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217 dialoghi di riflessione cristiana

BIMESTRALE

da «Spighe», mensile dell’Azione cattolica ticinese.

Locarno – Anno 43 – Giugno 2011

Chiesa e giovani: disincanto e sete di autenticità Si è rotto qualcosa nel rapporto tra le ultime generazioni e le Chiese. La sociologia religiosa è concorde nel segnalare una significativa diminuzione della frequenza e ne discute le cause. È la Chiesa che non sa più parlare ai giovani? È mancata la trasmissione della fede da parte delle famiglie? Oppure è sbagliato porsi queste domande? Forse è solo cambiato il rapporto, si è interiorizzato, personalizzato. Nel dossier ospitato in questo numero, accanto ai dati delle migliori ricerche sociologiche, si dà spazio a varie testimonianze. Esistono il disincanto e il distacco, ma si esprime anche una sete di autenticità di cui bisogna tener conto. (Dossier da pag. 3 a pag. 12)


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opinioni

È stato giusto uccidere così Osama Bin Laden?

La notizia oramai è datata, ma la necessità di una riflessione di principio permane. Alla notizia dell’uccisione di Osama Bin Laden, devo ammettere che le mie simpatie sono andate (non mi capita spesso…) alla dichiarazione rilasciata dalla Santa Sede a Roma. In questo comunicato si affermava che non ci si deve mai rallegrare della morte di una persona umana. Posso solo condividere una simile affermazione. Il presidente Obama non si è comunque limitato a rallegrarsi, ma ha detto pure che «giustizia è stata fatta». Agli occhi dell’Amministrazione statunitense e di molta opinione pubblica americana, dunque, la morte violenta di Bin Laden è motivo di gioia e di soddisfazione al contempo giuridica e politica, poiché si vede in essa il compimento di una esigenza di giustizia. Fortunatamente le cancellerie europee, pur manifestando «soddisfazione», non hanno usato i medesimi termini. Che cosa si può dunque proporre alla nostra riflessione di cittadini e di cristiani? Nessuno di noi ha potuto vedere come sia avvenuta l’uccisione di Bin Laden: pur tenendo conto che viviamo nella civiltà dell’immagine, l’Amministrazione americana ha esercitato la dovuta discrezione. Abbiamo potuto solo vedere la reazione degli stretti collaboratori del Presidente, che seguivano la scena «in diretta». Devo riconoscere di essere stato particolarmente colpito dalla «marginalità» del Presidente, seduto in un angolo e non al centro del gruppo che seguiva la scena. Non siamo dunque in grado di poter affermare se i membri del commando abbiano ucciso Bin Laden poiché direttamente minacciati da quest’ultimo in armi e con l’intenzione di attentare alle loro vite, oppure se l’abbiano sorpreso disarmato e impotente. Ma se Bin Laden fosse stato accerchiato come uomo inerme sarà difficile argomentare con il criterio della legittima difesa o dello stato di necessità. L’operazione potrebbe essere giustificata come un atto di guerra, ma anche in guerra valgono alcune regole, e non so se siano state rispettate in questo caso preciso. Di fronte a un Bin

i corsivi di dialoghi Laden inerme, i membri del commando avrebbero dunque potuto agire altrimenti ed arrestarlo vivo. Ma se qualificassimo l’operazione come una retata di polizia? In quel caso, la violenza nell’arresto si giustifica in quanto limitata ad atti di legittima difesa di fronte a minacce dirette. L’arresto, inoltre, dovrebbe essere operato su mandato di una corte abilitata a giudicarlo, ma di questo mandato giudiziario non c’è traccia nel «caso Bin Laden». Anche chi ammetta la legalità e la legittimità morale della pena di morte (sanzione che io personalmente non approvo) deve sapere che può essere solo il risultato di un processo equo. L’operazione delle truppe speciali statunitensi non può essere equiparata a un processo penale moralmente accettabile. Alberto Bondolfi

L’orticello di Giorgio Orelli, novantenne

«E poiché amo la vita e la letteratura che dicono vera perché sembra viva all’orecchio e allo spirito, mi auguro di poter continuare a vivere e a scrivere avendo cura di un orticello o giardinetto che anche la brevità necessaria del vivere non incoraggia ad abbandonare». Con queste parole Giorgio Orelli, oggi splendido novantenne, ringraziava nel 1988 la Fondazione svizzera Schiller che gli aveva conferito il grande premio per la sua opera poetica. Negli anni, Orelli ha avuto cura del suo orticello, dal quale ha saputo trarre frutti preziosi sul doppio versante della poesia e della critica letteraria, attenta al «suono dei sospiri» delle parole (per citare il titolo di una sua importante raccolta di saggi dedicata al Canzoniere del Petrarca), lettura che presta l’orecchio alla componente ritmico-timbrica. In questo il poeta è allievo della filologia che aderisce alla memoria, «una proprietà che conferisce a Orelli una posizione non scambiabile con quella di nessun altro», come ebbe dire il grande filologo Gianfranco Contini, che lo ebbe allievo all’università di Friburgo negli anni quaranta e che tenne a battesimo la pubblicazione della sua prima raccolta poetica, Né bianco né viola, uscita nella Collana di Lugano

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nel 1944, collana che aveva ospitato Saba e Montale. Autore estremamente discreto, Orelli non è mai stato impaziente di pubblicare le sue poesie (l’ultima raccolta infatti, Il collo dell’anitra, edita da Garzanti, è del 2001; ma pare che ne sia quasi pronta una nuova), lasciando i suoi lettori nell’attesa. Una lentezza feconda che trova la sua giustificazione nell’attenzione e nel rispetto che il poeta ha per la centralità della parola, per i suoni e per le loro relazioni. Quel rispetto e quell’attenzione che egli ha sempre dimostrato nelle sue incursioni verbali nelle opere degli altri poeti, Dante, Petrarca, Montale, tanto per citare i maggiori, e che si ritrova anche nella sua pratica di traduttore, in particolare di Goethe. Così la sua attività di critico è servita al suo lavoro di poeta; l’ha nutrita conferendo ai suoi versi il respiro della grande lirica. Per questo, il lettore di Orelli deve prestare grande attenzione al piano acustico, ai ritmi, ai versi, alle combinazioni foniche che sono un tutt’uno con i significati. In tal senso, la realtà presente nelle sue poesie diventa emblematica: le occasioni da cui nascono (In riva al Ticino, Sera di san Giuseppe, Momento estivo, per citare a caso qualche titolo della raccolta Sinopie, Mondadori, 1977), uscendo dall’emergenza del momento dell’ispirazione primaria, producono significati altri, che sottraggono i testi all’usura del tempo. In quest’ottica, Orelli, che ha definito sé stesso nella poesia Prima dell’anno nuovo «né giovane né vecchio», come tutti i grandi poeti, risulta a noi lettori sempre attuale, nella sua classicità e nell’attenzione alla realtà. A ricordare che, se anche il tempo passa, a volte la realtà, ahimé, non muta, stanno i versi che Orelli ha dedicato a Leonardo Boff: «Leonardo, che sempre / pensi ai poveri PRIMA / ch’entrino primi nel Regno e scrivi / «Ciò che dev’essere è forte e invincibile». / non è la febbre di Lefebvre ma quella / di Romero, ogni giorno la tua meta / luccica come lacrima, lontano / da Roma e dal razzente cardinale / che in sintonia con la santa dottrina / ha scambiato per la muleta / un oleandro». (Spiracoli, Mondadori, p. 54). Margherita Snider Noseda


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dossier

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Giovani e Chiese nella ricerca sociologica Famiglia assente, si diffonde la «religione debole» «Perché i giovani non vanno più a messa?». Se lo chiede Armando Matteo, assistente nazionale della Federazione universitari cattolici italiani, associazione benemerita per aver formato per la Chiesa e l’Italia una lunga serie di personalità. Più che il prestigio dell’autore, è il titolo che ha provocato un’ampia discussione: La prima generazione incredula. Meno di novanta pagine, ma un’impressionante «nota bibliografica». La generazione cui si riferisce l’autore è quella nata dopo il 1990, per la quale le inchieste sociologiche in Italia e in tutta Europa, evidenziano un quasi totale abbandono della pratica religiosa, almeno quale adesione o frequenza alla Chiesa cattolica. Le sue conclusioni sono condivisibili da chiunque abbia gli occhi aperti. A. Matteo, La generazione incredula, Il difficile rapporto tra i giovani e la fede, Rubbettino, Roma, 2010, recensito in «Dialoghi» n. 214 (dicembre 2010). p. 19.

Una conferma numerica Il numero 1079 della rivista bolognese «Il Regno» reca un ampio riassunto e un interessante commento di una indagine sociologica condotta nella seconda metà del 2009 da Paolo Segatti, docente di sociologia politica all’Università di Milano, sulla religione praticata e vissuta dagli italiani, risultante dalle risposte a un campione rappresentativo della popolazione adulta. Gli intervistati si sono dichiarati per 81,30% cattolici, l’11,7% cristiani non cattolici, il 6,5% non credenti, lo 0,5% di altra religione. Alla domanda circa la frequenza alla messa o alle funzioni religiose, il 27,7% ha risposto di frequentare tutte le settimane, frequenze minori per circa il 30%, solo due o tre volte l’anno il 23,4%, nessuna frequenza per il 18,3%. Se le percentuali indicate confermano dati di altre e precedenti inchieste (in Italia la frequenza domenicale è superiore a quella rilevata negli Stati dell’Europa occidentale a maggioranza cattolica), la scomposizione del dato per genere (donne e uomini), per istruzione (titolo di studio) e per età (nati prima del 1945, prima del 1960, prima del 1970, prima del 1980, prima del 1991) evidenzia una grande diversità di comportamenti, che vanno da una per-

di Alberto Lepori

centuale di oltre il 15% superiore alla media nazionale (cioè 28 + 16) a un minimo di circa il 12% (28 -16%). La massima percentuale di frequenza alla messa è delle generazioni nate prima del 1945, la minima delle generazioni nate dopo il 1981. Un così netto influsso del fattore generazionale (cioè della diminuzione di partecipazione giovanile) non era mai stata verificata statisticamente (anche se la cosa non sorprende chi frequenta regolarmente le funzioni religiose e può fare confronti con i decenni passati). I dati raccolti da Segati circa altri comportamenti religiosi (credenza nella esistenza di Dio, timore di Dio, protezione divina), manifestano (e confermano) la grande varietà della religione vissuta o espressa dal campione: mentre la media del campione alla domanda sulla «fede in Dio» risulta del 72%, ai piedi della scala percentuale sono i nati dopo il 1981 (con un meno 13 sulla media del campione). Anche il dato relativo alla preghiera individuale conferma il comportamento negativo giovanile: qui la media del campione è del 74%, ma in fondo alla scala sono ancora i nati tra il 1981 e il 1991, uno scarto del 15% in meno.

«Il Regno» del 15 maggio 2010, cfr «Dialoghi» n. 215 (febbraio 2011), p. 11, L’Italia è ancora un paese cattolico?

Uno scarto generazionale Nelle conclusioni dell’articolo citato, il professore Segatti così si esprime: «I dati sulle caratteristiche demografiche e sociali associate ai sei tratti del rapporto degli italiani con la religione mostrano alcune tendenze comuni e alcune particolarità che meritano di essere conclusivamente sottolineate. La tendenza comune a ogni aspetto dell’identità religiosa è che i giovani, in particolare quelli nati dopo il 1981, sono tra gli italiani quelli più estranei a un’esperienza religiosa. Vanno decisamente meno in chiesa, credono di meno in Dio, pregano di meno, hanno meno fiducia nella Chiesa, si definiscono meno come cattolici e ritengono che essere italiani non equivalga a essere cattolici.

La tendenza dei giovani tra i 18 e i 29 anni a essere più lontani dalla religione è confermata anche da altre recenti inchieste, come quella IARD del 2010. Qui ci troviamo in presenza di una duplice dinamica. L’indagine rileva infatti la presenza, rispetto alle precedenti coorti di età, di uno scalino generazionale. Lo scarto tra la generazione del 1981 –un anno oltremodo simbolico per la nostra analisi – e la precedente nella propria adesione alla religione, segnatamente alla confessione cattolica e al modello che essa ha realizzato nel tempo nel nostro paese, è così forte da non consentire di rubricarlo in una sorta di dimensione piana, in un processo dolce e lineare di secolarizzazione». «Il Regno», n. 1079 del 15 giugno 2010, p. 351.

Alcune spiegazioni tentate Le spiegazioni offerte da don Matteo circa il comportamento giovanile riguardano particolarmente due ambiti: fondamentalmente è cambiato il clima culturale (siamo nel post-moderno che ha completamente secolarizzato la precedente «cristianità» del «non possiamo non dirci cristiani»); la famiglia, che in precedenza fungeva da «apprendistato alla religione», non è più in grado o non vuole più (con genitori post-sessantottini), trasmettere una «cultura» che anticipava l’evangelizzazione, dispensata poi dalla struttura ecclesiale. Una delle cause è esplicitata in un articolo in cui si denuncia l’allontanamento dalla Chiesa cattolica delle donne, per il mancato riconoscimento dell’emancipazione femminile avvenuto nella società occidentale. E l’autore indica come conseguenza proprio l’abbandono da parte delle madri della precedente funzione educativa in favore della formazione religiosa. «Dopo aver perduto gran parte del mondo operaio, e in seguito buona parte del mondo intellettuale, la Chiesa perdeva, sul terreno dei costumi, ampie fasce di quel mondo femminile che aveva fornito la migliore parte delle sue truppe nel secolo corso. Da quando si era stabilita la regola di battezzare i bambini fin dalla nascita, compito della donna era di risvegliare alla fede e alla pietà, poi di educarli


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all’obbedienza alle regole della morale e alle pratiche della religione. Al posto del prete che istruiva i catecumeni adulti nei secoli precedenti, erano le donne ormai che assicuravano la crescita della Chiesa nella società attraverso il flusso delle generazioni. Ma ecco che la donna dei tempi moderni, emancipata dalle strutture in cui la imprigionavano le società tradizionali, si sottrae alla vocazione di generare dei piccoli cristiani, assegnatale dalla tradizione ecclesiale. La Chiesa tende dunque a opporsi il più possibile all’emancipazione della donna e quest’ultima ha finito per vedere nella Chiesa il maggiore ostacolo della sua promozione sociale: una tale ostilità reciproca compromette gravemente il futuro del cattolicesimo». Joseph Moingt, Il ruolo delle donne nel futuro della Chiesa, traduzione da «Etudes», 1. gennaio 2011, «Il Regno», 15 febbraio 2011, p. 76-7.

Dopo il Concilio Una causa più ampia è invece indicata nel libro di John W. O’Malley Che cosa è successo nel Vaticano II (recensito in «Dialoghi» n. 213, ottobre 2010), dove viene considerata la generazione dei cattolici che lo hanno ricevuto entusiasticamente (cioè i nati nei decenni 1950-1970) ma che non sono stati in grado di trasmettere le loro fede e religiosità alle generazioni dei figli (nati tra il 1970 e il 1990). Scrive Antonio Torresin (su «Il Regno»n.1077, 15 aprile 2010, p. 249) che le nuove generazioni si trovano a vivere in un mondo scristianizzato e pluralista, cioè in una situazione di minoranza e quindi di oggettiva debolezza: «Il Concilio richiedeva l’istituzionalizzazione in forme di vita rinnovata che permettesse l’appropriazione delle intuizioni conciliari a coloro che accedevano alla fede, ma proprio questo è il punto debole dell’epoca immediatamente postconciliare. Gli anni Settanta sono stati condizionati da un clima anti-istituzionale e anti-tradizionale che ha inciso nelle nuove generazioni. Anche nel cattolicesimo si è respirato un clima di distanza dalle istituzioni, dalla pratica ecclesiale, dalle forme pratiche della fede che non ha permesso alle nuove generazioni di essere introdotte alla fede proprio da coloro che avevano vissuto le grandi intuizioni conciliari. Per la generazione a cui il Concilio è stato consegnato la spontaneità contava più che la virtù, la libertà era la regola più che la tradizione,

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l’autenticità doveva guidare la pratica più che i codici, l’immediatezza dei rapporti ispirava i comportamenti più che le regole istituzionali ecc. Si deve quindi recensire una ‘disconnessione’ tra il programma di riforme istituzionali proposte dal governo centrale della Chiesa e il sentire anti istituzionale che costituisce un tratto determinante di quel periodo. È questa non-coincidenza o assenza di sincronia tra la ricezione kerigmatica e l’ethos spirituale e culturale della prima generazione che ha ricevuto il Vaticano II a porre un problema del tutto particolare». Semplificando (e confessando anche la nostra colpa), i cattolici del Concilio, entusiasti dell’aggiornamento giovanneo che aveva spazzato il vecchiume della Chiesa costantiniana e ottocentesca, non hanno saputo educare alla fede le generazioni seguenti, indifferenti alle critiche di un passato che non hanno conosciuto, e che hanno bisogno di «certezze» in un mondo in rapida trasformazione (ma Turoldo metteva in guardia dal confondere la fede cristiana con le certezze). Questo tema del mancato passaggio educativo tra le generazioni, ad un livello più vasto, è stato sviluppato anche dal sociologo Jean Pierre Le Goff sulla rivista «Etudes» (n.4201 del febbraio 2009) sotto il titolo «Il filo rotto delle generazioni». Egli osserva in particolare: «I sessantottini hanno così contestato la base giudaica, cristiana e repubblicana, ma erano stati educati su quella stessa base: sono dunque eredi critici, in rottura, ma tuttavia eredi. Non è la stessa cosa per le generazioni successive, che sono cresciute e si sono formate in un periodo quando il filo era stato rotto. L’educazione di un giovane negli anni post-sessantotto è ben diversa di quella degli anni sessanta. Considerando tali ragazzi sempre più presto come individui autonomi e cittadini, gli adulti hanno scompaginato i posti e i ruoli, hanno cortocircuitato la spensieratezza dell’infanzia e l’indeterminatezza della adolescenza, tappe indispensabili alla loro strutturazione. Le nuove generazioni si sono trovate di fronte insegnanti ed educatori che non assumevano (o lo facevano male) il loro ruolo di trasmissione di una eredità con la quale loro stessi erano in rottura. I figli dei sessantottini si sono trovati di fronte a loro stessi, con il sentimento più o meno cosciente di un crudele abbandono e di una domanda impossibile di filiazione».

