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228 dialoghi di riflessione cristiana BIMESTRALE

© Olympia

Locarno – Anno 45 – Ottobre 2013

La poltrona vuota lasciata da papa Francesco a un concerto al quale era annunciata la sua presenza (da «Mosaico di pace», luglio 2013; titolo della rivista: «Scusate, parto per Lampedusa»).

«Dio è solo misericordia» «Finalmente – scriveva Raniero La Valle sul numero di luglio di “Koinonia” – abbiamo un pastore che invece di parlare di principi non negoziabili o condannare “comportamenti devianti” ci dà una buona notizia, una buonissima notizia. Questo pastore è il papa Francesco e la buona notizia, l’“evangelo”, è che Dio è misericordia, anzi che “Dio è solo misericordia”». Con Raniero La Valle si può senz’altro concordare, perché è vero che Jorge Mario Bergoglio ha aperto spiragli di speranza e ha confortato mi-

lioni di indigenti nel corpo e nello spirito. Vale però anche il parere di Hans Küng («Le Monde» del 26 settembre), secondo cui l’aiuto che il Papa è in grado di dare in quanto rappresentante dell’istituzione e della tradizione religiosa va al di là delle parole di consolazione e di incoraggiamento e si deve tradurre in atti di misericordia e di amore. Il teologo cita tre «immensi» gruppi di persone che in seno alla Chiesa cattolica sono «in stato di povertà»: i divorziati risposati, le donne che praticano la contraccezione e i preti

che hanno lasciato il ministero dopo essersi sposati. Il confronto potrebbe essere artificioso se ci si appiglia all’uno piuttosto che all’altro capo del problema per confermarsi in una preconcetta posizione «conservatrice» o «progressista». Nessuna delle due posizioni, con tutta probabilità, riflette l’animo del Papa. Ma la prima potrebbe essere l’atteggiamento di fondo da cui partire, la seconda una riforma da concordare con i fratelli nell’episcopato e tutto il popolo di Dio. Nell’attesa, la speranza è grande. E.M.

L’indice dei nn. 201-225 alle pagine 18-24


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Come parlare di peccato alle persone oggi? A tentoni la teologia e la liturgia affrontano il problema Lo spunto per parlare di peccato su «Dialoghi» mi è venuto non tanto da una riflessione sulle dottrine teologiche o etiche, bensì dalla «crisi» che attraversa la pratica della confessione nella Chiesa cattolica oggi. Tale «crisi» è particolare a questa Chiesa e alla sua teologia, così come si è sviluppata soprattutto a partire dal Concilio di Trento. Ma se si allarga il nostro sguardo ai secoli che hanno preceduto questo evento e alle altre Chiese cristiane nella loro storia moderna, si capisce meglio come la cosiddetta «crisi della confessione dei peccati» sia solo un aspetto particolare di una crisi ben più ampia, che tocca tutta la cristianità contemporanea. La categoria di peccato è comune a tutte le tre grandi religioni monoteiste, anche se assume volti diversi nelle singole tradizioni. Qui mi limiterò a proporre alcune considerazioni solo in ambito cristiano, tenendo conto, nella misura delle mie limitate competenze, delle varie sensibilità e riflessioni proprie a varie confessioni. Il primo fenomeno che salta agli occhi di tutti coloro che osservano la realtà sociale che ci circonda è la banalizzazione della parola «peccato». La lingua italiana ne è chiaramente testimone: «Peccato, il cattivo tempo ci ha impedito di fare la passeggiata», «È davvero un peccato non poter andare al cinema stasera»… di esempi se ne potrebbero fare molti. La banalizzazione del termine è colpa di uso sconsiderato che del peccato è stato fatto da parte delle religioni: è questa la ragione per cui in molti Paesi europei è invalso un uso del tutto banale del termine di peccato, rendendolo quasi inutilizzabile, oggi, per designare una realtà profonda che connota un rapporto profondamente distorto con Dio. Oltre la banalizzazione, va riscontrato anche un uso quasi esclusivamente moralizzante del termine, che pure lo rende parzialmente obsoleto per un uso teologicamente corretto. Il peccato è in primo luogo una connotazione dell’esistenza umana, prima che una azione precisa imputabile all’essere umano. Ogni generazione di credenti ha cercato di esprimere con linguaggio diverso questa disarmonia fondamentale che segna il rapporto che ciascuno di noi,

individuo e parte di un tessuto sociale, intrattiene con Dio. La teologia contemporanea, sia cattolica sia protestante, critica aspramente la riduzione della categoria di peccato al solo comportamento moralmente riprovevole. Ma quali sono le cause profonde di questo restringimento nella comprensione del peccato? Non è possibile dare una risposta in poche battute. Mi limito dunque solo a evocare più che sommariamente alcune delle possibili cause della citata strettoia, senza la pretesa di essere esaustivo e preciso. di Alberto Bondolfi

In ambito cattolico il peccato non solo è stato compreso in senso quasi esclusivamente morale, bensì ha sperimentato un restringimento ulteriore in termini giuridico-penali. L’uomo è peccatore e contrae con Dio un debito, una colpa, che dovrà espiare. Dopo i secoli in cui la Chiesa dell’antichità e del primo Medioevo esercitava il potere di perdonare i peccati prevedendo l’esclusione dall’Eucarestia per periodi più o meno lunghi a seconda della gravità del peccato commesso (riconciliandosi con i peccatori solo in situazioni «solenni», come la notte di Pasqua), il tardo Medioevo e la prima Età moderna hanno visto prevalere una comprensione in termini giuridici del perdono dei peccati: il perdono può essere pronunciato solo a condizione che sia preceduto da una ammissione di colpa (chiamata appunto «confessione»), nella sua integralità di specie e di numero di peccati commessi, condizione necessaria per ottenere un verdetto di assoluzione. Fu il Concilio di Trento a fissare le regole precise di questo processo di giuridizzazione. I Riformatori protestanti misero radicalmente in discussione la concezione soggiacente a questa visione «giudiziaria» e «penale» del peccato e del perdono da parte di Dio in Gesù Cristo. La categoria di peccato non è più concepita solo in termini morali ma diventa espressione del rapporto che ogni essere umano ha con Dio, rapporto distorto e segnato da una radicale insufficienza e incapacità umane. Il perdono da parte di Dio è assolutamente gratuito e irreversibile e non può essere quantificato in formule giudiziarie precise. Nella variante

luterana, il rito della confessione dei peccati rimane, ma ha scopo pedagogico e non esprime un potere che Dio avrebbe delegato ai pastori delle comunità dei credenti. Nella tradizione riformata ogni ritualizzazione del perdono dei peccati sparisce a favore dell’affermazione radicale secondo cui ogni uomo è salvato dalla sola fede e rimane nella condizione di «giusto e peccatore nello stesso tempo». Il dialogo ecumenico attorno alla realtà del perdono di Dio, fondamento comune ad ogni tradizione confessionale e alla necessità di una sua ritualizzazione, non è stato molto intenso e avrebbe sicuramente bisogno di un approfondimento comune che metta in luce i limiti delle singole tradizioni e tracci le linee di un rinnovamento comune. Se si legge con attenzione il Nuovo rituale della penitenza della Chiesa cattolica, si possono localizzare alcuni elementi di questo rinnovamento: – il ministro e il penitente si accolgono mutualmente, come Cristo ha accolto ogni peccatore; – entrambi ascoltano la Parola del Signore; – entrambi confessano l’amore che Dio porta per ciascuno di noi mentre confessano il proprio peccato; – il perdono viene accolto e viene testimoniato davanti a tutti. La recita in comune del Padre nostro prima della formula di assoluzione mette in evidenza l’unità di tutti gli elementi sopra evocati. È difficile poter dire se sia possibile e realista inserire questi elementi di una teologia rinnovata del peccato e della penitenza in un rituale comprensibile all’uomo contemporaneo. Ci troviamo probabilmente ancora in una fase di passaggio, in cui molti cattolici vivono il disagio della prassi che li ha segnati soprattutto durante la loro gioventù ma non hanno ancora individuato possibilità di aderire a nuove modalità di espressione, individuale e comunitaria, del perdono che il Signore, in Gesù Cristo, ci ha annunciato e realizzato. Oso sperare che si avvii una riflessione comune a tutti i cristiani e cristiane delle varie Chiese su come esprimere al meglio la coscienza che siamo sempre e comunque peccatori ma la misericordia del Signore supera ogni nostro senso di colpa.


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Concilio e antropologia moderna da coniugare per gestire un sacramento in «crisi di fiducia» Nel diario, inedito, di un giovane prete, inizio anni Sessanta, si legge un aneddoto curioso. Il tempo era quello in cui «essere di Chiesa» dipendeva molto dal rispetto dei «cinque precetti», tra i quali l’andare a messa tutte le domeniche e le altre feste comandate e confessarsi una volta all’anno e comunicarsi almeno a Pasqua. Se si articolano i due precetti si ricupera la tradizione della Chiesa medievale del pre-Concilio quando, la domenica, comunione e messa erano due riti distinti, rigorosamente separati: comunione il mattino, messa più tardi, in un’ora alla portata di tutti. Era inimmaginabile che alla «messa grande» si perdesse tempo a distribuire la Comunione ai fedeli. Sarebbe stato, oltre tutto, un dispetto agli uomini, che non avrebbero atteso l’Ite, missa est per lasciare la chiesa, complice il Codice di diritto canonico che, per la validità giuridica dell’osservanza del precetto festivo (concetto oggi del tutto privo di senso), sanciva l’obbligo della presenza soltanto dall’Offertorio alla Comunione (del celebrante). Della «liturgia della Parola» non esisteva nemmeno il nome, epistola e vangelo erano bisbigliati in latino dal celebrante, la schiena rivolta al popolo. Nelle messe solenni «in terza», il suddiacono cantava l’epistola, spalle al popolo, mentre il diacono il vangelo lo cantava rivolto a una parete laterale dell’abside. Per i fedeli, tempi morti. Dal momento che il solo a comunicarsi era il celebrante, imporre a tutti un momento di preghiera di ringraziamento dopo la comunione non avrebbe avuto senso. Escluse dalla comprensione dei testi e delle preghiere, le donne pie recitavano il rosario. Il precetto: «non mangiare carne al venerdì» è stato cancellato negli anni Cinquanta, unitamente all’obbligo del digiuno eucaristico. «Pagare le imposte di culto secondo le usanze» ha trovato, quando ha trovato, soluzioni locali. Per il Catechismo, la non osservanza dei precetti costituiva peccato grave, mortale, una rottura dunque del rapporto di Dio con noi e di noi con lui, impossibilità di accostarsi alla comunione, prenotazione dell’Inferno per l’eternità in caso di morte improvvisa senza un atto di contrizione in extremis. Il rimedio? La confessione.

Una conseguenza di quell’organizzazione della pratica dei sacramenti era che la mattina di Pasqua, prestissimo (in certe parrocchie alle cinque del mattino) si apriva il tempo della confessione annuale degli uomini, seguita immediatamente dalla comunione. L’ora mattutina assicurava una certa riservatezza. Nel diario, il giovane prete racconta che il mattino di una Pasqua, agli uomini che confessavano di essere tornati a ricadere nell’inveterato peccato di non andare a messa la domenica, al posto delle di Aldo Lafranchi

solite dieci Avemarie per penitenza assegnò loro di andare a messa tutte le domeniche fino alla Pasqua successiva. «È successo un piccolo finimondo. Invece di almeno provare a capire il senso della penitenza rimediata, per liberarsi del peso inaspettato, ci fu chi si rivolse ad altri preti. Tutti a deprecare la gravosa penitenza e a rimproverarmi uno squilibrato eccesso di zelo pastorale». L’aneddoto racconta di un modo di praticare la confessione e di un tentativo di ricuperare serietà a quella pratica. «Avere già programmato di ricominciare a non andare a messa la domenica, nel momento stesso in cui si confessa il peccato e si chiede perdono al Signore, è irridere il sacramento». Poco seri anche i confratelli: «in sede di catechismo, illustrando le condizioni di validità del sacramento, sono i primi a insistere sulla necessità della contrizione, seria solo se tradotta nel proponimento, almeno in quel momento sincero, di non più ripetere il peccato». L’episodio si iscriveva in un’atmosfera di tendenza al ribasso: «A noi giovani preti si ripete continuamente che l’ottimo è nemico del bene, che pretendere troppo da fedeli spiritualmente poco raffinati significa allontanarli invece che avvicinarli, anche se il “troppo” è la condizione per una degna celebrazione del sacramento. Per gli uomini, presentarsi in chiesa il mattino presto è considerata prova di sufficiente predisposizione alla confessione». «Eppure – continua il diario – andare a messa la domenica non ha a che fare con la fragilità congenita della natura umana, è un precetto positivo

che porta a fare qualcosa di bello, di prezioso. Con la riforma della liturgia la Chiesa sta riscoprendo il significato originario della messa: beati gli invitati alla Cena del Signore! Dare una mano a un cristiano affinché nel giorno del Signore risponda al suo invito alla Cena sarebbe eccesso di zelo?». Oggi quel mondo non esiste più. Se ci si chiede come mai fosse invalso quel modo di confessarsi, la risposta è che a portare il penitente davanti al confessore era il precetto. Catechismo e predicazione motivavano il dovere della messa festiva, dicendo: è un precetto della Chiesa. Che i fedeli fossero obbligati a presenziare a un culto incomprensibile, all’autorità non poneva nessun problema. Il concetto che non andare a messa la domenica fosse il rifiuto dell’invito del Signore ad incontrarsi con Lui non circolava: se lo si incontrava, era nella comunione, al di fuori della messa. Un precetto non fa vibrare le corde del cuore, a differenza del rapporto con le persone. Il precetto non registra sgarbi se non viene eseguito, non gioisce se viene rispettato. Si confessava il peccato senza il coinvolgimento emotivo della coscienza, necessario alla formazione della contrizione e del proponimento di non più peccare. La confessione dopo il Concilio La speranza di rivitalizzazione della vita cristiana suscitata dal Concilio non si è concretata nella pratica della confessione. Negli ultimi decenni è infatti andata viepiù scemando, e con essa purtroppo anche la partecipazione domenicale alla Cena del Signore. Nello stesso tempo, dei cinque precetti della Chiesa si sono perse le tracce. Per un motivo semplice: avendo il Concilio chiesto all’omelia di commentare i brani della Sacra Scrittura proclamati all’assemblea dei fedeli, dal momento che nella Scrittura, legge fondamentale della Chiesa, i cinque precetti non ci sono, non sorprende che abbiano perso il posto che avevano nella predicazione. L’evoluzione che ha colpito la frequenza al sacramento della Penitenza e la partecipazione domenicale alla Cena del Signore non può tuttavia essere imputata all’uscita di scena dei precetti. La


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ragione, ben più profonda, sta nella crisi che ha investito la società occidentale negli anni del post-Concilio. Nella Chiesa, segnali di insofferenza nei confronti dell’autorità (la Curia romana) erano affiorati fin dalle prime mosse del Concilio, nel 1962. Nell’estate precedente il quarto e ultimo periodo del Concilio, la cui ripresa era fissata per il 14 settembre 1965, in una serie di allocuzioni e omelie Paolo VI denunciò «la crisi dell’autorità e la crisi dell’obbedienza nella Chiesa». Alcuni vi intravidero «un monito al Concilio», un’anticipazione di ciò che il Papa avrebbe potuto dire alla riapertura delle assise conciliari. Sul tavolo c’erano schemi controversi in attesa di essere votati, tra questi la dichiarazione sulla libertà religiosa1. Il 14 settembre, il discorso del Papa «fu lungo, pronunciato in un elegante latino che non tutti i padri riuscivano a seguire, il tono, contrariamente alle aspettative di alcuni, del tutto positivo: un’esortazione all’unità dei cuori e delle menti che evitava qualsiasi riferimento diretto ai problemi concreti del Concilio»2. La crisi dell’autorità e della sottomissione all’autorità divenne il Manifesto del ’68. Da allora ad ogni autorità si chiede di rendere conto delle ragioni delle decisioni che prende. Il tempo dell’«è cosi perché è così» era tramontato. Dalla sottomissione all’autorità in nome del principio di autorità («lo dice il Presidente, lo dice la legge, lo dice il Papa…») si è passati al diritto-dovere dei cittadini di verificare il senso delle decisioni che li riguardano. Nella Chiesa la prova generale fu l’enciclica Humanae vitae di Paolo VI (luglio 1968): per la prima volta alcune conferenze episcopali osarono, per solidarietà con i fedeli, manifestare pubblicamente disagio. La domanda è se il riconoscimento conciliare della libertà di coscienza abbia aperto la strada alla libertà della contestazione dell’autorità nella Chiesa. C’è chi la tesi la sostiene: «Il ’68 ha soltanto accentuato la contestazione nella Chiesa, rendendola permanente, diventando un momento simbolico in cui il sistema, pur mantenendo istituzioni, forza sociale e culturale, persone, anche giovani, perde le sue assise, la sua credibilità, sprofondando simbolicamente, nel senso che la sua voce non domina più e diventa un’istituzione tra le altre, costretta in permanenza a legittimarsi»3.

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Libertà di coscienza e modernità La dichiarazione conciliare Dignitatis humanae sulla libertà di coscienza non va considerata un regalo, nel senso del dono non dovuto. Con quel riconoscimento la Chiesa cattolica ha raggiunto la modernità nell’ambito dell’antropologia promossa dalle moderne scienze umane, in particolare la fenomenologia e la psicologia. Se ci si chiede che cosa costituisca il cuore dell’esperienza che l’uomo fa di sé in quanto uomo, che cosa fondi la sua umanità, dove stia l’essenza ultima dell’uomo, la risposta è: nell’interiorità della sua coscienza, intesa quale autoconsapevolezza di esserci, di esistere, luogo della solitudine radicale e inviolabile della persona, solitudine che è limite ma nel contempo possibilità per l’uomo di decidere liberamente, responsabilmente, il proprio destino. La coscienza luogo della libertà che fonda la dignità dell’uomo. Secondo i filosofi cristiani medievali, oltre al rispetto la coscienza merita anche una fiducia di principio. Sa infatti distinguere spontaneamente il bene dal male. A questa dote innata e universale i filosofi assegnarono il nome greco di sinderesi, che significa vedere, osservare, fissare lo sguardo, esame di sé. Per Tomaso d’Aquino è «la scintilla dell’anima» che, oltre a distinguere il bene dal male, è anche tendenza dell’animo umano verso il bene e verso il rifiuto del male (Summa Theologiae, 1,1 q. 94, art. 1), è capacità dell’uomo di desiderare il bene e provare rimorso per il male compiuto. «Nessuno può cancellare dallo spirito umano il principio fondamentale che bisogna fare il bene ed evitare il male» (Ivi, I-II, q. 94. ad 6). Il riconoscimento del ruolo determinante della coscienza oggi è confermato con sorprendente forza dalla più alta autorità della Chiesa, che per il suo ministero i lumi li chiede al Vangelo e non al diritto canonico. «La questione, per chi non crede in Dio, sta nell’obbedire alla propria coscienza. Il peccato, anche per chi non ha la fede, c’è quando si va contro la coscienza. Ascoltare e obbedire ad essa significa, infatti, decidersi di fronte a ciò che viene percepito come bene o come male. E su questa decisione si gioca la bontà o la malvagità del nostro agire»4. «Dio nella creazione ci ha resi liberi: l’ingerenza spirituale nella vita personale non è possibile.

