241 dialoghi Locarno – Anno 48 – Aprile 2016
di riflessione cristiana BIMESTRALE
«Amoris lætitia»: tra princìpi e misericordia Papa Francesco ha pubblicato l’Esortazione apostolica sulla famiglia, dopo due Sinodi divisi sulla misericordia da usare per quando non sono rispettati i principi del matrimonio cristiano. Pag. 10
Religioni a scuola: a un punto morto? Ritirata l’iniziativa, accantonato il problema dell’insegnamento della religione nelle classi di scuola media del Cantone Ticino? La prospettiva è inaccettabile, perché significa rassegnarsi a crescere una generazione di ignoranti! Pag. 2
Reddito di cittadinanza: una bella utopia Il 5 giugno si vota in Svizzera per introdurre il «reddito di cittadinanza»: una sorta di AVS per le giovani generazioni. Allo studio in altri Paesi, da noi è un Signor Nessuno! Eppure ci si ragiona da tre secoli… Pag. 3
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i corsivi di dialoghi
I corsivi di dialoghi Responsabili dell’ignoranza In una intervista al «Popolo e Libertà» (15 gennaio 2016), don Rolando Leo, responsabile dell’insegnamento religioso per la Diocesi, ha informato che circa solo la metà degli studenti della scuola media frequentano il corso impartito da un insegnante designato dalla Chiesa cattolica; ma la percentuale precipita clamorosamente con l’età: 80% in prima, 65% in seconda, meno del 50% in terza, e sotto il 30% in quarta; quasi scomparsa la frequenza (attorno al 3%) nelle medie superiori. La tendenza negativa continua da anni: se nel 2008 la frequenza all’ora di religione era nelle scuole medie ancora del 60%, nelle quarte medie era del 46,03% e nelle superiori già sotto il 10%; va tuttavia considerato che nel frattempo sono aumentati gli allievi non cattolici, specialmente per effetto dell’immigrazione. Da tempo questo fenomeno è noto, e altrettanto radicata tra gli informati la necessità di un’«alfabetizzazione sulle religioni» in una società plurireligiosa e pluriculturale. Dell’ignoranza diffusa, pericolosa fonte di intolleranze, è responsabile per tutti gli allievi in primo luogo la scuola pubblica (oggi il consigliere di Stato Manuele Bertoli, che dovrebbe esserne alla testa…) e poi i responsabili delle Chiese (e specialmente della più numerosa Chiesa cattolica) se dopo sollecitazioni parlamentari, commissioni di studio, sperimentazioni triennali e voluminosi rapporti (quanto è stato speso di soldi pubblici per tutto quanto, pur necessario?), non si è arrivati a una soluzione gradita e concordata tra i diversi «responsabili». La scuola pubblica ha il dovere di assolvere ai suoi compiti, nel modo che ritiene più adeguato e opportuno, anche se la Chiesa cattolica si rassegna a «pascolare» le pecore che sono rimaste nell’ovile. Nel dicembre 2008, n. 204, «Dialoghi» pubblicava un editoriale dal titolo «Chi vuole l’ignoranza, provoca l’intolleranza» e poche settimane dopo si dava inizio ad una «sperimentazione» che avrebbe dovuto facilitare la soluzione del problema, il quale ora sembra che non ci sia più perché è stata ritirata una mozione parlamentare! Come cattolici ci spiace (e siamo preoccupati) dell’ignoranza religiosa
di molti appartenenti alla nostra Chiesa, ma sappiamo che il rimedio non va ricercato nella «stampella» dell’insegnamento scolastico «confessionale». Come cittadini siamo preoccupati della cultura e della pace sociale del nostro Cantone e chiediamo al Consiglio di Stato di provvedere con proposte concrete per ovviare all’ignoranza dei giovani ticinesi (tutti i giovani ticinesi!). La nuova materia (storia delle religioni, o cultura religiosa, o quant’altro) può essere inserita nel programma scolastico senza abolire l’art. 23 della Legge della scuola che prevede un insegnamento religioso da parte delle Chiese ed è in via di estinzione! Col diritto, come cittadini, di giudicare se la soluzione adottata sarà o no adeguata. a.l.
«Spotlight» luce necessaria Con molta probabilità Spotlight, malgrado l’Oscar ricevuto, non passerà alla storia del cinema per originalità – in questo i critici (cinematografici) hanno ragione. Il modello copiato quasi alla lettera era «Tutti gli uomini del Presidente», il film del 1976 diretto da Alan J. Pakula e ispirato al libro di Bob Woodward e Carl Bernstein sul «caso Watergate», che portò alle dimissioni del presidente degli Stati Uniti Richard Nixon. Ma Spotlight contribuisce a tener viva la discussione circa gli abusi su minori commessi da personale religioso durante moltissimi anni e sulla politica della dissimulazione condotta dalle autorità ecclesiastiche fino allo scoppio delle polemiche negli anni all’inizio del secondo millennio. I casi che portarono alle dimissioni dell’arcivescovo di Boston card. Bernard Law nel 2002 non erano casi isolati. Altri, scoperti in Irlanda, hanno sollevato una tempesta di non minore intensità (e non si trattava solo di abusi sessuali ma anche di sfruttamento delle condizioni sociali disagiate delle vittime). In altri Paesi, dove è immaginabile che siano stati pure commessi reati di questo tipo, una cortina di discrezione copre tuttora le magagne scoperte. Ma, ora almeno, il modo di affrontare quelle tragedie è cambiato – e, bisogna riconoscerlo, su impulso anche degli ultimi due papi: Benedetto XV e papa Francesco. Il «Giornale del Popolo» ha definito
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Spotlight «un riflettore che lascia molto in ombra». L’articolo di don Arturo Cattaneo (5 marzo 2016, p. 9) sottolinea giustamente che nella Chiesa «adesso vige la “tolleranza zero”». Ma non è vero che «ciò che si cerca di inculcare nello spettatore è l’idea che la pedofilia sia un problema sistemico della Chiesa, come se fossero le sue regole e i suoi insegnamenti a favorirne la diffusione». Questo processo alle intenzioni non è per niente evidente a chi veda il film senza paraocchi (criticabile a me è parso solo un accenno, nei titoli di coda, al trasferimento di Law alla Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma…). Mi pare più corretta la posizione del domenicano Philippe Lefebvre, professore a Friburgo, pubblicata da «Echo» del 3 marzo. Il religioso traccia un parallelo tra i fatti narrati nel film e quelli rivelati da un’inchiesta svolta nel Canton Friburgo per incarico del vescovo Morerod: «Per decenni, dei bambini furono maltrattati e molti di essi abusati da preti. Le denunce si sono succedute sullo scrittoio dei vescovi in carica in quel periodo (1929-1955) ma nessuna denuncia ebbe un seguito penale, salvo due, verso la fine. La Chiesa mantenne un silenzio totale […]. Molti aspetti di quel caso sono simili a quelli mostrati da “Spotlight”: la collusione dei poteri civile e religioso, in particolare, che evitava le fughe di notizie». La lezione è stata imparata? Chissà. «Adista», sui numeri del 20 e del 27 febbraio, cita un monsignore francese, di dubbia fama per altro, che contesta il dovere dei vescovi di denunciare i casi all’autorità giudiziaria; il periodico segnala pure come sospetta la rimozione del fondatore dell’associazione britannica delle vittime di abusi dalla Commissione pontificia per la protezione dei minori voluta da papa Francesco. È vero che l’attualità preme, non tutte le notizie sono precise al cento per cento: ma la guardia va tenuta alta e la tentazione di minimizzare vista in sospetto. A me, personalmente, come giornalista, il film è piaciuto in quanto ribadisce il ruolo dell’informazione nelle nostre società mature, ruolo continuamente contestato malgrado la chiarezza del dettato costituzionale che difende l’interesse pubblico della notizia. Il giornalismo di ricerca seguita a scontrarsi con ostacoli di ogni genere: il sistema legale opaco, per esempio, o la solitudine dei whistleblowers, senza escludere la pigrizia e il comodo di chi dirige i giornali (anche questo aspetto è posto in rilievo nel film). E.M.
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La «bella utopia» del reddito minimo garantito su cui andremo a votare il prossimo 5 giugno Le origini1 L’idea del reddito minimo garantito inizia a prendere spazio nelle opere degli umanisti del XVI secolo: tra i primi Thomas More (1478-1535) e Johannes Ludovicus Vives (14921540). In Utopia, l’opera più famosa dello scrittore inglese, il viaggiatorefilosofo «Raffaello» narra di una conversazione avuta con l’arcivescovo di Canterbury, nella quale egli sottolinea quanto la pena di morte inflitta ai ladri non sia efficace: per la sproporzionata severità dell’atto e per la sua inutilità come deterrente, dato l’enorme numero dei furti. Sarebbe più utile, sostiene «Raffaello», dare i mezzi di sussistenza a tutti piuttosto che punire chi ruba per mangiare. Ma è a Vives (1492-1540), con il suo De Subventione Pauperum, che si deve la vera a propria ispirazione per la creazione dei sistemi di welfare come li conosciamo oggi. Il filosofo catalano attivo nelle Fiandre propone un vero e proprio modello di assistenza ai poveri, che consenta loro di raggiungere un livello minimo di sussistenza in cambio della disponibilità a lavorare. Così facendo, oltre a contribuire al finanziamento del sistema pubblico, l’autore ritiene che gli individui starebbero lontani dalle attività immorali, possibili cause della loro povertà. In questo caso, il lavoro denota una connotazione virtuosa. * Amalia Mirante, docente di economia politica e di etica economica alla Supsi e all’USI, è nata e cresciuta in Ticino in una famiglia di immigrati calabresi e il 10 aprile è stata rieletta municipale a Torricella Taverne. Conseguiti la licenza e il dottorato in economia all’Università della Svizzera italiana, allieva di Mauro Baranzini, ha pubblicato con lui nel 2013 il volume «Economia politica» (CEDAM, Milano). Pure con Baranzini nel 2013 ha pubblicato un saggio nel primo volume di «The Oxford Book of Post-Keynesian Economics» (Oxford University Press). Sempre con il prof. Baranzini, è prevista per quest’anno una pubblicazione presso la Palgrave Macmillan. 1. Le considerazioni di questa sezione si fondano sul lavoro svolto a partire dagli anni Settanta dal gruppo di studiosi che ha fondato in seguito il BIEN (Basic Income European Network, poi divenuto Basic Income Earth Network); in particolare per l’origine del reddito di cittadinanza sul materiale presentato dal BIEN e sui lavori svolti da Philippe van Parijs e Yannick Vanderborght.
La seconda idea del sussidio condizionato a particolari bisogni e necessità si sviluppa a partire dalle fine del XVIII secolo: dapprima con l’idea, dovuta al francese Nicolas de Condorcet (1743-1794), di un sistema di assicurazioni sociali (paragonabile ai nostri sistemi odierni: pagamento di premi e riscossione dell’indennità al momento dell’evento), poi con il contributo di Amalia Mirante*
dell’americano Thomas Paine (17371809), che suggerisce il pagamento di un’indennità a tutti prescindendo dalla situazione economica. Per il filosofo questo compenso deriverebbe dal diritto del cittadino comune di essere risarcito per il riconoscimento ad alcuni della proprietà privata, che di fatto sancisce l’appropriazione della terra, bene comune, a vantaggio solo di alcuni. Il tema della legittimazione della proprietà privata, che aveva avuto nell’inglese John Locke (1632-1704) il primo pensatore a sancirne la giustificazione, associandola al risultato del lavoro, era stato sin dall’Antica Grecia un tema di particolare interesse filosofico. Ma è a Charles Fourier (1772-1837) e a un suo discepolo in particolare, Joseph Charlier (1916-1896), che si deve la prima vera e propria formulazione del reddito di cittadinanza. Charlier associa il diritto naturale alla proprietà della terra alla necessità di compensarlo come proposto da Paine, cioè con il diritto a un reddito, che l’autore chiamerà dividendo territoriale. Sarà tuttavia John Stuart Mill (1806-1873) a dare notorietà a quest’idea, qui ripresa da una citazione liberamente tradotta, molto vicina al modello posto in votazione nei prossimi mesi in Svizzera, soprattutto per quanto concerne la logica della distribuzione del prodotto e quindi del finanziamento del sistema proposto. «Nella distribuzione, una certa quantità [di prodotto] è assegnato in maniera primaria per la sussistenza di ogni membro della comunità, che sia idoneo o meno al lavoro. Il resto del prodotto è diviso in certe proporzioni, determinate in precedenza, tra i tre elementi, Lavoro, Capitale e
Talento»2. È da questo momento che si getteranno le basi su cui edificare, nel XX secolo, lo stato sociale. Oggi il dibattito sul reddito di cittadinanza è in pieno fermento in Francia, Inghilterra, Germania, Paesi Bassi, Norvegia e in buona parte dei Paesi europei, anche se l’unica esperienza concreta ha avuto luogo in Alaska, dove si è deciso di destinare ai cittadini i profitti derivanti dallo sfruttamento dei giacimenti di petrolio, in quanto ritenuti un bene comune. In media tale importo è stato di circa 300 dollari all’anno ma, in funzione del prezzo del petrolio, ha potuto raggiungere anche i 2.000 dollari. Di questi giorni è la notizia che in Finlandia è stato consegnato il primo rapporto preliminare analizzante i modelli di reddito di base che potrebbero essere introdotti: si va da un reddito di base totalmente incondizionato a uno solo parziale, passando per un modello basato sull’imposta negativa (meccanismo già noto negli Stati Uniti negli Anni 60 e 70). L’esperimento pilota vero e proprio prenderà avvio nel 2017-18. Il reddito di cittadinanza e lo stato sociale La proposta dell’istituzione di un reddito di cittadinanza in Svizzera, sulla quale saremo chiamati ad esprimerci nel mese di giugno, è un’importante occasione per discutere e dibattere di tematiche e problematiche fondamentali per la nostra società: dal concetto di vita dignitosa al principio di sussidiarietà che regge il nostro sistema di sicurezza sociale, passando per il mondo del lavoro e per l’importanza che esso ha per la realizzazione dell’individuo, senza omettere il ruolo dello stato sociale. A questa iniziativa si deve, prescindendo dal risultato finale, il merito di farci riflettere su argomenti
2. «In the distribution, a certain minimum is first assigned for the subsistence of every member of the community, whether capable or not of labour. The remainder of the produce is shared in certain proportions, to be determined beforehand, among the three elements, Labour, Capital, and Talent» (J.S. Mill, Principles of Political Economy, 2nd ed., II.1.22, 1849).
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La terra è di tutti Tutto cominciò con Adamo ed Eva, quando Dio disse: «Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero fruttifero che produce seme: saranno il vostro cibo» (Genesi 1,29). I progenitori e i loro discendenti («attenti alle mele avvelenate!…») cominciarono pertanto a raccogliere nei boschi e nelle praterie, ma poi trovarono più pratico coltivare le erbe e gli alberi migliori accanto a casa. Poi cominciarono a scambiare i prodotti del loro orto con quelli dei vicini, inventando il baratto, poi pagando con utensili o servizi prestati, poi con conchiglie e soldi, d’oro e d’argento e poi anche di carta, che potevano servire ad ottenere cibo, prodotti e servizi. Era nato il commercio, il lavoro retribuito, l’accumulo del denaro, il capitalismo. Tutti avevano cibo, ma non tutti lavoravano: i più giovani d’età, gli studenti, gli anziani, i malati e infortunati: e già c’era chi lavorava senza essere pagato con soldi (le madri di famiglia, i volontari di ogni specie, i poeti e gli artisti). Per i giovani ci pensava la famiglia, per gli anziani i figli, per malati e infortunati la generosità (o la carità) di tutti; poi anche l’assieme dei vicini (la comunità, e poi lo Stato). Per quando la famiglia mancava, o gli anziani non avevano figli soccorritori, fu inventato lo Stato sociale: per loro e anche per tanti altri. I contadini continuavano a produrre, chi lavorava aveva i soldi per comprare, lo Stato pensava ai minori, agli anziani, agli invalidi; e c’è chi fa tutto questo come lavoro (la burocrazia!). Il modo normale per procurarsi il cibo e tutto il necessario a una vita almeno dignitosa, se non alla felicità, rimaneva il lavoro. Ma alcuni spostarono all’estero le fabbriche e licenziarono gli operai. Qualcuno intanto aveva inventato le macchine (dalla ruota al computer): anche questo era un lavoro e fu retribuito, ma toglieva sempre più lavoro agli altri, diminuivano i lavoratori, aumentavano gli assistiti, aumentavano impiegati e funzionari per soccorrerli (anche quello era un lavoro!) e… Non sappiamo come andrà a finire. spesso trascurati nei tecnicismi e nelle specificità degli argomenti trattati nelle votazioni nazionali e cantonali. Benché il testo in votazione lasci ancora molte questioni aperte, che dovrebbero essere affinate dalle Camere e dal Consiglio federale qualora l’iniziativa fosse accettata, possiamo intuirne le caratteristiche principali. Lo scopo è l’introduzione di un reddito per tutti i cittadini residenti in Svizzera che consenta di condurre un’esistenza dignitosa (i dettagli sulle condizioni per l’ottenimento, come il tempo minimo di soggiorno e il tipo di permesso dei cittadini, sono ancora da stabilire). Il reddito mensile sarebbe di fr. 2.500 per gli adulti e di fr. 625 per le persone sotto i 18 anni. Globalmente, la manovra costerebbe all’incirca 215 miliardi, equivalente al 33% circa del nostro Prodotto Interno Lordo (Pil). A titolo di paragone, l’intera spesa socia-
Adamo ed Eva avevano ricevuto una promessa, valida per loro e per i loro discendenti: la terra è di tutti, è la terra che produce, con il lavoro dell’uomo, ma anche grazie all’acqua ed al sole, che pure sono di tutti, e produce molto di più di quanto possano consumare coloro che lavorano (lo dice la FAO). Qualcuno però adesso (non certo i contadini!) ne tiene troppo per sé. Secondo il rapporto Oxfam diffuso il 18 gennaio scorso, l’1% più ricco della popolazione mondiale possiede più risorse che il resto del mondo. C’è un altro dato, se possibile ancora più agghiacciante: 62 persone concentrano nelle proprie mani la stessa ricchezza di 3,6 miliardi di esseri umani, ossia della metà più povera della popolazione mondiale. Le prospettive non sono minimamente rassicuranti, se è vero che, come è emerso dal Forum economico di Davos, ad attenderci è una quarta rivoluzione industriale, che con il suo insieme di trasformazioni legate alla robotica, all’intelligenza artificiale, alla genetica, alle biotecnologie e alle nanotecnologie, travolgerà come uno tsunami il mercato del lavoro, provocando un significativo calo dell’occupazione (circa 7,1 milioni di lavoratori in meno solo all’interno delle prime quindici economie più sviluppate) («Adista», 13.2.2016). Eppure tutti hanno diritto, lavorino o no, al cibo necessario, a un tetto e a quel minimo che serve per una vita degna: lo dice anche la Costituzione ticinese (art. 13): «Ogni persona nel bisogno ha diritto a un alloggio, ai mezzi necessari per condurre una vita dignitosa conforme alle esigenze della dignità umana (…)». E la Costituzione federale (art. 41) impegna Confederazione e Cantoni a una lunga serie di «obiettivi sociali». Allora, per farla breve, diamo a tutti un «reddito minimo garantito» per una vita dignitosa, con una soluzione meno burocratica possibile, senza troppi formulari e inchieste. Se poi qualcuno (politico o funzionario) dovesse restare senza lavoro, lo daremo anche a lui. (a.l.)
le attuale è dell’ordine di circa il 27% del PIL. Attenzione, però: il reddito di cittadinanza non andrebbe a coprire l’interezza delle prestazioni oggi riconosciute (come le misure complementari oppure quelle di sostegno di tipo non monetario), ma solo quelle inferiori a fr. 2’500. Ecco perché non è possibile ritenere che con questa modifica sarebbero annullati i costi amministrativi e burocratici legati alla gestione degli istituiti e degli enti oggi preposti a sostenere gli individui che necessitano di tali prestazioni: è questo infatti uno dei limiti che gli oppositori mettono in evidenza. Stante il diritto di tutti a condurre un’esistenza dignitosa, il dibattito nasce sul mezzo per consentirla. Il nostro sistema di sicurezza sociale si fonda sul principio di sussidiarietà, il che significa che i nuclei familiari con persone in età lavorativa devono
provvedere al proprio sostentamento in maniera autonoma: in tal modo si responsabilizzano. Se per una ragione qualunque (quindi indipendentemente dall’essere responsabili del proprio stato), l’individuo non è in grado di provvedere al proprio sostentamento, oppure lo toccano uno degli eventi assicurati (così funziona, per esempio, l’assicurazione contro la disoccupazione), lo Stato interviene aiutandolo con prestazioni monetarie o di altro tipo. Il sistema vigente si basa dunque sulla necessità di dimostrare il bisogno e intende l’intervento in maniera sussidiaria; il reddito di cittadinanza, al contrario, fonda la sua ragione d’essere sul diritto a una vita dignitosa, indipendentemente dalla situazione economica individuale e professionale. In sostanza, significa che tutti hanno diritto a questo reddito: siano ricchi o poveri; sia che lavorino, sia che non lavorino.
