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233 dialoghi Locarno – Anno 46 – Ottobre 2014

di riflessione cristiana BIMESTRALE

Sull’evangelizzazione, oggi

Dossier dedicato a p. Callisto Quando tra noi in redazione si parlò la prima volta di impostare un nuovo dossier sull’evangelizzazione, si pensò subito a p. Callisto Caldelari, parroco del Sacro Cuore a Bellinzona, che già in passato per «Dialoghi» aveva scritto della necessità di trasformare la pratica pastorale delle parrocchie per venire incontro a un ambiente sempre meno naturaliter cristiano. Generoso com’era, anche se già malato, aveva accettato l’incarico. Poi la sua malattia si aggravò e, d’accordo con lui, pensammo a un altro collaboratore. Fu lui a suggerirci di chiedere a don Jean-Luc Farine, sacerdote diocesano (1965) con una pratica di missione in Africa, attualmente parroco di Losone; il quale accettò di buon grado. L’articolo esce quando non c’è più padre Callisto a leggerlo, essendo lui morto il 15 agosto scorso, appena oltre gli ottant’anni. Della vicinanza di p. Callisto alle idee e agli ideali di «Dialoghi» è testimone l’articolo di Fulvio Caccia che pubblichiamo a pagina 7. Ma è doveroso che noi si dedichi tutto questo dossier alla memoria del frate cappuccino che molto innovò nei modi di trasmissione della fede, lottando contro i pregiudizi e le abitudini, ringraziando il Cielo d’avercelo dato come compagno di strada per tanti e così fervidi anni.

© Ti-Press/CR


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Evangelizzare: la Chiesa non è incolpevole se la religione sparisce dal linguaggio comune All’improvviso, un amico mi dice: ma tu, che hai raccolto motti e detti popolari, che ci dicono i proverbi del senso religioso che nelle famiglie passava da una generazione alla successiva? Devo deluderlo. Tra i proverbi e oggi è intervenuta una cesura enorme: sono passati secoli, sono mutate le mentalità e subentrati i mass media. Molti proverbi che si imperniano su fatti religiosi nascono in periodo post-tridentino, e questo spiega che un baratro si frappone ormai tra quei proverbi e quel che viviamo oggi. Ne riparliamo dopo aver detto di quella che, da anni ormai, molti sentono come un’ingiustizia: per tradizionalismo (e altri motivi) la Chiesa chiude la donna in compiti solo subalterni, marginali. In Vaticano circolavano motti di superficialità intensa del tipo La dona: la piasa, la tasa, la staga in casa. Ed erano «battute» frequenti persino sulla bocca di cardinali. Ormai è tempo che la parola di Dio giunga alla gente anche da coscienze ed esperienze femminili. Nei proverbi (che sono linee di comportamento per generazioni e generazioni) è intensa l’adesione al Signore; spesso li accompagna una pacata saggezza umana: Il corpo alla terra, l’anima a Dio, la roba a chi tocca. Inutile affannarsi troppo nelle cose umane: A chi gh’na no, Diu gh’ni manda, a chi non ne ha, Dio ne manda (Vogherese), Ün per l’oltro e Dio per tücc, l’uno per l’altro e Dio per tutti: l’importanza della solidarietà (Premana). Il discorso su Dio, oggi, è del tutto diverso. Solo pochi esempi. Se si prescinde dalla formula con cui Euler voleva dimostrare in modo matematico l’esistenza di Dio, ecco «la morte di Dio»: l’annuncia Nietzsche nella Gaja scienza (1882), il motto sarà prontamente recepito da molti esponenti del paradigma della secolarizzazione. Nell’uomo, si spiegava, si stava eclissando la fede in un essere superiore. In periodi più vicini ecco quel «bosone di Dio» di cui subito dopo il 4 luglio 2012 si impossessano giornali e tv. Esso fornisce indicazioni precise sull’origine della massa: è, in sé, il bosone di cui Higgs aveva ipotizzato

l’esistenza, ipotesi che le recenti ricerche del CERN hanno confermato. E fa riflettere l’addolorato annuncio sul «silenzio di Dio» di cui dice Giovanni Paolo II, in udienza generale, il 2 aprile 2003. di Ottavio Lurati*

Intanto, molti giovani (non tutti, è ovvio) non parlano di religione né sembrano cercare Dio. Nel loro linguaggio non trovi quasi mai un richiamo al sacro o alla religione, neppure intesa come dimensione culturale. In molti di loro traspare uno «sconforto» profondo. Parlando con giovani e ragazze sei colpito dalla quasi totale «assenza di speranza»: un vuoto che impressiona. Assediati come sono da tanti stimoli futili (certi modelli tv, le continue sollecitazioni consumistiche), molti vivono in tante incertezze che si sommano e finiscono per divenire smarrimento. Tra molti di loro, oggi, vien meno anche il parlarsi: stanno magari per ore immersi in un silenzio strano, che sa di isolatezza. Sono poche tra giovani le tracce di esperienze religiose, il «bisogno del sacro» è quasi nullo. Non è una critica, non è un’accusa, ma un’osservazione. In passato i proverbi costruivano molto su Dio: Non tentare il Signore!: risposta a chi pretende cose impossibili; Bisogna prendere quel che viene dalla mano di Dio: un invito a rimettersi alla sapienza di Dio (il tema della «mano di Dio» aveva forti radicamenti medievali, sia nella lingua sia nell’arte); El Signor el gh’è per tücc: tutti possiamo sperare in lui, Cul ca gh’è int i prà e i camp, l’è d’Idiu e di Santi: quando il grano è nei campi è di Dio e dei Santi, tutti ne posso* Ottavio Lurati, nato nel 1938, ha insegnato linguistica italiana all’Università di Basilea. È autore di dieci volumi e di oltre 200 articoli scientifici. Vive a Montagnola. Pubblicazioni recenti: «Nomi di luogo e di famiglie», Macchione Editore, Varese 2004; «Perché ci chiamiamo così: cognomi nella Lombardia e nella Svizzera italiana», Fondazione Ticino Nostro, Lugano 2008. «Dialoghi» lo ringrazia per avere accettato l’invito a contribuire a questo «dossier» sui prodromi e le cause di un fenomeno che sta alle spalle dell’attuale crisi dell’evangelizzazione.

no godere (Ispra). Argomentavano a Napoli: Dint’a n’ora Dio lavora: il Signore fa che nel giro di un’ora si avveri quanto non si è realizzato in tanti anni, mentre la siciliana qualifica privo di Dio suggellava la veridicità di un fatto o la volontà di mantenere una promessa: il richiamo ricorre sia in Pirandello sia in Sciascia; nella sua sinteticità era l’assumersi un impegno. Ci si appellava a Dio anche in motti che a noi appaiono enigmatici, come l’engadinese murdier, mendicare (da amur dieu, per l’amor di Dio, aiutatemi; cfr. i pauperes Christi medievali e lo spagnolo pordiosero, mendicante). E i nomi che la gente usava per richiamarsi a Dio?: Signore, Dio, ul Domineddio, quell sura i copp o quell sura i tecc, che è anche un modo delicato di rivolgersi al Signore scavalcando ogni intermediario: si stabilisce un rapporto diretto tra uomo e Dio. Già il Maggi deprecava: No pensà da i coppi in su: pensar solo alla vita terrena, al proprio profitto1. Ovvie le differenze con l’oggi. Certo, in vari gruppi e movimenti è netta la ripresa di stimoli religiosi, di interesse per il cristianesimo, lo sforzo verso una vita autentica, l’anelito (anche su un piano civile) al fare le cose bene e con passione. Sono gruppi «minoritari»: ma è utile per i cristiani riconoscersi minoritari. È uno stimolo importante: troppo a lungo abbiamo anelato ad essere maggioranza. Un tempo la famiglia cresceva in una naturale, non imposta, adesione che era insieme civile e religiosa: in modo naturale assorbivi la propensione al rispetto dell’altro e degli altri, la concordia, il bisogno religioso. Oggi spesso siamo allo stato zero o al passare (magari senza troppo riflettere) da una «religione» all’altra: un sincretismo diffuso; magari gli intenti sono buoni, ma talora sono sballati. Colpisce quanto sia diffusa la faciloneria (anche di persone in vista) del far anticamera da maghi o maghe e sensitive. Il venir meno della trasmissione di valori 1. Maggi 1985. 226. Infastidisce poi la ba-

nalità di quelli che, uscendo dall’osteria, concludono: emm pròpi mangiaa da Diu, il cibo era eccellente…


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religiosi (valori importanti anche per la società civile) rientra nel più vasto campo del venire meno dei rapporti tra genitori e figli, a sua volta un riflesso del continuo accentuarsi della «cesura intergenerazionale» che incide sulla continuità delle società civili e delle associazioni. Parecchi «laici» si preoccupano. Gian Luigi Beccaria non è una voce di parte. Osserva: «Nell’universo attuale dominato dall’effimero massmediatico, affidato a una parola «debole», passeggera, che usi e getti, quella della Chiesa e delle Scritture ha costituito una parola forte, di lunga, secolare tenuta»2. È davvero quanto mai necessaria la «nuova evangelizzazione» (cui nell’ottobre 2013 Papa Francesco riprendendo un’iniziativa di Benedetto XVI ha dedicato uno specifico sinodo). In questi termini, la richiesta di una «nuova evangelizzazione» circola per altro quanto meno dal 1994. Paghiamo anche certi modi con cui per decenni sono stati condotti molti seminari. Con infinite preclusioni che poi si riflettevano sui modi di essere parroco tra la gente. Certo, oggi molti parroci vanno verso una religione vicina alla gente, curano una religione che sia molto più vicina all’uomo (anche al divorziato, ecc.), mirano a un approccio all’uomo che sia molto meno subalterno alla forma (anche liturgica) e al rigorismo3. Ma le conseguenze di certi indirizzi imparati ai seminari permangono. Facciamo spesso storia della liturgia o del clero ma poco della gente. Sembra utile vedere anche come venissero vissuti certi momenti (poi «interiorizzati» nella parlata). La gente sentiva certi momenti della fede come trascinanti. Era ripiena di trasporto, di slancio: nascevano commenti quali: quello va in visibilio, si esalta, è in gloria. È ovvio: visibilio muove da visibilium (omnium) et invisibilium del Credo. E conoscerà una variante (secondaria 2. G. L. Beccaria, Sicuterat. Il latino di chi

non lo sa, Garzanti, Milano 2002, p. 168.

3. Certi fatti odierni inducono comunque a pensare: silenzio su Taizé, su David Maria Turoldo, sulle aperture che vengono da donne come la Zarri. Talora l’impressione è che certi preti conoscano poco Maritain, Teilhard de Chardin; altri evitano persino di parlare di Hans Küng. In molti sacerdoti poi c’è la sofferenza per un celibato che viene imposto e che è solo disposizione di una Curia romana, non certo di Cristo. Un celibato che esacerba la solitudine che assedia numerosi sacerdoti.

solo in chiave fonetica) che suona bisbiglio4 e che usiamo tuttora per dire una grande agitazione, un insieme di fatti negativi. Il visibilium del Credo ridotto a un chiacchiericcio diffuso (bisbiglio)! E si dovrebbero citare altri casi, come gli abitanti della Svizzera centrale che collocano Pilato, il travagliato giudice di Cristo, nel ghiaccio di un inferno non di profondità bensì laterale, situato in zone inaccessibili; sulla scia dei monaci di Engelberg, la qualifica è data al monte lucernese che tuttora diciamo Pilatus5. Il giuramento antimodernista La gerarchia di Roma è stata a lungo anti-. Solo qualche esempio: il giuramento antimodernista6 che Pio X promulga il 1. settembre 1910 e che in certe zone spagnole e italiane sarà imposto ai sacerdoti ancora attorno al 1970. Grande, e non da ieri, l’efficacia dei «gruppi biblici», delle Bibelgruppen germaniche e svizzere tedesche (poi anche romande). Ebbene, nella temperie del Sillabo si giunge a deprecarli quali «tendenze pericolose». Solo molto tardi, nel 1909, si crea un Istituto Biblico a Roma e solo nel 1917 la Sacra Scrittura diviene disciplina fondamentale da insegnarsi nei seminari. È straordinaria la ricchezza della Bibbia: ma quale ne è, nel primo Novecento, la lettura effettiva nei seminari? Era scarso il contatto concreto che con la Bibbia avevano i futuri parroci. Un 4. O. Lurati, Dizionario dei modi di dire, Garzanti Grandi Opere, Milano 2001, p. 10251028 (ora UTET Torino). 5. Intanto, dal tardo Cinquecento, risuona: ma che storie d’Egitto, nato per combattere le affermazioni visionarie ed ermetiche che si diffondono proprio in quei periodi e pretendono di provenire da antiche tradizioni dell’Egitto. Ancora: gh’è mia redenzio, non c’è rimedio, per dire ad esempio che il tizio di cui si parla non abbandonerà mai certi modi villani… Anche in Lombardia fioriva lo sfogo: A sum mia cristian da truval, non sono capace di trovarlo, non riesco a trovarlo, si lamentava uno: l’essere cristiano come capacità di fare e di realizzare le cose. 6. Con il Motu proprio Sacrorum antistitum, Pio X, il 1. settembre 1910, fissa la formula del «giuramento antimodernistico». Già il 17 aprile 1907 Pio X definisce il modernismo come il «compendio e il veleno di tutte le eresie». Forse, qualche lettore non ricorda come parecchie voci (riviste, periodici) del modernismo si radicassero nella Svizzera italiana. La «Revue moderniste internationale» si pubblica a Locarno tra il 1910 e il 1912. Vi è poi «Coenobium» e il forse meno conosciuto «Il Modernismo religioso in Italia», che esce a Mendrisio nel 1914.

rilievo particolare assumeva la meditazione (ma non biblica) fatta al mattino per mezz’ora. I libri di meditazione più diffusi erano le Massime eterne del redentorista Alfonso de Liguori e la Filotea di Francesco di Sales, l’Esercizio di perfezione del gesuita Alfonso Rodriguez e il Direttorio ascetico del gesuita Giovanni Scaramelli. Molto incisiva, poi, come ovvio, L’imitazione di Cristo. Nei seminari la «pietà» è a lungo segnata dal marchio del devozionalismo; una «pietà» che viene orientata in senso individualistico: scarsissime le proiezioni in chiave comunitaria. Impressiona «la povertà di respiro biblico-liturgico che caratterizza la spiritualità cattolica del sec. XIX» deve ammettere nel 1984 Marco Marcocchi7. In Italia e Spagna prevarranno i modelli istituzionali Anche su questo sfondo si capisce perché, in Italia e Spagna, nel «linguaggio religioso» poco venga dalla Bibbia. Chi osserva i biblismi che circolano sulla bocca di tedeschi (evangelici e cattolici) di mezza età e li confronti con quelli usati da italiani e italiane vede come essi siano molto più numerosi. Certo, sono biblismi ormai spenti: li si usa senza rendersene conto, fanno parte solo del vocabolario passivo. Comunque, in aree italiane e iberiche più che le parole evangeliche hanno pesato aspetti legati alla Chiesa come istituzione. Ecco nozioni venute su in periodi controriformistici quali l’italiano rispetto umano e lo spagnolo respecto humàno. Tali formulazioni si sono via via «connaturate» a queste culture da riuscire difficile tradurle in inglese, tedesco, svedese. Altro caso: appena si proclama l’infallibilità del Papa certa gerarchia arriva al punto di proporre il sacrificium intellectus. Designano in tal modo (sempre in latino) il fatto di rinunciare alle proprie convinzioni razionali a favore di un’indiscussa obbedienza al Papato. La «formula» sarà spesso utilizzata dopo il 1869-70, appunto per rafforzare l’adesione del clero al «dogma» dell’infallibilità papale. Ma quanto conta è il presente. Sono numerose le tendenze positive, comprese le forze che giungono da gruppi e movimenti. Li guida una ricerca di 7. M. Marcocchi, Seminari, facoltà teologiche e università, in Dizionario storico movimento cattolico, Genova, Marietti, 1984, vol. 1.1. p. 248-264.


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impegno e di autenticità, un’autenticità che vada al di là del formalismo (non solo liturgico) in cui si era talora caduti. Si passa da una religione prescritta a una religione vissuta: tanto più impegnativa ma quanto mai arricchente8. In dibattiti e incontri (personali e non) si odono molte cose: per parecchi cristiani quanto conta è la religione non la Chiesa come gerarchia; molte le richieste di rinnovamento: maggior sforzo per l’ecumenismo, rimozione (finalmente) del celibato imposto ai sacerdoti (quante le solitudini che 8. Un’osservazione su certo dubbio gusto: colpisce, nelle vetrine dei librai più diversi, l’abuso del nome di Bibbia. Una «bandella» di libreria annuncia: «Tom Knox, il maestro del thriller esoterico» e lancia l’ultimo libro di Tom Knox, La Bibbia dei morti, Longanesi, Milano 2012, pp. 375. Altro ricorso: Amanda Lind, Il vangelo dell’assassina, Milano, Longanesi 2010, ristampa 2012.

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anche un esterno coglie tra sacerdoti!), apertura (pur nella gradualità) al sacerdozio femminile9. Molti giovani deprecano certe chiusure, le ingiustizie verso la donna, che per secoli la gerarchia romana ha tenuto in un ruolo subalterno. La richiesta del sacerdozio femminile circola da almeno tre decenni. Essa è quanto mai fondata, legittima; va detto che il concetto circola tra laici e laiche sensibili e tra membri del clero aperto quanto meno dal 1975.

to, eliminato come le macerie da una ruspa»10. Certo, la situazione è grave. Ma pure vari gruppi di giovani sanno liberarsi dalle nebbie dell’effimero e del vivere alla giornata. Tornano alla religione, a Dio, a valori veri, al senso morale, all’ascolto degli altri, alla ricerca di assoluto. E la dimensione più autentica dei valori è pur sempre quella che li vede non declamati, bensì calati nella concretezza e nell’esistenza quotidiana11.

Parecchi «laici» si preoccupano dell’impoverimento che viviamo. Claudio Magris parla di un «cristianesimo che si sta volatilizzando (…) per la prima volta – osserva – dopo venti secoli, il cristianesimo potrebbe essere assorbito e dissolto, volatilizza-

10. C. Magris, La storia non è finita. Etica, politica, laicità, Garzanti, Milano 2006, p. 132. Il testo pubblicato in volume riprende un intervento sul «Corriere della Sera» del 13 febbraio 2001.

