235 dialoghi Locarno – Anno 47 – Febbraio 2015
di riflessione cristiana BIMESTRALE
Il dromedario e il cammello (dialogo ecumenico) Una volta un dromedario incontrando un cammello gli disse: – Ti compiango, carissimo fratello; saresti un dromedario magnifico anche tu se solo non avessi quella brutta gobba in più. Il cammello gli rispose: – Mi hai rubato la parola. È una sfortuna per te avere una gobba sola. Ti manca poco ad essere un cammello perfetto: con te la natura ha sbagliato per difetto. La bizzarra querela durò un mattino. In un canto ad ascoltare stava un vecchio beduino e tra sé, intanto, pensava: «Poveretti tutti e due, ognuno trova belle soltanto le gobbe sue. Così spesso ragiona al mondo tanta gente che trova sbagliato ciò che è solo differente!». Gianni Rodari Libro degli Errori (Einaudi, 1964)
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Oltre l’ecumenismo Cinquant’anni fa, il 21 novembre 1964, il Concilio Vaticano II approvava il decreto Unitatis redintegratio (Il ristabilimento dell’unità) con lo scopo di promuovere l’unità dei cristiani, in quanto «la divisione contraddice apertamente alla volontà di Cristo,
è al mondo scandalo e danneggia la santissima causa della predicazione del Vangelo a ogni creatura». Raccogliendo quell’insegnamento e gli inviti degli ultimi papi ad «aprire le finestre», passi importanti nel senso della riconciliazione sono stati fatti e non è
più necessario che le nonne piemontesi (come quella di Bergoglio) insegnino al nipote che i suonatori dell’Esercito della salvezza non vanno più all’Inferno. In attesa che i teologi, che Paolo VI e Atenagora erano d’accordo di confinare su un’isola a discutere sui
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«dogmi» che dividono i seguaci del Nazareno, «Dialoghi» fa un bilancio dei passi fatti verso il centro (Gesù, alfa e omega) del poliedro di Francesco che raffigura l’intera umanità, ma specialmente guarda con fiducia ai più vicini appuntamenti della storia: il 2017 con il quinto centenario della Riforma luterana, da celebrare da tutte le Chiese unite, e il 2025 quando a Nicea sarà ricordato il primo Concilio veramente ecumenico, attuando quella «unità nella diversità» che piace al Papa argentino (un po’ meno al card. Koch, posto da Papa Ratzinger a capo del Consiglio pontificio per la promozione dell’unità dei cristiani…). Per Papa Francesco, «in seno alla Chiesa vi sono innumerevoli questioni intorno alle quali si ricerca e si riflette con grande libertà. Le diverse linee di pensiero filosofico, teologico e pastorale, se si lasciano armonizzare dallo Spirito nel rispetto e nell’amore, possono far crescere la Chiesa, in quanto aiutano ad esplicitare meglio il ricchissimo tesoro della Parola. A quanti sognano una dottrina monolitica difesa da tutti senza sfumature, ciò può sembrare un’imperfetta dispersione. Ma la realtà è che tale varietà aiuta a manifestare e a sviluppare meglio i diversi aspetti dell’inesauribile ricchezza del Vangelo» (Evangelii gaudium, 40). Maria Cristina Bartolomei commenta: «Evidenti sono anche i positivi riflessi che già si sono avuti e si potranno avere nell’ambito ecumenico, da tempo stagnante se non in sofferenza, mentre il nostro tempo, segnato dal rinascere di pericolosissimi, criminosi fanatismi religiosi, implicanti anche persecuzioni di cristiani, rilancia come più che mai acuta la sfida dell’unità della Chiesa. I cristiani separati, anche se almeno non più in aperto conflitto tra loro, sono un contro-messaggio alla buona notizia, affidata loro per il mondo, della misericordia di Dio che abbraccia l’intera famiglia umana per riunirla nel Regno» (in «Appunti di Cultura e Politica», Milano, n. 6-2014). Come, ancora, insegna papa Francesco (alimentando speranze in molti cattolici ed evangelici, suscitando preoccupazioni tra i cosiddetti «ortodossi» di ogni specie), «l’unità è un cammino». E allora facciamola «la comunione in cammino», ricordando quanto ha promesso Gesù: «Dove sono riuniti due o tre nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18, 1520)! Che cosa è Chiesa, dopotutto? È comunione. a.l.
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Cattolici e protestanti tra unità e sparizione Che cosa divide ancora oggi cattolici ed evangelici? Iniziando dalla fine dirò che personalmente non ritengo gli ostacoli, che indicherò, come maggiori, bensì come tracce di incomprensioni passate che già sarebbero dovuto essere risolte. Ricordiamo le questioni: 1. del primato, 2. dell’intercomunione 3. della gerarchia delle verità 4. della filosofia dell’approccio alla realtà. La questione del primato Il vescovo di Roma, successore di Pietro, ha da sempre visto riconoscersi un primato d’amore, e sant’Ignazio d’Antiochia lo proclama per tutta la Chiesa di Roma. In che cosa consisteva? In un fatto storico preciso e prolungato: Roma, capitale dell’impero, si distingueva per la sua sollecitudine concreta e costante nell’aiutare i poveri nel bacino mediterraneo. Gli storici (come Jedin) illustrano a lungo questa capillare attività. Anche se i cristiani costituivano una minoranza, questa era attivissima. Tra i convertiti non mancavano le famiglie benestanti che sostenevano l’opera della Chiesa con elargizioni cospicue. L’imperatore Giuliano, volendo tentare di frenare lo sfaldamento della religione pagana, aveva intuito che la forza invasiva dei cristiani veniva dalla diaconia: dal servizio alle mense, ai malati, ai prigionieri, alla liberazione degli schiavi. Egli aveva tentato invano di copiare questa diaconia della Chiesa. Il papa era assistito da diaconi che animavano l’Urbe in questo servizio d’amore. Ciò che venne aggiunto nel 1870, con le truppe italiane che premevano per fare della città la capitale d’Italia, riguarda la comunità cattolica romana separata dalle altre Chiese. Deve finalmente valere il principio che ciò che una Chiesa separata dalle altre ha definito vale per essa, ma non per le altre confessioni. In una situazione di separazione non si può fingere l’unità che non c’è. Quod omnes tangit, ab omnibus tractetur. È in opposizione allo spirito d’amore che lega tutti i cristiani imporre a taluni ciò che altri hanno deciso con la Chiesa da loro separata. Del resto il dogma del 1870,
allora contestatissimo e con un numero impressionante di partenti prima della votazione, voleva essere più un richiamo all’unità dei cattolici attorno al papa che una affermazione implicante delle verità: anche il papa non può che ribadire quod traditum est. Se ci si rifà al primato esercitato dal vescovo di Roma nel primo millennio, non si oscura ma si chiarifica quanto si disse in seguito in un contesto di Chiese lacerate e tutte responsabili delle loro scandalose divisioni. L’ordine di Cristo in vista dell’unità è perentorio (Gv 17,21). L’unità voluta dal Cristo manifesta l’unità trinitaria. Senza questa manifestazione, le Chiese sono schermo e non ostensorio della Trinità. Si è ripetuto alla nausea che l’unita si farà quando Dio vorrà. È un’affermazione ipocrita e blasfema, che sconfessa la volontà di Dio espressa nel Vangelo. L’unità non significa uniformità ma si esprime nella bellezza della diversità. L’unico Credo pronunciato in comune garantisce l’unità della fede pur nelle diverse tradizioni che si sono cristallizzate nel tempo. La questione dell’intercomunione Basta riconoscere il documento «BEM» (Battesimo, Eucaristia, Ministero) perché le Chiese trovino un comune denominatore per riunirsi attorno all’altare del Signore. Più si tergiversa, più ci si allontana. Le obiezioni al BEM furono numerose, ma ininfluenti sul contenuto essenziale. Da parte evangelica si deve esigere il chiaro riconoscimento della presidenza dell’Eucaristia, che il ministro riceve con l’imposizione dei pastori in comunione con lo Spirito Santo, e il rispetto assoluto degli elementi eucaristici non consumati. Non è lecito infrangere la tradizione che risale ai primi secoli e che ci mostra la venerazione per l’Eucaristia in vista della comunione ai malati. Da parte cattolica bisogna riconoscere il ministero consacratore dei pastori (che ora sono anche donne). Se c’è stato un defectus nella loro ordinazione non c’è la sua absentia. Chi oserebbe affermare che le Chiese sorte dalla Riforma sono rimaste per cinque secoli prive di Eucarestia? Una Chiesa deve aiutare l’altra a scoprirsi anche nell’altra. I cattolici
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che potranno partecipare all’Eucarestia evangelica vi ritroveranno ampio respiro spirituale, che allargherà i loro orizzonti. Più si aspetta e più le deformazioni crescono (la presidenza di non-consacrati, il dispregio delle specie eucaristiche) e porteranno allo sfaldamento di ogni comunione tra i cristiani. Non si tratta di questioni estetiche, ma di sopravvivenza: o ci uniamo o scompariamo. La questione della gerarchia delle verità È insolubile se ogni Chiesa si abbarbica alla propria tradizione. Bisogna riconoscere che il Credo basta a darci la pista da seguire. I cristiani proclamano il Dio uno e trino rivelato dall’unigenito, Gesù, nel suo Spirito. Se aderiscono con forza viva al messaggio di Gesù comprendono che sono costantemente sollecitati ad un amore più grande per ogni prossimo. Formano così la Chiesa in cammino verso la celeste Gerusalemme. Quanto più si aderisce all’essenziale, anche le affermazioni di fede secondarie riacquistano valore. Così, se non si possono proporre agli evangelici i dogmi dell’Immacolata e dell’Assunta, basta riferirsi al prologo della Lettera agli Efesini per capire che tutti, come Maria, siamo chiamati dal Padre a essere santi e
immacolati nell’amore. Si capisce così finalmente che non esiste una mariologia dei privilegi ma una mariologia d’imitazione. Il Padre ama ogni creatura infinitamente e la vuole realizzata come Maria. Non per niente Gesù ci dice che, se compiamo la volontà del Padre, anche noi siamo Madre. In 2. Corinti 5,1 è proclamato per tutti il mistero dell’Assunta: nella nostra morte la nostra fragile tenda è trasformata divinamente da Dio in nostra eterna abitazione. Solo una vita di comunione permetterà ai cristiani di approfondire la loro affinità alla luce di un Vangelo letto e «masticato» in comune. In un mondo materialista e ateo la grande famiglia dei cristiani è chiamata a far sentire la propria voce con entusiasmo per una fede riscoperta insieme. La questione della filosofia dell’approccio «Mentre i cattolici si ispirano alla tradizione realista aristotelica-tomista, gli evangelici sono influenzati dall’idealismo». Credo non convenga nemmeno entrare nel merito. I punti di vista sulla teoria della conoscenza sono opposti e tali resteranno. Dato che possiamo convenire su un terreno pratico comune (predicazione; diaconia; celebrazione della parola e dei sacramenti) dobbiamo acconten-
tarci del Credo comune sine glossa. Così non si potrà insistere sulla dottrina della transustanziazione, che implica la nozione di sostanza, ma si dovrà sottolineare, nella linea del Nuovo Testamento, che il Cristo è realmente presente nella Eucaristia, e questo potrà bastare. Oggi i cristiani sono chiamati ad impegnarsi per la lotta contro la fame, la miseria, le disuguaglianze, la schiavitù. Più essi coopereranno sul piano pratico, attuando il Vangelo, e più si capiranno sull’essenziale – l’amore – anche se resteranno punti non condivisi. Horror vacui? Ma la difficoltà maggiore resta inconfessata: la chiamo horror vacui. Nella raggiunta unità nessuno sarà più come prima, siamo chiamati tutti a rimpicciolirci, a farci da parte, a volere una Chiesa giovane che avanza senza di noi. La paura del vuoto, e cioè la paura di perdere autorità, influenza, prestigio, fa sì che nessuno si senta di compiere il fatidico primo passo. Ma è certo che o noi ci muoviamo in vista dell’unità o questo sogno svanirà ancora. Affondiamo nel vortice del nulla tutte le Chiese. L’ora è grave per noi cristiani: o unità o sparizione. don Sandro Vitalini
La Cena è più importante della teologia Protestanti uniti dalla «Concordia di Leuenberg» Negli ultimi anni si sono moltiplicate le voci di coloro i quali ritengono che tra cattolici ed evangelici siano maturi i tempi per forme di ospitalità eucaristica che escano dalla clandestinità nella quale sono state tenute finora. In Svizzera, la scorsa estate, questa convinzione ha portato un gruppo di pastori riformati e sacerdoti cattolici, riuniti nell’associazione Symbolon, ad annunciare pubblicamente di volere celebrare insieme l’Eucaristia o Cena del Signore in occasione di una cerimonia ecumenica pubblica a Gfen, nel Canton Zurigo. L’iniziativa è poi naufragata, in seguito a non meglio specificate «pressioni dall’alto», e si è risolta in un mesto annuncio, fatto dagli organizzatori del culto ecumenico, dell’impossibilità di celebrare la comunione tutti insieme. Il caso ha messo in luce, ancora una
volta, le divergenze esistenti in materia di ospitalità eucaristica tra esponenti della base cattolica – e alcuni sacerdoti e forse anche vescovi –, e magistero cattolico. A ribadire questa situazione ci ha pensato, lo scorso mese di novembre, il vescovo di Losanna, Ginevra e Friburgo, Charles Morerod, pubblicando un testo – Réflexions sur l’eucharistie dans un contexte oecuménique – apparso sul sito ufficiale della sua diocesi. Il vescovo Morerod ha affermato che protestanti e cattolici non possono accostarsi alla medesima mensa eucaristica perché le concezioni teologiche relative al significato della Cena del Signore espresse dai protestanti sarebbero troppo diverse da quella cattolica, inoltre nel protestantesimo non esisterebbero sacerdoti correttamente ordinati e dunque in grado di amministrare validamente il sacramento.
La questione della comune partecipazione di tutti i cristiani all’unica mensa del Signore è un nodo ecumenico irrisolto «e non sembra che la sua soluzione sia alle porte», fa notare il teologo cattolico Brunetto Salvarani nel suo recente «Non possiamo non dirci ecumenici» (Gabrielli, 2014). Il pastore valdese Paolo Ricca, intervenendo sullo stesso argomento dalle pagine del settimanale protestante italiano «Riforma», parla addirittura di una situazione di «apartheid eucaristico» denunciando il fatto che proprio la Cena che Gesù ha celebrato per unire i discepoli a sé e tra di loro, segno e strumento di unità e comunione, è diventata nelle mani dei cristiani, «occasione e ragione di dispute infinite, reciproche scomuniche, perduranti divisioni».
