Concilio, restano ancora emarginate. Viviamo con sofferenza la sensazione di uno scollamento tra il messaggio che le tue parole custodiscono e la coscienza di parte della Chiesa. Certamente è questione di semine lunghe e ci è chiesta la pazienza del contadino del Vangelo. Ma ci sembra di riconoscere tentativi di contrastare l’Evangelo sia nell’indisponibilità di alcuni vertici ecclesiali, sia nelle reazioni di un certo numero, non trascurabile, di fedeli che sembrano impermeabili al tuo annuncio». Anche loro in Egitto. In occasione della Conferenza sulla pace organizzata in Egitto cui ha partecipato papa Francesco, lo scorso 26 aprile si sono incontrati al Cairo il pastore Olav Fykse Tveit, segretario generale del Consiglio ecumenico delle Chiese (CEC), e il Grande Imam della moschea e dell’università Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb. I due esponenti religiosi hanno guidato le rispettive delegazioni nel secondo incontro ufficiale tra il CEC e il Consiglio musulmano degli Anziani, tenutosi nella capitale egiziana alla vigilia della Conferenza internazionale sulla pace organizzata da Al-Azhar. L’incontro non ha però avuto la stessa attenzione del «veloce» soggiorno papale, ciò che conferma l’ignoranza dei media sui veri temi religiosi. All’incontro erano presenti i rappresenti delle Chiese cristiane membri del CEC in Egitto: la Chiesa copta ortodossa, la Chiesa evangelica presbiteriana dell’Egitto-Sinodo del Nilo e il patriarcato greco ortodosso di Alessandria e di tutta l’Africa. Migranti e profughi. Il pianeta conta attualmente 244 milioni di migranti internazionali e 740 milioni di migranti interni. La maggior parte dei migranti internazionali rimane nella regione in cui è nato. Nel 2013, su un totale di 92,5 milioni di migranti asiatici, 53,8 milioni vivevano in Asia; su

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31,3 milioni di migranti africani, 15,3 milioni erano insediati in un altro Paese africano. Uno dei maggiori flussi Sud-Nord interessa il continente americano: su 36,7 milioni di migranti latinoamericani, 25,9 milioni vivevano in Nord America; la metà circa erano messicani emigrati negli Stati Uniti. L’Alto Commissariato dell’ONU per i rifugiati si è occupato nel 2016 di 61,5 milioni di migranti forzati. Queste cifre comprendono in particolare 18,6 milioni di rifugiati o richiedenti asilo, 34,9 milioni di sfollati interni e 3,2 milioni di apolidi, ossia persone che non sono cittadini di uno Stato. Dal 2008, in media, ogni anno 27 milioni di persone sono costrette a fuggire a causa di catastrofi naturali o delle conseguenze dei cambiamenti climatici. Nel 2015 i migranti hanno inviato 440 miliardi di dollari alle loro famiglie rimaste nei Paesi in via di sviluppo. Per la libertà di religione. Il 21 marzo, in un convegno svoltosi a Roma, ospitato alla Camera dei deputati, è stato presentato il progetto di una legge initolata: «Norme in materia di libertà di coscienza e di religione», elaborata da un gruppo diretto dal costituzionalista Roberto Zaccaria. Il progetto, che consta di 39 articoli, si articola in quattro capitoli : nel primo capitolo, l’art. 2 richiama i principi fondamentali stabiliti in materia di libertà dalla Costituzione e dai trattati internazionali: di rilievo una definizione di laicità, «intesa come salvaguardia della libertà di coscienza e di religione in regime di pluralismo religioso e culturale». Il capitolo secondo descrive come la libertà individuale è esercitata e protetta nei vari ambiti privati e pubblici; il terzo tratta della libertà collettiva e, oltre alle associazioni con finalità di religione e di culto, sono contemplate anche le «associazioni filosofiche e non confessionali». Per tutte sono previsti «registri», con le condizioni di iscrizione, e indicati gli «effetti dell’iscrizione» in relazione a diritti e doveri, non escludendo la possibilità (prevista dalla Costituzione italiana) per una comunità religiosa di stipulare una più larga e significativa «intesa». Il progetto di legge italiano può essere un utile canovaccio per una analoga legge (cfr. pure «Dialoghi» n. 246) a garanzia della libertà delle comunità minoritarie, non menzionate nella Costituzione ticinese. Protestanti a Milano. Dal 1. al 4 giugno ha avuto luogo a Milano un grande appuntamento nazionale dei


