211 dialoghi Locarno – Anno 42 – Aprile 2010
di riflessione cristiana
BIMESTRALE
LO SCANDALO DELLA PEDOFILIA SCUOTE LA CHIESA
Sappiamo quanta pena, quanta autentica sofferenza abbia causato questo scandalo a chi, in buona fede, non pensava che si potesse arrivare a tanto. Il problema è, ora, dove si vuole veramente «arrivare» con la riflessione. Perché c’è chi si ferma alla superficie della denuncia, cioè all’immagine di tutta una categoria – i preti – corrotta e corruttrice, su cui la satira si è esercitata con l’abituale mancanza di rispetto e di senso delle proporzioni. Più opportuno sarebbe, superato lo choc, riflettere al dolore senza nome di tante vittime che al trauma del torto subito hanno dovuto aggiungere, alcuni per anni, la sofferenza di doverlo tacere. C’è chi fa un passo ulteriore, e pone l’autorità ecclesiastica di fronte alle sue responsabilità per la «politica» dell’insabbiamento praticata per anni. Toccando il fondo della questione, ci si potrebbe aprire all’interrogativo se un «consiglio evangelico» non sia stato indebitamente ridotto a un obbligo legale, aprendo una discussione sul legame – non solo ipotetico – tra pedofilia e celibato obbligatorio. A tutti questi strati della questione ha pensato «Dialoghi» con gli articoli che pubblica in questo numero (dopo il primo, di Aldo Lafranchi, sul numero 210), accettando l’amaro compito di tenere aperte le piaghe, rifiutando senza mezzi termini l’apologismo di circostanza ostentato dal quotidiano della Diocesi, accettando invece l’invito del Papa a provare rimorso e vergogna, e poi aprirsi a penitenza, cioè (secondo quel che significa il termine) a invertire la rotta.
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La pedofilia dei preti cattolici nell’agenda dei media Errori troppo a lungo negati, la Chiesa ne paga il conto La massa impressionante di notizie che da mesi avvolge la Chiesa cattolica dentro il manto oscuro della pedofilia del clero genera percezioni alterate della realtà. In particolare, si ha l’impressione che l’opinione pubblica finisca col considerare questo scandalo come la cifra disonorevole del cattolicesimo ai tempi di Papa Ratzinger. Le cose non stanno così. La Chiesa di oggi paga il conto di una situazione antica e di errori commessi dai predecessori di Benedetto XVI (in parte anche da lui). Certo, colpisce l’ampiezza delle nuove denunce, riferite, tuttavia, a vicende vecchie di decenni. Si è verificato, con ogni probabilità un effetto-domino, facilitato dall’insistenza dei mass media sullo spinoso dossier: dopo il cambiamento di clima nella stessa Chiesa cattolica con il passaggio dall’omertà all’ammissione delle proprie responsabilità, molte vittime hanno trovato il coraggio di parlare dei loro casi. E alla fine si è generata un’autentica valanga di denunce. Così, numerose diocesi si sono viste costrette a recitare un pubblico mea culpa e a indicare nuove norme per bloccare il fenomeno e proteggere le vittime. A mano a mano che il flusso di notizie si ingigantiva, sono finiti sotto accusa di volta in volta la stampa, colpevole di ordire un complotto anticattolico, e il Papa stesso, colpevole di avere coperto casi di pedofilia prima di salire al soglio pontificio. Solo una ricostruzione precisa dei fatti, tuttavia, può consentire una valutazione equilibrata della questione. I prodromi
La pedofilia del clero cattolico è nell’agenda dei media già da anni. Nel 2008, nel suo viaggio negli Stati Uniti, Papa Benedetto aveva assicurato la linea dura contro i preti pedofili ai fedeli di una Chiesa che dal 1950 in poi ha contato cinque mila preti «abusatori» e 12 mila vittime minorenni, le cui storie furono in gran parte insabbiate dalle rispettive diocesi. Boston fu la città più colpita. In totale, la Chiesa cattolica americana ha pagato due miliardi di dollari di risarcimenti e molte diocesi si sono ridotte alla bancarotta. Stesso destino era toccato, negli scorsi anni, a diverse diocesi canadesi costrette a far fronte ai risarcimenti
(79 milioni di dollari) versati a migliaia di persone, in gran parte discendenti di aborigeni abusati nella corso del Novecento nelle scuole cattoliche. Non a caso, nella visita di due anni fa in Australia, dove le associazioni delle vittime avevano contato 107 preti condannati per pedofilia, papa Ratzinger aveva affermato per la prima volta che «i responsabili di tali misfatti devono essere portati davanti alla giustizia». Si può quindi affermare che il dossier della pedofilia del clero era noto da anni nella sua drammatica ampiezza. Eppure è esploso solo nel 2010. I due casi scatenanti
La vicenda che più di tutte ha detonato lo scandalo è quella dell’Irlanda. Le denunce vengono da due ponderosi rapporti governativi, il Ryan Report e il Murphy Report (dal cognome dei due presidenti delle commissioni d’inchiesta) che hanno rivelato - a partire dal 2009 - le dimensioni abnormi del fenomeno. Il rapporto Ryan, basato su più di 2500 testimonianze, attesta le violenze e gli abusi su minori commessi in scuole, seminari e parrocchie cattoliche tra il 1930 e la fine degli anni Settanta. Il rapporto Murphy si è invece concentrato unicamente sulla diocesi di Dublino, tra il 1975 e il 2004. A sconcertare l’opinione pubblica, al di là del numero degli abusi, comunque rilevante, è stato soprattutto l’atteggiamento delle autorità cattoliche: di fronte alle denunce di abusi presentate dalle vittime o dalle loro famiglie, invece di intervenire contro i colpevoli, hanno eretto un muro di silenzio, con la scusa di proteggere la reputazione dell’istituzione ecclesiastica e, probabilmente, anche di evitare di pagare i risarcimenti. Il rapporto Murphy accusa quattro ex arcivescovi di Dublino, i loro ausiliari e i loro stretti collaboratori di aver coperto i casi di pedofilia. Gli ausiliari «omertosi» sono diventati a loro volta vescovi. Ma, sottoposti alla pressione popolare, hanno presentato le loro dimissioni. Proprio mentre a Roma il Papa convocava i vescovi irlandesi per conferire con loro sul problema della pedofilia, la stampa tedesca apriva un secondo «fronte» di denuncia che ha raf-
forzato l’ondata di sdegno contro la Chiesa cattolica. Stando ai resoconti giornalistici, sono emersi almeno 250 casi accertati e indiscutibili di abusi nelle 27 diocesi germaniche; le stime pessimistiche parlano però di molti più casi (forse seimila) e la magistratura ha rivelato di indagare, nel riserbo, su non meno di 14 religiosi. Fra i casi documentati fanno particolarmente rumore quello del collegio gesuita Canisius di Berlino, dove a gennaio era già scoppiato lo scandalo; quello di Monaco, dove nel 1980 fu impiegato un prete pedofilo ufficialmente all’insaputa dell’arcivescovo, l’attuale papa Joseph Ratzinger; quello del coro di voci bianche di Ratisbona, i celebri Domspatzen, diretti dal fratello maggiore del Papa e teatro di almeno due casi conclamati e alcune denunce; quello di Friburgo, dove l’attuale presidente della Conferenza episcopale tedesca, Robert Zollitsch, all’epoca responsabile del personale della diocesi, si limitò a prepensionare un prete sospettato di abusi su almeno 17 minorenni senza denunciarlo. La reazione di Benedetto XVI
Di fronte alla tempesta mediatica che si ingigantiva, Papa Ratzinger ha giocato la carta della trasparenza e della «tolleranza zero» rispetto ai colpevoli. Dopo una serie di dichiarazioni episodiche nelle quali indicava già chiaramente la strada della penitenza per i colpevoli e della vergogna di fronte alle vittime, l’apice della sua glasnost si è raggiunto con la lettera pastorale del 19 marzo da lui indirizzata ai cattolici irlandesi. La volontà di voltar pagina rispetto all’inveterata prassi dell’insabbiamento è indiscutibile: la lettera, infatti, esprime «apertamente la vergogna e il rimorso» della Chiesa alle vittime della pedofilia in Irlanda («avete tremendamente sofferto ... So che nulla può cancellare il male che avete sopportato»), condanna gli ecclesiastici «abusatori» («avete tradito la fiducia riposta in voi da giovani innocenti e dai loro genitori. Dovete rispondere di ciò davanti a Dio onnipotente, come pure davanti ai tribunali») e rimprovera i vescovi per le loro mancanze («alcuni di voi e dei vostri predecessori avete mancato, a volte
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gravemente, nell’applicare le norme del diritto canonico...»). L’effetto-domino
Probabilmente non ha torto chi ritiene che la reazione del Papa di fronte al dilagare dello scandalo, per quanto ferma e coraggiosa, sia stata tardiva. Mentre il capo della Chiesa cattolica si cospargeva il capo di cenere, in effetti, la straordinaria diffusione di informazioni sul fenomeno e il profondo mutamento di atteggiamento nei confronti delle autorità ecclesiali hanno avuto il duplice effetto di far emergere dal silenzio molte altre storie che erano state ingiustamente archiviate decenni fa e di indurre le autorità religiose ad annunciare misure efficaci per evitare il ripetersi di simili delitti e consentire la denuncia di quelli dimenticati. Per settimane e settimane non è passato giorno senza che un giornale scoperchiasse qualche altra pentola degli scandali. Impossibile - e forse anche inutile – elencare tutti i casi, spuntati come funghi, da ogni angolo dell’orbe cattolico. Citando, a caso, le notizie emerse in quei frangenti si è saputo degli almeno 137, tra preti e suore, coinvolti in abusi in Olanda tra gli anni ’50 e ’70; di circa 300 casi in Austria (dove si sarebbero anche verificate importanti «dimissioni» di fedeli dalla Chiesa cattolica); dei 14 casi conosciuti tra il 2001 e il 2010 su cui indaga la Chiesa spagnola., eccetera. E anche la Chiesa cattolica svizzera ha fatto i conti con gli scheletri nei propri armadi. Si sono riaperte alcune inchieste, soprattutto nella diocesi di Coira, e il 13 marzo scorso l’abate di Einsiedeln, Martin Werlen, ha spiegato alla «Mittelland-Zeitung» che gli sportelli delle diocesi, a cui possono rivolgersi le vittime, avevano ricevuto sessanta segnalazioni su presunti casi di abusi sessuali. Diocesi sotto pressione
In tutta Europa le conferenze episcopali si sono trovate di colpo sotto la pressione dei media e dell’opinione pubblica. I vescovi hanno tenuto conferenze stampa ed emanato comunicati nei quali esprimevano il proprio rincrescimento e la propria vergogna per la situazione e assicuravano l’assunzione di misure che impedissero il ripetersi di situazioni analoghe in futuro. Sono stati istituiti «numeri verdi» per denunciare abusi passati, sono state create commissioni diocesane indipendenti d’inchiesta, sono
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emerse proposte concrete sul fronte della formazione dei candidati al sacerdozio (il vescovo di Lugano, Pier Giacomo Grampa, ha parlato della necessità di esami psicologici accurati), si è chiesto di istituire a Roma un registro centralizzato dei preti pedofili (proposta del già citato abate di Einsiedeln, Martin Werlen). In alcuni casi particolarmente spinosi sono rotolate le teste. Le dimissioni toccano ormai anche l’episcopato. Il primo è stato monsignor John Magee, il vescovo irlandese che fu segretario di tre Papi, Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II, accusato dal «Comitato nazionale per la salvaguardia dei bambini» di aver disposto semplici trasferimenti di sacerdoti pedofili senza adottare nei loro confronti alcuna sanzione ecclesiastica. Il secondo caso è quello delle dimissioni del vescovo di Bruges, in Belgio, che ammette di aver avuto relazioni pedofile anche da vescovo! Un terzo caso (fino alla chiusura redazionale di questo articolo) riguarda un altro vescovo irlandese, ausiliare di Dublino... Deformazioni mediatiche
Al cospetto di tali e tante rivelazioni imbarazzanti per la Chiesa cattolica, la società civile pare essersi scordata che il problema della pedofilia non è una macchia esclusiva del cattolicesimo. Si sa che gli abusi sui minori avvengono, percentualmente, più tra le mura domestiche che fuori di casa. Basterebbe questo dato – ampiamente riconosciuto da chi si occupa di infanzia abusata – a dimostrare che la piaga della pedofilia nel clero è solo uno dei molti oscuri capitoli del fenomeno. Dei minori si abusa soprattutto in famiglia, nelle scuole e nelle associazioni più o meno ricreative che si occupano di bambini. Questo argomento, non solo legittimo, ma necessario per giungere ad una corretta comprensione dei fatti, è stato oggettivamente poco considerato dai media. E, quando lo si è fatto, è stato soprattutto per sottolineare che quel tipo di reato è molto più odioso se a commetterlo è un prete, che dovrebbe essere un modello morale, un uomo del quale i giovani devono potersi fidare automaticamente. Vero. Ma a noi non sembra meno grave se a tradire la fiducia di un bambino è suo padre o un suo famigliare. Bene ha fatto la cancelliera tedesca Angela Merkel, nel mezzo della crisi, a ricordare che la pedofilia è un fenomeno che riguarda tutta la società e non solo la Chiesa cattolica.
Apologie insensate
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Siccome gli estremi si toccano, a una visione unilaterale della questione che tendeva ad addossare tutte le colpe della pedofilia sulla Chiesa cattolica si è contrapposta, in modo manicheo, la visione diametralmente opposta che tendeva ad interpretare il boom mediatico attorno agli abusi nella Chiesa come un complotto contro il cattolicesimo in generale e il Papa in particolare. «La pedofilia è una scusa» ha scritto l’ateo devoto Giuliano Ferrara, «l’obiettivo è la Chiesa» (tesi analoghe sono state sostenute da noi sul «Giornale del Popolo» a più riprese). L’apice della strategia goffamente apologetica l’ha tuttavia raggiunto il predicatore personale di Benedetto XVI, padre Raniero Cantalamessa, che durante la sua omelia del Venerdì Santo aveva citato la lettera di un suo amico ebreo (di cui non ha mai rivelato il nome) secondo il quale gli attacchi al Papa sulla pedofilia erano paragonabili all’antisemitismo. Inutile sottolineare che l’immagine della Chiesa non è stata pretestuosamente imbrattata dai suoi nemici storici. La vergognosa pratica dell’insabbiamento dei casi di abusi è una colpa incontestabile. Nei guai, la Chiesa ci si è messa da sola. Ovvio, però, che chi non l’ama ne abbia approfittato per metterla ulteriormente in cattiva luce. Gli attacchi al Papa
Che dire, allora, dei reiterati attacchi a Benedetto XVl da parte dell’autorevole «New York Times» e di altri media, soprattutto tedeschi? L’argomento è complesso. Con ogni probabilità era inevitabile, nella mentalità americana, che a pagare per i tragici errori della Chiesa fosse il suo responsabile ultimo (in terra). Si è letto, recentemente, che secondo alcuni avvocati statunitensi la Chiesa non è altro che un’enorme azienda multinazionale e i preti sono da considerare come dipendenti diretti del Papa. E in America, se i vice-capi sbagliano, il capo deve dare le dimissioni. Vista dall’Europa, la faccenda appare più sfumata. Meglio considerare le accuse specifiche contro Joseph Ratzinger e valutarle ad una ad una che emettere una sentenza di condanna generica al Papa in quanto simbolo della Chiesa. Senza perderci nei dettagli, allora, possiamo riassumere in questi termini la faccenda. Joseph Ratzinger era arcivescovo di Monaco di Baviera
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Una spallata al clericalismo?
