243 dialoghi Locarno – Anno 48 – Ottobre 2016
di riflessione cristiana BIMESTRALE
Ortodossi: non è mai troppo tardi Bilancio del Sinodo panortodosso di Rodi. I passi avanti, nell’Oriente cristiano, si misurano con il metro dei secoli. LUIGI SANDRI spiega perché, malgrado l’assenza di alcuni protagonisti, non è stata un’esperienza inutile. Pag. 3
Vita a due: per la misericordia un altro criterio Discernimento: un nuovo paradigma per valutare la qualità di una vita a due. È il «metodo» di papa Francesco. Non più (solo) il richiamo ai principi e ai valori. ANDREA GRILLO sottolinea che cos’è la mediazione della contingenza. Pag. 9
«Panama papers»: in che consiste l’interesse pubblico? Rivelazione di «segreti fiscali»: la privacy non vale per i mass media? No, se l’interesse pubblico lo giustifica. ENRICO MORRESI mette a confronto, nel caso specifico, due principi costituzionali e giustifica il giornalismo d’inchiesta. Pag. 10
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i corsivi di dialoghi
i corsivi di dialoghi Ripiegati sulle proprie abitudini Chi ha l’età giusta per confrontare lo slancio prodotto dal Concilio Vaticano II e l’apatia che oggi pervade l’ambiente cattolico non può che rallegrarsi per le parole severe con cui il vescovo di Lugano, Valerio Lazzeri (nato durante il Concilio, nel 1963), lo sollecita a maggiore fiducia e apertura. Lo ha fatto commentando con competenza e passione il passo (apparentemente lontano dalle nostre preoccupazioni di ogni giorno) con cui il Profeta Ezechiele descrive, al cap. 47, versetti da 1 a 12, l’acqua che scaturisce dalla porta aperta del tempio, tema della Lettera pastorale 2015-2016: «Se conoscessimo il dono di Dio». Fatte salve le debite eccezioni – per tutte citiamo lo slancio ammirevole con cui molti sono andati incontro ai bisogni dei migranti accampati alla stazione di Como – l’ambiente che si respira nelle comunità cattoliche è di insicurezza, se non di angoscia, la tendenza a rinchiudersi nelle devozioni individuali, nelle celebrazioni più rassicuranti, a giudicare il mondo esterno come perverso e perduto. «Non si tratta – scrive il vescovo – di rifiutare ciò che definisce, dà identità, permette di costituirsi in un corpo riconoscibile. Tutto ciò che il passato ci ha consegnato in questo senso è infinitamente prezioso. Ci aiuta a leggere e a interpretare il presente, a formulare visioni per l’avvenire. Non ci deve però imprigionare in un mondo chiuso, autosufficiente, senza porta (…). Siamo tanto bravi a coltivare aspettative per noi stessi, per la nostra famiglia, per la nostra parrocchia, per il nostro gruppo o la nostra comunità. È però raro che ci lasciamo condurre alla porta, al punto in cui possiamo guardare fuori dal chiuso dei nostri pur legittimi sogni, all’aperto, dove sempre si dispiega realmente la Misericordia del Signore». Il segnale della «Porta Santa» dev’essere rovesciato: «Non è il tramite per entrare in un edificio chiuso e usufruire di un beneficio speciale che all’esterno non possiamo ricevere». D’accordo: «non si può fare a meno dell’edificio visibile per dare ai chiamati la percezione di appartenere a un organismo vivente (…); ci vuole una casa definita da quattro mura per
imparare a conoscersi per nome (…); ma è spostandoci verso la porta [che] potremo verificare la qualità della nostra presenza ecclesiale sul territorio [perché] il fiume della grazia fluisce sempre dal santuario». «Pensiamo molto alle nostre strutture interne (…), ma non abbiamo molte iniziative per togliere a chi è arrivato da poco in paese, nel gruppo o nella comunità, quel senso di estraneità che spesso lo spinge a rinunciare a prendere parte ai nostri momenti comuni». «La Misericordia del Signore è il dono che ci fa accettare di rimanere aperti, incompleti nei nostri sistemi difensivi, vulnerabili all’altro e a ciò che non conosciamo ancora». L’acqua scorre dal tempio verso l’esterno, non rimane morta dentro l’edificio. Penso che dobbiamo essere grati per queste parole, osando ancora – come ai tempi del Concilio – criticare tutto ciò che ci rinchiude. E.M.
«Prima i nostri» Nella Costituzione svizzera sta scritto che «tutti sono uguali davanti alla legge» (art. 8,1) e nella Costituzione ticinese che «donne e uomini sono uguali davanti alla legge» (art. 7,2). Dopo il 25 settembre 2016 in quest’ultima troviamo scritto anche che «sul mercato del lavoro venga privilegiato a pari qualifiche professionali chi vive sul suo territorio per rapporto a chi proviene dall’estero» (attuazione del principio di preferenza agli Svizzeri, nuovo art. 14, 1b) (nostra sottolineatura). Il cavallo Benjamin constatava che al principio secondo cui «tutti gli animali sono uguali» era stata fatta un’aggiunta: «ma alcuni animali sono più eguali degli altri» (G. Orwell, La fattoria degli animali, Mondadori, Milano 1995, p. 100). Quelli che si erano detti «più eguali» erano i maiali… Il risultato della votazione del 25 settembre, con la modifica della Costituzione cantonale denominata «Prima i nostri», secondo la direttrice del «Giornale del Popolo» (26 settembre), è «un monito a Berna», frutto anche del «titolo accattivante (chi non vorrebbe prima i nostri?)». Il monito è purtroppo diretto anche ad altri, ai cristiani che dovrebbero sempre ricordare l’insegnamento evangelico («ama il tuo prossimo come te stesso», cioè senza pretendere privilegi di nessun genere, residenza o nazionalità comprese).
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Doveroso ricordo È morto il 3 ottobre, all’età di 86 anni, padre Silvio Bernasconi, prete della Società dei missionari svizzeri di Betlemme. Nato a Wohlen (Argovia), dopo gli studi a Immensee e a Roma, dal 1958 diresse per trent’anni l’edizione in italiano della rivista «Betlemme», trasferendosi nel 1968 a Lugano, per promuovere l’attività missionaria. Ben inserito nella realtà ticinese e diocesana, convinto degli insegnamenti del Concilio Vaticano II, era sostenitore di un aggiornamento della Chiesa e dell’impegno ecclesiale per lo sviluppo del Terzo Mondo, partecipando attivamente alla Conferenza missionaria e alle associazioni terzomondiste locali. Generoso collaboratore del clero locale, anche dopo il pensionamento, fu amico discreto e fedele di «Dialoghi», partecipando alle nostre iniziative. Lo ricordiamo con affetto nella pace del Signore.
Invito allo studio Un collaboratore abituale del «Giornale del Popolo», commentando il 28 settembre il risultato favorevole all’iniziativa «Prima i nostri», fa l’elogio dell’economia di mercato («Ammesso e non concesso che l’economia di libero mercato abbia fallito»), contesta una serie di interventi statali in campo economico e finisce invocando Don Sturzo: «qualche ora di teologia in meno e qualche ora di economia in più». Al politico liberista ospite del giornale cattolico va fatto l’invito opposto: dei singoli interventi statali si può discutere, sul principio no! È dottrina (o teologia sociale) consolidata della Chiesa cattolica, almeno da Leone XIII agli ultimi papi. Basti il recente insegnamento di Benedetto XVI (da Caritas in veritate): «L’attività economica non può risolvere tutti i problemi sociali mediante la semplice estensione della logica mercantile. Questa va finalizzata al perseguimento del bene comune, di cui deve farsi carico anche e soprattutto la comunità politica. Pertanto, va tenuto presente che è causa di gravi scompensi separare l’agire economico, a cui spetterebbe solo produrre ricchezza, da quello politico, a cui spetterebbe di perseguire la giustizia mediante la redistribuzione (…) [La vita economica] ha altresì bisogno di leggi giuste e di forme di ridistribuzione guidate dalla politica». Teologia ragazzi, teologia! a.l.
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Al Concilio «santo e grande» non c’erano tutti ma gli ortodossi lo considerano un primo passo Luigi Sandri è stato tra i pochissimi giornalisti occidentali che hanno seguito lo svolgimento del «Santo e Grande Concilio» delle Chiese ortodosse, svoltosi a Creta in giugno. Lo ringraziamo per questo contributo, che relativizza un poco la delusione provata soprattutto in Occidente per l’assenza di alcune delle grandi Chiese della galassia cristiano-orientale.
suoi «colleghi», di un Concilio panortodosso. I preparativi per realizzare la singolare iniziativa cominciarono subito: ma, a mano a mano che, di anno in anno, commissioni e riunioni si susseguivano, l’impresa si rivelò complicata. A pesare, in particolare, era il contrasto tra i patriarcati di Mosca e di Costantinopoli. Il primo, dopo il collasso dell’URSS (1991),
Il desiderato Concilio (pan)ortodosso – il primo dopo un millennio – celebrato a Creta tra il 19 e il 26 giugno, è stato ferito dall’assenza di quattro Chiese autocefale, e tra esse quella russa che da sola rappresenta circa il 60% dei duecento milioni di ortodossi sparsi nel mondo. E tuttavia, malgrado questo pesante limite, l’Assemblea ha rappresentato un traguardo importante perché ha convinto assenti e presenti dell’assoluta necessità di ravvivare la sinodalità all’interno dell’Ortodossia, al fine anche di rispondere alle sfide cruciali imposte dalla modernità.
di Luigi Sandri
Nel primo millennio, latini e bizantini celebrarono sette concili «ecumenici», dal primo di Nicea (325) al secondo di Nicea (787), pienamente riconosciuti dalla due parti. Dopo la traumatica divisione – seppure al momento non ben compresa – tra la prima e la seconda Roma nel 1054, la Chiesa latina ritenne teologicamente possibile celebrare, da sola, concili «ecumenici», mentre in Oriente fu sempre chiaro che, mancando l’«altra metà della Chiesa», assemblee con tale qualifica non potevano, in radice, esistere: si potevano solamente avere Concili intraortodossi. Così fu: se ne tennero vari, infatti, in particolare nei secoli XIV e XVII. A nessuno di essi, tuttavia, parteciparono tutte le Chiese autocefale, ma solo alcune. Dunque non vi è mai stato un concilio pan-ortodosso. Il disagio – ecclesiale, canonico e pastorale – per una tale situazione era forte. Nel XX secolo, infine, sollecitati dall’iniziativa di papa Giovanni XXIII di convocare un nuovo concilio per la Chiesa romana, Athenagoras, patriarca di Costantinopoli – primus inter pares tra i gerarchi ortodossi – alla Conferenza pan-ortodossa di Rodi del 1961 lanciò l’idea, accolta dai
non solo era andato riorganizzandosi all’interno dell’immenso territorio di sua competenza, ma, per il suo peso numerico, contava sempre più nell’intera Ortodossia. Il secondo, che in patria ha meno di cinquemila fedeli, era accusato dai russi di agire come se il patriarca fosse «il papa degli ortodossi»: un’ipotesi intollerabile per Mosca. Tra i due patriarcati, poi, sorse una divergenza insuperabile sulla «giurisdizione» sopra alcune Chiese ortodosse – in Estonia, negli Stati Uniti d’America e in Ucraina. Avanti, indietro, avanti adagio Dopo più di cinquant’anni di lavoro, di tensioni, di speranze e di ipotesi, con la buona volontà di tutti difficoltà e contrasti furono superati e il 9 marzo 2014, al Fanar, la residenza a Istanbul dei patriarchi di Costantinopoli, la «sinassi» (riunione) di tutti i capi ortodossi, compreso il patriarca Kirill di Mosca, decisero: (1) l’atteso Concilio si sarebbe tenuto nel 2016 a Istanbul; (2) ogni Chiesa, oltre al suo supremo gerarca, avrebbe potuto inviare al massimo ventiquattro vescovi; (3) tutte le decisioni si sarebbero prese sulla base del consenso e all’unanimità; (4) l’Assemblea avrebbe affrontato e votato solo i sei schemi predisposti, riguardanti la missione della Chiesa ortodossa nel mondo attuale, la diaspora ortodossa, l’autonomia di ciascuna Chiesa e il modo di proclamarla, il sacramento del matrimonio e i suoi impedimenti, il digiuno, le relazioni della Chiesa ortodossa con il resto del mondo cristiano. Il 24 novembre 2015 l’aviazione turca abbatté un caccia russo accusato di volare sui cieli turchi (secondo il
Cremlino, si trovava nello spazio aereo della Siria). L’evento rese asperrimi i rapporti tra Mosca e Ankara. Il presidente Putin proibì ai russi di recarsi in Turchia: dunque, anche la delegazione della Chiesa russa era impedita di recarsi al Concilio. In tale situazione, la «sinassi» svoltasi a Chambesy (Ginevra) nel gennaio del 2016 decise di spostare il luogo del Concilio da Istanbul a Creta – territorio greco ma, ecclesiasticamente, legato al patriarcato ecumenico – e precisò che l’Assemblea sarebbe iniziata il 19 giugno, festa di Pentecoste secondo il calendario giuliano. A parte il contrattempo geopolitico dell’aereo russo abbattuto, altri problemi «endogeni», e tali da minacciare l’attesa celebrazione, cominciarono via via a emergere e a crescere d’importanza, quasi alla vigilia dell’inizio del Concilio. Alcuni patriarcati sollevarono obiezioni sui testi da discutere: il georgiano su quello sugli impedimenti matrimoniali, il bulgaro su quello dei rapporti Ortodossia-altre Chiese; l’antiocheno, che risiede a Damasco, rifiutava di sedersi in Concilio con i vescovi del patriarcato di Gerusalemme, a causa della pretesa di questi di avere giurisdizione sul Qatar (nell’emirato vivono migliaia di lavoratori di religione ortodossa). Ai primi di giugno i tre patriarcati annunciarono che non avrebbero partecipato al Concilio. Per uscire dall’impasse, Kirill propose a Bartolomeo di Costantinopoli di convocare, venerdì 10 giugno, una «sinassi», per «differire» l’apertura del Concilio. Proposta ignorata e ritenuta dal Fanar impraticabile anche per le spese già sostenute per la preparazione e la traduzione di ogni testo in quattro lingue – greco, russo, francese, inglese e alcuni anche in arabo (l’intero Concilio è costato 2,5 milioni di euro). A quel punto il Santo Sinodo, ristretto organo amministrativo del patriarcato russo, il 13 scelse di disertare il Concilio. Bartolomeo e altri nove primati (anche quello di Serbia, Irinej, che in un primo momento pareva orientato al «no») decisero invece di proseguire. Tra il 16 e il 18 vi furono a Creta incontri preparatori e domenica 19, ad Heraklion – la «capitale» dell’isola – vi fu l’apertura
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ufficiale del Concilio che, poi, dal 20 al 25, avrebbe svolto le sue sessioni all’Accademia ortodossa di Kolymbari, villaggio sul mare a 40 chilometri da Chania, in Creta occidentale, dove il 26 l’Assemblea avrebbe terminato i suoi lavori. Termini e problemi «evitati» Assenti i quattro patriarcati citati (che però, insieme, rappresentano il 70% degli ortodossi nel mondo), al Concilio hanno, per finire, partecipato dieci Chiese: patriarcato ecumenico, patriarcati di Alessandria e di Gerusalemme; e poi le Chiese di Serbia, Romania, Cipro, Grecia, Polonia, Albania, delle terre céche e della Slovacchia. I lavori si sono svolti a porte chiuse: tuttavia ogni giorno qualche «padre» in salastampa informava i giornalisti dell’andamento dei lavori. Ogni documento approvato è stato firmato da ciascuno dei 164 «padri». L’Assemblea ha pure approvato un’enciclica ai fedeli e un più corto messaggio. Su alcuni punti, il dibattito al Concilio fu assai animato. Un’indiretta eco la si legge nei testi pubblicati, ove, per l’opposizione dei «conservatori», mancano parole-chiave: così non si parla di «ecumenismo», o di «Chiesa sorella» (la cattolico-romana). Tra i molti passaggi importanti per capire la mens del Concilio citiamo
questo: «La Chiesa ortodossa, fedele alla unanime Tradizione apostolica ed esperienza sacramentale, costituisce l’autentica continuazione della Chiesa Una, Santa, Cattolica e Apostolica, come viene confessato dal Simbolo di fede e come è attestato dall’insegnamento dei Padri della Chiesa (…). Perciò la Chiesa ortodossa ha sempre attribuito grande importanza al dialogo, e in particolare a quello con i cristiani non ortodossi. I dialoghi multilaterali intrapresi dalla Chiesa ortodossa non hanno mai significato, e non significano, né giammai significheranno un qualsivoglia compromesso su questioni di fede». Su questioni poi legate a temi assai vivi in Occidente – la donna nei ministeri, le unioni omosessuali – totale silenzio o esplicita riprovazione. Sembra che i problemi posti dalla modernità e dalla secolarizzazione spingano molte Chiese ortodosse a chiudersi a riccio piuttosto che a confrontarsi senza paura: magari pronte anche a riconoscere che certe «tradizioni», nate in altri contesti storici e culturali, non possono più essere riproposte come se fossero «la Tradizione». D’altronde, diversi sono i contesti in cui le singole Chiese vivono: una realtà sono i villaggi rurali della Grecia, un’altra le grandi città russe, un conto le comunità della diaspora ortodossa disseminate negli Stati Uniti o in Canada,
cronaca internazionale Soldi alle Chiese. Secondo i dati delle dichiarazioni dei redditi del 2013 (ultimo dato conosciuto) ancora una volta è una minoranza di contribuenti italiani a scegliere di destinare 1’8 per mille. Infatti solo il 45% infatti ha apposto la propria firma in una delle apposite caselle. La Chiesa cattolica, con il 37% delle firme, si aggiudica 1’80% dei fondi, pari a un miliardo e 18 milioni di euro. Il risultato è determinato dal meccanismo di ripartizione in base a cui le quote non espresse (perché il contribuente non firma né per lo Stato né per una delle confessioni religiose che ha accesso ai fondi) sono ripartite in proporzione alle firme ottenute. Non si tiene perciò conto della volontà non espressa dalla maggioranza, in cui sono compresi i
non appartenenti a nessuna religione o a comunità che non hanno il riconoscimento statale. La somma assegnata alla Chiesa Cattolica per il 2016 risulta pari a 1.018.842.766,06 euro, determinati da 1.011.841.026,43 euro a titolo di anticipo per l’anno 2016 e un conguaglio sulle somme riferite agli anni precedenti. L’assemblea della Conferenza episcopale italiana ha reso nota la ripartizione dei fondi 2016: la principale voce di spesa restano le «esigenze di culto e pastorale», cui verranno destinati 399 milioni di euro, mentre per il «sostentamento del clero» – ovvero gli stipendi a sacerdoti e vescovi – sono destinati 350 milioni; per gli «interventi caritativi» vanno 270 milioni, compresi 145 milioni alle diocesi. Al Terzo Mondo sono devolu-
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un altro quelle che vivono nella Siria martoriata dalla guerra civile. Eppure, un punto di svolta Mancando a Creta quattro Chiese, un Concilio sognato come «pan-ortodosso» tale ovviamente non è stato. È stato – così affermano i documenti ufficiali – «il Santo e Grande Concilio». Che diremmo noi, che vediamo «da fuori»? Pur amputato dall’assenza di russi, bulgari, georgiani e antiocheni, l’Assemblea è stata un’esperienza interessante e, a suo modo, ricca. Al di là dei singoli documenti approvati – non uguali per valore e pregnanza teologica – è un fatto incontestabile che la riunione cretese abbia dato, ai vescovi presenti come agli assenti, voglia di dibattito corale, di sinodalità, di Concilio. È ormai comune e condivisa la consapevolezza che le Chiese sorelle ortodosse non possono più vivere nell’isolamento ma debbono con frequenza ritrovarsi insieme, e a Concilio. E perciò a Creta si è deciso che ogni sette/dieci anni vi sia, da ora in poi, un Concilio. Tra luci e ombre, il «Santo e Grande» Concilio di Creta rappresenta comunque un punto di svolta per l’Ortodossia; tale evento, e quale ne sarà il seguito, sono temi che dovrebbero stare a cuore, in Occidente, alla Chiesa romana e a quelle della Riforma.