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Protestantesimo e Cena del Signore Nel protestantesimo, la Cena del Signore è stata oggetto di vivaci dibattiti già a partire dalla Riforma del XVI secolo. Su di un punto tutti i riformatori sono concordi, e cioè che nella Cena Cristo è realmente presente. Nessuno dei riformatori ha mai sostenuto l’assenza di Cristo. Il problema è però costituito dal modo in cui tale presenza si realizza. Per Lutero la Cena è «Parola di Dio fatta pane». Per esprimere la propria posizione, il riformatore di Wittenberg usa il termine «consustanziazione», adoperato anche da molti teologi medievali: tutto il Cristo, natura divina e natura umana, è nel pane e nel vino. Zwingli obietta che il corpo di Cristo è asceso in cielo e dunque il pane resta pane e il vino vino. Secondo il riformatore di Zurigo – che non vuole ricadere nella dottrina romana della transustanziazione –, Cristo è presente, ma in Spirito, nella comunità che celebra il memoriale. A Marburgo, nel 1529, Lutero e Zwingli si divisero sul modo di intendere la presenza di Cristo nella Cena. A Ginevra, qualche anno dopo, Calvino propose una terza via: il Cristo è presente nello Spirito, e in forza dello Spirito il dono di grazia legato anche alla carne di Cristo è offerto nel pane e nel vino della Cena. In tal modo, in forza dello Spirito e della Parola predicata, gli elementi presentano «la vera, ma spirituale comunicazione del suo corpo e del suo sangue» («Catechismo di Ginevra», 1537). Non si tratta, come qualcuno potrebbe pensare, di contrapporre una presenza «spirituale» a una presenza reale, perché nulla è più reale – secondo il pensiero del riformatore di Ginevra e secondo tutta la teologia cristiana – dello Spirito di Dio. Da Marburg a Leuenberg Il protestantesimo ha impiegato quasi cinque secoli per lasciarsi alle spalle i contrasti e le divisioni scaturite dallo scontro sulla Cena del Signore. Solo nella seconda metà del XX secolo, finalmente, luterani e riformati hanno riconosciuto che le loro divergenze nell’interpretazione della Cena non impediscono alle Chiese di accogliere, insieme, quello che tutte riconoscono come dono del Signore. La «Concordia di Leuenberg» firmata nel 1973 nei pressi di Basilea ha sancito il ristabilimento della comunione di mensa tra luterani e riformati sulla base della comprensione comune della Cena.
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«Le divergenze che dal tempo della Riforma in avanti resero impossibile una piena comunione tra le Chiese luterane e riformate, e sfociarono in condanne reciproche – recita il testo della “Concordia” – riguardavano la dottrina della Santa Cena, la cristologia e la dottrina della predestinazione. Prendiamo sul serio le decisioni dei Padri, ma oggi possiamo dire insieme quanto segue: nella Santa Cena Gesù Cristo risorto si dona nel suo Corpo e nel suo Sangue dati per tutti, attraverso la parola della sua promessa, con pane e vino. Così egli dà se stesso senza riserve a tutti coloro che ricevono il pane e il vino: la fede li riceve per la salvezza, l’incredulità per il giudizio. Non possiamo separare la comunione con Gesù Cristo nel suo corpo e nel suo sangue dall’atto di mangiare e bere. Un interesse circa il modo in cui Cristo è presente nella Santa Cena che prescinda da questo atto corre il rischio di offuscare il senso della Cena. Dove, tra Chiese, esiste questo consenso, le condanne contenute nelle confessioni di fede della Riforma non colgono la posizione dottrinale di queste Chiese». («Concordia di Leuenberg», articoli 17-20). Riassumendo il cammino compiuto da Marburgo a Leuenberg, si può dire che la grande intuizione del protestantesimo – emersa faticosamente, ma oggi riconosciuta in modo limpido – è questa: il dono di grazia e comunione di Dio è più grande e importante della teologia delle Chiese sulla modalità della presenza di Cristo. Questo principio ha permesso al protestantesimo di superare le proprie divergenze interne e potrebbe costituire un’ottima base anche per appianare molti ostacoli esistenti tra protestanti e cattolici. Ma il rifiuto cattolico romano non si basa più, oggi, in primo luogo, sulle divergenze interpretative, bensì su di un’altra questione, e cioè sulla domanda: chi deve presiedere la Cena? La risposta cattolica romana è la seguente: può presiedere l’Eucarestia soltanto un sacerdote ordinato da un vescovo legittimamente riconosciuto – dalla Chiesa cattolica, s’intende – come tale. Se non c’è il vescovo cattolico «romano» non c’è Eucarestia. Evidentemente, questo è un vicolo cieco dal quale difficilmente sarà possibile uscire in tempi brevi. Domanda alla prassi protestante In molte Chiese protestanti la Cena non viene celebrata tutte le domeni-
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che. La prassi tradizionale prevedeva quattro celebrazioni annuali: Natale, Pasqua, Pentecoste e la prima domenica di settembre. Da qualche anno in alcune chiese è stata introdotta una cadenza mensile. A favore di una maggiore frequenza della celebrazione della Cena depone, secondo alcuni, la seguente domanda: se di fatto la grazia di Dio si manifesta nella Parola biblica e nel Pane e nel Vino condivisi – oltre che, ma su questo c’è accordo, nel battesimo –, non sarebbe giusto considerare la celebrazione della Cena del Signore come parte, anzi come dimensione, del culto domenicale «normale»? Paolo Ricca – moderatamente favorevole a una celebrazione domenicale della Cena del Signore – osserva: «Il problema principale, riguardo alla Cena, non è la frequenza maggiore o minore della sua celebrazione, ma la qualità del rito e della nostra partecipazione. Importante non è quante volte, ma in che modo la si celebra. Se la si celebra male, è peggio (e non meglio) moltiplicarne le celebrazioni. La celebrazione della Cena come avviene, di solito, nelle nostre chiese (ma purtroppo non solo nelle nostre) lascia molto a desiderare. Che essa abbia un gran bisogno di rinnovamento è impressione diffusa e condivisa da molti. Ma a questo tema si dedica nelle chiese poca attenzione, mentre ne meriterebbe molta». L’ospitalità eucaristica Ricapitolando la situazione dell’ospitalità eucaristica – prassi sviluppatasi nel corso del XX secolo e adottata oggi da ampi settori del protestantesimo –, il quadro si presenta piuttosto differenziato. Le Chiese evangeliche riformate hanno recepito, oltre cinquant’anni fa, l’appello lanciato dall’Alleanza riformata mondiale, che nell’Assemblea generale di Princeton, nel 1954, ha raccomandato l’ammissione alla mensa del Signore di «ogni persona battezzata che ama e confessa Gesù Cristo come Signore e Salvatore». La medesima posizione è condivisa dalle Chiese che fanno parte della Comunione anglicana mondiale: quelle Chiese praticano la cosiddetta comunione aperta (open communion), cioè accolgono alla loro mensa tutti i cristiani battezzati che partecipano alla vita liturgica della loro Chiesa. Riformati, luterani e altri evangelici che hanno sottoscritto la già citata «Concordia di Leuenberg»
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condividono dal 1973 la Cena del Signore. Più difficile descrivere ciò che succede nel variegato mondo delle chiese libere, evangelicali o pentecostali. Il movimento è di tipo congregazionalista, sottolinea cioè l’autonomia delle singole parrocchie ed è difficilmente riconducibile a un’autorità di tipo sinodale: ogni comunità locale regola da sé questa e altre questioni relative al funzionamento della Chiesa. In generale, si può osservare che molte chiese hanno adottato la prassi della reciproca ospitalità eucaristica. La Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse rifiutano, come detto, l’ospitalità eucaristica: cioè non accolgono alla loro mensa cristiani di altre Chiese praticando, di fatto, la scomunica nei confronti dei non-cattolici e dei nonortodossi.
Ostacoli e prospettive Nella visuale protestante, l’attenzione si è spostata – dopo un lungo processo di riflessione – dal problema del modo in cui Gesù Cristo è presente nell’Eucaristia al dono che la Cena costituisce per la Chiesa. Questo non significa smettere di riflettere sulla presenza del Signore, ma smettere di pretendere che la propria particolare comprensione di quella presenza sia l’unica possibile e legittima. Significa anche – come detto in precedenza – porre l’accento sul dono di grazia e comunione di Dio e intendere perciò la Cena come un evento al quale Dio – e non la Chiesa, sebbene per suo mezzo – invita tutti, secondo i suoi criteri di misericordia, perdono e inclusione. Va da sé che il protestantesimo ignora – come del resto fa anche il Nuo-
vo Testamento – la questione della presidenza dell’Eucaristia, divenuta invece discriminante per il cattolicesimo romano e l’ortodossia. Al protestantesimo è estranea anche la concezione cattolica – e ortodossa – secondo cui la Comunione eucaristica sarebbe espressione della piena comunione ecclesiale, ritenuta possibile solo fra Chiese che abbiano la stessa fede, lo stesso sacerdozio e gli stessi sacramenti. Oggi alcuni protestanti suggeriscono di considerare la Cena, celebrata insieme da tutti i cristiani, senza distinzioni, come un punto di partenza di un cammino verso l’unità nella diversità e non come un punto di approdo al termine di un percorso che, per certi versi, potrebbe essere definito di omologazione e uniformizzazione. Paolo Tognina Teologo evangelico e giornalista
Roma e le Chiese ortodosse: come sorelle unite per l’essenziale eppure ancora divise Da polemiche glaciali a un’incipiente fraternità Per quanto oggi possa sembrarci incredibile, per cinque secoli – dal 1453 al 1958 – papato e Ortodossia non si sono mai parlati. Un altissimo muro, teologico e geopolitico, li divideva. Dopo la reciproca scomunica del 1054 tra la Chiesa di Roma e quella di Costantinopoli, cioè tra la prima e la seconda Roma, il Concilio di Lione II (1274) tentò la pacificazione tra latini e greci; ma l’accordo svaporò quasi subito. Di nuovo, nel Concilio di Firenze (1439) ci fu una nuova riconciliazione, ma durò pochissimi anni, e finì nel nulla quando nel 1453 i turchi ottomani posero fine all’impero romano d’Oriente. Fu solo con l’avvento di Giovanni XXIII che il ghiaccio, da una parte e dall’altra, iniziò, assai lentamente, a sciogliersi. A Natale del 1958 il Papa affermò il suo impegno per ricomporre l’unità cristiana spezzata; il patriarca di Costantinopoli, Athenagoras, rispose, indirettamente ma positivamente, alle parole del pontefice. Quando, poi, il 25 gennaio 1959, Roncalli annunziò la sua volontà di convocare un nuovo Concilio, l’Ortodossia – che vede nel Concilio la massima autorità della Chiesa – rimase attonita; e, in sostanza, pur apprezzando l’iniziativa papale, prelati e teologi ortodossi puntualizzarono che,
quello annunciato dal pontefice, non era un Concilio ecumenico, mancando ad esso, appunto, l’Ortodossia, ma solo un Concilio generale della Chiesa romana. E, nel 1961, la Conferenza pan-ortodossa di Rodi decise l’avvio della preparazione del Santo e Grande Concilio pan-ortodosso; come pure di rispondere negativamente all’invito del papa di inviare «osservatori» al Concilio Vaticano II. Ma, rompendo il concordato «no», la Chiesa russa inviò due popi quando nell’ottobre 1962 l’assise romana iniziò; e così, negli anni successivi, anche il patriarcato di Costantinopoli mandò suoi osservatori. Nessun «osservatore» ortodosso intervenne nella discussione in aula; la loro presenza, però, e incontri discreti che ebbero con vari «padri» e, in particolare, con il cardinale Agostino Bea e con mons. Johannes Willebrands – rispettivamente presidente e segretario del Segretariato per l’unione dei cristiani, appena istituito da Roncalli – favorirono le tesi «aperte» di UR (Unitatis Redintegratio), infine approvato il 21 novembre 1964. Oltre a lodare le ricchezze teologiche e liturgiche delle Chiese orientali, il decreto fa un’affermazione dottrinale di grande rilievo: «Per mezzo della celebrazione dell’Eucaristia del Signore in queste singole Chiese, la Chiesa di Dio è edificata a cresce… Siccome poi
quelle Chiese, quantunque separate, hanno veri sacramenti e soprattutto, in forza della successione apostolica, il Sacerdozio e l’Eucaristia, per mezzo dei quali restano ancora unite con noi da strettissimi vincoli, una certa comunicazione nelle cose sacre, presentandosi opportune circostanze e con l’approvazione dell’autorità ecclesiastica, non solo è possibile, ma è consigliabile» [n. 15]. Dunque, il Vaticano II afferma che le Chiese orientali, per quanto non in comunione con Roma, sono «vere Chiese» – ciò che, lascia intendere il Concilio in un altro paragrafo, non sono le «comunità ecclesiali» legate alla Riforma, ritenute prive di successione apostolica. La dinamica positiva avviata a Roma favorì che, nel gennaio 1964, Paolo VI e Athenagoras si incontrassero a Gerusalemme. Era la prima volta, dal Concilio di Firenze, che i vescovi della prima e della seconda Roma si incontravano. Sulla scia di questi gesti di amicizia, il 7 dicembre 1965, alla conclusione del Vaticano II, Roma e Costantinopoli cancellarono dalla memoria della Chiesa le scomuniche reciproche del 1054. Poi nel luglio del ’67 Paolo VI si recò al Fanar – la residenza, a Istanbul, del patriarcato di Costantinopoli – e nell’ottobre Athenagoras venne a Roma. E, da allora, i rispettivi successori si sono regolarmente scambiati delle visite.