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riformati italiani, voluto e in buona parte finanziato dagli esecutivi delle Chiese battiste, metodiste, valdesi, luterane e avventiste, presente anche l’Esercito della Salvezza. L’evento si colloca all’interno delle celebrazioni per i 500 anni della Riforma ed è stato organizzato da un gruppo di pastori e pastore milanesi. Lo scopo dell’evento è stato di celebrare il cinquecentenario con un’attenzione alla contemporaneità, dando visibilità al protestantesimo italiano in quanto piccola minoranza: addirittura una «processione» da Piazza del Duomo (ovviamente cattolico!) al Teatro Dal Verme, e un dibattito su «Il ruolo delle religioni nello spazio pubblico». Un reddito per i poveri. Il Parlamento italiano ha approvato in via definitiva lo scorso 9 marzo il REI (Reddito di Inclusione), una prima forma di sostegno al reddito alle famiglie indigenti, istituito con la legge delega di contrasto alla povertà. Si tratta di un esperimento pilota, che prevede un versamento di circa 480 euro mensili, disponibile attualmente per soli 400 mila nuclei familiari (1,7 milioni di persone). L’intento è di estendere il sostegno a tutti i circa 4milioni e mezzo di poveri calcolati in Italia, colmando così la grave lacuna – caso unico in Europa – di una misura universale e strutturale di contrasto alla povertà. Il contributo verrà erogato in modi ancora da definire e sarà affiancato da forme obbligatorie e monitorate di formazione e ricerca, per incoraggiare il beneficiario a reinserirsi attivamente nel mercato del lavoro, contro ogni trappola di assistenzialismo fine a se stesso. Tra i criteri di determinazione all’accesso alla misura di sostegno, una soglia inferiore a 6 mila euro per l’accesso al Rei, soglia che dovrebbe scendere a 3 mila euro qualora il beneficiario disponga di beni immobili che gli garantiscono un reddito disponibile superiore. Una legge di libertà. La Camera italiana dei deputati ha approvato la proposta di legge sulle «Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento sanitario», con 326 voti favorevoli, 37 contrari e 4 astenuti; per entrare in vigore il testo dovrà ancora essere approvato dal Senato. Si tratta, secondo il deputato valdese del Pd, Luigi Lacquaniti, di «una legge di civiltà, di libertà, di dignità e di responsabilità», che dovrebbe regolare in termini umani l’acuto problema delle disposizioni da dare

in vista della morte. Il testo si divide in due parti: una sezione generale sul consenso informato circa i trattamenti sanitari e un’altra sulla compilazione delle Dichiarazioni anticipate di trattamento (Dat), attraverso le quali una persona potrà esprimere le volontà circa i trattamenti sanitari ai quali essere sottoposta, oppure rifiutare, in caso di incoscienza. Alcune disposizioni prevedono l’opposizione del medico e rischiano di essere utilizzati in modo artificioso. Il testo prevede anche il consenso informato, la possibilità di rifiutare l’idratazione e la nutrizione artificiale, l’abbandono delle cure e delle terapie se il paziente lo desidera, il divieto dell’accanimento terapeutico e il ricorso alla sedazione profonda. Il malato potrà, in caso di obiezione da parte del medico curante, rivolgersi a un altro medico della struttura sanitaria. La nuova legge non concerne il suicidio assistito. Il provvedimento è stato approvato da una maggioranza parlamentare, dall’estrema sinistra al Movimento 5 Stelle, passando ovviamente per il Partito democratico. Meno religione. Anche in Italia l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole è un’opzione sempre meno scelta, malgrado il decantato «effetto Francesco». Significativo d’altronde è che mentre le folle si addensano per «vedere» le reliquie ricostruite dei «santi della confessione», i confessionali sono sempre più disertati. Per tornare all’ora di religione: i dati per l’anno scolastico 2014-2015, frutto di statistiche elaborate direttamente dal Ministero della Pubblica Istruzione, affermano che a frequentare l’IRE nelle scuole italiane sono complessivamente poco meno di 7 milioni (esattamente 6.927.849), pari all’87,9% della popolazione studentesca, con un calo netto del 5,5% negli ultimi 15 anni e una flessione di 0,3 punti percentuali rispetto all’anno scolastico 2013/2014. Sono numeri che raccontano di un Paese e di una scuola che continuano il proprio lento, ma costante, percorso di secolarizzazione. Le statistiche parlano pure di un divario Nord-Sud: il Mezzogiorno fa infatti registrare complessivamente le più alte percentuali (con il 96,7%), mentre al Nord si riscontrano percentuali minori (nel Veneto l’84,8%, in Toscana il 78,8%). La frequenza diminuisce più si sale nel grado di istruzione: dal 91,3% dei bambini nelle scuole dell’infanzia, all’80% per il secondario superiore, dove a scegliere sono gli studenti. Sono ancora percentuali

«bulgare» rispetto alla situazione ticinese, dove la «difesa» dell’insegnamento chiesastico lascia la grande massa degli studenti nella deplorevole ignoranza del fatto religioso. Kirchentag. Dal 24 al 28 maggio si è svolto a Berlino il grande raduno tradizionale delle Chiese protestanti: il Kirchentag, con il motto «Tu mi vedi». Il giovedì hanno parlato, alla Porta di Brandeburgo, l’ex presidente statunitense Barack Obama e la cancelliera Angela Merkel, rendendo una loro testimonianza cristiana. La stampa ticinese l’ha bellamente ignorato (ma non l’ottima rubrica «Chiese in diretta» della RSI), mentre è stato dato anche troppo risalto alla visita del Presidente Trump a Papa Francesco. Per fortuna attirava l’attenzione soprattutto la faccia rattristata del Papa nella foto ufficiale. Scelte rispettate. I dipendenti laici della Chiesa che divorziano e si risposano, o impegnati in una unione civile omosessuale, non saranno più automaticamente licenziati: succede in Germania, dove i vescovi hanno approvato una revisione del diritto ecclesiastico del lavoro, per adattarlo «ai molteplici cambiamenti nella prassi giuridica, nella legislazione e nella società», consentendo così a categorie finora a rischio di licenziamento di portare avanti il proprio stile di vita senza mettere a repentaglio la loro professione nelle istituzioni cattoliche. In materia di lavoro, le norme della Chiesa, in Germania, possono prevalere su quelle statali. Più di due terzi delle 27 diocesi tedesche hanno votato per il cambiamento, allo scopo, ha spiegato il card. Rainer Maria Woel­ ki, arcivescovo di Colonia, «di limitare le conseguenze di un secondo matrimonio o di una unione omosessuale solo ai casi più gravi che potrebbero compromettere l’integrità e la credibilità della Chiesa». La nuova versione del diritto ecclesiastico definisce ora come «grave violazione della fedeltà» da parte di un dipendente della Chiesa la difesa pubblica dell’aborto o l’incitazione all’odio razziale, o ancora l’abbandono ufficiale della Chiesa; nessun cenno, dunque, a questioni riguardanti l’identità sessuale o di genere, o la situazione matrimoniale. Questo significativo cambiamento arriva a distanza di qualche settimana dal caso di una maestra d’asilo lesbica, licenziata per aver comunicato l’intenzione di sposare la propria partner, ultimo di più di cinquanta casi dal 2008 a oggi.