ti 85 milioni di euro e a «esigenze di rilievo nazionale» 40 milioni. La Chiesa valdese ha registrato nel 2013 562mila firme, che corrispondono a un importo complessivo per il 2016 di 37 milioni di euro; i battisti ricevono 1.125.000 euro, gli ortodossi 1.500.000 euro. Sono escluse diverse minoranze religiose, la più numerosa quella islamica con 1.600.000 aderenti. Un servizio di pace. È stata avviata in Italia la progettazione di un «Corpo civile di pace» che dovrebbe porre le basi per una futura proposta più ampia e strutturata in una difesa civile, non armata e nonviolenta, per situazioni di conflitto all’estero o per emergenze ambientali. A più di due anni dall’approvazione della disposizione legislativa si avvia finalmente una sperimentazione per dimostrare la capacità del Servizio Civile Nazionale di rendersi utile al Paese, con «missioni di pace» alternative a quelle militari.
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religioni nel mondo Le celebrazioni del centenario della Riforma Una celebrazione del 500° della Riforma, chiamata European Reformation Roadmap, toccherà luoghi significativi per la Riforma fino al maggio 2017. Il tour avrà inizio il 3 novembre a Ginevra, la città di Giovanni Calvino, ora sede del Consiglio Ecumenico delle Chiese (CEC) e di molte altre organizzazioni internazionali. Il programma, preparato da un gruppo di lavoro, include seminari, una tavola rotonda sulla pace e una mostra. Il culmine del giro sarà nella Germania centrale e la fermata finale a Wittenberg, in tempo per visitare l’Esposizione universale della Riforma che porterà il titolo «Porte della Libertà». A Wittenberg, chiese di tutto il mondo e rappresentanti della società civile presenteranno le loro attività durante l’estate, illustrando ciò che la Riforma ha messo in moto e che cosa significhi ancora oggi. Saranno visitate città nei Paesi Bassi e in Ungheria, in Slovenia e in Irlanda, a Roma, Augusta, Worms e Eisenach: quest’ultima famosa per la Wartburg, il castello in cui Lutero tradusse la Bibbia. A Wittenberg i leader della Chiesa evangelica in Germania (EKD) organizzano l’Estate della Riforma 2017 e attendono centinaia di migliaia di visitatori per un culto che sarà celebrato sulle rive dell’Elba. È previsto anche un campo giovanile, con ventimila adolescenti che vi trascorreranno una settimana. Il giorno commemorativo sarà il 31 ottobre: fu allora, cinquecento anni fa, che Martin Lutero inchiodò, alla porta della Chiesa di Ognissanti a Wittenberg, la famosa convocazione a discutere 95 tesi contro la «vendita» delle indulgenze e gli abusi collegati a questa pratica. Altri «Kirchentage» si svolgeranno in sei altre città. La roadmap europea della Riforma è un progetto della Comunità delle Chiese protestanti in Europa (CCPE).
Costituito un «osservatorio sull’ecumenismo» La Tavola valdese in Italia ha costituito un «Osservatorio sull’ecumenismo» con lo scopo di raccogliere informazioni sulle iniziative e sulle attività ecumeniche promosse dalle Chiese locali o alle quali le Chiese metodiste e valdesi aderiscono e stimolare eventi di carattere ecumenico. La costituzione avviene nel clima della rinnovata tensione ecumenica che da alcuni anni anima molte Chiese cristiane: uno stimolo è certamente venuto dalla visita di papa Francesco al tempio valdese di Torino nel giugno del 2015 (ricambiata da una visita in Vaticano di una delegazione metodista e valdese a inizio marzo) e in precedenza alla Chiesa evangelica della Riconciliazione di Caserta e alla Chiesa luterana di Roma. Significative e promettenti sono anche le rinnovate relazioni con la Conferenza episcopale italiana che, insieme con le denominazioni che costituiscono la Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (Fcei), sta organizzando un convegno sul protestantesimo che si terrà a Trento nel prossimo novembre. Le dichiarazioni fatte in queste e in altre occasioni hanno reso evidente il cambiamento della strategia ecumenica della Chiesa cattolica romana, che ha contribuito alla creazione di un clima fraterno e di scambio. Il modello ecumenico dell’«unità nella diversità» – che vede nelle diversità non più un ostacolo insormontabile, bensì gli elementi costitutivi di un
patrimonio comune alle Chiese cristiane – realizzato dalle Chiese della Concordia di Leuenberg (luterane, riformate e metodiste d’Europa) ma rifiutato da molti teologi cattolici – è a sorpresa entrato a far parte del linguaggio ecumenico di papa Francesco. Il neo costituito Osservatorio vuole raccogliere e segnalare le diverse attività, iniziando con un «censimento» delle esperienze effettuate, progettate e in corso, dei partner coinvolti, delle ricadute positive e delle criticità riscontrate, con l’intento di socializzarne la conoscenza, stimolandone altre.
Musulmani aiutano a costruire una chiesa Una chiesa cattolica ricostruita grazie ai contributi della comunità islamica! La bella storia arriva dal Pakistan, dal villaggio di Khalsabad nella regione del Punjab. Le famiglie di fede cristiana sono solo otto e la chiesetta che utilizzavano per riunirsi, una piccola cappella di fango e poco altro, è stata distrutta dalle piogge monsoniche che come ogni anno hanno flagellato l’area. Rimaste senza un luogo in cui raccogliersi, le famiglie hanno domandato un aiuto al resto della popolazione, tutta musulmana, al fine di edificare un’altra struttura. I fedeli islamici hanno messo mano al portafogli: diecimila rupie (circa 90 euro) da un commerciante, trentamila (270 euro) da un uomo d’affari… e avanti di questo passo. È stato creato un comitato per la costruzione della nuova chiesa, di cui al momento sono stati realizzati i muri esterni. Dilawar Hussaìn, titolare di un negozio, ha detto alla stampa locale che «una chiesa è anche una casa di Allah. Ciò che conta è la preghiera e noi adoriamo lo stesso Dio, per cui mi è parso normale aiutare le famiglie che avevano perso un così importante luogo di incontro». Padre Aftab Iames Paul, vicario della parrocchia (che ingloba 56 villaggi, compreso questo di Khalsabad), non nasconde la sua gioia quando sottolinea che «una tale partecipazione è segnale di un dialogo vitale fra fedeli, cristiani e musulmani insieme, per offrire al mondo piccoli ma concreti gesti di collaborazione fraterna». Già nel 2005 una vicenda simile aveva avuto corso nella cittadina di Gojra: anche allora la comunità musulmana si fece carico delle spese di ricostruzione della chiesa: che divenne purtroppo il luogo del tragico eccidio di nove cristiani nel 2009, accusati di blasfemia da un gruppo di fanatici e bruciati vivi.
Proposto un sinodo per i rifugiati Il 22 aprile 2001, cattolici, protestanti e ortodossi di tutta Europa, riuniti a Strasburgo, approvavano la Charta Oecumenica, «linee guida per la crescita della collaborazione tra le Chiese in Europa». In questo documento di impegno ecumenico affermavano, tra l’altro, di «voler contribuire insieme affinché venga data un’accoglienza umana e dignitosa a donne e uomini migranti, ai profughi e a chi cerca asilo in Europa». A distanza di quindici anni dall’incontro di Strasburgo, e a nove dall’ultima Assemblea ecumenica europea del 2007 (a Sibiu, in Romania), che raccomandava lo sviluppo di una pastorale comune per migranti, richiedenti asilo e rifugiati, i tempi sono maturi per un nuovo incontro di tutti i cristiani europei su questo tema cruciale per l’Europa. Gli evangelici italiani stanno pensando a come far avanzare questa proposta perché i cristiani di tutta Europa possano confrontarsi, dire insieme una parola profetica di speranza (e non di paura) e soprattutto agire per accogliere chi bussa alle porte di questa nostra Europa. (Paolo Naso, su «Riforma», Torino, maggio 2016).
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«Chi sono io per giudicare?» (Francesco) Omofobia, tra libertà e responsabilità Il 1. luglio 2016 la rivista Témoignage chrétien (TC) ha avviato una sottoscrizione da consegnare al Papa per ottenere un suo appoggio alla lotta all’«omofobia criminale», dopo che nella notte del 2 giugno, avendo visto qualche giorno prima due omosessuali baciarsi in pubblico, tale Omar Mateen, nel night club «gay Pulsen» a Orlando, in Florida, uccise 49 persone e ne ferì altre 53. La petizione chiede la cancellazione del no. 2357 del «Catechismo della Chiesa cattolica» (1997): «Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni, la Tradizione ha sempre dichiarato che gli atti omosessuali sono intrinsecamente disordinati. Sono contrari alla legge naturale. All’atto sessuale precludono il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarietà affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati». Scrive TC: «l’odio non deve trovare forza in testi o posizioni che si conservano per fedeltà ad usi passati». La fiducia nel vescovo di Roma è verosimilmente legata alla sua risposta ai giornalisti sull’aereo che lo riportava dal Brasile il 29 luglio 2013: «Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicare?», letta come apertura agli omosessuali. «Conosco la dottrina cattolica», aveva aggiunto il Papa. Accostando dottrina e possibilità di apertura, Francesco attiva «il discernimento», metodo prescelto dai gesuiti per affrontare l’evidenza che nella vita non tutto è o bianco o nero, a prevalere essendo le mille sfumature dei grigi. È la via del Papa per rendere la Chiesa, in ritardo di due secoli (lo disse il card. Martini), prossima al mondo contemporaneo. Francesco sa che la dottrina è per le persone, non le persone per la dottrina. Sa che, pur conoscendo la dottrina, «le persone possono trovarsi in condizioni concrete che non permettano di agire diversamente, che possano esistere fattori che limitano la capacità di decisione» (Amoris lætitia p. 260). Lo stesso «Catechismo», al no. 1735, riconosce che «l’imputabilità e la responsabilità di un’azione possono essere diminuite o annullate dall’ignoranza, dall’inavvertenza, dalla violenza, dalla paura, dalle abi-
tudini, dagli affetti smodati e da altri fattori psichici oppure sociali». Il «Chi sono io per giudicare…?» non riguarda la dottrina ma le persone alle prese con situazioni complesse che possono, ad esempio, portare un cristiano a non sentirsi in colpa di praticare l’omosessualità, quando sta scritto: «le persone omosessuali sono chiamate alla castità» (no. 2359). di Aldo Lafranchi
Dal Sinodo sulla famiglia 2014-2015, i gruppi di «cattolici omosessuali» si attendevano per il loro amore il riconoscimento della dignità riservata all’amore tra uomo e donna. A parte un accenno di apertura nella prima sessione («anche nella coppia gay fedele si esercitano virtù»), il Sinodo si è limitato a richiamare le comunità cristiane al dovere di accoglienza degli omosessuali, evitando ogni discriminazione. Scontata la chiusura al «matrimonio gay»: «Non esiste fondamento alcuno per assimilare al matrimonio le unioni tra persone omosessuali, nemmeno per stabilire analogie tra le unioni di persone dello stesso sesso e il piano di Dio per la coppia e la famiglia». Da allora omosessuali cattolici e sostenitori della loro causa esprimono delusione. «Adista», agenzia che offre «notizie, documenti, rassegne, dossier sul mondo cattolico e scelte religiose», batte settimanalmente il chiodo. Il 18 luglio ha diramato un testo risentito, a firma Fabio Perrone, «gay credente, blogger». Tre settimane dopo la strage di Orlando – scrive – sull’aereo di ritorno dall’Armenia a Francesco venne posta la domanda se la Chiesa non dovrebbe chiedere perdono d’aver contribuito a fomentare l’odio verso gli omosessuali. Il Papa ha ricordato il «Chi sono io per giudicare…?», ha richiamato il «Catechismo»: «Queste persone vanno accompagnate bene» (no. 2358), aggiungendo che, sì, «la Chiesa deve domandare perdono agli omosessuali ma anche ai poveri, alle donne e ai bambini sfruttati nel lavoro, e per avere benedetto tante armi». Risposta deludente secondo Perrone: «Alla vera svolta e al perdono vero si arriverà solo quando la Chiesa non discriminerà non solo le persone ma
anche i loro amori. Ciò non sarà possibile senza una rivoluzione di tutta l’etica sessuale e affettiva, senza una totale ridiscussione del senso profondo cristiano teologico dell’amore tra due persone e della sua coniugazione nel mondo contemporaneo». L’amore? Se è permessa una digressione, negli anni Sessanta del Novecento il poetico «amore» soppiantò la prosaica procreazione dei figli quale «scopo primario del matrimonio»: ci si sposa per amore, non per fare figli. Vero. Senonché l’amore non ha avuto bisogno di tempo per tradire la sua proverbiale fragilità, con il moltiplicarsi dei divorzi, vittime i figli. Oggi, volendo un figlio a ogni costo, le coppie gay reintroducono dalla finestra lo scopo primo licenziato dalla porta a suo tempo. Per «amore» verso il figlio ricorrono a tecniche riproduttive (fecondazione eterologa e utero in affitto) che in partenza lo discriminano nei confronti dei futuri coetanei negandogli, ad esempio, il diritto di conoscere ambedue i genitori (art. 7 della Convenzione ONU sui diritti dei bambini). Non fare uguale il diverso Per Fabio Perrone la gerarchia «incentra la riflessione solo sulla persona omosessuale e non sui suoi amori o affetti». A torto. Se ai padri sinodali è risultato impossibile considerare matrimonio la convivenza gay è perché l’amore omosessuale è altra cosa dell’amore tra uomo e donna, evidenza che gli omosessuali contestano. Uno, dicono, è «il senso profondo cristiano, teologico dell’amore tra due persone», indipendentemente dalla modalità con la quale lo si traduce nel vissuto. Ora, a creare il significato di un comportamento, per il sentire comune concorre tutto ciò che lo costituisce: i contenuti, il destinatario, le particolarità del gesto, le conseguenze. Se da un uomo e una donna l’amore fa nascere figli mentre da due mariti o da due mogli no, poteva il Sinodo assimilare, definendole ambedue matrimonio, due strutture d’amore tra di loro antagoniste al punto che una assicura sopravvivenza all’umanità (dettaglio trascurabile?), l’altra la destinerebbe al crepuscolo?