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Bisogna sempre considerare la persona. Qui entriamo nel mistero dell’uomo»5. Il riconoscimento che «la coscienza sopravanzi la religione»6 rende giustizia a coloro che nel Novecento hanno lottato, sopportando le conseguenze fino alla scomunica, per rendere possibile il dialogo della Chiesa con le sensibilità del mondo moderno. La coscienza e la confessione L’idea che qui si propone è che, spostando l’accento dai precetti all’individuo, dall’istituzione alla coscienza, la promozione della libertà di coscienza influenzi la pratica del sacramento della Penitenza. Dal racconto del giovane prete s’è visto come la trasgressione di un precetto non metta in movimento la contrizione necessaria alla pratica rispettosa del sacramento. Per dar forma e consistenza alla contrizione il cristiano deve attivarsi nella sua coscienza. La prova che sia decisivo quanto avviene nella coscienza sta nel riconoscimento che la contrizione ottiene il perdono dei peccati, anche del peccato grave. Lo ammetteva il vecchio Catechismo, anche se a fatica, come sola eccezione nel caso disperato del peccatore «in punto di morte e in assenza del confessore». Il Nuovo Catechismo, trent’anni dopo il Concilio, ha più considerazione per la funzione della coscienza. Riconosce come la contrizione porti il perdono della colpa «ogniqualvolta comporti la ferma risoluzione di ricorrere, appena possibile, alla confessione sacramentale» (n. 1452). Da eccezione a regola. Il cambiamento non è di poco conto, anche se il lettore potrebbe chiedersi che senso abbia obbligare un cristiano a confessare di nuovo un peccato già perdonato, o che cosa succederebbe se la ferma risoluzione non venisse concretizzata (Dio cancella il perdono?). È una disposizione disciplinare, a conferma del principio che «la confessione individuale completa, con la relativa assoluzione, resta l’unico modo ordinario grazie al quale i fedeli si riconciliano con Dio e con la Chiesa» (n. 1484). Oggi le disposizioni disciplinari soffrono della crisi che tocca l’autorità. La constatazione che, col passar del tempo, esse subiscano modifiche, possano essere decretate e poi abolite, adattate ai tempi, è il segnale della loro relatività: l’essenza delle cose la sfiorano senza intaccarla. Lo ammette, implicitamente, il Nuovo Catechismo quando


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ricorda che la disciplina della Penitenza ebbe, all’inizio, forma pubblica, riguardava i peccati di idolatria, omicidio e adulterio, e la riammissione dei peccatori nella Chiesa avveniva dopo un lungo periodo di esclusione dalla vita liturgica della comunità, mentre l’attuale disciplina, nella sua forma privata, è stata importata sul continente europeo nel VII secolo da un monaco irlandese. (n. 1447). Per l’uomo d’oggi, la posizione che sempre più si diffonde nei confronti della dialettica tra libertà di coscienza e la declinante influenza delle varie Chiese sul piano disciplinare la riassume Pier Cesare Bori scrivendo che «rispetto alle Chiese sentiamo che il nostro elemento distintivo è la libertà, non come indifferenza e fastidio verso ogni norma ma come attenzione e docilità all’autorità interiore. Di fronte alle istituzioni delle Chiese ci atteggiamo con questa libertà e riteniamo queste istituzioni talvolta apprezzabili, talvolta ammirevoli, talvolta non inutili, comunque non indispensabili»7. Peccato veniale, peccato mortale Anche sulla distinzione tra peccato veniale e peccato mortale negli ultimi decenni le cose si sono sostanzialmente modificate. Fino al Concilio, a decidere il peccato e la sua gravità era il Catechismo. Per l’esame di coscienza indicava come traccia i dieci comandamenti e i precetti della Chiesa. Peccati mortali certi erano l’idolatria (primo comandamento), la bestemmia (secondo comandamento), il non santificare la domenica (terzo), l’uccidere (quinto), tutti i peccati riguardanti il sesso (sesto), il desiderare la donna d’altri (il nono), mentre la trasgressione degli altri comandamenti era ritenuta veniale o mortale a seconda dell’entità e di eventuali danni provocati a terzi. Colpisce l’aspetto di automatismo meccanico dell’applicazione, come se a contare fosse soltanto la materialità dell’atto, indipendentemente dalla persona e dal suo contesto. Peccato grave era pure la trasgressione dei cinque «precetti della Chiesa». Anche mangiare carne il venerdì. Nel diario del giovane prete non manca l’aneddoto. Un giovane chiedeva se mangiare un salamino di venerdì fosse peccato mortale. «Provo una difficoltà insormontabile a immaginare Dio punire con la dannazione nel fuo­

co eterno un cattolico che, senza pentirsi e senza essersi confessato, abbia gustato un salamino di venerdì» fu la risposta, che non mancò di finire alle orecchie di preti i quali redarguirono il giovane confratello per avere contraddetto l’insegnamento ufficiale della Chiesa. Il Nuovo Catechismo rivoluziona l’esame di coscienza. Va eseguito «alla luce della Parola di Dio. I testi più adatti allo scopo sono da ricercarsi nella catechesi morale del Vangelo e delle lettere di Paolo». Per la catechesi morale del Vangelo è indicato «il Discorso della Montagna», per la catechesi morale paolina «gli insegnamenti apostolici, in particolare Rom. 12-15, 1 Cor. 12-13, Gal. 5, Ef. 4-6» (n. 1454). Il «Discorso della Montagna» non si riduce all’elenco delle nove beatitudini, occupa tutto il capitolo quinto del vangelo di Matteo: «Avete udito che fu detto agli antichi: non uccidere, ma io vi dico: chiunque si adira con il fratello sarà sottoposto al giudizio. Avete udito che fu detto: non commetterai adulterio, ma io vi dico: chiunque guarda una donna desiderandola, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore (…). Avete udito che fu detto: occhio per occhio, dente per dente, ma io vi dico: se uno ti percuote sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra, se uno ti costringe a fare un miglio con lui, tu fanne due con lui (…), avete udito che fu detto: amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico, ma io vi dico: amate i vostri nemici…». La Lettera ai Romani tratta dei doveri sociali: «Siate solleciti per le necessità dei santi, premurosi nell’ospitalità; benedite quelli che vi perseguitano, non compiacetevi della vostra sapienza, non rendete a nessuno male per male; se è possibile, per quanto è in voi, state in pace con tutti e se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere, non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male». Tra i doveri sociali: «Ciascuno sia sottomesso alle autorità superiori, non c’è autorità se non da Dio, e quelle che esistono sono ordinate da Dio». Quando l’autorità deraglia, è sulla propria coscienza che il cristiano deve contare per sapere come comportarsi: «Non siate debitori di alcunché con nessuno, se non di amore vicendevole, perché chi ama il prossimo ha adempiuto la Legge. Infatti il non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare,

e qualsiasi altro precetto culmina in questa parola: amerai il prossimo tuo come te stesso. La carità non fa nessun male al prossimo. La carità è ciò che adempie la legge (…); comportiamoci con decoro: non gozzoviglie ed ebbrezze, non lascivie e impudicizie, non rissa e gelosia, ma rivestitevi del Signore Gesù Cristo, e non seguite la carne nelle sue concupiscenze». La Prima lettera ai Corinti propone l’inno alla carità: «È magnanima, è benigna, non è invidiosa, non si vanta, non manca di rispetto, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta». La Lettera ai Galati: «le opere della carne: fornicazione, impudicizia, libertinaggio, idolatria, malefizi, inimicizie, litigio, gelosia, discordie, fazioni, invidie, ubriachezza, orge e cose del genere, circa le quali vi prevengo: chi le commette non erediterà il Regno di Dio». Per contro, «il frutto dello Spirito è amore, gaudio, pace, longanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, temperanza». La lettera agli Efesini esplicita la vita nuova in Cristo: «Dite ciascuno la verità al prossimo, adiratevi ma non peccate, non tramonti il sole sopra la vostra ira; chi rubava cessi di rubare, nessuna parola cattiva esca più dalla vostra bocca, scompaia da voi ogni asprezza, sdegno, ira, clamore e maldicenze con ogni sorta di malizia, siate benevoli, misericordiosi, benevoli gli uni verso gli altri; nessuna parola cattiva esca più dalla vostra bocca, ma parole buone per conferire grazia a quelli che ascoltano; quanto alla fornicazione, a ogni specie di impudicizia, o cupidigia, neppure se ne parli tra voi, come si addice ai santi; egualmente per la volgarità, le insipienze, le trivialità, cose sconvenienti; nessun fornicatore, o impudico, o idolatra avrà parte del regno di Cristo e di Dio; non ubriacatevi di vino, il quale porta alla dissolutezza, ma siate ricolmi dello Spirito, inneggiando al Signore nei vostri cuori». Se qui non ci si è limitati a segnalare le fonti suggerite dal nuovo Catechismo ma sono stati riportati interi brani, è per far toccare con mano al lettore come la Scrittura apra una ricchezza di orizzonti che il vecchio esame di coscienza non permetteva nemmeno lontanamente di intravedere. La catechesi morale dei Vangeli e delle lettere apostoliche non è uno scarno elenco di atti proibiti bensì un ambi-


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zioso progetto di società, che parte dal riconoscimento che l’uomo è, per sua natura, un essere in relazione (a immagine del Dio trinitario). Vive, cresce, gioisce, opera, soffre in costante relazione con gli altri, col mondo. La morale del Nuovo Testamento è una strada che indica all’uomo come muoversi per riuscire al meglio nelle relazioni interpersonali, decisive per la salute della mente e del corpo. Straordinario l’invito a sperimentare l’insospettata qualità del benessere interiore che discende da comportamenti raffinati e paradossali come l’amare i nemici, il porgere l’altra guancia, dare da mangiare al nemico se ha fame… Una lezione che svela i limiti dei pregiudizi del buon senso comune. Limpido è il messaggio che obiettivo delle norme morali sia il rispetto di sé e degli altri. Evitare le «opere della carne» assicura rapporti interpersonali rispettosi. Nella cattedrale di Rio de Janeiro, recentemente, il vescovo di Roma ai giovani indicò, quale stella polare cui rifarsi per sapere cosa fare e come comportarsi nella vita, le Beatitudini e il capitolo 25 del vangelo di Matteo («Avevo fame e mi avete dato da mangiare…»). Se le indicazioni morali del Nuovo Testamento fossero praticate, la società sarebbe un paradiso in terra. Purtroppo il Male è iscritto nella nostra natura, ne sfrutta le debolezze insinuandosi nei rapporti interpersonali seminandovi difficoltà, zizzania, disponibilità al litigio, odio, convincendo chi litiga e non perdona di avere tutte le ragioni per insistere a comportarsi in quel modo. Identico obiettivo per i rapporti tra i popoli. «Non siamo all’altezza della fatica, del coraggio e della tenacia che la lotta contro il male chiede, in tutte le sue forme, non siamo all’altezza di resistere alla pressione del male»8. È l’inidoneità strutturale che ci fa sempre e comunque poveri e peccatori di fronte a Dio, bisognosi in ogni momento della sua misericordia. «Signore, non sono degno…». Ad aggravare il peso del peccato si aggiunge un’altra colpa, pure strutturale: «Esiste tra gli uomini una solidarietà la quale fa sì che ciascuno sia in un certo senso corresponsabile per tutte le ingiustizie e i torti che si verificano nel mondo, specialmente di quei delitti che avvengono in sua presenza o con la sua consapevolezza. Quando uno non fa tutto per impedirli, diventa colpevole pure lui. Chi non ha messo a repentaglio la propria vita

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per impedire il massacro degli altri, ma è rimasto senza fare nulla, si sente colpevole in un senso che non può essere adeguatamente compreso da un punto di vista giuridico, politico o morale. Il fatto che uno sia ancora in vita quando succedono cose del genere costituisce per lui una colpa incancellabile». L’autore, Karl Jaspers9, si riferisce alla Germania di Hitler e definisce «metafisica» la colpa di essere ancora in vita quando altri sono invece morti e non si è fatto il possibile per impedire la loro fine. La colpa metafisica può, ad esempio, essere motivo del suicidio di prigionieri sopravvissuti al campo di concentramento. Ogni giorno muoiono di fame 24.000 bambini e il mondo (noi) sta a guardare… Dentro simili orizzonti, disquisire di colpa leggera o colpa grave perde non solo di importanza ma di significato. Non è casuale che la questione sia ormai estranea alle preoccupazioni dell’uomo d’oggi. Postilla. La questione: peccato veniale - peccato mortale era legata alla disciplina di stampo giansenistico: «l’Eucaristia è un premio per i santi, non un rimedio per chi è debole»10. In una simile visione, confessione e comunione erano concettualmente e anche cronologicamente legate: ci si confessava le rare volte (i giansenisti consigliavano rarissime volte, a motivo della nostra indegnità) che si faceva la comunione. Malgrado il giansenismo sia stato condannato nel Settecento, il principio «l’Eucaristia è il premio dei santi» ebbe larghissima diffusione nell’Ottocento e fino oltre la metà del Novecento. L’idea dell’Eucaristia come «rimedio» è tornata ad essere prevalente per chi, sapendo di essere povero e peccatore di fronte a Dio, quando va a messa sente il bisogno di incontrare il Signore e la sua misericordia. Come la parte appartiene al tutto, oggi la comunione è vissuta quale parte integrante della messa: beati gli invitati alla Cena del Signore. La «concorrenza» delle preghiere di perdono La minore frequenza del sacramento della Penitenza può essere ascritta anche alla concorrenza rappresentata dalle preghiere di domanda di perdono venute alla luce con l’uso della lingua volgare nelle celebrazioni liturgiche. Sentire e capire le parole

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apre alla possibilità di sperimentare su di sé la forza di una parola che realizza ciò che dice. L’Atto penitenziale che dà inizio alla messa si conclude con la preghiera «Dio onnipotente abbia misericordia di noi, perdoni i nostri peccati e ci conduca alla vita eterna». Rispondendo «Amen», i fedeli per i quali le parole del celebrante non sono una formula rituale vuota, ripetuta meccanicamente in modo distratto, sentono in quel momento che Dio nella sua misericordia i peccati li perdona e nel cuore provano pace e riconoscenza. Non succedeva prima della riforma della liturgia quando, mormorata in latino, ai piedi dell’altare, la domanda di perdono in pratica non perdonava perché per il Catechismo ci voleva la confessione. Altre preghiere della messa sono domande di perdono. Per il nuovo Catechismo «la lettura della Sacra Scrittura, le preghiere della liturgia delle Ore e del Padre nostro ravvivano lo spirito di penitenza, di conversione e contribuiscono al perdono dei peccati» (n. 1437). Postilla fuori luogo. I testi della Scrittura proclamati alla comunità andrebbero trattati con rispetto. Il problema esisteva già nella Chiesa primitiva se Paolo, parlando della «edificazione della comunità», ai cristiani di Corinto scrisse: «Se non articolate parole chiare con la lingua, come si può comprendere ciò che viene detto?» (1 Cor. 14,9). Nelle nostre chiese il rispetto della Parola passa dall’insegnare ai lettori come si legge un testo in pubblico affinché i presenti lo possano non soltanto sentire (voce alta) ma anche assimilare (ritmo lento), e dal corretto funzionamento degli impianti di amplificazione. Confessione e liturgia dei morti Confrontare la liturgia dei morti prima e dopo il Concilio può servire da conclusione delle riflessioni sull’evoluzione della pratica del sacramento della Penitenza. Chi non ha vissuto il clima di ossessione del peccato (ci voleva poco, pochissimo perché fosse grave) e del relativo terrore dell’Inferno che caratterizzava la vita religiosa ancora negli anni Quaranta e Cinquanta del secolo scorso, si trova in difficoltà a ricostruire quel mondo drammaticamente grandioso che tanto terrificava e agitava la fantasia e le emozioni, non soltanto dei bambini, e che Plinio Martini ha, per fortuna, fissato nel suo «Requiem per zia Dome-


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nica»11. Contava il non farsi sorprendere in peccato mortale dalla morte improvvisa, che arriva quando meno te l’aspetti e a qualunque età. Esisteva, per trasmissione verosimilmente orale, un’antologia di casi assurdi, raccontati con dovizia di particolari dai predicatori di turno, di persone integerrime per tutta la vita, anche bambini, che a causa di un solo peccato mortale non confessato, sorpresi da morte improvvisa, senza l’avvertenza per un estremo atto di contrizione perfetta stavano bruciando tra dolori strazianti in mezzo alle fiamme dell’Inferno, per l’eternità, attorniati da diavoli divertiti con le forche. «A subitanea et improvisa morte, libera nos Domine» si cantava. Qualcosa di quell’atmosfera gli amanti della buona musica possono ricuperare ascoltando i «Requiem» (Mozart, Verdi, Cherubini e altri), con la sequenza «Dies irae, dies illa» e il responsorio «Libera me Domine de morte aeterna in die illa tremenda»: testi che risuonavano nell’«Inferno» di Dante Alighieri. La preoccupazione, inculcata a cominciare dai bambini, era di essere sempre in

grazia di Dio, per cui benedetta era la confessione frequente. Oggi chi va a un funerale, se bada alle preghiere, ai testi, all’omelia, si trova immerso in tutt’altra atmosfera. Si può dire che la liturgia postconciliare della morte traduca la credenza del teo­logo cardinale Hans Urs von Balthasar, morto nel 1988, secondo il quale l’Inferno esiste ma sarebbe vuoto. Una tesi che mette in crisi chi conta su un minimo di giustizia. Ad ogni buon conto, evaporata l’ossessione del peccato, l’orrore di finire all’Inferno ha lasciato il posto alla certezza di un destino di festa senza fine, in Paradiso, trionfo della misericordia del Signore. Oggi i maestri dello spirito mettono in primo piano l’iniziativa di Dio nei confronti dell’uomo. Compito dell’uomo è di lasciarsi avvolgere dal suo amore, dalla sua misericordia senza fine. Accogliendo con commozione il perdono, a noi non resta che intonare il canto dell’infinita gratitudine. Non è il forte messaggio che anche il nuovo vescovo di Roma Francesco invia con insistenza al mondo, fin dal secondo giorno del suo nuovo ministero?

