Skip to main content

dialoghi 236

Page 1

236 dialoghi di riflessione cristiana BIMESTRALE

Perché sia presente la pietà

Nei confronti dell’eutanasia – il procurare intenzionalmente e nel suo interesse la morte di un individuo la cui qualità della vita sia permanentemente compromessa da una malattia, menomazione o condizione psichica (Wikipedia) – si danno solo tre opzioni possibili: (1) non è lecita in nessun caso: la vita non è disponibile ed è sacra in ogni sua manifestazione, (2) è lecita solo se è voluta dall’interessato, (3) ci sono casi in cui è lecita anche senza il consenso dell’interessato. Per una rivista come «Dialoghi-di riflessione cristiana», il problema si pone necessariamente in rapporto con la fede cristiana, anche se come tale tocca cerchie più ampie della popolazione. Un tempo i suicidi venivano sepolti in terra non consacrata: la discriminazione è stata col tempo abbandonata, con la premessa implicita che il suicida può essere stato indotto da una forza irrazionale superiore. Ma l’opposizione al principio della disponibilità

della vita propria (e non solo altrui) è rimasta. La riflessione, però, è proseguita e una testimonianza di grande valore la offre, ancora una volta, un teologo che ha sempre posto la fede a confronto con la vita – lo svizzero Hans Küng – con la pubblicazione di un libro di piccola mole ma di profondità ragguardevole: «Glücklich sterben?» (Morire felici?). «Dialoghi» ha affidato ad Aldo Lafranchi il compito di sunteggiarlo in un artico-

lo – avvertendo che una recensione non sostituisce mai il contatto diretto con il testo. È un primo approccio alla questione e può essere la base di successivi approfondimenti. Per noi è evidente: pur rispettando le opinioni di ciascuno, non riteniamo «Glücklich sterben?» soltanto una provocazione ma un’apertura coraggiosa verso una scelta da considerare, se necessario, come un atto di pietà. Dialoghi

Ferdinand Hodler, Valentine Godé-Darel malata, 1914

Locarno – Anno 47 – Aprile 2015


2

dossier

No. 236

Decidere di morire non è cristiano? L’opzione coraggiosa di Hans Küng «Non pensavo di scrivere un nuovo libro ma ho dovuto chiarire il mio pensiero». Così Hans Küng in «Glücklich sterben?», (1.9.20141). La sua difesa del diritto di decidere responsabilmente tempo e modo della propria morte2 aveva sconcertato suoi affezionati e fedeli lettori: «Con quell’affermazione lei rovina il suo immenso lavoro di teologo» (p. 9). Non sentendosi capito e non volendo essere ricordato soprattutto per quel dettaglio, Küng si è rimesso al lavoro. «Sono riconoscente per avere avuto ancora l’energia di portare a termine il libro. Sul finire le mie forze si sono molto indebolite, alcune attività mentali mi hanno richiesto un supplemento di fatica» (p. 11). Stava infatti ultimando il testo quando «una notte ho sentito il controllo sulla mia vita scivolarmi dalle mani, mi ci sono volute settimane di cure per riprendermi» (p. 158). Küng soffre di Parkinson, di degenerazione della macula, di poliartrite alle mani, di difficoltà con la schiena, problemi alla colonna vertebrale (p. 22). Considera il nuovo libro più «un opuscolo di chiarimento e approfondimento» che non «una nuova opera» (p. 11). «Glücklich sterben?» si presenta con il carattere composito determinato dalle circostanze che l’hanno reso necessario. Dopo una «prefazione personale» (pp. 9-11) e un’«Introduzione: si può essere felici di morire?» (pp. 13-18), l’autore inserisce l’intervista data ad Anne Will della televisione tedesca ARD del 20 novembre 2013 (pp. 2139); seguono alcune reazioni alla medesima (pp. 40-45), un estratto dalla laudatio del Prof. Dr. Dieter Birnbacher in occasione del conferimento a Küng, nel 2013, del Premio Arthur Köstler (pp. 46-49), seguite da alcune parole di ringraziamento (pp. 49-50). «Chiarificazione e approfondimento»

1. H. Küng, «Glücklich sterben», Piper, 2014, trad. Italiana: Morire felici? Lasciare la vita senza paura, Rizzoli, Milano 2015. Per questo articolo, la traduzione è stata fatta sul testo originale tedesco, cui corrispondono i rimandi e i numeri di pagina. 2. H. Küng, Erlebte Menschlichkeit – Erinnerungen, Piper, ottobre 2013, terzo volume. Trad. it. in un solo volume: Una battaglia lunga una vita, Chicca Galli, giugno 2014.

è il corpo centrale del nuovo testo (pp. 53-154), chiuso con un postscriptum (pp. 158-159). La «provocazione» Nell’autobiografia, Küng ricordava «i primi prudenti accenni all’eutanasia nel quadro delle lezioni del 1981 sulla vita eterna all’Università di Tübingen» (p. 1062) e la pubblidi Aldo Lafranchi

cazione nel 1995 di «Della dignità di morire»3 opera scritta a quattro mani con l’amico e collega d’università Walter Jens, noto letterato. Küng intende chiarire il fondamento teologico del diritto della persona, colpita da malattia degenerativa inguaribile, di responsabilmente pianificare la propria morte: «La vita è il dono che Dio mette a mia disposizione (mia, non di altri) aspettandosi che io ne faccia un uso responsabile. Vale anche per l’ultimo atto dell’esistenza, la morte. L’eutanasia è un importante aiuto alla vita» (p. 63). A chi ritiene che «l’uomo dovrebbe resistere fino alla «fine stabilita» e non restituire la vita «prematuramente», Küng contesta il concetto di «fine stabilita»: «Ha forse Dio deciso la riduzione della vita umana alla mera dimensione biologico-vegetativa? No, la restituzione a Dio di una vita irrimediabilmente distrutta da sofferenze insopportabili non è prematura: non sempre la morte è nemica dell’essere umano. Nessun cristiano è tenuto a sopportare l’insopportabile considerandolo una disposizione divina. Non è suicidio, è morte libera» (p. 1066). Küng considera le cure palliative una soluzione soltanto parziale del problema: «Non sempre è possibile alleviare il dolore, a meno di togliere al paziente l’autoconsapevolezza privandolo della volontà e della coscienza» (p. 1066). «Glücklich sterben?» è la risposta, generosa (otto capitoli), di Hans Küng alla «provocazione».

3. H. Küng, Menschenwürdig sterben: ein Plädoyer für Selbstverantwortung, trad. Italiana: Della dignità di morire, Una difesa della libera scelta, Rizzoli, 1996.

I Esperienze personali decisive Küng scrive che il destino di due persone a lui particolarmente care ha orientato le sue riflessioni. «Le esperienze personali possono incidere più delle conclusioni teoriche» (p. 53). Aggiungono un plusvalore interpretativo. «Il cristianesimo non è una dottrina ideologica, è una comprensione delle cose che si impara e si approfondisce cammin facendo». Affetti e emozioni orientano la ragione (p. 17). – Il 31 ottobre 1954, sulla tomba di S. Pietro, Hans Küng celebrava la sua Prima Messa attorniato dai genitori, dalle cinque sorelle e da alcuni amici. Nel viaggio a Roma il fratello Georg­ ebbe un malore. A Zurigo venne diagnosticato un tumore maligno al cervello. Morì soffocato da un edema polmonare al termine di «un terribile processo mortale» durato un anno, durante il quale, «uno dopo l’altro, membra e organi del suo corpo si affievolirono o cessarono di funzionare. Doveva essere proprio così? Quel modo di morire sarebbe stato predisposto da Dio?». Domande teologiche: «Da allora me lo chiedo e rispondo: nessuno deve sopportare fino all’ultimo un simile destino come predisposto da Dio, volontà di Dio, gradito a Dio, dono di Dio, convinzione che con il passar degli anni si è rafforzata, assieme all’altra: non voglio morire come mio fratello, voglio che nessuno muoia­così» (p. 54). – Il suo collega Walter Jens è morto di Alzeheimer nel 2013 dopo nove anni di malattia. Si era augurato tutta la vita di avere la fortuna di Freud di incontrare, in caso di bisogno, un medico che lo aiutasse a morire. Perse la memoria, il pensiero e la parola, Walter Jens era finito nella demenza. Si era lasciato sfuggire il momento opportuno di lucidamente decidere quando e come morire. Del rischio di non cogliere quel momento, Küng ha fatto una personale ossessione: «Non lo voglio perdere. In nessun modo lo voglio perdere. Sarà quando scorgerò in me i segnali della demenza» (p. 23). «Quando andavo a trovare Walter e gli chiedevo come andasse, la risposta era sempre: “Male, è terribile… voglio


No. 236 3 dossier

morire”. Succedono, è vero, stadi in cui la persona è ancora relativamente felice, anche se è difficile capire che cosa realmente provi. Col tempo, ogni rapporto mentale con lui era diventato impossibile, restava soltanto la reazione emotiva. Quando gli chiedevo se volesse un cioccolatino rispondeva di no. Allora glielo mostravo e subito ne voleva un secondo. Tutto ciò fa tenerezza. Ma io a quello stadio non voglio arrivare, spero mi si capisca» (p. 35). – A quei due destini Küng ne associa un terzo. Luglio 2012: nel reparto di cure palliative un’infermiera malata di cancro al pancreas voleva morire. Nessuno l’aiutava. Una notte alle 4 si è buttata dalla finestra (p. 62). Küng denuncia «le scappatoie e le strane opinioni di medici, giuristi, funzionari ecclesiastici che in Germania bloccano ogni soluzione giuridica. Poi però vengo a sapere di un medico che alla propria madre, da anni molto malata, in segreto procura medicamenti per una morte dolce» (p. 62). Contraddizioni che motivano Küng a «esporre alcune norme fondamentali utili a decidere nei singoli casi» (p. 63).

II Norme di etica medica a. Per un’etica umana In medicina valgono i principi morali universali che orientano politica, economia, cultura, educazione. Küng ne menziona tre. Primo: «ogni persona, sana o malata che sia, va trattata umanamente, non disumanamente. Disumano è torturare un prigioniero, abusare dei minori, utilizzare le persone per esperimenti medici o biologici» (p. 65). Secondo: «ogni persona deve migliorarsi, aggiungere qualcosa a quello che è, per diventare sempre più umana: vale per i medici, che oggi si trovano nell’invidiabile posizione di poter aiutare meglio tante persone, moribondi compresi». La reciprocità è la terza regola: «non fare agli altri quello che non vuoi sia fatto a te» (p. 66): non è una ricetta per comode soluzioni, bensì una direttiva per il comportamento etico-umano di medici, personale di cura, parenti. b. La norma fondamentale dell’agire in medicina «Salus ægroti suprema lex»: suprema legge è la salute del malato. Küng cita

anche la Convenzione di Ginevra: «Il bene del malato sarà la mia prima preoccupazione» e il Codice internazionale di etica medica: «Il medico deve avere a cuore il migliore interesse del paziente» (p. 67). c. Curare in modo umano Non è scontato che l’uomo e il medico si comportino in modo umano in ogni situazione. La medicina non può occuparsi soltanto del corpo, deve considerare che la persona è anche spirito. Anche se invalido, malato, moribondo, la persona mantiene tutto il suo senso e il suo valore. Disumano, barbarie sarebbe dare meno valore alla persona incapace di agire. Curare la malattia significa curare l’uomo malato. La medicina dotata delle più sofisticate tecniche terapeutiche e del miglior servizio di chemioterapia negli ospedali non può ridurre i malati all’isolamento, alla perdita della parola, alla spersonalizzazione. Il compito del medico non si limita al mantenimento della vita e alla cura della malattia. Quando la cura non è più possibile, avere cura del malato vuol dire aiutarlo a morire bene, con il minimo di sofferenza e di dolore. Il medico deve essere una speranza per morire bene (pp. 68-69). d. Senza la religione c’è spazio per un agire umano? «Comportarsi umanamente vale sempre e per tutti. Spesso una religione non illuminata ha portato a comportamenti disumani, addebitando la malattia a demoni, a Satana, al peccato originale, a colpe personali, alla punizione divina, o proponendo una pia rassegnazione di fronte alla malattia, al fatalismo, alla trascuratezza dell’aiuto medico e dei medicamenti, alla superstizione, a pratiche magiche, all’occultismo, anche all’Inquisizione e alle guerre di religione» (p. 70). e. Può la religione essere una base per una medicina umana? Invitando a rispettare la scienza il diritto e la morale, una religione illuminata diventa maestra in umanità. Aiuta a porre, illuminandole, «le questioni fondamentali dell’esistenza umana, dell’uomo sofferente, non da ultimo la questione del morire e della vita dopo la morte» (p. 71). «È nella morte di Gesù che Dio ha inaugurato con l’umanità una nuova relazione di incrollabile fiducia, rafforzando la di-

gnità del vivere e anche del morire. Il malato può non aggrapparsi alla vita terrena come realtà ultima. Può vivere in libertà, serenità, consolazione, affidandosi alla realtà ultraterrena. Lottare per la salute ha senso, lottare a ogni costo contro la morte no, è soltanto un tormentarsi. In determinate situazioni soltanto la preghiera ha senso, è l’ultimo fiducioso lasciarsi andare affidandosi soltanto a Dio. Per il medico significa non guardare la morte come un nemico, ma accompagnare il paziente fino all’ultimo, non andarsene quando la morte sta arrivando» (p. 72). Küng si rende conto che «morire felice» sa di ossimoro (p. 15). La sua esperienza gli fa dire che non c’è contraddizione: «Mia madre ha avuto una morte felice. Per me morire felice non significa morire senza malinconia, senza il dolore della separazione, ma serenamente accettare di morire, in una profonda pace interiore illuminata dalla fede» (p. 16).

III L’impegno per una morte umanamente dignitosa Küng pensa alle strutture in grado di assicurare morte dignitosa a chi ne ha bisogno. a) alle cure palliative riconosce gli «enormi progressi nella lotta al dolore, alle paure, alle difficoltà di respirazione, rendendo sopportabili fino all’ultimo stadio malattie incurabili». Ma «non sono la risposta a tutti i problemi: in certi casi il dolore lo alleggeriscono soltanto, e poi ci sono persone che vogliono morire malgrado non soffrano dolori incurabili» (p. 75). Non si devono mettere in concorrenza medicina palliativa e aiuto a morire. «Ogni anno in Germania muoiono più di 800.000 persone. Tra queste, quanti si sparano o si buttano dal treno o saltano nel vuoto? Un modo di morire violento, umanamente non degno (p. 76): succede più volte ogni giorno. Motivo per desiderare la morte non sono soltanto i dolori fisici ma anche i dolori morali, come la perdita del senso di vivere o della speranza di guarire. Non sono rari i casi di suicidio violento di persone dimesse dalle cure palliative. Altre ricorrono a Exit in Svizzera». Küng cita statistiche che mostrano come in Occidente oggi la maggioranza della popolazione concordi sul principio dell’aiuto a morire


4

e sulla conseguente necessità di legiferare (p. 78). b) Il problema tocca da vicino ospedali e case per anziani. Küng auspica che anche la Germania si doti di una legislazione che regoli l’aiuto a morire in quelle strutture. Pure il «servizio infermieristico per anziani a domicilio» è prezioso per morire in modo umanamente dignitoso. c) «Predestinati e abbandonati all’Alzheimer?». Il primo a segnalare, nel 1996, questa particolare grave malattia della corteccia cerebrale fu Alois Alzheimer, medico a Tübingen (1864-1915). Alla comunicazione non si diede importanza. A tutt’oggi sono sconosciuti i meccanismi di base della malattia e non esiste terapia. «Esiste una sola certezza: il maggior fattore di rischio è l’età» (p. 84). Se è così, la questione si complica: la speranza di vita in Occidente continua a «migliorare» e la medicina è sempre più in grado di tenere in vita artificialmente gli anziani gravemente ammalati. «Occorre prendere in seria considerazione che l’Alzheimer è una malattia che porta alla morte nelle peggiori condizioni immaginabili» (p. 84). Anche per Küng non costringere alla nutrizione artificiale i malati che, oltre alla consapevolezza di sé e del mondo circostante hanno perso anche la capacità di camminare, di masticare, di deglutire, rappresenta un gesto squisito di umanità. Si risparmia loro la fase terminale: incontinenza, piaghe da decubito, catetere, infezioni, bronchiti, polmoniti. «Non devo forse chiedermi, come teologo, se davvero sono obbligato a resistere fino alla fine?» (p. 87). Parlando di sé e del suo Parkinson, nell’intervista televisiva dice: «La domanda è: quanto tempo devo tener duro in questo stato? Devo prendere tutte le pillole? Ne ho già dodici ogni giorno. Sono obbligato a prenderne di più? Sono obbligato a sottopormi a tutte le operazioni chirurgiche? Si deve pretendere tutto questo dalle persone?» (p. 26). «Davvero il Creatore ha predisposto la riduzione della vita umana a vita puramente vegetativa: con incontinenza, catetere, sonda allo stomaco, decubiti? A chi dice che il demente è sì l’ombra di sé ma non è infelice, non ha meno valore, non è inutile, rispondo che è vero, ma ciò non implica che si debba condannare chi non vuole a finire in quello stato vegetativo incurabile. Come uomo, come cristiano, sarei obbligato a fini-

dossier

re non solo nella demenza ma anche nello stato vegetativo incurabile? Se non esiste una soluzione di principio da tutti condivisa, si riconosca almeno a ciascuno la libertà di decidere in coscienza» (p. 90). d) all’orizzonte si sta delineando un’alternativa al suicidio e all’aiuto al suicidio: smettere di mangiare e bere, andando incontro a una morte naturale. Küng dice di avere, sulle prime, provato simpatia per questa forma di uscita, tutto sommato armoniosa, dalla vita. Aggira i problemi legati al suicidio assistito. In Ticino è successo, in casa anziani, e il racconto è di una morte serena senza particolari problemi clinici. C’è chi pone la questione se sia o non sia suicidio. Per Küng tuttavia non è la soluzione che lui persegue per l’aiuto a morire (p. 90).

IV Quale aiuto a morire? L’autore riassume i termini della questione dal profilo giuridico-etico e politico. L’eutanasia passiva, in cui abbreviare la vita è la conseguenza della sospensione del suo prolungamento artificiale, in genere oggi non fa più problema. C’è pure accordo sul rifiuto dell’accanimento terapeutico, un incubo per sempre più persone: nessuno è tenuto in coscienza a sottoporsi a terapie o interventi chirurgici allo scopo di prolungare la vita. Anche il medico non è obbligato a ricorrere a mezzi straordinari per prolungare la vita del paziente. Nella stragrande maggioranza degli Stati l’eutanasia attiva è proibita. Küng si attarda a discutere la minuziosa casistica legata all’insicurezza del diritto nella zona grigia tra aiuto a morire attivo e passivo (pp. 95-107). «Anche la Chiesa ha fatto passi in avanti, oggi più nessuno (a parte qualcuno a Roma) sostiene che l’eutanasia passiva non sia lecita. Non vedo in che senso staccare le macchine sarebbe un intervento meno attivo dell’aumentare la dose di morfina che un medico mi inietta. Vorrei che la Chiesa aiutasse a morire non solo con l’unzione dei malati» (p. 28).

