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Dialoghi 246

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246 dialoghi Locarno – Anno 49 – Aprile 2017

di riflessione cristiana BIMESTRALE

Lutero: un’occasione da non sciupare

Il monumento a Lutero davanti alla ricostruita Marienkirche di Dresda.

Ricorrono in questo 2017 cinquecento anni dall’affissione delle 95 Tesi di Lutero contro la predicazione delle Indulgenze, tema che interessa un’ampia platea anche fuori del perimetro delle Chiese cristiane. Lutero voleva provocare una discussione teologica, non dividere la cristianità fondando una «nuova Chiesa»: poi la vicenda è andata altrimenti, non solo a causa sua. In vista della ricorrenza si sono già mosse le Chiese eredi di Lutero (e della Riforma protestante in generale), ma anche Papa Francesco, con la sua partecipazione all’Incontro di Lund del 31 ottobre 2016, come pure il movimento ecumenico e la cultura: quella «alta» dei convegni di storia e di teologia e quella «bassa» dei mass media. «Dialoghi» dedica alla ricorrenza il «dossier» di questo numero, pur avvertendo che la Riforma investe tutta una serie di altri sviluppi che all’evento si collegano, alcuni direttamente altri in prospettiva. Un esempio solo: la tesi del protestantesimo come motore dell’economia e della società nord-europea e anglosassone, affacciata da Max Weber nel saggio «L’etica protestante e lo spirito del capitalismo» (1904), impostata sul «fatto» del 1517 ma esigente un’infinità di precisazioni storiche e sociologiche che male si prestano alle semplificazioni. Per stare al «fatto». L’atto di coraggio del teologo agostiniano ebbe certamente come causa scatenante l’indegna pratica della vendita delle indulgenze, ma aveva come retroscena teologico un ripensamento della Lettera ai Romani dell’Apostolo Paolo1: il rapporto tra fede e opere come condizione per l’amicizia di Dio, di cui si discute da duemila anni. Da non banalizzare neppure la reazione della Chiesa cattolica: difesa della condotta mondana della Corte papale e in genere della gerarchia ecclesiastica di quel tempo,


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i corsivi di dialoghi

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i corsivi di dialoghi ma anche una preoccupazione per la divisione in seno alla Chiesa che ha fondamenti solidi nel Nuovo Testamento (Mc 13,22; At 20, 29-30; Ap 3,10), ove se ne assegna la causa a Satana. Pure alcuni atteggiamenti di Lutero non devono essere taciuti ma messi in prospettiva con un forte senso della storia: così, per esempio, l’apologia della repressione della rivolta dei contadini (1524-26). Il primo comandamento sarà dunque di non fare di ogni erba un fascio, come ha fatto la redazione del domenicale «Sole/24 Ore» del 15 gennaio, mettendo a capo di una solida recensione di vari libri sulla Riforma, scritta da Gianfranco Ravasi, un titolo fuorviante: «Lutero antisemita». Il rapporto tra Lutero e gli Ebrei merita un approfondimento, che le Chiese luterane hanno fatto tenendo conto della cultura dell’epoca e condannando le conclusioni (compresa la sciagurata adesione alla politica di Hitler)2. Questo va detto anche a tutela dei credenti semplicemente meno informati: di quei cattolici, per esempio, che della Riforma hanno sempre sentito parlare male dai pulpiti e che ora si aprono, grazie all’ecumenismo, a una conoscenza migliore. «Dialoghi» farà del suo meglio per tenere la discussione a un livello decente. Già nel numero 242 (giugno 2016) abbiamo dato la dimostrazione che il detto tante volte sentito nelle chiese cattoliche («I protestanti non hanno la Madonna») è per larga parte infondato: lo provano proprio Lutero e il suo «Commento al Magnificat». Del resto, il problema non è solo… la Madonna. La debolezza di una certa lettura «cattolica» della teologia riformata consiste nel fatto di avere del protestantesimo una visione riduttrice: loro non hanno ciò che invece noi abbiamo. Bisognerebbe leggere le teologie della Riforma in altri termini: a partire da esse si interpretano alcuni elementi in maniera diversa rispetto alla teologia medievale. Così se ne capisce meglio e si onora in maniera più specifica la novità, secondo le indicazioni di Papa Francesco, che a Lund («Dialoghi» n. 244, dicembre 2013) ha ricordato «i doni della Riforma». In altre sedi e su altre pubblicazioni si dovrà inoltre dar conto, speriamo

pure in modo non superficiale, dei tragici eventi seguiti allo scisma del primo Cinquecento, al misto di ragion di Stato e di ragion di Chiesa che diede origine agli episodi più drammatici e atroci del conflitto tra cattolici e riformati: dalla cacciata dei protestanti da Locarno (1555) alla Notte di San Bartolomeo (1572), dal «sacro macello» dei protestanti grigioni in Valtellina (1620) alla Guerra dei Trent’Anni (1618-1648). È dunque un anno importante per la cultura a tutti i livelli quello che si apre nel ricordo del cinquecentesimo dell’affissione delle 95 Tesi. L’augurio che l’occasione non venga sciupata ce lo facciamo come persone attente alla cultura di tutti, prima ancora che come credenti. E.M. 1. In proposito segnaliamo il quaderno della serie «Parola&parole – Monografie» 19 (2016) intitolato «Lutero, la Bibbia e la lettera ai Romani», che può essere richiesto a: info@absi.ch. 2. Dal 1543, quattro anni prima della sua morte, Lutero scrisse tre trattati contro gli ebrei: Sul Nome ineffabile e sulla stirpe di Cristo, Sulle ultime parole di Davide e, il più duro, Degli ebrei e delle loro menzogne. Bibliografia essenziale: L. Kaennel, Lutero era antisemita?, Claudiana, Torino 1999, M. Lutero, Degli Ebrei e delle loro menzogne, Introduzione di Adriano Prosperi, Einaudi, Torino 2000, D. Garrone, Lutero, la Riforma e gli ebrei: alcuni cenni, in «Protestantesimo» 70 (2015), T. Kaufmann, Gli ebrei di Lutero, Claudiana, Torino 2016.

Contro il Vangelo Secondo il nuovo articolo 14 della Costituzione cantonale, accettato dalla maggioranza dei votanti (non «del popolo», che per metà ha disertato le urne…) il 25 settembre scorso, «sul mercato del lavoro venga privilegiato a pari qualifiche professionali chi vive sul suo territorio per rapporto a chi proviene dall’estero (attuazione del principio di preferenza agli svizzeri)». Il nuovo articolo introduce una differenza tra le persone in base alla loro provenienza, cioè è razzista, meglio: «sciovinista». Fare una differenza tra le persone è contrario al Vangelo, nel quale Gesù insegna a pregare il «Padre nostro»: e «nostro» vuol dire di tutti gli umani, uomini e donne. Papa Francesco, nell’enciclica Laudato si’ afferma (n. 158) che «Nelle condizioni attuali della società mondiale, (…) il principio del bene

comune si trasforma immediatamente (…) in un appello alla solidarietà e in una opzione preferenziale per i più poveri». Ossia: «prima i poveri», non «prima i nostri»! Una norma contraria al Vangelo non può essere approvata da un cristiano, tantomeno applicata: il cristiano deve quindi praticare l’obiezione di coscienza e i politici operare secondo il principio del male minore. Don Milani insegnava ai suoi ragazzi a opporsi alle leggi ingiuste per ottenerne delle migliori. (a.l.)

Che cos’è un giornale cattolico? Secondo un corsivo firmato «La direzione» nel Giornale del Popolo del 12 gennaio, il quotidiano di Ginevra le Courrier «ha abbandonato definitivamente la linea cattolica ed è passato su posizioni di centrosinistra» e «un percorso simile è stato seguito (…) anche dalla Liberté di Friburgo. A pieno titolo quindi possiamo dire che il GdP è rimasto (purtroppo) l’unico quotidiano cattolico in tutta la Svizzera». In mancanza di strumenti precisi per misurare quanto un giornale sia cattolico (termometro, bilancino, bindella, microscopio o altro), resta il criterio che lo stesso GdP riferisce: «Se con questa definizione si intende la proprietà della Curia, probabilmente è così» (Franco Celio dixit). Ma è una «cattolicità» piuttosto risicata, del 50% più uno! (a.l.)

«Libertà vo’ cercando» Nella Rivista della Diocesi di Lugano, marzo 2017, a pag. 71 appare tra le «Notizie in breve» la seguente: «Più libertà di religione. Secondo alcuni media americani, il presidente Donald Trump starebbe preparando un decreto che estenderebbe in modo significativo la libertà religiosa negli Stati Uniti. La decisione offrirebbe una più ampia protezione alle istituzioni che si oppongono al matrimonio omosessuale, alla contraccezione, all’aborto o ad altre pratiche contrarie all’insegnamento cattolico (2 febbraio)». «Più libertà» ma solo «pei nostri?». (a.l.)


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Il protestantesimo ha arricchito la Chiesa: ecco il motivo per «celebrare» la Riforma Il verbo «celebrare», che abitualmente adoperiamo a proposito del 500.mo anniversario della Riforma, è il verbo giusto, appropriato, da adoperare? È infatti un verbo impegnativo: vuol dire «esaltare», «lodare pubblicamente», «festeggiare con solennità». È proprio questo che vogliamo fare? I riformatori stessi sarebbero contenti di essere esaltati, lodati pubblicamente e festeggiati, se pensiamo, ad esempio, al fatto che Calvino è stato sepolto in una tomba anonima, senza discorsi e senza cerimonie, come per prevenire eventuali pellegrinaggi e culti postumi della personalità? Se poi pensiamo all’uso biblico del verbo «celebrare», esso è riferito soltanto a Dio, al nome di Dio, alle opere di Dio. Come se il verbo «celebrare» dovesse essere riservato a Lui e non potesse essere applicato a eventi della storia umana, neppure ecclesiastica. Sarà per questo, o per altri motivi, che il verbo «celebrare» è stato evitato dalla commissione cattolico-luterana tedesca che ha redatto, proprio in vista del 2017, il documento Dal conflitto alla comunione1 che si propone come fine di preparare la via a una «commemorazione congiunta» della Riforma da parte di cattolici e luterani? Il verbo «celebrare» è stato sostituito dal verbo «commemorare», che contiene la parola «memoria», e significa «ricordare in pubblico e con solennità». Va da sé che «ricordare», sia pure in pubblico e con solennità, è qualcosa di diverso da «celebrare». Possiamo dunque pensare che i luterani, quando sono tra di loro «celebrano» la Riforma, mentre quando sono con i cattolici la «commemorano» soltanto, anche se il verbo «commemorare» ha un suono vagamente funereo, essendo sovente associato alla commemorazione dei defunti.

protestante, la ricorrenza del 2017 suscita tre sentimenti: gratitudine per i risultati ottenuti grazie ai dialoghi di questi ultimi decenni; pentimento per le aspre polemiche del passato; speranza di un ulteriore approfondimento nell’incontro e crescita comune. Tutto questo però non può essere espresso ricorrendo al verbo «celebrare» o «festeggiare» (in tedesco: feiern), né alla

Su questa linea di una semplice «commemorazione» si è collocato il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani, il quale, in un’intervista, rilasciata lo scorso luglio a una agenzia di stampa cattolica austriaca, ha sostenuto che, per quanto concerne la Riforma

Tra i tre verbi che si possono applicare a questo evento: celebrare, commemorare, ricordare, ho scelto il primo. Intendo qui e altrove celebrare la Riforma, non solo commemorarla e non solo ricordarla, consapevole come sono, però, di quanto sia rischioso, per non dire temerario, tentare un’o-

1. «Regno-Documenti» n. 11, 1. giugno 2013, pp. 353-384.

* Paolo Ricca (1936), pastore valdese, professore emerito della Facoltà di teologia valdese di Roma.

di Paolo Ricca*

parola «giubileo» [forse – immagino – perché «Giubileo» evoca un’idea di giubilo, di gioia, di festa]; l’unica parola appropriata, secondo Koch, è «ricordo», (in tedesco: Gedenken), una parola rigorosamente neutra, che prescinde da qualunque giudizio di valore: si ricordano infatti cose belle e cose brutte, eventi fausti e infausti, ricorrenze felici e sventurate. Si pone dunque la domanda cruciale: che cos’è stata la Riforma globalmente considerata? È stata una benedizione per la Chiesa, o invece una sciagura? Una risurrezione quasi miracolosa della fede e della Chiesa, o invece un suo fatale deragliamento? La Riforma ha davvero riformato la Chiesa, o almeno parte di essa, o invece l’ha irrimediabilmente deformata? Se l’ha riformata, possiamo in buona coscienza celebrarla anche da soli, cioè senza coloro che, come il cardinale Koch, non si sentono di farlo. Se invece la Riforma ha deformato la Chiesa allora non la possiamo celebrare neppure noi, dobbiamo accontentarci di ricordarla, anche con il cardinale Koch, senza però festeggiarla. Celebrare: perché senza punto interrogativo

perazione di questo genere; non so neppure se ho le carte in regola per farlo, non so se ho il diritto di farlo – intendo il diritto morale –, non so se i Riformatori non mi inviterebbero a tacere piuttosto che a parlare, non solo perché celebrare la Riforma, per un protestante, è anche sempre un po’ autocelebrarsi, ma soprattutto perché ci è – temo – sconosciuta la passione infinita che li animò: non siamo, come Lutero, «prigionieri della Parola di Dio», non siamo da essa «immolati» – come dice Calvino – e allora, se possiamo esitare a celebrare la Riforma non è perché la Riforma, come tutte le pagine di storia, presenta non poche ombre, non pochi errori, non poche incoerenze, ma è perché noi non siamo all’altezza di questo compito, essendo troppo grande la differenza tra la loro temperie spirituale e la nostra, la loro consacrazione alla causa di Dio e la nostra, il loro livello di fede e il nostro, la loro passione per l’Evangelo e la nostra. Siamo troppo distanti da loro – non nel tempo ma nella qualità del cristianesimo che loro hanno vissuto e che noi viviamo – per poter sperare di essere in grado di celebrare degnamente la Riforma. Lo farò comunque, ma «con timore e tremore», perché consapevole di non esserne degno. Volontà di Dio Credo che la Riforma, globalmente considerata, sia stata un’opera di Dio, da Lui avviata, accompagnata e portata a compimento. E perché credo che la Riforma sia stata opera di Dio? Perché i riformatori stessi sono stati tutt’altro che iniziatori e promotori della Riforma; l’hanno piuttosto subita, sono stati trascinati loro malgrado, contro voglia, in questa avventura più grande di loro. Tanti testi lo provano, a cominciare da quello ben noto, ma che è sempre utile riascoltare, costituito dalla spiegazione data da Lutero stesso della sua Tesi 89: «La Chiesa ha bisogno di una riforma, e questa non può essere il compito di un solo uomo, cioè il pontefice, né di molti, cioè i cardinali, come ha dimostrato l’una e l’altra cosa l’ultimo concilio [il Laterano Quinto, 1512-1517], ma di tutto il mondo, anzi, di Dio soltanto. Ma il tempo di questa riforma lo


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conosce solo colui che ha fondato i tempi»2. Siamo nel 1518, la Riforma è già iniziata, ma Lutero non ne è per nulla consapevole e soprattutto non ha la minima idea di essere lui ad averla avviata. Appunto: la Riforma è opera di Dio soltanto. Un altro testo eloquente è quello, anch’esso ben noto, nel quale Lutero paragona la Riforma a un acquazzone estivo che viene e va. «Cari tedeschi, comprate finché il mercato vi sta davanti alla porta… afferrate la grazia e la Parola di Dio finché sono presenti. Perché dovete sapere che la Parola e la grazia di Dio sono come un temporale passeggero che non torna più dove è già stato. È stato presso gli ebrei, ma quel che è stato è stato, ora essi non hanno niente. Paolo l’ha portato in Grecia, ma anche lì quello che è stato è stato: ora hanno i Turchi. Anche Roma e i paesi latini lo hanno avuto, ma quello che è stato è stato: ora hanno il papa. E voi tedeschi non potete pensare che lo avrete in eterno perché l’ingratitudine e il disprezzo non lo faranno restare. Perciò afferratelo e tenetelo saldo, se sapete afferrare e tenere. Mani pigre avranno per forza un cattivo raccolto»3. Come l’acquazzone accade indipendentemente dalla volontà degli uomini, così la Riforma sopraggiunge imprevista e inattesa, coinvolge uomini e donne, ma al tempo stesso li precede e li trascende. Lo dichiara apertamente Calvino in un altro testo famoso: «La Riforma della Chiesa è opera di Dio, ed è altrettanto indipendente dalle speranze e dal pensiero dell’uomo quanto lo è la risurrezione dei morti o un altro miracolo di questa fatta. Sicché, quanto alla possibilità di fare qualcosa a tale scopo, non bisogna attendere che si manifesti la buona volontà della gente o che mutino le situazioni, ma bisogna farsi strada attraverso la disperazione. Dio vuole che il suo Evangelo sia predicato. Ubbidiamo a quest’ordine, andiamo dove egli ci chiama. Quale sarà il risultato, non è cosa che deve preoccuparci»4.

2. M. Lutero, Le Resolutiones. Commento alle 95 Tesi (1518), a cura di Paolo Ricca, Claudiana, Torino 2013, p. 433. 3. M. Lutero, Scuola e cultura. Compiti delle autorità, doveri dei genitori (1524-1530), a cura di Maria Cristina Laurenzi, Claudiana, Torino 1990, p. 34. 4. G. Calvino, Epistola a Carlo V (1543), in Corpus Reformatorum VI, p. 510 s., cit. da Karl Barth, La Riforma è una decisione, Claudiana, Torino 1967, p. 30.