NOTE 1. John W. O’Malley, Che cosa è successo nel Vaticano II, Vita e Pensiero, Milano, 2010, p. 259. 2. Ibidem. 3. Jean-Louis Schlegel, La révolution dans l’Eglise, Esprit, Paris 2008, p. 54. 4. Francesco, vescovo di Roma, La mia lettera a chi non crede, «la Repubblica», 11 settembre 2013. 5. Francesco, vescovo di Roma, in «La Civiltà cattolica», 19 settembre 2013, p. 463. 6. Sorella Maria, L’ineffabile fraternità, Qiqajon, Comunità di Bose, Magnano 2007, p. 337. 7. Pier Cesare Bori, «CV», il Mulino, Bologna 2012, p. 132. 8. Pierangelo Sequeri, Parola e parole, ABSI, maggio 2013, no. 13, p. 83 9. Karl Jaspers, La questione della colpa, la responsabilità della Germania, Raffaello Cortina Editore, Milano 1966, p. 22. 10. Antoine Arnauld, De la fréquente communion, Parigi 1643. 11. P. Martini, Requiem per Zia Domenica, Il formichiere, Milano 1976: «Il primo libro di narrativa italiana che affronti con competenza teologica la crisi del cattolicesimo moderno» (Giovanni Pozzi).

Franco Binda

Il mistero delle incisioni Archeologia rupestre nella Svizzera Italiana I cosiddetti massi coppellari, monoliti affioranti dal terreno che recano incisioni e segni particolari e attraggono per l’alone di mistero che li circonda, non riportano parole comprensibili o incisioni di tale evidenza da permettere una collocazione cronologica e da svelarne una paternità certa. Il libro che vede la luce, completando e aggiornando le pagine date alle stampe qualche anno fa sullo stesso argomento, illustra con grande cura decine di massi e d’incisioni rupestri che hanno, per così dire, trasformato la superficie litica nella pagina di un libro i cui autori non sono ancora noti, ma che un giorno si spera di poter identificare.

Presentazione di Riccardo Carazzetti Prefazione di Marco Borradori e Manuele Bertoli 250 pp. con illustrazioni a colori e in b/n Formato 22 x 27,5 cm, CHF 45.–

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osservatorio ecumenico

osservatorio ecumenico Assemblea mondiale del CEC a Busan (Corea) La decima Assemblea del Consiglio Ecumenico delle Chiese (CEC o WCC, World Council of Churches) si svolgerà a Busan, nella Repubblica di Corea, dal 30 ottobre all’8 novembre. L’Assemblea è il massimo organo di governo del CEC e si riunisce ogni sette anni. Ha il mandato di rivedere i programmi, rilasciare dichiarazioni pubbliche e determinare le politiche globali del CEC, oltre a eleggere il presidente e un comitato centrale che sovrintende i lavori del Consiglio fino alla prossima Assemblea. Insieme con le Chiese membri del CEC, alcune organizzazioni partner e altre Chiese hanno una forte presenza all’evento, per cui l’Assemblea è il più grande raduno di cristiani di diverse confessioni nel mondo. L’opportunità è unica per le Chiese, di approfondire il loro impegno per l’unità visibile e la testimonianza comune. Il CEC è stato istituito con la prima Assemblea di Amsterdam (Paesi Bassi 1948). La decima Assemblea sarà la prima che si tiene nel Nord Est asiatico: la Corea è stata scelta a motivo del singolare mix ecumenico che offrono le Chiese coreane; l’invito è frutto dello sforzo congiunto delle molte Chiese del paese, da quelle membri del CEC, alle evangeliche e pentecostali. In Corea è pure presente una fiorente Chiesa cattolica. Il tema: «Dio della vita, guidaci alla giustizia e alla pace» è un punto di riferimento per la riflessione teologica, per il culto e per la meditazione, così come per la pianificazione delle attività programmatiche, prima, durante e dopo l’Assemblea.

Trasloca da Ginevra la Conferenza delle Chiese europee Una nuova costituzione, che renderà la Conferenza delle Chiese europee (Kek) una struttura più agile e più direttamente controllata dalle Chiese; un «quartier generale» che da Ginevra (dove la Kek aveva i suoi uffici centrali sin dalla sua fondazione nel 1959) si sposterà a Bruxelles, in Belgio, chiudendo la sede «storica» nel Centro ecumenico della città elvetica ma (se le finanze lo permetteranno) mantenendo l’ufficio di Strasburgo (Francia). Questi, in sintesi, i risultati della 14° Assemblea dell’organismo ecumenico europeo (che riunisce 120 Chiese protestanti, ortodosse, anglicane e vecchio-cattoliche) svoltasi a Budapest dal 3 all’8 luglio con la partecipazione di oltre 400 persone. È stata un’Assemblea «difficile» e sostanzialmente rivolta a questioni interne, soprattutto alla formulazione di una nuova Costituzione, necessaria per alleggerire la struttura che nel tempo era diventata troppo complessa e costosa. Finora infatti la Kek consisteva di un segretariato generale (con sede a Ginevra) e tre commissioni, in pratica semi-autonome: la Commissione teologica («Chiese in dialogo», con sede Ginevra); «Chiesa e società», confluita nella Kek nel 1999 ma nata indipendentemente come «Commissione ecumenica europea per Chiesa e società» (con sedi a Bruxelles e Strasburgo) e la «Commissione delle Chiese per i migranti in Europa» (con sede a Bruxelles), la cui integrazione con la Kek non è ancora completa. La nuova Costituzione prevede l’abolizione delle Commissioni, per sostituirle con una struttura più centralizzata,

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Cura dimagrante anche per gli organi di governo: abolito il Praesidium (dieci membri, riunioni due volte l’anno), dimezzato il numero dei membri del Comitato centrale: da 40 a 20; il nuovo organo – che si chiamerà Consiglio direttivo – si riunirà due volte l’anno anziché una sola, per poter mantenere un più effettivo controllo sulle attività. Ridimensionata anche l’assemblea, con una diminuzione del numero dei delegati per ciascuna Chiesa-membro; abolita inoltre la partecipazione all’assemblea delle organizzazioni aderenti (una quarantina), che però potranno essere invitate. Una decisione, quest’ultima, che ha creato molto malumore, non solo tra i rappresentanti delle organizzazioni ma anche tra molti delegati che hanno visto in questa decisione uno scivolamento verso una concezione troppo istituzionale (se non addirittura «clericale») dell’organismo ecumenico. (da una relazione di Luca Maria Negro, in «Riforma», Torino, 12 luglio 2013).

Nuova costituzione per gli evangelici svizzeri Una nuova Costituzione per la Federazione delle Chiese evangeliche in Svizzera (Fces) è stata presentata nel corso di una conferenza stampa tenutasi il Berna il 4 giugno scorso. La nuova struttura organizzativa, conforme al diritto ecclesiastico, dovrà ora passare al vaglio delle singole Chiese cantonali, per poi entrare in vigore dal 1. gennaio 2016 con il nuovo nome di «Chiesa protestante in Svizzera». Sarà introdotto un Sinodo nazionale composto dai delegati delle Chiese cantonali, il quale eleggerà un Consiglio di 9 membri deputato a difendere gli interessi delle Chiese nei confronti delle autorità federali, delle istituzioni nazionali e delle organizzazioni internazionali. Il presidente del nuovo organismo rappresenterà la Chiesa protestante nel Paese e all’estero. Inoltre sarà istituita una «Giornata della Chiesa» (Kirchentag), da tenersi ogni due anni. «Unità nella diversità: questo lo scopo della nuova costituzione», ha affermato il presidente della Fces, il pastore riformato Gottfried Locher. Le Chiese cantonali, pur rimanendo indipendenti, diverranno la Chiesa protestante in Svizzera. La consultazione delle singole Chiese cantonali si concluderà il 30 novembre 2013.

Il Catechismo di Heidelberg Il 2013 segna il 4500 anniversario di un testo che può a buon diritto essere annoverato non sola tra i classici del protestantesimo ma dell’intera cristianità. Fu infatti nel gennaio del 1563 che venne dato alle stampe il Catechismo di Heidelberg, un piccolo libro che in 129 domande e risposte ha dato forma alla fede di moltissime generazioni di evangelici riformati (quelli che hanno seguito la riforma di Calvino e di Zwingli) in tutto il mondo. Il suo nome deriva dalla città tedesca, sede di un’importante università, nell’ambito della quale il Catechismo venne composto. Commissionato dal principe elettore Federico III con l’intento di istruire le giovani generazioni e di offrire un sicuro riferimento per la predicazione, il Catechismo si diffuse rapidamente oltre i confini tedeschi, prima in Olanda, poi nel resto d’Europa e oltre, divenendo per calvinisti e presbiteriani ciò che il Piccolo catechismo di Lutero fu per i luterani. In Italia ne è stata recentemente pubblicata una nuova traduzione, commentata dal teologo valdese Paolo Ricca (La fede cristiana evangelica. Un commento al catechismo di Heidelberg, ed. Claudiana).


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Chi è povero da noi, in Svizzera? (…per tradurre in cifre il pensiero del Papa) Sono 580 mila le persone ufficialmente considerate «povere» in Svizzera. Di questo non proprio esiguo battaglione (stiamo parlando di un abitante del nostro Paese su tredici) fanno parte gli individui al di sotto della «soglia di povertà». Per esempio chi vive da solo con meno di 2.200 franchi al mese, oppure le coppie con due figli che non ne percepiscono più di 4.050. Lo riferisce l’ultimo rapporto sulla povertà emanato dall’Ufficio federale di statistica. In Ticino, detto per inciso, nel 2011 la percentuale di persone che viveva con un reddito al di sotto della povertà assoluta era del 13% (pari a circa 43.000 unità). C’è chi canta vittoria, perché dal 2007 (data in cui si è cominciato a calcolare questo dato) al 2011 la percentuale degli indigenti è diminuita di quasi due punti percentuali, ossia del 20%. E poi andiamo meglio rispetto agli altri Paesi europei, dove il rischio di povertà è del 16,9%, contro il 15% della Svizzera. Ma sarebbe fuorviante festeggiare. Prima di tutto perché oltre alla povertà assoluta ne esiste una relativa. In base ad essa si parla di «rischio di povertà». La soglia è stata individuata dall’Unione Europea «al 60% della media del reddito disponibile equivalente». Fatti i debiti calcoli, nel 2011 il 14,3% della popolazione elvetica, ovvero 1.090.000 di persone, era a rischio di povertà. La metà di esse ha dovuto vivere con un reddito inferiore all’80,1% della soglia di rischio di povertà. In Ticino la percentuale sale al 17,8% della popolazione. In secondo luogo le fluttuazioni statistiche verso il basso non devono trarci in inganno. L’indagine elvetica si basa infatti su un campione di circa 7 mila economie domestiche. 17.000 persone sono state selezionate in maniera aleatoria (nel nostro cantone 300 economie domestiche, pari a 750 persone). «Trattandosi di un’indagine a campione – ha spiegato di recente al «Corriere del Ticino» Eric Stephani dell’Ufficio cantonale di statistica – i dati rappresentano solo il valore centrale di un ventaglio di valori possibili, il cosiddetto intervallo di confidenza. Nel 2011 il 7,6% (+/–0,7) della popolazione svizzera poteva fare affidamento su un reddito al di

sotto della soglia della povertà assoluta. Quindi la percentuale si situava tra il 6,9% e il 8,3%. Nel 2007 il tasso era del 9,5% (+/–0,8), dunque tra il 8,7% e il 10,3%. Considerando l’intervallo di confidenza, si può dunque dire che negli ultimi anni non si sono registrati variazioni significative». E in Ticino, «nel 2011 la percentuale di persone che viveva con un reddito al di sotto della povertà assoluta era del 13% (circa 43.000 unità). Ma, visto il numero basso di interviste, l’intervallo di confidenza è ampio: va dall’8,1% all’17,9%. In pratica il numero di poveri nel nostro cantone è compreso tra le 27.000 e le 59.000 unità». La statistica svizzera offre anche un ritratto abbastanza preciso dei poveri nel nostro Paese: «Le persone senza formazione scolastica post obbligatoria risultano essere povere» due volte di più rispetto a chi ha studiato anche dopo la scuola dell’obbligo. Anche le donne registrano un tasso di povertà superiore agli uomini (8,6% contro lo 6,7%). Come gli ultra 65.enni, con un tasso del 16,1%. Ma nel caso degli anziani nel calcolo non figurano i loro eventuali patrimoni. Non sorprende, purtroppo, scoprire che tra le categorie sociali più a rischio va annoverata quella delle famiglie monoparentali (21,9%). E poi c’è la grande categoria dei senza lavoro: solo il 3,7% di chi è occupato è toccato dall’indigenza, contro il 14,7% dei disoccupati. Se, poi, all’interno di un’economia domestica non lavora nessuno, il tasso di povertà raggiunge il 20,7%. Tra le categorie più fragili, l’abbiamo scritto, c’è quella degli anziani. Lo ha spiegato recentemente ai media ticinesi Piergiorgio Cagnasso, responsabile del servizio sociale di Pro Senectute Ticino e Moesano: «Aumentano gli anziani e parallelamente cresce il numero di persone che hanno bisogno d’aiuto. Nei nostri Centri regionali di consulenza e assistenza sociale verifichiamo circa 7.400 situazioni all’anno. La maggior parte di quanti si rivolgono a noi ha problemi economici o di salute che si ripercuotono sulle finanze. Nel 2012 le persone viste nell’ambito della consulenza sociale sono state 3.173. Il 54% di loro godevano della prestazione complementa-

re alla rendita AVS (nel 2012 in Ticino erano 15.676 in totale i beneficiari di tale aiuto)». La ricerca dell’USTAT chiarisce pure il concetto di «deprivazione materiale», una realtà che tocca in Svizzera 250.000 persone, pari al 3,3% dell’intera popolazione. Si tratta di «un’insufficienza dovuta alla carenza di risorse finanziarie in almeno tre di nove categorie coordinate a livello europeo». Eccole: riuscire a far fronte a una spesa imprevista di 2.000 franchi, poter finanziare ogni anno una settimana di vacanza fuori casa, non avere pagamenti in arretrato, potersi permettere un pasto a base di carne o pesce almeno ogni due giorni, poter riscaldare come si deve i luoghi dove si abita, possedere una lavatrice (o avervi accesso), avere un televisore a colori, possedere un’automobile. Il tasso di deprivazione materiale del 2011 risulta «sensibilmente inferiore» a quello tra il 2007 e il 2010. Ma solo per ragioni di linguaggio. «Nel 2011 sono state riformulate alcune domande volte a raggiungere una migliore raffrontabilità a livello internazionale». Insomma, i risultati del 2011 non sono direttamente paragonabili con quelli degli anni precedenti. Qualche settimana prima della presentazione del rapporto sulla povertà tra il 2007 e il 2011, l’Ufficio federale di statistica aveva anche rivelato che gli svizzeri che hanno a disposizione dei redditi bassi tendono a rinunciare alle cure mediche, sacrificando la loro salute per ragioni finanziarie. I dati si riferiscono al 2011 e mettono in evidenza una sorta di circolo vizioso dovuto all’indigenza. Proprio chi percepisce bassi salari, infatti, dichiara di non godere di buona salute ma di non farsi curare proprio per via dei costi. Tra le persone prese in esame dallo studio, il 31% di coloro che dicono di avere una salute «non buona» è a rischio di povertà. Tra chi invece non ha problemi finanziari la percentuale è soltanto del 17%. Lo scarto è ancora maggiore (38% contro 18%) per chi soffre di privazioni materiali. Un circolo vizioso: più si è poveri, più la salute è fragile, più si è costretti a rinunciare a determinate attività. Oltre al medico e alle cure, s’intende. c.s.


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cronaca svizzera

cronaca svizzera a cura di Alberto Lepori

Proposte giovanili. Il Consiglio cantonale dei giovani del Ticino, riunito il 19 aprile a Bellinzona, ha rivolto al Governo un articolato documento su 15 (!) diversi argomenti, comprendenti tutti diversi punti. Tra essi, nel capitolo «Materie nella scuola media» formula una richiesta relativa alla «Storia delle religioni» («Come avviene in diverse sedi e anche sulla base di quanto scaturirà dalla fase pilota in corso in diverse sedi, chiediamo che in terza e quarta media l’insegnamento della storia delle religioni sia reso obbligatorio in tutto il Cantone. Siamo fermamente convinti che alla base dell’accettazione delle diversità ci sia la conoscenza reciproca») e nel capitolo «Diversità e integrazione» una richiesta sui «simboli religiosi nelle scuole» («Vista anche la situazione odierna in cui vi è una crescente multiculturalità, riteniamo che la scuola sia un luogo di studio e quindi all’interno dei suoi spazi debbano trovare posto solo affissioni di tipo educativo, come, ad esempio, poster e cartelloni riguardanti materie obbligatorie. Chiediamo quindi che non vengano affisse croci alle pareti nelle aule scolastiche»). Altre proposte dei giovani ticinesi sono meritevoli di essere conosciute e discusse: purtroppo il documento è stato pressoché ignorato (lo ha pubblicato integralmente il mensile «Risveglio» della Federazione docenti ticinesi). Preghiera ecumenica. In occasione della Festa federale di ringraziamento (già Digiuno federale, istituito nel 1832), cinquecento cristiani di diverse confessioni e di diversi cantoni hanno partecipato il 14 settembre a Berna ad una «preghiera per la Svizzera», recitata nelle quattro lingue nazionali. La manifestazione si è svolta alla «Grosse Schanze», dominata dalla cupola federale e decorata dalle bandiere federale e cantonali, con corali di Bach e musica liturgica serba ortodossa e alla fine una colletta a favore dei copti egiziani perseguitati. Vescovi cercansi. Alla lunga vacanza (da «vacuum» = vuoto) che mortifica come «orfanelli dimenticati», malgrado la presenza attiva di mons. Grampa, i cattolici luganesi, si apre una nuova successione per le dimissioni anticipate (a 70 anni) del vescovo di Sion mons. Brunner, mentre sembra

in corso una ricerca (già iniziata nel dicembre 2012) di un nuovo vescovo in aiuto a mons. Morerod di Friburgo, a capo della vasta diocesi romanda comprendente quattro diversi cantoni. Viste le lungaggini della procedura per giungere a queste nomine (indagine da parte del Nunzio, decisioni a Roma che deve occuparsi di oltre quattromila vescovi di tutto il mondo…), sempre più si avverte, specialmente in Svizzera abituata a pratiche più rapide, democratiche e pubbliche, che venga definita una procedura di consultazione con la partecipazione dei cattolici delle singole diocesi, come da tempo chiede questa rivista (dal primo numero di «Dialoghi», del 1968!) e come fu auspicata dal vescovo Eugenio Corecco, canonista riconosciuto e qui ignorato, e oggi richiesta da un numero sempre maggiore di laici e chierici, compreso qualche cardinale in pensione! È quanto chiediamo alla Conferenza dei vescovi svizzeri che (veneranda istituzione, da 150 anni esistente e festeggiata, che deve conservare proposte, progetti e magari anche qualche promessa in merito…): una procedura democratica, pubblica e trasparente da adottare, «in aiuto al Nunzio e al Vaticano», poi il Papa, servus servorum, ne farà l’uso (servizievole…) che riterrà meglio opportuno alla maggior gloria di Dio. Nando Fabro, uomo libero della Chiesa genovese e promotore del gruppo e della rivista «Il Gallo», ci ha insegnato che «nella Chiesa c’è la libertà che si conquista». Vale anche per gli Eccellentissimi svizzeri: forza, un po’ di coraggio, nipotini di Tell! Da augurarsi che la difficoltà del Nunzio di Berna a trovare i candidati per i posti scoperti nelle diocesi svizzere non sia causata dal desiderio espresso da papa Francesco, di avere «vescovi miti, pazienti, misericordiosi», non ambiziosi e senza psicologia da principi, come ha indicato ricevendo a Roma i nunzi. Nuovo direttore di «Choisir». L’amico p. Albert Longchamp ha lasciato al confratello Pierre Emonet la direzione del mensile dei gesuiti ginevrini, fondato nel 1959. Longchamp è stato per vent’anni direttore del settimanale «L’Echo-Magazine», collaboratore del francese «Témoignage chrétien», presidente della Federazione internazionale dei giornalisti cattolici, pro-

