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229 dialoghi Locarno – Anno 45 – Dicembre 2013

di riflessione cristiana BIMESTRALE

…e benvenuto anche Valerio Dopo Francesco, Valerio. «Dialoghi» dà il benvenuto al giovane vescovo Valerio Lazzeri. Gli augura di raccogliere, cammin facendo, qualche soddisfazione in più di quelle che lui oggi immagina possibili. Per la Diocesi, un capitolo nuovo. Per farsi un’idea di come potrà essere, chi non conosceva don Valerio dispone di quanto si è visto e udito il 4 novembre, giorno della sua apparizione come vescovo eletto. Si deve dargli atto che in entrata è riuscito a intrigare tutti con quel suo motto programmatico «non impedias musicam», non disturbare la musica, sulle prime troppo laico, in realtà genuino succo biblico. Simpatico scherzo da appassionato delle Scritture. Non avesse svelato la fonte, chi mai l’avrebbe scoperta? Fin dalle prime parole Valerio si è sintonizzato sulla musica che a Roma suona Papa Francesco: «la priorità è di far risuonare la bella notizia del Vangelo alle periferie che sono dentro di noi. Molte volte ci dimentichiamo che non esistono sol-

tanto le periferie sociali che si vedono esteriormente; ci sono quelle parti di noi che non sono ascoltate, che sono trascurate. La gente oggi può vivere situazioni anche molto dure, pur non avendo dal punto di vista del benessere materiale grandi difficoltà: ma c’è una grande solitudine, un bisogno di sentirsi partecipi, di sentirsi curati, amati, e io credo che questa sia una delle periferie esistenziali che qui, nel nostro contesto, sia urgente affronta-

Non interrompere la sperimentazione! È stato consegnato al Consiglio di Stato il Rapporto sulla sperimentazione di un’ora alternativa di religione nelle scuole medie. «Dialoghi» propone una soluzione transitoria, per non lasciar cadere un tentativo meritevole di approfondimento. pp. 10 e 11

re; far sentire la tenerezza di Dio che vince anche sugli ostacoli più grandi che abbiamo dentro e che ci fanno sentire esclusi da tutti, isolati». Delicato amalgama di umanità e spiritualità, dote che a don Valerio facilita il contatto con chi, credente o non credente, è alla ricerca di un senso della vita al di là delle realtà materiali. «Tra papa e vescovo siamo serviti bene» ha inviato da lontano un sms. Un’opportunità da non sprecare. Già miracolo sarebbe se, al di là di tutto quanto potrà avvenire di arcano nel cuore di ciascun diocesano, questo tempo di grazia riportasse alla Cena del Signore, nel giorno della settimana a Lui dedicato, almeno parte della massa dei credenti oggi non più praticanti. Fedele alla sua vocazione, «Dialoghi» assicura che continuerà, nell’orchestra della diocesi, a far risuonare il contrabbasso, brontolone fin che si vuole ma possente sfondo sonoro per gli altri strumenti e per il coro. (a.laf.)


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La migrazione è un diritto dell’uomo Un richiamo ai fondamentali dopo Lampedusa Il dramma di Lampedusa (oltre trecentocinquanta annegati a pochi metri dalla riva) ha suscitato sdegno dolore e forse rimorso in vaste zone dell’opinione pubblica, ha visto autorità italiane ed europee sollecite in visite e deplorazioni, cui poi sono seguite nella stampa (esaurito lo scoop pubblicitario) le prime accuse all’autorità italiana e all’Europa, e poi qualche polemica sulla sempre insufficiente «gestione» degli scampati, e infine qualche elogio per la generosità della popolazione. Persino l’inaspettata precedente visita di Papa Francesco a Lampedusa è stata oggetto di contrastanti giudizi: da taluni è stata criticata quale invito agli sbarchi, così come lo sono state le prime misure del governo italiano di aumentare il controllo sul mare, per evitare nuove tragedie e non (solo) ostacolare gli arrivi. La varietà e il contrasto delle reazioni (poi tutto è stato sommerso da altre notizie e avvenimenti nell’inflazione mediatica) meritano invece un esame più ampio del fatto di cronaca, per un giudizio non affrettato su fatti e responsabilità. La prima riflessione ovvia (ma spesso dimenticata dai più) riguarda le cause che muovono queste masse di popolazione: si tratta di persone, singole o intere famiglie, che fuggono situazioni di guerra e insicurezza, oppure di persecuzione politica o religiosa, oppure situazioni di carestia, oppure ancora sono in cerca di lavoro o di una migliore qualità di vita. Cause e motivi che meritano comprensione e rispetto: le hanno vissute milioni di emigranti europei nei secoli scorsi – dai riformatori religiosi, a chi fuggiva dalle carestie, a chi cercava un lavoro meno duro –, tra essi migliaia di Ticinesi, nell’Ottocento e nel primo Novecento. Da questa premessa si comprende facilmente (ma chi lo ricorda?) quanto afferma la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (8 dicembre 1948), per la quale (art. 13,2) «ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese», cui segue (art. 14,1) che «ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni». Il rispetto di questi diritti deve permettere a tutti gli uomini di realizzare quanto la stessa Dichiarazione garantisce, in particolare all’art. 3 («Ogni individuo

ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della propria persona») e all’art. 25 («Ogni individuo ha diritto a un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia»). E va allora detto con forza a tutti i politici e ai cittadini degli Stati firmatari della Dichiarazione (compresa la Svizzera, aderendo all’Organizzazione delle Nazioni Unite) che «si sono impegnati a perseguire il rispetto e l’osservanza universale dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali» sopra indicati. Alla base di questi diritti sta un insegnamento tradizionale di ogni religione, ricordato autorevolmente dal Concilio Vaticano II (Gaudium et spes, n. 1551), per cui «Dio ha destinato la terra e tutto ciò che essa contiene all’uso di tutti gli uomini e popoli, così che i beni creati debbono secondo un equo criterio essere partecipati a tutti, avendo come guida la giustizia e compagna la carità». Riprendendo il concetto nella enciclica Populorum progressio su lo sviluppo dei popoli (26 marzo 1967), Paolo VI ha aggiunto che «il dovere di solidarietà che vige per le persone vale anche per i popoli. Le nazioni sviluppate hanno l’urgentissimo dovere di aiutare le nazioni in via di sviluppo. Bisogna mettere in pratica questo insegnamento conciliare. Se è normale che una popolazione sia la prima beneficiaria dei doni che le ha fatto la Provvidenza come dei frutti del suo lavoro, nessun popolo può per questo pretendere di riservare a suo esclusivo uso le ricchezze di cui dispone. Ciascun popolo deve produrre di più e meglio, onde dare da un lato a tutti i suoi componenti un livello di vita veramente umano, e contribuire nel contempo, dall’altro, allo sviluppo solidale dell’umanità». Infine va richiamato l’invito più recente di papa Benedetto XVI, nell’enciclica Caritas in veritate (29 giugno 2009): «Un altro aspetto meritevole di attenzione, trattando dello sviluppo umano integrale, è il fenomeno delle migrazioni. È fenomeno che impressiona per la quantità di persone coinvolte, per le problematiche sociali, economiche, politiche, culturali e religiose che solleva, per le sfide drammatiche che pone alle comu­nità nazionali e a quella internazionale. Possiamo dire che siamo di fronte a un

fenomeno sociale di natura epocale, che richiede una forte e lungimirante politica di cooperazione internazionale per essere adeguatamente affrontato. Tale politica va sviluppata a partire da una stretta collaborazione tra i Paesi da cui partono i migranti e i Paesi in cui arrivano; va accompagnata da adeguate normative internazionali in grado di armonizzare i diversi assetti legislativi, nella prospettiva di salvaguardare le esigenze e i diritti delle persone e delle famiglie emigrate e, al tempo stesso, quelli delle società di approdo degli stessi emigrati. Nessun Paese da solo può ritenersi in grado di far fronte ai problemi migratori del nostro tempo. Tutti siamo testimoni del carico di sofferenza, di disagio e di aspirazioni che accompagna i flussi migratori. Il fenomeno, com’è noto, è di gestione complessa; resta tuttavia accertato che i lavoratori stranieri, nonostante le difficoltà connesse con la loro integrazione, recano un contributo significativo allo sviluppo economico del Paese ospite con il loro lavoro, oltre che a quello del Paese d’origine grazie alle rimesse finanziarie. Ovviamente, tali lavoratori non possono essere considerati come una merce o una mera forza lavoro. Non devono, quindi, essere trattati come qualsiasi altro fattore di produzione. Ogni migrante è una persona umana che, in quanto tale, possiede diritti fondamentali inalienabili che vanno rispettati da tutti e in ogni situazione». La Svizzera destina all’aiuto al Terzo mondo lo 0,4% del prodotto interno lordo, invece del dovuto 0,7%. Inoltre risulta il Paese europeo più sollecito ad applicare l’Accordo di Dublino, rispedendo ogni anno oltre tremila richiedenti asilo in Italia! Dialoghi La curiosa foto in copertina ritrae il nuovo Vescovo a un convegno tenuto a Pallanza nel settembre del 2011, durante la prolusione che tenne sul tema dell’incontro tra il ricco e il povero nella Bibbia. Un ampio sunto di quella relazione fu pubblicata su «Dialoghi» n. 222 (giugno 2012); il testo integrale si trova al suo indirizzo di posta elettronica: vlazzeri@bluewin.ch.


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Riscaldamento climatico e migrazioni Per almeno la metà le cause sono umane «Zanzare grosse come libellule entrano dalle finestre del Ritz. Enormi rettili strisciano sul fondo limaccioso di canali che sono stati un tempo le vie di Londra. L’Europa ha una temperatura tropicale, le sue campagne sono coperte da giungle impenetrabili, i suoi monumenti, i suoi palazzi sono in gran parte sommersi sotto metri d’acqua». È un estratto dal riassunto in copertina, forse un po’enfatico ma tutto sommato fedele, di un’edizione italiana del romanzo «Deserto d’acqua» (The Drowned World) dell’inglese James G. Ballard (1930-2009). Ballard ci dipinge una Terra neppure tanto futura, nella quale, per una serie di eventi cosmici, la temperatura continua ad aumentare, i ghiacci si sono sciolti, l’umanità, rifugiata nelle zone polari, è avviata all’estinzione. Nel 1963, quando Ballard scrisse «The Drowned World», i mutamenti climatici non erano ancora un tema, l’IPCC (Intergovernmental Panel on Global Change) ancora non esisteva. Oggi, rileggendo Ballard, non possiamo fare a meno di pensare a quello che potrebbe essere, magari meno catastrofico ma comunque preoccupante, un nostro possibile futuro. Ballard ipotizzava cause «cosmiche», accresciuta attività solare e simili; oggi sappiamo, con ragionevole certezza, che fra le cause del riscaldamento globale ci siamo anche noi. Mentre scrivo, ricevo le notizie del dramma provocato dal tifone nelle Filippine e, anche se gli studiosi del clima ci dicono che non basta per far statistica, il pensiero corre ai cambiamenti climatici in atto. Aggiungiamo infine la recente pubblicazione del nuovo rapporto sul clima dell’IPCC, l’organismo dell’ONU che indaga passato, presente e futuro del clima terrestre, raccogliendo i dati di oltre 9000 studi scientifici da tutto il mondo, ed ecco che il tema «clima» ritorna di estrema attualità. Ballard, pur avanzando altre cause, aveva colto nel segno mettendo al centro del suo romanzo l’immensa migrazione umana verso regioni ancora abitabili. La storia ci mostra che, fra le tante spinte verso la migrazione (guerre, carestie, genocidi, sete di conquista, ideologie), il clima, da solo o spesso insieme ad altri fattori, ha avuto

un peso non trascurabile, attuale anche oggi e, si prevede, importante nel futuro. A fine Ottocento, il padre di mio padre s’era mosso dalla nativa Puglia verso settentrione, durante una carestia seguita a una prolungata siccità. Caso isolato? di Marco Martucci

La «Piccola Glaciazione» moderna fra il 1590 e il 1850 creò non poche difficoltà ad allevamento e agricoltura nelle regioni settentrionali e montuose e costrinse parecchi a spostarsi più a meridione o in pianura. Fra il 7000 e il 2000 a.C. il «Grande Optimum» climatico atlantico coincise con la nascita dell’agricoltura in Medio Oriente. Dall’800 al 1100 della nostra era si coltivava la vigna in Norvegia e Inghilterra. Una serie di estati fredde e umide scatenò una delle più grandi carestie, quella irlandese del 1846/47: un fungo parassita, favorito dalle condizioni climatiche, distrusse tutti i raccolti di patate, principale sostentamento di quella gente. Un milione di irlandesi perse la vita e due milioni dovettero emigrare verso gli Stati Uniti. In questi ultimi decenni, si assiste a un innalzamento del limite delle foreste e a una «fuga» verso l’alto della tipica vegetazione d’alta montagna, pesci e altre creature tropicali stanno espandendosi nel Mediterraneo. Gli abitanti di alcune piccole isole nel Golfo del Bengala hanno abbandonato definitivamente le loro terre, ormai sommerse dall’innalzamento del mare. Che il nostro pianeta si stia riscaldando è fuor di dubbio. Non occorre andare tanto lontano per rendersene conto: il costante e rapido ritiro dei nostri ghiacciai alpini è sotto gli occhi di tutti. Ci si interroga da qualche decennio sulle cause di tale aumento di temperatura che, ormai è assodato, riguarda tutto il mondo. Infatti, se fra le cause, che possono essere molteplici, se ne trovano di quelle sulle quali noi potremmo agire, sarebbe possibile almeno tentare di contrastare una tendenza al riscaldamento che potrebbe avere pesanti conseguenze in un futuro neppure troppo lontano: innalzamento del livello degli oceani,

intensificazione dei fenomeni atmosferici estremi, uragani, piogge, siccità, spostamento delle aree climatiche, desertificazione. Fra le cause ormai accertate, primeggiano i cosiddetti «gas-serra» che intrappolano il calore assorbito durante le ore e le stagioni calde, impedendo alla Terra di raffreddarsi sufficientemente. Fra questi gas vi è il CO2, diossido di carbonio (in passato detto «anidride carbonica»), il cui contenuto nella nostra atmosfera è cresciuto in epoca recente in seguito all’uso crescente dei combustibili «fossili», carbone, petrolio e derivati, metano. L’ultimo rapporto sul clima dell’IPCC riconferma, anzi sottolinea l’influsso antropico sul riscaldamento globale. Con una probabilità del 95 per cento, almeno la metà dell’aumento di temperatura dal 1950 è originata dalle attività umane. Certezze, il rapporto, come ogni prodotto del lavoro scientifico, non ne dà. Ciò può offrire il fianco ai detrattori, a coloro che negano l’influsso umano sul riscaldamento globale e sui mutamenti climatici, sia in buona sia, spesso, in malafede. L’incertezza può creare sfiducia. D’altronde il metodo scientifico deve procedere con le sue regole e queste vanno rispettate anche da chi non è del mestiere. Infine, i risultati forniti dalla scienza dovrebbero dare a chi decide, programma, coordina, organizza, ai governi, all’economia chiare indicazioni su come procedere, su quali scelte fare. Il clima diventa politica. E, mentre nella scienza contano le ipotesi verificate dalle misurazioni e dall’esperimento, in politica entrano, anche a giusta ragione, le opinioni, i dibattiti e gli interessi di parte. Proprio per questo servono dati chiari e certi ma la macchina del clima è terribilmente complessa, lenta a reagire e occorre dunque proseguire con le indagini mentre, nel frattempo, si prendono decisioni, si corregge la rotta. Per le loro indagini sul clima, gli scienziati si servono di misurazioni, sempre insufficienti e che bisognerà implementare, e di modelli matematici basati sulle equazioni della fisica. Questi modelli, applicati al clima de-


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gli ultimi cent’anni, funzionano bene e dimostrano la loro validità. Per il lungo termine sono pure abbastanza affidabili. Il loro punto debole è, paradossalmente, il medio, breve termine, il prossimo decennio o ventennio per esempio. Sull’influsso delle immissioni antropiche di gas-serra, gli autori del rapporto concordano. La domanda è fino a che punto, quanto grande cioè è la cosiddetta «sensitività climatica» rispetto ai gas-serra. Secondo alcuni, questo fattore sarebbe da rivedere. Anche perché il rapporto, oltre a fornire conferme, qualche motivo di sconcerto l’ha sollevato. Negli ultimi quindici anni le temperature globali sulla superficie terrestre sono sì risultate elevate ma non hanno segnato alcun aumento. È come se il riscaldamento globale tanto temuto si fosse concesso una pausa. Ma come, è stata la reazione: per anni ci venite a dire che la Terra si sta riscaldando e oggi salta fuori che non è vero? Questo ha fornito materiale ai dubbiosi, ai negazionisti, nello stesso mondo scientifico, e ha creato incertezza e sfiducia, sia nella popolazione che in ambito politico. C’è motivo dunque di abbandonare ogni misura di politica del clima? Evidentemente no. Le cose non sono così semplici e un simile atteggiamento è irresponsabile. Piuttosto, vanno individuate, con metodo scientifico, le cause di questa imprevista stasi termica. I modelli, così si suppone, non hanno tenuto abbastanza conto del riscaldamento degli strati profondi degli oceani, il cui aumento di temperatura provoca un’accertata dilatazione termica e conseguente innalzamento del livello. Poi c’è l’attività solare, tutt’altro che costante, gli aerosol in sospensione nell’atmosfera, le eruzioni vulcaniche…

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Il caldo delle diatomee Sembravano protetti. Sicuri. Esclusi dalla minaccia del riscaldamento globale. Sembravano, insomma, una delle ultime oasi naturali nelle quali l’aumento della temperatura media non era ancora arrivato. Sembravano, già. Invece i laghi delle Lowlands della Baia di Hudson, in Canada, hanno pure loro la febbre. Lo rivelano le diatomee. Le diatomee sono microscopiche alghe unicellulari. Sono preziose negli ecosistemi perché rappresentano la base nella catena alimentare. Ma sono preziose anche per la scienza, perché, quando muoiono, si depositano sul fondo dei laghi, dove sedimentano e formano così un archivio progressivo dei mutamenti ambientali. Archivio nel quale gli scienziati vanno a scavare, ricostruendo, per esempio, anche i cambiamenti climatici. Ed è proprio quanto ha fatto un gruppo di studiosi canadesi, le cui ricerche sono state pubblicate sui «Proceedings of the Royal Society B». Gli studi precedenti avevano mostrato come le temperature delle Lowlands, ossia le coste meridionali della Baia di Hudson, fino agli Anni Novanta abbiano mantenuto Il clima, lo ripetiamo, è una macchina complessa, con tantissime variabili. Un andamento irregolare nelle temperature non compromette, secondo molti scienziati, la tendenza all’aumento. Quindici anni non avrebbero grande influsso sul clima dei prossimi cento anni. Che fare allora? Continuare a bruciare carbone, gas e nafta, forare il fondo del Mare

stabile la propria temperatura media. In contrasto con quanto invece è accaduto nelle altre regioni artiche, dove il riscaldamento globale s’è fatto sentire assai di più: perché lì invece no? Secondo i ricercatori, il merito andrebbe ai ghiacci galleggianti nella baia. Poi però, negli ultimi 20 anni, tutto è cambiato. Ed è cambiato in un modo che non s’era mai visto nei due secoli precedenti. Il riscaldamento dell’aria ha provocato la scomparsa sempre più prolungata, durante l’anno, dei ghiacci superficiali: addirittura per tre settimane di più rispetto al 1990. Da ciò è derivato un ulteriore riscaldamento, in un feedback negativo inarrestabile. Di tutto questo si trova traccia nei sedimenti prodotti dai cadaverini delle diatomee, le cui specie sono differenti a seconda della copertura ghiacciata delle acque. In sostanza, tutta la catena alimentare risente dei mutamenti climatici: dagli orsi polari (di cui già sapevamo) giù giù fino alle alghe unicellulari (come abbiamo scoperto). E verrebbe da dire «Chi se ne importa?», se della catena non facessero parte anche gli umani, che in quell’area vivono di caccia e di pesca. Artico, ormai prossimo al disgelo definitivo, grattare il sottosuolo alla ricerca di metano, spremere la sabbia per ricavarne petrolio? Al di là dell’influsso sul clima, dimostrato, non è certamente questa la via per risolvere il problema energetico mondiale. Occorre, piuttosto, proseguire con la ricerca sul clima e intorno a nuove fonti di energia.