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Le 95 Tesi di Lutero contro le indulgenze La Riforma protestante viene fatta convenzionalmente iniziare con un gesto compiuto dal monaco agostiniano Martin Lutero il 31 ottobre 1517. In quella data egli avrebbe affisso sul portone della chiesa di Wittenberg, città dove insegnava le Sacre Scritture, un manifesto contenente 95 tesi che vertevano sulla necessità di cambiare la Chiesa del suo tempo. Non si trattava però di un manifesto di propaganda e neppure di un riassunto di tutte le idee riformatrici che prenderanno corpo negli anni a venire. Lutero scrive molte di queste tesi in modo interrogativo, questioni aperte sulle quali vuole che la Chiesa si interroghi. Sono infatti delle riflessioni, inizialmente scritte in latino, che volevano aprire una discussione generale su un tema ben preciso: la predicazione delle indulgenze fra le popolazioni della Germania cristiana. Le indulgenze erano lettere, emesse dal papa di Roma, che garantivano a chi le acquistava il perdono dei peccati personali e dei propri cari defunti. Un monaco di nome Tetztel era particolarmente bravo nel proporre la vendita di queste lettere sulle pubbliche piazze. Pare che avesse coniato anche uno slogan che in italiano suonerebbe più o meno così: «Appena il soldo nella cassetta salta, subito l’anima in paradiso balza». Il papa Leone X promuove con foga la vendita delle indulgenze: ha bisogno di denaro per portare a termine la grandiosa realizzazione della basilica di San Pietro in Roma. Ma sbaglieremmo a considerare la stessa Che cosa non possiamo celebrare Celebriamo la Riforma perché la riconosciamo come opera di Dio, cioè come opera della parola di Dio, sia pure in mezzo a disubbidienze, infedeltà, errori e contraddizioni, come ho già detto. Questo significa che celebrare la Riforma non significa celebrare tutta la Riforma. Ci sono aspetti della Riforma che non possiamo né vogliamo celebrare, ma che dobbiamo ricordare a nostra vergogna e umiliazione. Ne elenco quattro senza avere il tempo di illustrarli e situarli nel loro contesto storico, ricordando che i Riformatori sono uomini del XVI e non

come una mera operazione commerciale. Le indulgenze mettono in luce, in modo paradossale, una comprensione che la Chiesa aveva di se stessa come unica mediatrice della salvezza. Attraverso l’intercessione della Chiesa infatti si poteva giungere al Paradiso sfuggendo ai tormenti del Purgatorio. Fuori della Chiesa questo era considerato impossibile. Lutero reagisce enunciando, nelle 95 tesi, alcune idee che saranno poi approfondite dai riformatori negli anni seguenti: considerazioni sulla misericordia di Dio, sulla giustizia che proviene da Lui e sul primato della Bibbia rispetto a quanto la Chiesa insegna. Egli denuncia gli equivoci che le dottrine delle indulgenze possono far scaturire nel popolo cristiano, facendogli scordare che l’unica fonte di grazia, di perdono e di riconciliazione con Dio risiede in Gesù Cristo e non nella Chiesa. Le 95 tesi saranno tradotte dapprima in tedesco e poi in molte altre lingue, e avranno un grande successo perché l’Europa cristiana sentiva il bisogno di un cambiamento radicale. Tale cambiamento si chiamerà Riforma protestante e sarà frutto del pensiero e degli scritti, non solo di Lutero, ma di molti altri che, ispirati da lui, cercheranno di rimettere in luce il primato di Cristo e della sua Parola. Testo del pastore C. Pasquet, andato in onda domenica 26 febbraio durante il «Culto evangelico», trasmissione di Radiouno a cura della Federazione delle chiese evangeliche in Italia. del XXI secolo, che erano anche loro, come noi, figli del loro tempo (oltre che di Dio) e che la legislazione civile e penale di allora era molto diversa da quella di oggi. Il primo aspetto della Riforma, che non possiamo né vogliamo celebrare, è il ricorso all’autorità politica e alla legge civile per reprimere e punire i dissidenti, in particolare gli anabattisti. In un primo tempo Lutero aveva sostenuto la libertà di ciascuno di scegliere ed esercitare la religione conforme alla propria coscienza, sulla quale non si può usare la violenza. Poi ha cambiato idea e l’anabattismo è stato


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oggetto di una spietata persecuzione, tanto da parte cattolica quanto da parte protestante. Nella stessa linea si colloca il rogo di Serveto, accusato di eresia, e perciò condannato a morte secondo la legge della città di Ginevra, con il placet di Calvino. La condanna a morte dell’eretico era legge diffusa nell’Europa di allora. Questa è una pagina insanguinata e dolorosa per la quale noi, figli della Riforma, ci umiliamo davanti a Dio, alla memoria delle vittime e alla storia. In secondo luogo non possiamo certo celebrare la vittoria dei principi sui contadini a Frankenhausen il 15 maggio 1525, che Lutero ha approvato e perfino incoraggiato, né possiamo celebrare l’incapacità di Lutero di capire la posizione dei contadini che rivendicavano alcune libertà elementari (come quella di pesca e di caccia) in nome della libertà cristiana: i contadini non avevano altra cultura – se non quella cristiana – a cui ricorrere per fondare una iniziativa di liberazione e Lutero ebbe torto di denunciare come cristianamente illegittimo il loro tentativo di inverare la libertà cristiana in libertà civili e sociali. Anche quella del massacro di ottomila contadini è una pagina insanguinata e dolorosa per la quale noi, figli della Riforma, ci umiliamo davanti a Dio, alla memoria delle vittime e alla storia. In terzo luogo non possiamo certo celebrare la posizione di Lutero (ma non soltanto sua) nei confronti degli ebrei, in particolare con il suo ultimo scritto su «Gli ebrei e le loro menzogne». Ci sono in questo scritto delle affermazioni che ci fanno male, così male che non osiamo neppure riferirle tanto sono pesanti e irricevibili. Anche questa è una pagina oscura per la quale noi, figli della Riforma, ci umiliamo davanti a Dio, al popolo ebraico e alla storia. C’è infine un’ultima pagina, non insanguinata ma anch’essa dolorosa, che non possiamo celebrare, e cioè la rottura tra Lutero e Zwingli a conclusione della controversia sulla Cena del Signore, consumatasi a Marburgo nel 1529. Lì la Riforma protestante si divise e le due parti fecero l’amara scoperta che la Parola di Dio, che le aveva unite su tanti fronti, ora le divideva nell’interpretazione della presenza di Cristo nella Cena. Questa divisione fu una sconfitta della Riforma e noi, suoi figli, ci umiliamo davanti a Dio perché i nostri padri non furono in grado di attuare, per quanto concerne l’interpre-

tazione della Cena, quella unità nella diversità che è la regola d’oro della comunione cristiana. Queste quattro sono le cose principali (non le uniche) che noi non celebriamo mentre ci accingiamo a celebrare la Riforma. E giungiamo finalmente a dire che cosa celebriamo della Riforma: e da questo risulterà più chiaro perché la celebriamo (e non la commemoriamo o ricordiamo soltanto). Che cosa celebriamo della Riforma? Suddivido questo punto in due parti: nella prima elencherò quelle che chiamo volentieri «le cinque perle della Riforma»; nella seconda indicherò la ragione di fondo per celebrare la Riforma considerata nel suo insieme e nel suo esito finale. Le cinque perle della Riforma Inutile dire che le «perle» sono molte di più, ma queste cinque mi sembrano le principali. La prima perla è senza alcun dubbio il solus Christus, che non vuol dire che non c’è altro che Cristo, come se non ci fosse il Padre e lo Spirito Santo e tutto il resto, ma vuol dire che in Cristo, e non altrove, troviamo ogni cosa. Sentite questa stupenda pagina di Calvino: «Siccome vediamo che tutta quanta la nostra salvezza e ogni sua singola parte si trovano in Gesù Cristo, dobbiamo guardarci dal trasferirne altrove la benché minima parte. Se cerchiamo salvezza, il nome stesso di Gesù [che vuol dire: “Dio salva”] ci insegna che essa è in lui. Se desideriamo i doni dello Spirito Santo, li troveremo nella sua unzione [al battesimo]. Se cerchiamo forza, essa si trova nella sua signoria. Se vogliamo trovare dolcezza e benignità ce le insegna la sua nascita, per mezzo della quale egli si è fatto simile a noi, per insegnarci a essere compassionevoli. Se chiediamo redenzione ce la dà la sua passione. Nella sua condanna abbiamo la nostra assoluzione. Se desideriamo che ci sia tolta la maledizione, otteniamo questo beneficio nella sua croce. La soddisfazione l’abbiamo nel suo sacrificio, lavacro nel suo sangue. La nostra riconciliazione è avvenuta mediante la sua discesa agli inferi. La mortificazione della nostra carne sta nel suo sepolcro, la vita nuova nella sua risurrezione, nella quale abbiamo anche la speranza di immortalità. Se cerchiamo l’eredità celeste, ci è assicurata dalla sua ascensione. Se cerchiamo aiuto e conforto, e abbondanza di tutti i beni, li abbiamo nel suo regno. Se desideria-

mo aspettare serenamente il giudizio [finale], abbiamo anche questo bene in quanto il nostro Giudice è lui. Insomma: poiché i tesori di tutti i beni sono in lui, è lì che li dobbiamo attingere per essere saziati e non altrove»5. Ecco allora il senso del solus Christus: in lui c’è tutto: solo in lui, tutto in lui. In lui trovi Dio, in lui trovi te stesso. Questa è davvero la perla di gran prezzo. Seconda perla. Lutero a Worms, davanti all’imperatore, al legato pontificio e alla Dieta intera, pronuncia le parole che conoscete, ma che vale la pena riascoltare insieme: «Se non sarò confutato da testimonianze della Scrittura o da chiari argomenti razionali – siccome non credo né al papa solo né ai soli concili, dato che è chiaro che si sono sbagliati e si sono contraddetti – io sono vinto dalle parole della Scrittura che ho addotto. E fintantoché la mia coscienza è prigioniera della Parola di Dio non posso e non voglio ritrattare, perché non è sicuro ed è un rischio per la salvezza fare qualcosa contro la [propria] coscienza». Qui nasce il cristiano protestante. «Io sono vinto» dalle parole della Scrittura. La Chiesa e l’Impero chiedevano a Lutero di abiurare, deponendo la sua coscienza ai loro piedi. È come se la Chiesa e l’Impero, cioè le due supreme autorità del tempo, dicessero a Lutero: «La nostra autorità vale infinitamente di più della tua coscienza». Ed è come se Lutero rispondesse: «Ma la Parola di Dio, di cui la mia coscienza è prigioniera, vale infinitamente di più della vostra autorità». «Io sono vinto», dice Lutero, perché sono convinto dalle parole della Scrittura. La coscienza umana può essere vinta solo se è convinta. Se non è convinta può essere violata, forzata, violentata, ma non vinta. Questo è il cristiano protestante: un uomo, una donna vinti dalle parole della Scrittura; questa è la seconda perla preziosa: la coscienza invincibile perché convinta, e convinta perché vinta e fatta prigioniera della Parola di Dio. Terza perla: la grazia incondizionata. La Chiesa del tempo di Lutero predicava anch’essa la grazia, ma la grazia condizionata: «Sei perdonato, a condizione che tu esegua le opere di penitenza». Lutero scopre che l’evangelo cristiano è grazia incondizionata: «Sei perdonato, va’ in pace»; il perdono di Dio è senza condizioni. La Chiesa del 5. G. Calvino, Istituzione della Religione cristiana, libro II, cap. 16, § 19.


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tempo predicava una grazia meritata, dicendo più o meno così: «Dio ti dà una grossa mano, ma devi anche tu fare la tua parte; qualche azione buona e meritevole la devi pure compiere; un po’ il perdono te lo devi meritare». Lutero scopre che l’evangelo cristiano è grazia immeritata: tutto il merito è di Cristo, non nostro. La Chiesa del tempo imponeva le penitenze per i peccati commessi, ma aggiungeva che le si poteva evitare comprando un’indulgenza. Lutero scopre che l’evangelo è grazia gratuita; non c’è nulla da comprare, c’è solo una parola da credere e da vivere. La totale gratuità della grazia e del perdono rende assurdo il mercato delle indulgenze. È proprio la scoperta dell’evangelo della grazia incondizionata, immeritata e gratuita che ha trascinato Lutero fuori dalla cella del monastero e fuori dall’aula universitaria, immergendolo nel vivo di una storia tumultuosa che ha segnato drammaticamente la sua vita e che è continuata oltre la sua morte. Questa è dunque la terza perla preziosa: l’evangelo come grazia incondizionata, immeritata, gratuita. Noi certo siamo stati avvertiti da Dietrich Bonhoeffer che nelle Chiese, proprio anche in quelle che si richiamano alla Riforma, circola in grande quantità quella che lui chiama una «grazia a buon mercato». Ma la grazia incondizionata, immeritata e gratuita è tutt’altra cosa che la grazia a buon mercato, anzi è l’esatto contrario. La quarta perla è la libertà del cristiano. «Un cristiano è un libero signore sopra ogni cosa, e non è sottoposto a nessuno. Un cristiano è un servo zelante in ogni cosa, ed è sottoposto ad ognuno». Questa è la celebre ouverture del trattato sulla «Libertà del cristiano» del 1520 – un gioiello della letteratura cristiana di tutti i tempi – che si conclude con queste parole altrettanto famose: «Da tutto ciò [che precede], segue la conclusione che un cristiano vive non in se stesso, ma in Cristo e nel prossimo: in Cristo per la fede e nel prossimo per amore. Per la fede sale al di sopra di sé in Dio; da Dio torna a scendere al di sotto di sé per amore, e rimane per sempre in Dio nel divino amore…». La libertà cristiana è dunque figlia della fede e dell’amore, come figlia della fede, la libertà è sovrana perché sottoposta solo a Dio e libera nei confronti dei poteri terreni di qualunque tipo. Come figlia dell’amore la libertà è libertà di servire, che è la più alta di tutte le libertà. Questa è dunque la quarta perla preziosa: la libertà figlia della fede e dell’amore.

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Infine la quinta perla, che però è difficile riassumere in una parola sola. Émile G. Léonard, il grande storico del protestantesimo6, intitola il capitolo conclusivo del suo primo volume – capitolo dedicato a Calvino – «Calvino, fondatore di una civiltà» e scrive: «È toccato a Calvino, un francese e un giurista, creare, più che una nuova teologia, un uomo nuovo e un mondo nuovo»7. Ecco la quinta perla: la Riforma ha creato non solo un nuovo modello di Chiesa, ma una vera e propria civiltà e un nuovo tipo di cristiano: l’uomo protestante. Eccone una descrizione: «Calvino ha plasmato un tipo d’uomo altero e duro, cosciente di dover rispondere della propria vita soltanto a Dio e alla sua coscienza, cioè un tipo d’uomo libero e responsabile di sé (…) Da Ginevra, questa Sion del nuovo Popolo di Dio, ha avuto inizio una rivoluzione internazionale nell’accezione più forte del termine (…) Quest’uomo libero e responsabile davanti a se stesso» – che i suoi avversari, al tempo del Re Sole, Luigi XIV, accusavano e condannavano in quanto animato da un «incorreggibile spirito repubblicano» – «è diventato un fermento del mondo occidentale, ben oltre i limiti della diaspora calviniana… e il fattore più attivo dello sviluppo delle società occidentali»8. L’uomo protestante non so, a dire il vero, se esista ancora. Ma certamente è esistito, e forse, qua o là, ne esiste ancora e sempre di nuovo qualche esemplare. Ecco dunque le perle principali che celebriamo celebrando la Riforma: Cristo soltanto, la coscienza prigioniera della Parola di Dio, la grazia incondizionata, la libertà del cristiano, una civiltà. Ma dobbiamo fare un passo in più e chiederci:

la scomunica della Riforma che dalla Riforma stessa. Quello che la Riforma ha prodotto non è stata la divisione della Chiesa (che pure c’è stata), ma la nascita di un nuovo modello di Chiesa, la nascita, come diceva già Schleiermacher (1768-1834), di «una forma distinta di comunità cristiana», distinta dalla forma cattolico-romana e dalla forma ortodossa. Non si tratta ovviamente di una nuova Chiesa: i Riformatori sarebbero inorriditi al solo pensiero di aver creato una nuova Chiesa; essi infatti confessano con gli antichi simboli cristiani la «Chiesa una, santa, cattolica, apostolica»; non ci possono essere due Chiese perché non ci possono essere due «corpi di Cristo»; all’unico Capo corrisponde un unico corpo. Nessuna nuova Chiesa nasce con la Riforma, ma – questo sì – un nuovo modello dell’unica Chiesa cristiana.

Che cosa ha prodotto la Riforma?

Il protestantesimo, dunque, non è solo cattolicesimo riformato, è cristianesimo sostanziato di Bibbia. Perché allora celebrare la Riforma? Perché con essa è nato un nuovo modello di Chiesa nel quale ha preso corpo un nuovo tipo di cristianesimo. Sia pure in una condizione di divisione, la cristianità europea, con la Riforma, si è arricchita. E questo noi ci apprestiamo a festeggiare, il più possibile insieme, tanto più oggi che, come cristiani europei, non siamo più divisi come allora: benché non ancora uniti, siamo meno divisi di prima. Stiamo passando – e per molti di noi siamo già passati – dalla divisione alla condivisione. È in questo quadro nuovo che celebriamo la Riforma.

A questa domanda si risponde di solito: l’esito ultimo della Riforma è stata la divisione della Chiesa d’Occidente. Non credo che la categoria «divisione» ci aiuti a capire quel che la Riforma è stata, a parte il fatto che penso che la divisione sia stata provocata più dal6. E.G. Léonard, Histoire générale du Protestantisme, I-III, Presses Universitaires de France, Parigi 1961-1964. 7. Ivi, vol. I, p. 258. 8. H. Lüthi, Da Calvino a Rousseau. Tradizione e modernità nel pensiero socio-politico dalla Riforma alla Ruvoluzione francese, Il Mulino, Bologna 1971 (ediz. originale 1965), p. 57.

In questo senso la Riforma può essere considerata anche come un fenomeno di «ecclesiogenesi» (la parola è di Leonardo Boff), cioè una «produzione di Chiesa» (se così si può dire), e non solo una sua riforma, per quanto profonda. Non credo quindi che la parola «Riforma» esprima in modo adeguato quello che accadde nella cristianità europea nella prima metà del XVI secolo. All’inizio sì, voleva essere una riforma, e persino meno di una riforma: Lutero, all’inizio, parlava di un semplice «emendamento», cioè di una correzione degli abusi, nulla di rivoluzionario. Ma ben presto divenne qualcos’altro, qualcosa di nuovo, di imprevisto, di radicale: un ripensamento generale, a fondo, della teologia, dell’insegnamento e della prassi della Chiesa alla luce della Sacra Scrittura.