Diverso è stato il suo ruolo quando era cardinale prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede in Vaticano. Non c’è dubbio che sulla sua scrivania siano finiti numerosissimi incarti relativi a ecclesiastici pedofili (compreso quello del famoso padre Murphy che avrebbe abusato di duecento bimbi sordomuti negli Stati Uniti). Si sa che nel 20% dei casi la Congregazione da lui presieduta ha ridotto i preti allo stato laicale, nel 60% ha optato per punizioni amministrative senza avviare un processo canonico e nel restante 20% non ha fatto nulla. Difficile stabilire a tavolino se sia stato un «grande insabbiatore», come pretendono numerosi suoi critici, o un giudice insolitamente severo rispetto alla prassi abituale della Chiesa. È certo invece che la lettera De delictis gravioribus – che non si occupa solo di pedofilia, ma di varie mancanze che riguardano i sacramenti e la moralità – nella quale non invitava esplicitamente i vescovi a deferire i crimini alle autorità civili e impone il «segreto pontificio» su queste vicende, ha contribuito a prolungare in molte diocesi la pratica dell’insabbiamento. È tuttavia necessario ricordare che nel 2003 Ratzinger aveva emanato un regolamento interno (reso pubblico solo l’aprile scorso) nel quale si diceva che «va sempre dato seguito alle disposizioni della legge civile per quanto riguarda il deferimento di crimini alle autorità preposte». Fermo restando che anche lui, da arcivescovo e da cardinale, ha in un qualche modo partecipato alla stagione del silenzio ecclesiale, è capitale ricordare che, divenuto Papa, Joseph Ratzinger ha indicato con assoluta chiarezza la via della «tolleranza zero» e dell’impossibilità per il clero di sottrarsi al giudizio della società civile e dei suoi tribunali. Carlo Silini
SPIGOLI & SPIGOLATURE
Cattolici senza Papa, senza errori se possibile… Nell’agenda dei media ci sono anche… i giornalisti. Nelle ultime settimane, sulla Chiesa cattolica e i preti se ne sono lette di cotte e di crude. Sul «Giornale del Popolo», per esempio, di Santa Caterina da Siena si è ricordato solo «il dolce Cristo in terra» (per dire che il Papa dovrebbe essere solo amato e mai criticato) e dimenticate le strattonate della veste papale che la Santa aveva l’abitudine di dare. I giornalisti, si sa, vanno di fretta… Ma alcuni pubblicano ma anche libri, e presso editori illustri. Spiace annoverare fra questi anche Riccardo Chiaberge, redattore responsabile del supplemento domenicale del «Sole – 24 Ore», un inserto che meritoriamente esclude le interviste agli autori e pratica ancora la recensione. Se si capisce (ma solo fino a un certo punto) che il giornalista illustre per la fretta sia potuto incorrere in qualche imprecisione, meno si comprende che un editore come Longanesi non disponga di editors che capiscano qualcosa di quel che la casa produce e pubblica. Chiaberge propone «un itinerario personale alla scoperta di un’altra Chiesa» (p. 14), sceglie «di dare la parola ai cristiani senza potere» (p. 15), addirittura vuole esprimere «una dichiarazione d’amore… per la religione dei [suoi] avi» e «per la straordinaria ricchezza e multiformità del mondo cattolico» (ivi). Con scrittura spigliata e piacevole, ci fa incontrare persone e personaggi di varia levatura e competenza. Purtroppo, autore ed editore cadono in grossolani errori d’informazione, rendendo problematica tutta la testimonianza. Ecco, ma solo a sprazzi, alcuni degli svarioni che si incontrano nel libro. Camillo Ruini è il «bellicoso segretario della Cei» (ne era presidente – p. 10); con Ratzinger, la Chiesa «ha ripristinato la messa in latino e riabilitato i discepoli di monsignor Lefebvre» (ma la messa in latino non è mai stata abolita, «ripristinato» è il messale precedente la riforma liturgica – p. 12); il Concilio Vaticano I «ha introdotto il celibato ecclesiastico!» (il punto esclamativo fa parte della citazione – p. 96); a pag. 98: «la regola del Vaticano I negativa della sessualità» (e dài!), mentre a pag. 139 «la Chiesa dei poveri è predicata dai La Pira, dai don Milani e dai Dossetti». A p. 172, «tra gli scomunicati eccellenti, oltre ad Hans Küng, compatriota e amico del futuro papa», sono citati Edvard Schillebeeckx e Leonardo Boff (ma nessuno dei tre è mai stato scomunicato). A pag. 175 si dice che «i trattati internazionali stanno alla base» della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, mentre sono del 1966; a pag. 253 siamo informati che in Francia «l’insegnamento della religione è obbligatorio nelle scuole»: ma si doveva dire che non costituisce una materia specifica, essendo la tematica religiosa spalmata in diverse materie (con riflessi negativi sui risultati). a.l. / em.
R. Chiaberge, Lo scisma. Cattolici senza papa, Longanesi, Milano, 2009, pp. 295.
Anche gli angeli hanno la loro crudeltà
«Siamo alla nuova funzione del paesaggio, che coincide, e non casualmente, con la forsennata distruzione di tanta parte della natura. Nasce una sensibilità nuova proprio di fronte alle cose che stiamo perdendo per sempre, una profonda esigenza di ritrovare se stessi nel contatto con un mondo nativo per miracolo non ancora cancellato. Non parlo dello spuntino sull’erba o del bagno nel fiume, ma di raccoglimento, contemplazione, in un’ora di solitudine vera, perché la natura non si dà che a chi sa esser solo. Sembra stravagante parlarne oggi; eppure un’ora di solitudine contemplativa è un altissimo diritto dello spirito, anche se pochi lo sanno».
Benjamin Constant
Anna Gnesa
Questa valle Questa valle
quando sono stati coperti dalla sua diocesi alcuni casi di pedofilia del clero o sono stati trasferiti ad altre parrocchie dei preti pedofili. Questo è sicuramente vero, ma non significa che si sia occupato lui personalmente di quei casi. Forse dovrebbe scusarsi per quegli insabbiamenti in quanto ex responsabile ultimo della diocesi, ma sarebbe forzato attribuirgli la responsabilità individuale per quelle scelte, fatte dai suoi più stretti collaboratori, come essi stessi hanno confermato.
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ANNA GNESA (1904-1986). Originaria di Brione Verzasca, ottenuto il diploma di maestra alla Scuola Magistrale di Locarno, inizia la sua attività di insegnante a Lavertezzo. Dopo un periodo trascorso in una scuola francese in Siria (Damasco), si iscrive alla Facoltà di Lettere dell’Università di Zurigo, laureandosi nel 1948 con una tesi su Emilio Cecchi pubblicata postuma (Dadò 1997). Tornata in Ticino, svolgerà l’attività di docente di scuola maggiore a Caslano, Tenero e Gordola. Collaboratrice a varie riviste, ha pubblicato Questa valle (1974, 1999) e Lungo la strada (1978, 2001).
Il 31 agosto 1814 Benjamin Constant si reca da Juliette Récamier, che conosce da più di dieci anni, perché lei vuole affidargli un incarico. Ed ecco che, subitanea, inesplicabile esplode in lui la passione. Prende così l'avvio un epistolario di straordinaria bellezza in cui altalenano senza sosta tutti i sentimenti che può ispirare un'esperienza amorosa totalizzante: esaltazione, scoramento, tenerezza, ribellione, gelosia, desiderio, disperazione.
Anna Gnesa
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Questa Valle Anna Gnesa Formato 12.5x21, 144 pp., Fr. 20.–
«E oggi, noi che vediamo sempre più arretrare la natura e con essa la vita, noi che abbiamo perduto il silenzio, pensiamo con rapace nostalgia a che cosa doveva essera la valle quando era intatta da cima a fondo, e la gente e le cose sue facevano parte di quella natura».
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Un ideale, anche evangelico, non può essere un obbligo Sulla relazione tra pedofilia e celibato obbligatorio dei preti Esiste una relazione di senso o di causa tra pedofilia e obbligo del celibato? In tempi burrascosi come il presente, l’interrogativo scopre i nervi. Infatti, si dimostrasse l’esistenza di un legame tra i due, come si potrebbe ancora difendere quell’obbligo? Cosa diventerebbe la Chiesa cattolica agli occhi del mondo se la gerarchia rifiutasse di modificare la disciplina? È tutt’altro che casuale il ritornello «la pedofilia non ha nulla a che fare col celibato», intonato dalla gerarchia alla ricerca delle cause di così tante storie di pedofilia nella Chiesa. Ma alla sicurezza con la quale si nega ogni rapporto si contrappone la debolezza dell’analisi delle cause. Se si considera che l’alta gerarchia vaticana è l’unica deputata a decidere le misure atte a mettere fine allo scandalo, o per cercare almeno di ridurlo il più possibile, l’assenza di una ricerca approfondita delle cause per le future potenziali vittime può essere una vera tragedia. Per Benedetto XVI, la pedofilia nella Chiesa sarebbe dovuta a un’errata interpretazione della dottrina del Concilio Vaticano II. Per il responsabile della Sala stampa vaticana responsabile è «la rivoluzione sessuale degli anni ‘60»1. Per il segretario di Stato vaticano, card. Bertone, «la pedofilia non è collegabile al celibato sacerdotale, caso mai questo tipo di patologia sessuale è da mettere in relazione all’omosessualità». Tesi smentita, seduta stante, da un giornale che nella colonna accanto a quella che riportava le parole del cardinale pubblicava la notizia «Violenze su una bimba, arrestato il sacerdote»2. Il Vaticano ha preso le distanze dalla tesi del suo segretario di Stato. Se quelle sono le analisi, come sperare in decisioni all’altezza della gravità del problema? Non scavare in profondità evita certo il disagio di dover prendere decisioni impegnative. Per chi, come il cardinal Bertone, non ammette un nesso tra pedofilia dei preti e celibato, forte è la tentazione di sottolineare che la pedofilia, patologia sessuale, è una malattia che uno si trova addosso senza volerlo e senza poterci fare nulla. A quel punto più nessuno è responsabile, tutti sono assolti in partenza e la questione del legame col celibato è superata prima di essere posta.