No. 236

scende il dovere di vivere a ogni costo, bensì il compito di vivere. 2. Compito implica responsabilità, che presuppone la libertà. Non si vede motivo per escludere la morte, ultimo atto della vita, dalla responsabilità. 3. La volontà del paziente va rispettata. Due i pericoli: il medico che confonde la propria visione col volere del paziente, fino a imporre cure inutili che prolungano artificialmente la vita, e il paziente che si dimette dal proprio compito, delegando alla medicina il compito che in coscienza spetta a lui. In ultima analisi, determinante deve essere la volontà del paziente. 4. Le disposizioni predisposte dal paziente (il testamento biologico) vincolano medici e parenti, in particolare dopo che l’interessato ha perso la possibilità di esprimersi. In gioco il rifiuto di terapie per prolungare la vita. «Niente respirazione artificiale, niente rianimazione, niente chemioterapia. Non voglio in nessun caso dover respirare o essere nutrito artificialmente per mesi o anni. Non è uccidere, è soltanto lasciar morire: io la mia finitudine e la mia mortalità le assumo» (p. 113). È il diritto di essere rispettato e lasciato morire in modo naturale. 5. L’agire del medico deve essere nell’interesse del paziente. Küng pensa a interventi medici che vanno in tutt’altra direzione. Come quando persone molto anziane, malate, invocano la morte («Il Signore mi ha dimenticato») e un bel giorno, colpite da polmonite, invece di aiutarle permettendo loro di concludere la vita in modo naturale, sono artificialmente impedite di morire e costrette a vivere ancora «a letto, con una spiacevole sonda nel naso per quel poco tè che ricevono» (p. 117).

V Responsabilità personale anche nel morire

6. Organizzare l’aiuto a morire? Küng cita sondaggi in Germania che mostrano il personale curante spaccato in due. Esprime soddisfazione per aver potuto spiegare, in occasione del Premio Arthur Köstler l’8 novembre 2013 a Bonn-Bad Godesberg, come il diritto di responsabilmente decidere, a determinate condizioni, della propria morte non sia fondato soltanto sul principio dell’autonomia della persona bensì anche sulla profonda totale fiducia in Dio (p. 119).

1. Dono di Dio significa compito per l’uomo. Dal dono della vita non di-

7. Il caso «Exit». Nel 2014 Exit ha proposto di estendere i suoi servizi


No. 236 5 dossier

«anche a persone che, impedite da acciacchi vari, pur non soffrendo di malattie incurabili, fanno il bilancio della propria vita concludendo che è giunto il tempo di concludere e partire». Sono i casi che alimentano la statistica dei suicidi. L’aiuto a morire «non modificherebbe il numero dei suicidi, diminuirebbe però i suicidi violenti» (p. 120). Tra buttarsi sotto un treno e «morire nel proprio letto con una persona amica accanto che ti tiene la mano, momento unico che potrebbe aprire l’ultima occasione di un perdono o di una riconciliazione, dal profilo della dignità del morire fa una bella differenza»4.

VI Un cambiamento di paradigma nel considerare la vita «Negli ultimi decenni i progressi della medicina hanno modificato non soltanto alcune regole di vita ma anche il modo di considerare il vivere e il morire, in particolare l’inizio e la fine della vita» (p. 121). 1. La visione dell’inizio della vita Gian Domenico Borasio, uno dei padri della medicina palliativa in Germania, in «Morire: cosa sappiamo, cosa possiamo fare, come ci situiamo»5 traccia sorprendenti parallelismi tra i meccanismi biologici della nascita e della morte. Küng: «Vorrei addentrarmi nei parallelismi esistenti nel mondo dell’etica» (p. 121). Fino al XX secolo era Dio a determinare il concepimento di un figlio. Impedire il concepimento equivaleva sfidare Dio. Oggi la responsabilità di decidere la procreazione è delle coppie. Andando a volte anche troppo lontano (valutazione del recensore, n.d.r.) se, come ricorda Küng, «in Svizzera il 90% delle donne, se il nascituro si annuncia affetto da trisomia 21 ricorrono all’aborto» (p. 122). 2. È cambiata la visione della fine della vita umana Oggi la possibilità di prolungare la vita comporta un modo diverso di

4. H.-Christof Müller-Busch, Abschied braucht Zeit, Frankfurt, 2012. 5. G. D. Borasio, Über das Sterben. Was wir wissen. Was wir tun können. Wie wir uns darauf einstellen, Beck, München, 2011.

rapportarsi alla morte. Küng cita i 73.000 membri di Exit, 5000 solo nel 2013. Gli accompagnamenti alla morte sono passati da circa 100 ogni anno a 459 nel 2013. Se è vero che i principi dell’etica non devono necessariamente adeguarsi alla modifica di un paradigma, sta di fatto che alla fine a decidere deve essere il rispetto della dignità della persona (p. 124). 3. Il prolungamento della vita ha creato nuove realtà Negli ultimi cento anni, l’aspettativa di vita in Occidente passando da 35 a 70 anni ha inventato la terza e la quarta età, novità che comportano l’immancabile rovescio della medaglia: mesi, anni di vita soltanto vegetativa, con la questione dell’aiuto al suicidio che si pone ormai anche in Paesi meno all’avanguardia, come la Germania, dove «l’idea che l’aiuto al suicidio non lo si possa escludere categoricamente ha finito per imporsi» (p. 125). 4. L’impennarsi del numero dei casi di demenza è una sfida per la società e la politica Al G-8 di Londra del 2013 si contavano 44 milioni di persone colpite da Alzheimer, 1,4 milioni in Germania. Le previsioni dicono: 135 milioni nel 2050. La società deve prepararsi a investire le risorse necessarie per assicurare a tutti una vita e una fine dignitose. In Olanda esistono «villaggi di dementi». E «che fare con persone come me, che non vogliono vivere in stato di demenza e preferiscono, ai primi segnali, concludere la vita terrena? Insisto: è la mia morale religiosa e teologica che mi dà il coraggio di questa soluzione» (p. 127).

VII La dimensione religiosa della morte 1. Negare la vita eterna è possibile Küng passa in rassega un certo numero di persone note che nel passato hanno negato la possibilità dell’esistenza della vita eterna (pp. 129-133). 2. Perché affermare una vita eterna? Küng enumera le varie forme con le quali persone di civiltà diverse hanno immaginato l’eternità della vita. Non poteva mancare il riferimento alla Risurrezione di Gesù. Chiude con la domanda che ancora recentemente una

sua sorella gli ha posto: «Davvero tu credi in una vita dopo la morte? Sì, le ho risposto, ma non perché lo possa provare con argomenti della ragione. La mia convinzione è fondata su una lucida fiducia in Dio, la fiducia nell’eternità di Dio, che garantisce anche la fiducia nell’eternità della mia vita» (p. 137). 3. Credere nella vita eterna è credere anche nell’inferno? Gesù di Nazaret non ha predicato l’inferno. Ha condiviso le rappresentazioni apocalittiche dei suoi contemporanei ma ha predicato il Dio misericordioso, non un Dio vendicativo. L’inferno nel Credo non c’è. Non c’è posto nel Vangelo per un Dio che non dà speranza, per un Dio non misericordioso, che non ama, che castiga eternamente le sue creature con torture fisiche e psichiche. Già per i Padri della Chiesa il «fuoco eterno» era da intendere in senso metaforico (p. 139). 4. Sognare il Cielo? Non quello degli astronauti! Küng ricorda i limiti dei tentativi di rappresentarsi il Cielo: non è un luogo nello spazio, è al di là anche del tempo (p. 140). L’uomo non è attrezzato a immaginare qualcosa che sia al di là del tempo e dello spazio. Ci si deve accontentare di simboli, di «per modi di dire». Il Cielo resta misterioso, è «un modo di essere» conclude Küng. 5. Fiducia responsabile «Devo o non devo sperare in qualcosa di assolutamente ultimo? Una vita eterna, un riposo eterno, una felicità eterna? In gioco è la fiducia, una fiducia ragionevole, non irragionevole. Ciò che dà senso alla mia vita terrena, come le esperienze positive e negative di questo mondo, si fa sostanza della speranza che mi porta ad aspettare una vita dopo la morte. Non fosse così, la mia vita perderebbe senso e scopo. In nessun modo la fiducia in Dio mi risulta irrazionale. Che l’uomo debba annichilire la sua morte dentro il Nulla mi appare assurdo quanto sostenere che il big bang sia venuto dal Nulla. Come il mondo e l’uomo non vengono dal Nulla così, pieno di fiducia, mi abbandono a pensare che non finiranno nel Nulla. Morire è una tappa per un nuovo futuro. La vita è più forte della morte. L’uomo muore nella prima e ultima misteriosa Realtà che non è il Nulla, bensì la più reale


6

Realtà. Così pensano ebrei, cristiani, musulmani, e anche altre religioni con altre forme e rappresentazioni. «Ebrei, cristiani e musulmani chiamano Dio la Realtà più Ultima che essi incontrano morendo» (p. 142). 6. Felicità eterna: la persona finita entra nell’infinità «A causa degli ambivalenti successi della medicina in fatto di prolungamento della vita e della malattia, molte persone oggi vivono un lungo progressivo commiato dall’esistenza terrena. Quando qualcuno, sfinito, se ne va, noi crediamo che entri in una nuova misteriosa relazione: Vita mutatur, non tollitur, la vita non è tolta ma cambiata, raggiunge la pienezza, la dimensione dell’infinito, la Realtà impossibile da concettualizzare, delineabile soltanto con immagini: cuore del mondo, causa prima, origine e punto omega, patria eterna dalla quale si esce e si torna, realtà trascendente, beatitudine eterna con Dio, il creatore che porta a compimento tutte le cose» (p. 144).

VIII Non è da cristiani l’autodecisione di morire? Küng ricorda la tradizione degli antichi platonici, degli stoici, il poeta latino Massimiano («Non sono più ciò che ero, la massima parte di me è perita, morire è meglio che vivere una vita di morte»). Per i platonici il bilancio della vita che si conclude con la decisione del suicidio era considerato «il più alto atto di sovranità e autonomia dell’uomo» (p. 146). 1. Dio ci sostiene nella morte Küng cita la lettera di un gesuita suo amico che gli scrive dall’Estremo Oriente: «Ti supplico, accetta la sofferenza, sarà benedizione e grazia per noi come la morte di Gesù tra i dolori è stata salvezza. Con amore Dio ti ritira la responsabilità per la tua vita». Anche una coppia di amici di Potsdam gli hanno scritto pregandolo di rinunciare al progetto circa il momento della morte. Gli ricordano le parole con le quali lui ha chiuso «Essere cristiani»: «Nella sequela di Gesù l’uomo oggi può umanamente vivere, agire, soffrire e morire perché Dio lo sostiene nella gioia e nella sventura, nella vita e nella morte». «Vorremmo incoraggiarLa e dirLe che nelle presenti diffi-

dossier

coltà della salute e dell’età Dio la sostiene. Capiamo che dica di non voler diventare l’ombra di se stesso, ma pensiamo a tutti i malati, i disabili, i moribondi che tengono duro fino all’ultimo respiro perché confidano in Dio. Morire come intende lei non si addice all’Hans Küng che noi amiamo per il suo coraggio e la sua linearità. Sarebbe deludente per migliaia di persone che lei ha orientato e consolato» (p. 147). Küng torna alla questione centrale: «Nella situazione in cui mi trovo, con i miei 86 anni e gli tutti acciacchi, non posso non chiedermi se diventare l’ombra di me stesso sia davvero volontà di Dio». Chi legge questo suo ultimo libro dovrà convenire che «anche in questa ultima grande questione del vivere umano ho seguito un lungo percorso, nelle mie intenzioni creativo, senza impormi a nessuno, cercando di essere conseguente e senza mai perdere di vista nessuno, in particolare i malati, i disabili, i malati terminali» (p. 148). «Per me è importante fondare il mio rapporto con la morte nella illimitata fiducia in Dio e vorrei che i miei lettori ne fossero persuasi. E quand’anche accettassi di vivere una vita vegetativa, a nessuno permetterei mai di dire che ciò è volontà di Dio» (p. 149). 2. Sequela non è imitazione Giovanni Paolo II, interpretando la sequela come imitazione di Gesù che non è disceso dalla croce, ha resistito fino all’ultimo lasciando, gli ultimi tempi, «poco responsabilmente», la conduzione della Chiesa nelle mani del suo segretario (p. 37). Benedetto XVI ha invece responsabilmente rinunciato al ministero petrino decidendo la propria strada alla luce della sapienza di Gesù. «Non si scende dalla croce», gli mandò a dire il giorno delle dimissioni l’ex segretario di Wojtyla, il cardinale di Cracovia. Küng commenta: «Soffrire è soffrire, la morte è la morte, due aggressioni alla vita dell’uomo. La sofferenza non va cercata ma combattuta, sopportata e possibilmente evitata. L’aiuto a morire non contraddice il seguire la croce» (p. 151). Il «servo sofferente» di Isaia è esempio della sopportazione del dolore inevitabile, è consolazione per i malati terminali, promessa della nuova vita ai moribondi. Per Küng ciò non esclude che sia possibile decidere responsabilmente il momento e il modo della propria morte. «C’è posto per questo oggi nella Chiesa?» (p. 152).

No. 236

3. Dottrina e prassi nella Chiesa Küng cita «La Eutanasia, una Opción Cristiana» (2010) dello storico madrileno Antonio Monclus6: «Sull’eutanasia nella storia della Chiesa si riscontrano più opzioni. Prima di Costantino, in tempi di persecuzione, il suicidio era la scelta per evitare la tortura, lo stupro, la costrizione alla prostituzione. Fu Agostino con la sua visione manichea pessimistica della vita a fare dell’eutanasia un delitto e un peccato, rendendo tabù la questione per la cristianità. Così Gesù, che non parlò dell’eutanasia, che si oppose alla sofferenza umana (guariva i malati), sempre più venne presentato come modello di sopportazione del dolore e della sofferenza. Ma, contrariamente alla dottrina ufficiale, la prassi mantenne l’opzione anche del non morire in modo naturale: vedi i martiri, le crociate, le guerre di religione, la «guerra giusta», la pena di morte. Tutti esempi che mostrano «l’esistenza di un’abissale evidente rottura con la visione cristiana della buona morte» (p. 153). Küng conclude: «L’ideale di una razionale e consapevole rappresentazione del vivere e del morire, che intende cedere il minor spazio possibile al destino, può legarsi all’ideale di un atteggiamento umile verso la vita e la morte, ponendo con totale fiducia la fine della vita nelle mani di Dio. Nella vecchiaia il suicidio è umiltà e diritto all’autodecisione, è serenità e libertà, fiducia e responsabilità di fronte a Dio» (p. 154). Il libro chiude riproponendo la lunga bella preghiera con la quale Hans Küng chiudeva il terzo e ultimo volume della sua autobiografia. Qui se ne riprende un accenno: «Nelle tue mani, Signore, pongo sereno e fiducioso il mio futuro. Saranno molti anni o poche settimane, mi rallegrerò di ogni nuovo giorno che tu mi regalerai. Colmo di fiducia, senza preoccupazione e angoscia rimetto a te tutto ciò che mi aspetta. Tu sei l’inizio dell’inizio, la fine di ogni fine, traguardo di ogni traguardo. Ti ringrazio, mio Dio, tu trabocchi d’amore. La tua bontà è per sempre. Amen». 6. A. Monclus, Una Opción Cristiana, GEU Editorial, Madrid, 2010.


No. 236 7 dossier

La pratica del suicidio assistito in Svizzera necessita di un supplemento di riflessione Questo mio breve intervento intende solo mettere in luce gli aspetti specifici della regolamentazione svizzera del suicidio assistito rispetto ad altre legislazioni europee. La Svizzera si trova infatti, anche per quanto riguarda la giustificazione morale di alcune condotte «estreme», come il suicidio assistito, in una situazione del tutto particolare. La non-punibilità del suicidio assistito sembra radicata nella mentalità collettiva del nostro Paese e un ritorno a una criminalizzazione generalizzata di questa condotta è politicamente improponibile: provocherebbe effetti peggiori di quelli che si vorrebbero evitare. Anche i vescovi svizzeri, che alcuni anni fa pensavano di poterla richiedere, ora accettano, anche se a malincuore, lo status quo legislativo1. L’aiuto al suicidio è una pratica che si è diffusa in Svizzera negli ultimi tre o quattro decenni, attraverso organizzazioni che hanno fatto di esso una finalità propria e specifica. Prima degli anni 70 e 80 del secolo scorso veniva prestato da singoli individui che agivano in maniera non organizzata. L’art. 115 del Codice penale, che disciplina e per alcuni aspetti reprime questa pratica, fu redatto quando non esistevano organizzazioni che prestavano regolarmente l’aiuto al suicidio. Inoltre, la regolamentazione penale svizzera non coinvolge necessariamente il medico: vige nella pratica una soluzione «non medicalizzata» che ci distingue da quei Paesi europei che invece hanno volutamente stabilire regole per i morenti in leggi ad hoc. L’Olanda, il Belgio e il Lussemburgo hanno elaborato leggi specifiche estremamente medicalizzate (solo il medico va esente da pena) e burocratizzate. Ma la Svizzera non è un’isola e già oggi molta parte dell’opinione pubblica tende a vedere nella pratica del suicidio assistito un diritto da rivendicare e non un atto estremo da tollerare. È comprensibile e in parte anche giustificabile che lo Stato non possa impedirci di porre un gesto così

1. Cfr. il testo del loro comunicato presso www.kath.ch/sbk-ces-cvs/text_detail.php? nemeid=6127&sprache=f

radicale come quello di porre fine ai nostri giorni: rivendicarlo come un diritto giuridicamente definito pare tuttavia improprio. È vero che la maggior parte degli Stati non considera più il suicidio un reato e quindi non reprime penalmente il tentato suicidio. L’aiuto prestato da una persona esterna viene però punito in alcuni Stati anche a noi vicini, tra cui l’Italia, la Francia e la Germania (con modalità proprie). Il Codice penale svizzero, all’art. 115, reprime solo l’aiuto al suicidio prestato «per motivi egoistici» mentre lascia impunito l’aiuto prestato per motivi altruistici. Questa regolamentazione è il frutto di un compromesso trovato, negli anni Trenta e Quaranta del Novecento, tra Cantoni che avevano al riguardo regolamentazioni penali diverse, al momento dell’entrata in vigore del nuovo Codice penale uniformato a livello nazionale2. La pratica del suicidio intrapreso con l’aiuto di terzi era rimasta occasionale e rara fino al momento in cui organizzazioni come «Exit» e «Dignitas» l’hanno proposta in maniera pubblica e mediante procedure interne precise. In questo modo l’art. 115 è stato oggetto, a partire perlomeno dagli anni Settanta, di interpretazioni molto varie e diverse tra loro. Il potere giudiziario si è limitato a constatare se si trattava veramente di suicidio (interrogando i testimoni) e se non si lucrasse sulla prestazione di aiuto. Il fatto che il suicidio assistito avesse preso una forma organizzata non è stato seguito da alcuna modifica legislativa, per cui il campo di applicazione e l’interpretazione dell’art. 115 si sono trovati molto ampliati, molto al di là delle intenzioni originarie. Il diritto può tutelare e promuovere valori morali come la vita umana e l’autonomia della persona, ma entrambi dovrebbero essere tutelati con strumenti giuridici più adeguati di una sanzione penale. Bisognerebbe in par2. Informazioni dettagliate si possono ritrovare nella tesi di laurea di Armando Pedrazzini: L’omicidio del consenziente ed il suicidio nel diritto penale contemporaneo con particolare riguardo al Codice Penale Svizzero. Pedrazzini, Locarno 1949.

