213 dialoghi di riflessione cristiana
BIMESTRALE
Gilles Favier (Keystone)
Locarno – Anno 42 – Ottobre 2010
Quando, Signore, ti abbiamo visto forestiero e non ti abbiamo accolto?
Ero polacco, e mi avete chiamato «ubriacone», ero albanese, e mi avete chiamato «scafista», ero rumeno, e mi avete chiamato «violento». Avete bestemmiato.
Ero somalo, e mi avete rinchiuso in un centro, ero marocchino, e mi avete coperto d’insulti, ero senegalese, e avete sputato sui miei tappeti. Mi avete dato aceto da bere.
Ero bulgaro, e non mi avete pagato il dovuto, ero nigeriana, e mi avete violentata, ero ucraina, e mi avete affidato vostra madre. Mi avete venduto per trenta denari.
Ero zingaro, e avete avuto paura di me, ero accattone, e non mi avete lasciato un centesimo, ero senza tetto, ed avete sbarrato lo porta. Ero forestiero e non mi avete accolto.
(Tratto da: «Foglio di via», il giornale di strada, voce dei senza dimora, set-oft 2006) - ADISTA SEGNI NUOVI N. 22 - 13 MARZO 2010
Grosse spese in vista per una Diocesi «povera» dossier pp. 7-9
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La beatificazione di John Henry Newman Conti aperti della Chiesa con la modernità Nel 1873 Newman pronunciò un celebre sermone in occasione dell’inaugurazione di un seminario cattolico a Olton, vicino a Birmingham1. Di fronte ai futuri sacerdoti che lo ascoltavano egli cercò di descrivere il tipo di società che credeva si sarebbe sviluppata in avvenire e nella quale essi per primi avrebbero dovuto svolgere il loro ministero. La sua congettura presentava alcuni risvolti sorprendentemente profetici, che danno la misura di quanto egli fosse sensibile ai segni dei tempi fin dal loro primo comparire. Come non pensare, ad esempio, all’enorme sfida posta alla religione dalla cultura dei media, laddove Newman parla di una «intelligenza generalizzata ma superficiale» di fronte alla quale «non sempre è possibile rispondere alle domande e alle obiezioni che ci vengono proposte intorno a vari punti della nostra fede in un modo che sia intelligibile e risulti persuasivo?»2. O come non cogliere la drammatica attualità del suo richiamo agli scandali causati da membri della Chiesa, che si ripercuotono sulla credibilità dell’intero corpo ecclesiale? Quando poi Newman cerca di individuare il tratto caratteristico dell’epoca che vede profilarsi all’orizzonte, egli osserva: «Fino ad oggi, il cristianesimo non ha mai fatto l’esperienza di vivere in un mondo semplicemente e puramente irreligioso»3 e indica nello «spirito di incredulità» la radice di tanti mali presenti e soprattutto futuri a cui la testimonianza dei cristiani dovrà saper far fronte. Passaggi come quello appena citato, e che si ritrovano di tanto in tanto negli scritti di Newman – sia del periodo anglicano sia, soprattutto, del periodo che segue il suo passaggio alla Chiesa cattolica – sono stati richiamati continuamente all’attenzione nei mesi che hanno preceduto la beatificazione del cardinale inglese, celebrata da Benedetto XVI il 19 settembre 2010, quasi a farne l’elemento più caratteristico della testimonianza di Newman, quello per cui l’intellettuale vittoriano merita di assurgere all’onore degli altari. Così ad esempio «L’Osservatore Romano», volendo presentare ai suoi lettori un breve testo di Newman sufficientemente rappresentativo della sua figura, ha scelto di offrire in
di di Davide Zordan*
nuove traduzioni, sia nell’edizione quotidiana sia in quella settimanale plurilingue, un altro famoso discorso del nuovo beato, quello da lui pronunciato nel 1879 per la sua nomina a cardinale, in cui denuncia la «grande apostasia»4 dalla religione, i cui segni preoccupanti gli paiono ovunque visibili. Sul medesimo intervento di Newman è tornato, a pochi giorni dalla beatificazione, e dalle pagine del medesimo quotidiano, padre Hermann Geissler, direttore dell’International Centre of Newman Friends e collaboratore della Congregazione per la Dottrina della Fede, presentando un breve profilo di Newman il cui sottotitolo dice di «Una vita segnata dall’impegno instancabile contro il liberalismo religioso»5. Altre numerose voci, ecclesiastiche e non, si sono unite a quella autorevole del quotidiano della Santa Sede, nel tentativo di mettere in massima luce un aspetto specifico, che indubbiamente appartiene alla biografia intellettuale e spirituale di Newman. Ora però, non occorre essere specialisti di Newman per rilevare che tale aspetto è solo uno dei molti che vanno a comporre il profilo di un personaggio di grande fascino e di grande ricchezza quale l’autore della Grammatica dell’assenso. A mio parere – e qui invece mi arrischio a mettere in gioco la mia frequentazione dei suoi scritti – non si tratta nemmeno dell’aspetto più qualificante. Per come viene presentato, mi pare che esso qualifichi molto più adeguatamente le preoccupazioni dell’attuale pontificato e della Santa Sede che non l’opera di Newman. Di qui una domanda, che esprimo in termini più ampi rispetto al caso specifico e attuale di Newman: qual è il senso in generale di una nuova beatificazione? Che cosa rappresenta, per la Chiesa, la santità pubblicamente riconosciuta in uno dei suoi figli o figlie? Specchiandosi nella sua testimonianza, la Chiesa intende essere richiamata alla verità di sé stessa e della propria missione (una verità che non le appartiene, in quanto la precede), oppure intende cercare una con-
ferma di quanto già sa o crede di sapere di sé stessa? Sia pur retorica, la domanda merita qualche attenzione, specialmente nel caso, già per sé rarissimo in epoca moderna, in cui la persona beatificata sia un intellettuale, dunque qualcuno per cui il pensiero, anche teologico, si sviluppa necessariamente come rielaborazione critica della tradizione. La si tenga dunque a mente, nel tornare a Newman e nel cercare di capire un po’ meglio il significato di quel suo «impegno instancabile» contro il liberalismo religioso. Il dogma e lo spettro del liberalismo Nei termini in cui ne parla abitualmente Newman, il liberalismo sembra rappresentare, più che una minaccia in sé stesso («Non dimentichiamo che nel pensiero liberale c’è molto di buono e di vero», afferma nel già citato discorso del 1879), un pericolo per la teologia e più in generale per il pensiero religioso. Nella Apologia egli spiega come, fin dagli anni del Movimento di Oxford, il principio basilare della religione fosse per lui il dogma, e che il liberalismo gli apparisse, già allora, come «il principio antidogmatico»6 per eccellenza. Più oltre precisa: «per liberalismo io intendo la falsa libertà del pensiero, ossia il pensiero che si esercita in un campo dove, per la struttura della mente umana, non può raggiungere nessun risultato soddisfacente»7. L’opposizione così netta tra affidamento al dogma e (falsa) libertà del pensiero però non ci aiuta ancora a capire ciò che Newman vuole dire, anzi rischia perfino di sviarci, se non teniamo conto di due precisazioni importanti. Da un lato, quando parla di dogma, Newman intende non solo le definizioni dogmatiche d’autorità in senso * Davide Zordan ha conseguito il dottorato in teologia presso l’Institut d’Études Théologiques di Bruxelles. Dal 2005 svolge attività di ricerca e di docenza a Trento, presso il Centro per le Scienze Religiose della Fondazione Bruno Kessler. È autore della prima monografia dedicata al teologo Louis Bouyer, pubblicata in francese dalle Éditions du Cerf.
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stretto, ma anche ciò che le precede e che ad esse conduce, a partire dai giudizi che si forma la mente umana, o le impressioni che essa riceve, dalle verità religiose. Ciò che leggiamo nei Vangeli, ad esempio, esercita, secondo quanto Newman afferma nei celebri Sermoni universitari di Oxford, «una certa impressione o immagine» sulla nostra mente, «e questa impressione spontaneamente, o anche necessariamente, diventa oggetto di riflessione da parte della mente stessa, che si mette a indagare e a definirla in proposizioni successive e distinte»8. Ciò che la saggezza della Chiesa giunge nel tempo a definire come dogma non è che il punto di coagulo di un simile processo, che riguarda attivamente tutti i credenti. Va detto inoltre che l’idea di un principio dogmatico era prioritaria soprattutto agli occhi del Newman anglicano, per il quale era fondamentale un recupero intelligente dei dati della tradizione; una volta cattolico egli impiega molto meno questo concetto, perché la realtà che trova a Roma è completamente diversa, animata da uno spirito dogmatizzante e autoritario9 rispetto al quale egli sente di dover porre l’accento su altre dimensioni essenziali, quali la responsabilità dei singoli e anzitutto dei laici. Dall’altro lato, quando parla della falsa libertà del pensiero, Newman si riferisce a ciò che considera come un uso sregolato della ragione («a certain abuse of reason»10), cioè, detto molto brevemente, alla pretesa di applicare indistintamente certi principi dell’empirismo. Newman constata che, nel campo delle verità religiose, come nel campo degli affetti e semplicemente della vita pratica, noi non andiamo alla ricerca di prove ma ci affidiamo ad altri elementi di giudizio, che tengono conto delle nostre aspettative, del nostro desiderio, delle nostre disposizioni morali. Sulla base di questa osservazione egli istituisce un confronto tra la ragione e la fede considerate come atteggiamenti spiritualmente antitetici. Mentre la ragione ha bisogno di prove dirette e precise, afferma, la fede ha esigenze più modeste e si accontenta di prove vaghe e perfino incomplete. Essa non può permettersi il lusso di una dimostrazione razionale, in quanto «è un principio di azione, e l’azione non concede tempo per indagini dettagliate e complete»11. Non solo la pura razionalità è troppo dispendiosa per le esigenze pratiche della fede, ma essa tende a oggettiva-
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re ciò che osserva in un isolamento che atrofizza lo slancio della volontà, del desiderio. Ora, mi pare proprio questo il limite del «liberalismo» per come Newman lo intende, avendolo riscontrato fin da giovane in tanti espo-
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nenti del mondo accademico di Oxford. Egli vi oppone, come si è visto, il «principio dogmatico», che offrirebbe la possibilità di cogliere una verità più ampia, non solo né tanto per la garanzia offerta dall’autorità della
Per saperne di più sul nuovo Beato
John Henry Newman, la vita
Nacque a Londra nel 1801, primo di sei figli. Dopo il liceo, percorse tutta la carriera universitaria e sacerdotale (tutor, parish priest, fellow) nei colleges anglicani di Oxford. Convertitosi al cattolicesimo nel 1846, divenuto sacerdote e religioso dell’Oratorio, fu fatto cardinale da papa Leone XIII nel 1879. Morì nel 1890.
Opere di Newman in italiano
Il primato della coscienza, EMP, 2010. Ho pensato a te, Signore. Preghiamo con John Henry Newman, Paoline, 2008. Scritti sull’università. Testo inglese a fronte (a cura di M. Marchetto), Bompiani, 2008. Scritti filosofici. Testo inglese a fronte (a cura di M. Marchetto), Bompiani, 2005. Lettera al Duca di Norfolk. Coscienza e libertà, Paoline, 1999. Apologia pro vita sua, Jaca Book – Morcelliana, 1982. Sermoni cattolici, Jaca Book – Morcelliana, 1984. Gli Ariani del IV secolo, Jaca Book – Morcelliana, 1981. La grammatica dell’assenso, Jaca Book - Morcelliana, 1980. Scritti d’occasione e traduzioni, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1975.
Opere recenti su Newman in italiano
Cristina Siccardi, Nello specchio del Cardinale John Henry Hewman, Fede e Cultura, 2010 Angelo Bottone, John Henry Newman e l’abito mentale filosofico negli “Scritti dublinesi”, 2010, Studium. Lina Callegari La ragionevolezza della fede, Ares, 2010. Paolo Gulisano, Profilo di un cercatore di verità, Ancora, 2010. Strange Roderick, John Henry Newman. Una biografia spirituale, Lindau, 2010. Andrea Tornielli e André Gianelli, John Henry Newman, Fermate quel convertito, Gribaudi, 2010. Bruno Gallo, Luca Orbetello e Angelo Campodonico, John Henry Newman. Un cristiano che interroga la modernità, Urbaniana University Press, 2009. AA. VV. Una ragionevole fede. Logos e dialogo in John Henry Newman, Vita & Pensiero, 2009. Giuseppe Bonvegna, Per una ragione vivente. Cultura, educazione e politica nel pensiero di John Henry Newman, Vita e Pensiero, 2008. Fausto Negri e Luigi Guglielmoni, Dio è vicino. Un mese con John Henry Newman, Centro Eucaristico, 2001. Luca Orbetello, La Grammatica dell’assenso di John Henry Newman, Jaca Book, 2000. José Morales Marin, John Henry Newman. La vita (1801-1890), Jaca Book, 1998. Francesco Maceri, La formazione della coscienza del credente. Una proposta educativa alla luce dei Parochial and Plain Sermons di John Henry Newman, Pontificia Università Gregoriana, 2001. Francesco Maceri, John Henry Newman. Pellegrino della verità; Progetto 2000, 1993. Carla Roverselli, L’educazione negli scritti anglicani di John Henry Newman, Edizioni Scientifiche Italiane, 1994.
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Chiesa o della rivelazione stessa, quanto per il fatto di integrare nei processi della convinzione elementi non specificamente razionali ma decisivi per il nostro spirito. Ciò che egli chiama «principio dogmatico» ha dunque piuttosto a che fare con il problema dell’atto di fede, ossia una delle questioni più complesse e delicate per la teologia del suo tempo, come anche, e forse soprattutto, del nostro. Fede e penombra Mi pare che proprio su questo punto il contributo di Newman sia da riscoprire e valorizzare. La sua proposta invita a cogliere la fede religiosa come un itinerario piuttosto che come un atto o una decisione puntuale. Un itinerario che appare coerente solo a chi è disposto a seguirne lo sviluppo interno, fin dal primo sorgere e intrecciarsi delle aspettative personali. Il profilo morale della fede risulta così riabilitato, non già come pura potentia oboedientialis, ma come paziente opera di discernimento delle proprie predisposizioni. La responsabilità personale ne viene immediatamente rivalutata, e si manifesta al tempo stesso la dimensione di rischio implicata in ogni decisione di credere: «Quando le probabilità che assumiamo in realtà non esistono, o i nostri desideri sono smodati, o le nostre opinioni sbagliate, la nostra fede degenera in debolezza, stravaganza, superstizione, fanatismo, settarismo, pregiudizio, a seconda dei casi; ma quando le nostre precomprensioni sono ineccepibili, allora abbiamo ragione di credere o di non credere, non senza, ma in base a prove esigue»12. È evidente che Newman elabora questo tipo di analisi anche per rendere ragione del suo personale percorso, che lo ha convinto ad abbandonare l’anglicanesimo, e con esso gli amici più cari e l’amatissima Oxford, per passare al cattolicesimo, dove peraltro il suo genio rimarrà a lungo incompreso e perfino guardato con sospetto. Nell’Apologia egli confessa che «quanto più ero convinto, nel 1832 [quando era ancora anglicano, ndr.], della verità di opinioni che poi ho abbandonato, tanto più mi sento addosso una specie di colpa, non solo per quella vana fiducia, ma per la variazione di condotta che ne derivò»13. Egli vuole comprendere come sia possibile abbracciare con certezza certe opinioni religiose che in seguito si
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Newman, il poeta della «luce gentile»
Lead, kindly light amid the encircling gloom Lead Thou me on! The night is dark, and I am far from home Lead Thou me on!
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Conducimi tu, luce gentile conducimi nel buio che mi stringe.
La notte è scura, la casa è lontana, conducimi tu, luce gentile
Diffusissimo in Inghilterra fin dal tempo di Newman, il canto Conducimi tu, luce gentile è entrato da qualche anno nel repertorio dei canti delle comunità cristiane italiane, tanto da venire recepito dal recente, ufficiale, Repertorio nazionale di canti per la liturgia, edito dalla CEI (la melodia è di A. Ortolano). «Mi struggevo di tornare in patria – scrive Newman nella sua Apologia -, alla fine partii con un battello carico di arance [da Palermo] diretto a Marsiglia e una bonaccia ci trattenne un’intera settimana alle Bocche di Bonifacio. Durante tutta la traversata, scrissi poesie». Era il 1833 e per Newman, nato nel 1801, si stava per aprire la fervida stagione del Movimento di Oxford. Una raccolta delle poesie di John Henry Newman è pubblicata da Jaca Book con il titolo: Newman poeta (p. 160, € 18).