Ma davvero non esiste nessun nesso tra pedofilia e obbligo del celibato? A differenza del monaco che emette i voti di castità, povertà e obbedienza, il prete il celibato non lo sceglie ma lo deve accettare con la scelta del ministero. Fosse libera la scelta, non c’è dubbio che la maggioranza dei preti cattolici non sceglierebbe il celibato. Succederebbe come nelle altre Chiese cristiane, dove al clero si dà facoltà di scegliere e la quasi totalità dei ministri accede al sacramento del matrimonio. Nella Chiesa ortodossa scelgono il celibato soltanto i preti che aspirano a diventare vescovo, in pratica sempre scelto tra i monaci. Succede, col passare degli anni, che il prete cattolico si ritrovi un giorno legato affettivamente a una donna. Chi non ricorda il vescovo dell’America latina arrivato al Concilio Vaticano II con la speranza che i padri conciliari decidessero la libertà del celibato, dato che nella sua diocesi tutti i preti, parole sue, avevano una donna? E la sua delusione quando Paolo VI avocò a sé la questione, sottraendola al Concilio? Chi nega l’esistenza di un nesso tra pedofilia e obbligo del celibato si accontenta di pensare che in caso di sofferta solitudine affettiva il prete una donna la può comunque trovare. Implicita l’affermazione che soltanto un prete «non normale» si attaccherà ai ragazzini o alle ragazzine o ad ambedue. La pedofilia sta nel catalogo delle perversioni sessuali. Perversa, per l’oggetto inadeguato, nell’adulto è l’attrazione affettiva e sessuale ristretta a bambini(e), ragazzi(e), giovani adolescenti. È possibile che dei giovani, ignari pedofili per struttura psichica, siano attirati dalla bellezza del ministero sacerdotale, ma il loro numero dovrebbe rappresentare un’infima minoranza, non significativa. Non avranno mai storie con donne, disporranno tuttavia sempre della libertà di conformare la vita alla scelta della castità, con un impegno pari a quello del prete che, in rapporto alla donna, rispetta il celibato. Secondo un’Istruzione di Benedetto XVI seminaristi con alle spalle esperienze vissute di pedofilia non sono più ammessi al sacerdozio. A ragione perché, varcato il Rubicone, la via del ritorno si fa molto difficile e ogni nuovo ce-
dimento rende viepiù improbabile il ravvedimento. Maggiore interesse ha la domanda se esistano individui dal profilo psichico nella norma, che all’occorrenza possono diventare pedofili. Dovrebbe trattarsi della maggioranza dei preti che stanno creando la valanga che investe la Chiesa cattolica. Quali le possibili «cause» del percorso dalla normalità alla perversione? Si comincia sempre col pensare a difficoltà incontrate dagli interessati nel percorso dall’infanzia alla maturità della personalità. Il confronto con la differenza dei sessi, è vero, non va mai da sé e non tutti arrivano alla fine dell’adolescenza col cesto colmo di fiori. C’è chi si innamora ma non riesce a svelare il sentimento; c’è chi si innamora ma la passione non ha la sperata consistenza, per cui appassisce come i fiori; c’è chi si innamora ma platonicamente; c’è chi si ferma allo stadio intermedio della normale evoluzione della sessualità e non riesce ad andare oltre il proprio sesso. Questi destini sarebbero una predisposizione alla pedofilia? Assolutamente no, nessuno lo può affermare. Persone così possono farsi prete? Perché no? Possono accedere al presbiterato perché dal profilo psichico la loro posizione in nessun modo li rende inidonei a un celibato di castità. Anzi, in certi casi potrebbe rivelarsi una soluzione, per di più nobile, che facilita le cose. Come carattere, non diventeranno il prete ideale che vive un celibato che inietta sostanza, positività, calore nei rapporti con la gente, rivelando una persona umanamente ricca e equilibrata che tutti incontrano volentieri. In nessuna professione si trovano soltanto rappresentanti ideali. La questione del celibato obbligatorio la si giocherebbe dunque altrove, e precisamente nei dintorni della castità. Di principio tutti i preti sono celibi, nella realtà non tutti lo sono. Il possibile approdo alla perversione da parte di preti «normali» può essere spiegato con lo sgretolamento progressivo della loro castità. Importante è sottolineare che nessun prete diventa pedofilo improvvisamente da un giorno all’altro, e nemmeno lo diventa per forza, in nome di spinte interiori incontrollabili. Il passaggio all’atto, il diventare pedofilo nei fatti è sempre
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preceduto da un lasciarsi andare progressivo a comportamenti privati incompatibili con la castità. Per la nostra questione, la domanda diventa se in un adulto «normale» possa avverarsi che la privazione del normale rapporto affettivo-sessuale con la donna e il sentire come eccessivo il peso dell’astinenza imposta dal celibato possano portarlo alla decisione di lasciarsi scivolare su un sentiero costellato di compromessi sempre più gravi con la castità, con fior di peccati in pensieri (fantasie, immaginario perverso, pornografia), forse in parole, sicuramente in opere (si è letto di preti sorpresi con riviste pornografiche, di preti pescati a scaricare immagini pornografiche da Internet, anche di un vescovo e di un monaco!). Abbattute, nella coscienza, le barriere morali vitali, può arrivare il momento nel quale il prete si trova pronto a passare all’atto fatale, a tradurre nella realtà i desideri e le fantasie che hanno segnato l’immiserirsi della sua castità, un passo che lo precipita negli abissi del male? La risposta è: sì, purtroppo è possibile. Si aggiunga che l’immaginario perverso si nutre a partire dalla materia quotidianamente a disposizione e si capisce come non sia un caso che molti atti di pedofilia del clero avvengano dentro istituti e collegi, dove gli alunni sono «vittime facili, troppo a portata di mano, troppo indifesi, troppo sensibili alle attenzioni affettuose, troppo portate a idealizzare l’adulto che si prende cura di loro per opporsi in una situazione di comportamento ambiguo dell’adulto…»3. Senza l’obbligo del celibato, la stragrande maggioranza dei preti pedofili avrebbe scelto il matrimonio, non il celibato. Senza la privazione del normale rapporto affettivo-sessuale con la donna, si può pensare che la maggioranza di loro non sarebbe finita nella perversione? Avessero potuto vivere il registro della sessualità dentro una normale relazione di coppia, si sarebbe aperto lo spazio per un pervertimento progressivo fino alla pedofilia? Sapendo che la pulsione sessuale si tranquillizza quando si realizza nel modo ideato dal Creatore, ci vorrebbe una forzatura per inventarsi una perversione. Qualcuno qui citerà i casi di pedofilia commessi da persone adulte sposate. L’indicazione calza. Ma se gli adulti sposati che si fanno pedofili sono una consistente minoranza, non c’è motivo di sperare che ancora meno numerosi sarebbero i preti pedofili nel caso in cui fosse lo-
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ro concesso di sposarsi? Non solo: anche per i laici sposati che hanno ceduto alla pedofilia la questione va inserita nel contesto della castità. Esistono infatti regole e misura che, se rispettate, traducono il concetto di «castità coniugale», modo sano, casto, di vivere la sessualità. Esistono purtroppo casi dove, anche all’interno delle coppie, misura e regole non vengono rispettate. C’è qualcosa della forza dell’evidenza4 nella convinzione che mosche bianche sarebbero i casi di preti sposati pedofili. Ritenere che la maggioranza dei preti pedofili non sarebbe finita nella pedofilia se avesse potuto vivere una normale vita di famiglia, con tanto di moglie e figli è dunque un’ipotesi che può attestarsi a tesi. Dovrebbe diventare difficile affermare che l’obbligo del celibato non giochi un ruolo nella maggioranza dei casi di pedofilia dei preti. Ne consegue che nel vecchio regime, prima cioè della recente adozione da parte di Benedetto XVI della strategia della «tolleranza zero», la corresponsabilità della gerarchia nel dilagare della piaga nella Chiesa passava non soltanto dalla «massima tolleranza» (nascondimento dei casi e protezione dei colpevoli) ma anche dall’ostinazione nel chiudere orecchie e cuore alle voci, anche autorevolissime (si pensi a un card. Martini) che da anni chiedono un ripensamento della disciplina del celibato nella Chiesa d’Occidente. Il quadro evidenzia come la nuova strategia di lotta alla pedofilia nella Chiesa al momento rimane incompiuta: alla «tolleranza zero» (denuncia d’ufficio del colpevole alla giustizia civile) manca l’esclusione, pure d’ufficio, del colpevole dal ministero ( le «Linee direttive per contrastare gli abusi sessuali su minori» del 10 aprile 2010 prevedono che «in futuro la riduzione allo stato laicale potrà essere decisa su diretto intervento del Papa anche senza regolare processo e con pronunciamento inappellabile») e il ripensamento della facoltativa disciplina del celibato obbligatorio è di la da venire ( il «sacro celibato» non si tocca, ha ribadito Benedetto XVI). In appoggio alla tesi dell’impossibilità di escludere l’esistenza di un legame tra pedofilia e obbligo del celibato si deve citare la statistica che conta assai meno casi di pedofilia del clero nella Chiesa cattolica d’Oriente e nelle Chiese cristiane sorelle, che non obbligano i loro ministri al celibato. Vorrà pur dire qualcosa! A modo lo-
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ro, sostengono la tesi anche le statistiche che, da anni ormai, danno l’80% dei cattolici favorevoli alla scelta libera del celibato per i preti. Se agli intervistati si chiedesse il perché della loro convinzione ne uscirebbe l’espressione di un senso di affettuosa solidarietà nei confronti dei preti per le fatiche e le privazioni loro imposte da una misura disciplinare nemmeno fondata sulle Scritture, storicamente datata, decisa da considerazioni più economiche che spirituali. Lo ricordava recentemente la filosofa Lucetta Scaraffia, che collabora con l’Osservatore romano: i beni che sostentano i preti, alla loro morte restano alla Chiesa e non sono dispersi tra gli eredi5. La gente sa che un prete si può innamorare, conosce la forza del sentimento, sa che cosa significhi non poterlo esprimere, conosce il dinamismo fondamentale della sessualità nella vita di tutti e ciascuno, sa quale posto occupi la felicità di avere figli. Sa soprattutto che la castità della perfetta astinenza non è pane per tutti i denti ma condizione per davvero pochi eletti. Imporre una condizione tanto eccezionale a un’intera classe di persone significa ignorare di che pasta sia fatta l’umanità dell’uomo. Una Chiesa che si vuole «maestra in umanità» (Paolo VI) non dovrebbe misconoscere che l’umanità parla anche la lingua del vescovo latino-americano al Concilio. C’è perfino una legge matematica (non un’opinione, dunque), disegnata dalla curva di Gauss, a sostegno della tesi dell’impossibilità che un’intera classe di quattrocentomila persone possa essere costituita soltanto da persone capaci di rara virtù. Circa la formazione dei seminaristi, c’è chi vorrebbe affidarsi alla possibilità di intuire fin dal seminario il destino del celibato del futuro prete e conta sull’eventuale esistenza di tests psicologici o consulenze atti a cogliere predisposizioni latenti in grado di anticipare il futuro. Speranza vana, perché in realtà non c’è test che possa prevedere, con anni di anticipo, il comportamento di una persona. Esiste invece non solo la possibilità ma l’obbligo per i superiori di intuire il grado di maturità umana e di equilibrio della personalità dei candidati presbiteri. Per concludere. Chi ritiene urgente che la gerarchia faccia tutto quanto è in suo potere e dovere per ridurre il più possibile la piaga dei preti pedofili giudica positiva l’adozione della «tolleranza zero»; considera tuttavia che al concetto appartenga non solo la de-
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nuncia d’ufficio all’autorità civile dei casi ma anche l’esclusione dal ministero del prete condannato da un tribunale civile (ai divorziati risposati si proibisce l’Eucarestia, ai preti pedofili si permette di celebrarla!); chiede di conseguenza che si superi il compromesso della riduzione soltanto facoltativa prevista dalle «Linee direttive» del 12 aprile 2010; infine, si augura che Benedetto XVI si decida ad ascoltare le mille voci di vescovi preti e laici che da anni chiedono l’apertura del presbiterato a uomini sposati, i viri probati, allineando la Chiesa cattolica d’Occidente alla disciplina della Chiesa cattolica d’Oriente e delle altre Chiese cristiane. Sarebbe doveroso prendere atto della situazione di disagio esistenziale nella quale si sono trovati e si trovano tuttora non pochi preti. Prima del Concilio nessun superiore di seminario informava i candidati presbiteri che è stato soltanto nell’XI secolo, con papa Gregorio VII, che la Chiesa d’Occidente impose l’obbligo del celibato a tutti i preti «scatenando l’opposizione virulenta del clero italiano e più ancora del clero germanico […] in Germania solo tre vescovi osarono promulgare il decreto papale»6. Prima del Concilio, ai seminaristi i superiori insegnavano che l’obbligo del celibato discendeva direttamente dalla volontà di Gesù nei Vangeli. La conoscenza della storia, confermata dalle «mille autorevoli voci» in favore della libera scelta del celibato, ha avuto come effetto che nella coscienza di molti preti l’obbligo del celibato non fosse più sorretto da motivazioni sufficienti per una sua serena sopportazione. Si spiegano così non gli scandali della pedofilia ma situazioni come quella anticipata in Sud America e narrata dal vescovo latino-americano al Concilio. Il quale vescovo, avesse potuto intuire il calvario di oggi di tanti suoi colleghi europei e americani, si sarebbe assai rallegrato pensando ai suoi preti che, pur non obbedendo al diritto canonico, si sono tenuti lontano non mille, ma diecimila miglia dal codice penale. Aldo Lafranchi
NOTE 1. Federico Lombardi, «la Repubblica», 10 aprile 2010. 2. «la Repubblica», 13 aprile 2010-04-27. 3. «Dialoghi», n. 210, p. 18-19. 4. «Nulla est probatio maior quam evidentia rei», l’evidenza delle cose è la miglior prova. 5. «L’infedele», La7, 12 aprile 2010. 6. Hans Küng, «Le Monde», 5 marzo 2010.
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CRONACA INTERNAZIONALE a cura di Alberto Lepori
Vescovi da ricordare. Il popolo del Chiapas ha festeggiato il 25 gennaio i cinquant’anni di episcopato di mons. Samuel Ruiz, già vescovo di San Cristibal de Las Casas, benemerito e censurato dal Vaticano per aver promosso una Chiesa autoctona e liberatrice. A commentare l’opera di mons. Ruiz, Gustavo Gutiérrez, uno dei padri della Teologia della liberazione. Dal 27 al 31 gennaio, a Quito è stato celebrato con un convegno il centenario della nascita di mons. Leonidas Proano (1910-1988), il Vescovo degli indios: nato vissuto e morto povero, è ricordato per il suo impegno a difesa dei diritti degli indigeni. Il numero 6038 di ADISTA (5 marzo 2010) reca la cronaca delle due celebrazioni e alcuni testi pronunciati nell’occasione.
«Il problema è Roma». Mons. Rauber, già nunzio in Belgio, così ha dichiarato a proposito della recente nomina dell’arcivescovo di MalinesBruxelles: «Mons. Léonard non era entrato nella terna (nota: le proposte formulate dal Nunzio per incarico di Roma). Dalle nostre inchieste vi erano altri più graditi. Quando dalla prima terna è stata tolta una persona perché ritenuta troppo anziana, non è entrato neppure nella seconda terna. È chiaro allora che ‘in alto’ hanno voluto così». Mons. Rauber dà informazioni anche sulla vicenda svizzera del vescovo Haas e sulla diplomazia vaticana («Il Regno Attualità del 15 febbraio 2010). E poi chiediamo ai protestanti di accettare il primato petrino!
Religiosi in calo. Il numero dei religiosi sta calando vistosamente. Le cifre parlano chiaro: stando al censimento della popolazione di 205 istituti religiosi maschili effettuato dal claretiano p. Angel Pardilla, in 40 anni i religiosi sono diminuiti del 35%. Erano, nel mondo, quasi 330 mila nel 1965 e nel 2005 poco più di 210 mila. I gesuiti sono ridotti di quasi la metà (da 36mila a meno di 20mila), i frati minori hanno subito un calo del 40% (da 27mila a poco meno di 16mila). Le cose vanno un po’ meglio per i salesiani, che hanno perso un quarto dei membri (da 22 mila a 16.600). Registrano un meno 30% i cappuccini, un meno 35% i benedettini e un meno
40% i domenicani. Al primo posto nelle perdite, però, i Fratelli delle scuole cristiane che, con una diminuzione del 68%, sono passati da 18 mila consacrati a meno di 6mila.
Diaconi declassati. Secondo il canone 1008 del Codice di diritto canonico (edizione 1983), i ministri sacri (vescovi, preti, diaconi) «sono consacrati a pascere il popolo di Dio, adempiendo nella persona di Cristo Capo, ciascuno nel proprio grado, le funzioni di insegnare, santificare e governare». Ma ora, con il motu proprio Omnium in mente, il Papa ha sistemato altrimenti i compiti: il nuovo canone 1008 prevede che i sacri ministri sono coloro «che sono consacrati e destinati a servire, ciascuno nel suo grado, con nuovo e peculiare titolo, il popolo di Dio», e un nuovo capoverso del canone 2009 ha così precisato le differenze: «Coloro che sono costituiti nell’ordine dell’episcopato o del presbiterato ricevono la missione e la facoltà di agire nella persona di Cristo, i diaconi invece vengono abilitati a servire il popolo di Dio, nella diaconia della liturgia, della parola e della carità». Prima, tutti «a pascere il popolo di Dio» e, «ciascuno nel suo grado» a svolgere «le funzioni di insegnare, santificare e governare»; ora solo i vescovi e i presbiteri «ricevono… la facoltà di agire nella persona di Cristo (è scomparso anche il verbo «servire»!), mentre i diaconi non governano più, ma restano «abilitati a servire». Da notare l’insistenza tautologica dell’ultima frase del nuovo paragrafo: i diaconi (in greco: coloro che servono) sono abilitati a servire (ovvio!) nella diaconia (cioè nel servizio). E infatti, i servi che non servono a cosa servono?
Per i divorziati risposati. Il Servizio per la famiglia dell’Arcidiocesi di Milano, affidato dal card. Tettamanzi a Alfonso e Francesca Colzani, marito e moglie, ha annunciato due nuove iniziative a favore di «separati, divorziati e risposati». A Seregno viene organizzato un «incontro di fede»che vuole proporre un itinerario a cristiani che hanno vissuto la fine del loro matrimonio; a Costa Masnaga (Lecco) è partita una scuola di formazione per la pastorale di persone separate. (ADISTA, 6 marzo 2010).