9. L. Scaraffia, G. Zarri, I. Ranzato, M. Turi, Donne e fede, Laterza, Roma 1994, pp. 552.

11. Altri materiali in: O. Lurati, La Bibbia e l’italiano che usiamo ogni giorno, in: P. Gibellini, Bibbia e letteratura italiana, Morcelliana, Brescia (il volume dovrebbe uscire nell’ottobre 2014).

In che senso la parrocchia può servire ancora Responsabilità da condividere e da comunicare È difficile tracciare i contorni di una futura pastorale parrocchiale in un contesto di nuova evangelizzazione e in una società ticinese che prosegue inesorabilmente nel processo di secolarizzazione, che si apre alla multiculturalità e che stenta a prendere le distanze da un periodo storico nel quale le ideologie si erano date battaglia. La crisi della parrocchia come istituzione credo sia da far risalire al fatto che per secoli la parrocchia è servita per «conservare» dei cristiani, con tutta una serie di pratiche di pietà, la preparazione ai sacramenti, le celebrazioni che occupavano le domeniche, il catechismo. Diventare cristiani era un automatismo, l’istituzione parrocchia organizzava tutti i servizi necessari perché fossero a disposizione dei credenti di quel territorio ben definito. La presenza capillare dei preti permetteva un’ampia offerta di servizi. Oggi alla parrocchia si chiede piuttosto di generare nuovi cristiani, di iniziare alla vita cristiana, perché diventare tali non si fa più grazie alla società tutta cristiana. Per svolgere questo compito di primo annuncio la struttura parrocchia come è stata pensata nel passato non è più idonea, deve reinventarsi. Ma stenta maledettamente a farlo. Per mostrare quanto il compito sia arduo prendo a prestito un’immagine

di fratel Enzo Biemmi, conosciuto catecheta italiano presidente del gruppo dei catecheti europei, il quale, parlando del cambiamento di prospettiva che le nostre comunità dovrebbero compiere diventando generatrici di cristiani, dice che il compito può di don Jean-Luc Farine parroco di Losone

essere paragonato alla ristrutturazione di una casa antica e molto invecchiata. Lavoro che non vuole essere di semplice recupero delle sue parti pregiate e antiche (la tradizione), ma vorrebbe rendere di nuovo abitabile l’edificio per gli inquilini di oggi. Il punto è che nel periodo della ristrutturazione nessuno vuole uscire e si occupano comunque gli spazi abitativi. Dovremmo quindi ripensare l’edificio-parrocchia con un progetto di restauro, non di demolizione, che può essere delicato e lungo. Ma i pochi irriducibili inquilini che lo abitano ancora non vogliono sentir parlare di ristrutturazione e la casa si dimostra sempre meno abitabile per gli uomini e le donne di oggi, che la evitano bellamente.

La comunità è ancora un valore Oso indicare come elemento cardine della questione il fatto che dovremmo tutti passare da una cristianità per tradizione, un cristianesimo sociologico, a una vita cristiana come scelta di una fede adulta. Non funziona più il «si è sempre fatto così» e neppure il dire: siamo cristiani perché tutto attorno respira di cristianesimo. Pensando alle nostre parrocchie, non voglio affrontare l’argomento da un punto di vista giuridico, pensando ad un gigantesco raggruppamento delle 255 parrocchie della diocesi di Lugano. Sono convinto però dell’urgenza pastorale di un ripensamento della presenza della Chiesa, con i suoi agenti pastorali, i suoi fedeli e la sua organizzazione, trasformando l’istituzione che noi tutti conosciamo ancora sotto il nome di «parrocchia» in una comunità di credenti «nuova», che offra alla società ticinese una proposta che dà un senso globale alla vita. Un tale aggiornamento è necessario non solo perché più di una parrocchia annaspa nella semplice contabilità, nella gestione dei luoghi di culto o nell’amministrazione dei beni. È indispensabile perché il Vangelo non finisce mai di interpellare le più svariate epoche dell’umanità e oggi i cristiani devono chiedersi come far risuonare l’annuncio del Vangelo


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Trento Lugano Como Bergamo Brescia Biella Sion Coira Novara Aosta Ivrea Milano

721 835 881 952 971 987 1’011 1’038 1’135 1’239 1’347 1’693

Parrocchie

Ma la Chiesa è anche una storia e resta il sacramento di salvezza. Che cosa salvare di tutta l’esperienza ecclesiale del passato riguardo al suo aspetto istituzionale? Il primo aspetto che credo fosse alla base del principio territoriale della parrocchia era la prossimità. Paesi come piccole entità umane che si autogestivano: con la scuola, il municipio, le sorgenti di acqua potabile, la piazza, il negozio e naturalmente la sua chiesa. Ci si conosceva, ci si frequentava e si promovevano iniziative comunitarie. L’appartenenza comunitaria legata al territorio oggi è in sostanza svanita. Si può abitare a Losone, lavorare a Lugano, andare in discoteca a Riazzino, a cena in Mesolcina e a fare shopping a Milano, i fine settimana a Parigi e le vacanze oltre oceano. Paradossalmente la comunicazione tra amici si è fatta cosa di un istante, in Facebook reagisco subito ai contatti, ma concretamente si fanno più distanti le occasioni per trovarci e fare davvero qualcosa assieme.

Un altro aspetto irrinunciabile pensando a un nuovo modello di comunità è la partecipazione di diversi agenti pastorali all’organizzazione e al funzionamento della nuova realtà comunitaria. Nella diocesi di Lugano abbiamo ancora un prete ogni 835 cristiani (dati del 2006): una situazione, per quanto riguarda i ministri ordinati, molto migliore di tutte le altre diocesi che ci stanno attorno (in Svizzera e nell’Italia del Nord) e che hanno caratteristiche geografiche simili alla nostra (valli con piccole comunità, piccoli centri, periferia). Non è necessario né auspicabile attendere la penuria di preti, che verrà comunque e che forse c’è sempre stata se pensiamo a un modello di Chiesa che fornisce servizi. È urgente ridare un vero ruolo ai laici nell’opera di evangelizzazione. Da subito è indispensabile che le nostre nuove comunità pastorali contino sull’apporto saggio e sensibile di cristiani che hanno a cuore il mandato ricevuto nel battesimo di portare al mondo il Vangelo. Ovvio che con loro sia indispensabile fare un cammino di formazione per diventare tutti «missionari» in quanto tutti proponiamo il Vangelo come

Anno

La comunità che non esiste più

La comunità da costruire

Fedeli per sacerdote

A questa conversione e cambiamento deve contribuire ogni cristiano battezzato che appartiene alla Chiesa locale, assumendo il proprio impegno missionario di annuncio, testimonianza e servizio verso gli altri in nome della sua fede. Un tempo la parrocchia era intesa come un territorio affidato ad un ministro ordinato per la «cura delle anime», un’attività spirituale che poteva spaziare anche in altri aspetti più «terreni», come l’educazione, la salute, il sostegno caritatevole, avendo come base una comunità di credenti. Oggi l’appartenere a una comunità locale come la parrocchia o mondiale come può essere la Chiesa, dovrebbe coinvolgere tutti, pastori e fedeli. Invece non è una preoccupazione diffusa. Si può vivere senza comunità di riferimento. Anzi, delle proprie convinzione religiose pochi altri dovrebbero sapere, perché la religione appartiene alla più intima sfera personale, non è qualcosa da mettere in piazza.

In questa nuova mobilità umana, la prossimità deve poter continuare a svolgere la sua funzione di incontro tra persone che si comunicano un affetto, una stima, cercano complicità di attività e di gioia. Una prossimità ispirata dalla parabola del Buon Samaritano, che si è fatto attento e vicino a uno che sulla strada era incappato in una brutta avventura. Ritrovare il gusto delle relazioni umane, vissute in una rete di conoscenze sul territorio che ci aiutano a combattere l’isolamento.

Diocesi

in modo udibile e comprensibile dalle persone che compongono la società di oggi, in modo particolare in Ticino. A una Chiesa semper reformanda spetta il compito di leggere la realtà del momento e di dare risposte concrete, suscitando luoghi dove continuare a proporre l’incontro con Gesù Cristo e il cristianesimo possa continuare a essere uno strumento che annuncia e trasmette il Vangelo.

2010 452 2006 256 2006 360 2012 389 2012 473 2012 114 2010 158 2006 308 2010 346 2012 93 2006 141 2009 1’107

ispiratore di vita. Da qui la necessità di allargare gli orizzonti della semplice comunità parrocchiale tradizionale, dove per evidenti motivi di anagrafe e di numeri non è possibile trovare tutte le risorse umane necessarie a questo rilancio. Occorre un ridispiegamento delle iniziative e delle forze in gioco: che siano più regionali, o zonali, secondo un termine già usata dai vescovi di Lugano per parlare della riorganizzazione delle parrocchie. Laici e preti siamo chiamati a una coraggiosa conversione della nostra presenza sul territorio e della nostra voglia e capacità di comunicare la fede che è in noi. Il testo ispiratore della lettera di papa Francesco «Il vangelo della gioia» è quel documento finale della riunione dei vescovi latinoamericani organizzata ad Aparecida in Brasile nel 2007. Il rilancio della Chiesa era indicato proprio nel fare dei cristiani nuovi discepoli missionari, in un contesto di corresponsabilità e di rinnovo delle strutture esistenti, uscendo verso le periferie del mondo. Non esiste un altro «oggi» Un ultimo aspetto che mi sembra importante. Come la struttura-Chiesa deve imparare ad abitare il nuovo spazio di oggi, così deve riapprendere a vivere il tempo di oggi, che è quello che Dio ci dà. Inutili sono i rimpianti sul tempo passato, inutili i lamenti sulla situazione che viviamo, come fosse una grande catastrofe. La realtà della società di oggi è il frutto comunque di duemila anni di storia cristiana, e quindi una certa responsabilità l’abbiamo tutti per le cose come vanno oggi. Ma «oggi» è il luogo nel quale la parola di Dio risuona e continua ad agire. A noi non è chiesto di vivere in un’altra epoca o di esigerne il cambiamento prima di proporre il Vangelo. L’ora è adesso, la Chiesa di oggi per il mondo odierno, perché non ce n’è un altro. Il cantiere che si apre non si potrà affidarlo solamente a qualche isolato pioniere che porti avanti la sperimentazione con carisma e determinazione. È necessario che tutta la Chiesa locale, nella fattispecie la nostra Chiesa che è a Lugano, faccia una seria riflessione pastorale e, facendo tesoro delle molte iniziative che in tutte le diocesi del mondo si portano avanti, proponga un cammino concreto di rinnovamento delle comunità parrocchiali. Creando pure in diocesi un «osservatorio» che monitori il cantiere e ne segua gli orientamenti con un’adeguata riflessione teologica.


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De minimis sulle celebrazioni (e sulla dittatura del foglietto)

Il 7 marzo 2015 saranno cinquant’anni da una data che i pionieri della riforma liturgica ricorderanno con commozione: per quella prima domenica di Quaresima fu infatti concesso – ad experimentum – di celebrare la messa tutta in italiano: con i testi a disposizione, una parte dei quali (mancava per es. una Preghiera Eucaristica approvata) preparati per la sola diocesi di Lugano da persone che vi lavoravano da due decenni: primo fra tutti don Lui­ gi Agustoni. Uno sguardo all’indietro permette di constatare che l’impostazione della riforma era giusta e quasi tutte corrette le scelte allora adottate. La riforma, poi, fu accettata dal «popolo cristiano»; la resistenza, animata da poche decine di persone fedeli a un passato che idealizzavano, rimase isolata. In sede di primo bilancio, il positivo prevale dunque sul negativo. Ma l’insidia dell’abitudine e il ritorno di atteggiamenti anacronistici pone oggi l’esigenza di una verifica. Il messale «normativo» di Paolo VI (1969) appare in generale applicato in modo meccanico, poco riflettuto. Una cattiva abitudine, ereditata dallo stile autoritario con cui nel passato si governava la Chiesa, consiste nel ritenere che l’alternativa sia sempre solo tra «obbligatorio» e «proibito». In verità, il messale dovrebbe essere «normativo» soprattutto per le celebrazioni esemplari presiedute dal vescovo, dove si è disposti ad accettare i tempi lunghi, le azioni cerimoniali prolungate, i silenzi e i momenti di ascolto musicale (e persino le candele e l’incenso…) perché tutto è, o dovrebbe essere, pensato e preparato per quel contesto. Ma in una messa estiva al campo scaut non solo le candele sono un assurdo, ma anche le letture bibliche potrebbero essere ridotte a due, o una sola (il Vangelo), purché da quella sola chi fa l’omelia possa trarre spunto…. C’è chi lo fa, dei presbiteri celebranti, ma è guardato con sospetto da chi si porta dietro… il messalino. Sbaglia chi teme una mancanza di rispetto nei confronti della Sacra Scrittura! Tutta la liturgia è scelta e selezione, persino certi salmi non si pregano mai: il fine è pedagogico. La disponibilità di un numero maggiore di letture rispetto al vecchio rito è un bel regalo fatto dalla riforma alle comunità celebranti: ma da alcuni questa ricchezza è stata

interpretata con una mentalità non pastorale ma «archeologica». Un problema quasi inestricabile è rappresentato dal Salmo interlezionale. Il Nuovo Lezionario CEI in lingua italiana ha recepito quasi tutte le proposte di revisione degli esperti, in generale per uno scrupolo di adesione al testo masoretico: ma non si è tenuto in alcun conto che per essere cantati i versetti devono avere un minimo di coerenza tra loro, circa la lunghezza, gli accenti e così via. La versione cosiddetta di Gelineau («XXX Salmi e un cantico», ed. EDB), molto usata nelle nostre parrocchie subito dopo la riforma, anche se qualche libertà con il testo la prendeva, era perlomeno cantabile e memorizzabile. Dal punto di vista pastorale, a me parrebbe meglio usare ancora quella versione, preferendola in ogni caso all’imbarazzata recitazione che oggi prevale in molte parrocchie. Ancora una volta: non è proibito quel che non è obbligatorio! Quando recitiamo il «Credo nicenocostantinopolitano» in una liturgia ecumenica, riflettendo che quel testo ci unisce a tutti i fratelli di fede del primo millennio, ci possiamo addirittura commuovere. Ripeterlo di domenica in domenica solo perché «è prescritto» vuol dire sopportare la noia di un esercizio mnemonico. Ci sono testi altrettanto densi ma più semplici a disposizione, come il cosiddetto «credo degli Apostoli» («Lodate Dio» n. 9). Incongruente è che dei «laici» vadano all’ambone a leggere una «Preghiera dei fedeli» buona per tutte le località e tutte le situazioni: quella che si trova sui foglietti ideati, in linea di principio, per i non-udenti o perché siano portati a casa per aiutare a riflettere su quel che si è celebrato… So anch’io che l’Oratio fidelium antica, che la riforma liturgica ha ripristinato, non era certo redatta dai fedeli (la definizione deriva dal punto in cui soltanto i battezzati, i «fedeli», potevano rimanere in chiesa a celebrare l’eucarestia). La sua struttura (prima la gerarchia, poi i laici: ma la Lumen gentium ha un’altra logica!) dipende dal modello che l’ha ispirata: le Orationes solemnae del Venerdì Santo. Ma stiamo facendo archeologia? L’idea alla base di quel ripristino era di suscitare intenzioni di preghiera «libere» o di circostanza (e così funziona in gruppi relativamente ristret-

ti). Se «i fedeli» non hanno niente da proporre, invece di imporre al parroco l’ennesima corvée o di leggerla dai foglietti, la si lasci via: di intenzioni di preghiera il messale già abbonda. Il modo corrente di stare durante la Preghiera Eucaristica ha determinato un’assurdità. Fedeli in ginocchio (dove i banchi lo consentono) per tutta la prima parte, fino e compreso il racconto dell’istituzione, poi tutti (o quasi) si alzano… perché è scomodo stare inginocchiati fino al Padre Nostro. Ma la P.E. è una dal principio alla fine e vi è un parallelismo da rispettare, tra l’invocazione dello Spirito sul pane e sul vino (prima epíclesi), che si fa prima del racconto dell’istituzione, e l’invocazione dello Spirito sull’assemblea (seconda epíclesi) che viene dopo il racconto. Saggiamente, il Concilio di Nicea, nel suo ultimo cànone, prescriveva che si stesse in piedi durante tutta la Preghiera eucaristica, almeno nel tempo pasquale. In Cattedrale, a Lugano, subito dopo la riforma, il parroco aveva abolito il saluto di pace a una certa messa d’orario perché alcuni gli avevano fatto presente che non la gradivano, ma non volevano passare per disubbidienti. In generale, ora, il gesto è apprezzato ed eseguito con ordine e spontaneità. Ma «a che punto» s’aveva da mettere, questo saluto, è Papa Montini che lo dovette decidere, e a mio parere scelse male. Meglio gli ambrosiani, che lo scambiano prima «di offrire i vostri doni all’altare» (Mt 5, 20-26). A volte il vescovo Grampa (che per metà era ambrosiano) lo riportava lì: l’avranno denunciato a Roma? Si potrebbe dire ancora dell’interpretazione minimalista subentrata ad alcune aperture importanti della riforma: per esempio, la comunione con il pane e con il vino, che ora neppure la sera del Giovedì Santo in molte parrocchie si fa più, perché è complicata da organizzare… L’intenzione di questo breve scritto era solo di sottolineare alcune incongruenze vistose che la «dittatura del foglietto» presenta nelle celebrazioni ordinarie. A chi non va più in chiesa, o non ci è andato mai, il discorso sarà parso un po’ astruso e formalista. Ma oggi ancora molte migliaia di persone frequentano la messa domenicale e sono per questo solo fatto degne di rispetto. E.M.