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notizie belle e buone

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Notizie belle e buone

guardaroba, una clinica medica e la distribuzione di generi di prima necessità.

Nastro ecumenico. Mons. Charles Morerod, presidente della Conferenza dei vescovi svizzeri, e Gottfried Locher, presidente del Consiglio della Federazione delle Chiese protestanti di Svizzera, hanno tagliato assieme, il 20 maggio, il nastro per l’apertura al padiglione svizzero inserito nell’esposizione mondiale dedicata ai 500 anni della Riforma, aperta a Wittenberg dal 29 maggio al 17 settembre 2017.

Papa accogliente. Tre nuove famiglie di rifugiati siriani (in tutto 13 persone) arrivate in marzo in Italia tramite il «corridoio diplomatico» gestito dalla Federazione protestante e dalla Comunità di S. Egidio, sono state prese a carico dal Vaticano. Ciò grazie al fatto che le prime tre famiglie accolte circa un anno fa (in tutto 17 persone), si sono integrate e rese indipendenti e hanno lasciato i locali messi loro a disposizione. A seguito dell’appello all’accoglienza di papa Francesco del settembre 2015, in totale 145 persone sono state accolte dalle parrocchie di Roma, aiutate da volontari a integrarsi, per prima cosa imparando la lingua italiana.

Pasqua ecumenica. Cattolici, protestanti, evangelici e ortodossi della regione di Friburgo hanno iniziato assieme le celebrazioni della Veglia pasquale, con la cerimonia del fuoco in piazza Georges Python, presenti un centinaio di persone, quest’anno coincidendo la data della Pasqua. La prossima volta sarà nel 2025, ma si deve sperare che la coincidenza (e l’unità dei cristiani nella Pasqua) possa avvenire prima. Ecumenismo quotidiano. Dal 2003 cattolici e protestanti pregano assieme tutti i giorni nell’abbazia di Romainmôtier per l’unità dei cristiani. La Fraternità ecumenica comprende una ventina di suore, per le quali la preghiera è la prima condizione dell’ecumenismo. Questo centro dell’ecumenismo romando è la continuazione di una comunione fraterna tra due suore protestanti e due suore cattoliche, iniziata da più di vent’anni e oggi incoraggiata congiuntamente dalle Chiese cattolica e evangelica riformata, attuando quanto raccomandato dalla Carta ecumenica europea, sottoscritta nel 2001 a Strasburgo. Battesimo di adulti. Nella notte di Pasqua, 17 giovani e adulti sono stati battezzati nella Diocesi di Sion. Tra essi, una famiglia proveniente dal Kosovo, genitori e figlia col marito, che hanno giustificato la decisione con la volontà, tra l’altro, di integrarsi nella comunità cristiana. Giusto: dove esiste… Correggere il Catechismo. In una lettera del 31 marzo scorso diretta al card. Peter Turkson, presidente del nuovo Dicastero per la promozione dello sviluppo umano, il Coordinamento europeo di Justitia et Pax manifesta il suo appoggio alla condanna totale da parte di papa Francesco della pena di morte, definita «inaccettabile per quanto grave sia il crimine del condannato», espressa nel messaggio al Congresso mondiale di Oslo, e chiede che di conseguenza sia modificato l’art. 2266 del Catechismo della Chiesa cattolica del 1992. Una simile richiesta era già stata presentata, una ventina di anni fa, dalla Commissione svizzera, tramite il prof. Alberto Bondolfi. Papa solidale. Papa Francesco, tramite un aiuto finanziario all’«Opera d’amore», ha reso possibile a giovani diversamente abili di accedere alla spiaggia La Madonnina di Forcene, presso Roma, in uno spazio comune, assistiti da volontari e con la presenza di un servizio medico assicurato da membri della Federazione di nuoto paraolimpica. All’inizio di aprile, in Trastevere, è stata aperta «la lavanderia di papa Francesco», messa gratuitamente a disposizione… non per la confessione, ma per i vagabondi che vi possono lavare, essiccare e stirare abiti e coperte. Ospitata in locali della Comunità di Sant’Egidio, è gestita da un gruppo di volontari e dispone di 6 lavatrici e di 6 essiccatoi. È previsto di aggiungere un servizio di docce, un barbiere, un

