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232 dialoghi Locarno – Anno 46 – Giugno 2014

di riflessione cristiana BIMESTRALE

«Le Courrier», 29 aprile 2014.

Per una cultura religiosa nella scuola pubblica La pubblicazione del rapporto «Religioni, interculturalità ed etica nella scuola pubblica» ha finalmente aperto la discussione su una cultura religiosa da assicurare a tutti gli allievi, necessaria per comprendere la società in cui vivono e premessa per la tolleranza e l’integrazione. Il Dipartimento dell’Educazione, d’intesa col vescovo Giacomo Grampa, aveva condotto una sperimentazione istituendo in tre sedi scolastiche un insegnamento «laico» di «storia delle religioni» obbligatorio per tutti gli allievi, in tre sedi come alternativa all’insegnamento gestito dalle Chiese. Il rapporto giunge alla conclusio-

ne che la formula più confacente alla realtà ticinese è quella del «doppio binario», cioè un insegnamento di «storia delle religioni» (la definizione può variare) gestito dallo Stato e obbligatorio per tutti gli allievi, e un insegnamento complementare e facoltativo affidato alle Chiese. A una proposta analoga è giunta la maggioranza di una Commissione che ha supervisionato la sperimentazione, con l’aggiunta che l’insegnamento gestito dalle Chiese deve avere posto nell’attuale griglia oraria. Una «proposta di mediazione» è stata formulata dal consigliere di Stato Bertoli, attuale direttore del DECS: dimezzare le ore

di insegnamento affidato alle Chiese e integrarle con ore di insegnamento delle religioni obbligatorie per tutti. Il vescovo Lazzeri si è espresso a favore di un «sistema misto»: insegnamento religioso obbligatorio, con scelta tra quello statale e quello ecclesiastico («Giornale del Popolo» del 28 maggio). È da augurarsi che nei prossimi mesi possa avvenire un confronto libero, documentato e sereno, perché è evidente la necessità di superare l’attuale situazione di insufficienza e degrado. «Dialoghi» non mancherà di partecipare al dibattito, al quale ha già contribuito con numerosi interventi.


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Francesco al giro di boa del suo primo anno Per valutare adeguatamente il sia pur breve, fin qui, ministero di Francesco, sarebbe ovviamente necessario un ampio volume. Ma in questa sede, al giro di boa del primo anno del suo pontificato, mi limito a ricavare dai miei appunti alcuni frammentari flash, che fotografano i primi tre mesi e mezzo, da metà marzo a metà giugno, del suo secondo anno di servizio episcopale a Roma. Luigi Sandri 13 marzo S an Rodrigo È davvero passato un anno da quando il conclave elesse vescovo di Roma Jorge Mario Bergoglio?! Mi sembra di vederlo vestito di bianco da così tanto tempo! E Karol Wojtyla, e Joseph Ratzinger lontanissimi, vissuti molti decenni fa. Lo so, è un abbaglio; e infatti i paragoni con i suoi due immediati predecessori, e i conti con la loro eredità, emergono ogni giorno: sia nei discorsi di papa Francesco, sia in chi lo consideri dall’esterno. Ad ogni modo, è una consolazione sapere che abbiamo questo vescovo di Roma. 21 marzo S an Nicola Con un gesto semplice e insieme potente, Francesco ha «riabilitato» don Luigi Ciotti, una vita dedita a soccorrere gli «abele» di oggi e a combattere la mafia. Non che quel prete avesse avuto sanzioni canoniche, tuttavia per decenni è stato sgradito al Palazzo ecclesiastico perché nelle sue denunce talora, e ben a motivo, colpiva le gerarchie. Partecipando a una iniziativa della Fondazione Libera – contro la mafia – che si svolgeva in una parrocchia ad un tiro di schioppo dal Vaticano, il vescovo di Roma è andato là, e ha camminato mano nella mano con don Luigi. Prenda nota, la CEI (Conferenza episcopale italiana). 22 marzo S an Benvenuto Francesco istituisce la Pontificia commissione per la tutela dei minori; in essa vi è anche una vittima della pedofilia del clero, l’irlandese Marie Collins. Ma la CEI continua a non rendere obbligatorio, per i vescovi, deferire alla magistratura i preti pedofili.

27 marzo Sant’Alessandro Celebra messa per i parlamentari italiani (oltre cinquecento) alle 7.00 del mattino! Ricordando le invettive del profeta Geremia contro quanti, allora, avevano abbandonato il Signore, Francesco osserva: «Il cuore di quel gruppetto si era indurito tanto, tanto che era impossibile ascoltare la voce del Signore. E da peccatori, sono scivolati, sono diventati corrotti. È tanto difficile che un corrotto riesca a tornare indietro». Niente riferimenti, ai «princìpi non negoziabili» o ai «valori cristiani» e al dovere di difenderli – temi cari a Benedetto XVI. Il vescovo di Roma parla della corruzione di millenni fa; ma il riferimento a quella di oggi è implicito. Senatori e deputati ascoltano impietriti. * Sempre oggi Francesco riceve in udienza Barack Obama, il presidente degli USA. Sono le due personalità mondiali, e ambedue americane – l’una del Sud, l’altra del Nord – che, pur a diversissimo titolo, tanto possono influire sulle sorti del pianeta. 28 marzo Santi Castore e Teodoro Prima di confessare – insieme con i penitenzieri della basilica vaticana – alcune persone, Francesco si confessa da uno di loro. La scena è edificante. Tuttavia, nei suoi discorsi finora egli ha evitato di affrontare l’evidente «crisi della confessione» che caratterizza molte Chiese locali, e le ragioni sociologiche e teologiche di questa situazione. La questione della «confessione comunitaria» continua ad essere tabù, in Vaticano. 4 aprile Sant’Isidoro «Tanti pensatori – afferma il Papa all’omelia mattutina – nella Chiesa sono stati perseguitati. Io penso a uno, adesso, i cui libri sono andati all’Indice… È passato il tempo e oggi è beato! Ma come! Ieri era un eretico e oggi è un beato? È che ieri quelli che avevano il potere volevano silenziarlo, perché non piaceva quello che diceva. Oggi la Chiesa, che grazie a Dio sa pentirsi, dice: “No, quest’uomo è buono! Di più, è sulla strada della santità: è un beato!”». A chi si riferiva? Sembra

ad Antonio Rosmini, il grande teologo messo al bando da Pio IX e da Leone XIII, e beatificato da Benedetto XVI. Ma, per capire la portata delle parole di Francesco, basterebbe leggere quelle con le quali, da Roma, Ratzinger nel 2007commentò la beatificazione che avveniva a Novara. Nessun «mea culpa» sulla «persecuzione» dei papi contro Rosmini. Un silenzio vergognoso, allora; un’ammissione veritiera, oggi! 17 aprile Giovedì Santo «Oggi facciamo memoria del giorno felice dell’istituzione del sacerdozio e di quello della nostra ordinazione sacerdotale»: le parole con cui Francesco inizia la sua omelia durante la messa crismale non sono né scontate né pacifiche. Infatti, benché questa tesi sia da secoli quella ufficiale della Chiesa di Roma, i biblisti ci ricordano che mai, in nessun passo degli Evangeli, Gesù parla di «sacerdozio/sacerdoti» per la sua comunità: egli vuole solo «ministero/ministri» (servizio/servitori), cioè un’altra cosa. Di più, contestando radicalmente il Tempio di Gerusalemme, Cristo aveva minato alla radice il concetto stesso di «sacerdozio» umano. Appare dunque problematica, anzi impossibile, una riforma della Chiesa romana senza una revisione critica, biblica e teologica, del «sacerdozio». 20 aprile Pasqua di Risurrezione I luoghi dove nel mondo vi è più dolore, dovuto soprattutto alla violenza, sono citati dal Papa nel messaggio «urbi et orbi»: Guinea Conakry, Sierra Leone e Liberia, Siria, Iraq, IsraelePalestina, Repubblica centroafricana, Nigeria, Sud Sudan, Venezuela, Ucraina. Ricorda, poi, le persone sequestrate in diversi paesi. 27 aprile Domenica in Albis Francesco proclama santi, insieme, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II. Variegati i commenti: alcuni lo lodano per la sua decisione; altri – io concordo con questi – lo criticano, ritenendo che di fatto egli canonizzi l’istituzione papale, sottraendola così ad una libera indagine storica e valutazione teologica. Una scelta programmatica, poi: infatti, dicono molte voci (saranno confermate ufficialmente tra


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pochi giorni), il prossimo 19 ottobre beatificherà anche Paolo VI. A quando la gloria degli altari per gli altri papi del Novecento: Leone XIII, Pio XI e Giovanni Paolo I? Il troppo è troppo. 2 maggio S ant’Atanasio Esperto del luogo in cui svolge il proprio servizio, capace di fraternità con altri sacerdoti piuttosto che di ambizione, uomo di preghiera che cerca in Dio la parola da dire o il gesto da compiere. Questo l’identikit del diplomatico vaticano tracciato da Francesco durante una visita privata alla Pontificia Accademia Ecclesiastica che ospita, quest’anno, 29 sacerdoti di 16 nazioni. 19 maggio San Pietro Celestino Per la prima volta da quando la CEI esiste, un vescovo di Roma apre i lavori dell’Assemblea generale, cioè dà la linea: e che linea! Bergoglio rovescia l’impostazione che i suoi due ultimi predecessori avevano imposto alla Chiesa italiana: la battaglia per far sì che le leggi civili ricalcassero le indicazioni del magistero ecclesiastico sui «princìpi non negoziabili» – divorzio, aborto, maternità medicalmente assistita, fine-vita… E chiede, invece, povertà, misericordia, annuncio del Vangelo, e di rifuggire da «chiacchiere» e «mezze verità». Molti vescovi appaiono quasi smarriti. L’Assemblea respinge poi la proposta avanzata da Francesco, e cioè che essa stessa elegga il proprio presidente (finora di nomina papale, essendo il papa primate d’Italia); e decide, invece, che i vescovi propongano, con votazione, una terna di nomi, tra i quali il pontefice sceglierà. 24 maggio Madonna Ausiliatrice Ad Amman, prima tappa di un pellegrinaggio di tre giorni che poi lo porterà a Betlemme e a Gerusalemme, Francesco lancia un drammatico appello perché cessi la guerra «fratricida» in Siria; loda re Abdallah II che in Giordania (paese di sei milioni di abitanti) accoglie così tanti (1,3 milioni) profughi siriani; ed esorta ad intensificare il dialogo tra cristiani e musulmani. 25 maggio V Domenica dopo Pasqua Mi è impossibile sintetizzare questa giornata, che pure ho seguito in loco.

Solo due titoli: a Betlemme Francesco sosta davanti al muro – costruito da Israele allo scopo dichiarato di impedire l’entrata nel suo territorio di «kamikaze» palestinesi – che taglia in due e sconvolge la città. Tocca la barriera, prega in silenzio. Poi, a Gerusalemme, nella basilica del Santo Sepolcro, abbraccia il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo I, e con lui celebra il cinquantenario dell’incontro nella Città santa, nel 1964, tra Paolo VI e il patriarca Athenagoras. 26 maggio San Filippo Neri Alla spianata delle moschee, il gran mufti di Gerusalemme, Mohamed Ahmad Hussein, ricorda al Papa che, perdurando l’occupazione israeliana dei Territori palestinesi, la pace è impossibile. Francesco invita i seguaci delle tre religioni abramitiche (ebrei, cristiani, musulmani) al dialogo. Poi, al «muro del pianto», mette tra le crepe di quelle pietre bimillenarie un biglietto con su scritto il Padre nostro in spagnolo. Quindi depone una ghirlanda sulla tomba di Theodor Herzl, il padre del sionismo, e tocca la stele che ricorda le vittime del terrorismo anti-ebraico nel mondo. Infine, a Yad Vashem, il memoriale della Shoah, bacia la mano a sei persone sopravissute alla furia nazista. Nei suoi discorsi alle autorità politiche, indica l’applicazione del principio «Due popoli – due Stati» come la via per risolvere il conflitto israelo-palestinese. 4 giugno San Quirino «Una brutta sorpresa. Per Bergoglio, Calvino è “un boia spirituale”». Questo il titolo, che rispecchia perfettamente il contenuto di un articolo del teologo valdese Paolo Ricca, che apparirà a giorni sul settimanale Riforma, ma che l’agenzia Nev anticipa oggi. Il «casus belli» è che in Chi sono i gesuiti, un libro che l’allora superiore dei gesuiti in Argentina, Mario Jorge Bergoglio, pubblicò nel 1987, egli dà un pesantissimo giudizio negativo su Giovanni Calvino, ripetendo, contro il grande padre – con Lutero – della Riforma, accuse teologicamente e storicamente insostenibili. «Una brutta sorpresa. Davvero brutta. E un’inattesa delusione», scrive Ricca, recensendo l’edizione italiana, appena pubblicata da EMI, di quel libro. Il teologo contesta con forza, ed a ragione, la stroncatura che Bergoglio fa di Calvino, e poi si domanda come sia stato possibile che l’opinione dell’allora gesuita sia stata

ripresa senza una cautelativa presa di distanza, ora che egli è diventato papa: «Quelle tesi purtroppo riproducono i più logori e grossolani clichés polemici usati dalla Controriforma in tempi lontani per diffamare il protestantesimo». 8 giugno Domenica di Pentecoste Davvero storicamente inimmaginabile, finché non è accaduto, l’incontro celebrato questo pomeriggio nei giardini vaticani: il vescovo di Roma, il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I, Shimon Peres e Mahmoud Abbas (presidente di Israele, il primo, della Palestina, il secondo) hanno pregato insieme per la pace. È stato Francesco a invitare gli ospiti, ritenendo che – stante l’inestricabile conflitto israelo-palestinese – fosse giunto il momento di osare la preghiera per la pace. Una preghiera simultanea, ma non corale, perché i rappresentanti delle tre religioni abramitiche hanno pregato ciascuno per conto suo, e uno dopo l’altro. La scena era, comunque, impressionante. Il prossimo futuro dirà se la preghiera avrà smosso, o no, i politici e i diplomatici che hanno il dovere di cercare una soluzione di pace giusta a Gerusalemme e dintorni. 11 giugno San Barnaba «Ma che mestiere è questo?». Nel discorso per l’udienza generale del mercoledì, Francesco attacca frontalmente i mercanti di armi: «Sono sicuro – dice rivolgendosi ai pellegrini convenuti – che se io faccio adesso la domanda: quanti di voi sono fabbricanti di armi? Nessuno, nessuno: perché questi non vengono a sentire la Parola di Dio. Questi fabbricano la morte, sono mercaderi di morte, che fanno questa mercanzia di morte. Pensate che queste persone saranno felici dall’altra parte? Nell’aldilà dovranno rendere conto a Dio». 13 giugno Sant’Antonio da Padova Tre le molte affermazioni che Francesco fa in un’intervista odierna al quotidiano spagnolo La Vanguardia, vorrei citarne due. A proposito di papa Pacelli, prende le distanze da chi accusa quel pontefice di non aver aiutato gli ebrei, ma precisa: «Non voglio dire che Pio XII non abbia commesso errori – io stesso ne commetto molti – però il suo ruolo va letto nel contesto della sua epoca».


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La Chiesa del Novecento di fronte alla modernità Convergenze e differenze di tre papi «La canonizzazione dei papi dell’età contemporanea, iniziata da Pio XII con l’elevazione alla gloria degli altari di Pio X è ormai una linea consolidata della Santa Sede». Daniele Menozzi, docente di storia contemporanea alla Normale di Pisa e attento studioso del papato in età moderna e contemporanea, inserisce il riconoscimento pubblico della santità di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo Il nella storia della Chiesa. «La concezione della teocrazia medievale, per cui il mero accesso al trono di Pietro comporta la santità di chi vi accede, si è saldata in questo periodo da un lato con il processo di centralizzazione romana che ha portato all’identificazione della Chiesa con chi la guida; dall’altro lato con le difficoltà di presenza del cattolicesimo nel mondo moderno. In questo contesto la canonizzazione di un papa vuole fornire alla Chiesa la rassicurazione che chi l’ha guidata si è comportato, nel mare tempestoso della modernità, in maniera tanto adeguata da trovare il riconoscimento della beatitudine ultraterrena». La canonizzazione di Giovanni Paolo II è piuttosto controversa, molti dubbi sono stati avanzati sulla sua condotta. È stato allora inopportuno proclamare santo Wojtyla? La canonizzazione di un papa non è solo un riconoscimento delle sue virtù individuali, ma diventa inevitabilmente anche la proclamazione dell’esemplarità della sua linea di governo. L’accesso agli onori dell’altare di Giovanni Paolo II appare anche una maniera di celebrare il rilancio di cui la Chiesa ha fruito durante il suo pontificato. È indubbio infatti che, dopo le incertezze e le difficoltà dell’età montiniana, il governo di Wojtyla ha assicurato alla Chiesa un rilievo prima sconosciuto. Si tratta di un rilievo in primo luogo mediatico, ma del resto proprio questo aspetto, in piena sintonia con le caratteristiche della società contemporanea, è stato uno dei fattori che ha garantito alla Chiesa una nuova ed efficace capacità di incidenza sulla storia. Quando Giovanni XXIII è stato beatificato, gli è stato affiancato Pio IX: il papa del dialogo con il mondo moderno e quello della condanna della modernità. Ora si trovano affiancati

Giovanni Paolo II, il papa del Concilio Vaticano II, e quello che l’ha affossato. È un modo per neutralizzare Roncalli? Per riaffermare che nella Chiesa tutto si tiene insieme e collocare nella assoluta continuità l’aggiornamento del Concilio? L’affiancamento della beatificazione di Giovanni XXIII con Pio IX e della sua canonizzazione con quella di Giovanni Paolo II è senza dubbio un modo per relativizzare le posizioni innovative assunte da Roncalli. Isolare la canonizzazione di Roncalli implicava attribuire un valore ufficiale alla sua linea di governo; affiancarla a quella di Wojtyla significa che entrambe le posizioni sono ugualmente valide. Ma non si può sottovalutare il cammino percorso dalla beatificazione alla canonizzazione: mettere sullo stesso piano Roncalli e Mastai Ferretti significava mostrare che la Chiesa non aveva ancora deciso se continuare nella posizione di contrapposizione alla modernità o di dialogo con essa. Affiancare Giovanni XXIII e Giovanni Paolo Il implica mostrare che sono ormai in gioco soltanto due diverse linee di relazione con la modernità e quindi che il dialogo con il mondo moderno è irreversibile. Dal punto di vista storico che cosa hanno rappresentato Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II? Giovanni XXIII ha aperto la Chiesa al superamento dell’eredità dell’intransigentismo otto-novecentesco, mostrando che la presenza della Chiesa nella storia poteva prescindere dalla prospettiva di ricostruzione di una società cristiana. Giovanni Paolo Il ha elaborato un progetto di intervento sulla società che, pur abbandonando la pretesa di una guida ecclesiastica su tutti gli aspetti del consorzio civile, rivendicava comunque al magistero il compito di indicare alcuni aspetti dell’organizzazione della vita collettiva a cui tutti gli uomini, sempre e comunque, in ogni tempo e in ogni luogo, erano tenuti ad aderire. Per Roncalli la Chiesa poteva entrare nella storia senza un progetto di cristianità, per Wojtyla essa doveva essere guidata da un’ottica di neo-cristianità. Nell’azione di Bergoglio si può rilevare qualche somiglianza con i pon-

tificati di Giovanni XXIII e di Giovani Paolo II? Senza dubbio i richiami di Bergoglio a Giovanni XXIII sono frequenti. Al di là dei riferimenti espliciti, è anche chiaro che alcuni suoi interventi mostrano profonde analogie con le posizioni di Roncalli (ad esempio sul tema della pace e della Chiesa dei poveri, sul carattere pastorale del governo ecclesiastico, sulla storicità della Chiesa, sul dialogo con l’ebraismo e l’ortodossia). Ma è anche chiaro che l’eredità di Giovanni Paolo II pesa: come rinunciare alla capacità di penetrazione e all’ascolto planetario che, grazie al ruolo mediatico assicurato al papato da Wojtyla, la Chiesa ha ottenuto? Si tratta di scelte, o di una ricerca di nuove sintesi, che matureranno nei prossimi anni. La duplice canonizzazione evidenzia che entrambi i modelli sono oggi ritenuti praticabili. Bergoglio parla di collegialità e di sinodalità, ma sembra esserci un ritorno alla «papolatria». È una sorta di eterogenesi dei fini? O forse non corrispondono alla realtà le intenzioni «democratiche» di Bergoglio? Mi pare indubbio che Bergoglio intenda realizzare una maggiore collegialità nel governo della Chiesa; d’altra parte, a quanto pare, questa era anche una delle condizioni che hanno reso possibile la sua elezione. Naturalmente le modalità con cui la collegialità si può realizzare sono molteplici: per ora si è assistito ad una maggiore e più frequente ascolto delle Chiese locali e all’annuncio dell’attribuzione di un ruolo dottrinale alle Conferenze episcopali. È possibile che si arrivi a ristrutturazioni istituzionali che formalizzino queste aperture e ad un effettivo governo collegiale della Chiesa. Resta comunque il fatto che esse non implicheranno l’introduzione di un regime democratico nella Chiesa. Nell’ecclesiologia di Bergoglio la Chiesa è un popolo di Dio in cammino nella storia – e non si può certo sottovalutare questa concezione rispetto ad un predecessore che aveva una astratta visione ontologica della Chiesa – ma è pur sempre un popolo gerarchicamente ordinato. Intervista realizzata dal giornalista Luca Kocci e pubblicata sul numero 172014 di «Adista» del 10 maggio 2014.