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«Essere uomini, prima che cristiani» Una testimonianza su p. Callisto Caldelari Gli amici di «Dialoghi» mi chiedono di riferire qualche pensiero su un rapporto e un’amicizia che per la mia famiglia durano da cinquant’anni. Lo faccio citando qualche aneddoto, che potrebbe servire a quelli che non hanno vissuto quei tempi a capire qualcosa in più della personalità di padre Callisto e delle condizioni ecclesiali in cui si è mosso per parecchi decenni. Il mio primo contatto con p. Callisto risale alla prima metà degli anni Sessanta. Assistente dell’Azione Cattolica femminile, la casa di Via Nassa 66 funziona come luogo d’incontro, mia moglie Daniela prende parte a un ritiro insieme a un gruppo di «signorine», la maggior parte pensa al matrimonio e p. Callisto ne fa oggetto dell’incontro. All’ora del pranzo le signorine vanno nella sala da pranzo e le suore mettono p. Callisto in una saletta da solo. Lui esce, chiama Daniela e le dice: «Prendi il piatto e vieni qui con me, non ho intenzione di mangiare da solo». La conversazione va subito al sodo: non si può continuare a parlare di preparazione al matrimonio con la sola metà femminile della coppia! Si tratta quindi di coinvolgermi, di trovare altre coppie di «fidanzati» (così si chiamavano allora), per vedere come affrontare il discorso sul matrimonio. Il primo incontro avviene il Lunedì di Pasqua del 1965 al Bigorio, con cinque o sei coppie, di cui non ricordo tutti i nomi. Di certo ci sono Miriam e Pierre Borella, Enrico e Serenella Pedrazzoli, Gabriella e Giuseppe Pescia… L’incontro avviene nel piazzale antistante la chiesa, la clausura impedendo di entrare in convento a metà dei convenuti. Anche se tutti cattolici praticanti, l’impostazione è fuori dagli schemi tradizionali: per usare il linguaggio di Bonhoeffer, ci si occupa prima delle realtà penultime, poi delle ultime. Il matrimonio è anzitutto una realtà terrena (penultima, appunto), immerso nelle realtà dell’uomo e del creato, che sono bene/buone anche dal punto di vista teologico. Le implicazioni sessuali, psicologiche, sociali, giuridiche ed anche economiche chiedono di essere adeguatamente considerate nella preparazione. Su premesse solide in questi ambiti, si inserisce il discorso sacramentale (le realtà ultime). Questo approccio, per la parte delle realtà penultime, suscita

l’interesse di altre coppie al di fuori dei cattolici praticanti, amici di queste ultime o conoscenti di p. Callisto. La cerchia si allarga. Diventato provinciale dei Cappuccini, p. Callisto toglie la clausura al Convento del Bigorio e pone mano al restauro dello stesso, per trasformarlo in centro d’incontri e seminari. Intanto, i «fidanzati» si sposano e cominciano a nascere i figli; interessano perciò i problemi dell’educazione. Si coinvolgono anche coppie meno giovani. Si allarga ulteriormente il tema, toccando le condizioni socio-economiche della famiglia e quindi la politica familiare. È la nascita di «comunità familiare» come movimento, ovvero senza alcuna struttura formale. di Fulvio Caccia

La dinamica e le attività si moltiplicano e non passano inosservate, tanto che un benefattore offre a p. Callisto una casa a Deggio, a sostegno delle attività. L’accettazione del dono obbliga il movimento a darsi una personalità giuridica, per poter assumere la proprietà. Questa formalizzazione risulta anche indispensabile per l’apertura del Consultorio familiare a Lugano e Bellinzona. Non senza tormentate discussioni, nel 1971 si costituisce l’Associazione Comunità familiare. In parallelo cresce il dibattito sull’obiezione di coscienza, sul quale p. Callisto s’impegna, a difesa della dignità degli obiettori. Le Diocesi svizzere stanno preparando il Sinodo ’72. Nella nostra Diocesi, la commissione preparatoria sul tema del matrimonio diventa il punto focale dell’interesse della parte cattolica di Comunità familiare, con p. Callisto in testa. L’approccio descritto sopra – le realtà penultime che vengono prime delle ultime – è motivo di dibattito e di divergenze. Anche il tema dell’obiezione di coscienza lo è. L’apertura dei due consultori familiari risponde alla scelta di impegnarsi a fondo sulle realtà penultime nell’ambito del matrimonio e contemporaneamente impone, di fronte a scelte delicate come quelle dell’aborto, di far maturare ulteriormente la considerazione della centralità dell’uomo, del rispetto delle sue scelte, della sua libertà. Questo atteggiamento fa di p.

Callisto un interlocutore per le più disparate cerchie di persone, verso le quali egli dimostra una disponibilità che ha sorpassato i limiti della responsabilità verso la sua salute: egli davvero ha vissuto intensamente con e per gli altri. La scelta di assumere la «quasi-parrocchia» del Sacro Cuore a Bellinzona e di crearvi una comunità assai singolare nel panorama ticinese è stata l’occasione di innovare pastoralmente, senza diminuire le altre attività extra-parrocchiali. Risulta allargato di molto l’impatto territoriale, anche per l’afflusso di «migranti» provenienti da altre parrocchie. In particolare, continua l’organizzazione di corsi di preparazione al matrimonio, senza legame esclusivo al territorio parrocchiale e sempre ben frequentati. Con quanto detto, qualcuno potrebbe pensare di aver passato in rassegna cinquant’anni vissuti in un paese e una diocesi dove hanno sempre regnato condizioni ideali per sviluppare nuove idee e realizzare nuove iniziative! In realtà il percorso è stato disseminato di conflitti piccoli e grandi, seri e ridicoli, pubblici e non, con una parte del mondo cattolico. All’inizio dei corsi per fidanzati al Bigorio ci fu una visita di controllo che constatò una carenza inammissibile: mancava una chiusura a chiave fra la parte in cui dormivano le fidanzate e quella dei fidanzati. Per fortuna p. Callisto era sottratto all’autorità del vescovo in quanto cappuccino e i corsi non erano dell’Azione Cattolica, le conseguenze si limitarono quindi a malumori e maldicenze. Il peso dato agli aspetti umani del matrimonio, come premessa per il sacramento, fu lungamente oggetto di censura. Il fatto poi di ammettere ai corsi persone areligiose era considerata una conferma dell’interesse insufficiente per gli aspetti religiosi. Avendo acquisito notorietà per queste attività legate alla preparazione del matrimonio e alle questioni familiari, p. Callisto si vedeva confrontato con genitori che gli chiedevano di convincere i figli a celebrare matrimoni «riparatori». Il fatto di verificare anzitutto l’esistenza delle premesse «penultime», e di sconsigliare il matrimonio in mancanza di esse, fu motivo regolare di conflitti. Appoggiarsi inizialmente


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al teologo tedesco Bernhard Häring nel campo della morale sessuale era pure motivo di critica. La linea del consultorio (rispetto profondo delle convinzioni e della libertà di scelta di chi vi ricorreva, anche sull’aborto) fu motivo di polemiche pubbliche, dirette anche personalmente contro p. Callisto. Pari sorte gli toccò in relazione al tema dell’obiezione di coscienza. Lo svolgimento del Sinodo ’72 fu accompagnato da polemiche aperte e sotterranee. Dal punto di vista personale e familiare, quello del Sinodo fu per me il momento di più intensa collaborazione con p. Callisto. Rimane il ricordo di un processo per il quale è valso la pena di impegnarsi, anche se i risultati sono finiti nel cassetto delle pendenze inevase. Ripensando a questi cinquant’anni con p. Callisto non posso fare a meno di pensare a Bonhoeffer, che ho citato in ingresso, anche se è chiaro che p. Callisto allora non l’aveva letto (a causa della lingua: le prime traduzioni in italiano furono pubblicate nel 1969). La sua cura dei contatti con persone non religiose e i rapporti di stima che ne nascevano, fondati sull’affermazione del primato delle realtà terrene, dell’uomo prima di tutto uomo e poi semmai cristiano, hanno qualcosa in comune con l’intuizione di Bonhoeffer di un cristianesimo non-religioso. All’inizio dell’estate mi sono soffermato con lui su questo tema, avendogli portato il libro di Lessing «Nathan il saggio» (libro che meriterebbe di essere letto nella Svizzera e nel Ticino attuale). Gli ho letto una parte di dialogo, dove il saggio ebreo Nathan si rivolge al Templare con queste parole: «Disprezzate il mio popolo, se volete. Né voi né io abbiamo scelto il nostro popolo. Noi siamo il nostro popolo? Cosa vuol dire popolo? I cristiani e gli ebrei sono cristiani o ebrei prima che uomini? Ah, se in voi trovassi un altro uomo al quale è sufficiente chiamarsi uomo!». Il Templare gli risponde: «Sì, per Dio! Eccolo, Nathan! Eccolo! – La vostra mano! – Mi vergogno se prima vi ho misconosciuto». E così ci siamo stretti la mano per la penultima volta! Nota della redazione: P. Callisto a «Dialoghi». Nel lontano 1964, dal 31 luglio al 2 agosto, il gruppo dei «gazzadiani» (non si chiamava ancora di «Dialoghi») scelse «La famiglia» come tema del suo abituale Incontro estivo, svoltosi dal 31 luglio al 2 agosto al Centro «Russia Cristiana» di Seriate (BG). Tenne le lezioni il milanese don Giovanni Battista Guzzetti, le meditazioni erano affidate al giovane cappuccino p. Callisto Caldelari.

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Parole di papa

«A

nche tanti pensatori nella Chiesa sono stati perseguitati. lo penso a uno, adesso, in questo momento, non tanto lontano da noi, un uomo di buona volontà, un profeta davvero, che con i suoi libri rimproverava la Chiesa di allontanarsi dalla strada del Signore. Subito è stato richiamato, i suoi libri sono andati all’Indice, gli hanno tolto le cattedre e quest’uomo così finisce la sua vita: non tanto tempo fa. È passato il tempo ed oggi è beato! Ma come: ieri era un eretico e oggi è un beato? È che ieri quelli che avevano il potere volevano silenziarlo, perché non piaceva quello che diceva. Oggi la Chiesa, che grazie a Dio sa pentirsi, dice: “No, quest’uomo è buono!”. Di più, è sulla strada della santità: è un beato!». Il riferimento probabile è al filosofo Antonio Rosmini (dall’omelia in Santa Marta, 4 aprile).

«S

e per caso vi capita di cadere in errore, di fare una gaffe, questo passa! Forse vi arriverà una lettera della CdF (Congregazione per la dottrina della Fede, già Sant’Ufficio), osservando che avete detto tale o talaltra cosa… ma voi non preoccupatevi. Spiegate quello che dovete spiegare, ma andate avanti… aprite le porte, agite lì dove la vita chiama. Preferisco una Chiesa che sbaglia facendo, ad una che si ammala perché rimane chiusa». (ai religiosi del continente latinoamericano, 6 giugno 2013).

«F

in dai primi tempi della Chiesa esiste la tentazione di intendere la dottrina in un senso ideologico o di ridurla ad un insieme di teorie astratte e cristallizzate […] di appropriarci dei doni della salvezza che viene da Dio. per addomesticarli, magari anche con buona intenzione. E questa è una tentazione che si ripete continuamente […]. In realtà la dottrina ha l’unico scopo di servire la vita del popolo di Dio e intende assicurare alla nostra fede un fondamento certo […]. Prendersi cura dell’integrità della fede è il compito molto delicato che vi è affidato» (ai partecipanti alla plenaria della Congregazione per la dottrina della fede, 31 gennaio 2014).

P

apa Francesco denuncia gli «arrampicatori», gli «arrivisti nella Chiesa», ai quali consiglia di fare dell’alpinismo, e gli «affaristi», «che si presentano come benefattori della Chiesa ma raccolgono molti soldi e non sempre puliti» (APIC, 5.5.2014).

«C

ome Pastori, dobbiamo rifuggire da tentazioni che diversamente ci sfigurano: la gestione personalistica del tempo, quasi potesse esserci un benessere a prescindere da quello delle nostre comunità; le chiacchiere, le mezze verità che diventano bugie, la litania delle lamentele che tradisce intime delusioni; la durezza di chi giudica senza coinvolgersi e il lassismo di quanti accondiscendono senza farsi carico dell’altro. Ancora: il rodersi della gelosia, l’accecamento indotto dall’invidia, l’ambizione che genera correnti, consorterie, settarismo: quant’è vuoto il cielo di chi è ossessionato da se stesso… E, poi, il ripiegamento che va a cercare nelle forme del passato le sicurezze perdute; e la pretesa di quanti vorrebbero difendere l’unità negando le diversità, umiliando così i doni con cui Dio continua a rendere giovane e bella la sua Chiesa» (dal discorso ai vescovi italiani, «Giornale del Popolo», 24 maggio 2014).

«I

n questo momento, si scartano i giovani, e questo è gravissimo: è gravissimo. Questo significa che c’è tutta una generazione di «ni-ni»: né studiano, né lavorano, e questo è gravissimo! Si scarta una generazione di giovani. Per me, questa cultura dello scarto è gravissima. Ma questo non è soltanto in Europa, è un po’ dappertutto, ma in Europa si sente forte. E questo è tragico. È un momento difficile, è un sistema economico inumano. lo non ho avuto paura di scrivere nell’esortazione Evangelii gaudium: questo sistema economico uccide» (dal colloquio coi giornalisti, ritornando in aereo dalla Terra Santa, 26 maggio 2014).

«Il

loro sangue sia seme di pace» (per le tre suore assassinate in Burundi: dalla stampa, 9 settembre 2014).


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Chiesa e situazioni matrimoniali complesse Una «Sintesi propositiva» all’attenzione del Sinodo A Bologna, il 13 settembre, si è svolto un convegno dal titolo «Separati, divorziati, risposati», organizzato dall’Associazione Viandanti. Fondata nel 2010, con sede a Parma, Viandanti è un’iniziativa di laici cattolici, «che vogliono prendere pienamente coscienza della dignità e responsabilità che derivano dal Battesimo (…) ritengono urgente superare un’identità passiva (…), sono convinti che nella Chiesa [come afferma il Concilio] “vige fra tutti una vera uguaglianza” (…), credono che la comunione ecclesiale non possa che trarre vantaggio da un laicato capace di contributi qualificati e di libertà di parola». I Viandanti hanno promosso una Rete (www.viandanti.org) alla quale ha aderito anche «Dialoghi». Al convegno,

cui hanno partecipato sacerdoti e laici e alcuni vescovi, ha fatto seguito la trasmissione di una «Sintesi propositiva» alla Segreteria del Sinodo dei vescovi che il Papa ha aperto il 5 ottobre sul tema della famiglia. La sintesi raccoglie i passaggi principali delle quattro relazioni del Convegno e un elenco di questioni proposte negli interventi dei partecipanti. «Dialoghi» – che nel numero 230 (febbraio 2014) ha pubblicato un’ampia riflessione sul tema insieme con i risultati del sondaggio d’opinione promosso anche dai vescovi svizzeri – lo riproduce qui quasi per intero, perché contribuisca anche nella nostra Diocesi alla discussione su un tema avvertito come drammatico e urgente.

In rapporto con la testimonianza biblica 1. Non è mai la legge che determina l’agire di Dio Se il rapporto con la testimonianza biblica si risolve solo nella ricerca di leggi probabilmente si entra in un dibattito infinito – come mostra il fatto che le diverse Chiese hanno ricavato prassi e norme diverse proprio dalla stessa Bibbia – e si ricade in una casistica di tipo rabbinico. Si può osservare, come mostrano Matteo e Paolo, che già le prime generazioni cristiane hanno dovuto trovare degli equilibri tra la prospettiva evangelica, che è la salvezza degli uomini, e una norma che, se intesa in senso giuridico, può portare a chiudere la porta della salvezza forse in modo irreparabile. Sarebbe invece da prendere sul serio il fatto che non è mai la legge che determina l’agire di Dio, bensì il suo amore per l’umanità e il creato. 2. Attenzione al dinamismo della conversione È opportuno tener presente che la vicenda matrimoniale di Dio (e del Cristo) non si consuma in un archetipo (cfr. le ierogamie), ma in un processo storico e dinamico che coinvolge ogni generazione, anche se è popolo o Chiesa. Quando Dio sceglie questo partner ne conosce la fallibilità, ma non lo abbandona a se stesso quando sbaglia e Gesù non condanna neppure l’adultera! Alla luce di questo, la pastorale matrimoniale potrebbe insistere su un processo al cui centro sta il dinamismo della conversione e che non è

mai attuato pienamente nell’arco di un’esistenza. 3. Correre il rischio del discernimento del pastore È doveroso essere consapevoli della distanza che intercorre tra noi e la testimonianza biblica, tenendo conto di come si giungeva al matrimonio e di quale valenza sociale esso assumeva. Vivere in una società post-cristiana – per usare uno dei tanti modelli di lettura della contemporaneità – richiede di prendere sul serio le indicazioni di Paolo in 1Cor 7, allorché deve trat-

tare le problematiche matrimoniali, non più solo guardando a degli ebrei ma anche a convertiti provenienti dal mondo pagano: Paolo conosce la parola del Signore, ma non si accontenta di ripeterla meccanicamente, poiché di fronte alla nuova situazione di partner convertiti, che devono convivere con chi non ha abbracciato la fede, egli rischia il discernimento del pastore: «io Paolo dico…». Lo Spirito soffiava al tempo di Paolo ma anche oggi, e chiede a un popolo di Dio, al quale il Concilio ha riconfermato il sensus fidelium, di interrogarsi su alcune prassi che rischiano di impedire in modo definitivo a qualcuno la piena appartenenza al Corpo di Cristo.

A confronto con la storicità dell’esperienza umana 1. Norme aperte al cammino di conversione L’indissolubilità, di cui parlano i vangeli sinottici, e in particolare Mt 19, 3-9 non va interpretata – come peraltro suggeriscono oggi molti esegeti – come un dispositivo giuridico con carattere di assolutezza, ma come il rinvio a un archetipo (l’«in principio»), che indica una via da percorrere nella prospettiva di una costante tensione al futuro. Non si tratta dunque di una norma-precetto, cioè di una norma chiusa, che obbliga alla piena esecuzione di quanto viene proposto, ma di una norma escatologico-profetica, dunque di una norma

aperta, che delinea un ideale di perfezione e che impegna il credente a un cammino di costante conversione. La conferma della bontà di questa interpretazione viene, anzitutto, dal fatto che la stessa norma è presente nel discorso della montagna (Mt 5, 31-32), dove è chiara la prospettiva escatologico-profetica; e, in secondo luogo, dalla considerazione che, all’interno della comunità apostolica, si assiste a forme di mediazione – si pensi soltanto al caso della porneia e al privilegio paolino – che evidenziano l’esigenza di affrontare, sul piano giuridico-pastorale, alcune situazioni particolari, facendo eccezione al dettato della norma.