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Laddove i politici hanno imposto per legge, artificialmente dunque, che la convivenza omosessuale è matrimonio, dai documenti ufficiali sono sparite, diventate inadeguate, parole sacre, millenarie, come padre e madre, sostituite da «genitore 1», «genitore 2». L’esempio denuncia lo stato confusionale nel quale si agita la società occidentale in fatto di diritti civili. Succede quando ci si allontana dalla strada maestra dei filosofi: «distingue frequenter»: capta le distinzioni quando si presentano se vuoi cogliere l’evidenza delle cose, somma prova di corretta percezione del reale. Sarà possibile riscrivere il no. 2357 del Catechismo con parole meno dure, toni di condanna meno severi? La difficoltà sarà la Sacra Scrittura, che detta l’attuale testo e che per gli atti omosessuali ha parole molto dure. Ci sono Chiese che, per adeguarsi ai tempi, hanno composto la benedizione delle coppie gay, sfidando la contestazione di fedeli che denunciano il tradimento della Scrittura. L’esperienza è toccata in gennaio (2016) alla Chiesa riformata di Francia e alla Chiesa anglicana. La via d’uscita sarà un convincente lavoro di contestualizzazione storico-letteraria dei testi biblici (cfr. I. Himbaza, A. Schenker, J.B. Edart, L’omosessualità nella Bibbia, S. Pao lo, Milano 2007). Discrezione e responsabilità Più che una revisione del Catechismo, per la lotta all’omofobia decisiva sarà l’assunzione di responsabilità da parte del movimento omosessuale, invitato a confrontarsi con alcune domande. Perché l’intimità è un segreto per norma gelosamente custodito? Perché tra gente perbene in pubblico nessuno racconta la propria vita sessuale e nessuno chiede ad altri informazioni sulla loro intimità? Perché il movimento incoraggia gli omosessuali a dichiararsi in pubblico, esibendo anche gesti d’amore destinati per loro natura
all’intimità? Perché vanta «orgogliosamente» la propria diversità ma poi considera discriminazione quando la si evidenza, riconoscendo ad esempio che il «matrimonio gay» è soltanto una finzione giuridica? Perché l’omosessuale come persona non si autodefinisce, come tutti, uomo o donna, ma sceglie di identificarsi con il sesso del partner con il quale ha rapporti intimi? Perché per l’uomo e la donna che si sposano a nessuno viene mai in mente l’espressione «matrimonio eterosessuale»? Chi sta alla regia di questi comportamenti? Regista è il pudore, difensore dell’intimità sacra delle persone, parte integrante della privacy. Protegge gli scambi d’amore da interferenze. Regola i rapporti sociali con la sua legge: «in pubblico non dire, non chiedere». È per pudore che non tutti gli omosessuali «dicono». A frenare è il senso di vergogna. Che il non rispetto del pudore, proprio e altrui, comporti conseguenze non dovrebbe sorprendere. Ai coming out illustrati su settimanali pettegoli e agli sguaiati «Gay Pride» nulla manca per dare vita a un senso di fastidio legato al non rispetto del pudore, una provocazione che può risultare insidiosa per l’incolumità di cittadini dal momento che nella società esistono persone psicologicamente a rischio e nelle quali più del pudore può l’odio. Esperienze tragiche ripropongono l’eterno dilemma: difendere la libertà di provocare, in questo caso, il pudore, infastidendo un determinato numero di persone con informazioni che non interessano, sapendo di mettere a rischio l’incolumità di cittadini, oppure rinunciare alla libertà di provocare, a difesa di ipotetiche vittime di ipotetici fondamentalisti fanatici? Alla libertà di provocare la società occidentale non è disposta a rinunciare, ne assume i rischi: «Charly Hebdo» a Parigi, «Gay Pulsen» a Orlando. Domande e risposte dovrebbero convincere il movimento omosessuale
ad abbassare i toni chiudendo con la politica occidentale dei diritti civili là dove sfida la ragionevolezza creando pasticci giuridici al limite dell’assurdo: coppie di due mariti o di due mogli; concetti come padre e madre cancellati perché da un giorno all’altro inadeguati; diritti inventati, come il diritto al bambino e il diritto all’adozione (esiste il dovere di accogliere i figli quando arrivano, il diritto all’adozione è del bambino senza famiglia, non dei genitori adottivi). La lotta all’omofobia, che è lotta di civiltà, promuove il rispetto del diritto di ciascuno di assumere in coscienza la personale scelta d’amore («Chi sono io per giudicare…?») e dal movimento omosessuale si aspetta che prenda in considerazione il pudore e la rinuncia a provocazioni che sfidano la ragionevolezza. Nel 1999 la Francia la soluzione ideale l’aveva trovata, il Pacs, «patto civile di solidarietà», aperto a tutti i tipi di convivenza. Escludeva ogni accenno alla vita sessuale. Un dato: nel 2010, su 205.558 Pacs conclusi, soltanto 9.143 lo furono tra persone dello stesso sesso, senza poter sapere se si trattasse di omosessuali o di amici, fratelli, sorelle, nonno e nipote… L’elvetica «unione domestica registrata» (2007) è un modello pasticciato, a partire dal fatto che, riservata agli omosessuali, li costringe in barba al pudore a dichiarare in pubblico la loro intimità. A questo punto vien da dire che non è a Francesco ma al movimento omosessuale che Témoignage chrétien farebbe bene rivolgere l’invito a collaborare alla lotta contro l’omofobia, dando una mano alla diffusione del rispetto di tutti e di ciascuno attraverso la promozione del «Grande Silenzio» sull’intimità dei singoli cittadini (non sull’omosessualità in quanto tale, tema aperto a discussioni, anche scientifiche, e a dibattiti), colonna portante del «vivere e lasciar vivere», prezioso per l’armonia della vita sociale.
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parole di francesco
parole di francesco Omaggio al popolo armeno. Rendo onore al popolo armeno, che, illuminato dalla luce del Vangelo, anche nei momenti più tragici della sua storia, ha sempre trovato nella Croce e nella Risurrezione di Cristo la forza per risollevarsi e riprendere il cammino con dignità. Questo rivela quanto profonde siano le radici della fede cristiana e quale infinito tesoro di consolazione e di speranza essa racchiude. Avendo davanti ai nostri occhi gli esiti nefasti a cui condussero nel secolo scorso l’odio, il pregiudizio e lo sfrenato desiderio di dominio, auspico vivamente che l’umanità sappia trarre da quelle tragiche esperienze l’insegnamento ad agire con responsabilità e saggezza per prevenire i pericoli di ricadere in tali orrori. Si moltiplichino perciò, da parte di tutti, gli sforzi affinché nelle controversie internazionali prevalgano sempre il dialogo, la costante e genuina ricerca della pace, la collaborazione tra gli Stati e l’assiduo impegno degli organismi internazionali, al fine di costruire un clima di fiducia propizio al raggiungimento di accordi duraturi, che guardino al futuro (dal discorso al palazzo presidenziale di Erevan, in Armenia, 24 giugno 2016). Cristiani e diritti. La Chiesa cattolica desidera collaborare attivamente con tutti coloro che hanno a cuore le sorti della civiltà e il rispetto dei diritti della persona umana, per far prevalere nel mondo i valori spirituali, smascherando quanti ne deturpano il significato e la bellezza. A questo proposito, è di vitale importanza che tutti coloro che dichiarano la loro fede in Dio uniscano le loro forze per isolare chiunque si serva della religione per portare avanti progetti di guerra, di sopraffazione e di persecuzione violenta, strumentalizzando e manipolando il Santo Nome di Dio. Oggi, in particolare i cristiani, come e forse più che al tempo dei primi martiri, sono in alcuni luoghi discriminati e perseguitati per il solo fatto di professare la loro fede, mentre troppi conflitti in varie aree del mondo non trovano ancora soluzioni positive, causando lutti, distruzioni e migrazioni forzate di intere popolazioni. È indispensabile perciò che i responsabili delle sorti delle nazioni intraprendano con coraggio e senza indugi iniziative volte a porre termine a queste sofferenze, facendo della ricerca della pace, della difesa e dell’accoglienza di coloro che sono bersaglio di aggressioni e persecuzioni, della promozione della giustizia e di uno sviluppo sostenibile i loro obiettivi primari (dal discorso al palazzo presidenziale di Erevan in Armenia, 24 giugno 2016). Correre all’unità. Per realizzare la necessaria unità non basta, secondo san Nerses, la buona volontà di qualcuno nella Chiesa: è indispensabile la preghiera di tutti. È bello essere qui radunati per pregare gli uni per gli altri, gli uni con gli altri (…). San Nerses avvertiva il bisogno di accrescere l’amore reciproco, perché solo la carità è in grado di sanare la memoria e guarire le ferite del passato: solo l’amore cancella i pregiudizi e permette di riconoscere che l’apertura al fratello purifica e migliora le proprie convinzioni. Per quel santo Catholicos, nel cammino verso l’unità è essenziale imitare lo stile dell’amore di Cristo, che «da ricco che era» (2Cor 8,9), «umiliò sé stesso» (Fil2,8). Sul suo esempio, siamo chiamati ad avere il coraggio di lasciare i convincimenti rigidi e gli interessi propri, in nome dell’amore che si abbassa e si dona, in nome dell’amore umile: esso è l’olio benedetto della vita cristiana, l’unguento spirituale prezioso che risana, fortifica e santifica. «Alle
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mancanze suppliamo con carità unanime», scriveva san Nerses, e persino – faceva intendere – con una particolare dolcezza d’amore, che ammorbidisca la durezza dei cuori dei cristiani, anch’essi non di rado ripiegati su sé stessi e sui propri tornaconti. Non i calcoli e i vantaggi, ma l’amore umile e generoso attira la misericordia del Padre, la benedizione di Cristo e l’abbondanza dello Spirito Santo. Pregando e «amandoci intensamente, di vero cuore, gli uni gli altri» (1Pt 1,22), con umiltà e apertura d’animo, disponiamoci a ricevere il dono divino dell’unità. Proseguiamo il nostro cammino con determinazione, anzi corriamo per la piena comunione tra noi (dal discorso sulla Piazza della Repubblica di Erevan, 25 giugno 2016). Laici che rischiano. In questo particolare momento storico, e nel contesto del Giubileo della Misericordia, la Chiesa è chiamata a prendere sempre più coscienza di essere «la casa paterna dove c’è posto per ciascuno con la sua vita faticosa» e peccatrice (Esort. ap. Evangelii gaudium, 47); di essere Chiesa in permanente uscita, «comunità evangelizzatrice […] che sa prendere l’iniziativa senza paura, andare incontro, cercare i lontani e arrivare agli incroci delle strade per invitare gli esclusi» (ibid., 24). Vorrei proporvi, come orizzonte di riferimento per il vostro immediato futuro, un binomio che si potrebbe formulare così: «Chiesa in uscita – laicato in uscita». Anche voi, dunque, alzate lo sguardo e guardate «fuori», guardate ai molti «lontani» del nostro mondo, alle tante famiglie in difficoltà e bisognose di misericordia, ai tanti campi di apostolato ancora inesplorati, ai numerosi laici dal cuore buono e generoso che volentieri metterebbero a servizio del Vangelo le loro energie, il loro tempo, le loro capacità se fossero coinvolti, valorizzati e accompagnati con affetto e dedizione da parte dei pastori e delle istituzioni ecclesiastiche. Abbiamo bisogno di laici ben formati, animati da una fede schietta e limpida, la cui vita è stata toccata dall’incontro personale e misericordioso con l’amore di Cristo Gesù. Abbiamo bisogno di laici che rischino, che si sporchino le mani, che non abbiano paura di sbagliare, che vadano avanti. Abbiamo bisogno di laici con visione del futuro, non chiusi nelle piccolezze della vita. E l’ho detto ai giovani: abbiamo bisogno di laici col sapore di esperienza della vita, che osano sognare. Oggi è il momento in cui i giovani hanno bisogno dei sogni degli anziani. In questa cultura dello scarto non abituiamoci a scartare gli anziani! Spingiamoli, spingiamoli affinché sognino e – come dice il profeta Gioele – «abbiano sogni», quella capacità di sognare, e diano a tutti noi la forza di nuove visioni apostoliche (dal discorso all’assemblea del Pontificio Consiglio dei laici, 17 giugno 2016). Unità nella diversità. Nella Evangelii gaudium ho parlato della sfera e del poliedro. Non basta parlare di unità, non è un’unità qualsiasi. Non è un’uniformità. Detto così si può intendere come l’unità di una sfera, dove ogni punto è equidistante dal centro e non vi sono differenze tra un punto e l’altro. Il modello è il poliedro, che riflette la confluenza di tutte le parti che in esso mantengono la loro originalità: e questi sono i carismi, nell’unità ma nella propria diversità. Unità nella diversità. La distinzione è importante perché stiamo parlando dell’opera dello Spirito Santo, non della nostra. Unità nella diversità di espressione di realtà, tante quante lo Spirito Santo ha voluto suscitare. È necessario anche ricordare che il tutto, cioè questa unità, è più della parte, e la parte non può attribuirsi di essere il tutto (dal discorso all’incontro col Rinnovamento nello Spirito, 3 luglio 2016).