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Credere in un’Africa meno povera richiede un certo ottimismo ma non un atto di fede L’Africa subsahariana è una regione geografico-culturale complessa ed eterogenea. Comprende 48 nazioni, sparse su un territorio grande due volte e mezzo quello dell’Europa e dal grande potenziale: le superfici fertili offrono terreni coltivabili, la grande ricchezza mineraria del sottosuolo è un’importante risorsa per lo sviluppo e le società civili in via di consolidamente stimolano il rinnovamento democratico. Quest’ultimo è tuttavia ostacolato da strutture istituzionali deboli, conflitti interni e mutamenti ambientali dovuti alla pressione sullo sfruttamento delle risorse naturali e ai cambiamenti climatici. Nel dibattito internazionale sul presente ed il futuro del continente africano predominano due posizioni contrastanti. La prima è ispirata da una visione ottimista: il momento dell’Africa è alle porte, o addirittura è già iniziato. Le ragioni: nonostante la crisi finanziaria del 2008, il prodotto interno lordo (PIL) della regione è aumentato annualmente in media del 5% dal 2000 e potrebbe accrescersi ulteriormente nel futuro. Parecchi Pae­ si africani hanno partecipato a questo boom, fra i quali una ventina di Paesi non produttori di petrolio. La regione attrae sempre più sia capitali privati sia rimesse di migranti africani. I loro flussi annuali sorpassano oramai il volume degli aiuti pubblici allo sviluppo. Nel contempo i livelli relativi di povertà assoluta sono diminuiti, anche se in modo ancora insufficiente. Fra il 2005 ed il 2008 la povertà assoluta della regione (ovvero i redditi individuali inferiori a 1,25 dollari/giorno) è diminuita per la prima volta dal 52% al 48%. Se un buon numero di Paesi continuasse a crescere, si può ipotizzare che nel 2025 i loro redditi pro capite annuali potrebbero essere di 1.000 dollari, molto vicini alla soglia che definisce la categoria dei Paesi a reddito medio. La seconda visione è più pessimista. Ritiene che la sostenibilità della recente crescita economica è fragile perché troppo dipendente dall’aumento dei prezzi mondiali delle materie prime e delle fonti di energia fossile. L’Africa sta infatti benefi-

ciando di una congiuntura speciale che provoca una dipendenza eccessiva dall’export delle industrie estrattive. Di conseguenza, la partecipazione del settore industriale al PIL regionale non è cambiata dagli anni 1970, indice questo di un processo di de-industrializzazione allarmante. I progressi nella riduzione della povertà assoluta in Paesi a forte crescita demografica come Burkina Faso, Mozambico e Tanzania sono insufficienti e persidi Pietro Veglio

stono situazioni di instabilità politica, di conflitto interno e violenza. Senza dimenticare la corruzione endemica, lo stato precario delle opere di infrastruttura e l’insufficiente copertura e scarsa qualità dei servizi educativi e sanitari. Da ultimo, l’incapacità dei maggiori produttori di petrolio – in primis la Nigeria, Angola, Gabon e Ciad – di diminuire la povertà estrema è allarmante. I fattori positivi prevalgono A prima vista le due visioni sembrano inconciliabili. La verità è che ambedue rispecchiano prospettive apparentemente contrapposte ma veritiere che riflettono realtà complesse, differenziate e dinamiche che spesso sfuggono alle classificazioni statiche e semplificatrici. I pessimisti priorizzano la dipendenza dalle esportazioni di risorse energetiche e materie prime ma dimenticano che la crescita economica dell’ultimo decennio è anche il frutto di alcune riforme economiche coraggiose che si sono tradotte in risultati positivi tangibili. A loro volta, gli ottimisti tendono a sottovalutare le grandi sfide che la regione sub-sahariana deve ancora affrontare, in particolare le interferenze delle burocrazie africane nei confronti degli imprenditori locali e stranieri sotto forma di corruzione così come le insufficienze delle infrastrutture e dei servizi educativi e sanitari. Le due visioni sono riduttive ma quella ottimista si avvicina maggiormente alla realtà e probabilmente caratterizzerà l’evoluzione della regione

sub-sahariana nei prossimi decenni. Il successo registrato da alcune riforme economiche introdotte autonomamente da parecchi governi africani e le recenti scoperte di petrolio e gas naturale avvenute in paesi come il Mozambico, la Tanzania, il Ghana, così come le nuove possibilità derivate dall’utilizzo delle nuove tecnologie di comunicazione, aprono infatti nuove prospettive tangibili per un futuro migliore. Certo, il boom energetico potrebbe avere conseguenze negative nei Paesi più poveri, a debole governanza o con governi autoritari. Gestire adeguatamente il boom evitando la «maledizione» legata all’afflusso nelle casse dello Stato di tasse e royalties molto consistenti e l’arricchimento illecito delle élites governanti richiederà riforme coraggiose: riforme politicamente difficili atte a promuovere maggiore trasparenza e responsabilità governativa, soprattutto attraverso la pressione ed il controllo democratico dal basso da parte dei cittadini. A livello dei Paesi produttori di petrolio e gas naturale, si potrebbe promuovere la distribuzione diretta di una parte degli introiti fiscali ai singoli cittadini come reddito addizionale soggetto a una modesta tassazione. Questa misura permetterebbe di ampliare la base fiscale e rafforzare la pressione dei nuovi contribuenti-cittadini sui propri governanti. Perché chi paga le tasse ha un interesse evidente a verificare se la spesa pubblica è coerente con le promesse fatte dai politici ed è efficace ed efficiente. Crescita democratica e conti pubblici Ma quali altri riforme sono necessarie affinché la visione ottimista sia progressivamente vincente? Migliorare ulteriormente le politiche macroeconomiche dei singoli Paesi africani. Per esempio, è un dato di fatto che la maggiore prudenza fiscale ha esercitato un impatto positivo sulla percezione degli investitori e dei consumatori locali. Così, all’inizio del 2008, quando il prezzo internazionale del barile di greggio superava i 100 dollari, la Nigeria calcolò il proprio preventivo e le relative entrate fiscali


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sulla base di un prezzo di 65 dollari. Quando i prezzi mondiali del greggio crollarono la Nigeria non dovette prendere quasi nessuna misura di austerità. La crescita economica non ne risentì negativamente. Riforme di questo tipo devono però essere consolidate e ulteriormente migliorate in vari Paesi. Crescita economica più qualitativa. Il miglioramento delle politiche macroeconomiche è dovuto all’emergenza di alcuni contesti politici nazionali più aperti e, almeno parzialmente, più democratici. In paesi come il Ghana, la Nigeria, la Tanzania e l’Uganda, i rinnovamenti politici hanno portato al potere leaders più competenti, che gradualmente hanno rimpiazzato le vecchie élites. Queste ultime mantennero i tassi di cambio a livelli artificialmente alti. Questo creò un incentivo ad importare alimenti e beni di lusso, a tutto beneficio delle élites urbane, favorendo poi indirettamente un trasferimento di reddito dai piccoli contadini ai cittadini ricchi, anche perché gli alti tassi di cambio disincentivarono l’export dei prodotti agricoli. Con l’emergenza di processi elettorali competitivi i nuovi governi si sono resi conto che dovevano contare sul sostegno elettorale dei piccoli contadini. I tassi di cambio vennero modificati, il che permise ai contadini di beneficiare della nuove possibilità di commercializzare i loro prodotti. Parallelamente è iniziato un processo graduale di democratizzazione della formulazione e monitoraggio delle politiche economiche. Per esempio, l’iniziativa internazionale per azzerare il debito estero dei Paesi africani più poveri ha obbligato le amministrazioni pubbliche africane a consultare maggiormente i propri concittadini sull’orientamento del programma economico governativo e sulle attività per lottare efficacemente contro la povertà. Tre fattori addizionali hanno giocato e continuano a giocare un ruolo chiave: i cambiamenti demografici attraverso la diminuzione dei tassi di fertilità e di mortalità infantile, con conseguente aumento del numero di giovani-adulti; l’urbanizzazione crescente e il conseguente aumento del numero dei consumatori urbani con un certo potere di acquisto; la rivoluzione tecnologica legata alla diffusione massiccia della telefonia mobile e dell’Internet che ha aperto nuove possibilità di utilizzare queste tecnologie per il progresso eco-

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nomico e sociale della maggioranza della popolazione. Si può prevedere che l’influsso positivo di questi fattori si accentuerà ulteriormente nei prossimi anni. I proventi addizionali possono essere usati male Nonostante le ingenti risorse finanziarie addizionali disponibili, la transizione da un’economia basata sull’agricoltura a bassa produttività a una che privilegia le attività industriali e i servizi ad alta produttività non ha ancora avuto luogo nell’Africa subsahariana. Nell’ultimo decennio il boom del commercio estero delle materie prime è addirittura coinciso con una diminuzione relativa del contributo della produzione industriale al PIL regionale, dal 12,8% al 10,5%. Inoltre l’esempio della Nigeria, Angola, Gabon e Ciad dimostra che la manna del petrolio, se mal gestita, può addirittura trasformarsi in una «maledizione» per i cittadini più poveri. Un esame più attento di queste realtà mostra però che la causa di questa situazione non è dovuta al fatto che si siano fatte delle riforme economiche, ma che le stesse sono ancora insufficienti, perché i governi non sono ancora riusciti a diminuire la corruzione endemica che caratterizza parecchie economie subsahariane e a lottare contro le situazioni di privilegio delle caste politiche ed economiche. Affrontare queste sfide è quindi essenziale. Migliorare le infrastrutture. Una delle maggiori cause dell’insuccesso africano nella politica di industrializzazione è da ricercare nello stato calamitoso delle maggiori opere di infrastruttura. Per esempio: gli esportatori africani devono spesso far fronte a costi di trasporto interno esorbitanti, i più elevati a livello mondiale. Ciò è dovuto agli enormi margini di profitto degli autotrasportatori locali, che approfittano di situazioni di quasi-monopolio per dettare i loro prezzi ai produttori. Le frequenti interruzioni nell’erogazione dell’elettricità e dell’acqua potabile sono un ulteriore ostacolo. Le tariffe per l’elettricità e l’acqua fissate dai governi non permettono di coprire i costi delle rispettive aziende industriali, il che rende impossibile il mantenimento delle infrastrutture e nuovi investimenti per ampliare le capacità di generazione e trasmissione dell’elettricità e di immagazzinamento e distribuzione dell’acqua potabile. Sono tutte grosse sfide che possono essere affrontate

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solo progressivamente, con priorità ben definite. È positivo constatare che le istituzioni internazionali come la Banca Mondiale e la Banca Africana di Sviluppo abbiano riconosciuto questa priorità e abbiano aumentato il volume delle loro sostegno finanziario all’infrastruttura. Il capitale umano. Le insufficienze dei servizi educativi e di formazione professionale, come pure di quelli sanitari, sono tanto più deludenti perché era stata e rimane una delle priorità della cooperazione internazionale con l’Africa. Se è vero che la frequenza scolastica è aumentata, è ancora più vero che la qualità dell’educazione primaria e secondaria e degli insegnanti è insufficiente: molti giovani non finiscono la scuola secondaria, l’assenteismo degli insegnanti è cronico, non esiste un vero sistema di formazione professionale, ecc. Il fallimento non è da ascrivere solo a problemi istituzionali e di mancanza di efficacia ed efficienza, ma anche politici: il fatto è che il servizio pubblico è stato accaparrato dalle élites politiche locali, che lo hanno utilizzato per difendere i propri privilegi. In conclusione. Nonostante le enormi sfide che si parano davanti al Continente, ci sono ragioni valide per nutrire un ottimismo realista. Le politiche economiche sono sempre più basate su decisioni nazionali e non più imposte dall’esterno. Alcuni governi africani non sembrano più disposti a tollerare i comportamenti predatori del passato: compresi quelli della nuova potenza emergente, la Cina, sempre più presente a livello di investimenti e commercio per accaparrarsi le energie fossili e le materie prime indispensabili per alimentare la propria crescita economica. Esiste un maggior spazio politico per esprimere punti di visti alternativi a quelli dei governi. E la telefonia mobile offre oggi nuove potenzialità insperate solo pochi anni fa per assicurare una diffusione rapida delle informazioni e permettere ai cittadini di esercitare pressione sui governanti. Allora, il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto? Dipende dal giudizio sulle possibilità e le probabilità di un’evoluzione politica più democratica e più coerente con gli interessi delle maggioranze africane. Gli ostacoli rimangono poderosi, ma non inamovibili. Credere in un’Africa più prospera richiede certamente una buona dose di ottimismo, ma non un atto di fede.


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Barranquilla: trent’anni, lavoro compiuto Esemplarità di un progetto per tutto l’uomo Una chiesa, aiuti sociali, istituti per la formazione dei giovani e degli adulti. Sono alcuni dei pilastri della missione ticinese in Colombia. Nel 2002 le strutture sono state consegnate alla comunità locale. «Dialoghi» propone il resoconto di uno dei protagonisti, don Emilio Conrad. Nel 1980 i padri missionari di Betlemme (Immensee), già presenti nel sud della Colombia e intenzionati a lanciare un nuovo progetto al nord del Paese, propongono una collaborazione alla Diocesi di Lugano. Obiettivo: creare una parrocchia nel barrio marginale di Los Olivos, situato a occidente della città di Barranquilla. È previsto che la nostra Diocesi fornisca il personale religioso e laico e già nel 1981 il Consiglio pastorale diocesano, dopo aver ascoltato la relazione di padre Silvio Bernasconi, approva all’unanimità la proposta, con il sostegno del vescovo di Lugano, mons. Ernesto Togni. Lo scopo è riunire la comunità cristiana di Los Olivos per poi istituire una Parrocchia. L’équipe, che opererà su diversi fronti – pastorale, educativo, sanitario e socio-economico –, sarà composta da un prete, un catechista, un’operatrice sociale e un’infermiera. Pronta la risposta da parte del clero ticinese, anche grazie all’impegno di don Gianpaolo Patelli e di don Emilio Conrad, da poco rientrati da due esperienze missionarie come sacerdoti Fidei Donum. Una quindicina di preti diocesani si rende disponibile, la scelta del vescovo cade su don Pietro Borelli, allora parroco al Cristo Risorto a Lugano. Meno facile è trovare dei laici che corrispondano esattamente ai profili previsti. Alla fine l’équipe risulta composta da Mauro Clerici, docente nelle scuole medie con esperienza d’impegno pastorale in parrocchia, Rosalba Lupi, maestra della scuola dell’infanzia proveniente dagli ambienti scout, e Giuliana Calabresi, assistente geriatrica. Verso la fine di ottobre del 1982, monsignor Togni – di ritorno da una visita agli emigranti ticinesi in California – transita per Barranquilla, dove incontra le autorità ecclesiastiche dell’arcidiocesi. Il 24 ottobre, Giornata missionaria mondiale, il

vescovo visita il barrio e vi celebra la messa, accompagnato dal vescovo ausiliare mons. Ugo Puccini Banfi, che diverrà il principale punto di riferimento dell’équipe. Vengono definiti gli aspetti concreti della missione, che saranno alla base della campagna di sensibilizzazione in Ticino, con giornate e serate informative nelle parrocchie. Nel corso della preparazione teorica, il gruppo di lavoro affronta questioni teologiche e di catechesi, come pure temi sociali, storici, linguistici e geo-politici. Oltre agli incontri e ai weekend di lavoro in diocesi, frequentano un corso di due mesi al Centro episcopale italiano per l’America latina di Verona. La fase iniziale, 1983-1987 Los Olivos è un barrio (un quartiere) tagliato in due da un’autostrada di circonvallazione, ai margini della città. I 15mila abitanti vivono per la maggior parte in baracche di legno e lamiera. L’acqua arriva su furgoni o carriole trainate da asini; non esistono fognature e l’elettricità è «rubata» dalle linee che attraversano il quartiere. Per la posta e il telefono bisogna salire in città. Il barrio gode di una pessima fama e i taxisti lo evitano. Chi ci abita, proveniente da zone diverse della Colombia, non forma ancora una vera comunità e non dipende da nessuna parrocchia; per alcuni servizi sanitari e scolastici fa capo a quella di San Pablo, fondata nel vicino barrio di La Paz e affidata a padri camilliani olandesi. Per quanto riguarda l’attività pastorale, padre Victor Tamayo, parroco della cattedrale e importante punto di riferimento per l’équipe ticinese, ha fatto costruire una cappella dedicata a San Carlo Borromeo. Vi celebra la messa festiva aiutato da un gruppo di universitari che svolgono semplici attività con giovani e bambini. Alcuni fedeli della città, assieme ad altri sostenitori, costituiscono la fondazione «San Carlos», che acquista un terreno per la futura chiesa, la casa parrocchiale e la scuola. Don Pietro, anticipando di qualche mese i tre laici, arriva a Barranquilla il 14 luglio 1983; tre giorni dopo si trasferisce nella parrocchia dei pa-