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2. Uno sguardo antropologico e psicologico sull’esperienza umana Sul piano antropologico (e psicologico) è difficile pensare a una indissolubilità assoluta, se si tiene in considerazione che anche le cosiddette scelte irrevocabili sono sempre – come osservava già a suo tempo acutamente Tommaso d’Aquino – scelte de se ipso toto, sed non totaliter, nelle quali cioè la persona intende coinvolgersi con tutta se stessa, ma che non comportano di fatto la possibilità di un coinvolgimento totale. Tali scelte avvengono infatti in un tempo e in uno spazio cir-

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coscritti nei quali la persona non può prevedere né tanto meno padroneggiare ciò che avverrà in seguito. La storicità propria dell’esperienza umana, la quale comporta il continuo mutamento delle persone e delle relazioni, fa sì che, anche le scelte fatte con le migliori intenzioni e con vero senso di responsabilità, possano nel corso del tempo incrinarsi fino a venir meno. La vera fedeltà non è dunque ripetitiva, ma creativa; comporta la capacità di rinnovare continuamente il rapporto, vincendo le tentazioni e le resistenze, che nella vita a due inevitabilmente affiorano.

In aiuto con la forza dei sacramenti1 1. La «domanda di comunione» non è domanda di un diritto individuale La domanda sulla «comunione ai fedeli divorziati risposati» potrebbe essere una domanda mal posta, se restasse chiusa in una comprensione distorta del rapporto tra soggetto cristiano e comunione ecclesiale. La domanda di «comunione» non può essere affrontata anzitutto con un criterio giuridico individuale. Se riduciamo la «domanda di comunione» ad una domanda di diritti individuali, neghiamo in partenza il problema che la Chiesa deve affrontare. Nel rispondere alla questione dobbiamo ricordare che «la domanda di comunione» può trovare risposta solo in una esperienza di comunione. È la «nuova comunione di vita» ad essere in gioco per l’esperienza ecclesiale. Una risposta in termini di «diritti del soggetto» sarebbe un modo di aggirare la questione. A questo conduce la nuova coscienza ecclesiale della celebrazione eucaristica e del rito di comunione. Negli ultimi 200 anni, infatti, non sono cambiate solo le forme della vita matrimoniale, ma anche le forme della comunione sacramentale. 2. Ripensare profondamente la dottrina e la disciplina Il tema del prossimo Sinodo dei Vescovi non riguarda anzitutto le «patologie» matrimoniali, ma è chiaro che la bontà delle categorie che interpretano la fisiologia del matrimonio cristiano – il suo fiorire e il suo dare buona testimonianza – sono messe a dura prova nel momento in cui debbono affrontare le crisi e le con-

dizioni problematiche della vita dei cristiani separati, divorziati e risposati. L’occasione della prossima Assemblea dei Vescovi è propizia ad un profondo ripensamento del Vangelo del Matrimonio, che sappia tradurre le categorie fondamentali con cui la tradizione cattolica pensa, sperimenta ed esprime il dono di grazia nella vita degli sposi e delle famiglie. Come ha detto bene mons. Bruno Forte, nella presentazione ufficiale dell’Instrumentum Laboris, non è in gioco un «divorzio cattolico», ma una dottrina e una disciplina del matrimonio che sappia pensare con finezza, profondità e coraggio il grande cambiamento che ha riguardato la vita degli uomini e delle donne negli ultimi due secoli. 3. Il compito di tradurre nell’oggi la «sostanza dell’antica dottrina» Di fronte a questi cambiamenti continuare a ragionare soltanto con le categorie di «validità» e di «nullità», di «consenso» e di «consumazione» e limitarsi a tradurre il dono positivo con una «negazione di negazioni» come «indissolubilità» costituiscono un grave peccato di omissione, da parte della Chiesa e in particolare dei teologi. In tal modo essi diventano, talora inconsapevolmente, «teologi di corte», perché ripetono una dottrina che non è più capace di interpretare la vita, i senti1. «La domanda se i divorziati possano fare la Comunione dovrebbe essere capovolta. Come può la Chiesa arrivare in aiuto con la forza dei sacramenti a chi ha situazioni familiari complesse?» Carlo Maria Martini. Dall’intervista di P. G. Sporschill e Federica Radice al Cardinale (agosto 2012), apparsa sul «Corriere della Sera» il 1. settembre 2012 con il titolo «Chiesa indietro di 200 anni».

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menti, le speranze e le sofferenze degli uomini e delle donne contemporanei. La Chiesa deve «saper tradurre». Questo è il suo compito. E nel farlo deve restare certa che la «sostanza della antica dottrina» può e deve assumere altri e nuovi rivestimenti, se vuole restare se stessa. Questo progetto conciliare, che ha ispirato il disegno e lo svolgimento del Vaticano II, diventa oggi non solo una necessità pastorale, ma anzitutto una urgenza culturale. 4. Riconciliare la dottrina con l’esperienza Una grande riconciliazione tra la dottrina e l’esperienza è ciò che il Concilio Vaticano II ci ha voluto insegnare, in modo magistrale. Oggi, intorno al rilancio di questa grande opzione, possiamo accordare una attenzione nuova alle dinamiche di quei soggetti che vedono «morire» il vincolo del loro matrimonio e non sanno come poter accettare le uniche due soluzioni che la Chiesa offre alla loro coscienza: o di riconoscere che quel vincolo non c’era mai stato, o di impegnarsi a far morire tutto ciò che nella nuova realtà di coppia potrebbe contraddirlo. Affrontare la questione nuova con gli strumenti di una chiesa e di una società che non c’è più è una risorsa tipica di una «istituzione autoreferenziale». 5. L’esigenza di superare l’alternativa «valido / nullo» Solo una «teoria intersoggettiva del vincolo», che passi necessariamente attraverso la coscienza dei soggetti, può essere in grado di offrire una buona soluzione ai «matrimoni falliti». Non dovremmo più restare prigionieri della alternativa «valido/nullo». Potremmo affrontare, con maggior serenità, l’ipotesi che a morire possa essere lo stesso vincolo. Il fatto che il legame tra i coniugi possa/debba avere una storia – e che in tale storia possa fiorire o morire – costituisce un assunto teorico preliminare, che segna la differenza tra le traduzioni pre-moderne e le traduzioni tardomoderne del medesimo Vangelo del matrimonio. La differenza tra questa logica e la logica della «disponibilità del vincolo» (o «divorzio») appare assai chiara. Nessuno dispone del vincolo, ma i soggetti coinvolti e la Chiesa possono costatare, con opportuna procedura giuridica, che il vincolo è morto. La comunione sacramentale e «un nuovo inizio» non sono contraddittori, non sono nemmeno il frutto di


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finzioni giuridiche, ma sono la testimonianza di «storie di salvezza», che vivono una temporalità e una spazialità complessa. 6. La Chiesa ha il potere di riconciliare tutti i peccatori (di assolvere tutti i peccati) Al momento della celebrazione del matrimonio gli sposi hanno stretto un’alleanza e fatto una promessa reciproca di dedizione e di fedeltà all’altro. Il venir meno a questo patto o a questa promessa costituisce obiettivamente una mancanza, più o meno grave, che comunque la chiesa ha il potere di assolvere, come ha rivendicato già nel corso dei primi secoli nei confronti dei novaziani (cf. il canone 8 del concilio

di Nicea). Nel sacramento della penitenza si valuterà la gravità di questa mancanza, sapendo che in alcuni casi non vi è mancanza ma si è obbedito a un dovere di non continuare una relazione insostenibile. Ricorrendo ancora una volta ai termini della teologia scolastica e analogamente a quanto si afferma per il mistero eucaristico si deve affermare che il segno sacramentale (sacramentum tantum) è l’amore e la volontà degli sposi di essere marito e moglie, amore che rivela al mondo l’amore di Dio per il suo popolo: ma una volta venuto meno questo amore e questa volontà (e cioè il segno sacramentale: sacramentum tantum) viene meno il vincolo coniugale (sacramentum et res) e quindi la grazia sacramentale del matrimonio (res tantum).

Dall’esperienza dei fratelli ortodossi 1. Uno sguardo storico La tradizione latina e tradizione greca sono due tradizioni che hanno sviluppato a partire dal IV secolo due modalità diverse di far fronte alla situazione dei matrimoni falliti tra due battezzati, basandosi su presupposti teologici e antropologici di carattere diverso. La tradizione greca si è basata su due presupposti fondamentali. Il primo è l’accettazione dell’eccezione matteana (Mt 5,32; 19,9: il caso di porneia) come vera eccezione: il Signore avrebbe ammesso la possibilità di nuove nozze per il coniuge innocente nel caso di adulterio. Ciò ha fatto sì che si conservasse in Oriente l’idea che il peccato può ferire mortalmente il matrimonio; d’altra parte, ha consentito che legislazione degli imperatori cristiani e la prassi ecclesiastica si incontrassero intorno alla nozione di «giusta causa» di divorzio. Il secondo è costituito dal fatto che nella tradizione greca vi è una qualche equivalenza teologica e liturgica tra matrimoni dei divorziati e matrimoni dei vedovi. Ambedue infatti sono connotati dalla «imperfezione» nei confronti del principio monogamico genesiaco: un uomo, una donna (per sempre). Ambedue sono concessi alla debolezza e alla fragilità umane; per questo sono permesse solo fino a tre volte. 2. Una diversa tradizione dell’Occidente dal IV secolo in poi Questi due punti fondamentali della tradizione greca sono anche i punti

di maggiore lontananza dalla tradizione latina. Dal IV secolo in poi in Occidente l’eccezione matteana è stata sempre più compresa come un’eccezione apparente: accettazione della separazione ma non delle nuove nozze. La tradizione latina, inoltre, ha considerato e considera ancora oggi la morte del coniuge come equivalente alla fine del legame. La morte in qualche modo distrugge il matrimonio. 3. La morte distrugge il legame Questo secondo punto della tradizione latina, alla luce dell’autocoscienza teologica e antropologica odierna, potrebbe aprire la via ad una soluzione pastorale dei matrimoni falliti. Oggi infatti la Chiesa cattolica insegna che il legame coniugale non ha solo consistenza giuridica ma prima di tutto è interpersonale: nasce dal movimento di comunione delle persone (che come persone non possono morire) e tende alla comunione piena in Cristo. Continua tuttavia a consentire i matrimoni vedovili, seguendo la saggia indicazione pastorale di Paolo, non ponendo limiti numerici e assumendo la fine dell’unione «corporea» come fine del matrimonio. 4. Considerare la morte del legame anche sul piano esistenziale La stessa sapienza pastorale paolina potrebbe dunque consentire oggi di vedere nella «morte» la categoria adeguata per affrontare pastoralmente la situazione dei divorziati risposati.

Come la Chiesa cattolica ha sempre ammesso e ammette oggi la possibilità di nuove nozze in caso di morte corporea del coniuge (pur sapendo bene che una persona in quanto persona non muore e che il legame costitutivo del matrimonio è un legame interpersonale), così essa potrebbe ammettere una soluzione simile nel caso di fine irreversibile sul piano esistenziale della forma coniugale di relazione tra gli sposi, dopo un adeguato giudizio pastorale e all’interno di un percorso di riconciliazione adeguatamente disposto. Ciò porterebbe a una soluzione praticamente equivalente a quella ortodossa, seppure su base diversa. 5. Un possibile scambio di doni C’è tuttavia qualcosa che la Chiesa cattolica potrebbe e dovrebbe recepire dall’esperienza della Chiesa ortodossa, almeno nell’ipotesi che voglia conservare una dottrina etica cristiana bimillenaria: le nuove unioni dovrebbero essere pubblicamente (liturgicamente) riconosciute dalla Chiesa come validamente costituite, come accade nelle Chiese ortodosse. Se la Chiesa cattolica accettasse la liceità dell’esercizio della sessualità da parte di coppie l’unione delle quali non avesse un riconoscimento ecclesiale, opererebbe una grande rivoluzione etico-culturale giacché legherebbe la legittimità della comunione sessuale non al matrimonio ecclesialmente riconosciuto ma all’affetto di tipo coniugale tra due persone.


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Il Papa in Terrasanta: parlarsi si può, ma poi… Sulla visita che papa Francesco ha fatto in Terrasanta alla fine di maggio e sull’incontro da lui promosso a Roma, all’inizio di giugno, con i presidenti dello Stato d’Israele e dell’Autorità nazionale palestinese, si sono letti commenti di varia intonazione e contenuto. Ai lettori ne proponiamo due: quello di Luigi Sandri, che i lettori di «Dialoghi» conoscono bene come «vaticanista», ma che vanta pure un’esperienza professionale come corrispondente da Israele per l’Agenzia Ansa, e quello del biblista Piero Stefani, esperto del dialogo tra il mondo cattolico e il mondo ortodosso, ricavandoli da interviste e articoli usciti nella circostanza. (red.) Due muri, due gesti Due muri, due gesti importanti. Il primo, quello tra Betlemme e Gerusalemme, eretto dallo Stato di Israele a protezione (così si dice) del proprio territorio dal terrorismo palestinese. La fronte appoggiata al muro di Betlemme «è stato un gesto molto importante e inventivo – dice Stefani – un gesto rischioso, in senso positivo. Si è capito subito che era fuori dal cerimoniale e che era dotato della forza propria delle novità. Come era prevedibile, l’opinione pubblica israeliana non l’ha visto molto favorevolmente. Ma a Francesco si concede, a motivo del suo straordinario carisma e dell’empatia che suscita, quello che ad altri è vietato». Circa il «muro occidentale», conosciuto anche con il termine: «muro del pianto», in cui il Papa ha messo un bigliettino con il Padre Nostro in spagnolo, «sembra un gesto quasi normale – dice Stefani – mentre si tratterebbe di un gesto sconvolgente se si pensasse che quel muro da parte cristiana è stato assunto, per tanto tempo, a simbolo del rigetto del popolo ebraico da parte di Dio (…). La novità di Francesco

in questa occasione sta soprattutto nel fatto di essere stato accompagnato da un rabbino e da un imam. Una scelta anch’essa orientata a compiere una specie di equiparazione dei rapporti tra ebraismo e islam, una scelta buona dal punto di vista della pace, meno dal punto di vista teologico». «Alcuni cristiani arabi – dice Luigi Sandri – si aspettavano che il papa fosse esplicito nel sottolineare i diritti dei palestinesi violati da Israele; altri, come il patriarca latino di Gerusalemme, Fouad Twal, hanno invece ritenuto che abbia fatto il massimo possibile (…)». Ma la sosta al muro divisorio è un’immagine «che ha visto il mondo intero, e dato conforto ai palestinesi». L’incontro del Papa, a Roma, con i due presidenti, significa – secondo Sandri – che i due «ritengono Francesco un amico affidabile». D’altra parte, che da quell’incontro non sia derivata la pace nel conflitto tra Israele e Gaza, fa pensare che quell’incontro di preghiera sia stato inutile. Perché la pace non è spuntata in Terrasanta? Risponde Sandri: «Sono interrogativi che, in situazioni analoghe, hanno percorso nei millenni la storia. Filosofi e teologi si sono affaticati nel trovare una risposta, di fronte al silenzio di Dio. Anzi, molti sono diventati atei proprio constatando la latitanza del Divino di fronte al male del mondo e alla sofferenza degli innocenti (…). Ma la preghiera aiuta a non lasciarci vincere dal male né rassegnarci a che la violenza e l’odio prendano il sopravvento sul dialogo e la riconciliazione (…). L’accorciare il tempo dell’attesa è affidato alla responsabilità umana». L’incontro con gli Ortodossi L’incontro di papa Francesco con il primate ortodosso di Costantinopoli, Bartolomeo – nel cinquantesimo dello storico incontro tra Paolo VI e

Atenagora, con la cancellazione delle reciproche scomuniche dell’XI secolo – è commentato con molta prudenza. Il problema principale consiste nella «rappresentatività intraortodossa di Bartolomeo». Il «Sinodo panortodosso annunciato per il 2016 – dice Piero Stefani – è un passo chiave all’interno della sinodalità del mondo ortodosso. Il papa, qualunque sia, è un individuo che rappresenta la totalità della Chiesa cattolica, nell’Ortodossia non è così. Siamo di fronte a due concezioni ecclesiali diverse». Stefani si domanda se il quinto centenario della Riforma, che cadrà nel 2017, «sarà un’occasione per rilanciare il dialogo ecumenico» e pone il problema: «che cosa significa il riavvicinamento cattolico-ortodosso rispetto alle chiese della Riforma?». Sandri ricorda il dissidio intra-ortodosso avvenuto al termine dell’incontro di Ravenna nel 2007, quando la Commissione mista internazionale per il dialogo teologico, che negli anni aveva raggiunto chiarificazioni importanti sui problemi relativi alla Trinità e ai sacramenti ed era arrivata «ad alcune convergenze» anche sul punto del primato petrino nel primo millennio, dovette concludere senza accordo i suoi lavori in quanto il rappresentante della Chiesa ortodossa russa si era rifiutato di firmare il documento finale, con il pretesto che Costantinopoli aveva invitato alla riunione rappresentanti della Chiesa ortodossa estone che Mosca considera invece un suo territorio canonico. La situazione è addirittura peggiore che cinquant’anni fa. Allora – dice Stefani – «per ragioni storiche, Atenagora non pativa – scusate l’espressione – la concorrenza del patriarcato di Mosca che oggi invece ha un peso rilevante sulla scena pubblica mondiale». (da «Vita Nuova», «Adista» e «Koinonia»)