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Per «tradurre la tradizione» con l’enciclica Amoris lætitia L’enciclica di papa Francesco Amoris lætitia non dice cose nuove sull’amore, sul matrimonio o sulla famiglia. Vuole invece inaugurare un rapporto nuovo tra magistero ed esperienza d’amore. Ha maturato la consapevolezza che dove c’è amore la Chiesa deve mettersi in ascolto. Leggendo il testo con questo criterio non dovremo nasconderci che non poche cose avrebbero meritato una diversa trattazione. Ma i singoli temi restano secondari rispetto al grande obbiettivo raggiunto: ossia cambiare stile, tono, prospettiva. Ecco le principali novità: • il magistero non deve dire tutto: è un antico criterio ecclesiale che era stato superato con il Concilio Vaticano II chiamato in fondo a «ridire tutto… almeno una volta». • «almeno una volta», ora ritorna in voga nella pratica magisteriale. Il ministero magisteriale restituisce alla dinamica ecclesiale la «mediazione della contingenza», senza pretendere di incasellarla una volta per tutte in una «legge generale»; • misericordia e giustizia non sono sullo stesso piano, ma la misericordia è l’origine e il fine della giustizia. Questo ha conseguenze non piccole non solo sulla «gestione delle crisi» matrimoniali, ma sul modo di intendere il fondamento e il fine della famiglia. Esso non è affidato in primis ai diritti e ai doveri, ma all’esperienza di un dono; • nella storia della Chiesa si intrecciano due modalità di rapporto con le crisi: una vuole escludere e l’altra vuole integrare. Fin dal Concilio di Gerusalemme, la seconda ha prevalso sulla prima, fino a far discendere il senso stesso della Chiesa da questa capacità di integrazione; • una profonda autocritica circa il rapporto della Chiesa con il mondo moderno diventa – indirettamente – una importante affermazione ecclesiologica: il rapporto tra Chiesa e mondo viene reimpostato non sul registro negazione/affermazione dei valori (non negoziabili) ma su quello del riconoscimento dei «segni dei tempi». Da una logica metafisico/cognitiva/ autoritaria ad una logica esperienziale/ affettiva/ ministeriale; • ricondurre tutto all’incontro concreto con la Parola di Dio come luogo del
discernimento, evitando di consegnare il giudizio al linguaggio astratto di norme generali, che diventano «pietre» e che tradiscono il volto materno della Chiesa, irrigidendolo nella figura accigliata di un giudice; • l’ascolto biografico della narrazione dei soggetti diventa passaggio obbligato di una tradizione che voglia essere viva, richiamando a questo anche quella teologia morale che si mostra piuttosto incline a generalizzazioni che spesso feriscono e che tradiscono irrimediabilmente l’attesa di pace e di riconoscimento che abita i soggetti. Tutto questo è, potremmo dire, al cuore di Amoris lætitia. Per la prima volta, in modo pieno, dopo 140 anni, il magistero papale, dopo aver compiuto tutto il lungo percorso sinodale, dopo aver ascoltato, interloquito, proposto, accolto, selezionato, dice una parola sull’amore e sulla famiglia, uscendo dallo stereotipo «reattivo» che il cattolicesimo si è fatto imporre dalla storia politica d’Europa. Poteva uscire dallo stereotipo soltanto un papa noneuropeo. Soltanto il primo papa americano, soltanto il primo papa «figlio» del Concilio poteva avere la libertà e la forza di uscire dal «complesso di persecuzione» che sul matrimonio avevamo maturato da Leone XIII in poi. Il matrimonio, infatti, 140 anni fa, non significava anzitutto «amore di coppia», ma società, generazione, educazione. E allora la contesa era: chi ha la competenza sul matrimonio? Lo Stato usurpatore o il Supremo legislatore, l’unico legittimo! Questa eredità era rimasta anche cinquant’anni dopo, quando, con Pio XI, il tema del contendere era diventato: chi ha il potere di generare? Dio, naturalmente, o l’essere umano, artificialmente! E anche questo venne ad aggiungersi alla contesa precedente, fino al Vaticano II. Sulla famiglia le parole di Gaudium et spes, per quanto ispirate ai testi precedenti, fecero epoca, ma per poco. Humanae vitae tornò a polarizzare la tensione, con grande effetto mediatico ma con poca efficacia pratica. Infine arrivò Familiaris consortio, a riconoscere la società differenziata, accettando che la comunione ecclesiale potesse essere diversa dalla comunione sacramentale. Ma non aveva ancora gli
strumenti per rispondere a questa nuova condizione: sapeva riconoscerla, ma restava in imbarazzo sulle forme concrete della risposta. Riconosceva il problema, ma rispondeva come se non lo riconoscesse. Oggi, con Amoris lætitia, siamo all’inizio di un inizio. La legge non è più solo pedagogia, la coscienza diventa passaggio obbligato, la contingenza non è più abbandonata alla mercé di una «oggettività» tanto idealizzata quanto aggressiva. L’inizio di un inizio non è mai facile. Agli occhi di qualcuno può sempre apparire come l’inizio di una fine. Un magistero che affida al discernimento concreto la comunione ecclesiale è un magistero che riacquista forza, perché torna nell’alveo della sua originaria funzione: servire alla fede battesimale, che nel matrimonio realizza il Regno di Dio, pur con tutte le sue crisi e i suoi fallimenti. Accettare che il matrimonio possa fallire non è debolezza, ma forza del sacramento e della fede. Uscendo dal modello esclusivamente istituzionale di lettura dell’amore, papa Francesco fa una operazione di «traduzione della tradizione» di prima qualità. Ma avrà bisogno di una Chiesa che si sobbarchi la responsabilità di non farsi sostituire dal superiore di turno. Spogliandosi di un potere oggettivo e oppositivo, il Papa ha investito la Chiesa dell’autorità dello Spirito, come dono di misericordia che non esclude nessuno. Andrea Grillo (da «Adista» n. 15, 23 aprile 2016) Andrea Grillo è teologo e liturgista e insegna teologia sacramentaria e liturgica presso il Pontificio Ateneo S. Anselmo in Roma.
Solidarietà. Caritas Svizzera ha aumentato gli aiuti ai rifugiati in Grecia di 500mila franchi. Il totale raggiunge così 2,5 milioni di franchi. Migliaia di rifugiati, comprese numerose famiglie e bambini piccoli, passano ancora le notti all’aperto. Hanno bisogno di cibo, acqua e medicinali. Caritas Svizzera precisa che gli aiuti andranno a persone particolarmente bisognose sull’isola di Lesbo, ad Atene e a Idomeni. Finora circa 20mila rifugiati hanno potuto usufruire degli aiuti d’urgenza. Anche la Catena della solidarietà partecipa ai costi.
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È l’interesse pubblico a giustificare alcune «rivelazioni» del giornalismo «Fosse lasciato a me decidere se avere un governo senza giornali oppure giornali senza governo, non esiterei un momento nel preferire la seconda cosa». La frase è contenuta in una lettera mandata da Thomas Jefferson, allora ambasciatore degli Stati Uniti in Francia, a Edward Carrington, rappresentante della Virginia al Congresso continentale del 1787. Storicizzando – cioè mettendo in rapporto questa definizione con il tempo storico in cui fu pronunciata – possiamo ben definirla paradossale. Nel momento e nelle circostanze in cui fu scritta rappresentava una scommessa rischiosa sul futuro di un Paese allora in costruzione. D’altra parte, il giornalismo come lo conosciamo noi non era ancora nato, non aveva attraversato ancora «la rivoluzione della cronaca». I giornali del tempo di Jefferson (come quelli del tempo di Stefano Franscini) erano gazzette di propaganda, al massimo di riflessione. Eppure nella frase di Jefferson si respira come un presentimento, questo: il giornalismo libero può far danni ma anche essere utile alla democrazia. Come? In che senso? I grandi codici dei diritti umani non assegnano uno scopo al giornalismo, si limitano in generale a garantirne la libertà. Le definizioni più precise si trovano nella Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo, ove si indica con precisione quali limiti possono essere posti al suo libero esercizio. La Costituzione federale svizzera è sulla stessa linea. Ma il compito di discutere i fini del giornalismo è lasciato all’etica. Quale etica? A partire da Max Weber si è ritenuto che un’etica valida per tutti non fosse più sostenibile. Il mondo della vita si è differenziato, ogni comparto dell’attività umana si codifica come «sistema» e ogni «sistema» si afferma come «autopoietico», nel senso che genera da sé i propri valori: non è più possibile definire un bene comune. Il giornalismo, a modo suo, è pure un «sistema», ha delle regole sue, frutto di un’elaborazione autonoma. Secondo Niklas Luhmann, il sistema-giornalismo funziona, per esempio, «irritando» la società con un’alternanza di sorprese e di rassi-
curazioni, semplicemente fondandosi su un codice binario: informazione/ non informazione (oppure anche: rilevanza/non rilevanza)1. Ognuno di noi giornalisti potrebbe riconoscersi in questa descrizione. Dare per esaurito il compito dell’etica può fondarsi anche sul relativismo culturale (è la conclusione cui tende di Enrico Morresi
l’attuale confronto tra islamismo e valori dell’Occidente). Ma rimane il problema di mettere in relazione il giornalismo con l’esigenza di fondare il consenso sociale, un obiettivo da perseguire in cui tutti possiamo riconoscerci perché una società nella quale i cittadini possono più facilmente andare d’accordo è sicuramente preferibile a una società in cui il confronto e l’anarchia siano lasciati a se stessi. Secondo il filosofo liberale John Rawls (1921-2002), l’intesa è possibile se ci si basa su principi di giustizia da tutti condivisi, che tuttavia non sono eterni ma sono messi continuamente in discussione. Nella società dove si discute i giornalisti sono responsabili della circolazione delle idee, mantenendo viva, «da una generazione alla successiva», la tensione morale, visto che può anche decadere, indebolirsi. Rawls assegna perciò alla libertà di espressione e di stampa il posto di maggior rilievo, in quanto le riconosce un ruolo «nella formazione di nuove concezioni del bene, più razionali, e nella revisione di quelle esistenti». «Il conoscere la cultura pubblica e il parteciparvi è [dunque] uno dei modi in cui i cittadini si abituano a pensarsi liberi e uguali»2. Per questa precisa ragione, secondo un altro grande filosofo americano, John Dewey(1859-1952), «la qualità della discussione è più importante del risultato»3. 1. N. Luhmann, La realtà dei mass media, Franco Angeli, Milano 2000. Cfr. pure: E. Morresi, Etica della notizia, Casagrande, Bellinzona 2003. 2. J. Rawls, Liberalismo politico, Edizioni di Comunità, Torino 1999. 3. Cit. da J. Bohmann, Public Deliberation. Pluralism, Complexity and Democracy, The MIT Press, Cambridge, Mass, 1996.
La domanda allora possiamo formularla così: in che modo a questo bene pubblico possono contribuire i giornalisti? Jürgen Habermas, filosofo tedesco, vivente (è nato nel 1929), lo esplicita così: «I giornalisti hanno il compito di rendere pubbliche situazioni e avvenimenti la cui conoscenza è significativa per la società». Habermas ai giornalisti assegna anche un altro ruolo: quello di «avvocato, tutore, difensore» (Anwalt) del discorso sociale. In questa loro funzione di «avvocati», Habermas individua il potenziale emancipativo – cioè liberatorio – della comunicazione. La funzione del giornalismo è perciò così da lui sunteggiata: deve «recepire imparzialmente problemi e stimoli espressi dal pubblico [per] esporre poi il processo politico all’obbligo di legittimarsi e di rispondere alle critiche»4. Le definizioni di Rawls e di Habermas non esauriscono le funzioni e l’utilità di una stampa libera. Ve ne sono molte altre (dalla cronaca alla critica, dal documentario radiofonico e televisivo alla rubrica di commento o di costume, fino alle parole incrociate), ma è il giornalismo d’inchiesta quello che si avvicina di più a quelle che questi due autori ritengono essenziali per la democrazia. Il giornalismo moderno può dunque legittimamente ritenersi il tutore di una delle rivendicazioni più alte dell’epoca dei Lumi: lo svelamento degli arcana imperii, cioè dei segreti di Stato, che si riteneva fino a quel momento una prerogativa dei sovrani5. I giornalisti rivendicano il controllo dell’esercizio del potere non come un privilegio ma come un diritto democratico essenziale, da eventualmente contrapporre agli interessi più diversi, anche difesi da ragioni in apparenza incontrovertibili come la sicurezza nazionale6.
4. cit. Da C. Brosda, Diskursiver Journalismus. Journalistisches Handeln zwischen kommunikativer Vernunft und mediensystemischen Zwang, VS Verlag für Sozialwissenschaften, Wiesbaden, 2008 5. J. Habermas, Storia e critica dell’opinione pubblica, Laterza, Roma-Bari 2006. 6. di Enrico Morresi alcuni articoli relativi al giornalismo d’inchiesta sono stati pubblicati sul settimanale «Azione» il 17 marzo, il 24 marzo e il 22 aprile 2014 e il 30 maggio 2016.
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Al giornalismo d’inchiesta possono certamente essere contrapposti interessi legittimi. La Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo riconosce per esempio agli Stati il diritto di limitare la libertà dei giornalisti in alcune situazioni chiaramente specificate. La restrizione, tuttavia, deve essere dimostrata «necessaria»7, un punto su cui la giurisprudenza dell’Alta Corte si è sempre espressa in modo molto liberale. In caso di conflitto tra due interessi (per esempio la libertà dei media e la protezione della sfera privata) vi può essere conflitto. Secondo la Costituzione svizzera (art. 36), determinante è l’interesse pubblico dell’informazione; va inoltre rispettata la proporzionalità dell’intervento. Il giornalista può essere dunque invitato a dimostrare che è un interesse pubblico che lo muove: si apre a questo punto uno spazio di manovra ai parlamenti e ai tribunali, su cui si può legittimamente discutere. Il criterio della proporzionalità dell’intervento non è per esempio molto rispettato dai tribunali quando applicano il Codice di procedura civile, che dà al giudice la possibilità di sospendere «provvisionalmente» una pubblicazione. La Costituzione però dà in mano ai giornalisti un’arma potente: garantisce il segreto delle fonti e vieta la censura. Queste guarentigie non sono 7. Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo, art. 10 cpv. 2.
invece a disposizione degli informatori, in particolare dei whistleblowers8. Questo perché, finora, nell’intenzione dei Parlamenti, è sempre prevalsa la tutela del rapporto fiduciario interno a un’organizzazione pubblica o privata. Mancando una tutela specifica, Edward Snowden (che ha denunciato i metodi di sorveglianza della NSA) rimane esiliato dalla propria patria, mentre la giornalista Laura Poitras che ne ha divulgato le rivelazioni non può essere perseguita9. La scoperta dei giochetti finanziari dell’ex presidente del Direttorio della Banca nazionale Hildebrand è costata una condanna al dipendente che lo ha denunziato (per violazione del segreto d’ufficio), ma i giornalisti che quei giochetti hanno messo in piazza e hanno obbligato Hildebrand a dimettersi non sono stati perseguiti. Vista questa situazione, è comprensibile che la «Süddeutsche Zeitung» non abbia rivelato, nel caso dei «Panama Papers», la fonte che ha passato le informazioni ai suoi giornalisti. La situazione è davvero insoddisfacente. 8. U. Dahinden, V. Francolino, Chr. Hauser, Ruth Nieffer, Whistleblower und Medien in der Schweiz – Situationsanalyse und Empfehlungen für die Zukunft, HTW Chur Verlag, Chur 2016. 9. Una mostra – «Astro Noise» – era aperta fino al 1. maggio al Whitney Museum of American Art di New York sulle attività investigative della Poitras e sui sistemi di sorveglianza con cui lei e molti altri cittadini americani devono fare i conti dopo gli attentati del 2001 alle Torri gemelle di New York.