ticolare, prima di regolamentare l’attività di associazioni che propongono i loro servizi nella forma del suicidio assistito, chiaramente distinguere tra la necessaria prevenzione del suicidio in genere e le forme di «suicidio-bilancio», cioè quelle forme di suicidio che avvengono dopo matura riflessione e a partire da una concezione filosofica della propria autonomia, forme cioè che anche con la medicina palliativa non possono essere evitati. Ovvio che le potenzialità offerte dalla medicina palliativa vadano incoraggiate e sviluppate. Il programma di sostegno previsto dall’Ufficio federale della sanità pubblica trova evidentemente tutto il nostro consenso. Ma la medicina palliativa non deve essere considerata uno strumento per ridurre al minimo i casi di suicidio assistito. Inoltre, una parte della popolazione accetta il suicidio assistito per il rispetto dovuto a valori altrettanto primari, addirittura esclusivi di tutti gli altri, come l’autonomia della persona. Per questo la pratica del suicidio assistito si è sviluppata in Svizzera fuori da un contesto medico, l’unico punto di contatto essendo la necessità di procurarsi una ricetta per acquistare la sostanza letale che porti velocemente alla morte senza dolore. Occorre ora coniugare due beni supremi che, nel caso del suicidio assistito, entrano in conflitto: il valore e la dignità della vita umana da una parte ed il rispetto dell’autonomia e della libertà di ogni essere umano dall’altra. Il diritto riesce talvolta a evitare situazioni inaccettabili, ma non gli si può chiedere di sciogliere ogni nodo della vita umana. Compito degli specialisti di etica sarà anche quello di incoraggiare i giuristi e il legislatore a trovare vie, se possibile non repressive, affinché tali pratiche rimangano marginali e vengano invece incoraggiate e sostenute quelle modalità che propongono una via d’uscita dalla vita meno violenta. La morte non può essere espressione esclusiva dell’autonomia dell’interessato ma frutto anche di una sua calibrata coniugazione con la compassione e l’empatia di coloro che attorniano il morente. Alberto Bondolfi


8

dossier

«Direttive anticipate»: maneggiare con cura «Le direttive anticipate sono uno strumento di autodeterminazione. Una persona in grado di intendere e di volere può stabilire al loro interno quali misure mediche accettare o rifiutare nell’eventualità di una sua incapacità di discernimento (…). Dal punto di vista etico, il diritto di fissare le proprie volontà mediante direttive anticipate per situazioni di incapacità di intendere e di volere trova il proprio fondamento nel principio dell’autonomia del paziente. Questo prevede il diritto dell’individuo a prendere decisioni nel proprio interesse, sulla base di criteri e convinzioni personali». Così, nel 2009, le raccomandazioni dell’Accademia Svizzera delle Scienze mediche. Le modifiche contenute nella revisione del Codice Civile, nella sezione dedicata alla protezione degli adulti, in vigore dal 1. gennaio 2013, hanno ripreso il senso di queste raccomandazioni, introducendo in particolare l’articolo 370 che stabilisce: 1 Chi è capace di discernimento può, in direttive vincolanti, designare i provvedimenti medici ai quali accetta o rifiuta di essere sottoposto nel caso in cui divenga incapace di discernimento. Il potere di esercitare l’autodeterminazione dell’individuo anche quando non si trova più nella condizione di poterla esprimere direttamente è in definitiva il risultato di un cambiamento storico intervenuto progressivamente, nella relazione paziente-curante. Si è infatti passati da una concezione «paternalistica» della medicina – in cui l’autorità, reale o presunta, del medico non veniva messa in discussione – a una forma di rapporto molto più partecipativa, in cui il paziente, anche perché sempre meglio informato, diventa attore e protagonista attivo delle decisioni che lo concernono in materia di salute. In questo senso il carattere vincolante conferito alle direttive del paziente dall’art 372 dà loro un valore giuridico che ne attesta validità e importanza. Prima di affermare che il paziente non ha espresso precedentemente le sue volontà (e questa è un’altra novità di rilievo), spetta comunque al medico accertarsi o meno della loro esistenza. In effetti la legge dice: «…e il paziente è incapace di discernimento e non è noto se sussistono sue direttive», «il

medico si informa…», conferendo quindi al medico non solo un dovere morale ma anche un obbligo legale di documentarsi. È bene precisare che il diritto a esprimere le proprie volontà è pur sempre modulato da altre leggi vigenti. In effetti, lo stesso articolo recita: «(…) Il medico ottempera alle direttive del paziente, salvo che violino le prescrizioni legali (…)»: e qui il riferimento è chiaramente mirato a impedire richieste di eutanasia attiva, poiché questa pratica rappresenta ancora un atto illecito in Svizzera. La questione dell’assistenza al suicidio, non punito in Svizzera, non rientra nel novero delle richieste contenute dalle direttive. Presupposto indispensabile in questi casi è la capacità di discernimento presente al momento della domanda. La redazione delle direttive anticipate – che devono essere espresse in forma scritta – non sempre risulta facile e immediata: da una parte poiché riflettere su questo tema significa confrontarsi con la morte e in particolare con la propria morte, d’altra parte perché è pur difficile immaginarsi l’evoluzione del nostro pensiero in funzione dei cambiamenti che avvengono, sia a livello di salute sia a livello di riflessione personale, nel corso della nostra esistenza. È perciò vivamente consigliato di farsi aiutare da una persona di fiducia (per esempio, ma non necessariamente, il proprio medico) e di aggiornare regolarmente tale documento in funzione dei cambiamenti che intervengono nella nostra vita. È anche essenziale che le persone che si presume ci saranno accanto nel caso di una malattia grave siano a conoscenza dell’esistenza di un tale documento, per poterlo far valere in caso di necessità. Consapevole di queste difficoltà, il legislatore ha previsto, per chi non se la sentisse di redigere un documento ma volesse comunque far valere il proprio diritto all’autodeterminazione, l’introduzione della figura del «rappresentante terapeutico», definito all’art 370 cpv 2 «…una persona fisica che discuta i provvedimenti medici con il medico curante e decida in suo nome nel caso in cui divenga incapace di discernimento». Il compito di questa persona, anche se può apparire chiaro nella definizione, non è facile in prati-

No. 236

ca. Non sarà, infatti, chiamata, in caso di bisogno, a scegliere l’opzione terapeutica che ritiene più opportuna, ma a interpretare al meglio quale sarebbe stata l’opinione della persona rappresentata. È chiaro che dei condizionamenti, in particolare di tipo affettivo, possono influenzare in modo determinante questa funzione. In parole semplici: se è facile dare il proprio consenso a fungere da rappresentante terapeutico di un nostro caro quando egli è in buona salute, molto più difficile sarà assumere questo compito nel momento della malattia, con il carico di emozioni e sofferenza che essa comporta. Rifiutarsi di assumere questo compito, o sentirselo rifiutare da qualcuno a cui lo chiediamo, non deve quindi essere vissuto come un segno di «disamore»: semmai il contrario. È bene ricordare che, se le direttive anticipate o la nomina di un rappresentante sono strumenti senz’altro utili, in essi non vi è nulla di obbligatorio. In definitiva, si può affermare che la revisione del Codice civile, introdotta dal 2013, ha interpretato al meglio le raccomandazioni dell’Accademia Svizzera delle Scienze mediche, lasciando tuttavia aperti (e in parte ciò è da leggere positivamente) un certo numero di quesiti. Ciò conferisce ai curanti un margine di manovra che, se da un certo punto di vista può essere letto come un diritto all’arbitrio, deve a mio avviso essere interpretato soprattutto come la necessità di riflettere ancora e sempre sulle importanti implicazioni etiche e morali di ogni scelta nell’ambito della fine della vita. Mattia Lepori, PD Dr. med. collaboratore Area medica DG EOC A favore di Hans Küng. Su iniziativa della parrocchia universitaria di Montevideo (Uruguay) è stata indirizzata a papa Francesco una lettera per chiedere la «riabilitazione» del teo­ logo lucernese, oggi ottantaseienne e malato di Parkison, richiesta che ha raccolto centinaia di firme in vari paesi dell’America latina. Küng fu privato nel 1970 della missio canonica di teologo cattolico ma continuò a insegnare; è autore di oltre 60 libri di teologia di grande successo. Nel frattempo è in via di pubblicazione l’opera omnia di Küng: sono già usciti i primi due volumi (saranno una ventina…): la pubblicazione avviene a cura di una editrice cattolica tedesca, la stessa che sta pubblicando anche l’opera omnia di papa Ratzinger!


No. 236 9 parole di papa

Non basta Francesco! Cessa l’attività il movimento «Il Vangelo che abbiamo ricevuto», iniziativa partita circa sei anni fa da un gruppo di credenti che si ritrovarono per la prima volta a Firenze il 9 maggio 2009, per rilanciare temi e contenuti dell’esperienza conciliare dentro una Chiesa istituzionale che sembrava sempre più lontana e sorda a quelle istanze. La conclusione del percorso intrapreso da «II Vangelo che abbiamo ricevuto» segue di poco tempo la fine di «Viva il Concilio!», che aveva preso avvio più o meno nello stesso periodo in ambito milanese. In entrambi i casi la motivazione si richiama alla stessa ragion d’essere dei due movimenti: il Concilio sarebbe sulla via della sua piena realizzazione. Secondo quanto scrive il comitato promotore de «II Vangelo che abbiamo ricevuto», «con l’elezione di papa Francesco abbiamo realizzato proprio quel desiderio che avevamo formulato sei anni fa, riteniamo quindi che, da parte nostra sia giunto il momento di concludere la nostra esperienza. Altri compiti attendono adesso i credenti, in primo luogo quello del-

la recezione effettiva del messaggio del vescovo di Roma. Costatiamo infatti con amarezza la resistenza al suo stile e al suo messaggio». Mah! Sono comunque sempre alte le quote di consenso per l’attuale pontefice. Secondo un’inchiesta dello statunitense Pew Research Center sulla sua popolarità nel mondo, risulta un 60% di consensi, contro solo l’11% di insoddisfatti e un 28% di senza opinione. Il consenso europeo sembra curiosamente ancora più alto di quello latinoamericano (da dove proviene Bergoglio): 84% contro 72%. Il Medio Oriente risulta in coda: consensi e dissensi sono equamente ripartiti col 25% a testa, e si registra un primato dei senza opinione del 41%. Singolare il caso della Turchia (dove i cristiani rappresentano lo 0,1% della popolazione totale del paese): il consenso è al 34%. Ma il benedettino brasiliano Marcello Barras, già un anno fa («Adista», 22 marzo 2014), avvertiva: «Se la simpatia di un papa carismatico fa sembrare positiva una struttura che in sé è sbagliata (intende la struttura attuale del pa-

parole di papa L’anno santo della misericordia. Cari fratelli e sorelle, ho pensato spesso a come la Chiesa possa rendere più evidente la sua missione di essere testimone della misericordia. È un cammino che inizia con una conversione spirituale; e dobbiamo fare questo cammino. Per questo ho deciso di indire un giubileo straordinario che abbia al suo centro la misericordia di Dio. Sarà un Anno Santo della Misericordia. Lo vogliamo vivere alla luce della parola del Signore: «Siate misericordiosi come il Padre» (Lc 6,36). E questo specialmente per i confessori! Tanta misericordia! (…) Sono convinto che tutta la Chiesa ha tanto bisogno di ricevere misericordia, perché siamo peccatori. Potrà trovare in questo Giubileo la gioia per riscoprire e rendere feconda la misericordia di Dio, con la quale tutti siamo chiamati a dare consolazione ad ogni uomo e ad ogni donna del nostro tempo. Non dimentichiamo che Dio perdona tutto, e Dio perdona sempre. La Chiesa collabora. Desidero rinnovare la disponibilità della Santa Sede e della Chiesa cattolica, attraverso la Commissione delle conferenze episcopali europee(COMECE), a intrattenere un dialogo proficuo, aperto e trasparente con le istituzioni dell’Unione Europea. Parimenti sono convinto che un’Europa che sia in grado di fare tesoro delle proprie radici religiose, sapendone cogliere la ricchezza e le potenzialità, possa essere anche più facilmente immune dai

pato, ndr.), egli non rende un buon servizio all’insieme della Chiesa». E il biblista Piero Stefani («Koinonia», febbraio 2015) osserva: «Il papa si impegna a comunicare la centralità del Vangelo, ma l’attenzione ricade più su di lui che su Gesù Cristo». E si domanda: «Perché un largo settore dei “cattolici conciliari”, da sempre fautori della collegialità, non appare preoccupato da questa centralità riassunta dalla figura papale? (…) Il futuro della fede cristiana deve rispondere a ben altre sfide. Tra esse il ridimensionamento della centralità del papa costituisce solo un sia pur non trascurabile tassello». Attenti quindi a non lasciarsi, ancora una volta, deludere: non basta un papa «progressista» (o quasi), se non cambia la Curia vaticana e non aumentano le competenze per le Chiese locali (collegialità e comunione tra chierici e laici ad ogni livello). Anche noi siamo con papa Francesco, ma non confondiamo le intenzioni (buone) con le riforme di là da venire, che non dipendono solo da lui, ma (purtroppo) dalla buona volontà e il coraggio di tutti noi. a.l.

tanti estremismi che dilagano nel mondo odierno, anche per il grande vuoto ideale a cui assistiamo nel cosiddetto Occidente: perché è proprio l’oblio di Dio, e non la sua glorificazione, a generare la violenza. Dignità negate. Oggi, la promozione dei diritti umani occupa un ruolo centrale nell’impegno dell’Unione Europea in ordine a favorire la dignità della persona, sia al suo interno sia nei rapporti con gli altri Paesi. Si tratta di un impegno importante e ammirevole, poiché persistono fin troppe situazioni in cui gli esseri umani sono trattati come oggetti, dei quali si può programmare la concezione, la configurazione e l’utilità, e che poi possono essere buttati via quando non servono più, perché diventati deboli, malati o vecchi. Effettivamente quale dignità esiste quando manca la possibilità di esprimere liberamente il proprio pensiero o di professare senza costrizione la propria fede religiosa? Quale dignità è possibile senza una cornice giuridica chiara, che limiti il dominio della forza e faccia prevalere la legge sulla tirannia del potere? Quale dignità può mai avere un uomo o una donna fatto oggetto di ogni genere di discriminazione? Quale dignità potrà mai trovare una persona che non ha il cibo o il minimo essenziale per vivere e, peggio ancora, che non ha il lavoro che gli dà dignità? Umile e povera. La povertà e l’umiltà sono al centro del Vangelo: e lo dico in un senso teologico, non sociologico. Non si può capire il Vangelo senza la povertà, che però va distinta dal pauperismo. Io credo che Gesù voglia che i vescovi non siano principi, ma servitori.


10

osservatorio ecumenico

osservatorio ecumenico Libertà in Russia Il 18 febbraio la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha respinto l’appello della Federazione Russa che chiedeva la revisione di una precedente sentenza favorevole alla Chiesa di Scientology di San Pietroburgo del 2 ottobre 2014, con la quale la Corte aveva condannato il rifiuto di registrare la Chiesa di Scientology di San Pietroburgo. Gli enti russi preposti alla registrazione avevano rigettato le diverse richieste, ogni volta fornendo nuovi motivi. Il Tribunale del Distretto di San Pietroburgo aveva motivato il rifiuto di registrazione considerando non attendibile il documento che confermava l’esistenza del gruppo da 15 anni, che è uno dei requisiti per la registrazione di un gruppo religioso in Russia. Il rifiuto di registrazione per la Corte è una violazione degli articoli 9 e 11 della Convenzione per la protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali. La decisione della Corte diventa effettiva. In Russia ci sono due Chiese e cinquanta missioni e gruppi di Scientology distribuite in un’area che va da San Pietroburgo a Vladivostok.

Religioni in USA La percentuale di protestanti nella popolazione nordamericana è calata al 47% mentre era ancora del 66% negli anni 1960; parallelamente è aumentato il numero di persone senza appartenenza religiosa. Secondo lo studio del Public Religion Research Institute, la proporzione di cattolici si avvicina attualmente al 22%. Le persone senza appartenenza religiosa rappresentano addirittura il gruppo più numeroso in tredici Stati dell’Unione. L’indagine ha messo in evidenza importanti differenze regionali. Alcuni Stati sono tuttora a maggioranza protestante, come il Mississippi (81%), l’Alabama (77%) e il Tennessee (73%). Nello Stato di New York invece la percentuale dei protestanti è del 27% e nello Utah solo del 10%. In quest’ultimo Stato, il 56% degli abitanti è mormone. Secondo la ricerca, i cattolici sono più fortemente rappresentati nel Nord degli Stati Uniti. Le persone senza religione sono ora il 22% sull’insieme della popolazione: nell’Oregon il 37%, nel New Hampshire il 35% e nello Stato di Washington il 33%. Lo studio rileva inoltre che i protestanti bianchi rappresentano il 18% dell’insieme della popolazione. Essi sono particolarmente ben rappresentati nel Sud: il 43% nel Tennessee, il 40% in Virginia occidentale, in Alabama e in Arkansas, il 39% nel Kentucky. Nello Utah invece i protestanti bianchi rappresentano solo il 4% della popolazione, nello Stato del New Jersey e in quello di New York il 5%, nelle Hawai e nel Massachusetts il 6%.

Risposte tedesche Su richiesta di una rivista della Chiesa evangelica in Germania (Ekd), un istituto di sondaggio ha cercato di sapere quali testi i tedeschi conoscono a memoria. Ne risulta che l’inno «Anima mia, loda il Signore» è più conosciuto dell’«Internazionale», così come il primo dei Dieci Comandamenti è più conosciuto del primo articolo della Costituzione. In Germania sono pure più numerose le persone che conoscono a memoria il Padre Nostro di quelle che conoscono l’inno nazionale. La metà conoscono a memoria la preghiera principale dei cristiani, mentre soltanto il 44% è capace di cantare l’inno nazionale senza un foglietto con

No. 236

le parole. Fra i sondati, il 26% sa che il primo dei Dieci Comandamenti è «Io sono il Signore Dio tuo. Non avrai altro Dio fuori di me», e il 23% conosce il primo articolo della legge costituzionale: «La dignità umana è inviolabile, e il dovere di ogni autorità dello Stato è di rispettarla e di proteggerla». Il cantico di Bach «Anima mia, loda il Signore» è conosciuto dal 21%, chiaramente meglio dell’«Internazionale», inno del movimento socialista, che raggiunge solo l’8% (la musica tuttavia è riconosciuta dal 30% delle persone, anche se non ne conoscono le parole). Al sondaggio, realizzato dall’istituto Emnid per la rivista «Chrismon», hanno partecipato 1004 persone. La rivista, che fa capo alla Chiesa evangelica in Germania (Ekd), esce solitamente una volta al mese ed è tirata 1,6 milioni di copie.