giunge a disconoscere, senza che questo conduca a svalutare qualunque pretesa di verità in ambito di fede. Non è impresa da poco, soprattutto se si diffida da soluzioni puramente linguistiche. Molto del fascino di Newman sta nell’audacia con cui affronta questa sfida, che è al tempo stesso intellettuale e religiosa. Generazioni di lettori hanno riconosciuto in questa ricerca le stesse domande che essi si ponevano, messe a fuoco con una lucidità pari solo all’onestà intellettuale. Ciò che Newman ne ricava è la consapevolezza che afferrare gli enunciati della fede, al fine di assentire al loro contenuto, è un processo profondamente personale, che travalica la sfera della razionalità senza per questo ridursi a mera opinione. La fede può legittimamente ritenersi certa non in base ad assicurazioni estrinseche, ma perché l’assenso accordato, quando è «reale» e non «nozionale», rappresenta il coronamento di una serie complessa di processi conoscitivi e vitali nei quali tutta la persona è coinvolta14. La rivendicazione della fede, in altre parole, resta indeducibile, senza per questo essere velleitaria. Certo la fede implica un esercizio della ragione, non però di tipo sillogistico, né vincolato alla dimostrazione. La fede somiglia in questo ad altri tipi di attività intellettuale, di natura presuntiva. Presupporre non significa fare congetture a caso, ma tendere verso qualcosa spinti da un desiderio motivato. Si tratta certo di un «procedere nella penombra» («a moving forward in the twilight»), riconosce Newman, «eppure non senza una traccia né una direzione»15. Le presupposizioni infatti traggono forza e valore dalla loro con-
vergenza, da quella accumulazione di probabilità che è il grande strumento della convinzione. Modernità e apostasia Alla luce di queste precisazioni, che mettono a fuoco un elemento davvero centrale nel pensiero di Newman, si comprende meglio anche la preoccupazione da lui manifestata nei confronti della «grande apostasia» e dello «spirito di incredulità». Nel sermone citato in apertura, Newman considera tale incredulità come il «male più grande del nostro secolo», ma appare ora più chiaro che la fonte della sua preoccupazione non è il fatto che un numero sempre più consistente di persone possano abbandonare la fede. Questa è semmai una conseguenza, certo deplorevole agli occhi di un credente, ma rispetto alla quale molti fattori entrano in gioco, primo tra tutti il mutare di una certa immagine del mondo, e con esso il progressivo ridursi di quello spazio di evidenze condivise che predispongono alla fede religiosa. In una bella pagina dell’Apologia, ad esempio, Newman si mostra molto sensibile rispetto allo sconcerto di tanti credenti, che di fronte alle nuove scoperte scientifiche vedono incrinarsi «le loro idee più elementari in fatto di religione»16. Non li invita certo ad assumere un atteggiamento di chiusura, di rifiuto, ma semplicemente alla pazienza e alla prudenza, in uno spirito non controversista ma fiducioso, mostrandosi comprensivo anche nei confronti di coloro la cui fede è in-
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certa e errabonda. «Infierisca contro di voi – dice citando liberamente Agostino – chi non ha esperienza di quanto sia difficile distinguere l’errore dalla verità e trovare il sentiero della vita in mezzo alle illusioni del mondo»17. Altra cosa è, per Newman, lo spirito di incredulità che minaccia il suo e il nostro tempo. Sempre nel sermone di Olton, e nell’ottica di quanto detto sopra, egli lo individua nella persuasione «che in tutte le cose dobbiamo regolarci secondo ragione, in nessuna secondo la fede: e che non possiamo conoscere ed accettare alcunché se non nella misura in cui sia stato dimostrato»18. Ma qui siamo al livello degli atteggiamenti di fondo dell’umano, al livello in cui viene negata la disponibilità/apertura a credere come dimensione della coscienza che precede le scelte e la libertà dei singoli individui. È questo il piano del confronto, culturale e teologico, sul quale Newman ci invita a misurarci con la modernità. Per meno di questo, francamente, non c’è bisogno di scomodarlo19. Mi pare, insomma, che la scelta della Chiesa di beatificare Newman rappresenti un atto la cui saggezza va ben oltre i motivi più comunemente addotti per interpretarlo. Ai posteri, beati pure loro, non resterà che un’esile traccia della pubblicistica scadente che ha preparato l’evento del 19 settembre scorso al Cofton Park di Rednal. Resteranno casomai le parole pronunciate da Benedetto XVI durante la solenne cerimonia di beatificazione, in cui, non a caso, il Papa non dice proprio nulla del liberalismo, ma elogia l’opera pastorale e educativa di Newman nel solco di quella «gentile tradizione di insegnamento e saggezza umana» che annovera in Gran Bretagna spiriti eminenti quali Beda, Hilda di Whitby, Aelredo e Duns Scoto, e sottolinea la capacità di Newman di ripensare i temi della fede, della ragione, della «religione rivelata nella società civilizzata». Ciò che rimane davvero è dunque la bella testimonianza di Newman, la sua umile disponibilità mai inibita dall’acutezza dell’ingegno, il suo animo poetico, l’intensità della sua vita spirituale. Restano i suoi scritti e la loro ricchezza, in gran parte ancora da recepire. E, da oggi, anche l’opportunità di rivolgersi a lui in preghiera, chiedendo, perché no, che la Chiesa apprenda davvero a rispecchiarsi in lui.
opinioni NOTE 1. J.H. Newman, «L’incredulità dei tempi futuri», in Sermoni cattolici, Jaca Book/Morcelliana, Milano/Brescia 1983, pp. 311-321. 2. Ibid., p. 319. 3 Ibid., p. 315. 4. Il Biglietto Speech. Una trappola mortale su tutta la terra, «L’Osservatore Romano», 9 aprile 2010. 5. H. Geissler, Il cardinale che voleva essere un gentleman, «L’Osservatore Romano», 10 settembre 2010. 6. J.H. Newman, Apologia pro vita sua, Jaca Book/Morcelliana, Milano/Brescia 1982, p. 77. 7. Ibid., p. 305. 8. J.H. Newman, Quindici sermoni all’università di Oxford, XV,10, in Scritti filosofici, a cura di M. Marchetto, Bompiani, Milano 2005, p. 577. 9. Cfr. R. Strange, John Henry Newman. Una biografia spirituale, Lindau, Torino 2010, p. 71. 10. J.H. Newman, Essays Critical and Historical, Longmans, Green and Co., London 1897, pp. 31. Da un testo pubblicato originariamente in forma anonima nel 1835 per uno degli opuscoli detti «Tract for the time» (il n. 73), che rappresentarono una delle iniziative più distintive (e clamorose) del Movimento di Oxford. 11. Quindici sermoni all’università di Oxford, cit., X,27, p. 357. 12. Ibid., X, 31, p. 361. 13. Apologia pro vita sua, cit., p. 77. 14. È questa una delle tesi centrali della Grammatica dell’assenso, l’opera cattolica che rappresenta il vertice della produzione speculativa di Newman e rimane uno dei contributi più originali all’etica dell’assentire umano e all’epistemologia della certezza. 15. Quindici sermoni all’università di Oxford, cit., XII, 36, p. 459. 16. Apologia pro vita sua, cit., p. 278. 17. Ibid., p. 279. 18. Sermoni cattolici, cit., p. 314. 19. Il termine allude volutamente alla traslazione delle spoglie mortali di Newman, pratica usuale per favorire il culto di una persona che viene beatificata ma che, nel caso di Newman, contravviene a una delle ultime volontà del cardinale inglese, il quale aveva espressamente chiesto che le sue spoglie riposassero assieme a quelle del confratello oratoriano e carissimo amico Ambrose St. John – come è stato di fatto per oltre un secolo, fino al novembre 2008, quando, in vista della beatificazione, le reliquie del cardinale (e non quelle di St. John) sono state traslate nella chiesa dell’Oratorio di Birmingham, di cui Newman fu il fondatore. Il fatto ha suscitato una prevedibile ondata di proteste e polemiche, rilanciando anche le illazioni circa la presunta omosessualità di Newman. Di illazioni si tratta, dal momento che i documenti conosciuti, se letti con attenzione e recepiti nel loro contesto culturale, non consentono di dire nulla di più in proposito. Si noti però, che, nella misura in cui la pubblicistica cattolica insiste nel proporre un’immagine parziale di Newman, essa finisce per legittimare involontariamente letture perfino più parziali.
Gli ottant’anni di Alberto Lepori
Il 3 novembre, Alberto Lepori compie ottant’anni. Dei ventidue ardimentosi che nel 1954, a Gazzada (Va), iniziarono un movimento d’opinione destinato a coagularsi attorno alla rivista «di riflessione cristiana» Dialoghi, meno di dieci sono ancora in vita e a fare la rivista ne sono rimasti due soli: Alberto e don Emilio Conrad. Della rivista, Alberto è tuttora un indispensabile sostegno, grazie soprattutto ai rapporti che ha mantenuto molto stretti con i movimenti ecclesiali e politici, in Svizzera ma anche all’estero, che fanno della fedeltà alla democrazia e al Concilio Vaticano II la loro ragione di esistere. Instancabile lettore delle più svariate pubblicazioni, Alberto versa nelle colonne di «Dialoghi» il sunto di quanto di meglio vi trova; alla sua assidua partecipazione a convegni di studio nazionali ed esteri la rivista deve l’ampiezza del proprio spettro informativo. Giurista di formazione e di esperienza, ha condensato in proposte di legge opzioni che la rivista sostiene da sempre con passione, come sui rapporti tra le Chiese e lo Stato, il finanziamento delle Chiese, l’istruzione religiosa nelle scuole. Lo scarso interesse che tali sue proposte hanno incontrato, persino presso molti suoi compagni di partito, lo ripaga male della fedeltà cui mai egli è venuto meno (entrato in Gran Consiglio nel 1954, prese congedo dal Consiglio di Stato nel 1975): ma tutto ciò, se può essere motivo di amarezza, non lo è di desistenza. Oggi è soprattutto nell’amicizia che Alberto Lepori coltiva e fa fruttare quel patrimonio di relazioni che ha intessuto durante tutta la vita. In occasione del suo settantesimo – nel numero 163 di «Dialoghi», ottobre 2000 – sui temi che Alberto Lepori ha approfondito come pochi nel Ticino erano intervenuti Flavio Cotti, Giorgio Campanini, Urs Altermatt e Carlo Carozzo. Dalla primavera dell’anno prima, Alberto aveva deposto la ferula del redattore responsabile. Chi l’ha ricevuta in consegna oggi si rallegra che Alberto gli sia potuto stare a fianco per altri undici anni e si augura di avercelo per almeno altrettanti. Ma è vero quel che suggeriva Leone XIII: «Non si devono mettere limiti alla Provvidenza». E.M.
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CRONACA INTERNAZIONALE a cura di Alberto Lepori
Sulla coscienza. La piccola redazione de «Il Gallo» non cessa di stupirci. Il numero monografico della rivista (luglio-settembre 2010) è interamente dedicato a un tema difficile: «Coscienza e bene comune». Con invidiabile rigore, il fascicolo (40 pagine) passa dal problema della coscienza individuale (come nasce, come si forma, come diventa critica) a quello della coscienza collettiva (rapporto con la libertà, la società civile, la giustizia sociale, l’arte), alla criticità (conformismo, manipolazione, potere e corruzione, bene comune), per concludersi sulle «nuove sfide» (la bioetica, la tecnologia). Al «Gallo» la nostra ammirata solidarietà («Il Gallo», c.p. 1242, 16121 Genova, ilgallo@ alice.it). Sul tema ha pubblicato un denso saggio il ticinese Virginio Pedroni: Ragion pratica e sensibilità morale. L’etica fra discorso e intuizione, Carocci, Roma, 2010, pp. 443, € 46.50). Un vescovo ecumenico. All’età di 86 anni, è morto il 21 agosto mons. Alberto Ablondi, vescovo per trent’anni a Livorno e già «numero due» della Conferenza episcopale italiana dal 1995 al 2000. Conosciuto come un fautore delle aperture del Concilio, fu uno dei promotori in Italia del movimento ecumenico, tra l’altro costituendo a Livorno il Centro di documentazione del Movimento ecumenico italiano, presidente nel 1984 della Federazione universale per l’apostolato biblico e nel 1988 vicepresidente mondiale delle Società bibliche. (in ADISTA del 18 settembre un’ampia biografia).
«Perché cercate tra i morti?» L’ostensione a Torino della cosiddetta «Sindone» ha attirato centinaia di migliaia di persone (fedeli? curiosi?), compresi il Papa e il vescovo Grampa. Per Benedetto XVI si tratta di una «icona straordinaria»: straordinaria almeno per la sua misteriosa origine. Ma neppure se fosse dimostrata essere autentica, essere cioè il lenzuolo che avvolse il Cristo morto, la «Sindone» proverebbe il fondamento della fede dei cristiani, cioè la risurrezione di Gesù («Perché cercate tra i morti colui che è vivo?», Luca, 24,5). E allora perché la Chiesa cattolica (o meglio, una certa gerarchia) promuo-
ve queste iniziative, a sostegno di una «fede popolare» poco razionale e poco ecumenica? Intanto il Vaticano ha costituito una ennesima commissione per indagare sui fatti di Medjugorie, dove sei persone affermano di vedere la Madonna da oltre trent’anni. Con poco senso dell’umorismo, a presiedere la nuova commissione è stato nominato il cardinale Camillo Ruini.
Un profeta della non-violenza. È morto a Milano, lo scorso 13 maggio, Giuseppe Gozzini, ricordato come il primo cattolico italiano obiettore al servizio militare. La sua scelta, nel 1962, era stata pubblicamente difesa da padre Balducci e da don Milani, per questo poi condannati dai tribunali militari. Nato nel 1936 a Cinisello Balsamo (Milano), Gozzini fu sempre presente in prima fila in molte azioni non-violente. Quattro anni fa ha pubblicato da Scheiwiller una biografia di padre Camillo de Piaz (cf. «Dialoghi» n. 195, febbraio 2007).
Kasper deluso. Il cardinale Walter Kasper ha lasciato a 77 anni la presidenza del Consiglio pontificio per l’unità dei cristiani, che dirigeva dal 2001. Pur ricordando i molti progressi fatti dall’ecumenismo (da lui elencati in una recente pubblicazione), ha deplorato che sia sempre vietata, da parte cattolica, l’intercomunione, osservando: «Non possiamo più permetterci di aggrapparci alle nostre divergenze».
Vino nuovo in otri vecchi. Papa Benedetto XVI ha deciso la creazione di un dicastero dedicato alla nuova evangelizzazione: «nuova perché necessaria anche in Paesi che hanno già ricevuto l’annuncio del Vangelo (...), ma dove, negli ultimi secoli, con delle dinamiche complesse, il processo di secolarizzazione ha prodotto una grave crisi del senso della fede cristiana e dell’appartenenza alla Chiesa». Dopo il Concilio Vaticano II, per i cosiddetti «paesi di missione» si era parlato di una necessaria «acculturazione», rinunciando a imporre un cristianesimo in salsa occidentale. Ora per l’Europa occidentale, una «nuova evangelizzazione» non può non tenere conto della secolarizzazione e del pluralismo, spesso confuso con il relativismo che
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papa Ratzinger continua a condannare: altrimenti si mette il «vino nuovo» del Vangelo in otri vecchi. Il «cantiniere» prescelto, monsignor Rino Fisichella, già rettore dell’università del Laterano e presidente dell’Accademia pontificia per la vita, non sembra il più adatto: ha giustificato Berlusconi (divorziato, risposato e poi abbandonato) ed ha affermato: «Mi pare che la Lega manifesti una piena condivisione del pensiero della Chiesa». Sarà dura predicare la buona novella con questi precedenti.
Buon riposo, vescovo Tutu! L’arcivescovo anglicano e Premio Nobel per la pace, il sudafricano Desmond Tutu, benemerito per la lotta all’apartheid e per la pacificazione tra negri e bianchi, ha deciso di ritirarsi a 78 anni dagli impegni pubblici, per dedicarsi ai famigliari e a quanto non ha potuto sin qui fare. Gli auguriamo molti anni tranquilli.
Santa Sede in rosso. Per il terzo anno consecutivo, il bilancio economico della Santa Sede per il 2009 chiude in rosso, con un saldo negativo di 4,1 milioni di euro. Le entrate sono rappresentate dalla colletta annuale «Obolo di San Pietro», che ha fruttato 82 milioni di dollari, offerti specialmente da Stati Uniti, Italia e Francia, e dal contributo delle diocesi per 31,5 milioni di euro. I dipendenti della Santa Sede erano al 31 dicembre 2009 in totale 2762 (766 ecclesiastici e 1652 laici, le donne poco più di 500). Anche la Città del Vaticano ha chiuso in rosso il 2009, con un disavanzo di 7,8 milioni di euro, con un miglioramento tuttavia rispetto al 2008, quando era stato registrato un deficit di oltre 15 milioni. La Città del Vaticano ha sul libro paga 1891 persone, in gran parte laici (ma solo 283 donne). I risultati finanziari negativi sono la conseguenza della crisi mondiale.
Cena indigesta. Bruno Vespa, «conduttore massimo» del primo canale televisivo italiano, promuove anche cenette tra «amici»: così con Silvio Berlusconi, la figlia Marina e l’immancabile Gianni Letta, maggiordomo vaticano, lo scorso 8 luglio ha partecipato anche il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato vaticano e «numero due» della Santa Sede. Il menu era: spaghetti alle vongole, cibo che Sua Eminenza può aver gradito, mentre a molti cattolici sono risultati indigesti i suoi commensali.
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I conti nelle tasche (povere tasche) della Diocesi Impegni in aumento, proventi precari e non sufficienti Se la maggior parte delle Parrocchie ticinesi piange, la Diocesi non ride. Il Conto economico per il 2009, approvato dall’Assemblea diocesana dei delegati* il 10 giugno a Breganzona, è uscito tuttavia praticamente in pareggio, il disavanzo di gestione (deficit di fr. 165 mila invece dei 520 mila preventivati, risultato migliore anche rispetto a quello del 2008: 390 mila) essendo risultato quasi totalmente compensato dalla partecipazione delle Parrocchie (195 mila franchi). La perdita è stata pertanto limitata a fr. 1283.25. Il miglioramento rispetto al Preventivo si deve – specifica il «Commento al Resoconto della Diocesi» pubblicato sulla Rivista della diocesi di Lugano, giugno 2010 – è dovuto al maggior reddito delle gestioni immobiliari e alla diminuzione degli interessi passivi quale conseguenza del ribasso generale degli interessi intervenuta sui mercati finanziari. Mezzo milione per la Facoltà di teologia
Nel 2009, i Costi hanno raggiunto i 3,34 milioni. La voce più importante, se si prescinde da quella puramente contabile degli interessi passivi (778 mila franchi – impegni vari e fideiussioni raggiungono i 4,9 milioni), è quella per il Personale (841 mila franchi, dieci persone a tempo pieno), seguita dalle Strutture diocesane, la più importante delle quali: la Facoltà di teologia, assorbe quasi l’80 per cento del totale: 550 mila franchi su un totale di 680 mila. Importi minori: 51 mila franchi per lavori svolti al Collegio Pio XII di Breganzona (liceo diocesano), e 18 mila per la sistemazione del Convitto S. Maria di Loreto, e vari altri spiccioli. Non pesano sui conti della Diocesi il Seminario (fr. 307 mila, coperti da fondazioni vicine alla Diocesi ma con reddito vincolato) e il «Giornale del Popolo» (salvo il condono dell’affitto degli uffici occupati nello stabile di proprietà della Diocesi). Gli uffici della Pastorale diocesana, che hanno almeno un segretario a pieno tempo (Azione cattolica, Pastorale giovanile, Pastorale familiare, Missioni per stranieri, Arte sacra, Ufficio diocesano istruzione e catechesi, Centro cattolico radio-tv,
Centro di liturgia) costano complessivamente poco più di un milione, ma in parte si finanziano autonomamente; la spesa che rimane a carico della Diocesi è di fr. 276 mila. Importanti sono le spese per le sovvenzioni a sacerdoti (192 mila franchi): in generale, anziani che vivono della sola AVS. I contributi interdiocesani versati dal Ticino alle strutture nazionali (353 mila franchi) sono praticamente pareggiati da quelli che la Diocesi riceve di ritorno a vario titolo.
Tra i ricavi, le proprietà immobiliari della Diocesi dal reddito non vincolato (il più importante è il Centro San Carlo a Besso) hanno fruttato 1,59 milioni. Un’alienazione importante è stata operata in margine alla ristrutturazione del convento dei francescani di Lugano-Loreto: una particella a parco di circa mille metri quadrati, che non serve al nuovo convitto per sacerdoti, è stata venduta per 1,7 milioni, destinati in parte a coprire i costi di ammodernamento del convento e in parte ad accantonamenti straordinari. Positiva la gestione dei titoli e per interessi su mutui (272 mila). Il Bilancio (o Conto patrimoniale), che tiene conto dei beni mobili e immobili posseduti dalla Diocesi, con un totale a pareggio di 73,5 milioni, segnala un capitale proprio della Diocesi di 4,2 milioni. Vecchie proprietà non più utili
Alcune vecchie proprietà stanno, per così dire, uscendo di scena. Così il Seminario estivo di Prato Leventina, costruito negli anni 1931-32, che si sta trasformando progressivamente in casa per anziani. È in preparazione una convenzione con lo Stato, di «messa a disposizione dello stabile per un periodo indicativo di trent’anni». Incerta la sorte del Seminario di Pollegio, attualmente affittato alla Caritas. Molte proprietà che un tempo appartenevano alla Diocesi sono state, col tempo, alienate. Non è più a disposizione del Vescovo, per esempio (lo fu per molti anni, al tempo del vescovo Jelmini), il Quartiere Maghetti in centro città a Lugano, restituito a una fondazione indipendente secondo la volontà del testatore.