Una Chiesa antimoderna

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Ancora più radicale il giudizio del teologo toscano Severino Dianich, che indica come causa dell’indifferenza alla fede cristiana degli uomini di oggi (e quindi anche dei giovani) la perdita di prestigio della Chiesa cattolica rispetto al clima culturale postmoderno. Egli osserva, in un saggio che ha ricevuto molta attenzione in Italia: «In questi ultimi decenni il dialogo con il mondo contemporaneo si è fortemente deteriorato. Questo è avvenuto anche perché troppo spesso le indicazioni del Concilio non sono state ascoltate e praticate. Così, di fronte all’abbandono della fede di molti, ci si trova ad essere meno ascoltati e più incapaci d’intessere un colloquio che permetta l’invito a credere. Mentre il missionario che svolge il suo ministero là dove la Chiesa non esisteva ancora, o non ha ancora un impianto istituzionale così imponente da condizionare la vita sociale e politica del paese, può parlare cuore a cuore, nei nostri Paesi questo è molto più difficile. Il non credente dei Paesi di antica tradizione cristiana, per aprirsi all’ascolto del messaggio evangelico, deve superare i sospetti che gli vengono dalla storia sulla natura della Chiesa, vecchie avversioni e avversioni nuove, provocate dalle sue prese di posizione su problematiche oggi molto sentite, dalle quali egli ricava l’idea che essa intenda tornare ad imporsi alla società, minandone la struttura laica e l’asse democratico». (Il prof. Dianich indica anche una strada per «Dire il Vangelo nella società secolarizzata», ma ciò non è il tema di questo articolo, e rinvio pertanto gli interessati al testo citato).

Severino Dianich, Il vangelo nella società occidentale scristianizzata. Chiesa, che fare?, «Il Regno» n. 1089, 15 novembre 2010, pag. 715-722.

Un fenomeno europeo Fin qui mi sono riferito a testi pubblicati in Italia, ma è utile estendere la prospettiva, precisando che il fenomeno della «scristianizzazione» riguarda di fatto i Paesi di vecchia evangelizzazione, cioè quelli dell’Europa occidentale. Diversa è, almeno per ora, la situazione nell’Europa orientale e ortodossa, e ancora di più nell’emisfero sud (Africa, Sud America). Nel numero 362 della rivista francese «Esprit» (febbraio 2010, pp. 78-88), il sociologo Jean-Louis Schlegel pubblica un articolo sul «Declino del cat-


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tolicesimo europeo» (la traduzione italiana è stata curata da Giacomo Losito e pubblicata sul n.276-277 della rivista «Il Tetto» di Napoli, marzo-giugno 2010) che può servire ad allargare il panorama. «Le statistiche, ognuno ne conviene, non sono tutto, ancor più in ambito religioso. Alcune cifre sono però rivelatrici: mettono in luce una debolezza divenuta problematica, aggravatasi anno dopo anno. In particolare la pratica cultuale domenicale (la partecipazione o l’assistenza alla messa della domenica) è un indizio significativo, ancor più in regime di cattolicità, in cui in via di principio essa costituisce un obbligo sotto pena di peccato (non sentire più l’astensione come una colpa costituisce pure, d’altronde, un indizio in sé). Anche se in Irlanda, in Spagna, in Portogallo e in Italia, e pure in Polonia, la pratica domenicale (compresa in senso lato dalle inchieste: si tratta di coloro che si recano una o due volte al mese a messa) si mantiene a livelli più elevati, essa si è abbassata molto negli ultimi trent’anni in tutto il cattolicesimo dell’Europa occidentale. In Francia, un Paese in cui la religione cattolica è per tradizione ampiamente maggioritaria, essa non va oltre il 5% della popolazione e si avvicina al tasso dei Paesi luterani secolarizzati dell’Europa del Nord». Ovvio che l’abbandono è specialmente giovanile. Dove si diventa cristiani Fin qui si è documentato, cercando anche di risalire alle cause, la perdita di rilievo, a livello personale e più largamente culturale e sociale, della Chiesa cattolica. Ma ben sappiamo che di cattolici, e di giovani cattolici, ne esistono ancora, vivi presenti e vivaci. Anche di loro si occupano le indagini sociologiche, dalle quali voglio selezionare un aspetto fondamentale, cercando una risposta alla domanda: «dove oggi si diventa cattolici e si incontra la fede?». Il professor Franco Garelli, ordinario di sociologia all’Università di Torino e uno dei maggiori sociologi della religione, ha curato una raccolta di studi dal titolo La socializzazione flessibile. Identità e trasmissione dei valori tra i giovani (Il Mulino, Studi e Ricerche, Bologna 2006). Nella prima parte, col titolo: «La formazione dei valori nella socializzazione dei giovani», vengono interpretati i dati di

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un’inchiesta condotta su un campione di duemila giovani, maschi e femmine, in età tra i 16 ed i 29 anni. Un capitolo è dedicato a «Giovani e religione: i percorsi di una socializzazione diffusa», e da esso tolgo le citazioni che seguono. A proposito dei «percorsi di socializzazione religiosa», l’indagine ha evidenziato che «a parte un 9% di soggetti che è rimasto estraneo a qualunque esperienza religiosa socializzante, la maggioranza dei giovani è passata per più di una esperienza. Il 14% ha frequentato ambienti religiosi e gruppi o figure religiose; il 16% ha una famiglia religiosa alle spalle e ha passato la pre-adolescenza in ambienti religiosi; il 27%, oltre ad avere genitori religiosi, ha fatto parte di gruppi o ha intrattenuto relazioni con figure religiose significative; il 18% è passato attraverso tutte le esperienze religiose considerate (famiglia, ambienti, figure, gruppi). Per contro, una minoranza di giovani ha avuto esperienze più isolate e frammentate: il 10% ha soltanto frequentato gli ambienti religiosi di base (parrocchie e oratorio) pur non avendo genitori credenti e non facendo altre esperienze; il 6% è soltanto cresciuto in una famiglia religiosa, senza avere esperienze religiose extrafamiliari; e poco più dell’1% ha frequentato un gruppo o una figura religiosa, pur non avendo alle spalle né una famiglia religiosa, né l’inserimento in un ambiente religioso più allargato». Lo studioso si chiede: «Percorsi di socializzazione religiosa più ricchi e integrati producono esiti migliori in termini di partecipazione religiosa? Confrontando l’impatto dei diversi percorsi sulle variabili di atteggiamento e di comportamento religioso dei giovani si registrano degli effetti molto differenziati. Innanzitutto, la sola frequentazione di un ambiente religioso di base non è sufficiente a innescare un tipo di religiosità solida e attiva. Chi è soltanto “passato” per un ambiente religioso, senza altre esperienze religiosamente significative in aggiunta, appare caratterizzato da una religiosità di basso profilo, non distante dalle posizioni espresse dal gruppo dei giovani “senza religione”. Ad esempio, il 74% di chi ha soltanto frequentato ambienti come la parrocchia e l’oratorio, attribuisce poca o nessuna importanza alla religione, percentuale più vicina a quella fatta registrare da chi non ha ricevuto alcuna socia-

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lizzazione religiosa (86%) che a quella di chi appartiene ad una famiglia religiosa o ha fatto anche altre esperienze religiose (inferiore al 30%). Questa socializzazione religiosa “minima” sembra perlopiù produrre una religiosità debole, instabile e incerta: ad esempio, il 65% (rispetto ad una media del 45%) dichiara di credere per educazione e tradizione e il 51% (rispetto alla media del 38%) crede a modo proprio o senza avere idee troppo chiare. Legato a questo primo dato ve n’è un secondo: la mancanza di una socializzazione religiosa familiare sembra produrre un effetto di generale abbassamento delle percentuali di partecipazione religiosa più convinta e attiva» (pp.153-155). L’indagine infatti dimostra l’importanza per la socializzazione religiosa dell’avere un ambiente famigliare religioso: «Ad esempio, crede in Dio senza manifestare alcun dubbio non più del 12% di quanti hanno solo frequentato gli ambienti religiosi di base, e il 20% di coloro che hanno anche avuto esperienze religiose più significative (figure o gruppi), mentre la percentuale sale a circa il 40% se tra le esperienze socializzanti vi è anche un background familiare religioso; oppure la frequenza (regolare o quasi) dei riti religiosi raggiunge il 17% se non si ha una famiglia religiosa alle spalle, mentre si situa tra il 25-30% se si hanno almeno genitori religiosi; o ancora ritiene importante che nella propria coppia vi sia sintonia sulle questioni religiose almeno il 60% dei giovani che provengono da una famiglia religiosa rispetto al massimo al 30% di quanti invece sono cresciuti in un contesto familiare non religioso». Il ricercatore giunge a questa conclusione: «Ciò sembra indicare l’indispensabilità della famiglia per una socializzazione religiosa efficace: difficilmente un giovane acquisisce un orientamento religioso se non ha alle spalle una famiglia che considera la religione come un valore di fondo. Senza il supporto di una religiosità testimoniata da persone significative come i genitori, al massimo si sviluppa un tipo di religiosità debole, fragile e dubbiosa, che sembra avere scarsa incidenza nelle scelte di vita». Quale famiglia? Purtroppo qui entra in giuoco, a peggiorare il risultato finale sulla socializzazione religiosa giovanile, un’os-


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servazione presentata da Severino Dianich sulla «realtà» delle famiglie di oggi (in Italia e forse peggio altrove: basta osservare le statistiche ticinesi sui divorzi): «In prospettiva è prevedibile che dalle coppie conviventi senza matrimonio, da quelle fondate sul solo matrimonio civile, da quelle costruite dopo la rottura di un precedente matrimonio, derivi un calo dei battesimi dei bambini. Se il fenomeno è così diffuso che la maggioranza dei giovani dell’ultima generazione preferisce la convivenza al matrimonio e se, dei matrimoni celebrati in Italia nel 2010, solo la metà sono stati celebrati in forma religiosa, e se questo fenomeno trascinerà con sé anche un distacco più deciso dalla Chiesa, è possibile prevedere che nei prossimi decenni i battesimi dei bambini diminuiscano a tal punto che i cattolici cessino di essere anche anagraficamente la maggioranza del Paese». Fino a quando la gerarchia cattolica non affronterà seriamente il tema dei divorziati risposati, dei matrimoni solo civili (il Sinodo svizzero ne aveva proposto il riconoscimento!) e delle convivenze giovanili, il numero dei giovani «senza religione» non farà che aumentare. La conclusione del capitolo sulla socializzazione religiosa dei giovani termina con questa «riflessione conclusiva»: «Resta abbastanza costante la percentuale di coloro che si collocano in una posizione di religiosità media, che non sembra quindi influenzata dal tipo di percorso di socializzazione religiosa (a parte il caso dell’assenza totale di socializzazione religiosa). Ad esempio, crede con dubbi e in modo discontinuo il 60% circa di chi ha frequentato un ambiente religioso di base ma non proviene da una famiglia di credenti, ma anche il 50% di chi invece ha alle spalle una famiglia religiosa e ha frequentato ambienti, persone e gruppi religiosi; oppure attribuisce un’importanza media alla religione nella propria vita il 36% di chi ha frequentato ambienti religiosi e gruppi o figure e il 28% di chi ha il percorso di socializzazione religiosa più «completo» (famiglia, ambienti, gruppi e figure). Ancora, prega occasionalmente il 41% di chi ha solo frequentato ambienti religiosi e il 39% di chi ha anche fatto parte di gruppi o ha interagito con figure religiose significative. Questo esito comune ai diversi percorsi di socializzazione religiosa lascia presagire che ci troviamo di fronte a un tratto culturale trasversale al mondo giovanile o alla religiosità

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contemporanea. Si delinea una sorta di “religiosità leggera”, che dimostra, ancora una volta, la plausibilità della religione nella modernità avanzata, ma anche la sua debolezza come elemento di un paesaggio simbolico in cui la fede assolve più ad una funzione di accompagnamento nelle vicende umane che di orientamento delle scelte di vita». Famiglia ed educazione religiosa

Nel numero 186 di «Dialoghi»(aprile 2005), presentando il volume di Roland J.Campiche Les deux visages de la religion. Fascination et désenchantement (Labor et Fides, Ginevra, 2004), così riferivo: «Altrettanto problematico è rispondere circa il ruolo della famiglia nella trasmissione della religiosità, già per la varietà delle famiglie e la diversità con cui intendono svolgere la loro funzione educativa. Per una maggioranza di intervistati, la famiglia ha avuto il ruolo educativo principale, pari a quello avuto da esperienze o prove personali. Questi due ruoli sono tuttavia qualificati con un punteggio relativamente modesto (3,2 in una scala da 1 a 5). Le personalità esemplari ricevono un punteggio del 2,8; i preti, i pastori, il catechismo, l’insegnamento scolastico seguono con un 2,6 ciascuno. Stranamente, all’ultimo posto, con il punteggio di 1,7, figurano le trasmissioni televisive. Nel commento si avverte che queste risposte riflettono un giudizio personale, anche se generalizzato, ma confermano la crisi dell’insegnamento tradizionale, ecclesiastico o scolastico, della religione e il ruolo ambivalente dei media che privilegiano la spettacolarità e le espressioni eccezionali o stravaganti, accentuando gli stereotipi. Ma sembra che gli “spettatori” siano ormai avvertiti e così il risultato è la banalizzazione del fenomeno religioso. Per quanto riguarda il ruolo effettivo della famiglia, si è più facilmente praticanti abituali quando i genitori sono frequentatori regolari della chiesa, ma lo scarto nel periodo di dieci anni è aumentato (nel 1989: genitori praticanti 43,7%, figli praticanti 34,2%; nel 1999 genitori praticanti 36,2, figli praticanti 24,5). Tenendo conto anche dei non-praticanti (sia genitori sia figli), risulta che “la metà dei figli ha adottato un comportamento diverso da quello dei genitori”» (pag. 260). Sul tema dell’influsso della famiglia

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nell’educazione religiosa, Campiche ritorna nella sua recente pubblicazione: La religion visible. Pratiques et croyance en Suisse (Presse polytechniques et universitaires romandes, Losanna, 2010), con un capitolo dal titolo «La nuova trasmissione familiare dell’attitudine verso la religione». La prima constatazione riguarda la diminuita importanza della religione: «per i giovani di età tra i 16 e i 25 anni, il cristianesimo nel 1999 non rappresenta più un riferimento religioso dominante»: i loro nonni erano cristiani per il 79,8%, i loro genitori per il 45,4%; inoltre sono aumentati i cosiddetti «cristiani inclusivi», che accettano anche elementi religiosi di altra origine. I dati presentati sono ancora quelli risalenti al 1999 e quindi mi limito a riprodurre le conclusioni di Campiche, per il quale «Non solamente una trasmissione religiosa si realizza tramite la famiglia, ma l’esperienza dei genitori condiziona anche il contenuto della trasmissione. I figli sono marcati dall’esempio ma questo diventa attivo a condizione che passi per il filtro della vita e sia giudicato pertinente. Eredità religiosa ed esperienza religiosa sono entrati in un rapporto dialettico che prolunga e condiziona gli effetti della rivoluzione religiosa degli anni 1960, avvenimento storico altrettanto importante della Riforma e dell’epoca dei Lumi che hanno iniziato questo processo (…). Il legame è divenuto fragile tra l’istituzione religiosa e la famiglia, che non rappresenta più il pilastro sul quale le Chiese possono appoggiarsi per assicurarsi la continuità. Certamente una minoranza continua a sostenere il polo istituzionale della religione. Tuttavia la maggioranza, a causa di molti fatti e circostanze, contribuisce in modo sicuro all’affermazione di una espressione spirituale che definiamo il polo universale della religione (…) che risponde a elementi più generali e diffusi, come il riferimento all’esistenza di una potenza superiore o alla pratica della meditazione o preghiera personale». Questa conclusione mette in evidenza che il cambiamento non tocca solo i giovani. La religione è cambiata per tutti i cristiani e quindi, se «i giovani non vanno più a messa», non significa che sono meno religiosi: si diffonde anche tra loro la «religione debole» dei «cristiani inclusivi», poco legati alle forme tradizionali di partecipazione religiosa presentata dalle Chiese.


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Parlano i protagonisti di un dialogo esigente e difficile NON PENSO DI SPOSARMI IN CHIESA L’intervistata (*) ha vent’anni; originaria di un piccolo comune, si è trasferita a Lugano per frequentare la scuola di operatrice socio-sanitaria, che ha concluso l’anno scorso. È appena rientrata da Londra, dove è stata alcuni mesi per perfezionare l’inglese; partecipa, già da qualche anno, all’organizzazione di colonie estive per bambini disabili.

– Com’è stata la tua formazione cristiana? Tradizionale: Battesimo, catechismo, Prima Comunione. Ho accettato di fare anche la Cresima, perché la mia mamma ci teneva. Eravamo un piccolo gruppo di cinque giovani, scontenti perché il parroco esigeva una preparazione più impegnativa che in altre parrocchie, ed era molto tradizionalista. Io ero già molto critica verso l’insegnamento cattolico.

– In seguito, hai avuto altre esperienze a contatto con la chiesa? No, a parte uno stage di tre mesi in una casa per anziani gestita dalle suore. Mi sono trovata bene, perché le suore erano simpatiche, aperte, non imponevano comportamenti o convinzioni religiose. – Ti succede qualche volta di pregare? No. – Hai una bibbia, la leggi qualche volta? Ho ancora la Bibbia che avevo ricevuto per la Prima Comunione. Qualcosa ho letto, ma tempo fa. Alcune storie bibliche le avevo trovate interessanti.

– Hai amici o amiche che frequentano la chiesa? Ho avuto una compagna di scuola che era di famiglia ortodossa (suo nonno era vescovo!) e partecipava molto alla vita della sua chiesa. A parte lei, i miei amici in genere non hanno nessun rapporto con la Chiesa, al massimo c’è qualcuno di loro che a Natale va a messa con la famiglia.

– Ti capita di parlare con tuoi coetanei di temi religiosi? Spesso. In occasione di votazioni, o dibattiti politici, come sulla costru-

zione di minareti, o sul crocifisso nei luoghi pubblici, ci sono state discussioni molto vivaci, una grande partecipazione.

– Qual’è la tua posizione? Per quanto riguarda il minareto, mi sono documentata e ritengo che sia un simbolo non solo religioso, quindi sono contraria. Penso che le moschee si possano costruire, perché ognuno ha diritto al proprio luogo di preghiera, ma i minareti no. – E il crocifisso? Penso che si debba togliere dai luoghi pubblici. Questi devono essere neutrali, uguali per tutti.