Chiese interculturali Con la sigla LINFA (è la sostanza che fa vivere ogni organismo vegetale) è attivo in Italia il Laboratorio Interculturale di Formazione e Accoglienza. Per due anni ha organizzato un corso che ha coinvolto una settantina di persone, italiani e immigrati, attivi in quelle Chiese evangeliche italiane che negli anni sono diventate sempre più multietniche e multiculturali. L’immigrazione non sta trasformando soltanto la società italiana ma anche le Chiese evangeliche che, sempre più spesso, accolgono fratelli e sorelle provenienti da altri Paesi, perché l’Evangelo invita a superare le barriere dell’etnia, della lingua, delle culture. Per l’apostolo Paolo «non c’è né giudeo né greco, né schiavo né libero, né maschio né femmina, perché voi tutti siete uno in Cristo» (Galati 3,28). La fede in Cristo travalica confini e barriere e invita all’incontro tra italiani e nigeriani, ghanesi e filippini, brasiliani e coreani. A queste considerazioni di ordine teologico se ne aggiungono di tipo sociologico: le Chiese sono luoghi d’incontro e di fraternità, in cui crescono e si educano i figli e ci si forma per rendere una testimonianza pubblica della propria fede. Una Chiesa multietnica e multiculturale, pertanto, «è un luogo prezioso in cui non ci si limita a predicare il valore dell’integrazione, ma lo si vive quotidianamente, nella preghiera, nel servizio agli altri, nel sostegno reciproco». Le Chiese evangeliche esprimono questo concetto con la formula Essere Chiesa insieme. La società odierna non facilita l’integrazione, anzi, sono popolari proposte culturali e anche politiche che celebrano e assolutizzano le identità particolari, le piccole patrie e i nazionalismi, o addirittura i regionalismi. Alcune Chiese evangeliche tentano pertanto una strada che celebra la varietà come una ricchezza e un dono del Signore. Ma per fare ciò occorrono persone preparate, capaci di affrontare anche le criticità e i problemi dell’incontro tra culture (che non è né scontato né agevole) e dispongano di strumenti, competenze, visioni adatti (da un testo di Paolo Naso, sociologo a Roma, trasmesso nella rubrica «Essere Chiesa insieme» della trasmissione di Radio Uno «Culto evangelico», curata dalla Fcei, andata in onda domenica 1. marzo).

Sacerdotesse indù Per la prima volta nel mondo, il 1. febbraio, a Berna, quattro donne sono state consacrate sacerdotesse per la comunità indiana. Né in India, né nello Sri Lanka ci sono sacerdotesse indù, ma la comunità di Berna e il prete Sasikumar Tharmalingam ritengono che l’esclusione delle donne dal sacerdozio non sia richiesto né da Dio né dai sacri testi e che vada superata la tradizione che permette l’accesso al sacerdozio solo agli uomini della casta dei bramini.


No. 236 11 opinioni

Romain Rolland: un Premio Nobel contro la Grande Guerra 1914 -18 «Mentre l’uragano della guerra continua a infuriare, sradicando le anime più salde e travolgendole nel suo turbine furioso, io continuo il mio umile pellegrinaggio cercando di scoprire sotto le rovine i rari cuori rimasti fedeli all’antico ideale della fraternità umana». (Romain Rolland, Al di sopra della mischia, p. 88)

Lo scrittore francese Romain Rolland (Clamecy, 1866 – Vézelay, 1944) era ancora semisconosciuto quando scriveva queste parole dalla sua villeggiatura a Vevey, in Svizzera. Ex docente universitario, musicologo, autore di drammi teatrali e di romanzi, aveva raggiunto una certa notorietà in Francia e all’estero con l’imponente romanzo ciclico europeista: «JeanChristophe» (apparso inizialmente sui «Cahiers de la Quinzaine» di Charles Péguy tra il 1903 e il 1903). Erano trascorse poche settimane dall’inizio di quella che per tutti diverrà ben presto nota come la «Grande Guerra». Per aggirare le difese francesi e calare su Parigi, l’esercito tedesco aveva violato la neutralità del Belgio, il cui piccolo esercito opponeva agli invasori una resistenza inattesa. Si moltiplicavano le voci di efferatezze dei tedeschi nei confronti della popolazione civile e delle città belghe (patrimonio artistico incluso) e a breve anche di quelle francesi (Reims e la sua cattedrale). Rolland decide di scrivere una lettera aperta al poeta tedesco Gerhart Hauptmann, pubblicata il 2 settembre sul «Journal de Genève», nella quale denuncia in particolare la devastazione di Lovanio e della sua biblioteca. Seguiranno una quindicina di altri articoli (l’ultimo dell’agosto 1915), raccolti e pubblicati nel novembre 1915 sotto il titolo: Al di sopra della mischia1. È questa la genesi, avvenuta a caldo e sotto l’incalzare degli eventi, della più coraggiosa denuncia della guerra in corso, per qualche verso paragonabile al J’accuse di Émile Zola nel caso Dreyfus.

1. R. Rolland, Au dessus de la mêlée, Ollendorff (Paris), Attinger (Neuchâtel) 1915. Trad. it.: Al di sopra della mischia, Fratelli Fabbri Editori, Milano 1965; con presentazioni di Gunnar Ahlström, «Il conferimento del Premio Nobel a Romain Rolland», pp. 5-22, e di Enzo Giudici, «La vita e l’opera di Romain Rolland», pp. 25-100.

«Al di sopra della mischia» Quando diviene nota la posizione di Rolland, aspri attacchi gli arrivano dalla sua patria. Mentre i soldati francesi versano il loro sangue sulla Marna, Rolland, al riparo in uno Stato neutrale, dispensa elogi alla cultura tedesca! Alla notizia che l’Accademia svedese lo sta considerando per il Nobel per la letteratura (che effettivamente gli verrà assegnato, nel 1916, per di Fabio Olivetti*

l’anno 1915) un suo detrattore scrive sferzante: «Quest’anno, il premio Nobel non sarà di duecentomila franchi, ma di trenta denari, visto che è Romain Rolland ad averli»2. Una vera febbre bellicista si era diffusa soprattutto tra i ceti medio-alti, i più sensibili alle tematiche nazional-patriottiche. Da parte di storici, letterati, scienziati, giuristi, medici e persino teologi ne derivava un profluvio di produzione volta a sostenere le ragioni del proprio Paese in guerra. Il tema ricorrente era la difesa della «civiltà» (sempre identificata con quella della propria nazione e razza) contro la barbarie del nemico. Tutte le parti coinvolte cercarono da subito di rovesciare le responsabilità sul nemico, ciascuna dichiarando che si stava solo difendendo e che lottava per la propria sopravvivenza. Le pagine di Rolland, al contrario, sono pervase da una tenace volontà di sintetizzare e di armonizzare gli opposti. La preoccupazione dello scrittore è instancabilmente quella di mettere in luce ciò che unisce i contendenti – la loro appartenenza alla comune civiltà umana, la comune sofferenza –, di scoprire i segni di fraternità che non cessavano di presentarsi tra i soldati e i civili delle parti in lotta. Rolland 2. Riportato da Gunnar Ahlström in R. Rolland, Al di sopra della mischia, cit, p. 16.

non rinuncia a nessun argomento, appellandosi di volta in volta alla carità cristiana, all’internazionalismo socialista, alla ragione dei Lumi. Il dramma che Rolland vive, allo scoppio della guerra, è anche personale. Come molti altri intellettuali e artisti della sua epoca, lo scrittore aveva vissuto da europeo, immerso in una fitta rete di contatti, scambi, amicizie che si estendeva al di sopra e al di là dei confini nazionali. Doveva essere tutto sacrificato in nome della patria in guerra? Molti lo fecero, rifiutando in blocco tutto ciò che proveniva dal nemico (lingua, storia, cultura), rinnegando persino le amicizie. Lo stesso Stefan Zweig – che gli sarà vicino e solidale – nel messaggio Agli amici in terra straniera3 – prendeva le distanze dagli amici oltre confine. La risposta di Rolland, per lettera, non si era fatta attendere: «Io sono più fedele di Lei alla nostra Europa, caro Stefan Zweig, e non rinnego nessuno dei miei nemici»4. Rolland era divenuto «la coscienza morale dell’Europa»5. Ne nacquero le pagine di «Al di sopra della mischia». La raccolta inizia con una Lettera aperta al poeta tedesco Gerhart Hauptmann, che contiene una dura denuncia delle responsabilità della Germania e dell’imperialismo prussiano che l’ha condotta a una guerra di aggressione presentata come inevitabile. «Io non ritengo, come fate voi, che la guerra sia una fatalità […] La guerra è il frutto della debolezza e della stupidità dei popoli. Si può soltanto compiangerli, non serbar loro rancore»6.

La Germania rimane per Rolland un Paese di grande cultura, di cui il mondo è debitore, ma i tedeschi devono 3. S. Zweig, An die Freunde in Fremdland, testo parzialmente riportato in Nikolaus Unger, Remembering Identity in Die Welt von Gestern. Stefan Zweig, Austrian German Identity Construction and the First World War. 4. S. Zweig, Briefe 1914-1919, riportato in N. Unger, op. cit. 5. S. Zweig, Il mondo di ieri, cit., p. 213. 6. R. Rolland, Al di sopra della mischia, cit., p. 112.


12

venire in chiaro con se stessi: «Siete i nipoti di Goethe o di Attila?»7. Il matrimonio tra la grande cultura tedesca, la «vera» Germania di Beethoven, Leibniz, Goethe, e il militarismo prussiano è impossibile. Ma nell’articolo che poi darà il titolo alla raccolta, Al di sopra della mischia8, Rolland allarga il campo dalle responsabilità della Germania (pur preponderanti) a quelle di tutti gli altri belligeranti. «I capi di Stato, lo so, i criminali fautori delle guerre, non osano assumersene la responsabilità: ognuno di essi si sforza di gettarne il peso sull’avversario. E i popoli si lasciano condurre, docili, e si rassegnano dicendo che tutto ciò è la volontà di una forza superiore a quella degli uomini […] Gli uomini hanno inventato il destino per attribuirgli le calamità dell’universo che avrebbero avuto il dovere di governare. Niente fatalità! La fatalità è ciò che vogliamo; e ancora più spesso è ciò che non sappiamo abbastanza volere. In questo momento ciascuno reciti il mea culpa! L’élite intellettuale, le Chiese, i partiti operai… nessuno ha voluto la guerra… E sia! Ma che cosa hanno fatto per impedirla? Che fanno per attenuarla? Alimentano l’incendio. Ciascuno porta il proprio fascio di legna»9.

In particolare hanno mostrato tutta la loro debolezza il socialismo e il cristianesimo, le due «potenze morali» sovranazionali che per loro essenza avrebbero dovuto sottrarsi alle fanfare del nazionalismo bellicista, mentre se ne sono fatte irretire nel timore di essere giudicate scarsamente patriottiche. I socialisti (salvo poche eccezioni) si sono affrettati a sotterrare i loro princìpi internazionalisti, a votare i crediti di guerra e a costituire governi di unità nazionale con coloro che avevano deciso la guerra, che per tutti (aggrediti e aggressori), era una guerra difensiva. E che dire dei cristiani e dei loro capi, i rappresentanti del «principe della pace»? Corrono – vescovi, preti, religiosi in testa – a dimostrare amore per la patria e a incitare i fedeli al sacrificio della vita per la vittoria della patria! Rolland non disprezza queste manifestazioni. La patria merita di essere amata e difesa. Ma c’è qualcosa che non va. «No, l’amore della mia patria non esige che io nutra odio e uccida le anime pie e fedeli che amano le altre patrie, esige che io le

7. Ibidem. 8. «Journal de Genève», 15 settembre 1914. 9. R. Rolland, Al di sopra della mischia, cit., p. 128.

opinioni onori e cerchi d’unirmi a loro per il bene comune»10.

Per consolarsi di tradire gli ordini del loro Maestro, i cristiani invocano la virtù del sacrificio, che la guerra esalterebbe. Ma – obietta Rolland – non ci sono altri modi per esercitarla? «[…] la dedizione di un popolo non può servire a niente di meglio che alla rovina degli altri popoli? E non è possibile sacrificarsi, o cristiani, senza sacrificare con sé il prossimo? Io so bene, povere anime, che molti di voi offrono il loro sangue piuttosto che versare quello degli altri… Ma quanta debolezza, in fondo! Confessate dunque che, mentre non tremate di fronte alle pallottole e agli schrapnels, tremate di fronte all’opinione pubblica sottomessa a un idolo sanguinoso e posto più in alto del tabernacolo di Gesù: il geloso orgoglio di razza! Cristiani dei giorni nostri, non sareste stati capaci di rifiutare i sacrifici agli dei della Roma imperiale!»11.

Per giustificare l’ingiustificabile sono state confezionate, da tutte le parti in causa, pseudo-giustificazioni di tutti i tipi, ma nessuna sostenibile: «Non esisteva alcuna ragione per giungere a una guerra fra i popoli occidentali: fratelli di Francia, fratelli d’Inghilterra, fratelli di Germania, a dispetto di quanto ripete una stampa avvelenata da chi ha interesse ad alimentare i rancori, noi non ci odiamo. Io vi conosco, e conosco noi: i nostri popoli chiedevano soltanto la pace e la libertà»12.

Tra gli imperialismi, quello delle «tre aquile rapaci» (la tedesca, l’austriaca e la russa), il più pericoloso e il primo da abbattere è quello del Reich guglielmino. Lo zarismo russo segue a ruota. Ma ogni popolo deve fare i conti con una qualche sua forma di imperialismo (che sia militare, finanziario, feudale, repubblicano, socialista, intellettuale). «Il nemico peggiore non è al di là delle frontiere ma all’interno di ogni nazione e nessuna di esse ha il coraggio di combatterlo. È un mostro che si chiama imperialismo, è la volontà d’orgoglio e di dominio che vuole assorbire o sottomettere o abbattere tutto, che non tollera alcuna libera grandezza all’infuori della propria»13.

10. Ivi, p. 131. 11. Ivi, p. 132. 12. Ivi, p. 132. 13. Ivi, p. 133.

No. 236

Rolland non rinuncia a distinguere tra le responsabilità e il loro peso rispettivo. Non c’è equiparazione delle cause in gioco, bensì una gerarchia dei valori da difendere e dei pericoli da contrastare. La ricca sinfonia dei popoli, data dalla specificità di ciascuno, i prodotti della cultura (di tutte le culture) vanno preservati; l’imperialismo, ma anche il nazionalismo e il razzismo che lo accompagnano, vanno combattuti, perché impediscono a ciascuno di «coltivare il proprio giardino». È evidente che per Rolland essere «al di sopra della mischia» non significa rifugiarsi in un’imparzialità appiattente14. Significa trovare in sé la forza di non lasciarsi coinvolgere in dinamiche deliranti, che in breve tempo possono spazzar via ideali di umanità, fratellanza, giustizia che sembravano consolidati nelle coscienze e nelle prassi. «Sento l’esigenza di capire le ragioni del mio avversario: credo ch’egli sia una persona appassionata e sincera come me. Perché non fare uno sforzo per comprenderci? Ciò non eviterà che ci si combatta, ma forse soffocherà l’odio, che è mio nemico più dei miei nemici»15.

«Il nostro prossimo, il nemico» Rolland comprende con chiarezza che, una volta scatenata, la guerra non può più essere fermata. Si può però operare per renderla meno aspra, per lenire qualche sofferenza. Il lavoro non manca: ci sono i prigionieri di guerra, che si trovano in terra nemica, lontani dalle proprio Paese e dalle proprie famiglie, senza possibilità di ricevere o far pervenire notizie. Per questo viene attivata a Ginevra l’Agenzia internazionale dei prigionieri di guerra, un’organizzazione dipendente dalla Croce Rossa a cui Rolland, assieme ad altri volontari, presta il suo contributo. Si tratta di far arrivare pacchi ai prigionieri e notizie alle loro famiglie. La guerra ha inoltre prodotto il dramma nuovo dei prigionieri civili, anch’essi deportati (le vittime più innocenti della mischia) e bisognosi di assistenza. Al di là degli effetti pratici di quest’opera, minimi a fronte dei bisogni, è il suo significato che preme a Rolland. Tutte le nazioni hanno soldati caduti in

14. Il titolo originariamente pensato per la raccolta: «Al di sopra dell’odio» (Au-dessus de la haine), avrebbe reso meglio la posizione di Rolland. 15. Ivi, p. 138.


No. 236 13 opinioni

prigionia e a volte il nemico si prende cura di loro, e lo fa come può, date le contingenze belliche. Anche questo va fatto sapere, al fine di «mostrare ciò che rimane di umano nel più accanito nemico»16. Il senso di umanità, dove può manifestarsi, non cessa di unire i contendenti. Come pure la sofferenza comune: «Sono, gli uni e gli altri, soltanto povere greggi d’esseri umani, uguali di fronte al dolore»17. Di qui l’ardita equiparazione: «Il nostro prossimo, il nemico»18, che doveva suonare come una bestemmia agli orecchi degli infervorati della guerra, per chi vedeva nel nemico solo il «disumano» per eccellenza. «Chi abbatterà gli idoli?» L’umanità del nemico è nascosta da «idoli» ideologici che reclamano sangue. Hanno sempre accompagnato la storia umana, perché sono gli uomini stessi a crearli. Alcuni sono vecchi: quelli delle religioni, delle patrie, della libertà giacobina; altri sono nuovi, come quelli della razza o della Kultur. Ma la genesi è sempre la stessa: «La caratteristica comune al culto degli idoli è l’adattamento di un ideale ai cattivi istinti umani. L’uomo coltiva i vizi da cui trae vantaggi, ma ha il bisogno di legittimarli; non vuole sacrificarli: deve idealizzarli. Per questa ragione il problema che non ha mai cessato di tormentarlo, nel corso dei secoli, è stato quello di conciliare un ideale con la propria mediocrità. E ci è sempre riuscito»19.

Ora, per la folla, l’incongruenza logica che ne scaturisce non è un problema. Ma per gli intellettuali sì. «Eccoli allora al lavoro, per dare coerenza a qualsiasi impasto di ideale e passionale. Mostruosi capolavori. Date a un intellettuale un ideale qualsiasi e una qualsiasi cattiva passione, e troverà sempre il modo per farli andare d’accordo: per bruciare, uccidere e saccheggiare sono stati invocati l’amore verso Dio e l’amore verso gli uomini»20.

«L’intellettuale vive troppo nel regno delle ombre, nel regno delle idee. Le idee non hanno un’esistenza autonoma, esistono per le esperienze e per le speranze che possono dar loro un significato. Le idee sono sintesi, ipotesi, cornici in cui inquadrare ciò che fu o sarà, formule comode e necessarie, di cui non si può fare a meno per vivere e per agire. Ma il male è che si giunge a farne delle opprimenti realtà; e nessuno vi contribuisce più dell’intellettuale, che per deformazione professionale, è sempre tentato di subordinare ad esse le cose reali. Se poi sopraggiunge una passione collettiva che lo acceca del tutto, essa si insinua nell’idea che può meglio servirla e le trasfonde il proprio sangue, mentre l’intellettuale la magnifica. Allora nell’uomo non sussiste nient’altro che il fantasma del suo spirito, in cui si sono uniti il delirio del cuore e quello del pensiero. Per questa ragione, nell’attuale crisi, gli intellettuali non solo sono stati coinvolti più degli altri nel contagio bellico, ma hanno contribuito in modo prodigioso a propagarlo»21.