«Giornale del Popolo»: situazione stazionaria
Neppure l’anno scorso (2009), il «Giornale del Popolo» ha ricevuto contributi dalla Diocesi, salvo il condono del cànone d’affitto dei locali occupati nello stabile di Via San Gottardo a Massagno. Nel 2009 non si sono potute evitare le cifre rosse. Il passivo è oscillato tra i 100 e i 200 mila franchi, dovuto essenzialmente a un calo (-14%) degli introiti pubblicitari, mentre le cifre della tiratura e della diffusione sono rimaste stabili – anzi, nel settembre di quest’anno la REMP ha potuto certificare un aumento di 5000 contatti-lettore. Nei primi nove mesi del 2010 – secondo dichiarazioni raccolte dall’amministratore delegato Umberto Giovine – la situazione è stazionaria. La pubblicità non è aumentata, ma neppure calata ulteriormente. Con il concorso esterno di alcune fondazioni (10-12% delle entrate) e l’applicazione per tutto l’anno dei risparmi decisi a metà dell’anno 2009, il pareggio dei conti (o un piccolo attivo) sono preventivati per quest’anno. I risparmi constavano nell’abbandono della partecipazione al supplemento «Teleradio 7» e nella rinuncia, da parte del personale, del 5% sul salario, nonché agli scatti di anzianità e al carovita. Sostanzialmente, il costo del giornale dovrebbe tenersi sotto gli 8 milioni annui, cifra che gli amministratori dicono corrispondere a una «velocità di crociera» normale, e quindi a una garanzia di sopravvivenza. Ricordiamo che il GdP fa parte ormai del Gruppo TiMedia, dal capitale notevolmente allargato rispetto alla precedente intesa con la Fondazione del «Corriere del Ticino». Anche questa è ritenuta una garanzia di alternative praticabili nel caso in cui il giornale non potesse più essere stampato come quotidiano. (Ricordiamo i precedenti interventi di «Dialoghi» in argomento: n. 209, dicembre 2009; n. 189, dicembre 2005; n. 182, giugno 2004; n. 176, aprile 2003). * L’Assemblea diocesana dei delegati è composta dei laici membri del Consiglio pastorale diocesano e da 12 preti delegati del Consiglio presbiterale diocesano fra i suoi membri. Approva i preventivi e i consuntivi della Diocesi e il regolamento sulla partecipazione finanziaria delle Parrocchie. Le sedute dell’Assemblea non sono pubbliche. La gestione ordinaria delle finanze diocesane è competenza della Commissione finanziaria diocesana, presieduta dal Vescovo e comprendente tre delegati di nomina vescovile e sei delegati dei Vicariati.
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Confidenziali rimangono i conti della Mensa vescovile, un vecchio fondo destinato fin dall’origine, nell’Ottocento, al mantenimento del vescovo diocesano. Il patrimonio di questo fondo è attualmente di 6,5 milioni, in pratica la Villa vescovile di Balerna, il reddito serve alla copertura delle spese di funzionamento della sede vescovile a Lugano. L’entrata… più buffa è quella assicurata ogni anno dal Cantone: fr. 4000 (quattromila, sì) in base agli accordi del 1884 «per le necessità dell’Amministrazione apostolica». Vincolata da un obbligo di tutela del patrimonio artistico, la Villa di Balerna fu costruita nel Settecento come sede estiva del Vescovo di Como, fu abitata dal primo vescovo del Ticino, Eugenio Lachat, nell’Ottocento, e l’ultimo a risiedervi fu Angelo Jelmini. La villa è fatiscente all’interno, le cose d’arte sono poche (soffitti affrescati) o in cattivo stato: però è circondata da terreni edificabili. Chi la vuole? Il desiderio del Vescovo è quella di «realizzarla» (si chiedono almeno 4,5 milioni). Alla Mensa vescovile appartengono pure stabili di reddito situati a Balerna.
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blicato un volantino che descrive il monumento e i lavori da fare. Deciso è «l’integrale mantenimento» del restauro operato dall’arch. Guidini tra il 1905 e il 1910. «Modifiche importanti sono ammesse unicamente nel presbiterio, sia per rispondere a esigenze liturgiche sia per far fronte alle gravi carenze degli attuali impianti tecnici. Il nuovo arredo liturgico – altare, cattedra, ambone – intende coniugare la tradizione con le nuove disposizioni dettate dalla liturgia alla luce del ConcilioVaticano II. L’altare maggiore sarà oggetto di restauro conservativo». Il preventivo dei costi ammonta, per la sistemazione del presbiterio (1. tappa), a 6,5 milioni. Per il restauro complessivo (comprendente le navate, le cappelle laterali, l’organo storico, un
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nuovo edificio che ospiterà il Museo, la sistemazione generale del Borghetto), nel citato volantino è indicata una spesa di altri 9,3 milioni. La ripartizione delle spese è indicata nel messaggio del Municipio di Lugano al Consiglio comunale, con cui la Città si propone di versare un contributo di un milione per finanziarie l’intervento conservativo sugli affreschi dei Torricelli e quello previsto sull’organo (GdP del 4 ottobre 2010). Il Cantone parteciperà con un contributo di 2.696.409 franchi, la Confederazione con fr. 2.443.986. La spesa rimanente, a carico della Diocesi, sarebbe ripartita come segue: fr. 4.645.851 di mezzi propri (?), 1,330 milioni da privati (?) e gli 1,8 milioni restanti da un prestito bancario. Speriamo, almeno per
L’ampliamento della sede vescovile…
Il Cantone sarà chiamato a contribuire a due spese importanti che la Diocesi dovrà sostenere nei prossimi anni. La prima riguarda l’ampliamento della sede vescovile – che è proprietà del Cantone –consistente in lavori di miglioria allo stabile costruito negli anni Trenta del Novecento e la creazione di una struttura nuova, interrata davanti alla facciata dell’edificio, che darà un’ospitalità meno precaria all’Archivio diocesano. Il messaggio governativo è stato trasmesso al Gran Consiglio all’inizio di settembre. Sulla spesa complessiva di 7 milioni, di cui 4 per la creazione del nuovo archivio, il Cantone si propone di versare 3,9 milioni: 1,9 per la manutenzione straordinaria dell’edificio e 2 milioni di contributo per la costruzione del nuovo archivio. La seconda consiste nel restauro della Cattedrale. … e il restauro della Cattedrale
Il finanziamento di quest’ultima impresa è, per ora, tutt’altro che assicurato. È stato annunciato che da novembre 2010 la Cattedrale non sarà più agibile, i restauri dovrebbero cominciare dal presbiterio. È stato pub-
Sarà più o meno trasformato così il presbiterio di San Lorenzo, con il nuovo arredo liturgico. È evidente che nel piccolo spazio lasciato libero davanti all’altare antico (che non si intende toccare) il «nuovo arredo», inamovibile, escluderà ogni altra occupazione che non sia la celebrazione.
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quanto riguarda la Diocesi, di saperne qualcosa di più appena possibile. I lettori di «Dialoghi» sanno delle perplessità più volte espresse circa la sistemazione del presbiterio («Dialoghi» n. 161, aprile 2000). Preoccupazioni analoghe sono state espresse in due memoriali che l’Associazione Amici della Musica in Cattedrale ha presentato all’autorità diocesana nel 1999 e nel 2006. Non si tratta soltanto di «difendere» la possibilità di eseguire i concerti dei Vesperali in Cattedrale, per i quali occorre disporre di uno spazio libero ufficiente sul piano del presbiterio, ma di non compromettere con l’occupazione di un ambiente già di per sé ristretto (altare, cattedra del vescovo, ambone: tutti inamovibili?) l’uso intelligente ed eventualmente diverso dalle celebrazioni pontificali di un luogo divenuto simbolico dell’irradiazione culturale, e non solo strettamente religiosa, del «nostro bel San Lorenzo». Resta da augurarsi che se ne discuta, almeno dopo la pubblicazione dei messaggi – governativo e municipale – sulla partecipazione del Cantone e del Comune all’importante opera. Meno di un franco a testa…
La Diocesi è nata povera, alla fine dell’Ottocento. E per molti decenni è vissuta con pochi mezzi: la sede messa a disposizione dal Cantone secondo la convenzione con la Santa Sede, alle poche spese del vescovo e dei suoi stretti collaboratori bastava il reddito delle proprietà della Mensa vescovile. Ai seminari bastavano le fondazioni dal reddito vincolato. Soprattutto dopo il Concilio, la Diocesi ha dovuto darsi nuove strutture, in particolare di formazione. L’introduzione del Fondo Attività Diocesane da parte del Vescovo Corecco nel 1987 era inteso a compensare queste nuove spese. I proventi di questo fondo si sono stabilizzati attorno ai 200 mila franchi annui: meno di un franco a testa per cattolico (i cattolici in Ticino sono circa 250 mila). Inoltre, non tutte le parrocchie contribuiscono, la situazione è quella descritta nel dossier di «Dialoghi» 210 (giugno 2010). Ma la situazione finanziaria così modesta della Diocesi toglie ogni spazio di manovra a un’azione pastorale più efficace ai diversi livelli. Tra i bisogni più impellenti e prioritari ci sarebbero un’indagine sociologica sulla realtà del cattolicesimo in Ti-
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cino; un’azione promotrice della conservazione del patrimonio religioso (chiese, arredi, archivi, oggi «abbandonati» a parrocchie molto spesso non in grado di farvi fronte); uno studio sulle strutture e le finanze parrocchiali – che nel dossier del n. 210 abbiamo constatato come neppure facilmente confrontabili tra loro – la formazione e l’assunzione di laici (eventualmente diaconi permanenti) per sostenere e sostituire il clero in particolari compiti pastorali – insegnamento, diaconia, informazione – sempre più scoperti per la diminuzione e l’invecchiamento del clero.
Finanziamento pubblico?
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Nel n. 205 di «Dialoghi» (febbraio 2009) è stata pubblicata una proposta di finanziamento cantonale delle comunità religiose, considerata la loro funzione sociale. Ovviamente, le spese strettamente pastorali (culto, retribuzione del clero) vanno sostenute dai fedeli stessi, nel rispetto della libertà religiosa, ma le comunità cristiane – non solo quella cattolica – svolgono un’importante funzione sociale che andrebbe adeguatamente sostenuta con mezzi pubblici, cantonali e comunali. Enrico Morresi
CRONACA SVIZZERA a cura di Alberto Lepori
Ricordo del Vescovo di Friburgo. È morto, all’età di 69 anni, mons. Bernard Genoud, da undici anni vescovo di Losanna, Ginevra e Friburgo. Nell’ottobre 2009 aveva annunciato di essere ammalato di un cancro ai polmoni, ma aveva deciso di restare alla guida della diocesi fino alla morte. Nato a Châtel-Saint-Denis, ordinato prete nel 1968, era stato parroco e professore di filosofia. Come vescovo aveva cercato il contatto con i diocesani e specialmente coi giovani (anche con l’iniziativa di passare con loro una serata nei bar). I vescovi svizzeri lo hanno ricordato come «vicino alla gente, con il dono di annunciare il Vangelo con fervore e chiarezza». È da augure ai cattolici romandi che la procedura per la scelta del successore (al Papa spetta l’ultima parola) assicuri loro un nuovo vescovo capace di raccoglierne l’esempio.
Per un Vaticano III. Riferisce mons. Pier Giacomo Grampa (GdP, 29 maggio 2010): «La Chiesa di oggi non deve guardare al passato, ma rispondere a tre riforme che sentiamo sempre più urgenti: una riforma teologica e catechistica per riproporre la fede in modo coerente all’uomo moderno; una riforma pastorale per rivedere le strutture ecclesiali del passato e aggiornarle secondo i bisogni nuovi; una riforma spirituale che ridoni slancio, afflato “mistico” e ci aiuti a ripensare la pratica dei sacramenti (…). Invece di guardare indietro, si guardi in avanti. Il Vaticano II non ha alternative valide che in un Vaticano III. Tutte belle queste proposte, analisi, suggerimenti, ma il problema di fondo è di convertirsi, di cambiare il cuore, di
aprirsi alla preghiera, di fare spazio al Signore e alla sua parola, di vivere l’umiltà e il perdono, di avere fede, speranza e carità». Già: prima l’uovo o prima la gallina? O tutte due assieme…
Congratulazioni. L’Abate di Hauterive, il ticinese Mauro Lepori, è stato eletto superiore dell’Ordine dei monaci cistercensi. Nato a Canobbio nel 1959, ha studiato filosofia e teologia a Friburgo. Prete dal 1990, è dal 1994 abate. Dirigerà da Roma gli appartenenti all’ordine (1900 monaci e monache della regola comune, in 122 monasteri). A Friburgo, decano della facoltà di teologia è stato nominato il prof. Mariano Delgado, insegnante di storia della Chiesa e dell’Istituto per lo studio delle religioni e del dialogo interreligioso. Laico d’origine spagnola, è nato nel 1955 a Berrueces, presso Valladolid.
Al servizio della Diocesi. Con l’ultima sua lettera pastorale, mons. Grampa presenta la storia e gli impegni della Diocesi luganese, ricordando che «tutti sono attivi nella Chiesa con compiti diversi e complementari (…). Siamo chiamati ad assumere un linguaggio moderno che ci permetta di essere capiti dall’uomo contemporaneo. Non possiamo non essere preoccupati per una Chiesa che appare a molti estranea ai loro problemi e ai loro bisogni» (dal «Giornale del Popolo» del 4 settembre). Anche se tutti non lo capiscono, e pochi lo sostengono – nuovi abbonati sono benvenuti! – «Dialoghi» continua da quasi mezzo secolo a «voler bene alla Chiesa» cercando di essere fedele alle in-
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dicazioni del Vangelo e del Concilio Vaticano II. (La lettera pastorale «Come il Padre ha mandato me…» può essere richiesta alla Curia vescovile, Borghetto 6, 6900 Lugano, tel. 091 913 89 89, al costo di fr. 10).
Religione a scuola. Con la ripresa scolastica, è iniziato (in sei scuole medie) l’esperimento di un insegnamento di «storia delle religioni» in alternativa obbligatoria o facoltativa ai corsi gestiti dalle due comunità religiose cattolica e protestante. Ove era possibile la scelta (Biasca, Minusio e Besso), 234 allievi hanno scelto il «corso cattolico», 10 quello «evangelico» e 78 la «storia delle religioni» gestita dal Cantone; in tre altre sedi (Bellinzona 2, Riva S.Vitale e Tesserete) tutti gli allievi di terza media devono frequentare il corso «storia delle religioni». Il programma è stato pubblicato dalla rivista magistrale «Risveglio», che introduce l’informazione approvando l’esperimento: «la scuola, per definizione, non può promuovere l’ignoranza o il vuoto (…), perciò ben venga il nuovo corso di ‘storia delle religioni’ secondo il programma sperimentale approvato». Nelle scuole del Cantone Friburgo è stato distribuito un opuscolo di una ventina di pagine che presenta le diversità religiose e culturali presenti nella scuola. Vengono trattati diversi problemi che creano discussione: il portare simboli religiosi (il velo islamico è tollerato), il congedo accordato non solo per le feste cristiane; l’insegnamento religioso, limitato alle religioni cristiane (ma con facoltà di dispensa con un lavoro alternativo sorvegliato), la pratica dello sport e dei corsi fuori sede, l’informazione sessuale, il digiuno del Ramadan, ecc.
Studenti universitari. Continua ad aumentare in Ticino il numero degli studenti universitari, che ha raggiunto quota 4529 nel 2010 (circa metà sono donne). Nel 1960 erano solo 500. Negli istituti ticinesi (USI, SUPSI e FTL) i ticinesi iscritti sono 790, poco più che a Losanna, che ne registra 777; seguono nelle preferenze dei ticinesi Friburgo e Zurigo. L’offerta di giovani laureati supera la domanda (il Ticino aveva nel 2009 una disoccupazione giovanile tra i 20-24 anni del 5,7%, contro una media svizzera de1 3,7%). Il passaggio diretto dall’università al lavoro non funziona più, deve essere preventivato un periodo di «disoccupazione di ricerca» e di stage o praticantati obbligatori. E intanto, per decisione del popolo sovrano, ai gio-
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vani in cerca di occupazione è stato tagliato il diritto alle indennità di disoccupazione.
Nuovo presidente della FCES. Il teologo bernese Gottfried Locher, 44 anni, è stato eletto alla testa del Consiglio della Federazione delle Chiese evangeliche in Svizzera (FCES). Entrerà in carica a partire dal prossimo 1. gennaio, per la legislatura 20112014. Succede al pastore zurighese Thomas Wipf, che ha rivestito la funzione per dodici anni. La FCES rappresenta 26 Chiese evangeliche riformate in Svizzera e riunisce circa 2,4 milioni di protestanti. Gottfried Locher dirige dal 2006 l’Istituto di studi ecumenici dell’Università di Friburgo ed è membro del Consiglio sinodale della Chiesa evangelica riformata di Berna-Giura-Soletta.
Preti stranieri in Svizzera. Un servizio dell’Agenzia APIC informa che nel 2000 erano attivi nelle parrocchie svizzere 342 preti stranieri: 72 polacchi, 56 italiani, 56 africani, 40 tedeschi. La diocesi di Lugano ne contava 97 (dei quali 45 italiani), LosannaGinevra-Friburgo 93, Coira 68 (dei quali 31 tedeschi), mentre quella di Basilea (la più vasta e numerosa della Svizzera) solo 59. Tuttavia quest’ultima disponeva di 80 diaconi (per il 32% tedeschi) e di 300 teologi laici (per il 33% tedeschi). Da aggiungere i 129 preti attivi (nel 2010) nelle «missioni linguistiche», dei quali 61 sono italiani, 21 portoghesi, altrettanti spagnoli, 14 croati. In una conferenza tenuta il 15 settembre a Berna, il vescovo ausiliare Martin Gächter ha sottolineato l’apporto pastorale e culturale fornito da questi preti stranieri, tuttavia non nascondendosi i problemi relativi.
Predicatori laici. Il Centro cantonale dl formazione teologica della Chiesa riformata del Cantone di Neuchâtel propone un corso di formazione biennale per predicatori laici, in unione alle Chiese protestanti di Berna, Giura, Soletta e Ginevra. Una formazione teologica di base è richiesta ai candidati, che dovranno presentare lavori personali e saranno seguiti da un pastore nello loro prime predicazioni.
Dialogo difficile. La Federazione delle organizzazioni islamiche svizzere (FOIS) informa che il dialogo tra autorità e musulmani in Svizzera rimane difficile. Tra i motivi, la mancanza di obiettivi comuni da parte islamica.
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La FOIS (sarebbe la principale organizzazione musulmana in Svizzera) «auspica il riconoscimento dell’Islam alla pari delle altre religioni». Altre rivendicazioni riguardano l’educazione religiosa e la formazione degli imam (dalla stampa del 9 giugno 2010). Tuttavia, fino a quando la competenza dei rapporti con le comunità religiose resta dei cantoni, queste rivendicazioni sono di difficile realizzazione, per la varietà delle situazioni e delle sensibilità locali. Di qui la necessità di una modifica della Costituzione federale che permetta di fissare a livello svizzero le garanzie minime per il rispetto della libertà religiosa di ogni comunità.