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Tra segreti «di Stato» e interesse pubblico Il diritto è in ritardo sui progressi della tecnica Il fatto quasi sempre precede il diritto. Anzi, molto spesso il diritto arranca per tenere il passo con l’evoluzione dei costumi e della tecnica. Per molti aspetti, tutto ciò è fisiologico. Ma non ci si può rassegnare a un ritardo sistematico. Modificare una legge può essere relativamente facile, modificare l’applicazione di un principio costituzionale un po’ meno. Ma esistono norme importanti di cui ogni tanto bisogna fare l’aggiornamento. Così è del concetto di «interesse pubblico» a sostegno della libertà di informazione e dei media. È citato nel primo capitolo della Costituzione svizzera (revisione approvata dall’elettorato il 18 dicembre 1998), dove si trovano elencati i diritti fondamentali. Tali diritti, si ammette, possono entrare in conflitto tra loro, perciò all’art. 36 si prescrive che «le restrizioni devono essere giustificate da un interesse pubblico o dalla protezione di diritti fondamentali altrui» e rispettare la proporzionalità. Anche il diritto all’informazione può essere ristretto, secondo i detti criteri. Per quanto riguarda i mass media, si è discusso finora soprattutto dell’eventuale conflitto tra libertà dell’informazione e protezione della sfera privata (art. 13 Cst.): poco o niente, invece, del rapporto tra diritti dell’informazione e agenzie statuali o a strutture amministrative tenute al segreto, organismi legalmente costituiti all’interno di Stati democratici. Giustamente, ma un po’ sommariamente, si presuppongono off limits per la curiosità dei media. Nei manuali la definizione di «interesse pubblico» risulta perciò poco approfondita in quella direzione. Il costituzionalista Jörg Paul Müller scrive di interessi «che per il consenso generale di cui godono prevalgono sui diritti individuali»1. Nella letteratura giuridica i diritti dei giornalisti sono evocati con molta circospezione e dopo un’infinità di restrizioni2, soprattutto 1. J. P. Müller, Grundrechte in der Schweiz, 3. ed., Bern 2000, p. 123 ss. 2. R. Schweizer in St. Galler BV-Kommentar cita «ragioni di polizia» come l’ordine pubblico, la sicurezza, la pubblica quiete, la salute, la buona fede nelle relazioni commerciali, ma anche la tutela della pace linguistica (art. 70 Cost.), della pace religiosa (art. 72), la

per la preoccupazione di proteggere gli individui contro le intrusioni malevole dei mass media. Ammettiamo che il problema non ha perso importanza, ma il tema che si affaccia alla discussione, oggi, è un altro. di Enrico Morresi

Il mondo dell’informazione e della comunicazione sono toccati dal cambiamento epocale dominato dall’avvento del web, della rete. Il giornalismo di ricerca e di denuncia possiede oggi, grazie alle nuove tecnologie, uno spazio di libertà che nessun intervento può frenare né impedire. Constatarlo può essere motivo di soddisfazione e addirittura di orgoglio per chi, dall’epoca dei Lumi, si è sempre battuto contro gli arcana imperii. Chi però nutre uguale preoccupazione per il buon funzionamento delle società democratiche non potrà accettare che le legislazioni siano messe semplicemente fuori uso. Ma è un fatto che oggi un’informazione può fare il giro del mondo senza che la legge abbia strumenti efficaci per opporvisi, anche all’interno di Stati totalitari e non democratici. Onestamente non si può escludere che un valore così alto come la libertà dell’informazione possa essere distorto: dal semplice voyeurismo allo sfruttamento commerciale, fino all’intossicazione pura e semplice organizzata con mezzi potenti e sofisticati. Non per questo si rinuncerà però al confronto, proprio di ogni società liberale, tra poteri e libertà, quando è in gioco il senso democratico dell’informazione. Sarà dunque necessario aggiungere nuove specificazioni del diritto alla libera espressione tutelato dall’art. 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (di cui per altro protezione dell’ambiente (art. 74), la protezione della natura e del patrimonio nazionale (art. 78), la pluralità culturale nei programmi radiotelevisivi… Secondo questo autore, perché prevalga la libertà dei media (art. 17) è necessario appoggiarsi a una delle «ragioni di polizia» sopra elencate, oppure alla necessità di proteggere libertà altrui eventualmente preponderanti (Schweizer in SGKomm 36 Rz 19). Una simile impostazione dev’essere definita ormai del tutto insufficiente.

andrà verificata, alla luce del criterio di «necessità», tutta la serie di eccezioni enunciata al secondo paragrafo3). È questa la prima conclusione cui ci induce la diffusione a macchia d’olio dei cosiddetti leaks. Nell’accezione più comune, in inglese leak significa crepa, fenditura, fessura, oppure una fuga di liquido (sì, anche la pipì dei bambini); però anche: fuga di notizie4. E difatti si tratta di «fughe» di informazioni riservate. Si è parlato dei Vatileaks a proposito degli scandali veri e presunti del Vaticano. Io qui mi occupo di tre di questi leaks, che hanno messo in difficoltà autorità di Paesi in cui per altro vige un’ampia libertà di stampa. Ma andiamo con ordine e premettiamo al discorso una sintetica descrizione di tre casi esemplari5. Il web ha messo fuori gioco i segreti di Stato 1. Il «caso Assange»: l’abuso della forza armata Bradley Manning era un giovane soldato americano mobilitato per la guerra in Iraq. Stazionato a Hammer, a una sessantina di chilometri da Bagdad e addetto alla gestione delle informazioni riservate, ebbe una crisi di coscienza di fronte a tutta una serie di abusi in danno della popola3. Art. 10.2: «L’esercizio di questa libertà, perché comporta doveri e responsabilità, può essere sottoposto a formalità, condizioni, restrizioni o sanzioni che sono previste dalla legge e che costituiscono misure necessarie, in una società democratica, per la sicurezza nazionale, per l’integrità territoriale o per la pubblica sicurezza, per la difesa dell’ordine e per la prevenzione dei reati, per la protezione della salute e della morale, per la protezione della reputazione o dei diritti altrui, per impedire la divulgazione di informazioni riservate o per garantire l’autorità e l’imparzialità del potere giudiziario». 4. «il Ragazzini», Dizionario inglese italiano, italiano inglese, 4. Ed., Zanichelli, Bologna, p. 622. 5. Per i particolari rimando agli articoli da me pubblicati recentemente su «Azione»: Il cane da guardia non molla la presa, 17 marzo 2014, p. 27; Chi può permettersi un’inchiesta?, 24 marzo 2014, p. 13; Aspettando i giudici di Strasburgo, 22 aprile 2014, p. 27.


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zione irachena commessi dall’esercito americano. A Julian Assange, un giornalista e informatico australiano che si definisce «militante per i diritti umani», Manning trasmise una serie di documenti compromettenti per l’esercito americano. Nel 2010 Assange consegnò a cinque giornali («Le Monde», «Der Spiegel», «The New York Times», «The Guardian», «El Pais») un dischetto contenente 251.287 dispacci diplomatici americani, 16.652 dei quali coperti dal segreto militare. La pubblicazione di quei documenti fu filtrata dai criteri di etica professionale propri dei media (per esempio, evitando di mettere in pericolo persone esposte). Per esempio, «Le Monde» pubblicò per otto giorni consecutivi, fino a domenica 5 dicembre 2011, la bellezza di 120 articoli utilizzando 837 di quei documenti. Ricercato in Svezia per un’oscura vicenda di sesso a pagamento, Assange è attualmente rifugiato nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra. Il «soldato Manning» è stato condannato il 21 agosto 2012 a 36 anni di prigione. Il sito di Wikileaks (www.wikileaks.org), fondato nel 2007, è comunque sempre attivo. 2. Il «caso Snowden»: l’abuso della sicurezza Anche Stati democratici possono violare, in nome della lotta al terrorismo, i diritti fondamentali. In questi termini il bollettino di «Reporters sans frontières» commentava l’autunno scorso la fuga di documenti riservati della National Security Agency americana operata da un funzionario dell’agenzia stessa: Edgar Snowden, un tipico wistleblower6. I documenti furono consegnati a Glenn Greenwald, giornalista britannico residente in Brasile, collaboratore del quotidiano britannico «The Guardian», e a Luca Poitras, una giornalista del «Washington Post». L’incontro tra i due giornalisti 6. Si dice whistleblower chi rivela pubblicamente illeciti o attività illegali («il Regazzini», cit., p. 1305). Il termine, che ha origine nell’azione dell’arbitro o del poliziotto che fischiano un fallo o segnalano un’infrazione, non ha ancora trovato una soddisfacente traduzione in italiano. Il termine: «delatore», usato dal Tribunale federale nella sentenza 4A_2/2008 dell’8 luglio 2008, consid. 5, non può essere accettato per l’accezione esclusivamente negativa che ne danno i dizionari: «Delazione: chi per lucro, per spirito di vendetta, per servilismo, per paura, fornisce, per lo più segretamente, all’autorità giudiziaria o politica informazioni compromettenti a carico di altri (…); spia, denunciatore, accusatore» (S. Battaglia, Grande Dizionario della Lingua italiana, vol. IV p. 137).

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e Snowden avvenne a Hongkong nella primavera del 2013. In giugno cominciarono le pubblicazioni sul «Guardian». La polizia inglese obbligò la redazione a distruggere i dischetti in suo possesso, ma ne esisteva una copia in America e la pubblicazione continuò a partire dall’ufficio di corrispondenza del giornale a Washington7. Le rivelazioni si sono rivelate compromettenti per l’intero Governo degli Stati Uniti. Lo stesso presidente Obama ha dovuto ammettere che il sistema andava quantomeno corretto in senso liberale. Il «delatore» Snowden, nell’incertezza se il suo Paese lo protegga in quanto whistleblower o lo voglia incriminare in quanto ex dipendente della NSA, è attualmente rifugiato in Russia. 3. Gli «Offshore-Leaks»: l’abuso della speculazione «Per Cathy S. e per le sue colleghe del Credit Suisse di Hongkong, occuparsi di creare della società-paravento era routine. Ne avevano già parecchie centinaia al loro attivo quando dovettero, il 28 settembre 2006, cominciare a occuparsi di un cliente un po’ speciale. I funzionari della banca svizzera venivano infatti pregati di fondare una società nelle Isole Vergini britanniche per conto di Wen Yunsong, figlio di Wen Jiabao, membro del comitato permanente dell’ufficio politico del Partito comunista e primo ministro in carica da tre anni». Questi particolari si leggono in un articolo di François Pilet e Titus Plattner, giornalisti attivi a «Le Matin dimanche» e alla «SonntagsZeitung», ripreso da «Le Monde» e da molte altre testate internazionali8. La fonte del servizio erano le migliaia di documenti sfuggiti alla Portcullis TrustNet, la società che faceva da intermediario per spostare il denaro alle isole Vergini, documenti attualmente gestiti dall’ICIJ (International Consortium of Investigative Journalism). Wen Yunsong, titolare della Trend Gold Consultants Limited, la società che il Credit Suisse aiutava a creare e di cui pagava le fatture, era persona politicamente molto esposta. Il primo whistleblower non è stato scoperto. 7. G. Greenwald, Sotto controllo. Edward Snowden e la sorveglianza di massa, Rizzoli, Milano 2014. 8. «Tages-Anzeiger», «Der Bund», «Le Matin», «Süddeutsche Zeitung» 22 gennaio 2014; «OffshoreLeaks»: «The Washington Post», «Le Monde», «The Guardian», «Le Matin dimanche», 25 gennaio 2014; «SonntagsZeitung», 26 gennaio 2014

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Il «caso Jagmetti» Ci si può chiedere se e come finora la coscienza etico-giuridica della professione abbia ragionato su queste situazioni. Percorrendo una trentina di prese di posizione del Consiglio svizzero della stampa si constata che i reclami presentati all’organismo di deontologia non fanno praticamente mai riferimento a valori come i segreti di Stato, la sicurezza della popolazione, la politica di una grande banca mondiale. Con un’eccezione importante: la Presa di posizione 1/1997 circa la pubblicazione di un rapporto riservato dell’ambasciatore svizzero negli Stati Uniti Carlo Jagmetti al Dipartimento federale degli Esteri sul tema degli averi ebraici depositati nelle banche svizzere. In causa era il giornalista Martin Stoll della «SonntagsZeitung». Dal Consiglio della stampa, la divulgazione come tale fu ritenuta in linea di principio «legittima» («I rapporti diplomatici interni sono rettamente confidenziali, ma non in ogni caso. La funzione di controllo dei mass media si estende ai rapporti diplomatici quando lo giustifica un contenuto di pubblico rilievo»). Purtroppo, il giornale aveva informato in modo «incompleto», «scandalistico»: il Consiglio aveva perciò dovuto constatare una mancanza di professionalità. Per tale ragione il giornale fu deplorato. Intervennero anche i tribunali e il giornalista fu condannato a 800 franchi di multa, inflitta in base all’art. 293 CPS («Pubblicazione di deliberazioni ufficiali segrete»). La sentenza fu confermata dal Tribunale federale. A Strasburgo, il ricorso presentato dal giornalista fu accolto in una prima sentenza del 25 aprile 2006 dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, ma il 13 settembre 2006 la Grande Camera assolse la Svizzera, confermando la condanna. Nelle motivazioni, la Corte insiste (come il Consiglio della stampa) sulla cattiva qualità della pubblicazione: «non tesa a informare il pubblico su una questione di interesse generale ma a farne argomento di inutile scandalo». La multa si giustifica, a parere della Grande Camera, anche perché di importo relativamente moderato9. «Tradimento»? All’epoca del «caso Snowden», una posizione netta fu difesa da Suzette 9. «MediaLex» 1/2008, pp. 34-43.