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vinciale dei gesuiti svizzeri e membro di numerose commissioni episcopali. Intende ora dedicarsi più ampiamente al ministero e alle pubblicazioni. Padre Emonet è da tempo collaboratore del mensile, di cui è stato redattore dal 1996 al 2007; anche lui già provinciale svizzero, è specialista di sant’Ignazio, fondatore dei gesuiti, del quale sta scrivendo una nuova biografia. Amichevoli auguri a tutte e due. Zurigo chiede essere diocesi. Il Consiglio sinodale della Chiesa cattolica del Canton Zurigo ha chiesto, già nel dicembre 2012, alla Conferenza dei vescovi svizzeri (CES) di avviare la procedura per l’istituzione di una diocesi separata da quella di Coira, istanza che la CES ha respinto lo scorso aprile per incompetenza (mah!) invitando gli zurighesi a rivolgersi a Coira e poi eventualmente alla Santa Sede. Le autorità diocesane di Coira si sono dette disposte a esaminare la richiesta, già formulata nel 1990. Intanto la Chiesa di Zurigo, prevedendo tempi biblici, ha costituito un fondo «Diocesi di Zurigo» accantonando 1,1 milioni di franchi. La decisione finale spetta al Papa, ma Zurigo può sempre… tagliare i viveri se non è esaudita. La diocesi di Coira comprende i cattolici dei Grigioni e quelli dei Cantoni Svitto, Uri, Untervaldo, Glarona e Zurigo. In ogni Cantone diocesano esiste una cosiddetta «Chiesa cantonale» retta dal diritto pubblico e l’unione alla diocesi di Coira dipende ancora da una decisione «provvisoria» risalente all’inizio del XIX secolo, quando fu smembrata la diocesi tedesca di Costanza. Vademecum contestato. Una commissione incaricata dai vescovi svizzeri, presieduta dal prof. Libero Gerosa della Facoltà teologica di Lugano, senza rappresentanti della RKZ (la «Commissione cattolica romana» che si occupa del finanziamento della Chiesa cattolica svizzera) ma con l’assistenza di rappresentanti vaticani, ha elaborato un documento, definito «Vademecum», sulle corporazioni di diritto pubblico (cioè le Chiese cantonali) che gestiscono le finanze a livello locale e hanno relazioni non sempre ideali con i vescovi. La pubblicazione del rapporto (una quindicina di pagine) non è stato particolarmente apprezzato dalla RKZ, già per il fatto di essere stata ignorata (anche se è sempre il «popolo di Dio» che paga, comprese le commissioni episcopali), avviando così un confronto che tuttavia è necessario. Il tema è stato affrontato nell’ultima riu-


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nione dei vescovi, all’inizio di settembre, i quali hanno definito il rapporto «una base di lavoro», «quale contributo in vista di continuare lo sviluppo del sistema in vigore», da farsi «in comune (finalmente!) con i responsabili delle corporazioni ecclesiastiche». Ma non si poteva pensarci prima? Il rapporto è consultabile in: www.eveques.ch/documents/communiques. Il professore Daniel Kosch, segretario generale della RKZ, ha recentemente pubblicato uno studio sull’argomento presso l’editrice Schulthess di Zurigo. Nel frattempo l’RKZ ha deciso di aumentare del 3% il contributo per i compiti pastorali nazionali, da 7,1 a 7,35 milioni di franchi, per la durata di tre anni (2014-2018). Un gesto elegante di distensione…

luglio, si prestano a più di una riflessione. Nel 2012 il Ticino ha registrato 2839 nascite e 2998 decessi, il calo delle nascite è evidente da anni (negli anni 60 erano quasi quattromila per una popolazione di circa 250.000 abitanti). In Svizzera nel 2012 le nascite sono state 82.200, con un aumento di 1400 rispetto all’anno precedente. Le donne straniere sono più prolifiche: 186 figli contro 142: non è il caso di limitare l’immigrazione. Aumentate in Ticino le nascite fuori del matrimonio (in totale 564), mentre nel 24,6% dei matrimoni il marito è alla seconda unione. Diminuiti lievemente i divorzi (704 coppie), con una durata media del vincolo di 15,9 anni. Tutti dati, con altri, da tenere presenti quando si dibatte di nuova evangelizzazione!

Abolita la Commissione Terzomondo. La Commissione Terzomondo (Cotmec) dei cattolici di Ginevra, attiva da quarantacinque anni nel denunciare le ingiustizie verso i Paesi e i poveri del Sud, cesserà l’attività, per decisione comunicata dal vescovo Farine, alla fine dell’anno. La soppressione avviene dopo mesi di discussione e viene giustificata con l’intenzione di riorganizzare l’attività della Chiesa ginevrina nel settore sociale. La COTMEC era criticata in certi ambienti per l’orientamento terzomondista e per essere di fatto il «terminale» della Commissione nazionale «Giustizia e Pace», anch’essa «ridimensionata» dai vescovi svizzeri con un taglio dei mezzi finanziari. A cinquant’anni dalla Pacem in terris e dal Vaticano II, sono segni preoccupanti, che contrastano con le speranze suscitate da papa Francesco, che vuole «una Chiesa povera e per i poveri». Un colloquio è in corso col vescovo diocesano mons. Molerod

Crocefissi nei tribunali. Il Governo del Canton Zugo propone di respingere un postulato dell’Unione democratica di Centro che chiede l’esposizione del simbolo del crocefisso nella sala del Tribunale superiore, perché tale imposizione da parte del parlamento sarebbe una violazione del principio della separazione dei poteri. L’UDC, in cerca di consensi clericali, si preoccupa più del simbolo che dei «crocefissi della storia»; il Governo zughese si nasconde dietro un formalismo giuridico affermando che il simbolo cristiano può continuare a rimanere dove c’è, invece di applicare la laicità negli edifici in cui viene esercitata la giustizia per tutti i cittadini.

Risvegliare la brace… L’abate di Einsiedeln, Martin Werlen, per celebrare l’anno della fede, vuole «risvegliare la brace sotto la cenere» e tiene ogni giovedì una funzione nella chiesa del santuario, aperta a credenti e non credenti. L’opuscolo dell’abate, in cui aveva soffiato sulla cenere (già denunciata dal cardinal Martini), pubblicato anche da «Dialoghi» sul n. 225 dello scorso febbraio, è ora disponibile in cinque lingue (tedesco, italiano, francese, danese e olandese) e in un audiolibro. Statistiche… per meditare. Le statistiche della popolazione ticinese e svizzera, fatte conoscere all’inizio di

Finanze ecclesiastiche. La Federazione ecclesiastica cattolico romana del Canton Vaud (che festeggerà nel 2014 il cinquantesimo di esistenza) ha chiuso l’esercizio 2012 con un avanzo di 52.000 franchi, su un totale di entrate di 25,1 milioni, dei quali ben 24,9 milioni costituiti dal sussidio cantonale. La principale uscita è costituita dalla retribuzione del personale (20,9 milioni), 181,4 sono gli impieghi a tempo pieno, mentre il totale dei collaboratori pastorali è di 221 persone: 80 preti e 141 laici (di cui 101 donne). Piccolo beneficio finanziario invece per la Collettività ecclesiastica cantonale cattolica del Giura: i conti si sono chiusi con fr. 1922 di attivo, mentre si prevedeva un deficit di oltre 240.000 franchi. Ci sono state entrate superiori da parte delle persone morali (bene!) e meno uscite per salari (male!). La Corporazione ecclesiastica cattolica di Friburgo (CEC) ha votato per il 2013 un preventivo che per la prima volta supera i 10 milioni di franchi, soste-

nuto dai contributi delle parrocchie. Il personale per il servizio pastorale del Cantone Friburgo comprende 69 preti (-1 rispetto al 2011) e 81 laici (+3). La spesa, sostenuta dalla Cassa per la retribuzione dei ministeri pastorali (CMP), è di oltre 12 milioni di franchi. In difficoltà finanziaria è invece la diocesi, per il venir meno delle donazioni: il vescovo necessita di un aiuto supplementare di fr. 250.000 chiesto alla CEC e al Cantone Friburgo. Cifre liete invece per la Chiesa cattolica di Zurigo, con entrate per 55 milioni di franchi e un’eccedenza di attivi per un milione. Alla diaconia sono stati destinati 18 milioni, per la formazione 13. Alla Paulus-Akademie verrà versato un contributo di 1,25 milioni, fr. 140.000 annui per il servizio pastorale d’urgenza ecumenico, che dispone di cento agenti pastorali. Caritas svizzera. Tre centri scolastici sono stati inaugurati in maggio nella regione di Port-au-Prince (Haiti), grazie all’aiuto dell’opera caritativa svizzera. Il terremoto del 2010 aveva distrutto quattromila scuole e ucciso quarantamila allievi e 1300 docenti. Caritas sta costruendo cinque complessi scolastici, per circa 2500 allievi: gli ultimi due saranno terminati nella primavera 2014. Caritas svizzera ha pure investito, con l’aiuto della Catena della solidarietà, dieci milioni di franchi in Birmania, devastata nel 2008 da un ciclone che ha provocato 140.000 morti e colpito 2,4 milioni di persone. Dopo l’intervento d’urgenza, Caritas ha costruito 41 edifici scolastici e cinque posti sanitari, impegnandosi inoltre per un aiuto duraturo nel settore agricolo. Per papa Francesco, «Caritas è la carezza della Chiesa verso il suo popolo». Povera Svizzera. I negozi Caritas sono un termometro dell’aumento dei poveri in Svizzera. La cifra d’affari dei 23 negozi è aumentata nel 13% rispetto all’anno precedente, a prova dell’accresciuto degrado sociale. Caritas prevede di aumentare a 30 i centri per aiutare le famiglie nel bisogno, con prodotti di prima necessità a prezzi scontati, messi a disposizione da circa 400 grandi distributori e produttori. Secondo l’Ufficio federale di statistica, sono 580.000 le persone che vivono in situazione di povertà, e oltre un milione sono minacciate: si tratta specialmente di famiglie monoparentali con bambini o di persone sole con reddito inferiore a fr. 2200. («Corriere del Ticino» del 14 agosto).


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opinioni

Come la Svizzera partecipa al saccheggio dei Paesi poveri Ai Paesi in sviluppo vengono sottratti annualmente miliardi di redditi di cui avrebbero bisogno per lottare contro la povertà e gli effetti negativi dei cambiamenti climatici. Queste enormi perdite sono causate dall’evasione fiscale delle loro élites e delle multinazionali. Kofi Annan, già segretario generale dell’ONU, l’ha ricordato di recente senza mezzi termini sul «New York Times». Nell’articolo si sottolinea che nessun continente quanto l’Africa soffre per le conseguenze dei flussi finanziari illeciti verso i Paesi industrializzati1. Kofi Annan chiede esplicitamente a Svizzera, Gran Bretagna e Stati Uniti di finalmente adottare le misure che si impongono per aumentare la trasparenza nel settore finanziario. Mediamente, le entrate fiscali dei Pae­ si in sviluppo rappresentano il 17% del loro prodotto interno lordo (PIL). Nei Paesi industrializzati ricchi questa percentuale ammonta al 35%, ma in numerosi Paesi poveri africani non raggiunge neppure il 15%. Secondo l’opinione unanime di esperti dello sviluppo e del Fondo Monetario Internazionale (FMI), è troppo poco per finanziare un apparato amministrativo in grado di funzionare. Esiste dunque un enorme potenziale di recupero. Due elementi concorrono essenzialmente all’insufficienza delle entrate di bilancio dei Paesi in sviluppo: sistemi fiscali inadeguati ed amministrazioni fiscali deboli. Grandi settori dell’economia, in primo luogo il settore informale, vengono appena sfiorati dal fisco o vi sfuggono del tutto. Per rimediare a questa situazione, l’FMI e l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) sostengono – con un aiuto finanziario e la consulenza tecnica – riforme radicali nei sistemi fiscali dei Paesi in sviluppo. Vari programmi della nostra Segreteria di Stato dell’economia (SECO) perseguono pure questo obiettivo. Ma tali riforme fiscali consistono molto spesso nell’introduzione di imposte sui consumi, che colpiscono pesantemente le fasce più povere della popolazione. Come i Paesi ricchi, anche quelli in sviluppo conoscono la piaga dell’evasione fiscale, favorita nel loro caso

da amministrazioni fiscali meno efficienti. L’evasione fiscale è anzitutto opera dei loro cittadini ricchi, che depositano i loro averi all’estero senza dichiararli al fisco. A queste perdite si aggiungono quelle causate dalla pratica delle multinazionali, che spostano – spesso in tutta legalità – i loro guadagni in territori a fiscalità light, come la Svizzera. Dopo la crisi finanziaria ed economica del 2008, la comunità internazionale ha dichiarato guerra alle numerose «oasi fiscali» del pianeta, ma i progressi finora registrati in materia di trasparenza non hanno giovato ai Paesi in sviluppo. Il caso della Svizzera è esemplare. Messo sotto pressione dall’OCSE, il nostro Paese a partire dal 2009 ha concluso nuove convenzioni di doppia imposizione con una quarantina di Paesi. In presenza di un fondato sospetto di sottrazione fiscale, questi accordi permettono di chiedere uno scambio d’informazioni bancarie. Ma nella lista di questi nuovi trattati fiscali negoziati dalla Svizzera si cercherebbero invano i Paesi più deboli. Dall’inizio di quest’anno la pressione internazionale sui paradisi fiscali si è accentuata. In particolare, l’Unione europea (UE) desidera che lo scambio automatico d’informazioni diventi lo standard internazionale in materia di fiscalità. Grazie all’effetto dissuasivo che tale regime assicurerebbe, il cambiamento sarebbe estremamente utile anche ai Paesi in sviluppo. L’UE sta attualmente elaborando un piano d’azione che le permetterà di infliggere sanzioni alle piazze finanziarie insufficientemente trasparenti. Ne sono previste anche per i Paesi che praticano una concorrenza fiscale sleale. Nel mirino ci sono gli Stati che privilegiano i redditi delle imprese ottenuti all’estero. La Svizzera è fra questi, con i «famosi» regimi fiscali cantonali per le holding e società simili, che inducono le multinazionali a trasferire i profitti dai Paesi ove vengono generati verso la sede legale dell’impresa in Svizzera: ad esempio, tramite pagamenti di interessi o la contabilizzazione di prestazioni di servizi in maniera elevata.

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L’UE non è più l’unica organizzazione che vuole abolire questi regimi fiscali particolari. È entrata in guerra anche l’OCSE che, nell’ambito del programma sull’erosione della base imponibile ed il trasferimento degli utili (BEPS), prevede misure per combattere la concorrenza fiscale sleale fra sedi nazionali potenziali di multinazionali. A tale crescente pressione, la Svizzera reagisce con misure dilatorie. Mentre Eveline Widmer-Schlumpf già riflette ad alta voce sullo scambio automatico d’informazioni, il Consiglio federale, ufficialmente, s’impegna per una strategia soft del «denaro pulito». Le banche dovrebbero – sulla base di un’autocertificazione dei loro clienti – garantire che non accettano più fondi non dichiarati. Ma le autocertificazioni di conformità fiscale, già introdotte a titolo volontario da diverse banche, non servono a molto, come ha dimostrato una recente ricerca della «Neue Zürcher Zeitung»2. Un impiegato di banca vi ammette spudoratamente che i patrimoni in provenienza dai Paesi in sviluppo sono «abitualmente non dichiarati» e che le banche hanno molti dubbi sulla veridicità delle informazioni contenute nei formulari. Ma non si fa nulla per migliorare la situazione. Per questa ragione, la «strategia del denaro pulito» ha poche possibilità di imporsi in alternativa allo scambio automatico d’informazioni. L’ha capito anche l’Associazione svizzera delle banche private, il cui presidente, Nicolas Pictet, si è espresso pubblicamente a favore dello scambio. Vorrebbe tuttavia escluderne i Paesi emergenti ed in sviluppo, con il pretesto che in questi Paesi la sicurezza giuridica sarebbe insufficiente. Il fiorente commercio delle banche svizzere con i fondi non dichiarati dei Paesi del Sud dovrebbe dunque poter continuare senza ostacoli. La Svizzera cerca una scappatoia anche per l’imposizione delle imprese. Il Consiglio federale propone di sostituire i regimi fiscali cantonali per le holding e società simili con prodotti di licenza. Ciò darebbe alle multinazionali la possibilità di sottrarre al fisco dei Paesi in sviluppo gli utili ivi prodotti, mediante il pagamento di elevate licenze in Svizzera. Mark Herkenrath, (Alliance Sud) www.alliancesud.ch 1. Stop the Plunder of Africa, New York Times, 9 maggio 2013. 2. Der Steinige Weg zum «weissen» Geld, NZZ, 18 maggio 2013.