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Il sistema svizzero
Lavoro e persona
Ma quale è la situazione in Svizzera? Grazie alla politica di ridistribuzione – fondata sia su ragioni economiche (sostenere la domanda aggregata) sia su ragioni etiche e socio-politiche (ridurre le differenze causate dall’economia di mercato prevenendo l’instabilità politica e sociale, che metterebbe a rischio la democrazia stessa) –, il sistema svizzero parrebbe funzionare abbastanza bene: insieme con un’alta partecipazione al mercato del lavoro si registrano tassi di povertà, di privazione materiale, di working poor tra i più bassi al mondo. Sondaggi dimostrerebbero che gli svizzeri si dichiarano tra le persone più soddisfatte e felici. Pare vincente, in particolare, la combinazione dei quattro «pilastri» della politica di redistribuzione: (1) le assicurazioni sociali, comprese le prestazioni complementari (AVS, AI, AD, assegni di famiglia), (2) i sussidi diretti e indiretti a persone e a enti (il finanziamento delle case per anziani), (3) la politica della spesa pubblica, (4) un fisco fortemente progressivo e quindi strettamente collegato alla potenzialità economica degli individui. Perché dunque rischiare un salto nel vuoto e mettere in discussione un sistema che funziona? Questa è una delle ragioni, probabilmente la maggiore, che gli oppositori oppongono al radicale cambiamento di paradigma che l’iniziativa propone.
Il mondo del lavoro è attualmente confrontato con problematiche nuove, con cui ancora non è abituato a fare i conti o alle quali non ha ancora dato risposte soddisfacenti: la precarizzazione generale del tempi di lavoro, le difficoltà a conciliare famiglia e attività lavorative, l’aumento dello stress psichico. Si sa che il concetto di lavoro è un prodotto culturale e che il suo valore (e il contributo che dà all’idea di realizzazione dell’individuo) si è modificato nel tempo: da Platone, che riteneva essere il lavoro una necessità per il corpo ma priva di virtù liberatrici, a Marx che individuava nel lavoro l’unica attività propria alla liberazione dell’uomo: tante sono le concezioni succedutesi nel tempo e nelle epoche storiche. Probabilmente, la maggioranza di noi non si riconosce in una «posizione essenzialista forte»: non ritiene cioè che il lavoro sia l’essenza stessa dell’uomo, ciò che lo definisce tale, l’unica attività attraverso la quale l’individuo realizza la propria umanità. La maggioranza parrebbe riconoscere al lavoro una componente essenziale dell’umanità, ma unita ad altre: una condizione necessaria ma non sufficiente alla realizzazione umana (così Jürgen Habermas, Hannah Arendt…). Ma è al lavoro che John Locke per primo attribuisce il diritto alla proprietà privata, e André Gorz sottolinea che proprio l’esercizio di un’attività universalmente scambiabile rende possibile all’individuo di entrare in relazioni «civili» di diritti e
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doveri, indipendentemente dalle relazioni personali; il lavoro consente la partecipazione alla vita sociale e alla sua organizzazione. Valutare dunque solo come conflittuale il rapporto tra lavoro e individuo potrebbe essere limitativo. Certamente lo stato attuale dei rapporti tra individui e mondo del lavoro ha bisogno di correttivi, ma la liberazione dell’individuo dalla relazione al lavoro non può essere l’unica meta cui tendere. Eppure vale la pena… Altri sono i punti deboli dell’attuazione di questa iniziativa: il finanziamento, gli effetti difficilmente calcolabili sull’incentivo a lavorare, soprattutto per le professioni a salario più basso e per quelle a tempo parziale, le possibili conseguenze sulla legittimazione del lavoro delle donne, l’effetto negativo sulle politiche di reintegrazione nel mondo del lavoro, il probabile aumento del lavoro nero, l’effetto possibile di scoraggiamento causato da un aumento delle imposte, la compatibilità (con evidenti riflessi sull’immigrazione) con sistemi statuali esteri che non hanno ancora introdotto un reddito del genere, le conseguenze che queste problematiche posso generare sulla coesione sociale. Malgrado tutto ciò, e a prescindere dalla sorte del progetto in votazione, definito da più parti come una «bella utopia», all’iniziativa va riconosciuto il merito di averci obbligati a riflettere sul senso della nostra vita, un ragionamento che dovrebbe pur sempre stare al centro delle nostre preoccupazioni e decisioni.
Frontiere e coesione Perché e come sta insieme la Svizzera
Che cosa consente alla Svizzera, un paese attraversato da divisioni culturali, sociali, religiose, politiche, di «stare insieme», di trovare comunque una coesione? Come ha potuto la Svizzera, con le sue frontiere interne – comprese quelle fra città e campagna, fra montagne e pianure, fra confessioni religiose – governarsi ed evitare deflagranti conflitti interni? Sono domande che si ricollegano alla storia secolare della Confederazione e che tornano d’attualità nell’epoca della globalizzazione. Oppure, come sembra oggi, è il benessere, o meglio il suo immaginario, l’elemento chiave per sentirsi svizzeri? (...) a cura di Marco Marcacci, Oscar Mazzoleni, Remigio Ratti In collaborazione con Coscienza Svizzera Collana «Le sfide della Svizzera», form. 15 x 22 cm, 204 pagine con cartine a colori e grafici in b/n, Fr. 20.– Armando Dadò editore Via Orelli 29 - 6601 Locarno - Tel. 091 756 01 20 - Fax 091 752 10 26 - shop@editore.ch - www.editore.ch
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testimoni e maestri
TESTIMONI E MAESTRI UN EDUCATORE RIVOLUZIONARIO È morto il 20 febbraio scorso a Managua Fernando Cardenal, «teologo della liberazione» e già ministro dell’educazione in Nicaragua. Nato il 26 gennaio 1934 in una famiglia agiata di Granada, il gesuita Fernando Cardenal Martinez si era unito, come suo fratello Ernesto, ai ribelli del Fronte sandinista di liberazione. Dopo la sconfitta del dittatore Somoza nel 1979 aveva promosso una campagna di alfabetizzazione ed era in seguito stato nominato ministro dell’educazione nel governo di Daniel Ortega. Per questo impegno politico diretto, in urto alle regole ecclesiastiche, era stato da papa Giovanni Paolo II sospeso dal ministero e poi escluso dalla Compagnia di Gesù, con la quale aveva tuttavia mantenuto buoni rapporti. Nel 1990, lasciato l’incarico governativo, si dimise anche dal Fronte sandinista che a suo parere si era allontanato dai principi rivoluzionari. Chiese in seguito di essere riammesso alla Compagnia di Gesù, il che avvenne nel 1996. Fino al 2011 è stato direttore nazionale del movimento di educazione popolare «Fe y alegria».
RIABILITAZIONE PER IL PRETE GUERRIGLIERO A cinquant’anni dalla morte, avvenuta il 15 febbraio 1966, si guarda con occhi nuovi alla figura del prete colombiano Camilo Torres Restrepo, caduto nella sua prima esperienza di combattimento appena quattro mesi dopo il suo ingresso nella guerriglia dell’Esercito di liberazione nazionale della Colombia. Si stanno svolgendo ricerche per riesumarne i resti e consegnarli alla famiglia. L’autorizzazione, data dal presidente Santos, alle ricerche dei resti del prete guerrigliero è stata apprezzata anche dalla Chiesa, a cui peraltro è stata rivolta la richiesta di riconoscere nel sacerdote «la realizzazione più sincera dell’impegno sociale della Chiesa con i poveri». Camilo Torres, uscito da una famiglia della borghesia, aveva seguito studi di sociologia all’Università cattolica di Lovanio, in Belgio, per insegnare poi, a Bogotà, nella Facoltà di sociologia che aveva contribuito a fondare. Benché proposto come nuovo rettore dell’Università di Bogotà, il card. Concha y Cordoba aveva preferito assegnargli l’assai meno pericolosa direzione dell’Istituto di amministrazione sociale, puntando in tal modo a imbrigliarne l’ansia di rinnovamento. Convintosi – come altri esponenti della Teologia della liberazione nel contesto delle lotte guerrigliere dei decenni 60 e 70 – che la lotta armata fosse l’unica via per realmente sollevare le condizioni di vita del popolo, aveva aderito alla guerriglia, ma fino all’ultimo giorno l’amore per il prossimo fu la misura della sua azione: un amore, diceva, che per essere «sincero e vero» doveva essere necessariamente «efficace».
LA LUNGA BATTAGLIA DI JOSÈ RAMOS REGIDOR È morto a Roma il 9 dicembre 2015, all’età di 85 anni e dopo lunga malattia, José Ramos Regidor, testimone importante del Concilio, protagonista in particolare di quel vasto movimento teologico, politico ed ecclesiale passato alla storia come «Teologia della liberazione». Nato in Spagna
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nel 1930, risiedeva in Italia, dove era stato destinato negli anni Sessanta, come salesiano, all’ateneo romano della Congregazione, dove insegnava e incontrò Giulio Girardi e Gerard Lutte. Insieme con loro aveva cercato di elaborare una pedagogia che, sulla scia di Don Bosco, rispondesse alle esigenze dei giovani delle periferie. Nel 1969, assieme a Giulio Girardi, fu espulso prima dall’ateneo e poi dalla stessa congregazione salesiana. Si era allora avvicinato intanto al mondo delle Acli (l’associazione cattolica dei lavoratori italiani) che pure, in quegli anni, aveva fatto la «scelta socialista». Fu tra i fondatori di COM, il settimanale collegato all’esperienza della nascente comunità di base di San Paolo fuori le Mura, cresciuta attorno alla figura dell’abate Giovanni Franzoni, poi diventato «COM–Nuovi Tempi» e attualmente «Confronti». A partire dal 1973 era iniziata anche la sua collaborazione con l’IDOC, Centro internazionale di documentazione e comunicazione fondato a Roma nel 1965 e dedito alla raccolta di documenti internazionali e interconfessionali sullo sviluppo umano e religioso e ai grandi temi del dibattito postconciliare. Sempre nel 1973, dopo le esperienze del Cile (1971) e della Spagna (1972) si era diffuso anche in Italia il movimento dei «Cristiani per il socialismo». A quella breve ma intensa esperienza politica ed ecclesiale Ramos Regidor partecipò con Guido Gilardi, Filippo Gentiloni, Giorgio Girardet, Domenico Jervolino, Franco Passuello, e Marcello Vigli. Pubblicò numerosi libri e saggi, tra cui Gesù e il risveglio degli oppressi (Mondadori, Milano 1981), La teologia della liberazione (Datanews, 1996), Natura e giustizia (Emi, 2000). (da un ricordo di Valerio Gigante, in «Adista», 19 dicembre 2015).
ALBERT SCHWEITZER, MUSICISTA, TEOLOGO, MEDICO Ricordare Albert Schweitzer, morto il 4 settembre 1965 nel «suo» villaggio di Lambaréné (Gabon), significa ricordare una persona straordinaria, impegnata in almeno tre campi che richiederebbero ognuno un’intera vita. Musicista (organista e musicologo); teologo e filosofo (docente e autore di saggi importanti); medico in Africa. Tre settori d’impegno, a cui aggiungere peraltro la convinta battaglia contro le armi nucleari, che lo portò a intrattenere un importante carteggio con Albert Einstein. Una vita che gli portò anche il riconoscimento del premio Nobel per la pace nel 1952. Non si deve pensare, tuttavia, a un eclettismo o alla volontà di cambiare attività lasciandosi alle spalle il passato. Scegliendo di andare a fare il medico fra le popolazioni sofferenti (sempre assecondato dalla moglie, che divenne infermiera a questo scopo), Schweitzer continuò a esercitarsi su un pianoforte tutto particolare, e suonò l’organo in occasione di alcuni viaggi in patria: ne nacquero delle registrazioni discografiche di notevole forza interpretativa. La vita «in missione», poi, fu un altro modo di intendere la teologia: conseguire a 38 anni una laurea in medicina denota una forza di volontà immensa, che non avrebbe potuto sussistere senza una fede granitica. In un’epoca che si affida a specialisti più che raffinati, a volte slegati dalla vita quotidiana, quella di Schweitzer sarebbe in prima battuta una grande lezione «laica»: l’applicazione, la tenacia, la filantropia. Ma Schweitzer era un credente: articolare la propria vita su più fronti, rinunciando, per esempio, a eccellere nelle discografie mondiali o nelle sale da concerto, è stato anche un gesto di umiltà dettato dalla fede. (Alberto Corsani, da «Riforma», Torino, 11 settembre 2015).
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Dal «giubileo della misericordia» uno stimolo a ripensare il sacramento della penitenza Oltre gli ossequi obbligati quando è il Papa che parla, oltre le perplessità che molti hanno provato perché l’iniziativa l’ha presa un papa «progressista», oltre la preoccupazione di non risollevare uno storico ostacolo sul cammino dell’ecumenismo, il «Giubileo straordinario della misericordia» può suggerire utili riflessioni circa un sacramento che nella pratica postconciliare dei fedeli cattolici ha perso molto dell’importanza che aveva: il quarto, la penitenza. C’è chi lo ritiene sostituito dalle terapie psicologiche o psichiatriche, c’è chi lo rispetta ancora come un «precetto della Chiesa» («confessa i tuoi peccati almeno una volta all’anno»), c’è chi ne sottolinea l’obbligatorietà canonica solo in caso di peccato grave (can. 960), c’è infine chi lo ha puramente e semplicemente rimosso da quelli che ritiene i suoi doveri di credente e di cattolico. Ed ecco il Giubileo proporsi come occasione di un ripensamento, di un’apertura a prospettive che un’antica prassi modificatasi durante i secoli ancora è in grado di proporre. Era il tema di una conversazione che il teologo e liturgista Andrea Grillo, docente di teologia (sacramentaria e liturgica) presso il Pontificio Ateneo S. Anselmo in Roma, e don Italo Molinaro, responsabile dell’ottima rubrica della Rete Uno RSI «Chiese in diretta» hanno proposto la domenica 28 febbraio e che gentilmente hanno concesso a «Dialoghi» di riprodurre. Don Italo Molinaro – È un fatto che ormai per molti, oggi, l’esperienza del confessionale s’identifichi perlopiù con i reality show. Eppure è forse da qui che diventa possibile partire per occuparci della confessione come sacramento, anche se sono pochissimi, almeno da noi, i fedeli che si confessano. Eppure i reality, il cinema e persino la pubblicità usano il confessionale come un oggetto fascinoso… Andrea Grillo – Trovo molto interessante che si cominci proprio dall’uso distorto che del termine «confessionale» fa un reality show come «Il grande fratello». Elemento interessante del confessionale è la segretezza, ma decisivo è che nel confessionale si sia piuttosto condannati che assolti. Quello che si «confessa» può essere condannato dal pubblico: è dunque come se Dio fosse sostituito dal pubblico, ma solo per condannare! Questo ci fa pensare a come una tradizione può essere riletta distorcendola fino a capovolgerla: ma esercitando un fascino che forse merita una riflessione più attenta. Che cosa dice su questo punto papa Francesco, con il Giubileo della misericordia? Essenzialmente questo: nell’esperienza di fede il primato spetta alla misericordia. Certamente questo sacramento lo esprime in modo chiaro, e tuttavia facilmente fraintendibile, per cui l’atto
del confessarsi è inteso come atto di giustizia. Rovesciare il concetto è una carta che oggi la Chiesa può giocare, in un mondo troppo abituato a ragionare solo in termini di giustizia… Il Papa dice: «Il volto di Dio è quello di un padre misericordioso, che sempre ha pazienza. Il Signore non si stanca mai di perdonare, siamo noi che ci stanchiamo di chiedere il perdono». Certo, solo tre anni fa, sarebbe stato difficile pensare che un approccio di questo genere avrebbe unito pressoché tutti gli atti di questo papa, fino a farne un intero anno eccezionale, «giubilare» appunto, per rimettere al centro della vita cristiana il primato della misericordia. Francesco compie una riforma della Chiesa ritornando alle fonti… Durissima prassi antica Com’è nata, Andrea Grillo, questa cosa che noi oggi chiamiamo «confessione»? La confessione non nasce (… scusa il bisticcio) come confessione ma come penitenza. È il nome antico di questo sacramento, il nome di un processo di riammissione alla comunione di soggetti battezzati che erano caduti nella scomunica. Quando questo processo venne elaborato, era praticato una volta sola nella vita, aveva carattere pubblico e con una componente temporale che a noi, oggi, parrebbe spaventosa:
in cui era questione di anni, di decenni di lavoro penitenziale. Era tanto impegnativa che la pratica tese a morire di morte propria. Poiché gli uomini sono sempre più furbi di tutte le regole che la Chiesa inventa, dal quinto secolo in poi, considerato quanto esiga di tempo il lavoro penitenziale, lo si sposta in punto di morte del soggetto. Nel momento in cui tu stai morendo nessuno potrà mai chiederti, per esempio, trent’anni di lavoro penitenziale… È il momento in cui i monaci che calano dal Nord Europa «inventano» la forma che diventerà con i secoli la nostra: non più una forma pubblica ma privata, non più una volta o due nella vita, ma reiterabile anche settimanalmente, quotidianamente. Prima se non facevi tutto il lavoro penitenziale non venivi assolto, ora si comincia con l’assolvere e la penitenza è rinviata a «dopo». Con il Medio Evo, questo diviene il modello vincente: ma che il «vecchio» modello continuasse a valere è dimostrato: fino all’XI secolo la forma antica continua a valere per i peccati pubblici, quella nuova per i peccati privati… Che cos’è che ispirava quella severità? Era la fede in un Dio severo, che esigeva compensazioni importanti per i peccati gravi? O c’era anche qualcosa d’altro? È la nostra lettura «moderna» questa di un Dio che si sarebbe edulcorato… In realtà gli antichi e i medievali sapevano una verità che anche noi dovremmo ricordare: e cioè che nel sacramento della penitenza c’è una doppia componente: un dono immeritato che Dio riserva ad ogni uomo, ad ogni donna, veramente pentiti, ma anche un duro lavoro da fare su di sé, in rapporto a Lui e in rapporto agli altri. Anche noi sappiamo che per cambiare certe cose (per esempio: smettere di fumare, o diminuire di peso) non basta decidersi, ci vuole un impegno di mesi, per non dire di anni. Lo stesso vale per la logica del peccato: è un rapporto con se stessi e con gli altri che ha bisogno di lunghi tempi di elaborazione: ed è questo che la Chiesa chiama «penitenza». Come situare, allora, l’Indulgenza in questo contesto?