La denuncia di quella che nel 1927 il saggista francese Julien Benda chiamerà la trahison des clercs (ossia il tradimento degli intellettuali che «si mettono a fare il giuoco delle passioni politiche»22) è qui chiaramente anticipata. Addomesticati dalla propaganda e arruolati dai rispettivi governi, gli intellettuali sono decisamente al di sotto del loro ruolo e della loro responsabilità asservendo la cultura agli opposti nazionalismi. «Chi abbatterà gli idoli?», si chiede Rolland. «Chi aprirà gli occhi ai loro fanatici settari? Chi farà loro capire che nessuna divinità del loro spirito, sia essa religiosa o laica, ha il diritto di venir imposta ad altri uomini, e di umiliarli, anche se può sembrare la migliore?»23.

Rolland rileva una debolezza colpevole dell’intellettuale, consistente, a un tempo, nella sua distanza dalla realtà e dalla volontà di intervento.

Poiché sono soprattutto le vecchie generazioni di intellettuali a partecipare con passione alla guerra («Si potrebbe dire che questa è la loro guerra»), Rolland si rivolge ai giovani letterati, alle piccole minoranze dei «giusti» attenti alla verità in mezzo «al contagio morale». Alle voci compresse di quanti sono dalla parte della ragione, del diritto, della libertà e della pace, da qualunque parte si levino, egli si incarica di dare risonanza.

16. Ivi, p. 149. 17. Ivi, p. 154. 18. Ivi, p. 188. 19. Ivi, p. 165 (con lievi modifiche). 20. Ivi, p. 165-166 (con lievi modifiche).

21. Ivi, p. 171. 22. J. Benda, Il tradimento dei chierici, Einaudi, Torino 1976. 23. R. Rolland, Al di sopra della mischia, cit., p. 172.

Per l’Europa di domani Lo sguardo di Rolland è costantemente rivolto verso il futuro, al ristabilimento dei rapporti, alla ricostituzione di quella repubblica degli spiriti che era andata infranta, ma di cui sente di dover preservare anche i più piccoli semi. «Voi pensate alla vittoria. Io penso alla pace che la seguirà»24. Nella «Lettera a Frederik van Eeden» chiarisce il suo intento di ricostruire l’unità europea per ridare all’Europa il suo vero ruolo nel contesto della storia umana. «È bene unirsi fra anime libere che si difendono contro le passioni del nazionalismo scatenato. Nell’abominevole mischia in cui i popoli s’avventano gli uni contro gli altri dilaniando la nostra Europa, salviamo almeno la bandiera e facciamo blocco intorno ad essa. Bisogna ricostruire un’opinione pubblica europea: è il compito più urgente. Fra migliaia d’uomini che sanno essere soltanto tedeschi, austriaci, francesi, russi, inglesi, ecc., sforziamoci d’essere uomini che, al di là degli interessi egoistici delle effimere nazioni, non perdono di vista quelli dell’intera civiltà umana (che ogni razza identifica criminalmente con la propria, per distruggere quella degli altri)»25.

L’intento costante dello scrittore è quello di preservare le possibilità di una costruzione delle condizioni della pace futura. Perché il tempo del rinsavimento verrà e allora bisognerà pur ricostruire i rapporti tra le nazioni europee. «Io soffro per i milioni di vittime innocenti, oggi sacrificate sui campi di battaglia. Ma non ho alcuna inquietudine per l’unità della società europea. L’unità è certa: la guerra di oggi è il suo battesimo di sangue»26.

Nella «Lettera a quelli che mi accusano», Rolland si fa interprete di quelle che egli ritiene essere le idee e la causa della «vera Francia»: i valori morali, che coincidono con la causa della «vera Germania» e in definitiva dell’umanità. Rolland si rifiuta categoricamente di odiare un intero popolo e di volerne la distruzione. Il diritto dei francesi a difendersi non è mai messo in questione, ma neanche la loro guerra deve prefiggersi l’annientamento del nemico: «Combattiamo non contro ma per i nostri nemici, e liberando 24. Ivi, p. 163. 25. Ivi, p. 184. 26. Ivi, p. 195.


14

opinioni

il mondo liberiamo anche loro»27. Ma per preparare la pace durante la guerra, bisogna che questa sia condotta senza odio. «Difendiamoci dall’odio»28 è l’avvertimento che ritorna costantemente come monito agli altri ma anche come bussola del proprio orientamento interiore. Anche riferendosi ai suoi nemici personali Rolland sente di dover dire: «Possono odiarmi, ma non riusciranno mai a insegnarmi a odiare, non ho niente da spartire con loro, il mio compito è di dire ciò che credo giusto e umano»29. L’odio è da temere più degli stessi nemici, è distruttivo sia per chi lo subisce sia per chi ne è posseduto. L’odio coltivato dagli intellettuali, poi, ha questo di specifico, rispetto a quello della gente semplice: dura più a lungo e avvelena il tempo a venire. Scopo della guerra, anche per le nazioni aggredite, come la Francia, non dovrà essere la distruzione del nemico, né la vendetta, ma riparare i delitti commessi, ripristinando la legge. A tal fine Rolland auspica un’Alta Corte morale per giudicare i crimini commessi durante la guerra da tutte le parti in campo. In questo vede un ruolo determinante da parte dei Paesi che sono rimasti neutrali nel presente conflitto. Quando questa guerra sarà terminata bisognerà inoltre ricordarsi delle «piccole nazionalità oppresse» (Polonia, Schleswig, Alsazia-Lorena, nazioni baltiche, Armeni, popolo ebraico): «C’è una legge umana, eterna e universale, che tutti dobbiamo servire e difendere: quella del diritto dei popoli all’autodeterminazione»30.

27. Ivi, p. 163. 28. Ivi, p. 163. 29. Ivi, p. 109. 30. Ivi, p. 187.

Patrimonio dell’umanità «Al di sopra della mischia» si conclude con un ricordo commosso e ammirato di Jean Jaurès, il leader socialista francese assassinato da un nazionalista francese la sera del 31 luglio 1914, al Caffè Croissant a Parigi. Aveva tenuto un discorso contro la guerra all’Assemblea e si apprestava a scrivere un articolo che sarebbe dovuto apparire l’indomani. Nel ritratto che Rolland ne fa, mettendone in luce la capacità di sintesi e armonizzazione (la mente capace di abbracciare gli opposti), egli sembra descrivere un po’ se stesso e le proprie attitudini. «Di tutte le qualità di quest’uomo, la più essenziale fu quella di essere essenzialmente un uomo: non l’uomo di una professione, di una classe, di un partito, di un’idea, ma un uomo completo, armonioso e libero. […] Il suo spirito cercava di abbracciare tutto, non per comprimere ma per armonizzare. Aveva soprattutto il genio di vedere l’umano in ogni cosa. Il suo potere di simpatia universale rifiutava sia la negazione gretta sia l’affermazione fanatica: l’intolleranza gli faceva orrore»31.

Ciò che semmai separa il poetascrittore Rolland dal filosofo-politico Jaurès è la capacità politica di calarsi nella contingenza storica e di incidere negli eventi (precisamente ciò che a Rolland in precedenza era apparso «opportunismo politico»32). Entrambi intellettuali «impegnati», l’uno nonostante tutto prevalentemente artistaidealista, l’altro politico a tutto tondo, nel senso più nobile del termine.

31. Ivi, p. 220. 32. Così in una lettera alla madre del 1. agosto 1914, riportata in Journal des années de guerre, 1914-1919, Albin Michel, Paris1952, p. 32.

No. 236

Possiamo finalmente chiederci: siamo di fronte a uno sconfitto della storia? A un Don Chisciotte contemporaneo? Per certi versi sembrerebbe di sì. Il bilancio impietoso di cinque anni di guerra lo conosciamo. E che dire della riconciliazione e della nuova Europa su cui contava Rolland? Inascoltato durante e dopo la Grande Guerra, lo scrittore morirà nel silenzio, dopo aver visto lo scatenamento di una guerra ancora più devastante e la Francia nuovamente invasa. Eppure, a rileggerlo oggi, lo sentiamo vicino: nel suo cercare sempre ciò che unisce gli esseri umani, nel suo sforzo di lenire gli effetti distruttivi della guerra, nel suo lavorare per la pace futura, nel suo difendersi tenacemente dall’odio. Il messaggio di Rolland era rivolto a tutti, e ancora oggi non cessa di esserlo per quanti, pazientemente e faticosamente, cercano l’«umano» al di sopra delle parti. A distanza di cent’anni la voce solitaria di Rolland continua a risuonare come una delle più nobili tra quante si levarono allora a protestare contro l’insensato massacro. A suo tempo isolato perché parlava per tutti, oggi Rolland è di tutti, patrimonio dell’umanità. * Fabio Olivetti è nato a Bussolengo (VR) nel 1969. Laureato in filosofia a Padova, ha conseguito un dottorato di ricerca in bioetica e diritti umani. Si è occupato in particolare del filosofo personalista tedesco Paul Ludwig Landsberg (1901-1944), sul quale ha pubblicato la monografia Paul Ludwig Landsberg. Una filosofia della persona tra interiorità e impegno, Edizioni PLUS, Pisa 2007. Assieme a Michele Nicoletti e Silvano Zucal ha curato il volume Da che parte dobbiamo stare. Il personalismo di Paul Ludwig Landsberg, Rubettino, Soveria Mannelli 2007. Attualmente vive a Trento e insegna filosofia e storia nei licei. Collabora con la rivista «Il Margine», che ringraziamo per aver autorizzato «Dialoghi» a riprendere l’articolo.

Max Frisch - Uwe Johnson

Una difficile amicizia Corrispondenza 1964-1983 Le oltre cento lettere della corrispondenza tra Frisch e Johnson permettono di gettare lo sguardo nell’officina dei due autori, ma ne svelano anche il lato umano e le debolezze, i momenti di depressione e di blocco creativo, le crisi personali, i vuoti dell’anima. A cura di Mattia Mantovani Formato 12,5 x 21 cm, 312 pagine, con alcune illustrazioni in b/n, 24.– fr. Armando Dadò editore - Via Orelli 29 - 6601 Locarno Tel. 091 756 01 20 - Fax 091 752 10 26 - info@editore.ch - www.editore.ch


No. 236 15 biblioteca

biblioteca Cristiani in guerra Ricorre quest’anno il primo centenario dallo scoppio della Grande Guerra 1914-1918. Nessuna delle ricerche pubblicate nella circostanza ha potuto evitare il tema della relazione tra guerra e religione, poiché in definitiva erano nazioni «cristiane» quelle che si affrontavano: non per difendere un’opzione confessionale – come più volte era avvenuto nel passato – ma pur sempre operando sopra un humus sociale intriso di cristianesimo. Si legge quindi con particolare interesse il denso Annuario 2014 della «Rivista svizzera di Storia Religiosa e Culturale», dedicato al tema: «Soldato e religione. Guerra e devozione popolare durante la Prima Guerra Mondiale»1, in cui vari articoli, alcuni redatti anche in italiano, mettono in luce molti elementi del complesso rapporto tra fede vissuta e ruolo civile, tra gerarchie religiose e poteri civili, tra Chiese e Stati. La pubblicistica ha già messo in rilievo la posizione assunta da Papa Benedetto XV, con la famosa definizione del 1917 della guerra come «inutile strage»2, quasi un tentativo di salvare la buona coscienza dei cattolici di fronte al giudizio della storia. La realtà fu, come sempre, più complessa e sfumata. Dal secolo precedente la Chiesa di Roma aveva ereditato molti più problemi di quanti avesse creduto di risolverne condannando la Rivoluzione francese. La «questione romana» ancora aperta, il «non expedit» che separava i cattolici dalla piena partecipazione alla costruzione dell’Italia post-risorgimentale, le leggi limitative della libertà di culto approvate in Francia e in Germania: ed ora la questione bruciante della lealtà dei cittadini alle rispettive patrie in guerra. La Santa Sede come tale riuscì in qualche modo a salvare la neutralità. Il Papa si spese moltissimo nel negare ai vescovi e ai preti il permesso di celebrare la guerra in chiesa, al massimo concedendo che si pregasse per i morti. Ma la forza delle situazioni volse rapidamente la condotta del clero e del popolo a sostegno dello sforzo bellico dei rispettivi Paesi. Non vanno dimenticate le pressioni subite da singoli vescovi e dal clero da parte degli organi civili e giudiziari statuali. In Italia però si giunse a credere che fos-

se nell’interesse della Chiesa cattolica, in definitiva, condividere gli ideali patriottici della guerra «nella prospettiva di un rafforzamento delle classi dirigenti clerico-moderate ormai pronte, dopo la partecipazione al voto del 1913, a strutturarsi in una moderna forma-partito e a candidarsi alla guida politica dell’Italia post-giolittiana»3. In tal senso è significativa la posizione assunta da un protagonista della reconquista cattolica come padre Agostino Gemelli, che nel marzo del 1915 si proponeva appunto di studiare la guerra secondo la «cultura cristiana». Se i risvolti politici e diplomatici della posizione dei cattolici sono stati abbastanza bene investigati dalla storiografia sul periodo, particolare interesse nella raccolta in esame destano le ricerche sui rapporti tra l’impegno bellico e la devozione cristiana delle masse, descritta con esempi di stampe e di immagini in cui la fede veniva in appoggio alla dura vita dei soldati al fronte. I milioni di contadini mobilitati come carne da cannone erano infatti in gran parte analfabeti e, per quanto riguarda la religione, si nutrivano di pratiche devozionali elementari per quanto sincere e sentite. Per loro si creò una vera e propria industria degli oggetti di devozione, in particolare cartoline e immagini da conservare su di sé, di cui la rivista in esame – in questo rivelandosi strumento di conoscenza di un campo di ricerca sviluppatosi negli ultimi decenni, che altrimenti rimane sconosciuto ai più – documenta le caratteristiche e la diffusione. L’importanza di questi strumenti a sostegno della resistenza dei militi dentro situazioni orribili e fatiche immani risaltava d’altronde già dalle lettere mandate a casa dai soldati al fronte, di cui la pubblicistica si è già occupata4. Un articolo della «Rivista» compie una ricognizione puntuale degli scritti di Gabriele d’Annunzio sulla guerra in generale e sulla «Grande Guerra» in particolare5. Sono citazioni che fanno rabbrividire. Basterebbero i titoli delle liriche scritte dal Vate durante il conflitto, anticipate dal «Corriere della Sera» e poi confluite nei «Canti della guerra latina: Tre salmi per i nostri morti, Preghiera dell’Avvento, Il Rinato, la Preghiera di Doberdò, La preghiera di Sernaglia», in cui il

poeta arriva a paragonare la morte dei fanti italiani alla potatura dei tralci nel vangelo giovanneo o le imprese belliche degli avieri agli osanna angelici dei vangeli dell’infanzia, le undici battaglie dell’Isonzo al numero degli apostoli, Giuda a Caporetto, il Grappa al Monte della Trasfigurazione… Oggi ci scandalizza il bellicismo dei profeti dell’islamismo radicale: ma allora molti cristiani non furono da meno! Molti cattolici, in primis alcuni sacerdoti come Don Primo Mazzolari, si convertirono a un pacifismo integrale durante l’esperienza della guerra; molti giovani artisti e musicisti partiti con entusiasmo per il fronte (da Gadda a Musil, a Alban Berg) si mutarono prima in dolenti testimoni e poi in critici spietati (quando non rimasero vittime della guerra). Ma il nostro disagio sussiste nel constatare che liriche alate e iperboli in lode della guerra ebbero un effetto che non possiamo sottovalutare e sono una lezione da non dimenticare6. E.M. NOTE 1. Schweizerische Zeitschrift für Religions- und Kulturgeschichte / Revue suisse d’histoire religieuse et culturelle, 2014 (108. Jahrgang), Academic Press, Fribourg 2014. 2. Lettera del Santo Padre Benedetto XV ai capi dei popoli belligeranti, 1. agosto 1917, http://w2.vatican.va/content/benedict-xv/it/ letters/1917. 3. M. Lucia Sergio, Neutralismo e/o pacifismo cattolico nella prima guerra mondiale fra restaurazione, ragioni umanitarie e concezioni della modernità, in Schweizerische Zeitschrift, cit. p. 110. 4. A. Gibelli, La guerra grande. Storie di gente comune 1914-1919, Laterza, RomaBari 2014. 5. A. Guasco, L’uso bellico della Bibbia in Gabriele d’Annunzio, in Schweizerische Zeitschrift, cit., pp. 339-354. 6. Poeti in armi, in A. Cazzullo, La guerra dei nostri nonni, Mondadori, Milano 2014, pp. 75-93.

Offrite «Dialoghi» A un giovane lettore! Ai suoi lettori più giovani, «Dialoghi» propone un abbonamento a prezzo scontato. Per 30.– franchi, invece di 60.–! I trenta franchi che mancano li versa il comitato di «Dialoghi» al momento di saldare la fattura della stampa. Perché non ci date una mano, lettori più anziani, a trovare lettori giovani alla rivista? Raccoglie le vostre segnalazioni la Redazione-Amministrazione di «Dialoghi», c/o Enrico Morresi, Via Madonna della Salute 6, 6900 Massagno, tel. +41 (0)91 966 00 73, enrico.morresi@ sunrise.ch.


16

notizie belle e buone

Notizie belle e buone «Mo-mo» generosi. Con una lettera ai preti del distretto, l’arciprete di Mendrisio don Angelo Crivelli chiede se ci sono appartamenti disponibili nelle parrocchie per accogliere famiglie in fuga dalla guerra in Siria. Nella regione sono un centinaio gli appartamenti amministrati dalle parrocchie che potrebbero essere messi a disposizione per una generosa opera di assistenza. In crusca. Le case da gioco annunciano un netto calo dei polli da spennare e quindi di incassi: a Lugano, il «prodotto lordo dei giuochi» (Papa Francesco direbbe che è un eufemismo «lordo»…) è precipitato dagli oltre 80 milioni di franchi del 2010 a 30-35 milioni attuali. Anche a Mendrisio calano le entrate e piange il Comune (pardon! la Città) che non può più fare da Babbo Natale. Non si possono neppure compiangere quelli che non potranno continuare a lavorare nelle case da gioco, mulini di illusioni e di delusioni, perché si sa: la farina del diavolo va sempre in crusca. Nuovi cattolici. Il 21 febbraio, nella chiesa di Nyon, 27 catecumeni adulti della diocesi di Losanna Ginevra e Friburgo, chiamati per nome, hanno confermato al vescovo ausiliare Alain de Raemy la richiesta di essere battezzati. Il 7 marzo poi, nella parrocchia di Renens, 71 ragazzi e adolescenti, dai 6 ai 15 anni, hanno manifestato al vicario diocesano Donzé la medesima intenzione. Anche in Ticino si fanno più frequenti le domande di ricevere il battesimo presentate da adulti e il vescovo diocesano ne ha ammessi alcuni già durante la veglia pasquale degli scorsi anni. In Francia, per la Pasqua 2014, sono stati battezzati 4911 giovani e adulti: il 55% tra 20 e 35 anni, il 20% tra i 12 e i 18 anni, il 17% studenti. «Cappellane» militari. In mancanza di cappellani maschi per l’esercito svizzero (ne occorrono 300 e ne mancano 100), per la prima volta è stata promossa cappellano («cappellana»?) una donna cattolica. Le protestanti che svolgono tale servizio sono quattro, cui se ne aggiungeranno quest’anno tre. Si pensa che per i militi musulmani sarà necessario reclutare un imam, come del resto in altri eserciti europei. Benvenuti siriani. Il Consiglio federale ha deciso di offrire ospitalità in Svizzera a tremila siriani, profughi di guerra. A mille di loro sarà concesso un permesso umanitario per ricongiungersi a parenti già residenti in Svizzera; a duemila altri, specialmente bisognosi e segnalati dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite, sarà concesso direttamente lo statuto di rifugiato. 7,6 milioni sono attualmente in Siria gli sfollati interni, 3,8 milioni i siriani rifugiati in Paesi confinanti. Il Consiglio federale ha pure aumentato da 30 a 50 milioni di franchi l’importo per gli aiuti umanitari per il 2015. Il direttore di Caritas svizzera ha proposto di elevare il numero dei rifugiati da accogliere a 15.000: una media di cinque rifugiati per comune – ha detto – non mette in pericolo l’identità svizzera. Catechismo ecumenico. Nel Canton Friburgo da due anni i corsi di religione nella scuola materna sono impartiti su base ecumenica, cattolico-protestante. L’insegnamento ecumenico è stato introdotto con la modifica della legge scolastica, che ha assimilato la scuola dell’infanzia alla scuola obbligatoria.