– Hai altre occasioni di affrontare temi religiosi? A volte capita di vedere il Papa in tv, di commentare quello che ha detto. Soprattutto se parla di sessualità dei giovani, di uso del preservativo: posizioni troppo antiquate, che vanno anche contro quanto affermato da organizzazioni umanitarie, per esempio per la lotta all’aids. Si sono fatti gran-

di progressi scientifici e culturali, anche la Chiesa dovrebbe evolversi.

– Secondo te si può affermare in generale che i giovani sono lontani dalla chiesa? Per la realtà che conosco io: molto lontani. A Londra ho conosciuto dei giovani coreani cattolici che frequentavano regolarmente la chiesa. Da noi è diverso. Sì, ci sono eventi come le Giornate mondiali della gioventù, ma sono sempre meno quelli che partecipano.

– Questo significa anche che non sono religiosi? Soprattutto sono critici verso le istituzioni. E poi nelle famiglie non si trasmettono più i riti, le preghiere; le nostre famiglie, i nostri stessi genitori non sono più così praticanti come in passato. Ma soprattutto i giovani non condividono le posizioni della Chiesa. - Ti sposerai in chiesa? Penso proprio di no!

(*) Il nome dell’intervistata è conosciuto dalla redazione.

VIVO ALLA RICERCA DELL’AMORE VERO Sono sempre stato un rompiscatole, quello che faceva domande, il curioso della situazione, e anche questa testimonianza vorrei iniziarla con una domanda: banale forse, ma pur sempre una domanda. Perché bisogna sempre scrivere della propria vita partendo dall’inizio? Tutti quanti, quando sei adolescente, ti dicono «Cresci e pagherai il prezzo delle tue azioni». Se è così, vediamo cosa mi è stato marcato sul conto della vita fino ad oggi, 24 anni di respiri, azioni e pensieri. Partiamo così, da questi ultimi anni accademici durante i quali ho sfiorato il cielo. Sì, è stato così, perché sono stati questi ultimi anni a farmi sfiorare le nuvole e ad avvicinarmi maggiormente a quello che era il mio chiodo fisso. Ogni giorno mi svegliavo con la stessa domanda: ma sarà veramente così lontano il Paradiso? Sarà davvero dietro a quelle nuvole che ci coprono la testa tutti i giorni? La risposta non è arrivata, ma almeno qualche accenno, sì. In fondo, ho una vita da vivere. In questi ultimi anni, grazie

agli studi sulla Bibbia, sulla storia del cristianesimo e delle religioni, ho imparato che la risposta giusta non arriva cercandola, anzi non si tratta nemmeno di una risposta, ma di piccoli segni che come tanti innamoramenti cambiano il corso della tua vita. Proprio così, tutto attorno cambia senza nemmeno che tu te ne accorga e quando ti sei accorto di quel cambiamento subito ne segue un altro e un altro ancora. Ho compreso come tutti gli uomini sono uguali nel loro essere semplici, nel loro essere afflitti dalle stesse domande, dagli inizi della vita sino ad oggi e in qualsiasi regione della Terra si trovino. Nulla cambia nel profondo dell’uomo. Tornando indietro, posso citare la Giornata mondiale della gioventù di Colonia, dove ho scoperto il valore della fratellanza. Immaginate di sentirvi soli, in balia dei vostri dubbi, e ad un tratto vi ritrovate circondati da persone che credono nei vostri stessi ideali e sono pronte a camminare al vostro fianco. Ecco, questa è la GMG.


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Parlano i protagonisti di un dialogo esigente e difficile Ti sussurra nell’orecchio le parole di Giovanni Paolo II: «È ora di gridare i Vangeli dai tetti, non abbiate paura!». La GMG è lo spirito del nostro papa che si diffonde nei cuori. Un altro passettino all’indietro mi porta a quando ho avuto la fortuna di conoscere persone che mi hanno condotto sul cammino verso la fede in modo affettuoso. All’età di sei anni ho conosciuto don Marco Dania, il quale con pazienza e tanta dedizione mi ha seguito, curato e indirizzato sul cammino della mia formazione spirituale. La vita di fede mi piace paragonarla al momento in cui ci si innamora: non puoi mai sapere quando capiterà, ma se hai accanto degli amici che ti indi-

rizzano sulla giusta strada e sei pronto ad aprire il tuo cuore, allora quando capiterà ne potrai cogliere i frutti e non sarai altro che Amore per gli altri. Non mi resta che dire a tutti quelli che da ragazzino mi rimproveravano che il conto fino ad oggi è salato, poiché di esperienze ne ho vissute molte, ma che è senza dubbio il debito che salderò più volentieri. Auguro a tutti di innamorarsi della vita, poiché solo così si può essere veri cristiani. Marco Spinedi

Marco Spinedi (1987), studente all’Università di Milano, abita a Bellinzona, in via Murate 9. (marco.spinedi@hotmail.com)

SGUARDO POSITIVO SULLA RELIGIOSITÀ DEI GIOVANI «Occhi di ragazzo se vi guardo…» cantava anni fa un noto cantautore italiano e mi piace credere che buona parte del mio impegno tra i giovani ticinesi consista proprio in questo. Da quindici anni lavoro nelle scuole medie del cantone insegnando la tanto dibattuta istruzione religiosa cattolica. Incontro annualmente centinaia di ragazzi tra i banchi di scuola e devo ammettere che mi piace parecchio. Mi piace vederli crescere, evolvere, cambiare in questi quattro anni cruciali per la loro vita. Anche la loro religiosità, per la maggior parte di loro, segue un cammino di crescita, interrogazione ed approfondimento. Vedo occhi curiosi e stupiti quando, durante il primo biennio, racconto loro storie di personaggi, popoli e nazioni. Utilizzo il metodo narrativo per supplire all’ignoranza sulle vicende bibliche che caratterizza queste nuove generazioni. Mi stupisce sempre costatare che questo metodo è molto adatto e fornisce ai ragazzi informazioni e credenze che successivamente rielaborano criticamente. È un lento lavoro di semina che non comporta, da parte loro, inizialmente una valutazione. In questa fase sono ancora semplicemente ricettivi, tutte le informazioni vengono assunte semplicemente per quel che sono senza grandi interrogativi di senso. Vivono una religiosità ancora bambina dove accettano volentieri quanto viene proposto se fatto in maniera accattivante. Non hanno chiara la distinzione tra insegnamento e catechismo, tra fede e

religione. Il discorso cambia quando entrano nella fase adolescenziale; per la scuola parliamo del secondo biennio della scuola media. Iniziano le grandi ed astratte riflessioni sulla vita e i loro valori. Restano ancora molto ricettivi ma sui temi che interessano in questa fase: libertà, amicizia, amore, famiglia, regole e tanti altri. Chiedono risposte e punti fermi sugli aspetti della vita che più gli premono. La loro religiosità diventa critica, a volte combattuta.

Certamente alcuni giovani, lasciando i giochi e gli interessi da bambini, credono di dover anche abbandonare la religiosità come un fattore ormai sorpassato. Non è così per molti. Trovo nei ragazzi di oggi una grande apertura sui temi della religione e della fede. Spesso, come d’altronde è naturale, la loro ricerca parte dai grandi temi umani quali la vita, la morte, il bene e il male. Non hanno timore nell’esprimere dubbi e perplessità che nascono in loro. A volte possono essere provocatori ma leggo questo come un sintomo di interesse. Mi piacciono certe lunghe discussioni perché mi fanno sentire che «ci sono», sono presi e coinvolti. Non tutti chiaramente osano esprimersi apertamente ma, quando li lascio formulare i loro pensieri per iscritto, mi stupisco della profondità e ragionevolezza di molti di loro. Per quanto li conosco, credo in questa generazione: ha buone capacità e tanti interrogativi che sottopongono ad adulti educatori. A noi tocca rispondere con chiarezza, coerenza e fede perché in loro non si fermi un cammino di ricerca già iniziato. Enrica Dadò

Enrica Dadò (1969), laureata alla Facoltà di teologia dell’Italia settentrionale, a Milano, insegna religione alle scuole medie di Biasca. (enrica.dado@bluemail.ch)

REALIZZATO NELL’AZIONE CATTOLICA Quando ho chiesto a mio fratello una piccola ispirazione prima di redigere queste poche righe, lui mi ha replicato con schiettezza: «Devi scrivere dell’Azione cattolica, che te la sei tirata dietro per tutta l’adolescenza… insomma, un motivo ci sarà pure». Ha ragione. Ho vent’anni e da quasi una decina partecipo, ad esempio, alle attività del settore Giovani di AC. Molte sono state le occasioni di crescita e arricchimento, in tale contesto. Prime fra tutte le colonie estive di Azione Cattolica Giovani, vissute dapprima quale partecipante e poi come animatore. Esse hanno rappresentato per me le prime vere opportunità di vivere dei momenti di arricchimento interiore in compagnia di coetanei che la pensassero come me. Ho imparato a mettermi in gioco, ho capito l’importanza del dare una mano, ho ascoltato chi mi stava accanto. È stato in sostanza l’ini-

zio di un cammino lungo attraverso il quale vorrei riuscire a realizzarmi come uomo e cristiano. Di anno in anno ho scoperto in ACG un valido esempio di vita cristiana a misura di giovane, che mi ha in qualche modo spronato a mettere a mia volta a disposizione di altri le mie capacità. Di una cosa, oggi, sono convinto: i ragazzi vanno coinvolti non tanto con solenni discorsi quanto con attività avvincenti all’insegna di un sano divertimento, di riflessioni interattive, della condivisione di esperienze forti. A mio fratello dirò quindi che un motivo della mia affezionata adesione ad ACG effettivamente c’è: questo gruppo di giovani è una palestra di vita che forma cristiani con il sorriso. Flavio Maddalena Flavio Maddalena (1991) è studente e abita a Gordevio. (flavio_m91@hotmail.it)


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Parlano i protagonisti di un dialogo esigente e difficile L’ESPERIENZA DELLA «SPINA» Ero giunto a Melide nel 2002 sull’onda di un’esperienza straordinaria nel Malcantone, pensando di poterla facilmente replicare qui. Speranza vana perché i giovani che ho incontrato (1617 anni) erano ormai già fuori dall’orbita parrocchiale. Con alcuni di questi e un gruppetto di quindicenni ci siamo orientati ad altro: ristrutturare due locali nel seminterrato della casa parrocchiale per adibirli a ritrovo dei giovani. Pensavo che lavorare alcuni mesi fianco a fianco potesse creare gruppo. L’obiettivo è stato solo parzialmente raggiunto: i nuovi locali c’erano ma l’unità del gruppo no. La «Spina» (così fu battezzata) è servita in questi anni più che altro come luogo di incontro spontaneo dei giovani (praticamente dalla terza media in avanti). Tentativi di attività più impegnative (passeggiate, cineforum…) sono naufragati: è difficilissimo compattarli attorno a un obiettivo, anche scelto da loro. Un anno ho forzato dicendo: «la Spina non può essere solo il bar dei minorenni». Risultato: per mesi non si è più visto nessuno. Tra l’altro avevo anche invitato i genitori a una riunione per parlarne: zero presenze. A un certo punto è comparsa una nuova generazione di tredicenni, più uniti. In totale, una decina-quindicina di elementi. Vista l’esperienza, ho deciso di lasciarli liberi. La «Spina» è diventata così un semplice luogo di ritrovo, passaggio, svago. DVD, calcetto, videogiochi. Per anni sono stato solo nella gestione dello spazio. C’era la chiave nella mia buca delle lettere; chi voleva veniva e apriva. Purtroppo, le intemperanze dei giovani erano col tempo cresciute e la mia fiducia in loro era calata. Non potevo più assentarmi e lasciare la «Spina» aperta. Nelle vacanze di Natale 2009 l’ho chiusa alcuni giorni, invitando nel contempo ragazzi e genitori a una riunione per studiare la situazione. Ero pronto all’ennesimo smacco ma (sorpresa!) la «Spina» era gremita. Risultato: abbiamo fondato un comitato misto (genitori – ragazzi) e istituito «turni di vigilanza» per genitori, nelle sere di apertura (venerdì e sabato). Il tutto bene avviato. Ma pochi giorni dopo è successo il dramma: uno dei nostri ragazzi – come alcuni ricorderanno – fu travolto e ucciso da un treno in corsa alla sta-

zione di Melide. In quei mesi di disperazione la «Spina» divenne una casa per i giovani e tanti genitori. A decine, in pochi metri quadrati. I genitori sono stati un appoggio straordinario, ragazzi di tutta la regione si riversavano qui. Siamo riusciti a gestirli egregiamente. Sono stati tre mesi intensi: ho proposto per i giovani momenti spontanei di sfogo, preghiera, di riflessione, aprendo la chiesa il sabato sera fino a tardi. Nel frattempo il flusso dei giovani è molto diminuito. Non è ancora il momento per proposte più esigenti. I problemi di intemperanza restano, ogni tanto occorrono dei richiami. Il controllo dei genitori, però, non è più necessario. Manca invece una nuova generazione di ragazzi. In sintesi, la nostra «Spina» non è stata un gran luogo religioso, ma umano

sì. Mi ha permesso di tenere un canale aperto con i giovani, per conoscerli e ascoltarli. Questi miei ragazzi non sono fatti per grandi discussioni. Non vanno mai in chiesa. La morte del loro amico è stata un colpo tremendo. Penso che ci siamo accompagnati a vicenda dentro il lutto. I frutti saranno forse visibili tra dieci o vent’anni. Di più non sono riuscito a ottenere. Una Spina… in tutti i sensi! Don Italo Molinaro

Don Italo Molinaro (1968), dottore in teologia, parroco di Melide dal 2002, è presidente dalla Commissione diocesana per i mass media, segretario del Consiglio presbiterale diocesano e direttore del Centro cattolico radio-tv. Presenta ogni sabato una rubrica di informazione religiosa («Strada Regina») alla Televisione della Svizzera italiana e codirige con il Pastore Paolo Tognina una trasmissione domenicale di informazione alla Radio. (donitalo@bluewin.ch)

DALLE GMG UN MESSAGGIO AUTENTICO Da 14 anni sono vicario parrocchiale a Bellinzona e seguo la pastorale giovanile diocesana. Nel mio ministero sono stato spesso in contatto con giovani: quelli che si preparano alla Cresima, che seguono le attività dell’oratorio, che frequentano i gruppi parrocchiali, gli scout, ma anche tanti giovani che si incontrano per strada, a scuola, altrove. Ho avuto modo così di verificare se hanno valori di riferimento, di «tastare il polso della loro fede», di capire come si pongono nei confronti della Chiesa. Quale giudizio posso esprimere a partire da questa esperienza, alla luce dei tanti incontri

avuti con i giovani fra l’altro ai diversi eventi promossi dalla Chiesa diocesana e da quella universale? Nel loro cuore albergano sogni, grandi ideali, come nei giovani di generazioni passate, o cercano esclusivamente il divertimento e un impiego redditizio? Il Cristo li affascina? Avvertono il desiderio di stare nella Chiesa e di cambiarla dal di dentro? Sono alcune domande che mi sono posto, alle quali non darò una risposta completa, ma le lascio aperte perché il lettore possa a sua volta porsele e, guardando ai nostri giovani, trovare le proprie risposte. Anche se con la


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Parlano i protagonisti di un dialogo esigente e difficile Commissione diocesana di pastorale giovanile abbiamo fatto delle conferenze, delle inchieste, dei questionari, non darò dati statistici, ma un semplice sentire personale. Eccomi dunque! A mio modesto avviso, ancora oggi nel nostro Ticino, ci sono giovani in grande ricerca del senso della vita, che sono disposti a mettersi in gioco, a fare esperienze forti di fede, a spendere il loro tempo per Cristo e la Chiesa. Forse non sono tanti, ma ci sono. È sempre bello vederli «far tardi», magari anche con una «birretta» a discutere di musica, a confrontarsi su temi scottanti, a studiare il modo su come coinvolgere altri giovani in un’esperienza formativa di gruppo. Sanno alzare lo sguardo verso l’alto, aprirsi alla preghiera e al servizio degli altri. Forse non frequentano la messa tutte le domeniche, ma sanno cogliere l’occasione per vivere con grande intensità quei momenti che la Chiesa offre loro con uno stile giovanile. È proprio qui il segreto: il giovane ha bisogno di stare con altri giovani e di trovare persone che sappiamo entusiasmarlo, testimoniando la loro fede ed esprimendosi con un linguaggio semplice, concreto e poetico. Ecco allora il successo delle GMG. Non si tratta di un fenomeno passeggero dei cosiddetti «papa boys», ma di un’intuizio-

ne straordinaria attraverso la quale il Beato Giovanni Paolo II ha saputo rivolgersi ai giovani ed innescare un processo di rinnovamento della Chiesa. Insieme a molti giovani ho partecipato a quattro GMG, e quella di Madrid sarà la quinta. Li ho visti tornare a casa trasformati, pieni gioia, di entusiasmo, impegnarsi in parrocchia, testimoniare la fede nella scuola, fare scelte coraggiose, formare splendide famiglie, consacrare la loro vita al Signore. Tra l’altro da un paio d’anni sto seguendo un gruppo di orientamento vocazionale e sono rimasto edificato dalla serietà con cui i giovani che lo frequentano facciano lo sforzo per comprendere in che direzione spendere la loro vita. Il giovane ha bisogno di trovare adulti che abbiano fiducia in lui, che lo incoraggino a coltivare grandi ideali, a volere cambiare il mondo, cambiando se stesso. I papi con le GMG hanno saputo fare questo. Hanno saputo riconoscere il loro desiderio di felicità ed orientarlo a Cristo. Don Marco Dania Don Marco Dania (1956), dottore in teologia, dal 1997 vicario parrocchiale a Bellinzona, è il nuovo Parroco designato di San Nicolao della Flüe a Lugano-Besso. È membro del Consiglio pastorale diocesano e della Commissione per la pastorale giovanile. (donmarcodania@sunrise.ch)