Vescovi svizzeri. Mons. Kurt Koch, 60 anni, vescovo di Basilea dal 1995 (la più vasta diocesi svizzera), presidente della Conferenza episcopale dal 2007 al 2009, è stato chiamato a Roma, a sostituire il cardinale Kasper alla testa del Consiglio per l’ecumenismo: la nomina è stata ampiamente apprezzata, in patria e dai protestanti. Con la procedura garantita dal Concordato del 1824, Basilea ha eletto il nuovo vescovo, scelto dai canonici della cattedrale dopo che i rappresentanti dei governi del territorio diocesano e di due «Chiese cantonali» avevano espresso gradimento alle sei candidature proposte. La procedura garantisce, seppure in forma parziale e insoddisfacente, l’antica lodevole tradizione di una nomina a clero et populo: più che necessario sarebbe che tale procedura fosse estesa ad ogni nomina episcopale, sia in Svizzera sia nel mondo. Invece, spesso vescovi sgraditi sono imposti ai cattolici (in Spagna, Belgio, ma anche da noi) e qualche vescovo, sostenuto dalla Curia romana, continua a comportarsi da «sovrano assoluto». Così quello di Coira, che dopo aver imposto mons. Eleganti, un monaco tradizionalista, ai cattolici zurighesi, vuole ora far nominare quale ausiliare un avversario del sistema «duale» che vale in tutta la Chiesa svizzera (e che mons. Henrici ha recentemente lodato, cf. «Dialoghi» n. 212, giugno 2010). Si dice che i laici, amministrando le comunità ecclesiastiche cantonali e parrocchiali, spesso sconfinano dalle loro competenze. Eppure, il canone 212, 3. è chiaro in proposito: «il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa» non può essere ignorato, perché, oltre a «scienza, competenza e prestigio», tengono anche i cordoni della borsa.
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Che risultato hanno dato gli «obiettivi del Millennio» E la Svizzera, come ha rispettato gli accordi firmati? Gli Obiettivi del Millennio ONU per lo sviluppo (MDGs) sono un punto di riferimento autorevole. I tre miliardi di persone che vivono appena sopra o appena sotto la soglia della povertà assoluta soffrono innanzitutto perché non possono far fronte ai loro bisogni basilari (mangiare, vestirsi, abitare). Spesso, inoltre, sono esclusi dall’accesso ai servizi basilari come la formazione, la sanità e l’acqua potabile. Con i loro figli, nipoti e pronipoti sono così condannati alla povertà. È questo il quadro in cui vanno inseriti gli MDGs. Ricordano ai governi dei Paesi in sviluppo il loro dovere di investire nella formazione, nella sanità e quindi a fare un passo nella realizzazione dei diritti umani in ambito sociale. Sistemi di formazione e sanitari accessibili a tutti non sono ricadute scontate dello sviluppo economico, non esistono ricette sicure. Prendiamo l’esempio della Cina. Fino agli anni Ottanta del Novecento servizi scolastici e sanitari (anche se minimi) erano accessibili gratuitamente a tutte e a tutti. A vent’anni di distanza molti di questi servizi non sono più a disposizione ovunque e gratuitamente. Le fasce più povere ora hanno sì un reddito più alto ma devono anche pagare per ciò che un tempo non costava nulla. Secondo i recenti dati comparativi della Banca Mondiale sul benessere riguardanti tutti gli Stati, il benessere di cui gode mediamente un cittadino cinese è notevolmente diminuito. Se negli anni ottanta in Cina risultavano vivere 100 milioni di abitanti in povertà assoluta, oggi sono 300 milioni. La limitazione dell’accesso ai servizi pubblici per i poveri è una delle cause. A che cosa hanno giovato gli MDGs?
Gli MDGs hanno contribuito a far sì che i governi dei Paesi poveri dessero di nuovo maggior peso all’estensione dei sistemi sociali e all’approvvigionamento idrico, dopo che questi tra il 1980 e il 2000 in molti casi erano stati trascurati o ridimensionati. È per questo motivo che gli indicatori sono migliorati perfino nell’Africa nera, dove la riduzione della povertà estrema è stata minima. Gli MDGs hanno fat-
to sì che i Paesi industrializzati concentrassero la gran parte dell’aiuto ai settori sociali e che spostassero gli aiuti da Paesi più avanzati a quelli più poveri. Le nostre ONG notano con soddisfazione che così facendo meno risorse sono state impiegate per promuovere gli interessi economici e geopolitici dei Paesi industrializzati. Gli MDGs non sono una strategia per lo sviluppo economico e non sono neppure istruzioni per l’emancipazione sociale. Dove la miseria delle famiglie contadine dipende dal fatto che non si sono realizzate le riforme agrarie, dove sui terreni migliori l’agrobusiness coltiva vegetali destinati all’esportazione o gli espropri avvengono senza una base legale e senza indennizzi, gli MDGs non sono d’aiuto. Gli MDGs hanno poco impatto dove il governo di uno Stato si trova imbrigliato dai condizionamenti del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale. Quando cioè l’artigianato, l’industria e l’agricoltura sono andati in rovina a causa di un’apertura dei mercati non qualificata. Quando si rinuncia a una politica attiva di incentivi all’industria e all’agricoltura, perché così vuole l’ordine politico americano. Quando il flusso di capitali è liberalizzato, così che le risorse indigene spariscono legalmente e sono sostituite da prodotti speculativi a corto termine. Ma anche in situazioni deplorevoli come queste, i governi possono pensare agli MDGs come a una strategia per salvaguardare, almeno in modo rudimentale, i diritti umani delle popolazioni più povere. I limiti degli MDGs sono al centro di discussione presso le agenzie statali preposte allo sviluppo. In seno alla nostra Direzione per lo Sviluppo e la Cooperazione (DSC), Edita Vokral ha affermato che gli MDGs affrontano gli effetti e non le cause della povertà. In discussioni interne della DSC si denuncia che l’ampliamento delle istituzioni di formazione e sanitarie in molti casi non si innesta su un robusto sviluppo economico. Visto che le agenzie statali per lo sviluppo desiderano investire in tali ambiti, sarebbe interessante sapere esattamente. con quali strategie. Quelle che hanno applicato negli ultimi tre decenni attra-
verso la Banca Mondiale e il Fondo monetario internazionale? O sarebbero ora disposti ad appoggiare ogni Paese nella ricerca delle proprie strategie? L’attuale strategia della Direzione per lo sviluppo e della coooperazione (la DSC dipende dal Dipartimento federale degli affari esteri) per intanto non convince, anche perché è la continuazione dell’azione svolta negli ultimi trent’anni. Si critica il fatto che nei paesi poveri gli MDGs promuovono gli aspetti sociali disinteressandosi di quelli economici. Si dice che si dovrebbero semplicemente approntare buone condizioni-quadro per il settore privato e favorire uno Stato snello ed efficiente. Eppure, in quei paesi in Africa e America Latina che hanno dovuto adottare proprio questi principi, i risultati economici sono stati molto deludenti. Altrove, gli MDGs sono percepiti come una limitazione delle possibilità d’intervento. Per esempio nell’Unione Europea. Perché, si chiedono molti, la cooperazione allo sviluppo europea dovrebbe concentrarsi sugli MDGs, mentre i «nuovi donatori», come la Cina, ai loro aiuti cercano di agganciare interessanti contratti (per esempio, la costruzione di infrastrutture)? Chi la pensa così ritiene che l’Europa farebbe meglio a investire meno in ambito sociale e ricominciare a prestare aiuto economico, in modo che non siano solo le imprese cinesi a guadagnarci ma anche quelle europee. Se questa nuova linea dovesse prevalere, andrebbe a scapito della qualità della cooperazione allo sviluppo. La promozione dei propri interessi economici e politici particolari non ha ripercussioni positive nei paesi cosiddetti beneficiari. Per fortuna, nell’UE questa tendenza non l’ha ancora spuntata. Si tratta però di discussioni molto indicative: da chi ritiene che si debba fare più economia e meno socialità potremo attenderci la diserzione dalla Dichiarazione del Millennio e dai suoi impegni. La Svizzera e gli MDGs
Qualcosa è stato fatto. Prima di tutto, la Svizzera ha investito più di altri Paesi nello sviluppo rurale, contri-
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buendo così concretamente a mitigare il problema della fame. Inoltre la cooperazione pragmatica con le autorità locali e con la società civile è ricca di successi, come nel settore dell’acqua. Globalmente, però, il bilancio intermedio è a tinte fosche. In primo luogo, la Svizzera ha aumentato solo minimamente il budget destinato alla cooperazione allo sviluppo. Dal 2000 c’è stato un aumento da 1,5 a 2,5 miliardi di franchi, ma l’apparenza inganna. Prima non venivano contabilizzati i costi per l’aiuto ai richiedenti l’asilo nel nostro Paese né la cancellazione dei debiti. Senza queste voci di spesa, la Svizzera non potrebbe far figurare lo 0,47% del prodotto nazionale lordo, ma solo lo 0,39%: praticamente la stessa percentuale del 2000 (0,34%). In secondo luogo, la Svizzera riserva annualmente solo un quarto dell’aiuto totale ai Paesi più poveri. Nel 2008 ha ampliato i compiti della cooperazione allo sviluppo ma senza aumentarne i mezzi. Così ci si prefigge non solo di contrastare la fame, ma anche di contribuire alla realizzazione di una «globalizzazione rispettosa dello sviluppo». Un fatto che mette in secondo
piano gli MDGs. Due esempi. Il primo: la DSC si concentra nel raggiungimento degli MDGs sui dodici Paesi che beneficiano dell’intervento bilaterale, e che sono tra i più poveri al mondo. Ebbene, negli ultimi anni questi non sono stati per nulla… sommersi di aiuti. Solo in quattro casi la DSC ha effettivamente investito quei 20 milioni all’anno che nel credito-quadro per il Sud (Südbotschaft) aveva definito come il minimo necessario per poter dare un contributo effettivo alla realizzazione degli MDGs. In altri cinque Paesi l’aiuto concesso è stato solo della metà. Alla luce di questi fatti non emerge, per quanto ci si sforzi di trovarla, una priorità finanziaria a favore degli MDGs. I dati risalgono al 2008: resta quindi da vedere se cambierà qualche cosa con il nuovo credito-quadro entrato in vigore nel 2009. Per intanto, abbiamo ascoltato la ministra degli esteri interrogarsi su perché la Svizzera dovrebbe realizzare in tutti questi Paesi africani prioritari programmi con un tale volume finanziario. Deve aver dimenticato che è quanto deciso dal parlamento. Secondo: la
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DSC sta intensificando, sotto la denominazione «globalizzazione rispettosa dello sviluppo», la collaborazione con paesi emergenti quali la Cina e il Brasile. Per esempio nell’ambito del programma globale sul clima, con un budget annuo di 20 milioni di franchi. All’insegna della medesima strategia però il Segretariato all’Economia del dipartimento relativo si sta disimpegnando dai Paesi più poveri per concentrarsi in Paesi più avanzati nello sviluppo, con i quali la Svizzera sta cercando di approfondire le relazioni commerciali. Il nuovo orientamento sarebbe giustificato dal fatto che anche in questi Paesi si tratterebbe di contrastare la povertà. Visto nell’ottica della lotta alla povertà, quello del SECO è un aiuto economico inefficace perché esclude le regioni periferiche, le piccole aziende e le donne. L’ottavo Obiettivo del Millennio è molto esigente nei confronti dei Paesi industrializzati. I nostri governi si sono impegnati a modificare le regole commerciali e finanziarie internazionali in modo tale che la discriminazione dei Paesi in sviluppo sia mitigata. Erano anche chiamati a una
Non del tutto negativo il bilancio intermedio operato dall’ONU
«Dobbiamo, vogliamo e possiamo farcela» aveva esortato il presidente dell’Assemblea generale dell’ONU in apertura del «vertice» sugli obiettivi del Millennio. Del «dovere» e del «potere» raggiungere gli otto obbiettivi si è parlato molto durante tre giorni a New York. Ma del veramente «volerli» raggiungere, e sul come farlo, poco è dato di leggere nella dichiarazione finale. In un side event organizzato da Francia, Giappone, Belgio e Spagna è emerso un consenso sulla necessità di trovare meccanismi alternativi e innovativi, oltre ai fondi promessi dai Paesi industrializzati. Il gruppo, che sta valutando la fattibilità dei vari meccanismi, non è ancora in grado di fornire la soluzione, ma dopo questo summit appare chiaro che sarà scelta una delle varianti allo studio. Potrebbe essere la tassa sui biglietti dei voli aerei introdotta da Brasile e Francia (produce più di 1,5 miliardi di dollari l’anno che vanno ad alimentare un fondo dell’ONU per la lotta all’AIDS e alla malaria), oppure la tassa sulle transazioni finanziarie, che se fosse introdotta a un tasso dello 0,005% (ossia 5 centesimi per ogni 1000 dollari, una cifra decisamente «sopportabile» per il settore della finanza) si stima che frutterebbe 40 miliardi di dollari l’anno. Anche la Svizzera, con il suo magro 0,5%* (la Gran Bretagna raggiungerà lo 0.7% nel 2013), farebbe quindi bene a mettere in agenda un tema la cui importanza sta crescendo a livello internazionale. La Svizzera non mancherà di essere messa sotto pressione da un’altra sfida legata al finanziamento dello sviluppo nei Paesi poveri. Nessuno a New York ha messo
in dubbio il diritto di questi Paesi a riscuotere le proprie tasse. Chiaramente, questo implica da una parte il rafforzamento dei loro governi e il miglioramento dei sistemi fiscali. Ciò significa però anche che le scappatoie per privati e imprese transnazionali devono essere eliminate. Su questo punto, la Svizzera frena e non è disposta a concedere ai Paesi in sviluppo quanto accordato ai paesi dell’UE in materia di fiscalità: ciò benché che la nostra ministra degli esteri l’avesse già promesso nel 2008 durante la conferenza di Doha sul finanziamento dello sviluppo. Il summit è stato dunque un fallimento? Certamente no. Innanzitutto ha costretto gli Stati e l’ONU a tracciare un primo bilancio e a capacitarsi del fatto che urge darsi da fare. Inoltre, hanno trovato un consenso le voci di chi ha invitato a ripensare completamente la problematica dello sviluppo. Pur restando validi gli obiettivi di riduzione della povertà, le sfide appaiono sempre più di tipo sistemico, all’ombra delle crisi climatica, alimentare e finanziaria. Per affrontarle la comunità mondiale e la politica devono adattare le loro strutture di governance, garantire i diritti umani ovunque e per tutti e investire tutti i mezzi possibili per sradicare la povertà. Restano cinque anni di tempo. Markus Brun
responsabile della politica di sviluppo del Sacrificio Quaresimale
* Il Consiglio federale ha finalmente proposto in settembre alle Camere, in risposta alle mozioni approvate in primavera, l’aumento al 5% dell’attuale contributo della Svizzera (0,47%) (ndr.).
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maggiore coerenza, ossia a non dare con una mano e prendere con l’altra quanto dato, o addirittura molto di più. Non si può dire però che i Paesi industrializzati abbiano fatto molto in questa direzione. E la Svizzera non fa eccezione. Ci sono stati progressi nella restituzione dei cosiddetti «fondi dei potentati» o nell’importazione di beni dai Paesi più poveri, che non sono più sottoposti né a tasse né a contingenti. Ma in materia di coerenza nella cooperazione allo sviluppo si è mosso poco o nulla. In consonanza con gli altri Stati dell’Occidente la Svizzera va avanti a difendere i propri interessi, senza alcun riguardo per i Paesi in sviluppo. Con i brevetti sulla proprietà intellettuale essa continua a impedire l’accesso ai medicinali e limita la possibilità delle aziende agricole a carattere familiare nell’utilizzo di sementi. Pretende la liberalizzazione degli scambi commerciali di beni industrializzati ma dimentica la grande importanza dei dazi all’importazione per i Paesi in sviluppo, che generano i mezzi necessari a contrastare la povertà, promovendo le industrie locali e creando posti di lavoro. Nell’ambito dei recenti progressi in materia di politica fiscale internazionale della Svizzera (assistenza, scambio d’informazioni), i Paesi in sviluppo rimangono in coda. continuano a registrare perdite miliardarie a causa dell’evasione fiscale e della fuga di capitali all’estero. Anche la politica di immigrazione svizzera non fa alcun passo in avanti in favore delle perso-
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ne in provenienza dal Sud, per le quali le frontiere sono chiuse. Nelle istituzioni finanziare internazionali, infine, la Svizzera si oppone alla concessione di maggiore influenza per i Paesi emergenti e in sviluppo e non è d’accordo di allentare le condizioni per accedere ai prestiti, il che limita l’ambito d’azione delle loro politiche economiche. Che cosa deve fare la Svizzera entro il 2015?
Per dare un contributo mirato nello sforzo finale nel raggiungimento degli MDGs, il compito della Svizzera è impegnativo. Occorrono decisamente più mezzi finanziari. Prioritario è l’aumento allo 0.5% del prodotto nazionale lordo. I mezzi aggiuntivi devono essere destinati in modo mirato ai Paesi più poveri e alle popolazioni più svantaggiate, segnatamente alle donne e ai popoli autoctoni. Sono necessarie misure urgenti per migliorare la coerenza della politica di sviluppo. In particolare bisogna affrontare, in collaborazione con i Paesi interessati, la questione fiscale; l’evasione fiscale di persone facoltose e imprese deve essere combattuta. La realizzazione dei diritti umani deve essere messa al centro della cooperazione allo sviluppo. La politica estera della Svizzera e la sua politica commerciale con l’estero devono riconoscerne l’importanza, come si esige dalle imprese transnazionali che si sono impegnate a titolo volontario, per
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esempio con il Global Compact. La maggior parte delle imprese erano convinte di soddisfare appieno le condizioni, che fanno riferimento alla Dichiarazione universale dei Diritti umani: «Non arrestiamo né torturiamo nessuno, tanto meno assassiniamo». Si è fatto notare tuttavia che la Dichiarazione comprende anche i diritti sociali, culturali ed economici. La domanda appropriata avrebbe dovuto essere se e come anche questi diritti fossero rispettati. Per esempio se nelle fabbriche si assicurano salari sufficienti a garantire alle lavoratrici e ai lavoratori una vita dignitosa. Non vi è alcuna ragione perché anche in materia di politica economica la Svizzera non debba porsi queste domande. Anzi, suo primo obiettivo dovrebbe essere la compatibilità con il Global Compact e l’analisi del proprio agire in questa prospettiva. Ma, lo scorso anno, la ministra dell’economia Doris Leuthard ha affermato che gli accordi commerciali bilaterali non sono una misura adeguata per promuovere i diritti umani: per questo scopo avremmo la politica estera. Seguendo la stessa logica, la Novartis potrebbe sostenere che i diritti umani non sono di sua competenza. Peter Niggli Direttore di Alliance Sud
Testo consegnato ai media in occasione del simposio di Alliance Sud e Amnesty International del 22 giugno 2010 sugli MDGs. Traduzione di Daria Lepori.