No. 228 13 notiziario (in)sostenibile

notiziario (in)sostenibile a cura di Carlo Maffei

Io ti guardo, tu risparmi. È dimostrato: all’uscita dal gabinetto in un bagno pubblico, è più probabile che una persona si lavi le mani se c’è qualcuno in giro. Se invece è sola, se ne va senza badare all’igiene. Si chiama «effetto Hawthorne»: il comportamento cambia quando viene sottoposto a osservazione. Eh no, non c’è bisogno di scomodare la meccanica quantistica. Basta pensarci: chi mai si ficcherebbe le dita nel naso sapendo di essere osservato? L’effetto Hawthorne, che negli studi di psicologia è una seccatura, può rivelarsi provvidenziale quando si tratta, per esempio, di risparmiare energia. Lo dimostra uno studio pubblicato e sui «Proceedings of the National Academy of Sciences». Gli autori della ricerca hanno spedito a un gruppo di famiglie la comunicazione che i loro consumi elettrici sarebbero stati controllati. Non premiati con uno sconto in caso di risparmio, né puniti con una multa in caso di sprechi: semplicemente controllati. Così i consumatori si sentivano osservati. Risultato: i loro consumi sono diminuiti in media del 2,7 per cento. I ricercatori hanno poi effettuato un sondaggio sulle «cavie». Che in grande maggioranza hanno rivelato di essere state molto più attenti ai consumi: luci spente nei locali inutilizzati, niente condizionatori d’aria quando non necessari, e anche un uso più parsimonioso dell’illuminazione e degli elettrodomestici. Finito? No: restava da vedere che cosa sarebbe successo dopo. Ovvio: conclusa la presunta osservazione, tutto è tornato come prima. Il Grande Fratello dei felini. Qual è la principale minaccia antropica per la fauna selvatica? La caccia? L’inquinamento? Macché: in ambito urbano, i gatti. Tant’è vero che fra 1,4 e 3,7 miliardi di uccelli e fra 6,9 e 20,7 miliardi di rettili e di piccoli mammiferi sono vittime ogni anno dei gatti randagi e di quelli domestici ma liberi di uscire dalle case. E questo solo negli Stati Uniti, come dimostra una ricerca uscita su «Nature Communications». Una vera ecatombe. Eh sì, gli uccelli sono in minoranza: a far le spese della caccia felina sono soprattutto le lucertole, che spesso i gatti uccidono ma poi abbandonano senza cibarsene. E poi fanno altre strane cose che non diresti mai. Tipo sbocconcellare

i cadaveri degli animali uccisi dalle auto. Ciò è stato scoperto da alcuni ricercatori dell’Università della Georgia, negli Stati Uniti, e del National Geographic, che hanno applicato delle telecamere a 60 mici per poi lasciarli liberi di gironzolare nell’ambiente: monitoraggio individuale, dunque. Scoprendo che meno della metà dei gatti caccia. Però la metà che lo fa produce questo sfracello. Che fare? Secondo gli scienziati c’è un’unica soluzione: tenere i gatti in casa e nutrirli a scatolette. L’impatto ambientale sarà minore? Difficile dirlo. Sulla fauna selvatica sicuramente sì. Ma considerando la sostenibilità della produzione di cibo per gatti… Moda tossica. Quando acquistiamo un capo di abbigliamento, a che cosa badiamo? Al prezzo? Alla qualità della lavorazione? Se siamo consumisti, magari alla griffe? Beh, magari dovremmo anche badare alla chimica. Perché questo emerge dal rapporto «The Big Fashion Stitch-Up» (http:// bit.ly/bigfashion) di Greenpeace: quelle mutande sexy, quei jeans all’ultima moda, quelle magliette griffate, che paghiamo profumatamente ma che per pochi dollari vengono prodotte in Cina, Vietnam e Filippine, contengono quantità elevate di sostanze che possono provocare il cancro o causare disfunzioni del sistema riproduttivo. Capi da uomo, donna e pure bambino. E si tratta di marchi mondiali di fama. Già non è bello portarsi addosso questa robaccia. Quando poi laviamo gli abiti, le sostanze tossiche si sciolgono nell’acqua e contaminano l’ambiente. Infatti finiscono nella falda freatica, da lì nell’acqua usata per l’irrigazione in agricoltura, quindi sui cibi… e infine nel nostro organismo. Giusto per non farsi mancare nulla. Spezzare la roccia, estrarre il petrolio. Si chiama «fracking» ed è l’ultima moda in fatto di estrazione di idrocarburi dal sottosuolo. Consiste nel pompare acqua in profondità per spezzare le rocce grazie alla pressione. In questo modo aumenta la permeabilità e si estraggono più petrolio o più gas. Col vantaggio di poter sfruttare anche giacimenti finora poco produttivi. Bella idea, no? No. Per niente. Perché quest’intervento può provocare terremoti anche intensi. È succes-

so negli Stati Uniti, per esempio. Un articolo pubblicato dal «Journal of Geophysical Research» documenta il caso di Youngstown, nell’Ohio, dove mai c’era stato un terremoto prima del 2010. Dalla fine di quell’anno, però, è iniziata in quella zona un’attività di «fracking». E, nemmeno a farlo apposta, è cominciata pure l’attività sismica: ben 167 scosse. La maggior parte percepibili solo dagli strumenti. Ma alcune anche poderose, fino quasi alla magnitudine 4. Questo e altri episodi hanno indotto molte comunità a opporsi energicamente ai progetti di «fracking» nelle proprie aree. In Inghilterra la questione è diventata di interesse nazionale, con proteste anche veementi. Anche perché non ci sono solo i terremoti: pure la qualità delle acque nelle falde può peggiorare per colpa del «fracking». La verità sul clima. Esce il nuovo rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) e subito gli scettici neoliberisti affilano le armi: per smontarne le conclusioni se sono scomode per loro, oppure per gonfiarne l’importanza se invece fanno gioco alle loro tesi. Prepariamoci, perché nelle prossime settimane li sentiremo gongolare, concludendo che il riscaldamento globale non c’è, se c’è non è colpa nostra, e comunque non è poi così male. Beh, han torto. Ci diranno che negli ultimi anni il riscaldamento si è fermato. Ebbene, non è vero. È vero che nell’ultimo decennio ha rallentato il riscaldamento delle superfici continentali. Ma il calore è finito negli oceani. E la temperatura media globale è cresciuta. A ciò si aggiunga un leggero aumento dell’attività vulcanica, con l’immissione di polveri in atmosfera e il conseguente raffreddamento climatico, che un po’ ha compensato il riscaldamento prodotto dall’effetto serra. Ci diranno che i ghiacci artici sono ricresciuti. Vero, ma è solo un rimbalzo, una normale fluttuazione statistica in un trend più ampio di diminuzione costante negli ultimi 30 anni. Del resto il 2011 è stato l’anno di minima estensione registrata. E non per forza ogni anno dev’essere peggiore del precedente.

Dialoghi in Internet Dialoghi può essere letto anche in www.riviste-ticinesi.ch sito che ospita pure le riviste Messaggero e Pegaso


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notiziario (in)sostenibile

Daria Lepori

No. 228


No. 228 15 cronaca internazionale

cronaca internazionale a cura di Alberto Lepori

«Il Tetto» compie cinquant’anni. La rivista «Il Tetto» nacque a Napoli nel 1963 (il primo numero del bimestrale uscì nel gennaio del 1964) per iniziativa di un gruppo di giovani, universitari e laureati, credenti e non credenti, cattolici e non, ma uniti tutti dall’intento di dar vita d una rivista di confronto e di dialogo. La prima di copertina reca la citazione evangelica: «Ciò che vi dico nelle tenebre, ditelo in piena luce, e ciò che vi si dice all’orecchio, predicatelo sui tetti» (Mt 10,27). Tre sono stati e sono i filoni di ricerca e di osservazione della rivista: (1) la Chiesa e la sua presenza nel mondo, considerando come fondante l’attuazione dell’insegnamento di Giovanni XXIII e dei principi del Vaticano II; (2) i rapporti tra etica e politica; (3) la questione meridionale, con particolare attenzione ai problemi della Campania e di Napoli. Nei suoi lunghi anni di esistenza e con la pubblicazione di 295 fascicoli (giugno 2013) la rivista ha dato contributi significativi in occasioni importanti della storia civile e religiosa italiana, per esempio per la fine dell’unità politica dei cattolici, per il superamento del Concordato, per la difesa delle libertà e dei diritti fondamentali, per le riforme (referendum, statuto dei lavoratori, diritto di famiglia), per la lotta al terrorismo e alle politiche di malaffare e, nei tempi più recenti, soprattutto per la difesa della Costituzione e dei principi del Concilio. I redattori che, cambiando negli anni, si sono ritrovati intorno a Pasquale Colella, uno dei fondatori ed attuale direttore (è docente universitario di diritto ecclesiastico), hanno cercato sempre di esercitare nella Chiesa e nella società una presenza viva e critica alla ricerca della verità e di forme di vita civile e religiosa più giuste ed autentiche, nel rispetto di ogni diversità e rifiutando sempre arroccamenti fondamentalisti. «Dialoghi» augura al «fratello maggiore» napoletano (nato cinque anni prima, anche se la gestazione per noi cominciò nel dicembre 1957 come pagina del giornale «Popolo e Libertà») ancora molti anni di coraggioso e generoso servizio per tanti comuni ideali e propositi. Per contattare la redazione, inviare articoli, documenti o altro scrivere a: iltettonapoli@alice.it.

Anniversario doloroso. A quarant’anni dal colpo di stato di Pinochet contro il presidente Salvador Allende, il comitato della Conferenza episcopale cilena ha pubblicato un messaggio in cui afferma che «niente giustifica le violazioni della dignità delle persone commesse a partire dall’11 settembre 1973». Il Ticino aveva allora accolto generosamente molti esiliati cileni. Secondo la Commissione Valech e un rapporto pubblicato nel 2004, le vittime di violazione dei diritti umani durante la dittatura (1973-1990) furono in Cile quarantamila, mentre le persone ufficialmente uccise o scomparse sono state 3216. Finora, 262 persone furono condannate per violazione dei diritti umani e più di 1100 procedure giudiziarie sono ancora in corso, malgrado la Legge di amnistia adottata nel 1978 dal dittatore Pinochet, che aveva graziato tutti gli accusati di violazione dei diritti umani commessi tra il 1973 e il 1978. Amnesty International chiede che questa legge sia abrogata, perché la sua stessa esistenza costituisce un affronto alle vittime della dittatura. Purtroppo la Chiesa cattolica, compresa la diplomazia vaticana e alcuni vescovi cileni, non fu unanime nella condanna del colpo di stato militare e delle violazioni dei diritti che ne seguirono, e il dittatore Pinochet godette fino alla morte di appoggi e riconoscimenti di ambienti cattolici, sfuggendo alla prigione cui venne finalmente condannato, dopo il «sequestro» subito in Inghilterra. «Dialoghi» condannò immediatamente il golpe militare e informò ripetutamente sulla tragedia cilena, in particolare dedicando un numero speciale (n. 98, settembre-ottobre 1987) alla «visita di solidarietà» organizzata nel giugno 1987 delle Commissione Giustizia e Pace europee, cui parteciparono Alberto Bondolfi e Alberto Lepori. Testimonianza. Avvolta nello scialle appartenuto a Benazir Bhutto, prima ministra pakistana uccisa nel 2007, Malala Yousafzai ha parlato al palazzo delle Nazioni Unite di New York. Lo ha fatto dopo essere stata, nell’ottobre del 2012, vittima di una aggressione mentre tornava a casa sua da scuola a Mingora, nella valle dello Swat, e gravemente ferita al collo e alla testa. L’attentato è stato rivendi-

cato da Ihsanullah Ihsan, portavoce dei talebani pakistani, dicendo che la ragazza è «il simbolo degli infedeli e dell’oscenità» e meritava perciò di morire. Malala non ha mai chiesto grandi cose, ha solo parlato nel suo blog, da quando aveva 13 anni (ora ne ha 16) del diritto allo studio per le ragazze pakistane. Nel suo discorso all’Assemblea giovanile dell’Onu ha detto: «Il 9 ottobre del 2012 i talebani mi hanno sparato in testa e hanno sparato ai miei amici. Pensavano che le pallottole ci avrebbero fatto tacere, ma hanno fallito. Da questo silenzio sono nate migliaia di voci. I terroristi erano convinti di aver ucciso i miei sogni e le mie speranze. Hanno ucciso la mia paura e la mia mancanza di speranza. Hanno fatto nascere volontà e coraggio. Non ce l’ho con nessuno, non voglio vendette contro nessuno. Né contro i talebani, né contro altri gruppi terroristici. Sono qui per difendere il diritto allo studio di ogni bambina e bambino». Lettera al Papa. Giovanni Franzoni, ex abate benedettino di S. Paolo Fuori le Mura, e Giulio Girardi, teo­ logo della liberazione recentemente scomparso, il 5 dicembre del 2005, avevano presentato un «Appello alla chiarezza» circa la beatificazione di Giovanni Paolo II, firmato da un gruppo di teologi e storici della Chiesa, in cui venivano indicati diversi elementi del pontificato di Wojtyla (cfr. Perché papa Wojtyla non dovrebbe essere «beato», Dialoghi n. 210 [febbraio 2010]) che a giudizio dei firmatari avrebbero dovuto essere attentamente valutati prima di proclamare santo il papa polacco. Giovanni Franzoni era stato tra i 120 testimoni interpellati nella procedura di canonizzazione e il 7 marzo del 2007 aveva rilasciato una deposizione personale sull’operato di Giovanni Paolo II, riserve che ha richiamato in una lettera inviata a papa Francesco l’11 luglio («Adista», 27 luglio). Ricordo di un prete libero. È morto a 86 anni, il 24 maggio, Piero Barbaini, un intellettuale di prestigio del cattolicesimo lombardo, collega alla Facoltà teologica di Venegono dei teologi Carlo Colombo e Giovanni Battista Guzzetti. Storico del giansenismo e del riformismo religioso, autore di pubblicazioni scientifiche, fu protagonista di contrasti che l’avevano portato fuori dell’organizzazione ecclesiastica. Libero docente di storia della Chiesa, Barbaini aveva in-


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segnato per molti anni nel Seminario diocesano di Lodi e poi nella Facoltà di teologia di Milano. Nel 1971, dopo la sua uscita definitiva dalla istituzione ecclesiastica, aveva ottenuto un incarico di docente di storia moderna all’Università di Parma, mantenuto fino al 1992. Descrisse i nuovi orientamenti maturati nel Sessantotto e nel post-Concilio in un libro che resta uno dei classici del cosiddetto «dissenso», con la denuncia del meccanismo illiberale dei «processi» ecclesiastici che lo costrinsero a lasciare l’istituzione. Gutta cavat lapidem. Papa Francesco, a proposito dei maritati risposati, ha ricordato la disciplina della Chiesa ortodossa, che a certe condizioni permette un secondo matrimonio in chiesa (si tratterebbe allora di fissare procedure a garanzia di una applicazione giustificata delle eccezioni: ne discuterà con gruppo degli otto cardinali da lui costituito). Così già rispondendo ai giornalisti sull’aereo, di ritorno dal Brasile («Giornale del Popolo» del 30 luglio). Il nuovo segretario di Stato, mons. Pietro Parolin, rispondendo a un giornalista venezuelano (e la notizia è stata ripresa dalla stampa italiana, APIC, 11 settembre), ha ricordato che il celibato dei preti non è un dogma, può essere discusso, ed è «una grande sfida per il papa». Anche il cardinale brasiliano Claudio Hummes, grande amico di papa Bergoglio, poco dopo la sua nomina a prefetto della Congregazione del clero, aveva evocato la possibilità di una evoluzione, poi si era smentito appena arrivato a Roma. Meno imbarazzante per papa Francesco la proposta di un gruppo di teologi europei e statunitensi di nominare alcune donne cardinale: non ostano impedimenti biblici né giuridici, nel passato molti furono i cardinali non preti o vescovi, e le donne rappresentano pur sempre «la metà del cielo», anche nella Chiesa cattolica. Sappiamo che la pietra e le teste (di canonisti e giornalisti cattolici) sono dure, ma, come per le nespole, «col tempo e con la paglia si vince ogni battaglia». Fine della scomunica? Tra il Vaticano e la Teologia della liberazione tira aria di pace. L’assedio alla TdL sotto i pontificati di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI è sembrato allentarsi già con la nomina di Gerhard Ludwig Müller, vescovo di Regensburg, alla guida della Congregazione per la Dottrina della Fede, essendo egli no-

cronaca internazionale

toriamente amico di uno dei fondatori della corrente teologica latinoamericana, il peruviano Gustavo Gutiérrez. Il nuovo prefetto aveva espresso affermazioni decisamente favorevoli alla TdL, che a suo giudizio è «ortodossa perché ortoprassica» poiché «insegna il modo giusto dell’agire cristiano, in quanto procede dalla vera fede». Insieme con Gutiérrez, mons. Müller ha scritto un libro intitolato «Dalla parte dei poveri», che lo stesso prefetto del già Sant’Ufficio ha presentato lo scorso settembre al festival letterario di Mantova. Ci ha pensato poi papa Bergoglio, con il suo auspicio di «una Chiesa povera e per i poveri» e con il suo stile semplice e sobrio, a suscitare l’entusiasmo di vari teologi della liberazione, i quali hanno voluto cogliere nelle sue parole e nei suoi gesti una traduzione concreta di quel che tale teologia ha sempre sostenuto. Mons. Pedro Casaldaliga, per il tramite di Adolfo Pérez Esquivel, Premio Nobel argentino ricevuto in udienza, ha formulato a papa Bergoglio due richieste: che difenda gli indigeni e riabiliti i teologi perseguitati e condannati. Anche altri teologi, come Leonardo Boff e Jon Sobrino, aspettano dal nuovo Papa una riabilitazione della TdL. Finanze vaticane. I bilanci finanziari della Santa Sede e della Città del Vaticano per il 2012 sono risultati positivi. Il primo dà un saldo positivo di oltre due milioni di euro, il secondo pure un attivo di oltre 23 milioni. Lo IOR ha donato 50 milioni di euro per le opere caritative del Papa. A segnare l’attenzione che presta a queste cose, papa Francesco ha partecipato a una riunione del consiglio cardinalizio (presenti 12 cardinali su 15 membri) riunito per discutere i problemi economici della Santa Sede, tenendo un breve discorso «responsabilizzante» circa la necessità di una buona amministrazione dei beni ecclesiastici. (APIC, 4 luglio). Semi di speranza. Papa Francesco parla spesso di collegialità e di sinodalità. Ha designato otto cardinali di cinque continenti per aiutarlo a riformare la curia (nessun italiano o curiale tra essi). L’arcivescovo di Monaco pare abbia chiesto la collaborazione degli esperti della McKinsey; anche gli altri cardinali intendono avvalersi di collaboratori laici di loro fiducia. Una commissione di cinque membri è stata dal Papa nominata per «armonizzare le attività dello IOR con la

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missione della Chiesa»: comprende due laici e potrà avvalersi di collaborazioni esterne. Per esaminare l’organizzazione della struttura economica-amministrativa della Santa Sede, papa Francesco ha poi istituito una commissione di esperti, composta di sette laici, quasi tutti europei e un solo religioso, affidandole un campo di indagine molto ampio ma che non si sostituisce agli organismi già in funzione. Si attribuisce a papa Francesco l’intenzione di ridurre le prerogative dello IOR (il cui presidente – un industriale tedesco – è stato nominato da Benedetto XVI ormai dimissionario). La banca vaticana avrebbe 19.000 clienti e gestirebbe un asset di più di 7 miliardi di euro. All’udienza dedicata ai nunzi (108 in servizio e 40 emeriti), il papa Francesco ha donato loro una croce d’argento (per sostitui­ re quella d’oro!) e ha detto che vuole dai Nunzi proposte per «vescovi miti, pazienti, misericordiosi, e non ambiziosi». Con un motu proprio dell’8 agosto, papa Francesco ha attribuito una nuova funzione di «sorveglianza preventiva» all’autorità d’informazione finanziaria che si occupa di vigilare sullo IOR e l’Amministrazione del patrimonio della Santa Sede. Se occorre un «supplemento» di sorveglianza, è segno che in Vaticano, per rispondere alle richieste del Moneyval del Consiglio d’Europa, non bastano i dieci comandamenti… Sotto esame. Come tutti gli Stati che hanno firmato la Convenzione dell’ONU sui diritti dei fanciulli, la Santa Sede è sottoposta periodicamente ad esame: gli esperti hanno pubblicato la lista delle domande alle quale dovrà rispondere il prossimo gennaio la Santa Sede quando sarà ascoltata a Ginevra. Tra i temi dell’esame, il trattamento dei casi di pedofilia e di altri abusi commessi da membri del clero e negli istituti cattolici, i provvedimenti presi, le discriminazioni tra i sessi nell’educazione, le punizioni corporali nelle scuole eccetera. Quando si pretende di essere uno Stato, bisogna accettarne i doveri relativi. Ma ne vale la pena? Chi rompe paghi. Più di cinquecento vittime di abusi sessuali hanno presentato richieste di risarcimento all’arcidiocesi di Milwaukee, per un totale di 100 milioni di dollari. La Chiesa locale ha già dovuto sborsare 30 milioni negli ultimi anni e ha chiesto nel gennaio 2011 di usufruire della legge statunitense sui fallimenti.