LI ATTIRA LA PARROCCHIA UNIVERSALE Vedo i ragazzi continuamente sotto pressione, molto attivi, con il paradosso che c’è chi fa tutto (ed è smembrato, letteralmente) e chi non fa nulla e si chiude a guscio nel suo nido, nella vita comoda di famiglia, deresponsabilizzato e non aiutato ad uscirne, perché comunque ci pensa la mamma. Questo è un altro elemento che si aggiunge agli altri: l’individualismo, e che crea ancora più difficoltà a noi operatori pastorali, in quanto è sempre più difficile coinvolgere i ragazzi per un’attività. Spesso mi sono trovato impossibilitato a trovare date libere per tutti, proprio perché chi risponde alle nostre sollecitazioni fa già molto altro. Diventa un’impresa faraonica se si pensa che operiamo nell’ambito ecclesiale – ulteriore aggravante. Le parole a cui i ragazzi sono diventati allergici sono impegno e fedeltà. Spaventano perché già vivono in un contesto per sé impegnativo, con

una molteplicità di offerte che una volta non esistevano. Ciò spiega anche il loro assopimento a livello spirituale, certo dovuto ad una continua scristianizzazione sociale, o addirittura ad ambienti di vita ostili ed anticlericali. Ciononostante, i giovani sono in ricerca, sempre! Osservo che hanno un senso morale, sono esigenti e sanno essere profondi. Se si riesce a proporre loro un’esperienza totalizzante, qualcosa che faccia loro vivere un incontro che li aiuti a capire che la loro fede ha a che fare con la loro vita, con la scuola, con il loro modo di porsi nei confronti del reale e delle persone, allora ci stanno, si risvegliano, scoprono qualcosa di utile per loro. Le nostre comunità parrocchiali sono spesso asfittiche e un po’ attempate. La parrocchia universale giovane attira, perché giovane attira giovane! Due sono le proposte concrete in que-

st’ordine che stanno portando e hanno portato frutto. L’esperienza di Taizé, comunità ecumenica che ospita giovani da tutti i paesi a migliaia e crea per loro un contesto di pace e fraternità durante tutto l’anno; l’esperienza delle Giornate mondiali della gioventù, con grande e profetica intuizione istituite dal beato Papa Giovanni Paolo II. Insieme è più bello! Oggi credo che questi eventi abbiano una portata mondiale molto importante, anche se non si può pretendere di vedere i risultati tutti e subito, facendo il gioco dell’impazienza dell’età giovanile; ossia non si può pensare di riempire di nuovo le chiese durante le nostre abituali celebrazioni, così, senza un cammino vero e duraturo. Avvengono conversioni strepitose durante queste giornate mondiali. Ci sono ragazzi e ragazze che entrano in seminario, che decidono finalmente di rispondere alla donazione totale di sé nella vita religiosa consacrata per un progetto più grande, per un amore più grande. Personalmente, come prete, sto vivendo un momento di grazia speciale, immeritata, soprattutto quest’anno. Grazie a queste occasioni di aggregazione offerte ai ragazzi nella Chiesa, sto vedendo prodigi. Ragazzi seriamente in cammino, che si interrogano! Qualcuno non esclude neppure il seminario. A vent’anni è raro! Occorre dedicarsi a loro, spenderci tempo, accompagnarli, ascoltarli; è davvero affascinante vedere come Dio opera misteriosamente nel cuore. Ciò accresce anche la mia fede e fa memoria dell’innamoramento che anch’io ho sperimentato durante la chiamata. Don Rolando Leo

Don Rolando Leo (1969), lic. theol. e lic. phil., è dal 2006 direttore dell’Ufficio per l’istruzione religiosa scolastica. (rolando.leo@ticinensis.net)


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Parlano i protagonisti di un dialogo esigente e difficile PENSARE AGLI ADULTI CHE «RITORNANO» In apertura di questa scheda sul tema «Chiesa e giovani», vorrei pormi un interrogativo: è giusto concentrare quasi tutta la formazione religiosa nei primi anni di vita? Infatti nella fanciullezza e pre-adolescenza si offrono lezioni di catechismo sia in parrocchia sia nella scuola, per alcuni – sempre meno – anche in famiglia. Risultato: terminato questo periodo – di solito con il sacramento della Cresima – c’è un abbandono quasi generale. Perché? Il messaggio cristiano non è per bambini e fanciulli: è troppo alto, impegnativo e anche complesso. Per insegnarlo alla prima età bisogna infantilizzarlo e, giunti ad un’età più matura, come si butta via tutto quello che è infantile, si butta via anche un cristianesimo infantile. Oggi il problema è particolarmente acuto perché – come detto – la maggior parte delle famiglie cristiane non assolve più il compito di essere la prima educatrice religiosa dei figli (quanti genitori confessano di non essere in grado di farlo!) e nella scuola non si dovrebbe fare catechesi ma cultura religiosa. Quindi tutto ricade sulla parrocchia, che è la prima – e spesso unica – a lamentarsi del massiccio abbandono nell’immediato dopo-Cresima. Rimedio? Proporre in età giovanile (18-20 anni) una «rilettura

del messaggio cristiano» che dovrebbe terminare con una riconferma personale del proprio Battesimo, com’è previsto nella liturgia della Cresima. Ma finché questo sacramento verrà amministrato in piena crisi adolescenziale sarà il «segno» dell’uscita, non dell’entrata responsabile nella vita e nella Comunità cristiane. Altra occasione, forse l’ultima, per riproporre una rilettura del messaggio cristiano, potrebbe essere il corso in preparazione al sacramento del matrimonio – a condizione che non si riduca alla spiegazione di questo pur grande segno dell’amore di Dio attraverso la testimonianza dell’amore umano – ma che, oltre alla parte sacramentale e i suoi impegni, sia una vera catechesi su Cristo, la sua persona e il suo messaggio. La conferma del Battesimo, introdotta da poco nella liturgia del matrimonio, dovrebbe essere il coronamento di questa riscoperta del cristianesimo. Questa duplice prassi pastorale: posticipare la Cresima alla maggiore età (16 anni per la Chiesa, 18 anni per lo Stato) e impostare i corsi pre-matrimoniali come riscoperta del cristianesimo, sono già in atto in alcune Comunità parrocchiali che, oltretutto, non si accontentano di una catechesi

in funzione dei sacramenti (Prima Comunione e Cresima), ma che offrono ai genitori una preparazione al Battesimo dei loro figli organizzando incontri sull’educazione cristiana in famiglia nella prima infanzia e che seguono annualmente i giovani per tutto il periodo scolastico. Anche per i fidanzati non basta un accompagnamento prima del matrimonio – con almeno un fine settimana intensivo fuori sede (ritiro) – ma anche dopo, con incontri e, possibilmente, inserendoli in gruppi di famiglie. Tutto questo non può e non deve pesare unicamente sui sacerdoti della parrocchia ma su una nutrita équipe di laici formati non solo religiosamente, ma anche su animazione e dinamiche di gruppo. Il futuro delle nostre comunità, oltre che nell’aiuto di Colui che le ha volute, sta nel coraggio di tentare strade nuove nella fiducia in forze nuove (laici) e nella certezza che il padrone della messe farà crescere grano nuovo. P. Callisto Caldelari, OFMcap

P. Callisto Caldelari (1934), frate cappuccino, è dal 1982 parroco del Sacro Cuore a Bellinzona. Diplomato in archivistica, ha al suo attivo un’opera bibliografica fondamentale, la pubblicazione di documenti e pubblicazioni dei secoli passati. Fondatore di «Comunità familiare». (bellinzona@cappuccini.ch)


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Giovani e formazione culturale e religiosa: nella scuola ticinese si fa abbastanza? Ogni essere umano attraversa, nella sua esistenza, varie fasi di passaggio e di trasformazione, che sono differenti, in un certo modo, da persona a persona. Vi è, però, una metamorfosi psico-affettiva e socio-culturale che è probabilmente la più importante in assoluto: l’adolescenza. Essa suscita, nel suo svolgimento e nei suoi esiti, aspettative, difficoltà e conseguenze spesso assai più rilevanti di quanto avvenga in qualsiasi altra situazione di cambiamento della vita umana. Sociologi, psicologi e pedagogisti parlano spesso del notevole prolungamento temporale di questa fase esistenziale rispetto alle generazioni nate anche soltanto negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, cosicché dalla fine dell’infanzia all’inizio della giovinezza parrebbero esserci almeno sette-otto anni. Se questa prospettiva è reale, essa implica che il percorso scolastico che va dall’inizio delle Medie alla fine delle Medie Superiori veda lo sviluppo adolescenziale di ragazze e ragazzi con tutte le esigenze formative ed educative più complesse e talora anche contraddittorie che l’esistenza umana manifesta. A questo proposito è legittima una prima domanda: nel Canton Ticino la dimensione religiosa della cultura nella scuola superiore è considerata in modo adeguato rispetto alle esigenze formative globali sin qui indicate? Come forse non è a tutti noto, la maggioranza delle ragazze e dei ragazzi oltre i quindici anni frequenta la formazione professionale nelle sue ricche, moltiformi e numerose articolazioni. Il resto della popolazione scolastica che ha concluso la scuola dell’obbligo è presente nei licei e nelle altre scuole quadriennali che si concludono con il conseguimento di un diploma di maturità. Si considerino i curricoli formativi di ragazze e ragazzi, sia là dove la sinergia «scuola-lavoro» è direttamente in atto sia dove la dimensione prettamente lavorativa è successiva. Si confrontino con la loro crescita umana e con le esigenze educativo-formative che questi adolescenti variamente manifestano. L’impressione conseguente è che la dimensione religiosa della cultura non sia sufficientemente trattata in una fase della vita di ragazze e ragazzi in cui l’interiorità e la socialità si costruiscono in ter-

mini fondamentali per l’intera esistenza. E ciò avviene secondo una possibilità di rapporti con il mondo esterno al singolo allievo incomparabilmente maggiore rispetto alle fasi della sua vita precedente. di Ernesto Borghi

Ovviamente non è in discussione la libertà di allieve ed allievi di scegliere di frequentare o no l’ora di istruzione religiosa cattolica o evangelica, là dove tale insegnamento è attivato. Quello che mi domando è se ha senso nella società multiculturale e globalizzata di oggi, in un territorio ricchissimo di testimonianze storico-religiose come il Canton Ticino, che soltanto poche centinaia di ragazze e ragazzi frequentino di fatto quest’opportunità di formazione culturale, oggi affidata, nella grande maggioranza dei casi – lo dico per conoscenza diretta – a docenti didatticamente e scientificamente capaci. Lo Stato fa veramente tutto quanto è possibile per mettere la componente adolescente della popolazione cantonale nelle condizioni di ricevere una formazione seria in questo campo fondamentale della cultura universale? La domanda è legittima e, forse anche, doverosa. Nelle scuole e nella società civile alcuni sostengono che temi e elementi religiosi sono già presenti nei programmi di altre materie, per es., italiano, storia, filosofia, storia dell’arte, cultura generale e, quindi, una specifica disciplina non è necessaria. Chiunque abbia un minimo di esperienza scientifica e didattica in merito sa bene che la considerazione dei temi religiosi, mentre si hanno altri obiettivi formativi, è ben altro rispetto ad una trattazione mirata e specifica degli argomenti in questione. Inoltre c’è da chiedersi quale preparazione effettiva abbiano, in campo storico-religioso, i docenti delle altre materie citate: questa è una domanda a cui appare difficile dare un risposta effettivamente positiva anche in considerazione della stessa evoluzione degli studi storico-religiosi, a livello accademico e scientifico in genere, anche soltanto negli ultimi trent’anni. È opportuno che la dimensione religiosa della cultura trovi una sua decli-

nazione scolastica che rientri obbligatoriamente nella formazione di tutte le allieve ed allievi delle Superiori ticinesi? Penso di sì. Allora occorre anzitutto procedere ad una verifica attenta nei curricoli scolastici per vedere se e che cosa c’è di cultura religiosa in un complesso di percorsi assai diversificato, in cui è giusto che si rispetti, anche sotto questo punto di vista, la peculiarità di piste e obiettivi formativi. L’analisi conoscitiva che ho intrapreso da alcuni mesi a questa parte – durante la quale ho potuto constatare la volontà chiara da parte dei funzionari DECS preposti di studiare come migliorare la situazione attuale – va certamente proseguita ed approfondita. In secondo luogo sarà importante studiare le iniziative e le sperimentazioni di moduli di cultura religiosa variamente intesa, riscontrabili nel territorio cantonale. Due esempi importanti sono certamente la prima ora di lezione di religione presso la SAMS di Viganello e, ancor di più, il percorso obbligatorio per tutti gli studenti, attivo da tre anni a questa parte presso le Scuole professionali di Trevano e volto a fornire a studentesse e studenti alcune chiavi di lettura della realtà anche religiosa contemporanea. Il movente di tale scelta operata dalla direzione di quel complesso scolastico è, mi pare, la saggia convinzione che, al termine del percorso scolastico, non basti diplomare tecnici professionalmente competenti, ma si debba aver promosso anche la formazione di esseri umani interiormente e socialmente maturi, condizione che un approccio pur ridotto alle tematiche religiose può favorire e che la sua assenza può rendere più improbabile. Proprio questo, mi pare, è il senso fondamentale di una proposta di cultura religiosa nelle Scuole Superiori ticinesi: aiutare ragazze e ragazzi, nella specificità multiforme dei loro percorsi di formazione culturale e professionale, a crescere senza quell’ignoranza circa la dimensione religiosa della cultura che può rendere, quali che siano le scelte e visioni individuali del tutto libere sul senso della vita, persone meno significative dal punto di vista interiore e sociale rispetto a quello che si può essere confrontandosi anche con questo ambito della cultura di tutti.


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cronaca

CRONACA SVIZZERA a cura di Alberto Lepori

«Dialoghi» su Adista. Il fascicolo di «Adista» (un servizio di informazione religiosa, attivo da 45 anni a Roma, in Via Acciaioli 7) nel numero 36 del 30 aprile ha segnalato, nella rubrica dedicata ai periodici, il nostro bimestrale, con una breve presentazione del gruppo nato a Gazzada nel 1954 e della pubblicazione (dal 1968) che lo fa una delle più «vecchie» (ma sempre giovane) riviste del postConcilio. Ringraziamo gli amici di «Adista», dal quale (come vedono i nostri lettori) attingiamo largamente per la nostra documentazione.

Mascheramenti. I cittadini ticinesi dovranno pronunciarsi sul divieto, da iscrivere nella Costituzione cantonale, a presentarsi mascherati in pubblico. Siccome i promotori non vogliono opporsi al carnevale, né sopprimere il loro diritto di essere pagliacci (altra è la causa del loro mal di pancia, cioè le donne velate musulmane), propongono una legge che contempli le eccezioni per quando ci sia necessità o opportunità di nascondere il viso: così gli impostori potranno tenersi per sempre al riparo da occhi indiscreti con la loro faccia di bronzo.

La pazienza ha un limite. La Lega svizzera delle donne cattoliche non comprende il ritardo della Chiesa cattolica ad attuare quell’eguaglianza che vale nella società ed è invece negata impedendo alle donne di accedere al sacerdozio, divieto per il quale non esiste alcun motivo teologicamente fondato. Per le donne cattoliche svizzere la Chiesa dovrebbe essere una comunità di eguali (come l’ha voluta Gesù), che deve impegnarsi per i diritti umani e la dignità di tutti. Delle donne prete profitterebbero anche altri settori, oltre quelli della catechesi e della pastorale. Secondo mons. Markus Büchel, vescovo di San Gallo, la Chiesa non può più ignorare la discussione sull’ordinazione delle donne, che tuttavia impone un esame teologico di fondo e non può essere legata esclusivamente al solo problema della scarsità di preti. Ma non esiste un «diritto» ai sacramenti?

Ginevra laica. Nelle scuole ginevrine, a partire dal prossimo settembre, sarà impartito lo studio dei grandi testi fondatori della nostra civiltà, com-

presi quindi testi religiosi come la Bibbia e il Corano, o di grandi personaggi, da Omero a Montesquieu, a Gandhi. L’insegnamento è programmato in tre grandi temi, dal nono all’undicesimo anno secondo il concordato Harmos, integrato specialmente nei corsi di storia, con sei periodi per trimestre. I tre grandi temi sono: l’insegnamento delle religioni e delle civiltà del passato (la Genesi, l’Odissea, le tradizioni orientali); i fondamenti della società e dei costumi delle diverse culture (da Erodoto al buddismo, al Corano e ai moderni); i diritti umani e il confronto tra le civiltà (Montaigne, Rousseau, Martin Luther King, Primo Levi). Gli allievi disporranno di un opuscolo con i testi principali (i genitori saranno così informati …), mentre gli insegnanti disporranno di sussidi approfonditi. Il Canton Ginevra, volendo rispettare la sua storica laicità (che in verità ha poco più di un secolo…), ha fatto una scelta diversa da quella di altri cantoni romandi, nei quali vengono impartiti solo corsi di storia delle religioni. Protestanti lucernesi. La Chiesa riformata del cantone Lucerna conta 43.000 membri e si trova in difficoltà finanziare, dovendo economizzare circa fr. 165.000 sull’esercizio annuale. Ciò comporterà economie nei settori dell’insegnamento religioso, delle relazioni pubbliche, dell’assistenza negli ospedali e costringerà a ridurre i sussidi elargiti a una ventina di organizzazioni. Si spera che, grazie all’immigrazione, gli aderenti aumentino e così le entrate.

Missioni estere in Svizzera. La Chiesa cattolica svizzera conta 107 missioni straniere, la metà italiane, ma anche albanesi, croate, portoghese, slovacche spagnole, ceche, vietnamite, coreane, filippine, polacche, ungherese e tamil. La crescita è avvenuta nel XX secolo, specialmente a partire dal 1950. Oltre alle differenze linguistiche, ci sono anche quelle liturgiche. Le Chiese svolgono un importante ruolo nell’integrazione, grazie all’aiuto di «Migratio», ente sostenuto finanziariamente dalla Centrale cattolica romana. Per quanto riguarda i riformati, la Federazione delle Chiese protestanti di Svizzera calcola che esistano più di trecento «Chiese di mi-

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granti», provenienti specialmente da comunità dell’Africa, dell’America latina e dell’Asia. Per l’orientamento teologico, esse sono vicine alle Chiese libere di tendenza pentecostale ed evangelica tradizionali. Importante anche per loro è di esser punto di aggregazione, specialmente per i migranti in situazione irregolare o difficile: supplisce lo spirito di solidarietà, molto presente nelle popolazioni originarie.