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Sandoz, losannese, docente emerito di diritto e consigliera nazionale radicale nel periodo 1991-1998. In democrazia – sosteneva Sandoz – il potere deriva da un’elezione. I mass media non sono stati eletti da nessuno: né dal popolo direttamente né da uno degli organismi statali (legislativo, esecutivo, giudiziario) con cui il potere è esercitato in democrazia. I media sono gruppi di interesse, allo stesso modo dei partiti politici: «Utili ma non eletti. Né loro né chi li rappresenta può decidere al posto delle autorità elette quando determinati fatti possono essere resi noti al pubblico. Chi diffonde un’informazione segreta o confidenziale tradisce la democrazia e pone le premesse per un sistema totalitario di delazione»10. Tale posizione ricalca quella di un autore francese: Roland Cayrol, il quale parlava di «legittimità disuguale»: «Per un politico l’unica legittimità democratica possibile è quella conferita dal suffragio universale: l’eletto la possiede, il giornalista no»11. Ai giornalisti interessa dunque in particolare l’articolo 293 del Codice penale (Pubblicazioni di deliberazioni ufficiali segrete), visto che poi sulla qualifica – la segretezza – l’accordo è tutt’altro che facile: tutto è segreto quel che viene dichiarato segreto? È un po’ semplice. Secondo George Brock, ex giornalista del «Times» e docente alla City University di Londra, «il giornalismo suscita talvolta delle controversie perché situato al punto di confluenza di due diritti che collidono: il diritto dello Stato di tenere segrete delle cose per assicurare la protezione dei cittadini e il diritto dei mezzi d’informazione di divulgare vicende che possono alimentare il dibattito pubblico. Uno dei modi per gestire questo conflitto è fornire ai giornalisti uno statuto legale speciale»12. «Ai giornalisti deve essere riservato un trattamento speciale – continua Brock – perché essi portano allo scoperto fatti che la società ha bisogno di conoscere». L’idea di proteggere la funzione del giornalista non è certamente nuova e 10. S. Sandoz, Wer Geheimnisse preisgibt, verrät die Demokratie, in «NZZ am Sonntag», 12 dicembre 2010, p. 2. 11. R. Cayrol, Médias et démocratie. La dérive, Presses de Sciences Po, Paris 1997, p. 117. 12. «The Guardian», 9 agosto 2013.

le legislazioni in parte ne tengono già conto. L’esempio più evidente rimane il Primo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, che impedisce di restringere la libertà di stampa. In forza di questa disposizione costituzionale, la Corte Suprema mandò assolto nel 1971 il «New York Times» per la pubblicazione dei «Pentagon Papers» che mettevano in evidenza il «gioco sporco» del Governo americano nella guerra del Vietnam13. Molte legislazioni nazionali conoscono la protezione delle fonti cui il giornalista ha attinto l’informazione. L’art. 28a del Codice penale svizzero prescrive che «non possono essere inflitte pene né presi provvedimenti processuali coercitivi [come le perquisizioni, ndr.] nei confronti di persone che si occupano professionalmente della pubblicazione di informazioni nella parte redazionale di un periodico (…) se rifiutano di testimoniare sull’identità dell’autore dell’opera o su contenuto e fonti delle informazioni». È vero che nel capoverso seguente si elenca una tale serie di eccezioni da rendere la dicitura elastica come una gomma da masticare. Ancora recentemente, due corti non di prima istanza (il Tribunale cantonale di Basilea e il Tribunale federale) si sono trovate in contraddizione e bisognerà chiedere a Strasburgo che cosa ne pensa14. Ha ragione comunque George Brock: ci si trova alla confluenza tra due diritti. In Gran Bretagna, dove più vivace è stata la reazione dei pubblici poteri contro le rivelazioni di Snowden (purtroppo messe a friggere insieme con i meno difendibili eccessi dei tabloid di Murdoch), non si è finora riusciti a coagulare una norma che tenga uniti i due capi della questione: il diritto all’informazione del cittadino e il diritto dello Stato di mantenere riservate determinate informazioni. La Corte europea sul punto non ha avuto ancora occasione di esprimersi. Può essere citata, perché relativamente recente, la posizione adottata nel caso Hannover c. Germania (n. 2) del 7 febbraio 2012 (giudizio della Grande Camera): «La Corte ha più volte posto l’accento sulla funzione essenziale della stampa nelle società democratiche. Benché anche la stam13. «New York Times» v. United States, 403 US 713,714 (1971). 14. È il «caso Basler-Zeitung», sda 20 febbraio 2014.

pa non debba sorpassare determinati limiti, in particolare circa la protezione della buona reputazione e dei diritti di terzi, suo dovere è tuttavia di fornire – rispettando gli obblighi e le responsabilità sue proprie – informazioni e opinioni circa ogni tema di interesse pubblico. Oltre al compito della stampa di diffondere tali informazioni e opinioni esiste anche un diritto del pubblico a riceverle. Senza queste garanzie la stampa non sarebbe in grado di svolgere il suo ruolo di cane da guardia della democrazia» (nostra traduzione). Etica e filosofia del diritto (o il ritorno ai valori di fondo) Su quali basi poggia il diritto? Su una concezione della società. Volendo incrociare il concetto di «cane da guardia della democrazia» con quello di «interesse pubblico» bisogna dunque interrogare la concezione che abbiamo della società e della funzione che pensiamo vi debba svolgere il giornalismo. Idee preziose si trovano per esempio nell’etica del discorso di Jürgen Habermas, il quale situa la libertà dei media in una sfera responsabile prima di tutto verso il mondo della vita dei cittadini, perciò precedente e autonoma rispetto alle sfere della politica e dell’economia: «I cittadini cercano sia di dare interpretazioni pubbliche ai loro interessi e alle loro esperienze sociali sia d’influenzare la formazione istituzionalizzata dell’opinione e della volontà (…)». Si situa in questo snodo epistemico la responsabilità della «corporazione dei giornalisti e del loro codice professionale da un lato, e dall’altro l’organizzarsi della libertà di stampa sulla base di una disciplina giuridica dei media [i quali] devono intendersi come “mandatari” d’un pubblico illuminato, la cui capacità di apprendimento e di critica essi – nello stesso tempo – presuppongono, pretendono e rafforzano». Il loro compito consiste nel «recepire imparzialmente problemi e stimoli espressi dal pubblico, e alla luce di questi temi e di questi contributi esporre poi il processo pubblico all’obbligo di legittimarsi e di rispondere alle critiche»15.

15. J. Habermas, Fatti e norme. Contributi a una teoria discorsiva del diritto e della democrazia, Guerini e Associati, Milano 1996, p. 435 ss.). Il tema è trattato nel mio Etica della notizia (Casagrande, Bellinzona 2003) alle pp. 234 ss.


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È a questo livello che il principio costituzionale svizzero dell’«interesse pubblico» potrebbe trovare – non dico: riconoscimento, perché è scontato – ma anche nuove applicazioni. È intui­ bile che contro una tale «novità» si leveranno tutti i difensori per principio dei segreti di Stato (quelli veri e quelli presunti) e che i giornalisti saranno accusati di difendere il voyeurismo della stampa di Murdoch. La risposta è che deve bastare, sul piano dei principi, una buona rete di autodisciplina sottratta ai singoli media (come il Consiglio della stampa o l’Autorità indipendente in materia radiotelevisiva), e su quello delle applicazioni le norme già previste dai codici a tutela della privacy16. Quel che invece ancora manca è un’adeguata considerazione dei diritti del giornalista quando sono in gioco le norme a protezione del segreto o della sicurezza. Sarà dunque in nome dell’interesse pubblico che noi giornalisti resisteremo contro una politica del segreto e del silenzio (o contro gli ostacoli posti al giornalismo di ricerca) che ci impedisca di venire a conoscenza di fatti e situazioni su cui i cittadini in democrazia hanno il diritto di farsi un’opinione. Anche noi giornalisti, però, siamo chiamati a valutare in modo nuovo se e quando far valere la libertà d’informazione. In gioco devono esserci valori alti: non una qualunque notizia di cronaca ma una minaccia concreta alla pace sociale come, per esempio, la difesa dal «grande fratello» che si organizza a scala universale. I giornalisti del «Washington Post» e del «Guardian» hanno ricevuto il Premio Pulitzer non perché hanno rimestato ancora una volta la minestra fredda della morte della principessa Diana, ma perché hanno utilizzato coraggiosamente le «fughe» di notizie (i leaks) circa le pratiche della National Security Agency americana, in quanto le consideravano indegne di un sistema democratico. 16. È criticata la nuova formulazione dell’art. 71 (Riprese audiovisive), all’art. 74 (Informazione del pubblico) del Codice di procedura penale, come pure il ricorso all’art. 293 del Codice penale. È vero che la legge riflette la dottrina del Consiglio della stampa, il quale – a differenza dei media ticinesi – si è sempre dimostrato restrittivo sulla pubblicazione dei nomi e delle immagini. Il Consiglio della stampa non è stato consultato durante i lavori preparatori della modifica del Codice di procedura penale. Una presa di posizione dell’organismo di deontologia su questo punto delicato è annunciata per l’autunno di quest’anno.

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Proteggere i «whistleblowers» «Ognuno dovrebbe provare rispetto per persone come Manning e Snowden, per il loro esemplare coraggio civico», ha scritto Habermas17. Purtroppo, i whistleblowers sono molto meno protetti dei giornalisti. Manning è in prigione, Assange e Snowden sono al riparo lontani dal loro Paese per timore di essere arrestati e processati. È evidente però che tra le rivelazioni di privati cittadini e le denunce pubbliche effettuate dai media esiste un legame di necessità. Una totale (o quasi-totale, come in Svizzera) chiusura di fronte al fenomeno è contraria all’interesse pubblico bene inteso. Bertil Cottier, docente di diritto dei media all’Università della Svizzera italiana, ha scritto per «MediaLex» un commento molto severo all’ultima sentenza del Tribunale federale in materia, del 12 dicembre 201118. Egli ricorda che il Consiglio federale ha aperto nel 2010 la consultazione su un progetto di modifica del Codice delle obbligazioni che porta da 6 a 12 mesi di salario l’indennità riconosciuta ai whistleblowers licenziati ingiustamente e che nel 2011 è entrata in vigore una revisione della Legge sul personale della Confederazione (art. 22a) che dà diritto ai funzionari di denunciare le irregolarità direttamente al Controllo delle Finanze. Nel frattempo si sono letti saggi di diritto19, prese di posizione di «Transparency International», della Fondazione Ethos. Ma «I giudici di Losanna costringono il denunciatore a un vero percorso di guerra» (…). «Non si potrebbe fare di meglio per dissuadere i meglio intenzionati», scrive Cottier20. La Corte europea ha aperto sul caso dei whistleblowers un nuovo possibile tracciato con la sentenza del 21 luglio 2011 (Heinisch c. Germania, n. 28274/08) che sposta le motivazioni in difesa dei whistleblowers dal punto della fedeltà all’impresa a quello del diritto alla libera espressione (art. 10 della CEDU). La Corte ricorda che esso include «il diritto di denunciare irregolarità rilevate in relazione con il rapporto di lavoro. Più genericamente, i dipendenti devono essere protetti 17. «Le Monde», 14 agosto 2013. 18. 6B_305/2011, in «MediaLex» 1/2012, pp. 16-20. 19. Diana Imbach Haumüller, Whistleblowing in der Schweiz und im internationalen Vergleich, Schulthess, Zurigo 2011. 20. Cottier, cit., «MediaLex» 1/2012, p. 19.

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contro ogni ritorsione tale da dissuaderli a fare uso del diritto di esprimersi. Infine, per la società in generale è un vantaggio che fatti di pubblico interesse siano divulgati in modo tale da essere oggetto di discussione»21. A questo «diritto» si sono riferiti talvolta anche i media svizzeri, valendosi del diritto di non testimoniare sulla fonte delle loro informazioni. Ma se i media sono protetti, non lo sono i whistleblowers che dimostrano il coraggio civico di violare un segreto di funzione. Ricordo il caso di un rapporto interno all’Amministrazione cantonale ticinese che metteva in causa il comportamento di un farmacista di Locarno, rapporto che fu passato segretamente a un giornalista del «Corriere del Ticino», riassunto e pubblicato in nome dell’interesse pubblico. Il giornalista fu convocato, in seguito alla denuncia contro ignoti presentata dall’Amministrazione: il suo rifiuto di dare il nome del funzionario «infedele» fu rispettato dal magistrato. Si trattava di un caso grave, che interessava direttamente la salute pubblica, per questo la denuncia non ebbe seguito. Si può parlare del riconoscimento di un «interesse pubblico» prevalente. Ma ancora qualche mese fa il Consiglio federale, rinunciando a modificare il Codice delle obbligazioni sul punto del licenziamento eventuale di un denunziatore interno (la consultazione cui si riferiva Bertil Cottier), si è limitato a dire che i tribunali devono tener conto sia del dovere di fedeltà sia della libertà di espressione del dipendente. Ma il ricorso ai meda è sempre escluso: «il ruolo del media dipendente è limitato alla trasmissione all’autorità competente della denuncia»22. Conclusione Si ritorna così al punto di partenza e alla questione fondamentale. Il 21. C. Jaïco Carranza e Sebastian Micotti, Whistleblowing. Perspectives en droit suisse, Schulthess Ed. Romandes, Genève 2014, p. 149ss. Questa recentissima pubblicazione offre un ottimo riassunto della problematica in generale del whistleblowing con riferimenti precisi all’evoluzione del diritto svizzero e internazionale in materia. 22. Segnalazione legittima di irregolarità sul posto di lavoro, comunicato del Consiglio federale del 20 novembre 2013 (Ufficio federale di giustizia); Schlechte Nachricht für Wistleblower in der Schweiz, «Tages-Anzeiger» del 20 novembre 2013.


No. 232 9 opinioni

progresso tecnologico consente di aggirare (quasi) tutte le disposizioni repressive della libertà dei media. Una notizia negata a Pechino può raggiungere il pubblico cinese in quanto pubblicata da tre, quattro, cinque giornali o siti informativi nel mondo che l’utente può richiamare con un clic. La sorveglianza, anche la

più spietata e la più ottusa, non ha più chances, se non sul corto o cortissimo periodo. Le nuove possibilità tecnologiche devono finalmente essere riflettute dalla cultura civile e giuridica dei Paesi democratici, tenendo conto del diritto del pubblico a conoscere fatti e misfatti di pubblica rilevanza. I whistleblowers dispongono ormai di ma-

Nuovo GdP da dieci anni Il 1. maggio si sono compiuti dieci anni dalla costituzione della «Nuova Società Editrice “Giornale del Popolo”», in cui le azioni risultavano detenute per la metà più una dalla Diocesi di Lugano e l’altra parte dal «Corriere del Ticino». I successivi mutamenti societari non hanno modificato i rapporti tra le due testate, ora riunite nel gruppo Timedia – il maggiore in Ticino – che comprende anche Tele Ticino, Radio 3iii e i relativi siti online. Gli ultimi dati relativi alla diffusione del giornale cattolico fanno stato di ca. 13 mila copie «pure», dedotte cioè le copie di lancio o gratuite. In questo mese di luglio, Claudio Mésoniat, direttore del «Giornale del Popolo» dal 2004, compirà 65 anni. «Dialoghi» ha sempre informato sulla situazione del «Giornale del Popolo», grazie alla disponibilità dell’amministratore delegato Umberto Giovine, dal quale abbiamo anche i dati che seguono. Il programma della società editrice era di assicurare un’auto-finanziamento del giornale all’altezza dell’85 per cento e di ricercare il rimanente 15 per cento rimanente sotto forma di contributi da parte di fondazioni interessate a mantenere vivo l’ultimo quotidiano cattolico della Svizzera. Un’informazione da noi raccolta face-

va stato di un disavanzo complessivo di 20 milioni in dieci anni: otto versati dal «Corriere del Ticino», 12 raccolti per iniziativa soprattutto del vescovo Mons. Pier Giacomo Grampa. Cifre da precisare, secondo Giovine, come segue: 3,5 milioni versati dal «Corriere» per sanare lo sbilancio della gestione precedente; altri 2,5 milioni (in totale: 6 milioni) pure versati dal «Corriere» per il lancio della nuova gestione. Le fondazioni hanno contribuito in misura diversa secondo gli anni (da 700 mila franchi a 1,2 milioni l’anno), per un totale complessivo di 8 milioni. La Diocesi non ha versato contributi, si è limitata, negli ultimi anni, a non mettere a carico del GdP l’affitto dei locali occupati dalla redazione nella sede di Massagno, importo pari a circa 120 mila franchi l’anno. Forte pressione è stata operata sui costi di produzione, soprattutto dopo il forte calo della pubblicità registrato negli ultimi due anni. Secondo Giovine, il GdP – che costava 14,5 milioni nel 2003 – ha realizzato una compressione fino all’altezza di 6,1 milioni nel 2013. L’obiettivo per il 2014 è di ridurre ancora questa spesa a 5,7 milioni. Ci si deve naturalmente chiedere che tipo di giornale sia ancora possibile pubblicare con un bilancio «ridotto»

L’ultima lettera

nuali in cui si insegna loro a dribblare la legge: l’ultimo, appena uscito, di William Bourdon, Petit manuel de désobéissance citoyenne, JCLattès, Paris 2014. Ma il disordine non è la scelta migliore, solo un rischio cui si espone la società che non sa adeguare la propria cultura giuridica ai tempi che cambiano.

in questi termini. La prima risposta è stata finora trovata nella diminuzione dei costi del personale, non sostituendo quello partente, una seconda nella co-gestione di alcuni spazi redazionali a cura del «Corriere del Ticino». Un contributo è venuto quest’anno dai vescovi svizzeri per l’edizione online (25 mila franchi l’anno). Un gruppo di lavoro deve produrre entro l’autunno una proposta di ristrutturazione dell’insieme, e ciò senza scartare alcuna opzione, compreso l’eventuale passaggio di una parte del prodotto sull’online. La corda non può essere tirata più di quel tanto puntando tutto sul quotidiano stampato; possibilità tecniche nuove possono essere offerte dalla propensione di sempre nuovi lettori alla lettura su supporto elettronico (computer, tablet, i-phone). Sappiamo che il discorso può e deve essere esteso anche ai contenuti. Molte riserve si possono fare, perché non esiste un modo solo (quello che il Gdp ci propone ogni giorno) di fare un giornale cattolico. Lasciato a noi, lo faremmo in un altro modo. Ma questo si può dire solo dopo aver preso atto che per produrre un giornale non bastano idee migliori (o anche solo: idee diverse). L’esperienza vissuta da giornali politici e non politici tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo passato dovrebbe avere insegnato qualcosa. E.M.

Racconti

di Giovanni Soldati (collana «La Betulla») Venti racconti: una piccola raccolta per gli amanti del genere. Come dice Sépulveda: «La concisione del racconto esprime una forza narrativa contundente». È da questa forza ruvida e, a volte, scomoda, che nascono i personaggi; tutti, a loro modo, spiazzati e spiazzanti. In questa piccola antologia sono riportati anche quei racconti che hanno avuto un qualche riconoscimento ma, almeno fino ad ora, scarsa visibilità. Formato 12,5 x 21 cm, 116 pp., Fr. 20.– Armando Dadò editore - Via Orelli 29 - 6601 Locarno Tel. 091 756 01 20 - Fax 091 752 10 26 - info@editore.ch - www.editore.ch


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Il movimento omosessuale e «le trappole di Foucault» «Per l’omosessualità, sia maschile sia femminile, penso che tutte le loro voci esprimano un bisogno di riconoscimento. Finora questo stile di vita e queste pratiche sono rimasti nella clandestinità, solo negli ultimi decenni sono venuti alla luce, costando talvolta un notevole sforzo alle persone interessate. Questo sforzo di trasparenza va onorato pubblicamente»: così l’amico prof. Alberto Bondolfi, «Coppie omosessuali nella Chiesa?», Dialoghi, n. 230. Due le domande che il lettore può porsi: 1. perché l’omosessualità è rimasta nella clandestinità fino agli ultimi decenni? 2. perché dichiararsi pubblicamente omosessuali può costare un notevole sforzo? È sufficiente pensare che a costringere l’omosessualità alla clandestinità siano stati i tre millenni di proscrizione, dapprima da parte dell’ebraismo, in seguito del cristianesimo e dal VII sec. d.C. anche dell’islam, con le note conseguenze: condanne, persecuzioni, carceri, campi di concentramento? No, non basta. La risposta non rende conto del fatto che nel mondo pagano l’amore per il proprio sesso non era una pratica clandestina. L’esempio sempre citato è la Grecia del IV sec. a.C. Non semplifica il quadro la tesi secondo la quale l’omosessualità è «un’invenzione del XIX secolo, tempo dell’apoteosi del puritanesimo borghese e dello scientismo più normativo»1. Trova conferma nella data di apparizione nei dizionari della parola «omosessualità», il 1869, coniata da KarlMaria Kertbeny, letterato ungherese. Il neologismo si è affermato grazie a Richard Kraft-Ebbing che nella sua «Pathologia sexualis» (1887) lo sistemò tra le perversioni. Soltanto il 17 maggio 1990 l’Organizzazione mondiale della Salute stralcerà l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali. Se non era omosessualità, che cos’era la pratica dell’amore per il proprio sesso nell’antica Grecia?