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A.G. – Si parte dall’evidenza che anche una sola confessione, in cui è rimesso il peccato grave, introduce l’uomo e la donna in un percorso di elaborazione. Vediamo la cosa un po’ più da vicino. Tu sei già stato perdonato, ma fai fatica a rispondere: sei ancora l’assassino di prima, l’adultero di prima, il mentitore di prima… Imparare a essere giusto, a essere fedele, a dire la verità non è un percorso… istantaneo, è un processo. Negli ultimi secoli ci siamo abituati a pensare che quando il prete ti dice: «Io ti assolvo» il gioco è fatto. Dire «indulgenza» oggi significa prendere sul serio la pena per il peccato. Per gli antichi, l’indulgenza lavava la pena, per noi oggi significa rispondere al dono del perdono. È da Paolo VI, e poi con Giovanni Paolo II, che si va nella direzione dell’indulgenza non tanto come uno sconto di pena ma come una risposta della mia libertà accompagnata da Cristo e dalla Chiesa… L’indulgenza sottolinea la dimensione terapeutica della confessione. Tradizionalmente, noi pensiamo alla confessione solo nella dimensione giudiziaria: ma questo non basta, adesso ti è data (fin dal battesimo) la notizia che «Dio ti perdona»: tu devi poter rispondere con un percorso penitenziale, aiutato dalla Chiesa. È paradossale che di recente si sia parlato di «itinerari penitenziali» solo per i divorziati risposati. In realtà, ogni peccato grave ha bisogno di tempi di elaborazione inevitabilmente lunghi: non perché lo vuole la Chiesa ma perché l’uomo e la donna lo sanno (quando appunto decidono di dimagrire, o di smettere di fumare…) e si sottopongono a duri percorsi di training, di allenamento. Nella vita spirituale l’allenamento consiste appunto nell’imparare che nel tempo si può cambiare, aiutati dagli altri. In questo la Chiesa sa per esperienza che non basta il prete che assolve, una spazzolata penitenziale, che comincia e finisce nel confessionale: la risposta è fatta di preghiera, di atti di carità, di ascolto della Parola – che sono luoghi «penitenziali» perché in essi impari il linguaggio della fede. «La Riforma protestante è nata nel confessionale» Tornando all’origine dell’indulgenza giubilare (… siamo nel Medio Evo), si può dire che corrisponda all’apparire del concetto di coscienza individuale? La penitenza cristiana è madre o figlia di questi sviluppi? Noi tendiamo ad associare il sorgere
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della coscienza moderna con la libertà dell’individuo, un percorso che leggiamo negli ultimi secoli quasi antitetico alla storia della Chiesa. Invece è proprio nell’elaborazione dei tariffari delle penitenze che nasce la coscienza di un diritto penale a garanzia del cittadino come luogo di elaborazione delle forme di rapporto con il male. In questo, la Chiesa ha avuto la funzione di culla della modernità. Ricordo una frase paradossale che ho sentito da Paolo Ricca, pastore valdese: «la Riforma protestante è nata nel confessionale». È così: Martin Lutero, la sua critica alle indulgenze come venivano predicate, la dedusse dalla sua esperienza di confessore, che lo aiutò a riformulare la sua idea di Chiesa. Come è possibile allora che esperienze così promettenti si siano pervertite in abusi gravissimi: delle indulgenze si faceva mercato, ed è stata la miccia della Riforma! La disciplina penitenziale si era formalizzata, nel tardo Medio Evo, al punto che (… ma non era una cattiva idea!) come penitenza veniva accettato anche il cedere una parte del proprio reddito. Il fatto è che quel segno divenne uno schermo dietro il quale, di fatto, la conversione non avveniva. «Scende la moneta e un’anima del Purgatorio sale al Cielo»: una rappresentazione terribile, che nei secoli successivi anche nella Chiesa cattolica mise in moto un processo di ripensamento. La serietà dell’indulgenza non è un’esteriorità che dispensa dalla conversione! D’accordo, la conversione comprende anche gli aspetti più esteriori dell’esperienza, tocca quindi anche quel che si possiede, si guadagna, come il modo di vestirsi, di divertirsi… Ma è un fatto che se tutto questo si formalizza in un prontuario, da far valere per sé e per le anime dei Defunti, il soggetto se la cava ma è la morte della fede! Considerando però la complessità di ogni possibile risposta umana al dono del perdono, oggi tutto questo può essere ritradotto in modo interessante… È come dire: riscoprire il senso della confessione? Significa uscire dagli stereotipi. Un punto da rivedere riguarda il modello di iniziazione cristiana, per cui il bambino che fa la prima comunione a otto anni prima di accostarsi all’Eucarestia fa la prima esperienza della penitenza sacramentale. Questo ha indotto l’idea che ci sia un rapporto strutturale tra il confessarsi e il fare la comunione. In verità, il confessarsi sta al termine di
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un processo in cui ti rendi conto di aver peccato contro la tua appartenenza alla Chiesa e quindi sei fuori dalla comunione. È per recuperare quella comunione che ti confessi, non per accedervi la prima volta! Dovremmo chiederci: come mai il quarto sacramento è diventato il secondo, nella pratica? Io penso che la penitenza debba tornare al quarto posto, cioè a iniziazione cristiana compiuta, quando nelle prove della vita si diventa consapevoli di che cosa sia un peccato grave, che rompe la comunione. A quel punto, oggi, si potrebbe rilanciarne la decisiva funzione… Un ritorno al Medio Evo? Sì! Sarebbe da recuperare la grande tradizione medievale, che quando parla di Penitenza sa di parlare di un sacramento ma prima di tutto di una Virtù. La penitenza di devozione, come la si pratica oggi, è destinata a trasformarsi. Probabilmente ci vorrà un altro secolo per il cambiamento, in queste cose i tempi della Chiesa sono lunghi… Una via penitenziale più alta? Ci potrebbe essere una via penitenziale «normale», quotidiana, domenicale, ma anche un’altra, più eccezionale, e sarebbe la più alta… Quella non ordinaria è un processo che non è possibile ripetere strutturalmente una volta la settimana o una volta al mese, ma un processo che si apre su un percorso di mesi o anni di lavoro, che non hanno bisogno del sacramento ma di altre cose… per esempio di reimparare a pregare. Devi essere rimandato a luoghi di preghiera comunitaria, devi convincerti che è la Chiesa che prega insieme con te. Anche la Chiesa deve imparare a strutturare tempi e luoghi in cui i penitenti reimparano a preghiera: fuori dell’Eucarestia. Il confessore, per esempio, può indicarti come penitenza 15 giorni di partecipazione alle Lodi o al Vespro, all’Ora media o alla Compieta in un contesto comunitario, dove anche gli altri che pregano ti reinsegnano a pregare. Nelle comunità, allora, dovrebbero essere creati gruppi di persone che ricevono come penitenza della confessione il rimettersi in cammino vivendo con i fratelli esperienze di rinascita e di ricrescita… Nella società della privacy, quando entri in logiche di peccato, hai bisogni di luoghi in cui la Chiesa è abi-
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tuata a pregare, cantare, ascoltare la Parola, aiutare i poveri: sono i grandi pilastri dell’esperienza a cui rimandare il penitente. Come dire: non «dieci Gloria», ma «per qualche settimana tu vieni con noi dai barboni, accompagnaci ad ascoltare la Parola di questa settimana, prova a vedere quanto si cambia imparando a cantare insieme…». Queste sono le vie più antiche con cui si insegnava a essere cristiani ai neofiti e si re-introducevano nella comunità gli scomunicati. E allora, l’indulgenza? L’indulgenza continua ad avere senso, ma quasi capovolta! Nella Chiesa moderna è un atto di misericordia speciale, che ti dispensa dal lavoro penitenziale, purché tu faccia un gesto simbolico: un pellegrinaggio, l’attraversamento di una porta. Lo stesso pellegrinaggio che noi possiamo fare in tre giorni per l’uomo antico portava via un anno di vita e lo si faceva una volta sola nella vita, ti segnava per sempre. Oggi tu capisci che non è tanto la pena cancellata che conta, ma il lavoro penitenziale come occasione per il cambiamento. Penso alla nuova sensibilità che abbiamo guadagnato in questo secolo circa la centralità della Parola di Dio: alla quale tuttavia abbiamo fatto corrispondere un atto troppo povero: tu la ascolti, e basta. No! Questa Parola deve trasformare, con il tempo, con la pazienza, i gesti ordinari della tua esistenza. Io di solito dico che, a livello famigliare,
l’esperienza più grande di penitenza sono la pazienza di mangiare insieme, di dormire insieme, di occuparsi della pulizia altrui… I confessori dovrebbero avere più fantasia, più immaginazione, per aprire ai penitenti la strada… Certo! Solo nell’ultimo secolo gradualmente ci siamo ridotti a dare penitenze standard, assolutamente generiche, che non tengono conto del fatto che noi pecchiamo in modi straordinariamente diversi e abbiamo bisogno di rientrare nella comunione per vie straordinariamente varie. Da sempre la penitenza non è imposta, è concordata, nel senso che il confessore ha bisogno di ascoltare davvero la vita del soggetto, per dargli la penitenza adeguata. Per il Concilio di Trento questo era ancora chiaro: competente a darti la penitenza è solo il parroco. Invece noi ci siamo abituati ad andare a confessarci dove non ci conoscono. Ma se non ci conoscono, come possono darci una penitenza adeguata? La penitenza te la dà chi conosce fino in fondo il tuo percorso, di peccato ma anche di grazia! Tornando all’indulgenza, uno potrebbe dire: ecco, ho fatto il mio passaggio attraverso la Porta Santa, sono a posto… Il bello di questo Giubileo è che ogni cattedrale diventa il luogo di una porta simbolicamente forte: ti dispensa dalle logiche del pellegrinaggio ma è pur
osservatorio ecumenico Protestanti a Santa Marta. Il 15 marzo una delegazione dell’Unione delle Chiese metodiste e valdesi si è recata in Vaticano per un’udienza con papa Francesco, intendendo ricambiare la visita che il Papa aveva fatto il 22 giugno 2015 al tempio valdese di Torino, luogo simbolo dell’emancipazione dei valdesi dopo il 1848. L’udienza è stata un’occasione per dare più concretezza a un dialogo ecumenico che, anche sotto la spinta di papa Francesco, sta crescendo visibilmente. L’ecumenismo «nella diaconia» avvicina cattolici e protestanti nel comune impegno per un mondo più capace di dialogo e giustizia, come l’accoglienza dei profughi e la tutela dei diritti dei migranti. Il pastore Eugenio Bernardini, moderatore della Tavola valdese, presiedeva la delegazione.
Alla scuola di Lutero. Il 2017, anno del quinto centenario della Riforma, sarà un anno importante non solo per i protestanti ma anche per i cattolici. Per mons. Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e Frisinga, «Lutero deve fare da ispiratore alle grandi riforme che attendono la Chiesa nei prossimi anni». Il monaco agostiniano Lutero «non aveva lo scopo di dividere la Chiesa», il suo obiettivo era di «richiamare l’attenzione su ciò che oscurava il messaggio del Vangelo». Il cammino ecumenico è stato fondamentale per questa apertura tra le Chiese: «dopo cinquanta anni di dialogo è possibile per un cristiano cattolico leggere gli scritti di Lutero apprezzandoli». L’arcivescovo ha auspicato che il 2017 sia l’anno della svolta per «una collaborazione sempre più stretta tra le
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sempre una porta, per uscire da una logica vecchia ed entrare in una logica nuova. Se Lei dovesse dare un consiglio a uno che vuole riscoprire questo sacramento, che cosa gli suggerirebbe? Gli suggerirei di partire dalla sua condizione di battezzato, cresimato e in comunione con la Chiesa. Quando ha riscoperto quella dimensione, vede anche le sue carenze e capisce quanto, alla luce della fede, la sua vita è difettosa, alcune scelte sono sbagliate… e perciò si mette in cammino, comincia a sentire dolore, comincia a dire parole che pronuncerà ufficialmente davanti a un ministro della Chiesa, che le ascolterà, pronuncerà la parola del perdono e lo metterà in cammino. Il vero motivo per cui ci si confessa non è risolvere la questione in qualche minuto ma entrare, attraverso una porta, in un percorso di cambiamento. La Chiesa, oggi, se crede che davvero gli uomini e le donne sono liberi – come crede tutta la tradizione – deve sperare che, di fronte alla parola di perdono, essi siano capaci di riattivare le loro migliori facoltà, i loro migliori talenti. Su questo credo che punti molto papa Francesco… Il sacramento come qualcosa di straordinario che rivela noi a noi stessi… Il punto decisivo sarebbe allora che tu riconosci Dio come fonte del perdono ma Dio riconosce te come capace di vivere la tua libertà. confessioni cristiane e che un giorno si arrivi a una dichiarazione congiunta tra le Chiese, su Chiesa, eucarestia e ministero». Di diverso parere il card. Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, che ritiene non ci sia alcun motivo di celebrare il 31 ottobre 1517, perché ha provocato la rottura nel cristianesimo occidentale: l’ha scritto in un libro pubblicato in spagnolo. Cianfrusaglie. In preparazione del 500º anniversario dell’affissione delle 95 tesi di Lutero al portone della Schlosskirche di Wittenberg (1517), l’azienda tedesca Playmobil ha realizzato un gadget che raffigura il monaco con una penna d’oca in una mano e la Bibbia nell’altra. Il Lutero Playmobil si può ordinare via Internet al sito www. claudiana.it, al prezzo è di 4,90 euro per ogni esemplare (sconto del 10% per ordinazioni superiori ai 10 pezzi, del 20% se superiori ai 20 pezzi).
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Dai Sinodi sulla famiglia: coscienza e misericordia Papa Francesco ha pubblicato l’8 aprile l’esortazione apostolica Lætitia amoris, che sancisce la conclusione dei lavori di ben due sinodi dei vescovi concernenti i temi familiari, svoltisi, rispettivamente, nell’ottobre 2014 e nell’ottobre 2015. Già il fatto che questo documento sia stato reso ufficialmente disponibile a poco più di cinque mesi dalla fine delle assemblee episcopali di riferimento è un fatto assai significativo (in occasione, per esempio, dell’esortazione apostolica Verbum Domini, successiva al sinodo dei vescovi sulla Parola di Dio dell’ottobre 2008, passarono praticamente due anni). L’amplissima consultazione «popolare» suscitata dal Papa sui temi di carattere familiare nei loro risvolti educativi, formativi, sociali e culturali, la libertà di confronto e discussione durante le due assemblee secondo parametri e criteri inconsueti in passato, l’eco avuta attraverso i mass media: tutto ciò ha contribuito a creare una grande attesa circa il documento finale che sarebbe scaturito da questi molti mesi di attività. Il titolo dell’articolo che «Dialoghi» pubblicò in attesa del Sinodo terminato nello scorso ottobre, presentava questo sottotitolo «Nodi da sciogliere con pazienza e coraggio». Ciò è avvenuto? La risposta a questa domanda non è semplicissima. Jorge Mario Bergoglio è un argentino figlio di immigrati italiani, nato nel 1936, gesuita, vicino alle esigenze di liberazione interiore e sociale dei suoi contemporanei: dalle visite a Lampedusa e a Lesbo, attraverso l’esortazione apostolica Evangelii gaudium e l’enciclica Laudato si’, ai discorsi al Congresso degli Stati Uniti e in Messico. Egli è preoccupato, come e più dei vescovi di Roma precedenti, di guidare la Chiesa cattolica nella sua universalità verso una fedeltà del tutto rinnovata al Vangelo di Gesù Cristo secondo la prospettiva del «pastore», che si deve trovare, di volta in volta, alla testa del suo «gregge», in mezzo o in fondo ad esso. Se si tiene conto di tutto ciò, si capiscono molte delle argomentazioni ed affermazioni contenute nell’esortazione apostolica Lætitia amoris.
Mi pare che due siano i brani del tutto fondamentali a livello sia di metodo che di contenuto. Il primo è all’inizio del documento papale (n. 3): «Ricordando che il tempo è superiore allo spazio, desidero ribadire che non tutte le discussioni dottrinali, morali o pastorali devono essere risolte con interventi del magistero. Naturalmente, nella Chiesa è necessaria una unità di dottrina e di prassi, ma ciò non impedisce che esistano diversi modi di interpretare alcuni aspetti della dottrina o alcune conseguenze che da essa derivano. Questo succederà fino a quando lo Spirito ci farà giungere alla verità completa (cfr. Gv 16,13), cioè quando ci introdurrà perfettamente nel mistero di Cristo e potremo vedere tutto con il suo sguardo. Inoltre, in ogni paese o regione si possono cercare soluzioni più inculturate, attente alle tradizioni e alle sfide locali. Infatti, “le culture sono molto diverse tra loro e ogni principio generale […] ha bisogno di essere inculturato, se vuole essere osservato e applicato”».