dri camilliani, per immergersi nella nuova realtà ed essere più vicino alla gente. Decide d’iniziare subito la costruzione di una casa in cui abitare con gli altri tre amici; la Diocesi aveva già fatto preparare un progetto. Il 19 luglio l’arcivescovo German Villa Gaviria costituisce la Parrocchia San Carlo Borromeo. Al previsto quartiere Los Olivos ne vengono aggiunti altri due, La Pradera e Las Torres, per una popolazione totale che sfiora le 40 mila anime. Don Pietro viene nominato parroco e nei tre mesi che rimane da solo vede, osserva e ascolta. Comincia ad assicurare le celebrazioni, partecipa agli incontri con il clero e segue l’edificazione dell’abitazione. Il resto del team giunge a Los Olivos all’inizio di novembre e s’installa provvisoriamente nella casa parrocchiale della cattedrale. L’8 dicembre, alla presenza dell’arcivescovo, don Pietro prende possesso della parrocchia. Il 15 dicembre, in tempo per la novena di Natale, l’équipe entra nella sua nuova abitazione. Il primo passo consiste nella valutazione approfondita della situazione, con la visita di tutte le famiglie. Emergono i bisogni fondamentali: presa di coscienza della propria dignità, senso comunitario, ruolo della donna, maggiore attenzione ai bambini e ai giovani nel loro ambiente famigliare, scolastico e di quartiere. Per il settore pastorale occorrono luoghi d’incontro, almeno uno spazio multiuso per quartiere. È previsto pure l’inserimento di una comunità di religiose. L’impulso per avviare il nuovo cammino pastorale arriva dagli incontri con la comunità, organizzati settimanalmente nei quattro quartieri della parrocchia. Chiarite anche le necessità sociali: un consultorio medico, una farmacia a prezzi modici, mense comunitarie da gestire con l’ente statale per la famiglia, il Bienestar familiar. Nel settore educativo si prevede la collaborazione con strutture già esistenti, la gestione di una piccola biblioteca scolastica e la creazione di una scuola materna, pure in collaborazione con l’ente pubblico. Ogni membro del gruppo si occupa dei settori corrispondenti alle proprie competenze professionali. Mauro,


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oltre a collaborare strettamente con don Pietro nella pastorale e a gestire la biblioteca (la prima opera eseguita), crea una scuola serale elementare per adulti e una scuola secondaria, pure notturna, con orientamento commerciale, con don Pietro come catechista. Rosalba propone un programma di alimentazione e assume compiti legati al settore pre-scolastico, creando asili con pochi mezzi e formando alcune mamme del quartiere (i 120 bambini dai 3 ai 6 anni di cui si occupa diventano presto 180). Nasce un asilo comunitario chiamato Los Trupillos, con modalità decentrata: una formula che avrà un grande successo. Più tardi, con il contributo di Bienestar Familial, il modello sarà applicato in diverse città colombiane, con ottimi risultati. Nel campo sanitario, scartata l’idea di un ambulatorio, Giuliana decide di lavorare nei quartieri, visitando le varie famiglie, dando consigli o dimostrazioni sulla pratica dell’igiene, organizzando corsi di pronto soccorso in collaborazione con enti locali e svolgendo direttamente – a seconda delle necessità – il suo lavoro di infermiera. Tuttavia affiorano, abbastanza presto, alcuni limiti di un modello d’impegno (in équipe, in una realtà nuova, in condizioni disagevoli) che non è mai stato sperimentato in Ticino. Nel frattempo altri due quartieri vengono aggiunti alla parrocchia: il barrio «Por Fin», poverissimo, e «Las Estrellas», edificato e abitato da famiglie con una situazione finanziaria discreta. Si concretizza pure la collaborazione con una comunità di suore vincenziane che si stabilirà al «Por Fin» nei primi mesi dell’86. Nei quattro anni di attività, la prima équipe costruisce la biblioteca e alcuni locali multiuso in altrettanti quartieri, risana la cappella e contribuisce alla costruzione della scuola elementare gestita dalle suore vincenziane (il Collegio San Vincenzo de Paoli), dà man forte anche all’ampliamento dell’Escuela Mixta 55: tutte opere che hanno richiesto un importante impegno finanziario. Ma il gruppo si è concentrato soprattutto sull’ascolto, responsabilizzando le persone e cercando con loro le soluzioni ai problemi: il tutto evitando paternalismi e la dipendenza assoluta dall’aiuto esterno. Nel 1986 termina il contratto di tre anni dei laici. Giuliana rientra nel marzo di quell’anno e tornerà a Barranquilla, a titolo personale; Rosalba torna in Ticino nel corso dell’estate; Mauro

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prolunga il contratto di un anno e resta fino al luglio 1987 con don Pietro. Questi è costretto da motivi di salute a interrompere l’esperienza colombiana nel settembre del 1987, un anno prima della scadenza del contratto. La fase centrale (1987-1997) Il 28 giugno 1986 in Ticino viene ordinato vescovo Eugenio Corecco, che sui progetti missionari si concede un periodo di riflessione «congelando» anche la ricerca delle persone per sostituire la prima équipe. Il rientro anticipato di don Pietro coglie tutti alla sprovvista. Nel frattempo, don Emilio Conrad, che negli anni Settanta aveva già vissuto un’esperienza di otto anni come missionario Fidei donum in Colombia, aveva chiesto e ottenuto dal vescovo di ripartire per l’Ecuador. Corecco gli chiede di optare, invece, per la Colombia, almeno a titolo provvisorio. Lui accetta e sostituisce don Pietro nel ministero pastorale e in tutte quelle attività sociali che hanno poi dato vita al progetto di sviluppo comunitario, potendo contare tuttavia solo sulla collaborazione delle suore del «Por Fin» e di alcuni laici formati dalla precedente équipe. Tra essi figura Alonso, per anni volontario, poi braccio destro di don Emilio, oggi direttore della fondazione. La visita che mons. Corecco farà ai due progetti missionari nel febbraio del 1988 servirà da rilancio e nell’ottobre dello stesso anno i coniugi Gianni e Maurizia Gregorio, entrambi docenti, dopo aver seguito il corso di Verona, approdano a Barranquilla e s’inseriscono nel lavoro pastorale. Si ricompone un team ticinese, che per tre anni svolgerà un grosso lavoro di consolidamento e di sviluppo delle opere iniziate. Prende avvio un periodo d’importanti realizzazioni. Vengono completati i due centri: il «San Carlos Borromeo», al quale vengono aggiunte alcune strutture polivalenti per le attività d’integrazione sociale, e il «Por Fin» dove, terminato il collegio, viene costruita una nuova cappella e un’annessa sala multiuso. In questi due centri vengono potenziati gli asili, che arriveranno ad accogliere 300 bambini e che continueranno a funzionare con personale locale. Viene organizzato in modo più incisivo il programma nutrizionale, con aiuti (latte in polvere e formaggio fuso) inviati dalla Svizzera. Si costruiscono gli atélier d’artigianato. Nascono nuovi gruppi, ci si occupa degli an-

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ziani per i quali – in collaborazione con la Caritas locale (la Pastoral social) – viene riattata una casa adibita a centro diurno. Si dà vita a un mercatino di quartiere, il «mercado campesiño». Parte infine un’esperienza della cassa rurale sul modello della Raiffeisen, che ottiene un successo insperato. La Chiesa locale segue e accompagna il progetto. In quegli anni, il nuovo arcivescovo, mons. Felix Maria Torres, affida a don Conrad dei diaconi per il loro anno pastorale, prima dell’ordinazione sacerdotale (con solenni «prime celebrazioni» in parrocchia). Anche il seminario maggiore invia seminaristi per il lavoro pastorale ogni fine settimana. La presenza dei coniugi Gregorio, in un ambiente dove la disgregazione delle famiglie è un fatto «normale», assume valore di testimonianza. Nel frattempo l’ancora seminarista JeanLuc Farine, terminati gli studi teologici, chiede di partire per Barranquilla. Concluso il corso di Verona, arriva a Bogotà nel marzo del ’91 per un corso di lingua spagnola. Raggiunti gli amici, s’inserisce rapidamente nel lavoro e nella comunità. È ordinato diacono il 26 aprile 1992 da mons. Ugo Puccini, da poco tempo vescovo di Santa Marta. Nel luglio del ’91 i coniugi Gregorio rientrano in Ticino con la figlioletta; don Emilio e don JeanLuc, con la collaborazione dei laici del quartiere, gestiscono il periodo di transizione. Sono gli anni in cui cresce l’importanza della cassa di risparmio: un’idea partita da una cassetta contenente denaro affidato a don Pietro. Don Emilio crea la banca dei poveri: gli associati depositano i risparmi oppure ricevono prestiti per sviluppare attività economiche. Trasformata più tardi in banca cooperativa popolare «Coolivos», arriverà a contare 1200 soci. Strumento efficace per l’educazione in campo economico, si dimostra, dal punto di vista finanziario, l’istituzione più solida del progetto. Nel settembre del 1992 a completare l’équipe giungono a Barranquilla i coniugi Claudio e Lucia Naiaretti. Lucia continua il lavoro di Maurizia con i giovani, gli anziani, i gruppi di preghiera, le preparazioni ai sacramenti, con un carisma particolare per gli ammalati, che visita regolarmente. Claudio, architetto di professione, giunge nel momento più opportuno perché stanno prendendo forma grossi progetti.


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La scuola secondaria serale, ospitata nelle strutture dell’Esquela 55, non ha mai funzionato in modo soddisfacente, pesando sulla Parrocchia. La missione si assume perciò la piena responsabilità nel settore scolastico. Nel settembre 1992 parte la costruzione del nuovo Collegio San Carlo Borromeo, scuola media a vocazione tecnica, che sarà terminata nei primi mesi del 1993. Le numerose iscrizioni obbligano ben presto ad aggiungere un secondo piano, per un totale di 22 aule. Il nuovo collegio finirà con ospitare 800 allievi a diversi livelli: primario, baccelierato tecnico e baccellierato serale. Le aule di chimica e informatica rendono l’istituto attrattivo rispetto alle altre scuole della città. Gli atéliers, nati per migliorare la produzione degli artigiani locali, consentono l’uso di macchinari e utensili che è possibile riunire solo in un’officina comunitaria. Viene costruito a questo scopo un edificio sul terreno della Parrocchia e i migliori artigiani diventano istruttori: in collaborazione con un ente statale, insegnano ai giovani la professione. Di più: viene avviata una produzione che assicura entrate al collegio. La dotazione di macchinari richiede un impegno particolare in Ticino: la generosità d’imprenditori e artigiani, la dedizione di Aldo Recalcati e l’esperienza di Saverio Mondini di Tesserete permettono di far arrivare a Barranquilla interi containers di materiale. A questo punto cresce una preoccupazione di fondo: a chi lasciare in proprietà tale patrimonio? Viene istituita la «Fondazione San Carlo Borromeo», che gestirà e controllerà tutte le opere, liberando la parrocchia dall’incombenza. Nel gennaio 1995 inizia la costruzione di una vera chiesa. In dodici anni è stata edificata soltanto una cappella (oltre a quella esistente) e alcuni saloni multiuso vengono adibiti alle celebrazioni liturgiche. Claudio progetta il «tempio» e un ampio centro parrocchiale. La chiesa dedicata a San Carlo Borromeo è inaugurata il 3 novembre 1997. Prevista per 400 posti a sedere, nelle grandi occasioni può ospitare un migliaio di persone. L’investimento è di 400 mila franchi (i ticinesi rispondono con grande generosità). L’ultimo container per la Colombia contiene le tre campane, l’altare e l’ambone (in granito ticinese). Il 1993 è un anno intenso. In aprile il vescovo emerito Ernesto Togni arriva alla missione dopo aver seguito, come

tutti gli altri, il corso di Verona. È il secondo «prete», da tempo richiesto. Si occupa di celebrazioni, predicazioni, accompagnamento dei cresimandi, dei gruppi giovanili e di visite ai malati. Togni resta a Barranquilla per oltre due anni e rientra definitivamente alla fine di dicembre del 1995. Nell’agosto dello stesso anno don Jean-Luc, terminato il periodo di diaconato, rientra in Diocesi e il 23 ottobre – Giornata missionaria mondiale – è ordinato presbitero. Nel frattempo un diacono di Barranquilla, Rafael Ahumada, viene in Ticino a svolgere il suo periodo di diaconato sotto la guida di don Pietro Borelli. Resta per un anno e mezzo, segue corsi alla Facoltà di teologia. Nel 1995, dopo la prematura scomparsa di mons. Corecco, viene ordinato vescovo Giuseppe Torti. Prenderà subito a cuore i progetti missionari. I coniugi Naiaretti, pure loro in attesa di un bambino, prevedono di rientrare per la fine dell’anno. Ma il parto arriva improvviso, solitario, drammatico; Lucia è portata d’urgenza all’ospedale. La piccola Adele si salva ma il trauma lascia tracce che mineranno la salute della mamma. I coniugi sono costretti a rientrare con la bimba in luglio. Lucia scomparirà tragicamente il 12 ottobre 1995. La configurazione dell’équipe cambia radicalmente. Nel settembre del 1995 arriva Luca Fadini, di Mendrisio, per svolgere sedici mesi di servizio civile; con don Emilio forma una coppia affiatata e, in collaborazione con alcuni giovani del posto, riesce a far girare il complesso meccanismo dell’importante progetto. Insegna chimica al collegio San Carlos Borromeo e con il materiale ricevuto dal Ticino allestisce i laboratori di chimica e biologia. Si occupa della gestione della casa, organizza un servizio d’ambulanza per i malati del quartiere e segue gruppi di giovani e di anziani nelle attività sociali e pastorali. Nel ’98 sposa Nuris, una giovane collega colombiana. I coniugi fanno équipe con una coppia di collaboratori colombiani: Miguel Angel e Luz Marina. Nel frattempo don Emilio ottiene un vicario dalla diocesi di Barranquilla e può contare sulla collaborazione di don Rafael Ahumada, il giovane prete che era stato in Ticino. I due sacerdoti andranno a vivere nel nuovo centro parrocchiale. Nel gennaio del ’99 alla famiglia Fadini è donata la piccola Chiara e tutti e tre tornano in Ticino nel dicembre dello stesso anno.

La fase finale (1997-2002) La Parrocchia conta ormai 60 mila persone. Nel gennaio 1999 don Rafael, da un paio d’anni vicario di don Emilio, è nominato parroco: il primo passo importante verso la consegna del progetto alla Chiesa locale. In questi anni, oltre alle numerose visite, sono da segnalare i soggiorni prolungati di don Frank Koffi Essih, Lucy Maturi e Marta Lepori. Finito il periodo dei grandi investimenti, viene verificato il grado d’autonomia delle singole realizzazioni. Emerge l’importante disavanzo annuale del collegio, dovuto anche al mancato pagamento dei sussidi promessi dalle autorità locali. Negli anni precedenti, con il sostegno del Fondo progetti diocesani e le numerose offerte di privati, don Emilio era sempre riuscito a tappare i buchi. La Diocesi, che già comincia a guardare altrove, non può farsi carico del disavanzo. Fra gli industriali e gli imprenditori ticinesi che negli anni precedenti avevano donato macchinari ed apparecchiature, alcuni sono rimasti legati alla missione. Da questo ambiente parte l’iniziativa di costituire l’Associazione sviluppo comunitario Barranquilla (Ascb), fondata il 16 dicembre 1997 a Gordola. Primo presidente è Efrem Regazzi di Gordola, poi gli subentra Giovanni Maturi di Massagno. Interlocutore in loco è la Fondazione San Carlo Borromeo, che gestisce e controlla tutte le opere sociali tranne la Cooperativa Coolivos. Il sostegno riguarderà in particolare il collegio, l’attività produttiva promossa dalla fondazione e l’eventuale copertura della liquidità della banca cooperativa dei poveri. La Diocesi di Lugano, dal canto suo, s’impegna a sostenere economicamente la parrocchia in eventuali momenti di difficoltà e per la manutenzione degli stabili. Ma ciò riguarderà unicamente la parrocchia che fa capo al nuovo centro parrocchiale. Infatti nel 2002 il nuovo arcivescovo monsignor Ruben Salazar Gomez, provvede a una divisione del primitivo territorio parrocchiale in quattro diverse parrocchie. La prospettiva del progetto iniziale è radicalmente mutata. È il momento giusto per cedere ogni attività nelle mani della chiesa locale e don Emilio, la cui presenza a Los Olivos non era già più continua, lascia definitivamente la parrocchia nell’estate del 2002. (Da una cronologia scritta da Don Emilio Conrad)