Maddalena apostola
«Santa Maria Maddalena, primo testimone e evangelista della risurrezione del Signore, sempre fu considerata con sommo rispetto e in diversi modi onorata nella Chiesa sia occidentale sia orientale…». La Congregazione vaticana per il Culto Divino ha decretato che, a partire da quest’anno, la ricorrenza liturgica dedicata a Maria di Magdala diventa una festa alla pari di quella degli altri Apostoli. Questo significa che la prima Testimone della resurrezione del Signore ed Evangelista è stata collocata allo stesso livello di Maria, è entrata nel novero degli Apostoli e la Messa del giorno avrà il «Gloria» e un Prefazio proprio intitolato «Apostolorum Apostola» (così l’aveva definita S. Tommaso nel XlII secolo). È un riconoscimento che non solo risarcisce la discepola che il cardinale Ravasi ha riconosciuto «calunniata» e che la lunga tradizione ha trasmesso in decine di raffigurazioni artistiche come prostituta e penitente – solo il Lanfranco la rappresenta assunta al Cielo –, ma valorizza la parità del femminile nella Chiesa molto più di qualunque
La condizione dei «whistleblowers» è parsa ancora più compromessa dopo l’adozione, da parte del Parlamento Europeo il 4 aprile 2016, di una direttiva sul «segreto degli affari» a protezione della sfera riservata delle aziende. Proposta nel 2013 dalla Commissione europea, essa tende a dotare le imprese di un quadro giuridico che le protegga contro la divulgazione illecita dei dati di valore commerciale. Redatta sulla base di un accordo fra gli Stati membri, la direttiva è risultata approvata a larga maggioranza (503 voti a favore, 13 contrari e 18 astensioni). Gli Stati hanno due anni di tempo per tradurla nelle legislazioni nazionali. La protezione del segreto degli affari, è detto nel testo, farà spazio alla libertà d’informazione e a quello dei «lanceurs d’alerte» quando a prevalere è l’interesse generale alla conoscenza di «un errore, un comportamento inadeguato o un’attività illegale». Alcuni parlamenti nazionali (come in Francia) hanno già all’esame un testo di legge su questa materia. Le messe in guardia, in qualche caso addirittura le proteste, si sono già levate dal fronte dei media e delle organizzazioni di difesa dei diritti dei «whistleblowers». Come si dice: «affaire à suivre». Questo articolo riprende con alcuni aggiustamenti la comunicazione fatta dall’autore alla serata sui Pentagon Papers organizzata il 25 aprile 2016 all’Università della Svizzera italiana dall’Associazione Ticinese dei Giornalisti e dall’Osservatorio europeo dei media dell’USI.
accesso a livello gerarchico in cui una donna sarebbe destinata a replicare il ruolo clericale maschile. È un riconoscimento di valore che si estende all’intero genere. Entra finalmente nella Chiesa, riconosciuta dal Papa al massimo livello di santità, quella Maddalena che Gesù aveva privilegiato per stima e amicizia. Dopo la risurrezione Gesù si era presentato a lei, una donna, perché andasse a dare l’annuncio agli altri apostoli, nascosti per paura delle retate. Non fa meraviglia che, secondo l’universale tradizione misogina, Pietro, pentito per aver rinnegato Gesù tre volte, inaugurò sia il ministero petrino del papato senza un analogo ministero mariano, sia l’esclusione del genere femminile dalla condivisione delle responsabilità dei cristiani. Intanto Maddalena entrava nella leggenda come prostituta, mentre la tradizione (confermata dalla toponomastica) la portava da Gerusalemme fino all’isola della Maddalena, e, attraverso il Passo della Maddalena, a Marsiglia dove è effigiata come predicatrice. Giancarla Codrignani Saggista, già parlamentare della Sinistra Indipendente al Parlamento italiano
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notizie belle e buone
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Notizie belle e buone
di franchi all’anno, è nettamente insufficiente. Ora tocca al Parlamento pronunciarsi.
Lutero e Nicolao della Flüe. La Conferenza centrale cattolica (organismo di coordinamento finanziario tra i cattolici svizzeri) ha deciso di partecipare finanziariamente all’Esposizione internazionale sulla Riforma che si svolgerà a Wittenberg. Anche il Governo del Cantone di Zurigo ha deciso di sostenere l’anniversario, proponendo al Gran Consiglio di accordare un sussidio di 8 milioni per finanziare le manifestazioni promosse dall’associazione «I 500 anni della Riforma». Una giornata ecumenica si svolgerà il 1. aprile 2017 a Zugo, dove si ricorderanno anche i 600 anni della nascita di Nicolao della Flüe, morto trent’anni prima della Riforma luterana ma apprezzato da diversi riformatori, specialmente per la sua condanna del servizio mercenario e per la sua ricerca costante di Dio nella rinuncia al mondo.
Scambi ecumenici. Il Canton Vaud vuol cedere alla Chiesa cattolica una casa parrocchiale e annesso giardino (del valore di circa 1,25 milioni di franchi), come gesto ecumenico e a saldo di una vecchia vertenza con la Federazione delle parrocchie cattoliche. Per contro a Bordeaux, le suore di Santa Marta, con l’approvazione del vescovo, hanno regalato la cappella di Santa Germana alla locale comunità ortodossa russa, che l’ha benedetta il 3 luglio scorso.
Testimoni e profeti. Il fascicolo di settembre della rivista «Carta Bianca» (Piazza Governo 4, Bellinzona) informa che entro fine d’anno cinque giovani ticinesi partiranno per mettersi al servizio dello sviluppo nel Terzo Mondo. Sono i testimoni e i profeti di un Ticino migliore di quello che propaganda la Lega dei ticinesi. Donne premiate. Saida Keller-Messahli di Zurigo, fondatrice e presidente del Forum per un Islam progressista, riceverà il Premio svizzero per i Diritti umani 2016. La premiazione si svolgerà a Berna il prossimo 3 dicembre. Saida Keller, nata in Tunisia in una famiglia musulmana, ha svolto un grande lavoro di divulgazione affinché l’Islam diventi una fede moderna, fonte di vita e non di morte. Il Premio Caritas 2016 di diecimila franchi è stato assegnato lo scorso 17 giugno a Lucerna alla ugandese Alice Achan, pedagoga e direttrice da quindici anni di una scuola nel Nord dell’Uganda per l’educazione e la formazione di giovani donne e madri. Avanti le donne! Per la prima volta i Musei vaticani saranno diretti, a partire dal prossimo dicembre, da una donna: l’italiana Barbara Jatta, 54 anni, laureata in lettere, attualmente responsabile del Gabinetto delle Stampe. Con l’uscita di scena di padre Lombardi, alla direzione della Sala stampa vaticana è stato nominato il giornalista Greg Burke, 57 anni, statunitense del Missouri, laureato della Columbia University, membro numerario dell’Opus Dei. A rivestire il ruolo di vicedirettore sarà una donna, la quarantenne Paloma Garcia Ovejero, madrilena, laureata in giornalismo presso l’Università di Madrid. La Regina d’Inghilterra ha scelto una donna quale ambasciatore di Gran Bretagna a Roma: Sally Axworthy, che ha assunto la funzione a partire dall’agosto scorso. Entrata in carriera nel 1986, ha assolto missioni in Russia, Ucraina, Germania e India, ultimamente al Foreign Office si occupava dell’Africa del Nord. Sposata con un giornalista già diplomatico, ha quattro figli. Finalmente! Il Consiglio federale propone la costituzione di un ufficio nazionale di tutela dei diritti umani, indipendente dal potere politico e conforme ai princìpi delle Nazioni Unite, che sostituirà il Centro svizzero dei DU, istituito nel 2011, ma che si limitava a promuovere studi scientifici senza svolgere la funzione di sorveglianza critica sulla realtà svizzera. La decisione è stata salutata con soddisfazione dalla Piattaforma dei Diritti umani, che raggruppa 84 ONG le quali da anni sollecitano questa iniziativa, pur rilevando che il budget previsto, di un milione
Direttore protestante. Marcelo Figueroa, un evangelico, guiderà la neonata edizione dell’«Osservatore Romano» argentino, che aggregherà i contenuti all’edizione settimanale in lingua spagnola e porterà la «voce» di Francesco nel suo paese d’origine. Marcelo Figueroa, giornalista radiofonico, biblista e teologo protestante, è da venticinque anni direttore della Società biblica argentina e pastore della Chiesa presbiteriana di S. Andrea. Con l’allora cardinale Bergoglio aveva operato per promuovere la diffusione del testo biblico attraverso una trasmissione televisiva: «La Bibbia è una Parola efficace». L’edizione argentina del giornale della Santa Sede ha iniziato le pubblicazioni in settembre, sarà supervisionata dalla Conferenza episcopale argentina e usufruirà dell’appoggio del rettore dell’Università Cattolica Argentina, Victor Manuel Fernandez, noto come il «teologo di fiducia» di Bergoglio. Ministero del futuro. Cristina Persson, già parlamentare ed europarlamentare, è oggi ministra per la Strategia futura e per la Cooperazione nordica della Svezia. Il dicastero viene solitamente chiamato: Ministero per il Futuro e ha come obiettivo di ridurre lo scarto delle diseguaglianze generate dal neoliberismo. Solo 80 persone nel mondo, dice Cristina Persson, posseggono una quantità di ricchezze pari a quelle che tengono in vita tre miliardi e mezzo di persone. La «sua» ricetta è basata su una maggiore equità fiscale, che consenta una redistribuzione sociale del reddito. In tal modo la Svezia può già oggi, a esempio, concedere 18 mesi di congedo parentale di cui 12 pagati a stipendio pieno. Ma Ministero per il Futuro significa anche fare i conti con le trasformazioni del mondo del lavoro. Per ogni lavoro reso superfluo dall’innovazione tecnologica Cristina Persson ritiene possibile crearne di nuovi nel segno della sostenibilità ambientale. Miss Catechismo. Insegna ai ragazzi religione cattolica la nuova Miss Germania: Lena Broder, tedesca, 26 anni, laureata in pedagogia e teologia, eletta lo scorso 21 febbraio. Incontrando papa Francesco durante l’udienza generale del 15 giugno, gli ha consegnato la sua autobiografia dal titolo «Ciò che c’è di bello in me, con la fede, verso il successo». Bella la catechista, bella e buona l’attività cui si dedica. Carcerati in parrocchia. Il vescovo mons. Michele Pennisi ha spiegato la scelta della sua diocesi (Monreale, in Sicilia) di firmare un protocollo d’intesa con il Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria al fine di accogliere nelle parrocchie i carcerati che devono scontare residui di pena o condannati a pene alternative. La firma dell’accordo è, avvenuta a Palermo il 12 luglio, nel corso del convegno «Espiazione della pena e diritti fondamentali della persona». Dal 2000 al 2016, nelle carceri italiane sono morte 2541 persone, alcune per suicidio, altre per cause da accertare, oltre a quelle per cause naturali.
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cronaca internazionale a cura di Alberto Lepori
Donne diacone? «Dopo intensa preghiera e matura riflessione, Sua Santità ha deciso di istituire la Commissione di studio sul diaconato delle donne». Così, il 2 agosto scorso, la Sala stampa della Santa Sede ha comunicato l’intenzione espressa da papa Francesco il 12 maggio davanti a 900 religiose di 80 Paesi, in rappresentanza di mezzo milione di suore, nel corso dell’assemblea triennale dell’Unione internazionale delle superiore generali. Il Papa, accogliendo le richieste di alcune religiose («Perché non creare una commissione che studi la questione?»), aveva di fatto accolto iniziative e appelli provenienti da più parti nella direzione di un’apertura del diaconato alle donne. La Commissione è composta di dodici membri, sei uomini e sei donne, rappresentazione simbolica di una pari partecipazione. Saranno guidati dall’arcivescovo gesuita Luis Francisco Ladaria Ferrer, numero due della Congregazione per la dottrina della fede. Quattro gli italiani, tre spagnoli, una teologa statunitense, un tedesco, un gesuita belga e una austriaca. Dei dodici membri, almeno un terzo si è in passato già espresso a favore della reintroduzione del diaconato femminile. Ma il lavoro della commissione potrebbe finire in un alibi: discutere per anni sul diaconato, per evitare la questione fondamentale dell’uguaglianza piena dei «servizi», compreso il presbiterato e l’episcopato, già affrontata e risolta positivamente in molte altre Chiese (eh sì!) cristiane. Scandalo vaticano. Condannati, anche se con pene lievi (diciotto e dieci mesi di reclusione), i due presunti «corvi», monsignor Lucio Vallejo Balda e Francesca Immacolata Chaouqui. Assolto con formula piena Nicola Maio, loro collaboratore nella commissione sulle finanze vaticane. Ma soprattutto prosciolti per «difetto di giurisdizione» del Tribunale vaticano i due giornalisti che secondo le accuse avevano avuto i documenti riservati, Gianluigi Nuzzi ed Emiliano Fittipaldi, autori dei bestseller «Via Crucis» e «Avarizia». Così si è concluso, dopo ventuno udienze nell’arco di sette mesi e mezzo, il processo «Vatileaks 2» sulla fuga delle carte segrete della Santa Sede, il primo che Oltretevere vedeva imputati anche dei
cronisti. Su questi ultimi, dopo quasi cinque ore di camera di consiglio, la Corte presieduta da Giuseppe Dalla Torre ha dichiarato la non competenza giurisdizionale da parte del Tribunale vaticano, essendo le azioni compiute in Italia e non essendo Nuzzi e Fittipaldi pubblici ufficiali della Santa Sede. Per togliere ogni dubbio sull’atteggiamento delle autorità pontificie verso il diritto di cronaca, nella sentenza, pronunciata «in nome di Sua Santità papa Francesco», è stata espressamente «rilevata la sussistenza, radicata e garantita dal diritto divino, della libertà di manifestazione del pensiero e della libertà di stampa nell’ordinamento giuridico vaticano». Sempre più neri. Stan Lubungo è stato eletto dal Capitolo generale della Congregazione dei Padri Bianchi – fondata dal cardinale francese Charles Martial Lavigerie (18251892) – superiore generale. Stan è stato ordinato sacerdote il 2 agosto 1997 e ha lavorato come missionario nella Repubblica Democratica del Congo e, dopo un periodo di formazione a Roma e a Dublino, ad Abidjan (Costa d’Avorio); dal luglio 2015 era superiore della Provincia dell’Africa australe. Del Consiglio generale fanno parte inoltre Didier Sawadogo, burkinabè, 49 anni, Ignatius Anipu, 56 anni, ghanese, Martin Grenier, 53 anni, canadese, Francis Barnes, 66 anni, britannico. La composizione del Consiglio generale è attualmente di tre africani, un europeo e un nord americano. Corridoi umanitari. Creati in Italia dalla spinta ecumenica della Tavola valdese, della Federazione delle Chiese evangeliche e della Comunità di S. Egidio, i «corridoi umanitari» che dal febbraio scorso hanno permesso a quasi 300 cittadini siriani e iracheni di raggiungere l’Italia con un regolare volo di linea hanno ricevuto il 28 giugno il riconoscimento politico del Parlamento europeo. Il 23 giugno la Chiesa evangelica tedesca ha dedicato una sessione di studio al tema, la Francia si interessa all’esperienza tramite il presidente della Federazione protestante e al Parlamento svizzero è stata presentata una mozione di sostegno. La Svizzera fa parte dell’Area Schengen, può perciò applicare
il dispositivo giuridico che consente di concedere visti umanitari. Ci vorrà molto? Si parla di Riforma. Un convegno intitolato «Cattolici e protestanti a 500 anni dalla Riforma. Uno sguardo comune sull’oggi e sul domani», si terrà nei giorni 16-18 novembre al Collegio arcivescovile «C. Endrici» di Trento, promosso dalla Conferenza episcopale italiana in collaborazione con la Federazione delle Chiese evangeliche in Italia. Sono previste una tavola rotonda («Un tronco, molti rami. Dinamiche storiche e teologiche della Riforma»), relazioni di Fulvio Ferrario e dell’arcivescovo Bruno Forte («Nodi teologici del dialogo ecumenico»), Daniele Garrone e Ambrogio Spreafico («Riconciliare le memorie. L’esperienza del dialogo ebraico-cristiano»), Paolo Naso e Alberto Melloni («Ecumenismo tra nuovo pluralismo e post-secolarizzazione»), Marco Gnavi e Maria Bonafede («L’ecumenismo della carità»), Eugenio Bernardini e Angelo Maffeis («Temi e percorsi del dialogo tra cattolici e protestanti»), mentre le conclusioni saranno affidate al pastore Luca Negro, presidente della FCEI, e a don Cristiano Bettega, direttore del’Ufficio della Conferenza episcopale per l’ecumenismo e il dialogo. Sono previsti studi biblici e riflessioni in apertura di ogni sessione; nella serata del mercoledì sarà organizzato un percorso musicale a cura di Nicola Sfredda e Paolo Delama, e in quella successiva una preghiera ecumenica nel Duomo, che fu sede dell’emissione dei decreti del Concilio di Trento. All’organizzazione della celebrazione concorre la Comunità luterana di Bolzano. Sono previste varie formule diverse di ospitalità nelle strutture ricettive cittadine. (Ufficio nazionale per l’ecumenismo e il dialogo, tel. 06-66398335; fax: 06-66398223; e-mail: ecu@chiesa cattolica.it; www.chiesacattolica.it/ ecumenismo). Religioni a scuola. In Belgio, dopo molti anni, è cambiata la modalità dell’insegnamento delle religioni nella scuola pubblica Dal 1958 si proponevano due ore settimanali dedicate a corsi distinti in base alla fede di appartenenza dell’alunno; a partire da quest’anno scolastico verranno sostituite da un’ora di corso di «educazione alla filosofia e alla cittadinanza» e una, a scelta, fra «religione e morale» o «educazione alla filosofia e alla cittadinanza». Il provvedimento