La logica di queste considerazioni è cattolica in senso ampio. Infatti non si dice che tutto in ambito familiare e matrimoniale possa e debba essere regolato verticisticamente dall’autorità vaticana per ragioni di sostanza culturale e pastorale essenziali. «Discernimento» è, qui e in molti altri passi del documento bergogliano, il concetto decisivo a cui fare riferimento vista anzitutto la multiformità di condizioni che vivono le relazioni di coppia e di famiglia nel nostro tempo (di cui papa Francesco delinea, spesso con efficacia, luci e ombre – cfr. nn. 32-57). In attesa di dedicare ben altro spazio a questo pronunciamento pontificio, che merita di essere considerato analiticamente nei suoi tanti aspetti culturali ed educativi (per es., la splendida lettura interpretativa di 1Cor. 13 [nn. 91-119]; le antiquatissime interpretazioni di passi biblici come quelli tratti da Luca 1-2 [per es. n. 30]; le molteplici riflessioni ed indicazioni spesso positive, concernenti situazioni serene e problematiche in ambito matrimoniale [nn. 200-252]), appare giusto dire almeno questo: la questione che anzitutto in Occidente destava maggiore interesse – la riammissione alla frequenza dei sacramenti per i divorziati risposati – è stata affrontata da Bergoglio senza moralismi e dottrinalismi, guardando avanti. Il Papa, coerentemente con la
determinazione che aveva evidenziato anche durante le fasi sinodali, ha aperto una strada verso tale reingresso a pieno titolo di coloro che soffrono inutilmente situazioni di emarginazione ecclesiale evangelicamente insostenibili. Un brano eloquente in proposito appare il seguente (n. 305): «Un Pastore non può sentirsi soddisfatto solo applicando leggi morali a coloro che vivono in situazioni “irregolari”, come se fossero pietre che si lanciano contro la vita delle persone. È il caso dei cuori chiusi, che spesso si nascondono perfino dietro gli insegnamenti della Chiesa “per sedersi sulla cattedra di Mosè e giudicare, qualche volta con superiorità e superficialità, i casi difficili e le famiglie ferite”… A causa dei condizionamenti o dei fattori attenuanti, è possibile che, entro una situazione oggettiva di peccato – che non sia soggettivamente colpevole o che non lo sia in modo pieno – si possa vivere in grazia di Dio, si possa amare, e si possa anche crescere nella vita di grazia e di carità, ricevendo a tale scopo l’aiuto della Chiesa. Il discernimento deve aiutare a trovare le strade possibili di risposta a Dio e di crescita attraverso i limiti. Credendo che tutto sia bianco o nero, a volte chiudiamo la via della grazia e della crescita e scoraggiamo percorsi di santificazione che danno gloria a Dio. Ricordiamo che “un piccolo passo, in mezzo a grandi limiti umani, può essere più gradito a Dio della vita esteriormente corretta di chi trascorre i suoi giorni senza fronteggiare importanti difficoltà”. La pastorale concreta dei ministri e delle comunità non può mancare di fare propria questa realtà».
Che cosa succederà da qui ai prossimi mesi ed anni proprio in questo ambito pastorale è difficile dire. Moltissimo dipenderà non soltanto dalla serietà interiore delle coppie di divorziati risposati che vorranno iniziare il percorso di «rientro sacramentale», ma anche (o soprattutto?) dall’intelligenza di mente e di cuore di vescovi e presbiteri che, a vario titolo, saranno determinanti per portare a felice compimento questi itinerari di «nuova o rinnovata umanizzazione» (nn. 306-312). Tali possibilità, aperte da Lætitia amoris, devono poter mettere la parola «fine» a tante sofferenze che anche un dottrinalismo morale per nulla cristiano ha causato a donne e uomini che, non di rado, hanno trovato nelle seconde nozze una capacità vera di interpretare l’amore evangelico. Ernesto Borghi
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parole di francesco
parole di francesco Il mercato non è un assoluto. Cari amici, voi avete «una nobile vocazione orientata a produrre ricchezza e a migliorare il mondo per tutti» (Enc. Laudato si’, 129); siete perciò chiamati ad essere costruttori del bene comune e artefici di un nuovo «umanesimo del lavoro». Siete chiamati a tutelare la professionalità e al tempo stesso a prestare attenzione alle condizioni in cui il lavoro si attua, perché non abbiano a verificarsi incidenti e situazioni di disagio. La vostra via maestra sia sempre la giustizia, che rifiuta le scorciatoie delle raccomandazioni e dei favoritismi e le deviazioni pericolose della disonestà e dei facili compromessi. La legge suprema sia in tutto l’attenzione alla dignità dell’altro, valore assoluto e indisponibile. Sia questo orizzonte di altruismo a contraddistinguere il vostro impegno: esso vi porterà a rifiutare categoricamente che la dignità della persona venga calpestata in nome di esigenze produttive, che mascherano miopie individualistiche, tristi egoismi e sete di guadagno. L’impresa che voi rappresentate sia invece sempre aperta a quel «significato più ampio della vita», che le permetterà di «servire veramente il bene comune, con il suo sforzo di moltiplicare e rendere più accessibili per tutti i beni di questo mondo» (Esortazione apostolica Evangelii gaudium, 203). Proprio il bene comune sia la bussola che orienta l’attività produttiva, perché cresca un’economia di tutti e per tutti, che non sia «insensibile allo sguardo dei bisognosi» (Sir4,1). Essa è davvero possibile, a patto che la semplice proclamazione della libertà economica non prevalga sulla concreta libertà dell’uomo e sui suoi diritti, che il mercato non sia un assoluto, ma onori le esigenze della giustizia e, in ultima analisi, della dignità della persona. Perché non c’è libertà senza giustizia e non c’è giustizia senza il rispetto della dignità di ciascuno. (Discorso ai membri della Confindustria, nell’Aula Paolo VI, 27 febbraio 2016). L’arroganza dei potenti. Purtroppo, oggi come allora, sentiamo la voce di Giuda che suggerisce di vendere il proprio fratello (Gen 37,26-27). È l’arroganza dei potenti che strumentalizzano i deboli, riducendoli ad oggetti per fini egoistici o per calcoli strategici e politici. Laddove è impossibile una migrazione regolare, i migranti sono spesso costretti a scegliere di rivolgersi a chi pratica la tratta o il contrabbando di esseri umani, pur essendo in gran parte coscienti del pericolo di perdere durante il viaggio i beni, la dignità e perfino la vita. In questa prospettiva, rinnovo ancora l’appello a fermare il traffico di persone, che mercifica gli esseri umani, specialmente i più deboli e indifesi. E rimarranno sempre indelebilmente impresse nelle nostre menti e nei nostri cuori le immagini dei bambini morti in mare, vittime della spregiudicatezza degli uomini e dell’inclemenza della natura. Chi poi sopravvive e approda ad un Paese che lo accoglie porta indelebilmente le cicatrici profonde di queste esperienze, oltre a quelle legate agli orrori che sempre accompagnano guerre e violenze (dal discorso al Corpo diplomatico, 11 gennaio 2016). Umanizzare il lavoro. Il tempo in cui viviamo ha imposto il paradigma dell’utilità economica come principio delle relazioni personali. La mentalità dominante propugna la maggior quantità possibile di profitti, a qualunque costo e in modo immediato. Non solo provoca la perdita della dimensione etica delle imprese, ma dimentica che il
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miglior investimento che si può fare è quello di investire sulla gente, sulle persone, sulle loro famiglie. Il miglior investimento è quello di creare opportunità. La mentalità dominante pone il flusso di persone al servizio dei flussi di capitale, provocando in molti casi lo sfruttamento dei dipendenti come oggetti da usare e gettare (Enciclica Laudato si’, 123). Dio chiederà conto agli schiavisti dei nostri giorni, e noi dobbiamo fare tutto il possibile perché queste situazioni non si verifichino più. Il flusso di capitale non può determinare il flusso e la vita delle persone. […] Ogni qualvolta l’integrità di una persona viene violata, l’intera società in qualche modo comincia a deteriorarsi. E questo non è contro nessuno, ma a vantaggio di tutti. Ogni settore ha l’obbligo di preoccuparsi del bene di tutti; siamo tutti sulla stessa barca. Tutti noi dobbiamo lottare per far sì che il lavoro sia un’istanza di umanizzazione e di futuro; sia uno spazio per costruire società e cittadinanza. Questo atteggiamento non solo crea un immediato miglioramento, ma alla fine si trasforma in una cultura in grado di promuovere spazi degni per tutti. Questa cultura, nata spesso da tensioni, sta generando un nuovo stile di relazioni, un nuovo stile di Nazione (dal discorso a Ciudad Jaurez, Messico, 17 febbraio 2016). Promuovere solidarietà e misericordia. Anche gli operatori culturali e dei mezzi di comunicazione sociale hanno responsabilità nel campo dell’educazione e della formazione, specialmente nella società contemporanea, in cui l’eccesso di strumenti di informazione e di comunicazione è sempre più diffuso. È loro compito innanzitutto porsi al servizio della verità e non di interessi particolari. I mezzi di comunicazione, infatti, non solo informano ma anche formano lo spirito dei loro destinatari e quindi possono dare un apporto notevole all’educazione dei giovani. È importante tenere presente che il legame tra educazione e comunicazione è strettissimo: l’educazione avviene, infatti, per mezzo della comunicazione, che influisce, positivamente o negativamente, sulla formazione della persona. Gli operatori culturali e dei media dovrebbero anche vigilare affinché il modo in cui si ottengono e si diffondono le informazioni sia sempre giuridicamente e moralmente lecito (per la Giornata dei media 2016). Proposte concrete. La sensibilità ecclesiale si manifesta anche nelle scelte pastorali e nella elaborazione dei documenti – i nostri –, dove non deve prevalere l’aspetto teoretico-dottrinale astratto, quasi che i nostri orientamenti non siano destinati al nostro popolo o al nostro Paese, ma soltanto ad alcuni studiosi e specialisti. Invece dobbiamo perseguire lo sforzo di tradurle in proposte concrete e comprensibili. (Discorso ai vescovi italiani, 18 maggio 2015). La famiglia insegna. Nella famiglia «si impara a chiedere permesso senza prepotenza, a dire “grazie” come espressione di sentito apprezzamento per le cose che riceviamo, a dominare l’aggressività o l’avidità, e lì si impara anche a chiedere scusa quando facciamo qualcosa di male, quando litighiamo. Perché in ogni famiglia ci sono litigi. Il problema è dopo, chiedere perdono. Questi piccoli gesti di sincera cortesia aiutano a costruire una cultura della vita condivisa e del rispetto per quanto ci circonda» (Enciclica Laudato si’, 213). La famiglia è l’ospedale più vicino: quando uno è malato lo curano lì, finché si può. La famiglia è la prima scuola dei bambini, è il punto di riferimento imprescindibile per i giovani, è il miglior asilo per gli anziani. (Discorso a Guayaquil, Ecuador, luglio 2015).
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Migranti tra noi: Carissimi, dopo quasi quattro settimane in un centro di prima accoglienza ho finalmente trovato il tempo di scrivere un paio di righe a proposito della situazione attuale sul posto e di pubblicarle qui, d’accordo con la direzione del campo. Data la situazione surriscaldata tra tutti gli schieramenti politici, un paio di fatti di prima mano non faranno male. Mi ero ripromesso di scrivere questo rapporto nel modo più neutrale possibile.Tuttavia, visto quanto la realtà è sconvolgente, non ci sono riuscito, e alla fine traspariranno anche la polemica e la mia opinione personale… ma si potrà ancora esprimerla spero. Sono medico responsabile delle prime cure ai profughi appena arrivati in Germania. Le prime cure mediche si effettuano prima della registrazione (incluse impronte digitali e foto!), prima della consegna dei vestiti, offerti dalla gente, prima di avere la possibilità di fare una doccia, mangiare qualcosa, prima di essere ridistribuiti sul resto del territorio ecc. Ciò significa che qui si ottiene letteralmente la prima fotografia della situazione dei rifugiati in arrivo. Questa fotografia è pura e assolutamente senza filtri. Posso assicurarvi che è impossibile guardare attraverso «ingenui occhiali rosa» quando, per esempio, si deve curare un piede congelato per aver marciato più di 500 km d’inverno con scarpe rotte e calze bagnate. Oppure quando si tratta un neonato di quattro mesi con i vestiti umidi e un’infiammazione ai polmoni, arrivato insieme a un bambino di un anno e uno di quattro, che la madre da sola è riuscita a far arrivare attraverso il Mediterraneo e la Grecia fin qui, per poi sentirsi rimproverati ed estranei. Questo è il mondo! Ed è molto reale e per niente «rosa»! Il padre dei tre bambini, a proposito, è morto in Siria. Queste persone arrivano qui in uno stato assolutamente pietoso. Sicuramente qualcuno si stupirà del fatto che per il 90% non si tratta di giovani uomini in salute. Tutto ciò è stato efficacemente peggiorato dai tentennamenti sul ricongiungimento familiare. Io vedo ogni turno circa 300-500 rifugiati. Almeno il 40% di questi sono bambini! Ci sono famiglie, ci sono vecchi e, sì, ci sono anche uomini giovani. Perché no? Ciò che
accomuna tutti è che sono assolutamente allo stremo delle forze. Non avevo mai visto così tanta miseria e disperazione tutte insieme. Di recente per esempio abbiamo curato una donna con le gambe completamente bruciate. Non abbiamo idea di come sia riuscita ad arrivare fino a noi. Abbiamo impiegato una mezz’ora solo per staccare le bende sporche, puzzolenti e incollate alle ferite infette. Ma non c’è stato nessun lamento e nessuna pretesa. La donna irradiava gratitudine per essere finalmente al sicuro e per avere qualcuno che si occupava di lei. Chiaramente questo è solo un esempio. E chiaramente tra i rifugiati ci possono essere anche teste di cazzo – e chiaramente ce ne sono già abbastanza anche tra gli autoctoni. I rifugiati hanno con loro gli smartphone, ovviamente. «Loro» non hanno vissuto nell’età della pietra, finora, non sono appena strisciati fuori da grotte e capanne di paglia. E per molti come prima cosa è più importante ricaricare i cellulari che ricevere qualcosa da mangiare. Non è difficile indovinare il perché. Cosa avrei fatto io, come prima cosa, se fossi arrivato comodamente con la mia auto attraverso tutta una serie di pericoli in un campo lontano 500 km da casa? Il fatto che queste persone vogliano mandare un segno di vita a coloro che amano viene tuttavia regolarmente rimproverato e visto come una dimostrazione del fatto che non abbiano bisogno di aiuto. Permettetemi: oltre che un’ingenuità è una cazzata. Come se ci fosse l’obbligo, prima di fuggire, di coprirsi di stracci e lasciare indietro tutti gli oggetti di valore – inclusa l’unica opportunità di contattare i parenti, un telefono. Nella situazione attuale dobbiamo cercare di chiarire cosa ci aspettiamo dalla nostra cultura. È segno di un concetto di morale particolare, quando su facebook si condanna apertamente la miseria di un cane maltrattato e nello stesso momento si vuol lasciare consapevolmente tutte queste persone a morire fuori dai nostri confini per omissione di soccorso. Sarebbe questo l’Occidente che va protetto? Naturalmente si devono trovare delle soluzioni anche là sul posto. E naturalmente non possiamo prenderci carico di tutto il mondo. Ma una guerra nel mondo
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una testimonianza si ferma infuriando contro i rifugiati e accusando la Merkel di aver tradito il popolo? Grazie al suo «Wir schaffen das», per la prima volta mi è rimasto qualcosa come un po’ di rispetto e approvazione per la cancelliera. Perché ha rischiato la sua carriera politica senza battere ciglio per non lasciar morire delle persone sui nostri confini e ha accettato la gigantesca sfida invece che far partire il suo solito giochino dell’aspettare una telefonata che risolva tutto. E nessuno ha mai detto che sarebbe stata una sfida facile. E poi siamo onesti: chi tra tutti quelli che criticano è davvero così povero da dover aver paura di ricevere improvvisamente una fetta più piccola di ricchezza a causa dei rifugiati? Finora qualcuno è davvero diventato più povero? Qualcuno ha dovuto davvero fuggire dal suo appartamento per questo? Un profugo cattivo ha davvero mangiato tutto il cibo di qualcuno? Indipendentemente dall’obbligo morale di aiutare persone nel bisogno, io semplicemente non capisco perché non si riconosca la grande opportunità di questa ondata di rifugiati. Appena pochi mesi fa il pericolo più grande per il nostro Occidente cristiano era il comportamento riproduttivo dei tedeschi. Fra 30 anni il nostro stato sociale e sistema pensionistico saranno alla fine. La Germania è troppo vecchia. Nel 2060 un tedesco su tre avrà più di 65 anni, uno su due ne avrà più di 51. Abbiamo 49 milioni di lavoratori tra i 20 e i 64 anni. Secondo lo sviluppo attuale, nel 2060 saranno «solo» 34 milioni. Questi 34 milioni dovranno non solo pagare le nostre pensioni, ma anche tenere in piedi l’intera comunità, mantenerci sazi e al caldo, eventualmente pulirci il didietro e lavarci il vomito. Inoltre dovranno naturalmente continuare a essere innovativi e produttivi, in modo da non far perdere importanza alla potenza economica tedesca sul mercato internazionale e permettere ai nostri figli e nipoti il lusso della cura dei parenti più vecchi, con sempre più bocche di anziani da sfamare. Naturalmente non sono uno stupido e lo so benissimo che qui non abbiamo a che fare con una fiumana di lavoratori specializzati (anche se ci sono anche lavoratori specializzati tra i rifugiati: ne ho già incontrati alcuni nel campo) e che ci sono enormi differenze culturali