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In Svizzera la Riforma ha modellato l’identità e la lingua dei vari cantoni Nel 2017 il protestantesimo, soprattutto quello europeo, celebra il quinto centenario dell’affissione, da parte di Lutero, delle 95 Tesi, il manifesto che ha dato origine alla Riforma. La data, per dire il vero, è significativa per chi, tra i protestanti, si richiama a Lutero. Per gli altri protestanti, quelli che storicamente si richiamano ad altri Riformatori, potrebbe essere meno importante. In Svizzera, per esempio, la data di riferimento potrebbe essere il 2019, per il cinquecentesimo anniversario dell’inizio dell’attività di riforma della Chiesa da parte di Ulrich Zwingli a Zurigo. E invece anche in Svizzera il 2017 – e dunque il riferimento a Lutero – è celebrato da tutte le chiese riformate. Addirittura, il grande convegno storico europeo che ha segnato, quattro anni fa, l’avvio della fase di avvicinamento alle celebrazioni del cinquecentenario, si è svolto a Zurigo, con il patrocinio della Federazione delle Chiese evangeliche in Svizzera. E la presidente del Kirchentag 2017 – il raduno di massa del protestantesimo tedesco – che in occasione del giubileo della Riforma si svolgerà a Berlino e a Wittenberg alla fine di maggio, è una svizzera riformata: la teologa Christine Aus der Au. In altre parole, i segnali, evidenti, di avvicinamento e più ancora di fraternità tra protestanti luterani e protestanti riformati – cioè tra chi si richiama a Lutero e chi invece si rifà a Zwingli o a Calvino – sono numerosi e inequivocabili. Tra Lutero, Zwingli e Calvino Oggi appaiono davvero lontani e superati i dissidi che a Marburg, nel 1529, opposero Lutero e Zwingli e portarono alla profonda frattura tra la Riforma tedesca e quella svizzera. Allora, in un incontro di appena tre giorni, che non permise probabilmente ai due contendenti di ascoltare e ponderare con sufficiente attenzione le convinzioni e le motivazioni dell’altro, si consumò la rottura tra i due rami della Riforma intorno alla questione dell’interpretazione della Cena del Signore. Lutero e Zwingli non riuscirono ad accordarsi sul significato delle parole contenute nel Vangelo secondo Matteo, al capi-

tolo 26: «Hoc est corpus meum» (in italiano: «questo è il mio corpo»), ritenute fondamentali per la comprensione dell’Eucarestia. Per Lutero est vuol dire: «è», per Zwingli vuol dire: «significa». Dietro questo disaccordo stanno due modi diversi di interpretare la Scrittura. Entrambi i riformatori respingono la dottrina medievale della transustandi Paolo Tognina*

ziazione. Lutero è tuttavia disposto ad accettarne il concetto-base, ovvero la presenza reale di Cristo nell’Eucaristia, Zwingli respinge sia il termine sia l’idea: nell’Eucaristia Cristo viene commemorato ed è presente solo con il suo Spirito. La disputa di Marburgo vide i riformatori confrontarsi su un testo riassuntivo suddiviso in quindici punti. Riuscirono a trovarsi d’accordo su quattordici articoli, il quindicesimo era diviso in sei punti: si trovarono d’accordo su cinque. Rimaneva un unico punto: ma, per Lutero, Cristo è realmente presente nell’eucaristia, mentre per Zwingli è presente solo spiritualmente, nel cuore dei credenti. Tanto bastò per impedire l’accordo tra i due. Fu necessario attendere oltre quattro secoli per raggiungere un’intesa, tra luterani e riformati, e superare le divergenze emerse a Marburgo. Nel 1973, nei pressi di Basilea, i due rami della Riforma protestante si sono riconciliati firmando la Concordia di Leuenberg: un documento che dichiara superate le incomprensioni del passato, sancisce l’avvicinamento delle diverse Chiese sorte dalla Riforma e permette a luterani e riformati di celebrare insieme la Cena del Signore (La Cena è più importante della teologia. Protestanti uniti dalla Concordia di Leuenberg, in «Dialoghi» n. 235, febbraio 2015, p. 3). Il tedesco Martin Lutero e lo zurighese Ulrich Zwingli erano quasi coetanei: il primo nato nel 1483 e il secondo un anno dopo. Entrambi avevano in * Paolo Tognina (1964), pastore evangelico, redattore di «Voce evangelica».

mente di riformare la Chiesa del loro tempo, tuttavia non riuscirono a mettersi d’accordo e nutrirono, al di là delle differenze dottrinali, una franca avversione reciproca. Le invettive che si scambiarono, anche se ricondotte ai modi «politicamente non corretti» del XVI secolo, sono davvero pesanti. Zwingli è definito da Lutero «una noce bacata, un rompiscatole». Zwingli dà al suo avversario del «cannibale» con riferimento alla sua concezione della Cena del Signore. I due riformatori, oltretutto, avevano prodotto ciascuno una rinomata traduzione della Bibbia in tedesco. Anche su questo punto la concorrenza scatenò un nuovo scambio di gentilezze, con il tedesco che denunciava lo stile «goffo e sgraziato» della traduzione prodotta dallo zurighese. La disputa dottrinale, protrattasi nel tempo, fu l’occasione di una nuova alleanza in Svizzera. La Riforma di Zurigo, avviata da Zwingli e proseguita e consolidata dal suo successore, Heinrich Bullinger, si avvicinò a quella di Ginevra, caratterizzata dall’opera di Giovanni Calvino, intesa a dare al protestantesimo svizzero un proprio colore, diverso del luteranesimo che i tedeschi hanno conservato. Sul piano linguistico, Lutero ha vinto la battaglia: a livello di scrittura almeno, perché gli svizzero-tedeschi hanno adottato il tedesco come lingua scritta. Dal punto di vista liturgico, i luterani hanno mantenuto uno stile più ricco, più vicino a quello cattolico: nelle chiese c’è il crocifisso, le candele, l’arredo è più ricco. Nelle chiese riformate lo stile è sobrio, le immagini sono eliminate, non ci sono candele, non c’è il crocifisso, ma solo la nuda croce. Queste differenze, di forma più che di sostanza, che un tempo potevano forse apparire di rilievo, oggi non costituiscono un ostacolo all’abbraccio tra riformati e luterani. L’eredità politico-culturale Il protestantesimo di marca riformata – quello che risale a Zwingli, Bullinger e Calvino – ha contribuito a plasmare in profondità la società elvetica. Insieme con le sconfitte militari del XVI secolo, il protestantesimo indusse gli sviz-


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zeri a rinunciare ai sogni di grandezza, permise un’espansione della Svizzera verso Occidente con l’inclusione dei cantoni francofoni e promosse la separazione degli svizzero-tedeschi dalla Germania e dei romandi dalla Francia. A lungo termine, la divisione confessionale ha contribuito alla coesione nazionale e ha attenuato le divisioni linguistiche. Di fatto, la Riforma «creò» la Svizzera romanda, avvicinandola all’alleanza dei cantoni svizzeri. Una gran parte di essa (Ginevra, Vaud, Neuchâtel e il sud del Giura) si convertì, in parte per l’influenza di Berna, alla fede riformata, e questo la staccò durevolmente dalla Francia cattolica. Un esempio di conseguenza politica della Riforma che continua a stupire è Appenzello: un piccolissimo cantone che nel 1597 si divise invece di farsi la guerra. L’Appenzello Interno è cattolico, più rurale, quello Esterno è protestante, più industriale, con una minuscola enclave legata alla presenza di un monastero di monache. La divisione linguistica avrebbe potuto essere drammatica per la Svizzera del XIX secolo, epoca di nazionalismi. Ma anche in quel caso la divisione fu attenuata dal sussistere di altri legami. A quel secolo appartiene un’altra divisione – quella tra cantoni liberali e cantoni conservatori – che ricalca tuttavia solo parzialmente la divisione confessionale. Nella guerra del Sonderbund (1845) i cantoni

cattolici si opponevano ai liberali che volevano formare uno Stato federale: ma vi furono cantoni cattolici anche nel campo avversario, come il Ticino, Soletta e l’Argovia bi-confessionale. Più di recente le frontiere linguistiche e religiose hanno avuto un ruolo nella questione giurassiana, con una parte dei francofoni che preferisce legare il suo destino agli svizzero-tedeschi (e protestanti) bernesi. Con la Riforma gli svizzeri non scelsero soltanto una religione, ma anche una lingua. Gli svizzero-tedeschi scelsero di usare per scrivere il tedesco standard, non il tedesco confederato: scelta dovuta in particolare alla commercializzazione della Bibbia di Zwingli, che era redatta in tedesco per ragioni commerciali. Ma sempre a causa di Zwingli (un autoctono), gli svizzero-tedeschi mantennero lo svizzero-tedesco come lingua parlata. I romandi invece adottarono il francese standard: scelta dovuta a Calvino, che era francese, non parlava il dialetto savoiardo e voleva diffondere la Riforma usando una lingua internazionale. Oggi ancora le lingue restano ben separate nel Paese. E le religioni? Nella Svizzera tedesca la carta confessionale si è incrociata a causa dell’industrializzazione. A causa degli operai giunti prima da altri cantoni e poi dalla Germania e con l’immigrazione da Sud, un cantone come Zurigo possiede ora una forte

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minoranza cattolica. È il caso anche di Basilea. Berna è il solo cantone a conservare una certa omogeneità, forse legata alla debole industrializzazione del territorio. La cancellazione della divisione confessionale non è necessariamente positiva: l’identità linguistica ha acquisito maggiore importanza e ha favorito l’accentuazione del Röstigraben. Ma nella Svizzera tedesca la confessione come elemento che struttura la vita sociale è quasi scomparsa. L’Unione Democratica di Centro era in origine un partito molto protestante: da una decina d’anni ha conquistato la Svizzera centrale cattolica. La confessione intesa come elemento identitario, che determina il comportamento politico, non esiste quasi più. Molto di ciò che strutturava la vita, come la confessione, un partito politico, i legami e le tradizioni familiari, va perdendo importanza. Non resta che la lingua, ultimo rifugio dell’identità, ma anche questa distinzione va scomparendo: la crisi riporta a questioni più prosaiche e sta per rifare una nuova unità nazionale. Nelle ultime votazioni il Röstigraben si fa sentire in pochi scrutini, in particolare sui servizi pubblici e sulle assicurazioni sociali, campi nei quali svizzero-tedeschi e romandi vedono ancora le cose in modo differente. La vera differenza esiste ancora soltanto tra campagna e zone urbane. Questo ci riporta al Medioevo, quando era proprio questa era la divisione principale, in Svizzera.

La Riforma ha lasciato l’Europa La Riforma non si limitò a cambiare il rapporto tra l’uomo e Dio, liberandolo dall’angosciosa ricerca della salvezza da conquistarsi a suon di costose indulgenze: plasmò anche una nuova coscienza sociale e civile, restituì la Bibbia al popolo cristiano contribuendo all’alfabetizzazione di massa, propose una nuova etica in cui il lavoro non era più una condanna ma la benedizione con la quale Dio dava alla sua creatura la possibilità di valorizzare il proprio ingegno e di perseguire le proprie aspirazioni. Per un secolo il teatro della rivoluzione protestante fu la Vecchia Europa ma, appena cento anni dopo, quelle idee si radicarono anche nel Nord America e da allora ci siamo abituati a collocare il protestantesimo in un’area sostanzialmente limitata ai Paesi scandinavi, al Regno Unito, alla Germania e agli Stati Uniti. Nel resto

del mondo, solo piccole minoranze di protestanti. In realtà il quadro è molto cambiato e cinquecento anni dopo la Riforma abbraccia anche altre aree, molte delle quali nel cosiddetto «Sud globale»: anzi, è proprio in questo contesto che il protestantesimo è cresciuto più rapidamente negli ultimi decenni. E se esso sembra declinare nei suoi territori storici, è diventato maggioritario in paesi come il Kenya, il Sudafrica, la Namibia. In Nigeria, il paese più abitato dell’Africa, il 40% della popolazione appartiene a Chiese che si richiamano alla Riforma; in Brasile i protestanti sono il 20%. I protestanti nigeriani e brasiliani da soli, sommati insieme, superano il 13% del totale mondiale dei figli della Riforma, che oggi sono più numerosi in Cina che in Germania, in Corea che in Svezia. È una famiglia, quella protestante,

di circa 900 milioni di persone il cui baricentro tende a spostarsi a Sud. Una famiglia complicata, in cui non mancano differenze e talora le tensioni; una famiglia che si divide in rami diversi tra loro, ma che provengono tutti dalla stessa radice. Il cristianesimo della Riforma oggi è una presenza globale e se, cinquecento anni fa, ebbe il suo centro nella cittadina di Wittenberg, oggi va immaginato pensando certamente a Berlino e Ginevra, ma anche ad Accra e a Rio de Janeiro. E, per rendersene conto, basta entrare in una chiesa protestante del Veneto o dell’Emilia Romagna, a volte più frequentata da immigrati che da italiani. Buon 2017, allora, pensando anche a questa Riforma che soffia dal Sud del mondo! Paolo Naso, da «Riforma», 6 gennaio 2017


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Una Chiesa visibile e unita per adempiere al suo mandato Care sorelle, cari fratelli, «La Riforma ha 500 anni. Anche i cristiani riformati svizzeri festeggiano!». Recentemente ho letto questa affermazione in un sito. E noi cattolici? Dobbiamo anche noi celebrare? Chi celebra la Riforma vuole mettere in risalto gli sviluppi positivi e i progressi fatti grazie al processo di riforma iniziato 500 anni fa. Le riconosce uno spirito pioneristico e innovativo per la fede e la vita cristiana. Riforme e rinnovamento erano e sono necessari, a quell’epoca e oggi stesso. Altrimenti incombe la minaccia di immobilità o smarrimento. Ma immobilità significa che la Chiesa non si sta più purificando. Si allontana dalla sua origine e dalla gente. Diventa estranea. La persona credente può incontrare Dio direttamente e liberamente. Per questo principio i riformatori si sono adoperati con determinazione. In effetti la Chiesa cattolica, che stava andando verso una decadenza spirituale e morale, aveva davvero bisogno di una purificazione. Dio è al centro, non i potenti di questo mondo, tanto meno se in veste ecclesiale. (…) «Solus Christus» è un motto della Riforma che fino ad oggi ha validità e per il quale possiamo essere grati. I cambiamenti fanno parte della vita. Processi di riforma, intesi come un volgersi nuovamente a Cristo, includono dei necessari correttivi. Essi ci preservano dal prendere cattive strade e danno alla Chiesa freschezza e vitalità. Le riforme ci sono state e ci sono sempre nuovamente nella storia della Chiesa (…). Ecco allora la domanda: il giubileo dei 500 anni della Riforma si presenta come un motivo per celebrare? In definitiva, la Riforma protestante ha portato ad una divisione della Chiesa, che fino ad oggi non si riesce a superare. Il Concilio Vaticano Il pronuncia un giudizio abbastanza duro e dice a proposito: «Tale divisione non solo si oppone apertamente alla volontà di Cristo, ma è anche di scandalo al mondo e danneggia la più santa delle cause: la predicazione del Vangelo ad ogni creatura» (Unitatis redintegratio,1). Sono parole chiare che mi fanno riflettere.

Ciò che è successo in passato non si può più annullare. Sono avvenute diverse divisioni nella Chiesa. Dobbiamo semplicemente accettare le loro conseguenze negative, vale a dire lo scandalo al mondo e il danno alla predicazione del Vangelo? No, al contrario! La Chiesa ha bisogno di riconciliazione e non di separazione, di unità e non di divisione. A noi tutti è affidato il compito di operare per l’unità dei cristiani. Questa è una grande sfida. Raccogliere tale sfida ci rende credibili nella sequela di Gesù Cristo. Ovviamente le attuali differenze tra le confessioni non possono essere nascoste ed ignorate. C’è bisogno di un chiarimento riguardo al significato di unità. In questo modo diventa anche più chiaro lo scopo dell’ecumenismo. Questo è un compito della ricerca teologica e delle autorità ecclesiali. Ma non solo: allo stesso tempo è un compito affidato ad ogni persona battezzata in dialogo con altri battezzati. Un momento decisivo è per me l’intesa a livello di fede. Affermava, infatti, il riformatore Martin Lutero che è solo la fede che salva. Tuttavia, questo comporta la medesima professione di fede, vincolante per tutti. Ci si potrà forse stupire, ma oggi non è ovunque così. La professione di fede include anche il riconoscimento della Chiesa come corpo di Cristo. L’unità – e la Chiesa cattolica e ortodossa sono fermamente convinte di questo – si esprime in forma visibile: visibile nella professione di fede, visibile nella celebrazione dei sacramenti, visibile nell’azione caritativa, visibile nei ministeri e nelle strutture ecclesiali. Nel Vangelo di Giovanni Gesù prega il Padre: «Perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me» (Gv17,23). Proprio affinché il mondo possa conoscere, c’è bisogno di visibilità. Perché la Chiesa possa adempiere il proprio mandato deve essere visibile nella sua unità, riconoscibile come un unico «marchio», percepibile come un’unica cristianità. A volte ho l’impressione che ci siamo adattati fin troppo bene alle nostre diversità. La regola è vivere gli uni accanto agli altri con benevolen-

za. Ci sistemiamo bene e poi diamo al risultato il nome di molteplicità, pluralità, varietà, Chiese multicolori. Rischiamo, però, di restare fermi nella molteplicità e smarrirci. Dimentichiamo che spesso molteplicità significa concretamente divisione, e dimentichiamo che la divisione è uno scandalo. Per questo si deve accentuare ciò che veramente unisce. Nelle nostre diversità ci intendiamo bene, ma manca l’unità riconciliata. Non siamo riconciliati perché manca l’unità nel sacramento e nel ministero. Abbiamo bisogno di includere la diversità nell’unica Chiesa come unico corpo di Cristo. L’unità non limita, essa invece arricchisce, perché è solo nell’unità concretamente vissuta che la diversità viene veramente valorizzata. Il cammino verso questa unità esige una sorta di combattimento ed io sono fermamente convinto che valga la pena di intraprendere questa lotta. Che cosa significa tutto questo per noi cattolici? Il libro del Siracide ci esorta ad assumere la responsabilità nei confronti del nostro agire. Dio ha dato a noi tutti la libertà di poter dare il proprio contributo al corso della storia. Noi tutti dobbiamo e possiamo partecipare attivamente al cammino che la Chiesa intraprende, diventando coscienti della nostra responsabilità e non restando indifferenti. Nessuno di noi può rimanere indifferente di fronte al fatto che tra i cristiani ci sia discordia. Come noi cattolici, allora, facciamo memoria della Riforma? Noi ringraziamo per la nuova spinta a riconoscere che solo Cristo è la nostra salvezza. Ringraziamo per le molteplici testimonianze di tanti cristiani riformati. Gioiamo per il radicale orientamento verso la Parola di Dio e per la nuova valorizzazione del popolo di Dio. Facciamo memoria della Riforma operando insieme per l’unità. Crediamo e professiamo insieme la nostra fede. E insieme anche soffriamo perché non tutto è ancora possibile. E soprattutto preghiamo insieme. Pregare è celebrare la misericordia di Dio. + Felix Gmür Vescovo di Basilea


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La Riforma e le donne La Riforma è stata spesso considerata come un momento di liberazione delle donne da una con­dizione di inferiorità e prigionia: dai conventi, dal celibato clericale, dall’ideale della verginità e dal sacerdozio maschile. Le donne facevano parte del «sacerdozio di tutti i credenti» al pari degli uomini, potevano leggere e ascoltare la Bibbia in lingua volgare e scegliere di sposarsi invece di vivere nella cella di un convento. Fin dagli inizi della Riforma le donne parteciparono attivamente a incontri di preghiera, di lettura e commento del­la Scrittura e, nell’anabattismo, molte pagarono con la vita la loro scelta di fede. Altre, come Argula von Grumbach (c. 1492-1554) e Katharina Schiitz Zell (1497-1562), scrissero testi di teologia e rivendicarono il diritto e dovere delle donne di pro­clamare il Vangelo in pubblico, citando testi biblici usati oggi dalle teologhe femministe (ad es., Gioele 2 e Ga. 3:28). Nel mondo riformato francese, l’uguaglianza tra uomo e donna nella Chiesa fu rivendicata da Marie Dentière (1495-1561), una religiosa di Tournai convertitasi alle idee della Riforma, in un testo indirizzato a Margherita di Navarra, sorella del re di Francia Francesco I e pubblicato anonimamente nel 1539. Ma il Consiglio dei pastori di Ginevra ordinò la confisca di tutti gli esemplari e l’arresto dello stampatore. Marie Dentière, prima vittima della censura riformata, fu condannata al silenzio. Se la Riforma aprì nuove porte alle donne, ne mantenne chiuse molte altre. In generale, i rifor­matori limitarono il parlare delle donne allo spazio privato e domestico: il ruolo delle donne si spostò dalla chiesa alla casa. Ciò fu dovuto alla sparizione dei conventi e di altre associazioni religiose femminili, alla nuova centralità della famiglia, con una struttura pa­triarcale e una nuova forma di pietà domestica. In particolare, assunse importanza il ruolo di moglie del pastore, svolto per prima dalla moglie di Lutero, Katharina von Bora (1499-1552), e la conduzione della casa del pastore, che spesso includeva ospitalità a diverse persone. Tuttavia Calvino e Lutero, insieme a Pietro Martire Vermigli e altri, ammisero la possibilità di eccezioni e così facendo aprirono la strada a un approfondimento della riflessione sulla donna nella Chiesa. Passi ulteriori furono compiuti da gruppi radicali. Margaret Fell (1614-­