Dall’antica Grecia ai nostri giorni Nella Grecia antica «l’uso dei piaceri nel rapporto con gli adolescenti è stato un tema di inquietudine. Può sembrare paradossale in una società che passa per aver “tollerato” ciò che noi chiamiamo “l’omosessualità”. A dire il vero, usare quei due termini può di Aldo Lafranchi

rivelarsi poco prudente. La nozione di omosessualità è inadeguata a ricoprire l’esperienza dei greci». Infatti «non opponevano come due scelte esclusive, come due tipi di comportamenti radicalmente distinti l’amore del proprio sesso e l’amore dell’altro sesso. Dal punto di vista della morale, ciò che opponeva l’uomo temperante, padrone di sé, a colui che si abbandonava ai piaceri era assai più importante di ciò che distingueva le categorie dei piaceri»2. A creare identità diverse di cittadini non erano le pratiche sessuali. L’attrazione verso persone del proprio o dell’altro sesso era giudicata una questione di gusti, non ultimo l’estetico. Chi praticava l’amore per il proprio sesso non si considerava e non era considerato un diverso. Oggi lo scenario è stravolto. Gli omosessuali il riconoscimento della diversità lo pretendono, lo vogliono codificato nella legge («unione domestica registrata», «matrimonio omosessuale»), è fonte di vanto (l’orgoglio omosessuale, i Gay Pride). Follia pura per i greci antichi, e non soltanto per loro. Jean-Claude Guillebaud, saggista, giornalista a Le Monde e al Nouvel Observateur, si è occupato della deriva del movimento omosessuale a partire dagli anni Settanta del secolo scorso, partendo dalle critiche di Michel Foucault al «comunitarismo», il bisognodovere di fare gruppo per marcare presenza a difesa dell’identità della diversità. Per l’autore, «M. Foucault e Gilles Deleuze3 sono stati i più lucidi 2. Michel Foucault, Histoire de la sexualité – L’usage des plaisirs, Gallimard, 1984, p. 207.

1. Jean-Claude Guillebaud, La tyrannie du plaisir, Seuil, Paris, 1998, p. 331.

3. Autore con Félix Guattari del L’Anti-Oedipe, ed. Minuit, 1972.

e tra i primi a inquietarsi delle trappole nascoste nelle rivendicazioni omosessuali, che pur sostenevano: la vittimizzazione, il proselitismo del dichiararsi pubblicamente, il doversi mostrarsi senza vergogna, la valorizzazione eccessiva della confessione pubblica»4. Inquietante per M. Foucault il risultato finale: «l’essenzializzazione della preferenza sessuale», promossa a identità della persona. «Opzione assolutamente estranea al pensiero greco antico. In quanto tale, cioè definitiva, esclusiva, con tanto di timbro, l’omosessualità ad Atene non esisteva. I greci non opponevano come due scelte esclusive o due tipi di comportamento radicalmente diversi l’amore del proprio sesso e l’amore dell’altro sesso». A fare problema sono «le rivendicazioni identitarie di oggi. Rivendicare, senza esservi costretti, uno statuto che, una volta ottenuto, rinchiude nella strettoia di un vero stato civile? Reclamare il diritto di vedersi designato e identificato dall’inclinazione amorosa? Una persona si ridurrebbe alla sua sessualità? È una categorizzazione assurda, e inquietante se reclamata dagli stessi interessati»5. C’è, al proposito, «la pagina» di M. Foucault: «La sodomia – quella dell’antico diritto, civile o canonico – era un atto proibito e l’autore il soggetto giuridico di quell’atto. L’omosessuale del XIX secolo è un personaggio: un passato, una storia e un’infanzia, un carattere, una forma di vita; anche una morfologia, con un’anatomia indiscreta e forse una fisiologia misteriosa: nulla di tutto quanto lui è, sfugge alla sua sessualità, che in lui è onnipresente: soggiacente a tutti i suoi comportamenti, essendo essa il principio insidioso e indefinitamente attivo; iscritta senza pudore sul suo viso e sul suo corpo, segreto che si tradisce sempre. Gli è consustanziale, meno come peccato abitudinale che come natura singolare. Né va dimenticato che la categoria psicologica, psichiatrica, medica dell’omosessualità si è costituita dal giorno in cui la si è caratterizzata meno come tipo di relazione sessuale e più come qualità della 4. Jean-Claude Guillebaud, o.c., p. 331. 5. Ibidem, p. 332.


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sensibilità sessuale, come la maniera di invertire dentro di sé il mascolino e i femminino6. Il sodomita era un relapso (peccatore, n.d.r.), l’omosessuale oggi è una specie»7. Così individui che si ritengono dotati dell’occhio clinico e nulla sanno delle persone che incrociano per strada si permettono il commento volgare: «quello è un gay, glielo si legge in faccia, guarda come si muove, non vedi come veste?». Le conseguenze d’aver trasformato l’atto sodomitico in personaggio sono esplose negli anni Settanta con la liberalizzazione dei costumi in nome della libertà. Delle «trappole» di Foucault il movimento omosessuale ha fatto i propri obiettivi. Scelta perlomeno azzardata. La messa in guardia sulle conseguenze della riduzione della persona alla sua pratica sessuale non è stata raccolta. Cartine di tornasole Monica Wittig (1935-2003), figura emblematica del femminismo francese, poi emigrata in Arizona, ce l’aveva con le femministe francesi perché «si opponevano alla formazione di gruppi di lesbiche» e rimproverava «Barthes e Foucault di vergognarsi della loro omosessualità»8. Avesse letto «la pagina» di Foucault sarebbe stata zitta sulle femministe e ai due intellettuali avrebbe riconosciuto il diritto di voler essere considerati dai vivi, e ricordati dai posteri, per quanto la loro mente ha prodotto per la cultura. Si sarebbe resa conto che pretendere che si imprigionassero «nelle strettoie di uno stato civile» ridotto all’esercizio dell’apparato genitale sarebbe equivalso a una triviale concezione della loro persona e della loro storia, un’offesa alla loro straordinaria intelligenza. Peccato che la Wittig abbia pure ignorato la definizione che un giorno Barthes diede di sé: «io non mi assomiglio mai»9, si sarebbe risparmiata l’arroganza di dire lei chi fosse Roland Barthes. Dopo 16 anni di matrimonio e due figlie, Dorothée Weber informò la società d’avere avviato una relazione intima con una donna. Tempo dopo confessò di «provare disagio nel sentirsi percepita non più come donna 6. Il riferimento è a Otto Westphal, 18331930, psichiatra a Berlino. 7. M. Foucault, Histoire de la sexualité – La volonté de savoir, Gallimard, 1976, p. 59. 8. J-C. Guillebaud, o.c., p. 340. 9. R. Barthes, Piacere del testo, Introduzione, Einaudi, 1999.

attraverso il genere femminile, ma come una omosessuale10. «A definire una persona non deve essere il sesso del partner con il quale si vive una relazione intima». Come darle torto? La signora Weber si rese conto che aver esibito in pubblico la propria vita sessuale fu un errore. Doppio errore, dal momento che nessuno glielo aveva chiesto e che a nessuno la cosa interessava. I due episodi riportano sulla scena il pudore, regista del disagio che si esprime con il senso di vergogna (un tempo i genitali non erano «le vergogne»?) che penalizza la messa in pubblico dell’intimità. Con la sua regola aurea «non dire, non chiedere» il pudore assicura a tutte le persone il rispetto che con diritto si attendono. «Dire» tradisce l’intimità di chi dice, e crea nell’interlocutore il fastidio di subire un’informazione che nel modo più assoluto non interessa; «chiedere» è un attentato all’intimità dell’interlocutore, «sfera dei sentimenti e degli affetti più gelosamente impedita alla curiosità e all’indiscrezione altrui» (Devoto-Oli). Grazie al pudore, proteggere l’intimità è un comportamento spontaneo, naturale. Bisogna farsi violenza per trasgredire. A questo punto il lettore ha la risposta alla domanda perché dichiararsi pubblicamente omosessuali può costare notevole sforzo. Costa perché atto impudico, innaturale, generatore di vergogna, tradimento dell’intimità. Una conferma del costo eccessivo arriva, ad esempio, anche dal numero irrisorio, in rapporto al numero stimato di coppie omosessuali, di chi approfitta delle leggi sulle unioni civili. Si parla del 10%, quantità che onora il pudore. Cittadini diversi, stessi diritti: quadratura del cerchio? La «Dichiarazione universale dei diritti umani» del 1948 ha inaugurato la stagione di riflessioni sul principio che «tutti gli esseri umani nascono liberi e eguali in dignità e diritti». I diritti proteggono le situazioni di vita vissuta dei cittadini. Realtà diverse chiamano, di per sé, diritti diversi, nel rispetto della diversità. Non così per il movimento omosessuale, per il quale la diversità implicherebbe uguali diritti. Non sorprendono, di conseguenza, le difficoltà dei percorsi legislativi. Avere, ad esempio noi svizzeri, riservato l’«unione domestica registrata» ai soli 10. Le Courrier, 19.8.2010 11. Adista, 5.5.2014.

omosessuali li costringe in partenza a violare il pudore svelando la propria intimità. Avere elaborato la legge sulla falsariga del diritto matrimoniale, assicurando che di matrimonio non si trattava, si è rivelato un pasticcio: solo a bocce ferme ci si è accorti che il nuovo stato civile crea i legami di parentela quando la genealogia per definizione non c’entra; in offesa al vocabolario, il superstite diventa «vedovo» quando solo gli sposati diventano vedovi, ma l’abuso lessicale assicura al superstite la rendita di vedovanza concepita per la moglie alla morte del marito, padre dei figli; il falso «vedovo» incassa pure la pensione del non-coniuge morto, grave discriminazione in rapporto alla coppia di fatto con figli, esclusa ancora oggi da quelle previdenze sociali. Il Consiglio federale si era chiesto se il santo valesse la candela, visto che i modesti risultati rincorsi (disposizione ereditaria automatica e lasciapassare all’ospedale) sono facilmente conseguibili attraverso il diritto comune, al quale si riferiscono del resto tutte le persone non sposate. Nel caso del «matrimonio omosessuale» i pasticci si moltiplicano. Assurda è la forzatura di designare con la stessa parola due tipi di convivenza che per natura loro si contraddicono: una assicura il futuro alla società, l’altra la incamminerebbe al tramonto. Se il matrimonio crea marito e moglie, creare coppie di due mariti o di due mogli non ha senso se «marito è l’uomo rispetto alla donna con la quale ha contratto matrimonio» e «moglie è la donna rispetto all’uomo con il quale ha contratto matrimonio». Parole antiche, simbolicamente tra le più pregnanti, quali padre, madre, moglie, marito, nel matrimonio gay risultano stonate per cui nella legge e nei documenti personali vanno sostituite con «genitore 1, genitore 2», «coniuge 1, coniuge 2». Siamo a questo punto! In realtà a stonare è la forzatura di applicare quelle parole a una realtà incapace di tradurne il significato. Non a caso la provocazione ha riempito di folle oceaniche le piazze di Francia a difendere l’inapplicabilità del concetto matrimonio al cosiddetto «matrimonio omosessuale». L’utopia e le «trappole di Foucault» Ci si chieda come sarebbe la qualità dei rapporti sociali se il movimento omosessuale avesse prestato orecchio alla messa in guardia di Foucault e Deleuze sulle «trappole nascoste» nelle


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sue rivendicazioni. Detto altrimenti, decretasse, il movimento omosessuale, la fine del vittimismo, del proselitismo del dichiararsi in pubblico soffocando la vergogna, dell’identificare persona-pratica sessuale, del pretendere l’unione domestica registrata e il matrimonio omosessuale, come cambierebbe la società? In primo luogo si ritornerebbe alla plurimillenaria normale percezione di tutte le persone come uomini e donne attraverso il genere maschile e femminile. Guadagno di non poco conto. Il risultato sarebbe «il Grande Silenzio», frutto dell’assoluto rispetto di tutte le singole intimità, di tutte le scelte, grazie al «non dire, non chiedere», al non curiosare, al non commentare, al «vivere e lasciar vivere». Regole felicissime per il convivere sociale. La domanda è se sia ancora possibile tornare al tempo in cui l’atto sodomitico era un atto e non un personaggio. Per un verso, mai come oggi la questione troverebbe terreno propizio. L’adesione al principio «vivere e lasciar vivere» negli ultimi anni sta guadagnando sempre più terreno, e il «chi sono io per giudicare un omosessuale che cerca seriamente Dio?» di papa Francesco dice che il silen-

zio rispettoso di tutti e di ciascuno è possibile, a tutti i livelli. Per un altro verso, mai come oggi quel ritorno appare utopico. O qualcuno immagina verosimile che il movimento omosessuale torni sui suoi passi e rinunci al «comunitarismo», all’esibizione della diversità, al mettere a nudo l’intimità, alla rincorsa ai diritti civili per le sue «coppie», all’incedere sui tappeti rossi che governi e parlamenti a gara gli stanno stendendo? Il 10 aprile u.s. l’Uruguay ha adottato il matrimonio gay, decisione disapprovata dall’arcivescovo di Montevideo Daniele Sturla. Il quale, quattro giorni dopo, ha chiesto perdono alla comunità gay per le ferite ricevute dalla Chiesa. Il suo predecessore aveva infatti detto: «i gay sono malati e devono farsi curare su un’isola». Conclude l’arcivescovo: «se è un errore chiamare matrimonio il “matrimonio gay”, capisco per contro che si cerchino soluzioni legali» (11). L’accostamento centra il cuore della questione: c’è rassegnazione nel dover fabbricare soluzioni legali per l’errore. Il paradosso è tondo: in quanto negazione della verità l’errore va rifiutato, ma poiché legalizzato andrebbe rispettato. Avesse dato ascolto alle eminentis-

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sime voci che dal suo interno ingiungevano di stare lontani dalle «trappole», il movimento omosessuale oggi non trascinerebbe la società in simili vicoli ciechi. Un’operazione non priva di costi. L’omofobia Tra le preoccupazioni del movimento omosessuale, l’omofobia sta in primo piano. Che sia alimentata da ignoranza o pregiudizi ideologici è vero. Ma un esame di coscienza il movimento lo deve fare. Incitare a non praticare il rispettoso «non dire»; propagandare, irresponsabilmente, tra gli adolescenti l’esibizione di un’intimità ancora in fase evolutiva (quando i ragazzi cercano i ragazzi e le ragazze le ragazze), incoraggiandoli a soffocare la vergogna, ultima difesa del pudore ferito (quante conseguenze devastanti, anche tragiche, per troppi adolescenti!); pretendere che la società consideri «matrimonio» ciò che matrimonio non è, sono scelte che mettono alla prova la comprensione anche delle persone meglio disposte. Il movimento omosessuale non può protestare se dal camino esce fumo, quando è lui a mettere la legna al fuoco.

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Dall’«aggiornamento» alla contestazione Vita e formazione del clero nella Svizzera romanda (1960-1975) Da Parigi a Berlino, passando per le periferie come la Svizzera italiana, istituzioni come la famiglia, la scuola e l’intera società sono protagoniste, negli anni Sessanta, di profondi mutamenti sociali, economici, culturali. La società dei consumi conduce inevitabilmente la Svizzera romanda – il contesto spaziale del nostro saggio – ad accelerare quella rivoluzione silenziosa che è la secolarizzazione. Dapprima sono toccate le grandi città dei cantoni riformati (Ginevra, Vaud, Neuchâtel), ma più lentamente anche i cantoni rurali cattolici, come Friburgo, il Vallese e il Giura bernese. Un sintomo maggiore è rappresentato dal calo nella frequenza alla messa domenicale. Nella «Petite Rome», come lo scrittore Léon Savary ebbe a definire Friburgo, la partecipazione diminuisce dal 51,8% nel 1956 al 44,4% dieci anni più tardi. A Ginevra la frequenza alla messa cattolica scende dal 22,8% nel 1958 all’11,2% nel 1975; mentre ancor più drammatico appare il calo di partecipazione al culto protestante e alla messa vecchio-cattolica. È dunque a un tempo di crisi generalizzato che si confrontano le Chiese cristiane tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta. Una crisi che, all’interno delle diocesi romande – Losanna, Ginevra e Friburgo (LGF), Sion e il Giura, che appartiene alla diocesi di Basilea, la cui sede vescovile si trova a Soletta – non risparmia il clero. Nel 1975 su una rivista confessionale si può già leggere: «Calano i seminaristi, aumentano i sacerdoti e le religiose che abbandonano il ministero»1. E ancora: «La Curia ci toglierà il vicario, poi il parroco. Dovremo andare a messa altrove. La colpa sarà dell’istituzione ecclesiastica. Il parroco ci ha detto che, nella nostra parrocchia, sarà lui l’ultimo. E che dovremo tenercelo stretto»2. Curiosamente la demografia clericale rivela che, all’epoca del Vaticano II, gli effettivi dei preti cattolici sono in

1. «Vocations», 1/1975. 2. Idem.

aumento nelle diocesi romande. Non a caso nel 1963 un parroco friburghese annota nel suo diario che «i sacerdoti africani, studenti alla nostra universidi Lorenzo Planzi*

tà, si meravigliano di vedere un prete in ogni villaggio»3. Ma la tendenza, come dimostra la tabella, si rovescia a partire dagli anni Settanta. Evoluzione del clero secolare nella Svizzera romanda (1930-1975) Anno LGF Sion Giura Svizzera romanda 1930 398 243 92 733 1940 514 274 107 895 1950 536 299 109 944 1960 566 285 128 979 1970 530 274 119 923 1975 511 250 116 877 Lo stesso trend si nota nelle ordinazioni sacerdotale che, dopo un leggero calo nei primi anni Cinquanta, negli anni del concilio tendono all’aumento. Nel 1965, e ancora nel 1968, 23 sono i sacerdoti ordinati. Ma, dall’anno successivo, la tendenza è in calo e non si ferma più. Ordinazioni annuali (1930-1975) Anno LGF Sion Giura Svizzera romanda 1930-34 15,6 8,8 3 27,4 1935-39 12,6 6,2 4,8 23,6 1940-44 13,2 6,6 1,8 21,6 1945-49 11,6 4,8 1,8 18,2 1950-54 9,2 3 0,4 12,6 1955-59 10 6,2 1 17,2 1960-64 10,6 4,8 1,8 17,4 1965-69 11,6 5,8 1,8 19,2 1970-74 5,6 4,6 0,6 11 Come mettere queste evoluzioni in rapporto con l’entusiasmo per l’«aggiornamento» promosso dal Vaticano II ma anche con la contestazione del dopo «maggio 68», che

3. Archivio diocesano di Friburgo (AEvFr), Cartone III.13a «Lettres à notre clergé», decanato de St-Odilon (Surpierre), 15 luglio 1963.

non risparmia la Chiesa cattolica, a cominciare dall’accoglienza riservata all’enciclica Humanae vitae? Alla luce delle fonti inedite ritrovate negli archivi ecclesiastici di LGF, Sion e Basilea, come possiamo interpretare l’impatto del Concilio e del Sessantotto nella formazione e nella vita del clero cattolico? La «frontiera» delle vocazioni Un primo indicatore ci viene dalle cifre relative al reclutamento delle forze nuove. Globalmente, le diocesi romande registrano, dalla convocazione del Concilio Vaticano II, un aumento considerevole di nuovi seminaristi. Nel 1960 il seminario di Friburgo conta 63 seminaristi – 21 al primo anno – un record mai raggiunto dall’epoca della depressione economica degli anni Trenta. La crisi del «dopo 68» suscita invece l’effetto contrario. I futuri preti di LGF, 63 nel 1968, sono scesi a 28 tre anni più tardi. La «crisi delle vocazioni» è interpretata dal clero come una crisi di civilizzazione. I preti della Gruyère, durante una riunione, citano le seguenti cause: «il crescente materialismo, le famiglie meno numerose, i genitori che orientano i figli verso studi più redditizi come le carriere commerciali»4. Al capolinea giungono, negli stessi anni, i «seminari minori» che con la tipica formazione rigida e separata dalla società erano stati per decenni il luogo di reclutamento abituale. Ma si evolve pure, nel frattempo, l’identità geografica e socio-culturale dei seminaristi. La «frontiera confessionale» della loro provenienza si sposta a favore dei cantoni protestanti di Vaud e Ginevra, i quali superano – per la prima ed unica volta nella storia – il vivaio vocazionalmente tradizionale del Canton Friburgo. Nei secoli erano state le campagne friburghese il luogo di provenienza di due terzi dei futuri preti della diocesi di LGF. Come spiegare dunque l’aumento delle vocazioni nelle par4. Ibidem, Decanato de La Part-Dieu, 10 giugno 1963.