(che per altro si sono cristallizzate sempre di più nel nostro popolo). Ecco perché ho scritto: materia prima grezza. Ora possiamo fare questo: o incasermiamo e isoliamo i nuovi arrivati, gli mostriamo il nostro lato indifferente, favoriamo la ghettizzazione e cerchiamo di mandarli via presto, oppure cominciamo a pensare in una prospettiva temporale più lunga. Quasi ognuno di noi alle elementari ha avuto un compagno di classe asiatico, o no? Quei bambini erano i primi discendenti nati in Germania delle infermiere asiatiche importate a braccia aperte durante l’emergenza di personale sanitario degli anni 60 e 70.Tantissimi di quei bambini sono oggi tedeschi a tutti gli effetti: politici, giudici e avvocati, infermieri, ingegneri, uomini d’affari, insegnanti e professori, e anche alcuni dei miei colleghi medici. Quella era integrazione funzionante, attraverso il precoce inserimento e l’istruzione. Un investimento per il futuro. E ripetere adesso esattamente quei passi sarebbe una grandiosa possibilità per utilizzare questa materia prima grezza, i figli dei migranti di oggi. Se vogliamo permettercelo. Oppure alla fin fine siamo solo invidiosi e vogliamo una discendenza purosangue? A proposito di invidia, vorrei ricordare ancora una volta il piacevole stato delle cose, ovvero che 62 persone possiedono tanto quanto metà della popolazione mondiale. Aspetto sempre il grido di indignazione e di invidia al riguardo, che invece viene regolarmente rivolto ai più poveri fra i poveri. Ancora una chicca per finire: ieri notte al campo, tra tanti, tanti altri destini personali, abbiamo avuto una giovane donna incinta, che non sentiva più il bambino muoversi. Era preoccupata che durante la lunga deriva nel Mediterraneo, dopo che la barca clandestina si era ribaltata, anche il suo ultimo figlio fosse morto. Gli altri due bambini erano già affogati perché lei non aveva più forza… Le persone soffrono e muoiono. Adesso. E noi possiamo evitarlo. «Wir schaffen das». Raphaele Lindemann, medico Sito originario: www.facebook.com/raphaele.lindemann/ posts/1129635500380936 Postato su caracala69 il 18 febbraio 2016 Traduzione di Serena Curzel
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Balaustre nella testa, un problema aperto Variazioni sulla corresponsabilità in liturgia Nel novembre 2004, trovandoci a Buenos Aires ed essendo domenica, mia moglie ed io andammo a messa in Cattedrale. Alla fine, il vescovo che presiedeva scese a salutare sulla porta e noi pure gli stringemmo la mano. Era Jorge Mario Bergoglio, il futuro papa. C’era lì vicino un fratone domenicano, al quale dicemmo che avevamo notato come la comunione fosse distribuita da un gruppo di signore biancovestite. Maliziosamente egli osservò che le regole in materia, date dal Vaticano, varranno forse per i tedeschi e gli inglesi: «ma noi, qui in Argentina, siamo lontani…». L’episodio mi ritorna in mente come un presagio, oggi che il papa porta lo stesso nome di quel cardinale celebrante. E avvia una riflessione sulla partecipazione dei laici al momento della «Cena del Signore». Nel penultimo numero di «Dialoghi» (n. 239, p. 17) il documento pubblicato dalla Conferenza dei vescovi svizzeri il 3 novembre 2015, dal titolo La collaborazione tra presbiteri, diaconi e operatori/operatrici pastorali nell’ambito della celebrazione eucaristica, è stato oggetto di una breve notizia. Ritorno in argomento ammettendo in entrata che ai vescovi svizzeri era difficile tener conto di situazioni molto diverse, secondo le diocesi e le regioni linguistiche, in un documento relativamente breve. Condivido anche il sospetto – non taciuto nella notizia pubblicata – che si trattasse più che altro di cedere a una pressione degli organismi vaticani. E non intendo negare che qualche abuso abbia dato luogo a lamentele giustificate, e che alcune distinzioni debbano giustamente venire ribadite. Ma il rispetto delle regole non è l’unico valore: la messa in opera della riforma liturgica del Concilio Vaticano II ne mette in rilievo ben altri! Due documenti del Concilio, due prassi? Quando i padri conciliari approvarono il documento sulla liturgia (la costituzione Sacrosanctum Concilium, il 4 dicembre 1963) la discussione del documento sulla Chiesa (la costituzione Lumen gentium, approvata il 21 novembre 1964) non aveva ancora
raggiunto il punto culminante della sua maturazione, che consistette nella decisione di far precedere il capitolo sul Popolo di Dio al capitolo sulla Costituzione gerarchica della Chiesa e in particolare l’Episcopato. Senza voler affermare una precedenza per importanza tra i documenti del Concilio, pare logico che quello sulla liturgia debba essere interpretato alla luce di quello sulla Chiesa, dove di Enrico Morresi
la distinzione tra «laici» e «chierici» appare subordinata al principio dell’uguale dignità di membri del Popolo di Dio. Una corretta ermeneutica dei documenti del Concilio vorrebbe che la riforma della liturgia ne tenesse conto. Purtroppo, a cinquant’anni dalla prima celebrazione ad experimentum in lingua viva (7 marzo 1965), la realtà sembra contraddire quel che a voce si afferma come un diritto/dovere. A prova cito l’impegno ribadito da san Giovanni Paolo II: «Fin dall’inizio del mio ministero pastorale sulla Cattedra di Pietro mi preoccupai di “insistere sulla permanente importanza del Concilio Ecumenico Vaticano II” e presi “il formale impegno di dare ad esso la dovuta esecuzione”. Aggiunsi che occorreva “far maturare nel senso del movimento e della vita i semi fecondi che i padri dell’assise ecumenica, nutriti dalla Parola di Dio, gettarono sul buon terreno (Mt 13 8-23), cioè i loro autorevoli insegnamenti e le loro scelte pastorali […]”. A più riprese ho poi sviluppato, su diversi punti, gli insegnamenti del Concilio circa la liturgia […] e ho richiamato l’importanza che la Sacrosanctum Concilium ha per la vita del Popolo di Dio: in essa è già rinvenibile la sostanza di quella dottrina ecclesiologica che sarà successivamente proposta dall’assemblea conciliare. La costituzione Sacrosanctum Concilium anticipa la costituzione dogmatica Lumen gentium e si arricchisce a sua volta dell’insegnamento di quella costituzione. Dopo un quarto di secolo, durante il quale la Chiesa e la società hanno conosciuto profondi e rapidi mutamenti, è opportuno mettere in luce l’importanza di questa costituzione conciliare, la sua attualità
in rapporto all’emergere di problemi nuovi e la perdurante validità dei suoi principi»1. Sarà pur vero che gli universitari cattolici olandesi anticipavano troppo i tempi quando, riuniti attorno all’altare, recitavano la Preghiera Eucaristica tutti insieme. E va anche bene che uno solo – chi presiede, soprattutto se è il vescovo – canti o dica le parole del «Cànone» (così si chiamava prima della riforma): purché sia chiaro a tutti che usa la prima persona plurale («noi») non per un equivoco plurale maiestatis ma perché in quel momento parla a nome di tutta l’assemblea2. All’inizio di quella fase della celebrazione, infatti, l’assemblea – e non solo i ministri – ha ricevuto l’omaggio dell’incenso a significare che tutti insieme i presenti, rivestiti del sacerdozio battesimale, si preparano a invocare lo Spirito Santo perché trasformi il pane e il vino nel corpo e nel sangue di Gesù Cristo nostro Signore. E, difatti, tutti a quel punto si alzano in piedi (dovrebbero rimanerlo per tutta la Preghiera eucaristica, almeno nel tempo pasquale, secondo il Concilio di Nicea). Atteso ciò, va anche bene precisare che presbiteri e laici esercitano quel sacerdozio in modo diverso, «per essenza e non soltanto di grado» (Lumen gentium, 10). Si riconosce in tal modo, con Yves Congar, che «la comunità ecclesiale, cioè tutti i fedeli, sono i celebranti del culto, ma il sacerdote gerarchi-
1. «Acta Apostolicae Sedis» 81 [1989], pp. 897-918, qui 898-899. 2. «Le preghiere con le quali viene offerta la vittima divina vengono, per lo più, lette al plurale, e in esse spesso si indica che anche il popolo prende parte come offerente a questo augusto Sacrificio» (Pio XII, Enciclica Mediator Dei, 1947). Vale ab antiquo la testimonianza di San Pier Damiani (1007-1072) a commento delle parole del Cànone romano «qui tibi offerunt hoc sacrificium laudis»: «parole – egli scrive – da cui risalta con evidenza che quel sacrificio di lode è offerto da tutti i fedeli». (I.A. Jungmann, Missarum sollemnia, Marietti, Casale 1963, p. 130n). L’espressione si trova tradotta fedelmente nella versione italiana vigente della Preghiera eucaristica 1: «Ricordati, Signore, dei tuoi fedeli [N. e N.]. Ricordati di tutti i presenti, dei quali tu conosci la fede e la devozione: per loro ti offriamo e anch’essi ti offrono questo sacrificio di lode…».
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I retroscena di un documento Il periodico «Aufbruch» (n. 218, 4 febbraio 2016) dà interessanti ragguagli sul comunicato della Conferenza episcopale svizzera citato in apertura al mio articolo a lato. Le informazioni sono state date al giornale da due insider di peso: Willi Anderau, 73 anni, cappuccino di Zurigo, portavoce della Pfarrei-Initiative, e Simon Spengler, dal 2010 al 2015 portavoce della Conferenza episcopale. L’ordine di pubblicare una dichiarazione nel senso che l’omelia deve essere riservata ai preti consacrati (e quindi vietata, per esempio, agli assistenti pastorali che da alcuni decenni svolgono, in molte parrocchie della Svizzera tedesca e francese, funzioni di parroco) è stato dato esplicitamente ai vescovi svizzeri nel 2014 dal card. Ludwig Müller, prefetto della Congregazione vaticana per la dottrina della fede. Sulla situazione in Svizzera, papa Francesco sarebbe a tal punto male informato da aver detto a dei vescovi lituani: «Vedete di non fare come gli svizzeri». Il Papa se ne è lamentato – così il vescovo ausiliare Alain de Remy – anche con i vescovi svizzeri durante l’ultima udienza. Può essere tuttavia che il Papa si riferisca non tanto agli abusi segnalati nel documento ma alla spaccatura che ormai si constata nella Conferenza episcopale, soprattutto dopo le ultime nomine vaticane. A una maggioranza «aperta» – formata dagli attuali vescovi di Basilea (Gmür) e San Gallo (Bücheli), cui appartenevano anche l’ex vescovo di Lugano (Grampa) e due ausiliari nel frattempo pensionati – sarebbe subentrata una maggioranza «chiusa», capeggiata dal vescovo di Coira (Huonder), co è il normale ministro»3. All’inizio della riforma liturgica prevaleva una preoccupazione di tipo giuridico per la validità dell’atto4, ora l’accento dovrebbe essere spostato sulla sua valenza comunitaria. Di fatto, alcune applicazioni particolari hanno perduto senso e valore: per esempio, è cessata la pratica di dire messa da soli (da cui in passato la moltiplicazione degli altari laterali nelle chiese) e in presenza di molti presbíteri è divenuta abituale la concelebrazione. «Duo sunt genera christianorum» In molte chiese, dopo il Concilio, le balaustre tra la navata e il presbiterio sono state tolte, talvolta con poco rispetto per il monumento, e nelle chiese nuove non se ne sono più costruite. Questo per sottolineare che la comu3. Y. Congar, Per una teologia del laicato, Morcelliana, Brescia 1966, p. 274. 4. Se ne trova traccia nelle discussioni durante i due grandi convegni di liturgia che precedettero il Concilio: Lugano 1953 e Assisi 1956, cfr. T. Morresi, Il contributo della Diocesi di Lugano alla riforma liturgica del Concilio Vaticano II, Lugano 2014, pp. 5984.
finora piuttosto isolato, e dai nuovi vescovi di Losanna/ Ginevra/Friburgo (Morerod e il suo ausiliare De Remy) e di Lugano (Lazzeri). Del vescovo di Lugano, Simon dice che è «timido», «conservatore» e marcato dalla sua lunga permanenza a Roma. Giusti o sbagliati che siano – i giudizi di Spengler «Dialoghi» li riporta per dovere di cronaca – un particolare importante, finora non conosciuto, lo rivela l’articolo di «Aufbruch»: i vescovi di Basilea e di San Gallo si sono pubblicamente distanziati dalla Dichiarazione, dicendo che nelle loro Diocesi le cose andranno avanti come prima. E ciò, secondo l’articolista, rifletterebbe la coscienza che ha di sé la Conferenza episcopale: un organo che i singoli vescovi ritengono utile per il coordinamento di iniziative di tipo organizzativo ma privo di autorità sulla pastorale dei singoli vescovi. Va detto che un tale modo di governo è tuttora molto considerato nell’episcopato, papa Wojtyla li ha molto incoraggiati in questo senso: mancherebbe insomma alle conferenze episcopali un adeguato retroterra teologico. Gli orientali non saranno d’accordo: il governo sinodale per loro ha la precedenza. Ma secoli di autocrazia papale pesano sul versante cattolico romano. L’unica autorità superiore che i vescovi (cattolici) sono obbligati a rispettare è dunque quella del Papa. Ma che si fa se il Papa è male informato? Non sarebbe la prima volta! Chi non ricorda gli equivoci alla base delle reprimende pronunciate da Karol Wojtyla durante la visita pastorale in Svizzera del 1984?
nità celebrante deve anche apparire come un corpo solo. Alla modifica spaziale avrebbe dovuto corrispondere anche una modifica nei ruoli e nei comportamenti. Una varietà di servizi liturgici avrebbe dovuto dimostrare il definitivo superamento del principio «duo sunt genera christianorum» che, prima di essere definito nel Decretum Gratiani (1140)5, codificava uno stato di fatto già allora consolidato. Ma – è la tesi di questo mio articolo – ciò non è avvenuto, anzi: arrischia di essere messo da parte per effetto di preoccupazioni molto inferiori all’assunto del Concilio. Balaustre mentali, potremmo definirle, dietro cui si affermano i tentativi di ridare rilievo, persino fuori di chiesa (il «colletto romano»!) a una volontà di separare, piuttosto che avvi5. Graziano distingue due specie di cristiani: la prima, il clero, dedito alla contemplazione e alla preghiera, lontano dal rumore del mondo, la seconda alla quale appartengono i laici: «Laos, infatti, significa popolo […]. I laici sono autorizzati a sposarsi, a coltivare la terra, a dirimere le liti attraverso un giudizio, a difendere la propria causa, a depositare offerte sull’altare, a pagare le decime: così possono esser salvati, se tuttavia evitano i vizi e fanno il bene», cfr. Congar, «Per una teologia del laicato», cit., pp. 29ss.
cinare, il clero al laicato6. La distinzione di Graziano rimane così nella testa della maggior parte delle persone di Chiesa e perciò, sull’idea della celebrazione come atto di una comunità, tende ancora a prevalere la separazione tra gli «addetti ai divini misteri» e il popolo «che assiste». Tale ritorno a una concezione in totale contraddizione con lo spirito del Concilio è favorita per altro dalla perdurante concezione della messa come devozione individuale piuttosto che come atto comunitario. Ma è probabile che l’una cosa sia il riflesso dell’altra. Purtroppo, su questo punto una qualche responsabilità l’ha anche un caro papa come Paolo VI Montini, con la sua lettera apostolica Ministeria quae dam del 1972. Già nel titolo, MQ indica il cambiamento che si vuole opera-
6. Si potrebbe essere polemici al punto di ricordare che Clemente Romano (papa dal 92 al 97), commentando S. Paolo dice: «Egli ammette il matrimonio di un uomo con una sola donna, sia per il prete, sia per il diacono, sia per il laico». Ma basti per dire che la descrizione di Graziano non risale per nulla ai primi secoli della Chiesa e tanto meno ai tempi apostolici.
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re: viene abolita la terminologia ordini maggiori e ordini minori e si parla di ministeri ordinati e di ministeri istituiti. Ministeri ordinati rimangono il diaconato, il presbiterato e l’episcopato; tra i ministeri istituti non figurano più la tonsura, l’ostiariato e il suddiaconato, rimangono solo l’accolitato e il lettorato; abolito anche l’esorcista. Detto con altre parole: i servizi riconosciuti sono ora soltanto quello di chi legge all’assemblea la Sacra Scrittura e quello di chi serve in vari modi all’altare. «Così si intendeva superare – scrive Emmanuela Viviano in un bell’articolo – la visione che attribuiva questi incarichi ai soli chierici come gradi per accedere al presbiterato […]. I ministeri istituiti dell’accolito e del lettore diventano ministeri laicali e i fedeli che li esercitano non assumono funzione di supplenza rispetto ai chierici ma esercitano un diritto fondato sul sacerdozio comune dei cristiani»7. Un ostacolo: le donne Mi soccorre a questo punto un ricordo personale. Il vescovo Eugenio Corecco (1931-1995) mi invitò una volta a preparare un progetto di celebrazione del «mandato» da conferire ai lettori e agli accoliti. Ma non vi diede seguito, e successive riproposizioni da parte mia presso i successori caddero sempre nel vuoto. Nel frattempo, almeno di lettori, e anche solo riferendosi alla Diocesi ticinese, se ne sono contati e se ne contano moltissimi. Più o meno capaci, più o meno preparati, di fatto svolgono un servizio riconosciuto. Perché allora non sottolineare la loro «istituzione» con un gesto liturgico adeguato (era l’intuizione di Corecco) e limitarsi a conferirla con una cerimonia speciale solo ai seminaristi candidati a raggiungere l’Ordine sacro? La spiegazione si ha leggendo nel documento papale citato (Ministeria quaedam): «L’istituzione del Lettore e dell’Accolito, secondo la veneranda tradizione della Chiesa, è riservata agli uomini»8. Tipico di Paolo VI, vien voglia di dire: un passo avanti e uno indietro! Ma allora si capisce perché 7. E. Viviano, I ministeri laicali nel Concilio Vaticano II, in «La vita in Cristo e nella Chiesa», febbraio 2016, p. 49. 8. «Lettera apostolica in forma di motu proprio Ministeria quaedam, con la quale nella Chiesa latina viene rinnovata la disciplina riguardante la prima tonsura, gli ordini minori e il suddiaconato», 15 agosto 1972, VII.