Anche lo sport è cultura. La squadra nazionale di cricket del Vaticano ha partecipato in aprile ad un torneo di quattro giorni in Portogallo, scontrandosi con le squadre dei musulmani, degli ebrei e degli induisti. La squadra vaticana, di 11 atleti, è composta di preti e seminaristi che studiano a Roma. Il primo giorno hanno compiuto un pellegrinaggio a Fatima, ma non è noto se, ciò facendo, abbiano poi vinto il torneo interreligioso. Così ha informato – lacunosamente! – il Consiglio pontificio della Cultura, presieduto dal cardinale Ravasi, Suora decorata. La Spagna ha onorato la religiosa francescana suor Justina de Miguel, ottantenne, direttrice di un nido d’infanzia a Dakar (Senegal) per la solidarietà, la generosità e l’amore dimostrati, conferendole la Croce di ufficiale dell’Ordine di Isabella la Cattolica, istituito nel 1815. Suor Justina, diplomata in medicina, da 43 anni si dedica ad attività umanitarie in Africa ; l’opera sociale dove ancora è attiva è stata fondata nel 1955 dalle suore francescane missionarie di Maria di Medina; dalla fondazione ha accolto 3830 bambini, di cui 3392 orfani e casi sociali. Non olet. Per celebrare il 500.mo della Riforma Swissmint, la Zecca federale, ha emesso una moneta commemorativa di venti franchi, d’argento e con l’effigie di Zwingli e di Calvino, i due riformatori svizzeri. Interpellato, Lutero ha ammesso che può servire per pagare l’Obolo di San Pietro al Papa, ma non per acquistare indulgenze… Annona benefica. Il supermercato vaticano, detto Annona, destinato agli impiegati del Vaticano, ha acquistato una grande quantità di prodotti alimentari tipici nelle zone terremotate del Centro Italia per distribuirli alle mense caritative di Roma, incoraggiando cosi la ripresa delle attività nella zona del sisma. Aperture universitarie. L’Università libera di Bruxelles, bastione del libero pensiero (sorta per contrastare le università cattoliche), ha istituito una cattedra per la religione islamica. Secondo il rettore, Caroline Pauwels, una cattedra universitaria sulla religione può trovare posto in una istituzione laica. E così a Ginevra, capitale della Riforma, anche l’università fondata da Calvino nel 1559 ha finalmente (dal 3 marzo 2017) una cattedra per la teologia cattolica, con un corso semestrale per gli studenti del 2. e 3. anno del bachelor. La Chiesa cattolico-romana di Ginevra ha raccolto i cinquantamila franchi necessari per il finanziamento. Un apprezzato progresso ecumenico, a 500 anni dalla Riforma! L’università da anni ha nel suo programma corsi sull’ortodossia, sull’Islam e sull’ebraismo.


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Nei monasteri si aspetta il domani di Dio? Il Papa: centri di ricerca non di perfezione Nell’anno giubilare appena concluso, tra i gesti e le parole di papa Francesco vi è stata pure la promulgazione della costituzione apostolica Vultum Dei quaerere (VDq). Ai monasteri è chiesto, a cinquant’anni dalla chiusura del Concilio, di radicalizzare la propria consacrazione alla ricerca dell’essenziale e dell’invisibile e di farlo in modo compatibile e sempre più adeguato all’incremento di intelligenza evangelica che ha rappresentato il Vaticano II. Ci vorrà molto coraggio nell’accogliere e onorare la sfida di discernimento e di evangelizzazione della stessa vita monastica lanciata da papa Francesco. Il primo punto è la rinuncia serena e gioiosa a quel complesso di superiorità spirituale di cui si parla già nella Evangelii Gaudium quando si citano i sette pericoli da cui guardarsi nella Chiesa e il primo dei quali sono «i purismi angelicati» (EG, 231). Nella Vultum Dei quaerere, la vita monastica, particolarmente espressa in quella femminile interamente dedita alla vita contemplativa, viene riportata nella sede naturale dell’avventura «discepolare» di ogni battezzato. Ogni discepolo è chiamato a combattere la buona battaglia della fede in modo incarnato e storicamente reperibile. Di conseguenza, la vita claustrale viene sottratta all’aura di un mondo a parte cui si delega la preservazione di uno spazio di sacralità per diventare una protesta contro tutto ciò che non profuma di Vangelo. In questo spazio rischia di sopravvivere, in altre forme, la casta di sacerdotesse, mai completamente cancellata dall’inconscio collettivo. Come già per la vita consacrata in genere, anche per la vita monastica, non esclusa quella femminile, l’elemento profetico è rimesso al centro rispetto a quello «sacerdotale-sacrale». Papa Francesco sottolinea che «la vita monastica, elemento di unità con le altre confessioni cristiane, si configura in uno stile proprio che è profezia e segno e che “può e deve attirare efficacemente tutti i membri della Chiesa a compiere con slancio i doveri della vocazione cristiana”. Le comunità di oranti, e in particolare quelle contemplative,

“che nella forma della separazione dal mondo si trovano più intimamente unite a Cristo, cuore del mondo”, non propongono una realizzazione più perfetta del Vangelo ma, attuando le esigenze del Battesimo, costituiscono un’istanza di discernimento e convocazione a servizio di tutta la Chiesa: segno che indica un cammino, una ricerca, ricordando all’intero popolo di Dio il senso primo ed ultimo di ciò che esso vive» (VDq, 4). Questa nota rappresenta il vero punto di svolta. Detto in altre parole, ciò che caratterizza una comunità monastica non è il fatto che si trovi in uno «stato di perfezione» particolarmente eccelso. La vocazione e l’appello fondamentale è vivere, in fedeltà alla grazia battesimale, una «istanza di discernimento e convocazione»: separazione e connessione diventano le due facce della medesima koinonia (VDq, 25) che si vive all’interno delle comunità con cuore aperto verso il mondo esterno. Tutta la Chiesa è chiamata a prendere coscienza del dono che la vita contemplativa rappresenta come luogo profetico in cui si custodisce una distanza e una differenza irrinunciabili, per tenere vivo il discernimento di ciò che è essenziale. Nondimeno, ad ogni monaca e monaco personalmente è chiesto ancora una volta di lasciarsi interpellare dalla domanda posta da Papa Francesco il 21 novembre 2013 nel monastero camaldolese di sant’Antonio all’Aventino: «Nei monasteri si aspetta il domani di Dio?». Il «domani di Dio» evocato dal Papa è indubbiamente un dono, ma è pure il frutto dell’esercizio della responsabilità, necessariamente ascetica (VDq, 35), di farsi discepoli di una Tradizione nella fatica appassionata dell’incardinazione, nel presente, dei valori di sempre. Neppure i monasteri sono esenti dal cammino di Chiesa «in uscita» (EG 19-24), per rischiare anche nuovi percorsi per raggiungere la medesima meta in un dinamismo autenticamente pasquale. Anzi, i monasteri sono chiamati ad essere audacemente in prima fila nell’essere segno profetico di quel «domani di Dio» che va non solo accolto, ma pure ricompreso continua-