R ITOR NO DALLA CALIFOR NIA raccoglie, a cura di Tiziano Tommasini e Giorgio Cheda, le testimonianze del pubblicista Geo Flavio Cavalli e di Giovan Battista Monaco, pioniere della fotografia, due Ticinesi attivi a San Francisco fra Ottocento e Novecento. Il Cavalli e il Monaco ritornarono in Ticino in più occasioni, spinti da un pizzico di nostalgia per la loro terra d’origine, ma soprattutto per rendere visita a parenti e conoscenti; entrambi morirono in California, terra che avevano eletto quale loro nuova patria e dove tuttora vivono i loro discendenti. Di Giovan Battista Monaco è stata scelta una serie di immagini scattate durante i tragici giorni che fecero seguito al terremoto del 18 aprile 1906; altre documentano la sua attività di ritrattista, alcune testimoniano di un suo breve soggiorno in patria compiuto nel 1908. Il volume si completa con «Una bellezza tremenda : San Francisco nelle testimonianze degli emigrati ticinesi», che cerca di interpretare globalmente, attualizzandola, la più bella avventura dei contadini ticinesi, approfondendo in particolare i loro rapporti con San Francisco. Un’occasione pure per riflettere su alcune conseguenze del trasferimento, in cento anni, di oltre quaranta milioni di Europei in America.
ARMANDO DADÒ EDITORE CH-6601 Locarno - Via Orelli 29 - Tel. + 41 91 756 01 20/751 49 02 Fax + 41 91 752 10 26 - www. editore.ch - e-mail: info@editore.ch
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cronaca
CRONACA SVIZZERA
Suicidio assistito. La consigliera federale Widmer-Schlumpf intende, entro la fine dell’anno, presentare una proposta per regolare la pratica del cosiddetto suicidio assistito. Scartata la soluzione radicale di vietare le organizzazioni che offrono assistenza al suicidio (benché questa proposta goda del favore dei vescovi svizzeri e di qualche partito politico), si tratta per il Consiglio federale di trovare regole che raccolgano un consenso sufficiente per porre qualche «paletto» a pratiche controverse (come il suicidio di persone sane, di persone incapaci di decidere autonomamente o di non residenti in Svizzera). Codificare una soluzione sufficientemente condivisa non sarà facile: si cominci con qualche regola, senza cercare la perfezione. Intanto il numero dei suicidi aumenta (1300 all’anno, specialmente tra giovani adulti dai 15 ai 44 anni): anche per questa «strage» occorre un intervento politico, del resto promesso dal Consiglio federale.
Ancora un «non-problema». L’elettorato svizzero sarà prossimamente chiamato a votare, scegliendo tra due testi: un’iniziativa di stampo «blocheriano» e un controprogetto elaborato dalle Camere federali, che prevedono l’allontanamento automatico dalla Svizzera degli stranieri residenti condannati. L’iniziativa popolare è più severa, ma anche il controprogetto costituisce una discriminazione intollerabile nei confronti di una parte della popolazione, perché uno svizzero che ha subito la stessa condanna non potrà essere espulso! Inoltre la doppia votazione concerne un «non-problema», utile solo alla propaganda xenofoba: gli stranieri residenti in Svizzera sono oltre 1,5 milioni, le infrazioni commesse in tutta la Confederazione nel 2009 sono state complessivamente 676 mila (delle quali 553.000 contro il Codice penale), mentre gli stranieri che dovrebbero essere espulsi sarebbero 800 (stando al controprogetto), o 1500 (per l’iniziativa). Le nuove disposizioni non colpirebbero infatti che un minimo numero di casi, e non sarebbero efficaci contro i «turisti del crimine», spesso responsabili dei reati più gravi (ma non hanno residenza di cui possono essere privati). E così il popolo, stretto tra le proposte xenofobe e la paura diffusa ad arte (le statistiche provano che non esiste un au-
mento dei reati), sarà chiamato per la 23. volta, a partire dalle iniziative dl Schwarzenbach del 1970, a votare per limitare i diritti degli stranieri, orientandosi sempre più verso comportamenti intolleranti e anticristiani. Altro che «integrazione» da tutti (?) auspicata.
Finanze della Chiesa svizzera. La RKZ (Conferenza centrale cattolicoromana della Svizzera), cioè l’organismo che provvede al finanziamento della Chiesa cattolica in Svizzera, disporrà nel 2011 di un totale di 8,5 milioni di franchi, 6,5 milioni dei quali destinati al co-finanziamento di compiti pastorali a livello nazionale o di regioni linguistiche. Il numero degli aderenti alle Chiese cantonali o alle diocesi non è sensibilmente diminuito (malgrado le aumentate critiche alla Chiesa): sono invece diminuite le entrate, sia come imposte ecclesiastiche sia come contributi volontari. Alcune diocesi sono in difficoltà finanziarle, tra cui Sion e Lugano. È inoltre in atto un cambiamento nella composizione sociologica della Chiesa cattolica: in diverse regioni aumentano i cattolici dell’immigrazione e diminuiscono, almeno percentualmente, i cattolici d’origine svizzera. Ciò richiede di riesaminare l’organizzazione e il finanziamento delle «missioni degli immigrati», seguiti pastoralmente dalla Commissione episcopale «Migratio». Un avvicinamento di queste «missioni» alle organizzazioni ecclesiastiche cantonali o diocesane appare sempre più auspicabile e persino necessario. La RKZ ha pure deciso di aumentare il finanziamento destinato al settore della comunicazione, portando il contributo, unito a quello del «Sacrificio quaresimale», a 2,4 milioni, mentre 200 mila franchi sono stati destinati alla Commissione dei media dell’episcopato e un aiuto speciale è stato attribuito all’Agenzia Apic-Kipa, perché elabori un nuovo sito Internet in francese (cath.ch), accanto a quello già esistente in tedesco (kath.ch) e in italiano (catt.ch), con informazioni e documenti. La RKZ ha organizzato un corso di «gestione della Chiesa», in collaborazione con l’università di Friburgo, in due momenti: il primo è previsto in ottobre a Wislikofen (Argovia), il secondo nel gennaio 2011 al Lac-Noir (Friburgo): lo scopo è di formare persone capaci
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di gestire le comunità religiose come organizzazioni a scopo non commerciale. Il corso ha riscosso molto interesse: i 27 posti disponibili sono tutti occupati.
Appello alla CES. Un gruppo di cattolici del Giura ha promosso una raccolta di firme in appoggio a un appello alla Conferenza dei vescovi svizzeri, perché ripresentino a Roma la proposta (già formulata dal Sinodo nel 1975) di ordinare preti uomini sposati. Lo scopo è di ovviare, almeno in parte, alla difficoltà di assicurare a tutte le comunità una regolare celebrazione dell’Eucarestia. In passato, diversi vescovi svizzeri si sono detti favorevoli a questa «innovazione» (del resto già praticata tra i cattolici di rito ortodosso), ma Roma fin qui vi si oppone per non indebolire la regola del celibato. Informazioni e adesioni possono essere indirizzate al sito: www.ordination-hommesmaries.ch/soutien.php). Giornalisti cattolici. L’Associazione cattolica svizzera per la stampa (che conta 1200 membri, tra giornalisti e sostenitori) ha pubblicato il Rapporto annuale 2009 sulla propria attività. È previsto un potenziamento della presenza nei media, in collaborazione con i vescovi svizzeri. La colletta annuale nel 2009 ha raccolto oltre 318 mila franchi: 120 mila franchi sono stati destinati all’agenzia APIC di Friburgo, 20 mila al Centro cattolico RTV della Diocesi di Lugano. (Associazione cattolica svizzera per la stampa, Rue du Botzet 2, casella postale 192, 1705 Friburgo).
L’assemblea degli evangelici. I delegati delle tre comunità evangeliche regionali che compongono la Chiesa evangelica riformata nel Ticino si sono riuniti a Bellinzona sabato 29 maggio, per la sessione primaverile del Sinodo cantonale, il «parlamento» della Chiesa riformata. Il pastore Tobias Ulbrich di Novaggio è stato confermato presidente del Consiglio sinodale del CERT (l’esecutivo della Chiesa cantonale). I delegati hanno inoltre eletto membri del Consiglio sinodale CERT Timoteo Schmitt, Giovanni Zamboni, Remo Sangiorgio ed Elisabetta Meroni. L’assemblea sinodale ha pure approvato la revisione degli statuti della «Voce evangelica», mensile che, con una tiratura di oltre 4000 copie, è l’unico periodico riformato di lingua italiana in Svizzera.
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Per un sacerdozio ministeriale che sia sacerdozio battesimale Durante l’anno 2009/2010 che papa Benedetto XVI ha dedicato a una riflessione specifica sul sacerdozio ministeriale si sono dette molte cose, sono state lanciate varie iniziative. Non sono mancate le polemiche, anche in ragione di eventi molteplici, alcuni anche molto tragici, che hanno messo dei presbiteri, a torto o a ragione, al centro dell’attenzione negativa dei media nazionali e internazionali. Proviamo, a qualche mese dalla conclusione di tale periodo, ad andare alle radici delle questioni e a mettere in evidenza che cosa è fondamentale per il prete oggi, a partire dall’esperienza quotidiana della vita cristiana e del ruolo importante che egli può e deve avere anche nel nostro tempo. Dati di «diritto» e di fatto
«Tutta la Chiesa è un popolo sacerdotale. Grazie al battesimo, tutti i fedeli partecipano al sacerdozio di Cristo. Tale partecipazione si chiama ‘sacerdozio comune dei fedeli’. Sulla sua base e al suo servizio esiste un’altra partecipazione alla missione di Cristo: quella del ministero conferito dal sacramento dell’Ordine, la cui funzione è di servire a nome e in persona di Cristo capo in mezzo alla comunità. Il sacerdozio ministeriale differisce essenzialmente dal sacerdozio comune dei fedeli poiché conferisce un potere sacro per il servizio dei fedeli. I ministri ordinati esercitano il loro servizio presso il popolo di Dio attraverso l’insegnamento, il culto divino e il governo pastorale». Così si esprime il Catechismo della Chiesa cattolica (CCC) del 1992 (nn. 1591-1592). Il filo conduttore di queste affermazioni magisteriali è una parola evangelicamente indiscutibile: servizio. Chi è stato ed è consacrato presbitero sa che questa è la connotazione fondamentale della sua attività tra le sorelle e i fratelli nella fede e, più in generale, nel mondo in cui vive. Non si insiste anzitutto sul dato dell’esercizio dell’autorità, come se il prete fosse al di sopra di ogni altro cristiano in ragione della consacrazione ricevuta. E quanto il celibato consacrato e il matrimonio siano due modalità egualmente importanti e tra loro non subordinate di cercare di essere disce-
poli del Dio di Gesù Cristo pare piuttosto chiaro se si leggono anche i nn. 1619-1620 dello stesso CCC. di di Ernesto Borghi
D’altra parte, chiunque sia minimamente libero di cuore e di mente e abbia qualche nozione della storia della Chiesa e della mentalità comune, sa bene che ancora oggi è assai diffusa una duplice convinzione, nel «popolo di Dio», compresi molti presbiteri: • il prete è al di sopra degli altri componenti della comunità cristiano-cattolica e da lui si deve dipendere per le scelte sostanziali della vita ecclesiale, a livello individuale e comunitario in campo teologico; • chi non è prete non può assumere responsabilità decisionali nella pastorale ecclesiastica perché non ha gli strumenti culturali e spirituali per farlo e, anche se li ha, in sostanza non gli viene concesso che di essere complementare ai presbiteri. Quante volte è capitato a me e a diversi altri esponenti della cultura teologica e biblica di dire e scrivere che tutto questo non è più vero, che la realtà è cambiata e sta cambiando, dal Concilio Vaticano II in poi, che molti presbiteri hanno una capacità e un desiderio concreto di collaborazione fraterna con religiose, religiosi, laiche e laici, testimoniati da fatti oggettivi (potrei fare anche vari nomi nella Diocesi di Lugano di preti riconosciuti da tanti come effettivamente comunionali, in prevalenza non giovanissimi dal punto di vista anagrafico…). Ma bisogna riconoscere che, nonostante gli sforzi nostri e di tanti preti e laici, le scelte pastorali e culturali delle autorità vaticane sembrano andare in tutt’altra direzione. Lo testimoniano non poche decisioni anche dell’ultimo quinquennio: • l’apertura ai lefebvriani e la chiusura costante nei confronti di molti esponenti della «teologia della liberazione»; • gli irrigidimenti relativi alla disciplina dei riti, con il divieto, biblicamente del tutto infondabile, per chi non è prete di predicare durante le celebrazioni eucaristiche;
• la decisione di stabilire itinerari universitari sempre più nettamente distinti per i presbiteri e per chi presbitero non è né lo diventerà. Concorrono alla distinzione gli stessi curricula formativi di tanti seminari, dove il candidato al presbiterato viene colmato di nozioni culturali (con una crescente attenzione alla teologia dogmatica e al diritto canonico), ma ha poche occasioni di considerare e di praticare l’importanza centrale della relazionalità d’amore come cuore del messaggio evangelico e dell’azione quotidiana di ogni cristiano, dunque, in particolare, dello stesso presbitero. Queste ed altre opzioni certamente non contribuiscono a mettere la parola fine a secoli di un «presbiterocentrismo» oggi del tutto incredibile e anacronistico per molte ragioni, compresa la notevolissima diminuzione del numero delle vocazioni presbiterali. Gli esiti, forse non tutti voluti ma inevitabili, di questo tradizionalismo riemergente sono vari. Ma tutto questo c’entra con il sacerdozio ministeriale? E con il sacerdozio comune dei credenti? Proviamo ad esaminare, perlomeno per sondaggi significativi, che cosa implica essere battezzati secondo le fonti neo-testamentarie. La lezione del Nuovo Testamento
Le lettere paoline (anzitutto Galati, 1Corinzi e Romani), gli Atti degli Apostoli e il vangelo secondo Giovanni offrono indicazioni preziose e precise su che cosa sia, debba essere e debba divenire l’essere umano che accetta di essere battezzato. Occorre sempre ricordare che, anzitutto nei primi decenni della vita della Chiesa, il battesimo era una scelta di adulti, mentre oggi, salvo un numero crescente di eccezioni, sono adulti essenzialmente i genitori che chiedono il battesimo per i loro figli. La lettera ai Galati Nel cap. 3 della lettera ai Galati, la possibilità di credere in Gesù Cristo, ora, nella sua assolutezza incondizionata, si è profilata esplicitamente: «[23] Prima però che fosse giunta la fede, noi eravamo rinchiusi sotto la
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custodia della Torà, nella prospettiva della fede che doveva essere rivelata. [24] Perciò la Torà è divenuta il nostro pedagogo verso Cristo, affinché fossimo giustificati in ragione della fede. [25] Ma dopo che è giunta la fede, noi non siamo più sotto un pedagogo. [26] Tutti voi infatti siete figli di Dio tramite la fede in Cristo Gesù. [27] Infatti quanti foste battezzati in Cristo, vi rivestiste di Cristo. [28] Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più maschio e femmina; tutti voi infatti siete uno in Cristo Gesù. [29] E se voi siete di Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa». L’importanza ineludibile della Torà è venuta meno (v. 25). I galati (v. 26) raggiungono la massima relazione «genetica» possibile con Dio (= la figliolanza) attraverso la massima, possibile donazione (= la fede in rapporto alla persona di Gesù Cristo). A questo punto la riflessione raggiunge uno dei suoi apici speculativi: il rapporto con Dio dei cristiani di Galazia è realizzato a partire dall’affidamento esistenziale al Messia di Nazaret. Il battesimo, ossia il riferimento «sacramentale» che sancisce l’ingresso ufficiale nella comunità dei credenti, sottolinea come questa relazione con Cristo sia diventata parte evidente della vita di chi ha scelto di «immergersi in lui». A partire dalla scelta di fede, molto cambia. Infatti essere battezzati vuol dire etimologicamente essere «immersi», come dice qui Paolo, in Cristo e in vista di Cristo. Tale condizione implica «rivestirsi» di Cristo. Nella situazione espressa tramite queste immagini non c’è nulla di esteriore e la differenza tra tali condizioni e la circoncisione giudaica è non culturale, ma universale. Infatti si è delineata qui figliolanza divina e adesione intima al gruppo dei figli, i due connotati dell’esistenza di quanti hanno optato per il rapporto di fondo con il Dio di Gesù Cristo. Dinanzi alla salvezza all’interno dell’umanità, nessuna differenza che dipenda da quello che si è prima dell’incontro con la fede in Gesù Cristo ha un’importanza maggiore. D’altra parte l’unicità di Dio fa sì che egli non trovi somiglianza in nessuno. Solo i binomi maschio/femmina, giudeo/pagano, io/altro, ossia le relazioni tra differenze irriducibili, danno un’immagine di lui, che è il totalmente Altro, in relazione con tutti.
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La prima lettera ai Corinzi In 1Corinzi 12 la prospettiva ecclesiale è molto marcata: «[12] Come infatti il corpo è uno e ha molte membra e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche Cristo. [13] E in realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito in vista di un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti ci dissetammo ad un solo Spirito». Siccome è lo Spirito che ripartisce e dà tali doni a sua esclusiva discrezione, nessuno è abilitato a contrapporsi ad altri in ragione delle proprie capacità e del proprio agire nella comunità. Il «mandante»/movente è lo Spirito e il punto di arrivo/meta è Cristo. Ogni membro, cioè ogni componente, non ha valore, non esiste al di fuori del corpo di cui fa parte. «Cristo è realtà dove la molteplicità delle membra sono un corpo solo»1; Nel v. 13 Paolo parte da dati di fatto empirici, il primo dal simbolo agli individui, il secondo dagli individui al simbolo: – il battesimo nella logica di vita del Dio di Gesù Cristo unifica gli esseri umani, quale che sia la loro provenienza o derivazione culturale e sociale2; – l’acqua battesimale toglie la sete se la fonte è la stessa per tutti. Lo Spirito del Dio di Gesù Cristo è il modo in cui il Dio di Gesù Cristo vive: l’amore per ciascun essere umano.
La lettera ai Romani Nel cap. 6 della lettera ai Romani tutto si approfondisce ulteriormente: «[1] Che diremo dunque? Continuiamo a restare nel peccato perché abbondi l’amore di Dio? [2] È assurdo! Noi che gia siamo morti al peccato, come potremo ancora vivere nel peccato? [3] O non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? [4] Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova».
Al di là dell’egoismo esistenziale, gli esseri umani sono chiamati a due consapevolezze: – essere effettivamente vivi, cioè liberati dalla schiavitù della morte propria dell’egoismo stesso; – poter essere strumenti della giustizia del Vangelo per Dio, dunque a favore degli altri.