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era stato approvato dal Governo belga già nell’ottobre del 2015, ma un’accelerazione decisa sulla sua operatività si è evidenziata a seguito degli attentati che quest’anno hanno sconvolto la capitale Bruxelles. I responsabili delle varie comunità religiose locali hanno criticato la decisione (ritenuta intempestiva e dettata da preoccupazioni di una risposta immediata alle paure popolari), e lo scorso settembre hanno pubblicato una lettera, firmata dai vari responsabili, volta a manifestare preoccupazione per l’accantonamento pressoché totale del discorso religioso che andrebbe a privare i giovani di una parte importante degli strumenti necessari alla comprensione del mondo di oggi. Nel testo sottoscritto dai vertici cattolici, protestanti, ortodossi, ebraici, musulmani e anglicani, si sottolinea come «nelle nostre società, libertà di religione e libertà di espressione siano libertà fondamentali. Un corso di religione consente di conoscere meglio il contenuto della fede e fornisce criteri per comprendere la società multiculturale di oggi». La nuova norma è valida per le scuole primarie e dal 2017 verrà estesa a quelle secondarie. Suicidio assistito. Il 17 giugno il Canada ha legalizzato il suicidio assistito. Con 44 voti a favore e 28 contrari il Senato federale ha infatti approvato una legge che introduce la possibilità, al sussistere di determinate condizioni, di richiedere l’assistenza di un medico per porre termine alla propria vita. La legge prevede che possa ricorrere all’assistenza medica per morire chi abbia più di 18 anni, sia in grado di intendere e di volere, sia affetto da problemi di salute gravi e irrimediabili, abbia presentato richiesta di assistenza medica per morire volontariamente e senza pressioni esterne, abbia acconsentito in maniera chiara a ricevere questa assistenza dopo essere stato informato delle cure palliative a disposizione. La legge stabilisce che per «problemi di salute gravi e irrimediabili» debba intendersi chi è affetto da una malattia o un handicap grave e incurabile la cui situazione medica sia caratterizzata da un declino avanzato e irreversibile delle sue capacità; che questo declino causi sofferenze fisiche o psicologiche persistenti e intollerabili; che la morte naturale sia divenuta ragionevolmente prevedibile. Una clausola esclude dalla possibilità di ricorrere al suicidio assistito i malati non terminali, per quanto atroci
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possano essere le loro sofferenze. La legge non è stata bene accolta dalla Chiesa canadese. Il card. Thomas Collins, arcivescovo di Toronto, ha dichiarato: «Non metto in dubbio le buone intenzioni di giudici e legislatori ma le loro decisioni hanno messo il nostro Paese in cammino lungo un percorso che non conduce, semplicemente, verso la morte fisica di un numero crescente di nostri concittadini, ma verso una triste esperienza per tutti nella nostra società della fredda morte spirituale. Non dobbiamo ridurre la dignità di vivere a una questione di capacità di funzionamento in base a uno standard accettabile di prestazioni». Centri «per la cittadinanza». Un problema emergente e non di poco conto in Francia, reso ancora più attuale dagli attentati che hanno sconvolto il Paese, è la trasformazione di una persona, fino a ieri moderata, divenuta intollerante e aderente a ideologie estremiste. In una parola: come comportarsi davanti a un jihadista in erba? Per far fronte all’emergenza, il primo ministro francese Manuel Valls aveva promesso di creare dei «centri di prevenzione, inserimento e cittadinanza» (Cpic), destinati a diventare uno dei pilastri del programma di lotta contro l’indottrinamento. Il primo centro di «deradicalizzazione», è stato presentato alla stampa il 13 settembre: si trova a Pountourny, cittadina di 3000 abitanti a cinquanta chilometri da Tours. È il primo di 13 centri – uno per regione – che dovrebbero nascere entro la fine del 2017. Non sono mancate la perplessità della popolazione e i dubbi dei sindaci sulle conseguenze a lungo termine… per il buon nome del comune ospitante. L’équipe del Centro di Pontourny è composta da 25 educatori formatisi con corsi su Islam, religioni, educazione al rapporto con i media, teoria del complotto, antiterrorismo. I primi destinatari del Centro saranno una ventina di giovani tra i 18 e i 31 anni, maschi e femmine. Pre-requisito indispensabile l’assenza di precedenti penali: non si tratta infatti di coinvolgere dei terroristi ma persone da risocializzare e indirizzare verso gli studi o una formazione professionale. Intese in Italia. Dopo l’approvazione del Senato, il 14 giugno è arrivata anche quella della Camera dei deputati: il disegno di legge dal titolo «Regolazione dei rapporti tra lo Sta-
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to e l’Istituto Buddista Italiano Soka Cakkai» ha avuto il via libera definitivo del Parlamento. Un’approvazione senza ostacoli, con il favore di tutte le forze politiche, avvenuta a meno di un anno dalla firma dell’Intesa tra il presidente dell’Istituto, Tamotsu Nakajima, e il presidente del Consiglio Matteo Renzi, il 27 giugno 2015. Sale perciò a dodici il numero di Intese in vigore tra Stato italiano e confessioni religiose in base all’articolo 8 della Costituzione. Le precedenti, in ordine di approvazione, sono state la Chiesa valdese (Unione delle chiese metodiste e valdesi), le Assemblee di Dio in Italia, l’Unione delle Chiese cristiane avventiste del Settimo giorno, l’Unione delle Comunità ebraiche in Italia, l’Unione cristiana evangelica battista d’Italia, la Chiesa evangelica luterana in Italia, la Sacra arcidiocesi ortodossa d’Italia ed esarcato per l’Europa Meridionale, la Chiesa di Gesù Cristo dei santi degli ultimi giorni, la Chiesa apostolica in Italia, l’Unione Buddhista e l’Unione induista. L’Intesa appena ratificata dal Parlamento regolerà la vita religiosa di oltre 80mila italiani che seguono la scuola buddista giapponese. Resta invece in alto mare l’Intesa con i Testimoni di Geova, stipulata nel 2007 ma non ancora approvata dal Parlamento a causa di una diffusa ostilità da parte del mondo cattolico e della politica. La stessa ostilità che si registra nei confronti dell’Islam, che in più manca di un unico ente che rappresenti tutti i musulmani italiani. Anche per questo motivo, con l’Islam l’Intesa non è stata mai neanche firmata. Chiesa sulle ruote. All’entrata del centro commerciale «Porta di Roma» è parcheggiato un autobus blu. All’apparenza è uno dei tanti mezzi di trasporto che vediamo circolare nelle nostre città, ma chiunque si avvicini scopre che si tratta di una «chiesa mobile», una piccola chiesa su ruote che va verso le persone, facendo ciò che una Chiesa è chiamata a fare: prega, predica l’evangelo e si prende cura di chi ha bisogno di essere ascoltato e sostenuto. I passanti incuriositi che «salgono» su questa piccola chiesa possono bere un caffè, prendere gratuitamente un libro da leggere e parlare con qualcuno che è disposto ad ascoltare. Responsabile dell’iniziativa è l’evangelista Ivano De Gasperis, il cui ministero, riconosciuto dall’Unione cristiana evangelica battista d’Italia, è svolto al servizio della chiesa di Roma-Trastevere.
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cronaca svizzera a cura di Alberto Lepori
Corso sulle religioni. L’Associazione Biblica della Svizzera Italiana organizza un corso di formazione culturale, aperto a tutti, in tre cicli su: «Prospettive ebraiche, cristiane ed islamiche, tra spiritualità, storia e cultura contemporanea». Coordinatore del corso è Ernesto Borghi, presidente absi. Il corso si svolgerà a Mendrisio, Centro scolastico Canavée, sull’Islam; a Giubiasco, Scuola elementare, via Franscini, su l’ebraismo; a Lugano, Centro Evangelico (via Landriani 10) e Breganzona, Centro parrocchiale, sul cristianesimo. Per iscriversi rivolgersi a: Associazione Biblica della Svizzera Italiana, Via Cantonale 2/a, ccp 5286, 6901 Lugano; info@absi. ch, indicando il proprio nome, cognome, indirizzo postale e/o elettronico, numero di telefono e se si intende iscriversi all’intero corso oppure a un singolo ciclo. Quota individuale di partecipazione ai tre cicli: franchi 100; a un ciclo fr. 40. Appello ai credenti. «Riguardo alle immense ondate di profughi, l’Europa e la Svizzera devono affrontare enormi sfide. Non esistono soluzioni semplici. Per rispetto della nostra tradizione umanitaria, non possiamo subordinare la nostra empatia per le persone bisognose al riconoscimento di uno statuto legale di rifugiato. Tra la compassione e l’applicazione di criteri distintivi politici si apre un vuoto nel quale si specchia la fragilità della nostra propria esistenza (…). Ovviamente la tempesta non distingue tra vittime della violenza, bisognosi, perseguitati, opportunisti e approfittatori. Ma chi pensa di essere in grado di fare una distinzione ben precisa dovrebbe prima dare un’occhiata alla storia di Giobbe. Dapprima perde il suo ingente patrimonio: rischio economico! Poi la sua famiglia è vittima di un uragano: il destino colpisce chiunque! E alla fine il suo corpo viene distrutto dalle malattie: capita a tante persone!» (dall’Appello delle Chiese cristiane svizzere e della Comunità ebraica in occasione della Giornata internazionale dei rifugiati 2016). Non si tratta di sport. Kowalik, Mingoy, Iskra, Straziuso, Bravo, Antalute, Azanshi, Siamey, Cielinski, Haddad, Lo Prinzi, Bacin, Polizzi, Tejeda, Djama, Ani, Kwasi (ecc.): non è la nazio-
nale svizzera ai campionato europei di calcio ma… la lista degli «avvicendamenti nelle parrocchie ticinesi» di quest’anno, pubblicata dal «Giornale del Popolo» del 9 giugno. Abbiamo molta riconoscenza per questi presbiteri che si mettono al servizio dei cattolici ticinesi, e molta comprensione per il Vescovo Lazzeri che ritiene di così rispondere alle richieste (tutte giustificate?) dei cosiddetti «fedeli» (sempre meno fedeli, secondo la statistica). Don Feliciani, arciprete di Chiasso («Popolo e Libertà» del 17 giugno scorso) si chiede in quale diocesi siamo quando il 50% dei preti sono «giunti da altri paesi, in gran parte del Terzo Mondo». Papa Francesco intende far studiare la possibilità del «diaconato femminile» (ci sono già volumi di studi a disposizione), don Feliciani auspica (finalmente…) «preti in comunità e laici impegnati» (quest’ultimi vanno però anche riconosciuti e retribuiti!) Ma occorre andare oltre, al prete uxorato (c’è solo l’ostacolo del diritto canonico romano…) e ai ministeri femminili: uno studio ormai datato di una Commissione vaticana aveva «scoperto» che niente nel Vangelo vi si oppone! Sempre lordi. Secondo la stampa («Corriere del Ticino» del 5 marzo) il «prodotto lordo dei giuochi (PLG)», ossia «la differenza tra le poste giocate e le vincite versate» all’Admiral di Mendrisio è diminuito nel 2015 rispetto all’anno precedente dell’11%, raggiungendo tuttavia la bella somma di 47,3 milioni di franchi. In nove anni la casa da gioco «ha lasciato sul terreno (sic) più di 85 milioni di franchi». Errore! Li ha lasciati nelle tasche dei «minchioni» che frequentano la «casa da gioco»: uno spennatoio autorizzato i cui incassi, anche se in calo, restano sempre «lordi». Ma i casinò svizzeri non hanno vita facile. Anche nel 2015, infatti, i giochi online illegali, il franco forte e la concorrenza estera hanno dato del filo da torcere alle case da gioco nostrane, che hanno di nuovo visto calare le loro entrate. Il prodotto lordo dei giochi è sceso di un altro 4% a 681,2 milioni di franchi: lo indica il rapporto annuale della Commissione federale delle case da gioco. Gli introiti fiscali, pari a 319,5 milioni di franchi, sono pure calati del 4,9%, con conseguenze negative per
l’AVS, che ha registrato una perdita del 4,8% rispetto all’anno precedente. A livello ticinese, il casinò di Locarno registra un utile d’esercizio di 2,17 milioni di franchi, mentre il casinò di Lugano chiude in rosso, con un deficit di esercizio di 3,14 milioni. È dunque con preoccupazione che la Commissione guarda alla crescita dei giochi d’azzardo illegali, constatando a tal proposito la sua attuale impotenza, in particolare contro i giochi online offerti dall’estero. Manca il dna. Mentre il Consiglio federale inasprisce i requisiti per concedere il passaporto rossocrociato (dal 2018 il petente dovrà soddisfare le richieste della nuova ordinanza circa le competenze linguistiche!), il Parlamento decide di favorire la naturalizzazione (oibò, hanno un’altra natura?) di coloro che hanno (avuto) almeno un nonno dei quattro, presente legalmente per dieci anni in Svizzera. Non è stata fin qui prevista la prova di possedere il dna nonnesco; ma si può sempre ovviare, sapendo giocare a calcio e avendo qualche «santo» nella FIFA. Complimenti ai «nostri» Djourou, Rodriguez, Behrami, Xhaka, Shaquiri, Dzemaili, Mehmedi, Seferović e gli altri, nonché ai loro nonni e genitori. Resta il programma. Il negoziato tra la Radiotelevisione romanda, Médiaspro e Cath-Info è sfociato in un accordo che consente la prosecuzione delle trasmissioni a carattere religioso. I vertici della RTS avevano manifestato la volontà di ridurre i programmi con un taglio preventivato di circa il 50% dei due milioni e mezzo di franchi spesi ogni anno per la messa in onda dei culti e per un ventaglio di programmi, televisivi e radiofonici, di analisi e approfondimento. La decisione rischiava di privare i cittadini di validi strumenti di conoscenza, in un momento in cui i temi di fede, ecumenismo e accoglienza assumono nuova importanza. Un’azione a sostegno aveva raccolto oltre 25 mila firme, chiaro segnale dell’attenzione del pubblico. In base all’accordo la maggior parte dei programmi radiofonici verrà mantenuta, mentre in ambito televisivo si uniranno alcune rubriche di approfondimento e si ridurranno i culti trasmessi, che passeranno dagli attuali 30 a 20. Tre pastore e due pastori. Il Sinodo evangelico grigionese ha accolto tre nuove pastore e due pastori. Nel corso della cerimonia, presieduta dalla de-
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cana Cornelia Camichel, i cinque si sono impegnati a servire fedelmente la Chiesa e hanno iscritto i loro nomi nel Registro sinodale, il cosiddetto «Synodalmatrikel», nel quale, dal 1537, sono iscritti i nomi di tutti i pastori attivi nei Grigioni. Suicidio assistito. Nel 2015, 995 persone hanno fatto ricorso all’Associazione di aiuto al suicidio «Exit». Nella Svizzera tedesca e in Ticino ne furono aiutate 782 a morire, 213 casi nella Svizzera romanda. Rispetto al 2014 è notevole l’aumento: +30% in Svizzera tedesca e Ticino, +22% in Romandia. In quest’ultima area geografica, su 213 persone accompagnate alla morte il 59% erano donne, l’età media 78 anni. Sono centomila le persone che in Svizzera risultano iscritte alle associazioni di aiuto al suicidio. La Commissione nazionale svizzera «Giustizia e Pace», organo della Conferenza dei vescovi svizzeri (CVS), ha condannato in una conferenza stampa il suicidio assistito. Dal suo punto di vista, la soluzione passa per le cure palliative e un maggiore accompagnamento. «Il suicidio non deve essere normalizzato né banalizzato», ha detto il vescovo di Basilea, Felix Gmür, la nostra società tende infatti a ridurre la vita a mere considerazioni economiche. «Il debole diventa un peso e viene indotto a credere che la sua vita non ha più alcun valore». La pressione sociale spinge gli anziani a optare per il suicidio assistito. Le offerte di suicidio assistito sono i sintomi della mancanza di solidarietà della società odierna. Questa non deve però escludere le persone anziane se non vuole «diventare disumana». A chi sta morendo occorrono invece, nell’ambito delle cure palliative, speciali proposte d’accompagnamento e di ascolto. Il potenziale di questo tipo di cure – «che meritano di essere estese» – è però ancora troppo poco utilizzato. Occorre inglobare meglio le varie proposte di cure palliative nelle strutture preesistenti, che sono più numerose in città rispetto alla campagna. Nello studio, «Giustizia e Pace» raccomanda inoltre l’introduzione di nuovi principi di finanziamento per la cura degli anziani negli ospedali e negli istituti medicalizzati. I cosiddetti «forfait per caso» non sono infatti adatti alle situazioni mediche complesse e alle cure palliative. Gli anziani, visti come «cattivi rischi», vengono infatti spesso rapidamente trasferiti verso altri istituti dove però non sempre si garantiscono le necessarie competenze mediche.