Musulmani vodesi. L’Unione vodese delle associazioni musulmane, con circa diecimila aderenti, intende chiedere al Cantone di essere riconosciuta di interesse pubblico come le comunità protestante, cattolica ed ebraica, allo scopo di migliorare la visibilità e il dialogo tra gli appartenenti alle diverse comunità e la collaborazione con le autorità cantonali. Luoghi di pellegrinaggio. Un giovane prete friburghese, Jacques Rime, durante due anni ha percorso in lungo e in largo la Svizzera, intento alla catalogazione di luoghi di pellegrinaggio. Ne ha recensiti circa 500, più o meno noti e importanti. Ha quindi pubblicato un libro di 260 pagine: Lieux de pélerinage en Suisse – Itinéraires et découvertes«, presso le edizioni Cabédita (Route des Montagnes 13, CH-1145 Bière).

A tutela dei boschi. Per l’annuale «Tempo della creazione» (1. settembre - 4 ottobre 2011), le Chiese svizzere hanno scelto il tema «La foresta: tra cielo e terra», anche quale contributo all’Anno internazionale della foresta. Il richiamo biblico (Genesi 2,9) suona: «Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare». «Chiesa e ambiente, OEKU», che raggruppa oltre seicento parrocchie e organizzazioni ecclesiali, fornisce materiale per la celebrazione. (infoQoeku.ch; www.oeku.ch/fr).

Risparmi sui morti. Avanza la procedura per l’adesione della Svizzera alla Convenzione internazionale contro le cosiddette «bombe a grappolo». La Confederazione ne possiede duecentomila (qualcuno diceva: «La Svizzera non ha un esercito: è un esercito!»), ognuna contenente da 30 a 80 cariche esplosive. Siccome non tutte esplodono quando toccano terra, continuano a fare vittime innocenti anche a distanza di anni, specie tra bambini e contadini: per questo sono particolarmente odiose e non certamente


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adatte a «difendere» un territorio densamente popolato come quello svizzero. Ma tant’è: contro la maggioranza dei pareri, due partiti svizzeri, il partito liberale radicale e l’Unione democratica di centro hanno espresso parere contrario all’adesione svizzera alla Convenzione, per … non indebolire l’esercito svizzero. Perché non propongono che ogni cittadino ne tenga una in casa, accanto al fucile ancora permesso, grazie (?) al voto popolare? Il fatto è che per eliminare le bombe svizzere senza danni sono necessari dai 20 ai 60 milioni di franchi, che certamente sarebbero meglio impiegati per ricostruire braccia e gambe (quando basta…) alle vittime, ancora oggi numerose, delle bombe a grappolo disperse in guerre da tempo terminate.

Il crocefisso sì, il burka no. La Commissione delle istituzioni politiche del Consiglio nazionale ha accolto, grazie al doppio voto del presidente, la proposta di far iscrivere nella Costituzione federale un articolo a tutela dei simboli cristiani, che non potranno così essere proibiti nei luoghi pubblici. La stessa commissione ha invece proposto di respingere l’iniziativa del Cantone di Argovia, di vietare, nei luoghi pubblici, ogni abito che nasconda gran parte del viso. I due oggetti dovranno ancora essere discussi dalla competente commissione del Consiglio degli Stati, prima di passare all’esame delle assemblee e poi eventualmente essere trasformate in disposizioni vincolanti. Intanto l’insegnante vallesano, licenziato per aver rifiutato il crocefisso nella sua aula, è senza posto di lavoro, nessuno volendolo assumere fin quando il Governo non avrà deciso sulla validità del licenziamento.

Una stampa dal basso. All’assemblea generale dell’Associazione cattolica svizzera per la stampa, riunitasi il 20 maggio a Lucerna, il presidente Markus Vöglin ha detto che, per salvare dalla scomparsa la stampa cattolica, essa deve cessare di essere il solo portavoce della gerarchia, ma concedere spazio anche alle voci «dal basso». L’associazione (che conta 1100 membri, in diminuzione a causa dell’età) sostiene la pubblicazione di pagine a tema religioso sulla stampa profana. Anche mons. Martin Werlen, abate di Einsiedeln, auspica che la Chiesa svizzera manifesti più spesso la sua dimensione profetica, ricordando che, secondo San Benedetto, Dio parla volentieri attraverso persone

cronaca

semplici, e le critiche di un ospite vanno attentamente considerate. Prete padrone. In una parrocchia di valle, un gruppo di donne da decenni si impegna per animare le liturgie. Arriva un nuovo parroco e impone di cambiare i canti, senza (è vero) pretendere che cantino in polacco. Siamo lontani dall’esempio del Maestro che lavò i piedi ai discepoli (Vangelo di Giovanni, 13,5).

Generosità. Lo scorso anno ogni nucleo familiare elvetico ha sborsato in media 694 franchi a favore di opere di solidarietà: in totale, un miliardo e duecento milioni di franchi. Numerosi sono stati gli avvenimenti che hanno sollecitato la generosità popolare come il terremoto di Haiti, gli idrocarburi dispersi nel Golfo del Messico, lo tsunami in Asia. Il numero di coloro che si sono mobilitati non è tuttavia cresciuto e riguarda solo il 69% dei nuclei familiari, contro il 72% dell’anno precedente. Ad aumentare è stato l’importo medio delle donazioni: gli svizzeri tedeschi (786 franchi) precedono i romandi (403 franchi). Nelle categorie dei donatori più generosi si

«Dialoghi» è offerto in vendita nelle seguenti librerie del Cantone: Libreria San Paolo, Corso Pestalozzi 12, 6900 Lugano. Libreria San Vitale, Corso San Gottardo 48, 6830 Chiasso. Libreria «Dal Libraio», Via Pontico Virunio 7, 6850 Mendrisio. Libreria Eco Libro, Via A. Giovannini 6a, 6710 Biasca. Librerie Alternative 1, Via Ospedale 4, 6600 Locarno. Libreria Elia Colombi SA, via Dogana 3, 6500 Bellinzona. Melisa Messaggerie SA, via Vegezzi 4, 6900 Lugano. Libreria del Mosaico, via Bossi 32, 6830 Chiasso. Il prezzo di vendita della copia in libreria è di fr. 10 (Euro 7). Rimane sempre ancora la possibilità di rivolgersi all’amministratore di «Dialoghi»: Pietro Lepori, 6760 Faido Tengia, tel. 091 866 03 16, e-mail: leporipietro@bluemail.ch per abbonamenti (annuale fr. 60, Euro 40) o per ricevere copie singole, anche arretrate (prezzo per copia: fr. 12, Euro 8).

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trovano le persone con più di 65 anni e che hanno una formazione superiore, con circa mille franchi a testa. (da «Voce evangelica», aprile 2011)

Caritas ad Haiti. Un anno dopo il terremoto che ha devastato Haiti, Caritas svizzera presenta un primo bilancio del suo intervento e della ricostruzione. In tre regioni, in collaborazione con il gruppo locale ITECA, si è lavorato alla ricostruzione di 1700 case e sette centri scolastici, in grado di resistere a terremoti e uragani e cento nuove case sono state costruite nei primi mesi del 2011. Caritas prevede di operare per la durata di quattro anni e di investire 40 milioni di franchi, co-finanziati dalla Catena della solidarietà. Una terza tappa comprende progetti di sviluppo a più lungo termine per migliorare la situazione economica della popolazione. Libertà in cerca. La Congregazione delle Suore di Saint-Paul ha intenzione a breve termine di ritirarsi dal gruppo editoriale che possiede il quotidiano friburghese «La Liberté» e altre partecipazioni in media locali. I motivi non sono finanziari, ma l’età media delle suore operanti a Friburgo, che è di 77 anni (!). La congregazione conta ancora 110 religiose, delle quali una sessantina in Svizzera. È da augurarsi che i cattolici romandi trovino i mezzi per conservare l’ultimo grande giornale cattolico della Svizzera e la Conferenza episcopale avverta l’importanza che ancora rappresenta la stampa scritta.

Museo della Riforma. Lo scorso novembre è stata aperta una nuova ala nel Museo della Riforma a Ginevra, dedicata all’evoluzione del protestantesimo dal XIX secolo ai nostri giorni. Le nuove sale offrono un percorso che include, tra l’altro, il teologo svizzero romando Alexandre Vinet e la sua concezione di «libera Chiesa in libero Stato»; un armonium che diffonde canti composti da Felix Mendelssohn; un documentario sul protestantesimo durante il nazismo in Germania; le istituzioni nate in seno alle Chiese protestanti, come la Croce Rossa, la Scuola domenicale, la Protezione degli animali. Infine, uno schermo rimanda le immagini di cinque diversi culti che esprimono la pluralità spirituale del protestantesimo contemporaneo. Il Museo della Riforma è stato inaugurato nel 2005 ed è diretto dalla teologa Isabelle Graesslé (www.musee-reforme.ch).


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L’etica ha qualcosa da dire sul nucleare? Per un uso prudente delle categorie morali

L’autore ha redatto queste righe dopo la catastrofe multipla che ha colpito il Giappone l’11 marzo 2011, riprendendo gli appunti preparati in vista dell’incontro luganese organizzato l’8 novembre 2010 dall’Osservatore democratico. Riflessione di principio dunque, pur legata alle contingenze del momento e alle scelte che ci aspettano per i tempi a venire.

Mi si chiede una considerazione sul problema energetico e sulla scelta nucleare «in chiave etica» e la mia prima reazione spontanea è quella di mettere parzialmente in discussione questo mandato. L’appello all’etica infatti sta diventando un gesto abitudinario foriero non solo di riflessioni necessarie ed adeguate ma anche non pertinenti, quando si voglia usare in maniera corretta la locuzione «etica». Nel nostro caso, non vorrei decidere sin dall’inizio se la questione energetica imponga una riflessione etica, poiché quest’ultima dovrebbe poter risultare un’esigenza necessaria, alla fine del percorso, annunciatasi spontaneamente all’attenzione di ciascuno di noi. Affermare invece che sia necessaria fin dall’inizio, e senza darne le dovute ragioni, potrebbe essere un gesto dogmatico che vorrei evitare. Un problema nuovo Da sempre l’uomo ha cercato di sfruttare alcuni elementi naturali che lo circondavano: le prime ruote e i primi mulini hanno fatto uso sistematico e razionale dell’acqua, canalizzandola in modo da poterne sfruttarne la forza a proprio beneficio. Anche l’aria è stata trasformata in forza da poter usare a proprio beneficio. Tutte queste attività non sono mai state messe in discussione, né come pratiche lecite di principio né tanto meno come applicazioni puntuali. La tradizione cristiana si è mossa su questa linea di legittimità e ha persino incoraggiato tali pratiche. Quel che sembra invece mancare, se si prescinde dalle riflessioni di questi ultimi decenni, è la coscienza della limitazione strutturale di queste risorse. In passato tale coscienza non si poteva avere perché neppure si aveva

coscienza del fenomeno dell’esplosione demografica. La possibilità di analizzare i comportamenti umani lungo il tempo e lo spazio, compito oggi assunto dalla demografia storica, era precluso alle generazioni che ci hanno preceduto. Siamo perciò di fronte a un problema che tocca la società odierna nel suo insieme e non tanto i comportamenti di singoli individui. Questi saranno comunque, almeno parzialmente, toccati dal problema e dunque anche implicati nel loro agire, in quanto sono consumatori delle riserve energetiche e in quanto attori politici dello Stato di diritto. Rimane comunque difficoltoso rendere plausibile l’aspetto morale di ogni scelta energetica, poiché il rapporto tra macropolitiche e comportamenti individuali è difficilmente decifrabile Questa complessità tra i vari livelli del problema energetico va presa sul serio anche da chi si occupa di etica e andrà quindi evitata ogni fretta nel proporre imperativi normativi sia per gli individui sia per intere società. di Alberto Bondolfi

Se si prende coscienza del fatto che le risorse naturali sono limitate, si potrà cominciare a formulare alcune prime esigenze normative, anche se ancora molto generali. Così, per esempio, la ricerca di fonti alternative deve cominciare molto prima che una risorsa esistente abbia concluso il suo ciclo di offerta. Che le risorse «fossili», come il carbone ed il petrolio, sono limitate, si sa da molto tempo. Alcune nuove tecnologie hanno aiutato a farne un uso più razionale. Si pensi a come il consumo di carburante sia diminuito grazie ai nuovi motori e alle carrozzerie aerodinamiche. I nuovi locomotori ferroviari ricuperano in discesa l’energia usata in salita. Altri esempi si potrebbero portare, come premessa necessaria all’imperativo di un consumo più razionale delle risorse energetiche a disposizione. Questo va bene, ma non risolve il problema, perché tali risorse potrebbero un giorno non essere più a disposizione. Va dunque anticipato l’accesso a nuove fonti parzialmente rinnovabili.

Sostenibilità. Ma che significa?

A livello di riflessione teorica si è cercato di formulare alcuni criteri generali. Per il momento quello della sostenibilità sembra raccogliere i consensi più ampi e qualificati. La convergenza attorno al criterio della sostenibilità è sicuramente rallegrante, ma ha una debolezza: è infatti quanto mai generico e dovrebbe essere meglio concretizzato. Chi dice sostenibilità sostiene implicitamente che le generazioni che ci seguiranno hanno diritti da rivendicare. Un altro postulato bello e generoso, ma anche qui le difficoltà sono di rilievo. Mi sembra difficile innanzitutto sostenere che le generazioni future hanno il diritto ad avere a disposizione la medesima quantità di fonti energetiche delle generazioni attuali. Queste infatti hanno ereditato da quelle passate una situazione di cui non sono responsabili. La nuova consapevolezza circa la limitazione delle fonti ci obbliga comunque a creare situazioni per cui le generazioni future dovrebbero poter avere le medesime chances della nostra nel procurarsi energia. L’imperativo pare evidente. Ma l’obiettivo è difficile da concretizzare perché l’uso responsabile delle fonti energetiche future è legato a fattori che oggi non possiamo influenzare direttamente. Tra questi fattori, quello del sapere pare centrale ma al contempo indisponibile. Chi è in grado di garantire la genesi di un sapere efficace nel cercare nuove fonti di energia e tecniche di uso oculato? Ogni generazione ha dunque, sicuramente, doveri nei confronti di quelle che la seguiranno, ma anche questi doveri sono limitati e non garantiti. Vedo dunque di proporre alcuni criteri almeno parzialmente operazionalizzabili. Problemi economici ed ecologia L’economicità delle fonti energetiche, cioè quanto in più dovremo pagare per avere la stessa energia. Bisognerà ammettere che le nuove fonti, almeno in una prima fase, sono meno «economiche» di quelle attualmente disponibili. Solo attraverso una implementa-


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zione sempre più razionale dovrebbero poter diventare «concorrenziali». La scelta di uscire dal nucleare, per esempio, ci costerà di più, ma se da elitaria diverrà di massa anche la produzione di energia proveniente da fonti non nucleari potrà essere proposta a prezzi maggiormente concorrenziali.

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non potessero venir rese innocue entro un tempo accettabile. Fino a quando il problema delle scorie non troverà una risposta adeguata il bilancio ecologico dell’energia nucleare rimarrà negativo.

Vi è poi il criterio della durata. Le nuove fonti d’energia proposte devono poter durare nel tempo e soprattutto non lasciare scarti in natura tali da creare nuovi problemi. Le nuove fonti devono essere ecologicamente sostenibili: gli ecosistemi mutano necessariamente quando si vuol sfruttare una fonte di energia. La loro mutabilità non va considerata in sé come eticamente inaccettabile, ma va valutata nelle sue conseguenze, sia per l’essere umano che per le specie animali e vegetali che lo circondano.

È davvero più equa verso le generazioni future? Fino a quando il problema delle scorie non avrà trovato soluzione adeguata, sarà difficile sostenere che l’opzione nucleare rappresenta una forma di equità adeguata nei confronti delle generazioni che verranno.

Interrogativi di fondo Una volta formulati questi criteri, in maniera del tutto generale se non generica, ci si può chiedere per terminare se l’energia nucleare possa e debba passare dal filtro di questi criteri. Non essendo uno specialista in materia, mi permetto solo di proporre alcuni interrogativi, sperando che il dibattito sul nucleare possa darci risposte adeguate.

Indigesti. Smentendo il preavviso del Consiglio federale e della Commissione dell’economia, lo scorso dicembre il Consiglio nazionale (con 85 voti contro 76) ha accolto le iniziative di cinque cantoni romandi che chiedevano di bloccare l’importazione di generi alimentari prodotti in condizioni disumane. Si chiede alle autorità federali di impegnarsi: (a) in negoziati con l’OMC e l’UE affinché siano instaurate condizioni di lavoro giuste e metodi di coltivazione sostenibili per tutti gli alimenti importati in Svizzera; (b) sia creata una dichiarazione che certifichi la sostenibilità sociale ed ambientale; (c) e, quando i criteri non sono rispettati, sia proibita l’importazione. La decisione è stata certamente influenzata dalle azioni di protesta e sensibilizzazione organizzate da associazioni che s’impegnano per una produzione alimentare sociale ed ecologica. Ora il dossier passa agli Stati.

Altro criterio: la socialità. Le nuove fonti di energia dovrebbero permettere e promuovere forme di vita sociale più eque. Le disuguaglianze nelle opportunità di accesso alle fonti di energia dovrebbero almeno diminuire. Le fonti di energia scelta non dovrebbero discriminare parti della popolazione attuale, e soprattutto delle generazioni future. Va dunque salvaguardato il rapporto esistente tra politiche energetiche ed esigenze di giustizia distributiva.

L’energia nucleare è davvero economica? Ma per chi è davvero economica e, soprattutto, fino a quando? Tuttavia è possibile che il nucleare sia una fase di passaggio verso scenari più economici a medio e lungo termine. ●

È davvero durevole ed ecologicamente sostenibile? Attualmente, essa ha un bilancio ecologicamente ambivalente. A suo favore, il fatto che non inquina direttamente l’atmosfera, a suo grande sfavore l’essere ecologicamente disastrosa qualora le scorie ●●

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Concludendo queste sommarie riflessioni oso affermare che, se anche i criteri ora evocati trovassero applicazione ottimale attraverso una oculata prosecuzione dell’opzione nucleare, rimarrebbe aperto il problema della gestione della sicurezza. Pur non volendo qui proporre la necessità morale di un cosiddetto «rischio zero» (che evidentemente non esiste, e non è nemmeno proponibile come imperativo etico), ritengo che il problema delle scorie radioattive debba poter essere risolto in maniera accettabile prima di rilegittimare l’opzione nucleare. Si tratta di un dovere non delegabile alle generazioni future ma da realizzare qui e ora, se si vuole dare una base moralmente accettabile all’opzione nucleare. Gli anni che ci aspettano saranno il momento opportuno per scelte davvero responsabili.