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Non è più l’obbedienza puramente umana a delle regole, a dei precetti, a delle norme il criterio della vita, ma l’amore di Dio donato agli individui che li chiama a vivere per amore. L’egoismo e l’amore di Dio non posso coesistere. Essere al servizio del peccato o essere al servizio della giustizia: questa è l’alternativa secca di fronte alla quale si trova ogni esistenza umana. Paolo la ripropone più volte, mutando la costruzione delle argomentazioni ed osservazioni (cfr. 6,16.18-19) e avvalendosi anche di un’ironia sarcastica (cfr. 6,20-21). L’autentica coscienza di essere stati domiciliati gratuitamente da Gesù Cristo nel suo Regno, ossia di avere una dignità di altissimo livello nell’esserne divenuti membri solo dall’amore e per amore, indirizza gli esseri umani a respingere ogni tentativo delle vecchie abitudini esistenziali moralistiche e soffocanti. Il segno battesimale rappresenta, comunque, una confessione pubblica della propria fede, che ne mette in luce il carattere di partecipazione intima e personale alla vittoria di Cristo sul peccato e alla vita nuova che egli ha iniziato con la sua risurrezione. Il battesimo mette perciò in moto un dinamismo nuovo in forza del quale il battezzato non ha più alibi, se compie gesti di peccato, tali cioè da negare il rapporto che lo unisce a Cristo e a Dio, perlomeno dal punto di vista divino. D’altra parte il fatto di aver ricevuto il battesimo non porta automaticamente a vivere secondo il Vangelo di Gesù… Gli Atti degli Apostoli La seconda parte di At 2 è il discorso di Pietro (vv. 14-36.38-39), in cui il portavoce degli apostoli spiega ai Giudei il senso di quanto è avvenuto. Non solo i capi dei sacerdoti, ma anche il popolo e la folla, avevano partecipato alla morte di Gesù. Ora, con l’effusione dello Spirito, tutto il popolo di Israele, anche quello della diaspora, è messo a confronto con la predicazione apostolica. Infatti dalla conversione degli israeliti nasce la comunità ecclesiale, il vero Israele. Da qui sino alla fine del cap. 2 si nota, da un lato (cfr. vv. 37-41), il processo che porta alla genesi del grup-
1. R. Fabris, Prima lettera ai Corinzi, Paoline, Milano 1999, p. 171. 2. Il riferimento uomo/donna, presente in Gal 3,28, non compare qui. Secondo vari commentatori l’anticonformismo di talune donne corinzie, non condiviso da Paolo, gli fa escludere questo riferimento.
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po di cristiani che si aggregano al nucleo originario dei discepoli di Gesù e, dall’altro (vv. 42-47), le caratteristiche-tipo della vita nella comunità cristiana. Infatti, dopo le parole che Pietro ha proclamato, si nota l’intensità del dialogo che si intesse con i suoi ascoltatori: «[37] Dopo aver ascoltato (essi) si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: “Che cosa dovremmo fare, fratelli?”. [38] E Pietro disse loro: “Cambiate mentalità e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, in vista della remissione dei vostri peccati e riceverete il dono dello Spirito Santo. [39] Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro”. [40] Con molte altre parole li scongiurava e li esortava: “Lasciatevi salvare (prescindendo) da questa generazione biecamente malvagia”. [41] Allora coloro che accolsero la sua parola furono battezzati e in quel giorno si aggiunsero circa tremila persone». La chiamata in causa di questi giudei, che si sentono attribuire un’accusa di correità con la morte di croce del Signore e Messia d’Israele, suscita in loro una reazione che arriva dal profondo dell’animo. La stilettata interiore che essi subiscono è dura e penetrante3: a partire da questo stato d’animo si rivolgono a Pietro e agli Undici per mettersi «letteralmente» nelle loro mani (v. 37). La replica del portavoce di questi «fratelli» è di grande rilievo sotto diversi punti di vista. Il quartetto di azioni/condizioni che viene delineato prospetta lo «status» che deve contrassegnare il cristiano (v. 38). Infatti – anzitutto è indispensabile un cambiamento radicale ed immediato della propria visione della vita: la trasformazione richiesta è tanto immediata quanto culturalmente profonda; – strettamente successivo, anche in termini di tempo, è l’invito a mettersi in condizione di ricevere il battesimo nella potenza del Cristo risorto, dunque allo scopo di entrare direttamente in questo dinamismo di vita; – il battesimo ha una precisa finalizzazione (cfr. anche Lc 24,47): la riconciliazione piena con Dio, cioè il superamento delle ragioni umane di rottura del rapporto con lui. La conversione profonda è il punto di partenza per poter giungere su una «lunghezza d’onda» che permetta di essere nuovamente ricettivi nei riguardi di Dio;
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– infatti a questo punto l’ispirazione esistenziale di matrice divina non solo giunge a titolo gratuito da Dio, ma soprattutto è davvero accoglibile da parte umana, dal presente al futuro. Questa parte positiva viene completata con un’altra pressante sollecitazione: perseguire la propria salvezza da parte di quanti si oppongono alla logica vitale divina delineata nei vv. precedenti e che vengono racchiusi in un’espressione di taglio primo-testamentario pregnante (cfr. Dt 32,5; Sal 78,8)4. Nel v. 41 l’amministrazione del battesimo a quanti hanno fatto proprie le parole di Pietro e l’integrazione nella comunità cristiana in formazione di un numero di persone molto vasto rispetto al novero di partenza (= 120 – cfr. At 1,15) mostrano un fatto: l’agire di Dio ha operato questi risultati con una portata quantitativamente eclatante. Alcuni capitoli dopo (cfr. At 10), un brano decisivo fornisce elementi importanti per comprendere che cosa il battesimo sancisca di evangelicamente esistenziale: «[34] Pietro prese la parola e disse: “In verità sto rendendomi conto che Dio non giudica in base a caratteristiche esteriori, [35] ma chi lo rispetta profondamente e costantemente e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui gradito. [36] Questa è la parola che egli inviò ai figli d’Israele, recando il gioioso annuncio della pace, per mezzo di Gesù Cristo: costui è il Signore di tutti. [37] Voi conoscete ciò che è accaduto in tutta quanta la Giudea, incominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; [38] cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazareth, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui. [39] E noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme. Essi lo uccisero appendendolo al legno (della croce). [40] Dio lo risuscitò al terzo giorno e volle che apparisse, [41] non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi, che mangiammo e bevemmo con lui dopo la sua risurrezione dai morti. [42] Ed egli ci ordinò di proclamare al popolo e di attestare che egli è il giudice dei vivi e dei morti costituito da Dio. [43] Tutti i profeti gli rendono testimonianza che ottiene la remissione dei peccati per mezzo del suo nome chiunque crede in lui”».
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Il testo di Atti segna, a questo punto, la fine del processo di coscientizzazione di Pietro (quantunque non sia così certo che egli sia rimasto fedele all’assunto qui affermato – cfr. Gal 2). Nel rapporto tra gli esseri umani e Dio, nulla conta al di fuori delle scelte esistenziali effettive che conducono la relazione umano-divina e quella interumana alla loro concreta e completa realizzazione. La ragione basilare di questo discorso risiede nella sovranità totale e totalizzante del Dio di Gesù Cristo. I vv. 37-41 sottolineano – la consacrazione divina complessiva di Gesù; – l’azione benefica di Gesù esclusivamente come liberazione dal potere diabolico; – l’apparizione del Risorto anzitutto a chi ha condiviso materialmente la vita con Gesù anche dopo la sua risurrezione, dunque è testimone completo dell’esistere umano del Cristo. Il cap. 10 si conclude con un testo che sancisce le riflessioni e i valori sviluppati sino a quel momento: «[44] Mentre Pietro stava ancora dicendo queste cose, lo Spirito Santo scese sopra tutti coloro che ascoltavano la Parola. [45] E i fedeli circoncisi, che erano venuti con Pietro, restarono fuori di sé dallo stupore per il fatto che anche sopra i pagani si fosse sparso il dono dello Spirito Santo. [46] Li sentivano infatti parlare lingue e glorificare Dio. [47] Allora Pietro disse: “Si può forse proibire che siano battezzati con l’acqua costoro che ricevettero lo Spirito Santo come noi?”. [48] Ed egli ordinò che fossero battezzati nel nome di Gesù Cristo. Dopo tutto questo lo pregarono di fermarsi alcuni giorni». 3. «La Parola li trafigge nell’intimo, pone allo scoperto i pensieri del loro cuore; con le spalle al muro, li riduce all’impotenza, li attraversa da parte a parte. Non sono più padroni di se stessi. Dio è entrato in loro, il loro intimo è dissociato, è dissolto. Molto di più che disarmati, se veramente applichiamo a questa parola ciò che dice la Lettera agli Ebrei sull’efficacia della Parola di Dio» (U. Neri, la dottrina del battesimo secondo gli atti degli apostoli, San Lorenzo, Reggio Emilia 1983, p. 18). 4. «Capite allora la coesistenza dei due discorsi: la salvezza proclamata a tutti; anche i più lontani devono essere raccolti in unità, ma insieme la non illusione della salvezza del mondo e in qualche modo anche la salvezza dal mondo nell’uscire, non fisicamente, non localmente, non geograficamente, non sociologicamente, ma nell’uscire dal mondo… È un equilibrio delicato quello che tiene insieme le due cose, ma mi pare proprio che sia necessario tenerle tutte e due insieme» (ivi, p. 51).
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La funzione di chi come Pietro ha vissuto questa relazione particolare e culminante con il Nazareno è, a questo punto, molto chiara. La testimonianza del tutto diretta della signoria divina sull’umanità si esprime come valutazione dirimente sulla qualità etica dell’esistenza di ogni individuo. Tutto questo nella consapevolezza, propria di coloro che sinora hanno parlato legittimamente al posto di Dio, che la possibilità di far trionfare il bene nella propria vita – dunque la riunificazione interiore e la trasparenza nei rapporti con gli altri – sia sempre alla portata di chiunque ad una sola condizione: la scelta esistenziale dell’affidarsi fiducioso a Dio. Pietro ha compreso, perlomeno in questo momento, che le distinzioni fondamentali tra gli esseri umani non sono quelle legate al loro patrimonio culturale precedente ma alle scelte etiche concrete di ogni giorno, all’apertura a Dio e ai propri simili che ciascuno può realizzare nella realtà dei fatti.
Il vangelo secondo Giovanni In Giovanni 3,2ss il tema battesimale ha una connotazione simbolica intensissima: (Nicodemo) «gli disse: “Rabbì, sappiamo che tu sei venuto da parte di Dio come maestro; nessuno infatti può fare i segni che tu fai, qualora Dio non sia con lui”. [3] Gli rispose Gesù: “In verità, in verità ti dico, qualora uno non sia generato a partire dall’alto, non può vedere il regno di Dio”». Nicodemo ragiona a partire dai dati d’esperienza, non ha preconcetti nei confronti di chi gli sta di fronte e, se si considera la realtà in senso meramente materiale e percettivo, non si può dire che abbia torto. La replica di Gesù, però, non è una risposta in senso stretto. Esiste per ogni essere umano l’eventualità concreta di avere la vita da Dio, al di là del fatto di essere nati materialmente attraverso la modalità umana consueta. La generazione dall’alto significa la «comunicazione che Dio fa all’uomo della sua propria vita»5, dunque della propria «realtà ed identità come a Gesù stesso»6. L’eventualità prospettata da Gesù presuppone un profondo cambiamento personale. Esso richiede una rottura con un passato che magari è basato sulla persuasione che la Torà e la sua osservanza bastino per avere una relazione con Dio autentica e significativa. La nuova qualità umana richiesta dal regno divino è la realizzazione del progetto di Dio che «consiste nel condurre alla sua pienezza l’essere stesso
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dell’uomo, infondendogli una nuova qualità di vita»7. «[4] Gli dice Nicodèmo: “Come può un uomo essere generato quando è vecchio? Può forse entrare nel grembo di sua madre ed essere generato una seconda volta?”. [5] Gli rispose Gesù: “In verità, in verità ti dico, qualora uno non sia generato da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio. [6] Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito. [7] Non ti meravigliare se ti dissi: ‘bisogna che voi siate generati dall’alto’. [8] Il vento soffia dove vuole e ne senti il suono, ma non sai da dove viene e dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito. Restando a livello materiale, anche una persona intellettualmente ben dotata come Nicodemo può soltanto stupirsi: non può ammettere una seconda generazione di chi è già nato. Sia l’utilizzazione «carnale» del verbo generare sia l’interpretazione dell’avverbio dall’alto secondo un valore temporale (di nuovo) ne esprimono l’incredulo disagio. Gesù non fa nulla per adeguarsi alla prospettiva dell’interlocutore: continua ad articolare il suo discorso, sottolineando che la generazione «celeste» già evocata riassume in sé alcune condizioni. Anzitutto l’esperienza diretta della prossimità con Dio è possibile soltanto se si ha una fisionomia radicalmente spirituale (v. 5b), acquisibile in ogni momento della vita e attribuibile esclusivamente da Dio8 (cfr. Gv 1,26-38). In secondo luogo, tra una persona chiusa al trascendente e un’altra ad essa aperta vi è assoluta incompatibilità perché ciascuna di esse non può che risultare fedele a se stessa (v. 6): «nascere dall’acqua e dallo spirito significa che l’uomo può e deve uscire dall’ignoranza di sé e degli altri, dall’ipocrisia con cui dà alle sue azioni una ragione diversa da quella che hanno, dall’ingiustizia per cui non si riconosce nel bisogno comune, dalla morte che infligge ai suoi simili e perciò anche a se stesso»9.
Inoltre la natura di chi ha in sé questa permeabilità spirituale non dipende da lui e neppure è da lui controllabile, ma si manifesta nelle forme ad un tempo più eteree e reali (v. 8). La vita dell’essere umano proviene dal respiro primordiale di Dio che anima e modella tutta la realtà e lo Spirito esiste anche se non è possibile spiegarne esistenza ed attività. Di più. Quello che
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sono coloro che sono nati dallo Spirito, da dove essi vengano e dove essi vadano è incomprensibile al mondo, esattamente come lo era Gesù agli occhi di molti giudei del suo tempo. Questa è la prospettiva nella quale occorre considerare questa affermazione di Gesù: la piena realizzazione della vita del cosmo che guarda all’avvenire ed è la meta di un lungo e tormentato cammino. In questa fase del regno di Dio si tratta di abbandonare la logica del progresso spirituale dipendente dal solo essere umano (quella cui anche Nicodemo fa riferimento) per ripartire da capo, aprendosi ad un principio esistenziale del tutto differente. Certamente la carne può anche essere sede e origine della vita dello spirito. Infatti la parola di Dio, sorgente di ogni esistenza, si è incarnata (cfr. 1,14; 1Gv 1,1-4), diventando alimento di una vita che non incontrerà mai la morte definitiva. L’umanità, abbandonata all’egoismo fine a se stesso, non può arrivare a compiere opere di tipo superiore e divino. Solo Dio, mediante il suo Spirito, può realizzare tutto ciò. L’essere umano che desidera vivere così, non può fare altro che accogliere questo dono (cfr. anche Tt 3,1-8)10. 5. X.-L. Dufour, Lettura del vangelo secondo Giovanni, 1, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo (MI) 1990, p. 389. 6. R. Fabris, Giovanni, Borla, Roma 1992, p. 252. 7. Ibidem. «Il concetto di nascita dall’alto... è un adattamento della speranza giudaica di una nuova creazione. Il giudeo ha familiarità con l’applicazione di questo concetto al popolo anche in contesti non escatologici, ma nella tradizione che deriva da Gesù l’elemento escatologico era costante» (G.R. Beasley-Murray, John, Thomas Nelson Publishers, Nashville 1999, pp. 48-49). 8. Cfr. la formula endiadica «da acqua e da Spirito»: «L’evangelista avrebbe riletto in chiave battesimale cristiana una formula nella quale si afferma la radicale iniziativa divina per poter accedere alla salvezza finale» (R. Fabris, Giovanni, pp. 253-254). 9. R. Osculati, Fare la verità, Bompiani, Milano 1974, p. 35. Circa l’interpretazione battesimale del v. 5 cfr., per es., l’articolata trattazione contenuta in R.E. Brown, Giovanni, pp. 186-190. 10. Per una trattazione globale del tema «battesimo» consiglio la lettura, per es., del volume Il Signore fra noi. Il mistero della presenza di Dio nel suo popolo, a cura di D. Fiorensoli, Centro Studi «Alberto Schweitzer», Il Segno dei Gabrielli, S. Pietro in Cariano (VR) 2008, pp. 11-127; E. Borghi (a cura di), Ama e fa quello che vuoi, Diocesi di Lugano, Lugano 2010, pp. 29-49. 88-100.