No. 228 17 notizie belle e buone

Notizie belle e buone Niente statua. Papa Bergoglio ha domandato di togliere immediatamente la statua grandezza naturale che lo effigiava in un giardino accanto alla cattedrale di Buenos Aires, rimasta così visibile solo per una decina di giorni. Contrario al culto delle persone (fosse anche il papa), il 18 maggio aveva chiesto ai giovani dei movimenti di non più gridare «Francesco, Francesco», ma «Gesù, Gesù», perché: «Gesù è più importante». Rinuncia alla Mercedes. Un prete colombiano, Hernando Fayid, della città di Santa Marta, ha deciso di vendere la Mercedes bianca cabriolet E200 regalatagli dai fratelli (valore 63.000 dollari), per spostarsi a piedi o con mezzi pubblici, seguendo l’esempio di papa Francesco e ricevendo l’approvazione del cardinale Ruben Salazar, presidente dell’episcopato colombiano. Francesco ha continuato la lezione di modestia, in occasione del suo viaggio in Brasile, scegliendo una Fiat Idea di costruzione locale e di color grigio, mentre per gli spostamenti a Roma utilizza normalmente utilitarie. La Mercedes è ancora usata per le grandi manifestazioni, tuttavia non climatizzata e non blindata. Stirpe alpina. Fra Agostino Del-Pietro, guardiano del Convento della Madonna del Sasso di Locarno, è stato nominato superiore dei cappuccini svizzeri per il triennio 2013-2016. Dal monte di Orselina alla vetta fratesca, avvicinandosi a fra Mauro, superiore generale a Roma: non smentiscono la loro origine alpina! Centro pastorale. Il vescovo Grampa, seppure dimissionario, continua l’opera di dotare la Diocesi di strutture durature: dopo il rinnovato Archivio diocesano ha inaugurato un Centro pastorale presso l’ex convento delle cappuccine a Lugano, istallandovi gli uffici delle diverse attività diocesane. L’edificio ospita anche la comunità femminile brasiliana «Palavra viva»: uno stimolo e un augurio per una diocesi spesso dormiente? Premio Caritas. È stato attribuito alla britannica Rachel Newton, attiva nella parte curda dell’Irak, il premio Caritas 2013, dotato di diecimila franchi. La Newton opera da 12 anni nella regione, ove esistono campi di rifugiati di guerra, a favore dei bambini abbandonati. Nel centro da lei fondato, in 12 anni ne ha accolti e indirizzati alla scuola e al lavoro 7500. Il premio è stato consegnato dalla nuova presidente di Caritas, Mariangela Wallimann-Bornatico, presente la consigliera federale Simonetta Sommaruga. Sant’Antonio a Dubai. Una chiesa dedicata a sant’Antonio da Padova è stata inaugurata il 14 giugno alla periferia di Dubai. Si tratta del quattordicesimo edificio di culto cattolico aperto negli Emirati arabi uniti. Badessa di origine musulmana. La figlia di un musulmano del Turkestan (ma la madre è cattolica…) è stata eletta badessa del monastero benedettino di Venio in Baviera. Madre Carmen Tatschmurat, nata nel 1951 a Monaco, è entrata in convento nel 1997, iniziando il noviziato all’età di 47 anni dopo studi in pedagogia sociale e attività scientifiche. Le 25 religiose del monastero alternano la vita contemplativa con quella professionale: sono pediatre, infermiere, informatiche e ingegneri. Non le faranno difficoltà, adesso che porta il velo, neppure in Ticino.

Svizzera accogliente. Il Consiglio federale ha deciso di accogliere cinquecento rifugiati siriani. Il progetto ha durata di tre anni e costerà 12 milioni. I Cantoni saranno chiamati a collaborare, il Ticino dovrà dimostrare la stessa disponibilità con cui quarant’anni fa accolse i profughi cileni. Ecumenismo svizzero. La Federazione delle Chiese protestanti della Svizzera (FCPS) vuole riconoscere il battesimo conferito dalle Chiese ortodosse e dalla Chiesa anglicana, firmando la dichiarazione relativa della Comunità di lavoro delle Chiese cristiane di Svizzera. La Chiesa cattolica, quella protestante e quella cattolica cristiana riconoscono reciprocamente i rispettivi battesimi dal 1973. Appello al Governo. L’Assemblea dei delegati della Federazione delle Chiese protestanti della Svizzera (FCPS), riunita il 16 giugno a Filsbach (Glarona) e che comprende 26 Chiese, ha approvato una risoluzione che invita il Consiglio federale a chiedere la libertà religiosa per i cristiani perseguitati in molti Paesi, in particolare a sensibilizzare il personale del Dipartimento degli affari esteri. Bella notizia e buona proposta, ora che la libertà religiosa è nella maggior parte delle costituzioni estere (!) e quella federale non contiene più gli articoli contro la libertà dei cattolici svizzeri, ma si limita (?) a proibire i nuovi minareti (e magari domani il burka). Premio alla libertà. Il Premio Herbert Haag per la libertà nella Chiesa, istituito in memoria del professore di esegesi biblica dell’università di Tubinga (1915-2001), è stato attribuito nel 2013 alla Conferenza delle superiore delle religiose cattoliche degli Stati Uniti (LCWR), da tempo oggetto di pressioni e inchieste da parte della Congregazione vaticana della dottrina della fede (già Sant’Ufficio). Alla LCWR fanno capo circa l’80 % delle religiose statunitensi, particolarmente apprezzate per il loro impegno sociale in ospedali e scuole e in settori etici particolarmente delicati (aborto, suicidio, omosessualità, femminismo). Anniversari africani. I responsabili delle Chiese di più di 40 Paesi africani si sono riuniti a Kampala (Uganda) all’inizio di giugno per celebrare il cinquantesimo anniversario della Conferenza delle Chiese di tutta l’Africa (CETA), presenti un migliaio di delegati, per discutere il tema: «Dio della vita, conduci l’Africa verso la pace, la giustizia e la dignità». La CETA è stata creata nel 1963, quando il continente stava liberandosi dalla colonizzazione e dall’imperialismo culturale e spirituale; oggi deve liberarsi dalla povertà e dalle ingiustizie ereditate dal passato. Le speranze africane sono riposte nei giovani e nelle donne. Nel grande seminario di Katigondo in Uganda è inoltre stato festeggiato solennemente il centenario della prima ordinazione presbiterale di due africani: Victor Mukasa e Bazilio Lumu, avvenuta il 13 giugno 1913 nella chiesa Villa Maria di Masaka. Dalla sua apertura il seminario, che accoglie studenti delle 19 diocesi ugandesi, ha educato più di quattromila allievi, dei quali più di 2000 sono diventati preti e ben 27 vescovi, il primo cardinale africano Laurent Rugambwa e il primo cardinale ugandese Emmanuel Nsubuga. Solidarietà ecumenica. In Nigeria, un Paese ove sono frequenti le aggressione ai cristiani, il pastore evangelico Yohanna Buro e i suoi fedeli hanno pagato la cauzione e le multe di diversi detenuti musulmani, per permettere loro di passare il Ramadan in famiglia.


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Indici di «Dialoghi» nn. 201-225 Indice per argomenti Armi – Guerra – Pace – Violenza – Obiezione L’unica guerra giusta è la pace, Luigi Sandri, 218/15 Bibbia Tra il Gesù storico e il Cristo della fede, Ernesto Borghi, 202/3 Nel labirinto delle traduzioni, E.M., 202/9 Lettura cattolica della Bibbia, lettrici della Bibbia, Luigi Sandri, 204/13 La Nuova Bibbia CEI: una lettura critica, Renzo Petraglio, 207/3 Lettura della Bibbia e riforma della Chiesa, Nikolaus Klein, 207/11 La Parola di Dio e gli imbarazzi dei traduttori, Renzo Petraglio, 208/9 L’incontro tra il ricco e il povero nella Bibbia, Valerio Lazzeri, 222/3 Vangelo e diritto canonico, Aldo Lafranchi, 225/2 Chiesa cattolica universale Preti pedofili e compatibilità con il ministero, Aldo Lafranchi, 201/13 Un Sinodo utile, ma non per tornare indietro, 202/8 Il ’68 nato in Chiesa, 202/11 Chiesa e «misericordia»: per chi o con chi?, Marina Sartorio, 203/11 Lefebvrismo romano? La battaglia della scomunica, Giancarlo Zizola, 205/15 Un papato indebolito, C.S., 206/2 Chiesa e società in Polonia vent’anni dopo. Intervista a Jan Turnau, giornalista e biblista, Marina Sartorio, 206/17 Due petizioni di cattolici dopo la «pace» con Lefebvre, 206/22 Quale futuro per la confessione?, Michel Salamolard, 206/24 Il Papa in Israele, C.S., 207/2 «Caritas in veritate» un’enciclica bifronte, Carlo Silini, 208/1 Chiesa matrigna! Salvi un parroco ma comprometti l’integrità della famiglia, Aldo Lafranchi, 208/23 Lo IOR e gli scandali ricorrenti delle finanze ecclesiastiche, Giancarlo Zizola, 209/13 «Il problema è Roma?», E.M., 210/1 Dalla critica del capitalismo all’utopia religiosa. Il versante economico dell’ultima enciclica papale, Carlo Silini, 210/3 Una rondine non fa primavera, A.L., 210/7 Perché papa Wojtyla non dovrebbe essere «beato», Giovanni Franzoni, 210/9 Preti pedofili: «tolleranza zero» necessaria, ma non basterà, Aldo Lafranchi, 210/17 La pedofilia dei preti cattolici nell’agenda dei media, Carlo Silini, 211/2 Un ideale, anche evangelico, non può essere un obbligo. Sulla relazione tra pedofilia e celibato obbligatorio dei preti, Aldo Lafranchi, 211/5 La beatificazione di John Henry Newman, Davide Zordan, 213/2 Democrazia e sussidiarietà per la riforma del vaticano, Thomas J. Reese, 212/14 Il sistema duale? Una buona cosa!, [da un’intervista a mons Henrici, già vescovo ausiliare di Coira], 212/18 Oltre la solitudine dei preti, Ernesto Borghi, 212/20 Per un sacerdozio ministeriale che sia sacerdozio battesimale, Ernesto Borghi, 213/15 Luci e ombre dei nuovi documenti sulle violenze sessuali del clero, L.S., 214/15 Diritti ai cristiani (e a tutti gli altri), a.l., 214/20 Va per le lunghe a Roma la causa di mons Romero, 215/13 Dopo la tempesta, la quiete dei cimiteri? Il memorandum di 143 teologi tedeschi, 216/13 Il magistero di pace di Giovanni Paolo II, Sergio Paronetto, 217/20 E se «evangelizzassimo» la Chiesa?, Alberto Lepori, 219/13 Osare la trasgressione, Albert Longchamp, 219/14 L’elezione di un vescovo spetta a tutti, Juan José Tamayo, 220/19 Ordinare preti dalle comunità. Le proposte di un vescovo coraggioso, Elena Cocuzza, 221/8 Disagio a «Caritas Internationalis», Fulvio Caccia, 222/7

La strana pace tra Roma e Ecône, Luigi Sandri, 222/16 Una Carta dei diritti di cattolici americani, 222/23 A che serve un vescovo?, 222/24 L’Anno della fede secondo Ratzinger, Luigi Sandri, 223/13 Un Sinodo così non serve. Troppi propositi inconcludenti, Luigi Sandri, 224/8 Fede senza quel lume, Dialoghi, 225/1 Brace sotto la cenere, da scoprire insieme. Una pro-vocazione per l’Anno della fede (2012-2013), Martin Werlen, 225/9 Chiesa cattolica italiana Vescovi, con il potere o con il Vangelo, IL MARGINE, 215/3 Tanti preti in Italia? Un mito da sfatare, Giancarlo Zizola, 215/5 Stato e Chiesa: un rapporto così straripante da occupare tutta la storia recente del Paese, Luigi Sandri, 215/8 L’Italia è ancora un Paese cattolico?, A.L., 215/11 A Milano da Tettamanzi a Scola [lettera di un gruppo di presbiteri e di laici della diocesi di Milano], 218/11 «Noi siamo Chiesa» agli inizi in Italia, 218/12 Chiesa cattolica svizzera Unità non è uniformità, A.L., 207/24 I laici tacciano (soprattutto) sulla liturgia, Lilia Sebastiani, 212/10 Chiesa cattolica ticinese Ma don Leber non fu più d’accordo!, E.M., 202/11 Il restauro delle chiese tra fede, cultura e folclore, Luigi Gianola, 206/3 La difficile transizione della Chiesa cattolica in Ticino, Callisto Caldelari, 209/3 I conti nelle tasche (povere tasche) della Diocesi, Enrico Morresi, 213/9 Cattolici avari con le loro Parrocchie. Dossier, 212/2-8 Il quadro giuridico [delle Parrocchie], a.l., 212/2 Debolezza strutturale delle finanze parrocchiali, [dossier a cura di E. Morresi], 212/3 Un’altra parrocchia (o zona pastorale). Come?, scriba, 212/9 È tutta colpa dell’Illuminismo?, E.M., 214/1 Zone pastorali o chiese domestiche?, Scriba, 216/14 Per un bilancio di un episcopato, DIALOGHI, 218/1-9 Verso la consultazione per la successione della Diocesi, DIALOGHI, 220/2 Aiutiamo il Nunzio a trovare il Vescovo, 224/24 Democrazia andata e ritorno, [sull’elezione del Vescovo], DIALOGHI, 224/23 Chiese svizzere Le Chiese svizzere e l’apartheid, f.m., 218/18 Concilio Riproporre il Concilio, [red.], 205/16 Il Concilio Vaticano II e quel che ne è seguito, E.M., 213/24 «Il Patto delle catacombe», 214/16 Parlare del Concilio cinquant’anni dopo, DIALOGHI e IL MARGINE, 220/1 Attuare finalmente il Concilio, Sandro Vitalini, 220/19 Rivivere il Concilio, KOINONIA, 220/19 Verso il Giubileo del Concilio Vaticano II (2012-2015), 222/17 «Chiesa di tutti, Chiesa dei poveri». Il 15 settembre a Roma, a 50 anni dal Concilio, [invito firmato dagli organizzatori dell’assemblea], 222/19 50 anni dal Concilio, per continuare a crederci, [Doddier], 223/2-13 Figli del Concilio, anche senza saperlo. Non rubatecelo!, Carlo Silini, 223/1 Piccola bibliografia conciliare, 223/2