1702), una delle fondatrici della Società degli Amici, affermò che la ve­ nuta di Cristo aveva ristabilito la posizione spirituale di uomini e donne come era al tempo della creazione. I sessi, sosteneva la Fell, erano in una posizione di parità perché possedevano allo stesso modo lo spirito o la luce di Cristo manifestata dentro di loro: «lo Spirito è sparso su tutte le creature, Figli e Figlie». Dopo la redenzione, «il Signore Gesù ha mani­festato se stesso e il suo potere, senza tener conto delle persone». Molte donne contribuirono in maniera decisiva all’azione so­ciale del protestantesimo, tra le quali le inglesi Elisabeth Fry (1780-1845), che si impegnò nella riforma del sistema carcera­rio, Joséphine Butler (1828-1906), che lottò a favore della con­dizione delle prostitute, e Florence Nightingale (1820-1910), che agì nel campo medico-sociale. In generale, per le donne l’impegno sociale motivato dalla fede cristiana precedette l’ac­cesso a ruoli di responsabilità e al pastorato, che avvenne prima nelle Chiese e nei movimenti legati alla tradizione del Dissenso e del Nonconformismo. Nonostante i passi compiuti, il pieno riconoscimento dell’ugua­glianza tra uomo e donna resta una meta che deve essere ancora raggiunta in molte Chiese cristiane. Anzi, esso è tuttora oggetto di dibattito e causa di divisione. Lo scontro su questa questione è particolarmente acceso nelle Chiese battiste degli Stati Uniti dove, nel 2000, la Southern Baptist Convention (SBC) ha modi­ficato la propria confessione di fede per negare il ministero pa­ storale femminile. In seguito a questa decisione, l’ex presiden­te Jimmy Carter e la moglie Rosalynn lasciarono la SBC e aderirono alla Cooperative Baptist Fellowship (CBF). Anche l’Unione missionaria femminile (Wells Missionary Union) della Virginia ha approvato una dichiarazione di forte critica nei confronti della decisione della SBC. E in Svizzera? La Federazione delle Chiese evangeliche in Svizzera (FCES) ha edito in italiano un riassunto del libro Wann Frauen Kirche leiten («Quando le donne dirigono la Chiesa»), Zurigo 2006, dal quale togliamo alcuni dati significativi. Nel 1980 per la prima volta nel protestantesimo svizzero

una donna ha assunto la presidenza di una Chiesa cantonale; fino ad oggi sono dodici le donne che hanno presieduto una delle 26 Chiese riformate cantonali, tra cui quella ticinese, con Marianne Bianchi nel 2002. Le donne hanno ottenuto il diritto di voto per la prima volta nel 1891 nella Chiesa evangelica libera di Ginevra; nel 1918, nella Chiesa riformata dei Grigioni, sono state elette le prime donne in alcuni consigli parrocchiali; nel 1908 le prime due donne svizzere si sono iscritte ai corsi di teologia nella facoltà teologica dell’Università di Zurigo. Solo alla fine degli anni Cinquanta del Novecento le donne hanno assunto in Svizzera il ruolo di pastore a pieno titolo e la cura di una comunità riformata. Secondo uno studio risalente al 2003 dell’Alleanza riformata mondiale, 153 Chiese riformate (71%) dell’Alleanza approvano l’ordinazione femminile, mentre 48 Chiese non l’ammettono. Il fascicolo di 30 pagine, edito nel 2007, può essere richiesto gratuitamente alla FCES di Berna.

Audio su Lutero Tra le molte iniziative sui 500 anni dalle 95 tesi di Lutero vogliamo segnalare quella del 18 marzo a Milano (presso l’auditorium S. Bernardino dei frati di S. Angelo) su «Lutero: Le dinamiche religiose e politiche della rottura», organizzata dal Coordinamento 9 marzo, di cui fa parte «Noi Siamo Chiesa». L’audio si può ascoltare su Radio Radicale (www.radioradicale.it). Di particolare rilievo il dibattito tra mons. Franco Buzzi (prefetto della Biblioteca Ambrosiana) e Massimo Firpo (docente a Torino e alla Normale di Pisa), che ha percorso, nella loro complessità, le tappe principali dell’evento. La Casa della cultura ha organizzato due incontri su «1517-2017: a 500 anni da una riforma che ha cambiato il mondo». Il primo il 25 febbraio con Lother Vogel, Fulvio Ferrario e Salvatore Veca, il secondo sabato 25 marzo con Franco Buzzi, Paolo Ricca e il pastore Platone che moderava. Si può ascoltare tutto sul sito www. casadellacultura.it cliccando su audio-video in alto al centro della homepage poi sempre «Lutero».


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Il confronto sul «nuovo» messale verso una soluzione? Speriamo! Il problema può essere considerato di poca importanza da chi della liturgia ha un’immagine riduttiva, cerimoniale. Più misurato sarà il giudizio di chi sa che in liturgia la memoria si misura a secoli, per cui il tramandato deve essere considerato almeno con rispetto. Chi poi ritenga, come chi scrive, che «le parole sono tenere cose» (Pavese), può essere preoccupato per l’attuale impasse che si registra nell’aggiornamento dei testi della liturgia cattolica, e in particolare del messale. La competenza in materia è stata sempre rivendicata da Roma, e la norma è stata facile da applicare finché le case editrici delle varie nazioni si sono semplicemente dovute servire (evtl. con qualche piccola aggiunta, relativa a feste o santi «locali») della editio typica vaticana. Le disposizioni entravano nei minimi particolari: al celebrante, per es., era prescritto come doveva tenere le mani e addirittura le dita durante la parte centrale della messa. Per quel che concerne più direttamente i testi da leggere o da cantare, l’operazione era facilitata dall’obbligo di usare un’unica lingua, il latino. La situazione è cambiata con il Concilio Vaticano II, il quale, pur premettendo che «l’uso della lingua latina (…) sia conservato nei riti latini», si è aperto alla constatazione che «non di rado l’uso della lingua viva può riuscire di grande utilità per il popolo», per cui fosse da concedere «uno spazio più ampio» a giudizio delle competenti autorità territoriali, cioè le Conferenze episcopali dei vari Paesi1. L’edizione dei nuovi messali nelle lingue moderne occupò la seconda metà degli anni Sessanta, in un certo disordine su cui dà ampie notizie il fondamentale lavoro di Annibale Bugnini2. Il nuovo Messale romano (ossia la nuova editio typica, in latino) vide la luce nel 1969, a quattro secoli meno un anno dalla pubblicazione del messale di Pio V. Alle Conferenze episcopali rimase af1. Costituzione sulla sacra liturgia del 4 dicembre 1983, nn. 66ss., in: Il Concilio Vaticano II. Edizione del Cinquantesimo, EdB, Bologna, 2012. 2. A. Bugnini, Il passaggio dal latino al volgare, in: La riforma liturgica (1948-1975), Edizioni liturgiche, Roma 1997, pp. 111 ss.

fidato il compito delle traduzioni nelle lingue moderne. Il messale attualmente in uso nelle parrocchie di rito romano del Ticino è quello della CEI (Conferenza episcopale italiana), giunto alla seconda edizione nel 1975. La terza edizione tipica è stata pubblicata il 10 aprile del 2000 ma non è tuttavia ancora entradi Enrico Morresi

ta in vigore perché incontra difficoltà nell’obbligatoria recognitio presso la Congregazione vaticana del Culto Divino. Nel 2007 è stato pubblicato il Nuovo Lezionario, comprendente i testi da proclamare durante la liturgia, che tiene conto delle traduzioni più recenti della Bibbia e in alcuni punti innova decisamente rispetto alla precedente edizione. Due di esse saltano subito agli occhi, anche perché toccano anche i più distratti frequentatori delle nostre chiese. Nel Vangelo proclamato la notte di Natale (Lc 2, 1-14), ora si legge che gli angeli cantano gloria a Dio nell’alto dei cieli e augurano «pace agli uomini che egli ama». Nel Gloria che l’assemblea ha cantato qualche minuto prima è rimasto il vecchio testo: «pace agli uomini di buona volontà», ritenuto da secoli una corretta traduzione del latino «pax hominibus bonae voluntatis». Da quando però gli esegeti hanno fatto notare che la «buona volontà» non è quella di chi fa il possibile per essere buono, pio, umile, caritatevole, ma è la buona disposizione del Signore verso gli uomini, si è posta la questione se sia necessario adattare non solo il testo del Vangelo che si ascolta ma anche il Gloria che si canta. Si attende l’esito della recognitio per sapere come andrà a finire. Alcuni potrebbero ritenere che nel caso descritto la variazione sia abbastanza innocua. Più delicato appare il cambiamento che dovrebbe toccare il Padre Nostro: «the Lord’s Prayer», la Preghiera del Signore insegnata ai discepoli da Cristo in persona (Mt 6,13 e La 11,4). Nel nuovo Lezionario della CEI, il greco καὶ μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν è tradotto: «non abbandonarci alla tentazione». Non interes-

sa qui giustificare questa scelta3 ma sottolineare la contraddizione di fatto, perché, per esempio nella Messa della 17. domenica, anno C, si sente al Vangelo una cosa e al Padre Nostro se ne recita un’altra4. Fin qui siamo nell’ordine delle traduzioni, che sono sempre opinabili quando non siano errate. L’esperienza potrebbe anche suggerire una certa rassegnazione. I salmi, per esempio, sono quasi tutti molto poetici e recitandoli spesso si possono imparare a memoria, nutrono l’orazione mentale. I cambiamenti frequenti apportati al testo sconvolgono questa buona abitudine: ancora non era stata assimilata la prima riforma e già lo si incontra modificato nei nuovi Lezionari: in punti magari secondari ma sedimentati nella memoria. Una frustrazione non minore hanno del resto dovuto sopportare i chierici oggi anziani, i quali conoscevano a memoria il Salterio in latino (l’unico autorizzato, da secoli!) di prima della revisione operata dal Biblico nel 1945, successivamente ritenuta troppo «classica» e infine sostituita da una Neo Volgata nel 1969. Più grave diventa l’imbarazzo quando il cambiamento è sostenuto da un’interpretazione teologica. È il caso dell’ormai famoso pro multis della Preghiera eucaristica5, per i formalisti pietra dello scandalo al punto da giustificare una «riforma della riforma» della liturgia. Va fatto a questo punto un passo indietro. Nel 2001 la Congregazione per il Culto Divino e la disciplina dei Sacramenti pubblicò, con l’approvazione di papa Giovanni Paolo II, un’Istruzione con il titolo Li3. Cfr. E.M., Nel labirinto delle traduzioni, «Dialoghi» n. 202, giugno 2008, p. 9. 4. Cfr. E. Borghi, Il «Padre nostro» deve cambiare?, in «Dialoghi» n. 229, dicembre 2013, p. 19. 5. Il testo CEI vigente: Questo è il calice del mio Sangue, per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati. Fate questo in memoria di me. Il testo latino precedente la riforma diceva: Hic est enim Calix Sanguinis mei, novi et aeterni Testamenti: Mysterium Fidei: Qui pro vobis et pro multis effundetur in remissionem peccatorum. Haec quotiescumque feceritis, in mei memoriam facietis.


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turgiam authenticam con l’obiettivo di correggere tendenze o abusi constatati nella riforma dei testi usati nelle celebrazioni. Una raccomandazione esplicita riguardava le versioni in lingua corrente, che dovrebbero essere calcate sul latino e non interpretare alla luce, per esempio, delle ricerche storico-bibliche. Nelle versioni adottate dai nuovi messali per la Preghiera eucaristica della Messa si dice che il sangue di Cristo è «versato per voi e per tutti». Ineccepibile secondo i biblisti, ma altri la pensano diversamente6. Al ripristino della dizione vigente prima della riforma («per molti») si impegnò direttamente papa Benedetto XVI, il quale, nel 2012, prescrisse alla Conferenza episcopale tedesca: «È stato deciso dalla Santa Sede che, nella nuova traduzione del messale, l’espressione pro multis debba essere tradotta come tale. Al posto della versione interpretativa per tutti deve andare la semplice traduzione: per molti». I tedeschi hanno obbedito: nel nuovo Gotteslob – il libro di canto edito nel 2013 – il testo suona: «das für euch und für Viele vergossen wird»7. Ma i francesi hanno conservato il loro: «pour la multitude» e gli italiani e gli spagnoli aspettano la recognitio perché il loro nuovo messale ha conservato la dizione: per tutti. Per Papa Francesco il problema non esiste. A Firenze, il 10 novembre 2015, rivolgendosi ai rappresentanti della Chiesa italiana riuniti nel convegno nazionale, ha detto: «Ben sapete che il Signore ha versato il suo sangue non per alcuni, né per pochi, ma per tutti». Già aprendo il suo discorso, commentando l’affresco del Giudizio sulla cupola del duomo, aveva detto: «Gesù ha dato se stesso in riscatto per tutti», seguendo l’inequivocabile parola di 1Tim 2,6. Che qualcosa si muova, e non nella direzione dei conservatori della dizione latina, pare ora segnalato dalla decisione di rivedere il documento Liturgiam authenticam, compito che il Papa ha recentemente affidato a una Commissione di respiro planetario presieduta da mons. Arthur Roche, numero due della Congregazione per 6. Non si intende qui affrontare la questione direttamente. A chi voglia approfondire si consiglia il volume: F. Pieri, Sangue versato per chi? Il dibattito sul pro multis, Queriniana, Brescia, 2014. 7. Gotteslob. Katholisches Gebet-und Gesangbuch, Stuttgart 2013, n. 588

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La Chiesa non è Google Traduttore I limiti di «Liturgiam authenticam» Intervista al liturgista Andrea Grillo Sotto il pontificato di Giovanni Paolo II è stato emanato un documento «Liturgiam authenticam», che pone dei criteri di traduzione dal latino alle diverse lingue. Quali sono i limiti, secondo lei, del documento? La prima cosa da dire è che il documento del 2001 si inserisce in una lunga catena di testi, prodotti dal magistero centrale – papale e curiale – tra la fine degli anni 80 fino a tutto il primo decennio del nuovo secolo. Sono tutti documenti accomunati da una caratteristica: sono frutto della paura. Reagiscono alla fiducia che il Concilio Vaticano II aveva introdotto nella Chiesa degli anni 60 e 70, superando il trauma antimoderno che aveva paralizzato la Chiesa per più di un secolo. Ora ci si muove di nuovo con la antica sfiducia e diffidenza. Si ripescano stili ottocenteschi. Nel nostro caso è la sfiducia e la diffidenza verso le lingue e le culture moderne. Ci si spoglia dell’autorità di tradurre e per tranquillizzarsi si impone un modo per tradurre dal latino che ha un esito che non è esagerato definire comico: se si seguono le regole stabilite a tavolino, il testo che ne risulta appare incomprensibile; se invece lo si vuole rendere comprensibile, si è costretti a violare le regole. Non se ne esce. Questa è l’esperienza di tutte le Conferenze episcopali negli ultimi 15 anni. Le vicende del Messale per gli anglofoni, dei vescovi tedeschi e di quelli francesi e italiani sono gli esempi più noti. Proprio sul piano della «traduzione» dobbiamo riconoscere che le «lingue moderne» possono esprimere aspetti della tradizione che il greco e il latino non riuscivano ad esprimere. Ogni lingua ha i suoi pro e i suoi contro. Anche il latino e il greco hanno limiti che il francese o l’inglese possono superare. Ad ogni modo, la traduzione deve essere sempre fedele e rispettosa. Ma bisogna definire bene che cosa significa: la fedeltà e il rispetto verso un testo devono essere diretti verso due soggetti: chi lo ha scritto e chi lo legge. Per questo una traduzione buona non è mai soltanto letterale. Il linguaggio è sempre molto più complesso di una pura se-

quenza di parole. A tradurre parola per parola ci pensa già Google Traduttore: la Chiesa dovrebbe guardare più lontano, come ha sempre fatto. Queste posizioni tradizionalistiche quanto sono presenti nella Chiesa? Sono presenti poco dal punto di vista dei numeri, molto dal punto di vista della presenza mediatica. Bisogna tuttavia distinguere bene tra nazioni e Chiese diverse. Non tutti i Paesi sono uguali e non tutte le Chiese sono sullo stesso piano. La questione dei tradizionalisti diventa ingestibile se si pensa di affrontarla con «norme generali», che valgono per tutta la Chiesa. Solo la competenza dei singoli vescovi, che conoscono le differenze locali, qui è capace di muoversi adeguatamente. Voglio raccontare una storia che può aiutare a comprendere la questione. L’ho sentita raccontare da Rita Levi Montalcini, in televisione. Inaugurano molti anni fa un grande software di traduzione, che sa tradurre tutto, da ogni lingua. Ma letteralmente. Un acuto provocatore va alla inaugurazione e mette in crisi il sistema. Chiede di tradurre in cinese il proverbio inglese «out of sight out of mind» (che in italiano corrisponde, non letteralmente, a «lontano dagli occhi lontano dal cuore»). Il computer traduce in caratteri cinesi. Poi lo stesso personaggio chiede di tradurre in italiano. E il risultato è «invisibile / imbecille». Se si perde il senso metaforico, si fraintende tutto. Noi, sulla base di «Liturgiam authenticam» abbiamo rischiato di produrre continuamente traduzioni alla maniera di «invisibile / imbecille». La liturgia usa al 90% linguaggio metaforico. Pensare di tradurla con metodo letterale è puramente illusorio. Sarebbe sufficiente leggere in «Liturgiam authenticam» quella regola che imporrebbe di rispettare le figure retoriche latine nella lingua di traduzione. Ma questo è proprio ciò che non si può mai fare. Ogni lingua ha le sue figure particolari. Tradurre non è imporre le figure retoriche di una lingua all’altra, ma mediare tra una e l’altra.