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Ora «emerito» ma sempre vicino!

Il 25 maggio si è svolto, nell’aula magna dell’Università di Ginevra, il commiato ufficiale di Alberto Bondolfi dall’insegnamento universitario attivo. L’ottimo teologo ed eticista di fama europea vi ha tenuto un’ultima lezione pubblica sul tema «La teologia nella Città», tema che durante la giornata era stato al centro di un convegno internazionale al quale hanno partecipato suoi colleghi e allievi del Vecchio e del Nuovo Mondo. Nella sua relazione, Alberto Bondolfi si è cavato anche qualche sassolino dalle scarpe (come si dice…): per esempio ringraziando la Facoltà di teologia dell’Uni ginevrina – fondata da Calvino – per avere offerto a lui, cattolico, un posto fisso, mentre finora nessuna facoltà teologica svizzera ha fatto altrettanto per un protestante. Non è per amore di polemica ma per sottolineare un fatto increscioso: il nome di Alberto Bondolfi non figura nell’elenco delle quasi 350 persone che, in un modo o nell’altro, sono integrate o collaborano con la Diocesi ticinese (Annuario 2011, pp. 168-178), il che non può evidentemente essere un caso. Bondolfi ha pubblicato qualche decina libri (il catalogo del Servizio bibliotecario ticinese ne cita 31), la Berna federale l’ha incaricato di formulare proposte su temi delicati di etica medica, istituti prestigiosi e mass media lo invitano a riferire sulle nuove frontiere della medicina. «Dialoghi», nel suo piccolo, lo ha da anni come membro del Comitato e collaboratore prezioso. Sulle pagine della nostra rivista, oggi come ieri, Alberto ha trovato quegli spazi di libertà che il mondo cattolico gli ha spesso negato. Allievo a Friburgo di Stephan Pfürtner (cfr. Ludwig Kaufmann, Ein ungelöster Kichenkonflikt, 1987), Bondolfi esplora i territori di frontiera, rischiando del suo. Altri si accontentano di dar ragione a chi comanda o si rifugiano dietro il diritto canonico. Bravo Alberto, avanti così! E.M.


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La Svizzera dà i numeri Immagine di un mondo felice Secondo le proiezioni dell’Ufficio federale di statistica, la Svizzera nel 2035 conterà 8,84 milioni di abitanti, il Ticino 365 mila. Aumenteranno specialmente gli anziani: nel 2010 gli over 65 erano il 17%, nel 2035 saranno oltre il 26%, nel Ticino il 31%. Se aumentano gli anziani, diminuiscono le persone religiose. Secondo uno studio condotto da cinque sociologi per un programma finanziato dal Fondo nazionale per la ricerca scientifica, che ha interrogato 1229 persone delle tre regioni linguistiche, i cattolici sarebbero attualmente il 31%, superati dai protestanti con il 32%, il 12% professa una religione non-cristiana e il 25 non aderisce ad alcuna religione. Secondo i dati dell’ultimo censimento federale del 2000, i cattolici erano il 41,82%, i riformati il 33,4%, gli islamici il 4,6%, gli ortodossi il 1,81%, le Chiese evangeliche libere l’1,46%, i senza appartenenza l’11,11%, mentre non davano alcuna indicazione il 4,33% e le altre minoranze risultavano con meno dell’1%. Per i ricercatori, si distinguono quattro tipi di religiosità: i «distanti», col 64% (hanno una loro religiosità poco impegnata, sono specialmente cristiani e...pagano le imposte ecclesiastiche!), gli «istituzionali», che sono il 17% (membri delle Chiese cristiane, hanno una fede viva); i «laici», il 10% (in posizione di indifferenza o di rifiuto) e gli «alternativi», il 9% che seguono varie credenze olistiche ed esoteriche. Gli istituzionali hanno un livello di formazione in genere piuttosto basso, i distanti e i laici un livello medio e gli alternativi un livello alto; tra gli alternativi sono più numerose le donne (11%) rispetto agli uomini (4%); tra i laici predominano gli uomini (15%), rispetto alle donne (5%). L’evoluzione delle appartenenze risulta anche dal fenomeno degli abbandoni nelle Chiese cristiane storiche. Così la Chiesa cattolica del Cantone di Zurigo ha registrato nel 2010 l’abbandono di oltre 6161 membri. Il numero dei cattolici zurighesi resta tuttavia costante, grazie all’immigrazione e alle nascite (388.000 membri). Stesso fenomeno nella Chiesa riformata, che ha registrato nel 2010 l’uscita di 4938 membri. Anche le altre Chiese cantonali riformate hanno subito abbandoni nel 2010: 977 a Basilea città, 514 nei Grigioni, 4365 per le Chiese di Berna-Giura-Soletta. Un sondaggio dell’Istituto losannese di ricerca marketing e sociale ha interpellato 503 persone sul loro comportamento religioso: il 30% non prega mai, il 23% solo quando va in chiesa; il 15% parecchie volte al giorno e il 9% si rivolgono a Dio solo nel bisogno. Evidenti le differenze per gruppi di età: tra i giovani (15-29 anni) più della metà non prega mai, mentre sono solo il 21% gli anziani (da 50 a 74 anni) che non pregano.

Circa l’invecchiamento della popolazione, sono interessanti i dati forniti dal Servizio migrazione della Caritas svizzera. Un terzo della popolazione proviene dall’immigrazione e solo un terzo di queste persone sono cittadini svizzeri: la popolazione straniera rappresentava nel 2010 circa il 22%. L’immigrazione, causa principale dell’aumento della popolazione e perciò spesso considerata come un problema, permette di rallentare il processo di invecchiamento, con una conseguenza benefica per le finanze dell’AVS. Infatti i lavoratori stranieri assicurano il 26,7% del finanziamento, mentre ricevono complessivamente solo il 17,9% delle prestazioni e solo nella misura del 22% hanno diritto alla rendita completa. Dati poco rallegranti tra le generazioni giovanili. Una ricerca di Radix ha rilevato che il fenomeno del giuoco d’azzardo è diffuso nella fascia di età tra i 16 e i 19 anni degli studenti ticinesi di tre istituti. Il 75% dei ragazzi ha già provato almeno una volta, il 20% gioca almeno una volta al mese, il 9% tutti i giorni; il 21% spende fr.10 al mese, il 25% tra i 20 e i 60 franchi, il 2% oltre i 60 franchi. La tendenza al gioco è facilitata da Internet e resa banale dai media e dal comportamento degli adulti. Anche per quanto riguarda il consumo degli alcolici, secondo una inchiesta dell’Ufficio federale della sanità pubblica (oltre 10 mila allievi interrogati, di 628 classi), la situazione sembra peggiorare. Rispetto a cinque anni fa, preoccupa l’aumento del consumo di superalcolici da parte dei quindicenni: il 28% di loro si è procurato illecitamente l’alcolico in un negozio; il tasso dei giovani che nel mese precedente l’inchiesta si è ubriacato è del 35% dei maschi e del 30% delle ragazze. Per quanto riguarda il fumo, il 13% dei ragazzi fuma tutti i giorni (il 10% delle ragazze); fuma una volta la settimana il 19% dei ragazzi e il 15% delle ragazze. L’uso della canapa è irregolare per la maggior parte dei giovani, anche se l’inchiesta ha rilevato che nei trenta giorni precedenti il 4% dei ragazzi quindicenni e l’1% delle ragazze avevano consumato canapa almeno dieci volte. Secondo l’Ufficio federale di statistica, tre persone su quattro (74,6%) si dicono pienamente soddisfatte della loro qualità di vita. Ma il 6,7% della popolazione è povero, dovendo far fronte a privazioni materiali importanti: tra essi il 23,5% dei membri delle famiglie monoparentali, e il 19,4% degli extracomunitari. La Costituzione federale recita (Preambolo): «La forza di un popolo si commisura al benessere dei più deboli dei suoi membri». E allora? a.l.

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osservatorio ecumenico

OSSERVATORIO ECUMENICO

DECIMA ASSEMBLEA DEL CEC NEL 2013

«Dio della vita, guidaci verso la giustizia e la pace». Sarà questo il tema della X Assemblea generale del Consiglio ecumenico delle Chiese (CEC) che si terrà a Busan (Corea del Sud) nell’ottobre del 2013. A deciderlo sono stati i 150 membri del Comitato centrale – il massimo organo di governo tra un’assemblea e l’altra – riunitisi a Ginevra dal 16 al 22 febbraio. Il tema generale è accompagnato dal testo biblico di Isaia 42, 1-4, nel quale si presenta la figura del Servo del Signore che «non verrà meno fino a quando non avrà stabilito la giustizia sulla terra». Il Comitato centrale ha scelto un tema per l’assemblea che per la prima volta contiene le parole «giustizia» e «pace», preferendolo all’altro tema proposto che sottolineava maggiormente la vocazione all’unità: «Nel mondo di Dio, chiamati ad essere uno». «Tuttavia, cercare la giustizia e la pace è una chiamata all’unità» – ha sottolineato il segretario generale del CEC, il pastore Olav Fykse Tveit, interpretando il desiderio di molti membri del Comitato centrale di unire i due temi. «I cristiani – ha proseguito – sono chiamati a essere uno affinché il mondo possa credere che la pace è possibile». Per il momento il tema è stato definito nella sua formulazione in inglese, cui seguirà successivamente la traduzione ufficiale in altre lingue. I lavori del Comitato centrale, moderati dal pastore luterano brasiliano Walter Altmann, hanno toccato molti argomenti: la giustizia di genere, partendo dalla constatazione dell’insufficiente rappresentatività femminile nelle strutture del CEC; l’appello ai governi mondiali affinché l’ONU inserisca il diritto all’acqua tra i diritti fondamentali dell’umanità; il dialogo interreligioso, il cambiamento del panorama ecumenico ed ecclesiale del cristianesimo. Nella sessione di chiusura il Comitato centrale ha adottato una risoluzione sulle violenze in Libia condannando l’uso della forza da ogni parte e chiedendo il rispetto dei diritti umani per l’intera popolazione. Tra gli altri temi, la Convocazione ecumenica internazionale di Kingston sulla pace, la situazione dei cristiani in Iraq, il referendum in Sud Sudan.

OSTACOLI AL CONCILIO PANORTODOSSO

Problemi di protocollo, che agli occhi delle Chiese orientali rivestono grande importanza, bloccano i lavori preparatori per la convocazione di un Concilio generale delle Chiese ortodosse orientali, impedendo un accordo che possa portare, dopo cinquant’anni di sforzi, alla convocazione di un’assemblea che sarebbe la prima celebrata da oltre mille anni… I problemi che ostacolano i lavori preparatori sono essenzialmente due: da un lato il riconoscimento reciproco delle diverse Chiese ortodosse (è in discussione anche il numero delle Chiese esistenti, in quanto ad esempio il Patriarcato di Costantinopoli non riconosce la Chiesa ortodossa in America, che invece è riconosciuta dal Patriarcato di Mosca); dall’altro quello dell’ordine in base al quale sono elencate le Chiese nelle liste di convocazione.

RICORRENZE ECUMENICHE

Nel 2011 si festeggia in Svizzera un doppio anniversario ecumenico: la Comunità di lavoro delle Chiese cristiane raggiunge il traguardo dei quarant’anni, e ricorre il deci-

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mo anniversario della firma della Carta ecumenica. Sul piano nazionale sono dieci le Chiese cristiane che fanno parte della Comunità di lavoro, mentre, nel 2005, le Chiese hanno sottoscritto la Carta ecumenica che costituisce la base della loro cooperazione. Per sollecitare l’attuazione degli obiettivi della Carta, la Comunità di lavoro ha creato, nel 2009, un premio detto – Label Oecumenica – che viene assegnato ogni anno a progetti ecumenici realizzati da singole persone, parrocchie, comunità religiose, organizzazioni ecclesiastiche. I quarant’anni della Comunità saranno festeggiati ufficialmente, il prossimo 28 agosto, a Lucerna (www.agck.ch).

IL GIARDINO DI LUTERO IN ITALIA

In occasione del Cinquecentesimo della Riforma, che sarà ricordato nel 2017, la Federazione luterana mondiale (FLM) ha voluto dar vita al Luthergarten, il «giardino di Lutero», inaugurato il 1. novembre 2009 con una cerimonia ecumenica. Il progetto vedrà sorgere 500 alberi a Wittenberg, la città tedesca, culla della Riforma protestante, dove Martin Lutero pubblicò nel 1517 le sue famose «95 Tesi». Piantando un albero in altre parti del mondo, in segno di dialogo e fratellanza, è possibile chiedere l’adozione di uno degli alberi già piantati a Wittenberg: è l‘invito della FLM alle altre Chiese cristiane. Durante la visita in Italia di una delegazione della Chiesa unita evangelico-luterana della Germania (VELKD), un primo albero, un melograno, è stato piantato a Milano il 22 gennaio, nel giardino della basilica di San Marco, dove avrebbe soggiornato Lutero nel suo viaggio verso Roma nel 1510. Nel novembre 2009 la Diocesi di Milano aveva partecipato in Germania all’inaugurazione del «giardino di Lutero» e con questo gesto i rappresentanti della Chiesa luterana tedesca hanno inteso ricambiare il dono. Nella delegazione erano presenti alcuni vescovi della Conferenza episcopale luterana e membri del Concistoro e del Sinodo generale, laici e ministri di culto, guidati da Johannes Friedrich, presidente della Conferenza episcopale luterana di Germania e vescovo della Chiesa di Baviera. Un’altra cerimonia ha avuto luogo il pomeriggio di domenica 23 gennaio presso il Convento dei benedettini di San Paolo fuori le Mura a Roma, dove è stato piantato un ulivo, come segno tangibile della comunione ecumenica cresciuta finora tra cattolici e luterani. A impartire la benedizione all’albero è stato il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani. I rappresentanti delle Chiese si sono poi incontrati per discutere delle relazioni ecumeniche e l’incontro è terminato con la celebrazione dei Vespri ecumenici, insieme con i monaci benedettini. La delegazione evangelico-luterana è stata il lunedì seguente, 24 gennaio, ricevuta in udienza privata da Benedetto XVI e in seguito dal Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani. Del Luthergarten di Wittenberg sono stati già «adottati» 63 alberi, che presumibilmente diventeranno un centinaio entro la fine del 2011. Entro il 31 ottobre 2017, quando ricorrerà il Cinquecentenario della Riforma, gli organizzatori del progetto si aspettano che tutti e 500 gli alberi di Wittenberg abbiano nel mondo un’anima gemella. Il giardino, che vuole essere un monumento ecumenico e interattivo, compone, con i suoi alberi, una gigantesca «rosa di Lutero»: simbolo ispirato al sigillo con il quale il riformatore protestante siglava le sue lettere. (Testo ripreso da ECO, evangelici, cattolici, ortodossi, pubblicazione ecumenica del Piemonte, Torino, marzo - aprile 2011)


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Femminismo cristiano

biblioteca

BIBLIOTECA

La storia è disseminata di solchi che a volte ne lacerano il tessuto ma si riempiono anche di semi che maturano, magari lentamente, e costituiscono una ricchezza per la società. Di questi «semi» è ricca la produzione di un’autrice, purtroppo non così conosciuta come meriterebbe: Gianna Agostinucci Campanini. A distanza di vent’anni dalla sua prematura scomparsa, il marito ha raccolto in un volume la testimonianza del suo pensiero e della sua azione in favore della promozione femminile. Scelta difficile, senza dubbio, stante la molteplicità di scritti e interventi – molti proprio in collaborazione con il marito – che spaziano nei diversi ambiti in cui la donna, nel tempo, ha radicato la sua presenza mettendo anche in gioco difficili equilibri socioculturali e religiosi. È un femminismo, quello trattato da Gianna Agostinucci, che non scardina valori irrinunciabili, ma li recepisce nella prospettiva di mutamenti sociali ineludibili, dandone una lettura e un orientamento di grande ricchezza di valori. Nelle pagine del volume è racchiuso un percorso denso di pensiero rapportato a concrete situazioni di vita. Sono pagine ricche di riflessioni e proposte, scelte tra la vastissima produzione dell’autrice. Dal fecondo scambio di idee in ambito coniugale scaturiscono soprattutto le tematiche famigliari: il matrimonio, la maternità, l’educazione dei figli. L’altro apporto considerevole riguarda gli studi sul «femminismo cristiano», sul suo difficile percorso storico, le sue potenzialità, il suo apporto nella sfera pubblica. Non c’è dubbio che la presa di coscienza del ruolo e della responsabilità della donna nella Chiesa e nella società ha trovato una sua alta e significativa espressione nella Mulieris dignitatem di Giovanni Paolo II.. Donna nella Chiesa, donna nella società: due aspetti inscindibili per una completa e matura visione della questione femminile sotto il profilo cristiano. Il contributo si colloca nell’ambito di un qualificato gruppo di studiose facente capo alla rivista «Progetto donna» di cui Gianna Agostinucci è stata una della colonne. Non è possibile dar qui conto di tutte le tematiche specifi-

che presenti nel volume. Lasciamo al lettore il piacere di scoprirne il valore e l’attualità, avvalendosi anche del supporto di una ricca bibliografia. Sarebbe auspicabile che da questa raccolta di testi partisse un ulteriore cammino, non circoscritto esclusivamente alla riflessione, pur imprescindibile, ma che movendo dalla riflessione facesse altri passi in campo progettuale e operativo. È un sommesso appello alle forze delle nuove generazioni, cui non mancano intelletto e capacità di intraprendere ulteriori percorsi. Sarebbe questo l’omaggio più affettuoso a Gianna Agostinucci Campanini, il modo migliore per ricordarla apprezzandone l’apporto culturale inscritto nell’esemplarità della sua vita. (Giuliana Zavadini, da «Impegno», rassegna di religione, attualità e cultura, anno XXI, n. 2, novembre 2010, Bozzolo).

G. Agostinucci Campanini, Donna tra storia e profezia. Percorsi di riflessione sul femminile (1966-1990), a cura di Giorgio Campanini, Ave, Roma 2010, pp. 272, € 15.