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I 50 anni di Universa Laus Enrico Morresi, l’autore di questo articolo, non è soltanto il redattore responsabile di «Dialoghi». Dall’estate scorsa è anche segretario generale di Universa Laus. Groupe international d’études pour le chant et la musique dans la liturgie, fondato nel 1966 a Lugano. Ed è a Lugano, il 18 agosto prossimo, che il giubileo dell’associazione sarà ricordato, con una giornata commemorativa al Centro diocesano di Via Cantonale 2a che culminerà con l’Eucarestia presieduta dal Vescovo di Lugano, Valerio Lazzeri. La puntata a Lugano si inserisce nell’annuale settimana di studio, quest’anno in programma a Gazzada (Va). Un ticinese: don Luigi Agustoni, fu tra i fondatori dell’associazione, insieme con il gesuita Jospeh Gelineau, autore di una fortunata serie di canti in lingua viva, e con altre personalità che avevano avuto influenza nella messa a punto dei documenti sulla liturgia del Concilio e dell’immediato post-Concilio. «Universa Laus» ha pubblicato due importanti manifesti: nel 1980 il documento di Assisi: «Musica. Liturgia. Cultura», che negava ogni pertinenza al vecchio concetto di «musica sacra» e riassumeva i principi essenziali del rapporto tra la musica e la liturgia rinnovata, e nel 2003 il documento di Gazzada (Va): «La musica nelle liturgie cristiane», in cui veniva approfondito l’aspetto antropologico della partecipazione attiva alle celebrazioni. Corecco e i suoi successori, persone aperte e consapevoli, non abbiano voluto dare rappresentazione visibile a una discriminazione! Prima del Concilio il servizio liturgico era strettamente riservato al clero, condizione alla quale si accedeva con la tonsura. S. Pio X, con il famoso motu proprio «Tra le sollecitudini» del 1903, riservava ai chierici persino il coro, pur ammettendo che in caso di necessità ne potessero far parte anche laici, purché di sesso maschile, escluse tuttavia le donne9. Ancora il documento vaticano del 3 settembre 1958 sulla musica sacra10 insiste su quel divieto. La costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium, del 1963, riconosce che «anche i ministranti, i lettori, i commentatori e i membri della scuola cantorum svolgono un vero ministero liturgico» (n. 29). Un problema nuovo nasce quando, per supplire la mancanza di clero ordinato, in alcuni Paesi di lingua tedesca si introduce una nuova figura: quella dell’assistente pastorale, il quale esercita la sua funzione in parrocchia in quanto battezzato e cresimato, in pratica svolgendo tut-
9. «Le donne non possono essere ammesse a far parte del Coro o della cappella musicale. Se dunque si vogliono adoperare le voci acute dei soprani e contralti, queste dovranno essere sostenute dai fanciulli, secondo l’uso antichissimo della Chiesa» (Motu proprio «Tra le sollecitudini» di s. Pio X, 22 novembre 1903, 13). 10. Sacra Congregatione Rituum, Instructio de Musica Sacra et Sacra Liturgia, 1958, 93c.
te le funzioni salvo la celebrazione dell’Eucarestia e il perdono dei peccati. L’edizione del Messale romano del 1970 precisa: «Mancando un maschio adatto a esercitare il servizio di lettore, può essere consentito a una donna di leggere, ma fuori del presbiterio, le letture prima del Vangelo». La norma venne modificata nel testo ma confermata in sostanza nell’edizione del 1975 e lasciata cadere in quella del 200211. Con l’esortazione apostolica con cui si dà seguito alle deliberazioni del Sinodo dei vescovi del 1987, papa Wojtyla però sottolineava: «Quando la necessità o l’utilità della Chiesa lo esige, i pastori possono affidare ai fedeli laici alcuni compiti che non esigono il carattere dell’ordine» e concludeva: «I padri sinodali hanno espresso il desiderio che il motu proprio “Ministeria quaedam” sia rivisto»12. Anzi, istituì un gruppo di lavoro dal quale tuttavia finora non è uscito niente»13. «La situazione attuale – scrive Emmanuela Viviano – a 42 anni dal Motu proprio MQ e a 50 anni dalla costituzione conciliare Sacrosantum Concilium, è 11. R. Pacik, Laien und Liturgie, in G. Ritzer (Hg.) «Mit euch bin ich Mensch», Tyrolia-Verlag, Innsbruck-Wien, p. 466n. 12. Questo sembra comunque riguardare soltanto la celebrazione liturgica in senso stretto. Per speciali situazioni, come il portare la comunione fuori della messa, basta la deputatio, cioè una designazione da parte del vescovo o del prete che ne ha la facoltà. A ciò autorizza l’istruzione Inestimabile donum della Congregazione dei sacramenti (1980) al p. 18 13. Pacik, Laien…, cit., p. 464.
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che esistono due classi di lettori. E tuttavia di fatto, «nella pratica pastorale vigente fino a oggi, uomini e donne possono essere lettori anche senza l’istituzione ufficiale». Del resto, il Codice di diritto canonico afferma che «ove le necessità della Chiesa lo suggeriscano, in mancanza di ministri, anche i laici, pur senza essere lettori o accoliti, possono supplire alcuni dei loro uffici, cioè esercitare il ministero della parola, presiedere alle assemblee liturgiche, amministrare il Battesimo o distribuire la sacra Comunione»14. Quel che rimane, di fronte a tante circonlocuzioni, è un senso di disagio. Non è una priorità? Forse è vero che per la Chiesa di oggi la liturgia non è più una priorità e perciò di queste incongruenze non si parla mai. Intanto, però, si scava di nuovo un solco tra i duo genera christianorum. Dal mio punto di vista luganese, altre sfortunate vicende potrei citare: come la rinuncia della mia Diocesi alla funzione degli «assistenti pastorali», cui si deve la sopravvivenza di un minimo di presenza ecclesiastica in molte parrocchie delle regioni di lingua tedesca e francese. Anche la figura del diacono 14. Codice di diritto canonico, can. 230.3.
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rimane molto sbiadita e per nulla fedele al ritratto ideale che ne hanno dato i documenti del Concilio. Raramente utilizzata è la facoltà di ricevere la Comunione sotto le due specie. Tutti vedono che i ministri in presbiterio comunicano al pane e al vino, in navata invece si comunica solo al pane: non è evidente che, ancora e sempre, duo [sunt] genera christianorum? A una messa crismale cui ho assistito, il diacono che reggeva il calice al quale i presbiteri intingevano il pane è letteralmente fuggito verso l’altare per riportarvelo quando, finita la teoria dei preti, alcuni laici si sono presentati per la Comunione! Anche il linguaggio tradisce la persistenza dell’antico modello. Quando si parla di funzioni laicali da svolgere nella comunità si vuole alludere quasi solo alle azioni caritative, organizzative, quasi mai alla condivisione delle responsabilità nella liturgia. Il risultato è la persistenza di una mentalità «clericale» anche nel «popolo di Dio»! Di recente, una brava signora, cattolica di ferro, mi ha detto che non riceverebbe mai la comunione da un laico! E vorrei vedere se molti non protesterebbero quando al funerale dei propri cari il parroco mandasse un laico a officiare: «Noi vogliamo un prete!». È un equivoco che altrove è stato superato ma
Notizie belle e buone Non partecipa a sfilate. La Vergine nera di Einsiedeln ha un guardaroba di 33 abiti in tessuti preziosi, accompagnati da corone e gioielli. Un fratello monaco ne ha ricavato un catalogo illustrato; alla Vergine viene cambiata la veste da 15 a 18 volte l’anno, seguendo il calendario liturgico. Peraltro, non intende presentarsi alle sfilate di moda… Nel laicato svizzero. Dallo scorso settembre, Corinne Zaugg-Maffezzoli, cresciuta a Melide e residente a Mendrisio, è presidente della Commissione svizzera dell’apostolato dei Laici (CSAL), organismo di rappresentanza e di coordinamento dei laici impegnati nella Chiesa cattolica in Svizzera nelle tre regioni linguistiche. Per formare teologhe. Dora Sylvia Vögelin ha creato un fondo che erogherà borse di studio per donne dei cantoni di Basilea Campagna e Città e dei Grigioni che intendono studiare teologia. Il capitale è di un milione di franchi. Ottantanovenne, la signora Vögelin ha studiato teologia a Basilea e Parigi, ha lavorato presso la chiesa svizzera di Londra ed è stata la prima donna pastore in Engadina, all’inizio degli anni Sessanta; oggi vive a Riehen. Le prime borse di studio saranno assegnate nei prossimi mesi. Festival femminile. La XXX edizione del Festival del film di Friburgo, svoltasi dall’11 al 19 marzo, è stata dedica-
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nella mia Diocesi quasi nulla è stato fatto, se non a parole, per estirparlo! È scontato che quanto sopra debba scandalizzare chi leggesse queste note, non solo a Basilea e a Soletta, ma soprattutto nei Paesi che una volta venivano detti «di missione», dove le facoltà concesse dal diritto canonico sono la condizione indispensabile perché la Chiesa sia in qualche modo presente. Per non ricordare il caso dei Paesi che hanno conosciuto decenni di persecuzione del cristianesimo! Lo scrittore russo Andrej Siniavksji raccontava a Lugano nel 1991 di aver incontrato nelle regioni artiche dell’URSS una donna che clandestinamente battezzava i nuovi nati, e nel Gulag dove era stato rinchiuso di un gruppo che si dava convegno nella legnaia del campo per recitare, a memoria e a turno, l’Apocalisse di Giovanni, versetto dopo versetto. Viene in mente la parola del Signore: «Vi dico che se questi taceranno parleranno le pietre!» (Lc 19.40). Ecco perché mi sento di dire che la recezione del portato principale della Lumen gentium, perlomeno negli ambiti toccati dalla Sacrosantum Concilium, non è (ancora) avvenuta. Anzi, no: è affermata dove la Chiesa è negata e negata dove la Chiesa è affermata.
ta alle donne, registe, interpreti o protagoniste. Sono stati proiettati 127 film, una selezione delle più belle opere che celebrano la diversità femminile, espressione della cinematografia di 62 Paesi. Due dibattiti sono stati dedicati alla presenza delle donne nel cinema, mentre un programma scolastico ha sensibilizzato gli studenti tramite un programma pedagogico alla rappresentazione del femminile. Misericordia in Vaticano. Una ragazza senza fissa dimora ha messo al mondo, la notte tra il 19 e il 20 gennaio scorsi, negli immediati dintorni di piazza San Pietro, una bambina. Assistita dai poliziotti italiani, madre e piccola sono state condotte al vicino Ospedale del Santo Spirito. A madre e figlia è stata poi offerta ospitalità nella casa gestita dalle suore di Madre Teresa in Vaticano. Sotto il colonnato del Bernini è stato aperto, dopo il locale delle docce e del barbiere a diposizione dei poveri, anche uno studio medico, affidato ai membri dell’associazione «Medicina solidale» dell’ospedale di Tor Vergata. Umorismo vaticano. «L’Osservatore Romano», giornale ufficiale del Vaticano, ha aperto le sue sempre seriose colonne allo scrittore e umorista francese Edmond Prochain, il quale, invitando il quotidiano vaticano a non prendersi troppo sul serio, ha osservato: «È difficile negare che i cristiani sono oggi di una serietà che sfiora la costipazione». Per evitare fraintendimenti con altre notizie ritenute serie l’umorista avrà una rubrica speciale e firmerà con uno pseudonimo.
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cronaca internazionale
cronaca internazionale a cura di Alberto Lepori
Bruxelles. «Con cuore addolorato ho seguito le tristi notizie degli attentati terroristici avvenuti martedì a Bruxelles, che hanno causato numerose vittime e feriti. Assicuro la mia preghiera e la mia vicinanza alla cara popolazione belga, a tutti i familiari delle vittime e a tutti i feriti. Rivolgo nuovamente un appello a tutte le persone di buona volontà per unirsi nell’unanime condanna di questi crudeli abomini che stanno causando solo morte, terrore o orrore. A tutti chiedo di perseverare nella preghiera e nel chiedere al Signore, in questa Settimana Santa, di confortare i cuori afflitti e di convertire i cuori di queste persone accecate dal fondamentalismo crudele, per intercessione della Vergine Maria». Firmato: Francesco. Quarantenne. «Koinonia», periodico mensile (Piazza S. Domenico 1, 51100 Pistoia) ha festeggiato con il numero 419 i quarant’anni di esistenza (1976-2016), espressione povera di un gruppo animato dal domenicano Alberto Simoni, con collaboratori fedeli Raniero la Valle, Giancarla Codrignani, Piero Stefani, ecc. Espressione e propugnatore degli insegnamenti del Concilio Vaticano II (come tenta modestamente di fare anche «Dialoghi») vive con passione la nuova primavera di papa Francesco. Cordiali auguri per ancora tanti anni di propositi e speranze! Un «Gallo» settantenne. «Gallina vecchia fa buon brodo» recita un detto luganese, che certamente vale anche per il gallo, da cui il nome del mensile genovese che, appunto da settant’anni (il fascicolo di gennaio 2016, n. 763, porta infatti il cardinale LXX), suona la sveglia per mettere in guardia dal rinnovare le negazioni di San Pietro. Per degnamente celebrare l’evento, gli amici genovesi hanno organizzato un incontro, nel prestigioso palazzo ducale, e così informano i lettori nel numero di febbraio: «La festa dei settant’anni del “Gallo” è stata una partecipata occasione per rileggere il nostro passato pensando al futuro. Dentro la società liquida, in un’Europa invecchiata, ma con una Chiesa in cui si sente aria nuova, fra preoccupazioni e speranze ci pare di avere ancora qualcosa da dire, mentre “quel gallo” continua a sollecitare respon-
sabilità e a mettere in guardia da tradimenti». La rivista genovese (cui ci lega conoscenza ed amicizia risalente agli anni Sessanta del XX secolo) è stata un po’ la «madrina» e certamente l’ispirazione di «Dialoghi»: logico che di tutto cuore e con immutata speranza auguriamo di «non mettere limiti alla Provvidenza». Avanti quindi, «tiremm innanz», auguriamo al milanese direttore Ugo Basso, in solidale amicizia. «il Regno» è rinato. La storica rivista, che i dehoniani avevano deciso di chiudere a fine 2015, è ripartita senza interruzioni con un nuovo editore nato «dal basso», grazie alla associazione Dignitatis humanae, costituita da studiosi e intellettuali di formazione culturale e di attività professionale diverse, legati tra loro da un comune impegno civile e democratico e dalla comune sensibilità religiosa, con particolare riferimento alla tradizione cattolica e all’ispirazione cristiana. La Provincia italiana settentrionale dei Sacerdoti del Sacro Cuore (dehoniani) aveva a metà luglio 2015 dato l’annuncio, motivato da ragioni finanziarie e di ristrutturazione aziendale, della chiusura della rivista alla fine del 2015, cioè alla vigilia del sessantesimo anno di vita, suscitando una ondata di deplorazioni e proteste (cfr. «Dialoghi» n. 239). Grazie all’impegno del direttore Gianfranco Brunelli, «il Regno» potrà continuare, senza interruzione, nel 2016. I padri dehoniani non avranno più alcuna partecipazione economica nell’impresa, che graverà interamente sull’associazione, ma conserveranno una presenza nel «comitato dei garanti», anche per segnare una sorta di continuità, sebbene solo simbolica. Il papa si vende bene. L’editoria cattolica è in crisi e perde pezzi: i gesuiti hanno chiuso «Popoli», i dehoniani hanno ceduto «il Regno» e chiuso «Settimana» e «Musica e Assemblea»; le congregazioni missionarie hanno chiuso l’agenzia «Misna», il mensile dei saveriani «Missione oggi» è in difficoltà, i Figli dell’Immacolata Concezione hanno sospeso l’attività dell’editrice Monti e anche i Paolini («Jesus» e San Paolo edizioni) non se la passano bene. Una casa editrice cattolica però è in gran forma, grazie
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soprattutto a papa Francesco: è la Libreria Editrice Vaticana. Nel 2015 la LEV ha venduto libri per un valore di oltre 8 milioni e mezzo di euro e le entrate delle pubblicazioni, sommate a quelle dei diritti d’autore sulle parole del Papa, hanno permesso una gestione aziendale pienamente autonoma e hanno consentito di versare al Papa nel 2014 480.000 euro. Al di là dei libri editi e venduti direttamente dalla LEV, la proprietà esclusiva sulle parole e gli scritti del Papa (di tutti i papi) frutta alla casa editrice vaticana un notevole gruzzolo: oltre un milione e mezzo di euro nel 2015 versate da oltre 500 case editrici, università e agenzie che hanno chiesto l’autorizzazione a pubblicare testi pontifici, tutelati dal copyright sulle parole papali. All’origine, una trovata del card. Angelo Sodano, allora segretario di Stato, che con decreto del 31 maggio 2006 decise che la LEV ha tutti i diritti sugli atti e documenti papali. Da allora, la parola del Papa può essere ottenuta dietro pagamento. A 500 anni dalla riforma luterana è un bel progresso (?) rispetto alla vendita delle indulgenze. I numeri della vergogna. Secondo i dati forniti dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, l’UNHER, da gennaio a settembre 2015 i rifugiati arrivati in Europa erano di sesso maschile per il 72%, contro il 13% di donne e il 15% di bambini. Da fine anno la tendenza è però mutata. Da gennaio, infatti, donne e bambini sono diventati il 57% dei migranti in fuga dagli orrori della guerra. Come già per il 2015, l’agenzia dell’ONU dimostra inoltre che la quasi totalità di chi lascia la propria residenza – l’85% – ha effettivamente diritto al titolo di rifugiato perché vittima di persecuzione nei Paesi d’origine. Nei primi due mesi del 2016 provenivano dalla Siria per il 42%, dall’Afghanistan per il 27%, e dall’Iraq per il 17%. I morti nel 2015 hanno raggiunto la cifra di 3771 unità. Nei primi due mesi del 2016 la drammatica contabilità ha già superato quota 400 e gli sbarcati sono stati oltre 130.000. Il nuovo rapporto di Amnesty International sui rifugiati non risparmia critiche all’Unione europea, area geografica di oltre 500 milioni di abitanti, fra le più ricche del pianeta eppure incapace di fornire risposte serie e credibili alla sfida: con l’eccezione della Germania, la sola fin qui capace di attuare un vero piano di accoglienza. Per quanto riguarda l’Ita-