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il Culto Divino («che ha certamente un approccio di maggiore apertura rispetto al numero uno, il card. Robert Sarah, che dunque non avrà voce in capitolo nella questione», Adista, 25 febbraio 2017). Sarah si era distinto, negli ultimi anni, per l’insistente richiesta di «riformare la riforma»: per esempio ritornando alla direzione «verso Oriente» della preghiera – che in pratica, nelle nostre chiese variamente orientate voleva dire celebrare verso il vecchio altar maggiore e non verso il popolo. I mass media hanno concentrato l’attenzione sul cardinale, un uomo di colore (è originario della Guinea equatoriale), prefetto dal 2014, ma la svolta dovrebbe avere conseguenze per l’insieme di una congregazione che da anni persegue la sistematica correzione dei testi proposti dalle varie conferenze episcopali ed è responsabile del blocco imposto al Messale della CEI, approvato dai vescovi italiani e presentato per la recognitio già nel 2012. Profonda emozione destò per esempio l’imposizione del nuovo Messale di lingua inglese, del 2010, che sul set-

timanale dei Gesuiti americani «America» fu criticato per il «linguaggio rigido, tristemente inadeguato e teologicamente limitato che, se è molto preciso, è tuttavia ben poco poetico». Si obietterà che in materie così delicate la precisione viene prima dell’estetica: ma sarebbe riduttivo ridurre il confronto a una tale distinzione, in gioco è anche un principio approvato dal Concilio quando discusse la riforma della liturgia («La Chiesa non intende imporre una rigida uniformità nelle cose che non riguardano la fede o il bene di tutta la comunità, e nemmeno nella liturgia»8). La decisione del Papa di far uscire la questione dalle contrapposizioni burocratiche è da salutare con favore. I blog conservatori si chiedono: «Dove sta andando la Chiesa cattolica? La Chiesa Una Santa è viva e immacolata nel Suo Sposo; ma una parte di quella visibile rischia di subire una “mutazio-

8. Il Concilio Vaticano II, Edizione del Cinquantesimo, Costituzione sulla Sacra Liturgia, n. 37 ss., p. 379.

ne genetica” o questa è già avvenuta nostro malgrado e ne stiamo vedendo gli effetti? Ci confrontiamo per “resistere”, nella fedeltà»9. Si riconosce l’inesausta polemica contro la linea pastorale di Papa Francesco. All’inizio di marzo si è svolto a Roma un convegno sul tema «Musica e Chiesa. Culto e cultura a 50 anni dalla “Musicam sacram”». Organizzato da chi? «Dalla Congregazione per il Culto Divino!» risponderebbero i miei ingenui lettori. No! Gli organizzatori erano il Pontificio Consiglio vaticano della Cultura, presieduto dal cardinale Gianfranco Ravasi, e la Congregazione per l’educazione cattolica. Il convegno era tutt’altro che un conciliabolo: sedute pubbliche all’Augustinianum, Vespri alla Sistina, Eucarestia all’altare della Cattedra, udienza dal Papa che ha salutato di persona tutti e quattrocento i convegnisti. Ma… e il Culto divino? Sarah non si è visto.

9. http://chiesaepostconcilio.blogspot.com/ 2017/01/un-altro-serio-vulnus-ai-fondamenti-de.html

Giornalismo nella Svizzera italiana Vol 2 • 1980-2000 Degli anni successivi al secondo dopoguerra gli storici parlano come delle «trente glorieuses», per il Ticino di una «età dell’oro», del «paradiso della crescita economica » (Angelo Rossi). In quel periodo, nella piccola Svizzera italiana, è morta la tipografia di Gutenberg, alla radio si è aggiunta la televisione, il giornalismo è diventato una professione, il numero degli addetti si è decuplicato, è scomparsa la stampa quotidiana di partito e si discute se i giornali ormai si leggeranno sul web. Di questa stagione intensa e appassionante è stato riferito finora con saggi parziali, limitati per esempio alla crescita della radiotelevisione di servizio pubblico o alla storia di singoli giornali. Il lavoro di Enrico Morresi ha l’ambizione di leggere tale periodo da un punto di vista originale: la nascita, lo sviluppo e il consolidarsi di una professione – il giornalismo – dotata di proprie specificità, ideali e sistemiche. di Enrico Morresi Formato 18 x 25 cm, 328 pagine con illustrazioni Fr. 35.– Armando Dadò editore Via Orelli 29 - 6601 Locarno - Tel. 091 756 01 20 - Fax 091 752 10 26 - shop@editore.ch - www.editore.ch


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PAROLE DI FRANCESCO Per costruire l’Europa Le risposte le ritroviamo proprio nei pilastri sui quali essi hanno inteso edificare la Comunità economica europea: la centralità dell’uomo, una solidarietà fattiva, l’apertura al mondo, il perseguimento della pace e dello sviluppo, l’apertura al futuro. A chi governa compete discernere le strade della speranza – questo è il vostro compito: discernere le strade della speranza, identificare i percorsi concreti per far sì che i passi significativi fin qui compiuti non abbiano a disperdersi, ma siano pegno di un cammino lungo e fruttuoso. Per un ascolto attento L’Europa ritrova speranza quando l’uomo è il centro e il cuore delle sue istituzioni. Ritengo che ciò implichi l’ascolto attento e fiducioso delle istanze che provengono tanto dai singoli quanto dalla società e dai popoli che compongono l’Unione. Purtroppo, si ha spesso la sensazione che sia in atto uno «scollamento affettivo» fra i cittadini e le istituzioni europee, sovente percepite lontane e non attente alle diverse sensibilità che costituiscono l’Unione. Affermare la centralità dell’uomo significa anche ritrovare lo spirito di famiglia, in cui ciascuno contribuisce liberamente secondo le proprie capacità e doti alla casa comune. È opportuno tenere presente che l’Europa è una famiglia di popoli e – come in ogni buona famiglia – ci sono suscettibilità differenti, ma tutti possono crescere nella misura in cui si è uniti. L’Unione Europea nasce come unità delle differenze e unità nelle differenze. Le peculiarità non devono perciò spaventare, né si può pensare che l’unità sia preservata dall’uniformità. Essa è piuttosto l’armonia di una comunità. I Padri fondatori scelsero proprio questo termine come cardine delle entità che nascevano dai Trattati, ponendo l’accento sul fatto che si mettevano in comune le risorse e i talenti di ciascuno. Oggi l’Unione Europea ha bisogno di riscoprire il senso di essere anzitutto «comunità» di persone e di popoli consapevole che «il tutto è più della parte, ed è anche più della loro semplice somma» e dunque che «bisogna sempre allargare lo sguardo per riconoscere un bene più grande che porterà benefici a tutti». Solidarietà contro i populismi L’Europa ritrova speranza nella solidarietà, che è anche il più efficace antidoto ai moderni populismi. La solidarietà comporta la consapevolezza di essere parte di un solo corpo e nello stesso tempo implica la capacità che ciascun membro ha di «simpatizzare» con l’altro e con il tutto. Se uno soffre, tutti soffrono (cfr 1Cor 12,26). Così anche noi oggi piangiamo con il Regno Unito le vittime dell’attentato che ha colpito Londra due giorni fa. La solidarietà non è un buon proposito: è caratterizzata da fatti e gesti concreti, che avvicinano al prossimo, in qualunque condizione si trovi. AI contrario, i populismi fioriscono proprio dall’egoismo, che chiude in un cerchio ristretto e soffocante e non consente di superare la limitatezza dei propri pensieri e «guardare oltre». Occorre ricominciare a pensare in modo europeo per scongiurare il pericolo opposto di una grigia uniformità, ovvero il trionfo dei particolarismi. Alla politica spetta tale leadership ideale, che eviti di far leva sulle emozioni per guadagnare consenso, ma piuttosto elabori, in uno spirito di solidarietà e sussidiarietà, politiche che facciano crescere tutta quanta l’Unione in uno sviluppo armonico.

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Dialogo contro la paura L’Europa ritrova speranza quando non si chiude nella paura di false sicurezze. Al contrario, la sua storia è fortemente determinata dall’incontro con altri popoli e culture e la sua identità «è, ed è sempre stata, un’identità dinamica e multiculturale». C’è interesse nel mondo per il progetto europeo. C’è stato fin dal primo giorno, con la folla assiepata in piazza del Campidoglio e con i messaggi gratulatori che giunsero da altri Stati. L’apertura al mondo implica la capacità di «dialogo come forma di incontro», a tutti i livelli, a cominciare da quello fra gli Stati membri e fra le Istituzioni e i cittadini, fino a quello con i numerosi immigrati che approdano sulle coste dell’Unione. Non ci si può limitare a gestire la grave crisi migratoria di questi anni come fosse solo un problema numerico, economico o di sicurezza. La questione migratoria pone una domanda più profonda, che è anzitutto culturale. Quale cultura propone l’Europa oggi? La paura che spesso si avverte trova, infatti, nella perdita d’ideali la sua causa più radicale. Senza una vera prospettiva ideale si finisce per essere dominati dal timore che l’altro ci strappi dalle abitudini consolidate, ci privi dei comfort acquisiti, metta in qualche modo in discussione uno stile di vita fatto troppo spesso solo di benessere materiale. Al contrario, la ricchezza dell’Europa è sempre stata la sua apertura spirituale e la capacità di porsi domande fondamentali sul senso dell’esistenza. L’Europa ha un patrimonio ideale e spirituale unico al mondo che merita di essere riproposto con passione e rinnovata freschezza e che è il miglior rimedio contro il vuoto di valori del nostro tempo, fertile terreno per ogni forma di estremismo. Sono questi gli ideali che hanno reso Europa quella «penisola dell’Asia» che dagli Urali giunge all’Atlantico. Lo sviluppo è il nome della pace L’Europa ritrova speranza quando investe nello sviluppo e nella pace. Lo sviluppo non è dato da un insieme di tecniche produttive. Esso riguarda tutto l’essere umano: la dignità del suo lavoro, condizioni di vita adeguate, la possibilità di accedere all’istruzione e alle necessarie cure mediche. «Lo sviluppo è il nuovo nome della pace», affermava Paolo VI, poiché non c’è vera pace quando ci sono persone emarginate o costrette a vivere nella miseria. Non c’è pace laddove manca lavoro o la prospettiva di un salario dignitoso. Non c’è pace nelle periferie delle nostre città, nelle quali dilagano droga e violenza. L’Europa ritrova speranza quando si apre al futuro. Quando si apre ai giovani, offrendo loro prospettive serie di educazione, reali possibilità di inserimento nel mondo del lavoro. Quando investe nella famiglia, che è la prima e fondamentale cellula della società. Quando rispetta la coscienza e gli ideali dei suoi cittadini. Quando garantisce la possibilità di fare figli, senza la paura di non poterli mantenere. Quando difende la vita in tutta la sua sacralità. L’Europa merita di essere costruita Da parte mia non posso che assicurare la vicinanza della Santa Sede e della Chiesa all’Europa intera, alla cui edificazione ha da sempre contribuito e sempre contribuirà, invocando su di essa la benedizione del Signore, perché la protegga e le dia pace e progresso. Dal discorso di papa Francesco ai capi di Stato e di Governo dell’Unione Europea, in occasione del 60.mo anniversario della firma dei Trattati di Roma (Roma, 24 marzo 2017) – I sottotitoli sono della redazione.


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Collaborazione con le comunità minoritarie: occorre che i Cantoni assumano l’iniziativa L’affermarsi sempre più evidente nella società occidentale del pluralismo religioso evidenzia ai giuristi e quindi anche alla politica come appaia ormai superato – anzi: controproducente e non adeguato – il vecchio slogan liberale-laicista che «la religione è affare privato». Enzo Pace, professore di sociologia dell’Università di Padova, nel mensile romano «Confronti» (nel numero monografico di settembre 2016, dedicato a Religioni e politica nell’Europa post-secolare) annota: «Lo Stato secolare tende a considerare la religione un fatto privato e conseguentemente a neutralizzare gli eventuali conflitti religiosi come un problema di sicurezza e di ordine pubblico. Oggi tale funzione non è più sufficiente. Uno Stato che voglia governare società a elevata diversità religiosa deve fornire un quadro normativo adeguato a favorire politiche di cittadinanza attiva per credenti di diverse fedi: questi saranno chiamati sempre più ad apprendere a credere nel relativo, nella relazione, nel riconoscimento reciproco; nello stesso tempo, essi diventeranno attivi nella costruzione di una società aperta al rispetto del pluralismo delle fedi». Il pluralismo religioso svizzero è da tempo noto, e dal 2007 è disponibile un ampio studio coordinato da Martin Baumann e Jörg Stolz: La nouvelle Suisse religieuse. Risques et chances de sa divérsité (Labor et Fides, Ginevra), mentre per la presenza mussulmana (oggi valutata a 340.000 aderenti di persone di età superiore ai 15 anni, con circa 230 moschee o luoghi di preghiera) segnalo il più recente volume La Suisse des mosquées. Derrière le voile de l’unité musulmane (Labor et Fides, Ginevra, 2013). In Ticino, per incarico del Dipartimento delle Istituzioni, Michela Trisconi aveva condotto un’indagine, pubblicata nel 2007 come Repertorio delle religioni. Panorama religioso e spirituale del Cantone Ticino (recensita in «Dialoghi» n. 198, ottobre 2007), consistente nelle schede di 82 diverse comunità più o meno significative. Purtroppo nei recenti rilievi statistici, come Pratiche e credenze religiose e spirituali in Svizzera. Primi risultati dell’indagine sulla lingua, la religione e la cultura 2014, le confessioni sono raggruppate per «grandi famiglie»:

cattolici 38%, protestanti delle Chiese nazionali 26%, altre comunità cristiane 5,7% (comprendono le varie Chiese ortodosse), musulmani e islamici 5,0%, altre religioni 1,5% (compresi gli ebrei), nessuna religione 22%. di Alberto Lepori

In questo articolo viene discussa particolarmente la questione dei rapporti con la comunità islamica (che fa più problema nell’opinione pubblica), ma la soluzione prospettata è ovviamente applicabile a tutte le altre minoranze religiose presenti in Svizzera. L’Islam tra noi A Friburgo, il Centro Svizzero Islam e Società è ormai attivo dal 2015 malgrado l’opposizione degli «svizzerissimi» dell’Unione Democratica di Centro, che voleva opporsi e lanciare un referendum cantonale. La proposta dell’UDC è stata dichiarata incostituzionale perché contraria alla libertà religiosa (di fatto ne colpiva una sola). Il Centro è stato promosso anche dalla Confederazione: inaugurato il 13 giugno 2016, è ormai in funzione. L’Università di Lucerna ha istituito il primo Centro per la teologia comparata in Svizzera, che studierà in particolare similitudini e differenze tra cristianesimo, ebraismo e Islam. Il centro avrà anche un professore assistente di teologia islamica. La teologia comparata consente «una migliore comprensione della propria e delle altre religioni» e il nuovo centro mira a migliorare il dialogo fra le tre religioni abramitiche, con particolare attenzione alla teologia islamica, spesso malamente condannata da pretesi competenti… delle lettere ai giornali. L’Università di Berna ha deciso di accogliere nel corso di formazione continua per assistenti pastorali, fin qui destinato ai soli cristiani, anche imam e membri di altre religioni che svolgono compiti assistenziali in ospedali, carceri e altre strutture pubbliche. L’Università di Ginevra, con l’appoggio del Governo cantonale, sta lavorando alla creazione di una formazione continua destinata agli imam, con lo scopo di favorire l’integrazione degli addetti religiosi

e dei loro fedeli alla società svizzera. Ormai da tempo è aperta a Berna una Casa delle religioni, dove sono ospitate e collaborano, oltre alle confessioni cristiane, diverse altre comunità religiose presenti nel Cantone. Una ulteriore collaborazione è in via di sperimentazione a Zurigo, dove nel centro per richiedenti asilo sono attivi tre «assistenti religiosi» musulmani (tra cui una donna). La presenza di «cappellani» per i musulmani che prestano servizio nell’esercito svizzero è all’esame delle autorità militari. Incompetenza e resistenza della Confederazione La studiosa musulmana Rifa’at lenzin, ospite del Sinodo della Chiesa riformata nei Grigioni, ha presentato una relazione sulla sfida costituita dal ritorno della religione in un contesto caratterizzato dalla secolarizzazione e dalle immigrazioni. La studiosa, premesso che negli ultimi anni la minoranza islamica in Svizzera è vista con crescente sospetto (minareti, burka e burkini, strette di mano obbligatorie, ecc.) auspica che le comunità islamiche vengano riconosciute: ciò che impedirebbe la creazione di società parallele e spingerebbe i musulmani ad assumere maggiori responsabilità nei confronti della società che li ospita. In «Choisir», n. 681, ottobre 2016, Ada Marra, consigliere nazionale socialista vodese, con un contributo intitolato Relations Eglise et Etat. Initiatives populaires en eaux troubles, postula l’interessamento della Confederazione e prospetta la possibilità di un riconoscimento a livello cantonale per le comunità religiose, specialmente in funzione di ovviare alla diffusione dell’anti-islamismo, frutto della paura e dell’ignoranza. Il Consiglio federale, rispondendo alla consigliera nazionale zurighese Rosemarie Quadranti, non riteneva di occuparsi della formazione degli imam – per impedire prediche intolleranti –, ricordando che i rapporti tra Chiese e Stato sono competenza cantonale, anche se l’art. 72,2 della Costituzione federale prevede una competenza della Confederazione a tutela della pace tra le comunità religiose. Ora pare che anche l’Esecutivo


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federale, fin qui latitante, voglia far studiare come «migliorare» la gestione degli affari religiosi. Si starebbe studiando la possibilità di creare un Ufficio federale per i problemi religiosi; ma potrebbe anche essere una commissione federale con esponenti qualificati delle diverse comunità, da quelle tradizionali alle nuove arrivate. E anche per il Ticino sarebbe utile una riflessione in merito, per dimostrare apertura ed accoglienza non solo ai «nostri» ma anche agli «altri», tanto utili per il nostro benessere e ai quali, come a tutti, occorre garantire il pieno riconoscimento dei diritti garantiti dalla Costituzione. Per un dibattito più ampio si è espresso anche il neo-presidente nazionale dei democratici popolari lo svittese Gerhard Pfister, postulando una legislazione che affronti il problema generale del rapporto tra Stato democratico e comunità religiose, tuttavia suscitando la reazione polemica del presidente nazionale dei socialisti svizzeri, che da cattolico friburghese (ma «laico») non condivide le proposte del cattolico svittese. Nei diversi Cantoni Il tema del riconoscimento delle comunità musulmane è ormai allo studio in diversi Cantoni (Basilea, Vaud, Neuchâtel, Ginevra, Le Courrier del 28 luglio): potrebbe svolgere parecchie funzioni, da un contributo alla integrazione con collaborazione in campo sociale a un controllo sugli imam e sul finanziamento delle comunità, per evitare infiltrazioni estere (come denunciato dal consigliere nazionale Lorenzo Quadri). Lo statuto delle minoranze religiose in Svizzera è stato oggetto di uno studio elaborato su incarico della Commissione nazionale contro il razzismo (settembre 2003), nel quale tra altro si osservava che, se la competenza è dei Cantoni per quanto riguarda le Chiese e comunità religiose (art. 72 della Costituzione federale), vale tuttavia anche per tali comunità l’art. 8 della stessa Costituzione, che impone l’eguaglianza di trattamento e l’art. 15 che garantisce la libertà di credo e di coscienza per tutti. Concludendo l’articolo Vita difficile del laicismo, pubblicato in «Dialoghi» n. 240 (febbraio 2016), osservavo che «il tema di adattare la Costituzione federale alle nuove realtà religiose in Svizzera sembra ormai da tempo dimenticato, sia dai politici (paura di scottarsi le dita?) sia dalle Chiese