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Dal Nuovo Testamento alla vita della Chiesa e della società oggi I testi neo-testamentari rapidamente esaminati sono inequivocabili e convergenti: l’adesione fiduciosa all’amore del Dio di Gesù Cristo appare il connotato decisivo richiesto a chi sia battezzato. Si tratta di un dato esistenziale da sviluppare costantemente, senza darlo mai per acquisito in misura definitiva, cercando una relazione sempre più adulta e solidale con gli altri. Stabilire rapporti che si costruiscano ed approfondiscano ad immagine e somiglianza di questa connotazione d’amore appare il cuore della dignità e del ministero sacerdotale comune a tutti i credenti. Sacerdozio inteso come dono, compito e responsabilità verso la ricerca, per sé e per gli altri, di una santità dinamica, concreta, quotidiana, che guarda al bene massimo al di là della dimensione terrena della vita. Sacerdozio come opportunità di relazione tra Dio e l’umanità, alla ricerca di tutta la bellezza e la bontà possibili qui e ora insieme a chiunque operi secondo una lunghezza d’onda etica di questo genere. Coloro che hanno ricevuto il battesimo non sono diventati né diventano santi semplicemente perché sono stati immersi del tutto o in parte nell’acqua di un fonte battesimale ascoltando delle parole ritualmente pregnanti: se si credesse questo si sarebbe nel campo della magia e dell’irresponsabilità, non della fede cristiana. Analogamente insensato, sotto il profilo cristiano, sarebbe chi pensasse che il battesimo faccia diventare «figli di Dio», come se in precedenza si fosse stati «figli di nessuno» oppure faccia entrare in una «società di eletti» abilitati a credersi d’emblée migliori degli altri sul piano della fedeltà al Vangelo di Gesù. Il battesimo fa entrare in un dinamismo divino di bene gratuito ed esaltante che certamente viene dal Dio di Gesù Cristo e si attua per ciascuno in funzione di quanto egli vi aderisce con la propria libertà e responsabilità. Già a partire da questo presupposto ogni persona che cerchi di essere cristiana – ed è ovvio che chi è prete sia in questo novero – ha un compito che necessita di una vita almeno eterna. Infatti l’unico debito effettivamente insaldabile che ognuno ha verso Dio è l’amore verso gli altri esseri umani (cfr. Rm 13,7-8). Il sacerdozio ministeriale è una modalità importante di vivere questa logica, con responsabilità ecclesiali specifiche, che possono svilupparsi al me-
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glio solo e soltanto se il legame con il Signore Dio si rafforza giorno per giorno e se la collaborazione con i credenti di altri stati di vita, a cominciare dagli sposi, è degna di questa dignità battesimale comune. Se tutti, nessuno escluso, non si immergono nell’amore di Gesù Cristo e non si lasciano costantemente convertire ad esso nella loro mentalità, parlare di comunità dei discepoli di Gesù Cristo, cioè di Chiesa ha qualche senso? Si lasci pure, senza alcuna difficoltà, che la presidenza delle celebrazioni eucaristiche e l’amministrazione di sacramenti quali l’ordine e la riconciliazione resti nell’ambito delle precipue responsabilità connesse al sacerdozio ministeriale. Ci si interroghi seriamente, invece, su altri compiti, che si gioverebbero molto, tra l’altro, di un confronto di «pari» tra presbiteri e laiche/laici. La predicazione durante le stesse celebrazioni eucaristiche deve continuare ad essere parte esclusiva di chi ha ricevuto il sacerdozio ministeriale? Non sarebbe il caso di guardare, in questo caso con dinamica intelligenza, alle origini cristiane e all’esercizio di questo carisma in quei momenti iniziali della vita delle comunità cristiane? E poi si cerchi finalmente di mettere a tema le questioni che andrebbero risolte, anzitutto per il bene stesso di tutti i presbiteri. Quali? Vediamone qualcuna. Per essere testimoni credibili
Se si volesse fare un’inchiesta tra tutti i preti del mondo e si chiedesse loro che cosa li faccia star peggio, oggi, penso che una notevole maggioranza direbbe: la solitudine. Non mi riferisco anzitutto alla solitudine inerente al celibato obbligatorio (questione comunque certo importante e da ripensare, al di fuori di tradizionalismi e paure, in un quadro di valorizzazione dell’affettività anche nel ministero presbiterale). Intendo parlare di una solitudine assai più ampia e complessiva. Chi come me lavora da molti anni a stretto contatto con moltissimi presbiteri, in ambito pastorale come accademico, sa bene – e lo dice con gratitudine – che non pochi di loro riescono a costruirsi, nelle comunità parrocchiali o in altre istituzioni in cui operano, relazioni umane cordiali e intense. Esse consentono loro di guardare serenamente agli altri e di essere di solito non dei santi «inamidati», ma dei testimoni effettivamente credibili dell’amore evangelico. Troppi sono,
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tuttavia, i loro confratelli che risultano carenti (o carentissimi!) in proposito. Non sono stati educati, né appaiono interessati, a intessere rapporti che consentano a tutti di crescere, senza autoritarismi e complessi di inferiorità o superiorità, a partire da se stessi fino ad arrivare alle persone che compongono i contesti sociali in cui sono chiamati ad agire. Il retroterra esistenziale di ciascuno prima dell’inizio della formazione al presbiterato conta molto, ma parecchio si può fare durante il periodo precedente l’ordinazione, e i superiori/rettori dei seminari possono agire assai utilmente in questa fase decisiva11. E, comunque, nessuno deve diventare prete: ci sono casi in cui ci si chiede, esperienza pastorale alla mano, in particolare, negli ultimi dieciquindici anni, come certi individui possano essere stati ordinati presbiteri, visto che lacune caratteriali di ordine relazionale e certe derive culturali fondamentaliste erano già evidenti ben prima della stessa ordinazione diaconale… Forse, in questi casi, è un po’ illusorio e arbitrario sperare che lo Spirito Santo faccia miracoli dopo l’ordinazione! I vescovi potrebbero fare molto per aiutare i loro preti a superare o, almeno, a ridurre questa condizione che arriva talora a livelli di inaridimento interiore e chiusura spirituale drammatici. Se pensiamo a persone come mons. Tonino Bello, vediamo come anche tra i vescovi ci sono figure che non solo a parole, ma nei fatti, si possono definire «padri» dei loro preti. Anche se non arrivano alle altezze evangeliche del compianto episcopo di Molfetta. Questo, ovviamente, si verifica se gli stessi vescovi non hanno, a loro volta, difficoltà relazionali e non sono arrivati alla ordinazione episcopale per ragioni che con il Vangelo di Gesù hanno poco o nessun rapporto… In questo quadro rientra senz’altro la cura alla sensibilità culturale del presbitero. È drammatico che molti preti, una volta ordinati, si allontanino sempre più da tutto ciò che è approfondimento intellettuale e spirituale e leggano e si aggiornino sempre meno (per non dire per nulla). La formazione permanente è, invece, decisiva, se 11. Appare interessante, su questo e altri aspetti della formazione seminaristica dei candidati al presbiterato, il contributo di M. Camisasca, Discernimento vocazionale e direzione spirituale dei candidati al presbiterato, in «Rivista teologica di Lugano» XIV (3/2009), 471485.
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si vuole essere sempre più capaci di ragionevolezza, intelligenza e amore in una società che presenta, almeno da cinquant’anni, «sfide» particolarmente interessanti e preoccupanti sia dal punto di vista religioso che etico e culturale in genere. Tutto ciò implica, d’altra parte, che l’offerta formativa organizzata dagli uffici competenti nelle singole diocesi sia, a questo proposito, sempre all’altezza della situazione sotto ogni punto di vista, al di fuori di precettismi, moralismi e vuoti tradizionalismi. E i seminaristi vanno incoraggiati seriamente ad amare la cultura, non semplicemente a rispondere agli appelli d’esame, immagazzinando nozioni e non sviluppando senso critico, curiosità intellettuale e libertà di coscienza... Dal presente al futuro
Un sacerdote ministeriale che sia un effettivo sacerdote battesimale deve fare qualsiasi cosa per essere più che mai un uomo libero, capace di parole belle, buone e sincere, cioè davvero evangeliche, che diventino fatti di bellezza luminosa e di schietta bontà12. I vescovi e chi si occupa della pastorale vocazionale, della formazione dei
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seminaristi e di qualsiasi altro momento formativo che concerne i presbiteri devono dare il massimo rilievo alle capacità di relazione umana e di discernimento culturale. Si tratta di requisiti essenziali, insieme all’apertura adulta al trascendente, di chiunque intenda accedere al presbiterato. E se qualcuna di esse (o più di una) è molto relativa, forse l’ordinazione presbiterale non è proprio la vocazione di quella persona… In un intelligente ed appassionato articolo (cfr. «la Regione» del 12 marzo 2010) don Italo Molinaro ha evocato, tra l’altro, la necessità che il prete oggi sia «uomo spirituale dentro il fiume della vita» e ha sottolineato quanto il paradigma scelto per l’anno sacerdotale – il Curato d’Ars – sia tutt’altro che significativo per il nostro tempo. Non si può che dargli ragione, se si è membri vigilanti della Chiesa di Gesù Cristo (cfr., per es., Mt 25,1-13) e cittadini consapevoli della società contemporanea. «Uomo spirituale» non significa prono al potere delle gerarchie, compunto nel proprio colletto rigido e nella pretesa autorevolezza del proprio ruolo istituzionale, bensì radicato nelle esigenze profonde dell’umanità di oggi e di domani e con
Un cristiano indiano e… buddista
Raimon Panikkar, nato nel 1910 a Barcellona da padre indiano e madre catalana, è morto a 91 anni il 26 agosto a Tavertet , un paesino dei Pirenei. Di sé disse: «Sono partito cristiano, mi sono scoperto indù e ritorno buddista, senza cessare per questo di essere cristiano». Ordinato sacerdote nel 1946, Panikkar insegnò fino al 1950 filosofia della storia e psicologia all’Università Complutense di Madrid e nel 1954 ottenne il dottorato in teologia presso la Pontificia Università Lateranense All’età di 36 anni, l’incontro con l’India e con le tradizioni dell’induismo e del buddhismo:nella città santa indù di Varanasi, dove risiedette dal 1954 al 1966, si dedicò allo studio, alla scrittura, alla preghiera e alla meditazione, lavorando come ricercatore nelle università di Varanasi e di Mysore. A partire dal 1971 si stabilì all’Università di California a Santa Barbara, come titolare della cattedra di filosofia comparata della religione e di storia delle religioni, continuando tuttavia a recarsi periodicamente a Varanasi, e dunque dividendosi «tra una delle città più ricche, dello Stato
più ricco, della nazione più potente» e «una delle città più caotiche, in uno degli Stati più ‘sottosviluppati’, di uno dei Paesi più poveri del mondo»: Nel 1987 si ritirò dalla vita accademica e si stabilì a Tavertet, dove ha condotto fino alla morte una vita ascetica, continuando a scrivere e a pubblicare e partecipando a incontri e conferenze. Panikkar è autore di più di sessanta libri e di centinaia di articoli sulle religioni comparate e il dialogo interreligioso. È «teologo di un dialogo intrareligioso», relativo cioè «alle diverse funzioni e ai diversi aspetti del religioso che si danno e fioriscono in ciascuno di noi». Egli ci ha insegnato a sapere e sentire che, pur essendo cristiani, possiamo essere anche ebrei e musulmani, buddisti e taoisti, «rispettando la differenza tra le religioni senza volerle livellare con la forza, senza che una si imponga sulle altre». Sull’«Osservatore Romano», il teologo Rosino Gibellini (sotto il titolo «Uomo di frontiera, tra Oriente e Occidente»), descrive il suo cosmoteandrismo come «armonia con se stessi, con il mondo e con il divino, che tra-
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il cuore e la mente aperti alle profondità del mistero dell’amore di Dio. Un presbitero davvero «spirituale» non si sente anzitutto il ponte tra Dio e gli uomini, non fa del tradizionalismo e dell’obbedienza ad ogni costo le condizioni fondamentali, magari per far carriera… Cerca di maturare, anche nella fedeltà intelligente ai superiori, in ossequio alla libertà della sua coscienza, dei connotati esistenziali complessivi magari alla Filippo Neri, alla Mazzolari, alla Milani, alla Turoldo, alla Gnocchi, alla Puglisi, alla Romero, alla Küng13… Insomma cerca di ispirarsi agli esempi di vita di presbiteri che hanno preso sul serio il Vangelo di Gesù nelle forme più varie, ma tutte sincere, intense e responsabili… 12. Segnalo, tra le molte, pubblicazioni edite sui temi di questo articolo in questi ultimi anni tre volumi «belli e buoni»: P. Renner, Grenzen – Confini. Vita freelance di un prete felice, Il Margine, Trento 2008; P. Bignardi, Preti e laici. L’ora della corresponsabilità, Cittadella, Assisi 2010; A. Grillo, Uomini liberi di buone parole, Cittadella, Assisi 2010. 13. Si veda, a quest’ultimo proposito, lo splendido libro-intervista di A. M. Valli, Hans Küng, ribelle per amore, Edizioni la meridiana, Molfetta 2010.
scende uomo e mondo, ma che rimane nell’uomo e nel mondo come Realtà delle realtà». Afferma che «in parole semplici, il grande studioso delle religioni avverte l’uomo secolare (ma anche l’uomo confessionalmente religioso) di tenersi aperto al mistero, per vivere una vita compiuta, e non decurtata, di esperienza umana». (da un testo pubblicato da ADISTA, 11 settembre, a firma Claudia Fanti) Pluralismo protestante. Il Sinodo comune delle Chiese valdese e metodista d’Italia, organo supremo delle due comunità, ha autorizzato la benedizione di copie omosessuali a certe condizioni: non si tratta di matrimonio, avente in Italia effetti civili; la cerimonia deve essere decisa dalle singole comunità, dopo approfondita discussione ed evitando di creare scissioni. Secondo la pastora Maria Bonafede, presidente della Tavola valdese (cioè dell’esecutivo), «non si tratta dell’accoglienza o meno degli omosessuali, ma della benedizione di persone che vogliono testimoniare davanti a Dio e alla comunità di fede il loro impegno in una vita comune».
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cronaca
CRONACA INTERNAZIONALE
Libertà religiosa. Il relatore speciale delle Nazioni Unite sulla libertà religiosa ha denunciato la mancanza di uguaglianza esistente tra le religioni in Europa, per una evidente differenza a danno delle minoranze. Per il relatore spetta agli Stati garantire la piena uguaglianza, base della pace sociale. Tra i cattivi esempi è stata citata la Svizzera, per la diversità di trattamento tra minareti islamici e campanili cristiani. La questione del crocefisso è invece stata discussa dalla Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, chiamata in causa dal Governo italiano che contesta la decisione che giudicava come la presenza di un crocefisso in una scuola pubblica abbia violato il diritto all’educazione del genitore di due allievi non cattolici. L’appello italiano, sostenuto anche da altri dieci Stati europei (tra essi Malta, San Marino , Monaco... ), afferma che il crocefisso è un simbolo di identità nazionale e che la decisione impugnata limiterebbe la sovranità riconosciuta ai membri dell’Unione Europea in materia religiosa. Una decisione della Grande Camera è attesa solo tra qualche mese. (La rivista «Il Regno» ha pubblicato il testo integrale della sentenza e il ricorso del Governo italiano: è consigliata la lettura per chi vuol discutere del tema!) Una Corte dello stesso tribunale di Strasburgo dovrà inoltre pronunciarsi su alcuni ricorsi diretti contro la decisione del popolo svizzero che ha inserito nella Costituzione il divieto di costruire nuovi minareti. Per il Governo svizzero sono irricevibili, perché ai ricorrenti… non è stata impedita la costruzione di un minareto! Intanto a Langenthal è stata concessa via libera alla costruzione del minareto autorizzato prima del divieto deciso con la votazione federale del novembre 2009. Un insegnante vallesano, del ciclo d’orientazione e presidente dei Liberi pensatori vallesani, ha chiesto che sia tolto il crocefisso dai locali dove lavora, invocando la sentenza del Tribunale federale del 1990 relativa alla scuola di Cadro. È stato licenziato perché in Vallese la scuola deve formare dei buoni cristiani. Martiri sindacali. La Confederazione sindacale internazionale (CSI) denuncia nel suo rapporto annuale che nel 2009 sono stati assassinati in Co-
lombia 48 sindacalisti (uno la settimana!), quasi la metà dirigenti. Sedici sindacalisti sono stati uccisi in Guatemala, 12 in Honduras, 6 in Messico e in Bangladesh, 4 in Brasile, 3 nella Repubblica dominicana e nelle Filippine. I due terzi degli assassini avvengono nell’America del Sud: gli antidemocratici sanno che sono spesso i sindacalisti in prima linea per difendere la democrazia. La CSI riunisce 176 milioni di lavoratori, con 312 organizzazioni presenti in 155 Paesi. La crisi finanziaria ha causato un aumento della repressione anti-sindacale in molti Paesi e un numero sempre maggiore di lavoratori è confrontato con l’insicurezza del posto di lavoro: secondo l’organizzazione sindacale, circa la metà dei lavoratori, nel mondo, occupa posti precari.
Donne vescovo nel 2014. Il sinodo della Chiesa anglicana d’Inghilterra ha deciso di permettere a donne di diventare vescovo; la Chiesa episcopale scozzese l’aveva già deciso nel 2003, donne vescovo ci sono nelle Chiese episcopali degli Stati Uniti e del Canada, mentre la Chiesa del Galles ha respinto nel 2008 tale possibilità. Ma l’attesa sarà ancora lunga per la Chiesa inglese: la decisione deve essere approvata dai 44 sinodi diocesani, e poi dal sinodo generale nel 2012; se accettata, le prime donne vescovo per la Chiesa d’Inghilterra potranno essere elette nel 2014. Quando la Chiesa anglicana decise di ordinare donne prete nel 1994, oltre 400 membri del clero tradizionalista abbandonarono la Chiesa (molti divennero cattolici). Anche l’ordinazione delle donne vescovo creerà conflitti, ma è stata respinta la proposta di creare «diocesi parallele» per gli anti-femministi. È possibile che vengano trovate soluzioni a livello locale, applicando il buon senso inglese che sa ancora distinguere nella «gerarchia delle verità» (fondamentale riscoperta del Vaticano II, ignorata dai fondamentalisti di ogni lido). Amare la terra con l’Islam. La nona Giornata ecumenica del dialogo cristiano-islamico, promossa in Italia da un vasto raggruppamento di riviste e comunità, avrà luogo quest’anno il 27 ottobre, con lo slogan «Amare la terra e tutti gli esseri viventi». Nel manifesto di presentazione della giorna-
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ta, dedicata in particolare alla salvaguardia dell’ambiente, si cita il Corano (Sura X, 66-67) che recita: «Certamente appartiene ad Allah tutto ciò che è nei cieli e ciò che è sulla terra (...) Egli ha fatto per voi la notte affinché riposiate e il giorno affinché vi rischiari. In ciò vi sono segni per la gente che ascolta».
Fraternità di San Pio X. La Fraternità sacerdotale di san Pio X, fondata dall’arcivescovo Marcel Lefebvre, conta 529 preti in 34 diversi Paesi, secondo i dati pubblicati lo scorso luglio dalla casa-madre di Menzingen. Nel 2010 la Fraternità ha proceduto a 20 ordinazioni, dal Vaticano dichiarate «illegittime». Il movimento lefebvriano dirige sei seminari internazionali, con 201 seminaristi, più un certo numero di novizi e postulanti; i fratelli sono 104 e le suore 74, ripartiti in una ventina di Paesi. Tra i nuovi preti, anche un ex pastore luterano d’origine svedese; inoltre alla Fraternità di Ecône ha aderito un canonico di 36 anni, Yannick Escher, dell’abbazia di SaintMaurice, prete dal 2001, professore e assistente degli studenti nonché collaboratore della stampa vallesana.
Giornata di preghiera. La Giornata mondiale di preghiera avrà luogo nel 2011 venerdì 4 marzo. La liturgia è stata preparata dalle donne cilene, scegliendo il motto: «Quanti pani avete?». Il risultato della colletta della GMP (che lo scorso anno ha fruttato fr. 538.000) sarà destinato alla formazione di base e al perfezionamento di donne dell’emisfero sud. Un pomeriggio d’informazione sul Cile avrà luogo a Bellinzona, al Centro evangelico (viale Franscini 1), sabato 15 gennaio. Come a Gerusalemme. La meditazione scelta per la Settimana dell’unità dei cristiani del 2011 è tratta dagli Atti degli Apostoli (2,42) e propone l’esempio della Chiesa di Gerusalemme: «Uniti nell’insegnamento degli Apostoli, la comunione fraterna, la frazione del pane e le preghiere». Chissà se dopo tanto meditare... si giungerà alla «realizzazione».
N u m e ri a r re t r a t i ?
I numeri arretrati di «Dialoghi» si possono ordinare a: Pietro Lepori, 6760 Faido Tengia al prezzo di fr. 12.–
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osservatorio ecumenico
OSSERVATORIO ECUMENICO Celebrato a Edimburgo il centenario missionario
Dal 2 al 6 giugno si è svolta a Edimburgo (Scozia) la Conferenza missionaria mondiale «Testimoniare Cristo oggi», durante la quale trecento delegati di tutte le confessioni cristiane, provenienti da 60 Paesi, hanno celebrato insieme il centenario del primo grande incontro ecumenico sulla missione, tenutosi proprio nella capitale scozzese nel 1910, evento che di fatto sancì la nascita del movimento ecumenico. Protestanti storici, anglicani, ortodossi, cattolici, evangelicali, pentecostali, appartenenti alle Chiese libere, provenienti dal Nord e dal Sud del mondo, si sono interrogati sul ruolo che può avere una testimonianza comune del Vangelo oggi, in un mondo dove la realtà cristiana appare sempre più frammentata. Con tavole rotonde e incontri di gruppo i delegati hanno cercato per una settimana di mettere a fuoco le sfide per la missione nel XXI secolo, con una convinzione ben precisa: oggi l’evangelizzazione avviene in tutte le direzioni; da e verso ogni luogo geografico del pianeta, e non più soltanto dal Nord verso il Sud. La Conferenza si è conclusa con una solenne celebrazione ecumenica svoltasi nella sala dell’Assemblea generale della Chiesa di Scozia a Edimburgo – sede storica della Conferenza missionaria mondiale del 1910 – dove ai trecento delegati si sono aggiunti novecento invitati locali e internazionali. Al termine è stato letto un «Appello comune» in cui si riafferma «l’urgenza» della missione. «Missione e unità vanno di pari passo» ha detto durante la celebrazione di apertura Olav Fykse Tveit, segretario generale del Consiglio ecumenico delle Chiese – sottolineando la responsabilità delle Chiese di «offrire riconciliazione all’umanità. Riconciliazione con Dio, tra gli esseri umani, con il Creato».