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Nello studio si auspica inoltre una migliore attenzione sociale del servizio reso dai congiunti alle persone in fin di vita. Gli ospedali e le case per anziani medicalizzate dovrebbero prestare maggiore attenzione alle famiglie che sostengono i moribondi. Queste dovrebbero ottenere più facilmente sostegno e consigli. Contro il futuro. Il numero di stranieri che ha optato per la cittadinanza elvetica era nettamente calato tra il 2006 ed il 2014, scendendo da oltre 38.000 a 23.700 (-38%). La tendenza si è però improvvisamente invertita lo scorso anno, quando le naturalizzazioni ordinarie sono state 31.166, con un balzo in avanti del 30% rispetto all’anno precedente. Aggiungendo le naturalizzazioni agevolate, si stima un totale di 38.000. La legge, datata 1952, è stata modificata e per quella nuova, che entrerà in vigore nel 2017, il richiedente dovrà aver vissuto almeno dieci anni in Svizzera, invece dei precedenti 12. Ma la Svizzera rimane tra i Paesi europei più esigenti per la durata del soggiorno richiesta per la naturalizzazione. Inoltre per poter presentare la domanda è necessario dimostrare che il candidato è socialmente e culturalmente integrato nella comunità svizzera, rispetta l’ordine giuridico svizzero e non compromette la sicurezza interna o esterna della Svizzera. Viene inoltre richiesta la conoscenza «parlata e scritta» di una lingua «svizzera». Quest’ultima condizione sarà di ostacolo per molti candidati, col risultato che il nostro Paese sarà sempre più abitato da vecchi svizzeri e da giovani stranieri! Donne in Ticino. Lo scorso anno la Cancelleria dello Stato – tramite l’Ufficio delle pari opportunità – ha promosso una campagna di sensibilizzazione in vista del rinnovo di commissioni e gruppi di lavoro, per promuovere una maggiore partecipazione femminile. A rinnovo ultimato, la presenza delle donne nelle commissioni per il periodo 2016/2019 si attesta ora al 22,3% con un aumento del 3,3% rispetto al quadriennio precedente. L’importante lavoro di sensibilizzazione non ha tuttavia permesso di raggiungere l’obiettivo fissato dalla legge, ossia una equa presenza di donne e uomini – un minimo del 30% sul totale – in tutte le commissioni e i gruppi di lavoro. Inoltre, nella metà dei consessi considerati la percentuale di presenza femminile è rimasta inferiore al 20% e fra i dipartimenti
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rimangono differenze significative. Il Dipartimento della Sanità e Socialità (28,8%), quello dell’Istruzione, Cultura e Sport (29,3%) e la Cancelleria dello Stato (28,5%) si avvicinano alla soglia del 30%, mentre la presenza femminile è nettamente più bassa per quanto riguarda il Dipartimento Finanze ed Economia (16,8%) e il Territorio (10.6%). Aiuti alle vittime. Negli ultimi due anni sono stati distribuiti, a scopo assistenziale, 8,7 milioni di franchi complessivi di aiuti immediati a 1117 vittime di misure coercitive, che hanno ricevuto importi tra 4.000 e 12.000 franchi. Si tratta di persone la cui integrità personale è stata violata da un collocamento extra-familiare eseguito prima del 1987 e che oggi vivono in una situazione finanziaria precaria. Teologia comparata. L’Università di Lucerna ha istituito il primo Centro per la teologia comparata in Svizzera, che studierà in particolare similitudini e differenze tra Cristianesimo, Ebraismo e Islam. Il centro avrà anche un professore assistente di teologia islamica. La teologia comparata consente «una migliore comprensione della propria e delle altrui religioni»; il nuovo centro mira a migliorare il dialogo fra le tre religioni abramitiche, con particolare attenzione alla teologia islamica, sulla quale si esercitano gli ignoranti che scrivono ai giornali. Africani a St.-Maurice. Il 5 giugno, cinquecento africani provenienti da tutta la Svizzera hanno partecipato al «pellegrinaggio per i Santi africani» che da 15 anni si tiene a Saint-Maurice, nel Vallese. Nella località ha sede una storica abbazia nella quale sono conservate le spoglie di san Maurizio, un comandante africano martirizzato dai romani perché si era rifiutato di uccidere i cristiani. Proprio nel ricordo di san Maurizio, negli ultimi decenni l’abbazia è diventata un centro di dialogo interculturale e interreligioso. «L’incontro offre agli africani che vivono in Svizzera la possibilità di esprimere la loro fede, la loro cultura e il loro temperamento» All’iniziativa hanno preso parte una decina di corali africane tra le quali, per la prima volta, quella burkinabè che ha sede a Versoix (Ginevra). La presenza dei burkinabè ha rivestito una particolare importanza perché quest’anno il pellegrinaggio era dedicato ad Alfred Simon Diban Ki-Zerbo. Schiavo, fuggito dai suoi padroni, studiò da catechista e, dopo
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il battesimo, offrì un aiuto importante all’evangelizzazione del Burkina Faso. Alla sua morte, avvenuta nel 1980, il vescovo Zéphirin Toe lo ricordò come «un catechista infaticabile, co-fondatore di tutte le Chiese della regione». Servizio civile. Vent’anni fa, nel 1996, fu istituito in Svizzera il Servizio Civile (SC), alternativo all’obbligo militare. A fine 2015 il SC può essere assolto in 869 istituti (265 nella Svizzera italiana), che offrono 15.709 posti d’impiego. Nel 2015 sono stati impiegati quasi la metà dei 40.827 civilisti che dovevano prestare servizio. Nel 2015 l’organo d’esecuzione ha ammesso al SC 5.836 nuove persone idonee al servizio militare (266 nella SI): rispetto agli anni precedenti, l’aumento è stato meno marcato. Il 45% di chi chiede di essere ammesso al SC presenta la domanda prima della scuola reclute, un altro 45% dopo. Come nell’anno precedente, più di tre quarti delle prestazioni sono state fornite a persone in case di riposo e di cura, istituti per disabili, ospedali, nonché a giovani e bambini, il 12% circa è stato occupato alla cura della natura e dell’ambiente. Per prepararsi, i civilisti frequentano specifici corsi di formazione di cinque giorni. «Réforme». Con la fusione di tre testate protestanti romande esce dall’autunno una nuova rivista dal titolo «Réforme», prevista in più di 220.000 esemplari, ritenuto il traguardo critico
di diffusione. Alla pubblicazione collaborano le quattro Chiese romande: Vaud, Neuchâtel, Ginevra e Giura. Nelle intenzioni della Conferenza delle Chiese riformate romande (Cer), la riorganizzazione permetterà un risparmio annuo di diverse decine di migliaia di franchi e dovrebbe aumentare la visibilità del periodico, concentrando in un solo strumento le diverse voci cantonali. La nuova rivista dovrebbe assorbire le persone attualmente occupate nelle varie redazioni. Chiese in vendita. Le autorità del canton Vaud hanno deciso di mettere sul mercato una ventina di edifici parrocchiali che non rispondono più alle esigenze e ai bisogni della Chiesa evangelica riformata. La misura è stata presa in accordo con il Consiglio sinodale cantonale. Il Cantone ha fin qui assegnato alle parrocchie protestanti, e in alcune zone anche a quelle cattoliche, gli edifici necessari alla pastorale (chiese e case parrocchiali). Attualmente la Chiesa evangelica riformata procede a una riorganizzazione, in forza della quale dalle 156 parrocchie del 2000 si è già passati a 84 per il 2017. Una cura dimagrante dovuta alla necessità di contenere i costi di esercizio, riducendo la disponibilità a un edificio per comunità. La scelta drastica ha provocato polemiche. L’Heimatschutz svizzera ha espresso un parere contrario alle vendite, ricordando che gli edifici in questione rappresentano un unicum di valore eccezionale, come eredità
di un periodo importante nella storia svizzera. Costruite tra il 1536 e il 1845, hanno un elevato valore architettonico. Anche la Chiesa cattolica di Basilea ha troppe chiese: come quella dedicata a Don Bosco, costruita nel 1935 e chiusa dal 2013. Erano state previste per la pastorale di 90.000 fedeli, ora ridotti a 30.000 e sempre meno praticanti. Il vescovo Gmür è tuttavia contrario a qualsiasi nuova destinazione delle chiese dismesse, in particolare non vuole cederle ai musulmani, attualmente alla ricerca di spazi per le loro attività. La messa a disposizione di locali della parrocchia basilese di San Giuseppe per un insegnamento coranico ha infatti sollevato opposizioni tra i cattolici della città renana. A Lucerna, territorio appartenente alla diocesi di Basilea, una chiesa cattolica è stata invece ceduta alla comunità ortodossa: per mons. Gmür sarebbero da preferire le cessioni a comunità cristiane. Carofigli. È stato calcolato che il costo medio annuale di un figlio in Svizzera è di 11.104 franchi; per due figli di 14.412 franchi. Non sono compresi i «costi» indiretti, causati dalla necessità da parte dei coniugi (in particolare della moglie) di ridurre o cessare il lavoro remunerato e le relative conseguenze finanziarie, ad esempio sulle future rendite AVS. Tutto compreso, il «costo» di due figli diventa di fr. 18.096, e quello di tre figli raggiunge mediamente fr. 21.852 (da «Echo Magazine»).
Dal Diario berlinese Nel febbraio del 1973 Max Frisch si trasferì con la seconda moglie Marianne a Berlino Ovest. Nei quasi sette anni trascorsi principalmente nella città, con brevi intervalli nel villaggio di Berzona nel Canton Ticino e a New York, Frisch tenne un diario per il quale pose un divieto di pubblicazione della durata di 20 anni dopo la morte, quindi fino al 2011. Trascorso questo periodo, un’ampia scelta dal diario è stata pubblicata dall’editore storico di Frisch, il Suhrkamp Verlag. I due volti del successo letterario, la vecchiaia e la morte, il tempo che passa, le cose che si perdono, i rapporti non sempre facili coi colleghi scrittori, la difficoltà di trovare una vera Heimat, e soprattutto Berlino, la città del Muro, simbolo ed emblema di un’intera epoca: anche nelle pagine del diario berlinese Frisch si rivela uno scrittore dotato di una straordinaria capacità di osservazione, che coglie nel minimo dettaglio la cifra più autentica della vita del singolo individuo e della società che lo circonda. di Max Frisch, a cura di Mattia Mantovani, prefazione di Goffredo Fofi Collana «I Cristalli», form. 12,5 x 21 cm, 232 pagine, con inserto fotografico in b/n, Fr. 20.– Armando Dadò editore Via Orelli 29 - 6601 Locarno - Tel. 091 756 01 20 - Fax 091 752 10 26 - shop@editore.ch - www.editore.ch
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TESTIMONI E MAESTRI Loris Capovilla, segretario e testimone Il 26 maggio è morto a Bergamo, all’età di cento anni, il cardinale Loris Francesco Capovilla, segretario particolare del patriarca di Venezia Angelo Giuseppe Roncalli, in seguito papa Giovanni XXIII. Era il più anziano dei vescovi italiani e dei cardinali, essendo nato il 14 ottobre 1915 presso Padova. Ordinato prete il 23 maggio 1940, aveva servito per parecchi anni in parrocchia e lavorato nella stampa diocesana, quando nel 1953 era stato scelto come segretario particolare da mons. Roncalli, trasferito da nunzio diplomatico in Francia a reggere la Chiesa veneta; per poi seguirlo nel 1958 in Vaticano e assisterlo fino alla morte, avvenuta nel 1963. Paolo VI l’aveva voluto come esperto nel Concilio Vaticano ormai in corso, poi nel 1967 l’aveva nominato arcivescovo di Chieti e quattro anni più tardi, nel settembre 1973, delegato pontificio alla basilica della Santa Casa di Loreto. Qui sarebbe rimasto fino al 1988, per poi trasferirsi a Sotto Il Monte, paese natale del «suo» papa, nella villa dove papa Roncalli, allora diplomatico vaticano, trascorreva (pagando l’affitto!) le vacanze, ora trasformata in un museo del papa bergamasco. Papa Francesco, nel primo concistoro del suo pontificato, lo aveva fatto cardinale, qualche mese prima di canonizzare Giovanni XXIII, di cui mons. Capovilla continuava a rinnovare la memoria, sia accogliendo i visitatori a Sotto il Monte, sia intervenendo con lettere e scritti e testimonianze personali.
Un musulmano sindaco di Londra Londra è una delle città più cosmopolite: nove milioni di abitanti, di cui quasi il 40% di origine straniera. Non c’era da stupirsi dunque nell’immaginarla governata da un sindaco di origine non proprio british, poteva stupire invece che il primo cittadino fosse di origine e fede musulmana. Sadiq Khan, nato a Londra 46 anni fa da una famiglia di immigrati pachistani, ha vinto le elezioni il 5 maggio scorso con il 56,8% dei voti, uno dei margini maggiori mai ottenuti da un candidato sindaco. Figlio di un conducente di autobus e di una sarta, cresciuto nelle council houses, le case popolari, insieme a sette tra fratelli e sorelle, musulmano praticante (prega cinque volte al giorno), avvocato impegnato nella difesa dei diritti civili, Khan, che a Londra è nato, è il tipico prodotto di una città fra le più multi-etniche al mondo. Ma dal momento della vittoria alle «primarie» è iniziata nei suoi confronti una campagna denigratoria fortemente incentrata sui temi religiosi, solitamente meno centrali nel dibattito pubblico. A far leva sul presunto radicalismo di Khan è stato soprattutto il suo sfidante, il multimilionario aristocratico Zac Goldsmith, che in varie occasioni ha posto l’accento sulle sue amicizie con personaggi vicini alle tesi più estremiste dell’Islam, che in lui troverebbero un punto di riferimento politico. Accuse da cui Khan si è sempre difeso ricordando le battaglie combattute contro il terrorismo e le minacce ricevute da parte di credenti radicali dopo esser stato fra i promotori della legge per le unioni gay. Khan, che nel Regno Unito è divenuto celebre nel 2010 per aver rifiutato un aumento dello stipendio da parlamentare per rispetto nei confronti dei tanti connazionali che soffrono per la crisi economica, ha incentrato la campagna elettorale soprattutto sull’emergenza abitativa, promettendo la costru-
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zione di 80.000 nuovi alloggi di edilizia popolare all’anno. Per il giuramento ha scelto un luogo simbolico: la cattedrale anglicana di Southwark. La prima uscita pubblica, accolta calorosamente, è stata domenica 8 maggio per la commemorazione della Shoah, organizzata dalla comunità ebraica locale e dal rabbino capo Ephraim Mirvis.