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Non interrompere la sperimentazione sull’insegnamento religioso a scuola Con la fine dell’anno scolastico 2012-2013 è terminato l’esperimento dell’insegnamento di «Storia delle religioni» proposto nelle classi Terza e Quarta. in tre sedi di scuola media per tutti gli allievi, mentre in altre tre sedi per le medesime classi era stato proposto a scelta il corso «confessionale», affidato ad insegnanti designati dalla Chiesa cattolica o dalla Chiesa evangelica. A cura del prof. Marcello Ostinelli, che ha supervisionato l’esperimento con due colleghi, è stato presentato, ormai da qualche mese, un rapporto che è ora all’esame del Dipartimento dell’educazione e lo sarà poi del Consiglio di Stato che deve prendere posizione su una mozione, da tempo presentata in sede parlamentare, in cui si auspica una nuova regolamentazione per l’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche, attualmente codificato dall’art. 23 della Legge sulla scuola, offerto agli allievi con un’ora settimanale in ogni grado di scuola e affidato alle due Chiese cattolica ed evangelica (cfr. «Dialoghi» n. 227, giugno 2013). Nella previsione (del resto in parte già confermata) che la scelta definitiva, per diverse circostanze facilmente immaginabili, potrà richiedere parecchio tempo (sul tavolo il Governo ha problemi più urgenti, vi è un nuovo Vescovo, all’orizzonte si profilano le prossime campagne elettorali, vi sono difficoltà oggettive di tipo organizzativo, di personale, ecc.), ritengo ragionevole non sospendere l’esperienza, estendendola per quanto possibile ad un numero sempre maggiore di sedi, non disperdendo le esperienze raccolte dai docenti e raccogliendo nuove esperienze, specie su alcuni punti problematici. Ciò potrebbe essere attuato istituendo un «regime provvisorio», limitato nel tempo (ad es. cinque anni), fondato sul cosiddetto «sistema misto», offrendo cioè agli allievi la scelta tra l’insegnamento «laico», demandato a docenti designati dagli organismi statali, e l’insegnamento

«confessionale» affidato alle Chiese. L’estensione del «sistema misto» non mette in discussione l’attuale regolamentazione giuridica (e non necessita quindi di un cambiamento della legge scolastica), e potrebbe fruire nella griglia oraria degli spazi che attualmente sono per legge assegnati all’insegnamento previsto dall’art. 23 della Legge sulla scuola. di Alberto Lepori

Per un elementare rispetto dell’uguaglianza di trattamento, ritengo che la possibilità dell’insegnamento «confessionale» dovrebbe essere proposto anche a tutte le comunità religiose attualmente presenti nella società ticinese (come la comunità ortodossa e quella musulmana) che ne facessero richiesta, con modalità da definire. Sussistono diversi problemi, specialmente di ordine organizzativo e finanziario: nel progetto di regolamento riprodotto qui a fianco ho cercato di immaginare soluzioni «di buona volontà» che ritengo praticabili. Il periodo provvisorio potrebbe essere utilizzato per alcune verifiche che, pur non conoscendo ancora il Rapporto Ostinelli, mi sembrano auspicabili: 1) una verifica del programma dell’insegnamento laico, con un maggior equilibrio tra gli spazi assegnati alle diverse religioni, e anche un maggior rispetto dello sviluppo storico delle diverse comunità religiose; 2) l’esame di un possibile coordinamento tra l’insegnamento delle religioni (con il loro contenuto culturale) e la richiesta sempre più pressante dell’educazione alla cittadinanza e all’etica sociale (vi un’iniziativa popolare pendente), tenendo conto dei «tempi pedagogici» più adatti per ogni insegnamento; 3) un coordinamento tra il nuovo «insegnamento laico» e gli insegnamenti dispensati nel grado inferiore (ancora lasciato alle due Chiese principali) e nel grado superiore (dov’è in larga

parte abbandonato e dove occorre offrire una valida alternativa). Circa la seconda problematica da affrontare, osservo che scopo dei corsi di religione nelle scuole statali (IRS) è far conoscere il fenomeno religioso e l’influsso che ha avuto ed ha sulla storia mondiale e locale, nonché conoscere il fenomeno delle diversità religiose presenti in Ticino quale premessa per la tolleranza reciproca. Alcuni progetti (a Ginevra, nei Grigioni e in Canada) associano religione ed etica. Certo, ogni religione ha un influsso sulla morale e la conoscenza della pluralità delle morali è pure scopo dell’IRS. Ma l’etica che deve insegnare la scuola pubblica è quella contenuta nella Costituzione e nell’ordinamento giuridico (diritto positivo), cioè un’etica che può essere definita «sociale». Questo ultimo fine si innesta sulla educazione alla cittadinanza, cioè alla convivenza tra diversi abitanti di un Stato, che trova la sua base nella laicità e nel diritto: un’etica sociale, intendo, il cui rispetto è alla base della convivenza e dell’integrazione, anch’essa dipendente dall’accettazione di una «etica comune», persino in contrasto, o meno cogente, dell’etica della propria religione (con una serie di problemi: dal dovere di obbedienza, all’obiezione di coscienza). Infine è da considerare l’educazione civica, cioè la conoscenza dei fondamenti storici-politici dello Stato, e quindi dei meccanismi di partecipazione alla vita democratica, conseguenze della raggiunta integrazione che comporta anche la solidarietà civica. Sarebbe riduttivo limitare il dibattito (e la ricerca di soluzioni educative praticabili) alla sola «storia delle religioni», oppure all’estremo opposto, alla conoscenza delle strutture giuridiche dello Stato: scopo della scuola pubblica è contribuire (con le altre agenzie educative) a formare un cittadino solidale e partecipe, in uno Stato democratico.

Auguri di Buone Feste a tutti i nostri lettori


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Una proposta di soluzione transitoria PROGETTO di Decreto esecutivo che istituisce un corso provvisorio per gli anni scolastici 2014-2019 di insegnamento aconfessionale della religione per le classi 3. e 4. della scuola media, obbligatorio per gli allievi che non frequentano il corso confessionale gestito da una comunità religiosa Il Consiglio di Stato, preso atto dei risultati del corso sperimentale triennale, condotto in sei sedi di scuola media durante gli anni scolastici dal 2010-11 al 2012-13, constatato che circa il 50% degli allievi delle scuole medie NON hanno frequentato in questi ultimi anni i corsi di religione gestiti dalle comunità religiose, in particolare quelli previsti dall’art. 23 della Legge sulla scuola, quindi non hanno avuto alcun insegnamento sistematico del fenomeno religioso, ritenuto che la conoscenza delle religioni, in particolare di quella cristiana, sia indispensabile base culturale, e la conoscenza di elementi di altre religioni presenti nella società ticinese sia premessa di tolleranza e convivenza pacifica, constatato che circa il 50% degli allievi o loro rappresentanti legali hanno preferito, durante il predetto periodo sperimentale, la frequenza di un corso gestito dalle Chiese cattolica o della Chiesa evangelica riformata, in alternativa a quello aconfessionale organizzato dall’istituto scolastico, richiamato il tenore dell’articolo 23 della Legge scolastica che prevede, durante un’ora settimanale, in ogni ordine di scuola la possibilità per la Chiesa cattolica e la Chiesa evangelica riformata, di impartire un insegnamento da parte di loro incaricati e scelto liberamente dagli allievi o dai loro rappresentanti legali, considerata la presenza in Ticino di gruppi significativi di allievi appartenenti a religioni diverse da quelle menzionate nell’art. 23 LS sopra citato, decide quanto segue: 1. Nel terzo e quarto anno delle scuole medie cantonali è istituito un «sistema misto d’insegnamento della religione», ed è impartito un corso di «storia delle religioni» (detto in seguito «corso aconfessionale»), che è obbligatorio e alternativo per gli allievi che non frequentano il corso impartito da una comunità religiosa, in particolare in applicazione dell’articolo 23 della Legge della scuola, o dalla Chiesa cattolica o dalla Chiesa evangelica riformata (detto in seguito «corso confessionale»). Oltre alle Chiese indicate all’art. 23 LS potrà impartire un «corso confessionale» ogni comunità religiosa che lo richiede con una istanza, presentata prima dell’inizio dell’anno scolastico, indicando i nomi di almeno 10 allievi che frequentano l’istituto scolastico, sottoscritta dagli allievi o dai loro rappresentanti legali se essi sono minori di 14 anni compiuti.

2. I corsi aconfessionali e confessionali si svolgono contemporaneamente per classe durante il normale orario scolastico. Eccezionalmente potranno svolgersi fuori dell’orario normale, ma in un’aula messa disposizione nell’istituto, quando un corso confessionale raccoglie allievi di diverse classi nelle quali il corso aconfessionale si svolge in orari differenti. 3. La frequenza di un corso confessionale dispensa dalla frequenza del corso aconfessionale. Gli allievi dei corsi sono soggetti alle valutazioni scolastiche che valgono per le altre materie. 4. Se gli allievi di un corso aconfessionale o confessionale sono in numero minore di 10, essi vengono accorpati con gli allievi del medesimo corso di un’altra classe parallela, subordinatamente con allievi di una classe differente, fino a raggiungere il numero massimo di 20 allievi. 5. Per ogni gruppo che segue un insegnamento confessionale viene messa a disposizione una aula adeguata all’interno dell’istituto, in ragione di un’aula per ogni gruppo di 10 allievi e non più di 20. 6. Gli insegnanti dei corsi confessionali sono retribuiti come insegnanti speciali da parte del Cantone in ragione di uno stipendio pieno per ogni gruppo di allievi superiore a 10. Gli insegnanti di gruppi di allievi inferiore a 10 sono retribuiti da parte delle rispettive comunità che ne assumono anche i relativi oneri assicurativi e sociali. 7. È costituita dal Dipartimento Educazione Cultura e Sport (DECS) una commissione di esperti per l’insegnamento religioso scolastico (CEIRS) per l’attuazione del presente decreto e la vigilanza sull’insegnamento aconfessionale, comprendente almeno un terzo di membri designati dalle comunità religiose presento in Ticino. I titolari di una licenza o dottorato universitario in religione, filosofia o storia sono abilitati a insegnare storia delle religioni dopo aver superato una prova di abilitazione organizzata dalla CEIRS. La CEIRS organizza, se necessario, corsi di abilitazione per il corso aconfessionale, che devono essere accessibili anche agli attuali insegnati dei corsi confessionali. Per gli insegnanti dei corsi confessionali valgono i requisiti stabiliti dalla convenzione tra i rappresentanti della Diocesi di Lugano e della Chiesa evangelica riformata del Cantone Ticino (vedi BU 1993, p. 89). I programmi dei corsi confessionali affidati alle comunità religiose devono avere principalmente un contenuto culturale ed essere esaminati dalla CEIRS e ratificati dal DECS. 8. Questo decreto entra in applicazione a partire dall’anno scolastico 2014-2015 in almeno 10 sedi di scuola media e avrà una durata di 5 anni. Sarà esteso progressivamente a tutte le sedi di scuola media tenendo conto della disponibilità di insegnanti qualificati per i corsi aconfessionali. Trascorso il periodo quinquennale si provvederà a fissare la materia dell’insegnamento delle religioni nella scuola media in forma legislativa oppure a prolungare il presente decreto, eventualmente con le modificazioni ritenute opportune.


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Lutero ha abbracciato Zwingli Verso il 500.mo della Riforma Nel 2017 ricorrerà il 500.mo anniversario dell’episodio considerato come l’evento che ha dato avvio alla Riforma protestante, e cioè l’affissione delle 95 Tesi da parte di Martin Lutero alla porta della chiesa del castello di Wittenberg, in Sassonia. Quelle Tesi, diffuse in tutta la Germania, accesero il dibattito che portò Lutero a precisare le sue posizioni, Roma a condannarlo e la Riforma a diventare un fenomeno continentale di rottura con le posizioni della Chiesa del tempo. In vista del 2017, la Chiesa evangelica in Germania ha avviato i preparativi per festeggiare quell’anniversario. Ma i protestanti tedeschi, che in passato hanno sempre celebrato i giubilei della Riforma, hanno deciso stavolta di non fare della ricorrenza un evento solo tedesco, limitato alla confessione luterana: il quinto centenario sarà perciò internazionale ed ecumenico. Dal 6 al 10 ottobre, oltre 240 esponenti protestanti provenienti da tutto il mondo si sono dati appuntamento a Zurigo, su invito della Chiesa evangelica in Germania (EKD) e della Federazione delle chiese evangeliche in Svizzera (Fces), per discutere del significato del Giubileo del 2017, della Riforma che sarà ricordata e celebrata in quell’occasione, dello stato dei rapporti tra i protestanti a livello internazionale, del significato odierno delle intuizioni teo­logiche, sociali e culturali che stanno alla base della Riforma. E anche dei rapporti ecumenici che il protestantesimo intrattiene con la Chiesa cattolica romana. Crescente coesione tra Chiese protestanti Nel corso della conferenza stampa che ha aperto i lavori del Convegno zurighese, il presidente della Fces, pastore Gottfried Locher, e il presidente dell’Ekd, pastore Nikolaus Schneider, hanno sottolineato il fatto che le Chiese protestanti si stanno riavvicinando le une alle altre. «Dopo secoli di indifferenza reciproca, e qualche volta anche di contrasti, le Chiese nate dalla Riforma sono coscienti di essere chiamate oggi a rendere insieme testimonianza e servizio al mondo», ha detto Schneider.

È la prima volta che le Chiese protestanti d’Europa decidono di celebrare insieme il giubileo della Riforma. «Da questo giubileo potranno scaturire dinamiche positive» – ha detto il presidente della Fces Gottfried Locher. «In una società attenta alle prestazioni e al successo, è importante porre anche altri accenti: quello della misericordia di Dio e quello dell’amore per il prossimo» – gli ha fatto eco Schneider. di Paolo Tognina

La scelta di Zurigo come luogo per il convegno internazionale è risultata significativa e indicativa della volontà dei protestanti tedeschi di aprire il Giubileo della Riforma all’intero protestantesimo. Come ha detto Nikolaus Schneider, presidente dell’EKD, è stata volutamente scartata l’idea di tenere il congresso a Wittenberg. Ritrovarsi nella città sulla Limmat, dove è nata, nel 1519, la Riforma promossa dal parroco del «Grossmünster», Ulrich Zwingli, ha costituito un segno visibile dell’avvenuta riconciliazione tra luterani e riformati, capaci oggi di celebrare insieme la Santa Cena e di riconoscere reciprocamente la validità dei rispettivi ministeri ecclesiastici. Il convegno di Zurigo ha dunque sottolineato i progressi fatti negli ultimi decenni, all’interno del protestantesimo, sul piano delle relazioni tra le diverse confessioni. In questo senso è stata ribadita l’importanza della Concordia di Leuenberg, un documento firmato da oltre cento Chiese protestanti europee e americane, nel 1973, nel quale è sancito il riconoscimento reciproco dei sacramenti e dei ministeri. Sulla base di quell’accordo – vera e propria piattaforma dell’ecumenismo interprotestante – è stata ad esempio resa possibile la recente unione, in Francia, tra Chiesa luterana e Chiesa riformata, diventata l’estate scorsa Chiesa protestante unita di Francia. Punti interrogativi Purtroppo a Zurigo mancavano in parte le Chiese battiste, non c’erano quelle pentecostali e avventiste, mancava

La dimensione ecumenica Il giubileo del 2017 non intende presentarsi in chiave anticattolica. Che però sia possibile celebrarlo insieme alla Chiesa di Roma è più che dubbio, visto che quest’ultima ritiene che ci sia poco da giubilare. Lo ha ribadito, a Zurigo, il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani. «I riformati e i luterani – ha detto – parlano di un giubileo, noi usiamo il termine “commemorazione”. Perché per noi cattolici la Riforma ha due aspetti: quello positivo, con la riscoperta dell’Evangelo, ma anche quello negativo e cioè il fatto che si sia arrivati ad una divisione della Chiesa, con tutte le conseguenze che ci sono state. E una divisione della Chiesa, non possiamo certo festeggiarla». Per il cardinale Koch, il Giubileo del 2017 riaprirebbe dunque la ferita di quello che molti cattolici considerano ancora come uno scisma. Che una lettura positiva della Riforma sia possibile anche da un punto di vista cattolico, lo ha dimostrato a Zurigo la docente di teologia dogmatica Johanna Rahner, dell’università di Kassel. Secondo lei, il Concilio Vaticano II avrebbe recepito le istanze di Lutero. «Mi chiedo spesso – ha affermato Rahner – che cosa sarebbe la Chiesa cattolica se non ci fosse stata la Riforma. E giungo alla conclusione che sarebbe diversa, e certamente non migliore. Per la storia e lo sviluppo della Chiesa cattolica, la Riforma costituisce dunque un impulso che la trasforma, in senso positivo». l’Esercito della Salvezza. Le ragioni sono evidenti: la Chiesa evangelica in Germania e la Federazione delle chiese evangeliche in Svizzera hanno invitato le Chiese con le quali hanno più stretti rapporti di comunione e collaborazione e che più direttamente si richiamano alla Riforma del 16. se-


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colo. È chiaro che il Giubileo avrebbe però tutto da guadagnare da un allargamento dell’orizzonte. Secondo il prof. Fulvio Ferrario, della Facoltà valdese di Roma, «al centro del Giubileo ci dovrà essere il messaggio della Riforma: la libera e liberante grazia di Dio in Cristo, che trasforma la vita». Per le Chiese evangeliche europee, colpite dal decremento numerico, dovrà trattarsi anche – o forse soprattutto – di un’occasione di evangelizzazione. Naturalmente, pure altri aspetti, come quello del rapporto tra Riforma e modernità, sono importanti. «È necessario, tuttavia, che le priorità siano chiare», ha proseguito Ferrario. «La Riforma ha voluto parlare di Dio: celebrarla diversamente significherebbe tradirla. È chiaro che in Germania e in Svizzera si tratta anche di un evento nazionale, con enormi investimenti pubblici. Se, però, le Chiese si lasciassero distrarre da questo improvviso interesse della società secolarizzata per i propri antenati cristiani, rischierebbero di perdere un’occasione importante». Un elemento che ha aperto prospettive inedite sul cinquecentenario è stato costituito, a Zurigo, dalla presenza di esponenti del protestantesimo extraeuropeo. Come viene vissuto il Giubileo della Riforma in Cina, in Africa, nell’America centrale e meridionale? Quali aspettative ci sono – o non ci sono – al di fuori dell’Europa e del Nordamerica, nei confronti di un evento comunque chiaramente legato al contesto europeo? Pur riconoscendo l’importanza simbolica dell’appuntamento del 2017, le voci del Sud e dell’Oriente hanno ribadito ciascuna le proprie specificità. In Camerun, secondo il pastore battista Samuel Johnson, il Giubileo sarà l’occasione per ripensare l’eredità della predicazione dei missionari protestanti e approfondire la questione dell’inculturazione del messaggio evangelico, passando da un certo individualismo importato dall’Europa a un carattere più comunitario della fede vissuta. In Cina la tumultuosa crescita delle denominazioni protestanti deve fare i conti, ha affermato il docente di teologia Ambroise Aiming Wang, vicerettore della Facoltà di teologia protestante di Nanchino, con la necessità di istruire teologicamente le masse di convertiti, per i quali gli avvenimenti accaduti a Wittenberg cinquecento anni fa sono episodi lontani e ininfluenti. Secondo la pastora battista Gisela Perez Muniz, a Cuba