Donne pastore nelle Chiese cristiane
Sebbene il messaggio del Nuovo Testamento affermi chiaramente la pari dignità dell’uomo e della donna, non sembra che nel cristianesimo primitivo si sia posta la questione dell’accesso delle donne alle funzioni di governo della Chiesa. E se in alcune correnti marginali, come quella dei montanisti, nei primi secoli le donne hanno ricoperto tali ruoli, la «grande Chiesa» ha scelto di non seguire quella strada. Il dibattito c’è stato invece intorno alla possibilità che donne battezzino e insegnino: ma anche su questo punto ha prevalso il parere negativo. Nel medioevo, Tommaso d’Aquino si è espresso contro l’ordinazione delle donne con un argomento destinato a condizionare a lungo la riflessione cristiana: la parità tra i sessi esiste «nell’ambito della grazia e della salvezza», ma non «nell’ambito della natura». In altre parole, uomo e donna avranno uguale dignità nel futuro Regno di Dio, ma qui e ora, e nella Chiesa, sono e rimangono diversi. La Riforma protestante ha affermato il sacerdozio universale di tutti i credenti, abolito il celibato dei preti e chiuso i conventi. Non poche donne appresero a leggere per poter accedere ai testi biblici e parteciparono nella diffusione del messaggio della Riforma. Ma Lutero e Calvino esclusero le donne dall’accesso al ministero pastorale. La svolta arriva con i movimenti protestanti del «Risve-
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glio», nella prima metà del Settecento. In Gran Bretagna e nelle colonie americane, alcune donne cominciano a predicare in pubblico e ricevono il sostegno di John Wesley, il fondatore del metodismo, il quale situa la loro vocazione nel quadro di un «appello straordinario». La predicazione femminile è valorizzata anche nell’Esercito della Salvezza: la cofondatrice del movimento, Catherine Booth (1829-1890), pubblica nel 1859 un testo dal titolo inequivocabile: «Il ministero delle donne o del loro diritto a predicare l’evangelo». Lei stessa predica nelle chiese e anima campagne di evangelizzazione. A metà dell’Ottocento le donne assumono un ruolo preponderante in due ambiti particolari della vita delle Chiese evangeliche: quello della «scuola domenicale» (cioè del catechismo per i più giovani) e quello della missione Oltremare. La loro capacità di insegnamento e di predicazione viene riconosciuta in India, in Africa e in Cina. Nelle Chiese storiche della Riforma protestante, nel corso del Novecento, c’è stata una forte evoluzione. A partire dagli anni Sessanta, numerose Chiese riformate e luterane hanno ordinato donne-pastore, e alcune hanno introdotto l’episcopato femminile. Anche nella Comunione anglicana ci sono diverse Chiese che hanno introdotto il sacerdozio femminile e alcune permettono l’accesso delle donne all’episcopato. Diversa, per quanto riguarda il pastorato femminile, la situazione nelle nuove Chiese evangeliche: fino a oggi quelle che riconoscono il pastorato femminile sono in minoranza, ma la situazione è in rapida evoluzione (da un articolo di Paolo Tognina, in «Voce evangelica», luglio-agosto 2010).
Due unioni tra i riformati
Il 17 giugno si è svolta a Grand Rapids (USA) l’assemblea costitutiva della Comunione mondiale delle Chiese riformate (CMCR), nata dalla fusione dell’Alleanza riformata mondiale (ARM) e del Consiglio ecumenico riformato (REC). La Comunione comprende 227 Chiese in 108 nazioni, in rappresentanza di 80 milioni di cristiani riformati. All’assemblea costitutiva del nuovo organismo ha partecipato anche una folta delegazione (22 persone) delle Chiese evangeliche riformate svizzere. Tra i delegati, il neoeletto presidente della Federazione delle Chiese evangeliche in Svizzera (Fces), Gottfried Locher, e il presidente uscente Thomas Wipf. Lo scorso 15 giugno è stato invece fondato il Consiglio nazionale degli evangelici francesi (Cnef), organismo che riunisce le correnti protestanti parallele alle tradizionali Chiese luterano riformate. Il Cnef si affianca alla storica Federazione protestante francese (Fpf), fino ad oggi l’unica rappresentante dei circa 1,2 milioni di protestanti francesi. Stéphane Lauzet, pastore evangelico e uno dei creatori del Cnef, assicura di rappresentare «il 70% delle circa 2200 Chiese evangeliche» francesi, suddivise in 40 denominazioni. La Fpf afferma per contro di federare al suo interno «200 000 dei circa 400 000» evangelici di Francia. Al di là della guerra dei numeri, è certo che le Chiese evangelicali hanno conosciuto un forte sviluppo, dovuto anche alla creazione di chiese di migranti asiatici, africani e sudamericani, che hanno cambiato la fisionomia del protestantesimo in Francia, introducendovi un’espressione della fede molto estroversa e comunicativa e, su certi argomenti, di tono conservatore, lontano dalle aperture degli ambienti protestanti tradizionali.
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notiziario (in)sostenibile
NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE a cura di Daria Lepori
Andiamo al massimo. Immaginate di aver già speso il 21 agosto tutto il vostro salario fino al 31 dicembre, tredicesima compresa. È la situazione della Terra relativamente alle sue risorse. Ciò che consumeremo fino alla fine del 2010 non potrà più essere rinnovato dalla natura. Il cosiddetto Earth Overshoot Day si verifica ogni anno sempre più presto: infatti è caduto quattro giorni prima del previsto. Oltre a essere allarmante, la situazione è ingiusta. Noi abitanti dei Paesi industrializzati viviamo alle spalle di persone che non hanno contribuito a questo spreco di risorse e che ne subiscono solo le conseguenze negative.
Denaro per la sostenibilità. La Chiesa cattolica del cantone di Argovia ha creato un fondo speciale dotato di mezzo milione di franchi. Esso permetterà di finanziare diversi progetti per motivare le parrocchie a economizzare energia negli edifici di loro proprietà. Una fetta importante – centomila franchi – sono già stati devoluti al Fondo per il clima di «Sacrificio Quaresimale» e «Pane per tutti». Il Fondo è stato aperto nel corso della Campagna ecumenica 2009 sulla giustizia climatica. Attraverso di esso sono finanziati progetti nei Paesi del Sud che affiancano le popolazioni già toccate dalle conseguenze negative del mutamento climatico, da una parte nel farvi fronte (adattamento) e dall’altra ad avanzare sulla strada del proprio sviluppo riducendo al minimo le emissioni di gas a effetto serra (mitigazione). Niente fonderie nell’Orissa. Nel 2005, il gigante della siderurgia sudcoreano Pohang Iron and Steel Company (al quarto rango della classifica mondiale) aveva firmato con lo stato indiano di Orissa un contratto per installare nel distretto di Jagatsinghpur un complesso industriale integrato con un sito per l’estrazione del ferro, fabbriche siderurgiche e un porto. Questo progetto faraonico, del costo di dodici miliardi di euro, che prevedeva di trasformare lo stato di Orissa in una Ruhr asiatica, ha però incontrato l’opposizione della popolazione. Si trattava per la maggior parte di aborigeni, popolazioni autoctone, dalits (senza casta) e cristiani che vivono ancora oggi delle risorse della foresta, di piscicol-
tura e d’agricoltura familiare. Non si sono lasciati trarre in inganno dai dépliant colorati con la rappresentazione favolosa del nuovo impianto e della promessa di posti di lavoro, scuole, dispensari medici. Hanno denunciato, oltre a indennizzi ridicoli, il disastro ambientale, l’inquinamento dell’ambiente naturale e soprattutto il non rispetto dei loro diritti di comunità. La chiesa cattolica si è, a più riprese, schierata a fianco degli oppositori al sito siderurgico. Mons. John Barwa, vescovo di Rourkela, ha dichiarato di opporsi a tutto quanto va contro gli interessi delle comunità locali e che la Chiesa non può accettare un progetto che prevede di scacciare i legittimi proprietari dalle loro terre, aprendo la strada a povertà e fame. La Chiesa ha duramente condannato che la polizia, nel maggio scorso, abbia sparato sulla folla di persone che dimostravano contro il progetto.
Obbligo della prova. Per la prima volta in Argentina la coltivazione intensiva di soia geneticamente modificata sarà confrontata a una restrizione, grazie alla reazione della popolazione. Un tribunale arbitrale ha dato ragione a un gruppo di abitanti della cittadina di San Jorge nella provincia di Santa Fe. Questi avevano chiesto l’interruzione del trattamento dei terreni coltivabili con il diserbante Roundup eseguito a dispersione con piccoli aerei. Numerose famiglie abitanti nei pressi delle piantagioni di soia avevano sofferto di problemi respiratori e nausee. Una seconda decisione del tribunale è probabilmente di maggior importanza e rappresenta un precedente, perché l’obbligo della prova è stato capovolto: non sono più le vittime a dover dimostrare la pericolosità dell’agente tossico contenuto nel diserbante ma chi permette il suo utilizzo (in questo caso lo Stato argentino) a dover dimostrare la sua innocuità. Fin qui il governo centrale, che grazie all’esportazione di soia alimenta le sue casse con quattro miliardi di dollari all’anno, aveva sempre negato la pericolosità del diserbante della Monsanto per la salute. Da anni in Argentina si è aperta una nuova caccia all’oro poiché la soia, con un prezzo sul mercato mondiale in costante ascesa, è un investimento molto interessante. Oggi il 57% delle aree coltivate a cerea-
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li e piante oleose è costituito da soia, di cui solo il 10% è destinato al fabbisogno locale, il resto è esportato soprattutto verso Cina, India e UE. La soia è redditizia però solo se coltivata su grandi superfici e se si riducono al minimo gli interventi. Per questa ragione si evita di arare i campi, che per essere liberati dalle erbacce sono trattati a tappeto con diserbante. La soia transgenica invece ne è resistente è può così essere seminata facilmente.
Cercate sottoterra. La Svizzera importa la totalità del gas naturale che consuma. Dalla fine dello scorso anno Gaznat e Holdigaz hanno iniziato le trivellazioni nel Lemano per verificare la presenza (e la possibilità di sfruttamento) del combustibile fossile. L’impresa è per il momento ancora all’insegna del dubbio, dal momento che non si conoscono né l’entità del giacimento né i costi finali per il suo sfruttamento. Tuttavia l’investimento sul sito di Noville, presso Villeneuve, è di alcune decine di milioni di franchi. In passato la tecnologia non ha mai permesso di procedere a un sondaggio di questo tipo: per non trivellare sulla superficie del lago si procede dapprima a una perforazione verticale a riva per poi orizzontalmente avanzare verso il bacino. Il prezzo troppo basso del petrolio rende poco redditizio uno sfruttamento di una (eventuale) sacca di gas «elvetico». I promotori non escludono comunque la possibilità di sfruttare il sito in altro modo, per esempio per la geotermia.
Come ci nutriamo. Nutrirsi implica tutta una serie di attività, che vanno dalla pesca alla fabbricazione di fertilizzanti, dal riscaldamento di serre alla produzione di imballaggi, dal lavoro meccanico della terra al trasporto delle merci, fino a chi le consuma. Tutte queste attività sono possibili grazie all’utilizzo di combustibile fossile e quindi sono la causa di emissioni di CO2; inoltre presuppongono l’utilizzo di vaste superfici di terra e di enormi quantità di acqua potabile. Un’alimentazione è «dolce» quando chi mangia presta attenzione a non pesare in modo eccessivo sulle risorse del pianeta. Gli assi portanti dell’alimentazione dolce sono almeno due: ridurre il consumo di carne e acquistare prodotti agricoli locali e di stagione. La terza regola da rispettare rimane quella di… mangiare meno. Non consigliabile a tre quarti dell’umanità, purtroppo.
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opinioni
BIBLIOTECA
Il Concilio Vaticano II e quel che ne è seguito
Stamattina in Cattedrale abbiamo dato il benvenuto a un nuovo «canonico». Nella presentazione che di lui ha fatto il Vescovo mi ha colpito la data di nascita del candidato: il 1963, l’anno dopo l’apertura del Concilio Vaticano II! Nel 2012 saranno cinquant’anni dall’inizio di quell’evento. Urge prepararsi a discuterne, se non si vuole che la data passi come sull’acqua la luce di un mattino. Non definiamo forse «liquida» questa società? Ma possono i cristiani, i cattolici, la Chiesa di Roma non tornare a riflettere sul Vaticano II e su quel che ne è seguito? A riaprire il discorso ci aiutano due libri, diversi e complementari. Il primo scritto da un gesuita americano che negli anni 1963-1965 seguì lo svolgersi dell’assemblea conciliare mentre a Roma era impegnato a scrivere la sua tesi di laurea. Si intitola Che cosa è successo nel Vaticano II ed è edito da Vita & Pensiero. La prospettiva scelta per l’opera è quella giusta: (1) fare del Concilio «un resoconto breve e leggibile» (2) «inquadrare nei loro contesti, storici e teologici» le questioni affrontate (3) «fornire una chiave interpretativa per capire che cosa speravano di realizzare i padri conciliari». Va riconosciuta all’autore una qualità propria a molti autori d’area anglosassone: saper descrivere le cose in modo piano ma completo e mai banale. Lo svolgimento dei lavori è riassunto in modo efficace, così pure i problemi che si pongono e le soluzioni che il Concilio trovava e non trovava. Spiegare il contesto era più difficile. Oggi si tende a guardare al Vaticano II come a un punto di partenza, da cui giudicare gli effetti del post-Concilio. In realtà le continuità e le discontinuità rispetto alla storia precedente della Chiesa cattolica sono così numerose da smentire un altro pregiudizio: che si sia costretti a scegliere tra «continuità» e «discontinuità» rispetto alla tradizione. L’interpretazione, infine, richiedeva capacità di sintesi e originalità. O’Malley ritiene che la nota più originale sia consistita nel rinnovamento del registro linguistico: nei suoi documenti, il Concilio ha recuperato lo stile epidittico caratteristico padri della Chiesa, esprimendosi cioè non più per asserzioni normative ma tracciando un ideale di fedeltà e di riforma al quale acquisire l’assenso interiore e desiderare l’appropriazione. Mi sia permessa un’osservazione: è per la totale noncuranza di questo cambio di registro che Romano Amerio rigetta non solo il linguaggio neoterico del Concilio ma il Concilio stesso! La seconda lettura è da me suggerita come complemento della prima. Gilles Routhier è un canadese che insegna anche all’Institut Catholique di Parigi. Il volume, pure edito da Vita & Pensiero, raccoglie saggi e discorsi su un tema unico: la recezione ed ermeneutica del Vaticano II. È meno compatto e ci sono varie ripetizioni, ma è stimolante per riflettere a quel che è accaduto «dopo». Che cosa sia recezione è detto a pag. 105: «un processo per il quale un gruppo ecclesiale (anzitutto una Chiesa locale) si appropria, assimila e integra un bene spirituale che non ha lui stesso prodotto ma che gli è offerto, fino a riconoscerlo [o a non riconoscerlo, ndr.] come sue bene proprio e farne una determinazione per la sua vita». Hic Rhodus, hic salta. Ma il salto costa fatica, perché a studiare la recezione non servono i giudizi già fatti ma la ricerca: sul terreno delle Chiese e delle comunità, paziente e puntuale – avvenuta per ora solo sporadicamente. Il metodo di Gilles Routhier è stato al centro di un convegno organizzato all’Università cattolica di Milano nel marzo di quest’anno e il dibattito su questo punto occupava la maggior parte della cronaca che ne ha fatto «Il Regno Attualità» del 15 aprile 2010 (pp. 248-250). Lavorare sulla recezione a me pare il modo più concreto per affrontare il problema di chi è nato dopo il Concilio e lo ha vissuto in un contesto ecclesiale e sociale profondamente mutato. E.M. J. W. O’Malley, Che cosa è successo nel Vaticano II, Vita & Pensiero, Milano, 2010, pp. 384, € 25.
G. Routhier, Il Concilio Vaticano II. Recezione ed ermeneutica, Vita & Pensiero, Milano, 2007, pp. 398, € 25.
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In questo numero
Dossier: I conti nelle tasche (povere tasche) della Diocesi Impegni in aumento, proventi precari e non sufficienti di Enrico Morresi
Articoli ✧ LA BEATIFICAZIONE DI JOHN HENRY NEWMAN Conti aperti della Chiesa con la modernità (Davide Zordan) 2-5 ✧ GLI OTTANT’ANNI DI ALBERTO LEPORI (E. M.) 5 ✧ CHE RISULTATO HANNO DATO GLI «OBIETTIVI DEL MILLENNIO» (Peter Niggli) 11-13 ✧ Non del tutto negativo il bilancio intermedio operato dall’ONU 12 ✧ PER UN SACERDOZIO MINISTERIALE CHE SIA SACERDOZIO BATTESIMALE (Ernesto Borghi) 15-20 ✧ Un cristiano indiano e... buddista: Raymon Panikkar 20 ✧ CRONACA INTERNAZIONALE
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✧ CRONACA SVIZZERA 9, 10, 14 ✧ OSSERVATORIO ECUMENICO 22 ✧ NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE
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✧ BIBLIOTECA - J. W. O’Malley, Che cosa è successo nel Vaticano II (Vita & Pensiero); - G. Routhier, Il Concilio Vaticano II. Recezione ed ermeneutica, (Vita & Pensiero) 24
dialoghi di riflessione cristiana Comitato: Alberto Bondolfi, Ernesto Borghi, don Emilio Conrad, Serse Forni, Aldo Lafranchi, Alberto Lepori, Daria Lepori, Enrico Morresi, Margherita Noseda Snider, Marina Sartorio, Carlo Silini. Redattore responsabile: Enrico Morresi, via Madonna della Salute 6, CH-6900 Massagno, telefono +41 91 - 966 00 73, e-mail: enrico.morresi@sunrise.ch Amministratore: Pietro Lepori, 6760 Faido Tengia, tel. 091 866 03 16, email: leporipietro@bluemail.ch. Stampa: Tipografia-Offset Stazione SA, Locarno. I collaboratori occasionali o regolari non si ritengono necessariamente consenzienti con la linea della rivista. L’abbonamento ordinario annuale (cinque numeri) costa fr. 60.–, sostenitori da fr. 100.– Un numero separato costa fr. 12.– Conto corr. post. 65-7206-4, Bellinzona. La corrispondenza riguardante gli abbonamenti, i versamenti, le richieste di numeri singoli o di saggio e i cambiamenti di indirizzo va mandata all’amministratore.