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osservatorio ecumenico
OSSERVATORIO ECUMENICO L’ecumenismo riparte da Edinburgo 2010
Era il giugno 1910 quando a Edinburgo, in Scozia, si svolse il primo Congresso missionario mondiale: una conferenza di tutti gli organismi missionari attivi da un capo all’altro del pianeta. Milleduecento delegati, quasi tutti provenienti dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti, rappresentanti tutte le Chiese protestanti, ma senza la partecipazione della Chiesa cattolica e dei cristiani ortodossi. L’idea che animava quel raduno era semplice: ragionare insieme sulla missione in un mondo che proprio in quegli anni i nuovi mezzi di trasporto cominciavano a rendere più piccolo. Da quel congresso iniziò un cammino che avrebbe portato, nel 1948, alla nascita del Consiglio Ecumenico della Chiese (CEC), l’organismo ecumenico che ha sede a Ginevra e che vede oggi riunite circa 350 Chiese di oltre cento Paesi del mondo. In occasione del centenario, in un mondo che con le nuove sfide poste dalla globalizzazione si trova in una situazione simile a quella del 1910, è partita l’idea di «Edimburgo 2010», una nuova conferenza mondiale degli organismi missionari, promossa dalla Church of Scotland in collaborazione con il CEC. Un migliaio di delegati da tutto il mondo si ritroveranno dal 2 al 6 giugno nella città scozzese, per riflettere su come annunciare insieme il Vangelo di Gesù nel mondo di oggi. Al Congresso 2010 non parteciperanno solo protestanti «storici», ma anche cattolici, pentecostali e ortodossi; non solo anglosassoni, ma anche cristiani di quel Sud del mondo che oggi, a causa dei processi migratori, guardano all’Europa secolarizzata come meta della propria missione. Gli organizzatori hanno previsto che il 60% dei delegati venga dal Sud, che il 50% siano donne e il 20% abbiano meno di trent’anni.
Dialogo cattolici-musulmani
Si è svolto al Cairo il 23 e 24 febbraio scorsi, all’università Al-Azhar, l’incontro annuale del Comitato congiunto per il dialogo del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso e del Comitato permanente di Al-Azhar per il dialogo tra le religioni monoteistiche. Il tema al centro delle discussioni è stata la violenza confessionale: «Comprendere il fenomeno e le sue cause e proporre soluzioni con particolare riferimento al ruolo delle religioni». La dichiarazione finale porta le firme del card. Jean-Louis Tauran, presidente del dicastero romano, e dello sceicco Muhammad Abd al-Aziz Wasil, presidente del Comitato per il dialogo di Al-Azhar. Nella Dichiarazione si legge che i partecipanti hanno concordato su «raccomandazioni» finalizzate a contrastare la violenza nei rapporti interreligiosi e a far crescere una cultura di dialogo. Citiamo: «Prestare maggiore attenzione alla strumentalizzazione della religione a scopi politici o di altra natura come fonte di violenza; evitare la discriminazione sulla base dell’identità religiosa; aprire il cuore al perdono e alla riconciliazione reciproci, condizioni necessarie a una coesistenza pacifica e feconda; riconoscere le similitudini e rispettare le differenze come pre-requisito di una cultura di dialogo basata su valori comuni; affermare che entrambe le parti si impegnano di nuovo a riconoscere e a rispettare la dignità di
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ogni essere umano, senza alcuna distinzione basata sull’appartenenza etnica o religiosa; opporsi alla discriminazione religiosa in tutti i campi (leggi giuste dovrebbero garantire un’uguaglianza fondamentale); promuovere ideali di giustizia, solidarietà e cooperazione per garantire una vita pacifica e prospera a tutti; opporsi con determinazione a qualsiasi atto che tenda a creare tensioni, divisioni e conflitti nelle società; promuovere una cultura di rispetto e di dialogo reciproci attraverso l’educazione in famiglia, a scuola, nelle chiese e nelle moschee, diffondendo uno spirito di fraternità fra tutte le persone e la comunità; opporsi agli attacchi contro le religioni da parte dei mezzi di comunicazione sociale, in particolare sui canali satellitari, in considerazione dell’effetto pericoloso che queste trasmissioni possono avere sulla coesione sociale e sulla pace fra comunità religiose; assicurarsi che la predicazione dei responsabili religiosi nonché l’insegnamento scolastico e i libri di testo non contengano dichiarazioni o riferimenti a eventi storici che, direttamente o indirettamente, possano suscitare un atteggiamento violento fra i seguaci delle differenti religioni».
Convocazione ecumenica per la pace
A Kingston, in Giamaica, dal 17 al 25 maggio 2011 si terrà la Convocazione ecumenica internazionale per la pace (IEPC la sigla in inglese), sul tema «Gloria a Dio e pace sulla terra». La singolare iniziativa non nasce improvvisata: è anzi lo sbocco di un lungo cammino. Già la V Assemblea generale del Consiglio ecumenico delle Chiese (CEC - WCC nella sigla inglese), svoltasi a Nairobi nel 1975, aveva iniziato a riflettere sui problemi ecologici, in particolare interrogandosi criticamente sulla «sostenibilità» di un certo tipo di sviluppo del tutto irrispettoso dell’ambiente. La successiva VI Assemblea (Vancouver, Canada, 1983) approfondì e allargò il discorso, prevedendo un mutuo impegno per un «processo conciliare per la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato». Alla luce di questo processo, nel 1990 si tenne a Seul una Convocazione mondiale proprio per approfondire il senso di quel cammino. L’appuntamento coreano dimostrò, però, la difficoltà dell’impresa, perché non unanimi furono le prospettive evidenziate per raccordare l’annuncio del Vangelo, la vita delle Chiese e il loro impegno concreto per il prospettato cammino conciliare. All’VIII Assemblea generale del CEC (Harare, Zimbabwe, 1998) si decise che gli anni 2001-2010 sarebbero stati dedicati a un «decennio per superare la violenza»; e la IX Assemblea (Porto Alegre, Brasile, 2006) volle che il «Decennio» si concludesse nel 2011, appunto con l’International Ecumenical Peace Convocation. Nel 2007 il Comitato centrale del CEC ha scelto Kingston, capitale della Giamaica, come sede dell’IEPC, ed è partita concretamente la preparazione dell’incontro con la stesura del documento-base, che è stato infine approntato a Ginevra nella primavera del 2009. Non occorre ricordare quanto sia necessario che i cristiani, memori dell’evangelo, cerchino nel mondo d’oggi di rendere gloria a Dio impegnandosi per la pace, il grande dono che rende possibile ad ogni donna e uomo («la gloria di Dio è l’uomo vivente») di vivere una vita degna, liberata dalle angosce, dalle oppressioni e dalla violenza. (Questa informazione è tratta dal documento preparatorio, tradotto a cura del CIPAX di Roma e scaricabile dal sito www.cipax-roma.it).
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Ricordo del teologo del Concilio Edvard Schillebeeckx OP
«Padre» della Chiesa che si fa storia È stata una lunghissima parabola esistenziale e teologica quella del teologo domenicano belga Edvard Schillebeeckx, uno dei padri del Concilio, morto a 95 anni il 23 dicembre 2009 nella sua Nimega, nei Paesi Bassi, dove lavorò e visse dal 1958. Una parabola all’interno della quale gli storici della teologia tendono a individuare due periodi: il primo caratterizzato dalla scelta di un «tomismo aperto», che lo porta a indagare sullo sviluppo storico dei dogmi (1946-67), il secondo, a partire dal ‘68, espressione del desiderio di confrontarsi e di entrare in dialogo con la cultura contemporanea, grazie agli strumenti dell’ermeneutica. Nato ad Anversa, in Belgio, nel 1914 ed entrato a vent’anni nell’Ordo predicatorum, dopo essersi formato alla Sorbona, a Le Saulchoir e a Lovanio, ottenne, alla fine degli anni ‘50, la cattedra di teologia dogmatica e storia della teologia all’Università cattolica del Belgio, introducendo presso i teologi olandesi la Nouvelle Théologie e il metodo del ressourcement, ovvero del ritorno alle sorgenti della fede cristiana, iniziato da Chénu, Congar, von Balthasar e da altri. Percorse il cammino del Concilio Vaticano II come uno dei protagonisti – benché non vi partecipasse in qualità di perito – scrivendo insieme a Karl Rahner e a Joseph Ratzinger il testo della costituzione conciliare Dei verbum e lavorando a stretto contatto con il card. Bernard Alfrink sulla natura collegiale dell’episcopato, allo scopo di bilanciare l’accento sull’infallibilità papale posto dal Vaticano I. Nel 1965 fu anche tra i fondatori della rivista teologica «Concilium», tuttora edita dalla Queriniana di Brescia. Schillebeeckx come intellettuale fu un pioniere della ricerca dei fondamenti storici delle verità dogmatiche e fin dall’inizio difese l’idea di una teologia più pastorale, meno astratta e più vicina alla storia delle persone: di qui il grande impatto che ebbe il suo primo e più famoso libro: «Cristo, sacramento dell’incontro con Dio», pubblicato nel 1959, che rappresentava un serio tentativo di applicare questo orientamento alla teologia sacramentale. L’Olanda post-conciliare Dopo il Concilio, quando l’Olanda divenne il Paese in cui si cercò al mas-
simo di metterne in pratica le indicazioni, Schillebeeckx fu al centro del movimento di riforma. Aderì all’ambizioso progetto del Concilio pastorale nazionale (o Sinodo della Chiesa olandese), organismo formato da membri, laici ed ecclesiastici eletti dai Consigli pastorali diocesani e dal Concilio stesso, dove si intendeva mettere in pratica le acquisizioni del Vaticano II e che però non vide mai la luce. La Congregazione romana per il clero infatti dichiarò che non poteva avere carattere permanente, che non doveva presentarsi come organismo rappresentante dei fedeli e che i suoi membri dovevano essere scelti dai vescovi. Il nome di Schillebeeckx è anche strettamente legato all’esperienza del «Nuovo Catechismo olandese», che vide la luce nell’ottobre 1966, censurato però dal Vaticano, che riuscì a convincere i vescovi a non dare l’imprimatur alle traduzioni nelle diverse lingue. Primo catechismo post-conciliare, ispirato alle grandi istanze di riforma promosse dal Concilio, portatore di grandi aperture su temi come omosessualità, aborto, anticoncezionali, sacerdozio femminile, celibato, divorzio e rapporti con il marxismo, era stato guardato con sospetto anche per la sua impronta narrativa, che si distanziava nettamente dallo schema domanda-risposta tipico del Catechismo di Pio X.
In rotta di collisione con il Vaticano Il teologo domenicano proseguì la sua ricerca teologica e l’attività editoriali dedicandosi soprattutto alla cristologia – in particolare con «Gesù, la storia di un vivente» (1974), «Cristo, la storia di una nuova prassi» (1977), «La questione cristologia» (1978) – interrogandosi sulla realtà ontologica di Cristo e affrontando la storia dei dogmi: una storia che, condizionata dal contesto storico e culturale, è suscettibile di espressioni sempre diverse. Proprio per alcune sue affermazioni in cristologia, Schillebeeckx entrò in collisione, nel 1979, con la Congregazione per la dottrina della fede. Accusato di negare l’oggettività storica della resurrezione di Cristo, venne invitato a Roma per spiegare il suo pensiero. Nel giugno 1984, l’oggetto del contendere si spostò sul ministe-
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ro: Schillebeeckx ricevette una lettera della Congregazione relativa al suo libro «Il Ministero nella Chiesa» ( 1980). Due anni dopo, il 15 settembre 1986, gli venne inviata una nuova «notificazione» per il libro «Per una Chiesa dal volto umano. Identità cristiana nei ministeri della Chiesa». La concezione dei ministeri di Schillebeeck venne giudicata dal cardinale Ratzinger, prefetto della Congregazione, incompatibile con il magistero ecclesiale «su alcuni punti importanti»; ma il teologo domenicano non venne mai condannato. Dopo il 1989, la voce del domenicano si fece sentire sempre di meno. Ma la sua eredità non scomparve. Nel 2007 fece molto scalpore un opuscolo inviato dai domenicani olandesi a tutte le parrocchie del Paese, intitolato «Chiesa e ministero», che proponeva che la comunità dei fedeli, in mancanza di un prete validamente ordinato per celebrare l’Eucarestia, potesse scegliere una o più persone tra i suoi membri, uomini o donne, sposati o celibi, per consacrare il pane e il vino e guidare la celebrazione comunitaria. Nelle proposte contenute si riconosceva l’influenza di Schillebeeckx, la sua idea di Chiesa come comunità di credenti, modellata sulla Chiesa delle origini, cosi come è raccontata dagli Atti degli Apostoli. (Ludovica Eugenio, da Adista, n.3, 16 gennaio 2010).
Newman beato. Papa Ratzinger si recherà dal 16 al 19 settembre in Inghilterra (dopo i viaggi previsti nel 2010 in Portogallo e a Cipro), ove presiederà la beatificazione del cardinale inglese John Henry Newman (1801-1890). Newman, prima di convertirsi al cattolicesimo nel 1845 ed essere ordinato prete, era stato uno dei protagonisti del cosiddetto Movimento di Oxford, che intendeva promuovere l’avvicinamento tra la Chiesa anglicana e quella cattolico-romana. Non ebbe solo onori ma anche molti problemi per le sue aperture al mondo moderno e fu fatto cardinale solo poco prima della morte. Chissà che avrebbe detto dell’intenzione della Santa Sede di creare ordinariati (…quasi diocesi) con gruppi di anglicani che vogliono aderire alla Chiesa di Roma: un passo verso l’ecumenismo o un ulteriore motivo di polemiche, in ambedue le Chiese? (su «Dialoghi» 209 (dicembre 2009) un articolo in argomento di Luigi Sandri).
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CRONACA INTERNAZIONALE
Martiri moderni. Secondo un rapporto dell’agenzia missionaria FIDES nel corso del 2009 sono stati uccisi in totale 37 operatori pastorali (30 preti, 2 religiose, 2 seminaristi e 3 volontari laici): quasi il doppio dell’anno precedente. Ventitré sono stati uccisi in America latina (Brasile, Colombia, Messico, ecc), 11 in Africa, 2 in Asia e 1 in Europa. Le due religiose sono suor Denise Kahambu Muhayiwa, di 44 anni, monaca trappista, uccisa il 7 dicembre in Congo, e suor Marguerita Barrtz, di 64 anni, delle Suore del Santissimo Sacramento per gli Indiani e i Neri, uccisa il 1. novembre nel Nuovo Messico (USA). «Sono solo la punta di un iceberg più grande della violenza contro le donne e del martirio al femminile che si consumano silenziosamente nei tanti conflitti che insanguinano il mondo» (da «Missione Oggi», Brescia, marzo 2010). Nel decennio 2000-2009, sono stati assassinati in totale 261 operatori pastorali cattolici, tra cui 4 vescovi e 190 preti. Secondo l’Associazione «Portes ouvertes» di Losanna, tra i 50 Paesi nei quali i cristiani sono perseguitati, 35 sono a maggioranza musulmana, con un aumento di casi nei regimi esplicitamente islamici. La situazione dei cristiani è peggiorata anche in diversi Stati asiatici un tempo parte dell’Unione sovietica mentre sembra migliorata nell’America latina. L’ideologia comunista è ancora all’origine di persecuzioni in alcuni Stati asiatici. Intanto il nuovo presidente salvadoregno Mauricio Funes ha deciso di fare riaprire l’inchiesta sulla morte di mons. Romero, assassinato il 24 marzo 1980 e mai completamente chiarita circa i mandanti.