La speranza è di ricordarlo «insieme» Che cos’è il Giubileo della Riforma? A chi appartiene? E perché riunirsi a Zurigo per preparalo? Queste le domande alle quali ha cercato di dare risposta il presidente della Chiesa evangelica in Germania EKD, Nikolaus Schneider, nel suo intervento al Congresso internazionale sulla Riforma protestante, a Zurigo. «Il Giubileo della Riforma è un evento di portata mondiale», ha detto Schneider. «Il 31 ottobre 1517 è la data simbolo (alla quale fa riferimento il Giubileo, ndr.) della riscoperta della forza liberatrice dell’Evangelo. Non celebriamo il compleanno della nostra Chiesa evangelica, celebriamo il fatto che l’Evangelo ha trovato una nuova via per raggiungere le persone e trasformare la loro vita». Si tratta dunque di ricordare, innanzitutto, un evento che ha avuto conseguenze importanti per la teologia e per la Chiesa, ma anche per diversi ambiti della cultura. In secondo luogo, si tratta di formulare ciò che i Riformatori hanno saputo scoprire e mettere a fuoco «in modo tale da rendere comprensibile il loro pensiero, dentro e fuori le nostre Chiese». Ci sono anche nella nostra epoca molte persone «alla ricerca di un Dio misericordioso e compassionevole». E oggi è la «spirale della produttività e dell’efficienza» a dover essere bersaglio di una serrata «critica da parte dell’evangelo». La Riforma è un movimento che ha assunto diverse forme ed espressioni a seconda dell’epoca e dell’area in cui si è verificata. È giunto il mosi riflette sul fatto che la Riforma non è stata solo un avvenimento di rottura, ma anche un processo storico nel quale sono stati commessi errori che oggi devono essere analizzati e corretti. E ancora, in Sudafrica il riavvicinamento tra le Chiese protestanti non va solo nella direzione indicata dalla Concordia di Leuenberg, ma – come ha ribadito la delegata della «Gereformeerde Kerk», la prof. Elsje Büchner – anche e soprattutto in quella della ricucitura delle lacerazioni inferte al corpo delle Chiese dalla dottrina politica dell’apartheid, abbracciata da alcune Chiese sudafricane bianche.

mento di riconoscere apertamente il carattere multiforme della Riforma e di raccontarsi reciprocamente «le diverse storie della Riforma». Nikolaus Schneider ha affermato che il compito che sta di fronte al protestantesimo mondiale consiste – nel quadro appunto della molteplicità e delle diverse sensibilità del protestantesimo – nella formulazione comune «di ciò che costituisce il nucleo centrale del messaggio e della testimonianza messi in luce 500 anni fa a Zurigo, Wittenberg e in molte altre località». Ricordare la Riforma protestante significa anche, ha affermato Schneider, esercitare uno sguardo autocritico su alcuni aspetti del movimento. E significa anche affrontare il tema della divisione confessionale seguita alla Riforma. A questo proposito è stata costituita una commissione mista composta da delegati EKD e delegati cattolici romani, intitolata «Healing of Memories» (guarigione delle memorie). Nikolaus Schneider ha concluso il suo intervento ricordando che l’invito a partecipare al Giubileo è esteso «alle sorelle e ai fratelli romano-cattolici, ortodossi e delle Chiese evangeliche libere. Auspichiamo – ha detto – che sia possibile organizzare insieme, nel 2017, un atto ufficiale di riconciliazione». Secondo il presidente dell’EKD questo sarebbe un segno della forza dell’Evangelo. «Non sappiamo ancora se ciò sarà realizzato o meno, ma ci stiamo impegnando affinché esso sia reso possibile»! p.t. Orizzonte ecumenico Nella tavola rotonda che ha concluso il congresso internazionale di Zurigo, è intervenuto anche il cardinale Kurt Koch, «ministro» vaticano per gli affari ecumenici. Koch ha ribadito la distanza critica con cui Roma guarda al Giubileo della Riforma del 2017. Gli ha risposto Nikolaus Schneider, presidente dell’EKD, auspicando che sia possibile, malgrado tutto, prevedere per quell’occasione un gesto di riconciliazione tra le Chiese cristiane che possa rappresentare un segno di speranza per un futuro caratterizzato dalla collaborazione tra testimoni del medesimo evangelo.


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osservatorio ecumenico

osservatorio ecumenico Busan, ecumenismo in stallo «Dio della vita, guidaci alla giustizia e alla pace»: questo il logo della decima Assemblea generale del Consiglio ecumenico delle Chiese, svoltasi a Busan, in Corea del Sud, dal 30 ottobre all’8 novembre, con la partecipazione di circa duemilasettecento persone, tra le quali 902 delegate e delegati delle 345 Chiese (ortodosse, anglicane, protestanti e altre) del CEC. Non è stata casuale la scelta del luogo dove si sono radunati i rappresentanti di 560 milioni di cristiani (mancava la Chiesa cattolica romana, sebbene questa partecipi in vari modi alla vita del CEC): la penisola coreana, infatti, rappresenta uno dei luoghi del mondo ove la pace è più a rischio. La decima Assemblea ha visto decine e decine di discorsi, conferenze, incontri, che hanno affrontato, si può dire, tutti i punti dolenti, o complessi, del mondo d’oggi: il conflitto nella regione africana dei Grandi Laghi o l’irrisolta questione israelo-palestinese; il problema immane dei profughi e degli sfollati che incombe in diverse zone del mondo; l’Aids; la violenza contro le donne; la corsa agli armamenti; la secolarizzazione; la visione teologica della Chiesa… Se su alcuni problemi si è riscontrata unanimità di posizioni, su altri – i ministeri femminili, l’omosessualità – sono invece emerse opinioni inconciliabili. Busan ha invitato tutti e tutte ad un «pellegrinaggio verso la giustizia e la pace» nel periodo che separa dalla prossima Assemblea che dovrebbe essere celebrata nel 2020, forse in Medio Oriente e, addirittura, qualcuno ha proposto, a Gerusalemme. (l.s.)

Gli amish sono vivi e vegeti Ogni tre settimane e mezza nasce una nuova comunità amish, secondo uno studio del Religion News Service. Circa 250.000 amish vivono negli Stati Uniti e in Canada e il loro numero dovrebbe superare il milione attorno al 2050. Lo studio effettuato da ricercatori dell’Università statale dell’Ohio rivela che l’aumento non si manifesta al di fuori del territorio amish, ma che le collettività rurali possono testimoniare di questa rapida crescita. La storia della Chiesa amish è iniziata in Svizzera nel 1693, da uno scisma all’interno di un gruppo di anabattisti svizzeri e alsaziani. Le famiglie amish hanno spesso molti figli, che rimangono per lo più nella comunità e fondano a loro volta una famiglia. Middlefìeld, a Est di Cleveland, nel centro nord dell’Ohio, conta attualmente 99 distretti ecclesiastici, o comunità; una volta ce n’erano meno di 20, e la popolazione amish raddoppia ogni 22 anni circa. Ragioni economiche semplici hanno contribuito all’aumento della popolazione: gli amish comprano spesso terreni che nessuno vuole a un prezzo interessante, creano imprese e partecipano più facilmente alla produzione locale.

Giornata cristiano-islamica Nel 2001, pochi giorni dopo l’attentato alle Torri Gemelle, in un clima di tensione e di paure generalizzate, un gruppo di intellettuali, teologi e giornalisti italiani decise di lanciare una provocazione organizzando, mal-

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grado le difficoltà del momento, una Giornata nazionale del dialogo cristiano-islamico. Lo scorso 27 ottobre, in tutta l’Italia si è celebrata la dodicesima edizione, con incontri promossi da leader spirituali, imam, istituzioni religiose e laiche, in moschee, chiese cattoliche e protestanti. Il tema scelto dagli organizzatori per la XII Giornata era: «Libertà religiosa, base delle convivenza civile – un unico Dio, una sola umanità, diritti umani per tutti e per tutte». La giornata torna in tal modo a essere attuale, perché affronta temi concreti come il riconoscimento della cittadinanza e dell’asilo, le questioni normative (dopo alcune pessime leggi in materia di immigrazione), l’accoglienza: tutele importanti per le comunità islamiche, sempre più presenti e integrate in Italia. In occasione della conferenza stampa, promossa dal mensile «Confronti» a Roma, presso il Senato della Repubblica, il presidente dell’Unione delle comunità islamiche in Italia (Ucoii), l’imam Izzedin Elzir, ha ricordato come l’Islam italiano, oggi ancora, non sia garantito da tutele normative, non avendo mai ottenuto la possibilità di accedere all’Intesa (prevista dall’articolo 8 della Costituzione) e neppure sia «tutelato» dalla legge fascista sui «culti ammessi» del 1929/30, perché non possiede alcun riconoscimento giuridico.

Nuova Bibbia valdese in italiano L’esigenza di tradurre la Bibbia in lingua «volgare» risale addirittura ai tempi biblici. Al ritorno dall’esilio babilonese, tutto era da ricostruire: il tempio raso al suolo da Nabucodonosor, le mura di Gerusalemme, la vita civile, la stessa fede. Al centro del libro di Neemia si trova una solenne lettura pubblica del «libro della legge di Mosè», probabilmente l’intero Pentateuco. La lettura è guidata dal sacerdote Esdra, con l’aiuto di un gruppo di leviti, che «leggevano nel libro della legge di Dio in modo comprensibile; ne davano il senso, per far capire al popolo quello che leggevano». Probabilmente non si trattava solo di un commento ma di una traduzione dall’ebraico in aramaico, che era la lingua corrente fino ai tempi di Gesù. Si tratta insomma di un antico esempio di «Targum», una traduzione che all’occorrenza diventa parafrasi e commento. La traduzione di parti della Bibbia in volgare è stata una delle principali attività dei valdesi del Medioevo. Non a caso il Sinodo di Chanforan, che nel 1532 sancisce l’adesione dei valdesi alla Riforma, raccoglie la considerevole somma di ottocento scudi per finanziare la traduzione in francese della Bibbia. I riformatori dedicarono grandi energie alla traduzione della Bibbia (Lutero per primo!) e sottolinearono l’importanza di usare una lingua comprensibile a tutti. Per Calvino, ogni pastore dovrebbe seguire l’esempio di Dio stesso che «così come una nutrice balbetta con il suo bambino, usa con noi un modo grossolano di parlare, al fine di essere compreso». La Società biblica in Italia (Sbi) ha annunciato una nuova traduzione della Bibbia, che sarà realizzata dalle Chiese evangeliche italiane per il quinto centenario della Riforma protestante (2017). Finora la Bibbia protestante in italiano era legata al nome di un singolo traduttore geniale del XVI secolo: Giovanni Diodati, con successive revisioni e aggiornamenti. La nuova traduzione sarà corale dalla partenza, perché realizzata da un team di traduttori, consulenti e revisori. Il Nuovo Testamento e i Salmi dovrebbero essere pronti per il 2017, l’intera Bibbia per il 2023 (testo di Luca Maria Negro, da «Riforma», ottobre 2013).


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cronaca svizzera a cura di Alberto Lepori

Per le donne egiziane. La Giornata mondiale di preghiera avrà luogo nel 2014 venerdì 7 marzo e avrà per tema l’Egitto e come motto «Fiumi nel deserto». Il materiale didattico e per le liturgie può essere chiesto al Segretariato per la Svizzera italiana, Zürcherstrasse 200, 8406 Winterthur (telefono 052.203.21.73). La liturgia è stata preparata dalle donne egiziane e la colletta sarà destinata a un programma di alfabetizzazione e qualificazione per donne e ragazze di Asyut in Egitto. ln più di 170 Paesi nel mondo le donne saranno unite per pregare affinché nel mezzo del caos e della violenza la saggezza e la pace possano arrivare in Egitto come «fiumi nel deserto». Con questa giornata, le donne di tutto il mondo affermano che la preghiera e l’azione sono inseparabili e che ambedue svolgono un ruolo essenziale nel mondo. La colletta del 2012, destinata specialmente alla formazione di ragazze e donne, aveva raccolto a metà giugno fr. 419.186. Vox populi. I parlamenti delle due corporazioni ecclesiastiche cattoliche dei Cantoni di Basilea, Città e Campagna, hanno approvato l’iniziativa detta «per l’uguaglianza di accedere al presbiterato», lanciata nella primavera 2011 e che chiede alle autorità ecclesiastiche di impegnarsi per l’ordinazione delle donne e per l’abolizione del celibato obbligatorio dei preti. Le due iniziative non hanno efficacia diretta nell’ordinamento ecclesiale ma potrebbero imporre la modifica dello statuto ecclesiastico cantonale; tuttavia devono essere approvate dai governi cantonali e dal vescovo prima di essere votate dal popolo. Per ora il vescovo Gmür non ha preso posizione: si sa che, con i vescovi di San Gallo e di Coira, di queste richieste e di altre contenute nella cosiddetta «Iniziativa delle parrocchie» («Dialoghi» n. 224 e 225) sta discutendo con rappresentanti del Vaticano che le criticano perché in contrasto col Codice di diritto canonico. Ma anche col Vangelo? Sostenere «Giustizia e Pace». Una ventina di istituzioni, associazioni, movimenti e comunità hanno sottoscritto una istanza (consegnata all’abate Martin Werlen, responsabile per la Conferenza episcopale svizzera) per chiedere che la Commissione

nazionale Giustizia e Pace sia dotata dei mezzi necessari, personali e finanziari, per svolgere il suo compito, che consiste nello studiare e proporre temi in materia sociale ed economica. Nel 2012 i vescovi hanno ridotto i mezzi a disposizione della Commissione (istituita in seguito al Concilio Vaticano II e all’enciclica Populorum progressio) e trasferito il segretariato da Berna a Friburgo, provocando le dimissioni del presidente fra’ Martino Dotta. «Dialoghi» rinnova la sua solidarietà alla Commissione, che meriterebbe di essere maggiormente conosciuta in Ticino. Tutti garantiti. È stata deposta alla Cancelleria federale di Berna un’iniziativa popolare, sottoscritta da 130.000 cittadini, per chiedere l’introduzione di un reddito di base generalizzato, che consenta a tutti un’esistenza dignitosa e la partecipazione alla vita sociale. Il cosiddetto «reddito minimo garantito» potrebbe essere di 2500 franchi mensili (650 franchi per i minorenni) e costerebbe 200 miliardi di franchi all’anno. Le assicurazioni sociali attualmente ne costano settanta. Non potendo garantire un lavoro a tutti, verrebbe assicurato almeno un minimo vitale. Colletta missionaria. In occasione della Giornata missionaria mondiale viene fatta in tutte le parrocchie del mondo una colletta che è segno di comunione tra le Chiese locali. Le offerte confluiscono in un fondo di solidarietà per essere adeguatamente ripartite secondo i bisogni di Chiese locali in America latina, Africa, Asia ed Oceania. «Missio Svizzera», nel 2012 ha sostenuto i seguenti programmi di aiuto: 1) alla Chiesa universale per quattro diocesi, due centri di catechesi e 18 progetti per un totale di fr. 420.703 in Africa; due diocesi, due centri di catechesi e dieci progetti per un totale di fr. 157.739 in Asia; una diocesi e un progetto per un totale di fr. 29.536 in America latina; 2) a Missio-Infanzia sostenendo 84 progetti in Africa per un totale di fr. 718.698; 76 progetti in Asia per un totale di fr. 451.578; sette progetti in America latina per un totale di fr. 49.842; 3) a Missio-Formazione con il sostegno di 22 luoghi di formazione in Asia per un totale di fr. 528.184; di 12

scuole e sei progetti di ristrutturazione in Africa per un totale di fr. 392.636; di un progetto e sei centri di formazione in Oceania per un totale di fr. 39.368. Benedetto il partenariato. Il Sinodo della Chiesa riformata vodese (EERV), durante la sessione straordinaria del 21-22 settembre, ha inserito nel proprio direttorio ecclesiastico un rito per le unioni omosessuali, precisando la distinzione tra partenariato registrato (secondo la relativa legge federale) e matrimonio (regolato dal Codice civile svizzero). La celebrazione comporta i seguenti elementi liturgici: lettura biblica e commento, accoglimento delle persone unite dal partenariato, preghiera sulle persone interessate. Si precisa che nessun pastore è obbligato a presiedere la cerimonia. Il testo ha suscitato discussioni e contestazioni ed è stato approvato con 55 voti favorevoli, 3 contrari e 7 astensioni. Zurigo dice «no». Con una maggioranza di tre a uno, i votanti del Canton Zurigo hanno respinto la proposta di permettere ai comuni di concedere il voto ai residenti stranieri. Il voto a livello comunale a stranieri (doveroso riconoscimento, secondo noi, della piena dignità di ogni partecipante alla comunità locale cui contribuiscono da anni con il loro lavoro, le loro imposte e con i figli che mettono al mondo…) è già praticato nei cantoni di Argovia, Basilea città, Grigioni, Friburgo, Ginevra, Giura, Neuchâtel e Vaud. Nel Giura e a Neuchâtel gli stranieri sono pure eleggibili e hanno diritto di voto a livello cantonale. Cantone esemplare. La Costituzione del Canton Vaud prevede un aiuto allo sviluppo da parte dello Stato che nel 2011 ha raggiunto l’importo di 1,8 milioni di franchi (0,02% del budget annuale). Pure una quarantina di comuni partecipano all’azione, con circa 350.000 franchi in totale (la media è di 1,3 franchi per abitante). Il più generoso è il comune di Mies, che mette a disposizione trentamila franchi annui, l’equivalente di 17 franchi per ognuno dei suoi 1700 abitanti. A scuola di felicità. La felicità come nuova materia scolastica è da quest’anno insegnata al Theresianum di Ingenbohl (Svitto). Si tratta di sviluppare le «competenze della vita», la gioia di vivere e le capacità di cercare la felicità, che costituisce l’aspirazione di ogni uomo dalla nascita alla morte.