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Sperimentazione e prospettive future della cultura religiosa nelle scuole ticinesi Il1 rapporto finale che Marcello Ostinelli e Francesco Galetta hanno pubblicato in ordine alla valutazione dell’insegnamento sperimentale di Storia delle religioni in alcune scuole medie del Canton Ticino2 è certamente un testo da leggere con attenzione e non soltanto per la corposità dello scritto. I due autori hanno inteso affrontare con scientificità, acutezza e comprensibilità per lettrici e lettori uno degli oggetti fondamentali, se non il più significativo, della loro attività professionale negli ultimi due anni. Ci sono riusciti? La risposta non è semplice né immediata, anzitutto perché occorre cercare di darla analizzando, senza pregiudizi e senza ingenuità, vari capitoli del rapporto. ● I primi due («Il contesto sociale e

culturale di una sperimentazione»; «Una mappa concettuale dell’insegnamento di contenuto religioso») sono di notevole interesse e testimoniano un significativo lavoro di sintesi e di seria problematizzazione (si veda, in particolare, il paragrafo Learning into religion; learning from religion; learning about religion, pp. 27-28), anche tramite citazioni assai stimolanti, in chiave culturale ed educativa, di studiose e studiosi importanti negli ambiti filosofico e sociologico. Un esempio per tutti, a p. 23: «Nel mondo moderno educare è un problema perché, proprio per la sua stessa natura, l’educazione non può scavalcare né autorità né tradizione, mentre oggi deve esplicarsi in un mondo le cui strutture non sono formate dall’autorità e in cui la tradizione non costituisce più il fattore coesivo»3. D’altro canto, sin dalle pp. 22-23 emerge l’opinione di base, rispettabilissima ancorché, mi pare, limitativa, che gli 1. Relazione tenuta al Centro culturale «L’Incontro» di Mendrisio il 14 giugno 2014 2. M. Ostinelli e F. Galetta, Religioni, interculturalità ed etica nella scuola pubblica. Valutazione della sperimentazione dell’insegnamento di Storia delle religioni nel secondo biennio della Scuola media ticinese, Rapporto finale, Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana, Dipartimento formazione e apprendimento, 2014, pp. 192. 3. H. Arendt, Between Past and Future, Viking Press, New York 1991, p. 253.

autori del rapporto – certamente Ostinelli, probabilmente anche Galetta – hanno sul ruolo dell’insegnamento di cultura religiosa nella scuola pubblica: «È pure necessario che il futuro cittadino impari a interrogare la propria cultura (di cui le credenze religiose e non-religiose sono parte importante) per ritrovare in essa le risorse intellettuali e morali del rispetto di Ernesto Borghi1

e della tolleranza delle differenze, ma anche i possibili germi dell’esclusione e della persecuzione della diversità. Di fronte alla sfida del pluralismo religioso e culturale della società contemporanea l’educazione civica democratica deve poter vincere una duplice scommessa: per un verso non deve risultare un’imposizione ingiusta che esige la cancellazione delle differenze culturali delle minoranze etniche o religiose; per altro verso deve mantenere la promessa di sviluppare in ogni futuro cittadino le virtù politiche e morali che sono indispensabili per mantenere una società ragionevolmente giusta e ordinata (Ostinelli, 2006). Le due esigenze fondamentali dell’educazione civica democratica ne definiscono conseguentemente l’estensione legittima (oltre la quale essa risulterebbe arbitrariamente invadente) ed il contenuto essenziale (senza il quale essa mancherebbe di raggiungere le finalità politiche che la giustificano). Entro tali limiti la conoscenza delle religioni, della loro storia e dei loro valori è parte necessaria: sia perché la comprensione delle differenze culturali non può prescindere di regola dalla conoscenza della loro componente religiosa; sia perché i valori politici su cui si fonda la convivenza civile nel mondo moderno si affermano differenziandosi progressivamente da quelli che caratterizzano la sfera religiosa». ● Il cap. III («L’identità della ma-

teria») appare interessante nella sua articolazione, chiaro nelle spiegazioni che fornisce, ma piuttosto deludente nelle conclusioni, giacché esprime una lettura critica delle diverse caratterizzazioni esprimibili sulla disciplina in esame, ma non offre una soluzione,

anche soltanto interlocutoria, alla questione della denominazione della disciplina stessa. ● Il cap. IV («La questione della legittimità dell’insegnamento di contenuto religioso nella scuola pubblica») presenta alcuni interessanti elementi fondativi sul tema in oggetto (per esempio, a p. 37, il pronunciamento della Corte europea in relazione all’insegnamento del fatto religioso. Esso deve permettere agli allievi “di sviluppare un senso critico in particolare a riguardo del fatto religioso in un’atmosfera serena, immune dal proselitismo” (Lautsi v. Italia, 18 marzo 2011, § 62). Questo riferimento bibliografico non si trova purtroppo, penso per una svista, nella bibliografia delle pp. 148 ss. Registro, d’altra parte, con qualche rammarico, che gli autori del rapporto, pur facendomi l’onore di citare due miei saggi sul tema (p. 41), non abbiano compreso, come era chiaro, secondo me, anche dal contenuto di tre altri miei contributi, che parlare di «dimensione religiosa della cultura» implica chiaramente il riferimento alla dimensione culturale delle religioni anzitutto in chiave umanisticoumanizzante. ● Nel cap. VI («Tendenze attuali

dell’insegnamento di contenuto religioso») mi pare di notevole interesse, allo scopo di definire i connotati dell’insegnamento di cultura religiosa in via di definizion» e, la seguente citazione di Paul Ricoeur4, che si trova a p. 51: «Se la laicità della società civile è una laicità di confronto tra convinzioni ben ponderate, allora bisogna preparare i ragazzi a essere buoni dialoganti; bisogna iniziarli alla problematica pluralistica delle società contemporanee, forse ascoltando argomentazioni contrarie portate da persone competenti». Mi permetto di far notare – e lo dico per esperienza diretta e piuttosto ampia – che molte/i docenti degli insegnamenti cattolico ed evangelico di cultura religiosa vigenti operano esattamente anche in questa direzione. Appare evidente la «simpatia» cultural-didattica degli autori del rapporto 4. Cfr. «La critica e la convinzione», Garzanti, Milano 1997, pp. 184-185.


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per il modello zurighese Religion und Kultur»(cfr. pp. 56-58) e questo è un dato di cui occorre tener conto esaminando lo sviluppo successivo del loro testo. ● Il cap. VII («La scelta tra il modello

unico e il modello misto») ha il notevole merito, a mio avviso, di spiegare con sinteticità e chiarezza il significato di questi termini. D’altra parte si rivelano, francamente, come piuttosto limitative le seguenti affermazioni: «Nel corso about religions l’allievo impara a conoscere e comprendere in modo oggettivo le diverse religioni, i loro simboli, le pratiche comunitarie, le credenze non religiose, i principi morali comuni agli uni e agli altri, le loro diverse soluzioni per i quesiti più controversi. Nel confronto con convinzioni diverse l’allievo comprende l’importanza dei valori del rispetto reciproco e della tolleranza a fondamento della convivenza civile in una società pluralistica e multiculturale» (p. 69). Chi può escludere, con certezza, che anche un insegnamento, per restare all’efficace terminologia già utilizzata alle pp. 27-28 del rapporto, into religions non possa favorire seriamente il confronto culturale qui evocato?

● Nel cap. VIII («Dal quadro norma-

tivo all’analisi dell’attività didattica») è certamente apprezzabile nella sua efficacia la disamina critica di alcuni materiali didattici in uso da parte dei docenti e stimolante il confronto tra diverse modalità di proporre contenuti e prospettive (un esempio per tutti: il confronto tra le diverse teorie rispetto all’apparizione «dell’essere umano sulla terra», p. 74). Risulta, d’altronde evidente, come gli estensori del rapporto abbiano una concezione limitativa del concetto di «verità» in senso culturale. Infatti da decenni si afferma, anche nei contesti religiosi, che Genesi 1-2 non rappresentano la descrizione di eventi in senso storico-naturalistico, ma un’interpretazione simbolica, nel senso più alto del termine, delle motivazioni di fondo dell’esistenza dell’universo e dell’essere umano, che fa riferimento ad una differente nozione di verità, non più o meno significativa di quella scientifico-sperimentale, semplicemente diversa.

● I capp. IX e X («Il punto di vista degli attori della sperimentazione»; «Il punto di vista degli allievi») sono, per certi versi, i più problematici dell’intero rapporto. Infatti riassume-

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re l’opinione di un novero esteso di soggetti su temi per i quali molti di loro possono non avere competenze specifiche – non di rado né rilevanti né limitate, anzitutto nel campo della cultura storico-religiosa – presta facilmente il fianco, pur dando per scontata la perfetta buona fede degli estensori del rapporto, a critiche di approssimazione, unilateralità, eccessiva schematicità. Per il cap. IX faccio solo due esempi in proposito. Il direttore di scuola media che parla a p. 83 dimostra di non aver compreso che, a livello concettuale e contenutistico, storia delle religioni e storia non sono né identificabili né proponibili in modo analogo a livello didattico. Con queste sue affermazioni egli palesa, da un lato, un deficit di competenze tecniche comprensibile, ma rilevante e, dall’altro, non fa che comportarsi di conseguenza rispetto alle scelte fatte a livello DECS, quando si è pensato che la materia da proporre nella sperimentazione, che il rapporto valuta, dovesse essere in tutto e per tutto accostata, anzi sovrapposta alla materia «storia» (fortunatamente anche gli autori del rapporto pongono dei dubbi significativi sull’affidabilità allo stesso docente delle due discipline – cfr. p. 93). Un secondo esempio concerne un genitore (cfr. p. 87) che, dichiarandosi fruitore dell’insegnamento «confessionale», sottolinea come per conoscere le altre religioni sia indispensabile la materia «storia delle religioni» e che l’insegnamento confessionale possa servire esclusivamente ad «approfondire… il modello educativo confessionale proposto dalla famiglia». Nel cap. X è interessante rilevare che (cfr. p. 104) che circa il 70% degli allievi che non hanno seguito insegnamenti di contenuto religioso intervistati ritiene che la definizione del fenomeno religioso e la diffusione delle religioni nel mondo non siano mai trattate o lo siano raramente. Questo testimonia, se, come è giusto, si dà credito a questa opinione, quanto al di fuori degli insegnamenti di cultura religiosa vigenti non ci si occupi di questi temi e, mi permetto di dire, come sia del tutto irrealistica l’idea, proposta da molti, anche in vari contesti europei, di affrontare i temi religiosi all’interno delle singole materie. ● Il cap. XI («Gli apprendimenti degli

allievi. Alcuni risultati delle prove di valutazione») affronta una questione importante e offre elementi conoscitivi utili. Segnalo che, in occasione del-

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la prime prove di valutazione, erano state proposte le stesse prove ad allievi che frequentavano corsi con programmi diversi, appunto quelli cattolico ed evangelico e quello sperimentale di storia delle religioni, fatto questo che mi era parso sin da allora inaccettabile da un punto di vista sia culturale che didattico. ● Nelle conclusioni (pp. 143-147) ven-

gono ribadite alcune opinioni di fondo degli autori del rapporto, a cominciare da questa: «Come dichiara il direttore di una sede scolastica nella quale si è svolta la sperimentazione, “un corso di istruzione storica sui movimenti religiosi non è la ragion d’essere più importante della possibile presenza [di un nuovo insegnamento di contenuto religioso] nel piano di formazione della scuola media”. Occorre considerarlo piuttosto come un percorso di educazione alla convivenza civile e di conoscenza della società multireligiosa e multiculturale» (p. 143). La preferenza per l’insegnamento a doppio binario è chiara: «il modello del doppio binario garantisce al tempo stesso un insegnamento inclusivo (tutti gli allievi beneficiano di una formazione obbligatoria) e complementare (l’allievo ha la facoltà di frequentare un insegnamento confessionale, complementare al corso obbligatorio). Soltanto questo modello soddisfa appieno il principio di una formazione culturale comune per tutti gli allievi (quale che sia la loro credenza) e il principio della libertà di scelta, permettendo all’allievo di frequentare un corso confessionale, complementare a quello obbligatorio» (p. 146).

Al termine di questa mia analisi del rapporto mi sembra fondato dire che esso, per quanto certamente significativo e stimolante sotto il profilo culturale e indubbiamente frutto di un lavoro impegnativo realizzato dai due autori, ha dei connotati ideologici che lo fanno apparire più un efficace e documentato saggio a tesi che un rapporto relativo ad una sperimentazione di cultura e didattica religiose avvenuta sul campo. Nelle proposte conclusive non si affronta, neppure brevemente, cosa che sarebbe stata interessante vista l’accuratezza di altre parti del testo, la praticabilità didattica effettiva, nelle scuole medie cantonali ticinesi, dell’inserimento di un’altra ora di lezione oltre a quella di cultura religiosa indicata come obbligatoria, cosa che avverrebbe nel caso del doppio binario. Si dirà che tale tema esula dal mandato ricevuto da chi ha steso il rapporto. Cionondimeno essa appare chiara-


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mente un’occasione mancata per offrire ulteriori elementi utili al dibattito che anche da tale rapporto sarà certamente vivo da adesso ai prossimi mesi. Dal presente al futuro: criteri e prospettive Certamente non è accettabile che tutto resti come è adesso: occorre promuovere un salto di qualità nella proposta di cultura religiosa e evitare derive che ne diminuiscano oggettivamente la presenza. Se ci fosse la sicurezza che, in un’ora obbligatoria gestita dallo Stato, anzitutto i programmi non sarebbero redatti secondo una prospettiva di comparativismo egualitaristico tra religioni e filoni fisolofico-religiosi, ma darebbero adeguato spazio alla dimensione esistenziale ampia che si riscontra in moltissimi contenuti della cultura religiosa, non avrei difficoltà a sostenere ancora l’utilità di detto insegnamento «statale», come ho detto e scritto ripetutamente, dal 1995 in poi. Alla luce, però, di vari elementi raccolti in questi anni e dell’esperienza di membro della commissione che ha redatto i programmi della sperimentazione in «Storia delle religioni» appena conclusa, la «rassicurante» certezza sovramenzionata molto probabilmente non sussisterebbe. Per questi motivi ho guardato con un crescente interesse al modello misto e credo che, allo stato attuale delle cose, esso, se reso valido, sia per gli insegnamenti cattolico ed evangelico sia per l’altro, dalla prima alla quarta media, sarebbe quello più rispettoso di tutte le opzioni culturali. Esso non ri-

sulta più oneroso economicamente per le casse cantonali di quanto sarebbe un’ora di cultura religiosa obbligatoria per tutti a carico dello Stato (diverso sarebbe il discorso, ovviamente, se si volesse diminuire il piccolo monteore annuale e attuale degli insegnamenti di cultura religiosa, scelta che reputo inaccettabile anzitutto per ragioni formative di fondo). Si manterrebbe il principio dell’opzionalità, ma nessuno potrebbe ritenersi esentabile da tale insegnamento giacché si tratterebbe di due scelte comunque di carattere specificamente ed eminentemente culturale: chi non optasse per l’una, dovrebbe scegliere l’altra. Per realizzare il sistema misto sovramenzionato occorre operare alcune azioni mirate e tempestive. ● Nel quadro della riforma Harmos gli insegnamenti detti impropriamente «confessionali» hanno già messo mano ad una revisione dei programmi entrati in vigore nel 2004, in una prospettiva sempre più marcatamente scientifica e di respiro ecumenico ed interculturale. Sarebbe necessaria la redazione di un programma completo per l’insegnamento oggi denominato «Storia delle religioni» che sia differenziato dagli altri due proponendo aspetti notevolmente significativi in ordine ad uno studio about religions. ● Il DECS dovrebbe costituire, all’in-

terno della Divisione Scuola, una commissione permanente di studio ed indirizzo, composta pariteticamente da esponenti del dipartimento

e delle Chiese cattolica ed evangelica riformata, che attui un monitoraggio costante degli insegnamenti di cultura religiosa e promuova, affidandola al DFA, di nuovo un’abilitazione il più possibile «en emploi» dei docenti (che, purtroppo, per molte materie è stato abbandonato); tra l’altro da anni il corso di abilitazione non viene attivato e un certo numero di docenti già attivi nell’insegnamento si gioverebbero certo di un iter formativo di tale profilo. ● Non è più tollerabile che si diplo-

mino docenti di scuola elementare al DFA di Locarno senza che essi abbiano mai incontrato la dimensione religiosa della cultura, la cultura religiosa in modo specifico nel loro corso di studi universitari. Basterebbero due moduli di 15-18 ore nell’arco del triennio per farsi un’idea in modo significativo, ancorché esemplificativo e non certo completo, di quale sia l’importanza formativa della cultura religiosa per la crescita intellettuale e sociale di bambini e ragazzi in un territorio straricco di testimonianze di questo ambito della cultura universale. Molto altro si potrebbe aggiungere, ma reputo utile fermarmi qui. I prossimi mesi ed anni diranno se, nel Canton Ticino, ci saranno state l’intelligenza e la passione necessarie per dare alla presenza della cultura religiosa nelle scuole cantonali l’importanza che merita per il bene di tutti, al di là di ogni fondamentalismo laicista o clericale e di ogni prospettiva culturale illusoriamente oggettiva e oggettivistica.

Diocesi: i conti 2013 La gestione 2013 della Diocesi di Lugano ha chiuso con un avan­zo d’esercizio di 5.820 franchi. Il deficit della gestione ordinaria di 529.059 franchi è stato compen­sato da 180 mila franchi di parte­cipazione delle parrocchie e da 354.879 franchi di ricavi straordi­nari provenienti da donazioni. Il conto economico presenta uscite per fr. 3.881.008, in aumento del 3,90% rispetto al 2012. Le en­trate sono di fr. 3.351.949 con una diminuzione del 2,33% rispetto al 2012. Nel 2013 sono state terminate due opere: la ristrutturazione del palazzo vescovile e la costruzio­ne del nuovo archivio. Circa metà dell’investimento è stato assunto dallo Stato che dell’immobile

è proprietario. Il totale dell’investi­ mento è di fr. 7.047.051, nel rispetto dei preventivi. Nel corso dell’anno 2013 è stata pure portata a termine la trasfor­mazione da monastero ad uffici del complesso «ex suore cappuc­ cine» in via Cantonale 2a a Lu­gano, dove sono state centraliz­zate le commissioni diocesane. La ristrutturazione è avvenuta nell’assoluto rispetto dell’ambien­te originario. L’investimento tota­le di questi lavori che è di franchi 1.260.758, anche in questo caso ha rispettato il preventivo. I lavori di restauro della Cattedrale sono continuati nel 2013 e a fine dicem­bre del 2013 erano stati investiti globalmente 5.244.444 franchi.