No. 236

Non ogni scherzo vale. I responsabili delle manifestazioni carnevalesche di Basilea e di Friburgo si sono adoperati perché quest’anno fossero rispettati i sentimenti religiosi dei musulmani, escludendo riferimenti più o meno ironici alla figura di Maometto. Alcuni hanno storto il naso, ma si tratta solo di buon senso: non fare agli altri quello che non vuoi che gli altri facciano a te, né con la matita né con il kalachnikov…». Un barbone sepolto in Vaticano. Papa Francesco ha dato il permesso di seppellire nel cimitero teutonico della Città del Vaticano, situato tra la basilica di San Pietro e la Sala Paolo VI, fin qui riservato ai membri dell’Arciconfraternita e a religiosi dei collegi romani tedeschi, un «barbone» di origine fiamminga, noto per la sua partecipazione, ogni giorno, alla messa nella parrocchia di Sant’Anna in Vaticano. Ecumenismo sul pulpito. Quattro vescovi cattolici del Nord della Germania domenica 1. marzo hanno scambiato il pulpito con loro omologhi luterani e protestanti, predicando l’inizio della Quaresima. Si tratta di un segno ecumenico che vuole introdurre al Giubileo del 2017 della Riforma protestante. Sant’Anselmo. Una comunità intitolata a sant’Anselmo (l’aostano divenuto arcivescovo di Canterbury, 10331109) è stata istituita dal primate anglicano per offrire a giovani cristiani un anno di studi biblici e di preghiere presso la sua sede, il palazzo di Lambeth a Londra, centro storico della Comunione anglicana. La direzione della comunità è affidata a un prete anglicano e a una religiosa cattolica. Il primo soggiorno è previsto dal settembre 2015 al giugno 2016: già 706 persone si sono dette interessate. Martiri copti. La Chiesa copta ortodossa d’Egitto onora come martiri i 21 operai decapitati in Libia il 15 febbraio dai fanatici del cosiddetto Stato islamico. Gli ostaggi sarebbero morti invocando il nome di Gesù. Il papa copto Tawadr II ha disposto che i 21 martiri siano menzionati il 15 febbraio nel calendario della Chiesa e i loro nomi iscritti nel synaxarium, che corrisponde al martirologio della Chiesa cattolica. Una chiesa sarà costruita, a spese dello Stato egiziano e grazie ad un permesso eccezionale, nella diocesi di Minya (Alto Egitto), regione di provenienza degli operai assassinati. Tsunami rosa. Il Bundestag tedesco ha approvato a larga maggioranza l’introduzione di una «quota rosa» del 30% nei consigli d’amministrazione delle grandi imprese. La disposizione entrerà in vigore nel 2016 e riguarderà cento tra le principali aziende tedesche quotate in borsa. Altre 3500 imprese dovranno progressivamente aumentare il numero delle presenze femminili ai vertici. Quando si muovono i tedeschi… Sul piccolo schermo. La Televisione svizzera tedesca SRF ha assunto la studiosa musulmana delle religioni Amira Hafner-Al Jabaji nella redazione del magazine «Sternstunde Religion». Nata a Berna nel 1971, Hafner-Al Jabaji lavora come giornalista free lance e fa parte di commissioni e organismi che si occupano di dialogo interreligioso e di integrazione. Nel 2011 è stata insignita del Premio Anna Goldi per il suo impegno a favore del dialogo tra le religioni.


No. 236 17 cronaca svizzera

cronaca svizzera a cura di Alberto Lepori

Complimenti! Carlo Silini – capo servizio della redazione di approfondimenti «Primo Piano» al «Corriere del Ticino» – ha ricevuto lo Swiss Press Award 2015 della Fondazione Reinhardt-de Graffenried di Berna per il servizio «Quando la tragedia sconvolge una scuola», pubblicato dopo lo smottamento di Davesco accaduto il 16 novembre 2014. Nell’articolo il lettore viene messo nei panni degli adolescenti tornati a scuola dove studia il figlio di una delle donne perite nel dramma, portando alla luce il discreto modo con cui la cellula di crisi entrò in azione. Il Premio, fondato dall’editore della «Berner Zeitung», testata ora scomparsa, e dedicato nei primi anni al fotogiornalismo, fu esteso successivamente ai media in generale ma con particolare riguardo alla cronaca locale. I lettori di «Dialoghi» conoscono bene Carlo Silini, membro del Comitato della rivista e autore di molti servizi e commenti di argomento politico-religioso. Laureato in teo­logia a Friburgo, Silini è entrato al «Corriere» una ventina di anni fa. Noi di «Dialoghi» gli facciamo festa e gli auguriamo cento altre soddisfazioni. Restino ignoranti! Così ha deciso (senza decidere) il Consiglio di Stato circa le proposte di assicurare a tutti gli allievi delle scuole pubbliche un insegnamento del fenomeno religioso, adeguato alla società plurireligiosa sempre più evidente anche in Ticino. Dopo anni di commissioni, esperimenti e rapporti, non è stata trovata una proposta valida e condivisa per offrire a tutti gli allievi, cristiani e non, ticinesi o alieni, un insegnamento come necessaria premessa alla tolleranza e indispensabile per capire la società e il mondo in cui viviamo. Ma la ricerca di una proposta valida non è terminata (se ne discute in tutta Europa, Svizzera compresa): il compito è ora affidato al Gran Consiglio, che ci auguriamo si dimostri più responsabile. La questione (basterebbe leggere le annate di «Dialoghi») è fondamentalmente laica, perché inerente al bene comune, e la soluzione può essere trovata soltanto in una mediazione che imporrà da parte dei cristiani (cattolici in primis) una modalità diversa rispetto al privilegio della presenza esclusiva nella scuola pubblica – privilegio sempre meno giustificato e oltretutto sempre

meno efficace. In un comunicato, la Curia luganese si è detta insoddisfatta della situazione attuale e disponibile a trovare una soluzione valida per tutti gli allievi. Andare a farsi benedire. La benedizione impartita dal parroco di Bürglen ad una coppia di donne ha rilanciato in Svizzera uno dei temi affrontati dal Sinodo dei vescovi. Condannata dai vescovi di Coira e di Friburgo, è sostenuta dai parrocchiani e da migliaia di firme a sostegno. È da ricordare che, nella consultazione dello scorso anno tra i cattolici svizzeri, il 60% si era espresso a favore di un riconoscimento delle coppie omosessuali (Dialoghi 231, aprile 2014). I vescovi svizzeri, con un comunicato (citato dal «Giornale del Popolo», 6. marzo 2015) ricordano che «non è possibile impartirla» e «non è di loro competenza cambiare la dottrina della Chiesa», usando dunque l’argomento autoritativo (Roma locuta), ma senza fornire le motivazioni che pure sarebbero necessarie per rispettare l’intelligenza del «popolo di Dio». Così sarebbe utile che i vescovi (o Roma, se non ha di meglio da fare) fornissero l’elenco dei casi in cui si può lecitamente «benedire» (caramelle, immagini, statue, armi, automobili, asini e cavalli), e spiegare perché è lecito benedire i soldati che vanno a uccidere e non due donne che si vogliono bene… Nuove diocesi e diritti. Si torna a parlare della necessità di ridisegnare in modo più confacente ai bisogni pastorali la suddivisione delle diocesi svizzere. Oltre al caso della mastodontica diocesi di Coira, dalla quale chiedono di essere distaccati i poco soddisfatti cattolici della ricca Zurigo, il problema è posto anche per la diocesi romanda che raggruppa i cantoni di Vaud, Ginevra, Friburgo e Neuchâtel, con circa 700.000 cattolici. Lo auspica il vescovo Morerod, che ne avrebbe parlato col Papa, e che dice di temere di diventare un «funzionario». Della divisione della diocesi si discusse già in passato. Negli anni Ottanta, mons. Mamie pensava ad una diocesi di Ginevra, ma i protestanti ginevrini si erano detti contrari. Nel 1987 venne mandato a Ginevra mons. Amedeo Grab come vescovo ausiliare, sostituito nel 1995 da mons. Pierre Farine. La Co-

stituzione federale non prevede più il necessario consenso del Consiglio federale alla creazione di nuove diocesi, ma non è pensabile che i cambiamenti possano essere decisi a Roma senza interpellare i cattolici delle regioni interessate, le loro organizzazioni ecclesiali (consigli pastorali) ed ecclesiastiche (Chiese e associazioni di parrocchie) e persino i governi dei Cantoni coinvolti, e anche la Confederazione se si dovesse procedere mediante concordati, che sono trattati internazionali. È da auspicare che si approfitti della discussione per rilanciare il tema della partecipazione di «clero e popolo» alla scelta dei vescovi, pure tema già in passato dibattuto, per arrivare ad una procedura unica per tutte le diocesi svizzere. A tale scopo «Dialoghi» aveva un anno fa proposto alla Conferenza episcopale un progetto (cfr. n. 230, febbraio 2014), ma fin qui non risulta sia stato esaminato. Tuttavia, rispettando un vecchio «precetto della Chiesa», i cattolici svizzeri, grazie alle loro Chiese cantonali e parrocchie (dal nome contestato…), continuano «secondo le usanze» a garantire le finanze ecclesiastiche, comprese le spese dei vescovi. Tempo della creazione. Dal 1. settembre al 4 ottobre, le Chiese svizzere, tramite la fondazione ecumenica OEKU (Chiesa e ambiente), invitano a celebrare il Tempo della creazione, dedicato quest’anno alle «belle colline, alpeggi selvaggi, le montagne, centri di vita». Le Alpi sono in Europa i luoghi più ricchi di diversità biologiche: si calcolano 30.000 specie di animali e 13.000 specie di vegetali. Il Dio biblico appare spesso sulle montagne, e le montagne sono ricche di cappelle lungo i sentieri e di croci sulle vette. Tutti buoni motivi per ringraziare il Creatore! Formazione e posti vacanti. La Chiesa cattolica dispone nella Svizzera romanda di un nuovo centro di formazione per agenti pastorali, destinato cioè a preti, diaconi e laici. Il Centro ha sede a Friburgo e risulta dalla ristrutturazione di diverse offerte di formazione esistenti. Lo scopo è anche di mettere in contatto laici e preti e diaconi, favorendo così la loro futura collaborazione. Dallo scorso settembre è frequentato da una quarantina di laici per un corso di tre anni, accompagna gli studenti di teologia dell’università che vogliono dedicarsi alla pastorale e collabora con i seminari nella formazione dei preti. La Chiesa cattolica del Can-


18

ton Vaud ha lanciato una campagna per assumere nuovi agenti pastorali. Nei prossimi anni si libereranno diversi posti ed è prevedibile un aumento delle necessità per la diminuzione delle vocazioni presbiterali. Una «Guida alle professioni ecclesiali» presenta, in una dozzina di pagine, i vari campi del servizio e le varie occupazioni possibili nella Chiesa locale (APIC 8 settembre 2014 e 11 marzo 2015). Riparazioni, diritti umani, iniziative popolari. Il diritto democratico dell’iniziativa costituzionale è sempre più utilizzato per attirare l’attenzione dei politici, e prima dei cittadini, sui grandi temi della giustizia e della solidarietà. L’iniziativa promossa per rendere giustizia, simbolica e tardiva, con un fondo di 500 milioni di franchi, alle migliaia di bambini e adolescenti collocati presso famiglie estranee o in istituti (e così privati di una fanciullezza serena) ha raccolto oltre 110.000 firme: un primo risultato, in attesa che tra qualche anno (!) l’iniziativa venga sottoposta al voto popolare e, speriamo, approvata. Nel frattempo è in corso un’azione che potrebbe riguardare un migliaio di casi (si calcola che complessivamente le vittime furono 20.000), ai quali verranno attribuiti provvisoriamente in media fr. 8000. Fino agli anni 1960, decine di migliaia i bambini in Svizzera furono strappati ai loro genitori e collocati in istituti o in famiglie, per lo più di agricoltori. Per il Ticino non si conoscono dati e se la pratica fosse diffusa. Costretti a sobbarcarsi duri lavori, molti furono vittime di maltrattamenti. A lungo la loro sorte è rimasta nascosta. Su questo triste capitolo di storia si sta facendo luce grazie ad una ricerca promossa dalla consigliera federale Simonetta Sommaruga, e grazie all’iniziativa «Riparare i torti». Sarà un motivo di riflessione anche per le Chiese cattolica e protestanti: non di rado, infatti, preti, pastori e altro personale ecclesiastico furono coinvolti in questi «affidamenti». Il presidente della FCES Gottfried Locher e il presidente del sinodo riformato bernese Andreas Zeller fanno parte del comitato sostenitore dell’iniziativa «Riparare i torti» e a Pasqua è stata organizzata una colletta nazionale a favore delle vittime ancora in vita. Un’altra iniziativa costituzionale sarà promossa da una cinquantina di organizzazioni attive sui temi dello sviluppo e dei diritti umani, per costringere le multinazionali svizzere a rispettare i diritti umani e le norme a tutela dell’ambiente anche nelle loro

cronaca svizzera

No. 236

Contro la violenza alle donne Pubblichiamo il testo dell’appello ecumenico contro la violenza sulle donne, sottoscritto il 9 marzo al Senato italiano da cattolici, protestanti e ortodossi, elaborato da una commissione congiunta della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (Fcei) e dell’Ufficio nazionale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso della Conferenza episcopale italiana (Cei). La violenza contro le donne è un’emergenza nazionale. Ogni anno in Italia sono migliaia le donne che subiscono la violenza di uomini, ed oltre cento rimangono uccise. Il luogo principale dove avviene la violenza sulle donne è la famiglia: questo è un fatto accertato e grave. Questa violenza interroga anche le Chiese e pone un problema alla coscienza cristiana: la violenza contro le donne è un’offesa ad ogni persona che noi riconosciamo creata a immagine e somiglianza di Dio, un gesto contro Dio stesso e il suo amore per ogni essere umano. Il rispetto della vita e la pari dignità di ogni creatura sono beni al cuore della fede cristiana che ci invita ad abbattere i muri che discriminano, escludono, emarginano le donne. Come comunità cristiane attività all’estero. L’iniziativa riprende i temi della petizione «Diritti senza frontiere», sostenuta nel 2011 da 135.000 firme e che non ha ottenuto alcun seguito effettivo, ma solo belle parole, da parte del Consiglio federale e del parlamento. Religioni e cure palliative. Da tre anni, tutti gli studenti in medicina dell’università di Monaco di Baviera sono formati all’accompagnamento spirituale nell’ambito dei corsi sulle cure palliative: un’esperienza pionieristica iniziata dal dott. Gian Domenico Borasio, ora capo del Servizio delle cure palliative del Centro ospedaliero universitario vodese (CHUV). A Basilea, la Facoltà di medicina ha proposto dall’inizio dell’anno accademico 2014 un master in spiritual care e anche l’Università di Zurigo progetta di dotarsi di corsi di assistenza spirituale in ambito ospedaliero, ma nel quadro della Facoltà di teologia: un’opzione interessante nella misura in cui i corsi potranno coinvolgere sia gli studenti

rivolgiamo un appello alle istituzioni scolastiche ed educative, alle agenzie culturali e pubblicitarie, agli organi di stampa perché anch’esse promuovano un’immagine della donna rispettosa della sua identità, della sua dignità e dei suoi diritti individuali. Ma soprattutto le comunità cristiane in Italia sentano urgente la necessità di impegnarsi in prima persona per un’azione educativa e pastorale profonda e rinnovata che da un lato aiuti la parte maschile dell’umanità a liberarsi dalla spinta a commettere violenza sulle donne e dall’altro sostenga la dignità della donna, i suoi diritti e il suo ruolo nel privato delle relazioni sentimentali e di famiglia, nell’ambito della comunità cristiana, così come nei luoghi di lavoro e più in generale nella società. Continueremo a pregare, a predicare, educare ed agire per sradicare la pianta cattiva di culture, leggi e tradizioni che ancora oggi, in varie parti del mondo, discriminano la donna, non di rado avvilendola nel ruolo di un semplice oggetto di cui disporre. Lo faremo annunciando che l’Evangelo che testimoniamo ci libera da ogni costrizione e ci fa tutti, uomini e donne allo stesso modo, creature dell’amore incommensurabile di Dio. in teologia sia gli studenti in medicina. Altra la situazione a Ginevra, dove la formazione dei medici all’accompagnamento spirituale non è prevista. A causa della separazione rigorosa tra lo Stato e le Chiese è difficile anche il compito degli stessi cappellani. I cappellani devono fare affidamento sulla collaborazione del personale sanitario al momento del ricovero per poter entrare in contatto con i pazienti. Maggiore unità nel protestantesimo. Nel corso dell’assemblea autunnale dei delegati delle Chiese appartenenti alla FCES, svoltasi a Berna, è stata approvata la creazione di un sinodo riformato nazionale, che sarà un prolungamento dei sinodi cantonali. Con la decisione di istituire questo organo, l’assemblea dei delegati ha rafforzato la dimensione nazionale e la visibilità del protestantesimo riformato; nel documento approvato dall’assemblea si afferma che «la Chiesa evangelica riformata vive come parrocchia locale, come Chiesa cantonale e come