Mafia e mafiosi. Di fronte alla «globalizzazione» della mafia, mons. Giancarlo Bregantini, arcivescovo di Campobasso, chiede alla Chiesa il coraggio di denunciare in maniera circostanziata il fenomeno mafioso. In un’intervista a commento del recente documento dei vescovi italiani su «Chiesa e Mezzogiorno», mons. Bregantini ha sottolineato l’importanza della definizione data alla mafia come di «un cancro, che va estirpato» e ha ricordato i tre verbi di mons. Tonino Bello, vescovo del Sud ma profeta per tutti: «La Chiesa ha davanti un compito che è quello di annunciare con chiarezza, denunciare con profezia
evangelica e rinunciare con coerenza nella vita». Per questo, «se il mondo culturale, spirituale e politico non coglie che la mafia è un problema di tutti e lo relega alle regioni del Sud, la mafia sarà ancora una volta vincente».
Presidente donna, ma per poco. La presidente della Chiesa evangelica tedesca (EKD, 25 milioni di fedeli), la luterana Margot Kässmann, ha dato le dimissioni essendo stata fermata dalla polizia stradale di Hannover con un tasso alcolico dell’1,54% (tre volte il tollerato). Teologa apprezzata di 51 anni, madre di 4 figli e divorziata, da 10 anni vescovo di Hannover (la più numerosa Chiesa regionale tedesca, con tre milioni di battezzati), era stata eletta alla presidenza della EKD lo scorso ottobre. Malgrado la solidarietà che le hanno espresso molti, dentro e fuori della sua Chiesa, la Kässmann ha lasciato la carica, perché «il mio cuore non mi permette di proseguire nel mio impegno senza la necessaria autorità». Resterà tuttavia pastora della Chiesa luterana.
Approvano Strasburgo. Il Consiglio comunale di Vicchio (che comprende Barbiana, la località dove era stato esiliato don Lorenzo Milani) ha approvato un ordine del giorno a sostegno della decisione della Corte europea che ha criticato l’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche. Il Consiglio comunale della cittadina toscana (6 mila abitanti, giunta di centrosinistra), nel documento esprime «la propria adesione ai principi di laicità espressi dalla sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo» e la propria «contrarietà alle motivazioni con le quali il Governo italiano si oppone a detta sentenza, motivazioni che, fra l’altro, svuotano del proprio intrinseco e sostanziale significato religioso il crocifisso, derubricandolo a mero simbolo culturale legato ad una tradizione locale». L’ordine del giorno rappresenta anche «un messaggio contro le posizioni del centrodestra, che spacciandosi da unico difensore dei valori religiosi in realtà li svilisce con argomentazioni assolutamente rozze e inopportune». Nuovo presidente della KEK. Il metropolita Emmanuel, del patriarcato ecumenico di Costantinopoli in Francia, è stato eletto nuovo presidente del-
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la KEK (Conferenza delle Chiese Europee, comprendente 120 Chiese protestanti, ortodosse ed anglicane). Il metropolita Emmanuel, già presidente dell’assemblea dei vescovi ortodossi in Francia, è nato nel 1958 nell’isola di Creta ed è metropolita dal 2003. Tra i suoi obiettivi, approfondire il dialogo interreligioso e rafforzare i legami tra l’Europa dell’Est e dell’Ovest, in particolare con la Chiesa ortodossa russa che ha rotto i rapporti con la KEK a causa del rifiuto di ammettere la Chiesa ortodossa estone, legata al patriarcato di Mosca.
Contro la pena di morte. La Corte costituzionale della Russia ha praticamente abolito la pena di morte, prolungando indefinitamente la moratoria decisa nel 1996. La pena di morte è ancora prevista nel Codice penale, ma la Russia si era impegnata ad abolirla quando ha aderito al Consiglio d’Europa, in ossequio al Protocollo n. 6 della Convenzione dei diritti dell’uomo. Tale protocollo non è stato ancora ratificato dal Parlamento russo e una maggioranza della popolazione è ancora favorevole alla pena capitale (eseguita mediante fucilazione). Il solo Stato d’Europa e della ex Unione Sovietica che mantiene la pena di morte è la Bielorussia, dove, dopo l’indipendenza nel 1991, le esecuzioni sono state quattrocento. Il Patto internazionale dei diritti civili e politici, fin qui ratificato da 164 Stati (dei 192 aderenti alle Nazioni Unite), prevede da vent’anni un Protocollo facoltativo sull’abolizione della pena capitale: finora è stato sottoscritto da 72 Stati; 139 l’hanno abolita di diritto o di fatto. Per questo l’Alto Commissario per i diritti umani di Ginevra ha lanciato una campagna per fare dichiarare la pena di morte contraria al diritto internazionale, perché non serve a nulla e rappresenta un trattamento crudele, degradante e inumano. L’assemblea delle Nazioni Unite aveva già votato, nel 2007 e nel 2008, una risoluzione invitante a istituire, come primo passo, una moratoria delle pene capitali pronunciate. Purtroppo ci sono ancora grandi nazioni (come USA e Cina)… dure a morire!
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Peripezie della nozione di obiettività giornalistica La verità come obiettivo, la professionalità come metodo «La verità è un’esigenza umana fondamentale. In primo luogo perché le persone non vogliono smarrire il rapporto con la realtà tangibile, poiché in essa devono vivere: e non è possibile vivere a lungo in un’astrazione che prescinde dalla verità. Se è vero che qualche volta accade, deve essere ritenuta una forma decadente e non un modello riuscito di umanità. Inoltre, la comunicazione tra gli uomini sperimenta la sua rispettabilità solo quando è guidata dal criterio di verità». Dietmar Mieth, Wahrhaftig sein – warum?, in W. Wunden (Hrsg.), Wahrheit als Medienqualität. Beiträge zur Medienethik, Band 3, GEP Buch, Frankfurt a. Main, 1998.
Non si dovrebbe parlare di obiettività giornalistica senza parlare di obiettività in generale. Ma in questo articolo mi terrò dentro le coordinate di un discorso specifico sui media, pur contestando vigorosamente l’idea che il problema della verità sia da sottrarre all’ordine del giorno. Comprendo e approvo che i codici della professione vi si richiamino fin dal primissimo articolo1. Con ciò prendo risolutamente le distanze dallo scetticismo di maniera che la categoria dei giornalisti adotta di regola su questo tema per pigrizia e comodità. L’ironia che avvolge certe negazioni appare del tutto fuori luogo se confrontata con le cifre drammatiche dei giornalisti che per riferire quel che hanno visto e sentito (e cioè la loro testimonianza di verità) hanno perso la vita – sessanta nel 2009 – e continuano a patire carcere e discriminazione in molti Paesi del mondo2. «L’obiettività non esiste» Ammetto però che su questa posizione di scetticismo si trovano non soltanto persone superficiali. Hubert Beuve-Mery per esempio, «mitico» direttore di «Le Monde», diceva: «L’obiettività non esiste. Ogni informazione reca l’impronta della soggettività, essendo prodotta da un giornalista, cioè da una persona con la propria sensibilità, il proprio carattere, la sua storia, le sue opinioni, le sue qualità e i suoi limiti, e poi risulta da una scelta, da una presentazione, fatta con un numero limitato di parole o di immagini»3. Gli elementi di prova che Beuve-Mery adduce sono convincenti, ma non bastano secondo me a sostenere un’affermazione così radicale, che tendo piuttosto da interpretare sullo sfondo culturale della Francia del secondo dopoguerra. Scrive Monique Canto-Sperber: «Gli intellettuali che hanno dominato la scena della filosofia francese negli anni 1960-1980 con-
di di Enrico Morresi
sideravano, quasi tutti, con sfumature diverse, la riflessione filosofica nell’ambito morale come vana e senza oggetto»4. Un criterio «empirico». Il parere di Umberto Eco Vicina a questo pregiudizio è la posizione difesa sul settimanale «L’Espresso» da Umberto Eco nel 1969. Eco parlava di «mito dell’obiettività» e lo definiva «manifestazione di falsa coscienza, ideologia». «Il giornalista non ha un dovere di obiettività. Deve testimoniare su ciò che sa (…) e deve testimoniare dicendo come la pensa». Un articolo pubblicato nel 1989 da «Problemi dell’informazione» ricostruisce il dibattito originato da quella posizione di Eco5 e poi riporta la parziale correzione di rotta che il semiologo offrì alla platea degli intervenuti durante il Convegno su «Realtà e ideologia dell’informazione» organizzato dalla Casa della Cultura di Milano e dall’Istituto Gramsci di Roma il 15 e 16 aprile 1978, in un periodo particolarmente critico per l’Italia (il 9 marzo era avvenuto il rapimento di Aldo Moro). Quella seconda volta, Umberto Eco suggeriva un approccio «empirico» al problema. L’obiettività – diceva – è una illusione se la si intende come nozione teorica, ma diventa vera se invocata come criterio empirico. «Accanto al limite ‘alto’ (irraggiungibile) dell’obiettività esiste – proseguiva Eco – un limite ‘basso’, fondato sul ragionevole compromesso. Il limite basso dell’obiettività consiste nel separare notizia e commento; nel dare almeno quelle notizie che circolano via agenzia; nel chiarire se su una notizia vi so-
no valutazioni contrastanti; nel non cestinare le notizie che appaiono scomode; nell’ospitare sul giornale, almeno per i fatti più vistosi, commenti che non concordano con la linea del giornale; nell’avere il coraggio di appaiare due commenti antitetici per dare la temperatura di una controversia, eccetera. Tutti criteri empirici, che non tolgono al giornale la sua natura di messaggio complessivamente dipendente da una determinata visione del mondo, ma che almeno permettono al lettore di sospettare che visioni del mondo ci siano, e siano più di una» 6. La legislazione e il costume giornalistico italiani Nel sistema giuridico italiano, ai mass media è delegata un’ampia autonomia, fatte salve poche e fondamentali riserve di ordine costituzionale. Di «informazione completa, obiettiva, imparziale ed equilibrata» tratta una sentenza della Corte costituzionale7, mentre le leggi sul sistema televisivo pubblico e privato riprendono senza approfondire concetti come «indipendenza», «oggettività», «completezza», «imparzialità». Non risulta che qualcuno sia stato mai inquisito o condannato per la violazione di principi tanto importanti quanto vaghi. Spettava alla cultura professionale mettere in contatto questi presupposti giuridici con la realtà dei mass media: da una categoria cui si affidano tali e tante libertà ci si poteva attendere uno sforzo di approfondimento. Che però non è stato fatto. «Pochissimi dibattiti, molta indifferenza, e soprattutto tante dichiarazioni di professionisti che, interrogati sul tema, sono soliti rispondere che l’obbiettività nel giornalismo non esiste, lasciando intendere in questo modo quanto sia inutile anche discuterne». Chi fa questa constatazione è Alessandro Mazzanti, un giovane (la sua era una tesi di laurea!) e non si può dire che sia cambiato qualcosa da allora (1989). Una ripresa del tema con qualche pretesa di approfondimento si incontra in un numero successivo di «Problemi dell’informazione»8, sullo spunto di un articolo di Brent Cunningham di cui darò notizia in seguito. Vi si con-
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ferma la tesi di Mazzanti del 1989, «che il giornalismo italiano è nato e si è sviluppato come giornalismo al servizio della politica [in corsivo nel testo], piuttosto che come ‘giornalismo di fatti e di notizie’» 9. Vi si legge qualche buona sottolineatura di Carlo Sorrentino sulla competenza professionale, e Luca De Biase, giornalista del «Sole/24 Ore», fa un passo avanti: «I giornalisti devono decidere a chi serve il loro lavoro». Si dovrebbe aprire «un nuovo filone di riflessioni orientate al futuro, per alimentare la consapevolezza sui fondamenti operativi e ideali dell’attività giornalistica». Si esige un plus di teoria. Ma la teoria non ha mai avuto buona stampa tra i superficiali, e difatti anche dopo il 2004 in Italia non è più stato pubblicato niente di importante in materia. La storia di «objectivity» Un tentativo di ben altre ambizioni ha avuto per teatro il giornalismo degli Stati Uniti, a partire dagli Anni Venti del Novecento, attorno alla nozione di objective reporting. È una posizione riflessa in Italia da Piero Ottone («Credo che il giornalista debba sì osservare la politica, è ovvio, ma come un uomo che non vi partecipa»10) e alla quale occorre riconoscere un significato che va al di là delle contingenze. L’origine risale a un periodo di massima fioritura dei giornali come industria, che aveva avuto per effetto di illanguidire (come dimostra Jürgen Habermas nel suo fortunato saggio del 198211) la funzione rappresentativa della pubblica opinione che le gazzette e i giornali avevano avuto al tempo dell’Illuminismo. Nei Paesi in cui era più libera (come gli Stati Uniti, la Francia o la Gran Bretagna), la stampa aveva imboccato il facile cammino di un giornalismo servile verso i forti ma spregiudicato e senza freni morali. «Citizen Kane», lo straordinario film di Orson Welles ispirato alla vita di William Randolph Hearst, magnate della stampa americana12, ci offre un’immagine drammatica della totale mancanza di scrupoli con cui venivano gestiti i giornali di maggior successo. Il discredito in cui era caduta la yellow press determinò una reazione partita proprio dai giornalisti, vogliosi di affermarsi come categoria professionale credibile13. Essi ritennero, non a torto, che le ragioni dell’industria non obbligavano per nulla il gior-
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nalismo a prostituirsi: anzi, la nazione aveva bisogno di lettori di ogni orientamento politico, e quindi di un prodotto neutro, meno sfacciatamente partigiano. L’esigenza di realizzare quello che fu definito objective reporting rispondeva alle aspirazioni di una categoria in cerca di rispettabilità e di prestigio. La stragrande maggioranza degli osservatori oggi è del parere che quella battaglia ebbe esiti alterni ma in definitiva poco convincenti sia per la teoria sia nella pratica. Accadde soprattutto che la routine stravolse il tipo ideale del progetto, aprendo la strada a un giornalismo piatto e acritico in cui tornava a manifestarsi (seppure in forme diverse e aggiornate) la dipendenza – quando non il servilismo – rispetto al potere politico. L’esito non previsto di quell’objective reporting fu l’affermarsi del neutralismo: credere che bastasse dare la parola imparzialmente a questo e a quello per essere buoni giornalisti. Per la teoria, il risultato fu ancora peggiore, incoraggiando un tipo di morale individuale basato sulla casistica, senza capacità di aggregare la resistenza contro le derive. Sul piano inclinato in cui è scivolato un presupposto di onestà pur condivisibile, già percepito drammaticamente al tempo del «macchartysmo» o dello scandalo Watergate, ci istruisce un articolo del direttore della «Columbia Journalism Review», Brent Cunningham: Re-thinking Objectivity, pubblicato nel 2003, cioè al rivelarsi delle insufficienze con cui i media americani avevano reagito all’attacco alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001 e alla decisione dell’Amministrazione Bush di attaccare l’Iraq14. «Siamo tornati – scrive Cunningham – alla raccolta imparziale di un’opinione contro un’altra opinione, e a credere che basti». L’autore di quell’articolo ritiene che «fu la pressione dell’opinione pubblica, disposta ad affidarsi acriticamente alla politica della ‘risposta forte’ scelta dall’Amministrazione Bush, a trattenere i giornalisti dal denunciare la manipolazione della verità da parte del potere». Noi ora sappiamo che anche altre cause influenzarono le cattive scelte dei media15. Ma è vero che fu «il modo spudorato (shameless) con cui l’Amministrazione Bush ha manipolato l’informazione a rendere inevitabile la rinuncia a objectivity». Nel senso che si dava all’origine a questo termine
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(continua il direttore della rivista), «essa era fondata su una nozione che non possiamo più ritenere garantita da chi detiene il potere (se mai lo sia stata): che il governo, o il mondo degli affari, agiscono verso la stampa in modo corretto»16. L’idea di objective reporting sarebbe dunque legata a un rapporto leale tra poteri e mass media. Venuto meno quel rapporto, decade anche quell’ideale di obiettività. Che cosa salvare di «objective reporting»
Volendo però evitare, come si dice, di buttare via il bambino con l’acqua sporca, possiamo interrogarci se alcuni dei contenuti del concetto di objective reporting non possano essere salvati dal naufragio e usati come materiali per erigere, se non una diga, almeno qualche muretto di sostegno contro le sbandate e le derive. Comincerei sgombrando il terreno da due proposte estreme. La prima è quella sostenuta da Leonard Dowie jr. – editor, cioè direttore, del «Washington Post» dal 1991 al 2008 –, il quale difende un tipo di neutralità che definirei ascetico ma che, posto a confronto con la posizione di Hubert Beuve-Mery, finisce per apparire disincarnato: «Da tempo ho persino rinunciato al diritto di voto, addirittura a determinare dentro di me, in privato, chi sia il presidente migliore o il migliore consigliere comunale, o quale sia la posizione da assumere circa l’aborto o la politica fiscale. Desidero rimanere mentalmente aperto verso ogni partito e ogni possibilità»17. La seconda proposta potrebbe essere «l’elogio del fazioso», sostenuto da Giuliano Ferrara in un articolo del 199018. La prima, che spinge all’eccesso una giusta preoccupazione di indipendenza, è supererogatoria, cioè pretende troppo dal soggetto. La seconda, che potrebbe essere apprezzata come coraggio di mettere le carte in tavola, tende ad annullare con la polemica le ragioni di un polo nel contraddittorio. Più seducente (e intellettualmente più ambiziosa) è una terza proposta – ancora una volta emersa negli Stati Uniti, ma continuamente emergente sotto altri cieli –, conosciuta come New Journalism19, che auspica la contaminazione tra giornalismo e narrativa, rivendicando, rispetto ai fatti e alle persone, una totale libertà di registro. Un
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editor d’esperienza, Jack Fuller, che ha passato una vita al timone della «Chicago Tribune», la definisce «estremamente imbarazzante alla luce del dovere di veridicità»20. Senza arrivare a tanto, si potrebbe argomentare che un giornalismo così autoreferenziale aggira l’esigenza della trasparenza delle fonti. Rinunciando ad assegnare diritti alla faziosità e all’ascesi del riferire senza commentare, come pure alla licenza di stravolgere fatti e dichiarazioni per attingere una «verità ulteriore» (quella che l’artista, meglio del giornalista, conoscerebbe), è ancora possibile «salvare» almeno alcune esigenze atteggiamenti apprezzabili e probabilmente più condivisibili? È il parere di un altro autore americano: D.T.Z. Mindich, il quale li definisce positivamente sostitutivi del principio di obiettività21: – l’indipendenza (detachment). Esistono gradi di coinvolgimento nella realtà narrata (per es. l’assunzione di una carica, o l’accettazione di un compenso) incompatibili con la necessaria autonomia di giudizio del giornalista. – la non appartenenza (nonpartisanship). Esistono vincoli di fedeltà (a un partito, a una chiesa, a un’associazione) in contrasto con la libertà di giudizio. – il rispetto dei fatti (reverence for facts). Consiste nel dare la precedenza ai fatti, per rapporto alle interpretazioni. – l’equilibrio (balance), da interpretare come rispetto della proporzionalità e apertura a diversi punti di vista, di cui tenere conto nel resoconto e nel giudizio.