La Diocesi di Lugano è proprie­taria della Villa San Giuseppe a San Bartolomeo al mare (Impe­ria), il cui acquisto risale al 1948 su iniziativa dell’allora vescovo mons. Angelo Jelmini. L’albergo è molto apprezzato da numerose famiglie e anziani. Nel 2013 si è proceduto ad importanti lavori di miglioria, tra cui il nuovo impianto di con­dizionamento e la sostituzione di parte del mobilio. La Diocesi vi ha investito circa mezzo milione di franchi. I conti della Diocesi sono stati approvati dall’Assemblea dioce­sana dei delegati riunita alla pre­senza del vescovo, mons. Valerio Lazzeri, giovedì 12 giu­gno 2014. (c.v.)


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cronaca svizzera

cronaca svizzera a cura di Alberto Lepori

Addio Lugano bella. I frati cappuccini ticinesi hanno deciso di abbandonare il convento di Lugano, dove sono stati attivi da oltre tre secoli, mancando di frati in grado di servirlo ed essendo troppo pesante l’onere finanziario. Se resta aperta la biblioteca (costruita e riordinata negli anni settanta), la perdita per la Chiesa luganese può essere considerata minima, il contado essendo sufficientemente servito da altri luoghi di culto. Può invece destare qualche interrogativo la decisione senza alternative, quasi che i frati ticinesi fossero sorpresi dalle attuali difficoltà, note invece da tempo, mentre due loro apprezzati confratelli, fra Mauro a Roma e fra Agostino a Lucerna, occupano posti di alta responsabilità. Meno rilievo (a torto) ha suscitato la contemporanea decisione di cessare la pubblicazione del «Messaggero» (fondato nel 1911, tuttora con un migliaio di abbonati), che da qualche anno è un’importante presenza (quattro numeri all’anno di 32 pagine) nel panorama ticinese delle pubblicazioni cattoliche, non certo ricco di altrettanto valide espressioni. I frati, non adeguatamente informati (in parte per loro disinteresse) hanno preso una decisione «mortale» senza interpellare né i redattori (che collaboravano da qualche anno generosamente con padre Callisto) né gli abbonati, fedeli sostenitori da decenni. «Dialoghi» si sente un po’ orfano, e per ora francescanamente continuerà «a predicare agli uccelli». I musulmani condannano. La Federazione delle organizzazioni islamiche della Svizzera (FOIS), che è la principale organizzazione di musulmani nella Confederazione (ma solo il 15% dei musulmani sono organizzati) ha condannato il 4 settembre «gli atti terroristici in Siria, in Irak e dovunque accadono». Il presidente, Hisham Maizar, ha dichiarato di «distanziarsi senza equivoci dallo Stato islamico (ISIS) i cui misfatti non hanno niente a vedere con i principi della nostra religione (…). I musulmani in Svizzera restano impotenti e sconcertati davanti a questa violenza, come tutti gli altri cittadini del Paese». Numerose le analoghe prese di posizione di gruppi e associazioni islamiche in Europa. Di particolare rilievo quella dei responsabili delle comunità mu-

sulmane di Francia, riuniti con il rettore della Grande Moschea di Parigi e presidente del Consiglio francese del culto musulmano, Dalil Boubakeur, che hanno sottoscritto l’8 settembre l’Appello di Parigi: una dichiarazione che afferma il diritto dei cristiani d’Oriente di vivere in pace. A tö la roca e ‘l cifulin. Il cosiddetto «popolo ticinese», con il 54% del 51% dei votanti (quindi poco più del 25% degli aventi diritto, ma il torto è di coloro che non si sono espressi) ha deciso che il Cantone non parteciperà ufficialmente, assieme ad altri cantoni confederati, all’Esposizione universale di Milano (a 50 chilometri dal «paese della panna montata»), risparmiando 3,5 milioni (ridotti già 2,2 milioni), perché vanno considerate «spese inutili» in una iniziativa mondiale «al limite del fallimento»! La primavera prossima, i Ticinesi potranno sempre andare alla «Fiera di San Provino, «a tö la roca e ‘l cifulin» e a gustare i pesciolini fritti… provenienti dal Canada. Vescovo francesano. Mons. Jean Marie Lovey, 64 anni, prete dal 1977, è stato scelto come nuovo vescovo di Sion, la diocesi del Vallese. Per anni attivo nella formazione dei giovani, dal 2001 al 2009 è stato superiore dell’ospizio del San Bernardo. Non potendo cambiare nome e chiamarsi Francesco, ha scelto come motto episcopale Evangelii gaudium, la «gioia del vangelo»: il titolo del documento programmatico di papa Bergoglio. Sembra (lo dicono i media) che molti abbiano gioito per la sua nomina alla direzione di una diocesi da tempo in crisi col proprio vescovo. Per il professore Amherdt, si tratta «di un uomo di fede, di preghiera, un uomo di montagna», che «saprà dare un bello slancio alla diocesi». Totoclero. L’ultima edizione dell’Annuario della Diocesi di Lugano, aggiornato al 31 gennaio 2014, permette di presentare una specie di classifica del clero diocesano sulla base delle citazioni nell’elenco delle persone (pagg. 168-178), avvertendo che si riferisce alle funzioni rivestite, indipendentemente dalla loro importanza. Così il vescovo Valerio Lazzeri ha solo 4 citazioni, mentre l’emerito

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mons. Grampa ne ha ancora 7 e mons. Togni solo 3. Tra i presbiteri, il numero massimo di citazioni spetta a don Vitalini (15), seguito a ruota da don Storelli (14): ma certamente perderanno il primato dopo che mons. Lazzeri avrà terminato di comporre la sua «squadra». In classifica seguono don Zanini (13), don Volonté (11), don Chiappini (10), tutti canonici della cattedrale e che perciò fanno meritatamente parte della «prima linea»; quindi: don Gaia (9) e don Braguglia (8), poi ben 4 presbiteri con 7 citazioni (Leo, Sala, Andreatta, Solari), che assieme formano verosimilmente la «seconda linea», tallonati dalla più folta «terza linea» con 6 citazioni (Foletti, Gerosa, Gianola, Ratti, Regazzi, Silini). E finalmente arrivano i primi laici, con 6 citazioni per Ballabio (cancelliere vescovile) e Borghi, poi Cavallini e Maffezzoli con 4 citazioni. Per una valutazione più significativa, sarebbe utile indicare qui l’età di ognuno dei citati (la si trova nell’Annuario, con l’anno dell’ordinazione e i titoli di studio): ad ogni modo, nella «prima linea», solo Zanini ha meno di 70 anni, mentre sono più numerosi i «giovani adulti» della «seconda». Mons. Lazzeri ha nominato a fine estate nuovo vicario generale Gianni Sala (nato nel 1951, prete dal 1976), mentre il nuovo vicario episcopale è Claudio Mottini (nato nel 1953, prete dal 1979). Due menzioni già segnalavano Luisa Bucher e Chiara Gerosa Adamoli, recentemente nominate economa, rispettivamente addetto stampa. Auspichiamo che l’Annuario 2015 segnali un maggior numero di incarichi diocesani (servizi) affidati a laici e tra essi una maggioranza di donne, a compensare l’esclusività maschile, obbligatoria, del clero. C’est l’argent… È stato presentato il 25 giugno a Friburgo lo studio ordinato dai vescovi svizzeri sui rapporti Chiesa-Stato nei cantoni svizzeri, cioè in soldoni su chi comanda in materia di finanze tra i vescovi diocesani e i curati delle parrocchie e gli organismi cantonali o locali che… raccolgono e amministrano i soldi. La maggior parte dei Cantoni svizzeri riconoscono le corporazioni ecclesiastiche (formate dagli abitanti cattolici del Cantone o delle parrocchie) che le leggi chiamano «Chiese cantonali» e «Comunità ecclesiali» (Kirchgemeinde; nel Ticino semplicemente «parrocchie»). Ciò non piace ai canonisti, così come il particolare che queste «Chiese» e «parrocchie» tengono i cordoni della


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borsa, e quindi controllano le spese, liberando comunque il clero dalla fatica di battere cassa presso i cattolici sempre meno «fedeli». È logico (e persino umano) che i vescovi, che hanno la responsabilità delle diocesi, desiderino maggiore «voce in capitolo» in campo finanziario, ma i membri delle corporazioni cantonali e locali sono cristiani adulti e pure logicamente vogliono dire la loro. Lo dicono anche i cardinali del G9: in una «Chiesa povera per i poveri». come la vuole papa Francesco (ma sono tali quelle svizzere?), anche i laici «sono Chiesa» e non è proprio il caso di litigare sulle definizioni per decidere chi fa che cosa. Nel Ticino si convive, più o meno bene, ma con molta tolleranza: quella che sembra mancare Oltralpe a certuni, canonisti e persino vescovi.

nominare un presidente responsabile della visibilità della futura CES, una specie di «vescovo protestante» (o presidente, o moderatore), incaricato di rappresentare in modo unitario le 26 Chiese protestanti svizzere, così come i cattolici hanno il presidente della Conferenza episcopale.

Quale riforma per la FCES? Le 26 Chiese evangeliche riformate cantonali che compongono la Federazione delle Chiese evangeliche svizzere (FCES) sono state chiamate a esprimere il loro parere su un progetto di revisione dell’organizzazione, che prevede un rafforzamento dei legami tra le Chiese riformate cantonali e la creazione di una Chiesa evangelica in Svizzera. Nel giugno del 2013 la FCES ha sottoposto alle direzioni delle Chiese un progetto di nuova Costituzione, e le Chiese hanno avuto tempo fino alla fine dello scorso novembre per esprimere la loro opinione. Le reazioni al progetto sono nel complesso piuttosto negative. La proposta di creare una direzione nazionale con un Sinodo, un Consiglio e un presidente ha suscitato forte opposizione. La futura Chiesa evangelica in Svizzera diventerebbe una sorta di «autorità religiosa suprema» del protestantesimo storico elvetico e si sostituirebbe all’attuale FCES, che è un’associazione di Chiese priva di autorità su questioni ecclesiologiche. La Chiesa protestante svizzera conosce attualmente due soli livelli: quello parrocchiale e quello cantonale. La nuova costituzione intende aggiungerne un terzo, che potrebbe portare ad una centralizzazione. È invece piaciuta la proposta di creare un Sinodo nazionale, destinato a sostituire l’attuale Assemblea dei delegati. Il Sinodo conterebbe più rappresentanti, almeno uno per Chiesa e comunità membro, e avrebbe un maggiore ruolo strategico, pur senza attribuirsi troppo potere affinché le autonomie cantonali e parrocchiali siano preservate. Ha suscitato forti opposizioni la proposta di

Da cresimare. Il pastore riformato Ulrich Schmaltz ha deposto il mandato di pastore della Chiesa evangelica riformata di Erstfeld, si è convertito al cattolicesimo e andrà a occupare il posto di assistente responsabile di parrocchia nel comune di Giswil, cantone di Obwaldo. Ulrich Schmaltz è accompagnato spiritualmente dal vescovo di Coira Vitus Huonder: prima di assumere il nuovo incarico, l’uomo – sposato e padre di due figli adulti – dovrà ricevere il sacramento della «cresima cattolica»; poi farà il diacono…

Successo del concorso. Sono 245 i predicatori protestanti che hanno inviato loro testi per il «Premio svizzero di predicazione» promosso dalla Federazione delle Chiese protestanti della Svizzera (181 in tedesco, 58 in francese, 4 in italiano e 2 in romancio). La premiazione avverrà il 2 novembre, festa della Riforma; le premiate saranno raccolte in un libro. A quando un concorso simile per la Chiesa cattolica ticinese?

Stranieri che rendono. Aumentano i frontalieri in Ticino: da 45 mila a 59 mila in cinque anni. Molti se ne lamentano, ma aumentano le imposte che pagano (vengono loro trattenute sulla paga…): da 139 milioni a 151. Nelle casse pubbliche (comuni, Cantone, Confederazione) sono rimasti 92 milioni di tondi franchetti, perché oltre 58 milioni vanno ai comuni italiani che ospitano i frontalieri e i loro familiari (bambini, malati, vecchi…). I 59 mila frontalieri, seppure ingombrano le strade del Sottoceneri, creano ricchezza e guadagni in Ticino, e magari vi fanno la spesa. Perciò, vivere e lasciar vivere, alla barba dei leghisti ticinesi! (quelli lombardi gongolano). Pure gli oltre 1,25 milioni di stranieri che lavorano in Svizzera sono un buon affare: secondo i dati pubblicati dall’OCSE, il saldo per la Svizzera è di 6,5 miliardi di franchi, secondo altre fonti 11 miliardi, cioè circa il 2% del PIL. Libertà di stampa. Il giornale ginevrino «Le Courrier» ha chiuso i conti

del 2013 con una perdita di soli fr. 9557, su un bilancio complessivo di fr. 3.809.948, grazie alle donazioni da parte degli abbonati (circa 8000) per complessivi fr. 316.000. È il prezzo pagato per mantenere in vita uno dei più vecchi quotidiani cattolici (da anni non più sussidiato dalla Diocesi), che vuol restare libero per assicurare un’informazione indipendente. «Dialoghi» plaude e invita a sostenerlo. Cardenal al Ranft. Il teologo nicaraguanese Ernesto Cardenal, in Europa per ricevere un premio, ha visitato in giugno i luoghi ove è vissuto san Nicolao della Flüe. Cardenal, 89 anni, è uno dei protagonisti della Teologia della liberazione, è stato ministro nel governo del Nicaragua dopo la caduta del dittatore Somoza. Ordinato prete nel 1979, ha dovuto abbandonare nel 1985, costretto dal diritto canonico. Ha ricevuto numerosi premi per la sua attività di teologo e il suo impegno per i più bisognosi. Per un Vallese laico. In Vallese stata promossa una iniziativa popolare per «uno Stato laico». I promotori hanno un anno di tempo per raccogliere le seimila firme necessarie per provocare una votazione popolare. Scopo dell’iniziativa è di cambiare il sistema di finanziamento delle Chiese, per il quale attualmente i comuni coprono i deficit delle parrocchie (circa 2025 milioni di franchi annui per quasi il 90% delle parrocchie), mentre il Cantone finanzia con circa 400.000 franchi annui la Chiesa cattolica per attività cantonali e ne assegna 70.000 annui alla Chiesa riformata. Secondo l’iniziativa, l’insegnamento religioso scolastico dovrebbe essere assunto dalle Chiese ma fuori dall’orario scolastico. La costituzione vallesana del 1991 riconosce alle due Chiese cattolica e riformata lo statuto di diritto pubblico. Per gli iniziativisti, Stato laico non significa antireligioso, anticlericale o ateo.

Dialoghi in Internet Dialoghi può essere letto anche in www.riviste-ticinesi.ch ed è disponibile oltre ad altre pubblicazioni di orientamento cristiano e/o umanitario


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osservatorio ecumenico

osservatorio ecumenico Basilea 1989: la prima assemblea ecumenica europea Venticinque anni fa, dal 15 al 21 maggio 1989, a Basilea si riuniva la prima Conferenza ecumenica europea, per volontà congiunta del Consiglio delle Conferenze episcopali europee (allora presieduto dal cardinale Martini, arcivescovo di Milano) e della Conferenza delle Chiese europee (Cec/Kek). Per la prima volta nella storia, si ritrovarono fianco a fianco circa settecento delegati di tutte le Chiese cristiane presenti in Europa, per riflettere insieme sul tema «La pace nella giustizia». Una pietra miliare lungo la strada del dialogo ecumenico postconciliare, una tappa che solo negli anni successivi si è rivelata profetica: l’Europa stava cambiando, ma pochi avrebbero previsto che di lì a qualche mese sarebbe caduto il muro di Berlino. L’idea di una sorta di concilio di tutti i cristiani, per far fronte alle minacce per la pace nel mondo, risaliva agli anni Trenta ed era stata portata avanti in particolare da due teologi tedeschi, il pastore luterano Dietrich Bonhöffer e il prete cattolico Max Josef Metzger. Di fronte all’affacciarsi della seconda guerra mondiale, essi avevano avvertito l’urgenza di mobilitare le coscienze dei cristiani per impedire quella strage che poi si sarebbe abbattuta sull’Europa, Bonhöffer aveva richiesto, ancora nel 1934 un concilio per la pace, e Metzger aveva scritto nel 1939 al Papa chiedendo di indire ad Assisi un concilio ecumenico per la riunificazione delle Chiese, così da poter incidere maggiormente sul tessuto sociale europeo. Il processo andò avanti nel dopoguerra fino al 1983, quando a Vancouver, in Canada, la sesta Assemblea generale delle Chiese cristiane invitava tutte le Chiese del mondo a operare insieme per la giustizia la pace e la salvaguardia del creato. Diverse proposte lanciate da Basilea sono state attuate: la Giornata per la custodia del creato del 1. settembre, estesa poi a tutto il mese; le Assemblee dì Graz in Austria (giugno 1997) e Sibiu in Romania (settembre 2007), la pubblicazione della «Charta Oecumenica» di Strasburgo nel 2001, che resta il documento base del dialogo fra le Chiese.