No. 236 19 cronaca svizzera

comunione ecclesiastica nazionale. Per il presidente della Federazione, Gottfried Locher, si tratta di una pietra miliare: «La creazione di un sinodo nazionale rafforza la coesione e ridà slancio al lavoro di elaborazione di una nuova costituzione della FCES». Musulmani in causa. Un’allieva musulmana di St. Margrethen (Canton San Gallo) può andare a scuola con il velo. Il tribunale amministrativo sangallese ha accolto il reclamo inoltrato dalla famiglia contro il divieto di coprirsi la testa. Il tribunale ha ritenuto che il desiderio della ragazza tredicenne di portare il velo islamico durante le lezioni sia legittimo. Un divieto sarebbe ipotizzabile solo se la pace religiosa fosse perturbata. I giudici hanno rilevato che il porto del velo non ostacola l’integrazione della ragazza nella sua classe. Neppure le attività scolastiche hanno subito intralcio. La ragazza aveva cominciato ad andare a scuola portando il velo nell’estate del 2013. La comunità scolastica, su preavviso del Consiglio dell’educazione del Canton San Gallo, aveva emanato un divieto generale di coprirsi il capo e la famiglia ha inoltrato un reclamo contro questa decisione. I genitori dovranno comunque pagare una multa di mille franchi ciascuno e sono stati condannati con la condizionale a 60 aliquote giornaliere di fr. 30 per aver impedito alla ragazza di frequentare le lezioni di nuoto e di partecipare ad una settimana di sci. Fin qui il Tribunale federale non si è mai espresso sull’ammissibilità di un divieto di coprirsi il capo in scuola o altrove, ma se ne discute in diversi Cantoni e a livello federale. Invece, il divieto inserito nella Costituzione ticinese contro la copertura totale del viso (il cosiddetto «burka» o velo integrale) ha ottenuto la garanzia federale, secondo l’articolo 51,2 della Costituzione federale del 1999, e si sta preparando la legge ticinese di attuazione. Il Municipio di Losanna è stato incaricato dal Consiglio comunale di studiare la petizione che chiede di autorizzare il richiamo a voce alla preghiera, fatta da un muezzin in arabo o in francese, per la durata massima da due a quattro minuti. Nel Cantone di Vaud è stato convenuto di riservare ai musulmani (sono circa trentamila) un settore speciale nel cimitero del Bois-de-Vaux. Le salme potranno essere sepolte orientate alla Mecca, ma resta obbligatorio l’uso di una bara. Infine, la Commissione antirazzismo del Consiglio d’Europa ha condannato i discorsi xenofobi e razzisti pronun-

ciati da politici svizzeri contro gente di colore, migranti e zingari, nonché le discriminazioni sul posto di lavoro. Avanzano le Chiese libere. Nel giro di trent’anni, le Chiese libere svizzere hanno quintuplicato il numero dei loro membri raggiungendo quota 200.000 individui, vale a dire quasi il 3% della popolazione. Lo sostie­ne il sociologo delle religioni Jörg Stolz in una ricerca. Secondo Stolz, le Chiese libere sono in grado di affermarsi nell’odierno mercato delle fedi offrendo, accanto al culto domenicale, varie attività legate al tempo libero, all’aiuto e alla crescita personale. I membri di queste Chiese coltivano valori diversi da quelli del resto della società: il numero di matrimoni è più alto (72,5% contro il 47,1% della popolazione nel suo insieme), hanno mediamente 1,81 bambini (media nazionale: 1,39). Due terzi di loro sono del parere che il sesso pri­ma del matrimonio sia «in ogni caso un errore» (la media nazionale è del 5,8%), il diritto all’aborto viene respinto mentre nella società viene sempre più tollerato. Solo tuttavia le Chiese carismatiche registrano una crescita; altre Chiese libere si trovano invece in una fase di ristagno, come del resto le cosiddette Chiese storiche. Maggioranza per il suicidio. Una chiara maggioranza della popolazione svizzera sarebbe favorevole all’introduzione del suicidio agevolato per persone in età avanzata, secondo il risultato di un sondaggio realizzato lo scorso agosto nella Svizzera tedesca e francese tra 1004 persone, per incarico del mensile «Reformiert». Il 68% degli intervistati ritiene «piuttosto buona» o «molto buona» l’idea di agevolare il suicidio di persone in età avanzata; particolarmente favorevoli si sono dette le persone di età compresa tra i 55 e i 74 anni. L’organizzazione svizzera di aiuto al suicidio Exit, attualmente, offre assistenza al suicidio solo a malati terminali o a persone molto sofferenti; l’aiuto al suicidio agevolato in età avanzata potrebbe invece valere anche per persone anziane ma stanche di vivere. Il Codice penale svizzero si limita a punire l’aiuto al suicidio quando avviene per interesse. Secondo uno studio zurighese, il numero dei suicidi in Svizzera è raddoppiato negli ultimi quattro anni e nello stesso periodo 611 persone sono venute in Svizzera per mettere fine alla vita. Che cosa credono i cresimandi. La festa e i regali sarebbero il motivo

principale per cui i giovani riformati svizzeri fanno la confermazione (la cresima dei cattolici). Solo il 51% dei confermandi crede in Dio, solo il 37% crede alla resurrezione di Gesù. Che il mondo sia stato creato da Dio è opinione di un terzo soltanto degli intervistati, il 60% afferma di non pensare quasi mai alla religione. Un confermando su sette prega con regolarità. La maggior parte fa la confermazione ritenendo che sia la logica conseguenza del proprio battesimo. L’80% afferma che intende far battezzare i propri figli, ma la metà afferma che i contenuti del catechismo hanno poco o nulla a che fare con la loro vita quotidiana; tuttavia definiscono il corso di preparazione alla confermazione positivamente. Thomas Schlag, docente di teologia pratica alla Facoltà evangelica di Zurigo e coautore dello studio, si dice non sorpreso dai risultati, ma ritiene che debba essere migliorata la qualità dei corsi di preparazione alla confermazione. Consultorio ecumenico. A Coira è stato aperto un consultorio: vi lavorano per la prima volta insieme consulenti di coppia e di famiglia cattolici ed evangelici. La struttura si chiama «Paarlando» e impiega la pastora evangelica e psicoterapeuta Angelika Muller e il teologo e psicologo cattolico Arno Arquint. L’iniziativa è partita dalle autorità cantonali grigionesi, intenzionate ad aprire un centro di consulenza accessibile a persone di modesta condizione. Per realizzare il progetto le autorità si sono rivolte alle Chiese. Il centro svolge consulenza per persone che vivono una crisi di coppia e sono coinvolte in una situazione di conflitto. Turismo ecclesiastico. In Engadina, a Zuoz, è stato organizzato il primo seminario di formazione per guide turistiche delle chiese. In quattro giornate, i partecipanti (una quindicina di persone) hanno imparato elementi di teologia, storia della Chiesa, metodica, didattica e marketing. Il corso è stato organizzato dall’Ufficio Chiesa e turismo della Chiesa evangelica riformata cantonale. Tra i partecipanti: architetti, docenti, catechiste, membri di consigli parrocchiali. Un corso di formazione simile è già stato organizzato dalla Chiesa bernese e in Germania esiste da venticinque anni. Una ricerca condotta recentemente in Germania è giunta alla conclusione che le visite guidate possono migliorare l’immagine delle Chiese.


20

cronaca internazionale

cronaca internazionale a cura di Alberto Lepori

A cinquant’anni dalla «Gaudium et spes». La rete «Chiesa di tutti, Chiesa dei poveri», per celebrare il 50.mo della costituzione conciliare sulla Chiesa nel mondo moderno e l’anniversario della conclusione del Vaticano II, organizza una assemblea nazionale dei gruppi ecclesiali, riviste, associazioni sul tema: «Gioia e speranza, misericordia e lotta», che avrà luogo sabato 9 maggio all’auditorium di Piazza dello Scautismo 1 (metro Bologna, vicino alla stazione Tiburtina). Introducono alle 10.15 Raniero La Valle («Dopo cinquant’anni. Francesco, il Concilio ritrovato») e alle 14.30 Giovanni Cereti («Il prossimo Sinodo: problemi aperti»). Conclusione alle 18. Entrata libera. È prevista una partecipazione ticinese, tramite la redazione di «Dialoghi». Agenda del Papa. Durante un’udienza ai preti della diocesi di Roma (la sua diocesi), papa Francesco, rispondendo a una domanda sull’ordinazione di uomini sposati come avviene nella Chiesa cattolica orientale, ha affermato che il tema è nella sua agenda, ma non potrà essere risolto molto presto. Lo stesso varrebbe, ha confidato in separata sede, per quanto concerne i divorziati e gli omosessuali nella Chiesa, temi che saranno dibattuti nel prossimo Sinodo e su di essi ha incoraggiato i preti romani a riflettere. La stampa vaticana non ha fornito la trascrizione di queste «esternazioni» (Apic 20 febbraio 2015). Un gruppo di cinque preti sposati ha assistito alla messa di papa Francesco il 19 febbraio. I preti sposati dell’associazione «Vocatio» hanno inviato una lettera, prima al Papa e poi ai vescovi italiani, chiedendo che sia considerata la loro situazione e disponibilità a collaborare in attività pastorali. È noto che Bergoglio, in Argentina, aveva mantenuto rapporti con il vescovo sposato Jeronimo Podestà, morto da anni, e poi con la sua moglie, Clelia Lupo, solo recentemente scomparsa. Preti sposati. Con una lettera inviata il 23 gennaio a tutti i membri della Conferenza episcopale statunitense, mille preti della Association of U.S. Catholic Priests hanno chiesto ai loro vescovi di «avviare un dialogo» sull’ordinazione sacerdotale dei preti sposati. I firmatari sono mossi dalla

preoccupazione per «la cura pastorale delle anime, che richiede, oggi, la presenza dei preti sposati al servizio delle esigenze pastorali delle persone». Diverse ragioni motivano la necessità di intraprendere questo dialogo: il fatto che la Chiesa cattolica abbia già accettato pastori provenienti da altre confessioni religiose, come la Chiesa anglicana; il numero sempre in calo dei preti attivi, con la conseguente chiusura delle parrocchie; la salute mentale, fisica e spirituale dei preti, specialmente di quelli che sopportano un carico di lavoro sempre maggiore, a volte soffocante. «Visti i segni dei tempi e la diversità e le sfide che la Chiesa deve affrontare, il sacerdozio ministeriale ha bisogno di opzioni crea­tive. La testimonianza che può venire dai preti sposati al servizio della Chiesa, insieme con quella dei preti celibi, è un’opzione cruciale da esplorare». Papa Francesco sarebbe aperto a questa opzione, qualora venisse portata avanti dalle Conferenze episcopali. Durante l’incontro con il vescovo di Xingu, in Amazzonia, mons. Erwin Krautler, il Papa avrebbe detto: spetta ai vescovi fare proposte. L’anno passato i vescovi brasiliani hanno costituito una commissione incaricata di studiare forme altre di sacerdozio ministeriale, anche sposato. Dialogo ecumenico. Forse grazie… all’effetto Francesco, si registra in Italia un «disgelo ecumenico» con un netto miglioramento delle relazione tra le diverse Chiese cristiane. Il Papa ha visitato la comunità di un suo amico evangelico e ha avuto parole di apprezzamento per i valdesi (una minuscola Chiesa storica), poi il segretario dei vescovi italiani Nunzio Galantino ha partecipato ad un convegno, promosso dalla Federazione delle Chiese evangeliche a Roma, sulla libertà religiosa, dicendosi favorevole al superamento del «regime dei culti ammessi» e per una nuova legge, fin qui ostacolata perché «non tutti sono uguali»; infine mons. Bianchi, presidente della Commissione episcopale per l’ecumenismo, insieme ai rappresentati delle comunità russa, rumena, armena, ucraina, anglicana, polacca, ha sottoscritto un Appello delle Chiese cristiane in Italia contro la violenza sulle donne. La Federazione italiana delle donne evangeliche ha promosso

No. 236

un’iniziativa denominata «del posto occupato», ponendo nelle chiese un indumento rosso a segnare quello lasciato vuoto da una donna assassinata. Marx colpisce ancora. Non il vecchio e barbuto Karl ottocentesco, ma il card. Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco di Baviera, presidente della Conferenza episcopale tedesca e membro del C9, il consiglio di cardinali che supportano il papa nel progetto di riforma della Curia, il quale ha affermato come «questo pontificato nel suo insieme ha aperto nuove strade, anche se il papa non è la Chiesa, perché la Chiesa è più del papa, c’è una nuova atmosfera». Sul tema del divorziati risposati, «abbiamo un sacco di lavoro da fare in campo teologico, non solo sulla questione del divorzio, ma sulla teologia del matrimonio». In una lunga intervista al settimanale dei gesuiti statunitensi America, il card. Marx ha detto ancora: «Non stiamo creando una nuova Chiesa; la Chiesa continua a essere cattolica, ma c’è aria fresca, un passo in avanti». E poi: «È una questione di aggiornamento, per dirla in modo comprensibile a tutti, e di adattamento della dottrina al Vangelo, alla teologia, per trovare in modo nuovo il senso di ciò che Gesù ha detto, il significato della tradizione e della teologia e così via… C’è molto da fare». Il cardinale si chiede: «Che fare quando una persona si sposa, divorzia e poi trova un nuovo partner? Vi sono posizioni differenti. Alcuni vescovi al Sinodo hanno detto: vivono nel peccato, ma altri hanno replicato: non si può dire che vivono nel peccato ogni giorno, non è possibile! Ecco, ci sono questioni di cui dobbiamo parlare. Abbiamo avviato un dibattito su questo tema alla Conferenza episcopale tedesca. Il testo è ora disponi­bile e rappresenta un buon contributo per la discussione al Sinodo» (da un servizio di «Adista», 2 febbraio 2015). Un sinodo a Bolzano. Dal primo e finora unico Sinodo della diocesi di Bolzano-Bressanone sono passati ormai 40 anni, e da allora la diocesi è cambiata profondamente. Per affrontare questi cambiamenti la Chiesa locale ha deciso di convocare un nuovo sinodo e di coinvolgere non soltanto la gerarchia locale ma tutto il popolo di Dio in un percorso comune di verifica e rilancio del messaggio cristiano in Alto Adige. «Di che cosa abbiamo bisogno per trovare oggi risposte alle domande della vita a partire dalla Parola di Dio?». Su questo interrogativo,


No. 236 21 cronaca internazionale

il 30 novembre 2013, si è avviato il percorso sinodale. Alla prima fase, di «ascolto», migliaia di persone hanno potuto partecipare, portando i propri suggerimenti e le proprie proposte. Nell’aprile 2014 il Sinodo ha fissato i temi che avrebbero dovuto essere approfonditi, e che sono stati finora sviluppati attraverso quattro intense sessioni, cui nei prossimi mesi si aggiun­geranno le ultime due. Il Sinodo si dovrebbe quindi concludere con una celebrazione solenne, presieduta dal vescovo nel duomo di Bressanone, l’8 dicembre prossimo. Nei documenti delle 12 commissioni sinodali sono finora emerse questioni che superavano la competenza del Sinodo diocesano, ma che si riteneva comunque giusto e legittimo affrontare perché particolarmente importanti per la vita attuale della Chiesa. In particolare, nel corso della terza sessione, la presidenza ha invitato i sinodali a esprimersi sul celibato dei preti, sull’ammissione delle donne al sacramento dell’ordine e al diaconato, sulla comunione per i divorziati risposati e sull’unzione degli infermi da parte di laici incaricati. Una grande maggioranza si è espressa per un cambiamento delle attuali norme: l’85% si è espresso a favore della comunione ai divorziati risposati («dopo un processo di maturazione in cui la persona impara dai suoi fallimenti, ammette le proprie responsabilità e si impegna per una conclusione riconciliata del rapporto fallito»); il 62% ha affermato che il sacramento dell’ordine «è aperto a tutti i battezzati e cresimati, donne e uomini»; il 79% ha detto sì al diaconato femminile, mentre per il 62% il celibato presbiterale deve essere una opzione e non un obbligo. In un primo suo intervento diretto nei lavori del Sinodo, il vescovo Ivo Muser ha chiesto però di porre un accento maggiore sulle argomentazioni piuttosto che sui numeri. Per questo la presidenza ha deciso di non ricorrere più al voto, per favorire il dibattito sulle motivazioni teologiche. La decisione non ha trovato però il consenso di molti sinodali. Sui «temi sovradiocesani», in ogni caso, la plenaria del Sinodo avrà occasione alla fine di maggio di discutere e approvare il documento che la dodicesima commissione ha elaborato e che raccoglie le riflessioni e i voti del Sinodo (da «Adista», 21 febbraio 2015). A quando un nuovo sinodo anche a Lugano, dopo oltre quarant’anni? Chiese escluse. La società civile e le Chiese sono state nuovamente escluse

dai lavori della Conferenza delle Nazioni Unite sul disarmo (CD). Purtroppo, e per l’ennesima volta, la richiesta di partecipazione non è stata accolta. La CD, con sede a Ginevra, è l’unico forum permanente per il disarmo della comunità internazionale. Fu creato nel 1979 come risposta, tardiva, alla gara al riarmo nucleare degli anni della guerra fredda. Fra gli obiettivi conseguiti dalla CD c’è stato, nel 1996, il trattato sulla messa al bando di tutti i test nucleari, ma è stato il suo ultimo risultato positivo. Lombardia liberticida. Un appello per la difesa della libertà religiosa, gravemente minacciata dopo l’approvazione in Lombardia di una legge che limita pesantemente la possibilità di creare nuovi luoghi di culto, con riferimento esplicito alla costruzione di moschee, è stato lanciato il 30 gennaio dal Comitato promotore nazionale della Giornata del dialogo cristianoislamico, sottoscritto da numerose personalità del mondo islamico e cristiano e da riviste e gruppi da sempre in prima linea sul dialogo interreligioso. La nuova legge regionale lombarda, approvata il 27 gennaio, prevede che prima di concedere l’autorizzazione alla costruzione di un luogo di culto si effettui una procedura chiamata «valutazione ambientale strategica». I nuovi edifici dovranno sorgere in aree a una «distanza minima» che verrà stabilita dalla giunta regionale, da altri luoghi di culto (praticamente sempre in periferia) e vincola i richiedenti a realizzare a loro spese, accanto agli edifici di culto, strade e opere di urbanizzazione primaria (gas, luce, impianti fognari, rete idrica, verde attrezzato, ecc.) e parcheggi ampi almeno il doppio rispetto all’area di preghiera, nonché sistemi di videosorveglianza collegati con le forze dell’ordine. La nuova norma prevede anche la «congruità architettonica e dimensionale degli edifici di culto previsti con le caratteristiche generali e peculiari del paesaggio lombardo». Ma non è finita. La confessione religiosa che intende realizzare un proprio edificio di culto deve aver stipulato un’Intesa con lo Stato italiano. In mancanza di tale Intesa (come nel caso dell’Islam), si può procedere comunque, ma previa certificazione di alcuni requisiti, come ad esempio quello di avere statuti che esprimono il carattere religioso delle finalità istituzionali della comunità che fa la richiesta, nonché «il rispetto dei valori della Costituzione». La legge stabilisce inoltre che «fatta sal-

va l’autonomia degli organi statali», prima di autorizzare i lavori vengano «acquisiti i pareri di organizzazioni, comitati di cittadini, esponenti e rappresentanti delle forze dell’ordine, oltre agli uffici provinciali di Questura e Prefettura, al fine di valutare possibili profili di sicurezza pubblica». Infine i Comuni hanno la facoltà di indire un referendum tra i cittadini. Si tratta di una serie incredibile di vincoli (superabili, ma con decine di istanze rivolte alla ben nota burocrazia italiana), per cui, al di là dei dubbi di costituzionalità (uguaglianza tra cittadini, tutela delle confessioni religiose, libertà di culto ecc.), essi renderebbero impossibile soprattutto per le comunità musulmane la realizzazione di nuove moschee. È da notare che vivono in Lombardia 420.000 musulmani (centomila nella sola Milano). Il Comune di Milano aveva pubblicato il bando per destinare tre aree della città a nuovi luoghi di culto islamici. Anche per questo, il sindaco Giuliano Pisapia ha definito le nuove norme «una brutta legge ideologica e soprattutto contro qualcuno e non a favore del dialogo e della trasparenza», e intende andare avanti nella costruzione di nuove moschee in città, perché le delibere approvate del Consiglio comunale precedono il varo della legge regionale. La legge è stata impugnata davanti alla Corte costituzionale da parte del Governo italiano per incostituzionalità e con richiesta di effetto sospensivo. Santo contestato. È stata annunciata la canonizzazione, il prossimo settembre, del beato p. Junipero Serra, un francescano spagnolo vissuto nel XVIII secolo, e grande evangelizzatore sulla costa occidentale degli Stati Uniti, tanto da essere chiamato «il Colombo della California». Ma ciò avvenne a prezzo di abusi sulle popolazioni native e di conversioni forzate, contribuendo alla distruzione della cultura indigena per conto della corona spagnola. La canonizzazione di un personaggio tanto controverso, dunque, striderebbe con le affermazioni di papa Francesco riguardo alla «colonizzazione ideologica» portata avanti dall’Occidente nel mondo e contestata da chi oggi cerca di difendere l’eredità dei nativi. Junipero Serra, nato nel 1713, arrivò a Città del Messico nel 1750 come missionario. Nel 1769, a capo di un gruppo di francescani incaricati di evangelizzare la California, creò la missione di San Diego, dove si trovavano tra i 225 mila e i 300 mila nativi. Fondò