Aggiungerei la trasparenza, molto apprezzata dal giornalismo americano, che consiste nel rendere sempre nota al lettore (se non vi faccia ostacolo un interesse superiore) la fonte dell’informazione e l’origine della valutazione. Tutte queste caratteristiche di un approccio «pulito» alla verità, singolarmente o collettivamente applicate secondo i casi, possono valere come alternative al concetto ambiguo di obiettività. Rimane fondamentale l’esigenza espressa da Brent Cunningham: chi pretende queste qualità nei media deve essere disposto ad agire con la stessa correttezza verso i medesimi. Sono perciò d’accordo con la
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conclusione del direttore della «Columbia Journalism Review»: se il comportamento del potere politico verso i media è del tipo di quello dimostrato dall’Amministrazione Bush, la rinuncia a Objectivity è inevitabile. Dopotutto, anche la categoria degli spin doctors – e più in generale delle PR – deve rispettare determinate regole, se non di obiettività, perlomeno di sincerità (l’Aufrichtigkeit dei tedeschi), qualità che Habermas pone tra le esigenze minime del dialogo. Dall’«obiettività» alla «correttezza» Un’esperienza svizzera Prima di descrivere le peripezie del concetto di «obiettività» nella legislazione svizzera sarà utile ricordare due termini di confronto importanti per la discussione: il Primo Emendamento alla Costituzione degli Stati Uniti (1791) con cui si fa divieto al Congresso di fare «leggi limitative della libertà di espressione e di stampa» e la Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU), che si ispira allo stesso principio di libertà (art. 10, cpv. 1), ma autorizza i singoli Stati a prevedere restrizioni o sanzioni in situazioni particolari, sommariamente enumerate all’art.10, cpv. 2, affidando alla Corte europea dei diritti dell’uomo il giudizio sui casi conflittuali. La Costituzione federale della Svizzera, totalmente riveduta nel 1998, include tra i diritti fondamentali, all’art. 17, la «libertà dei media». All’art. 36 è ammessa la possibilità di restrizioni dei diritti fondamentali, purché lo preveda una legge specifica, lo giustifichi un interesse pubblico predominante, vi sia proporzionalità rispetto allo scopo.
In Svizzera una legge sulla stampa, valida per tutti i media, non è mai esistita. Un diritto speciale vale invece, come lo ammette anche la CEDU, per la radio e la televisione. Per più di sessant’anni a questo diritto speciale non era stato dato fondamento costituzionale. Le «Concessioni» – ossia l’autorizzazione tecnica a utilizzare le frequenze hertziane delle Poste e Telegrafi – furono per molti decenni l’unica base legale. Nel contesto severamente prescrittivo tipico degli anni tra le due guerre mondiali (la radiodiffusione era ritenuta un’arma potente nelle mani dei regimi totalitari europei), l’oggettività nella realizzazione dei programmi entrò di traverso nel-
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la norma tecnica. Nel secondo dopoguerra si tentò di uscire dall’equivoco con un articolo costituzionale nuovo e una legge federale apposita per la radio e la televisione. Un primo disegno di articolo costituzionale fu bocciato da un referendum popolare nel 1956. Vent’anni dopo, il rilanciato articolo costituzionale prescriveva: «I programmi devono, in particolare: a) garantire un’informazione obiettiva ed equilibrata (passim)»22, ma un nuovo esito negativo in votazione popolare rese inoperante anche la definizione. Nel testo finalmente approvato dall’elettorato nel 1984 la si vede sostituita da un avverbio «(Radio e televisione) presentano fedelmente gli avvenimenti». La dizione fu fatta figurare nella legge di applicazione (art. 4 cpv. 2), approvata dal Parlamento nel 1991. Ma la nuova Costituzione federale, approvata nel 1998, corresse di nuovo il tiro, sia pure di poco. All’art. 93 della legge fondamentale si legge che «(Radio e televisione) presentano gli avvenimenti in modo corretto e riflettono adeguatamente la pluralità delle opinioni», dizione successivamente ripresa nella legge d’applicazione ora vigente, al cui art. 4, cpv. 2 il concetto è completato come segue: «Le trasmissioni redazionali con un contenuto informativo devono presentare correttamente fatti ed avvenimenti, in modo da consentire al pubblico di formarsi una propria opinione». La Svizzera è un Paese complicato, come chi legge fino a questo punto avrà capito. Ma non è finita. Una qualche complicazione la procura lo statuto plurilingue di questo nostro Paese. In tedesco, il termine destinato a sostituire objektiv era sachgerecht, aggettivo che è davvero un miracolo di precisione, perché contiene «la cosa» e «la giustezza» di atteggiamento da assumere verso la cosa. A Berna hanno sputato l’anima per tradurlo nelle lingue latine. Gli svizzeri francesi avevano già scelto Fidélité, termine che a me pare meno preciso (fedele a che cosa?). Corretto, come si dice nel testo italiano, è più generico e un tantino moraleggiante. Per uscire dall’equivoco, nel messaggio al Parlamento sulla nuova Costituzione il Governo si diede la pena di precisare che l’importante era che «la trasmissione [dovesse] porre il pubblico nella condizione di formarsi liberamente un’opinione». Prima di chiederci che cosa significhi potersi formare liberamente un’opi-
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nione, fermiamoci a constatare l’avvenuta rinuncia al concetto di obiettività. Secondo un commentatore, «suggestivo ma inutilizzabile nella sua assolutezza, [il termine] era troppo riferibile all’idea di censura statale»23. Le resistenze dei professionisti dell’informazione erano state portate in Parlamento per dissuadere dal riprendere l’ambigua dizione. D’altra parte, sia l’Autorità indipendente di ricorso in materia radiotelevisiva (in seguito: AIRR) – cioè l’organismo di controllo sul rispetto delle concessioni da parte delle radio e delle televisioni, instaurato con la legge del 1991 – sia il Tribunale federale (ultima istanza di ricorso), avevano cominciato a individuare nella «capacità del pubblico di formarsi liberamente un’opinione» un criterio più facilmente applicabile. Il manuale di giurisprudenza dell’AIRR precisa questo nuovo criterio così: «Il pubblico deve essere messo nella condizione di farsi una propria opinione sulla base dei fatti e delle opinioni presentati. Dichiarazioni controverse e pareri personali devono essere riconoscibili come tali (…) Non sono rilevanti errori in punti secondari e inesattezze redazionali». È chiaro, per esempio, a chi ascolta che il tono usato è quello della satira, la quale per sua natura include l’esagerazione e la deformazione? L’immagine proposta si riferisce a un fatto preciso oppure ha un significato solo simbolico? Se le cose non sono chiare, entra in gioco un secondo criterio: il principio di diligenza. L’attenzione si sposta sulla professionalità dell’autore del servizio. Veracità, trasparenza, competenza, impegno di verifica, impiego del tempo e dei mezzi a disposizione sono i nuovi elementi che entrano in linea di conto. Un’accezione procedurale: la prassi dei consigli della stampa Quest’ultimo criterio adottato dall’AIRR e dal Tribunale federale svizzero (la verifica della professionalità) è in sintonia con la prassi del Consiglio della stampa, l’organo nazionale di deontologia dei giornalisti. La descrive Peter Studer, che il Consiglio ha presieduto dal 2000 al 200724, riassumendola in tre tesi: (a) «La ricerca della verità non coglie il suo obiettivo se non di volta in volta, ed è falsificabile attraverso nuove conoscenze; la ricerca può evidenziare delle imprecisioni e
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scoprire degli errori». È una situazione tipica della ricerca giornalistica, il cui statuto è di evidente provvisorietà, considerato come sia soggetta a molti condizionamenti: l’urgenza di pubblicare, l’impiego di mezzi talora insufficienti o inadeguati, le pressioni esterne, le negligenze. Ma il sistema conosce i propri limiti e accetta di correggersi, le correzioni sono possibili a breve termine, la concorrenza mette in risalto le debolezze. (Il problema è particolarmente acuto oggi con l’editoria online, che spesso deve sacrificare la verifica all’urgenza della comunicazione). (b) «La ricerca della verità non consiste più – come nella definizione di verità in S. Tommaso d’Aquino – nella corrispondenza della definizione e del suo oggetto, ma nella verifica intersoggettiva dell’enunciazione. Un’enunciazione è intersoggettiva quando dalla sua origine e in ogni tappa del suo procedere si sottopone alla verifica di molti soggetti. Chiunque segua lo stesso processo dovrebbe giungere circa alle medesime conclusioni». Si fonda su questo punto la legittimazione degli organismi di deontologia. (c) «L’oggettività non è più valutata a partire dal prodotto finale giornalistico ma dalla qualità del procedimento che l’ha originato». Come valutarlo? L’etica applicata suggerisce criteri per verificare la qualità di un procedimento25. I codici professionali a loro volta specificano quali esigenze fondamentali l’attività giornalistica deve rispettare, per esempio (è la Direttiva 1.1 annessa alla «Dichiarazione dei doveri») che la ricerca della verità «concerne l’esame accurato dei dati accessibili e disponibili, il rispetto dei documenti (testi, suoni, immagini), la verifica e la rettifica degli errori». Nel codice professionale sono prescritti pure la lealtà e la trasparenza dei metodi di indagine. È sulla violazione di queste precise esigenze – e non su un astratto principio di «obiettività» – che gli organismi di deontologia sono autorizzati a pronunciarsi. Conclusione Si potrebbe così, pragmaticamente, avviare a soluzione un problema che
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in apertura si delineava come un poco inquietante. La svolta interpretativa introdotta dai tribunali civili e dagli organismi professionali della Svizzera e tacitamente ammessa dal legislatore (con la rinuncia al criterio di oggettività, con l’adozione di una via procedurale alla verità) si giustifica anche dal profilo dell’etica filosofica. Habermas chiamava questo modo di procedere etica del discorso (Diskursethik)26. Il metodo procedurale è anche il più vicino a quella che John Rawls, filosofo della politica, chiamava fairness, cioè equità nei rapporti tra soggetti deliberanti. Si realizzano cioè sul punto specifico rapporti equi tra i partecipanti (Justice as Fairness27), attraverso il reciproco riconoscimento di diritti e doveri. L’esigenza di verità è riconosciuta come un dovere, ma l’accertamento di un’applicazione avviene esaminando la qualità delle procedure. Questo articolo è uno sviluppo della relazione presentata il 9 giugno 2009 alla Biblioteca cantonale di Lugano, nell’ambito del convegno su «Etica e comunicazione politica», organizzato dall’Osservatorio Democratico. Gruppo di discussione politica. NOTE 1. «[il giornalista] ricerca la verità e rispetta il diritto del pubblico di venirne a conoscenza» (Cifra 1. della «Dichiarazione dei doveri» firmata dai giornalisti svizzeri al momento di ricevere la tessera professionale). 2. Reporters sans frontières, Press Freedom Barometer, 30 dicembre 2008. 3. citato da Alain Woodrow, Information Manipulation, Vifs, Paris, 1991, p. 165. 4. M. Canto-Sperber, L’inquietude morale et la vie humaine, PUF, Paris, 2001, p. 349. 5. A. Mazzanti, Cronaca di una assenza. Il dibattito sull’obiettività dell’informazione in Italia, in «Problemi del giornalismo», anno XIV (aprile-giugno 1989), pp. 197-215. 6. U. Eco, C’è un’informazione obiettiva?, relazione tenuta il 15 aprile 1978 a Milano e raccolta nel volume Sette anni di desiderio, Bompiani, Milano, 1983, pp. 129-143. 7. F. Abruzzo, Codice dell’informazione e della comunicazione. Fonti giuridiche italiane, comunitarie e internazionali, quinta edizione, Roma, 2006, p. 1239 ss. 8. «Problemi dell’informazione» 4/2003: «Ripensare l’obiettività». 9. Conferma autorevole se ne ha nel volume di D.C. Hallin e P. Mancini, Modelli di giornalismo. Mass media e politica nelle democrazie occidentali, Laterza, Roma-Bari, 2004. 10. P. Murialdi (a cura di), Ottone. Intervista sul giornalismo, Laterza, Roma-Bari, 1978. 11. J. Habermas, Storia e critica dell’opinione pubblica (1962), Laterza, Roma-Bari, 2002. 12. Il titolo della versione italiana è: Quarto potere. Il film fu realizzato da Orson Welles nel 1941. 13. M. Schudson, La scoperta della notizia. Storia sociale della stampa americana, Li-