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rocchie cattoliche in terra protestante? La maggiore attrazione esercitata dallo statuto del prete – che a Losanna è certamente più «pastorale» che a Bulle – attira i giovani, e meno giovani, contemporanei. Ormai i seminaristi non sono più dei liceali ma dei giovani adulti – talvolta sono uomini maturi – con alle spalle degli studi universitari oppure una vita professionale. Le statistiche rivelano che, tra le nuove «vocazioni», si contano undici meccanici – la professione, curiosamente, più rappresentata – impiegati di banca, agricoltori, tipografi, addirittura un giardiniere, protestante, convertito al cattolicesimo. I seminari si aprono al mondo Una piccola rivoluzione accade nel 1966, a Concilio terminato. Il vescovo di Sion, Nestor Adam, riconosce «la necessità di adattare i seminari alle esigenze del tempo attuale»5. L’aggiornamento della formazione, nel corso degli anni Sessanta, stravolge l’identità tradizionalmente tridentina e sulpiziana – che in pratica significa: separata dal mondo – dei seminari di Sion e Friburgo. Le «fabbriche dei preti» si aprono alla società. Dal 1961 entra in vigore al seminario di Friburgo una nuova «Regola di vita», che sostituisce l’antico regolamento monastico o militare risalente agli anni Trenta. I futuri preti sono invitati ad aderirvi «non come ad una limitazione, bensì come ad un sostegno»6. La vita spirituale cambia in funzione dell’applicazione della riforma liturgica del Vaticano II, mentre gli studi registrano l’introduzione di un corso di sociologia che si propone di iniziare i futuri preti «ai principali fatti della società, agli insegnamenti e all’azione sociale della Chiesa»7. Nell’organizzazione della vita quotidiana l’accento è progressivamente posto sulla vita di gruppo. La generalizzazione del principio di corresponsabilità è introdotta grazie al consiglio di comunità, che è ormai

5. Archivio diocesano di Sion (AEvS), N. Adam, Vocation sacerdotale et religieuse, 1966.

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formato dai «padri» del seminario e dagli studenti. Gli impegni pastorali si moltiplicano, il tempo libero cambia volto, mentre una maggiore libertà è concessa per la pianificazione del programma quotidiano, le uscite e i weekend in famiglia, che si alternano a quelli in comunità. Dal 1969 la chiave del seminario è consegnata ad ogni seminarista. Significativamente, l’obbligo della talare per i seminaristi cade nel 1968. Lo apprendiamo da una corrispondenza del superiore del seminario, il canonico Max Overney, al vescovo François Charrière: «In queste circostanze l’accettazione della norma dell’abito talare diventa sempre più difficile da mantenersi da parte dei seminaristi. Pertanto, invece di lasciare che si crei una situazione ambigua che discrediti l’autorità, sarebbe meglio prendere noi stessi l’iniziativa di cambiare la norma in vigore»8. Ma il cambiamento più importante, per la vita dei seminari negli anni Sessanta, è l’integrazione dei seminaristi all’Università di Friburgo. In seminario rimane soltanto qualche corso pratico di pastorale, dizione e canto. Anche le comunità religiose, come i seminari diocesani, inviano gradualmente i loro studenti alla facoltà teologica dell’università. L’abate di Saint-Maurice, Louis Haller, descrive al prevosto della congregazione del Gran San Bernardo, Angelin Lovey, i vantaggi dello studio teologico compiuto all’Alma Mater: «Risposta alle esigenze del nostro tempo; studio delle altre culture e religioni; specializzazione nei vari campi della comunicazione sociale; migliore sfruttamento dei valori dei giovani mettendoli in contatto con una vasta gamma di offerte culturali»9. La contestazione entra nel seminario di Friburgo. Una relazione del marzo 1968 rivela come «il seminario-internato sia messo in discussione da tanti giovani»10, ma le prime scintille risal8. AEvFr, Cartone X.S.1. «Séminaire diocésain dossier 1966-1971», lettera di Overney a Charrière e Mamie, 18 agosto 1968.

6. AEvFr, Cartone X.S.1. «Séminaire diocésain 1946/1965», «Règle de vie du grand séminaire de Fribourg», 1961.

9. Archivio dell’abbazia di Saint-Maurice (AASM), Fondo Communauté (COM) 345 (Haller), lettera di Haller a Lovey, 14 febbraio 1968.

7. Archivio del seminario di Friburgo (ASemFr), Cartone 1 «Règlement, rapports annuels, 1892-1967», «rapport de l’année scolaire 1962-63».

10. ASemFr, Dossier «Regenten-Konferenz Suisse», 1964-1970, «Réunion des supérieurs de Suisse», 5 marzo 1968, appunti di Jean-Marie Pasquier.

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gono in realtà ai primi anni Sessanta. Già nel 1963 alcuni seminaristi rivendicavano un’iniziazione spirituale progressiva nonché contatti più profondi e frequenti con il vescovo diocesano. Una classe suggeriva addirittura «un adattamento dell’organizzazione del seminario alla civiltà moderna, che è piuttosto notturna»11. Nel 1964, durante un incontro tra i seminaristi romandi per la preparazione di un seminario sull’Azione Cattolica operaia, alcuni insorgono: «Abbiamo bisogno di entrare in contatto con la vita. Ci rendiamo conto che a volte non sappiamo parlare ai nostri coetanei, che siamo lontani dalle loro reali preoccupazioni. Abbiamo bisogno di capire i loro problemi, vivere accanto alle persone che soffrono con le loro ribellioni, speranze, limitazioni: sono questi i valori che, come sacerdoti, ci aiuteranno a costruire il regno di Dio»12. È in tale prospettiva che, dal 1969, un team di cinque seminaristi rivendica il diritto – concesso dal vescovo di LGF – di vivere in un appartamento in città, per la durata di un anno: «il semplice fatto di vivere insieme può insegnarci molto circa il nostro comportamento, il nostro carattere»13, scrivono a mons. Charrière. Dalla talare alla cravatta Dai primi anni Sessanta l’immagine tradizionale del sacerdote, percepita quasi come «soprannaturale», sfuma gradualmente. La sua autorità sociale e politica svanisce, la sua vita quotidiana cambia radicalmente. Già nel 1963 il clero del decanato friburghese «Nostra Signora di Tours» rivela in una lettera al vescovo Charrière il disagio dei parroci di fronte ai cambiamenti della società: «Il prete, solo nella sua casa parrocchiale, fatica a volte a trovare il suo posto in un mondo rurale che cambia»14. È un disagio che non 11. AEvFr, Cartone X.S.1. «Séminaire diocésain 1946/1965», «Consultations des séminaristes sur les loisirs et le silence», novembre/ dicembre 1965. 12. Ibidem, «Compte-rendu d’une rencontre entre les séminaristes romands en vue de la préparation de journées d’étude sur l’action catholique ouvrière, Lausanne», 7 e 8 aprile 1964. 13. AEvFr, Cartone X.S.1. «Séminaire diocésain dossier 1966-1971», «Projet d’un statut pour stages de formation pastorale des séminaristes», 30 gennaio 1970. 14. AEvFr, Cartone III.13a «Lettres à notre clergé», decanato Notre-Dame de Tours, 10 luglio 1963.


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risparmia i religiosi, come si apprende da una corrispondenza dei redentoristi di Châtel-St-Denis: «Adesso l’efficacia della presenza sacerdotale tradizionale è contestata: le persone sfuggono a questo tipo di influenza a causa dei loro spostamenti ma soprattutto del loro stato d’animo»15. La ricerca di una nuova identità sociale del sacerdozio si rivela ragionevole agli occhi della generazione conciliare del clero romando. Poiché, come osserva il canonico Overney nel 1965, «il sacerdote non è più da separare dal popolo»16. Il primo cambiamento in questa direzione – cioè l’abbandono della talare nei cantoni cattolici e del colletto romano nella diaspora – è certamente il più visibile. Nel Giura, come racconta un ecclesiastico, «la prima a cambiare è la cravatta al posto del colletto romano. Abbiamo convocato una sessione per capire se le camicie bianche o grigie siano da tollerare»17. Nel 1970, un’inchiesta sull’abbigliamento del clero a LGF rivela come un solo prete su 108 interpellati sia ancora per «il mantenimento della talare nelle regioni cattoliche e del colletto romano nella diaspora»18. La spirale della contestazione politica Nel «post68», l’entusiasmo per il Concilio e la ricerca sull’identità del sacerdote generano una crisi senza precedenti, «una tempesta» che investe il suo ruolo tradizionale nella società romanda. Il registro della contestazione travolge la via del dialogo tra i preti e la gerarchia ecclesiastica. I giovani preti, soprattutto nei cantoni misti, imboccano una spirale di protesta anti-autoritaria, democratica, pacifista. La miccia è innescata, nel 1968, dalla nomina del nuovo vescovo ausiliare di Friburgo nella persona del teologo Pierre Mamie, considerato un conservatore, e si acuisce dopo la

15. Ibidem, lettera della comunità dei redentoristi di Châtel-Saint-Denis a Charrière, 23 luglio 1963. 16. ASemFr, Dossier «Regenten-Konferenz Suisse, 1964-1970», «Réunion des supérieurs, Coire», 19 agosto 1965, appunti di Max Overney. 17. Intervista con PS. 18. AEvFr, Cartone III.40 «Conseil presbytéral III», «Les réponses des prêtres sur les thèmes proposés en vue de la rencontre évêques-prêtres», 1970.

sua promozione, nel 1970, a vescovo titolare della diocesi di LGF. Altre controversie emergono a causa della decisione di alcuni preti di impegnarsi in politica. Emblematici i casi dei parroci marxisti alla parrocchia della Santa Trinità a Ginevra, dei «cappuccini rossi» di Romont – che dal pulpito predicano contro la globalizzazione del mercato agricolo – ma soprattutto dell’Affaire des 32. Trentadue preti cattolici e pastori riformati romandi annunciano il loro rifiuto dell’esercito scrivendo al Dipartimento militare federale: «Come cristiani, pastori e sacerdoti, vogliamo essere più coerenti con noi stessi rispetto al passato. Denunciamo quindi ogni “ordine stabilito” che conduce al legittimo sfruttamento di certe categorie di persone da parte di altre, sia in Svizzera sia nel Terzo Mondo. Da ora innanzi rifiutiamo qualsiasi forma di servizio armato o tassa militare». Sacerdoti e pastori desiderano impegnarsi nel servizio della comunità per «crescere insieme, secondo criteri di responsabilità, per costruire un mondo più fraterno, più giusto, più umano»19. 140 preti abbandonano il ministero Una conseguenza del radicalizzarsi della contestazione è la scelta dei molti preti che, nel «post-68», abbandonano il sacerdozio. Una vera e propria «epidemia» – la si definisce in una lettera al cardinale Silvio Oddi, prefetto della Congregazione romana per il clero20 – in quanto tocca in dieci anni, tra il 1968 al 1979, centoquaranta sacerdoti secolari e regolari nella diocesi di Friburgo. La maggior parte sono giovani, legati all’esperienza dell’Azione cattolica, impegnati nel ministero nei cantoni di Vaud e Ginevra, dove «operano in settori pastorali sperimentali, cercando il contatto con quelle masse che nulla si aspettano dalla Chiesa»21. L’abbandono dei 140 preti romandi suscita emozione tra gli altri sacerdoti e tra i fedeli. I media danno ampia risonanza al fenomeno, come testimonia la lettera di un anzia19. AEvFr, Carton III.40 «Conseil presbytéral III», «Lettre des 32 prêtres et pasteurs au Département fédéral militaire de Berne», 1972.

no parroco friburghese, che denuncia al vescovo Mamie «una trasmissione televisiva dove due preti cantano, accanto alle loro promesse spose, la loro felicità ritrovata»22. Quali motivazioni inducono questi preti alla scelta radicale dell’abbandono? Dalle loro lettere emerge la sensazione di sentirsi imprigionati da un’istituzione che impedisce loro la possibilità di svolgere un lavoro secolare, di assumere un impegno politico, e soprattutto li obbliga a osservare la regola del celibato sacerdotale. Così la lettera di un giovane prete di Losanna, che si sposa nel 1971: «Vorremmo avere la libertà di entrare in un lavoro civile per vivere e lottare come gli altri uomini nostri contemporanei. Abbiamo fatto l’esperienza che è la legge ecclesiastica del celibato a impedire il riconoscimento di un’amicizia profonda, di un amore reciproco che, secondo tale stessa legge, non avrebbe il diritto di esistere»23. Una nuova identità sacerdotale «pastorale» Il movimento di contestazione si spegne attorno al 1975, grazie soprattutto alla formazione dei consigli presbiterali nelle diocesi romande. «Quel che ha salvato l’unità del clero è la nascita del consiglio presbiterale», dice un prete giurassiano24. Il «senato» del clero, fondato nel Giura dal 1966, nella diocesi di LGF dal 1968 e nella diocesi di Sion dal 1970, rappresenta «la coscienza comune della diocesi ed è uno strumento di comunicazione tra i sacerdoti»25. L’identità del sacerdote diviene argomento centrale di discussione. Per superare la crisi d’identità del post-68, diversi studi e inchieste sono promossi nelle diocesi: sul rapporto tra il vescovo e il suo clero, sullo stile di vita del prete, le relazioni tra autorità e libertà, i sacerdoti in difficoltà, la collaborazione tra preti. È grazie a queste consultazioni, spesso animate, che una nuova immagine del sacerdozio è messa in cantiere nella Svizzera romanda degli anni Settanta. Uno 22. Ibidem, Carton III.13a «Lettres à notre clergé», lettera di Defferrard a Mamie, 10 febbraio 1970. 23. Ibidem, provenienza riservata.

20. Ibidem, provenienza riservata.

24. Intervista con JO.

21. Ibidem, Carton III.40 «Conseil presbytéral I», «Procès-verbal de la 8ème Assemblée plénière», 9 febbraio 1970.

25. AEvFr, Cartone III.40 «Conseil presbytéral I», «Procès-verbal de la 1ère réunion du Conseil presbytéral», 4 marzo 1968.


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statuto più «pastorale» e «umano» del prete si costruisce gradualmente, poiché «il sacerdote deve conoscere il mondo in cui vive, sforzarsi il più possibile per creare un clima che favorisca l’emergere del tipo di persona che il Signore vuole promuovere»26. Tale nuova identità sacerdotale si realizza anche grazie all’inedita voglia dei preti di vivere e lavorare in gruppi o in équipe. Le prime sperimentazioni di settori pastorali e di preti che vivono in comunità, avvengono nel Giura, più tardi anche a Ginevra e Neuchâtel, perché «ogni prete è prete all’interno del presbiterio e non si vede come potrebbe esistere senza mettere in comune le proprie riflessioni»27. Ritorno alla tradizione Tutte queste evoluzioni segnano il declino del modello classico del seminario «monastico» nonché dello statuto «soprannaturale» del sacerdote. Il vento dell’aggiornamento è portato – come testimoniano le statistiche delle ordinazioni – sia dall’entusiasmo per il Concilio Vaticano II sia dalla contestazione: seminaristi e giovani preti sono investiti dalla protesta sessantottina. I vescovi cercano di rispondere alle esigenze dei loro più giovani collaboratori, come testimonia un intervento del vescovo Mamie nel 1973: «I seminari non sono istituzioni obsolete e bisogna vedere come costruirli, aprendo porte e finestre per farvi entrare la luce»28. Alla fine degli anni Settanta, tuttavia, e benché la crisi degli effettivi sia divenuta inarrestabile, la svolta «progressista» raggiunge i suoi limiti. Dall’avvento al pontificato di Giovanni Paolo II una nuova generazione di giovani sacerdoti promuove un ritorno alla tradizione e una reinterpretazione conservatrice della cesura degli anni Sessanta. * Lorenzo Planzi, dottore in Storia contemporanea dell’Università di Friburgo, riassume in questo articolo – per il quale «Dialoghi» lo ringrazia – una conferenza tenuta recentemente all’Università di Brest. Ai lettori sarà facile tracciare molti paralleli con la storia recente della diocesi ticinese.