22

altre otto missioni nell’area della Baia di San Francisco, arrivando a stabilire una rete di 21 missioni. Morì nel 1784 a Monterrey. Degli 80 mila nativi battezzati (solo un quarto dei residenti), alla fine dell’epoca delle missioni, intorno al 1830, 60 mila erano morti, tra cui 25mila bambini. L’invasione degli yankees e la corsa all’oro fecero il resto: nel 1855 i nativi sopravvissuti erano soltanto 50mila. Un incontro religioso mondiale. È in preparazione alle Nazioni Unite un grande incontro di leader religiosi di tutto il mondo, con lo scopo di lanciare un forte messaggio a favore della convivenza e della pace. Il segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon, in un recente incontro alla Casa Bianca a Washington, avrebbe preannunciato tale iniziativa intesa a «promuovere la mutua intesa e la riconciliazione» in un momento di «grande sofferenza» a causa delle barbarie perpetrate in diverse parti del globo dalla furia jihadista, le cui vittime sono in «grande maggioranza» musulmani. Per il segretario generale dell’Onu si tratta di una nuova generazione di gruppi terroristici transnazionali, che rappresentano una grave minaccia per la pace e la sicurezza mondiale. Di qui la volontà di lanciare insieme a esponenti di tutte le tradizioni religiose un messaggio di tolleranza, solidarietà e riconciliazione. Critiche ufficiali all’otto per mille. Datata 19 novembre, ma diffusa ai primi di dicembre, la relazione della Corte dei conti – incaricata in Italia al controllo sulla gestione delle amministrazioni dello Stato – è stata dedicata alla «Destinazione e gestione dell’otto per mille dell’IRPEF». Vi si legge che «grazie al meccanismo di attribuzione delle risorse (…) i beneficiari ricevono più dalla quota non espressa che da quella optata, godendo di un notevole fattore moltiplicativo, essendo irrilevante la volontà di chi rifiuta il sistema o se ne disinteressa. (…) Su ciò non vi è un’adeguata informazione». Inoltre, «i fondi destinati alle confessioni risultano ingenti, tali da non avere riscontro in altre realtà europee, avendo superato ampiamente il miliardo di euro per anno, e sono gli unici che, nell’attuale contingenza di fortissima riduzione della spesa pubblica in ogni campo, si sono notevolmente e costantemente incrementati». Ancora: «La possibilità di accesso per molte confessioni è oggi esclusa per l’assenza di Intese, essendosi affermato un

cronaca internazionale

pluralismo confessionale imperfetto, in cui il ricorso alla bilateralità pattizia permette l’affermazione di uno status privilegiato solo per alcune di esse». Inoltre, «manca trasparenza sulle erogazioni» e «non ci sono verifiche sull’utilizzo dei fondi erogati alle confessioni». In conclusione, secondo la Corte dei conti, «ciò rende opportuna una rinegoziazione del sostegno finanziario alle confessioni (…) Rideterminare gli importi attraverso una consistente riduzione della quota IRPEF assegnabile o in base alle sole scelte espresse consentirebbe un risparmio strutturale per lo Stato». La Corte riprende alcune critiche già ripetutamente espresse anche da «Dialoghi»: manca tuttavia ancora la critica fondamentale sulla distorsione democratica del sistema, che affida ai contribuenti (e non ai cittadini) il riparto del finanziamento pubblico alle religioni riconosciute: i quali decidono al buio, cioè senza conoscere quale sarà il risultato. Nel 2014 (dichiarazioni dei redditi del 2011) alle Chiese metodiste e valdesi, secondo le indicazioni per l’8 per mille, erano stati riconosciuti circa 41 milioni di euro (2,8 in più dell’anno prima) perché le firme avevano superato le 600.000 unità, pari a trenta volte la consistenza numerica di quelle comunità di fede! Molti italiani, anche cattolici, esprimono apprezzamento per una gestione aperta, trasparente e laica delle somme ricevute. La maggior parte dei fondi viene infatti destinata a progetti realizzati da associazioni esterne alle Chiese e alle opere sociali valdesi e metodiste, diversamente dalla destinazione che ne fa la Chiesa cattolica, in gran parte utilizzate per la retribuzione del proprio clero e delle spese parrocchiali (su cui decide solo il clero). Abbandoni. In Germania si registra un aumento considerevole di abbandoni, tanto rispetto alla Chiesa protestante quanto a quella cattolica. Nel 2014 sarebbero 200 mila i protestanti ad aver abbandonato la loro Chiesa, più o meno altrettanti i cattolici. Il motivo principale sarebbe una normativa fiscale entrata recentemente in vigore, che estende la tassa ecclesiastica (obbligatoria per ogni tedesco battezzato) ai redditi derivanti dal capitale, compresi gli interessi maturati su investimenti, che prima, nella pratica, venivano dichiarati soltanto da pochi contribuenti. Ora che la normativa è stata modificata, le banche chiedono sistematicamente ai clienti la loro ap-

No. 236

partenenza religiosa, al fine di prelevare dai conti l’importo dovuto, applicando una «trattenuta alla fonte». La modifica legislativa dovrebbe portare nelle casse della Chiesa cattolica e di quella protestante circa 160 milioni di euro in più all’anno. Nel 2012 i tedeschi che avevano abbandonato erano stimati intorno a 138mila tra i protestanti (il 30,3% della popolazione) e in 118mila i cattolici (30,8% della popolazione). È prevedibile che la nuova misura fiscale farà aumentare tale numero. Si tratterà specialmente di anziani pensionati che vogliono tutelare i loro risparmi, mentre in precedenza erano specialmente i giovani a uscire dalle Chiese. Protestanti ignorati. Secondo l’istituto di ricerca svizzero Media Tenor, il 90% delle informazioni religiose riprese dai telegiornali europei e americani negli ultimi due anni concerne la sola Chiesa cattolica romana e solo il 9% il protestan­tesimo. Secondo il responsabile dell’informazione religiosa del «Figaro», «il discorso protestante è razionale, sfumato, istituzionale. Raramente c’è una parola forte, decisa, su un fatto sociale». Per il direttore dell’agenzia Aggelos, la ragione della sotto-rappresentazione non va ricercata nella discrezione tipica del protestantesimo, ma nella libertà di pensiero che lo caratterizza: non è possibile pubblicare un messaggio chiaro in nome di una Chiesa o di una Federazione di Chiese riconoscendo allo stesso tempo che non tutti i membri di queste istituzioni la pensano allo stesso modo. (da «Voce evangelica», dicembre 2014). Invece per i cattolici, anche se non c’è uniformità di opinione, vale la «verità» del papa o di qualche cardinale o vescovo, che dice la sua senza aver consultato il resto (la maggioranza!) del «popolo di Dio». Antifurto. Gli amministratori della cattedrale di Tournai, in Belgio, stanchi dei devoti che accendono il cero alla Madonna senza versare il previsto obolo nella apposita cassetta (oltretutto regolarmente svuotata da devoti del dio denaro…), sono corsi ai ripari adottando un apparecchio simile ai distributori di bibite e panini e che fornisce il cero previo pagamento. Dopo quattro mesi si è notato un netto aumento della devozione (l’onestà che paga!), ma restano quei devoti che si riforniscono di ceri nei grandi magazzini a prezzi scontati, e ritengono che la Madonna preferisce il fumo delle candele commerciali.


No. 236 23 notiziario (in)sostenibile

notiziario (in)sostenibile di Matteo Cassini

Funziona, ma lo butti. Una volta si riparavano gli oggetti. Non solo si rammendavano i calzini, si mettevano le pezze sui buchi dei jeans, si facevano risuolare le scarpe. Ma anche gli oggetti di uso comune, fino agli elettrodomestici, venivano aggiustati quando cominciavano a funzionare male o addirittura si fermavano. Poi è venuta l’epoca del ricambio. È rotto? Lo butti e ne compri un altro. Il motivo è semplice: sostituire costa meno che riparare. Specie per l’elettronica di consumo. Da lì, il ricambio continuo: oggetti scassati escono dalle nostre case, oggetti nuovi di pacca ci entrano, oltretutto più moderni e aggiornati. Già: aggiornati. Ecco perché ormai siamo oltre. E per sostituirli non aspettiamo più la morte naturale degli apparecchi, ma ci basta trovarne altri con più funzioni, più memoria, più effetti speciali. Così il telefonino old stylish, sebbene ancora in forma, finisce nel cassetto e lo smartphone prende il suo posto. Ma poi anche lui raggiunge il predecessore, perché esce il modello nuovo col monitor più bello e più grande e la fotocamera con più pixel e il sistema operativo ricco di nuove funzioni. Idem per il vecchio televisore, rimpiazzato dalla smartTV capace di collegarsi a Internet e di capire gli ordini vocali (ma poi serve davvero?… boh!). C’è però un ovvio prezzo da pagare. Infatti tutto questo bendiddio fa uso di risorse naturali per essere progettato, prodotto, immagazzinato, trasportato, distribuito. Anzitutto energia. Ma poi anche metalli rari per l’elettronica e petrolio per la plastica. Tutta roba che, una volta esaurita, non potrà più essere estratta dal pianeta. Una parte viene raccolta, riciclata e riutilizzata. Però molto materiale viene disperso, ahinoi, e va a inquinare l’ambiente. Ma pare che non sia un prezzo troppo alto per avere l’ultima, fichissima versione del sistema operativo del telefonino. Bambini sfruttati. L’infanzia è un diritto? L’infanzia intesa come tempo dei giochi, della spensieratezza, del tempo libero, delle occasioni per crescere come persone consapevoli e mature? Diremmo di sì. Se consideriamo i bambini nella nostra società, constatiamo quanto siano seguiti e protetti, educati e accompagnati nella

loro crescita. Del resto è ovvio: sono gli adulti di domani, la risorsa del futuro di questa società. Per ora devono solo pensare a giocare e a formarsi. Bene, ma…? Ma là fuori ci sono 168 milioni di bambini a cui tutto questo è negato. Lo conferma il rapporto «Findings on the Worst Forms of Child Labor» (http://bit.ly/worstforms), del Dipartimento del lavoro degli Stati Uniti. Fra questi bambini, la metà non solo lavora, ma lo fa anche in condizioni rischiose per la propria salute. E attenzione, perché nel rapporto ci si occupa delle worst forms, cioè le peggiori: la schiavitù, lo sfruttamento sessuale, le attività che comportano rischi per il benessere. I bambini che, banalmente, lavorano invece di godersi l’infanzia non sono contemplati e perciò saranno molti di più. Che brutta cosa. Ma noi che ci possiamo fare? In Svizzera abbiamo detto che… bla bla bla. Vero. Però la nostra impronta sul mondo non si ferma al confine. Perciò, quando per esempio acquistiamo un prodotto dovremmo chiederci se, nella sua produzione e distribuzione, ci è andato di mezzo qualche ragazzino. Banane, cacao, caffè, tè fra gli alimentari. Ma anche oro e diamanti fra i gioielli, estratti da miniere dove i bambini sono sfruttati. Sempre per restare sulle miniere, l’elettronica con il coltan. Tutta roba che noi compriamo pensando anzitutto al prezzo e alla qualità, senza riflettere molto sui metodi di produzione. Invece dovremmo. E per farlo c’è solo un modo: informarsi. Non mancano le fonti affidabili che forniscono dati, cifre, certificazioni sui prodotti e sulle aziende. Consultarle, tenersi aggiornati, sapere che cosa si mette nel carrello o nel sacchetto per la spesa sono abitudini da mantenere o da prendere se ancora non lo si è fatto. 168 milioni di bambini: un motivo più che sufficiente. In giardino, prima i noss. Nel Canton Ticino il verde proprio non manca: basta affacciarsi alla finestra per accorgersene. Lo sguardo spazia sulle montagne e si pasce dello spettacolo. Ma non dappertutto è così: nelle grandi città lo sguardo si pasce del cemento, invece. Sicché anche il verde urbano diventa importante. Ma quale verde urbano? È presto detto: quello dei parchi pubblici e dei giar-

dini privati. Che, diciamolo, spesso è un gran bel vedere. Soprattutto se è occupato da piante decorative di forte impatto estetico. Purtroppo però la bellezza non va a braccetto con l’ecologia: è questa la conclusione di Douglas Tallamy, entomologo dell’Università del Delaware, negli Stati Uniti. Tallamy ha fatto una cosa piuttosto banale: senza andare troppo lontano, si è messo a contare i bruchi sulle piante del cortile di casa sua. Perché proprio i bruchi? Perché il loro numero è un indicatore quantitativo della ricchezza di un ecosistema. Così facendo, il ricercatore statunitense ha scoperto che le piante indigene e quelle esotiche sono ecosistemi parecchio differenti. Infatti la quercia (Quercus alba) indigena ospitava 410 bruchi, mentre il pero da fiore (Pyrus calleryana), di origine asiatica, un bruco soltanto. Una fluttuazione statistica casuale, per quanto enorme? L’indomani Tallamy ha ripetuto il conteggio e il rapporto era ancora di 233 a 1. No, decisamente non è un caso. La spiegazione è semplice: le specie animali si adattano sviluppando una resistenza alle sostanze tossiche emesse dalle piante per difendersi, ma per questa evoluzione ci vuole tempo. Così i bruchi riescono a sopravvivere sulla quercia, con la quale sono in confidenza da millenni, ma ancora non sono a proprio agio sul pero e quindi lo evitano. Ora direte: ma quanto poco ce ne importa? In effetti i bruchi non sono un problema di rilievo nazionale. Però attenzione: pochi bruchi significa anche pochi uccelli, che li cercano per darli in pasto ai propri pulcini. E tutto il sistema ecologico ne risente. Certo, non sarà un pero esotico a provocare una catastrofe ecologica. Però una pianta oggi qua e un’altra domani là… e dai e dai, alla fine il danno si fa sentire. Costa tanto essere un po’ sciovinisti e preferire le specie indigene a quelle straniere?

Numeriarretrati? I numeri arretrati di «Dialoghi» si possono ordinare a: «Dialoghi» Amministrazione e redazione c/o Enrico Morresi Via Madonna della Salute 6 6900 Massagno al prezzo di fr. 12.–


24

opinioni

San Romero d’America pastore e martire nostro L’angelo del Signore annunciò il vespro il cuore del Salvador segnava 24 di marzo e di agonia. Tu offrivi il pane, il corpo vivo – il triturato corpo del tuo popolo; il suo sangue sparso vittorioso – il sangue contadino del tuo popolo massacrato che deve tingere di vini d’allegria l’aurora impedita! L’angelo del Signore annunciò nel vespro, e il Verbo si fece morte, un’altra volta, nella tua morte; come si fa morte, ogni giorno, nella carne nuda del tuo popolo. E si fece vita nuova Nella nostra vecchia Chiesa! Stiamo un’altra volta sul piede della testimonianza, San Romero d’America, Pastore e Martire nostro! Romero della pace quasi impossibile su questa terra in guerra. Romero in fior violetto della speranza incolume di tutto il continente. Romero della Pasqua latinoamericana. Povero Pastore glorioso, assassinato a pagamento, a dollaro, a valuta. Come Gesù, per ordine dell’impero. Povero Pastore glorioso, abbandonato dai tuoi stessi fratelli del pastorale e di messa…! (Le curie non potevano comprenderti: nessuna sinagoga ben costituita può comprendere il Cristo). I tuoi poveri sì ti accompagnavano, in disperazione fedele pastore e gregge, allo stesso tempo, della tua missione profetica. il popolo ti fece santo. L’ora del tuo popolo ti consacrò nel Kairos. I poveri t’insegnarono a leggere il Vangelo. Come un fratello ferito da tanta morte sorella, tu sapesti piangere, solo, nell’orto. Sapesti aver paura, come un uomo in combattimento Però sapesti dare alla tua parola, libera, il suo suono di campana! E sapesti bere al doppio calice dell’altare e del popolo, con una sola mano consacrata al servizio. L’America Latina già ti ha posto nella sua gloria del Bernini nella spuma aureola dei suoi mari, nel baldacchino arieggiato delle Ande vigili, nella canzone di tutte le sue strade, nel calvario nuovo di tutte le sue prigioni, di tutte le sue trincee, di tutti i suoi altari… Nell’ara sicura del cuore insonne dei suoi figli! San Romero d’America, Pastore e Martire nostro: nessuno farà tacere la tua ultima omelia! Dom Pedro Casaldaliga Oscar Arnulfo Romero sarà proclamato «beato» il 23 maggio a San Salvador.

No. 236

In questo numero Dossier Perché sia presente la pietà G decidere di morire non è cristiano? l’opzione coraggiosa di hans küng (Aldo Lafranchi)

2

G la pratica del suicidio assistito in svizzera (Alberto Bondolfi)

7

G «direttive anticipate»: maneggiare con cura (Mattia Lepori)

8

Articoli G non basta francesco! (a.l.)

9

G romain rolland: un premio nobel contro la grande guerra 1914-18 (Fabio Olivetti)

11

G «cristiani in guerra» (Schweiz. Zeitschrift für Religionsund Kulturgeschichte 2014, E.M.)

12

G san romero d’america, pastore e martire nostro (don Pedro Casaldiga)

24

G parole di papa G osservatorio ecumenico G notizie belle e buone G cronaca svizzera G cronaca internazionale G notiziario (in)sostenibile

9 10 16 17 20 23

dialoghi di riflessione cristiana www.dialoghi.ch Comitato: Alberto Bondolfi, Ernesto Borghi, don Emilio Conrad, Serse Forni, Aldo Lafranchi, Alberto Lepori, Daria Lepori, Enrico Morresi, Margherita Noseda Snider, Marina Sartorio, Carlo Silini Redattore responsabile: Enrico Morresi enrico.morresi@sunrise.ch Amministratore: Claudio Cerfoglia amministrazione@dialoghi.ch Redazione e amministrazione: c/o Enrico Morresi, Via Madonna della Salute 6, 6900 Massagno, tel. +41 (0)91 966 00 73, enrico.morresi@sunrise.ch Stampa: Tipografia-Offset Stazione SA, Locarno I collaboratori occasionali o regolari non si ritengono necessariamente consenzienti con la linea della rivista. L’abbonamento ordinario annuale (cinque numeri) costa fr. 60.–, sostenitori da fr. 100.– Un numero separato costa fr. 12.– Conto corr. post. 65-7205-4, Bellinzona.


Turn static files into dynamic content formats.

Create a flipbook
dialoghi 236 by Rivista Dialoghi - Issuu