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guori, Napoli, 1987; M. Gozzini, Storia del giornalismo, Bruno Mondadori, Milano, 2000; C. Lemieux, Mauvaise presse, Métailié, Paris, 2000. 14. «Columbia Journalism Review» (4) JulyAugust 2003 (tr. it. Ripensando l’obiettività, in «Problemi dell’informazione», 3/2003, 27599). 15. Cito, di W.L. Beenett, R.G. Lawrence e St. Livingston, il saggio When the Press Fails, The University of Chicago Press, Chicago-London, 2007, che attribuisce una parte della responsabilità all’assunzione, da parte dei media, di un tipo di logica «politica» imparato nei circoli del potere e svincolato dal dovere primario di servire l’opinione pubblica. 16. B. Cunningham, The case of Objectivity in News Reporting, relazione presentata a un convegno a Lugano del gennaio 2005, pubblicata da «Media Journalism in the Attention Cycle», Università della Svizzera italiana, Lugano, 2006. 17. La dichiarazione fu pubblicata dall’«International Herald Tribune» del 21 ottobre 1992. 18. Pubblicato da «Epoca» il 12 settembre 1990. 19. L’idea risale a Tom Wolfe, assunto a ventisei anni, nel 1957, dalla «New York Herald Tribune», ed ebbe tra i suoi migliori cultori scrittori come Truman Capote, Norman Mailer, Gay Talese. 20. J. Fuller, News Values. Ideas for an Information Age, University of Chicago Press, Chicago, 1996. 21. D.T.Z. Mindich, Just the Facts. How ‘Objectivity’ Came to Define American Journalism, New York University Press, New YorkLondon, 1998. 22. D. Barrelet, Droit de la communication, Staæmpfli, Berne, 1998, 51. 23. R.H. Weber, Rundfunkrecht, Bern, 2008, 55 ss. Ringrazio l’avv. Antonio Riva, ex direttore generale della Società svizzera di radiotelevisione, che delle informazioni contenute in questo capitolo è stato il cortesissimo produttore. 24. A. Riklin (Hrsg.), Wahrhaftigkeit in Politik, Recht, Wirtschaft und Medien, Bern/Göttingen 2004, p. 145. In corsivo è qui riportato il testo di Peter Studer. 25. Habermas indica come esigenze minime da rispettare: (1) la completa inclusione di tutti gli interessati; (2) l’uguale distribuzione dei diritti di comunicazione; (3) l’esclusione di ogni coazione, salvo quella dell’argomento migliore; (4) la sincerità (Aufrichtigkeit) delle enunciazioni. In: Verità e giustificazione. Saggi filosofici, Laterza, Roma-Bari 2001, p. 42 ss. 26. C. Brosda, Diskursiver Journalismus. Journalistisches Handeln zwischen kommunikativen Vernunft und mediensystemischen Zwang («Giornalismo del discorso. L’agire giornalistico tra ragione comunicativa e costrizione dei sistemi mediatici»), VS Verlag für Sozialwissenschaften, Wiesbaden, 2008. Nella conclusione di questo manuale esemplare, l’Autore si esprime chiaramente per una rinuncia a «criteri superati» come «obiettività» e «neutralità». 27. J. Rawls, Giustizia come equità. Una riformulazione, Feltrinelli, Milano, 2002. Il principio di equità (Fairness) nella prassi giornalistica è il titolo dell’ultimo capitolo del mio saggio L’onore della cronaca, Casagrande, Bellinzona, 2008.
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La DSC ed il «land grabbing» Fissare regole agli investitori Secondo la Direzione per lo sviluppo e la cooperazione della Confederazione (DSC), l’accaparramento delle terre in atto nel Terzo Mondo non è solo un episodio di neocolonialismo. Gli investimenti sono promossi dagli stessi Stati sovrani. I governi scoprono riserve enormi nelle loro terre cosiddette incolte. Attirano così attivamente investitori, in particolare offrendo prezzi molto bassi che poi sperano poter aumentare.
In numerosi paesi d’Africa, le élite politiche non hanno fiducia nell’agricoltura dei piccoli contadini. Vedono crescere il numero di abitanti, aumentare la degradazione dei suoli e la pressione sulle risorse e constatano che la produttività non è aumentata molto in questi ultimi decenni. Si chiedono dunque come nutrire la popolazione, soprattutto quella delle città. Per cui hanno ripreso l’ideale di modernizzazione dell’Occidente, basata sulle nuove tecnologie e la meccanizzazione. E poiché mancano di mezzi, pensano d’aver bisogno degli investitori stranieri: non senza ragione, del resto, perché la cooperazione allo sviluppo non potrà, da sola, consentire un vero recupero.
L’accaparramento delle terre è sicuramente problematico. Ma conviene analizzare gli investimenti in maniera differenziata, secondo la loro natura. Il fenomeno è ancora insufficientemente documentato. È imminente da parte della Banca mondiale un rapporto che descriverà venti casi, per altrettanti Paesi. I dubbi riguardo a questi investimenti sono giustificati, poiché queste iniziative di sviluppo tendono soprattutto alla produzione di massa destinata al mercato mondiale o al Paese d’origine dei promotori, con metodi non particolarmente sostenibili. La DSC vede invece un grande potenziale di crescita nella produzione agricola sostenibile e su piccola scala, per i mercati locali, regionali ed internazionali. È necessario sostenerla. Parallelamente, è essenziale che le persone danneggiate dall’accaparramento delle terre possano organizzarsi per difendere i loro interessi. Questo implica il sostegno alle organizza-
zioni dei piccoli contadini o dei piccoli allevatori. Questi ultimi sono i più toccati, perché effettuano la transumanza con i loro greggi nelle regioni poco popolate ed utilizzano i pascoli stagionalmente. I governi ritengono sommariamente che si tratti di terre incolte. La DSC è tra i rari donatori che compiono, in maniera sistematica e continua, un lavoro di rafforzamento della società civile e di dialogo con tutte le parti coinvolte, soprattutto i governi. A livello internazionale, la DSC collabora a due processi di elaborazione di direttive, uno legato alla FAO, l’altro a diverse organizzazioni. Sono modelli importanti, perché non esiste una regolazione effettiva dell’attività delle multinazionali. I Paesi d’origine non la vogliono, neppure la Svizzera. Eppure, l’elaborazione di direttive – alle quali partecipano lo Stato, gli investitori privati e la società civile – possono ottenere risultati, come hanno dimostrato le iniziative intraprese nei settori del legname o delle industrie estrattive. Pepo Hofstetter et Michèle Laubscher (Alliance Sud) www.alliancesud.ch
NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE
Chiesa verde. In Canada le comunità cristiane stanno iniziando a mobilitarsi a favore di un maggior rispetto dell’ambiente. A metà febbraio 150 persone appartenenti alle chiese cattolica, anglicana e ortodossa della regione di Montréal hanno accolto l’invito di «Eglise verte» partecipando al primo «Colloque des églises vertes». «Eglise verte» è un progetto ecumenico a sostegno delle comunità cristiane nell’adozione di atteggiamenti e pratiche più rispettose dell’ambiente. Il progetto pilota, iniziato nel 2006, ha coinvolto sei parrocchie già attente all’ecologia, proponendo loro di vivere un rapporto più equilibrato con l’ambiente. Numerose le parrocchie della regione di Montréal che hanno aderito al progetto. «La Chiesa non ha reagito abbastanza in fretta alla crisi ecologica, ma l’amore del Creatore la motiverà a cambiare le sue abitudini»: sono parole di Norman Levesque, coordinatore di Eglise verte.
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notiziario (in)sostenibile
NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE a cura di Daria Lepori
Dopo Copenaghen. A Firenze, a fine gennaio, trenta rappresentanti di Chiese cristiane, associazioni giovanili e altre comunità religiose hanno partecipato al Colloquio pubblico intitolato «Dopo Copenaghen, per la salvaguardia del creato». Si è trattato di un momento di confronto interculturale e interreligioso dopo la conferenza dell’ONU sul clima, che, come ha detto Riccardo Petrella nel suo intervento («Per la riappropriazione comune della speranza»), è «vergognosamente fallita» e dove «le attese, i diritti e le proposte di decine e decine di milioni di persone non hanno avuto nessuna influenza sul decorso degli avvenimenti». Il Colloquio richiama alla memoria i «Colloqui mediterranei» che si svolgevano a Palazzo Vecchio per volontà dell’allora sindaco di Firenze, Giorgio La Pira. Il metodo prevede interventi programmati e liberi con successivo dibattito. Per il coordinatore dell’evento di Firenze, Enzo Cacioli, questa modalità è «capace di comporre in unità le molteplici positive diversità sui temi di carattere generale e di diretta incidenza in ambito territoriale: esso potrebbe essere una preziosa occasione per riproporre la prospettiva lapiriana del ‘sentiero di Isaia’, un orizzonte di pace, bellezza e armonia universale verso il quale Firenze può ancor oggi esprimere la sua singola vocazione e missione».
Overdose di detersivi. Degli americani si sa che sono il 53%; degli svizzeri non esattamente, ma è legittimo supporre che la tendenza sia simile. È la percentuale di chi non rispetta il dosaggio dei detersivi per il bucato. Molti pensano che utilizzando più detersivo si ottenga un bucato più pulito. Non è vero, anzi vi sono pure dei grossi svantaggi da mettere in conto: colori che sbiadiscono, macchine che si guastano, abiti maleodoranti e appetibili per i batteri. I detersivi oggi sono più concentrati e le lavatrici utilizzano meno acqua. Si impone una maggior attenzione nel dosaggio (tenendo conto anche della «durezza» dell’acqua, che varia spesso da comune a comune), ma bisogna ammettere che le indicazioni che si trovano sugli imballaggi non sempre sono facili da interpretare.
Melanzane ogm? «Eggplant», così si chiama in inglese la melanzana. Da migliaia di anni è coltivata in India, dove è una delle verdure più apprezzate e dove la si cucina in tante gustosissime varianti. La superficie dedicata alla sua coltura è di mezzo milione di ettari, un ottavo della Svizzera. Per più di cinque milioni di famiglie questa pianta della famiglia delle solanacee (come il pomodoro, la patata, la belladonna) rappresenta una fonte di reddito supplementare. Le varietà di melanzana documentate e archiviate dall’Ufficio nazionale delle risorse genetiche vegetali di Delhi sono 2500. Ora, questa biodiversità è in serio pericolo. Lo scorso ottobre il governo indiano ha autorizzato la coltivazione della melanzana-bt, geneticamente modificata. Si tratta di una melanzana al cui DNA è stato aggiunto artificialmente un gene del batterio bacillus thuringiensis (Bt), che teoricamente la rende capace di disfarsi di parassiti producendo una specie di pesticida vegetale. Il problema è che, a contatto con il pesticida naturale, i parassiti ben presto ne diventano resistenti (un fenomeno che è già stato osservato là dove il Bt è stato introdotto nel cotone). Beneficio solo temporaneo, dunque, che difficilmente è in grado di compensare il rischio che il materiale genetico delle piante modificate vada a interferire con la situazione naturale di diversità biologica. Secondo uno studio dell’università canadese del Manitoba, i pollini possono rimanere nell’aria per tre ore percorrendo fino a 115 km, in zone calde come l’India, anche di più. Per Sandeep Patil, contadino di Kelve nel distretto di Thane, stato del Maharashtra, la cui famiglia da generazioni coltiva melanzane e altre verdure, i nuovi prodotti sono una lama a doppio taglio. «Fino a quindici anni fa non avevamo problemi con i parassiti delle melanzane. Sono cominciati con l’introduzione di varietà ibride destinate all’esportazione. Alcuni di noi ne hanno seminate quantità sempre più grandi, utilizzando fertilizzanti e pesticidi. I diserbanti utilizzati però distruggono anche tutte le altre erbe e con loro l’habitat di molti insetti. Questi hanno rimediato assalendo in profondità lo stelo e il frutto della melanzana».
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Cimiteri di domani. SANU, istituto di formazione per lo sviluppo sostenibile di Bienne, organizza per la prima volta un corso di mezza giornata dal titolo: «Cimiteri di domani: morti o vivi?». La formazione è destinata agli addetti statali o ecclesiali, ma anche ad architetti, paesaggisti, giardinieri e alle Chiese. L’evoluzione della società influenza il rapporto con il lutto e la morte e crea nuove esigenze in quelli che sono veri e propri spazi verdi, fonte di rigenerazione per la popolazione. In quanto isole di verde in spazi fortemente urbanizzati, essi offrono rifugio a molte specie animali e vegetali: un ruolo che può essere rafforzato. All’aspetto finanziario è dedicato un capitolo, in quanto la pianificazione, la realizzazione e una cura appropriate influenzano direttamente i costi di un cimitero. Per gli sci niente cimitero. Che cosa fare dei vecchi sci? Un ottimo esempio arriva dalla Savoia dove la società Tri-Vallées (trier significa separare) ha organizzato un sistema unico in Europa di raccolta, riciclaggio ed eliminazione degli sci «fuori uso». Lo scorso anno, nei dipartimenti dove agisce (Savoia, Alta Savoia, Isère), ha recuperato 210 tonnellate di materiale. Gli sci moderni sono fatti di molti materiali (metalli, legno, plastica). Il metallo è recuperato e inviato in una fonderia, mentre il resto è fornito ai cementifici che lo usano come combustibile. In Svizzera gli sci smessi che non prendono la strada dei Paesi dell’Est (soluzione adottata da molte marche per il materiale a nolo), sono bruciati negli inceneritori. Ma le parti metalliche (anche gli attacchi) possono causare danni ai sistemi di trasporto; inoltre il metallo recuperato dai magneti elettrici dalle ceneri è di minor qualità per poter essere riutilizzato a causa dell’ossidazione che avviene nel processo di combustione. Va ricordato che all’acquisto di sci nuovi non si paga (ancora) nessuna tassa per coprire i costi dello smaltimento.