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Il difficile dialogo della verità Consolidato il «dialogo della carità», Giovanni Paolo II e il patriarca Dimitrios vollero iniziare il «dialogo della verità» e nel 1980 istituirono la Commissione teologica mista cattolico-ortodossa per risolvere appunto le questioni dottrinali che impedivano la piena riconciliazione. Su vari temi (la Trinità, i sacramenti…) l’intesa fu facile; aspri ed irrisolti, invece, i problemi legati all’uniatismo e al papato. Gli ortodossi chiamano «uniati» quei gruppi (cioè intere comunità, composte da vescovi, monaci, monache, preti, laici e intere parrocchie) che, soprattutto nel Settecento e Ottocento, insieme hanno abbandonato la Chiesamadre ortodossa e, riconoscendo l’autorità papale e uniti a Roma, hanno costituto una Chiesa di rito orientale di fatto contrapposta all’altra. Soprattutto nel contesto del crollo dell’Unione sovietica, agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso in Ucraina furono molto vivaci, e talora caratterizzati da liti furibonde nei villaggi, i contrasti tra «ortodossi» e «uniati»/greco cattolici. Perciò la commissione mista nel 1993 riunitasi a Balamand (Libano), affrontò di petto il problema: affermò il diritto degli «uniati» di esistere, ma espresse rimpianto per il «come» secoli addietro erano nati; e ribadì che, comunque, la futura riconciliazione tra Ortodossia e papato sarebbe stata totalmente differente dall’«uniatismo», considerato un’esperienza chiusa per sempre. Alcune Chiese ortodosse a Balamand però non andarono; e anche altre, presenti, interpretarono in modo restrittivo l’accordo raggiunto. E così, soprattutto in Ucraina e in Romania, i contrasti tra ortodossi e «uniati» continuarono; a far discutere fu soprattutto la proprietà di edifici ecclesiastici greco-cattolici che il regime sovietico nel 1946 e quello comunista romeno nel ’48 avevano passato agli ortodossi, e che questi ora non volevano restituire. Ma, in alcuni casi, «prima» di diventare degli «uniati», quegli edifici erano stati «ortodossi». Roventi, poi, furono le polemiche, da parte del patriarcato di Mosca, guidato da Aleksij II, contro papa Wojtyla che nell’aprile del 1991, senza nessuna consultazione con la Chiesa russa, istituì delle Amministrazioni apostoliche in Russia, che, poi, nel 2002, trasformò in diocesi (non bastò, a sedare le proteste, il fatto che i titolari delle nuove diocesi non furono dichiarati «vescovi di Mosca», o «di Irkutsk»,
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ma presero il nome dal santo al quale era dedicata la loro cattedrale: dunque la prima fu denominata Madre di Dio a Mosca, la seconda San Giuseppe a Irkutsk). Il patriarca accusò il pontefice di sostenere, oltre all’uniatismo ucraino, anche l’espansionismo cattolico in Russia; e perciò mai volle incontrarlo. Nel 2007, a Ravenna, la Commissione mista iniziò ad affrontare lo spinosissimo tema del primato nel primo millennio, con Costantinopoli relativamente aperto ad una tesi così riassunta: «no primato senza sinodalità, no sinodalità senza primato». Ma questo risultato – che, senza risolvere in radice i contrasti teologici, apriva tuttavia prospettive inedite – nasceva azzoppato, a causa di un profondo dissidio tra la seconda e la terza Roma (Mosca). I contrasti tra la seconda e la terza Roma L’Ortodossia è concorde nel rifiutare il primato romano così come si è configurato nel secondo millennio e come definito dal Concilio Vaticano I nel 1870; ma, nel contempo, è lacerata al suo interno da pesanti divergenze, le cui conseguenze pesano anche sui rapporti con Roma. Anzitutto vi è un contrasto, oggi acuto, che contrappone Costantinopoli a Mosca, e viceversa. Qui sintetizzo la diatriba, assai complessa [per chi volesse approfondire, mi permetto di rinviare al capitolo XL del mio Dal Gerusalemme I al Vaticano III. I Concili nella storia tra Vangelo e potere]. Sulla base dei primi sette Concili ecumenici, le Chiese ortodosse riconoscono che il patriarca di Costantinopoli è il primus inter pares tra i gerarchi ortodossi; sorgono tuttavia problemi quando si cerchi di precisare bene cosa significhi primus. Bartolomeo I, patriarca di Costantinopoli dal 1990, esalta il suo ruolo di animatore dell’intera Ortodossia, ma il patriarcato di Mosca lo accusa di voler essere un inaccettabile «papa degli ortodossi» e di interferire negli affari interni delle Chiese autocefale. Tra la seconda e la terza Roma vi è infatti un acutissimo diverbio per la giurisdizione su alcune Chiese, ad esempio quella ortodossa dell’Estonia. La tensione nel 1996 portò Mosca a cancellare il nome di Bartolomeo dai dittici (l’elenco dei capi delle Chiese sorelle, per i quali si prega nella Divina liturgia). Lo scisma – di questo si trattava! – fu formalmente superato, ma al fondo la divergenza di vedute è rimasta
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immutata. Proprio a causa della questione estone, nel 2007, a Ravenna, la delegazione russa per protesta contro Costantinopoli abbandonò la riunione. E così la commissione mista approvò un testo senza la presenza di quella Chiesa russa che, da sola, rappresenta circa la metà dei duecento milioni di ortodossi nel mondo, mentre non superano i cinquemila in Turchia! E, poi, la Chiesa russa ha guidato il «no» all’ipotesi di un qualche riconoscimento del primato papale, nel primo millennio (figurarsi, poi, nel secondo!) nella plenaria della Commissione mista cattolico-ortodossa svoltasi ad Amman nel settembre 2014. Il rapporto con la modernità Intanto, il 9 marzo 2014, i patriarchi ortodossi (vi era anche quello russo, Kirill) avevano deciso che l’atteso Concilio pan-ortodosso – in preparazione da cinquant’anni, costellati di riunioni per approntare i temi da dibattere – si tenga nel 2016, a Istanbul. Il cammino è però accidentato, dati i contrasti tra Costantinopoli e Mosca. Oltre i problemi «ad intra», una cruciale questione «ad extra» domina l’Ortodossia: il rapporto con la modernità. Le Chiese orientali, che vivono in un Medio Oriente dilaniato da violenze efferate, non hanno tempo di porsi tali questioni; ma li deve affrontare la Chiesa russa in un Paese dove, insieme ad un forte ritorno alla fede avita che quasi fa dimenticare le sofferenze del periodo sovietico, avanza implacabile la secolarizzazione; e li debbono affrontare le diaspore ortodosse – milioni di fedeli – in Europa occidentale e nelle Americhe. La Chiesa russa tuona contro le unioni civili degli omosessuali e respinge seccamente i ministeri femminili, accusando di «cedimento alle mode del mondo» le Chiese della Riforma che accettano tali scelte. Nel loro incontro – cordialissimo – del 29-30 novembre 2014 a Istanbul, Francesco e Bartolomeo I hanno dischiuso sprazzi di speranza di un possibile superamento dei contrasti ereditati da una storia ferrigna (il Papa ha detto che la sperata riconciliazione non sarà «sottomissione» o «assorbimento», ma riconoscimento dei doni reciproci; e che «la Chiesa cattolica non intende imporre alcuna esigenza, se non quella della professione della fede comune»). Ma non sono venute proposte sul come rapportarsi alla modernità. Luigi Sandri
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L’ecumenismo in Svizzera tra luci e ombre persistenti A che punto è l’ecumenismo in Svizzera a 50 anni dal decreto Unitatis redintegratio? Una domanda complessa, in quanto la situazione è estremamente variegata. In linea di massima, comunque, se ci si riferisce alla base, si può senz’altro affermare che l’ecumenismo è una consuetudine acquisita e consolidata che non pone problemi, va da sé e fa parte della prassi quotidiana, soprattutto in quei cantoni dove cattolici e protestanti convivono gomito a gomito. Non sono pochi i casi – segnatamente nella Svizzera tedesca – in cui si va ben oltre quanto si può fare ufficialmente e si trasgrediscono le norme in vigore, in particolare per quanto riguarda l’intercomunione o l’ospitalità eucaristica, tanto che ancora recentemente, il 17 novembre 2014, il vescovo di Losanna, Ginevra e Friburgo Charles Morerod ha ritenuto di dover pubblicare un’articolata riflessione sull’Eucarestia in un contesto ecumenico. Il prelato ha ribadito che non è possibile condividere l’Eucarestia con chi non è cattolico fino a quando non sarà raggiunta la piena unità di tutti i cristiani nella fede. In effetti, la situazione si complica quando si esamina il livello ufficiale delle relazioni tra cattolici e protestanti in Svizzera, che sono gestite rispettivamente dalla Conferenza dei vescovi svizzeri (CVS) e dalla Federazione delle Chiese evangeliche (FCES), relazioni che in questi ultimi cinquant’anni hanno conosciuto alti e bassi. Una prima osservazione riguarda la disparità di livello tra i due interlocutori: se – per la struttura del protestantesimo – la Federazione evangelica è libera di prendere decisioni largamente autonome, non è così per la Conferenza episcopale, che non può prescindere da certi «paletti» imposti dalla «centrale» per restare in comunione con Roma. E questo non sempre viene capito sia dagli evangelici sia da quei cattolici svizzeri fortemente impegnati nell’ecumenismo. Per non andare troppo indietro nel tempo, soffermiamoci un attimo sulla crisi provocata in Svizzera, nel 2000, dalla dichiarazione della Congregazione per la dottrina della fede, allora presieduta dal cardinale Joseph Ratzinger, Dominus Jesus (datata 6 agosto) circa l’unicità e l’universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chie-
sa, in cui si legge che «la Chiesa di Cristo, malgrado le divisioni dei cristiani, continua ad esistere pienamente soltanto nella Chiesa Cattolica» e che «le comunità ecclesiali che non hanno conservato l’Episcopato valido e la genuina e integra sostanza del mistero eucaristico non sono Chiese in senso proprio». Pur non affermando nulla di nuovo, questa dichiarazione fu recepita come una vera e propria doccia fredda nel mondo protestante: «Anche noi – dichiarò amareggiato l’allora presidente della FCES Thomas Wipf – apparteniamo alla Chiesa universale di Cristo (…). Noi pensiamo che nessuna Chiesa possa fissare da sola le norme che permettono di decidere in modo definitivo quale sia la vera Chiesa di Gesù Cristo». La posizione della Chiesa di Roma venne poi nuovamente ribadita in un documento della Congregazione per la dottrina della fede del 10 luglio 2007, in cui, in risposta a quesiti riguardanti alcuni aspetti circa la dottrina sulla Chiesa, veniva data una interpretazione restrittiva alla frase della costituzione dogmatica del Vaticano II Lumen Gentium secondo cui l’unica Chiesa di Cristo sussiste nella Chiesa cattolica. Inoltre si ricordava che alle comunità cristiane nate dalla Riforma non può essere attributo il titolo di Chiesa in quanto non hanno la successione apostolica nel sacramento dell’ordine. In seguito alle nuove, veementi reazioni negative suscitate tra i protestanti svizzeri (ma anche, come nel 2000, in ambienti cattolici!), l’allora presidente della CVS Kurt Koch si sentì in dovere di indirizzare a Thomas Wipf una lunga e dura lettera aperta, nella quale rinfacciava ai protestanti tutta una serie di atteggiamenti che irritavano a loro volta i cattolici svizzeri. Dopo una fase abbastanza tranquilla, a gettare nuova benzina sul fuoco ci pensò l’attuale presidente della Federazione evangelica Gottfried Locher, il quale, in un messaggio rivolto ai delegati delle Chiese riformate cantonali, il 5 novembre 2012 a Berna, affermò che «l’ecumenismo cattolico-protestante ufficiale in Svizzera attraversa la fase più difficile che abbia conosciuto dagli inizi del movimento. Queste due grandi Chiese non si caratterizzano soltanto per la loro “diversità”: sono contradittorie e non
riconciliate. Non si riconoscono reciprocamente come Chiese e non hanno un obiettivo comune riguardo all’unità da raggiungere. E questo mette in crisi l’ecumenismo». Come si vede dai pochi esempi che abbiamo ciato, la situazione dell’ecumenismo a livello ufficiale non è certamente rosea né idilliaca, tuttavia non mancano alcuni segnali di speranza. Dopo l’elezione di papa Francesco, il clima ecumenico è notevolmente cambiato rispetto al pontificato di Benedetto XVI: la semplicità di Bergoglio, la sua visione dell’unità nella diversità (evidente il richiamo a Oscar Cullmann), la sua insistenza nel chiamarsi «vescovo di Roma» e non «papa», la sua chiara intenzione di conferire una certa sinodalità alla Chiesa cattolica e la sua impostazione delle relazioni ecumeniche sull’amicizia più che sulle questioni teologiche (che lo interessano poco), tutto ciò ha colpito anche in Svizzera. Inoltre, in questi ultimi anni, la CVS ha subìto un netto rinnovamento e ringiovanimento, sinonimi di apertura anche in campo ecumenico. Infine, non vorremmo concludere senza rilevare l’encomiabile attività della Comunità di lavoro delle Chiese cristiane in Svizzera. È stata fondata il 21 giugno 1971 e nel suo piccolo, con mezzi limitati e con poco potere decisionale, si è rivelata una piattaforma efficace per promuovere l’ecumenismo nel nostro Paese. Basti ricordare che è stata all’origine della firma, da parte delle Chiese svizzere il 23 gennaio 2005 a Saint-Ursanne, della «Charta oecumenica europea». Gino Driussi Ospitalità ecumenica. La cattedrale «nazionale» di Washington ha ospitato per la prima volta il 14 novembre i musulmani per la preghiera del venerdì: la Chiesa episcopale (anglicana), proprietaria dell’edificio, ha voluto così dare un segno di comprensione e di tolleranza. Il 6 dicembre, a Losanna, la cattedrale passata alla Riforma nel 1536 ha ospitato una messa cattolica, presenti il vescovo ausiliare mons. Alain de Raemy, una ventina di preti vodesi e un migliaio di fedeli. L’ospitalità ecumenica losannesi è praticata dai protestanti da una decina di anni: non potrebbe suggerire ai cattolici ticinesi di celebrare il quinto centenario della Riforma (2017) con una Santa Cena in San Lorenzo, o in Sant’Antonio a Locarno?
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Ecumenismo in Ticino: una casa aperta a tutti Anche nel Ticino il Concilio Vaticano II, con la pubblicazione del documento Unitatis redintegratio sull’ecumenismo, ha segnato l’avvio del dialogo fra le Chiese cristiane: dialogo che, agli inizi, ha interessato esclusivamente la Chiesa cattolica romana e le Chiese riformate. La situazione religiosa nel Ticino è caratterizzata dalla presenza di una grandissima maggioranza cattolica e di una minoranza riformata, quest’ultima quasi esclusivamente composta, fino a qualche decennio fa, da persone di lingua tedesca. I «protestanti», come genericamente venivano denominati, costituivano dunque una duplice minoranza, religiosa e linguistica. Molto scarsa la conoscenza reciproca, assai diffusi i pregiudizi. Alla morte di un conoscente di diversa confessione si poneva, ad esempio, il problema se un cattolico potesse o no entrare in una chiesa protestante, per non parlare dei «matrimoni misti»: visti male da entrambe le parti, celebrati in modo più che discreto nelle sagrestie dopo complesse procedure. Delle altre Chiese cristiane non si parlava, fino a quando il turismo (per la Chiesa anglicana) e i flussi migratori (per gli ortodossi) ne hanno rivelato l’esistenza. Il dialogo ecumenico nel Ticino, agli inizi, era limitato a cattolici e protestanti. Il Concilio Vaticano II è stato un evento di grande portata, che ha suscitato attenzione oltre i confini della Chiesa cattolica. Il fatto che vi fossero invitati, come osservatori, esponenti di altre Chiese cristiane, unito all’orientamento, pastorale prima che dogmatico, della riflessione conciliare spiega l’interesse delle altre Chiese. Anche l’attenzione mediatica rivolta all’evento ha contribuito a promuovere la conoscenza non solo della Chiesa cattolica ma anche delle altre Chiese. Il documento conciliare sull’ecumenismo, promulgato l’11 ottobre 1964, ha aperto la strada anche da noi a iniziative di incontro e di dialogo. Nel Ticino, la riflessione sull’argomento in campo cattolico è sfociata nel documento del Sinodo 72 della Diocesi di Lugano La nostra vocazione ecumenica, approvato il 26 gennaio 1974, sulla falsariga di un testo elaborato da una commissione ecumenica interdiocesana. Il testo era articolato
attorno a quattro problemi specifici: la formazione all’ecumenismo, la vita nei matrimoni misti, la preghiera comune e le manifestazioni spontanee, in particolare all’interno di gruppi giovanili che, relativizzando l’appartenenza a una determinata confessione, si vedevano piuttosto come nuovi modelli di Chiesa ecumenica. Nel novembre 1975 il vescovo Giuseppe Martinoli istituì la Commissione ecumenica diocesana, che aprì la strada alla costituzione della Commissione ecumenica di dialogo, riunitasi per la prima volta nel gennaio dell’anno seguente. Era composta di 12 membri, 6 dei quali nominati dal vescovo e altri 6 dal Consiglio sinodale della Federazione delle Comunità evangeliche. Si trattò di un passo fondamentale per l’ecumenismo nel nostro Cantone: il confronto regolare ha reso possibile una maggiore reciproca conoscenza e anche, come vedremo, qualche risultato concreto. Negli stessi anni (10 ottobre 1975) il popolo ticinese approvò la revisione della Costituzione cantonale, che con il nuovo articolo 24 equipara dal profilo giuridico la Chiesa cattolica e la Chiesa riformata, mentre scompare il vecchio Art. 1 che definiva la religione cattolica come «religione del Cantone». Ciò avvenne in un clima costruttivo e senza gli scontri che, in altri tempi, un simile dibattito avrebbe generato. Lo statuto della Commissione ecumenica cantonale già era aperto alla collaborazione con altre Chiese, oltre alla cattolica e alla riformata, presenti in Ticino. Di fatto però questo coinvolgimento avvenne più tardi, a cominciare dal 1985 con le prime celebrazioni ecumeniche nell’ambito della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Nel 1987 una modifica degli statuti della Commissione consentì la partecipazione, come osservatori, di rappresentanti di altre Chiese. Iniziò così una nuova fase che portò alla nascita, il 23 gennaio 2000, della Comunità di lavoro delle Chiese cristiane nel Ticino. Essa raggruppa oggi le Chiese: anglicana, cattolica cristiana, cattolica romana, battista, copta, evangelica riformata, ortodossa, siro ortodossa. La Chiesa avventista partecipa in qualità di osservatrice. Quali concretamente i risultati fin qui
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ottenuti? Rilevanti sul piano della conoscenza, fra le persone prima ancora che fra le istituzioni. I rapporti sono cordiali e amichevoli, tanto da mettere in secondo piano l’appartenenza a confessioni diverse. Quanto ci unisce è preponderante rispetto a quanto ci divide. Parlare assieme, pregare assieme, vivere assieme momenti distensivi e conviviali sono diventati pratica comune. Sul piano pastorale, un risultato è stato raggiunto nell’ambito dei matrimoni interconfessionali, con la pubblicazione del Rito per la celebrazione ecumenica del matrimonio (1994). Non altrimenti si può dire a proposito della pastorale ecumenica delle coppie miste, anche se la prassi dell’accoglienza reciproca nelle rispettive Chiese di appartenenza oggi si va consolidando. Un grande impegno comune è stata la diffusione nella Svizzera italiana della traduzione interconfessionale del Nuovo Testamento in lingua corrente (1976) e, qualche anno dopo, dell’intera Bibbia (alla fine dello scorso anno, dopo trent’anni dalla prima edizione, è stata pubblicata l’edizione riveduta). Alla Radio della Svizzera italiana la trasmissione domenicale «Chiese in diretta» è gestita in comune da don Italo Molinaro e dal pastore Paolo Tognina (Rete Uno, ore 9.30), mentre in televisione le trasmissioni sono ancora separate e su TeleTicino sono presenti solo i cattolici. Anche nel Ticino, gli organismi ecumenici agiscono nel contesto degli ordinamenti delle rispettive Chiese. Questo fatto, giustificato sul piano istituzionale, costituisce nello stesso tempo un limite, specialmente da parte delle Chiese che hanno una struttura gerarchica e un impianto dottrinale più rigidi. Paolo Sala Non sia un idolo. «Quando in un dato Paese e in un dato momento della storia gli applausi piovono, la religione è onorata da tutti e Dio come la Chiesa hanno un grande successo, ogni spirito prudente e veramente ispirato dalla fede sarà non già tranquillo ma inquieto, temendo che sia qualche specie di idolo che si adora al posto del vero Dio e che sia qualche deformazione della religione ad avere un tale successo» (John Henry Newman - Pensées sur l’Église, Editions du Cerf, Paris 1956, p. 26, citato da «Il Gallo», Genova, febbraio 2009). Papa Francesco invita la folla a non gridare «Viva il Papa», ma «Viva Gesù!».