mente nella fedeltà e nella libertà. Non è certo un caso che Antonio il Grande, dalla profondità del suo deserto di solitudine fiorito di comunione, continui a ricordare ai contemplativi: «Il monaco ha due cose: le Scritture e la libertà». Con la costituzione apostolica Vultum Dei quaerere, Papa Francesco offre alla Chiesa un testo gemello dell’Amoris Laetitia. Se i siti conservatori sono stati allarmati da un testo che riguarda le monache «di clausura» definendolo un tentativo di «sovietizzazione dei monasteri» è perché la costituzione apostolica tocca uno degli ambiti di sacralità rassicurante. Sia pensando alla vita delle famiglie che a quella che si vive nelle comunità monastiche, Papa Francesco mette al centro la necessità di un discernimento «caso per caso» capace di non accontentarsi di ripetere ciò che si è sempre fatto, ma di aprirsi a processi sempre più complessi e veri di vita realmente accolta e condivisa. I monasteri sono chiamati a diventare dei laboratori in cui, come è già avvenuto in passato, monaci e monache diventano profeti di incarnazione del Vangelo e non comparse di musei di spiritualità o guide di siti archeologici. Papa Francesco invita le comunità monastiche a riappropriarsi dell’interezza della grazia del loro stato di vita. Si tratta da una parte di ricentrare la vita delle comunità attorno alla Parola di Dio e ai sacramenti, ma pure di verificare la bontà dei cammini vissuti a partire dalla capacità di vivere in modo equilibrato tutti gli aspetti della vita monastica. La separazione dal mondo diventa così una cura della propria postura profetica contro la mondanità di tutti quegli atteggiamenti e scelte che non sono in linea con le esigenze del Vangelo. Il silenzio diventa una scuola di comunione e non semplicemente la mortificazione dell’espressione della propria personalità. L’abbandono alla provvidenza non esime i monasteri dalla comune legge del lavoro per guadagnarsi da vivere e soccorrere i poveri. Così pure l’uso dei mezzi di comunicazione non è demonizzato e, al contempo, è sottomesso ad una continua attenzione perché la giusta infor-


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mazione la necessaria formazione non si trasformi in fuga dal reale della vita concreta del monastero. La costituzione apostolica Vultum Dei quaerere è un testo assai significativo e importante. Viene infatti confermata la stima per la vita contemplativa nella Chiesa e per il mondo, ma non senza far cadere tutta una serie di ambiguità «sacrali». Ciò che Papa Francesco chiede alle monache è di evangelizzare la vita monastica con coraggio e senza paura. Il Concilio Vaticano II e la sua grata memoria nel Giubileo della Misericordia hanno dimostrato che non solo è possibile, ma persino doveroso il progresso dell’intelligenza della Rivelazione. Questo incremento di intelligenza del mistero di Cristo e del suo Vangelo esige che la stessa vita contemplativa sia capace di darsi in forme nuove di una fedeltà radicalmente monastica e profeticamente evangelica. Siamo tutti sulla stessa barca e dobbiamo, insieme, affrontare amorosamente il mare aperto della storia perché sia sempre di più storia di salvezza. Alle monache e ai monaci è chiesto di tenere alto il livello di una vita discepolare capace di essere una silente ma efficace protesta contro tutto ciò che può disumanizzare la vita di tutti i fratelli e sorelle in umanità. Fr. MichaelDavide Semeraro L’autore è monaco benedettino e biblista. Sul tema dell’articolo ha pubblicato La protesta della vita contemplativa, EDB, Bologna 2017, pp. 168. (www.lavisitation.it; www. viandanti.org, 26 marzo 2017).

Medico premiato. Il Premio LOTZ per i Diritti Umani 2017, promosso dall’Alleanza battista mondiale, è stato attribuito a Cynthia Maung, un medico che ha dedicato quasi 30 anni all’assistenza sanitaria agli sfollati Karen, una minoranza etnica che vive al confine tra la Birmania e la Thailandia. Maung, cresciuta in una famiglia battista di etnia Karen, ha prestato servizio soprattutto a favore della sua gente, che dal 1949 è in lotta per uno Stato indipendente. Nel relativo conflitto sono state uccise centinaia di migliaia di persone. Maung ha fondato un presidio ospedaliero che fa da argine alla diffusione di malattie come la malaria e la polmonite in diversi campi profughi e dà assistenza a vittime di arma da fuoco e mine antiuomo, a donne incinte e a persone affette da HIV.

opinioni

No. 247

BIBLIOTECA Laicità e concessioni: necessità per la pace

che comunque non hanno responsabilità su quella tragedia.

Chi, come me, ha la fortuna di conoscere Bruno Segre non ha bisogno di questo piccolo libro per scoprirlo straordinario: spero che ne fornisca l’occasione a chi non lo conosce. La lettura, a tratti perfino emozionante, non è solo l’occasione per capire che razza di ebreo, e di uomo, sia Bruno Segre, ma anche per comprendere tanti aspetti del nostro tempo, la tragedia della guerra israelo-palestinese, le meschinità del clericalismo, il mutato atteggiamento della Chiesa di Roma verso l’ebraismo e perfino per non abbandonare del tutto la speranza, anche se la coltre di nebbia sembra farsi più fitta.