Küng: fedeltà oltre la dogmatica

Molti conoscono Hans Küng, se non altro per averlo seguito attraverso articoli o interviste sui mass media. Nota è la sua storia, i suoi difficili rapporti con la Chiesa di Roma. Il teologo – così si definisce lui stesso – ha una cultura immensa, interessi vastissimi, che si rispecchiano in tanti scritti, alcuni dei quali capaci di comunicare a chi non sa e ne ha interesse gli aspetti fondanti ed essenziali delle grandi religioni monoteistiche: il Cristianesimo, l’Ebraismo, l’Islam. Il suo ultimo scritto, più di una professione di fede in senso tradizionale. è una lunga riflessione «basata sull’esperienza e sulla conoscenza» che esprime le convinzioni e gli atteggiamenti di fondo che sono stati importanti nella sua vita, nella speranza che possano essere di aiuto per trovare la strada anche ad altri, essere cioè un «ausilio per orientarsi nella vita». Anzitutto colpisce di Hans Küng il suo essere uomo autentico. Si presenta infatti come testimone non di astratti princìpi ma calato nella realtà. Questo lo porta a cercare il senso della vita in quanto tale, questione che riguarda tutti e da cui nessuno può essere escluso, a ricercare i valori es-

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senziali comuni. destinati a rimanere tali nel tempo. Sulla base di esperienze personali, confortato da una vasta conoscenza del pensiero filosofico e scientifico, egli mette fin dall’inizio l’accento sull’importanza di crescere in un clima di fiducia: se manca questa dimensione essenziale, che non deve comunque trascurare i lati negativi della natura umana, difficilmente è possibile superare le crisi che l’esistenza riserva a ognuno. Da questo atteggiamento positivo, «che non è soltanto nel patrimonio genetico o nell’inconscio, né è completamente condizionato dall’ambiente», nasce la consapevolezza della libertà, quella possibilità di scelta che forse non è teoricamente dimostrabile ma che ognuno sente di vivere nella pratica quotidiana. Forte di questa convinzione, Küng si batterà sempre per la definizione di un’etica a cui tutto il mondo possa e debba ispirarsi: sua è la frase: «Non c’è pace fra le nazioni senza la pace religiosa, non c’è pace religiosa senza dialogo fra le religioni». Hans Küng è un cristiano aperto al mondo, senza paura: un esempio per chi voglia essere un credente consapevole, capace di rilevare i condizionamenti della dottrina, i legami con le culture dei tempi passati. per rimanere fedele al messaggio essenziale di Cristo così come tramandato dalle Scritture. Essere teologo, continuare a esserlo nonostante autorevolissime opposizioni, è davvero segno di una fede fondata, che riconosce e rispetta quella altrui, non rifiuta a priori il pensiero dei non credenti, fa proprie le domande scaturite dalla filosofia o dalla psicanalisi e dà conto senza arroganza di ciò che crede. Nel suo percorso, che supera la dogmatica tradizionale, Küng studia la Bibbia, tratta di storia della Chiesa, dei concili, dei papi in una prospettiva storica. Non rimuove i problemi posti dalla scienza, cerca sempre di affrontare ogni interrogativo con lo strumento della ragione. Senza trascurare le domande poste dal male, vede l’abisso del mistero che nessuno riesce a spiegare fino in fondo: ma, fedele alla preghiera, sa che nella pratica è possibile affrontarlo e viverlo con la forza propulsiva spirituale che viene da Gesù Cristo, fonte di coraggio e fermezza, di serenità e di gioia. (da «Il gallo», Genova, febbraio 2011)

H. Küng, Ciò che credo, Rizzoli, Milano, 2010, pp. 352, € 20.


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opinioni

In margine alla beatificazione di Papa Wojtyla

Il magistero di pace di Giovanni Paolo II Attorno alla beatificazione di Giovanni Paolo II c’è stato un clima di retorica devozionista che rischia di nascondere la sostanza del suo messaggio e di ridurre la portata innovatrice del suo magistero di pace, che costituisce il patrimonio più prezioso del suo pontificato. Ho seguito con amarezza i suoi viaggi in Cile e Nicaragua, il fraintendimento della Teologia della liberazione, la repressione di alcune esperienze teologiche e pastorali di rilievo. Verso di lui padre Turoldo ha alternato poesie di rimprovero e di lode. In tale contesto contraddittorio, preferisco individuare la luce: nel suo sforzo per la pace, in un periodo di grandi sconvolgimenti e di immensi pericoli, trovo una reale innovazione. Minimizzarla sarebbe un cattivo servizio al cammino della pace e alla corresponsabilità ecclesiale. La sua eredità più feconda riguarda le 90 richieste di perdono per l’uso cattolico-cristiano della violenza nella difesa della verità; i gesti solenni e amichevoli verso ebrei e musulmani; gli incontri delle religioni ad Assisi che hanno sancito il definitivo ritiro di ogni possibile avallo religioso alle guerre e l’impossibilità di qualunque forma di crociata armata; l’attenzione ai movimenti per la pace (compresa la marcia Perugia-Assisi del 12 otto-

bre 2003 definita «benemerita»): i 27 messaggi per le Giornate mondiali della pace del 1. gennaio di ogni anno; encicliche come la Sollicitudo rei socialis e la Centesimus annus; la vibrante opposizione alle guerre del Golfo e all’invasione dell’Iraq; il rifiuto dell’unilateralisrno egemonico e del «pensiero unico» dopo il crollo del Muro di Berlino; l’auspicio di un nuovo diritto internazionale; il perenne invito ad abbattere ogni muro e a costruire ponti; il costante duplice grido: «Mai più la guerra» e «La pace è possibile». Vibrante il discorso del 6 settembre 2004: «La violenza genera sempre violenza. La guerra spalanca le porte all’abisso del male. Con la guerra tutto diventa possibile, anche quello che non ha logica alcuna. Per questo la guerra è da considerarsi sempre una sconfitta: una sconfitta della ragione e dell’umanità. Venga presto, allora, un sussulto spirituale e culturale che porti gli uomini a bandire la guerra. Sì, mai più la guerra!». Per Wojtyla «le esigenze dell’umanità ci chiedono di andare risolutamente verso l’assoluta proscrizione della guerra e di coltivare la pace come bene supremo, al quale tutti i programmi e tutte le strategie devono essere subordinati» (12 gennaio 1991). Nel

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tormento davanti allo scenario degli anni ‘90, Giovanni Paolo II viveva un’istanza radicale inedita nella Chiesa. Le sue espressioni sulla guerra sono state brucianti: «avventura senza ritorno», «spirale di lutto e di violenza», «sconfitta dell’umanità», «suicidio dell’umanità», «silenzio di Dio», «abisso del male», «vera passione di Cristo», «orizzonte rigato di sangue», «disonore per la santità di Dio e la dignità dell’uomo», «tragedia umana e catastrofe religiosa». Per anni ha invitato la Chiesa a convertirsi, a dotarsi di una visione nuova del mondo, al «compito immenso» di porre «innumerevoli gesti di pace» che «creano una tradizione e una cultura di pace» (1. gennaio 2003). Per lui, «esempi luminosi e profetici ci hanno offerto coloro che hanno improntato le loro scelte di vita al valore della nonviolenza. La loro testimonianza di coerenza e fedeltà, giunta spesso fino al martirio, ha scritto pagine splendide e ricche di insegnamento [...], ha salvato l’onore dell’umanità» (1. gennaio 2000). Una riflessione non ingessata da nessun punto di vista, che può servire per diffondere pratiche ecclesiali pronte a sviluppare la rete di nuovi stili di vita, le Commissioni «Giustizia e Pace» e itinerari formativi alla pace. Sergio Paronetto

Vicepresidente di «Pax Christi»

(da Adista Segni Nuovi, n. 40 del 21 maggio 2011)

da le i d n e ria La scoperta del Monte Generoso spl Una vità edito a cura di Paolo Crivelli e Silvia Ghirlanda no con la collaborazione di Graziella Corti e Ivano Proserpi

Formato 23x26.5, 414 pagine con illustrazioni a colori, Fr. 60.– La Montagna è vista e presentata da: Benedetto Antonini, Kurt Baumgartner, Riccardo Bergossi, Edy Bernasconi, Daniel Bernoulli, Danilo Bianchi, Francesco Bianchi-Demicheli, Alberto Bianda, Tita Carloni, Angelo e Dante Casoni, Raffaello Ceschi, Massimo Colombo, Graziella Corti, Don Angelo Crivelli, Paolo Crivelli, Claudio Ferrata, Silvia Ghirlanda, Roberto Lardelli, Marco Lazzati, Ottavio Lurati, Flavio Medici, Alberto Nessi, Graziano Papa, Ivano Proserpi, Fosco Spinedi, Rudolf Stockar, Aurelio Vigani, Pier Luigi Zanon.

Armando Dadò editore, Via Orelli 29, 6601 Locarno, Tel. 091 756 01 20, Fax 091 752 10 26, E-mail: info@editore.ch, www.editore.ch In coedizione con il Museo etnografico della Valle di Muggio


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cronaca

CRONACA INTERNAZIONALE a cura di Alberto Lepori

Chi rompe paga. Lo scandalo pedofilia si è rivelato decisamente costoso per la Chiesa cattolica americana: stando ai calcoli del Centro di ricerca applicata all’apostolato (Cara) della Georgetown University di Washington dal 2004 la Chiesa americana ha sborsato 2,7 miliardi di dollari. Oltre metà della somma è servita a risarcire le vittime; il restante è stato impiegato per pagare l’onorario degli avvocati e per finanziare diversi programmi di assistenza: terapie per le vittime e i responsabili degli abusi; programmi per la protezione dei bambini e per la formazione del personale assunto a questo scopo. Nel 2010 i costi dello scandalo pedofilia si sono mantenuti elevati, assorbendo ben 123,7 milioni di dollari nelle diocesi e 25,9 milioni negli ordini religiosi. Dal rapporto Cara emerge anche che nel 2010 le denunce di abusi sessuali sono diminuite, nonostante siano state ancora numerose (505 considerate credibili), confermando una tendenza costante dal 2004. (da «Adista», n. 36 del 30 aprile).

Casistica vaticana. Il cardinale Antonio Canizares Llovera, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, ha celebrato una messa pontificale nella basilica di San Pietro a Roma, secondo il rito straordinario detto di Pio V, abolito dopo il Concilio Vaticano II e ristabilito nel 2007 da Benedetto XVI. La messa col rito straordinario (straordinario ma equivalente, secondo i canonisti di curia) viene celebrata quasi a sottolineare una nuova pubblicazione della Commissione pontificia «Ecclesia Dei» che sollecita vescovi preti e responsabili del mondo intero ad accogliere generosamente le richieste di applicare il sopraccitato motu proprio. Ma, attenti alla procedura! Secondo il gesuita padre Lombardi dell’Ufficio stampa vaticano, coloro che chiedono la celebrazione secondo la«vecchia» liturgia non devono appartenere a gruppi che negano che il Papa sia il supremo pastore della Chiesa universale (APIC, 13 maggio). Più che logico, perché lo scopo del motu è la riconciliazione nella Chiesa. Obiezione: se l’intenzione dei petenti è di intercedere perché il Papa si converta, il rito straordinario può essere utilizzato?

Per il sacerdozio femminile. Padre Roy Bourgeols è stato invitato a ritrattare la propria posizione di appoggio al sacerdozio femminile, altrimenti verrà allontanato dalla congregazione di Maryknoll, a cui appartiene da 44 anni. Così dice una lettera ricevuta dal religioso, pacifista e fondatore dell’Osservatorio sulla Escuela de las Americas (Soa Watch), che denunciava la scuola statunitense che ha formato i militari anticomunisti di svariati regimi dittatoriali sudamericani. Il padre è rimproverato per non aver mai cessato di appoggiare la causa del sacerdozio femminile, «disobbedendo alle esplicite istruzioni dei superiori». Se Bourgeois non ritratterà, riceverà un secondo avviso, dopo il quale verrà escluso dalla congregazione per «avere pubblicamente rigettato l’insegnamento del Santo Padre». Padre Bourgeois ha accolto la lettera con «grande tristezza», ma non ha intenzione di fare marcia indietro dalle proprie posizioni: «Affermiamo che la vocazione sacerdotale è un dono che viene da Dio. Come possiamo, da uomini, dire che la nostra chiamata da Dio è autentica, e quella delle donne no? Chi siamo noi per rifiutare la vocazione delle donne al sacerdozio?». Peggio è capitato a mons. William Morris, vescovo di Toowoomba (Australia), «sollevato» dal suo incarico da papa Benedetto per aver scritto in una lettera pastorale che, se la Chiesa avesse cambiato le sue regole, egli avrebbe ordinato prete anche le donne, per rispondere a bisogni pastorali. Secondo le sue previsioni, essendo la sua diocesi (35 parrocchie) estesa come una volta e mezza la Germania, nel 2014 avrà solo 18 preti, tutti ultrasessantenni. La rimozione del vescovo, molto amato e da più di diciotto anni alla guida della diocesi, è avvenuta senza un regolare processo ed è stata criticata da parte di numerosi preti e fedeli. Mons. Morris ha denunciato il «centralismo strisciante nella Chiesa»: «Se la Chiesa non mi ha dato voce, significa che non ha dato voce al suo popolo».

Direttive di fine vita. La prima Chiesa valdese a gestire uno sportello per registrare le Direttive di fine vita è stata quella di Milano. In un anno ha raccolto più di cinquecento testamenti biologici, un servizio offerto oggi ai

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credenti e non credenti anche dalle comunità di Torino, Trieste, Napoli, Roma e Padova. L’Unione delle Chiese valdesi e metodiste non ha mai fatto mistero del suo impegno a favore della libera scelta del paziente in materia di trattamenti sanitari. Per questa Chiesa evangelica, esprimere la propria volontà in un testamento biologico è un gesto che rientra pienamente nella libertà del cristiano. «La vita è un dono che riceviamo insieme alla libertà e alla responsabilità di farne qualcosa di buono. Nessuno può frapporsi tra la nostra coscienza e Dio», ha spiegato la pastora Maria Bonafede, presidente della Tavola valdese.

Una donna generale. È una donna il nuovo generale dell’Esercito della Salvezza: Linda Bond, canadese di 64 anni; è la terza donna a rivestre la massima carica dei «salutisti». Eletta lo scorso 21 gennaio dai 109 membri dell’Alto Consiglio riuniti a Sunburyon-Thames (Gran Bretagna), la signora Bond è in carica dal 1. aprile, succedendo al generale Shawn Clifton. Ricordando il motto dei salutisti: «Salvati per servire», ha dichiarato: «Siamo un esercito le cui armi principali sono la lode e il ringraziamento a Dio». L’Esercito della Salvezza è una Chiesa evangelica, fondata a Londra da William Booth nel 1878, attualmente presente in 121 nazioni con oltre un milione di membri. È anche una delle maggiori agenzie mondiali di soccorso e promozione sociale.

Lettera alla Chiesa fiorentina. Un gruppo di cattolici fiorentini (tra essi parecchi vecchi amici di «Dialoghi», come Renzo Bonaiuti, Pier Giorgio Camaiani, Serena Noceti) si sono rivolti al loro vescovo «per manifestare il turbamento e il grave disagio di quanti si sentono parte viva della comunità ecclesiale», chiedendo «giudizi evangelici, non opportunistici e diplomatici, sulla situazione politica ed ecclesiale italiana». Propongono un dibattito pubblico su tre temi: come ritrovare la Chiesa dei poveri; dove elaborare giudizi evangelici sulla realtà; come realizzare una Chiesa plurale e sinodale (Il testo della lettera in «Adista» n.36 del 30 aprile).

Per i diritti umani. Amnesty International (AI), nata il 28 maggio del 1961 dalla pubblicazione sul domenicale londinese «The Observer» di una lettera dell’avvocato Peter Benenson, ha festeggiato i primi cinquant’anni di attività a favore dei diritti umani. Nel


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suo scritto, Beneson si indignava per la condanna a sette anni di carcere inflitta a due giovani che avevano brindato alla libertà nel Portogallo di Salazar, e invitava a scrivere lettere a sostegno dei due giovani. Da allora AI è attiva a favore dei prigionieri di opinione, contro la pena di morte e la tortura, contro la violenza alle donne e per ogni azione a favore dei diritti umani.Nel 1977 è stata insignita del Premio Nobel per la pace e attualmente conta oltre tre milioni di membri nel mondo. Dal 1974 esiste anche una sezione ticinese (Gruppo Ticino 48, tel. 079/689.54.13). Settimana ecumenica. A Chianciano, dal 24 al 30 luglio, si svolgerà la 48. Sessione di formazione ecumenica, organizzata dal Segretariato Attività Ecumeniche (SAE) sul tema: «In dialogo sull’etica. Camminare in novità di vita (Rm.6,4)». Tra i relatori Laura Boella, Antonio Autiero, Roberto Della Rocca, Giuseppe Testa, Eric Noffke, Placido Sgroi, Letizia Tomasoni, Amos Luzzato, Alberto Bondolfi, Ermanno Genre, Serena Noceti, Paolo Ricca, e i dirigenti del SAE Mario Gnocchi, Simone Morandini e Gioachino Pistone. (Informazioni e iscrizioni al Segretariato SAE, via Eufemia 2, 20122 Milano, tel. 02.878569).

Elezione democratica. Per la prima volta, la Chiesa cattolica di rito siromalabarico ha scelto liberamente il suo arcivescovo, fin qui nominato dal Papa. Per l’elezione, i 46 vescovi che dirigono le 29 eparchie (diocesi) sparse nel mondo, si sono riuniti a Kochi (Kerala). La Chiesa cattolica in India comprende fedeli di tre riti diversi, la maggioranza essendo di rito latino.

Sport vaticano. La quinta edizione della «Clericus Cup», che vede in lotta preti e seminaristi delle università ecclesiastiche romane si è conclusa con la finale il 28 maggio. Intanto, il segretario del Papa, mons. Georg Gänswein, noto sportivo, ha scritto la prefazione de «Lo sport in Vaticano», una raccolta di testi papali in dieci capitoli. Benedetto XVI non pratica alcuno sport ma apprezza i valori espressi dal mondo sportivo. Papa Wojtila invece era un provetto alpinista, nuotatore e sciatore. In un camionmuseo, lungo 18 metri e ornato dei colori vaticani bianco e giallo, in circolazione in Polonia, si possono ammirare i suoi primi sci, ma anche il breviario e il rosario di Giovanni Paolo II.

cronaca

No. 217

Notizie belle e buone

I Vescovi svizzeri hanno invitato, in occasione della Giornata dei media (5 giugno) a pubblicare buone/belle notizie, a sostegno del Vangelo, la «buona notizia» per eccellenza. Cerchiamo di accontentarli.