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Essere ecumenici per la cultura di tutti Il caso dell’Associazione biblica della S.I. Tra il 2002 e il 2003, in questo «fazzoletto» di terra europea che è il Canton Ticino, è iniziata un’avventura culturale che è andata al di là delle più rosee aspettative iniziali: con la collaborazione di sedici «padri fondatori» di diverse denominazioni cristiane, ma anche estranei alle Chiese cristiane, nacque l’Associazione Biblica della Svizzera Italiana. Cattolici, protestanti-riformati e protestanti pentecostali, persone di altra ispirazione culturale credettero nell’opportunità di creare un’istituzione che favorisse il confronto con i testi e i valori etici ed estetici presenti nelle Scritture bibliche, secondo prospettive ecumeniche, interreligiose ed interculturali, al di fuori di fondamentalismi, settarismi e ogni altra tentazione apologetica. Il «battesimo» ufficiale della neonata associazione avvenne il 25 gennaio 2003: relatore principale di quella giornata fu Rinaldo Fabris, allora presidente dell’Associazione Biblica Italiana1. Il convegno ecumenico e interreligioso «Leggere la Bibbia oggi», organizzato a Lugano il 30 marzo 2000 – fu l’evento che mi spinse a pensare e a promuovere tutto quanto è successo dopo. Non posso che fare alcune considerazioni, frutto, credo, nello stesso tempo, di gratitudine e di realismo culturale. Indubbiamente senza lo spirito di apertura formativa proprio della seconda metà del Novecento, che ebbe tra i suoi momenti qualificanti il Concilio Vaticano II e documenti fondamentali quali la costituzione «Dei Verbum» e le dichiarazioni «Nostra Aetate» e «Unitatis Redintegratio», un’istituzione come l’absi avrebbe avuto difficoltà molto maggiori a nascere e a sviluppare la sua attività rispetto a quanto è avvenuto. Certo è che la nostra associazione ha potuto dispiegare la sua azione, anzitutto nel Canton Ticino, nel resto della Svizzera e altrove, grazie a tre condizioni fondamentali: 1. Quanto Fabris disse quel giorno è stato pubblicato nel n. 1/2003 della rivista ufficiale dell’associazione, il periodico «Parola&parole»: chi lo volesse leggere o volesse accedere alle pubblicazioni absi realizzate dal 2003 ad oggi, può certamente averne nozione sul sito www.absi.ch e farne richiesta a: absi – via Cantonale 2/a – cp 5286 – 6901 – Lugano – info@absi.ch
• il favore e la collaborazione, anche materiale, di tante persone e alcune istituzioni, in larga misura di ispirazione cristiano-cattolica (per es., a livello istituzionale l’Ufficio per l’istruzione religiosa scolastica della Diocesi di Lugano, il Vicariato del Mendrisiotto), ma anche protestante, sia nelle Chiese «storiche» che in altre di più recente o di recentissima fondazione; • il sostegno fattivo di alcune istituzioni ecclesiali (penso, in particolare, a «Sacrificio Quaresimale») e statali (mi riferisco, anzitutto, agli uffici «Attività Culturali» e «Studi Universitari» del Dipartimento cantonale Educazione, Sport e Cultura); • le sinergie con altre istituzioni, della realtà ecclesiale e della società civile (dalle ACLI Ticino alla Cantoria di Giubiasco, al Circolo di Cultura «Mendrisio e dintorni» e, dal 2003 al 2007, alla Casa Santa Birgitta di Lugano). Il nostro statuto prevede espressamente che absi debba promuovere la lettura e studio della Bibbia sia negli ambienti ecclesiali che nella società civile, secondo una duplice prospettiva che è figlia della persuasione, culturalmente assai difficile da contestare, che le Scritture ebraiche e cristiane siano il punto di riferimento essenziale dei credenti ebrei e cristiani e una delle radici fondamentali della cultura euro-occidentale ed euro-mediterranea. Siccome abbiamo ritenuto e riteniamo costituzionale creare ponti tra gli esiti della ricerca scientifica più significativa in campo biblico e la vita e cultura contemporanee, dal Canton Ticino verso l’esterno, la divulgazione biblica e storico-religiosa più intelligente e appassionata possibile è il nostro obiettivo pratico più importante. Non si spiegherebbero diversamente gli oltre 210 convegni organizzati, i 39 quaderni – 22 eterogenei, 17 monografici – della rivista «Parola&parole», gli undici volumi e i due strumenti multimediali pubblicati, che hanno conosciuto un’ampia diffusione dalla Svizzera, all’Italia a altri Paesi europei ed extra-europei. Neppure si capirebbe il risultato sorprendente del sito internet www.absi.ch, creato nell’aprile 2010, che ha qualche migliaio di visite ogni mese, e il canale youtube «Associazione Biblica della
Svizzera Italiana», attivo dal febbraio 2011, che comprende oltre 140 registrazioni di eventi organizzati da absi e, dal 2013, anche dall’Associazione Biblica Euro-Mediterranea e conta già oltre ventitremila visite. Certo: il nostro lavoro formativo e informativo deve poter continuare, per molte ragioni e su tante strade. Occorre continuare a contribuire al riconoscimento del rilievo culturale del Canton Ticino nel contesto anzitutto svizzero. In Svizzera troppo spesso anche le migliori iniziative culturali ticinesi e svizzero-italiane sono misconosciute o non considerate. Il fatto che, per esempio, la Società Biblica Svizzera, nello scorso ottobre, per presentare in Ticino la nuova edizione della traduzione interconfessionale della Bibbia in lingua italiana, non abbia ritenuto di prendere contatto anzitutto con absi, è un segnale inequivocabile in proposito: è prova anche del fatto che il riconoscimento da parte protestanteriformata, cattolica e «laica», dell’azione del nostro sodalizio deve crescere ancora in misura notevole. La nostra associazione – che dall’inizio di gennaio 2015 ha visto aumentare il numero dei suoi soci di quasi il 50% in ragione anche della decisione di cento persone e istituzioni della disciolta Associazione Biblica EuroMediterranea di entrare a far parte di absi – deve sviluppare sempre meglio la sua azione di carattere ecumenico, interreligioso e interculturale non dimenticando mai la sua «vocazione» primaria: offrire occasioni di ogni genere possibile per favorire una conoscenza dei testi e valori etici ed estetici biblici sempre più intelligente ed appassionata, dalla scienza alla vita. Ci riusciremo? Molto dipenderà dalla generosità e dalla lungimiranza di tanti, nelle Chiese e nella società civile. Il nostro imperativo resta, nel nostro piccolo, quello di essere aperti alle esigenze formative del territorio anzitutto svizzero-italiano, svizzero e italiano, cercando di collaborare con chiunque e con qualsiasi istituzione che abbia a cuore un umanesimo del cuore e della mente, dalla terra al cielo, dal cielo alla terra… Ernesto Borghi Presidente dell’ABSI
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parole di papa
parole di papa Camminare assieme. Tutti abbiamo qualcosa in comune: tutti crediamo in Gesù Cristo, il Signore. Tutti crediamo nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo e tutti camminiamo insieme, siamo in cammino. Aiutiamoci l’un l’altro! Ma tu la pensi così, tu la pensi cosà… In tutte le comunità ci sono bravi teologi: che discutano, che cerchino la verità teologica, perché è un dovere, ma noi camminiamo insieme, pregando l’uno per l’altro e facendo opere di carità. E così facciamo la comunione in cammino. Questo si chiama ecumenismo spirituale: camminare il cammino della vita tutti insieme nella nostra fede, in Gesù Cristo il Signore («Giornale del Popolo» 9 ottobre 2014). Martiri tutti cristiani. Poi c’è l’ecumenismo del sangue, quando ammazzano i cristiani. Abbiamo tanti martiri (…) incominciando da quelli in Uganda, canonizzati cinquant’anni fa: erano metà anglicani, metà cattolici, ma quelli che li hanno uccisi non hanno detto «Tu sei cattolico… tu sei anglicano», no: «Tu sei cristiano», e il sangue si mischia. Questo è l’ecumenismo del sangue. I nostri martiri ci stanno gridando: «Siamo già uno, già abbiamo un’unità, nello spirito e anche nel sangue» (dalla conferenza stampa al ritorno dalla Turchia). Diversità riconciliata. Cosa fa lo Spirito Santo? Lo Spirito Santo fa la «diversità» nella Chiesa. Lui fa la diversità. E davvero questa diversità è tanto ricca, tanto bella. Ma, poi, lo stesso Spirito Santo fa l’unità, e così la Chiesa è una nella diversità. E per usare una parola bella di un evangelico che io amo tanto (il riferimento è al teologo protestante Oscar Cullmann, morto nel 1999, ndr.), una «diversità riconciliata» dallo Spirito Santo (…). Noi siamo nell’epoca della globalizzazione, e pensiamo a cos’è la globalizzazione e cosa sarebbe l’unità nella Chiesa: forse una sfera, dove tutti i punti sono equidistanti dal centro: tutti uguali? No! Questa è uniformità. E lo Spirito Santo non fa uniformità. Che figura possiamo trovare? Pensiamo al poliedro: il poliedro è una unità, ma con tutte le parti diverse: ognuna ha la sua peculiarità, il suo carisma. Questa è l’unità nella diversità. È in questa strada che noi cristiani facciamo ciò che chiamiamo col nome teologico di ecumenismo: cerchiamo di far sì che questa diversità sia più armonizzata dallo Spirito Santo e diventi unità (durante la visita ad una comunità pentecostale, 28 luglio 2014). Unità della Chiesa. Abbiamo parlato dell’unità, ma l’unità si fa lungo la strada, l’unità è un cammino. Noi non possiamo mai fare l’unità in un congresso di teologia. E lui (il patriarca Bartolomeo, ndr.) mi ha detto che è vero quello che io sapevo, che Atenagora ha detto a Paolo VI: «Noi andiamo insieme, tranquilli, e tutti i teologi li mettiamo in un’isola, che discutano tra loro, e noi camminiamo nella vita!». È vero, io pensavo che fosse… No, no, è vero. Me l’ha detto in questi giorni Bartolomeo. Camminare insieme, pregare insieme, lavorare insieme in tante cose che possiamo fare insieme, aiutarci insieme. Per esempio, con le chiese. A Roma, e in tante città, tanti ortodossi usano chiese cattoliche al tale orario o al tal altro, come un aiuto per questo andare insieme (nel ritorno dalla Terrasanta, maggio 2014). Passi avanti importanti. Certo, non possiamo negare le divisioni che ancora esistono tra di noi, discepoli di Gesù:
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questo sacro luogo ce ne fa avvertire con maggiore sofferenza il dramma. Eppure, a cinquant’anni dall’abbraccio di quei due venerabili Padri, riconosciamo con gratitudine e rinnovato stupore come sia stato possibile, per impulso dello Spirito Santo, compiere passi davvero importanti verso l’unità. Siamo consapevoli che resta da percorrere ancora altra strada per raggiungere quella pienezza di comunione che possa esprimersi anche nella condivisione della stessa mensa eucaristica, che ardentemente desideriamo; ma le divergenze non devono spaventarci e paralizzare il nostro cammino. Dobbiamo credere che, come è stata ribaltata la pietra del sepolcro, così potranno essere rimossi tutti gli ostacoli che ancora impediscono la piena comunione tra noi. Sarà una grazia di risurrezione, che possiamo già oggi pregustare (dal discorso al Santo Sepolcro di Gerusalemme, maggio 2014). Contro l’uso distorto della religione. Non possiamo non riconoscere come l’intolleranza verso chi ha convinzioni religiose diverse dalle proprie sia un nemico molto insidioso, che oggi purtroppo si va manifestando in diverse regioni del mondo. Come credenti, dobbiamo essere particolarmente vigilanti affinché la religiosità e l’etica che viviamo con convinzione e che testimoniamo con passione si esprimano sempre in atteggiamenti degni di quel mistero che intendono onorare, rifiutando con decisione come non vere, perché non degne né di Dio né dell’uomo, tutte quelle forme che rappresentano un uso distorto della religione. La religione autentica è fonte di pace e non di violenza! Nessuno può usare il nome di Dio per commettere violenza! Uccidere in nome di Dio è un grande sacrilegio! Discriminare in nome di Dio è inumano (discorso in Albania, 21 settembre 2014). Fratelli e sorelle. Il primo [atteggiamento per la promozione della libertà religiosa] è quello di vedere in ogni uomo e donna, anche in quanti non appartengono alla propria tradizione religiosa, non dei rivali, meno ancora dei nemici, bensì dei fratelli e delle sorelle. Chi è sicuro delle proprie convinzioni non ha bisogno di imporsi, di esercitare pressioni sull’altro: sa che la verità ha una propria forza di irradiazione. Tutti siamo, in fondo, pellegrini su questa terra, e in questo nostro viaggio, mentre aneliamo alla verità e all’eternità, non viviamo come entità autonome ed autosufficienti, né come singoli né come gruppi nazionali, culturali o religiosi, ma dipendiamo gli uni dagli altri, siamo affidati gli uni alle cure degli altri. Ogni tradizione religiosa, dal proprio interno, deve riuscire a dare conto dell’esistenza dell’altro (discorso in Albania, 21 settembre 2014). La Chiesa siamo noi! La Chiesa siamo tutti, noi! Tutti i battezzati siamo la Chiesa, la Chiesa di Gesù. Da tutti coloro che seguono il Signore Gesù e che, nel suo nome, si fanno vicini agli ultimi e ai sofferenti, cercando di offrire un po’ di sollievo, di conforto e di pace. Tutti coloro che fanno ciò che il Signore ci ha comandato sono la Chiesa. Comprendiamo, allora, che anche la realtà visibile della Chiesa non è misurabile, non è conoscibile in tutta la sua pienezza: come si fa a conoscere tutto il bene che viene fatto? (…) Attraverso la sua realtà visibile, di tutto quello che si vede, i sacramenti e la testimonianza di tutti noi cristiani, la Chiesa è chiamata ogni giorno a farsi vicina ad ogni uomo, a cominciare da chi è povero, da chi soffre, da chi è emarginato, in modo che continui a far sentire su tutti lo sguardo compassionevole e misericordioso di Gesù (discorso in Piazza S. Pietro, 29 ottobre 2014).