In ben altra prospettiva si colloca l’esperienza di Nevé Shalom/Wahat al-Salam (in italiano: Oasi di pace), villaggio cooperativo fondato sul territorio di Israele nel 1972 e abitato da ebrei e palestinesi, islamici e cristiani, simbolo della possibilità di convivenza. Segre, unico membro non cattolico, è chiamato a presiedere l’associazione dei sostenitori italiani di quell’iniziativa e mantiene la presidenza per diciassette anni (19912008). Nella stessa coerenza aderisce nel 2000 a Keshet (in italiano: Arcobaleno), associazione di ebrei italiani non religiosi sostenitori del progetto sionista ma ai margini della comunità ebraica, pubblicando per dieci anni la rivista omonima.

Attraverso una lunga serie di domande, poste da Alberto Saibene, Segre ripercorre la sua vita di ebreo laico, partendo dai primi anni in famiglia con un nonno, droghiere nel Piacentino, che non si negava il salame, e genitori che non gli hanno dato un’educazione religiosa, ma con l’esperienza dell’esclusione, della fuga, del nascondimento negli anni della persecuzione. A seguire, gli studi nella recuperata libertà, la laurea in filosofia e la frequentazione di ambienti della cultura milanese e ticinesi, la famiglia, le esperienze professionali, le partecipazioni politiche, in particolare nel movimento di Comunità creato da Adriano Olivetti, le visite in Israele, l’impegno con Nevé Shalom, la pubblicazione di Keshet e le molteplici testimonianze fino agli anni recenti nelle scuole, nelle associazioni, nelle parrocchie. La tragedia della Shoah segna inevitabilmente ogni ebreo della generazione di Segre, che se l’è cavata con gli stretti familiari ma ci ha perso parenti e amici. Ma oggi occorre pensare a un popolo che sa e sente d’avere un intero futuro davanti a sé, per costrui­ re il quale occorre che esso si lasci dietro le spalle una volta per sempre la tradizionale propensione al vittimismo (p. 112). Sono inammissibili riduzionismo e negazionismo, ma Segre prende decisamente le distanze da chi nei milioni di morti cerca pretesti per vantaggi politici o addirittura giustificazioni di violenze contro individui

Sostenitore dello Stato di Israele fin dalle sue origini, Segre lo guarda molto criticamente dal tempo della Guerra dei sei giorni (1967), quando di fatto è cambiata l’idea stessa dello stato ebraico in cui si è imposto, da una parte, l’espansionismo armato che pretende di colonizzare territori che non gli appartengono, abitati da altre popolazioni e, dall’altra, un conservatorismo religioso sostenuto dal crescente peso del Gran Rabbinato e dalla presenza di rabbini ortodossi nell’esercito. La negazione di un autentico pluralismo laico vitale toglie ossigeno al sionismo all’interno dello Stato, perché solo una condivisa laicità consente il pluralismo connaturale all’ebraismo, mentre pensare una pace senza concessioni significative resta una tragica illusione. Segre prende atto che da tempo la gran parte degli ebrei della diaspora non è più interessata a raggiungere Israele, mentre denuncia che il governo attuale favorisce l’immigrazione russa, anche senza troppe verifiche della loro ebraicità, esclusivamente per avere nuovi coloni da insediare stabilmente nei territori annessi, dissolvendo così l’unica speranza di pace che si fonda sulla creazione di due stati. Ugo Basso, «Il Gallo», Genova Bruno Segre, Che razza di ebreo sono io, Casagrande Bellinzona, 2016, pp. 126.


No. 247 23 notiziario (in)sostenibile

NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE a cura di Daria Lepori

Basta! Il 29 marzo, dopo anni di lotta e di mobilitazione, El Salvador è diventato il primo Paese al mondo a proibire l’esplorazione, l’estrazione e il processo di trasformazione di qualsiasi tipo di metallo sul suo territorio. L’Assemblea legislativa del più piccolo paese dell’America centrale (è grande la metà della Svizzera) ha deciso con 69 voti su 84 che nessuno potrà più sfruttare i terreni del Paese né utilizzare prodotti chimici per estrarre oro e argento (si utilizzano cianuro e mercurio che finiscono con l’inquinare il suolo e i corsi d’acqua). Importante e decisivo il ruolo della Chiesa cattolica: un impegno direttamente legato all’enciclica «verde» di papa Francesco Laudato si’ pubblicata nel 2015. L’applicazione del progetto di legge richiederà tuttavia altrettanto impegno.

i trasporti, la gestione dei rifiuti. La lista si basa sulle esperienze di altre chiese evangeliche europee, soprattutto tedesche.

Pesticidi svizzeri. La Svizzera esporta atrazina e paraquat, potenti erbicidi, nei Paesi in via di sviluppo: è la denuncia di Public Eye (ex-Dichiarazione di Berna). Questi prodotti, fabbricati dal gigante basilese Syngenta, sono proibiti sul territorio svizzero e nell’Unione Europea. Sono tra i pesticidi più tossici al mondo e non è possibile garantire che il loro utilizzo nei Paesi in via di sviluppo avvenga nel rispetto delle misure di sicurezza necessarie perché non nuocciano alla salute delle persone e all’ambiente. Public Eye chiede all’Ufficio federale del territorio di porre fine a questa pratica e di rispettare gli impegni presi nel quadro della Convenzione di Basilea.