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lia, dal 1. gennaio al 28 febbraio 2016 sono sbarcate 9.000 persone, contro le 120.000 giunte in Grecia. Per l’Italia, le nazioni di partenza sono la Nigeria, con il 17% degli arrivi, seguita da Gambia, Guinea e Senegal. Gli uomini sono ancora la stragrande maggioranza (il 79%): è quindi dal Medio Oriente in guerra che stanno fuggendo le donne e i bambini che tentano il passaggio dalla Turchia alla Grecia. L’arcidiocesi greco-ortodossa di Atene è in prima linea nel rispondere ai bisogni primari dei rifugiati e migranti ospitati presso il centro di identificazione e registrazione sull’isola greca di Samos. La Grecia continua dunque a svolgere un ruolo centrale nell’accoglienza di rifugiati e migranti e la Chiesa ortodossa è attiva sulle isole coinvolte nell’emergenza. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, dall’inizio dell’anno fino al 22 febbraio gli arrivi in Grecia sono stati 102.547. «Apostoli» è la più grande organizzazione di soccorso alimentare in Grecia: fornisce cibo, vestiti, medicinali e biancheria da letto a tutti i rifugiati e migranti che arrivano a Samos. Ha messo a disposizione inoltre migliaia di letti da distribuire a cinque centri su diverse isole dell’Egeo. Le organizzazioni impegnate nell’aiuto e nel soccorso ai rifugiati e ai migranti denunciano che il loro compito è reso più difficile dall’incoerenza della politica dell’Unione Europea e dall’incapacità degli Stati membri dell’UE di accordarsi sulle strategie da adottare. Volere è potere. All’inizio di febbraio, insieme ai suoi genitori e al fratellino Hussein, è arrivata a Roma da Beirut, Falak, una bambina seriamente malata, grazie ai corridoi umanitari proposti e realizzati dalla Federazione delle Chiese evangeliche, dalla Comunità di Sant’Egidio e dalla Tavola valdese che, con il suo «otto per mille», ha finanziato gran parte dell’intero progetto. E così, mentre l’Europa discute di come far fronte alle ondate migratorie senza peraltro arrivare a conclusioni apprezzabili, e in vari paesi dell’Unione si dichiara l’intenzione di respingere decine di migliaia di profughi, in Italia si realizza un esperimento di accoglienza umanitaria concreto e giuridicamente fondato. È un procedimento che consente a persone in condizione di vulnerabilità di chiedere un visto per ragioni umanitarie presso una sede consolare dell’Unione Europea; la norma è prevista dal regolamento di Schengen, ma
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non è mai stata utilizzata. Arrivando con un visto rilasciato da un’autorità consolare, l’aspetto della sicurezza e del contrasto a terroristi e criminali è rigorosamente salvaguardato. Inoltre, i profughi vengono accompagnati in questa procedura da membri delle Chiese evangeliche e della Comunità di Sant’Egidio che vivono e operano nei Paesi in cui sono stati aperti i cosiddetti «corridoi umanitari»: per ora in Libano ma, a seguire, in Marocco e Etiopia. E la Svizzera? Diminuiscono i cristiani europei. Nei prossimi decenni il numero dei cristiani in Europa è destinato a diminuire, anche se il cristianesimo rimarrà la religione maggioritaria del continente. È quanto emerge da una ricerca del «Pew Research Center», che ha proiettato alcune tendenze sull’appartenenza religiosa europea fino al 2050. I cristiani scenderanno dagli attuali 553 milioni a 454 milioni, passando dal 74,5% della popolazione europea nel 2010 al 65,2% di metà secolo. Il decremento sarà una conseguenza dell’invecchiamento della popolazione cristiana europea e dei bassi tassi di natalità: fattori che, oltre alle migrazioni, risultano favorevoli alla presenza musulmana, che a metà del secolo passerà da 43 (5,9% della popolazione) a 70 milioni (10,2%). Significativi aumenti sono previsti anche per le comunità buddiste e induiste, mentre gli ebrei scenderanno da 1,4 a 1,2 milioni. L’incremento più significativo però riguarda il numero degli europei non affiliati a nessuna comunità di fede: saliranno da 140 (18,8%) a 162 milioni (23,3%), divenendo in alcune nazioni del continente, come per esempio nei Paesi Bassi ma anche in Francia, il gruppo di maggioranza. Maggioranza cattolica, ma non troppo. Il 71,1% degli italiani si dichiara cristiano e di confessione cattolica, di questi è praticante il 25,4%, si reca a messa ogni domenica il 20,5%, mentre il 14,8% entra in chiesa una o due volte al mese, il 31% dichiara di frequentare le chiese in occasione di festività religiose, il 21,1% solo in occasione di battesimi, comunioni, cresime, funerali. Tra i sacramenti, i cattolici conferiscono maggior importanza al battesimo (87,9%), al secondo posto mettono il matrimonio (84,2%), seguito dall’eucarestia (78,2%), dalla cresima (77,2%) e dalla confessione (64,4%). E tuttavia, confessarsi è consuetudine soltanto per il 27,2%. In Ita-
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lia sono 1.600.000 i credenti che non si identificano nella Chiesa cattolica. I cittadini italiani appartenenti a minoranze religiose oggi rappresenterebbero il 2,9% della popolazione (negli anni ’80 erano appena 1’1%). Il gruppo più folto è costituito dai cristiani protestanti (27%), cui seguono i testimoni di Geova (25,7%), i musulmani (15%), i cristiani ortodossi (9,6%), i buddhisti (9,1%), gli ebrei (2,2%), gli induisti (1,9%). I protestanti sono in totale 442.000, i testimoni di Geova 422.000. I musulmani, sono cresciuti da 10.000 nel 2001 a 245.000 nel 2015. Da notare che tra gli oltre cinque milioni di immigrati stanziati in Italia, oltre la metà (53,8%) sono cristiani (2.700.000 persone) e solo il 32,2% è musulmano. Secondo il rapporto Eurispes, il 50,1% degli italiani non è d’accordo con l’ammissibilità alla comunione per i divorziati e i risposati civilmente, sono per il mantenimento del celibato obbligatorio dei preti (il 51,6%), mentre una risicata maggioranza si apre alla possibilità per le donne di dire messa (il 50,7% è d’accordo). Approvato dalla maggioranza dei cittadini è il finanziamento alla Chiesa cattolica e delle altre comunità religiose attraverso il meccanismo dell’otto per mille (55,4%, contro il 36,4%); il 40,6% è convinto che la Chiesa cattolica interferisca più di quanto dovrebbe su questioni etiche come aborto, eutanasia, fecondazione assistita, omosessualità e solo 1’8,9% pensa che dovrebbe farlo di più. Il 67,6% degli italiani si dice favorevole alla tutela giuridica delle coppie di fatto indipendentemente dal sesso, tuttavia la possibilità di adottare bambini per le coppie omosessuali raccoglie solo il 29% dei consensi. Minoritari sono coloro che ammettono il cosiddetto utero in affitto (38,5%), i favorevoli al matrimonio tra persone dello stesso sesso sono il 47,8%. Per la regolamentazione dell’eutanasia è il 60% degli italiani, mentre il 70% si dichiara contrario al suicidio assistito e a favore del testamento biologico; il 71,6%, è per la pillola abortiva RU486. Secondo l’Unione degli atei e degli agnostici italiani, nel 2016 in 47.726 hanno chiesto il modulo per farsi «sbattezzare»: il numero è in aumento rispetto agli anni precedenti. La notizia non sorprende il teologo valdese Paolo Ricca, secondo cui molti di coloro che furono battezzati nelle diverse confessioni da bambino sono sbattezzati… di fatto, in quanto vivono come non fossero mai stati battezzati.
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cronaca svizzera a cura di Alberto Lepori
Nuova amministratrice. Con la fine del 2015, Claudio Cerfoglia ha cessato la funzione di amministratore di «Dialoghi». Il Comitato lo ringrazia per l’ottima gestione delle nostre magre finanze e ha scelto per sostituirlo la signora Alliny Antunes Richina, alla quale augura buon lavoro. L’amore è civile e politico. Nella sua lettera per la Quaresima 2016, il vescovo di Lugano Valerio Lazzeri ha ricordato che «con l’iniziativa popolare federale “per imprese responsabili, a tutela dell’essere umano e dell’ambiente”, il Sacrificio Quaresimale si impegna quest’anno anche a livello istituzionale, chiedendo alle imprese transnazionali di assumersi pienamente la responsabilità del loro agire. L’agire personale e l’agire politico sono due facce della stessa medaglia. Nella sua enciclica Laudato si’ papa Francesco ci ha esortati a una conversione ecologica. Infatti, tutto quello che in noi scaturisce dall’incontro con Gesù lo dobbiamo far fruttificare nelle nostre relazioni con il mondo che ci circonda. Scrive il Papa: “L’amore pieno di piccoli gesti di cura reciproca è anche civile e politico e si manifesta in tutte le azioni che cercano di costruire un mondo migliore”» (n. 231). Impegno per la misericordia. In un’intervista pubblicata dal «Corriere del Ticino» del 6 aprile, mons. Lazzeri ha tra l’altro affermato: «Tutte le opere di misericordia sono importanti e urgenti. Ce ne sono tante che sarebbero da potenziare e da accrescere, ma quelle che più ci stanno a cuore sono quelle che da sempre la Chiesa ha promosso, nella cura dei malati e degli anziani, nell’educazione dei giovani, nell’assistenza ai disabili, nella promozione della persona nel mondo del lavoro, nella proposta di nuove opportunità per le persone più sfortunate. Su questi terreni siamo attivi da tempo e desideriamo continuare ad esserlo mettendoci ancor più in gioco davanti alle nuove sfide che possono nascere. Una riflessione è da fare, per esempio, a livello dei grandi temi sociali che ci toccano da vicino nel nostro tempo. Proprio in questo senso ci è sembrato importante avviare un gruppo per lo studio di temi sociali, con rappresentanti di settori molto diversi fra loro ma che possono, dall’interno, capire
e portare davanti a tutti le questioni più urgenti». Adelante con juicio. Nel numero doppio gennaio-febbraio 2016 della «Rivista della Diocesi di Lugano», arrivato agli abbonati all’inizio di marzo, oltre alle indicazioni dei vescovi svizzeri sulle votazioni svoltesi il 28 febbraio, un decreto rinnova «la disciplina dei Sacramenti sul Rito della Lavanda dei piedi nella Liturgia della Messa “in Coena Domini”». Il cardinale Robert Sarah, assistito da un arcivescovo segretario (e presumibilmente da una dattilografa…), ha emanato un Decreto in cui permette di fare quanto papa Francesco fece già nel 2013 nel rito del Giovedì Santo: «Tale gruppetto può constare di uomini e donne, e convenientemente di giovani e anziani, sani e malati, chierici, consacrati, laici». Finora il Messale romano (p. 300, n. 11) prevedeva che fossero «uomini», mentre ora sono da scegliere «nel popolo di Dio», quindi anche tra le donne. Ma questo papa ci scappa da tutte le parti! Ora, tra i ventiquattro piedi, ha lavato anche quelli di non cristiani! Esemplare riforma: il cardinale Martini diceva che la Chiesa cattolica era in ritardo di duecento anni: qui invece si vede un eminentissimo pronto ad aggiornarsi, precisando tuttavia che si tratta di una possibilità, perché non esiste un obbligo per un prete (oibò!) di lavare i piedi a una donna! Seppellire i morti. Giubileo o non giubileo, si dimostra poca misericordia per i resti (ma sì, le reliquie!) dei santi e poca attenzione per quell’opera di misericordia che consiste nel procurare «l’eterno riposo» ai defunti. San Pio da Pietralcina è stato traslocato per qualche settimana a Roma, con un suo confratello pure lui pazientemente incerottato, e offerto alla devozione (o alla curiosità) di migliaia di fedeli. Il confine tra religione popolare (cara a papa Francesco) e superstizione è fragile e facilmente superato dal turismo e dal commercio. Anche Lugano, comunque, ha voluto la sua parte: il «Giornale del Popolo» segnala che sabato 27 febbraio, nel secondo appuntamento del Trittico in onore della Divina Misericordia promosso dall’Istituto DiReCom della Facoltà di teologia di Lugano, si è celebrata alla basilica del Sacro Cuore una messa alla presen-
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za di una reliquia del sangue di San Giovanni Paolo Il, donata in seguito al nuovo Centro accademico «San Giovanni Paolo II» di Besso. Nell’aula multiuso della Facoltà di teologia, introdotta dal nuovo rettore prof. Roux, si è poi ascoltata la testimonianza di mons. Mieczyslaw Mokrzycki sul tema «Mistica, Misericordia e Vita in San Giovanni Paolo II», cui ha fatto seguito un buffet offerto dall’Associazione Sostenitori della FTL (l’aula accademica era stata programmata con notevole realismo sul numero ridotto dei partecipanti). È certamente un atto di misericordia limitarsi a far circolare (e portare in Ticino) solo alcune gocce del sangue di papa Wojtyla, lasciandone in pace il corpo in San Pietro: ma si è trattato di un confronto impari con i due corpi interi esposti a Roma. Più misericordiosi ancora a Losanna, dove la comunità polacca si è accontentata di un capello (un cheveu) del papa polacco, procurato dal sempre benemerito mons. Mokrzycki. E misericordia sia anche per il DiReCom della Facoltà di teologia, che intende approfondire gli studi ecumenici sul culto delle reliquie (nella differenza tra dulia e latria), in vista del quinto centenario della Riforma luterana. Per ora i protestanti si limitano a mettere in vendita statuine di Lutero in plastica… Ascoltare la creazione. L’associazione Chiesa e Ambiente (oeku) ha scelto come tema per il «tempo della Creazione» – che quest’anno si svolgerà dal 1. settembre al 4 ottobre – «Ascoltare la Creazione», inaugurando un ciclo dedicato ai cinque sensi, il primo essendo l’ascolto perché la creazione è nata dalla parola (Genesi 1). Fondata trent’anni fa, oeku raggruppa oltre ottocento parrocchie e istituzioni ecclesiali in Svizzera, e gode dell’appoggio dei vescovi e delle Chiese protestanti. Il materiale per la celebrazione può essere richiesto a: oeku, Eglise et environnement, Schwarztorstrasse 18, 3001 Berna. Uscire dal vicolo cieco. Il Gran Consiglio ticinese ha respinto un’iniziativa parlamentare con la quale si chiedeva di permettere, negli ospedali e nelle case per anziani, la pratica del suicidio assistito. Ogni opinione in questa materia delicata è rispettabile, ma deve essere compresa anche la situazione difficile di chi, per esempio, ricoverato in una casa per anziani, non ha più una casa propria in cui esercitare il suo «diritto» al suicidio assistito secondo coscienza. La Confederazio-
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ne se ne lava le mani, alcuni cantoni (soprattutto romandi) hanno legiferato in materia aprendo tale possibilità a condizioni rigorose. In Ticino gli ospedali sono contrari – giustamente, si dice, il loro compito è di guarire i pazienti – e inoltre non vedrebbero di buon occhio che dei pazienti vicini a morire siano portati all’ospedale… solo per quello. Tocca dunque alle case per anziani decidere una politica che sia, insieme, umana e praticabile. È attesa un’assunzione di responsabilità soprattutto dalla Federazione delle Case per anziani, proponendo una soluzione unica per gli istituti nel Ticino. Avanti, dunque, in nome della dignità delle persone: siano tante o poche, tutte meritano rispetto. Aumentano i suicidi assistiti. Netto aumento dei suicidi assistiti dalla associazione «Exit»: nel 2015 l’organizzazione ha accompagnato 782 persone alla morte nella Svizzera tedesca e in Ticino, con un aumento di circa il 30% rispetto all’anno prima. L’età media delle persone che hanno scelto di morire in questo modo era di 77 anni; il 55% erano donne, gli uomini il 45%. In Ticino un giornale aveva riferito come in un solo mese siano stati una quindicina i casi di suicidi assistiti portati a termine nel Cantone. Da anni «Exit» registra un aumento dei membri, superando nel 2015 quota 95mila. L’associazione spiega questo aumento anche con il sensibile invecchiamento della popolazione. Secondo «Exit», i casi di accompagnamento delle persone che vogliono togliersi la vita rappresentano circa l’1,5% delle 65mila morti che si registrano in un anno in Svizzera. Secondo uno studio, pubblicato sulle riviste «JAMA International Medicine» e «Swiss Medical Weekly», ricercatori delle università di Zurigo e di Ginevra hanno preso in esame 2256 casi in Svizzera tedesca di morti «attese» e «non improvvise», nell’ambito di un sondaggio realizzato nel 2013 presso i medici curanti. In più di quattro casi su cinque i medici che avevano in cura malati terminali hanno praticato una qualche forma di assistenza al suicidio, in particolare hanno rinunciato a misure di accanimento terapeutico. Soltanto nel 18% dei casi non hanno adottato misure che avrebbero in qualche modo potuto anticipare il decesso; in più di due casi su tre si è deciso di interrompere una terapia e sono stati somministrati farmaci contro il dolore; solo nel 3% dei casi i medici hanno praticato, d’accordo con i pazienti, una forma di assistenza atti-
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va al suicidio. Una prassi sempre più frequente consiste nel somministrare ai pazienti dei sedativi per indurre una forma di sonno profondo che prelude al decesso (in una legge votata in Francia si parla di «sedazione profonda»). Rispetto a uno studio del 2001, questi casi sono quadruplicati. Chiese e diocesi. Il vescovo di Coira, mons. Huonder, ha promosso un’inchiesta tra i suoi collaboratori circa l’eventualità di separare il territorio del Cantone Zurigo dalla diocesi grigione, cui era attribuito dall’inizio del XIX secolo al momento della separazione dalla diocesi di Costanza, voluto per porre fine alla giurisdizione di un vescovo residente all’estero. Dei 685.000 cattolici dell’attuale diocesi di Coira, 390.000 vivono nel Canton Zurigo, solo 90.000 nel Cantone dei Grigioni, e 200.000 nella Svizzera centrale. Da tempo i cattolici di Zurigo, che spesso hanno avuto rapporti conflittuali con i vescovi di Coira, postulano la creazione di una propria diocesi, ora che ciò non dipende più dal consenso del governo federale. È da presumere e auspicare che non ci saranno opposizioni da parte protestante (accadde in passato per un’analoga iniziativa in favore di una diocesi da costituire a Ginevra): l’iniziativa grigionese potrebbe però rilanciare il problema più generale di una migliore distribuzione territoriale, sia in Romandia sia nella Svizzera tedescofona. Nuove comunità riconosciute. Le comunità religiose musulmane, ebraiche, buddiste o (forse) altre potranno essere riconosciute dal Canton Neuchâtel, il Consiglio di Stato avendo elaborato un progetto di legge in esecuzione di quanto previsto dalla Costituzione neocastellana del 2000. Finora la Costituzione cantonale prevedeva il riconoscimento della Chiesa riformata, di quella cattolico-romana e di quella cattolico-cristiana, ma nel Cantone sono presenti 12 altre comunità cristiane, nove comunità musulmane, quattro buddiste, una ebraica e una baha’i. Il riconoscimento deve essere chiesto, è soggetto a determinate condizioni e prevederà impegni e facilitazioni: in particolare la possibilità di ottenere da parte dello Stato l’incasso dei cosiddetti «contributi volontari», di usufruire degli edifici scolastici per l’educazione religiosa e di partecipare ai servizi di assistenza ai degenti negli istituti pubblici. Scopo del riconoscimento: favorire l’integrazione sociale degli aderenti alle «nuove» religioni.