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osservatorio ecumenico Lunga vita a «Voce Evangelica»! Il mensile «Voce evangelica», pubblicazione delle Chiese protestanti di lingua italiana in Svizzera, sta riesaminando la propria impostazione per porre rimedio all’aumento dei costi e alla diminuzione di abbonati. È stata svolta un’inchiesta telefonica tra i lettori, constatando complessivamente un giudizio favorevole. Centocinque le interviste, effettuate da marzo a giugno del 2014, che hanno raggiunto 185 lettori: 86 dal Sottoceneri, 28 dal Locarnese, 20 dal Bellinzonese, 31 dai Grigioni, 14 dal resto della Svizzera e sei dall’Italia. Un problema aperto è quello della lingua: è stato espresso il desiderio di più testi in tedesco, ma susciterebbe il malcontento tra i lettori italofoni e contrasterebbe con la scelta della Chiesa evangelica del Cantone di essere «ticinese» a pieno titolo e operare per una migliore integrazione, non solo degli svizzeri tedeschi. Un’altra sfida è rappresentata dal coinvolgimento dei giovani. Una possibilità sarebbe quella di migliorare l’offerta Internet. C’è chi vorrebbe più articoli sulla fede, o di approfondimento biblico, o di carattere teologico, mentre altri apprezzano il tentativo della redazione di dare un taglio giornalistico alla rivista, e non mancano persone che si lamentano della mancanza di interesse per la cultura, accusando la rivista di trattare prevalentemente questioni teologiche, chi reputa che ci siano troppi articoli legati alla politica, altri che auspicano più attenzione per gli avvenimenti regionali, cioè un taglio più giornalistico. «Dialoghi» apprezza l’impegno della redazione di «Voce Evangelica» a fornire un giornalismo cristiano non banale e sempre (quasi…) ecumenicamente rispettoso. Con il numero di gennaio 2015 sono stati operati alcuni risparmi, che non dovrebbero tuttavia diminuire la qualità dell’offerta.
Aperta la «casa delle religioni» Quindici anni dopo il lancio dell’idea di costruire un centro in cui ospitare i locali di culto di diverse comunità di fede e promuovere il dialogo interreligioso, è stata aperta, all’Europaplatz di Berna, lo scorso 14 dicembre, la Casa delle religioni. Il grande edificio comprende due centri commerciali, molti appartamenti e uffici e locali per le attività di culto e culturali di diverse religioni. La comunità indù avrà nella Casa delle religioni il suo principale luogo di culto nella città di Berna, accanto alla comunità musulmana albanese e serba e ai cristiani della Chiesa ortodossa etiope e della Chiesa di Herrnhut, gli aleviti (una corrente liberale dell’Islam) e infine i buddisti, il cui locale di culto sarà usato anche da diverse altre comunità presenti a Berna. Si tratta di una prima mondiale, perché è l’unico edificio conosciuto nel quale lavoreranno comunità religiose così diverse, celebrando culti, aprendo discussioni e iniziative di dialogo.
Pluralismo ginevrino Nel Canton Ginevra ci sono più di 400 comunità e 272 luoghi di culto; l’80% di queste comunità sono cristiane. A Ginevra sono rappresentate 13 grandi famiglie religiose (dal cristianesimo all’islam), e più di 50 correnti diverse; tra gli agglomerati svizzeri, quello ginevrino conta il maggior numero di enti religiosi e la più grande diversità in termini di tradizioni e correnti religiose. Il censimento delle comunità religiose e spirituali è stato realizzato dal Centro intercanto-
nale ginevrino d’informazione sulle credenze. Sono le zone urbane quelle dove coabita il maggior numero di tradizioni religiose. Il cristianesimo resta maggioritario a Ginevra, ma non solo grazie ai cattolici e ai protestanti; ci sono Chiese ortodosse, luterane, e soprattutto evangelicali, più numerose di quelle cattoliche e riformate. Le comunità evangelicali svolgono un importante ruolo sociale: sono uno strumento d’integrazione per i nuovi arrivati, promuovono lo scambio di informazioni sugli alloggi o il lavoro, offrono dei mezzi di sostegno per i più poveri. Secondo i dati dell’Istituto di sociologia pastorale di San Gallo, nel 2013 il numero delle persone che in Svizzera hanno lasciato le Chiese cattolica e protestante è leggermente aumentato, confermando una tendenza degli ultimi cinque anni. Restano a maggioranza cattolica i cantoni della Svizzera centrale e il Ticino (71%), mentre solo a Berna la maggioranza è protestante (56%); a Ginevra i protestanti sono solo l’11%, il Cantone di Basilea città ha la percentuale maggiore (44%) dei senza religione.
Buddismo in Ticino Nel 2004 veniva istituita la prima sede dell’Associazione di cultura buddista tibetana e per la pace nel Palazzo dei Landfogti a Malvaglia, iniziando manifestazioni varie, secondo gli scopi statutari, nelle due direzioni di diffusione del Dharma e degli insegnamenti di Buddha Sakyamuni e di divulgazione della cultura tibetana allo scopo di aiutare il popolo tibetano in esilio a tenere vive e dinamiche le loro tradizioni e a tramandarle anche in Occidente. Sul sito www.kalachakralugano.org si possono trovare le tracce, anche fotografiche dei principali eventi svoltisi a Malvaglia e poi nelle sedi di Via Lema 10 a Massagno e quindi in via Polar 68 a Breganzona. Oltre agli insegnamenti buddisti di qualità, proposti della guida spirituale Geshe Lobsang Sherab e da maestri ospiti, l’Associazione svolge un’attività culturale, con film, conferenze, corsi di yoga, esposizioni di fotografie e costumi, dibattiti, con presenze nel campo del dialogo interreligioso, prioritario nella ricerca della pace. L’Istituto non si rivolge quindi solo ai buddisti ma a tutte le persone di qualunque fede o filosofia, che abbiano a cuore da un lato le sorti del Tibet e del suo popolo, e dall’altro la ricerca della pace interiore. Teoria e pratica degli insegnamenti di Buddha Sakyamuni sulla trasformazione della mente sono uno strumento potente contro le emozioni negative che inquinano le nostre giornate, al di là della fede religiosa, poiché studio ed esercizi si basano sulla ricerca e la pratica di un’etica comune universale.
Riconoscimento della Riforma Per mons. Mansueto Bianchi, vescovo emerito di Pistoia e responsabile per l’ecumenismo della Conferenza episcopale italiana, il giubileo della Riforma non è solo memoria di una tragedia per la Chiesa, ma «è un anniversario importante per tutte le Chiese cristiane. Abbiamo sempre guardato al 1517 come a un’occasione di lotta o di dialettica. In realtà bisogna considerarlo una risorsa per diventare quelli che non siamo storicamente riusciti ad essere. Mi pare interessante che, forse per la prima volta, questo anniversario venga guardato positivamente da tutte le Chiese. Vuol dire che riconosciamo in questo gesto e nella figura di Martin Lutero un segnale, un appello che Dio rivolge oggi alle nostre Chiese, riproponendoci il dramma e il peccato delle nostre divisioni. Ritengo che sia una novità storica fondamentale» (da un’intervista pubblicata su «Riforma», Torino, settembre 2014).
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cronaca internazionale
cronaca internazionale a cura di Alberto Lepori
Romero, finalmente! La beatificazione di Oscar Romero, l’arcivescovo di San Salvador ucciso nel 1980 dagli squadroni della morte mentre celebrava la messa, avverrà entro la fine del 2015 nel paese latinoamericano. A svelarlo è il postulatore della causa, monsignor Vincenzo Paglia, in una conferenza stampa all’indomani della firma di papa Francesco sul decreto che riconosce il martirio e che conclude un tormentato iter, ostacolato in diverse occasioni dalle gerarchie ecclesiastiche vaticane. «Se qualcuno si è opposto con mala coscienza sarà bene che faccia un mea culpa – ha dichiarato Paglia ai giornalisti – ma bisogna anche riconoscere che nella Chiesa c’è stato chi ha lavorato tenacemente per la causa di monsignor Romero». E a chi gli chiedeva se sia stato anche un martirio «politico», il postulatore ha risposto: «Anche quello di Gesù, in un certo senso, lo è stato. Gli ebrei lo consegnarono dicendo che non avevano altro re all’infuori di Cesare. Del resto la fede o ha un contenuto che illumina il mondo o non ha senso» («laRepubblica», 4 febbraio 2015). Un anno impegnativo. Il 2015 sarà impegnativo per papa Francesco. Oltre ai viaggi già previsti in Asia e in America del Nord (con prevedibile scalo nel Sud), dovrà pubblicare l’annunciata enciclica sull’ecologia, presiedere il nuovo Sinodo in ottobre e attuare almeno in parte la riforma della Curia e delle finanze vaticane. Il 22 dicembre ha anticipato una serie di «ricette» contro le «malattie» che possono affliggere i curiali, dall’Alzheimer spirituale alla ricerca del potere, all’attivismo e alla schizofrenia esistenziale, e nel Conclave di febbraio ha nominato 20 nuovi cardinali, in gran parte dalle «periferie del mondo». Tra essi mons. Karl-Joseph Rauber, già nunzio in Svizzera, qui apprezzato per la parte avuta nel rimuovere da Coira il vescovo mons. Haas. Papatoto. La Prefettura della Casa pontificia ha pubblicato i dati delle persone che hanno incontrato (si fa per dire…) papa Francesco nel 2014: si sono calcolati 5,9 milioni di presenze (fedeli, turisti, curiosi e via elencando), in regresso tuttavia rispetto al 2013, quando nei dieci mesi del pri-
mo anno di papato furono 6,6 milioni tra presenza a udienze, liturgie e in Piazza S. Pietro per l’Angelus dalla finestra. Francesco «batte» comunque Benedetto XV 3 a 1: nel 2012 furono «solo» 2,3 milioni le persone a «vedere» papa Ratzinger. Le frequenze del 2014 si suddividono in 1,2 milioni alle udienze generali del mercoledì, più di 560.000 alle udienze speciali, più di 1,1 milioni alle celebrazioni liturgiche e poco più di 3 milioni all’Angelus in piazza. Non sono stati contati gli «incontri» in occasione dei diversi viaggi per il mondo che non contano per il turismo romano. Buon appetito. È il titolo di un libro originale pubblicato dalla Guardia svizzera pontificia, contenente ricette di cucina, con indicati i piatti preferiti da papi e altre personalità. Esempi: per il segretario di Stato Parolini, gnocchi alla vaticana, per il cardinale Koch, cotoletta alla basilese, e per mons. Gänswein saltimbocca alla romana. Papa Francesco ha anticipato le sue preferenze recandosi alla mensa degli impiegati per gustarsi della pasta non condita, una porzione di pesce con legumi e patate fritte. Nella prossima edizione ci sarà anche la ricetta della frittata servita ai vescovi svizzeri in occasione del congedo del comandante Daniel Anrig. Generosità. Ai primi freddi di dicembre, tramite il segretario Krajewski e le guardie svizzere, papa Francesco ha fatto distribuire quattrocento sacchi a pelo per i senzatetto di Roma; inoltre ha fatto istallare tre docce presso il colonnato di Piazza San Pietro a loro disposizione, in un locale dove potranno lavarsi e cambiare gli abiti. All’inizio di gennaio è stata organizzata una lotteria, tremila biglietti a 10 euro, a favore della carità del Papa, con premi i regali da lui ricevuti, tra cui una Fiat Panda, alcune biciclette e un cappello Panama. Una «papalina», messa all’asta in Italia lo scorso settembre, aveva fruttato 100.000 euro, destinati a combattere la mortalità infantile in Congo. Invece non ha avuto successo l’incanto, promosso in Svezia a favore dei Rom, di un analogo copricapo donato da Francesco a una svedese d’origine argentina; vabbè ma una papalina è un cappello poco utile nella glaciale Svezia.