26. Archivio del Jura pastorale (AJuP), Cartone «Documents divers, 1949-78», «Compte-rendu des rapports présentés au Conseil presbytéral du Jura», 10 marzo 1971. 27. AEvFr, Cartone III.40 «Conseil presbytéral I», «Rapport de la commission pastorale d’ensemble», 4 maggio 1970 28. AEvFr, Cartone X.S.1, «Séminaire diocésain 1972-1975», «Mgr Mamie, entretien au Séminaire», 24 novembre 1973.

cronaca svizzera

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cronaca svizzera a cura di Alberto Lepori

Per il dialogo. È stata costituita l’Associazione Forum svizzero per il dialogo interreligioso e interculturale, con lo scopo di promuovere «la pacifica convivenza tra persone di culture diverse, religiose e non religiose» (dall’art. 3), alla quale può aderire ogni persona fisica o giuridica che condivide gli scopi dell’associazione, tra cui «approfondire la reciproca conoscenza», «promuovere la cultura del dialogo» e «la tutela della libertà di culto, di religione, di fede e di laicità» e impegnarsi contro ogni discriminazione e nel rispetto dei diritti umani fondamentali e dei diritti costituzionali. I fondatori hanno costituito un comitato, mentre è prevista un’assemblea almeno biennale. L’associazione è contattabile sul sito www.forumdellereligioni.com, e presso CERS, Via Landriani 10, 6900 Lugano. A pagare sempre i soliti. Tutti riconoscono (enti assistenziali, servizi statali, opinione pubblica) che occorrono quattromila franchi al mese per vivere dignitosamente, ma la maggioranza dei cittadini svizzeri (col 76,2% del 53,6% che ha votato) non vuole che lo Stato fissi autoritariamente quale deve essere lo stipendio «giusto», mentre accetta (anche se sembra ignorarlo) che lo Stato assistenziale garantisca sempre a tutti la sopravvivenza. Così, pagando stipendi insufficienti, ci guadagna l’economia (cioè i padroni o gli azionisti) e pagano la differenza tutti i concittadini (o almeno quelli onesti) con il fisco. E poiché coloro che non pagano «stipendi giusti», spesso neppure pagano «imposte giuste», la maggioranza del popolo ticinese fa loro anche uno sconto del 70% a chi evade le imposte, sperando che, pentiti (?), paghino almeno il 30% del maltolto ai loro concittadini che votano e pagano. Rievangelizzazione. I vescovi nonché associazioni e movimenti cristiani di tutta Europa hanno invitato lo scorso maggio a sostenere (e migliorare) l’Unione europea, partecipando all’elezione dei membri del parlamento di Strasburgo. Gli svizzeri (ma sì, poco più della metà), più o meno cristiani, votano a febbraio contro l’immigrazione e solo per il 17% si dichiarano favorevoli all’adesione all’Unione (secondo un sondaggio pubblicato di fine maggio). Papa Francesco, da

un anno sempre più «simpatico» a sempre più giornalisti e lettori (più o meno cristiani), denuncia lo «scarto delle persone» e lo spreco degli armamenti. Così gli Svizzeri rifiutano l’acquisto dei velivoli militari, ma giudicano (secondo lo stesso sondaggio) adeguate le spese militari nella misura del 49% (5% in più del 2012, quando papa Francesco non c’era…); il 90% reputa irrinunciabile la neutralità (non «tutti per uno», ma «ognuno per sé») e per l’80% auspica una fitta collaborazione economica con l’Unione europea. Aveva ragione don Lorenzo Milani: per evangelizzare, occorre prima mandare tutti a scuola! Il cardinale Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze, ha chiesto alla Curia vaticana di permettere di ripubblicare «Esperienze pastorali» (1958), allora ritenuto inopportuno dal Sant’Ufficio e perciò tolto dal commercio. Qualcuno pagherà i danni agli eredi che sono… almeno tutti gli italiani? Vangelo in casa. Per il terzo anno consecutivo, viene proposta nella Svizzera romanda, l’azione «Vangelo in casa» consistente in una lettura collettiva, quest’anno, degli Atti degli apostoli (negli anni precedenti i Vangeli di Marco e poi di Luca). Una cerimonia ecumenica si è svolta il 6 giugno nella chiesa cattolica di Sant’Amedeo a Losanna, e il testo degli Atti è stato consegnato ai rappresentanti dei gruppi di lettura, che si ritrovano almeno una volta al mese in case private o in locali parrocchiali, con la partecipazione di persone di ogni confessione e convinzione, con molta libertà organizzativa. Vescovi giocatori. Il vescovado di Basilea ha vinto 5 a 4 per la seconda volta consecutiva la sfida alle carte (Bischofsjass) con il governo di Soletta. La gara, svoltasi il 27 maggio, lanciata la prima volta negli anni sessanta, ma interrotta dal 2007 al 2011 per divergenze con il vescovo Koch (poi passato a Roma a dirigere l’ecumenismo…), è stata ripresa sotto l’episcopato di mons. Gmür, che si dimostra un ottimo giocatore! La sfida è stata introdotta quest’anno anche a Friburgo, dal vescovo mons. Morerod, che ha sfidato alle carte, con i suoi diretti collaboratori, una delegazione del Consiglio di Stato fribur-


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gese per celebrare i 400 anni di una convenzione che permise al vescovo di Losanna, espulso dalla Riforma nel 1536 e rifugiatosi in Savoia, di tornare nel 1663 a governare i cattolici della Romandia. Ma è stato clamorosamente sconfitto (5 a 1). Carità svizzera. La campagna ecumenica 2014 di «Pane per tutti», «Sacrificio quaresimale» ed «Essere Solidali» ha avuto ottimo successo. Distribuiti più di due milioni di calendari della Quaresima (ne abbiamo trovati qualche mazzetto abbandonati in fondo alle chiese…), raccolti più di mezzo milione con la vendita delle rose. Nel 2013 i fondi raccolti dal «Sacrificio Quaresimale», grazie alla campagna sul diritto all’alimentazione, sono aumentati di oltre due milioni di franchi, raggiungendo i 23,8 milioni. Un particolare aiuto è stato portato alle Filippine, colpite da un tremendo tifone, promovendo la cultura agricola, migliorando la situazione di 450.000 persone. Forse per rafforzare l’ecumenismo, «Pane per tutti» ha abbandonato il Ticino: così «Vita evangelica» sul numero di maggio 2014, esprimendo delusione per «un lavoro interrotto». A sollecitare i circa diecimila membri delle Chiese riformate nella Svizzera italiana dovrà supplire, in spirito ecumenico, l’antenna cattolica. Caritas svizzera informa che la cifra d’affari dei 23 punti di vendita a prezzi ridotti (prodotti offerti dai principali grandi magazzini) è aumentata del 6% nel 2013, raggiungendo l’importo complessivo di 10,6 milioni di franchi (prova dell’aumento della povertà in Svizzera, che ora tocca circa seicentomila persone). Per l’estate 2014 Caritas cerca volontari disposti a lavorare in aiuto alle famiglie contadine di montagna: per questa azione di sostegno, organizzata da oltre 30 anni, occorrono 600 volontari tra i 18 e i 70 anni, in buona salute, disposti a lavorare almeno per 5 giorni, ospitati dai contadini in cambio del lavoro nei campi, in stalla o nella cura dei bambini. La direzione di Caritas Svizzera ha invitato il consigliere federale Didier Burkhalter ad aumentare a 100 milioni di franchi (invece dei 30 fin qui promessi) l’aiuto umanitario per le persone fuggite dalla guerra in Siria e ad accogliere in Svizzera almeno cinquemila rifugiati siriani, invece dei promessi cinquecento. Secondo l’ONU, i rifugiati siriani nei Paesi vicini sarebbero almeno 2,6 milioni (6,5 milioni di persone hanno trovato rifugio

in altre regioni nella stessa Siria). Gli svizzeri sono stati più generosi anche verso l’Aiuto protestante (Eper), con un aumento del 13,2% delle offerte, per cui sono stati devoluti ad aiuti umanitari (specialmente per i rifugiati siriani in Libano e nelle Filippine) 7,3 milioni di franchi. Inoltre sono state raccolte oltre 16.000 firme per chiedere alla Ferrovie federali di aderire alla Fair Wear Foundation, che garantirebbe ai 28.000 dipendenti abiti e uniformi prodotti da fabbriche in cui si garantiscono condizioni di lavoro e di salario adeguate. Donne di preti. L’associazione Zöfra (Zölibat-Frauen), fondata nel settembre 2000, è attiva in due direzioni: sensibilizzare l’opinione pubblica sulle problematiche connesse al celibato obbligatorio dei preti cattolici e cercare, in collaborazione con le autorità ecclesiastiche, di risolvere le difficoltà che incontrano tali «coppie illegittime» e i loro figli. La presidente, Gabriella Loser Friedli, 62 anni, impiegata presso l’Università di Friburgo, dopo una relazione che durava dal 1974 con un religioso domenicano, lo ha sposato nel 1994. È stata cofondatrice di Zöfra e ha pubblicato recentemente un libro in cui riferisce le vicende di 28 donne che hanno avuto relazioni con preti e i tentativi di dialogo con la gerarchia cattolica tra il 1997 e il 2013 (informazioni: www. zofra.ch). Chiese disponibili. Nella cosiddetta «chiesa aperta» di Santa Elisabetta, a Basilea, sono stati ricordati i vent’anni di attività. L’edificio di culto ospita dal 1994 anche un centro sociale e un negozio di biciclette. La sede è animata da un gruppo ecumenico composto da un pastore, un teologo cattolico e da un centinaio di volontari. Oltre all’assistenza spirituale, con nuove forme di culto e di meditazione, favorisce attività culturali: spettacoli, concerti, esposizioni d’arte, dibattiti d’attualità. La parrocchia evangelica riformata di Ebnat-Kappel (San Gallo) possiede due chiese, e quella di Kappel non è più necessaria. Un imprenditore sarebbe disposto a trasformarla in centro artistico e culturale, acquistandola per 230.000 franchi, ma la proposta del consiglio amministrativo ha incontrato l’opposizione dei parrocchiani… Velo sì, velo no. Il Dipartimento dell’educazione del cantone di San Gallo ha confermato il divieto, deciso da una

scuola di Sankt Margrethen a carico di un’allieva, di portare il velo islamico in classe. La famiglia dell’allieva è da tempo in conflitto con la scuola anche per la partecipazione alle lezioni di nuoto e ai campeggi scolastici. Per il Dipartimento, la famiglia dimostra un atteggiamento fondamentalista per cui i precetti della religione sono superiori al diritto svizzero, e vuole imporre il velo alla ragazza. Il velo è invece sempre autorizzato nelle scuole del Canton Argovia, dove il Gran Consiglio ha respinto, con 68 voti contro 59, una mozione del Partito democratico cristiano che richiedeva di proibire il velo islamico negli istituti scolastici, in quanto ostacolo all’integrazione. Per la maggioranza dei parlamentari, il divieto avrebbe aumentato l’emarginazione dei musulmani; d’altra parte, il velo non ha fin qui provocato alcun problema nelle scuole cantonali. Il governo di San Gallo, sollecitato dal Gran Consiglio, intende condurre uno studio sulle limitazioni dei diritti fondamentali, tra cui la libertà religiosa, sempre a proposito del velo islamico, ma i giovani UDC, impazienti, hanno deciso di lanciare una iniziativa popolare contro il porto del velo nelle scuole. Finanze ecclesiastiche. La RKZ (Conferenza centrale cattolico-romana) ha presentato i conti del 2013, frutto dei contributi delle Chiese e diocesi. L’attivo, di 235.000 franchi è stato destinato per 100.000 franchi alla riserva, per 60.000 a progetti e innovazioni e per fr. 75.000 a «Migratio», l’istituzione a favore dei migranti. È stato constatato con piacere che i tentativi di liberare le persone giuridiche dall’obbligo di pagare imposte alle Chiese è stato respinto anche dal popolo zurighese con una maggioranza superiore al 70% (erano in gioco cento milioni all’anno per le Chiese riconosciute!), dopo che la stessa proposta era stata rifiutata nei Grigioni, a Nidvaldo e dal governo lucernese. Il voto zurighese suona anche conferma del sistema «duale» (meglio: democratico) applicato nella maggior parte dei cantoni svizzeri e poco gradito (almeno fin qui) in Vaticano e… a Coira. Ma le conseguenze della crisi economica sulle finanze pubbliche colpisce anche le Chiese svizzere. Il Canton Berna, che paga direttamente pastori e preti delle due Chiese (evangelica e cattolica), ha deciso un taglio di due milioni, che imporrà alla comunità evangelica di sopprimere 25 posti di pastore sui 300


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attuali, a scapito specialmente delle regioni periferiche. Anche la Chiesa cattolica di Neuchâtel, dove il Cantone non finanzia il culto, deve «battere cassa», chiedendo ai cattolici di versare (liberamente!) l’11% dell’imposta cantonale. Le tre Chiese cristiane di Ginevra (cattolica, evangelica e cattolico-cristiana) conducono in comune una campagna pubblicitaria, invitando a segnare l’apposita casella nella dichiarazione d’imposta cantonale. Il Cantone invia poi un bollettino di versamento della Chiesa indicata, per un versamento volontario. Le Chiese ginevrine si finanziano in questo modo, con qualche difficoltà, ora che i cristiani diminuiscono e invecchiano. Centro islamico. Il «Centro svizzero Islam e società» è stato ufficialmente affidato lo scorso aprile all’Università di Friburgo e conta di iniziare la propria attività nel prossimo autunno, se sarà raggiunto un numero sufficiente di studenti. Il Centro lavorerà in una ottica di dialogo e d’interdisciplinarità, con un orientamento etico-sociale, collaborando con diversi istituti e cattedre e promovendo rapporti con personalità ed istituzioni islamiche. Alcuni granconsiglieri hanno sollevato riserve, specie di natura finanziaria, mentre il Dipartimento federale della formazione ha promosso l’istituzione e quello dell’Interno lo giudica utile per tener conto della «realtà» dei musulmani e per l’identità svizzera. L’iman Semir Jelassi, della Lega dei musulmani del Ticino e membro del gruppo di lavoro che ha elaborato il progetto del Centro, ha auspicato che possa essere al servizio del dialogo, osservando che l’impegno dei musulmani svizzeri per realizzare il Centro dimostra la loro volontà di integrazione nella società svizzera (APIC 6 e 21 marzo, 14 e 15 aprile). Cappellani cercansi. La diminuzione dei preti, pastori e studenti in teologia tocca anche l’Esercito svizzero, dove per i 180.000 uomini in servizio sono disponibili solo 200 dei 300 cappellani necessari. Dal 2013 il responsabile del servizio cattolico per l’esercito svizzero è un laico (Urs Brosi, teologo, 49 anni, segretario della corporazione cattolica di Turgovia), il quale prevede di organizzare un ciclo di formazione nell’autunno 2014. Per la prima volta vi si sono iscritti due membri della Chiesa cattolico-cristiana, la più piccola delle Chiese nazionali. E c’è chi pretende che l’ecumenismo sia in crisi!

cronaca svizzera

«Fine settimana». È una realtà ecclesiale nata nel 1979 per opera di don Girolamo Giacomini, che organizza una serie di incontri sostenuti dalle parrocchie di S. Leonardo e di S. Stefano di Verbania Pallanza. Gli incontri sono rivolti a quanti non rinunciano a pensare «da adulti» in un mondo in rapida e profonda trasformazione, cioè vogliono confrontarsi con le sfide della cultura odierna, e riscoprire le ricchezze della tradizione religiosa cristiana in dialogo aperto e critico con le altre tradizioni culturali e religiose. Gli incontri si tengono il sabato pomeriggio, attualmente al centro familiare «Madonna delle Grazie», presso la chiesa di Madonna di Campagna (Pallanza). L’ultimo incontro del 2014 si è svolto sabato 10 maggio sul tema: «In ascolto dei divorziati risposati e delle persone omosessuali», relatore il moralista novarese Giannino Piana. Da alcuni anni è pubblicata in Internet una ricchissima rassegna stampa di attualità religiosa (www. finesettimana.org). Quanti siamo. A fine 2013, la popolazione totale ticinese (residente permanente) era di 346.472 persone, il 32% di età superiore ai 65 anni, svizzeri 252.140, stranieri 94.332. La popolazione della Svizzera era di 8.136.700 abitanti, quasi centomila in più rispetto all’anno precedente, grazie (?) al saldo migratorio di 80.400 persone e all’eccedenza di 17.200 delle nascite. Gli stranieri (circa 1,93 milioni) hanno una media di età di 37 anni, gli svizzeri di 43. Secondo i dati del 2012 («Il Ticino in cifre», edizione 2014), i cattolici erano il 69, 3%, i protestanti il 4,4%, di altra o nessuna religione il 26, 3% (dati stimati dei residenti di 15 anni). Nella Confederazione i cattolici sono il 38,2%, i protestanti il 26,9%, di altra o nessuna religione il 34,9%. Servizio civile. Il numero delle persone ammesse al Servizio civile è lievemente aumentato nel 2013. In parallelo sono aumentate le prestazioni di pubblico interesse svolte dai civilisti. Nel 2013 il numero delle ammissioni si è attestato su un livello medio (5423, contro 5139 nel 2012): pur essendo più elevato rispetto all’epoca dell’«esame di coscienza». Si conferma comunque nettamente inferiore ai primi due anni dopo l’in­ troduzione della «prova dell’atto». Circa 19.000 civilisti hanno svolto un periodo d’impiego l’anno scorso (2012: 14.989). Nel complesso han-

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no prestato 1.334 milioni di giorni di servizio di pubblico interesse (2012: 1.179 milioni), la maggior parte dei quali (60%) nel sociale, per esempio in istituti per anziani, disabili, bambini e giovani. Il settore sanitario e la protezione dell’ambiente e della natura hanno beneficiato rispettivamente del 17%, e del 13%, degli impieghi. La suddivisione dei giorni di servizio tra i vari ambiti di attività è rimasta stabile. Lo scorso anno l’organo d’esecuzione del servizio civile è riuscito ad attirare tra i partner altri 369 istituti, portando a 3.896 il numero dei centri di impiego riconosciuti (2012: 3.527). Tali istituti mettono a disposizione in totale 13.395 posti di lavoro (2012: 12.176). Per l’esecuzione della legge sul servizio civile la Confederazione ha scelto di puntare sul senso di responsabilità degli oltre 3.000 civilisti che cercano un impiego negli istituti disponibili, organizzandosi in piena autonomia. Pluralismo islamico. Uno studio dedicato ai musulmani in Svizzera («La Suisse des mosquées», ed. Labor et Fides) rileva la varietà dei musulmani in Svizzera, circa il 5% della popolazione. Sono in gran parte di origine europea (42% provengono dai Balcani), mentre gli svizzeri sono il 31,4% (gran parte ha ottenuto la cittadinanza, solo il 2,5% di essi sono convertiti). Il 14% sono praticanti regolari delle riunioni di preghiera, il 37% partecipano invece alle feste principali. Secondo un’indagine sui giovani musulmani del cantone Lucerna, scolarizzati e in genere nati in Svizzera, più che nei locali di preghiera si ritrovano in gruppi giovanili: i due terzi dei giovani musulmani tra i 12 e i 30 anni hanno una pratica religiosa analoga a quella dei coetanei svizzeri, anche se ciò appunto li fa diversi («Le Courrier», 11 gennaio 2014). Secondo uno studio del Centro per la sicurezza del Politecnico di Zurigo, gli estremisti islamici fautori della violenza sono qualche decina e si tratta di nati e cresciuti in Svizzera; i simpatizzanti sarebbero qualche migliaio. Il teologo protestante Georg Otto Schmid, responsabile del Centro protestante d’informazione sulle religioni, mette tuttavia in guardia del possibile aumento dei gruppi salafiti in Svizzera, in particolare promossi dal Consiglio centrale islamico (CCIS), presieduto dal biennese Nicola Blancho, che secondo il Rapporto del Consiglio federale dell’8 maggio 2013 sostiene una forma di Islam poco diffusa e non rappresentativa.