No. 228 19 indici 201-225 Come il Concilio divenne assemblea deliberante e la Chiesa cattolica visse una nuova primavera, Gilles Routhier, 223/3 Giornalisti e giornali ticinesi al concilio, Enrico Morresi, 223/5 Il Vaticano II contiene due impostazioni antagoniste: solo la fedeltà all’uomo lo salva dalla lettura integrista, Giulio Girardi, 223/9 La sfida del pluralismo: un nodo ancora irrisolto, Marina Sartorio, 223/12 E adesso… un nuovo Sinodo svizzero, Alberto Lepori, 223/24 Cronache del giubileo del Concilio, 224/19 Cronache del giubileo del Concilio. Le chiese vuote, i Cieli pieni?, Raniero La Valle, 225/17 Diaconia Diaconia: l’esemplare servizio di tutti, Alberto Lepori, 222/1 Invito al servizio, Sandro Vitalini, 222/8 Il Manifesto del Samaritano, Fulvio Caccia, 222/7 «Dialoghi» Dialoghi ha festeggiato il traguardo dei primi duecento numeri, 201/2 (E.M.) Gli ottant’anni di Alberto Lepori, E.M., 213/8 Ora «emerito» ma sempre vicino [Alberto Bondolfi], E.M., 217/16 Diritti dell’uomo Una Carta dei diritti valida per tutto il mondo, Rosario Sapienza, 204/3 Diritti umani in Svizzera tra teoria e pratica, Alberto Lepori, 204/7 Che significa «diritti» per una donna indiana?, Itala Ricaldone, 204/8 Le Chiese sostengono il primato dei diritti umani, 204/9 Povertà e diritti umani, 214/2 Diritti religiosi Il crocifisso illegale, Alberto Lepori, 209/2 Ma non tutto è diritto, Raniero La Valle, 209/23 La religione non è una questione privata, a.l., 212/11 Cristiani perseguitati, a.l., 215/23 Condanna islamica, 215/24 Segni religiosi in pubblico, Alberto Lepori, 218/21 Dottrina sociale La solidarietà elemento centrale della dottrina sociale cattolica, Giorgio Campanini, 201/7 Ecologia – Commercio sostenibile – Difesa della natura Nelle religioni una riserva di significati ecologici, Simone Morandini, 203/3 I mutamenti climatici come sfida etica, Johannes Müller J.S., 203/5 Prudenti ma razionali sugli OGM, Marco Martucci, 203/9 I vescovi svizzeri e la creazione, 203/10 Proteggendo il clima garantiamo cibo, 205/24 Pietà per i dannati di Bhopal, Daria Lepori, 209/24 Fondare una casa per l’umanità in forme capaci di futuro. La cura dell’ambiente nell’enciclica «Caritas in veritate», Simone Morandini, 210/9 Significato della terra per i rurali colombiani, Sergio Ferrari, 214/9 Il mondo ha fame. Il problema degli ogm. Dossier, 216/3-7 Chi ha paura degli ogm? Non piacciono, sono tabù. Ma perché sono anche utili?, Marco Martucci, 216/3 La Svizzera finora ha detto «no», Daria Lepori, 216/5 Gli ogm e la crisi alimentare mondiale [intervista a Pietro Veglio], 216/6 La Santa Sede non ha (ancora) una dottrina sugli ogm, L.S., 216/7 Tesori della terra e diritti umani, Federica Mauri Luzzi, 216/8 Confermata a Dakar la vitalità del Forum sociale mondiale, Daria Lepori, 216/11 Namibia, il ballo dell’uranio, Christine van Garnier, 219/5 Lo sviluppo non è possibile senza le donne, Federica Mauri, 220/15 Natale dev’essere proprio così, [Dossier a cura di Daria Lepori e Marina Sartorio], 224/1 Lo shopping compulsivo, febbre da acquisto, 224/1 Disintossicarsi dall’alcol consumistico, Daria Lepori, 224/2 Prosperità senza crescita: è possibile?, Marina Sartorio, 224/5 Il senso del dono per un Natale di gratuità, Enzo Bianchi, 224/7

Economia – Socialità Il Nuovo Disordine Economico mondiale, [Dossier], 201/3-6 Un’economia dominata dal mercato dei capitali, Silvano Toppi, 201/3 Subprime o la fine di un sistema, Alfonso Tuor, 201/6 La crisi mondiale alimentare sfida l’economia, 202/12 La creazione è un’opera collettiva, Stephan Degen-Ballmer, 203/7 La tristezza di dover dire: avevamo ragione, Silvano Toppi, 204/11 La crisi come occasione di riforme. Il IX Forum mondiale di Bélem, Markus Brun, 206/20 Le origini della crisi attuale sono in Occidente, Pietro Veglio, 208/3 Il segreto bancario ha danneggiato i poveri del mondo, Olivier Longchamp, 208/7 Più giustizia nel commercio: dirittoalcibo.ch, Federica Mauri Luzzi, 210/23 La DSC ed il «land grabbing». Fissare regole agli investitori, Pepo Hofstetter e Michèle Laubscher, 211/15 Che risultato hanno dato gli «obiettivi del Millennio», Peter Niggli, 213/11 Non del tutto negativo il bilancio intermedio operato dall’ONU, Markus Brun, 213/12 Contro il mito della crescita continua e illimitata, Silvano Toppi, 214/7 La Svizzera dà i numeri. Immagine di un mondo felice, a.l., 217/17 «Sacrificio quaresimale» è attivo da cinquant’anni, Federica Mauri, 218/17 C’è del marcio dietro il bancomat, Dossier, 219/1-10 Le banche lucrano come prima sui titoli «dubbi» [Intervista di E. Morresi a Alfonso Tuor], 219/2 È stata espropriata l’anima della democrazia, Silvano Toppi, 219/3 La speculazione: se la conosci la puoi dominare, Pietro Veglio, 219/6 Ma di chi sono i mercati? E chi li governa?, Guido Rossi, 219/7 Mercati fuori controllo, democrazie senza risorse, Gianfranco Fabi, 219/9 La broken society è alle porte, Carlo Knöpfel, 222/9 Ecumenismo Accettare la diversità tra i cristiani. 207/17 Anglicani, un abbraccio equivoco, Luigi Sandri, 209/9 I nodi irrisolti del dialogo Roma-Canterbury, Luigi Sandri, 214/14 Anglicani umiliati, E.M., 215/2 Lutero ci unisce, o no?, Fulvio Ferrari, 219/15 Assisi, ma «senza sincretismi», Luigi Sandri, 219/15 Per superare l’impasse ecumenica, E.M., 222/1 Uscire dall’inerzia e dalle false sicurezze per una nuova primavera dell’ecumenismo, Philippe de Vargas, 222/11 Etica Nutrire i morenti è sempre un obbligo morale?, Alberto Bondolfi, 201/9 Il Sessantotto e i pazienti terminali, Giorgio Bobbio, 203/14 L’anniversario di un’occasione mancata, Aldo Lafranchi, 203/15 Dies irae dies illa? Attorno agli ultimi sviluppi del dibattito sulle pratiche di fine vita, Alberto Bondolfi, 205/11 Il papa e il preservativo, E.M., 214/20 È stato giusto uccidere così Osama Bin Laden?, Alberto Bondolfi, 217/2 L’etica ha qualcosa da dire sul nucleare?, Alberto Bondolfi, 217/15 Gender: l’identità sessuale nella scuola nella vita. Forzare la realtà con le parole, Aldo Lafranchi, 220/3 Finanziamento delle Chiese Il finanziamento delle Chiese cantonali, Alberto Lepori, 205/3 Una proposta di legge, 205/6 Chiese povere nella ricca Svizzera, a.l., 205/8 Chiesa universale e Chiese locali: quale diritto?, 205/9 Perché contrari all’8 per mille?, Giorgio Campanini, [lettera a «Dialoghi»], 206/23 [Risposta a G. Campanini], Alberto Lepori, 206/23 Giovani – Scuola – Educazione religiosa Tutto fermo in Europa sulla religione a scuola?, Flavio Pajer, 201/11 Chi vuole l’ignoranza provoca l’intolleranza, DIALOGHI, 204/2 La cultura religiosa è compito della scuola, 205/22


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Cultura religiosa per tutti (o quasi), A.L., 208/2 Strategie religiose dei giovani, Daria Pezzoli-Olgiati, 208/21 Chiesa e giovani: disincanto e sete di autenticità. Dossier, 217/3-12 Giovani e Chiese nella ricerca sociologica, Alberto Lepori, 217/3 Non penso di sposarmi in chiesa, [apocrifo], 217/7 Vivo alla ricerca dell’amore vero, Marco Spinedi, 217/7 Sguardo positivo sulla religiosità dei giovani, Enrica Dadò, 217/8 Realizzato nell’Azione cattolica, Flavio Maddalena, 217/8 L’esperienza della «Spina», Italo Molinaro, 217/9 Dalle GMG un messaggio autentico, Marco Dania, 217/9 Li attira la parrocchia universale, Rolando Leo, 217/10 Pensare agli adulti che «ritornano», Callisto Caldelari, 217/11 Giovani e formazione culturale e religiosa: nella scuola ticinese si fa abbastanza?, Ernesto Borghi, 217/12 La sperimentazione della «storia delle religioni» nella scuola media: un percorso davvero utile?, Ernesto Borghi, 220/11 Bertoli conferma, a.l., 221/2 Eppur si muove… (l’insegnamento delle religioni nella scuola pubblica), [sintesi di articoli apparsi in varie riviste], 223/16 Laicità – Cristiani in politica Cattolici nell’Italia di Berlusconi, [Dossier], 215/3-11 Malgrado tutto segni di speranza, M.S., 215/1 Dopo 150 anni di Azione cattolica, A.L., 218/22 Fede, ragione, laicità, rapporti Stato e Chiesa, Virginio Pedroni, 221/9 Liturgia Eucarestia e comunità, E.M., 221/1 Per un’Eucarestia non staccata dalla vita e da celebrare senza rigidità ecclesiastiche, Mauro Castagnaro, 221/3 Non possiamo non fare memoria di Gesù, Juan Antonio Pagola, 221/4 Eucarestia senza prete, un discorso da approfondire, Giorgio Chiaffarino, 221/6 Per una liturgia «in lingua corrente», scriba, 221/7 Mass media L’informazione di Chiesa: bravi, bravini, avanti così, E.M., 204/21 La comunicazione politica nei media ticinesi, Enrico Morresi, 207/19 GdP, vicini al fondo del barile, E.M., 209/7 Peripezie della nozione di obiettività giornalistica, Enrico Morresi, 211/11 Facciamo un quotidiano cattolico con sempre meno, meno, meno…, E.M., 225/18 Personalità Gli ottant’anni di Hans Küng, 201/10 Nando Fabro e l’avventura del «Gallo», 204/15 Sogni speranze delusioni di un protagonista. Intervista a Antonio Snider, Aldo Lafranchi, 204/16 Achille Ardigò, testimone del Concilio e sostenitore dell’autonomia del laicato, 205/13 Gli 80 anni di Giovanni Franzoni profetico abate «fuori le Mura», 205/19 Laici nella Chiesa secondo coscienza e competenza. La lezione di primo Mazzolari, a cinquant’anni dalla morte, Alberto Lepori, 206/9 Oscar A. Romero, «convertito» dal suo popolo, Alberto Vitali, 207/15 Lazzati, cent’anni dalla nascita di un maestro, 207/23 Un pastore evangelico contro il Muro di Berlino. Intervista a Rainer Eppelmann, resistente esemplare, Cleto Pescia, 209/17 Monsignor Romero, come ricordare?, Marina Sartorio, 210/15 «Padre» della Chiesa che si fa storia. [Ricordo di E. Schillebeeck], Ludovica Eugenio, 211/9 Ricordo di padre Camillo de Piaz profeta contro ogni dogmatismo, Luca Cocci, 211/17 Un cristiano indiano e… buddista [ricordo di Raimon Panikkar], Claudia Fanti, 213/20 Adriana amava la vita [ricordo di Adriana Zarri], Raniero La Valle, 215/14 El Caminante è giunto alla meta [ricordo del vescovo Samuel Ruiz Garcia], Claudia Fanti, 216/12

No. 228

L’orticello di Giorgio Orelli, novantenne, Margherita Snider Noseda, 217/2 Ricordo di Giancarlo Zizola, E.M., 218/18 Onore a Giancarla Codrignani coraggiosa militante cattolica, Valerio Gigante, 218/24 Girardi e l’età del dialogo simbolicamente conclusa, Raniero La Valle, 221/15 A vent’anni dalla morte di due maestri e amici [David Maria Turoldo e Ernesto Balducci], 221/20 Carlo M. Martini (1927-2012): senza paura, per la vita di tutti, Ernesto Borghi, 223/19 Attenzione al nucleo del messaggio biblico, [ricordo di C.M. Martini], Alberto Bondolfi, 223/20 Religiosità popolare e condizione della donna. Don Martino Signorelli, una vita per la cultura, Giorgio Cheda, 224/11 Arturo Paoli, il centenario di un testimone, [da un testo di Carlo Molari], 225/8 Politica internazionale Mala tempora, E.M., 205/1 Il Nobel a Obama, premio a una politica, Raniero La Valle, 209/11 Le tristezze e le angosce di oggi, DIALOGHI, 216/1 Exit Berlusconi, a.l., 219/1 Politica svizzera L’astinenza è l’alternativa al fallimento della prevenzione?, Aldo Lafranchi, 203/2 Libertà anche per i musulmani, Alberto Lepori, 208/1 Un voto insensato, DIALOGHI, 209/1 L’articolo sulla ricerca merita il nostro «sì», Alberto Bondolfi, 210/24 La pecora nera siamo noi!, 214/1 Confini cicatrici della storia, ma in futuro…, Remigio Ratti, 214/3 Condanna protestante, 215/24 Recensioni L’anima e il suo destino, Aldo Lafranchi, 201/17 Per il futuro dei testimoni, a.l., 201/19 … e i maestri, a.l., 201/19 Un bel purgante contro il dogmatismo, E.M., 201/19 La Chiesa è «popolo di Dio», Marina Sartorio, 202/15 Mons. Angelo Jelmini per le vittime della guerra, Aldo Lafranchi, 202/15 «Il Margine diventa anche editore», 202/17 Religione cultura e Costituzioni, Christian Albini, 202/17 Democrazia ed uguaglianza, Chiara Tintori, 202/17 A quarant’anni da Medellin, Luigi Sandri, 203/21 Quale giustizia, quale diritto?, Antonio Casella, 203/21 Una breve storia della Riforma, Oreste Favaro, 203/21 Coraggio per la Chiesa di essere giovane, Enrico Morresi, 204/23 La Scrittura che libera, Sandro Vitalini, 204/21 Il sogno di Don Cortella, a.l., 206/7 Laici italiani «brutti anatroccoli», Angelo Bertani, 206/19 Leggere la Bibbia «per sé» e «per me», Carlo Silini, 207/9 Hélder Camara al Concilio, Angelo Caligiuri, 208/25 Si ride amaro su questa Chiesa, E.M., 209/16 Pretacci, Ugo Basso, 209/16 Cattolici senza Papa, senza errori se possibile, a.l./em., 211/5 Carlo Carretto profeta di laicità e di povertà, Valerio Gigante, 211/20 L’impegno di Hans Küng, Pierre Emonet, 212/11 Spiritualità della politica, a.l., 214/5 La generazione incredula, a.l., 214/19 Quando Montini proteggeva «la Corsia», Giorgio Vecchio, 214/19 Fede e secolarismo nel pensiero del Papa, Carlo Silini, 215/19 Luigi Sturzo in Ticino, a.l., 216/19 Quando il Papa non doveva parlare, Giorgio Vecchio, 216/19 Italia e cattolici dall’Unità a oggi, Paolo Trionfini, 216/20 Femminismo cristiano, Giuliana Zavadini, 217/19 Küng: fedeltà oltre la dogmantica, IL GALLO, 217/19 Un uomo nella Chiesa, Giorgio Vecchio, 220/8 Alla Chiesa manca l’aria, 222/17 «Siate ragionevoli, chiedete l’impossibile», f.c., 225/21


No. 228 21 indici 201-225 Religione «Fede adulta»! certo, perché no?, 208/2

Società Il sessantotto nella pelle, Carlo Silini, 201/2 [risposta a Giorgio Bobbio], Carlo Silini, 203/14

Rifugiati «Rifugiati climatici»: ora occorre completare il diritto internazionale, Rosmarie Bär, 205/22 Fardello di dolore scandalo per l’Europa, Giusi Nicolini [sindaco di Lampedusa], 225/7

Varia Tra tecnica e natura, L’uomo, Giovanni Orelli, 203/1 Prete operaio, ti ringrazio Signore!, Emilio Conrad, 209/7

Osservatorio ecumenico Per una federazione dell’Islam in Italia; Molte Bibbie ma poco usate, Pluralismo religioso negli Stati Uniti; Progressi nel dialogo islamocristiano; Le chiese rispondono ai «138», 203/17-18 Una casa delle religioni a Berna; Ecumenismo a Milano; Cristiani per l’ambiente, 204/12 Cinquecento anni dalla nascita di calvino, Ortodossi romeni in Italia; La Chiesa di Barack Obama; Forum con l’Islam in vaticano; verso una 2doppia unità» per i cattolici bizantini?, 205/17-18 Ecumenismo strabico; Commemorazione dei martiri; Ricordo del patriarca Alessio II; Un centro per l’ecumenismo in Italia, 206/15 Chiamati ad un’unica speranza, Per l’integrazione dei migranti; Verso un concilio pan-ortodosso; Appello per le elezioni europee, 207/10 Cinquant’anni di ecumenismo europeo, Ortodossi contro l’ecumenismo; Nuova chiesa russa a Roma; Stanza del silenzio, 208/20 Il patriarca Bartolomeo. Non abbiamo preso sul serio la Charta Ecumenica; L’ecumenismo avrà cent’anni nel 2010, Conferenze episcopali ortodosse della diaspora; Nuovo segretario del CEC, 209/8 Centenario ecumenico; Centenario ecumenico e questioni morali; Dialogo tra Europa e Chiese; Le Chiese europee e le migrazioni, 210/16 L’ecumenismo riparte da Edimburgo 2010; Dialogo cattolicimusulmani; Convocazione ecumenica per la pace, 211/8 Chiese ortodosse in Italia; Dialogo nelle scuole tra cristiani e musulmani; Un libro di testo per i musulmani tedeschi; Nuovo patriarca per i Serbi; La comunità luterana di Roma, 212/12-3 Celebrato a Edimburgo il centenario missionario; donne pastore nelle Chiese cristiane; Due unioni tra riformati, 213/22

Tra protestanti svizzeri, ortodossi contrari al primato papale; Che cosa ci insegnano gli ortodossi, Crescono in Svizzera gli evangelicali, 214/12 Dal sinodo dei vescovi orientali; Chiese europee contro la povertà; Costruire un futuro comune, Centenario di Fede e Costituzione; Accordo storico sul battesimo, 215/19 Agli inizi del dialogo ebreo-cattolico; Lutero a Roma; cattolici cristiani; Convocazione per la pace a Kingston, 216/17 Decima assemblea del CEC nel 2013; Ostacoli al concilio panortodosso; Ricorrenze ecumeniche; Il giardino di Lutero in Italia, 217/18 Ambasciatrice dei cristiani, La strage di valdesi in Calabria; Ecumenismo e missione; Religione ed Europa, record al «Kirchentag», 218/16 Per una domenica libera dal lavoro; Il Servizio cristiano di Riesi; la giornata mondiale di preghiera, 219/16 Il patriarca Bartolomeo in Italia; Una scuola di ecumenismo; Quanti sono i cristiani nel mondo?; ecumenismo per la pace, 220/17 L’incontro annuale Kek-Ccee; Ecumenismo ed eucarestia; Bibbie in esposizione; un’accademia di studi luterani in Italia; prossimi raduni ecclesiali in Germania, 221/18 Ospitalità eucaristica ecumenica, Maggiore controllo delle armi!; la Bibbia del re; «Book of Common Prayer»; Chiese evangeliche a confronto, 222/14-15 «Cultura del dialogo» tra cristiani e musulmani; Chi è protestante?; Critiche le Chiese su Rio+20; Ospitalità eucaristica: come i gamberi…; Luterani e riformati francesi riuniti, 223/14 Minoranze riconosciute a Milano; verso una «visione comune» tra le Chiese; Problemi finanziari al CEC; la Bibbia in Cina; Lutero a Ginevra, 224/18