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Nuova evangelizzazione. Il comico Roberto Benigni, nella trasmissione dedicata ai Dieci Comandamenti (Rai uno del 15 e 16 dicembre), è riuscito a presentarli «finalmente» come «una buona notizia per l’umanità e per ogni singola persona». Questo secondo il teologo Paolo Ricca, che gli ha fatto da consulente, dimostrando che anche una predica lunga non è necessariamente noiosa. Pastori uccisi. Secondo l’agenzia vaticana d’informazione missionaria Fides nel 2014 sono stati uccisi 24 agenti pastorali cattolici (17 preti, un religioso, 6 religiose, un seminarista, un laico); 14 in America, 7 in Africa, 2 in Asia, 2 in Oceania, uno in Europa: la maggior parte a opera di delinquenti comuni. Non sono compresi i casi di morte a seguito di malattie (in particolare il virus Ebola) o nella cura di malati. Mancano inoltre notizie di tre preti congolesi rapiti nell’Est del Congo, del gesuita italiano Paolo Dall’Oglio, rapito in Siria, e di padre Alexis Prem Kumar in Afganistan. Secondo l’Indice mondiale della persecuzione contro i cristiani, la situazione è peggiorata: in 50 Paesi i cristiani vivono una situazione di persecuzione, particolarmente dura in Corea del Nord, Somalia e Iraq. La situazione è peggiorata specialmente in Africa per il costituirsi di gruppi islamisti che vogliono imporre la sharia; in Turchia ed in India sono stati eletti capi di Stato notoriamente religiosi e nazionalisti e anche questo potrebbe peggiorare la situazione delle minoranze cristiane. Chiese per l’ambiente. Delusione negli organismi ecumenici internazionali per gli esiti della XX Conferenza sul cambiamento climatico tenutasi a Lima dal 1. al 12 dicembre. Secondo la Conferenza delle Chiese europee (KEK) e la Federazione luterana mondiale, il documento finale del summit non è all’altezza delle aspettative e lascia troppe questioni aperte in vista della prossima Conferenza, che si terrà a Parigi nel dicembre del 2015. Nei dodici giorni del vertice la presenza delle Chiese è stata ampia e qualificata. Una delegazione guidata dal Consiglio ecumenico delle Chiese ha organizzato una serie di eventi a fianco degli incontri ufficiali, offrendo un importante contributo al «Summit dei popoli», vertice non governativo tenutosi dall’8 all’11 dicembre nella capitale peruviana. Dal mese di dicembre la
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basilica di San Pietro a Roma è illuminata con 315 lampade di tecnologia LED posate sulla cupola e sulla facciata. L’illuminazione è migliore e farà risparmiare il 70% dei costi. L’idea è piaciuta anche agli scettici sul papato di Bergoglio. Digiunare per il clima. In concomitanza con la conferenza dell’ONU sul clima svoltasi a Lima si sono riuniti nella capitale peruviana i promotori del movimento «digiunare per il clima», con una veglia di preghiera, un concerto, un incontro pubblico e il lancio di un «catena mondiale di digiuno» che ha l’ambizione di essere il più grande digiuno mondiale mai realizzato a favore dell’ambiente, in vista della conferenza si terrà a Parigi dal 30 novembre all’11 dicembre. La «catena» coinvolgerà credenti di tutte le religioni e laici di tutti gli orientamenti, che si daranno la staffetta ciascuno per un giorno fino alla conferenza parigina. Il movimento si era presentato la prima volta all’incontro ONU di Varsavia del novembre 2013, promovendo un digiuno di solidarietà per sostenere Yeb Sano, presente alla conferenza in rappresentanza del suo Paese, le Filippine, che aveva iniziato uno sciopero della fame per sollecitare misure di prevenzione dei grandi cambiamenti climatici. Il movimento è sostenuto da vari organismi di ispirazione cristiana, in particolare dal Consiglio ecumenico delle Chiese e dalla Federazione luterana mondiale. Presidente luterano. Kaus Johannis è il nuovo presidente della Romania. È membro della Chiesa evangelica luterana della Confessione di Augusta, Chiesa luterana di lingua tedesca presente in Transilvania. La regione discende da un’area di insediamento di popolazioni germaniche risalente al XII secolo, una minoranza piccola ma significativa per la Romania. Sindaco di Sibiu, Johannis ha promosso fortemente l’immagine della città fin da quando, nel 2007, è stata «capitale europea della cultura» e sede della terza Assemblea ecumenica europea. La Chiesa ortodossa è intervenuta nella elezione, per sostenere l’attuale premier Victor Ponta: i sacerdoti hanno invitato i fedeli a votare l’ortodosso Ponta contro lo «straniero» e luterano Johannis. Teologhe in Italia. Carmelina Chiara Canta, docente di sociologia della religione all’Università Roma 3, nel
suo ultimo lavoro: «Le pietre scartate. Indagine sulle teologhe in Italia» (Franco Angeli, 2014), presenta il risultato della ricerca condotta su questo «mondo sommerso», attivo e vivace. Delle 335 teologhe contattate, 181 hanno compilato almeno parzialmente il questionario: 165 sono religiose, in grande maggioranza cattoliche (93%); ci sono però anche il 2% di cattoliche di rito orientale, il 4% da vetero-cattoliche, una ortodossa rumena, quattro valdesi, una anglicana e una battista. Il 50% delle teologhe che hanno risposto al questionario ha un’età compresa tra i 46 e i 65 anni, mediamente inferiore a quella dei teologi maschi, e ciò perché l’ingresso delle donne nelle università pontificie è avvenuto dopo il 1965, alla fine del Concilio Vaticano Il. Contro la schiavitù. Una dichiarazione sullo sradicamento di ogni forma di schiavitù è stata firmata il 2 dicembre in Vaticano, alla presenza di papa Francesco e dei delegati di diverse religioni (cattolici, protestanti, ortodossi, buddisti, induisti, musulmani). Definisce «crimine contro l’umanità» la schiavitù moderna, sia legata al traffico di essere umani, a lavori forzati o alla prostituzione, al traffico di organi o ad ogni altra relazione che non rispetti i diritti fondamentali di un individuo. Il CEC ha invitato le Chiese membro a sottoscrivere la dichiarazione. Papa Francesco ha dedicato alla lotta contro la schiavitù, nelle sue forme antiche e moderne, il messaggio del 1. gennaio 2015 per la Giornata della pace. Libertà controllata. A fine novembre il Ministero della giustizia russo ha presentato una modifica della legge federale sulla «libertà di coscienza e le comunità di fede». La proposta ricalca una norma già in vigore dal 2012 per le organizzazioni non governative di orientamento politico che ricevono donazioni provenienti dall’estero. In quanto «agenti esteri» devono iscriversi in uno speciale registro e sottostanno a un ferreo controllo finanziario. Preoccupazione è stata espressa dall’arcivescovo della Chiesa evangelica luterana della Russia Dietrich Brauer, il quale ha riferito di controlli estemporanei da parte delle autorità fiscali. Per la pace. A Sigtuna, in Svezia, il Consiglio ecumenico delle Chiese ha lanciato lo scorso 5 dicembre la Rete ecumenica per il patrocinio della pace.
La creazione è uno dei risultati concreti del «pellegrinaggio di giustizia e di pace» lanciato a fine 2013 dalla X Assemblea del Consiglio ecumenico delle Chiese svoltasi in Corea, Paese diviso da un conflitto tra Nord e Sud che si trascina da decenni. L’obiettivo è di andare oltre un impegno generico per la pace, per concentrare gli sforzi delle Chiese su alcune situazioni specifiche, in collaborazione con tutte le persone di buona volontà, in vista di una soluzione dei conflitti. La Comunità di Sant’Egidio ha organizzato l’annuale Incontro internazionale delle religioni per la pace ad Anversa, in Belgio, dal 7 al 9 settembre, col titolo: «La pace è il futuro», richiamando nella città belga oltre 300 leader religiosi e tremila giovani. L’appello approvato al termine dell’incontro afferma: «La violenza può essere fermata. Chi usa la violenza scredita sempre la propria causa. Tutto è perduto con la guerra. Sì, Dio conceda al mondo il futuro. Che è la pace». Diritti degli immigrati. Il diritto all’assistenza sociale, alle cure mediche e all’alloggio va garantito anche agli immigrati irregolari. Lo ha recentemente stabilito il Comitato europeo dei diritti sociali, organismo del Consiglio d’Europa con il compito di vigilare sull’applicazione della Carta sociale europea, accogliendo un ricorso presentato nel 2013 dalla Conferenza delle Chiese europee (KEK) contro l’Olanda. La KEK spera che questa decisione contribuirà al benessere di coloro la cui richiesta di asilo è stata rifiutata e degli immigrati irregolari. La conclusione del Comitato europeo dei diritti umani è stata trasmessa al Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, che dovrebbe adottare una risoluzione in merito all’inizio del 2015. Del Consiglio d’Europa fa parte anche la Svizzera. Lutto tra gli storici. Lo storico e sociologo Émile Poulat è morto il 22 novembre scorso all’età di 94 anni. Nel 1954, insieme ad altri quattro ricercatori, fondò il Gruppo di sociologia delle religioni che nel 1995 diventò «Gruppo di sociologia delle religioni e della laicità», nell’ambito dell’École pratique des hautes études (Ephe) della Sorbona. Nel suo ultimo libro, Poulat scriveva tra l’altro che «la legge del 1905 non è mai stata liberticida», anzi ha costituito, per la religione, «il passaggio da uno statuto di diritto pubblico a un regime di libertà pubblica».
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cronaca svizzera
cronaca svizzera a cura di Alberto Lepori
Visita «ad limina». I vescovi svizzeri hanno compiuto all’inizio di dicembre la cosiddetta «visita ad limina» ma l’avvenimento ha avuto scarsa eco nei media e anche tra i cattolici. Il Papa ha preferito parlare per circa tre quarti d’ora coi vescovi e ha consegnato alla fine un testo, ignorato sin qui dalla stampa, dove si sottolinea specialmente la differenza tra i preti e i laici, anche quelli che hanno incarichi permanenti nella Chiesa. Il presidente dei vescovi svizzeri, mons. Büchel, ha presentato al Papa il «sistema dualistico» dei rapporti tra autorità ecclesiali e ecclesiastiche, osservando che tale cooperazione solleva i chierici dall’occuparsi di molte questioni amministrative, ha descritto come esemplare il sistema democratico svizzero e la neutralità che apre spazi al servizio del mondo. Mons. Gmür, vescovo di Basilea, ha espresso la sua soddisfazione per i colloqui con il Papa e con i rappresentati della Curia. A proposito della diminuzione dei preti (nel 2013 ne sono morti 17 nella sua diocesi e c’è stata una sola ordinazione) mons. Gmür trova che ci sono troppe parrocchie e pensa ad una Chiesa di «comunità di base», con un laicato più impegnato. Intanto a fine 2014 il vescovo ausiliare di Basilea mons. Martin Gächter, che ha compiuto i 75 anni l’11 novembre, ha lasciato l’incarico svolto per 27 anni collaborando con quattro diversi vescovi titolari. Era stato per molti anni responsabile per la gioventù svizzero-tedesca e, per la Conferenza episcopale, dei dicasteri «Ordini e comunità» e «Mobilità umana». Apprezzato anche per il carattere aperto e sorridente, mons. Gächter forse non verrà sostituito. Grato ricordo. Con una lettera alla redazione, il prof. Giorgio Campanini di Parma partecipa al lutto per la morte di padre Callisto Caldelari, ricordando la sua partecipazione in Italia al «Gruppo permanente per la pastorale famigliare», costituitosi nel 1970 sull’onda del Concilio. Padre Callisto ne fece parte per diversi anni, portando l’esperienza della Svizzera secolarizzata e collaborando in particolare al documento «I fidanzati nella comunità cristiana. Contributi al rinnovamento della pastorale prematrimoniale» (AVE, Roma, 1973). Secondo Campanini, «la pastorale italiana deve non poco a p. Callisto, per
essere stata da lui aiutata a leggere le dinamiche della famiglia, già presenti nella Svizzera dei primi anni ’70, nel nuovo contesto di una modernità con la quale soltanto allora la Chiesa italiana cominciava a misurarsi». Trasloco diocesano. Nel prossimo settembre, il Seminario diocesano di San Carlo verrà trasferito dall’attuale sede di Breganzona al Centro pastorale San Giuseppe a Lugano. Nuovo rettore sarà don Nicola Zanini; intenzione del Vescovo è di dare «un’impronta sempre più pastorale e missionaria alla formazione dei nuovi presbiteri, in linea con gli auspici del Santo Padre» (dal GdP del 16.12.2014). Secondo l’Annuario diocesano 2014, i seminaristi al San Carlo erano 15 e al Seminario missionario Redemptoris Mater di Melano erano 23. Difendere la CEDU. Il presidente della Conferenza episcopale elvetica, mons. Markus Büchel, in una lettera ai parlamentari svizzeri, invita ad aver cura degli accordi internazionali che la Svizzera ha sottoscritto, esprimendosi indirettamente contro gli attacchi dell’UDC alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU), firmata dalla Svizzera 40 anni fa. Mons. Büchel ha in particolare rammentato le parole di papa Francesco durante la recente visita alle istituzioni europee a Strasburgo, in cui ha definito la CEDU «coscienza dell’Europa», mentre per la Giornata mondiale della pace del 1. gennaio «ha ricordato a noi tutti di combattere ogni forma di sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo, così da non essere più schiavi, ma fratelli e sorelle». Anche Caritas Svizzera ha messo in guardia contro l’iniziativa popolare con cui si chiede che il diritto svizzero prevalga su quello internazionale, che rimette in discussione diritti fondamentali. Pure l’assemblea dei delegati della Federazione delle Chiese evangeliche in Svizzera (FCES) denuncia le derive del mondo politico che attacca la Costituzione federale e non rispetta il diritto internazionale. Una mozione della Chiesa evangelica riformata di Basilea campagna, che chiede «il rispetto della Costituzione e del diritto internazionale», è stata condivisa da tutti i delegati delle Chiese appartenenti alla Federazione. Il Centro svizzero per i diritti umani
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ha pubblicato un opuscolo per i 40 anni dell’adesione della Svizzera alla CEDU. Dal 1974 al 2013 sono state presentate contro la Svizzera 5940 denunce, ma i «giudici stranieri» hanno constatato una violazione della CEDU solo 95 volte (l’1,6%). Posso voglio e comando. Il vescovo di Coira, mons. Vitus Huonder, valendosi dei poteri a lui conferiti dal diritto canonico, ha dimezzato il Consiglio presbiterale, attualmente di 50 membri, escludendone i teologi laici e i diaconi permanenti. La decisione di cambiare lo statuto era stata respinta dal Consiglio con 22 voti contro 10, ma il vescovo ritiene che un organismo più snello meglio possa collaborare al servizio della diocesi e soprattutto non deve essere una specie di parlamento rappresentativo del personale ecclesiastico. Mons. Huonder ha ricevuto i rappresentati dal gruppo «Es reicht!» («Ora basta!»), che chiede diverse riforme nella Chiesa e aveva tenuto una manifestazione a San Gallo, con più di duemila presenze. In un comunicato diretto ai media Huonder non prende posizione sulle questioni sottopostegli e ripete che il suo compito episcopale consiste nell’annunciare la fede integrale, senza addolcirla per adattarsi ai tempi (APIC, 11 novembre). Conti in chiesa. L’assemblea della Federazione ecclesiastica cattolica romana del Canton Vaud ha approvato il preventivo 2015, che conta su entrare per 26,3 milioni di franchi (22,05 milioni saranno destinati al personale, 222.000 a favore di opere d’aiuto). Il personale si compone di 77 preti e di 152 laici, per un totale di 186 persone a tempo pieno; la rimunerazione base per i preti è di fr. 75.000 annui (importo valido per l’intera diocesi di Losanna, Ginevra e Friburgo). La Collettività ecclesiastica cattolica del Canton Giura presenta per il 2015 un preventivo con un deficit di 158.110 franchi, per un totale di spesa di 9.390.250 franchi. Il Cantone ha ridotto di circa fr. 160.000 i propri contributi. Si prevede un ulteriore peggioramento in quanto anche il Canton Berna vuol ridurre il numero degli impieghi ecclesiastici a suo carico. La Cassa di retribuzione dei ministeri parrocchiali del Canton Friburgo ha approvato il preventivo 2015 con un disavanzo di 1.755 franchi su un totale di spese di 12.917.697. Il personale in servizio a fine settembre 2014 era di 63 preti e 94 laici, per un totale di 101 posti a tempo pieno. La Conferenza centra-