No. 232 19 osservatorio ecumenico

osservatorio ecumenico Convocato il «Grande Sinodo panortodosso» Dal 6 al 9 marzo ha avuto luogo a Costantinopoli la «sinassi» di tutti i patriarchi e primati della Chiesa ortodossa, sotto la presidenza del patriarca ecumenico Bartolomeo I. Vi hanno partecipato i patriarchi e primati ortodossi: Teo­ doro di Alessandria, Teofilo di Gerusalemme, Cirillo di Mosca, Ireneo di Serbia, Daniele di Romania, Neofito di Bulgaria, Ilia di Georgia, Crisostomo di Cipro, Ieronimo di Atene, Sava di Varsavia e Anastasio di Tirana. La «sinassi» ha pubblicato un «messaggio», firmato da tutti, che indica date e scadenze del «grande Sinodo panortodosso» che si terrà a Costantinopoli nel 2016. Esprime inoltre solidarietà alle popolazioni della Siria e ai cristiani perseguitati; appello per la liberazione di tutti i rapiti; preghiera per la riconciliazione in Ucraina; di fronte alla crisi economica e spirituale del mondo, testimonianza della fede e difesa della dignità umana, della giustizia nel rapporto fra uomo e donna e dell’ambiente.

Religioni in crescita I cristiani sono circa il 30% della popolazione mondiale e nei prossimi decenni questa percentuale non appare destinata a cambiare. Durante il XX secolo i cristiani sono cresciuti in particolare nel Sud del pianeta. Ma se si considera la percentuale rispetto alla percentuale della popolazione mondiale, la prospettiva cambia radicalmente. Nel 1900 erano seguaci del Profeta circa 200-220 milioni di persone: il 12-13 per cento dell’umanità. Adesso la percentuale di musulmani che vive sulla Terra raggiunge il 22,5 per cento. Nel 1900 per ogni musulmano c’erano 2,8 cristiani; oggi cristiani e musulmani sono nel rapporto di 1,5 a 1, e nel 2050 saranno nel rapporto 1,3 a 1. Il divario si va dunque colmando rapidamente. Mentre i cristiani crescono in Africa, cioè in un continente storicamente non cristiano, la crescita numerica dell’Islam si registra soprattutto in quella parte del mondo che è «loro» da secoli: l’Egitto contava, nel 1900, circa 9 milioni di musulmani, oggi 75 milioni; in Iran il numero di musulmani è passato da 10 milioni a 65; l’Indonesia aveva circa 34 milioni di seguaci del Profeta, oggi sono 190 milioni. Islam e il cristianesimo sono dunque in crescita nel mondo, mentre in Europa i cristiani diminuiscono. Con buona pace dei Liberi pensatori ticinesi che ritengono inutile (anzi: negativo!) informare i giovani ticinesi sul fenomeno sociale e culturale delle religioni!

Vendonsi chiese vuote In Germania, le Chiese cattolica e protestante mettono in vendita gli edifici che restano vuoti. Per la comunità cattolica, succede a Berlino, dove l’Arcivescovado ha deciso di mettere a disposizione del migliore offerente diversi immobili, tra cui una cappella e una chiesa costruite nel secolo scorso e situate nei Länder di Brandeburgo (che circonda Berlino), Meclemburgo-Pomerania-Anteriore. Sul sito www.erzbistumberlin.de, sotto la voce: Immobilien, si trova l’annuncio per la cappella «Maria Goretti» a Loitz, offerta al prezzo di 20 mila euro, terreno di 1.057 metri quadrati e chiesa costruita nel secolo scorso. Una navata di 175 metri quadrati e un terreno di 952 metri costano invece

130mila euro. Secondo quanto informa il bollettino della Conferenza episcopale, 126.488 persone hanno abbandonato la Chiesa cattolica tedesca nel 2011, costringendo alla chiusura di 400 edifici ecclesiastici. Anche la Chiesa evangelica ha creato un sito, www.kirchgrundstuecke.de, per facilitare la vendita di 170 tra chiese e case parrocchiali e 140 terreni. Secondo il portavoce dell’istituzione, tra le 120 mila e le 150 mila persone abbandonano la Chiesa protestante ogni anno e molte chiese restano inutilizzate.

A scuola di laicità Su richiesta del Ministero algerino degli affari religiosi, il ministro francese dell’interno e dei culti (sic!) ha organizzato presso l’Istituto francese di Algeri, che dipende dal Ministero francese degli esteri, un corso di laicità per gli imam che, con lo statuto di funzionari statali algerini, sono destinati a stabilirsi in Francia. Al primo corso, di 55 ore, che forniva un’informazione sulla particolarità dei rapporti tra religione e società in Francia, ha partecipato una quarantina di allievi, 25 dei quali sono poi stati inviati in Francia, dove i posti di imam sono circa 1800. Corsi universitari sulla laicità per imam sono già organizzati a Parigi, Lione e Strasburgo. L’Università cattolica di Lovanio (Belgio) proporrà alla ripresa del 2014 un’opzione in teologia islamica, comprendente non solo lo studio della religione islamica, ma anche le sue relazioni con la società moderna e con le altre religioni, offrendo il titolo di master che abiliterà i diplomati a svolgere la funzione di «cappellano» (aumônier) e di consigliere islamico, finora possibile solo con l’ottenimento di una licenza per insegnare l’Islam nelle scuole.

Ama il tuo prossimo Il Segretariato attività ecumeniche (Sae), associazione interconfessionale di laici per l’ecumenismo e il dialogo «a partire dal dialogo ebraico-cristiano», ha reso noto il programma della prossima «Sessione di formazione ecumenica», la cinquantunesima, che si terrà a Paderno del Grappa (Treviso) dal 27 luglio al 2 agosto. Il tema della sessione riprende il ciclo sull’etica avviato nel 2011 (interrotto l’anno scorso per le celebrazioni della cinquantesima sessione): «Ama il prossimo tuo come te stesso (Lev 19,18). La vita in relazione: prospettive etiche». Sono previste relazioni e gruppi di studio su temi come la bioetica, l’etica della responsabilità e l’etica delle relazioni, il prossimo nella Bibbia, famiglia, nuove famiglie e relazioni di coppia, la vita in relazione in una società plurale, identità e genere, l’etica del lavoro, l’accompagnamento pastorale dei malati. Come ogni anno la sessione sarà animata da esperti appartenenti alle diverse Chiese cristiane, al mondo ebraico e ad altre fedi. Per iscrizioni e informazioni: www.saenotizie.it sessione.estiva@saenotizie.it; cellulare 373 510 05 24 (1214,16-17 e 19-21). Le iscrizioni si chiudono il 19 luglio.

Tempo della creazione Dal 1. settembre al 4 ottobre le Chiese cristiane celebrano il «tempo della creazione» che in Svizzera comprende la Festa del raccolto e la Festa («digiuno») federale. Il tema proposto per il 2014 è «Un ambiente condiviso, lo spazio urbano, centro di vita». L’OEKU (Comunità di lavoro delle Chiese cristiane svizzere) fornisce materiale illustrativo e per liturgie con un opuscolo e un dossier (OEKU, Schwarztorstrasse 18, C.P. 7449, 3001 Berna).


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cronaca internazionale

cronaca internazionale a cura di Alberto Lepori

Storia delle religioni. Dal 2 al 6 settembre si svolgerà alla Villa Cagnola di Gazzada (Varese) la 36. Settimana di storia religiosa, quinta sulla storia religiosa euro-medi­terranea, dedicata a Cartagine e ai territori ad essa anticamente legati: territori in età romana profondamente cristianizzati e nei quali dal sec. VII i conquistatori arabi hanno determinato una capillare diffusione dell’Islam. Il succedersi delle relazioni vuole offrire un’organica visione, di lunga durata, in merito alle evoluzioni istituzionali, religiose e culturali che hanno caratterizzato la storia e la realtà antropologica dell’Africa mediterranea, a partire dalla fase punica ad oggi. Continuare la semina. Dopo 37 anni, Giovanni Avena lascia il ruolo di direttore editoriale di «Adista», pubblicazione che da 48 anni contribuisce all’informazione e controinformazione sulla Chiesa cattolica, spesso «dalla parte del torto, tentando di illuminare quello che è nell’ombra». Ne dà notizia il fascicolo del 29 marzo (numero 6223!), con una lettera dello stesso Avena, che cessa con rammarico l’impegno, per favorire un ricambio e perché sente diminuire le energie necessarie per continuare, ma «con la soddisfazione di essere stato e di essere dalla parte giusta, quella per la quale da un anno papa Francesco spende le sue parole». Giovanni Avena non abbandona la pubblicazione perché (scrive) «la semina di “Adista” dovrà continuare e dovrà rinnovarsi, perché il raccolto nella sua gran parte è ancora molto lontano e soprattutto non è mai definitivo». «Dialoghi», che ha largamente attinto alla «semina» di Avena e dei suoi collaboratori, si compiace (e formula i migliori auguri) di poter continuare per anni l’amicizia e una generosa collaborazione. Divorziati risposati. Il cardinale Walter Kasper non solo ha ribadito la necessità di affidare a donne ruoli importanti nella Curia romana, per arricchirla della loro esperienza pastorale (ad esempio con contratti quinquennali), ma ha difeso in una intervista ad un giornale del Sud Tirolo le proposte da lui presentate al Concistoro circa i cosiddetti «divorziati risposati». proposte che seppur non mettono in discussione l’indissolubilità del matri-

monio, vogliono tener conto delle trasformazioni della società e realizzare quella «Chiesa misericordiosa» che vuole papa Francesco. Il quale sembra abbia apprezzato le proposte del card. Kasper, e così pure il card. Marx, arcivescovo di Monaco e presidente dei vescovi tedeschi, a differenza del card. Caffarra di Bologna, in consonanza col superiore generale della Fraternità di San Pio X (il lefèbvriano mons. Fellay) e il quotidiano «Il foglio» dell’ateodevoto Giuliano Ferrara (da un servizio di «Adista», 26 aprile 2014). Papa Francesco, rispondendo a un giornalista sull’aereo che lo riportava a Roma dalla Terrasanta, così si è espresso: «Il problema pastorale della famiglia è molto, molto ampio, molto ampio. E si deve studiare caso per caso. Una cosa che papa Benedetto ha detto tre volte sui divorziati, a me aiuta tanto: di studiare le procedure di nullità matrimoniale, perché alcune sono solo per poche persone; studiare la fede con la quale una persona va al matrimonio e chiarire che i divorziati non sono scomunicati, e tante volte sono trattati come scomunicati. E questa è una cosa seria». L’eredità del Vescovo. È morto il 2 maggio, all’età di 91 anni, dom Tomas Balduino, frate domenicano brasiliano e vescovo emerito di Goias (diocesi che ha guidato per 31 anni, dal 1967 al 1999), co-fondatore nel 1972 del Consiglio Indigenista Misionario (Cimi) e, nel 1975, della Commissione pastorale della terra (Cpt). La sua è stata una vita intera spesa al servizio dei poveri, dei contadini, degli indigeni, per i quali è stato, per usare le parole dell’Apocalisse, «fratello e compagno nella tribolazione e nella testimonianza del Regno». Annunciando la sua morte, la Cpt ha ricordato come pure negli ultimi tempi, malgrado le critiche condizioni di salute, il vescovo domenicano continuasse incessantemente a preoccuparsi della lotta per la riforma agraria, non volendo far mancare il suo contributo al documento sulla terra elaborato dalla Conferenza episcopale brasiliana e approvato poi il 7 maggio dalla 52. Assemblea generale. Mons. Balduino ebbe una vita ricca, piena, avventurosa. Nominato nel 1957 superiore dei domenicani della Prelatura di Conceicao do Araguaia. nel Para, non solo aveva appreso la lingua degli

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indios xicrin e kayapò, ma, per poter raggiungere aree remote e quasi inaccessibili dell’Amazonia, aveva preso il brevetto di pilota e sul suo elicottero rosso, donatogli da un gruppo di amici italiani, aveva compiuto innumerevoli viaggi, prestato soccorso a perseguitati politici e trasportato medici, farmaci e cibo. Con il suo amico mons. Pedro Casaldaliga, subì attacchi da parte del regime militare e dei latifondisti, ma pure in seno alla Chiesa, quando un vescovo fondatore del movimento «Tradizione, famiglia e proprietà» lo accusò di essere comunista, per cui il nunzio apostolico Sebastiano Baggio sollecitò a Roma la visita apostolica della sua diocesi. Pensionato due volte. Il francescano statunitense p. Jerry Zawada, 76 anni, di cui 50 di sacerdozio (e quindi meritevole della pensione) è stato ora rimosso dal ministero sacerdotale per aver concelebrato una messa con una donna prete, Januice Sevre-Duszynska, ordinata nel 2008. Era stato arrestato innumerevoli volte (più di duecento) per la sua ininterrotta attività di pacifista, rimanendo in prigione per un totale di cinque an­ni e mezzo. La concelebrazione contestata avvenne nel novembre 2011, durante la protesta annuale del Soa Watch, un gruppo pacifista fondato da Roy Bourgeois, un prete suo amico, con il quale ora condivide anche la situazione di pensionato due volte. Mani bucate. Con un comunicato piuttosto secco che poco spiega e che sembra anzi sorvolare sugli aspetti più imbarazzanti, la Sala stampa vaticana ha annunciato che il vescovo «spendaccione» di Limburg, mons. Franz Peter Tebartz-van Elst, che per la ristrutturazione e l’ampliamento della residenza episcopale ha speso 31 milioni di euro a fronte dei sei previsti in partenza, non tornerà alla guida della diocesi. Le dimissioni sono state accettate e al presule verrà dato quanto prima un altro incarico, possibilmente senza compiti amministrativi. Nel frattempo un altro vescovo ha dimostrato una certa leggerezza col denaro affidatogli per la Chiesa: mons. Wuilton Gregory, arcivescovo di Atlanta e già presidente della Conferenza episcopale statunitense, ha speso più di due milioni di dollari per la sua nuova abitazione di 600 metri quadrati, «sperperando» parte di una donazione di 15 milioni di dollari destinati alla parrocchia Cristo Re e per scopi caritativi. Di fronte alle reazioni


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suscitate, l’arcivescovo si è detto disposto a vendere l’edificio, dopo aver sentito Consiglio pastorale, Consiglio presbiterale e Consiglio finanziario. Ma non basta l’esempio del Papa e il buon senso popolare? Donne nella Chiesa. Quello della condizione femminile nella società e del ruolo delle donne nella Chiesa cattolica è stato uno dei temi maggiormente risuonati durante l’incontro del percorso di «comunione, confronto e ricerca sinodale» del «Vangelo che abbiamo ricevuto» svoltosi a Napoli lo scorso 1.-2 marzo e che aveva come titolo «Il Vangelo è annunciato ai poveri». A introdurlo nel dibattito, un lungo documento distribuito a tutti i partecipanti e redatto a quattro mani, «secondo una rigorosa parità di genere», da Monica Coretti, Daniela Esposito, don Albino Bizzotto e Lui­ gi Lentini. «Creati con due gambe, il femminile e il maschile, ancora ci ostiniamo a zoppicare, mantenendo il femminile sull’uscio di una umanità intera». Una condizione che riguarda sia la società, sia la Chiesa. Papa Francesco apparentemente e verbalmente mostra una apertura di credito, ma l’istituzione ecclesiastica resta sorda e blindata, a cominciare dalla chiusura totale a qualsiasi forma di discussione sul ministero presbiterale alle donne, magari con la giustificazione di non volerle «clericalizzare». «Appare evidente – si legge nel documento – come tale posizione costituisca un esempio di “razionale” e “saggia” operazione per rimarcare l’esclusione delle donne, senza peraltro manifestare nessun proponimento di superamento del clericalismo». Da qui le proposte di ripensare profondamente il senso del ministero presbiterale e aprirlo alle donne; coinvolgerle a tutti i livelli della Chiesa nella responsabilità complessiva della cura del popolo di Dio; iniziare a conferire loro ruoli decisionali, dalle parrocchie, alle diocesi, alla Curia romana. Donna coraggio. In trentotto Paesi africani l’omosessualità è punita con il carcere, in Sudan e Mauritania addirittura con la pena di morte; in Uganda è stata introdotta recentemente una legge anti-gay, mentre norme sempre più oppressive vengono applicate in Nigeria. In Africa il dibattito è aperto e vivace: molti tradizionalisti, anche cristiani, appoggiano le leggi punitive contro l’omosessualità, i social network sono pieni di commenti omofobi. Ma sempre più numerose sono

Solidarietà. Il numero di maggio della rivista «Il Gallo» ha annunciato la morte, il 4 aprile, di Germano Beringhelli, docente, giornalista, letterato e critico d’arte, che dal 1959 curava in particolare lo spazio poetico delle due pagine centrali di ogni quaderno. «Dialoghi» partecipa alla «nuova croce» nel cuore degli amici genovesi, accanto a quelle indimenticabili di Nando e di Katy.

Un futuro africano. Nel 2014 il prodotto interno lordo africano (Pil) crescerà in media del 5,4%, mentre l’economia nell’Eurozona (dopo cinque anni di cali consecutivi) segnerà forse un +1,2%. Il mondo, davvero, si è capovolto: è stata fondata la prima Ong africana per portare aiuti umanitari all’Italia. Si chiama Poveri Voi (www. poverivoi.org). Per il momento è un progetto di comunicazione, ideato da tre associazioni con sede a Milano (Fratelli dell’uomo, Esterni, Compagnia Africana): ma presto si trasformerà in realtà, promovendo progetti e azioni concrete di cooperazione. Come scrive il giornalista Raffaele Masto (In Africa, Sperling & Kupfer, 2003) «il nostro sicuro Occidente è la decadenza, mentre l’Africa è il futuro… Siamo popoli di anziani, stanchi ed emarginati: invece l’Africa, dove il 70% della popolazione ha meno di quindici anni, è un continente di prorompente vitalità». Anche il flusso emigratorio dai Paesi del Maghreb e del Sahel verso l’Europa si è rallentato: segno che la crisi economica nel vecchio continente sconsiglia migliaia di giovani di cercare fortuna al di là del Mediterraneo, anche se restano le ondate di profughi e migranti in fuga da guerre e regimi dittatoriali che cercano un riparo in Occidente. Ma nel contempo decine di migliaia di cittadini dell’Europa meridionale cercano fortuna a Sud, negli ex paesi poveri dell’Africa, dove oggi l’economia corre a ritmi impressionanti (da un editoriale di «Africa», rivista dei Padri Bianchi, maggio – giugno 2014).

Settimana di evangelizzazione. Il Sinodo valdese 2013 aveva chiesto di indire una «settimana dell’evangelizzazione». L’iniziativa si è svolta dal 5 all’11 maggio scorsi e si è conclusa la seconda domenica di maggio con predicazioni all’aperto, gazebo in piazza, «maratone bibliche» (letture continue di parti della Bibbia), mostre, e molto altro, promossi dalle varie Chiese locali valdesi e metodiste e, in alcuni casi, condivise con varie comunità. A Firenze, in chiusura della «Settimana di evangelizzazione» è tornata la «Bibbia in piazza», organizzata insieme ad altre comunità evangeliche. Si voleva dimostrare che è possibile evangelizzare in molti modi, anche al di fuori dei templi e dei centri culturali, in maniera efficace, senza scoraggiarci di fronte alla prospettiva di non trovare reazioni entusiastiche. Un bell’esempio per i «cattolici mummificati» descritti da papa Francesco.