Orti senza terra. In Bangladesh, i mutamenti climatici e l’aumentato rischio di inondazioni stanno dando nuovo slancio agli orti galleggianti, una pratica agricola che risale all’alba dei tempi. Su isolotti formati da una pianta galleggiante – il giacinto d’acqua – viene disposto un fitto reticolo di canne di bambù, poi ricoperto di compost. Ciò consente anche a chi non è proprietario di coltivare diverse qualità di ortaggi. Dal punto di vista del rispetto della natura si tratta di un’ottima soluzione: grazie all’abbondante presenza di potassio, azoto e fosforo, questi «orti» non devono essere concimati. Hanno anche una produttività maggiore: fino a dieci volte rispetto a quelli in pieno campo, essendo accessibili anche nei periodi di piena. Oltre a soddisfare i bisogni alimentari delle famiglie contadine, producono eccedenze da vendere sui mercati informali per ricavarne un reddito e acquistare medicine, materiale scolastico o attrezzi. Tale cultura così sostenibile è annoverata dalla FAO tra i «sistemi ingegnosi del patrimonio agricolo mondiale».

Le Chiese «eco-comunità»? In gennaio a Genova si è tenuto un incontro dal titolo: «Eco comunità: un passo decisivo per la cura del pianeta». Lo scopo era verificare quanto le varie Chiese già fanno o intendono fare per diventare sempre più attente alla salvaguardia del creato. Hanno partecipato, oltre alla Chiesa Valdese che ospitava l’incontro, chiese battiste, luterane e metodiste della regione. 40 i criteri da seguire (divisi per argomenti) per diventare un’eco-comunità: i culti, la diaconia, l’amministrazione (a esempio l’eticità della banca di cui si serve la Chiesa), gli acquisti (un gruppo di acquisto solidale), l’uso dell’energia,

Non esiste una ricetta universale. Il Centro ecologico Albert Schweizer (CEAS) di Neuchâtel dispone di molta esperienza nel settore delle innovazioni tecniche al servizio della lotta contro la povertà dei paesi del Sud. È stato da loro osservato quanto spesso capiti che innovazioni, anche magnifiche, non raggiungano il bersaglio. Progetti messi in campo quali esperienze-pilota sono poi abbandonati perché non si sono adattati. Non esiste una ricetta miracolo, la diversità delle società e delle regioni non permette di generalizzare: ogni innovazione deve perciò essere pensata per un pubblico mirato e realizzata con i diretti interessati.

«Comunità blu». Il 25 ottobre 2016, a Ginevra, il Consiglio ecumenico delle Chiese è diventato una «Comunità Blu». I tre criteri per esserlo sono: riconoscere l’acqua come diritto umano, non utilizzare acqua imbottigliata e promuovere la gestio-

ne pubblica dell’acqua. In linea con l’impegno assunto, nel Centro Ecumenico (CEC) sono stati inaugurati distributori di acqua del rubinetto e sono state «personalizzate» bottiglie d’acqua di vetro per il personale CEC e per i visitatori. Tra le ragioni che motivano la decisione di evitare l’acqua in bottiglia, citiamo le seguenti: le industrie di acqua in botttiglia sono coinvolte nell’accaparramento della terra (land grabbing) e dell’acqua (water grabbing) e sono addirittura disposte a impedire ai poveri di accedere all’acqua potabile sicura; l’imbottigliamento determina lo spreco di almeno un litro d’acqua per ogni litro di acqua imbottigliata; la produzione di PET richiede combustibili fossili che provocano l’inquinamento di aria e acqua; il consumo di energia per l’imbottigliamento e la distribuzione è significativo: le emissioni di gas-serra aggravano i cambiamenti climatici; 63 miliardi di bottiglie di PET vengono buttate ogni anno nelle discariche, negli oceani e nell’ambiente; grandi aziende si impegnano ad accaparrarsi quanta più acqua possibile, per poi venderla e trarne profitti esorbitanti. Ce n’era bisogno? Ai detrattori della decrescita e della semplicità volontaria piace ricordare a chi è affascinato dall’idea di condurre una vita più sobria che la pratica ci riporterebbe alla civiltà… delle caverne. Ma una conferma che la nostra società produce e consuma troppo è che la lista dei prodotti di cui potremmo davvero fare a meno si arricchisce di cose sempre più assurde: cappottini per cani, penne biro anti batteriche (in quattro colori), assorbenti per tanga e per biancheria nera, detersivi per capi di vestiario neri, ventilatori portatili a batteria, sacchetti in plastica per tramezzini, portabanane e portamele… Ospitalità cristiana. Ephatta significa apriti, in aramaico. Ed è all’insegna dell’apertura che Thomas Teilhet e Thibaud de Bernis hanno creato un sito Internet dedicato a persone che desiderano, in vacanza, viaggi di lavoro o pellegrinaggi, incontrare altri cristiani. Alla pagina web possono trovare persone che le ospitano e hanno un po’ di tempo da dare loro. L’iniziativa si ispira all’economia della condivisione (share economy) e non prevede nessun risarcimento. Ephatta è già presente in 65 Paesi (www. ephatta.com).