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le cattolica romana (che coordina le organizzazioni ecclesiastiche a livello svizzero) nella sua ultima assemblea ha discusso dei suoi rapporti con la Conferenza episcopale, in vista di un migliore riconoscimento e di una maggiore collaborazione, rivendicando di non essere solo un ufficio per incassare contributi ma l’espressione di laici che partecipano alla vita delle Chiese locali. Nel 2015 saranno messi a disposizione di una quarantina di istituzioni fr. 7.335.000 cui si aggiungono fr. 1.300.000 versati dal Sacrificio Quaresimale. Alla Conferenza episcopale sono assegnati fr. 2.125.000 per le sue attività e fr. 230.000 sono stati attribuiti per l’informazione nella Svizzera italiana. Premiate tre predicatrici. La Federazione delle Chiese evangeliche della Svizzera (FCES) aveva indetto un concorso per premiare le migliori prediche. Sono risultate vincitrici tre donne. Isabelle Ott-Bachler, pastora a Neuchàtel, risultata prima nella categoria francese-italiano, per la quale hanno concorso 62 testi (quattro in italiano), con una meditazione intitolata «Non sradicare il loglio…». Caroline Schruder-Fiels, pastora a Basilea, è stata premiata nella categoria tedescoromancio, per la quale hanno concorso 183 testi, di cui due in romancio: la meditazione aveva per tema «Elia nel deserto». Un premio speciale è stato assegnato a Manuela Liechti-Genge, pastora della parrocchia germanofona di Porrentruy, per la sua predicazione radiofonica sul racconto del Buon Samaritano. Le tre premiate riceveranno ognuna un premio di mille franchi. I loro testi saranno inoltre pubblicati insieme ad altre quattro predicazioni della categoria francese-italiano e altre otto della categoria tedescoromancio. La raccolta comprenderà una meditazione del pastore Marco Di Pasquale, della Chiesa evangelica di lingua italiana di Basilea, dal titolo «Felix culpa. L’evangelo del serpente», sul testo di Genesi 2,15-17. 3,113. La Chiesa riformata svizzera è tra le poche ad accogliere le donne come predicatrici a pieno titolo. (da «Voce Evangelica», ottobre 2014). Coppie omosessuali benedette. Il Sinodo della Chiesa evangelica riformata nel Ticino (CERT), riunito a Muralto il 15 novembre, ha deciso che «per le coppie […] omosessuali che cerchino nell’amore stabilità e fedeltà reciproca, la Chiesa evangelica riformata nel Ticino offre, secondo le disponibilità
dei suoi pastori, la possibilità di invocare la benedizione sulla loro unione d’amore». Con questa formulazione, approvata all’unanimità dai sinodali della CERT, è stata ribadita la possibilità – per le coppie composte da partner dello stesso sesso la cui unione è stata registrata civilmente secondo la legge federale o internazionale – di richiedere la benedizione da parte di un ministro del culto. Il Sinodo ha inoltre approvato un’ampia revisione degli statuti della Chiesa riformata ticinese – la prima da quando, quarant’anni fa, la CERT è stata riconosciuta dal governo cantonale. I sinodali hanno infine adottato un testo che invita le Chiese e le autorità politiche a fare il possibile per sostenere i cristiani e le altre minoranze etniche e religiose perseguitati in Medio Oriente (da «Voce evangelica», dicembre 2014). Per i musulmani svizzeri. Il Gran Consiglio del Cantone di Friburgo ha respinto il 10 settembre scorso una proposta dell’Unione democratica di centro che domandava al Governo di impedire all’Università di Friburgo di istituire in Centro svizzero «Islam e società», perché «la religione è un affare privato» e i musulmani che vogliono conoscere la realtà svizzera hanno già molte possibilità. La proposta è stata respinta solo perché non ha raggiunto la maggioranza richiesta (con 52 voti contro 38, ne occorrevano 56…). Il presidente della comunità islamica del Canton Lucerna ha manifestato delusione per il rifiuto, da parte del parlamento lucernese, con i voti del partito democristiano (… poco cristiano) e dell’Unione democratica di centro (… poco democratica), di una mozione tendente a riconoscere, come permetterebbe la costituzione, oltre alle Chiese cristiane storiche, anche altre comunità religiose. Il Gran Consiglio ha detto «no» per 63 voti a 50. Il Consiglio comunale di Vevey ha accettato invece a maggioranza, il 19 giugno 2014, di aiutare finanziariamente la Fondazione islamica a realizzare importanti lavori per rinnovare la moschea, assumendosi gli interessi di un prestito di 1,7 milioni di franchi, pari a circa 18.000 franchi annui per 17 anni. La moschea è istallata da cinque anni in un vecchio garage ed è utilizzata da una parte importante dei duemila musulmani della regione. Gli impianti di riscaldamento e la ventilazione sono da sostituire. A Payerne è stato inaugurato un Centro culturale musulmano, con un locale di preghiera di 180 metri quadri e 40 po-
sti, una buvette e un ufficio. Un primo progetto era stato respinto nel 2011; l’affitto, di circa 2000 franchi mensili, sarà coperto con le quote dei membri dell’associazione, che conta una novantina di affiliati. Pascal Gemperli, presidente dell’Unione vodese delle associazioni musulmane, ha auspicato che il centro divenga un luogo di scambio aperto a tutti. Condannano il terrorismo. La giornalista indipendente Jasmin El Sonbati, co-fondatrice a Zurigo del Forum per un Islam progressista, si è detta «molto scioccata» nel vedere giovani – uomini e donne – partire dall’Europa per unirsi «alle orde barbariche dello stato islamico che assassinano in nome di Dio». Autrice di «Moschee senza minareto – una musulmana in Svizzera», non vuole lasciare l’Islam ai fondamentalisti. Anche Mustafa Memeti, imam attivo nel Canton Berna, è intervenuto nel programma «Echo der Zeit» (della Radio SRF) sostenendo che i predicatori musulmani in Svizzera dovrebbero affrontare apertamente la questione della violenza. I giovani musulmani estremisti non frequentano le comunità e si informano su Internet, tuttavia gli imam e i musulmani moderati, secondo Memeti, devono lavorare insieme per parlare alle nuove generazioni. Pastore premiato. L’Associazione dei musulmani di Argovia (VAM) ha conferito il Premio per l’integrazione a Stefan Blumer, pastore riformato di Baden, il quale, secondo il presidente Halit Duran, è fautore della tolleranza, non teme di affrontare questioni scomode, è un costruttore di ponti: non alimenta paure ma cerca punti di contatto. Il pastore Blumer è anche apprezzato per il suo impegno per la «Preghiera delle religioni», organizzata ogni anno a Baden. Vietato un giardino islamico. Il governo del Canton Zurigo ha respinto lo scorso dicembre il ricorso di una associazione che domandava la creazione di un giardino islamico d’infanzia a Volketswil, centro del Cantone, ritenendo che l’insegnamento dispensato fosse troppo indirizzato in senso religioso e in lingua araba, non compatibile coi valori di apertura, tolleranza e dialogo (le scuole pubbliche devono educare a un comportamento orientato a valori cristiani, umanisti e democratici). Si prevedeva infatti che il 20% del tempo sarebbe stato dedicato lo studio dell’arabo e del Corano.
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Notizie belle e buone
preti, tra cui il parroco, nel presbiterio della cattedrale di San Giuseppe.
Largo alle donne. A presiedere nel 2015 il Consiglio federale sarà Simonetta Sommaruga. È la sesta volta (dal 1291?) che una donna è a capo della Svizzera. Per ben cominciare, prima di essere eletta presidente con votazione da primato, ha auspicato che nei più importanti consigli di amministrazione e nelle direzioni delle grandi imprese dell’economia svizzera siano presenti donne almeno per il 30%. La proposta non piace alla stragrande maggioranza maschile, forse perché le donne sono ritenute troppo generose e magari poco efficienti. Ma perché non introdurre prima le «quote rosa» nei consessi politici? Una buona e bella idea (e notizia) per l’anno elettorale 2015.
Due cardinali. Doppia buona notizia dalla lista dei nuovi cardinali scelti da papa Francesco: l’arcivescovo di Agrigento mons. Francesco Montenegro, che si è molto impegnato per accogliere i migranti a Lampedusa, isola della sua diocesi, e mons. Karl Josef Rauber, l’ex nunzio apostolico in Svizzera (1993-1997), che seppe risolvere il caso del contestato vescovo Haas, spostandolo da Coira a Vaduz. Interrogato sui propri ricordi svizzeri, ha menzionato «l’amore della libertà che non si ferma alla porta delle chiese, ma entra all’interno». Lui ne tenne conto, malgrado la Curia vaticana.
Rettorati femminili. La teologa Mary Melone di 49 anni, è stata nominata per il triennio 2014-2017 rettore dell’Antonianum, l’università francescana di Roma. Per la prima volta, dunque, una donna dirige un’università pontificia. Già decana alla facoltà di teologia dal 2011, appartiene dal 1983 all’istituto religioso delle Suore francescane angeline ed è specialista in teologia dogmatica. Il Consiglio delle scuole politecniche federali ha designato la britannica Sarah Springman nuova rettrice dell’ateneo di Zurigo. L’insegnante ha 57 anni ed è ordinaria di geotecnica al politecnico dal 1997, ha assunto la funzione il 1. gennaio. Aveva studiato ingegneria civile a Cambridge (GB); dopo la laurea ha fra l’altro curato la costruzione di una diga nelle Isole Figi e dal 2000 al 2008 ha fatto parte del Consiglio svizzero della scienza e della tecnica. Primizia anglicana. Il 17 dicembre, per la prima volta, la Chiesa anglicana d‘Inghilterra ha designato una donna vescovo. Si tratta di Libby Lane, di 48 anni, diaconessa dal 1993 e prete dal 1994. Dopo avere svolto il ministero per otto anni come vicario in diverse parrocchie, dirigerà la diocesi di Stockport, 140.000 abitanti, a sud di Manchester. Libby Lane è sposata con un prete anglicano e madre di due figli adulti. La nomina è stata approvata dalla regina d’Inghilterra (solidarietà femminile?). Una eremita. L’eremo di Santa Verena, nel Cantone Soletta, è ora occupato da suor Benedetta Sigel, scelta tra 119 aspiranti a succedere a Verena Dubacher, la prima donna eremita dopo seicento anni. Suor Benedetta, 51 anni, divorziata e madre di quattro figli ormai adulti, è educatrice e per vent’anni ha diretto a Berna una casa per ragazzi in situazioni difficili. La nuova custode è stata scelta dalla Corporazione borghese di Soletta tra candidati di tutta Europa e del Nord America; dovrà occuparsi del piccolo edificio ai piedi del dirupo, del giardino e delle due cappelle dedicate a Santa Verena e a San Martino, con il compito di guidare i turisti. Riceverà un mensile di duemila franchi. Palazzi abbandonati. Il nuovo arcivescovo di Chicago, Blase Cupich, ha deciso di rinunciare alla «casa con 19 caminetti» di 30 stanze su tre piani per un appartamento più modesto. Il nuovo capo dell’importante diocesi statunitense (356 parrocchie e 2,4 milioni di cattolici) è conosciuto per le sue aperture sociali e certamente papa Francesco non l’ha nominato solo perché lasciasse vuoto lo storico palazzo episcopale di stile vittoriano, dimora dal vescovo dal 1885. Anche l’arcivescovo di Gatineau (Québec) ha lasciato il palazzo dove alloggiava solo (che sarà venduto) per andare a vivere in modo più semplice con cinque altri
Pulizia eseguita. Le autorità bancarie italiane hanno recentemente permesso la restituzione allo IOR (la cosiddetta banca vaticana) di 23 milioni di euro bloccati a titolo preventivo nel settembre 2010. Lo scorso dicembre, il Moneyval, il comitato del Consiglio d’Europa che vigila sul rispetto delle norme antiriciclaggio, ha riconosciuto che ora il Vaticano rispetta gli standard internazionali in materia di trasparenza finanziaria (notizia APIC 21 novembre 2014). Nuova chiesa. Mentre nelle nazioni cristiane del Vecchio Continente si chiudono e si vendono chiese cattoliche e protestanti disertate dai fedeli, il governo turco ha autorizzato la costruzione ad Istanbul di una chiesa di rito siriaco, la prima dalla proclamazione nel 1923 della repubblica turca, «laica» ma non troppo. Le minoranze religiose, tra cui quella cattolica, aspettano infatti ancora il pieno riconoscimento della libertà religiosa. Milioni per i restauri. Il governo del Regno Unito ha stanziato alcuni milioni di sterline per riparazioni urgenti alle 31 cattedrali del paese, tra cui 8 milioni (circa 12 milioni di franchi) per sei cattedrali cattoliche, considerate edifici commemorativi della prima guerra mondiale. Perplessi o meno che siate, è questa la spiegazione offerta dal periodico cattolico britannico «The Tablet». Lasciateli strillare! Mons. Kieran Conry, vescovo di Arundel e di Brighton (nel Sud dell’Inghilterra) ha invitato i suoi preti a tollerare gli strilli dei bambini durante la liturgia: «La chiesa è per tutte le generazioni e sarà un giorno veramente triste quando non ci saranno bambini in chiesa!». Papa Francesco ha invitato le madri ad allattare durante la liturgia, come hanno sempre fatto le «Madonne del latte» raffigurate anche in alcune chiese ticinesi. Cimiteri ebraici. Nel cimitero ebraico di Endingen, il più antico della Svizzera, è stato inaugurato un memoriale in ricordo delle vittime della Shoah. Durante 400 anni, gli ebrei hanno rappresentato una parte importante della popolazione del Surbtal (Argovia) e ancora alla metà del XIX secolo erano un terzo del villaggio di Lengnau e la metà di quello di Endingen. La loro presenza diminuì dopo il 1866, quando gli ebrei ottennero la libertà di domicilio in tutta la Svizzera. Una sessantina di volontari hanno eseguito i lavori di pulizia nel vecchio cimitero ebraico di Waehringer, presso Vienna, chiuso dal 1880. Si tratta del più grande e vecchio cimitero ebraico della capitale austriaca, ancora di proprietà della comunità ebraica di Vienna, ora ridotta a 7500 persone. All’inizio del XX secolo a Vienna abitavano più di duecentomila ebrei.
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Meno per noi. Abbastanza per tutti Il programma dell’azione di Quaresima Fra soli cinque anni in alcuni Paesi africani la maggior parte dei contadini potrà coltivare solo la metà di quanto coltivato oggi. Entro il 2050 questa situazione riguarderà l’intero continente africano. Nell’Asia meridionale la produzione di riso è a rischio, mentre nel mondo intero i raccolti di frumento rischiano di dimezzarsi. Sembra un bollettino di guerra degno dei peggiori notiziari catastrofisti, si tratta invece delle previsioni presentate dal «Comitato intergovernativo sui cambiamenti climatici» nel suo quarto rapporto. All’origine dei cambiamenti climatici vi sono le emissioni di gas a effetto serra derivanti dalle varie attività umane, che riscaldano l’atmosfera terrestre. Uno dei principali «imputati» è l’eccessivo consumo di energie non rinnovabili da parte dei paesi industrializzati. Nulla però compromette il clima globale come la nostra alimentazione. Quasi il 30 per cento delle emissioni globali di CO2 è infatti causato dalla produzione alimentare industriale, soprattutto di carne e di prodotti di origine animale. Ma che nesso c’è fra il nostro consumo di carne, i cambiamenti climatici e la fame nei paesi del Sud? È ciò che tenta di spiegare la Campagna ecumenica 2015 di «Sacrificio Quaresimale», «Pane per tutti» e «Essere solidali». In Svizzera i polli e altri animali d’allevamento sono spesso foraggiati con soia prodotta in Brasile (uno dei più grandi produttori di soia al mondo) o in altri paesi del Sud tramite gigantesche monoculture. Coltivazioni per le quali si disboscano la foresta tropicale e la savana, privando così le famiglie contadine dei loro campi e dei loro mezzi di sussistenza. La scomparsa dei «polmoni verdi» del pianeta, l’uso eccessivo di pesticidi e di fertilizzanti chimici e l’allevamento intensivo contribuiscono al surriscaldamento globale e alle sue drammatiche conseguenze, ovvero inondazioni, tifoni, lunghi periodi di siccità che minacciano la vita e la sopravvivenza di milioni di persone. Ciò che mangiamo e consumiamo, ma anche il modo in cui ci spostiamo e le scelte politiche che prendiamo sono quindi tutti fattori che influenzano il clima e inevitabilmente anche le opportunità di vita di donne, uomini e bambini che già oggi sono colpiti dai cambiamenti climatici.