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storiche che rinunciano a preoccuparsi della libertà religiosa degli altri (cioè di tutti), ignorando come il futuro possa riservare brutte sorprese. Le religioni, in particolare l’Islam, ma anche le altre comunità “nuove”, devono essere partecipi dell’integrazione sociale dei migranti e dei loro “numerosi” discendenti. Invece trovano voce (e accoglienza nella legislazione) misure anti-islamiche che non favoriscono l’integrazione». Diritti e doveri per le minoranze Nel sopracitato studio federale del 2003, a pag. 17 vengono indicati gli «obblighi possibili» da proporre alle comunità religiose e anche i «diritti possibili» loro conferibili. Ecco l’elenco: Obblighi: costituzione democratica – organizzazione in parrocchie – rispetto della libertà di credo degli altri – rispetto dell’ordine legale – dipendenza dalle norme fiscali del cantone – dipendenza dalle regole organizzative del cantone – rappresentanza della religione nei confronti dello Stato (cantone). Diritti: formazione di una facoltà di teologia – assistenza spirituale penitenziaria – insegnamento della religione e uso dei locali scolastici per l’insegnamento religioso – protezione da parte dello Stato (cantone) – assistenza spirituale ospedaliera – esonero dalle imposte (per es. le tasse di mutazione, il diritto dì pegno immobiliare, le successioni o la tassa di donazione) – sovranità fiscale (prelievi fiscali ai membri). Nell’articolo dedicato alla laicità nella società plurireligiosa attuale postulavo, oltre all’articolo sulle religioni nella Costituzione federale, anche soluzioni a livello cantonale per garantire alle minoranze gli spazi di libertà necessari per una completa libertà religiosa. I recenti casi delle moschee di Winterthur (con l’arresto di un imam) e di Ginevra (sospetti su un addetto alla sicurezza) e in precedenza a Basilea (dove funziona da imam il padre dei due fratelli che non vogliono stringere la mano alla maestra) e di Liestal (chiusa una moschea, nell’estate 2015, che aveva ospitato predicatori estremisti) (Le Courrier del 3 novembre) e le segnalazioni giornalistiche relative alla situazione nelle moschee (anche se la frequenza si situa solo attorno al 10% del totale dei musulmani), tutti dimostrano la necessità che le autorità cantonali dedichino maggiore attenzione al problema della convivenza e dell’integrazione della variopinta comunità islamica

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Iniziare a livello dei Cantoni In attesa dell’articolo costituzionale federale, considerate i lunghi tempi di gestazione (che oltre al dibattito parlamentare richiede l’accettazione in votazione popolare), ritengo che passi significativi possono essere compiuti a livello cantonale. Qui esporrò alcune idee per una soluzione in Ticino, ricordando che l’art. 24 della vigente Costituzione cantonale (capoverso secondo del testo approvato il 14 dicembre 1997) recita: «La legge può conferire la personalità di diritto pubblico ad altre comunità religiose», oltre a quelle menzionate nel capoverso primo, cioè «la Chiesa cattolica apostolica romana e la Chiesa evangelica riformata». Ritengo che la facoltà sopra menzionata sia attualmente di difficile applicazione, vuoi perché un «riconoscimento di diritto pubblico» potrebbe sembrare troppo impegnativo e addirittura inopportuno (penso particolarmente in relazione alla comunità musulmana), vuoi perché non sempre è auspicato dalle comunità religiose minoritarie, vuoi perché (è ancora il caso dell’Islam) la comunità religiosa non si è fin qui organizzata in una unica comunità suscettibile di un riconoscimento statale. Penso sia più facilmente praticabile una via simile a quella da anni praticata in Italia, di offrire alle singole comunità religiose la possibilità di stipulare degli accordi (in Italia sono definite «Intese», secondo l’art. 8, capitolo terzo della Costituzione del 1948) per rispondere ad alcune loro esigenze e per una migliore attuazione della libertà religiosa quando richieda espressioni che vanno oltre la libertà personale. L’esperienza italiana (dove le intese in vigore sono dodici: «Dialoghi» n. 243, pag. 14) è significativa perché dimostra la necessità di forme «elastiche» come gli accordi, anche se in Italia manca una legge generale sulla libertà di religione, da tempo auspicata e che potrebbe meglio inquadrare e semplificare le forme di collaborazione. L’esame delle singole Intese può fornire una panoramica dei settori che sono aperti alla collaborazione tra le diverse religioni e gli organi di uno stato democratico (A. Ribet, Per una alternativa al Concordato, Claudiana 1988), come le intese firmate con i valdesi, gli avventisti, le assemblee di Dio e gli ebrei). Purtroppo le divisioni interne tra le comunità musulmane, e il clima politico (diversi partiti speculano sulla paura dello straniero per fare


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voti…) ha impedito sin qui di stipulare una intesa con l’intera comunità islamica o con suoi gruppi organizzati. La stessa difficoltà è presente in Francia che, dopo gli attentati del gennaio 2015, ha avviato diverse iniziative per migliorare l’integrazione, sia con disposizioni relative al culto, sia nella formazione degli imam, sia con misure a favore dell’educazione dei giovani (Le Monde del 5-6 marzo informa sotto il titolo «Il rinnovamento dell’Islam in Francia progredisce con dolore»). Proposte per il Ticino In Ticino si potrebbero concordare, più che un solenne «riconoscimento», forme puntuali di «collaborazione» (la parola magica…), elencate e descritte in una legge generale (a garanzia di chi teme per la laicità dello Stato e la libertà di tutti i cittadini, e quindi vuole evitare «privilegi» per le singole comunità religiose). Il termine «collaborazione» sta già ad indicare la finalità del Cantone di rapportarsi con le comunità religiose e quindi con i loro membri, attuando una convivenza pacifica, è indice di reciproca accettazione, a vantaggio comune. La nuova legge potrebbe elencare i requisiti richiesti alla comunità con cui il Cantone collabora e le diverse forme di collaborazione e partecipazione che vengono concordate di comune accordo. Con queste premesse giuridiche, la stipulazione di tali «accordi» potrebbe anche essere affidata direttamente al Consiglio di Stato, evitando di coinvolgere il Gran Consiglio, cui spetterebbe solo di emanare la legge di attuazione e di sorvegliarne il rispetto tramite le normali sue competenze costituzionali. Condizione indispensabile è che la comunità religiosa che intende «collaborare» con lo Stato, a beneficio dei propri aderenti, si dia una struttura giuridica mediante l’adozione di una delle forme previste dal Codice civile svizzero: in particolare quella regolamentata negli articoli 60 e seguenti, definita «associazione». La legge di attuazione – della «collaborazione del Cantone con le comunità religiose minoritarie» – richiederebbe una gestione democratica della comunità, la pubblicità dei bilanci (specificando la provenienza dei finanziamenti), l’uso anche della lingua italiana nella predicazione e nelle pubblicazioni, un numero minimo di aderenti e altre condizioni richieste da situazioni particolari. Le forme di collaborazione da parte del Cantone,

elencate tassativamente nella legge e da specificare nel testo dei singoli «contratti», potrebbero riguardare contributi statali per attività sociali, designazione di persone qualificate per assistenza a correligionari in ospedali, prigioni e altri istituti pubblici, trattamento fiscale equiparato a quello delle comunità religiose riconosciute (per imposte, collette, donazioni, ecc.), la messa a disposizione di locali scolastici o pubblici per l’insegnamento religioso o altre attività sociali, e altre attività di interesse comune. Tali «accordi» potrebbero prevedere una scadenza, o possibilità di disdetta reciproca, ed eventuali modifiche o complementi. Un patto con l’Islam Il 1. febbraio, al Viminale, il ministro dell’Interno Marco Minniti e le principali associazioni dei musulmani in Italia hanno sottoscritto il «Patto nazionale per un Islam italiano». Il patto si struttura in tre sezioni: una che richiama i principi dell’ordinamento italiano in materia di libertà religiosa; un’altra che raccoglie gli impegni delle associazioni islamiche di fronte allo Stato italiano, e una terza che esplicita gli impegni del ministero dell’Interno. Complessivamente si tratta di un documento «bilaterale» che, riconoscendo la rilevanza della comunità islamica in Italia, delinea precise strategie di dialogo e confronto, rafforza l’azione di contrasto al radicalismo; sostiene i percorsi di riconoscimento pubblico dell’Islam e dei suoi ministri di culto e si pone l’obiettivo di favorire l’avvio di negoziati «volti al raggiungimento di Intese». Tra gli impegni assunti da parte dei musulmani, la predicazione in italiano o con traduzione e la pubblicazione delle fonti di finanziamento; tra gli impegni da parte pubblica la formazione degli imam, la facoltà di visita negli ospedali, carceri e altri istituti e l’aiuto a disporre di adeguati luoghi di culto. In una intervista, sul Corriere del Ticino del 15 marzo, il colonnello Peter Regli, già capo del servizio d’informazione della Confederazione, sotto il titolo: «Ma va coinvolta di più la comunità musulmana», osservava: «Quando si tratta di identificare preventivamente i giovani che potrebbero essere vittime di radicalizzazione dobbiamo assolutamente appoggiarci alla comunità musulmana. Ci sono circa 400 mila persone di fede islamica. Sono integrate, lavorano e rispettano le leggi. Solo una ristretta minoranza

è fanatica». E il pastore Giuseppe La Torre, presidente del Forum svizzero per il dialogo interreligioso e interculturale, sotto il titolo «Solo con i musulmani batteremo i fanatici» (Corriere del Ticino del 20 marzo) osservava che «Grande è la responsabilità della nostra generazione per la consegna alle generazioni future di una società pacificata e civile. Occorre avviare un percorso di riconoscimento di una comunità di grande rilevanza numerica e sociale, come quella musulmana, alleata necessaria di ogni strategia di contrasto a qualsiasi fondamentalismo e al radicalismo islamico. Per questo è quanto mai urgente che le istituzioni, i media e i cittadini tutti ci avviamo verso una controtendenza, rispetto alle paure e ai pregiudizi islamofobici che si stanno diffondendo in Europa». Certamente, per una aggiornata applicazione della libertà di religione, ma anche per un diretto contributo alla convivenza pacifica, un gesto di intelligente accoglienza da parte statale è nell’interesse comune. A livello dei singoli cantoni particolarmente toccati dalla presenza islamica potrebbero essere stipulati patti simili a quello italiano. Anche in Ticino potrebbe rappresentare un contributo valido per una convivenza pacifica nella libertà per tutti.

Premio giornalistico Aldo Rossi La rivista l’altrapagina, in partenariato con la Fondazione Arbor (con sede a Lugano), bandisce un premio per valorizzare l’attività giornalistica dei giovani studenti e professionisti, promovendo un giornalismo attento alla condizione dei più poveri, delle culture altre, agli equilibri geopolitici globali, rivolto alla tutela dell’ambiente e dei beni comuni con un forte radicamento locale. Il premio è destinato a studenti di giornalismo (età massima 25 anni) e a giornalisti professionisti autori di articoli in lingua italiana scritti per quotidiani, periodici, testate specializzate agenzie di stampa e servizi su radio, siti web e tv. Al concorso sono ammessi articoli scritti nel periodo 1. gennaio 2017 - 3 settembre 2017, con un massimo tre elaborati. Le opere dovranno pervenire entro il 3 settembre 2017 in formato elettronico a: segreteria@ altrapagina.it, cui ci si può rivolgere per ogni altra informazione sulle modalità del concorso.


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CRONACA SVIZZERA a cura di Alberto Lepori

Solidarietà. Dopo un primo intervento a sostegno della Diocesi di Rieti per l’acquisto di container abitativi, il ricavato della colletta promossa dalla diocesi di Lugano sarà ora destinato a rilanciare una attività nel settore agroalimentare, con l’aiuto offerto a un’azienda a conduzione famigliare. Il conto su cui si può fare offerte per continuare a sostenere la popolazione terremotata è il ccp 69-112-8 intestato alla Curia vescovile di Lugano, menzione: «terremotati». Vescovi in riunione. I membri della Conferenza dei Vescovi Svizzeri (CVS) hanno discusso nell’ultima loro riunione del futuro della pastorale dei migranti. La forte immigrazione continuerà per diverso tempo; inoltre più di un terzo dei cattolici svizzeri sono stranieri o arrivano da un’esperienza di migrazione, apportando un contributo importante per la Chiesa, che ha creato più di 25 missioni linguistiche diverse, da quella albanese a quella vietnamita. I vescovi sono stati informati dei preparativi per la presenza ecumenica della CVS e della Federazione delle Chiese Protestanti Svizzere all’esposizione mondiale «Le porte della libertà» a Wittenberg (Germania) che avrà luogo dal 20 maggio al 10 settembre in occasione dei 500 anni della Riforma protestante. Il padiglione svizzero è l’unico presentato in comune da riformati e cattolici. Diocesi in crisi. La prossima vacanza nella diocesi di Coira, per il pensionamento del vescovo Huonder, fa venire alla luce le divisioni che, anche a causa del citato prelato, dividono i cattolici grigionesi. La proposta di rinviare la nomina del nuovo vescovo, affidando ad un amministratore apostolico il tempo di ristabilire un clima migliore – proposta sostenuta da qualificati esponenti del clero e del laicato – non piace al nunzio apostolico Gullikson, il quale invece vuol proporre ai 24 canonici cui spetta la designazione di formare una terna di candidati, tra cui spetterà al Papa scegliere l’eletto. La diocesi di Coira (che comprende anche il più popoloso Canton Zurigo) non è nuova a queste crisi e il nunzio statunitense, ritenuto un conservatore, non sembra il più adatto a tener conto delle richieste più o meno giustificate dei

cattolici grigioni. Gli ottimisti sperano che il cardinale Koch, che ben conosce la situazione, possa indirizzare Papa Francesco su «un uomo di dialogo». Minoranze da riconoscere. In occasione dell’assemblea generale della Commissione centrale cattolico-romana (RKZ, l’istituzione che finanzia in modo solidale le spese della Chiesa svizzera), svoltasi a Zurigo il 25 marzo, il prof. Andreas Kley, della locale università, ha auspicato che lo Stato tenga conto della diversità religiosa, procedendo a «piccoli riconoscimenti» senza condizioni troppo restrittive. Le Chiese cristiane tradizionali non dovrebbero temere conseguenze negative se le comunità religiose numericamente piccole fossero pure autorizzate a beneficiare di certe facilitazioni, grazie a un riconoscimento statale. Il consigliere di Stato sangallese Martin Klöti ha segnalato l’esistenza di un progetto di legge cantonale attualmente in consultazione: di fronte al pluralismo religioso egli si esprime a favore di una coabitazione pacifica tra persone che non hanno la stessa fede. Anche nei cantoni di Basilea Città, Ginevra, Vaud e Zurigo sono segnalati progetti simili. I conti 2016 della RKA si sono chiusi con un utile di 250.000 franchi, accantonati al Fondo per i progetti e le innovazioni. Apertura ai rifugiati. L’Unione degli Studenti Svizzeri (UNES) ha chiesto che sia migliorato l’accesso alle università ai rifugiati e ai richiedenti asilo. L’università di Ginevra è all’avanguardia, con un programma specifico di sostegno, mentre Basilea prevede solo un programma per uditori e Zurigo e Lucerna hanno introdotto dei semestri di prova. Si tratta di non perdere risorse intellettuali e di favorire l’integrazione di giovani a coprire i vuoti causati della scarsità di nascite in Svizzera! Accoglienza. Il governo del Canton Ginevra ha lanciato l’operazione «Papyrus», per regolare la situazione dei «senza permesso» (sans-papiers) che da lungo tempo svolgono attività in nero. Si calcola che nel cantone sia­ no 13.000 e, con l’accordo delle autorità bernesi, si vorrebbe rilasciare un permesso di residenza a qualche migliaio di lavoratori, attivi specialmente

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nelle economie domestiche, nella cura di bambini o di persone anziane, o in attività economiche snobbate dagli svizzeri. Un atto di doverosa giustizia e di fermo all’ipocrisia, di cui beneficeranno anche le casse cantonali e le assicurazioni sociali. Hanno già ottenuto un’autorizzazione di residenza 590 persone (dai giornali del 22 febbraio). Suicidi. L’associazione Exit della Svizzera tedesca (che comprende anche il Ticino) ha procurato nel 2016 722 suicidi assistiti, con un lieve calo rispetto all’anno precedente, in cui erano stati 782. L’organizzazione ha accolto 12.087 nuovi membri, portandone al 31 dicembre 2016 a 104.278 il numero complessivo. Dei suicidi, il 57% erano donne, 43% gli uomini. Il cancro in fase terminale è il motivo più invocato, segue il cumulo di diverse malattie causate dall’età e le sofferenze provocate da malattie croniche. Laicità a Ginevra. È in discussione al Gran Consiglio ginevrino un progetto di legge sulla laicità, giudicato favorevolmente dalla Chiesa cattolica in quanto afferma che la laicità non è un fine, ma il mezzo per assicurare la libertà di coscienza e la pace religiosa e riconoscere il contributo delle comunità religiose alla coesione sociale. Suscita invece preoccupazione l’eventuale soppressione del diritto concesso alle Chiese riconosciute (cattolica, protestante e vecchiocattolica) di raccogliere i contributi volontari attraverso l’organizzazione fiscale cantonale, che provocherebbe un mancato incasso del 20-25%. Contro questo sistema di finanziamento è pendente una proposta di stralcio da parte della sinistra, mentre dovrebbe essere esteso, se mantenuto, a tutte le comunità religiose. Aiuti concreti. Nel 2016 Caritas Svizzera, l’ente caritativo della Chiesa cattolica, ha ricevuto 34,1 milioni di donazioni, una cifra record superata soltanto nel 2005 (35 milioni) dopo lo tsunami nell’Oceano indiano. I contributi privati da terzi, da parte della Catena della solidarietà e di altre organizzazioni affiliate a Carìtas, ammontavano a 24, 6 milioni di franchi. L’anno scorso, le spese di Caritas Svizzera hanno raggiunto i 110,5 milioni, di cui 57,8 sono stati usati per progetti e programmi della cooperazione internazionale. La maggior parte dei mezzi è servita a progetti a lungo termine di sicurezza alimentare e approvvigio-