Indice degli autori ALBINI Christian Religione cultura e Costituzioni, 202/17 BÄR Rosmarie «Rifugiati climatici»: ora occorre completare il diritto internazionale, 205/22 BASSO Ugo Pretacci, 209/17 BERTANI Angelo Laici italiani «brutti anatroccoli», 206/19 BIANCHI Enzo Il senso del dono per un Natale di gratuità, 224/7 BOBBIO Giorgio Il Sessantotto e i pazienti terminali, [lettera a «Dialoghi»], 203/14 BONDOLFI Alberto Nutrire i morenti è sempre un obbligo morale?, 201/9 Dies irae dies illa? Attorno agli ultimi sviluppi del dibattito sulle pratiche di fine vita, 205/11 L’articolo sulla ricerca merita il nostro «sì», 210/24 È stato giusto uccidere così Osama Bin Laden?, 217/2

L’etica ha qualcosa da dire sul nucleare?, 217/15 Attenzione al nucleo del messaggio biblico, [ricordo di C.M. Martini], 223/20 BORGHI Ernesto Tra il Gesù storico e il Cristo della fede, 202/3 Oltre la solitudine dei preti, 212/20 Per un sacerdozio ministeriale che sia sacerdozio battesimale, 213/15 Giovani e formazione culturale e religiosa: nella scuola ticinese si fa abbastanza?, 217/12 La sperimentazione della «storia delle religioni» nella scuola media: un percorso davvero utile?, 220/11 Carlo M. Martini (1927-2012): senza paura, per la vita di tutti, 223/19 BRUN Markus La crisi come occasione di riforme. Il IX Forum mondiale di Bélem, 206/20 Non del tutto negativo il bilancio intermedio operato dall’ONU, 213/12 CACCIA Fulvio Disagio a «Caritas Internationalis», 222/7 Il Manifesto del Samaritano, 222/7


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indici 201-225

CALDELARI Callisto La difficile transizione della Chiesa cattolica in Ticino, 209/3 Pensare agli adulti che 2ritornano», 217/11 CALIGIURI Angelo Hélder Camara al Concilio, 208/25 CAMPANINI Giorgio La solidarietà elemento centrale della dottrina sociale cattolica, 201/7 Perché contrari all’8 per mille? [lettera a «Dialoghi»], 206/23 CASELLA Antonio Quale giustizia, quale diritto?, 203/21 CASTAGNARO Mauro Per un’Eucarestia non staccata dalla vita e da celebrare senza rigidità ecclesiastiche, 221/3 CHEDA Giorgio Religiosità popolare e condizione della donna. Don Martino Signorelli, una vita per la cultura, 224/11 CHIAFFARINO Giorgio Eucarestia senza prete, un discorso da approfondire, 221/6 COCCI Luca Ricordo di padre Camillo de Piaz profeta contro ogni dogmatismo, 211/17 COCUZZA Elena Ordinare preti dalle comunità. Le proposte di un vescovo coraggioso, 221/8 CONRAD Emilio Prete operaio, ti ringrazio Signore!, 209/7 DADÒ Enrica Sguardo positivo sulla religiosità dei giovani, 217/8 DANIA Marco Dalle GMG un messaggio autentico, 217/9 DEGEN-BALLMER Stephan La creazione è un’opera collettiva, 203/7 EMONET Pierre L’impegno di Hans Küng, 212/11 EUGENIO Federica «Padre» della Chiesa che si fa storia. [Ricordo di E. Schillebeeck], 211/9

No. 228

GIANOLA Luigi Il restauro delle chiese tra fede, cultura e folclore, 206/3 GIGANTE Valerio Carlo Carretto profeta di laicità e di povertà, 211/20 Onore a Giancarla Codrignani coraggiosa militante cattolica, Valerio Gigante, 218/24 GIRARDI Giulio Il Vaticano II contiene due impostazioni antagoniste: solo la fedeltà all’uomo lo salva dalla lettura integrista, 223/9 HENRICI mons. Peter Il sistema duale? Una buona cosa!, [da un’intervista], 212/18 HOFSTETTER Pepo La DSC ed il «land grabbing». Fissare regole agli investitori, 211/15 KLEIN Nikolaus Lettura della Bibbia e riforma della Chiesa, 207/11 KNÖPFLEL Carlo La broken society è alle porte, 222/9 LAFRANCHI Aldo Preti pedofili e compatibilità con il ministero, 201/13 L’anima e il suo destino, 201/17 Mons. Angelo Jelmini per le vittime della guerra, 202/15 L’astinenza è l’alternativa al fallimento della prevenzione?, 203/2 L’anniversario di un’occasione mancata, 203/15 Sogni speranze delusioni di un protagonista. Intervista a Antonio Snider, 204/16 Chiesa matrigna! Salvi un parroco ma comprometti l’integrità della famiglia, 208/23 Preti pedofili: «tolleranza zero» necessaria, ma non basterà, 210/17 Un ideale, anche evangelico, non può essere un obbligo. Sulla relazione tra pedofilia e celibato obbligatorio dei preti, 211/5 Gender: l’identità sessuale nella scuola nella vita. Forzare la realtà con le parole, 220/3 Vangelo e diritto canonico, 225/2 LA VALLE Raniero Il Nobel a Obama, premio a una politica, 209/11 Ma non tutto è diritto, 209/23 Adriana amava la vita [ricordo di Adriana Zarri], 215/14 Girardi e l’età del dialogo simbolicamente conclusa, 221/15 Cronache del giubileo del Concilio. Le chiese vuote, i Cieli pieni?, 225/17 LAZZERI Valerio L’incontro tra il ricco e il povero nella Bibbia, 222/3

FABI Gianfranco Mercati fuori controllo, democrazie senza risorse, 219/9

LEO Rolando Li attira la parrocchia universale, 217/10

FANTI Claudia Un cristiano indiano e… buddista [ricordo di Raimon Panikkar], 213/20 El Caminante è giunto alla meta [ricordo del vescovo Samuel Ruiz Garcia], 216/12

LEPORI Alberto Per il futuro dei testimoni, 201/19 …e i maestri, 201/19 Diritti umani in Svizzera tra teoria e pratica, 204/7 Il finanziamento delle Chiese cantonali, 205/3 Chiese povere nella ricca Svizzera, 205/8 Il sogno di Don Cortella, 206/7 Laici nella Chiesa secondo coscienza e competenza. La lezione di primo Mazzolari, a cinquant’anni dalla morte, 206/9 Risposta a G. Campanini, 206/23 Unità non è uniformità, 207/24 Cultura religiosa per tutti (o quasi), 208/2 Libertà anche per i musulmani, 208/1 Il crocifisso illegale, 209/2 Una rondine non fa primavera, 210/7 Cattolici senza Papa, senza errori se possibile, [siglato a.l. insieme a em, cf. Enrico Morresi] 211/5 Il quadro giuridico [delle Parrocchie], 212/2 La religione non è una questione privata, 212/11 Spiritualità della politica, 214/5

FAVARO Oreste Una breve storia della Riforma, 203/21 FERRARI Fulvio Lutero ci unisce, o no?, 219/15 FERRARI Sergio Significato della terra per i rurali colombiani, 214/9 FRANZONI Giovanni Perché papa Wojtyla non dovrebbe essere «beato», 210/9 GARNIER van Christine Namibia, il ballo dell’uranio, 219/5


No. 228 23 indici 201-225 La generazione incredula, 214/19 Diritti ai cristiani (e a tutti gli altri), 214/20 L’Italia è ancora un Paese cattolico?, 215/11 Cristiani perseguitati, 215/23 Luigi Sturzo in Ticino, 216/19 Giovani e Chiese nella ricerca sociologica, 217/3 La Svizzera dà i numeri. Immagine di un mondo felice, 217/17 Segni religiosi in pubblico, 218/21 Dopo 150 anni di Azione cattolica, 218/22 Exit Berlusconi, 219/1 E se «evangelizzassimo» la Chiesa?, 219/13 Bertoli conferma, 221/2 Diaconia: l’esemplare servizio di tutti, 222/1 E adesso… un nuovo Sinodo svizzero, 223/24 LEPORI Daria Pietà per i dannati di Bhopal, 209/24 La Svizzera finora ha detto «no», 216/5 Confermata a Dakar la vitalità del Forum sociale mondiale, 216/11 Natale dev’essere proprio così, [Dossier a cura di, cf. Marina Sartorio], 224/1 Disintossicarsi dall’alcol consumistico, 224/2 LONGCHAMP Olivier Il segreto bancario ha danneggiato i poveri del mondo, 208/7 Osare la trasgressione, 219/14 MARTUCCI Marco Prudenti ma razionali sugli OGM, 203/9 Chi ha paura degli ogm? Non piacciono, sono tabù. Ma perché sono anche utili?, 216/3 MAURI LUZZI Federica Più giustizia nel commercio: dirittoalcibo.ch, 210/23 Tesori della terra e diritti umani, 216/8 «Sacrificio quaresimale» è attivo da cinquant’anni, 218/17 Le Chiese svizzere e l’apartheid, [siglato f.m.], 218/18 Lo sviluppo non è possibile senza le donne, 220/15 MOLINARO Italo L’esperienza della «Spina», 217/9 MORANDINI Simone Nelle religioni una riserva di significati ecologici, 203/3 Fondare una casa per l’umanità in forme capaci di futuro. La cura dell’ambiente nell’enciclica «Caritas in veritate», 210/9 MORRESI Enrico Dialoghi ha festeggiato il traguardo dei primi duecento numeri, 201/2 Un bel purgante contro il dogmatismo, 201/19 Nel labirinto delle traduzioni, 202/9 Ma don Leber non fu più d’accordo!, 202/11 L’informazione di Chiesa: bravi, bravini, avanti così, 204/21 Coraggio per la Chiesa di essere giovane, 204/23 Mala tempora, 205/1 La comunicazione politica nei media ticinesi, 207/19 GdP, vicini al fondo del barile, 209/7 Si ride amaro su questa Chiesa, 209/16 «Il problema è Roma?», 210/1 Cattolici senza Papa, senza errori se possibile [siglato em insieme a a.l., cf. Alberto Lepori], 211/5 Peripezie della nozione di obiettività giornalistica, 211/11 Debolezza strutturale delle finanze parrocchiali, [dossier a cura di], 212/3 Gli ottant’anni di Alberto Lepori, 213/8 I conti nelle tasche (povere tasche) della Diocesi, 213/9 Il Concilio Vaticano II e quel che ne è seguito, 213/24 È tutta colpa dell’Illuminismo?, 214/1 Il papa e il preservativo, 214/20 Anglicani umiliati, 215/2 Ora «emerito» ma sempre vicino [Alberto Bondolfi], 217/16 Ricordo di Giancarlo Zizola, 218/18 Le banche lucrano come prima sui titoli «dubbi» [Intervista a Alfonso Tuor], 219/2 Eucarestia e comunità, 221/1

Per superare l’impasse ecumenica, 222/1 Giornalisti e giornali ticinesi al concilio, 223/5 Facciamo un quotidiano cattolico con sempre meno, meno, meno…, 225/18 MÜLLER Johannes I mutamenti climatici come sfida etica, 203/5 NICOLINI Giusi Fardello di dolore scandalo per l’Europa, 225/7 NIGGLI Peter Che risultato hanno dato gli «obiettivi del Millennio», 213/11 PAGOLA Juan Antonio Non possiamo non fare memoria di Gesù, 221/4 PESCIA Cleto Un pastore evangelico contro il Muro di Berlino. Intervista a Rainer Eppelmann, resistente esemplare, 209/17 PEZZOLI-OLGIATI Daria Strategie religiose dei giovani, 208/21 ORELLI Giovanni Tra tecnica e natura, L’uomo, 203/1 PAJER Flavio Tutto fermo in Europa sulla religione a scuola?, 201/11 PARONETTO Sergio Il magistero di pace di Giovanni Paolo II, 217/20 PEDRONI Virginio Fede, ragione, laicità, rapporti Stato e Chiesa, 221/9 PETRAGLIO Renzo La Nuova Bibbia CEI: una lettura critica, 207/3 La Parola di Dio e gli imbarazzi dei traduttori, 208/9 RATTI Remigio Confini cicatrici della storia, ma in futuro…, 214/3 REESE Thomas J. Democrazia e sussidiarietà per la riforma del vaticano, 212/14 RICALDONE Itala Che significa «diritti» per una donna indiana?, 204/8 ROSSI Guido Ma di chi sono i mercati? E chi li governa?, 219/7 ROUTHIER Gilles Come il Concilio divenne assemblea deliberante e la Chiesa cattolica visse una nuova primavera, 223/3 SALAMOLARD Michel Quale futuro per la confessione?, 206/24 SANDRI Luigi A quarant’anni da Medellin, 203/21 Lettura cattolica della Bibbia, lettrici della Bibbia, 204/13 Anglicani, un abbraccio equivoco, 209/9 I nodi irrisolti del dialogo Roma-Canterbury, Luigi Sandri, 214/14 Luci e ombre dei nuovi documenti sulle violenze sessuali del clero, [siglato L.S.], 214/1 Stato e Chiesa: un rapporto così straripante da occupare tutta la storia recente del Paese, 215/8 La Santa Sede non ha (ancora) una dottrina sugli ogm, [siglato L.S.], 216/7 L’unica guerra giusta è la pace, 218/15 Assisi, ma «senza sincretismi», 219/15 La strana pace tra Roma e Ecône, 222/16 L’Anno della fede secondo Ratzinger, 223/13 Un Sinodo così non serve. Troppi propositi inconcludenti, 224/8


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indici 201-225

No. 228

SAPIENZA Rosario Una Carta dei diritti valida per tutto il mondo, 204/3

Contro il mito della crescita continua e illimitata, 214/7 È stata espropriata l’anima della democrazia, 219/3

SARTORIO Marina La Chiesa è «popolo di Dio», 202/15 Chiesa e «misericordia»: per chi o con chi?, 203/11 Chiesa e società in Polonia vent’anni dopo. Intervista a Jan Turnau, giornalista e biblista, 206/17 Monsignor Romero, come ricordare?, 210/15 Malgrado tutto segni di speranza, 215/1 La sfida del pluralismo: un nodo ancora irrisolto, 223/12 Natale dev’essere proprio così, [Dossier a cura di, cf. Daria Lepori], 224/1 Prosperità senza crescita: è possibile?, 224/5

TRIONFINI Paolo Italia e cattolici dall’Unità a oggi, 216/20

SEBASTIANI Lilia I laici tacciano (soprattutto) sulla liturgia, 212/10

TUOR Alfonso Subprime o la fine di un sistema, 201/6 VARGAS de Phlilippe Uscire dall’inerzia e dalle false sicurezze per una nuova primavera dell’ecumenismo, 222/11 VECCHIO Giorgio Quando Montini proteggeva «la Corsia», 214/19 Quando il Papa non doveva parlare, 216/19 Un uomo nella Chiesa, 220/8 VEGLIO Pietro Le origini della crisi attuale sono in Occidente, 208/3 La speculazione: se la conosci la puoi dominare, 219/6

SILINI Carlo Il sessantotto nella pelle, 202/2 [risposta a Giorgio Bobbio], 203/14 Un papato indebolito, 206/2 Il Papa in Israele, 207/2 Leggere la Bibbia «per sé» e «per me», 207/9 «Caritas in veritate» un’enciclica bifronte, 208/1 Dalla critica del capitalismo all’utopia religiosa. Il versante economico dell’ultima enciclica papale, 210/3 La pedofilia dei preti cattolici nell’agenda dei media, 211/2 Fede e secolarismo nel pensiero del Papa, 215/19 Figli del Concilio, anche senza saperlo. Non rubatecelo!, 223/1

VITALI Alberto Oscar A. Romero, «convertito» dal suo popolo, 207/15 VITALINI Sandro La Scrittura che libera, 204/21 Attuare finalmente il Concilio, 220/19 Invito al servizio, 222/8

SNIDER NOSEDA Margherita L’orticello di Giorgio Orelli, novantenne, 217/2

WERLEN Martin Brace sotto la cenere, da scoprire insieme. Una pro-vocazione per l’Anno della fede (2012-2013), 225/9

SPINEDI Marco Vivo alla ricerca dell’amore vero, 217/7

ZAVADINI Giuliana Femminismo cristiano, 217/19

TAMAYO Juan José L’elezione di un vescovo spetta a tutti, 220/19

ZIZOLA Giancarlo Lefebvrismo romano? La battaglia della scomunica, 205/15 Lo IOR e gli scandali ricorrenti delle finanze ecclesiastiche, 209/13 Tanti preti in Italia? Un mito da sfatare, 215/5

TINTORI Chiara Democrazia ed uguaglianza, 202/17

ZORDAN Davide La beatificazione di John Henry Newman, 213/2

TOPPI Silvano Un’economia dominata dal mercato dei capitali, 201/3 La tristezza di dover dire: avevamo ragione, 204/11

A cura di Margherita Noseda Snider

dialoghi

In questo numero Copertina G «Dio è solo misericordia» (E.M.) Dossier – Un sacramento in crisi di fiducia G Come parlare di peccato alle persone oggi? (Alberto Bondolfi) G Concilio e antropologia moderna da coniugare (Aldo Lafranchi)

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di riflessione cristiana

www.dialoghi.ch

Articoli G Cbhi è povero in Svizzera? (c.s.) G Come la Svizzera partecipa al saccheggio dei paesi poveri (Mark Herkenrath) G osservatorio ecumenico G cronaca svizzera G notiziario (in)sostenibile G cronaca internazionale G notizie belle e buone G indici di «dialoghi» nn. 201-225

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Comitato: Alberto Bondolfi, Ernesto Borghi, don Emilio Conrad, Serse Forni, Aldo Lafranchi, Alberto Lepori, Daria Lepori, Enrico Morresi, Margherita Noseda Snider, Marina Sartorio, Carlo Silini

Stampa: Tipografia-Offset Stazione SA, Locarno

Redattore responsabile: Enrico Morresi, via Madonna della Salute 6, CH-6900 Massagno, telefono +41 91 966 00 73, enrico.morresi@sunrise.ch, redazione@dialoghi.ch

L’abbonamento ordinario annuale (cinque numeri) costa fr. 60.–, sostenitori da fr. 100.– Un numero separato costa fr. 12.– Conto corr. post. 65-7205-4, Bellinzona.

Amministrazione di «Dialoghi»: c/o Claudio Cerfoglia, Salita dei frati 4A, 6900 Lugano, amministrazione@dialoghi.ch

La corrispondenza riguardante gli abbonamenti, i versamenti, le richieste di numeri singoli o di saggio e i cambiamenti di indirizzo va mandata all’amministratore.

I collaboratori occasionali o regolari non si ritengono necessariamente consenzienti con la linea della rivista.


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