Sacro inquinamento. Da diversi anni un contenzioso oppone il Comune di Gerusalemme al clero musulmano circa il volume sonoro delle preghiere provenienti dalle moschee della città. All’inizio di marzo, il litigio si è intensificato dopo che il Comune ha annunciato di volere controllare tale «inquinamento sonoro». Benché Gerusalemme non sia l’unica città toccata da questa problematica, la questione è particolarmente sensibile in una città in cui ebrei, musulmani e cristiani vivono accanto gli uni agli altri. L’appello del muezzin, diffuso dagli altoparlanti installati su circa duemila minareti, rimbomba attraverso le colline e le valli di Gerusalemme anche in mezzo alla notte, quando il resto della città dorme. Il comune di Gerusalemme ha istituito un gruppo di lavoro incaricato di misurare il volume sonoro in provenienza dalle moschee.

anche le voci in senso contrario, tra cui personaggi famosi, e aumentano gli attivisti che hanno deciso di difendere i diritti degli omosessuali, esponendosi a seri rischi e ripercussioni. Tra essi, Alice Nkom, avvocato camerunese, è la loro leader indiscussa. Nata sessantanove anni fa, madre di due figli, laureata in legge a Tolosa, è stata a soli 24 anni la prima donna a esercitare la professioni forense in Camerun. Nel 2012 il «New Yorker» l’ha designata «africana dell’anno» e nel marzo 2014 ha ricevuto il Premio per i diritti umani di Amnesty International per il suo impegno a favore degli omosessuali che subiscono prigione o angherie. Alice ha fondato un’associazione per la difesa dei diritti degli omosessuali (Adefho). Nel 2005 accettò di difendere undici uomini in carcerazione preventiva perché sospettati di essere gay, sapendo di andare incontro a un mare di guai, comprese continue minacce di morte. Lo scorso luglio, il giornalista e attivista anti-omofobo Eric Lembembre è stato assassinato. (da un servizio di «Africa», rivista dei Padri Bianchi, maggio 2014).


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notizie belle e buone

Notizie belle e buone Nomine promettenti. L’Annuario della Diocesi di Lugano 2014 conferma la nomina di Luisa Bucher a economa, affiancata da una collega nell’economato e da due segretarie nella cancelleria diocesana: una Curia sempre più rosa! Negli Stati Uniti, Linda LeMura, laica, sarà la prima donna a dirigere la scuola dei gesuiti a Syracuse, nello Stato di New York. Per la prima volta la capitale francese avrà a capo una donna, essendo stata eletta sindaco Anne Hildago, socialista di origine spagnola. Anche l’Ufficio federale di Polizia sarà presto diretto da una donna: il Consiglio federale vi ha nominato a capo la bernese Nicoletta della Valle, 52 anni, giurista, attualmente responsabile dei servizi psichiatrici del Canton Berna. E a Friburgo, il Consiglio di Stato notifica l’elezione di Astrid Epiney a rettore dell’università. Immigrati in tempo utile. Dei 23 giocatori che vestiranno la maglia rossocrociata ai campionati mondiali di calcio, almeno 14 dai loro nomi rivelano di essere immigrati o figli di immigrati, senza contare il direttore tecnico che è un tedesco. Per nostra fortuna sportiva, Blocher (lui pure di ascendenza teutonica) ha ottenuto dalla maggioranza del popolo svizzero di «bloccare» l’immigrazione di massa solo fra tre anni… Resistere. Qualche anno fa, la commissione dei media dei vescovi svizzeri ha invitato i giornalisti a pubblicare anche good news (buone notizie). Così «Dialoghi», sempre pronto a seguire i… buoni consigli dei vescovi, dal n. 217 del giugno 2011 pubblica su ogni numero, cinque volte all’anno, una pagina di «Notizie belle e buone» – beh sì, talvolta anche maliziose… Ma la sullodata commissione non se n’è ancora accorta e anche quest’anno il premio «Good News» è finito altrove. Noi persistiamo! Ecumenismo in cammino. Lo scorso Lunedì di Pasqua, le Chiese cristiane presenti in Svizzera (non tutte…) hanno firmato la «Carta di Riva San Vitale», riconoscendo reciprocamente la validità del battesimo da loro amministrato (come del resto succedeva nel VI secolo, quando fu costruito il locale battistero). Così i cristiani svizzeri (non tutti…) hanno lo stesso primo sacramento dell’iniziazione: ne restano altri sei da coordinare. Agli onori. Il vescovo di Friburgo, mons. Charles Morerod, è stato nominato membro del Consiglio pontificio per la cultura. Il vallesano François-Xavier Putallaz, nato a Sion nel 1957, docente dell’università di Friburgo e consigliere in bioetica dei vescovi svizzeri, è stato nominato membro del Comitato internazionale di bioetica dell’UNESCO. La religiosa cattolica Ruth Pfau, medico, attiva nella lotta contro la lebbra, ha ricevuto il premio Klaus-Hemmerle 2014, istituito dal Movimento dei focolari. Nata a Lipia 84 anni fa, con un impegno di oltre cinquant’anni è riuscita a ridurre in modo drastico il numero dei malati in Pakistan, da centomila nel 1960 a meno di diecimila oggi. Un premio è stato attribuito anche all’Istituto Cardinal Margéot dell’Isola Maurizio per il suo programma di formazione volto a cambiare il comportamento degli uomini rispetto alle donne. Dal 2009 ha tenuto 55 sessioni cui hanno partecipato 5600 uomini. Si vuole insegnare ai maschi cristiani, attraverso letture bibliche e meditazioni, che Dio ha creato gli esseri umani a sua somiglianza, e quindi uguali.

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Novità nella Chiesa cattolica. La britannica Margaret Archer è stata nominata da papa Francesco alla direzione dell’Accademia pontificia delle scienze sociali. Anni 71, ha studiato sociologia a Londra e ha quindi insegnato per molti anni, anche al Politecnico di Losanna. L’accademia pontificia è composta di 30-40 membri e promuove lo studio delle scienze sociali a beneficio della Chiesa. È invece una belga, madre di quattro figli, che dirigerà il Centro internazionale contro gli abusi sessuali, creato nel 2012 presso l’Università gregoriana a Roma. Karlijn Demasure, teologa d’origine fiamminga, insegna all’università Saint-Paul di Ottawa dal 2007 ed è autrice di un libro sul ricupero degli abusati sessualmente. Anche i laici maschi progrediscono in Vaticano, con la nomina del professore Gurmann Carriquiry a segretario della Pontificia Commissione per l’America latina, primo laico a ricoprire tale carica. E finalmente anche Gianni Ballabio diventa cancelliere vescovile nella curia luganese, con una promozione meritatissima. Popolarità benefica. La popolarità di papa Francesco forse non ha attirato più fedeli sui banchi delle chiese ma uno studio recente indica che persuade i cattolici a dare più soldi ai poveri. Una delle priorità del nuovo pontefice è la condizione dei meno abbienti. Secondo un recente studio, un cattolico su quattro negli Stati Uniti afferma che l’ammontare dei propri doni alle organizzazioni caritative è aumentato rispetto allo scorso anno. Fra coloro che danno di più, il 77% ammette che papa Francesco non vi è estraneo. Lo studio, effettuato su un campione di oltre mille cattolici tra il 7 e il 10 marzo, è stato realizzato per conto dell’Ufficio delle collette nazionali della Conferenza episcopale degli Stati Uniti. I risultati mostrano che metà delle persone che hanno deciso di aumentare le proprie donazioni sono state motivate dal messaggio di compassione nei confronti dei poveri lanciato dal Papa, mentre il 44% ha affermato che i suoi appelli a prendersi cura degli altri li incoraggeranno a dare di più in futuro alle iniziative o organizzazioni cattoliche San Romero d’America. Secondo il vescovo ausiliare di San Salvador, Gregorio Rosa Chavez, mons. Oscar Romero, assassinato il 24 marzo 1980, potrebbe essere canonizzato entro il 2017, anno centenario della sua nascita, grazie a papa Bergoglio, il quale dovrebbe superare le ultime resistenze di tipo politico. Il presidente uscente Mauricio Funes ha intitolato a mons. Romero l’aeroporto internazionale del piccolo Paese centroamericano, dove già era stato posto un grande mural in suo onore. Anche il nuovo presidente, l’ex comandante guerrigliero Salvador Sanchez Cerén, ha sollecitato il Papa a provvedere in tempi rapidi alla canonizzazione del vescovo martire. Cuba cristiana. Il presidente Raul Castro ha realizzato finalmente la promessa fatta a papa Benedetto XVI nel marzo 2012: il parlamento cubano, lo scorso dicembre, ha inserito il Venerdì Santo come giorno festivo nel nuovo Codice del Lavoro. È da sperare che anche gli altri articoli siano altrettanto rispettosi dei cristiani. Pregare all’aeroporto. L’aeroporto di Basilea ha aperto, lo scorso febbraio, una «sala di meditazione» nella zona dell’imbarco. I passeggeri e gli impiegati potranno raccogliersi liberamente in una sala senza particolari segni religiosi. Locali simili si trovano già negli aeroporti di Ginevra e di Zurigo.


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notiziario (in)sostenibile a cura di Giulia Negri

Tutti i colori dell’arcobaleno. C’è chi lo preferisce bianco. Chi nero. Nessun razzismo: l’amore per il cioccolato ci divide da sempre. Fondente, al latte, con nocciole, frutta o altre diavolerie: sembra non ci sia limite alla fantasia, in termini di dolcezza. Un’azienda di Losanna cerca di mettere tutti d’accordo: loro, il cioccolato, lo fanno multicolore. Come sulle carte di credito e sugli ormai vecchissimi VHS della Disney, ora gli ologrammi compaiono anche sul cioccolato. No a coloranti e additivi, sì alle leggi dell’ottica: da un modellino in metallo con le giuste «strutture» sulla superficie si passa alla fabbricazione di stampi plastici in grado di regalarci cioccolato multicolore, grazie alla diffrazione dei raggi luminosi. L’incontro della luce con un ostacolo, in alcuni casi, ci stupisce con effetti inaspettati: basti pensare ai colori cangianti di DVD e farfalle e al lucore intorno alle fonti luminose. Completamente sano, quindi, a patto di non esagerare. Considerati gli studi che confermano sempre più la tossicità e le conseguenze dannose dell’impiego massivo dei coloranti… trovare un modo salutare per rendere più colorato quello che mangiamo ogni giorno potrebbe essere una soluzione da considerare attentamente. Unire, meglio che dividere. Il Large Hadron Collider di Ginevra rischia in futuro di avere un temibile rivale. Ma… dobbiamo davvero averne paura? Chi minaccia la fama del gigante di Ginevra? Non vale la pena di sperare in un po’ di sana concorrenza, nella gara al macchinario più complesso del pianeta? Si chiama ITER («viaggio», «percorso»), e sta seguendo una via lunga e tortuosa. Concepito nelle conversazioni diplomatiche tra il presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan e il leader sovietico Mikhail Gorbaciov nel 1985, iniziato nel 2006, probabilmente non entrerà in funzione prima del 2022-2023. Definito il «puzzle da 10 milioni di pezzi», dovrà

essere in grado di confinare il plasma a più di 100 milioni di gradi in uno spazio ristretto da campi magnetici elevati, per riuscire a innescare la fusione nucleare. Invece di «rompere» un atomo pesante, come avviene nella fissione con l’uranio, si uniscono due nuclei leggeri di idrogeno, formando elio e liberando energia in modo pulito: niente scorie radioattive o scarti tossici. È l’energia pulita del domani, anche se esiste dalla nascita dell’universo. Tutte le stelle sono «alimentate» a fusione, e ITER sta cercando di ricrearne una in miniatura nel Sud della Francia. La lentezza che caratterizza questo progetto è dovuta in gran parte alle difficoltà tecniche e tecnologiche nel costruire un macchinario tanto imponente, in grado di imporre alla materia condizioni mai viste sulla Terra: le singole parti che comporranno ITER verranno costruite in Paesi diversi, trasportate via mare o su strade appositamente modificate per permettere a carichi di più di 900 tonnellate o lunghi più di 30 metri di raggiungere sani e salvi la loro destinazione. Che iter! Terminate le costruzioni degli edifici «di servizio», ora si è finalmente passati ai componenti principali, ma slitta la data di «accensione». Non è solo la scienza a dare grattacapi al progetto: realizzare una collaborazione fra tanti Paesi rende tutto più complesso anche dal punto di vista organizzativo e burocratico. D’altra parte, «afferrare il Sole e portarlo sulla Terra è più importante che andare sulla Luna e decodificare il DNA», sostiene Mark Henderson, addetto al sistema delle microonde che riscalderanno l’idrogeno per la reazione. Se la fusione nucleare sembra l’unica risposta adeguata ai cambiamenti climatici e alla richiesta crescente di energia, producendo 10 volte l’energia necessaria a innescare e mantenere la reazione in modo pulito, i tempi e i costi non possono essere ignorati: possiamo solo seguire gli sviluppi e sperare che il periodo di crisi non intacchi

i fondi per le ricerche. Sarebbe come indossare sempre gli stessi vestiti di quando eravamo bambini: per un po’ ci staranno stretti, poi non riusciremo più a entrarci. Gli anni passano, l’umanità cresce, i suoi bisogni aumentano e si specializzano: se anche il «vestito» della scienza non cresce con noi, rischiamo di ritrovarci nudi. Due ruote sì, due tempi no. «Ma quanto è bello andare in giro con le ali sotto ai piedi se hai una Vespa Special che ti toglie i problemi…». Così suonava una canzone della mia infanzia. Molti scelgono le due ruote per spostarsi in città: agili, veloci e convinti di inquinare meno. Lo studio pubblicato sulla rivista «Nature Communications» da S. M. Platt del Paul Scherrer Institute di Villigen, nel Canton Argovia, sembra sconfessare questa credenza. Lo smog che opprime gli agglomerati urbani, arrivando in alcune metropoli a mozzare il respiro, è prodotto dai motori a scoppio e proviene soprattutto dalle emissioni dei motori a due tempi di ciclomotori e scooter. Gli inquinanti atmosferici si dividono in frazione primaria, costituita dai prodotti di combustione veri e propri e frazione secondaria, formata dai composti chimici generati dalla reazione tra la primaria e l’ossigeno. I motori a due tempi emettono grandi quantità di aerosol primario, tra cui idrocarburi incombusti, e questo li pone ai primi posti tra gli «inquinatori»: nonostante la ridotta cilindrata e il numero relativamente piccolo di veicoli, sono determinanti. Nel 2020, secondo la Commissione Europea, le loro emissioni supereranno quelle di tutti i mezzi con motori a quattro tempi messi insieme. Dagli studi di Platt, un motore a due tempi inquina in media 124 volte di più: la comodità e l’agilità nei nostri spostamenti valgono forse tanto? Meglio optare per i quattro tempi: la tecnologia ha lavorato per ridurre i consumi e le emissioni dei nuovi veicoli, permettendoci di rinunciare a benzina e gasolio in favore di metano o energia elettrica. Se non riusciamo a rinunciare alle due ruote, sfruttiamo l’energia meccanica: bicicletta, e andiamo di pedali!

Offrite «Dialoghi» A un giovane lettore! Ai suoi lettori più giovani, «Dialoghi» propone un abbonamento a prezzo scontato. Per 30.– franchi, invece di 60.–! I trenta franchi che mancano li versa il comitato di «Dialoghi» al momento di saldare la fattura della stampa. Perché non ci

date una mano, lettori più anziani, a trovare lettori giovani alla rivista? Raccoglie le vostre segnalazioni l’amministratore di «Dialoghi»: Claudio Cerfoglia, Salita dei frati 4, 6900 Lugano, amministrazione@dialoghi.ch.


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i conti di «dialoghi»

I conti 2013 di «Dialoghi» CONTO ECONOMICO RICAVI D’ESERCIZIO Abbonamenti ordinari Abbonamenti sostenitori Vendita copie singole Sussidio cantonale (acconto) Donazioni Interessi Attivi TOTALE RICAVI D’ESERCIZIO COSTI D’ESERCIZIO Costi rivista Stampa rivista Spedizione rivista Costi postali Totale costi rivista Costi del Personale Indennità di funzione Totale Costi del Personale Costi diversi d’esercizio Spese ufficio/amministrazione Sito internet - pubblicità Interessi e spese postali Totale costi diversi d’esercizio TOTALE COSTI Perdita

11.940,00 4.470,00 24,00 3.500,00 100,00 2,35 20.036,35

16.503,60 3.160,60 275,35 19.939,55 830,00 830,00 23,60 1.000,00 216,07 1.239,67 22.009,22 -1.972,87

PASSIVI Ricavi già ricevuti Costi non ancora pagati Capitale proprio Riserve Riporto esercizi precedenti Perdita TOTALE PASSIVI

In questo numero Editoriale G Per una cultura religiosa nella scuola pubblica

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Articoli G Francesco al giro di boa del suo primo anno (Luigi Sandri) 2 G la chiesa del novecento di fronte alla modernità («Adista») 4 G fra «segreti di Stato» e interesse pubblico (Enrico Morresi) 5 G nuovo gdp da dieci anni (E.M.) 9 G il movimento omosessuale e «le trappole di foucault» (Aldo Lafranchi) 10 G dall’«aggiornamento» alla contestazione. vita e formazione del clero romando (Lorenzo Planzi) 13 G cronaca svizzera G osservatorio ecumenico G cronaca internazionale G notizie belle e buone G notiziario (in)sostenibile

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G i conti 2013 di «dialoghi»

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dialoghi di riflessione cristiana www.dialoghi.ch Comitato: Alberto Bondolfi, Ernesto Borghi, don Emilio Conrad, Serse Forni, Aldo Lafranchi, Alberto Lepori, Daria Lepori, Enrico Morresi, Margherita Noseda Snider, Marina Sartorio, Carlo Silini Redattore responsabile: Enrico Morresi, via Madonna della Salute 6, CH-6900 Massagno, telefono +41 91 966 00 73, e-mail: enrico.morresi@sunrise.ch, redazione@dialoghi.ch

BILANCIO ATTIVI Conto corrente postale Sussidio cantonale (saldo) TOTALE ATTIVI

No. 232

4.168,91 1.500,00 5.668,91

160,00 4.127,20 -461,91 2.093,50 1.722,99 -1.972,87 5.668,91

Amministrazione di «Dialoghi»: c/o Claudio Cerfoglia, Salita dei frati 4A, 6900 Lugano, email: amministrazione@dialoghi.ch Stampa: Tipografia-Offset Stazione SA, Locarno I collaboratori occasionali o regolari non si ritengono necessariamente consenzienti con la linea della rivista. L’abbonamento ordinario annuale (cinque numeri) costa fr. 60.–, sostenitori da fr. 100.– Un numero separato costa fr. 12.– Conto corr. post. 65-7205-4, Bellinzona. La corrispondenza riguardante gli abbonamenti, i versamenti, le richieste di numeri singoli o di saggio e i cambiamenti di indirizzo va mandata all’amministratore.


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