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namento d’acqua, come pure a programmi umanitari a favore degli sfollati della guerra in Siria. In Svizzera, l’organizzazione ha speso 44,9 milioni per progetti sociali e consulenze a persone indebitate. Helvetas, organizzazione svizzera di cooperazione allo sviluppo, apolitica e aconfessionale, nel 2016 ha ricevuto donazioni per 28,7 milioni di franchi, soprattutto da molti piccoli donatori. Le offerte da parte di enti pubblici cantoni e comuni, di aziende e di fondazioni sono rimaste invariate: gli enti pubblici sono sotto pressione per ridurre il proprio budget e le fondazioni private donano meno a causa del difficile contesto economico-finanziario. Lo scorso anno Helvetas ha sostenuto circa 3,6 milioni di persone. L’organizzazione è impegnata in Africa, Asia, America latina ed Europa orientale. I settorichiave di intervento sono l’acqua potabile, le infrastrutture, l’agricoltura e l’accesso ai mercati, l’ambiente e il clima, la formazione e la promozione della democrazia e della pace. A favore dell’ambiente. La Fondazione Chiesa e Ambiente (Oeku) invita a votare a favore di «Strategia Energia 2050» il prossimo 21 maggio. Per le Chiese, valori centrali come la giustizia, la pace, la sostenibilità, la libertà e la sicurezza impongono di approvare il pacchetto legislativo elaborato dal Parlamento. Secondo Oeku, accettando «Energia 2050», la Svizzera contribuisce alla tutela della creazione. Tema di quest’anno per la campagna annuale di Oeku saranno «i profumi celesti e gli odori terrestri». Secondo San Paolo (2 Cor2,15) «noi siamo per Dio il buon odore di Cristo, odore di vita che conduce alla vita». Viene segnalata la pubblicazione di un manuale per i sagrestani sulla loro professione, la liturgia e la pulizia delle chiese (Verlag Herder 2016), Finalmente! II popolo svizzero ha finalmente deciso di favorire la naturalizzazione degli stranieri di terza generazione. Il 60,4% dei votanti ha approvato l’inserimento di tale principio nella Costituzione. L’oggetto ha ottenuto anche la maggioranza dei cantoni: 19 hanno votato «sì». Finora i progetti per facilitare l’ottenimento della cittadinanza da parte dei discendenti di immigrati non avevano mai superato lo scoglio delle urne. Domenica 12 febbraio invece il consenso è stato ampio, avendo raggiunto punte superiori al 70% nei cantoni di Giura, Vaud, Ginevra e Neuchâtel, mentre

Nicolao, simpatico e moderno La popolazione svizzera, cattolici protestanti e patrioti, ricorda quest’anno, nel seicentesimo della nascita, Nicolao della Flüe, santo patrono della Patria: raduni, pellegrinaggi e pubblicazioni, come sempre, abbondano lasciando a ognuno un qualche insegnamento. Nicolao è un santo simpatico e moderno. Simpatico perché questo contadino obvaldese, padre di dieci figli, soldato e magistrato, malgrado la fama di santità che godette subito dopo la morte (1487), dovette attendere quasi cinque secoli per essere riconosciuto degno, dalla Chiesa cattolica, di salire «agli onori degli altari». Lo precedettero lunghe schiere di martiri e preti, di vergini e vedove: finalmente nel 1947 papa Pio XII trovò il tempo e l’occasione di trasferire il laico Nicolao dalla schiera dei beati, dove aspettava dal 1649, in quella

superiore. Nicolao è un santo moderno, non solo perché recente (una sessantina d’anni o poco più), perché laico (come la stragrande maggioranza dei cattolici, donne e uomini), lavoratore, padre, politico («la forma più ampia della carità»), soldato (come ogni svizzero, in base all’art. 59 della Costituzione federale). Digiunò per oltre vent’anni, come purtroppo tocca anche oggi, nel ventunesimo secolo, a ottocento milioni di affamati e ad altri ancor più milioni di malnutriti in questa «nostra casa» che potrebbe tutti nutrire. Infine è un santo moderno, perché indica qual è oggi la via maestra per la santità: rinunciare al mondo consumista (lui agiato contadino, noi sommersi dalla frivolità di beni), e ritirarsi ognuno, almeno per qualche istante, nel proprio Ranft, per dire la preghiera che Nicolao continuamente recitava:

Mein Herr und mein Gott, nimm alles von mir, was mich hindert zu Dir. Mein Herr und mein Gott, gib alles mir, was mich führet zu Dir. Mein Herr und mein Gott, o nimm mich mir und gib mich ganz zu Eigen Dir. *** Signore, mio Dio, rimuovi da me ciò che non porta a te, Signore, mio Dio, concedi a me ciò che mi conduce a te, Signore, mio Dio, da me togli me, perché appartenga solo a te. a.l. purtroppo i votanti ticinesi si sono dimostrati molto reticenti in fatto di accoglienza e di giustizia. Aumentano i «civilisti». Nel 2016 sono stati ammessi al servizio civile, in alternativa a quello militare, 6169 giovani, circa duecento in più dell’anno precedente. In totale, nel 2016 i «civilisti» hanno prestato 1,7 milioni di giorni di servizio, centomila giorni in più del 2015. Dal luglio 2016 l’obbligo può essere adempiuto anche nelle scuole, da quelle dell’infanzia alle secondarie. Riabilitare Lutero. Nuova proposta provocatoria da parte di Hans Küng, che malgrado la malattia di cui soffre e i suoi 89 anni non manca mai di «forzare l’aurora». Così ha proposto, il 1. marzo, con un appello pubblico, la riabilitazione di Martin Lutero, con l’annullamento della scomunica (come è stato fatto per il patriarca di Costantinopoli, coautore dello scisma d’Oriente), e contemporaneamente il riconoscimento da parte della Chiesa cattolica dei ministeri protestanti. In

tal modo, nell’anno celebrativo della «grande frattura» d’Occidente, verrebbe posto fine alla «divisione all’altare», scandalo dei cristiani di fronte all’unica umanità dei «figli di Dio». Sfruttamento delle donne. In Ticino vi sono poco meno di ottomila donne, tra i residenti, che lavorano con contratto a tempo determinato. Oltre 28.000 donne lavorano anche il sabato, 16.700 anche la domenica, poco meno di 23.000 svolgono l’attività lavorativa anche la sera e 6.500 la notte (l’appartenenza a una categoria non esclude l’inclusione nelle altre). Inoltre, nel 2015, sono state registrate 2.394 donne! lavoratrici interinali». Nel 2014 in Ticino, la media salariale era di 5.101 franchi mensili per le donne e 5.706 franchi per gli uomini. Il Governo fornisce anche i dati relativi alla presenza femminile nelle professioni qualificate e nelle posizioni di quadro: le donne rappresentano il 36% degli indipendenti e collaboratori familiari, il 28% dei dipendenti membri di direzione e il 33% dei dipendenti con funzioni dirigenziali.


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notizie belle e buone

Notizie belle e buone Mi avete accolto. Mercoledì 22 febbraio, al Cinema Teatro di Chiasso, Claude Braun e Michael Rössler, del gruppo degli Amici di Cornelius Koch – il prete dei poveri e dei rifugiati, morto nel 2001, che aveva svolto la sua azione assistenziale anche a Chiasso – hanno consegnato il Premio svizzero dei Diritti Umani «Alpi aperte» a Lisa Bosia Mirra, granconsigliera socialista, e a don Giusto della Valle, parroco di San Martino Rebbio a Como, per il loro impegno quotidiano a favore di rifugiati e migranti a cavallo della frontiera italo-svizzera. La «Laudatio» è stata tenuta da mons. Jacques Gaillot, «ridotto» a vescovo della «scomparsa» diocesi africana di Partenia. La stampa ticinese ha ignorato l’avvenimento, troppo occupata alla caccia di permessi falsi e di reclutatori di terroristi, notizie più ghiotte ad alimentare lo sciovinismo di casa. Per la laicità. La stampa ha riferito che le due principali organizzazioni musulmane albanesi (la Comunità musulmana albanese di Svizzera e l’Unione degli Iman albanesi in Svizzera) hanno firmato il 20 marzo 2017, alla Casa delle religioni di Berna, una dichiarazione comune in favore della laicità, in particolare sottoscrivendo che nessuna regola religiosa può prevalere sulle leggi svizzere, soprattutto per quanto riguarda i diritti delle donne. Quattro premiati. Il Premio Haag per la libertà nella Chiesa è stato assegnato per il 2017 alla teologa croata Jadranka Rebeka Anic, alla biblista spagnola Mercedes Navarro, all’Iniziativa basilese per l’eguaglianza nella Chiesa e alla Marcia per una Chiesa con le donne. Il premio è dotato di diecimila franchi e quest’anno fa largo spazio alle donne: anche l’iniziativa basilese ripropone il tema della parità nella dignità e nei ministeri, sollecitata dalla marcia femminile a Roma svoltasi lo scorso anno. Ecumenismo elvetico. Per la prima volta il presidente della Federazione delle Chiese evangeliche svizzere (FCES), Gottfried Locher, ha tenuto una serie di prediche durante la celebrazione di messe quaresimali nella chiesa della Trinità di Berna, cioè nella parrocchia cattolica più vecchia in terra protestante; vi sono svolte pure celebrazioni comuni in preparazione della Pasqua. Il 1. aprile a Zugo si è tenuta una cerimonia ecumenica celebrativa della Riforma e dei 600 anni di san Nicolao della Flüe, presente il pastore Locher e il vescovo Felix Gmür di Basilea, deciso promotore di «celebrazioni comuni» nella sua lettera pastorale di febbraio 2017. Un papa modesto. Papa Bergoglio non vuole più figurare sulle monete emesse dalla Zecca vaticana. Introdotto nel 1999 in sostituzione della lira, l’euro vaticano ha una limitata tiratura e scarsa circolazione: interessa soprattutto i collezionisti. Dal 2017 vi figureranno solo le insegne vaticane, evitando così che la figura del papa finanzi qualche losco affare. Papa Francesco ha pure declinato l’attribuzione, da parte della università di Salerno – la più antica scuola di medicina del mondo – di un dottorato onorario «come medico delle anime»: vuol restare solo dottore negli «ospedali da campo». Dovendo infine scegliere il nuovo vicario per la sua diocesi di Roma, in occasione dell’incontro coi 36 curati-prefetti, ha chiesto ai membri del clero e ai fedeli di aiutarlo nella scelta inviando al Vicariato proposte circa il nome o il profilo auspicato per l’eligendo. È la prima volta

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che un papa chiede aiuto ai fedeli per una nomina che li concerne, procedura che valeva in tutta la Chiesa antica, ma dimenticata e da ripristinare. Ecumenismo romano. Il 26 febbraio, per la prima volta, un papa ha reso visita alla chiesa anglicana di Tutti i Santi a Roma, costruita nel 1880, dove ha benedetto e incensato una icona del Santo Salvatore, realizzata per ricordare i duecento anni (1816) della prima celebrazione anglicana a Roma. La parrocchia anglicana è gemellata con quella cattolica di Ognissanti, a sud di Roma, di cui è titolare il cardinale Walter Kasper, emerito presidente del Consiglio per l’unità dei cristiani. Il 13 marzo un vespro anglicano è stato officiato nella basilica di San Pietro, all’altare della Cattedra, da parte di mons. David Moxon, direttore del Centro anglicano di Roma. Restauro a Gerusalemme. Con una cerimonia ecumenica, presenti i rappresentanti delle tre Chiese (il patriarca grecoortodosso, quello armeno apostolico e il custode francescano) sono stati inaugurati i lavori di restauro, durati dieci mesi, dell’edicola che custodisce (e nasconde…) quello che è ritenuto il sepolcro di Gesù nella basilica omonima di Gerusalemme. Le tre comunità, in litigio da secoli per dividersi gli spazi nella basilica (per cui le chiavi dell’edificio sono affidate a una famiglia musulmana), si sono accordate per il necessario restauro e per dividersi la spesa (3,3 milioni di dollari). Ma sarebbe tempo di unificare anche le Chiese. Pastora araba. Il 26 febbraio Rola Sleiman è divenuta la prima donna araba consacrata pastora in Medio Oriente, a Tripoli del Libano, nella locale chiesa presbiteriana. Dal 2008 serviva la sua Chiesa come predicatrice, svolgendo in sostanza tutte le funzioni di un pastore con l’eccezione dei battesimi e delle Sante Cene. Poi il Sinodo, con 23 voti favorevoli e uno solo contrario, le ha aperto le porte dell’ordinazione pastorale. Nel particolare contesto arabo e libanese, il gesto ha anche un forte momento simbolico: la Chiesa presbiteriana in Libano è ovviamente una piccola minoranza nel paese (tremila membri), ma la consacrazione di Rola assume un alto valore pedagogico. Scuse anglicane. L’arcivescovo di Canterbury, Justin Welby, il 17 gennaio ha espresso rincrescimento, a nome della Chiesa anglicana, per la violenza delle persecuzioni dei cattolici durante la Riforma. La commemorazione della Riforma ci deve però anche indurre a pentirci di mantenere le divisioni, e condurci a rinforzare i legami tra i cristiani. Martire del nazismo. Domenica 19 marzo, Papa Francesco ha citato come esempio di fedeltà al Vangelo Josef Mayr-Nusser, padre di famiglia, membro dell’Azione cattolica italiana, morto martire del nazismo per essersi rifiutato di prestare il giuramento a Hitler. Nato a Bolzano il 27 dicembre 1910, arruolato di forza nelle SS perché di lingua tedesca, per il suo rifiuto fu condannato e morì a Dachau. Il 18 marzo è stato beatificato a Bolzano, come patrono dei padri di famiglia, dal cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle cause dei santi. Messaggio islamico. Un gruppo di giovani islamici ha rimesso in ordine il santuario di Maria Immacolata a Mosul in Iraq, rovinato durante l’occupazione da parte del sedicente Califfato, per trasmettere un messaggio di pace ed invitare i cristiani a tornare. Un segno di incoraggiamento per il futuro dei cristiani in Medio Oriente.


No. 246 21 cronaca internazionale

CRONACA INTERNAZIONALE a cura di Alberto Lepori

Avanti Europa! Sessant’anni fa, a Roma, furono gettate le basi dell’Europa così come la conosciamo oggi ed ebbe inizio il più lungo periodo di pace della storia europea. I Trattati di Roma istituirono un mercato comune nel quale le persone, i beni, i servizi e i capitali potessero circolare liberamente e crearono presupposti di prosperità e stabilità per i cittadini europei. A fine marzo sono stati ricordati i sessant’anni della firma dei Trattati di Roma, con il proposito di affrontare le tante difficili sfide esterne e interne che mettono a dura prova il progetto unitario riguardante oggi 27 Stati e oltre 510 milioni di abitanti. L’Europa guarda al passato con orgoglio e al futuro con speranza. Da sessant’anni si costruisce una unione in grado di promuovere la cooperazione pacifica, il rispetto della dignità umana, la libertà, la democrazia, l’uguaglianza e la solidarietà tra le nazioni e i popoli europei. Ma in Europa si contano pur sempre venti milioni di disoccupati! Occorre progettare per l’Europa un futuro migliore e condiviso. Il 57% degli europei si sente più cittadino del proprio Paese che dell’Unione europea, e gli svizzeri… Eppure, senza Europa non si va da nessuna parte. Il lavavetri cardinale. È morto a 85 anni il cardinale Miloslav Vlk, arcivescovo emerito di Praga e già primate di Boemia. Vlk è stato un esempio per tutti coloro che vissero nell’Est europeo gli anni cupi delle dittature comuniste. Nato nel 1932 nell’allora Cecoslovacchia, figlio di una ragazza madre, lavorò come operaio in una fabbrica di automobili senza potersi iscriversi all’università perché non era membro della gioventù comunista. Milo Vlk entrò in seminario appena uno spiraglio di libertà si prospettò nel 1964, ma anche in seminario era controllato dal regime. Divenne prete nel 1968, durante la «primavera di Praga»; solo due mesi dopo i carri armati sovietici invasero il Paese, e don Miloslav fu «inviato» dal regime a fare il parroco sulle montagne. Ma poi gli fu revocata la «licenza» di esercitare l’attività pastorale e per sopravvivere dovette trovarsi un lavoro clandestino, facendo il lavavetri a Praga dal 1978 fino alla caduta del muro di Berlino (1989) Nel 1990 Vlk fu nominato vescovo di Ceské Budejovice, nel ’91

arcivescovo di Praga, nel 1993 succedette al cardinale Martini come presidente dei vescovi europei, carica che terrà fino al 2001; nel 1994 fu creato cardinale. In quegli anni Vlk venne alcune volte in Ticino e molti furono gli scambi tra la Pastorale giovanile di Lugano e quella di Praga. Uomo di fede e di cultura, fu anche promotore dell’unità europea e della comunione tra la Chiese ad Est ed Ovest dopo la caduta del Muro di Berlino. Cercano il presidente. Il mensile «Jesus» ha promosso un sondaggio tra i vescovi italiani (sono circa 260) per conoscere le loro preferenze circa il nuovo presidente della Conferenza episcopale, che risulterà vacante quando si tratterà di sostituire il cardinale Bagnasco, in carica dal 2007. Nel sondaggio, informale, sono poste ai vescovi tre domande, che però al loro interno ne contengono diverse altre: «Secondo lei, quali caratteristiche deve avere il presidente della CEI dal punto di vista umano, relazionale, spirituale, culturale?», «L’età è una discriminante, a suo parere?», «E l’esperienza pastorale? Che peso ha una buona capacità di governo? E di ascolto? A chi vorrebbe si ispirasse?». Papa Francesco ha auspicato che la Conferenza episcopale Italiana elegga in maniera autonoma il proprio presidente, rompendo una tradizione per cui era il papa stesso a scegliere il capo della Chiesa italiana. Il cardinale Ruini, scelto da Papa Wojtyla (1991), durò addirittura per tre quinquenni consecutivi, più una successiva proroga voluta da Benedetto XVI, che lo portò, vicino agli ottant’anni, a cedere nel 2007 il posto a Bagnasco, arcivescovo di Genova e suo stretto collaboratore. Ma la «svolta democratica» incoraggiata da Papa Francesco non c’è stata: i vertici della CEI vogliono che il presidente continui a essere scelto dal pontefice, ribadendo così l’unicità della Chiesa italiana. L’assemblea generale dei vescovi del maggio 2014, al termine di un intenso dibattito (un centinaio di vescovi voleva l’elezione diretta), modificò lo statuto prevedendo l’indicazione di una terna di candidati i cui nomi verranno portati al Papa, cui spetta la decisione finale. L’elezione del nuovo presidente è importante per capire che direzione intende prendere la Chiesa

italiana dopo il «ventennio» ruiniano e gli anni di governo dell’ex ordinario militare e arcivescovo di Genova: pur non trattandosi di un’elezione diretta, con il nuovo metodo di designazione difficilmente il papa potrà non tener conto dei consensi ottenuti dai componenti della terna. Ma Papa Francesco potrebbe anche riservare sorprese… Per un arcivescovo… francescano. Gruppi ecclesiali e associazioni di base milanesi scendono in campo in vista della prossima nomina del nuovo arcivescovo della diocesi ambrosiana, dal momento che il card. Angelo Scola, avendo compiuto 75 anni, lo scorso 7 novembre ha presentato le dimissioni nelle mani di Papa Francesco. Le associazioni non fanno nomi ma sollecitano l’avvio di un percorso, affinché il nuovo vescovo sia un pastore «che si ispiri veramente al Concilio e sia in sintonia con il nuovo corso di Papa Francesco». I gruppi milanesi riuniti nel Coordinamento «9 marzo» sono la Comunità ecclesiale di S. Angelo, «Noi Siamo Chiesa», Il Graal, il Centro Hélder Camara, i Preti operai della Lombardia e la «Rosa Bianca». Papa Francesco ha invitato i cristiani di Roma, preti e laici, a indicargli come deve essere (eventualmente chi…) il suo nuovo vicario: perché non dovrebbero dire la loro i milanesi? Dubia in Guam. Hanno fatto notizia nella Curia vaticana (e persino sui manifesti anti-Francesco apparsi sui muri di Roma) gli interventi del Papa per rimettere ordine nel Sovrano Ordine di Malta: dimissionato il gran maestro, ripescato il cancelliere, nominato ad interim un delegato pontificio, di fatto esautorato il patrono dell’ordine: il card. Raymond Leo Burke, capofila statunitense della frangia anti-bergogliana. Con una mossa a sorpresa, Papa Francesco, tramite il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, card. Ludwig Gerhard Müller, gli ha affidato un «prestigioso» incarico in una sperduta isola del Pacifico: l’isola di Guam, la più meridionale dell’arcipelago delle Marianne. Lì il cardinale conservatore, che aveva sottoscritto i dubia a proposito del capitolo 8 di Amoris Laetitia, dovrà presiedere un «tribunale di prima istanza», formato da altri quattro vescovi, che si occuperà di raccogliere testimonianze e documenti in relazione a un caso di abusi che vede come indagato nientemeno che l’arcivescovo locale, mons. Anthony Sablan Apuron. Qualche dubium sorge che con