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Miopia politica. La Commissione delle finanze del Consiglio nazionale propone di ridurre le spese pubbliche della Svizzera per la cooperazione allo sviluppo dallo 0,5% allo 0,4% del reddito nazionale lordo. È noto che la comunità internazionale propone agli Stati ricchi di prevedere lo 0,7%. Una riduzione così drastica avrebbe conseguenze catastrofiche per la Direzione dello sviluppo e della cooperazione (DSC) della Confederazione. A carico dell’aiuto pubblico allo sviluppo sono già addebitate alcune spese per i richiedenti l’asilo in Svizzera, che nel 2014 hanno raggiunto, con 456,3 milioni, il 14% dell’importo complessivo. Poiché queste spese aumenteranno nei prossimi anni, difficilmente sarà possibile risparmiare su questo punto: la cooperazione allo sviluppo fuori dei nostri confini dovrebbe perciò essere diminuita di oltre un quarto. Una politica in contrasto con una concezione dell’aiuto all’estero destinato a ridurre le ragioni economiche per cui molte persone cercano un futuro migliore in Europa. Spagnolette elvetiche. Il Gran Consiglio friburghese ha deciso che l’iniziativa promossa dall’Unione democratica di centro contro l’istituzione del Centro svizzero «Islam e società» è discriminatoria e contraria alla Costituzione federale: pertanto non sarà sottoposta a votazione popolare. Intanto l’Unione democratica di Centro (che dire? sempre meno di Centro e sempre meno fautrice di Unione) ha promosso nel Vallese una iniziativa contro il porto del velo musulmano, mentre il Consiglio di Stato ticinese (eseguendo la volontà espressa da una parte dei cittadini, in votazione popolare) mette in vigore, a partire dal prossimo luglio, il divieto di «nascondere il viso», affidandone l’applicazione alle autorità comunali. Un agricoltore giurassiano, per non essere da meno, ha lanciato un’iniziativa per salvare le corna delle vacche, in nome della «dignità degli animali».
Numeriarretrati? I numeri arretrati si possono ordinare a: Amministrazione «Dialoghi» Alliny Antunes Richina via Roncaccio 7 6900 Lugano al prezzo di fr. 12.–
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religioni nel mondo
religioni nel mondo Cristiani perseguitati in Oriente «In molti paesi del Medio Oriente e del Nord Africa i nostri fratelli e sorelle in Cristo vengono sterminati per famiglie, villaggi e città intere. Le loro chiese sono devastate e saccheggiate barbaramente, i loro oggetti sacri profanati, i loro monumenti distrutti. In Siria, in Iraq e in altri paesi del Medio Oriente, constatiamo con dolore l’esodo massiccio dei cristiani dalla terra dalla quale cominciò a diffondersi la nostra fede e dove essi hanno vissuto, fin dai tempi degli apostoli, insieme ad altre comunità religiose. Chiediamo alla comunità internazionale di agire urgentemente per prevenire l’ulteriore espulsione dei cristiani dal Medio Oriente. In Siria e in Iraq la violenza ha già causato migliaia di vittime, lasciando milioni di persone senza tetto né risorse. Esortiamo la comunità internazionale a unirsi per porre fine alla violenza e al terrorismo e, nello stesso tempo, a contribuire attraverso il dialogo ad un rapido ristabilimento della pace civile. È essenziale assicurare un aiuto umanitario su larga scala alle popolazioni martoriate e ai tanti rifugiati nei Paesi confinanti. Al contempo, è necessario che la comunità internazionale faccia ogni sforzo possibile per porre fine al terrorismo con l’aiuto di azioni comuni, congiunte e coordinate. Facciamo appello a tutti i Paesi coinvolti nella lotta contro il terrorismo, affinché agiscano in maniera responsabile e prudente. Ci inchiniamo davanti al martirio di coloro che, a costo della propria vita, testimoniano la verità del Vangelo, preferendo la morte all’apostasia da Cristo. Crediamo che questi martiri del nostro tempo, appartenenti a varie Chiese ma uniti da una comune sofferenza, sono un pegno dell’unità dei cristiani. Nelle circostanze attuali, i leader religiosi hanno la responsabilità particolare di educare i loro fedeli in uno spirito rispettoso delle convinzioni di coloro che appartengono ad altre tradizioni religiose. Sono assolutamente inaccettabili i tentativi di giustificare azioni criminali con slogan religiosi. Nessun crimine può essere commesso in nome di Dio, “perché Dio non è un Dio di disordine, ma di pace”» (1Cor 14,33) (dalla Dichiarazione di Cuba, 13 febbraio 2016, di papa Francesco e del patriarca Kirill).
A Creta il Concilio panortodosso I patriarchi primati delle maggiori Chiese ortodosse, riuniti a Chambésy, alle porte di Ginevra, hanno messo da parte dissidi teologici e storico-politici e hanno finalmente scelto data e luogo per la prima assise generale del mondo ortodosso dopo il 1054, l’anno del «Grande Scisma» con la Chiesa cattolica romana. La riunione non si terrà a Istanbul, vicino alla sede del patriarca ecumenico Bartolomeo di Costantinopoli, un po’ per ragioni di sicurezza e un po’ per le tensioni fra Ankara e Mosca, con il rischio concreto che l’opzione turca potesse tenere lontano il patriarca di Mosca Kirill. Sarà infatti l’isola di Creta, appartenente comunque alla giurisdizione di Costantinopoli, a ospitare il Concilio, che si aprirà il giorno della Pentecoste ortodossa, il 16 giugno. Sono previsti dieci giorni di lavoro molto intenso, con molti temi in agenda, a partire dalla missione della Chiesa ortodossa nel mondo contemporaneo. Si dibatterà inoltre sulla diaspora ortodossa, sull’autonomia di una Chiesa e la maniera per proclamarla, sul sacramento del matrimonio e i suoi impedimenti, sull’importanza del digiuno e sulle relazioni fra la Chiesa ortodossa e il resto del cristianesimo. A
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Chambésy i primati hanno inoltre deliberato di ammettere osservatori esterni non ortodossi alle sessioni di apertura e di chiusura del Concilio e hanno stabilito le norme che regoleranno i lavori. Sono previsti circa 400 delegati e il Concilio potrà significare un nuovo punto di partenza per l’Ortodossia.
La Dichiarazione di Marrakech Dal 25 al 27 gennaio si è svolta a Marrakech, sotto gli auspici del re del Marocco Mohammed VI e organizzata dal Ministero degli affari islamici, la conferenza intitolata «I diritti delle minoranze religiose nei paesi a maggioranza musulmana. Quadro normativo e un invito all’azione». Vi hanno partecipato più di trecento persone tra studiosi islamici, ministri delle nazioni a maggioranza musulmana – tra cui l’Egitto, la Turchia, l’Iraq, il Pakistan e l’Iran – e rappresentanti istituzionali e delle organizzazioni internazionali. Mercoledì 27 gennaio l’assemblea ha approvato una «Dichiarazione sui diritti delle minoranze religiose nelle comunità a maggioranza musulmana» che recita: «Preso atto che in diverse parti del mondo islamico le condizioni sono peggiorate pericolosamente a causa del ricorso alla violenza e ai conflitti armati come strumenti per risolvere le controversie, imponendo il punto di vista di una parte sull’altra, gli intellettuali e gli studiosi musulmani qui convenuti dichiarano la loro ferma adesione ai principi della Carta di Medina, le cui disposizioni contengono una serie di principi conformi alla cittadinanza contrattuale costituzionale, come la libertà di movimento, la proprietà, la mutua solidarietà e la difesa, nonché la giustizia e l’uguaglianza di fronte alla legge». La Carta di Medina, redatta dal profeta Maometto attorno al 622 a fondamento di quella che fu la prima statualità islamica della storia, prevedeva la libertà di culto; essa è dunque «in armonia» con la Carta delle Nazioni Unite e i documenti da essa derivati, come la Dichiarazione universale dei diritti umani. Secondo la Dichiarazione di Marrakech, ogni utilizzo della religione islamica al fine di discriminazione o di aggressione di minoranze religiose è dunque «inconcepibile» in qualsiasi Paese a maggioranza musulmana.
Nelle Chiese di Francia Dopo aver vissuto un processo di unione tra le Chiese luterane e riformate, la Chiesa protestante unita di Francia intende ora dotarsi di una nuova Dichiarazione di fede, capace di enunciare con un linguaggio semplice le convinzioni fondamentali condivise dai suoi membri. Nel primo semestre del 2016 ciascuna comunità verrà consultata per discutere e lavorare al progetto. Nell’autunno del 2016 i sinodi regionali si pronunceranno a loro volta prima dell’adozione formale, che dovrebbe avvenire nel Sinodo del 2017. L’unificazione di due o più Chiese normalmente avviene al termine di un processo di discussione e di compromesso teologico, dottrinale ed ecclesiale. La creazione della Chiesa protestante unita di Francia, nel 2012-2013, è stato invece il frutto di una dinamica inversa, a partire dalla Concordia di Leuenberg: la Chiesa evangelica luterana e la Chiesa riformata di Francia, firmatarie della Concordia, hanno constatato che erano in piena comunione, ne hanno preso atto di come, in numerosi campi, quali il lavoro giovanile e la diaconia, la cooperazione missionaria e la formazione teologica dei pastori, la loro collaborazione concreta confermava questa comunione: così fu realizzata l’unione completa delle due Chiese.
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notiziario (in)sostenibile
notiziario (in)sostenibile a cura di Daria Lepori
Giustizia climatica. La parrocchia protestante di Chêne, a Ginevra, ha pubblicato alla fine del 2015 una Carta sul problema della giustizia climatica che unisce conoscenze teologiche, filosofiche ed economiche. La biosfera è l’unico luogo che offre possibilità di vita all’essere umano. Per questo, dal punto di vista teologico, la biosfera è la parte della creazione affidata alla responsabilità umana (Gn 2,5). Gli autori scrivono: «Noi percepiamo le sfide climatiche e la messa in pericolo degli equilibri della biosfera come riguardanti un fondamento cruciale della fede, ovvero la responsabilità verso gli altri e verso la creazione». Nell’ultimo capitolo la responsabilità verso i propri simili è espressa con la volontà di mobilitarsi attivamente a livello personale, a livello di comunità cristiane e politicamente. Ascoltare la creazione. La rivista «oeku Eglise et environnement» festeggia nel 2016 il trentesimo di esistenza con una nuova serie tematica dedicata ai cinque sensi. Sarà l’udito a iniziare con lo slogan «Tendre l’oreille à la création»; l’odorato, il tatto, il gusto e la vista seguiranno dal 2017 al 2020. L’ascolto è essenziale per le religioni che «discendono» da Abramo: il giudaismo, il cristianesimo e l’islam. Tutte traggono origine dalla parola di Dio rivelata agli umani. Nel Genesi, Dio crea il mondo con la parola, Dio parla e la terra ascolta, produce piante, esseri viventi nell’acqua, uccelli, animali terrestri e l’essere umano. Un Tempo per la Creazione offre alle parrocchie l’opportunità di prestare attenzione ai suoni del mondo: concerti di uccelli e di rane, vento e tempesta, parole e musica, ma anche di prendere coscienza del rumore che disturba la creazione e scoprire il valore del silenzio nella meditazione e nella natura. Il materiale messo a disposizione si compone, come per gli anni scorsi, di una pubblicazione tematica e di un dossier di lavoro con proposte per il culto, celebrazioni, manifestazioni. Uscirà nel mese di giugno. Monete alternative. Andiamo verso la fine del monopolio delle monete di Stato? Soluzione di prossimità alla crisi economica, impegno civile, misura anticapitalista, rilocalizzazione
dell’economia… oggi più di cinquemila monete alternative sarebbero in circolazione nel mondo, secondo l’economista belga Bernard Lietaer. Pioniera con il WIR, creato negli anni 1930, la Svizzera si è dotata l’anno scorso di una nuova moneta alternativa, il léman, che circola nella Grand Genève. In Europa la più nota resta il chiemgauer, lanciato in Germania nel 2003. La Francia ne conta più di una trentina e un’altra ventina è in preparazione. Iniziative in gran parte cittadine, le monete locali sono ben viste da collettività locali per promuovere l’economia del proprio territorio. Come a Nantes, dove il municipio ha lanciato SoNantes una moneta locale utilizzabile a complemento dell’euro. «Acquaponia». Il termine è una contrazione di «acquacultura»: allevamento di organismi acquatici e «hydroponia» coltura di piante in un substrato arricchito. Il concetto sta nella simbiosi tra queste due tecniche, una relazione di interdipendenza che si crea tra la produzione di piante e di pesci. «In tale circuito chiuso, il solo elemento esterno è il mangime distribuito ai pesci attraverso un impianto elettrico. Le deiezioni dei pesci sono trasformate in nitrati dai batteri, l’acqua arricchita nutre le piante che a loro volta filtrano l’acqua che ritorna ai pesci chiara e limpida» spiega Sara di Maio, geografa urbanista che con Julie Conti, diplomata in «hautes études commerciales», sono state coistigatrici di questo progetto dell’associazione Exodes Urbains di Ginevra. Il procedimento non è nuovo, è tuttora praticato in Asia, ma ha riacceso l’interesse dell’Occidente soprattutto nell’ambito delle agricolture urbane. La possibilità di praticarlo sui terrazzi delle case, nelle cantine, nei garage e anche in casa ridurrebbe la distanza tra luogo di produzione e di consumo, limitando l’inquinamento legato ai trasporti. Il biologo ginevrino Jacques Falquet è scettico: vede una deriva possibile verso un greenwashing più mediatico che ideologico, con il rischio di passare allo stadio ultimo della trasformazione dell’agricoltura in industria. Con un sistema capace di funzionare completamente horssol, l’agricoltore tradizionale potrebbe sparire a vantaggio del tecnico specializzato. Vi sono anche molti li-
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miti pratici: l’acquaponia può essere efficace su piccola scala, ma un’applicazione più allargata presenterebbe diversi problemi. In zone tropicali i problemi sarebbero anche maggiori. Sara e Julie puntano soprattutto sulle economie domestiche romande: «Non si tratta di nessun caso di rinunciare all’agricoltura tradizionale ma di un complemento». Si può parlare di coltura biologica a proposito dell’acquaponia? Sì e no, dice dispiaciuta Julie, spiegando che se il procedimento non necessita teoricamente di interventi chimici, non beneficia del marchio «biologico» solo perché è classificato nella categoria hors-sol dalla regolamentazione europea. Il túmin. La storia comincia nel 2010 in Messico, nella regione di Veracruz dove, ispirandosi al modello zapatista che sprona all’autonomia dei popoli e alle pratiche ancestrali, un gruppo di studenti e di universitari con la partecipazione degli abitanti organizza un mercato alternativo articolato attorno a una moneta solidale: il túmin. Carlos il falegname compera il pane con i túmini da Paulina la panettiera, che a sua volta li spende da Joaquín, il macellaio, che si fa riparare la camicia da Enriqueta la sarta. «Molte famiglie sono così uscite dall’estrema povertà comprando prodotti di prima necessità senza dipendere dal sistema monetario dominante. Il túmin non è uno strumento monetario, è l’esperienza della fiducia e un apprendistato: il rapporto con il denaro è cambiato, non si è più in una logica di guadagno per sopravvivere ma in una logica di circolazione di beni, di servizi e di conoscenze», spiega la coordinatrice del progetto, Mayeli Ochoa, tessitrice e studente in scienze dell’educazione. Il túmin non può essere acquistato, come accade per altre monete: ogni nuovo aderente riceve gratuitamente 500 túmini, un capitale che deve far circolare all’interno della rete. Ma la moneta sociale non piace ai poteri pubblici. La Banca del Messico ha intentato una procedura contro gli utilizzatori del túmin per fabbricazione ed emissione illegale di moneta e concorrenza sleale al peso messicano. Esperti antropologi e economisti hanno dimostrato infondate queste accuse, la procedura è tuttora in corso. Intanto, il túmin circola ed è in auge negli ambienti alternativi. «È una diffusione che comporta dei rischi, perché non possiamo controllare la sua utilizzazione e la richiesta di túmini nei grandi centri supera le nostre possibilità» dice Mayeli Ochoa.
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i conti di «dialoghi»
I conti 2015 di «Dialoghi» 11.400,00 3.680,00 62,00 3.500,00 -0,25 18.641,75
COSTI D’ESERCIZIO Costi rivista Stampa rivista Spedizione rivista Costi postali Totale costi rivista Costi del Personale Rimborsi spese forfettarie Totale Costi del Personale Costi diversi d’esercizio Interessi e spese postali Totale costi diversi d’esercizio
16.939,50 2.616,80 225,25 19.781,55 830,00 830,00 196,17 196,17
TOTALE COSTI Perdita
In questo numero I corsivi di «Dialoghi» G responsabili dell’ignoranza (a.l.) G «spotlight» luce necessaria (E.M.)
CONTO ECONOMICO RICAVI D’ESERCIZIO Abbonamenti ordinari Abbonamenti sostenitori Vendita copie singole Sussidi cantonali Interessi CCP TOTALE RICAVI D’ESERCIZIO
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20.807,72 -2.165,97
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Articoli G la «bella utopia del reddito minimo garantito (A. Mirante) 3 G dal giubileo uno stimolo a ripensare la penitenza (I. Molinaro, A. Grillo)
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G dai sinodi sulla famiglia: coscienza e misericordia (E. Borghi)
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G migranti tra noi: una testimonianza (R. Lindemann)
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G balaustre nella testa, un problema aperto (E. Morresi)
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G testimoni e maestri G osservatorio ecumenico
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G parole di francesco
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G notizie belle e buone
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G cronaca internazionale
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G cronaca svizzera
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G religioni nel mondo
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G notiziario (in)sostenibile
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G i conti 2015 di «dialoghi»
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dialoghi di riflessione cristiana www.dialoghi.ch
BILANCIO ATTIVI Conto corrente postale Transitori attivi TOTALE ATTIVI PASSIVI Transitori passivi Risconti, ricavi già ricevuti Ratei, costi non ancora pagati Anticipazioni Capitale proprio / capitale sociale Utile o perdita riportata Perdita TOTALE PASSIVI
4.571,69 4.571,69
120,00 3.948,40 2.000,00 -461,91 1.131,17 -2.165,97 4.571,69 Claudio Cerfoglia, amministratore
Comitato: Alberto Bondolfi, Ernesto Borghi, Serse Forni, Aldo Lafranchi, Alberto Lepori, Daria Lepori, Enrico Morresi, Margherita Noseda Snider, Marina Sartorio, Carlo Silini Redattore responsabile: Enrico Morresi Redazione: Enrico Morresi, via Madonna della Salute 6, 6900 Massagno, tel. +41 (0)91 966 00 73, enrico.morresi@sunrise.ch Amministratrice: Alliny Antunes Richina, via Roncaccio 7, 6900 Lugano, tel. +41 (0)91 79 419 22 08, allinyg@hotmail.com Stampa: Tipografia-Offset Stazione SA, Locarno I collaboratori occasionali o regolari non si ritengono necessariamente consenzienti con la linea della rivista. L’abbonamento ordinario annuale (cinque numeri) costa fr. 60.–, sostenitori da fr. 100.– Un numero separato costa fr. 12.– Conto corr. post. 65-7205-4, Bellinzona.