Protestanti svizzeri I delegati della Federazione delle Chiese evangeliche in Svizzera (FEPS) hanno rieletto il loro attuale presidente, Gottfried Locher, teologo bernese, a capo del Consiglio della FCES per il mandato 2015-2018, nel corso dell’Assemblea svoltasi a Scuol, nel canton Grigioni, dal 15 al 18 giugno. In vista dei festeggiamenti per i 500 anni della Riforma nel 2017, il Consiglio della FCES ha presentato dodici progetti che dopo discussione sono stati accettati con qualche modifica. Un logo comune simboleggiante una «R» contrassegnerà tutti gli eventi legati all’anniversario. Inoltre, al fine di facilitare la comunicazione, gli iniziatori del progetto hanno creato un sito Inter­net per permettere a ogni Chiesa di avere accesso al materiale di preparazione e di fornire informazioni sulle proprie attività. È prevista una giornata nazionale incentrata sul tema «Riforma, politica, cultura e società», che avrà luogo il 21 giugno 2017. La FEPS parteciperà anche all’Esposi­zione mondiale della Riforma che avrà luogo da maggio a settembre 2017 a Wittenberg, in Germania. Nel corso dell’assemblea i delegati hanno discusso anche del sostegno ai cappellani dei centri

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per richiedenti asilo, decidendo di aumentare il contributo finanziario. Attualmente le Chiese della FCES versano una «compensazione solidale» di 220.000 franchi annui (da «Voce evangelica», luglio-agosto 2014)

Religione a scuola Il Sinodo della Chiesa Evangelica Riformata del Ticino (CERT) ha confermato, a maggioranza, il proprio favore al modello unico (insegnamento della storia delle religioni obbligatorio per tutti gli allievi e insegnamento facoltativo complementare a cura delle Chiese), pur dichiarandosi aperto al modello misto (scelta obbligatoria fra le due opzioni, che è il sistema preferito da mons. Lazzeri, vescovo di Lugano). Il direttore del Dipartimento cantonale dell’Educazione, Manuele Bertoli, preferisce un progetto che prevede il dimezzamento delle ore settimanali facoltative confessionali in favore dell’introduzione di un’ora mensile di storia delle religioni e una di educazione alla cittadinanza (civica). Il Consiglio sinodale della CERT (l’organo esecutivo della Chiesa cantonale) ha risposto in modo interlocutorio, riconoscendo la validità del progetto, ma riservandosi di fare delle controproposte per quanto riguarda la sua applicazione. Le perplessità sul modello proposto dal capo del DECS riguardano il frazionamento dell’insegnamento nell’orario scolastico. Quello che sta a cuore al Consiglio sinodale, più che la difesa di diritti acquisiti, è favorire la formazione globale degli allievi (da Voce Evangelica, luglio-agosto 2014).

Una canzone per il giubileo della riforma Trentasette città europee si sono candidate per il titolo di «Città europea della Riforma», un’iniziativa promossa dalla Comunione di Chiese protestanti in Europa (Ccpe) in vista del cinquecentenario della Riforma nel 2017. Per quattro città la procedura si è già conclusa con successo: Emden (Germania), Zurigo (Svizzera), Wittenberg (Germania) e Turku (Finlandia) possono utilizzare l’ambito «titolo» e porre le proprie iniziative nel quadro del programma «Città europea della Riforma». Dal momento che è possibile candidarsi sino all’anno 2017, si può prevedere la partecipazione di più di cinquanta città. Il progetto «Città europea della Riforma» mira a creare sinergie tra le Chiese e le città e a mettere in rete le tante iniziative, tenendo insieme arte, cultura, turismo, ma anche storia e spiritualità. Per conferire un significato particolare agli eventi di culto che si terranno nel 2017, la Ccpe ha così indetto una seconda iniziativa, un concorso musicale per la «canzone della Riforma», per arrivare nelle scuole e nelle comunità. L’anniversario della Riforma a livello europeo deve rivolgersi non solo alle Chiese e alle istituzioni; la canzone vincitrice dovrà essere cantata nel 2017 nei tanti culti in molte lingue.

Leggete la Bibbia! Secondo l’Alleanza biblica universale (ABU), nel 2012 nel mondo sono stati venduti 405 milioni di testi biblici, di cui 32,1 milioni di Bibbie integrali. Dal 1815 al 2000, la Bibbia risulta esser stata venduta in 2,5 miliardi di copie, tradotta completamente in 518 lingue, mentre il Nuovo Testamento è disponibile in 1275 lingue. Nuove traduzioni sono costantemente in corso, da quando, verso il 1450, la prima Bibbia di Gutenberg fu stampata con caratteri mobili. Molto diffusa, abbastanza letta, ancora largamente inattuata…


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cronaca internazionale a cura di Alberto Lepori

Un po’ di coraggio. Il vescovo brasiliano di Xingu, Erwin Kräutler, d’origine austriaca, ha discusso con papa Francesco della difficoltà di reggere una diocesi con 800 comunità parrocchiali, 700.000 fedeli e solo 27 preti. Il Papa gli avrebbe detto che lui da Roma non può prendere tutto nelle sue mani, e che i vescovi, che conoscono meglio le situazioni, devono essere più coraggiosi. In una diocesi del Messico ogni comunità ha almeno un diacono, trecento in totale. Tocca ai vescovi studiare e proporre riforme valide e mons. Kräutler è andato a parlarne col card. Müller della Congregazione della dottrina della fede (da un servizio di ADISTA del 20 aprile 2014). Riabilitazione. Papa Francesco ha approvato la revoca della sospensione a divinis del nicaraguanse Miguel d’Escoto Brockmann, 81 anni, inflittagli nel 1980 quando il sacerdote aveva accettato la carica di ministro del governo sandinista. Resta invece la sospensione a Ernesto Cardenal, inflittagli nel 1985, per essere divenuto ministro della cultura. E rimane «ridotto allo stato laicale» (come la maggior parte dei cattolici, del resto…) Giovanni Franzoni, già abate di San Paolo a Roma, «colpevole» di aver sostenuto la legge che introdusse il divorzio in Italia e di predicare una Chiesa «povera per i poveri». Di recente, Franzoni ha pubblicato la sua «Autobiografia di un cattolico marginale» (Rubbettino, 2014) e molti (tra cui noi di «Dialoghi») aspettano da papa Francesco un atto di giustizia. Donne scrivono a Bergoglio. Ventisei donne che amano preti hanno inviato a papa Francesco una lettera che ha prodotto enorme clamore e dibattito. Nel testo, le firmatarie, che hanno voluto restare anonime (anche se nella raccomandata inviata in Vaticano hanno lasciato le loro generalità e recapiti telefonici), hanno detto di essere «un piccolo campione, che parla a nome di tante che vivono nel silenzio e che chiede la revisione del celibato ecclesiastico. (…) Vogliamo con umiltà, porre ai tuoi piedi la nostra sofferenza affinché qualcosa possa cambiare, non solo per noi, ma per il bene di tutta la Chiesa […]. Noi amiamo questi uomini, loro amano noi, e il più delle volte non si riesce,

pur con tutta la volontà possibile, a recidere un legame così solido e bello, che porta con sé purtroppo tutto il dolore del non pienamente vissuto […] E allora ci chiediamo e ti chiediamo se è davvero giusto sacrificare l’Amore in virtù di un bene più alto e grande che è quello del servizio totale a Gesù e alla comunità, che a nostro avviso sarebbe svolto con maggiore slancio da un sacerdote che non ha dovuto rinunciare alla sua vocazione all’amore coniugale unito a quella sacerdotale, e che sarebbe anche supportato dalla moglie e dai figli. Probabilmente gioverebbe all’intera comunità, si respirerebbe aria di famiglia, di libertà e di accoglienza». Per discutere di tutto questo chiedono un’udienza privata al Papa: «per portare davanti a te umilmente le nostre storie e le nostre esperienze, sperando di poter attivamente aiutare la Chiesa, che tanto amiamo, verso una possibile strada da intraprendere con prudenza e giudizio». Finalmente giustizia. Mons Angelelli fu assassinato! Dopo 38 anni, la giustzia ha condannato gli assassini di un argentino che lottava per la speranza e la dignità di migliaia di persone. Il tribunale ha condannato all’ergastolo due alti ufficiali. L’omicidio di mons. Enrique A. Angelelli Carletti, vescovo di La Rioja (Argentina), avvenne il 4 agosto 1976. Mons. Angelelli era contrario alla dittatura e grande amico dell’allora giovane gesuita Jorge Mario Bergoglio. Angelelli morì in un incidente d’auto simulato, poco dopo l’instaurarsi della dittatura militare. La sentenza del tribunale di La Rioja che ha condannato l’ex generate dell’esercito Luciano Benjamin Menendez (86 anni) e l’ex vice commodoro Luis Fernando Estrella (82 anni), è stata letta il 4 luglio. Per decenni le autorità avevano sostenuto che la morte del Vescovo era stata accidentale. Il caso è stato riaperto da quando un ex prete rese testimonianza che il veicolo era stato intenzionalmente spinto fuori strada. «Noi siamo Chiesa». Si è svolta a Milano, domenica 15 giugno, la XVI assemblea nazionale di «Noi siamo Chiesa» con una cinquantina di partecipanti provenienti da dodici realtà locali. La discussione principale è stata dedicata alla «scomunica», dichiarata

dal vescovo di Innsbruck, nei confronti della presidente internazionale di «Noi siamo Chiesa», l’austriaca Martha Heizer, per avere partecipato nella propria casa con il marito e con alcuni amici a celebrazioni eucaristiche senza un presbitero in regola col diritto canonico: scomunica che sembra essere stata gestita (dopo oltre un anno dai fatti!) d’accordo con chi a Roma (il card. Müller) vuole creare ostacoli al nuovo corso di papa Francesco. Secondo il giornalista Luigi Sandri, nella Chiesa cattolica il momento centrale ora è quello del Sinodo dei vescovi, convocato in ottobre, con lo scontro sulla riammissione alla comunione dei divorziati risposati. Lo scontro non è più con la tradizionale area del dissenso ma attraversa il collegio cardinalizio, e vede contrapposti per esempio i cardinali Müller e Kasper. L’assemblea ha rilevato come esistano tante energie poco conosciute e tanti fermenti nel cristianesimo: la Chiesapotenza è finita, c’è ora spazio invece per la Chiesa di Gesù, e il nuovo corso di papa Francesco cerca di andare in questa direzione. Ripartire da Nicea. Il patriarca ecumenico di Costantinopoli e primus inter pares fra i patriarchi ortodossi, Bartolomeo I, ha rivelato di avere concordato con papa Francesco di lasciare come eredità ai loro successori di ritrovarsi a Nicea nel 2025, per celebrare tutti insieme, dopo 17 secoli, il primo concilio davvero ecumenico, dove fu scritto l’essenziale del Credo. Papa Francesco non ha confermato che un tale tema sia stato affrontato durante l’incontro con Bartolomeo avvenuto a Gerusalemme. Secondo il portavoce della Santa Sede, il direttore della Sala Stampa vaticana p. Federico Lombardi, se lo dice il patriarca – ha dichiarato – «evidentemente ne hanno parlato», ed è «cosa buona e significativa per l’ecumenismo». L’annuncio di Bartolomeo ha colto tutti di sorpresa. Mancano undici anni al 2025 e nessuno può dire a che punto sarà allora il dialogo cattolico-ortodosso. È per dare una spinta a un dialogo più approfondito che Bartolomeo si è deciso a rivelare gli auspici condivisi con Francesco? Quello di Nicea, nel 325, fu il primo concilio generale della Chiesa: radunò circa 300 vescovi, quasi tutti dell’Oriente, pochi dell’Occidente (ma d’accordo con il vescovo di Roma, rappresentato da legati). Il concilio proclamò che Gesù Cristo – il Verbo – è della «stessa sostanza del Padre», cioè Dio come Lui. La rot-


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tura fra ortodossi e cattolici fu sancita, dopo secoli di incomprensioni, nel 1054, con la scomunica che il 7 dicembre 1965 Atenagora e Paolo VI cancelleranno reciprocamente. Proteste USA. Gruppi di preti e di laici statunitensi hanno mandato lettere di protesta a papa Francesco per il trattamento che da anni il card. Müller, prefetto della Congregazione per la fede (un carro armato residuato di guerra del pontificato Ratzinger) continua a riservare alla Conferenza delle religiose americane (LCWR) che riunisce l’80% (circa 45.000 suore) degli Stati Uniti. Dopo un’inchiesta durata tre anni, la Congregazione rimprovera alla LCWR di non sostenere gli insegnamenti della Chiesa circa l’ordinazione delle donne e l’omosessualità, il diritto alla vita e alla morte naturale. I cattolici statunitensi ricordano il servizio generoso che le religiose prestano alla società. Digiunano per il clima. Il 4 giugno, a Parigi, un collettivo di organizzazioni e di personalità di diverse tradizioni religiose, spirituali, atee e laiche, ha lanciato «il digiuno per il clima». Ogni primo del mese fino al 1. dicembre 2015, data di inizio della prossima conferenza sul clima promossa dall’ONU, ognuno è invitato a digiunare per indicare la propria solidarietà con le vittime del cambiamento climatico su tutto il pianeta e per spingere i governi verso l’adozione di un trattato globale, obbligante, giusto e ambizioso in occasione di Paris Climat 2015. Il digiuno per il clima ha visto la luce durante la conferenza sul clima dell’ONU a Varsavia nel novembre scorso, prendendo spunto dal digiuno di 13 giorni del delegato delle Filippine, Yeb Sano, il cui Paese era stato appena colpito dal supertifone Haiyan. Cattolici tedeschi. Il «Katholikentag», storico convegno dei cattolici della Germania, si è svolto a Rati-

sbona dal 28 maggio al 1. giugno. I cinque giorni erano incentrati sul tema «Costruire ponti con Cristo», durante i quali si sono affrontate moltissime questioni: dalla morale familiare alle questioni finanziarie. Gli eventi sono stati un migliaio, un centinaio dedicati all’ecumenismo, con la partecipazione di 30 mila persone per tutta la durata del convegno e l’intervento di personalità di spicco del mondo cattolico e del mondo politico, Lasciano la Chiesa. Nel 2013 ben 178.805 cattolici hanno lasciato la Chiesa tedesca, con un netto aumento rispetto al 2012 (allora furono 118.335) pur senza raggiungere la cifra record del 2010 (181.000). I cattolici tedeschi sono circa il 30% della popolazione (24 milioni), numero di poco superiore alla popolazione di confessione protestante. Alla crescita degli abbandoni cattolici nel 2013 ha concorso il caso del vescovo…spendaccione della diocesi di Limburg (7’980 uscite nel 2013, più del doppio dell’anno precedente). La Germania ha 27 diocesi, 11’085 parrocchie, 14’490 preti (di cui 9’222 ancora attivi nella pastorale) e 7’610 laici assistenti pastorali, teologi o no. Sono in diminuzione la frequenza alla messa domenicale (il 10,8% in media nel 2013 contro l’11,07 nel 2012), il numero dei battesimi (tremila in meno) e i matrimoni in chiesa (2’500 in meno). Sono aumentati invece (+5’000) i funerali. IRS in Italia. Una ricerca, per la cui realizzazione sono state intervistate 2’016 persone rappresentative per territorio, età, genere e classe sociale della popolazione over 15, ha fatto il punto su come la popolazione considera l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole. I risultati appaiono significativi. Una domanda in particolare riguardava l’attuale modalità dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole (i docenti scelti

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dal vescovo diocesano ma retribuiti dalla Stato). La maggioranza – il 54% – è in disaccordo con tale sistema (il 26% «per nulla d’accordo», il 28% «poco d’accordo»), mentre il 38% lo approva, ma solo un risicato 10% è «molto d’accordo» mentre il 28% si limita ad essere «abbastanza d’accordo» (l’8% «non sa»). L’opposizione all’ora di religione è ovviamente molto più alta fra atei ed agnostici (80%) ma è maggioritaria anche tra gli stessi cattolici: il 48% è contrario, il 44% favorevole (l’8% «non sa»), Il dato è sorprendente, perché appare in forte contraddizione con la percentuale di studenti che nelle scuole sceglie di frequentare l’ora di religione: in media l’89,3%, con punte del 93%, nella scuola primaria, mentre persino nelle superiori la partecipazione è dell’83%. Ma si tratta di un conflitto solo apparente, perché la scelta di avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica nella maggior parte dei casi viene effettuata dalle famiglie, soprattutto per gli alunni più piccoli, ed è indice di un’adesione tradizionale e comprende la preoccupazione di evitare ai propri figli, soprattutto nei piccoli centri, che siano bollati come «diversi», messi ai margini e quantomeno guardati con sospetto. Per un’informazione libera. Il prossimo anno termina il programma del Millennio, adottato nel 2000 da 189 paesi aderenti alle Nazioni Unite per ridurre la povertà mondiale. Si sta ora discutendo le proposte per il «dopo 2015», da realizzare entro il 2030. La Fondazione Hirondelle, particolarmente attiva a favore dell’informazione, specialmente in Africa, propone che all’obiettivo 10 che intende assicurare una buona governance e istituzioni efficaci, sia richiesto di garantire alle popolazioni il diritto alla libertà di espressione, di associazione e la libertà per riunioni pacifiche, come pure l’accesso a informazioni e media indipendenti.