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Cappellani militari. In Svizzera, attualmente, i cappellani militari (cattolici e protestanti) sono 218, tra cui tre donne. Ne sarebbero necessari trecento, ma il reclutamento è difficile, per le condizioni poste: aver assolto una scuola reclute o un corso di istruzione di almeno 47 giorni; essere atti al servizio militare; essere prete o pastore o teologo o diacono o assistente pastorale riconosciuti dall’autorità ecclesiastica o nominati dal vescovo o dal superiore; essere proposti dall’autorità ecclesiastica. L’esercito ha organizzato a Berna a fine agosto una giornata informativa che ha richiamato solo 30 partecipanti, tra cui due donne, alcuni stranieri e qualche curioso… Suicidio assistito. Il Gran Consiglio zurighese ha rifiutato di istituire una regolamentazione cantonale dell’assistenza al suicidio. Ha respinto con 123 voti contro 44 una mozione del Partito democratico cristiano (Pdc) che chiedeva si stabilisse un quadro giuridico. Il rifiuto segue quello del Consiglio federale, che due anni fa rinunciò a proporre una regolamentazione nazionale. II canton Zurigo registra il maggior numero di suicidi assistiti in Svizzera, ma secondo il Governo una regolamentazione deve essere trovata a livello nazionale. Intanto il cantone di Vaud ha adottato in votazione popolare una legge entrata in vigore nel gennaio 2013, che sta creando difficoltà in alcuni istituti per anziani (Ems) di orientamento cristiano, che rifiutano di applicarla. Negli altri ospedali del cantone sono stati registrati i primi casi di suicidio assistito: su 77 persone che hanno fatto appello a Exit, durante i primi sei mesi dell’anno, nove hanno messo fine alla loro vita in un istituto o in un ospedale. È noto che in Svizzera l’assistenza al suicidio non è vietata a condizione che non risponda a motivi egoistici (articolo 115 del Codice penale). Ma la Svizzera si è fatta richiamare all’ordine nel maggio scorso dalla Corte europea dei diritti umani, che ha rilevato le troppe lacune della legislazione, che non precisa le circostanze di un tale atto. Contro la sentenza europea, la Svizzera ha ricorso, ma i problemi restano, specie il «turismo del suicidio», ora facilitato anche a Vaud. Svizzeri senza religione. Secondo l’Ufficio federale di statistica, a Ginevra i «senza confessione» stanno aumentando rapidamente (oggi sono 127.000, nel 1990 erano 55.000) e rappresentano il 35% della popolazione

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Diocesi: i conti in casa Il numero di settembre della «Rivista Diocesana» pubblica i conti 2012 della Diocesi. Più che i dati del Bilancio e del Conto economico (le cui cifre riassuntive sono poco indicative), è illustrativo il commento (pag. 298) che riproduciamo nella sua parte centrale. «Anche nel 2010 i conti mostrano una piccola sopravvenienza attiva di fr. 6.558,10. Infatti il deficit della gestione ordinaria, di fr. 303’614,65, ha potuto essere coperto grazie alla partecipazione delle parrocchie per fr. l80.000 e a ricavi straordinari che hanno permesso pure di effettuare degli accantonamenti. Passando in rassegna il conto economico, si evidenzia in particolare la voce Strutture diocesane per fr. 1.081.187. Si tratta soprattutto dei costi sostenuti per la Facoltà di Teologia (fr. 550.000), per la gestione e la manutenzione del Collegio Pio XII (fr. 237.846,90) e per il “Giornale del Popolo” a cui è condonato il pagamento dell’affitto e delle spese accessorie (fr. 167.080,30). Per la pastorale diocesana (Azione Cattolica, Pastorale giovanile, Pastorale familiare, Pastorale universitaria, Missioni cattoliche stranieri, Ufficio istruzione religiosa scolastica, Aiuti a parrocchie povere e oneri caritativi) i costi globali sono ammontati a fr. 690.976,40, di cui fr. 473.358,85 sono stati coperti da contributi vari. I ricavi relativi alla gestione titoli sono stati superiori al preventivo (363.000 abitanti), mentre i cattolici hanno da tempo superato i protestanti (37% contro 12%); seguono i musulmani (6%) e gli ebrei (1%). Il fenomeno si manifesta anche a Basilea-Città (42% della popolazione) e a Neuchâtel (38%), mentre la media svizzera dei «senza confessione» è del 20%. I dati totali dovrebbero essere scomposti, indicando i «credenti senza confessione», gli appartenenti a «comunità nuove» e coloro che rifiutano di rispondere alla domanda! È certo però che le Chiese storiche (cattolica e protestante) sono in calo di aderenti, causa la laicizzazione, le immigrazioni e… la fine naturale della vita. Contro le imposte ecclesiastiche. Un comitato composto di appartenenti al Partito radicale e all’Unione democratica di centro chiede con una iniziativa

(…). I ricavi della gestione immobili sono stati leggermente inferiori sia rispetto al preventivo sia rispetto al 2011 e questo in particolare per diversi lavori di manutenzione straordinaria allo stabile denominato Centro San Carlo a Lugano-Besso. Anche nel 2012 sono state effettuate alcune operazioni immobiliari. È stato venduto un terreno edificabile a Bellinzona, come pure una casa a Carabbietta lasciata in eredità alla diocesi da un sacerdote. Sono stati effettuati investimenti alla pensione Villa San Giuseppe a San Bartolomeo al Mare (IM), sono proseguiti i lavori di manutenzione straordinaria del palazzo vescovile ed è terminata la costruzione del nuovo archivio. Relativamente al restauro della cattedrale sono iniziati i lavori di ristrutturazione interna riguardanti in particolare il presbiterio, la cappella del SS. Sacramento, il restauro di stalli lignei, del frontale dell’organo e del fonte battesimale». Dal Rapporto di revisione togliamo i seguenti dati: «Il bilancio al 31.12.2012 fa stato di un capitale proprio di fr. 4.263.286,61 e il conto economico del 2012 di un utile di fr. 6.558,10. Rileviamo inoltre l’esistenza di un patrimonio di fr. 5.788.351,07 al 31.12.2012 con la denominazione “Mensa vescovile”, da consolidare con il bilancio della Diocesi: questi beni servono alla copertura delle spese di funzionamento della casa vescovile». di abolire l’imposta ecclesiastica sulle persone giuridiche, prevista dalla costituzione del semi-cantone di Nidwalden. L’iniziativa è riuscita, avendo raccolto le 600 firme necessarie. Nidwaldo conta 41.000 abitanti, per il 70% cattolici. Iniziative simili sono state promosse nel cantone Zurigo e dei Grigion e saranno sottoposte al voto popolare nel 2014, mentre una mozione dello stesso tenore è stata respinta nel febbraio 2012 dal Gran Consiglio friburghese. Nel 2012 il Tribunale federale ha confermato la possibilità di imporre le persone morali in un caso svittese. I governi dei cantoni coinvolti ricordano sempre come le Chiese svolgono una importante funzione sociale e culturale, della quale beneficiano anche le persone morali che secondo il Tribunale federale, non possono invocare la «libertà di coscienza».


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Daria Lepori


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notiziario (in)sostenibile

notiziario (in)sostenibile a cura di Carlo Maffei

Ghiaccio antico. Mentre le diatomee rivelano i segreti del clima artico degli ultimi decenni, agli antipodi si buca il ghiaccio per spingersi indietro non di secoli né di millenni, ma di milioni di anni: è la caccia al ghiaccio più antico. Proprio nei ghiacci antartici si celano le risposte sull’evoluzione climatica (e non solo) del nostro pianeta. Infatti gli scienziati perforano la calotta ghiacciata e ne estraggono delle «carote»: cilindri di ghiaccio all’interno dei quali sono intrappolate minuscole bolle d’aria. Poiché i vari strati di una carota possono essere datati, studiando l’aria contenuta nelle bolle in ogni livello si riesce a risalire a moltissime informazioni sull’epoca corrispondente: dalla composizione dell’atmosfera terrestre fino all’attività del Sole (quest’ultima grazie alla presenza di isotopi radioattivi formatisi negli strati più alti dell’atmosfera). In questo modo si possono studiare i cicli climatici del passato e vedere quanto in fretta cambia il clima. Tutto questo importa oppure è solo un passatempo per scienziati sfaccendati? Certo che importa! Perché conoscendo il passato si possono estrapolare le conoscenze e i modelli al nostro presente e soprattutto al futuro che attende le prossime generazioni. In quest’epoca di riscaldamento globale ben poche cose sono importanti quanto la conoscenza del clima, della sua evoluzione a breve e a medio termine, dei fenomeni che lo influenzano. Oggi con i carotaggi si riesce ad arrivare fino a 800 mila anni fa. Che non sono pochi, certo. Ma andare oltre sarebbe ancora meglio. Oltre quanto? Il doppio: 1,5 milioni di anni. È questo il limite che sperano di raggiungere i glaciologi. Teddy Bear riciclato. I bambini crescono e dopo un po’ smettono di essere bambini. E si lasciano alle spalle montagne di giocattoli. Alcuni ancora in buono stato, altri assai più malconci. Che farne? Come sempre, la regola è: riciclare, riciclare, riciclare. Naturalmente riciclare è tanto più facile quanto più si è stati previdenti nell’acquisto, comprando oggetti che si prestano al riciclaggio. Prendiamo i peluche, per esempio. Molti sono in tessuti sintetici, spesso trattati con prodotti ignifughi: ecco, quelli sarebbe preferibile evitarli. Meglio invece orientarsi verso quelli in cotone biologico, che

una volta diventati inutili possono finire fra le stoffe recuperabili, se sono in condizioni tali da essere inutilizzabili. Se invece ci si trova ad avere a che fare con orsacchiotti, pupazzi e bambole in materiale sintetico, bisogna cercare qualche centro specializzato che li recuperi, smaltendoli. Invece non bisogna mai ficcarli banalmente nel secchio della spazzatura oppure (peggio ancora!) adottare soluzioni fa-da-te come il caminetto o il fuoco in giardino. Oppure, perché non provare a recuperarli e renderli se non come nuovi almeno utilizzabili? I Teddy Bear diventano allora l’occasione per imparare delle tecniche di piccolo restauro e per acquisire un’abilità manuale che, nella nostra vita quotidiana con le mani sempre solo su una tastiera, magari s’è persa (se mai c’è stata). Quando poi il giocattolo è ancora in condizioni decenti, rimane la soluzione preferita: il dono. Agli asili, per esempio. Alle organizzazioni che si occupano dell’infanzia. Ai teatrini, che magari li useranno come marionette. Oppure a una sarta, che ne ricaverà elementi per borse o per vestiti infantili. O perfino decorazioni per la casa. Alla peggio, rimangono i canili e i gattili: dopo aver svolto il proprio servizio con i piccoli umani, gli orsacchiotti possono fare la gioia­dei quattrozampe, che sono assai meno schizzinosi e si accontentano anche dei pupazzi senza occhi, senza arti o perfino senza testa. Di cibo gettato. Il WWF ha pubblicato, pochi giorni prima della Giornata mondiale FAO dell’alimentazione, il 16 ottobre, i risultati di uno studio sulla quantità di cibo che in Svizzera non finisce nel piatto, ma nella spazzatura. Il rapporto si basa su due lavori di master realizzati uno al Politecnico di Zurigo e l’altro dall’Università di Basilea ed evidenzia che ogni anno due milioni di tonnellate di alimenti ancora perfettamente commestibili sono sprecati in Svizzera. Di questi il 2% è di responsabilità del commercio all’ingrosso; il commercio al dettaglio e la ristorazione vi contribuiscono con un 5% ciascuno, il 12% sono frutta e verdura rimasti nei campi perché di dimensioni non conformi (troppo grandi, piccole o deformi), il 30% ricade sull’industria di trasformazione che scarta merci di qualità inferiore. Il ruolo degli spreconi è assunto dal-

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le economie domestiche, con il 45%! Ogni persona acquista in media 1,5 kg di cibo al giorno, un quinto del quale finisce nella spazzatura. Lo sviluppo… misurato. Sulla scorta di dodici indicatori-chiave, la Svizzera verifica annualmente se il suo sviluppo può dirsi sostenibile. La statistica tascabile da poco pubblicata, essendo (solo) uno strumento scientifico che riassume dati rigorosamente misurabili, non dà un giudizio definitivo, che lascia alla politica. Rimandando alla pubblicazione ufficiale (oder@bfs. admin.ch, o 032 713 60 60, numero di ordinazione: 736-1200), limitiamoci ai dati essenziali. Chi guadagna di meno spende sempre di più per l’abitazione. Il numero di persone «molto soddisfatte dalla vita» aumenta leggermente, dal 73,5% nel 2008 al 74,6% nel 2009. La quota di persone che praticano un’attività fisica fino a sudare, almeno una volta la settimana, è aumentato; sono però sempre di più le persone in soprappeso: nel 2007 il 37,3%. Le disparità nella ridistribuzione dei redditi si confermano. Cala il numero delle persone che prestano volontariato. È aumentata la quota di aiuto pubblico allo sviluppo ma rimane invariata la quota del reddito nazionale destinata all’aiuto pubblico allo sviluppo per i paesi più poveri; dopo essere diminuita, la quota di persone che auspicano un incremento di tale aiuto è aumentata. È ancora impossibile raggiungere il tasso auspicato del 5% entro il 2020 del numero di giovani tra i 18 e i 24 anni senza formazione post obbligatoria; aumenta la quota dei giovani senza lavoro. I salari delle donne e degli uomini si avvicinano: se nel 1994 la differenza era del 23,7%, nel 2010 era «solo» del 18,4%. I consumatori svizzeri acquistano sempre più prodotti biologici. E in Svizzera si producono sempre più… rifiuti: poco meno di 3 milioni di t. nel 1980, 5,5 t. nel 2010. Cresce la percentuale di utilizzo dei trasporti pubblici sul totale del traffico passeggeri, diminuiscono le emissioni di CO2 per persone-chilometro percorso; però diminuisce anche la parte del traffico merci su ferrovia e sempre più persone sono esposte al rumore del traffico: nel 2007 il 32,2% della popolazione. Le importazioni di energia aumentano, come pure la quota di energie rinnovabili rispetto al consumo finale, ma rimane impossibile raggiungere il valore di emissioni di gas a effetto serra indicato negli obiettivi del protocollo di Kyoto.


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Il «Padrenostro» deve cambiare? (…ma la soluzione non viene proposta) Il «Padrenostro» è storicamente, per i cristiani, la preghiera delle preghiere. In essa è contenuta la più efficace sintesi della fede e vita a immagine e somiglianza del modo di vivere proposto da Gesù di Nazareth. Si capisce tutto ciò anche considerando che, per esempio, in Mt 5-7, il famoso «Discorso della montagna», il «Padrenostro» è il perno e il cuore delle affermazioni del Nazareno. La sua formulazione italiana più nota, realizzata essenzialmente – occorre riconoscerlo – a partire dalla traduzione latina antica piuttosto che dall’originale greco, recita nella penultima domanda-invocazione così: non ci indurre in tentazione. Da tempo tale formulazione ha suscitato molte discussioni per due ragioni fondamentali: il significato del verbo iniziale e quello del sostantivo peirasmòs. Il verbo eisphérein nel suo valore radicale significa portar dentro, introdurre. Si tratta quindi di un movimento, di una traslazione, che, posta in relazione al senso più probabile del vocabolo peirasmòs, ossia tentazione (cfr., in proposito, tra le altre 19 attestazioni neotestamentarie della parola, At 20,19; Gal 4,14; 1Tm 6,9; Ebr 3,8; Gc 1,2.12; 1Pt 1,6; 4,12; 2Pt 2,9; Ap 3,10) e al complemento oggetto pronominale ci dovrebbe condurre alla seguente traduzione letterale: non introdurre noi nella tentazione, non portarci dentro la tentazione. L’evidente difficoltà teologica di questa resa si può così riassumere: è possibile sostenere che Dio spinga direttamente gli esseri umani verso il confronto con il male? Infatti, chiedere al Padre comune di evitare loro questa situazione vuol dire, sia pure indirettamente, immaginare che Dio sia, in un certo senso, causa delle tentazioni umane. D’altra parte il Primo Testamento è abbastanza ricco di passi in cui la tentazione suscitata da Dio rientra nella strategia pedagogica divina nei riguardi degli esseri umani (cfr., in merito, nella LXX, Sal 17,30; 139,1.23-24; Gb 1,21-22, Sir 2,1-18; 4,17; 33,1; 34,9-12; 44,20; Sap 2,24; 3,5-6; 11,9-10; 16,8; Tb 12,13; Dn 1,1-2; 1Mac 2,52). Questa affermazione matteana ribadisce la posizione della sapienza primotestamentaria e si pone in continuità con quanto lo stesso Gesù di Nazareth

subisce (cfr. Mt 4,1-11; Lc 4,1-13) quando è esposto, per volontà divina, alle lusinghe del Diavolo-Satana. La tentazione a cui l’umanità è sottoposta non è altro che l’allettamento del male esistente e, comunque, non dipende in sé dal Signore, ma da chi diabolicamente gli si contrappone. D’altra parte è Gesù stesso a consigliare ai discepoli di pregare per non cedere a tentazioni di sorta (cfr. Mc 14,38; Mt 26,41; Lc 22,40.46). La scelta di Dio è quella di chi non esenta a priori gli esseri umani dall’eventualità di cedere al male stesso, così da riaffermare il valore effettivo della loro libertà e del discernimento etico relativo. Infatti già nel Primo Testamento liberazione dal male implica la capacità di mantenersi costantemente sulle strade del rapporto con il Signore dell’alleanza del Sinai (cfr., per es., Is 63,16b-17). Allontanarsene è sempre possibile e l’apporto divino per non essere fuorviati è sempre necessario e positivo (cfr., per es., Sal 71,1-2.18.22; 91,3; Is 14,3-6; 48,17). «In effetti non si tratta qui di una qualsiasi tentazione, ma della grande tentazione, la tentazione che spinge alla defezione, alla rassegnazione, la tentazione di rinunciare alla fede e alla speranza. È questa la grande tentazione che si nasconde forse dietro ad ogni tentazione quotidiana… Siamo veramente convinti di quanto Dio ci dice: che abbiamo la vita solo se ci affidiamo completamente a lui, facendo la sua volontà? Perché dunque sentiamo il bisogno di tutte le altre sicurezze? Crediamo veramente che la sovranità di Dio, e soltanto essa, è in grado di conservare il mondo in vita? Perché dunque riteniamo di doverci impossessare noi stessi della sovranità, ricorrendo al potere, agli armamenti, a concentrazioni di beni, alla chiusura dei confini della nazione, al rifiuto di quanti chiedono asilo nella nostra patria, ecc.?» (H.-J. Venetz, Il discorso della montagna, tr. it., Queriniana, Brescia 1990, pp. 116-117). D’altra parte una preghiera ebraica serale, nota nel I sec. d.C., recita: «non farmi cadere nelle mani del peccato, né in potere della colpa, né della tentazione, né del disprezzo. Possa in noi regnare l’impulso buono