Dobbiamo dunque diventare tutti vegetariani? Non per forza. Mangiare carne non fa necessariamente a pugni con uno stile di vita sostenibile e rispettoso dell’ambiente: basta comportarsi in modo accorto. È ciò che vuol dimostrare la campagna, proponendo vie da seguire affinché ciascuno di noi dia il proprio contributo per un mondo migliore. Basterebbe ad esempio dimezzare il consumo di carne pro capite in Svizzera, per non dover più importare foraggio o carne. Oppure tornare a consumare tutti i tagli di carne, non limitandosi alle parti pregiate come i petti di pollo: meglio ancora se di provenienza locale e biologica. La risposta, come abbiamo visto, sta dunque nel nostro piatto. Ma è importante agire anche su altri fronti. A dicembre si terrà a Parigi la Conferenza delle Nazioni Unite sul clima. I Paesi dovranno adottare obblighi efficaci votati a livello internazionale e valori-limite riguardo alle emissioni di gas serra, così da attenuare il surriscaldamento climatico in corso. Finora la politica si è dimostrata poco coraggiosa. Per questo motivo «Sacrificio Quaresimale» e «Pane per tutti» si aspettano da parte della Svizzera un chiaro impegno politico. In una petizione all’attenzione della consigliera federale Doris Leuthard, responsabile del Dipartimento federale dell’ambiente, lanciata assieme a oltre cinquanta organizzazioni di cooperazione internazionale, di protezione dell’ambiente e di consumatori e consumatrici, è stato chiesto al Consiglio federale e al Parlamento di impegnarsi: la Svizzera deve ridurre le sue emissioni di gas serra e sostenere finanziariamente i Paesi in via di sviluppo a sopportare meglio le conseguenze dei cambiamenti climatici e a svilupparsi nel rispetto del clima. La petizione può essere sottoscritta direttamente online sul sito della Campagna ecumenica (www.vedere-e-agire. ch/petizione), dove è possibile scaricare anche il relativo formulario. I progetti sostenuti da «Sacrificio Quaresimale» e «Pane per tutti», ad esempio nelle Filippine o in Brasile, mostrano che non è necessario affidarsi all’agricoltura industriale: un’agricoltura familiare, ecologica e sostenibile è perfettamente in grado di nutrire le persone. Federica Mauri
«Perché forte come la morte è l’amore» L’espressione «Cantico dei cantici» equivale per un ebreo a «cantico per eccellenza», «il più bel cantico». Questo libro biblico è così ricco di forti sentimenti, di passione amorosa, che ha potuto sgomentare lettori pudichi e ignari del modo di esprimersi degli orientali, ma anche entusiasmare anime mistiche. In occasione del proprio centenario di fondazione, festeggiato nel 2013, la Cantoria di Giubiasco, diretta da Michele Tamagni, ha proposto in prima esecuzione un Oratorio sul Cantico dei cantici intitolato Perché forte come la morte è l’amore, che è stato pubblicato in un CD nel settembre 2014. Si tratta di una composizione originale per coro, quartetto d’archi e organo che il coro ha commissionato al giovane compositore ticinese Manuel Rigamonti. Nell’esecuzione ci si è avvalsi anche del contributo di due attori professionisti, Barbara Buracchio e Marco Capodieci, e dell’accompagnamento del Quintetto Larius. Significativa è risultata la collaborazione con l’Associazione Biblica della Svizzera italiana, nelle persone dei biblisti Ernesto Borghi e Renzo Petraglio e della giudaista Elena Lea Bartolini De Angeli, per i suggerimenti in corso d’opera e per la realizzazione del CD e del libretto allegato, che risulta una vera e propria introduzione alla lettura di questo splendido libro della Bibbia. Chi desidera una o più copie del CD (CHF 20.– la copia, spese postali comprese), può farne richiesta all’Associazione Biblica della Svizzera Italiana – via Cantonale 2a – cp 5286 – 6901 – Lugano – info@absi.ch È vicino. E quando uno pensa alla perseveranza di tanti cristiani, che portano avanti la famiglia: uomini, donne che curano i figli, curano i nonni e arrivano alla fine del mese con mezzo euro soltanto, ma pregano, è lì il Regno di Dio, nascosto, in quella santità della vita quotidiana, quella santità di tutti i giorni. Perché il Regno di Dio non è lontano da noi, è vicino! Questa è una delle sue caratteristiche: la vicinanza di tutti i giorni (Papa Francesco nell’omelia in Santa Marta, 15 novembre 2014).
vignetta (in)sostenibile
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Daria Lepori
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notiziario (in)sostenibile a cura di Matteo Cassini
L’importante è il contorno. «Se vuoi salvare il mondo, devi renderlo facile», scrive la rivista «Mother Jones». Perché a parole siam bravi tutti, i grandi princìpi sono una bella cosa e per aderire ci vuole poco, ma quando poi si tratta di fare dei sacrifici… beh, diamine, allora cominciano i distinguo. E per «sacrifici» qui non intendiamo per forza «rinunce». No, no. Magari si tratta solo di un cambiamento o di un piccolo sforzo. Prendi il caso della carne, per esempio. Sì, ci sono i vegetariani. Encomiabili. E poi i vegani. Ancora più encomiabili. Con tante ottime ragioni: il maltrattamento degli animali e l’impronta ecologica negli allevamenti intensivi, il consumo di acqua potabile assai maggiore di quello nelle coltivazioni vegetali, l’inquinamento dell’aria e dell’acqua… Tutto vero. Poi però ti mettono sotto il naso una cotoletta o le costine o l’arrosto e tu dimentichi tutto e azzanni. Salvo poi, a stomaco pieno, farti venire i sensi di colpa. Del resto qual è l’alternativa? Proteine vegetali dai legumi confezionati a mo’ di carne. Carne vegetale, insomma, se non fosse un ossimoro. Peccato per il sapore e la consistenza, però: nel confronto con la carne vera, non c’è storia. Difatti, il successo commerciale è modesto e limitato. L’unica soluzione è allora intervenire sulla confezione e sul contorno: un involucro di pasta e poi salse, salsine, salsette, condimenti di vario genere e natura. Ed ecco i wonton, i taco, le empanadas. Beninteso sempre badando alla compatibilità ambientale. Perché, se mangi il tofu col ragù di manzo, in tutta evidenza sei perfino oltre l’ossimoro. Do It Yourself. Ti serve qualcosa? Lo compri. Che sia un telefonino o un medicinale, una sedia o un’auto, un libro o un cuscino o una pentola o una camicia, c’è un negozio per tutto. Entri, chiedi, scegli, compri. Se il negozio non c’è, oggi Internet te lo porta dritto a casa. E il teleacquisto è la nuova frontiera dello shopping, lasciando presagire, sul medio-lungo termine, una crisi ancora più profonda per il commercio nei negozi fisici, piccoli o grandi che siano. E vabbè. Tuttavia, reale o virtuale che sia, sempre un negozio è. Perché a quello ti sei abituato: qualsiasi cosa può essere acquistata da qualche parte. Se
proprio vuoi darti un tono da ambientalista, ricicli o riutilizzi. Il vecchio telefonino passa ai figli o ai nipotini. Il computer vecchio di tre generazioni tecnologiche finisce su un ripiano remoto a fare da server casalingo. Il vecchio tavolo di cucina, sostituito dall’ultimo modello di design, va nella casa in montagna. Ma hai mai pensato di produrre tu stesso, con le tue manine, ciò che ti serve? L’auspicio è espresso dal magazine britannico «The Guardian», con lo scopo di «strappare alla multinazionali le catene di rifornimento». Fin qui i begli intenti, e va bene. Ma subito si va a sbattere con qualche problema insormontabile: la competenza tecnica, i materiali. Se non sei un falegname più che provetto, un tavolo decente te lo scordi. E un telefonino è fuori dalla portata anche degli smanettoni. Rimangono però altri ambiti nei quali l’autoproduzione è praticabile. Il cibo, per esempio. Perché non installare un orticello in giardino o perfino sul balcone? Perché non distillare da sé un liquore? Perché rinunciare al piacere di una passata di pomodoro fatta in casa? Oppure gli abiti. Per un maglione o una giacca, anche decorosi, non serve per forza una sarta. Per non dire del software: programmare non è impossibile, con un po’ di tenacia e di pratica. Certo, bisogna saperci fare. Però mai come oggi è stato possibile accedere a istruzioni sul DIY (Do It Yourself) su praticamente qualsiasi cosa, dalla frutticoltura alla carpenteria, dalla cucina alla pollicoltura, fino all’autocostruzione dei computer. Cioè degli oggetti coi quali collegarsi a Internet. E tutto si chiude. Chiedilo al rinoceronte. Costa più dell’oro e del platino. Ed è illegale come la droga. Non solo: il valore del contrabbando di questo materiale è al quarto posto dopo le sostanze stupefacenti, i prodotti commerciali contraffatti e gli esseri umani ridotti in schiavitù. Perciò viene prima delle armi illegali. Che cos’è? Chiedilo a un rinoceronte. Perché proprio dell’avorio si tratta, il cui commercio internazionale è proibito del 1989 e la cui quotazione sul mercato clandestino arriva fino a 51 mila euro al chilo. Non stupisce allora che intorno al contrabbando fiorisca tutto il sot-
tobosco della malavita organizzata, lungo una filiera che inizia negli ambienti selvaggi dove vengono cacciati gli animali delle specie protette e finisce nei mercati dove gli oggetti e i prodotti in avorio sono smerciati. Fisicamente o virtualmente, perché, come per la droga e per le armi, Internet è lo strumento usato dai venditori per contattare gli acquirenti. L’anno scorso sei settimane di ricerca hanno svelato ben 9.500 annunci on line. Ma, attenzione: più della metà era per la compravendita di animali vivi. Infatti l’avorio può essere contraffatto, perciò, per sicurezza, l’acquirente preferisce comprare il prodotto attaccato al legittimo proprietario. Il quale, va da sé, fa comunque una brutta fine nel momento in cui l’avorio viene… come dire?… prelevato. Alla base c’è, com’è ovvio, il bracconaggio. E non si tratta di poveracci costretti a sbarcare il lunario nei Paesi poveri, ma di vere e proprie bande organizzate e senza scrupoli. Ci va di mezzo la fauna protetta: specie a rischio di estinzione vengono decimate e in molti casi anche un solo esemplare abbattuto può fare la differenza per la sopravvivenza di un’intera popolazione minacciata. Però, se proprio non riesci a intenerirti per gli animali o a preoccuparti per gli ecosistemi, pensa agli esseri umani. Infatti sono coinvolti anche loro: nell’ultimo decennio, nei 35 Paesi dove i bracconieri imperversano, sono stati uccisi almeno mille guardacaccia, ed è una stima per difetto. E loro sì, certo, sono dei poveracci. Tutto questo per cosa? Perché una ricca cretina possa agghindarsi con un monile in avorio. O perché un altrettanto ricco idiota pensi (invano, peraltro) di poter curare la propria disfunzione erettile con qualche pozione a base di avorio. Ma si può?
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Dopo la strage di Parigi Eppure l’Islam è religione di pace Vorrei esprimere con tutta la forza possibile la mia condanna per quanto avvenuto a Parigi. È stato un atto criminale e totalmente ingiustificabile, e non è accettabile che si agisca in questi modi in nome dell’islam. Questo danneggia l’immagine della nostra religione. Noi siamo cittadini dell’Europa, rispettiamo le leggi. E se anche un giornale fa della satira che a volte può essere offensiva e decisamente sopra le righe, ci sono mille altri modi per dimostrare il proprio disaccordo. Compiere attentati come quello di mercoledì destabilizza la pace sociale e religiosa. E di questi atti anche noi musulmani dell’Europa siamo vittime, perché ciò può nuovamente alimentare un clima di islamofobia nei nostri Paesi, può dar voce a chi vuole etichettare l’islam come una religione di violenza e di terrorismo, dando agli estremisti un’occasione in più per legittimare la propria esistenza. Mi ripeto: come imam del Ticino voglio condannare in modo chiaro, sincero e forte questi atti. Sono vicino alle famiglie che hanno avuto delle perdite (tra queste, tra l’altro, anche i famigliari di un poliziotto musulmano francese). Stiamo vivendo un clima molto strano, perché alcuni ignoranti dell’Islam si comportano violentemente in nome di questa religione, che è in realtà una religione di
pace. E questo sta recando un grave danno ai nostri Paesi. Basti pensare alle centinaia di giovani che decidono di partire per combattere in Iraq o in Siria. Nella grande maggioranza dei casi, si tratta di persone fragili e deboli, magari ai margini della società, che non hanno ricevuto una corretta educazione islamica. Per questo diventano facili prede di chi, attraverso soprattutto internet, cerca di attirarli con una strategia comunicativa forte, interpretando la nostra religione in modo politico e demagogico. A questi giovani mancano gli strumenti per capire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, per distinguere il vero dal falso, ciò che è Islam e ciò che invece è un’interpretazione errata dello stesso. Per questo torno a sottolineare il bisogno di formare imam qui da noi, in Svizzera, in Europa, che possano portare un messaggio giusto ai giovani musulmani e possano educarli ai veri valori della nostra religione. Infine un auspicio: spero che quanto accaduto a Parigi non apra una porta all’instabilità politica, sociale e religiosa in Europa. Sarebbe la cosa peggiore che potrebbe accadere. Samir Redouane Jelassi Imam a Lugano «Giornale del Popolo», 9 gennaio 2015
«Questa è la storia, umana e tragica, di una delle nostre famiglie»
LA STORIA DEI FILANDA e altre storie
A poco più di dieci anni dalla morte, tre testi per riscoprire un autore che ha saputo raccontare il dramma dell’emigrazione dal punto di vista non di chi parte ma di chi resta di Ugo Canonica, a cura di Guido Pedrojetta Formato 12,5 x 21 cm, 220 pagine, Collana «La Rondine», CHF 24.– Armando Dadò editore - Via Orelli 29 - 6601 Locarno Tel. 091 756 01 20 - Fax 091 752 10 26 - info@editore.ch - www.editore.ch
No. 235
In questo numero Dossier A cinquant’anni dalla «Unitatis redintegratio» G il dromedario e il cammello (Gianni Rodari) 1 G Oltre l’ecumenismo Editoriale (a.l.) 1 G Cattolici e protestanti tra unità e sparizione (don Sandro Vitalini) 2 G La cena è più importante della teologia (Paolo Tognina) 3 G Roma e le chiese ortodosse (Luigi Sandri) 5 G L’ecumenismo in svizzera (Gino Driussi) 7 G ecumenismo in ticino (Paolo Sala) 8 G Il caso dell’associazione biblica della svizzera italiana (Ernesto Borghi) 9 G parole di papa 10 G osservatorio ecumenico 11 Articoli G meno per noi. abbastanza per tutti (Federica Mauri) G eppure l’islam è religione di pace (Samir Redouane Jelassi)
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G cronaca internazionale G cronaca svizzera G notizie belle e buone G vignetta (in)sostenibile G notiziario (in)sostenibile
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dialoghi di riflessione cristiana www.dialoghi.ch Comitato: Alberto Bondolfi, Ernesto Borghi, don Emilio Conrad, Serse Forni, Aldo Lafranchi, Alberto Lepori, Daria Lepori, Enrico Morresi, Margherita Noseda Snider, Marina Sartorio, Carlo Silini Redattore responsabile: Enrico Morresi enrico.morresi@sunrise.ch Amministratore: Claudio Cerfoglia amministrazione@dialoghi.ch Redazione e amministrazione: c/o Enrico Morresi, Via Madonna della Salute 6, 6900 Massagno, tel. +41 (0)91 966 00 73, enrico.morresi@sunrise.ch Stampa: Tipografia-Offset Stazione SA, Locarno I collaboratori occasionali o regolari non si ritengono necessariamente consenzienti con la linea della rivista. L’abbonamento ordinario annuale (cinque numeri) costa fr. 60.–, sostenitori da fr. 100.– Un numero separato costa fr. 12.– Conto corr. post. 65-7205-4, Bellinzona.