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i corsivi di dialoghi

i corsivi di dialoghi I soliti polli Il «Giornale del Popolo» del 3 marzo, sotto il titolo: «In Svizzera la ripartizione dei redditi è equa» ospita un articolo del direttore dell’AITI (Associazione delle Industrie Ticinesi ) e collaboratore abituale del giornale, secondo il quale «siamo i più ricchi della Terra ma anche fra quelli che meglio si distinguono nel ripartire il reddito complessivo fra le diverse classi sociali». Scrive ciò basandosi sull’Ufficio federale di statistica e sul «coefficiente di Gini». Ma è la classica storiella del pollo: se una persona ne mangia uno e l’altra resta a bocca asciutta, statisticamente ognuno ne ha mangiato mezzo! In Svizzera c’è chi mangia un pollo al giorno e tanto altro insieme, mentre molti restano con qualche carota. Lo pensa così Caritas svizzera («Dialoghi» n. 245, pag. 19 ): «Il 10 % delle persone più favorite dispongono di un terzo del totale del reddito, mentre il 10 % dei meno favoriti se ne dividono un piccolo 3,3%». Per cui «530.000 persone sono in situazione di povertà benché 120.000 di esse abbiano un lavoro». In Svizzera («Dialoghi» n. 242, pag. 21), secondo l’Ufficio federale di statistica, nel 2014 si contavano 530.000 poveri, nel 2013 erano «solo» 480.000. Pure i Centri sociali protestanti della Svizzera Romanda non credono alle

statistiche dell’AITI e denunciano l’impoverimento della classe media (l’hanno dichiarato durante una conferenza stampa il 14 marzo). Resta da stabilire chi sono i polli.

Dubbi democratici Proporre iniziative costituzionali e legislative per i più diversi e strampalati oggetti (dai minareti ai burka alle corna delle mucche) sta diventando uno sport nazionale. Ma i firmatari scarseggiano (sono ben altre le loro preoccupazioni: si vedano le statistiche sulla povertà in Svizzera). E allora si pagano i raccoglitori e dopo un po’ si arriva a tagliare l’agognato traguardo (7000, 10.000, 50.0000, 100.000 firme, secondo i casi). Riuscito lo scopo di provocare la votazione, spesso solo una parte ridotta degli aventi diritto si esprime, al seggio o per lettera, e quella che è definita pomposamente «la volontà popolare» poche volte raggiunge la fatidica «metà più uno» degli aventi diritto, mentre gli assenti stanno a guardare. Così, per non tornare all’antico «voto obbligatorio», occorrerà pagare anche chi va a votare? Comprare i voti è proibito dal Codice penale, come pure comperare (ovvero retribuire) le firme per le iniziative. E chi controlla gli argomenti usati per far apporre una firma? a.l.

No. 247

In questo numero Copertina G DON PRIMO MAZZOLARI, DON LORENZO MILANI, P. ERNESTO BALDUCCI: TRE TESTIMONI E PROFETI DEL XX SECOLO 1 Dossier G LA SCUOLA NON DIMENTICHI CHE DEVE FORMARE PERSONE (Lina Bertola) 3 G SCUOLA TICINESE, UN CANTIERE SEMPRE APERTO (Alberto Gandolla) 5 G UN ACCORDO È POSSIBILE PER L’INSEGNAMENTO DELLE RELIGIONI (Alberto Lepori) 8 Articoli G SOSTENERE GLI OBIETTIVI DELLO SVILUPPO (Eva Schassmann) 13 G AMBIENTE, SOCIETÀ, ECONOMIA FANNO LO SVILUPPO SOSTENIBILE (Silvano Toppi) 15 G NEI MONASTERI SI ASPETTA IL DOMANI DI DIO? (M.D. Semeraro) 22 Biblioteca G «CHE RAZZA DI EBREO SONO IO? di Bruno Segre 22 G AUGURI AL NOSTRO EDITORE! G CRONACA SVIZZERA G PAROLE DI FRANCESCO G CRONACA INTERNAZIONALE G NOTIZIE BELLE E BUONE G NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE

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I corsivi di Dialoghi

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dialoghi di riflessione cristiana www.dialoghi.ch

Invito ai lettori e agli amici di “Dialoghi” Sabato 30 settembre 2017, alla casa Pasquee di Massagno Ore 9.30-12.00 Prospettive dell’evangelizzazione dei giovani, come partecipazione al Sinodo 2018 «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale» Relatori: Serena Noceti, vicepresidente dell’Associazione teologica italiana (Firenze), don Leonardo Leo, responsabile della pastorale giovanile della Diocesi (Bellinzona) Ore 12.00 Pranzo (facoltativo) al Ristorante Valletta a Massagno Ore 14.00-16.30 Prospettive di «Dialoghi» all’avvicinarsi del cinquantesimo di pubblicazione (n. 250, febbraio 2018) Situazione, nuovo redattore responsabile, futuro della rivista. Libera discussione con gli abbonati e gli amici.

Siete tutti fin da ora cordialmente invitati!

Comitato: Alberto Bondolfi, Ernesto Borghi, Serse Forni, Aldo Lafranchi, Alberto Lepori, Daria Lepori, Enrico Morresi, Margherita Noseda Snider, Marina Sartorio, Carlo Silini Redattore responsabile: Enrico Morresi Redazione: Enrico Morresi, via Madonna della Salute 6, 6900 Massagno, tel. +41 (0)91 966 00 73, enrico.morresi@sunrise.ch Amministratrice: Alliny Antunes Richina, via Roncaccio 7, 6900 Lugano, tel. +41 (0)91 79 419 22 08, allinyg@hotmail.com Stampa: Tipografia-Offset Stazione SA, Locarno Con il contributo dell’Aiuto federale per la lingua e la cultura italiana. I collaboratori occasionali o regolari non si ritengono necessariamente consenzienti con la linea della rivista. L’abbonamento ordinario annuale (cinque numeri) costa fr. 60.–, sostenitori da fr. 100.– Un numero separato costa fr. 12.– Conto corr. post. 65-7205-4, Bellinzona.


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