e non quello malvagio» (Mishnah. Trattato Berakhot, 60b). E un’altra preghiera, conservata nelle grotte di Qumràn, dice: «e non condurmi in ciò che a è troppo duro per me» (11QPs 24,10). Tenendo conto di tutti questi elementi è possibile affermare quanto segue. – Il fatto che a Dio si possa attribuire qualche causalità nell’indurre alla tentazione non significa che si possa considerarlo la fonte o l’origine di questa stessa tentazione. – Il v. 13a non vuol dire che Dio tenti gli esseri umani: e queste parole accettano pienamente l’affermazione di Gc 1,13: «Nessuno, se è tentato, dica: “sono tentato da Dio”, perché Dio non può essere tentato dal male né può tentare alcuno». Si veda anche, in stretta continuità, la fondamentale affermazione di Paolo in 1Cor 10,13: «Nessuna tentazione sinora vi ha colto se non umana. Dio è fedele e non lascerà che siate tentati al di là delle vostre possibilità, ma, insieme alla tentazione, vi fornirà anche la via d’uscita per poterla sostenere». Detto tutto questo, si potrebbe suggerire a chi di dovere di sbrigarsi a modificare questa parte del Padrenostro non accettando la soluzione «compromissoria» della versione della Bibbia CEI 2008, ossia «non abbandonarci alla tentazione». Occorre avere il coraggio di andare oltre il letteralismo tremebondo. «Non lasciarci entrare in tentazione» potrebbe essere un’opzione rispettosa del quadro generale in cui questo testo si inserisce. In Francia si sta andando verso tale prospettiva con la formulazione «ne nous laisse pas entrer en tentation». Nell’italofonia che cosa si sta aspettando? Forse un altro «colpo di entusiasmo evangelizzatore» di papa Bergoglio? Ernesto Borghi Note Per approfondire il valore e i significati del Padrenostro nella sua globalità si vedano, tra i tantissimi strumenti disponibili, B. Maggioni, Padre nostro, Vita&Pensiero, Milano 2003; F. Mosetto, Padre nostro Breve commento biblico-patristico, EMP, Padova 2007; M. Beux Jager, Padre Nostro. Una preghiera ebraica, Zamorani, Torino 2012; Padre Nostro La preghiera del Venerdì Santo, a cura di Comitato per il Progetto Passio, 4 DVD, Novara 2012.


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cronaca internazionale

cronaca internazionale a cura di Alberto Lepori

Trentotto domande sulla famiglia. In preparazione del Sinodo che dovrà svolgersi nell’autunno 2014, la curia vaticana (ma ci dev’essere la mano di Papa Francesco…) ha inviato ai vescovi di tutto il mondo un questionario con 38 domande sulla famiglia e… annessi, per fare il punto sull’insegnamento della Chiesa cattolica che fa acqua da tutte le parti («Giornale del Popolo» del 9 novembre). Molti episcopati hanno girato le domande ai loro diocesani, avviando un «dialogo». Ma con troppe domande e tempo limitato, col rischio di «noyer le poisson». Non sarebbe stato più saggio limitarsi a pochi temi, come quelli dei «divorziati risposati», o dei «cristiani conviventi», la cui emarginazione dalla comunità cristiana, reale o immaginata, ha conseguenze negative sulla iniziazione cristiana delle nuove generazioni? Anche la Diocesi di Lugano invita a partecipare al sondaggio, rispondendo entro il 31 dicembre 2013. Cultura dell’incontro. Il messaggio di Papa Francesco per la Giornata delle comunicazioni sociali del 2014 è dedicato al «servizio di una autentica cultura dell’incontro». La comunicazione deve avere la capacità di dialogare nel rispetto delle verità degli altri, ognuno deve essere autentico, testimoniando i valori ai quali crede, la sua identità cristiana e il suo vissuto culturale. Il testo del messaggio sarà diffuso il 24 gennaio, festa di San Francesco di Sales (1567-1622), patrono dei giornalisti. Per un nuovo Concilio. Tre vescovi cattolici australiani in pensione hanno lanciato una petizione per chiedere un Concilio ecumenico con la partecipazione di laici, intitolata «Per amore di Cristo – Fate cessare gli abusi sessuali nella Chiesa cattolica». La petizione, lanciata su Internet, e diretta a Papa Francesco, ha raccolto numerose adesioni. Qui arriva quello vecchio… I discendenti dei Maya del Chiapas (Messico), appartenenti alla diocesi di San Cristobal de Las Casas, fondata nel 1539, non avranno più bisogno di traduzioni per partecipare alla celebrazione della messa e dei sacramenti. Papa Francesco ha infatti autorizzato l’utilizzo della traduzione dei testi liturgici

nelle lingue tzotzil e tzeltal, parlata da 650.000 indigeni. L’utilizzazione, almeno in parte, delle lingue indigene nella liturgia era stata promossa cinquant’anni fa dal famoso vescovo Samuel Ruiz Garcia, ma solo ora l’azione di inculturazione viene completata. La diocesi conta circa due milioni di abitanti, dei quali poco meno di due terzi si dichiarano indigeni, appartenenti a cinque etnie diverse. Donne vescovo. Le tre Chiese nazionali anglicane di Scozia, Galles ed Irlanda hanno previsto la nomina a vescovo anche per le donne e la Chiesa anglicana d’Irlanda ha nominato per vescovo Pat Storey, maritata e attualmente presbitera (si dice così?) a Londonderry. È stata raggiunta nell’episcopato della Chiesa anglicana da Eggoni Pushpalalitha, eletta vescovo della Chiesa dell’India del Sud, una delle 38 Chiese della Comunione anglicana. E un passo avanti ha fatto anche la Chiesa anglicana d’Inghilterra (che per ora esclude questa possibilità), nominando tre donne alla Camera dei vescovi. La Chiesa evangelica luterana d’America (Elca) ha eletto la pastora Elizabeth Eaton a suo capo, facendo di lei la prima donna a occupare la funzione di ve­scovo-presidente della Chiesa, una delle più grandi degli Stati Uniti con quattro milioni di membri. Originaria di Cleveland e diplomata nella Scuola di teologia dell’Università Harvard, Elizabeth Eaton è sposata con il pastore episcopale Conrad Selnick e ha due figlie. La Chiesa luterana di Svezia ha eletto la vescova di Lund, Antje Jackelén, arci­ vescova con il 55,9% dei suffragi dei 325 ecclesiastici con diritto di voto. Antje Iackelén, 58 anni, ordinata nel 1980, vescova dal 2007, sposata con un pastore, ha due figli. La Chiesa di Svezia si è separata dallo Stato nel 2000, due terzi degli svedesi ne sono membri. Antje Jackelén è la prima donna a essere eletta alla più alta carica della Chiesa svedese, che ordina donne pastore fin dal 1960 e autorizza il matrimonio tra persone dello stesso sesso, anche tra rap­presentanti ecclesiastici. Altre Chiese luterane già hanno avuto donne alla loro testa, come in Germama, in Norvegia o in Canada. Papa Francesco, che ha ricordato ai giornalisti l’importanza delle donne nella Chiesa cattolica, dovrà rispon-

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dere a una iniziativa sottoscritta da numerose teologhe di tutto il mondo, che chiede la nomina di cardinalidonne, che potranno così partecipare alle future elezioni papali (il testo in «Aufbruch», Basilea, n. 200). Contro gli F 35. È in corso la raccolta di firme per una petizione ecumenica contro l’acquisto degli aerei da caccia F 35 per l’aeronautica italiana, promossa dal settimanale «Riforma» di Torino e da altre 18 testate dell’informazione di area cristiana, cattolica e protestante (tra essi «Confronti», «Adista», «Mosaico di pace», «Nigrizia», «Il Margine», «Il Foglio», «CEM Mondialità», «Qol»). Nella petizione si chiede che Parlamento e Governo italiani «recedano dal Progetto F35» e «destinino i miliardi per esso stanziati a un grande piano per il lavoro che restituisca un futuro alle giovani generazioni». La Chiesa batte l’Esercito. In Brasile, un sondaggio condotto su 2002 persone ha rilevato che la Chiesa è nettamente in testa nella fiducia verso le istituzioni (62,6%), seguita dalle Forze Armate (53,5%) e dalla stampa (34,8%); seguono la polizia, la giustizia, i servizi pubblici, il governo (17,2%!) e il parlamento (14,3%). Mentre il 64% degli interrogati si è dichiarato cattolico, più dei due terzi (66,2) dicono che non avrebbero votato per un candidato «designato» dalla Chiesa e il 57,8% è contrario alla candidatura di esponenti religiosi per cariche politiche. Condanna esemplare. La giustizia dello Stato di Para, nel nord del Brasile, ha condannato il 19 settembre il proprietario terriero Vitalmiro Bastos de Moura, detto Bida, a trent’anni di prigione per la morte di suor Dorothy Stang, assassinata il 12 febbraio 2005 perché difendeva i contadini che lavoravano terre dello Stato occupate illegalmente dai grandi proprietari. Bida, dopo quattro processi, è stato riconosciuto mandante del crimine, per il quale aveva stipulato con l’assassino un compenso di cinquantamila reals (circa ventimila franchi). Libertà turca. Dopo anni di battaglie giuridiche, la Turchia ha ufficialmente restituito lo scorso 8 ottobre al Monastero siriaco-ortodosso di Mor Gabriel, nella provincia di Mardin (Sud-Est dell’Anatolia), cinque ettari di terre sequestrate nel 2008. Secondo il primo ministro Erdogan, la misura


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fa parte di un piano di riforme e di democratizzazione del paese. Sono attesi altri provvedimenti a favore della libertà religiosa. Solidarietà interreligiosa. Nella parrocchia di Mathbari (nel Bangladesh), diverse comunità religiose si sono unite per permettere la costruzione di una nuova chiesa cattolica, quella costruita nel 1925 essendo attualmente insufficiente per i circa 3500 fedeli abitanti, dispersi in quindici villaggi e che fin qui non erano riusciti a raccogliere la somma necessaria di 380.000 dollari. La solidarietà interreligiosa è stata particolarmente apprezzata (e va segnalata) in un momento in cui il Bangladesh è vittima di violenze anticristiane denunciate a livello internazionale. Referendum bolognese. Con una partecipazione solo del 26% degli aventi diritto, i bolognesi hanno scelto di invitare il Comune a destinare i propri fondi per sostenere ed istituire scuole statali (59% dei votanti) e non invece scuole private, in gran parte cattoliche (41%), e ciò malgrado le indicazioni degli ambienti ecclesiastici e di molti ambienti anche laici. Insegnamento dell’Islam. Dal prossimo anno scolastico un corso di religione islamica sarà introdotto in 27 scuole nel Land dell’Assia, situato nel centro della Germania. 440 giovani alunni della scuola elementare usufruiranno di questo insegnamento, rivolto agli alunni del primo anno, che poi si estenderà ogni anno al livello seguente. I corsi saranno tenuti da insegnanti formati per questo compito, di re­ligione musulmana. L’introduzione dell’lslam a scuola fa seguito a un dibattito politico di diversi anni. Le 27 scuole elementari scelte si trovano, secondo una lista pubblicata dal ministero dell’Educazione, prin­cipalmente nella regione del Reno-Meno: tre a Francoforte e due rispettivamente a Offenbach, Darmstadt e Wiesbaden. Nei settori Centro e Nord dell’Assia, sette scuole soltanto usufruiranno dell’insegnamento dell’Islam, di cui due a Kassel. Le scuole elementari in Assia sono 1170. Più agenti pastorali. Nelle 27 diocesi e 11.222 parrocchie germaniche, nel 2012 erano in servizio 14.636 preti e 2164 religiosi e 3144 diaconi permanenti. I laici attivi nella pastorale erano 3119, gli assistenti pastorali in parrocchie 4479. I preti sono dimi-

Da 40 anni «fuori mura» Domenica 2 settembre 1973, un gruppo di cattolici della Basilica di San Paolo fuori le Mura, seguendo l’abate Giovanni Franzoni, celebrarono per la prima volta la messa in alcuni locali di fortuna. Nasceva la Comunità di base di San Paolo e veniva così sancita la rottura della «Chiesa ufficiale» con un gruppo che si incontrava il sabato per preparare insieme al giovane abate l’omelia della domenica, seguita poi in basilica da più di tremila persone. Un percorso comune, in quegli anni, a molte realtà cattoliche sparse in tutta Italia, dalle Puglie a Pinerolo, dalla Sicilia a Genova, passando per Roma e Firenze, che avevano seguito con interesse il Concilio Vaticano II e da lì avevano preso le mosse per rinnovare «dal basso» la Chiesa. Non costruire un’altra Chiesa ma una «Chiesa altra», per citare una frase di Don Franzoni. Tutte queste realtà colsero di sorpresa le gerarchie ecclesiastiche, inizialmente titubanti ma alla fine convinte a combattere questo virus che, a loro giudizio, stava infettando la Chiesa cattolica. Si trattò di un movimento entusiasta, tumultuoso, disordinato e spontaneo, spesso organizzato attorno a un leader: l’abate della Comunità di San Paolo, Giovanni Franzoni, lo fu per questa comunità. Da allora, quarant’anni di cammino: dall’uscita dalla basilica, alla partecipazione alla rete delle comunità di base, all’impegno civile e politico (erano gli anni del dibattito sul divorzio e poi sull’aborto, che costò a Giovanni Franzoni, e al gruppo di sacerdoti che lo seguirono, dapprima la sospensione a divinis e poi la ridunuiti di circa duecento unità rispetto all’anno precedente, i laici attivi nella pastorale aumentati di 50 unità: il loro numero è tuttavia raddoppiato a partire dal 1990. Non c’è più religione. In India anche le vacche sacre non sono più rispettate. I bovini che a migliaia vagano per le strade di Nuova Delhi (si calcola che siano quarantamila) sono oggetto di caccia da parte di gruppi di infedeli, non più vegetariani, per i quali la vendita o la consumazione della loro carne non sono contro la religione. Rispettate come bestie sacre, anche per il latte che mettono a disposizione

zione allo stato laicale), ma anche la diffusione delle teologie della liberazione, di cristiani per il socialismo e una lunga stagione che avvicinò i protestanti a questo percorso, in un dialogo e dibattito forte e importante, che produsse quell’esperienza ecumenica che fu il giornale Com – Nuovi tempi, oggi Confronti. Un percorso che ha sempre intrecciato riflessione teologica a partire dalla propria fede, e un impegno civile. Così le battaglie in anni più recenti per la pace, sul fine vita, l’immigrazione e l’impegno per la solidarietà con i popoli oppressi (argentini, cileni, uruguaiani, oggi palestinesi, afgani, marocchini) e con associazioni di disabili, di sostegno ai bambini di strada, attività per insegnare l’italiano agli stranieri e sui temi dell’immigrazione e degli sbarchi. Grazie al giornale Com – Nuovi tempi, un’impresa ecumenica unica in Italia, un costante confronto è avvenuto a Roma tra protestanti e cattolici, non solo su temi religiosi, ma sulla comune testimonianza di cristiani nella società, e una intensa riflessione sui temi delle donne nella Chiesa e nella società. Un cammino che non si è arrestato, continua anche in questi anni, dove la solidarietà verso gli ultimi e i dimenticati torna a essere una parola «straniera». «Dialoghi», tramite l’amicizia con dom Franzoni e Luigi Sandri, ha condiviso molte iniziative e suggestioni della Comunità di San Paolo, gioisce per l’anniversario e augura agli amici romani rinnovato vigore e accoglienza dal nuovo «vescovo di Roma».

dei loro protettori, sembra che sempre più, di notte, siano «rapite» da gruppi di individui indifferenti alle regole tradizionali. Pluralismo festivo. A Singapore, ogni religione o comunità etnica ha diritto a giorni festivi secondo una ripartizione equilibrata decisa dal governo dopo consultazione dei diversi responsabili religiosi. Il 2 novembre gli induisti hanno avuto un congedo per la Festa delle luci, il 25 dicembre i cristiani potranno festeggiare il Natale. Copti in Egitto. L’Egitto conta all’incirca ottanta milioni di abitanti, di cui