I giornalisti che ci hanno raccontato il nostro mondo Trent’anni di storia del giornalismo nella Svizzera italiana ripercorsi da Enrico Morresi. Pubblicato il primo di due volumi per conoscere e capire le personalità che hanno fatto la storia dei nostri media. Volume rilegato in tela, 239 pagine, 48 pagine illustrate, 45.– franchi Armando Dadò editore - Via Orelli 29 - 6601 Locarno Tel. 091 756 01 20 - Fax 091 752 10 26 - info@editore.ch - www.editore.ch


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Notizie belle e buone Eppur si muove. Il giusto riconoscimento della posizione della donna farà un singolare e significativo passo avanti col conferimento del Premio Ratzinger, il prossimo 22 novembre, alla francese Anne-Marie Pelletier, specialista d’ermeneutica e di esegesi biblica ma anche studiosa del ruolo delle donne nella Chiesa e nel cristianesimo. Premio attribuitole da parte dei membri del comitato scientifico della Fondazione Ratzinger-Benedetto XVI. Commentando il riconoscimento, la Pelletier ha affermato che nella Chiesa si assiste ad un maggiore riconoscimento delle competenze delle donne e vengono conferite loro maggiori responsabilità, per cui certi posti prima riservati solo a chierici potranno essere finalmente occupati da donne. I vescovi della Svizzera romanda hanno designato per un anno come responsabile del progetto di pastorale giovanile Victoria Avanthay. Il vescovo Lazzeri, dopo la nomina di Luisa Bucher a economa della diocesi, ha scelto Chiara Gerosa Adamoli come addetto stampa, a metà tempo e con ufficio presso la Curia. Mons. Gmür, vescovo di Basilea, non si è opposto alla modifica degli statuti ecclesiastici dei due Cantoni di Basilea, che chiedono di operare perché la Chiesa cattolica abolisca il celibato obbligatorio e accetti l’ordinazione di donne al presbiterato. La maggioranza dei cattolici basilesi si è pronunciata favorevolmente con l’81,8% di sì a Basilea Città e con l’87,4% di sì a Basilea Campagna, con una partecipazione al voto del 22,1% in città e del 29,8% in campagna. La Chiesa cattolica maronita degli Stati Uniti ha recentemente ordinato prete un uomo sposato: Wissan Akiki, superando un divieto vaticano risalente al 1920. Le Chiese di rito orientale in Medio Oriente e in Europa hanno da secoli preti sposati; nel Libano, lo sono la metà dei preti maroniti. Premio Caritas 2014. Il Premio Caritas 2014, di diecimila franchi, è stato assegnato al gesuita Nawras Sammour di Aleppo, direttore del servizio dei gesuiti per i rifugiati del Vicino Oriente, e al giordano Wael Suleiman, direttore della Caritas giordana, per ricompensare il loro impegno a favore dei rifugiati siriani, procurando loro cibo, acqua, abiti, medicine e alloggio, ma specialmente donando loro un po’ di dignità umana e di speranza per il futuro. Ospitalità cristiana. Una cinquantina di famiglie senza casa, dal 4 giugno, si sono istallate nella basilica romana e pontificia di Santa Maria Maggiore a Roma, dopo essere state espulse dalla polizia da un edificio della periferia. A papa Francesco hanno spiegato il gesto «provocato dalla disperazione», ringraziando per l’ospitalità e sollecitando un intervento a loro favore presso il sindaco della capitale. Gli occupanti (120 persone di nazionalità italiana, africana e dell’Europa orientale) hanno ricevuto la visita del cappellano papale mons. Krajewski. I missionari di Steyl hanno deciso di accogliere 60 rifugiati siriani nel loro ginnasio di Marienburg, nel canton San Gallo. La struttura in cui saranno ospiti i rifugiati ha chiuso le sue porte a fine anno scolastico 2011-12, dopo 81 anni di presenza dei missionari di Steyl, una congregazione religiosa fondata in Olanda nel 1875 e che si occupa di educazione, assistenza ai poveri e dialogo tra culture. Le scuole cattoliche di Sydney (Australia) hanno offerto un programma speciale per scolarizzare gratuitamente i figli dei rifugiati, spiegando che gli esseri umani non devono essere puniti perché chiedono asilo. Per sfuggire ai bombardamenti israeliani, durante il recente conflitto, circa

1300 palestinesi, in gran parte musulmani, si sono rifugiati nella chiesa greco ortodossa di San Porfirio a Gaza, e altri 700 nella chiesa cattolica della Santa Famiglia. Preghiere e collette per le vittime sono state organizzate in tutte le parrocchie della Giordania, della Palestina e di Israele. Dall’8 ottobre l’abbazia di Einsiedeln ospita 25 immigrati eritrei. Episcopato femminile. La Chiesa anglicana d’Inghilterra, riunita in sinodo generale, ha approvato il 14 luglio (anniversario della caduta della Bastiglia parigina…) l’accesso delle donne all’episcopato, con il voto favorevole delle tre camere, compresa quella dei laici che nel 2012 aveva votato contro. La decisione della Chiesa inglese (che ordina donne al presbiterato da 22 anni) segue quella di altre Chiese anglicane nazionali (sono 38, con 77 milioni di aderenti) è comprensibile se si pensa che capo della Chiesa d’Inghilterra, da settant’anni, è una regina. «L’Osservatore romano» ritiene che l’episcopato femminile sia un ostacolo all’ecumenismo: ma lo è anche per «la Buona Novella» all’altra metà del Cielo? Svizzeri generosi. Il «Collegio cattolico» sangallese ha deciso di pagare il debito della Caritas di San Gallo e Appenzello, ammontante a 1,2 milioni di franchi, e di attribuirne altri 250.000 all’organizzazione caritativa per proseguire l’attività. La Catena della solidarietà ha raccolto nel 2013 più di 52 milioni a favore delle vittime del tifone nelle Filippine, per i rifugiati del conflitto in Siria e per i ragazzi delle baraccopoli e ha assegnato oltre 48 milioni a 204 progetti, per il 40% in interventi d’urgenza e materiale, il 30% per la ricostruzione di case e scuole, acqua e fognature, e il 30% in progetti per la formazione, l’accesso alle professioni e la prevenzione di catastrofi. Premio «Choisir». Il premio romando 2014 «Buone Notizie» (mille franchi) è stato assegnato alla rivista «Choisir» di Ginevra-Carouge, per la pubblicazione dell’intervista a papa Francesco del settembre 2014. La rivista è stata fondata nel 1959 da un gruppo di gesuiti e di laici e lungo gli anni ha ospitato firme prestigiose di teologi e scrittori. La tiratura è attualmente di duemila copie, la maggior parte in abbonamento. «Choisir» promuove il dialogo ecumenico e interreligioso e partecipa al gruppo di riviste curate in Europa dalla Compagnia di Gesù. Il numero estivo ha pubblicato articoli sulla spiritualità della montagna e un’intervista a Mario Botta sulla sua concezione dell’architettura moderna. Meglio tardi. La Spagna vuol riparare, dopo oltre cinquecento anni, il torto fatto agli ebrei quando furono espulsi, per decisione della Regina Isabella «la cattolica» (!). Il Governo intende proporre un progetto per facilitare il riconoscimento della cittadinanza spagnola (come doppia nazionalità) a tutti coloro che potranno dimostrare legami di discendenza dagli espulsi. Secondo la Federazione delle comunità ebraiche spagnole, potrebbe trattarsi di 3,5 milioni di persone. Tunisia laica. La nuova costituzione della Tunisia, approvata dai deputati il 27 gennaio, prevede che «lo Stato è garante della religione, della libertà di coscienza e di credenza e del libero esercizio dei culti (…). Lo Stato si impegna a diffondere i valori della moderazione e della tolleranza e a proteggere il sacro contro ogni attacco». In particolare è stato soppresso l’articolo che prevedeva che il presidente della Repubblica dovesse essere di religione musulmana.


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Daria Lepori


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notiziario (in)sostenibile a cura di Giulia Negri

Ladri di biciclette? Che si stia per attaccare un manifesto cinematografico o si debba fare una commissione, nel dopoguerra come ora, il rischio c’è: il furto del mezzo a due ruote. Numerose, più semplici da rubare di altri mezzi e, in un caso su quattro, non dotate di antifurto. Il bersaglio perfetto, insomma: per quanto siano il «veicolo» più salutare, sono anche quello che sparisce più facilmente. Povere biciclette! Dal Cile sembra arrivare un’interessante novità, però: un prototipo, a detta degli sviluppatori, studenti universitari, impossibile da rubare, poiché antifurto di se stesso. Come? Il tubo trasversale (quello che collega sterzo e pedali) si «divide» e ruota, creando una specie di «U» con il corpo della bicicletta. A questo punto si può inglobare nell’abbraccio un albero, un palo o un altro simile sostegno, e chiudere con il tubo della sella, assicurato con una chiave. Senza danneggiare parti vitali della bici, rendendola inservibile, è impossibile spostarla… Aspettiamo! L’orto «insano». La passione per i cibi bio spopola ormai da diversi anni, e molti di noi hanno compiuto la scelta di crescere e coccolare di persona le proprie verdure prima di mangiarle: da qui il ritorno di molti all’antica dedizione per l’orto. Niente prodotti chimici, o il minimo indispensabile, e la certezza che quello che mettiamo nei nostri piatti e in quelli dei nostri figli sia sano. Ma lo è davvero? Per noi forse sì, un po’ meno per le piante. Almeno per alcune. Il grande indiziato, per ora, sembra essere l’aglio: una ricerca, in Australia, ha svelato le sue straordinarie doti di «veicolo» per i virus dei vegetali. L’«alitoso amico» non si riproduce attraverso i semi (che raramente produce, in verità), ma vegetativamente, ovvero ripiantando uno dei suoi spicchi nel terreno o lasciando che passi la stagione fredda in «letargo» sotto terra, per risvegliarsi con altri bulbilli nati dal bulbo madre. Durante lo stadio di seme di solito avviene una specie di «reset» dei virus presenti, ma l’aglio non ha questa fortuna, risultando il candidato perfetto per fare da taxi. Anno dopo anno questo bulbo accumula virus, per poi trasportarli nel paese in cui viene importato. Gli studiosi hanno analizzato aglio proveniente da Australia, Cina,

Stati Uniti, Messico, Argentina, Spagna: nessun produttore era «immune» dal problema, anzi. Termometri a volatili. Ricordo che, da bambina, dovevo far attenzione a non far cadere il termometro, quando misuravo la febbre. Una volta si era rotto e tante bellissime palline argentate erano rotolate per il pavimento: magia! Avrei tanto voluto acchiapparle, ma la mamma mi aveva diffidato dal farlo: è veleno! Sì, il mercurio e i suoi composti fanno male: emesso dalla combustione del carbone, la sua quantità in atmosfera è quadruplicata rispetto a prima della rivoluzione industriale. Se nei bambini causa problemi nel linguaggio, nell’apprendimento e nella memoria, quando esposti al metilmercurio (un composto particolarmente tossico del mercurio) mentre si trovano ancora nell’utero materno, scopriamo che anche gli uccelli hanno problemi simili. Nei volatili canori, l’importanza della loro capacità «musicale» è legata alla riproduzione e alla protezione del territorio. Alcuni la apprendono dai genitori, altri nascono con questa «dote» innata: le specie che dovevano impararla sono apparse le più colpite dal mercurio, cantavano note più basse e canzoni più semplici. I problemi nell’acquisizione di nuove conoscenze colpiscono volatili anche di specie molto diverse tra loro e dei quali non si pensava assumessero il mercurio tramite la propria alimentazione. Se non attraverso i pesci, «indigesti» risultano gli insetti: qualunque sia il menù, vengono colpiti. Alcuni non ricordano nemmeno dove trovare il proprio cibo, oltre che la canzone dei loro padri. Questo potrebbe aiutare gli scienziati a capire come questo liquido metallo sia in grado di danneggiare il cervello, e a trovare delle possibili soluzioni. Volete misurare la «febbre» di un bosco? Ascoltate. Eau de porc. Essere salutati da una palla di pelo scodinzolante è sempre un ritorno a casa piacevole. Ma se il nostro compagno a quattro zampe manifesta il proprio entusiasmo saltando addosso a chiunque entri in casa, correndo in ogni dove ribaltando sedie o abbaiando incessantemente a qualsiasi cosa si muova (o sia ferma), l’affettuosa convivenza può diventare un inferno per noi, i nostri vicini

e i nostri amici. Come fare? C’è chi consiglia scuole di buona educazione, addestratori o simili, ma la scienza ci propone un’alternativa: un profumo. Beh, magari non esattamente un profumo: androsterone, ovvero feromone di verro. Si tratta cioè di sostanze biochimiche prodotte da ghiandole ed emesse a basse concentrazioni nella saliva e nel grasso del maschio del maiale, con la funzione di inviare segnali ad altri individui della stessa specie. Ma, a quanto pare, funziona anche con altri animali. Non sappiamo esattamente cosa passi per la testa del nostro cane, dopo aver spruzzato l’insolito «profumo», oltre a «cos’era quello?», ma quel che conta è che smette di abbaiare, saltare o correre qua e là. Si è considerata la possibilità che reagisse al semplice rumore dello spruzzo o allo spruzzo in sé, indipendentemente dal contenuto dello spray, ma l’«infallibilità» si ha solo con i feromoni in alta concentrazione. Aspetto positivo: non sembrano esserci controindicazioni. Le funzioni e il battito cardiaco non hanno riscontrato modifiche: nonostante questo sarebbe meglio utilizzarlo come ausilio per addestrare il cane, piuttosto che come strumento di coercizione. Si stanno ora studiando i feromoni di altri animali, per vedere quali possibili effetti utili potrebbero avere. Noi e il telefonino. Che c’è di più pratico di un telefono cellulare? Oppure di un tablet? Ci aiutano per tante cose. Ma in commercio ce ne sono di molte marche: quale scegliere? con quale criterio? Un criterio lo suggerisce l’indice di «sostenibilità etica» proposto da «Pane per i fratelli» e «Sacrificio quaresimale», perché tiene conto della problematicità dei modi di produzione di alcune case produttrici: sfruttamento, negazione dei diritti del lavoro, distruzione dell’ambiente (www.hightechrating.ch). Qui non possiamo farla lunga, mi porto subito alle conclusioni. Dalla classifica tra le varie marche emerge che HP e Nokia sono sulla buona strada, che le prassi di Apple e di Dell sono appena sufficienti, quelle di Acer, Lenovo, Samsung e Sony sono insufficienti. Fanalini di coda sono Asus e HTC, le cui prassi sono definite «inaccettabili». Le due organizzazioni chiedono a queste marche di assumere le proprie responsabilità su tutta la filiera di produzione. Ma, intanto, avvertono che è già possibile al consumatore scegliere un apparecchio la cui produzione è meno problematica (red.).


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In questo numero Dossier dedicato a p. Callisto G la chiesa non è incolpevole se la religione sparisce dal linguaggio comune (Ottavio Lurati) 2 G in che senso la parrocchia può servire ancora (Jean-Luc Farine) 4 G de minimis sulle celebrazioni (E.M.) 6

Giudaica perfidia In un tempo come il nostro, in cui il termine «antisemitismo» è strattonato e manipolato per altri interessi, va salutato con piacere il non facile libro del teologo Daniele Menozzi, Giudaica perfidia, dimostrazione di come profonda e dannosa sia stata la pseudo legittimazione religiosa di un pregiudizio che attribuiva alle comunità ebraiche il disegno di scalzare i fondamenti cristiani della società attraverso il progresso tecnico e lo sviluppo del libero mercato. Si fa la storia di un «luogo» liturgico centrale: la preghiera per gli Ebrei nella grande preghiera cattolica del Venerdì Santo. Preghiera che ab immemorabilis li definiva come perfidi e perfidia il loro rifiuto di Cristo Signore, termini evidentemente spregiativi e insultanti. Una corretta traduzione latina aveva pur insegnato che perfidus significa semplicemente infedele, ma ogni tentativo di rimuovere l’espressione si era sempre scontrato con la concezione della liturgia come patrimonio immodificabile. Fu Papa Giovanni XXIII a dare per primo ordine di cambiare quel testo, che poi nel Messale di Paolo VI, profondamente innovato dopo il Concilio (1969), si tradusse nel rifacimento puro e semplice della preghiera. Chi vuole constatarlo non ha che da aprire un qualunque messalino e leggersi i testi oggi vigenti, alla sesta orazione della Preghiera universale («per gli ebrei»). Volendo compir l’opera si sarebbe potuto sopprimere anche i successivi Improperia, un testo pure molto antico in cui il Cristo rimprovera gli Ebrei di avere ricambiato con la sua messa a morte i benefici di cui Dio aveva colmato il popolo dell’antica alleanza: ma si sarebbe agitato nel sepolcro Luigi Pierluigi da Palestrina, e quel testo fu lasciato. Precisate queste cose, il libro di Menozzi ci fa conoscere quel che più conta: non solo e non tanto le vicissitudini di un testo antico ma ambiguo e re-interpretabile ma gli interessi e l’azione politica con cui, con il pretesto della liturgia, il mondo cattolico (con l’appoggio delle gerarchie, salvo eccezioni) manifestò avversione per la riacquistata libera cittadinanza delle comunità giudaiche nell’Ottocento e insistette a «giustificare» discriminazioni e pogrom con la conseguenza del «deicidio» sul Golgota.

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Articoli G essere uomini, prima che cristiani. una testimonianza su p. callisto caldelari (Fulvio Caccia) 7 G chiesa e situazioni matrimoniali complesse. una «sintesi propositiva» all’attenzione del sinodo (Viandanti) 9 G sperimentazione e prospettive future della cultura religiosa nelle scuole ticinesi (Ernesto Borghi) 13

D, Menozzi, Giudaica perfidia. Uno stereotipo antisemita tra liturgia e storia, Il Mulino, Bologna 2014.

Gli anziani tra noi possono ricordare di come, nelle nostre famiglie cristiane, certo, si compiangessero gli Ebrei vittime della Shoah, ma per aggiungere sospirando: sono castigati per avere messo a morte Gesù. Una storia brutta, che il goffo tentativo di papa Benedetto di far pace con Ecône rilanciando il messale di prima della riforma liturgica è parso riportare d’attualità. Ricordiamo piuttosto lo stupore dei vecchi ebrei di Lugano davanti alla folta partecipazione di cristiani alla fiaccolata indetta dal Vescovo Grampa dopo l’incendio tentato della Sinagoga: segno l’uno e l’altra della fine di un equivoco storico. Gaza non c’entra: possiamo essere solidali con i palestinesi senza incolpare tutti gli Ebrei della pessima politica dello Stato che li rappresenta. E.M.

Numeriarretrati? I numeri arretrati di «Dialoghi» si possono ordinare a: «Dialoghi» Amministrazione e redazione c/o Enrico Morresi Via Madonna della Salute 6 6900 Massagno al prezzo di fr. 12.–

G biblioteca G parola di papa G cronaca svizzera G osservatorio ecumenico G cronaca internazionale G notizie belle e buone G vignetta (in)sostenibile G notiziario (in)sostenibile

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dialoghi di riflessione cristiana www.dialoghi.ch Comitato: Alberto Bondolfi, Ernesto Borghi, don Emilio Conrad, Serse Forni, Aldo Lafranchi, Alberto Lepori, Daria Lepori, Enrico Morresi, Margherita Noseda Snider, Marina Sartorio, Carlo Silini Redattore responsabile: Enrico Morresi enrico.morresi@sunrise.ch Amministratore: Claudio Cerfoglia amministrazione@dialoghi.ch Redazione e amministrazione: c/o Enrico Morresi, Via Madonna della Salute 6, 6900 Massagno, tel. +41 (0)91 966 00 73, enrico.morresi@sunrise.ch Stampa: Tipografia-Offset Stazione SA, Locarno I collaboratori occasionali o regolari non si ritengono necessariamente consenzienti con la linea della rivista. L’abbonamento ordinario annuale (cinque numeri) costa fr. 60.–, sostenitori da fr. 100.– Un numero separato costa fr. 12.– Conto corr. post. 65-7205-4, Bellinzona.


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