Finalmente. Il vescovo di Lugano ha annunciato che a partire dal prossimo settembre sarà attivo un «vicario interparrocchiale», residente nella casa parrocchiale di Morbio di Sotto e attivo per una intera zona, particolarmente nella pastorale rivolta ai ragazzi. Si tratta della zona denominata Santa Maria dei Miracoli. Solo buona la notizia o addirittura miracolosa?

Laici a scuola. Il Servizio per la formazione degli adulti della Chiesa cattolica nel Giura ha presentato un nuovo programma di formazione per animatrici e animatori laici, della durata di tre anni e aperto a ogni persona che vuole formarsi per partecipare attivamente alla vita ecclesiale. I compiti previsti vanno dalla catechesi all’animazione liturgica e assembleare, al servizio ai malati e negli istituti, alla preparazione al battesimo, agli impegni morali e politici. Il costo totale per partecipante è previsto di 600 franchi, ma ai singoli è chiesto un contributo di soli 200 franchi. Buona notizia, senza se e ma.

Ospiterà anziani. L’abazia di Disentis accoglierà, per circa due anni, 26 anziani durante il rinnovamento della casa di riposo che fin qui li ospitava. I benedettini, per adattare la loro dimora ai nuovi ospiti, dovranno affrontare una spesa non indifferente (4,75 milioni di franchi). Diceva il Cristo: «Mi avete ospitato» - Matteo 25, 35). Senza se e ma…

Raccoglieremo i frutti. Il cardinale Kurt Koch, presidente del Consiglio pontificale per la promozione dell’unità dei cristiani, ha compiuto lo scorso maggio una prima visita ufficiale al Consiglio ecumenico delle Chiese a Ginevra, incontrando il segretario generale pastore Olav Fykse Tveit e sottolineando la necessità di «raccogliere i frutti» degli incontri ecumenici del passato. La bella notizia sarà completa quando i frutti saranno stati raccolti.

Generosità ecumenica. Il legislativo della Chiesa cattolica bernese ha deciso un prestito senza interessi di un milione di franchi per la costruzione della «Casa delle religioni», situata su Piazza Europa e destinata a favorire il dialogo interreligioso e come luogo di culto per cinque grandi religioni (aleviti, buddisti, cristiani, induisti, musulmani), con spazi anche per ebrei, bahai, siks. Il Consiglio comunale della Città di Berna ha concesso un sussidio annuale di duecentomila franchi per gli anni 2012-2015. Per diversi consiglieri della destra (verdi-liberali, radicali, centristi, democratici federali) non era una buona notizia: hanno votato contro. Il costo totale previsto è di 10 milioni; l’inaugurazione avverrà nel 2014.

Promozione. L’uraguaiano Guzman Carriquiry, fin qui sottosegretario del Consiglio pontificio per i Laici, è stato nominato segretario della Commissione pontificale per l’America latina, e diventa così il laico con la più alta funzione nella gerarchia vaticana. Dottore in diritto e scienze sociali, Guzman è nato a Montevideo il 20 maggio 1944: ha cioè sessantacinque anni (ciò che gli assicura una pensione maggiorata). Buona o cattiva, la notizia?

Contro la camorra. Il cardinale Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli, con una circolare ai preti diocesani ha ribadito il divieto di seppellire con funerali religiosi i camorristi, che già non possono essere padrini nei battesimi e nelle cresime, nonché testimoni nei matrimoni. La notizia migliore sarebbe che la Chiesa si impegnasse sempre a denunciarli alla polizia quando sono vivi.

Vino ecologico. Il Centro canadese di ecumenismo, nel quadro del «Programma Chiesa verde», ha ottenuto l’approvazione di mons. Lapierre, vescovo di SaintHyacinthe, per un vino locale da usare nella santa messa. Il vino è più caro di quello proveniente fin qui dalla California, ma il trasporto provoca meno inquinamento. Buona notizia: diminuisce l’effetto serra.


No. 217

notiziario (in)sostenibile

NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE a cura di Daria Lepori

Buono per il portamonete e per il clima. Una persona che si alimenta con prodotti surgelati, in scatola e pronti al consumo, in un anno spende 10.080 fr. e produce 500 kg. di CO2. Per chi utilizza prodotti freschi la media è di 5.400 fr. e 200 kg. Un volo oltreoceano costa 2’000 franchi e ha un impatto sull’ambiente di 3’000 kg di gas a effetto serra; per un viaggio in treno a Parigi si calcolano 500 franchi e 50 kg.

Siti industriali. In Svizzera il totale delle superfici su cui giacciono impianti industriali in disuso è pari al territorio di Ginevra. Per facilitare la trasformazione di queste aree in zone da destinare all’abitazione e al piccolo artigianato è stata messa a disposizione di investitori pubblici e privati una pagina web. All’indirizzo www.areale.ch sono reperibili al momento una cinquantina di oggetti catalogati per ubicazione, superficie e attuale destinazione; per ogni sito è disponibile una dettagliata scheda tecnica. L’iniziativa è frutto della collaborazione tra il Dipartimento federale per l’ambiente, l’Associazione delle Città svizzere, l’Associazione dei Comuni e la Conferenza dei dipartimenti dell’ambiente. Il bosco come capitale. Il monastero di Einsiedeln è stato insignito del «Waldpreis 2011» della Fondazione Sophie e Karl Bindig. La comunità monastica è la maggior proprietaria privata di boschi della Svizzera: dei suoi 1058 ettari, 933 sono nel canton Svitto, 55 in quello di Zurigo, 50 in Turgovia e 20 nel Vorarlberg austriaco. La maggior parte dei boschi è sfruttata per il suo legname; ogni anno se ne rigenerano dai 6.000 ai 6.5000 metri cubi. Il monastero ne utilizza 5.300 sottoforma di soli scarti con cui riesce a riscaldare tutti i suoi edifici, alimentare la cucina, la lavanderia e un impianto di essiccazione per il legno. I 200.000 franchi del premio saranno destinati a ottimizzare l’approvvigionamento energetico, con l’obiettivo di far funzionare la comunità solo con energia proveniente da fonti rinnovabili. Niente energia grigia. A Fully (VS) sta per essere ultimata una palazzina di sei appartamenti che rispetta i più avanzati standard di efficienza ener-

getica, dall’inizio alla fine del suo ciclo di vita. Grande attenzione è stata posta nella riduzione dell’energia grigia, quella cioè utilizzata per la produzione dei materiali da costruzione, per il loro trasporto e quella che servirà un giorno al loro smaltimento.

Ingorgo. Nel 2010 in Svizzera erano in circolazione quattro milioni di automobili, la media è di 1,9 per abitante (neonati e bambini compresi). Nel 1970 solo ogni quarta persona «e mezza» possedeva una quattro-ruote. Se nel calcolo includiamo anche moto, motociclette e le altre categorie di veicoli, arriviamo a 5,4 milioni.

Per intanto niente diga. Il vescovo brasiliano Erwin Kräutler è riuscito nel suo intento di far sospendere la realizzazione della centrale idroelettrica Belo-Monte nell’Amazonia. Il tribunale chiamato a esprimersi sull’argomento gli ha infatti dato ragione: il giudice ha ritenuto che il progetto di diga sul fiume Xingu non adempie le condizioni ambientali richieste. Il vescovo di origine austriaca si era schierato dalla parte delle popolazioni autoctone e delle organizzazioni di protezione dell’ambiente per fermare il progetto. Oltre a problemi ecologici sono messi in questione anche la partecipazione finanziaria dello Stato e il rendimento dell’impianto.

Altre dighe in Cile. In Patagonia è il vicario apostolico di Aysén, mons. Luis Infanti de la Mora, che si è assunto il compito di denunciare un progetto per la costruzione di cinque dighe sui fiumi cileni Baker e Pascua. Già autore di una lettera pastorale sull’acqua («Dacci oggi la nostra acqua quotidiana»), il vescovo nell’aprile del 2010 non aveva esitato a prendere parte all’assemblea degli azionisti della società promotrice del progetto (l’italiana Enel, che ha ereditato dalla società elettrica spagnola Endesa, acquistata nel 2009, anche i diritti di sfruttamento dell’acqua acquisiti dall’impresa spagnola durante la dittatura di Pinochet) e a chiederne l’abbandono. Alcuni mesi dopo è iniziata una campagna diffamatoria nei suoi confronti messa in atto con la distribuzione di volantini e con scritte offensive sulle mura di santuari e di altri edifici. Agli attacchi il vescovo ha risposto

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con una lettera aperta in cui, denunciano l’abituale strategia delle imprese di «creare divisione e di screditare quanti presentano obiezioni ai loro disegni», sottolinea la necessità che la Chiesa si schieri contro «un modello di sviluppo che offre ‘pane per oggi e fame per domani’».

Una faccenda sporca. La Oroya è la città più «sporca» del Perù. La concentrazione di metalli pesanti (cadmio, piombo, arsenico) nell’aria, nell’acqua e nella terra è a livelli d’allarme. E anche nel sangue degli abitanti. Conseguenze: difficoltà di concentrazione, disturbi motori, depressione e aumento dei casi di cancro. La Oroya, cittadina mineraria situata a 3700 m/s m, ospita un enorme complesso metallurgico formato da fonderie, fosse di decantazione, miniere per l’estrazione dei metalli grezzi, ciminiere, ferrovie per il trasporto dei metalli. Dal 2009 l’azienda che la gestisce ha smesso di lavorarci perché non ha i mezzi necessari a risanare l’impianto, come chiesto dallo Stato peruviano. La «Doe Run» con sede negli Stati Uniti, casa madre dell’omonima impresa di La Oroya, per decenni ha tratto grandi profitti dalle attività della sua filiale, che però sono rifluiti all’estero invece di essere reinvestiti per migliorare le infrastrutture e rendere meno pericolosa la vita per la popolazione locale e per l’ambiente. La ditta, che impiegava 3500 persone, aveva minacciato di licenziarle se i termini per la realizzazione di tre impianti di decontaminazione da zolfo non fossero posticipati. Oggi il sito è chiuso. Mancano i mezzi per tacitare i creditori (150 milioni di dollari), per ristrutturare il sito (120 milioni) e per saldare i debiti con lo Stato (270 milioni). Senza una rapida ripresa dell’attività, la «Doe Run» rischia di perdere la licenza. Difficile sarà però trovare qualcuno interessato a riprendere in mano un affare simile. Per i 3500 ex impiegati e i 35000 abitanti la fiducia è al minimo storico: fino a 40 microgrammi di piombo nel sangue, niente lavoro e nessuno pronto ad assumersi la responsabilità per i danni ambientali e alla salute delle persone.

N u m e ri a r re t r a t i ?

I numeri arretrati di «Dialoghi» si possono ordinare a: Pietro Lepori, 6760 Faido Tengia al prezzo di fr. 12.–


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cronaca

CRONACA INTERNAZIONALE

Stranieri in Italia. La Caritas italiana presenta annualmente un «dossier» sull’immigrazione, fornendo dati che smentiscono i luoghi comuni dei leghisti (ripresi anche in Ticino) sugli svantaggi causati dagli extracomunitari. Il «dossier» ricorda come, venendo a mancare il loro contributo, in molti nei settori produttivi considerati non appetibili dagli italiani, il Paese sarebbe in difficoltà maggiori. Gli immigrati versano alle casse pubbliche più di quanto ricevano come fruitori di prestazioni e servizi sociali. Si tratta di quasi 11 miliardi di erogazioni previdenziali e fiscali l’anno, che hanno contribuito al risanamento del bilancio dell’INPS (l’Istituto nazionale della previdenza sociale) perché sono lavoratori giovani e perciò lontani dall’età pensionabile. Inoltre dichiarano al fisco oltre 33 miliardi l’anno. Un altro dato significativo è quello dei matrimoni misti. Tra il 1996 e il 2008 ne furono celebrati più di 240mila; più di mezzo milione sono le persone che hanno acquisito la cittadinanza italiana, mentre oltre 570mila sono gli «stranieri» nati in Italia. Quasi centomila sono le nascite che si registrano ogni anno da madre straniera; più di 110 mila gli ingressi per ricongiungimento familiare. In un’Italia che soffre di un crescente invecchiamento, gli immigrati sono un fattore di parziale riequilibrio demografico, influendo positivamente anche sulla forza lavoro. La comunità più numerosa è quella romena, con poco meno di un milione di presenze; seguono albanesi e marocchini, quasi mezzo milione, mentre cinesi e ucraini sono quasi 200 mila. Queste cinque collettività coprono più della metà dell’immigrazione in Italia (50,7%). Roma, con quasi 270mila, e Milano, con 200mila stranieri residenti, sono i comuni con le presenze maggiori, ma gli immigrati si stabiliscono anche nei piccoli centri, spesso con incidenze elevate rispetto al totale dei residenti. Per quanto riguarda la criminalità, l’indagine rileva come italiani e stranieri, in posizione regolare, hanno un tasso di criminalità simile. Queste considerazioni devono portare a vincere i preconcetti e a investire maggiormente sulla prevenzione e sul recupero, coinvolgendo i leader associativi degli immigrati. il miraggio di una «immigrazione zero» in mezzo secolo farebbe perdere all’Italia un sesto della popo-

lazione. Un’indagine analoga sarebbe utile anche per il Ticino, come efficace antidoto alla propaganda sorretta da pregiudizi e ignoranza dei dati reali. (Testo adattato da «Eco», settimanale ecumenico del Piemonte, novembre-dicembre 2010)

Berlusconeide. Il popolo italiano, nel 150.mo della sua unità, ha sempre quale capo del Governo il festaiolo di Arcore. Per rattristarci con gli amici italiani, ricordiamo alcune sue «storiche» uscite. In campagna elettorale, Berlusconi consiglia a una giovane precaria di «sposare un miliardario per risolvere i suoi problemi economici» («Corriere della Sera», 27 febbraio); in Sardegna ironizza su episodi di violenza sessuale: «Servono tanti soldati quante sono le belle ragazze italiane, non ce la faremmo mai..». («la Repubblica», 25 gennaio); «Posso palpare un po’ la signora?», chiede con il sorriso sulle labbra il premier Silvio, in visita alle rovine dell’Abruzzo, salutando l’assessore provinciale alle pari opportunità Lia Beltrami («Trentino», 5 maggio 2010). Rispondendo al primo ministro albanese Berisha che diceva «Non voglio che i criminali arrivino in Italia», Berlusconi ha aggiunto: «Per chi porta le belle ragazze possiamo fare un’eccezione» («la Repubblica», 12 febbraio). Per concludere la deprimente rassegna valga la sua promessa di non-pentimento: «Sono orgoglioso del mio stile di vita (...) Io sono una persona giocosa, se ogni tanto sento il bisogno di una serata distensiva come terapia mentale per pulire il cervello da tutte le preoccupazioni, nessuno alla mia età mi farà cambiare stile di vita, del quale vado orgoglioso» («la Stampa», 29 ottobre 2010). Gli italiani seri non ridono e sono preoccupati molti amici dell’Italia.

Educare alla cittadinanza. Il Consiglio d’Europa ha pubblicato una «Carta sull’educazione alla cittadinanza democratica e all’educazione ai diritti umani», frutto di una consultazione tra i 47 Stati membri. La Carta servirà d’orientamento per tutti coloro che si occupano della diffusione dei valori fondamentali del Consiglio d’Europa: democrazia, diritti umani, stato di diritto e prevenzione delle violazioni. (http://book.coe.int/).

No. 217

In questo numero

I corsivi di «Dialoghi» ✧ È STATO GIUSTO UCCIDERE COSÌ OSAMA BIN LADEN? (Alberto Bondolfi) 2 ✧ L’ORTICELLO DI GIORGIO ORELLI, NOVANTENNE (M. Snider Noseda) 2

Dossier: Chiesa e giovani ✧ GIOVANI E CHIESE NELLA RICERCA SOCIOLOGICA (Alberto Lepori) 3-6 ✧ TESTIMONIANZE - Non penso di sposarmi in chiesa; - Vivo alla ricerca dell’amore vero»; - Sguardo positivo sulla religiosità dei giovani; - Realizzato nell’Azione cattolica; - L’esperienza della «Spina»; - Dalle GMG un messaggio autentico; - Li attira la parrocchia universale; - Pensare agli adulti che «ritornano» 7-11 ✧ NELLA SCUOLA TICINESE SI FA ABBASTANZA? (Ernesto Borghi) 12 Articoli

✧ L’ETICA HA QUALCOSA DA DIRE SUL NUCLEARE? (Alberto Bondolfi) 15 ✧ LA SVIZZERA DÀ I NUMERI (a. l.) 17 ✧ IL MAGISTERO DI PACE DI GIOVANNI PAOLO II (S. Paronetto) 20 ✧ CRONACA SVIZZERA 13, 14 ✧ OSSERVATORIO ECUMENICO 18 ✧ BIBLIOTECA - G, Agostinucci Campanini, Donne tra storia e profezia (Ave) - H. Küng, Ciò che credo (Rizzoli) 19 ✧ CRONACA INTERNAZIONALE 21, 24 ✧ NOTIZIE BELLE E BUONE 22 ✧ NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE 23

dialoghi di riflessione cristiana Comitato: Alberto Bondolfi, Ernesto Borghi, don Emilio Conrad, Serse Forni, Aldo Lafranchi, Alberto Lepori, Daria Lepori, Enrico Morresi, Margherita Noseda Snider, Marina Sartorio, Carlo Silini. Redattore responsabile: Enrico Morresi, via Madonna della Salute 6, CH-6900 Massagno, telefono +41 91 - 966 00 73, e-mail: enrico.morresi@sunrise.ch Amministratore: Pietro Lepori, 6760 Faido Tengia, tel. 091 866 03 16, email: leporipietro@bluemail.ch. Stampa: Tipografia-Offset Stazione SA, Locarno. I collaboratori occasionali o regolari non si ritengono necessariamente consenzienti con la linea della rivista. L’abbonamento ordinario annuale (cinque numeri) costa fr. 60.–, sostenitori da fr. 100.– Un numero separato costa fr. 12.– Conto corr. post. 65-7206-4, Bellinzona. La corrispondenza riguardante gli abbonamenti, i versamenti, le richieste di numeri singoli o di saggio e i cambiamenti di indirizzo va mandata all’amministratore.


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