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circa il 15% cristiani, in gran parte copti ortodossi, con il loro «papa» ad Alessandria. I copti cattolici sono tra 200 e 300 mila. Purtroppo si tratta di una minoranza in perdita di forza: i musulmani aumentano, grazie alla maggiore natalità e alle conversioni, mentre i copti registrano una emigrazione di circa cinquantamila individui all’anno, che rappresenta per l’Egitto anche una perdita culturale. Fanciulli sfruttati. Secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro, 5,2 milioni di minorenni sono costretti a lavorare, il 33% di età tra i 5 e gli 11 anni, il 29% tra i 12 e i 14 anni, il 38% tra i 15 e i 17 anni. Il 71,3% sono ragazze, di cui il 75% svolge lavori domestici pericolosi, il 26% lavora in situazioni di quasi schiavitù. Commentare? Ricupero fallito. Il contestato tentativo di papa Benedetto XVI di reintegrare la Fraternità sacerdotale di San Pio X (nata dal dissenso del vescovo Lefebvre) sembra sia fallito, le discussione interrotte. A Ecône, intanto, lo scorso giugno è stato celebrato il venticinquesimo. delle ordinazioni episcopali illecite. Attualmente la Fraternità, presente il 32 Paesi, conta 561 preti, alcuni vescovi, sei seminari e celebra la messa «tradizionale» in 750 luoghi. La Casa generalizia del gruppo si trova dal 1993 a Menzingen (Zugo), dove risiede il superiore generale, mons. Bernard Fellay, d’origine vallesana. Cento anni a Lambaréné. Cento anni fa iniziava a Lambaréné, in Gabon, la missione di Albert Schweitzer, teologo protestante e organista affermato. Nato in Alsazia, decise di lasciare la carriera accademica, di studiare medicina e di partire per l’Africa, con l’intenzione di aprire un ospedale. Per la sua attività benefica venne insignito nel 1952 del Premio Nobel per la pace. Oggi il vecchio ospedale di Lambaréné è diventato un museo, ma accanto ne è nato uno nuovo, nel 1981, tuttora operativo, sostenuto per metà da finanziamenti che fanno capo a una apposita fondazione internazionale. Ius soli. In Italia, vari enti e organizzazioni (Emmaus Italia, la Federazione delle Chiese evangeliche, la Fondazione Migrantes, Libera ecc.) hanno promosso un’iniziativa per chiedere la cittadinanza e il diritto di voto per i figli di genitori stranieri nati sul territorio italiano. Il tema dello ius soli

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Ricordo di Martin Cunz Per ricordare, a dieci anni dalla scomparsa, Martin Cunz, pastore riformato, uno dei protagonisti del dialogo ecumenico ed ebraico-cristiano, la rivista QOL ha organizzato, il 9-10 novembre, a Massenzatico (Reggio Emilia), un convegno sul tema: «In cammino verso i poveri. Quando ti abbiamo visto? (Mt 25,38)», al quale ha partecipato un folto gruppo di amici ed estimatori. È stata l’occasione per presentare una raccolta di testi dal titolo Martin Cunz. Fino ai confini della terra (a cura di Raffaelo Zini), Wingsbert House, Correggio RE 2013, € 17. Dalla «premessa» rileviamo che Martin Cunz, teologo e pastore della Chiesa riformata svizzera, non ha scritto libri, ad eccezione della sua tesi di dottorato su rabbi Nachman di Bratislava: ha dunque lasciato solo articoli apparsi nelle riviste che ha diretto o alle quali ha collaborato, come «Judaica» e «Lamed». Fortunatamente, negli anni in cui ha avuto incarichi pastorali in una comunità, era sua abitudine preparare con molta cura la predicazione, che scriveva a mano e conservava in piccoli raccoglitori. È l’esistenza di questo materiale che ha spinto i suoi amici di QOL a dare alle stampe un volume che raccoglie due cicli di omelie: il primo del periodo 19911993 a Sciaffusa, il secondo corrispondente alla sua attività di pastore a Misiones, nel nord dell’Argentina (2000-2003). Le meditazioni tenute a Sciaffusa agli inizi degli anni Novanta sono dirette a una piccola comunità evangelica composta di fedeli di lingua è stato recentemente riproposto anche dalla ministra per l’integrazione, di origine congolese, Cécile Kyenge. Sono quattrocentomila i nati in Italia da genitori stranieri, quindi italiani di fatto; l’applicazione dello ius soli è una questione di civiltà e uno snodo cruciale per il futuro, non solo dell’Italia ma anche di altri Paesi di immigrazione, tra cui la «democraticissima» Svizzera, che invece sta inasprendo i requisiti per concedere la cittadinanza. Per una cittadinanza europea. A Bruxelles, la cittadinanza europea è stato il tema principale della riunione plenaria annuale della Commissione Chiesa e Società (Csc) della Confe-

italiana, immigrati o discendenti di immigrati, abitanti nella Svizzera orientale. In Argentina, Cunz si trovò nuovamente guida spirituale di un gruppo di discendenti di immigrati, povera gente che in comune con la patria d’origine non aveva più neppure la lingua. Queste prediche da lui scritte in spagnolo sono state tradotte, mentre le prime vengono pubblicate come sono state scritte, cioè in italiano, lingua che Martin non solo conosceva ma anche fortemente amava. Colpisce constatare quanto intenso sia stato il rapporto di Martin con gli «stranieri» che si rifiutava di considerare tali, in quanto che per lui erano prima di tutto donne e uomini. Nel 1974 partecipò anche all’azione di accoglienza dei profughi cileni perseguitati da Pinochet organizzata dal pastore Guido Rivoir, attività che gli costò il posto di pastore che aveva assunto da pochi mesi a Locarno. A questa esperienza fecero seguito quattro anni di lavoro di assistenza ai rifugiati nel Soccorso Operaio di Zurigo, prima di dedicarsi a tempo pieno, per diciannove anni, al dialogo ebraico-cristiano nella Fondazione Chiesa ed Ebraismo e infine in Argentina al servizio delle sei comunità della Iglesia Evangelica Suiza. La «premessa» conclude osservando come tutta la vita di Martin Cunz sia trascorsa nella ricerca dell’incontro e del dialogo con l’«altro» e con lo «straniero», realizzando il comandamento del Deuteronomio: «Amate dunque lo straniero, perché anche voi siete stati forestieri nella terra di Egitto». renza delle Chiese europee (Kek). Il tema è stato affrontato sia da un punto di vista teologico sia da quello delle istituzioni europee e della società civile. In una tavola rotonda, il pastore riformato francese Didier Crouzet ha sottoli­neato come 1’idea cristiana di cittadino si situi tra l’affermazione individualistica dell’essere umano e la sua omologazione nella società, con il ruolo di critica costruttiva che il credente può portare verso le istituzioni politiche e la necessità di considerare il contesto pluralistico. La discussione ha sottolineato la necessità di una maggiore trasparenza nei processi decisionali e di progetti relativi alla cittadinanza gestiti dalle Chiese.


No. 229 23 notizie belle e buone

Notizie belle e buone Lettera a Küng. Il teologo lucernese Hans Küng ha ricevuto da papa Francesco una lettera, «manoscritta e fraterna», che per lui, sofferente del morbo di Parkison, costituisce «una quasi riabilitazione informale». Già partecipe quale esperto al Concilio Vaticano II, insegnante all’università tedesca di Tübingen, nel 1979 si era visto ritirare il diritto di insegnare quale teologo cattolico. Apprezzando i cambiamenti di stile del nuovo papa, Küng ritiene che la Chiesa cattolica ha bisogno di «numerose riforme radicali», anche se bisogna tener conto che non tutti sono pronti alle novità. Presidenza ticinese. L’assemblea 2013 delle Scuole cattoliche svizzere (ECS) ha eletto alla presidenza don Patrizio Foletti, direttore del Collegio Papio di Ascona e da trent’anni attivo nell’insegnamento. Dopo Filippo Lombardi e fra Agostino, continua… la scalata ticinese ai vertici svizzeri: adesso ci manca solo il consigliere federale… Santità laica. Papa Francesco ha autorizzato, il 5 luglio scorso, la Congregazione delle cause dei Santi a procedere alla promulgazione del Decreto sulle virtù eroiche di Giuseppe Lazzati, la cui causa di canonizzazione era stata avviata a Milano dal cardinal Martini il 18 maggio 1991. Bella notizia per tutto il laicato, perché significa che, stando nel mondo, come professore, politico, educatore, è possibile aspirare anche all’onore degli altari. Giusto in bici. Gino Bartali, una leggenda del ciclismo del XX secolo, vincitore di due giri di Francia e di innumerevoli altre gare, ha ricevuto a titolo postumo la menzione di «giusto tra le nazioni», la prestigiosa onorificenza attribuita in Israele a coloro che, a rischio della vita, hanno salvato ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale. Il «Ginaccio», dal cattivo carattere ma cattolico convinto, nelle sue trasferte per allenamento trasportava documenti falsi utili a persone ricercate dai nazifascisti. Rifugiati in convento. Attuando l’invito di papa Francesco, mons. Fürst, vescovo di Rottenburg-Stoccarda, ha proposto di accogliere rifugiati siriani nell’abbazia benedettina di Weingarten, nel Baden-Württenberg, vuota dall’ottobre del 2010 e che si trova sulla collina di San Martino, conosciuto patrono dei poveri. Un esempio da imitare, facendo rivivere molte strutture ecclesiastiche sottooccupate, anche in Ticino. Zanotelli laureato. L’Università di Taranto ha conferito la laura ad honorem in giurisprudenza al missionario comboniano Alex Zanotelli, già direttore della rivista «Nigrizia», per l’impegno a favore dei diritti umani e la tutela dei poveri e dell’ambiente, prima nella baraccopoli di Nairobi e poi nei quartieri meno favoriti di Napoli. Chiese ai musulmani. L’arcidiocesi cattolica di Birmingham ha venduto alla comunità musulmana locale la chiesa di Cobridge, perché, a causa della diminuzioni di fedeli, la parrocchia non aveva più mezzi sufficienti per mantenere il prete e l’edificio. Il Dio di Abramo continuerà così ad esservi pregato, chiamandolo ora Allah, ciò che in Malesia si vuole invece proibire ai cristiani! L’ex chiesa protestante di San Paolo a Sudbury (Ontario) è ora la seconda moschea della città. Il reverendo Walker, pur dispiaciuto della vendita, si rallegra che «Dio continuerà ad esservi lodato».

Suore coraggiose. Tre suore cattoliche stanno per fondare un convento nelle vicinanze di Fukushima. Kazue Hisamatsu, 75 anni, Setsuko Hayakawa, 74 anni, e Chiaki Hatanaka, 62 anni, hanno scelto come residenza la città di Minamisoma, situata ad appena 25 km dal luogo della catastrofe nella centrale nucleare. Le suore appartengono a ordini differenti e lavorano nel centro sociale locale «Caritas» e intendono vivere in comunità. Una parte della città di Minamisoma si trova nella zona di evacuazione e oltre un terzo dei settantamila abitanti non è stato ancora autorizzato a ritornare alle loro case. Donne premiate. Il Premio Nansen per i rifugiati, dotato di centomila dollari e conferito ogni anno dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite, è stato attribuito a Ginevra il 30 settembre alla religiosa congolese Angelica Namaika per la sua attività a favore delle donne (oltre duemila), vittime della violenza dei guerriglieri dell’«Esercito di resistenza del Signore» a Dungu, attivi nel Sud dell’Uganda e nel Nord-Est della Repubblica democratica del Congo. Il Premio dei diritti umani 2013 (ventimila franchi), della Fondazione bernese per la libertà, è stato attribuito alla svizzera Tilla Jacomet e alla somala Leyla Kanyare. Ambedue attive nella Svizzera orientale, la prima dirige il servizio giuridico per i richiedenti d’asilo dell’Aiuto protestante (Eper), la seconda è fondatrice dell’Associazione per l’integrazione dei somali. Il Premio interreligioso 2013 per la pace del Monte Sion di venticinquemila franchi è stato attribuito a Yisca Harani, ebrea, nata nel 1961, e a Margaret Karram, palestinese, cattolica, nata nel 1962, per il loro impegno a favore del dialogo tra ebrei, cristiani e musulmani. Chiesa verde. Non mancano di fantasia i parrocchiani che vogliono sostenere l’ecologia. C’è chi offre posteggi per biciclette davanti alla chiesa, chi utilizza solo bicchieri e piatti biodegradabili, chi prepara solo caffè del commercio equo, chi non usa pesticidi chimici per i sagrati. Il Centro canadese per l’ecumenismo incoraggia le comunità cristiane a praticare la tutela ambientale, fornendo consigli sulla riduzione dei rifiuti, il risparmio energetico e preghiere e insegnamenti catechistici per una Chiesa «sempre più verde». Libera Chiesa in libero Stato. Il governo del Principato del Lichtenstein intende stipulare un nuovo concordato con la Santa Sede che porterà alla separazione tra Stato e Chiesa cattolica, non più riconosciuta come Chiesa nazionale. Bene per la libertà dei cattolici e per tutti i cittadini! Sussiste la speranza che in democrazia siano i cittadini stessi a regolare i loro diritti con lo Stato, senza l’aiuto dei giuristi del Vaticano. Farina del diavolo. Nel 2012 i casinò svizzeri hanno registrato un prodotto (?) lordo di 757,5 milioni di franchi: 67,3 di meno rispetto al 2011. La diminuzione è stata registrata anche nelle case da gioco ticinesi: Lugano (-15), Mendrisio (-11) e Locarno (-3). A Lugano i conti chiudono con una perdita di un milione. Farina del diavolo che finisce in crusca… Disarmo doveroso. Il Dipartimento militare federale ha annunciato che nel corso del 2013 l’esercito svizzero inizierà a distruggere (beh, sì, senza usarle…) le bombe a grappolo che ha in deposito, in esecuzione della Convenzione internazionale che vieta tali ordigni, ratificata nel 2012. L’opera svizzera di bonifica terminerà solo nel 2017.


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opinioni

Ricordando Giorgio Orelli «La vita in fondo è breve, necessariamente breve» dichiarava Giorgio Orelli in un’intervista rilasciata a Claudio Lo Russo in occasione del suo novantunesimo compleanno («LaRegione», 24 maggio 2011). Ora, che se ne è andato a novantadue, saremmo tentati di dire che la vita dei poeti – come quella dei profeti – è sempre troppo «breve», perché lascia sospese tante domande, quelle che avremmo voluto porre per cercare di fare un po’ di luce alle loro parole. Tuttavia, Giorgio Orelli, che ha dialogato, fino all’ultimo, con i piani alti della letteratura (con l’amato Dante, in primis), ci ha insegnato che

le risposte alle domande si cercano nei testi, nel corpo vivo della parola. Sul doppio fronte della poesia e della critica, Orelli ha percorso sentieri che hanno messo al centro la materia linguistica, nella sua interazione di forma e di significato (a tal proposito, basta segnalare il suo ultimo volume di saggi, La qualità del senso, Casagrande, 2011). In questa prospettiva, il lavoro del poeta e quello dell’ermeneuta si sono nutriti a vicenda: ritroviamo nei suoi testi, lineari nell’apparente semplicità dei contenuti, che richiamano il quotidiano, l’eco letteraria di un fine lettore di grandi poeti, attento al «sospiro dei suoni».

In memoria Tornavo per farmi cambiare il nastro ormai privo d’inchiostro della mia vecchia Olivetti, e allungando, come faccio, passando in bicicletta davanti al tuo negozio, l’occhio di là dai vetri, ho visto che non c’era nessuno (forse Lina è di sopra con Dora) e ho visto chiuso per lutto (forse è morto Lino): da un po’ non ti vedevo, non mi contavi storielle. Volevo dirti che mi sono accorto solo adesso della totale scomparsa, a sinistra, di e, di o a destra. Il tasto è nero ma sempre lucente, se batto (eternamente con due dita) continuo a vederle, bianchissime, intatte o quasi, come, là in basso, la x. da «Il collo dell’anitra», Garzanti 2001 La poesia In memoria, che qui pubblichiamo, tratta da Il collo dell’anitra (Garzanti 2001), prende avvio da un evento: il poeta trova chiuso per lutto (significativamente la dicitura, in maiuscolo, è collocata al centro del testo) il negozio di macchine per scrivere dove si è recato per «cambiare il nastro ormai privo d’inchiostro». Il proprietario «forse / è morto». La scomparsa dell’uomo diventa l’occasione per parlare della precarietà della vita, degli altri e della sua (precarietà marcata dal «forse» sospeso due volte in fine di verso), di cui è icona la «totale scomparsa / a sinistra di E di O a destra» (le vocali della parola «morte») e del

mestiere del poeta («mi contavi storielle»). Ne fa fede l’immagine finale del poeta che batte «eternamente con due dita» il tasto «nero ma sempre lucente», in antitesi con «bianchissime» (riferito alle due lettere scomparse per il lungo uso): essa riconduce all’atto della scrittura, a cui è affidato il compito di opporsi alla transitorietà dell’esistenza. Ma se l’essenza della poesia si trova, per Orelli, nell’«identità di suono e senso», per cogliere appieno la bellezza di questi versi, il lettore vi si avvicini con la necessaria lenteur, ascoltandone i sospiri, cioè l’eco del senso. Margherita Noseda Snider

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In questo numero G …e benvenuto anche valerio (a.laf.) 1 Dossier Bisogni e diritti del mondo G la migrazione è un diritto dell’uomo (Dialoghi) G riscaldamento climatico e migrazioni (Marco Martucci) G Credere in un’Africa meno povera (Pietro Veglio) G Barranquilla: trent’anni, lavoro completato (Don Emilio Conrad)

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Articoli G non interrompere la sperimentazione sull’insegnamento religioso a scuola (Alberto Lepori) 10 G Lutero ha abbracciato Zwingli (Paolo Tognina) 12 G Il «padrenostro» deve cambiare? (Ernesto Borghi) 19 G ricordando giorgio orelli (Margherita Noseda Snider) 24 G osseratorio ecumenico G cronaca svizzera G notiziario (in)sostenibile G cronaca internazionale G notizie belle e buone

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dialoghi di riflessione cristiana www.dialoghi.ch Comitato: Alberto Bondolfi, Ernesto Borghi, don Emilio Conrad, Serse Forni, Aldo Lafranchi, Alberto Lepori, Daria Lepori, Enrico Morresi, Margherita Noseda Snider, Marina Sartorio, Carlo Silini Redattore responsabile: Enrico Morresi, via Madonna della Salute 6, CH-6900 Massagno, telefono +41 91 966 00 73, e-mail: enrico.morresi@sunrise.ch, redazione@dialoghi.ch Amministrazione di «Dialoghi»: c/o Claudio Cerfoglia, Salita dei frati 4A, 6900 Lugano, email: amministrazione@dialoghi.ch Stampa: Tipografia-Offset Stazione SA, Locarno I collaboratori occasionali o regolari non si ritengono necessariamente consenzienti con la linea della rivista. L’abbonamento ordinario annuale (cinque numeri) costa fr. 60.–, sostenitori da fr. 100.– Un numero separato costa fr. 12.– Conto corr. post. 65-7205-4, Bellinzona. La corrispondenza riguardante gli abbonamenti, i versamenti, le richieste di numeri singoli o di saggio e i cambiamenti di indirizzo va mandata all’amministratore.


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