Un vescovo per la Chiesa di base Il cardinale Silvano Piovanelli è morto il 9 luglio scorso a Firenze all’età di 92 anni. Nato a Ronta nel Mugello il 21 febbraio 1924 da una famiglia umile, a undici anni Piovanelli decise di andare a Firenze in seminario e lì trascorse tutta la sua vita. Come compagno di studi, dal 1943 al 1947, ebbe, tra gli altri, don Lorenzo Milani, ordinato prete assieme a lui, nel 1947. In seminario con Piovanelli, seppure in una classe diversa (erano un paio di anni avanti negli studi), erano stati anche Enzo Mazzi e Bruno Borghi, tra i protagonisti della stagione di maggiore fermento postconciliare della Chiesa fiorentina, tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70. Il suo primo incarico pastorale fu quello di vicario cooperatore di mons. Giulio Facibeni, parroco del rione Rifredi, quartiere operaio, e tra gli animatori del dibattito ecclesiale che anticipò ed accompagnò l’indizione del Concilio Vaticano II. Nell’ottobre 1948 Piovanelli fu chiamato ad assumere l’incarico di vicerettore del seminario minore. Fu per 12 anni amico e collaboratore del rettore mons. Enrico Bartoletti, figura chiave del post-Concilio dapprima come arcivescovo di Lucca e poi come segretario della Conferenza episcopale italiana. Nel 1960 fu nominato parroco a Castel fiorentino. Lì Piovanelli promosse un esperimento di conduzione pastorale comunitaria, affidando al consiglio pastorale parrocchiale sia la gestione pastorale sia quella amministrativa e finanziaria. Ordinato vescovo il 24 giugno 1982, il 18 marzo 1983 fu eletto arcivescovo di Firenze succedendo a Benelli, che l’aveva voluto suo vicario generale. Alla comunità dell’Isolotto resta legata una parte significativa dell’esperienza umana e pastorale di Piovanelli, il quale, quando scoppiò il «caso» fu tra coloro che cercarono di mediare tra la comunità e la Curia (fu con altri preti fiorentini firmatario di una lettera all’arcivescovo dell’epoca, il card. Ermenegildo Florit), Ma Florit, già responsabile dell’esilio di don Milani a Barbiana, tirò dritto e infine – sordo ad ogni tentativo di dialogo con il popolo diocesano e il presbiterio – impose la rimozione di don Enzo Mazzi da parroco. La frattura si compose soltanto nel 1985, proprio grazie a Piovanelli che, da poco eletto arcivescovo di Firenze e fresco anche di berretta cardinalizia, fece due scelte significative: si recò dapprima a Barbiana e poi, il 24 novembre, fece visita alle «baracche verdi» per incontrarvi la Comunità dell’Isolotto. Piovanelli è legato anche ad un’altra comunità di base fiorentina, quella delle Piagge, da vent’anni animata da don Alessandro Santoro. Fu Piovanelli a ordinare prete don Alessandro, il 6 ottobre del 1990, e poi, nel 1994, a mandarlo alle Piagge, difendendolo sempre. Come quando, nel 1996, il giovane prete lasciò la sua casa e si chiuse in una piccola baracca per manifestare solidarietà ai tanti senzatetto. Piovanelli gli aveva dato un appartamentino, perché potesse stare in mezzo alla sua gente: lui dette la casa a una famiglia. Al Te Deum di fine anno Piovanelli disse: «Questa Chiesa continuerà a essere viva finché continueranno a esserci preti che danno ai poveri la loro casa e scelgono di andare ad abitare nella cabina della luce» (Valerio Gigante, «Adista», 30 luglio 2016).
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notiziario (in)sostenibile a cura di Daria Lepori
Orto pedagogico. Un collettivo di cittadine e cittadini di Losanna ha rea lizzato un progetto per la ripresa e lo sfruttamento della fattoria Rovereaz. Quattro obiettivi: agricolo, economico, pedagogico e sociale. Durante due settimane, in aprile e in giugno, quattrocento persone hanno partecipato a titolo volontario alla messa in opera di un «orto pedagogico» secondo i principi della permacoltura. Durante i primi mesi e sotto la guida dell’Association Permaculture Estudiantine Lausanne, l’orto è stato accudito e intrattenuto. Con l’inizio dell’anno scolastico esso è a disposizione di allievi di ogni età per sensibilizzare sull’alimentazione, la riscoperta dei ritmi della natura e la solidarietà. Si sciolgono i ghiacciai. Ancora nel 1973 si poteva dire che in Ticino esistessero vari ghiacciai. Oggi quelli che meritano ancora questo nome sono solo due: l’Adula e il Basodino. Anche se quest’anno la perdita di lunghezza e di profondità delle ultime nevi perenni ticinesi potrebbe essere meno importante dello scorso anno, la tendenza è irreversibile, tanto che il 2039 è già stato indicato come l’anno della sparizione del ghiacciaio del Basodino. Climatizzatori fai-da-te. Ci stiamo lasciando alle spalle un’estate calda, anche se non veramente torrida. Molti avranno fatto ricorso ad apparecchi per la climatizzazione dei locali, magari soffrendone qualche danno collaterale (il torcicollo, il «colpo della strega», il mal di gola). Ma è enorme il consumo di energia che implica l’uso della climatizzazione. Molti elettrodomestici diventano ogni anno più efficienti, consumando sempre meno: non così i climatizzatori, che necessitano di molta energia per raffreddare l’aria. In molte regioni del globo, dove si devono sopportare temperature molto più alte che da noi, un impianto di climatizzazione è impensabile. A Dacca, nel Bangladesh, un progetto ha coinvolto gli abitanti di una bidonville nella fabbricazione di 25.000 semplici impianti di raffreddamento dell’aria, utilizzando bottiglie PET usate. Come? Ecco una descrizione sommaria, per chi non ha la possibilità di visionare il filmato (reperibile su YouTube digitando ECO-COOLER). Si tagliano le bottiglie a circa 15 cm
dal collo, si asporta il fondo del coperchietto lasciando in pratica soltanto le pareti con le scanalature della vite; si praticano in un pannello di cartone resistente (o legno compensato) tanti fori quante sono le bottiglie a disposizione (una quarantina per un pannello di ca. 70 x 70 cm). I fori devono avere il diametro del tappo e sono allineati, così che le bottiglie possano esservi infilate tutte una vicino all’altra. Si fissano quindi le bottiglie avvitando l’anello del tappo: si hanno così da un lato del pannello le parti larghe delle bottiglie e dall’altra quelle strette. Poi si posiziona il pannello davanti a una fonte d’aria, per esempio una finestra o una feritoia; l’aria convogliata verso il restringimento viene compressa, raffreddandosi. (È lo stesso principio per cui, alitando nel cavo della mano, percepiamo calore, mentre se vi soffiamo sopra con le labbra, come quando fischiamo, il getto d’aria è freddo). Questa climatizzazione non necessita energia e ottiene di abbassare la temperatura di 5°C. Camion meno inquinanti. Gli autocarri sono responsabili del 20% delle emissioni di CO2 in Europa, anche se sono solo il 5% di tutti i mezzi di trasporto. Regolamentare le emissioni che provocano è quindi relativamente importante, nell’ottica dell’auspicata riduzione di questi inquinanti perseguita dopo la firma della nuova convenzione sul clima di Parigi (che 195 Paesi hanno sottoscritto). Diverse imprese, tra cui IKEA e Nestlé, hanno rivolto una lettera alla Commissione Europea, d’accordo con associazioni ambientaliste. Chiedono l’elaborazione di una proposta di legge sugli standard di emissione dei camion. L’Europa dovrebbe seguire l’esempio del Giappone, che come la Cina (!) e gli Stati Uniti, ha introdotto con successo norme per il consumo di carburanti dei mezzi pesanti. L’inusuale coalizione si è rivolta al presidente della Commissione europea, JeanClaude Junker: le imprese hanno fatto notare che si stanno impegnando per la riduzione delle loro emissioni, ma che per i camion è necessario l’intervento della politica. In Svizzera l’Iniziativa delle Alpi chiede da tempo un limite per le emissioni di CO2 degli autocarri e sostiene l’impegno delle ditte firmatarie. Oltre alla riduzione
di queste emissioni è però necessario che il trasferimento delle merci dalla strada alla rotaia si realizzi nella misura maggiore possibile. Ginevra più verde. 6,4 milioni: è il budget di cui si è dotata la città di Ginevra per rinverdire il suo territorio. Sull’arco di sei anni questa somma sarà spesa per piantare 190 nuovi alberi, formare aiuole alla base di altri 300 alberi, convertire tremilacinquecento metri quadrati di asfalto in spazi verdi. L’obiettivo è ambizioso perché entro il 2020 la città vuole pure rinunciare all’utilizzo di prodotti fitosanitari e ridurre l’impiego di risorse umane, secondo il principio: la natura non va «domata» ma «accompagnata». L’obiettivo è che ognuno trovi nelle sue vicinanze una panchina su cui sedersi e da dove sia possibile godere della vista di alberi e aiuole: insomma della bellezza della natura. Un orecchio di riguardo. Quest’anno la comunità oeku-Chiesa e ambiente festeggia il trentesimo di fondazione. L’associazione pubblica un trimestrale bilingue e si impegna a sensibilizzare le Chiese svizzere al tema dell’ecologia, o (come si usa dire da quando Francesco ha pubblicato l’enciclica Laudato si’) alla cura della casa comune. In ottobre si svolge la campagna che intende sensibilizzare le parrocchie e altre comunità. Quest’anno è intitolata: «Ein Ohr für die Schöpfung» (Un orecchio di riguardo per il creato). Miniere di città. I residui di combustione sono un grande potenziale energetico che viene sfruttato negli inceneritori di rifiuti urbani. Negli ultimi decenni molte innovazioni hanno ottimizzato il processo di combustione e minimizzato le emissioni nocive. Ma il potenziale di materie prime contenute nei residui di combustione è ancora poco valorizzato. Mentre il ferro viene estratto con una calamita, il recupero di altri metalli preziosi quali il rame, l’argento e l’oro rappresenta una grande sfida tecnica. Un nuovo impianto di trattamento unico al mondo permette ora di riciclare la quasi totalità dei minerali contenuti negli scarti. Si riesce così a diminuire le quantità residue, a chiudere il circui to di riciclaggio dei metalli e a evitare l’impatto ambientale legato all’estrazione mineraria delle materie prime in altri paesi. Il recupero dei preziosi metalli è un guadagno in termini sia ecologici sia economici.
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opinioni
Fanatismo, convivenza, integrazione
Non solo burka e burkini Mentre continuano a scoppiare bombe micidiali (fin qui la «tranquilla» Svizzera è stata risparmiata, ma già conta alcune vittime all’estero…), il caldo estivo (che cuoce anche qualche cervello) ci ha regalato la discussione sui burkini, temuti da cacciatori di fantasmi e sollazzo per giornalisti in carenza di pezzi forti. Anche il presidente dei protestanti svizzeri, pastore Locher, ha voluto dire la sua «contro il burka», subito seguito dalla Conferenza dei vescovi svizzeri, evidentemente preoccupata di mancare all’appuntamento mediatico, limitatasi a schierarsi per il «viso scoperto» (almeno avessero auspicato anche l’abbandono delle «facce di bronzo» di quei politici che su burka e burkini costruiscono i loro successi politici). Per fortuna, le gazzette riferiscono anche qualche notizia e considerazione più riflettuta, che non si limita al vestiario femminile ma cerca di allargare e approfondire il dibattito. La studiosa musulmana Rifa’at Lenzin, ospite del Sinodo della Chiesa riformata nei Grigioni, ha presentato una relazione sulla sfida costituita dal ritorno della religione in un contesto caratterizzato dalla secolarizzazione e dall’immigrazione. La studiosa ha affermato che negli ultimi anni la minoranza islamica in Svizzera è vista con crescente sospetto (minareti, burka e burkini, strette di mano negate…) e ha auspicato che le comunità islamiche siano riconosciute, ciò che impedirebbe la creazione di società parallele e spingerebbe i musulmani ad assumere maggiori responsabilità nei confronti della società che li ospita. Per un dibattito più ampio si è espresso anche il neopresidente nazionale dei democratici popolari, lo svittese Gerhard Fischer, postulando una legislazione che affronti il problema generale del rapporto tra Stato democratico e comunità religiose, suscitando la reazione polemica del presidente nazionale dei socialisti svizzeri, il quale da cattolico friburghese laico non condivide le proposte del cattolico svittese clericale. A Friburgo, nel frattempo, il Centro Svizzero Islam e Società, voluto anche dalla Confederazione, è stato
inaugurato solennemente lo scorso 13 giugno. A sua volta, l’Università di Lucerna ha annunciato la creazione di un Centro di teologia comparata di cristianesimo, islam ed ebraismo, al fine di contribuire al dialogo interreligioso. Il Consiglio federale (rispondendo alla consigliera nazionale zurighese Rosemarie Quadranti) non ritiene tuttavia di occuparsi della formazione degli imam, ritenendo che i rapporti tra Chiese e Stato siano (anche su questo punto?) competenza cantonale. Il tema del riconoscimento delle comunità musulmane è ormai allo studio in diversi cantoni (Basilea, Vaud, Neuchâtel, Ginevra – «le Courrier» del 28 luglio): potrebbe avere parecchie funzioni, dal contributo all’integrazione e collaborazione in campo sociale a un controllo sulla formazione degli imam e sul finanziamento delle moschee, per evitare infiltrazioni estere (come denunciato dal consigliere nazionale Lorenzo Quadri). Un primo passo è in via di sperimentazione a Zurigo, dove nel Centro per richiedenti asilo sono attivi tre «assistenti religiosi» musulmani (tra cui una donna).Merita di essere qui menzionato anche l’invito dell’imam Jelassi, della moschea di Lugano, il quale ha proposto ai musulmani di manifestare domenica 28 agosto solidarietà con i cattolici condannando l’assassinio di un sacerdote in Francia. L’invito ha raccolto l’approvazione del vescovo di Lugano mons. Lazzeri, ma, per mancanza di sufficiente informazione e fors’anche per la stagione estiva (sono passati i tempi in cui mons. Leber affermava «l’Azione cattolica non va in vacanza!»), ha avuto scarso seguito. La proposta va rilanciata, con adeguato sostegno da parte cattolica, mentre sale la percentuale di coloro che pensano, proibendo il burka (e magari anche il burkini) con un articolo costituzionale, di risolvere un problema mondiale in quanto coinvolge tutti i Paesi confrontati con un sempre maggiore e variegato pluralismo religioso e culturale. Stabiliremo dunque per legge che bisogna stringere la mano alla signorina maestra alla fine della lezione? E per combattere il dilagare tra i maschi del doppio o triplo bacio, obbligatorio o facoltativo, a quando un’altra iniziativa costituzionale?
No. 243
In questo numero I corsivi di «Dialoghi» G ripiegati sulle proprie abitudini (E.M.)
2
G «prima i nostri» (a.l.)
2
G doveroso ricordo (a.l.)
2
G invito allo studio (a.l.)
2
Articoli G il concilio degli ortodossi (Luigi Sandri)
3
G omofobia, tra libertà e responsabilità (Aldo Lafranchi)
4
G per «tradurre la tradizione» in amoris laetitia (Andrea Grillo) 9 G interesse pubblico e rivelazioni giornalistiche (Enrico Morresi) 10 G maddalena apostola (Giancarla Codrignani)
11
G non solo burka e burkini
24
G cronaca internazionale
4, 13
G religioni nel mondo
5
G parole di francesco
8
G notizie belle e buone
12
G cronaca svizzera
15
G testimoni e maestri
18
G notiziario (in)sostenibile
19
dialoghi di riflessione cristiana www.dialoghi.ch Comitato: Alberto Bondolfi, Ernesto Borghi, Serse Forni, Aldo Lafranchi, Alberto Lepori, Daria Lepori, Enrico Morresi, Margherita Noseda Snider, Marina Sartorio, Carlo Silini Redattore responsabile: Enrico Morresi Redazione: Enrico Morresi, via Madonna della Salute 6, 6900 Massagno, tel. +41 (0)91 966 00 73, enrico.morresi@sunrise.ch Amministratrice: Alliny Antunes Richina, via Roncaccio 7, 6900 Lugano, tel. +41 (0)91 79 419 22 08, allinyg@hotmail.com Stampa: Tipografia-Offset Stazione SA, Locarno I collaboratori occasionali o regolari non si ritengono necessariamente consenzienti con la linea della rivista. L’abbonamento ordinario annuale (cinque numeri) costa fr. 60.–, sostenitori da fr. 100.– Un numero separato costa fr. 12.– Conto corr. post. 65-7205-4, Bellinzona.