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questo incarico papa Francesco abbia deciso di spedirlo a 12.155 chilometri da Roma e per un periodo indefinito, mentre l’Ordine Sovrano sta scegliendo il nuovo gran maestro. Giornali cattolici contro Trump. L’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca e i primi passi della nuova amministrazione hanno fatto discutere i media di tutto il mondo. Le reazioni della Santa Sede alle dichiarazioni sulla realizzazione del muro con il Messico e, soprattutto, al provvedimento che congela l’accoglienza del richiedenti asilo e stabilisce la chiusura delle frontiere per i cittadini provenienti da sette nazioni a maggioranza islamica, è stata netta anche se prudente nei toni. «Avvenire», quotidiano dei vescovi italiani, ha fatto quadrato attorno al papa con una serie di articoli molto polemici nei confronti del nuovo leader statunitense. La Chiesa italiana si mostra pertanto compatta nella difesa della linea di Papa Francesco sull’accoglienza. Anche la lettura dei settimanali diocesani conferma che su Trump l’informazione cattolica italiana sembra per ora compatta in un giudizio negativo (una rassegna in «Adista» del 18 febbraio). Teologia della liberazione. Dal 6 al 10 febbraio si è svolto un incontro storico (e inedito) che ha riunito per la prima volta quaranta teologi iberolatino-americani a parlare di Teologia della liberazione in un grande convegno promosso dalla School of Theology and Ministry del Boston College a Dover (Massachusetts), guidato da gesuiti. I cattolici ispanici negli Stati Uniti sono il gruppo che sta crescendo più rapidamente. Il 65% dei cattolici vive nel Sud del mondo. AI centro del dibattito la globalizzazione, la natura dell’esclusione sociale ed economica e la necessità dell’interculturalità: il tutto alla luce del magistero di Papa Francesco sulla Chiesa povera per i poveri. Chiese-santuario. Secondo un accordo firmato a Kabul lo scorso 2 ottobre fra le forze governative afghane e l’Unione europea, i cittadini afghani che non hanno i requisiti per entrare e risiedere nel Vecchio Continente saranno rimpatriati, in cambio di 16 miliardi di euro in aiuti. Ma l’Afghanistan è dilaniato dalle violenze e dominato da un’elevata instabilità politica, intere aree sono sotto il controllo dei terroristi del «califfato islamico». Ora dovrebbe accogliere circa ottantami-

cronaca internazionale

la profughi di ritorno, molti dei quali non hanno mai messo piede in quello che sui loro documenti è il loro Paese: sono nati e cresciuti nei campi profughi pachistani e libanesi. I rappresentanti delle principali Chiese cristiane del Paese non si sono detti contrari al principio del rimpatrio, in caso di mancanza dei requisiti e se sono garantite condizioni legali per l’accoglienza, ma sottolineano che le deportazioni in luoghi pericolosi non sono accettabili, e secondo i rapporti delle Nazioni Unite far rientrare i rifugiati in Afghanistan è una scelta irresponsabile. L’arcivescovo di Monaco e presidente della Commissione delle conferenze episcopali della Comunità europea, Reinhard Marx, e il vescovo luterano e presidente della Chiesa evangelica in Germania, Heinrich Bedford-Struhm, hanno definito «estremamente discutibili i rimpatri», invitando a valutare con estrema attenzione ogni singolo caso. Le due confessioni cristiane continuano una strettissima collaborazione sul tema dell’accoglienza dei migranti, al contempo crescono sempre più anche in Germania le «chiese santuario», che si attivano per proteggere donne, uomini e bambini dal rimpatrio forzato. Erano duecento nel 2015 le chiese evangeliche e cattoliche che ospitavano 359 profughi; l’anno scorso erano 277 le chiese e 449 gli ospizi. Attualmente i luoghi di ricovero sono 557: ospitano persone in qualche maniera sottratte all’azione diretta delle leggi dello Stato. Cala la religione a scuola. In Germania la Conferenza episcopale ha pubblicato un documento di studio sul futuro dei corsi di religione nelle scuole, con un appello a una collaborazione più stretta con la Chiesa protestante. Secondo il giornale cattolico francese La Croix, «i vescovi tedeschi suggeriscono di approfondire la collaborazione con la Chiesa protestante per garantire l’insegnamento religioso nelle scuole. In Germania, gli allievi delle scuole primarie e secondarie possono seguire un insegnamento religioso facoltativo all’interno della scuola pubblica, diritto sancito dalla Costituzione». Secondo mons. Hans-Josef Becker, arcivescovo di Paderborn e presidente della Commissione «educazione e scuola» della Conferenza episcopale tedesca, la cooperazione è importante per il futuro dei corsi di religione: essa implica il raggruppamento degli allievi cattolici e protestanti, ma anche di allievi non appartenenti ad alcuna religione, nella

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prospettiva di assicurare la tenuta di corsi dove l’esiguo numero di iscritti rende difficile la formazione di classi distinte, cattoliche e protestanti. I vescovi rifiutano tuttavia che questi corsi assumano una dimensione sovraconfessionale: per loro infatti è fondamentale che questa cooperazione non sia soltanto organizzativa ma anche pedagogica. In Germania le Chiese continuano a perdere membri, diminuiscono i bambini e i battezzati, per cui cala anche il numero di studenti cattolici e protestanti, e il numero di allievi che segue i corsi di religione a scuola è in forte calo. Vescovi per il «corridoio». L’esperienza-pilota dei «corridoi umanitari» predisposti dalla Federazione delle Chiese evangeliche in Italia, dalla Tavola valdese e dalla Comunità di Sant’Egidio per mille migranti provenienti dai campi profughi di Libano, Marocco ed Etiopia ha dimostrato la validità di questo strumento nella tutela dei diritti dei migranti, nei percorsi di inserimento degli stessi nelle società di accoglienza e nella lotta al traffico di esseri umani. A meno di un anno da quella felice sperimentazione anche la Conferenza episcopale italiana ha deciso di partecipare, destinando parte dell’otto per mille raccolto dalla Chiesa cattolica per ampliare l’esperienza del corridoi umanitari. I1 2 gennaio la CEI (che opererà attraverso la Caritas italiana e la Fondazione Migrantes), la Comunità di Sant’Egidio, il Ministero degli Interni e il Ministero degli Esteri italiani hanno siglato un protocollo tecnico per la realizzazione di «corridoi umanitari» destinati a cinquecento profughi provenienti dal Sud-Sudan, Eritrea e Somalia. È mancata l’acqua. A quattrocento giornalisti italiani ricevuti in Vaticano, papa Francesco ha dato tre regole d’oro: amare la verità, essere professionali e rispettare la dignità umana. Poi ha inviato il segretario di Stato Parolin a benedire la nuova sede dell’Ordine. Il cardinale avrebbe voluto benedire tutti i giornalisti, ma non c’era abbastanza acqua.

Dialoghi in Internet Dialoghi può essere letto anche in www.riviste-ticinesi.ch ed è disponibile oltre ad altre pubblicazioni di orientamento cristiano e/o umanitario


No. 246 23 notiziario (in)sostenibile

NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE a cura di Daria Lepori

Morti per il degrado ambientale. Il degrado ambientale è una forma di violenza e uccide più delle guerre. Secondo un rapporto dell’agenzia ONU Healthy environment, healty people e dell’Organizzazione mondiale della sanità, 12,6 milioni di morti premature sono da ricondurre a condizioni ambientali degradate (il dato è del 2012). Le principali cause di morte sono lo smog (7 milioni), l’acqua non potabile (800.000), l’avvelenamento da sostanze nocive come piombo e amianto (700.000). Le aree più interessate sono l’Asia sud orientale e il Pacifico occidentale con rispettivamente il 28% e il 27% delle vittime calcolate. In questo ultimo decennio i mutamenti climatici, o meglio le loro conseguenze, hanno dato man forte all’inquinamento «classico» nel mettere in pericolo la vita degli esseri umani, soprattutto i più deboli. Il rapporto calcola che a rischio sono 4,1 miliardi di persone e che già oggi 600.000 persone ogni anno concludono prematuramente la loro esistenza a causa di siccità, alluvioni, tifoni, innalzamento degli oceani ecc. Fratello sole. Le 31 scuole cattoliche della diocesi di Townswille, nel nordest dell’Australia, si sono dotate di pannelli solari permettendo di ridurre drasticamente il consumo di energie fossili… e di risparmiare ogni anno quasi l’equivalente di 150.000 franchi. Il progetto è stato presentato in Vaticano. C’è da augurarsi che abbia motivato qualcuno a seguire l’esempio della Chiesa australiana e a impegnarsi, ai sensi dell’enciclica Laudato si’, nella cura della casa comune. Tristi affari. Il fatturato delle aziende europee che producono filo spinato e affini è in aumento. Tutti i sistemi di security fencing conoscono un vero e proprio boom: reti metalliche, recinzioni elettrificate, dissuasori di arrampicata. Gli stati sono i migliori clienti. La sola Ungheria avrebbe ordinato alla ditta European security fencing 176 chilo di recinzioni. Ma buoni clienti sono anche Grecia, Macedonia, Polonia, Romania e Turchia. Riparare invece di buttar via. Portare i propri vestiti il più a lungo possibile permette di non sovrasfruttare la natura e gli esseri umani. Sulla base

di questa constatazione, un’impresa californiana che produce abiti per il tempo libero e per gli sporti di alta quota, ha lanciato il Worn Wear Tour. Si tratta di un atelier di sartoria itinerante allestito su due autocarri e dotato di tutto il necessario per ovviare ai danni più ricorrenti nei vestiti: strappi, cerniere lampo rotte, macchie, bottoni o borchie mancanti. La 56. e 57. tappa sono state, lo scorso autunno, Basilea e Zurigo. Grazie ai vari attrezzi, al materiale a disposizione e alla consulenza di un’esperta ognuno ha potuto riparare gratuitamente il proprio indumento, anche se non era della marca in questione. «Vogliamo offrire ai nostri clienti l’opportunità di essere dei responsabili, non solo dei consumatori. È un messaggio semplice, ma importante: chi porta i vestiti a lungo si prende cura della natura» ha spiegato Rose Macario, la donna a capo dell’impresa. La mia pelle non è rosa. La prevenzione del razzismo passa anche dai giochi e dai libri e comincia dalla prima infanzia. Ma in Europa è difficile trovare libri e giocattoli nei quali bambine e bambini di un colore della pelle che non sia il bianco possono identificarsi (non stiamo parlando di quelli che illustrano la vita in Asia, Africa o America Latina!). Ce ne sono, ma è difficile trovarli. Così il Verband binationale Familien und Partnerschaften tiene aggiornata una lista sulla quale genitori, scuole dell’infanzia ed elementari riescono a reperire libri e giocattoli, prodotti in vari Paesi, tra cui gli USA. Questi hanno il vantaggio di rappresentare la realtà di bambine e bambini che, pur essendo europei, hanno un altro colore di pelle, portano nomi diversi o le cui mamme si coprono il capo con un foulard. Ritrovare personaggi che ci assomigliano è un passo importante verso l’autostima e la capacità di relazionarsi con gli altri senza covare sensi di inferiorità o di inadeguatezza. Vedi l’orso bianco… L’energia consumata per fare la doccia non è da sottovalutare. Un utilizzo parsimonioso dell’acqua calda può quindi essere molto utile se si vogliono fare risparmi in questo ambito. L’Ufficio federale per l’ambiente ha così sostenuto, in collaborazione con la

sezione architettura e tecnica della Hochschule di Lucerna, il progetto Amphiro: un gruppo di lavoro ha realizzato un contatore che si lascia facilmente montare sul doccione. Lo schermo fornisce tre informazioni: la temperatura dell’acqua, la quantità (in litri) utilizzata e la situazione di un orso bianco rappresentato mentre galleggia su un lastrone di ghiaccio. Più la temperatura è alta, più dura la doccia, più l’orso bianco sprofonda, fino a essere inghiottito dalle acque. I primi test hanno mostrato che tale visualizzazione del consumo e delle sue conseguenze portano a utilizzare fino al 25% in meno di acqua. Chicchirichì verde. Lo scorso mese di gennaio alla chiesa valdese di Milano è stata consegnata ufficialmente la «ricertificazione ambientale del Gallo verde», ottenuta l’8 ottobre 2016. Il percorso era iniziato nel 2007 e sviluppato nell’ottica della salvaguardia dell’ambiente con un grande e costante impegno nella riduzione di emissioni di CO2. La prima certificazione era avvenuta nel gennaio 2013. Da quel momento all’interno della comunità sono state diffuse «buone pratiche» individuali e i piccoli sono stati coinvolti nel progetto «Pulcino verde». Il Gallo verde è un’iniziativa della chiesa riformata, conosciuta soprattutto nel Nord Europa, che invita le comunità cristiane a prendersi cura del creato concretamente riducendo le proprie emissioni di CO2. L’ambiente in cifre. Il Dipartimento federale degli interni e l’Ufficio federale di statistica hanno appena pubblicato la statistica annuale sull’ambiente. A differenza delle passate edizioni, i vari indicatori sui quali da alcuni anni il nostro Paese sta monitorando la «salute» dell’ambiente non sono più dotati di una valutazione. In passato, una freccia verde rivolta verso l’alto, una gialla in orizzontale oppure una rossa rivolta verso il basso indicavano se ci si stava muovendo verso un miglioramento, se marciasse sul posto o se si stesse regredendo. Ecco comunque alcuni dati preoccupanti: la concentrazione di polveri fini in agglomerati e città è aumentata; la raccolta differenziata di carta/cartone e batterie è diminuita; è calata la presenza di uccelli nidificatori; lo strato di ozono si è ristretto di nuovo. Qualche elemento positivo? In alcuni laghi la concentrazione di fosfati è in costante diminuzione, le emissioni di gas a effetto serra si sono ridotte.


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i conti di «dialoghi»

I conti 2016 di «Dialoghi» CONTO ECONOMICO COSTI Stampa rivista Spedizione rivista Costi postali Costi per prestazioni di terzi Rimborsi spese forfettarie Altri costi Interessi e spese postali TOTALE COSTI RICAVI Abbonamenti ordinari Abbonamenti sostenitori Vendita copie singole Sussidi cantonali Interessi Attivi TOTALE RICAVI TOTALE COSTI Perdita

2016 2015 16’289,00 16’939,50 3’552,95 2’616,80 – 225,25 120,00 – 830,00 830,00 55,01 – 245,69 196,17 21’092,65 20’807,72 2016 2015 11’605,00 11’400,00 4’000,00 3’680,00 99,00 62,00 3’000,00 3’500,00 – -0,25 18’704,00 18’641,75 21’092,65 20’807,72 -2’388,65 -2’165,97

BILANCIO ATTIVI CCP TOTALE ATTIVI

31.12.2016 31.12.2015 3’130,44 4’571,69 3’130,44 4’571,69

PASSIVI 31.12.2016 31.12.2015 Risconti, ricavi già ricevuti 60,00 120,00 Ratei, costi non ancora pagati 3’955,80 3’948,40 Anticipazioni 3’000,00 2’000,00 Capitale proprio / capitale sociale -461,91 -461,91 Utile o perdita riportata -1’034,80 1’131,17 Perdita -2’388,65 -2’165,97 TOTALE PASSIVI 3’130,44 4’571,69 Alliny Antunes Richina, amministratrice

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In questo numero Dossier G LUTERO: UN’OCCASIONE DA NON SCIUPARE (E.M.) G IL PROTESTANTESIMO HA ARRICCHITO LA CHIESA (Paolo Ricca) G IN SVIZZERA LA RIFORMA HA MODELLATO L’IDENTITÀ E LA LINGUA DI VARI CANTONI (Paolo Tognina) G UNA CHIESA VISIBILE E UNITA (F. Gmür, vescovo di Basilea) G LA RIFORMA E LE DONNE I corsivi di «Dialoghi» G CONTRO IL VANGELO (a.l.) G CHE COS’È UN GIORNALE CATTOLICO? (a.l.) G «LIBERTÀ VO’ CERCANDO» (a.l.)

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Articoli G IL CONFRONTO SUL «NUOVO» MESSALE (Enrico Morresi) 11 G LA CHIESA NON È «GOOGLE TRADUTTORE» (Andrea Grillo) 12 G COLLABORAZIONE CON LE COMUNITÀ MINORITARIE: OCCORRE CHE I CANTONI ASSUMANO L’INIZIATIVA (Alberto Lepori) 15 G PAROLE DI FRANCESCO G CRONACA SVIZZERA G NOTIZIE BELLE E BUONE G CRONACA INTERNAZIONALE G NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE G CONTI DI «DIALOGHI»

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dialoghi di riflessione cristiana www.dialoghi.ch Comitato: Alberto Bondolfi, Ernesto Borghi, Serse Forni, Aldo Lafranchi, Alberto Lepori, Daria Lepori, Enrico Morresi, Margherita Noseda Snider, Marina Sartorio, Carlo Silini Redattore responsabile: Enrico Morresi Redazione: Enrico Morresi, via Madonna della Salute 6, 6900 Massagno, tel. +41 (0)91 966 00 73, enrico.morresi@sunrise.ch Amministratrice: Alliny Antunes Richina, via Roncaccio 7, 6900 Lugano, tel. +41 (0)91 79 419 22 08, allinyg@hotmail.com Stampa: Tipografia-Offset Stazione SA, Locarno

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