Andateci in treno. A Bienne, dal 1. luglio 2009, i biglietti del parcheggio della stazione ferroviaria valgono anche come biglietto del tram e dei bus. Si tratta di un progetto-pilota della durata di un anno il cui scopo è la promozione del trasporto pubblico. Conviene riflettere che, a Bienne, sarebbe meglio arrivarci in treno, invece che in automobile.
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Ricordo di padre Camillo de Piaz profeta contro ogni dogmatismo Se ne è andato in punta di piedi, con quella riservatezza che ha caratterizzato tutta la sua vita, Camillo De Piaz, frate servita, partigiano, uomo del Concilio, uno degli ultimi grandi testimoni della Chiesa del Novecento, deceduto nella notte fra il 30 e il 31 gennaio, a 92 anni di età, a Madonna di Tirano, in Valtellina, dove era nato nel 1918 e dove era tornato nel 1957, quando per ordine del Santo Ufficio venne allontanato da Milano. Era uno dei «ribelli obbedientissimi» come don Milani, padre Balducci e padre Turoldo, spesso critici con le gerarchie ecclesiastiche, ma fino alla fine fedeli al Vangelo e alla Chiesa. Portava il cognome del villaggio di origine, una frazione sopra Tirano, da dove venivano i suoi antenati contadini; il papà era impiegato nella Ferrovia retica. A 11 anni lascia il paese e si trasferisce a Monte Berico (Vicenza), nello studentato dei Servi di Maria, dove incontra David Turoldo, l’amico e il compagno di una vita, con il quale, a Milano fin dai primi anni ‘40, condividerà gli studi universitari all’Università Cattolica, la stagione della Resistenza e della ricostruzione post-fascista. La sacrestia del Convento dei serviti di San Carlo diventa infatti uno dei luoghi fondamentali della lotta di liberazione milanese, un rifugio dove – racconta p. Camillo – «aveva trovato salvezza, assieme a noi, un campionario assortito di gente perseguitata o in pericolo... e dove si erano incrociate le fila di tante trame». Lì nasce il Fronte della Gioventù di Eugenio Curiel, ucciso dai repubblichini di Salò a Milano nel febbraio del 1945 – una delle più attive organizzazioni giovanili della Resistenza, che teneva insieme, uniti dall’antifascismo, cattolici e comunisti. E lì si realizza «L’Uomo», il giornale clandestino voluto proprio dai due serviti – ai quali il Comitato di liberazione in Alta Italia aveva dato l’incarico di assistere le famiglie dei prigionieri politici – e da alcuni docenti della Cattolica, che inizia ad uscire 1’8 settembre 1943 e durerà fino al 1. settembre 1946. Alimentata dalle passioni della Resistenza, nelle stesse stanze del convento, nasce la Corsia dei Servi. Il periodo dopo la Liberazione – racconta De Piaz a Giuseppe Gozzini nel volume
Sulla frontiera. Camillo de Piaz, la resistenza, il Concilio e oltre, pubblicato da Scheiwillcr nel 2006 («Dialoghi» n. 195) – «fu per noi l’inizio di una ‘rigenerazione’. Davide ed io sognammo un convento o una comunità destinata a svolgere la funzione che più in generale pensavamo fosse propria della Chiesa: un asilo sicuro per chiunque, credente o meno, uno spazio di scondizionamento e di restituzione alla libertà, un porto accogliente, materno e fraterno, in cui gettare l’ancora per rigenerare le proprie forze e da cui ripartire verso le scelte che ognuno si sente o si trova storicamente chiamato a fare, sotto la propria non delegabile e non surrogabile responsabilità». La Corsia sarà libreria, casa editrice, spazio di incontro e di elaborazione culturale, luogo di accoglienza e di assistenza per i più poveri. Nei primi anni dell’Italia repubblicana, De Piaz si avvicina a Giuseppe Dossetti e al gruppo delle «Cronache sociali», «il meglio del cattolicesimo sociale antifascista e antiborghese», criticando l’idea di «partito cattolico», polemizzando con la «spartizione democristiana della torta» e con la nostalgia del regime di «cristianità» e, successivamente, con la fede «presenzialista» di Comunione e Liberazione. Nel 1954 p. Camillo prende il posto, come predicatore in Duomo, del suo confratello Turoldo, allontanato da Milano per ordine del cardinale Alfredo Ottaviani, prefetto del Sant’Uffizio, che aveva detto: «Fatelo girare, circolare, perché non coaguli», ovvero non aggreghi attorno a sé. Ma dopo tre anni toccherà anche a De Piaz subire la cacciata da Milano: «Eravamo accusati di ‘far politica’ – racconta – come se chi rifiuta di «immischiarsi nella politica non esprimesse già una posizione politica. Sulla base di questo pregiudizio, siamo stati attaccati e calunniati con tutti i mezzi: pressioni curialesche e menzogne, ripicche di una certa gerarchia ecclesiastica e alla fine i provvedimenti disciplinari». Allora p. Camillo ritorna tra i suoi monti, al convento presso il santuario della Madonna di Tirano, «in esilio ma non in clandestinità». Ritrova vecchie e nuove amicizie, scrive sui fogli locali e poschiavini, si impegna attivamente nella vita culturale, crea un mu-
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seo della valle, nella Chiesa suscitando l’ostilità dei benpensanti che… tolgono ai frati il Santuario! Negli anni sessanta si crea un cordiale rapporto di amicizia e collaborazione anche con «Dialoghi», tramite i direttori della libreria Lucia Pigni e Mario Cuminetti, con reciproca partecipazione a incontri e scambio di relatori. Per padre Camillo una «seconda liberazione, dopo quella della Resistenza», a cui segue però una nuova repressione, quando Turoldo e De Piaz coi loro amici vengono privati della direzione della libreria e fondano la «Nuova Corsia» di Via Tadino («Dialoghi» n.33, ottobre 1974). La tendenza restauratrice aumenterà con l’avvento di Giovanni Paolo II che, scrive padre De Piaz in un articolo del 2004, ha esercitato il pontificato «in modo totalizzante», «come un sovrano temporale assoluto, e questo indipendentemente dalle cose che via via è andato dicendo, alcune delle quale sono sacrosante; però dal punto di vista ecclesiologico non corrisponde ai dettati del Concilio». «C’è una parte di popolo di Dio che è ferita da questo», disse padre Camillo in una delle sue ultime interviste al mensile Jesus, nell’aprile del 2007: «Ma sono fiducioso. L’esperienza vissuta con padre Davide mi dice che ci sono momenti in cui bisogna soffrire non solo pour l’Eglise, ma anche par l’Eglise, cioè per mano della Chiesa. E poi il Concilio è opera dello Spirito, non si può cancellare come se nulla fosse». Padre Ermes Ronchi, priore del convento di San Carlo al Corso a Milano, in occasione dei festeggiamenti per i 90 anni di padre Camillo, riconobbe che «è stato un precursore e ha capito molte cose prima e meglio di tutti». Tuttavia, pur conservando una incrollabile fede nella buona notizia del Vangelo, lo scomparso confessava: «Durante la Resistenza sognavamo un’Italia diversa dall’arroganza del fascismo. Adesso mi vergogno nell’ascolto di chi ogni giorno offende i deboli con la supponenza che rifiuta la pena degli altri. Non pensavo di invecchiare in un Paese come questo». Per padre Camillo, queste sono ormai «miserie» dell’altro mondo. Luca Cocci («Adista» del 13 febbraio 2010), adattato e integrato da a.l.
Prediche e articoli giornalistici di padre Camillo sono raccolti in: «Il crocevia, la memoria» (Sondrio, 1995); «Uscì a seminare…» (Sotto Il Monte, 1997); «Ma io vi dico» (Sotto il Monte, 2000).
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cronaca
CRONACA SVIZZERA a cura di Alberto Lepori
Finalmente. Il «Foglio ufficiale del Cantone Ticino» del 12 marzo 2010 (l’anno è importante) porta il «Concorso per l’assunzione di docenti di ‘storia delle religioni’ nella scuola media». Si inizierà l’esperimento con l’anno scolastico 2010-2011 nelle terze medie delle sedi di Biasca, Bellinzona 2, Minusio, Tesserete, LuganoBesso, Riva San Vitale. I docenti «partecipano alla sperimentazione di una nuova materia scolastica che introdurrà alla conoscenza di elementi culturali delle religioni secondo una prospettiva scientifica aconfessionale»; la docenza «è incompatibile con quella di docente di religione»; requisiti richiesti: «laurea, licenza universitaria o master preferibilmente in scienze delle religioni, oppure in antropologia, etnologia, filosofia, storia, teologia con comprovata formazione ed esami sostenuti negli ambiti delle scienze delle religioni. È auspicata una conveniente esperienza d’insegnamento». Finalmente la scuola ticinese cerca di far fronte seriamente alla ormai generale e constatata ignoranza di cultura religiosa, non certamente ovviata dal tradizionale insegnamento affidato alle Chiese e limitato agli «avvalentesi».
Pro domo mea. La «Rivista della diocesi di Lugano» (gennaio febbraio 2010) informa che il Consiglio presbiterale (composto cioè unicamente di preti) studierà nel prossimo anno quattro temi, tra cui «le congrue dei presbiteri» (cioè: la paga dei preti) e «la collaborazione con i fedeli laici». Ovviamente i presbiteri (cioè: gli anziani, o i saggi…) per discutere e decidere su questi due temi non hanno bisogno di consultare i laici («fedeli» e quindi obbedienti). Per quanto riguarda le «congrue» (che in Ticino sono pagate e amministrate dai «fedeli laici»), niente di nuovo: già Congar indicava come compito ecclesiale dei laici quello di mettere mano al portamonete. Circa la collaborazione, secondo l’insegnamento del Vaticano II, dovrebbero essere i presbiteri a collaborare coi laici («chiamati al servizio del popolo di Dio», LG 28), e non viceversa. O il Vangelo dice qualcosa di diverso? Era acerba. I volponi svizzeri hanno per decenni banchettato (banche e bo-
nus milionari) con i soldi degli evasori fiscali del mondo intero. Poi hanno confessato (perché finiti sotto il tiro incrociato dei governi di mezzo mondo) che i soldi degli evasori non si possono accettare, come l’uva della favola antica, diventata acerba perché non era più a portata di mano. L’uva acerba a mangiarla fa anche male e il mal di pancia è venuto a tutta la Svizzera, Consiglio federale in testa. Restituiti i fondi giacenti degli ebrei, pagate le tasse sottratte agli americani, ridimensionato il segreto bancario (anche grazie al furto dei CD!), ai volponi impallinati restano i bonus, mentre i contribuenti svizzeri pagano i danni. La saggezza popolare dice anche che la volpe perde il pelo ma non il vizio. In attesa dunque di altre figuracce.
Precisione episcopale. Il nuovo presidente dei vescovi svizzeri, Norbert Brunner, ha tenuto a precisare, in relazione a un’intervista rilasciata alla «NZZ am Sonntag», che considera possibile ordinare uomini sposati (purché «viri probati») e non invece sposare uomini ordinati. Si tratta del famoso dilemma: prima l’uovo o prima la gallina?
Le croci dopo i minareti? Nel canton Friburgo, una guida alpina ha abbattuto due croci che si trovavano sulla cima di una montagna perché ritiene che le montagne sono di tutti e non sono solo dei cristiani. Certo nel cantone Friburgo le croci abbondano (alcune lungo l’autostrada avevano suscitato discussioni), e un Papa le aveva promosse quale segno di «conquista cristiana». Ma sono anche da rispettare quando restano espressione di una vera devozione. Meglio però non esagerare: perciò qualche croce e qualche minareto.
Non leggono «Dialoghi». Nel comunicato diffuso il 2 dicembre, a seguito della 286.ma assemblea dei Vescovi svizzeri, viene deplorato il risultato della votazione circa il divieto dei minareti, quale «no alla visibilità pubblica delle religioni», accomunato alla sentenza della Corte europea dei diritti circa il crocefisso nelle aule scolastiche, un «altro esempio della pressione esercitata contro la visibilità delle religioni». I Vescovi svizzeri sono male informati e perciò informano
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male: la Corte europea, con la nota sentenza, non si occupa della «visibilità delle religioni», ma vuole difendere il diritto di un genitore sull’insegnamento da impartire ai figli e la libertà religiosa di due minorenni. Prima di sentenziare, i Vescovi dovrebbero… leggere le sentenze (o almeno «Dialoghi» 209)!
Svizzera accogliente. Non tutti gli svizzeri sono xenofobi (per ora solo, in maggioranza, contro i minareti). I governi ginevrino e giurassiano, con il consenso del Consiglio federale, hanno deciso di accogliere tre exdetenuti di Guantanamo (innocentissimi, dopo attento esame). Per dare una mano al presidente Obama nel tenere fede alla sua promessa e per dare una lezione di tolleranza a tutti gli svizzeri, da secoli fieri della loro solidarietà verso i perseguitati ma non altrettanto sempre disposti a praticarla. Ticino bancario. Il Centro studi bancari di Vezia ha reso pubblici i dati del sistema bancario ticinese alla fine del 2008. Le banche presenti in Ticino erano 77, con 275 sportelli e 7619 dipendenti. I dati complessivi nascondono una realtà molto più differenziata: due grandi banche (UBS e Credit Suisse) contano da sole 2119 dipendenti e 45 «banche in mano straniera» (!) occupano complessivamente 2769 persone ( il 36% del totale). La Banca Raiffeisen da sola dispone di 108 sportelli (39,3% del totale) ma occupa solo 530 persone. I confronti dovrebbero essere estesi alla cifra d’affari e al capitali depositati (prima e dopo… lo scudo di Tremonti), specialmente per valutare le 45 banche in mano straniera, e la loro partecipazione a incrementare l’evasione fiscale di cui beneficia la piazza finanziaria ticinese.
Conoscenza delle religioni (1). La scuola pubblica del Canton Ginevra ha deciso di introdurre, a partire dal 2011 e con l’attuazione del concordato Harmos, la conoscenza delle grandi tradizioni di pensiero, religiosi o laiche, con presentazione di estratti della Bibbia, del Corano, della Dichiarazione dei diritti umani, ma anche di Montaigne e di Marx. Secondo il Dipartimento dell’istruzione, obiettivo è di permettere agli allievi di comprendere i valori fondanti di una comunità, insegnando loro a meglio identificare i punti di riferimento e i princípi contenuti nei testi; ciò aiute-
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rà a comprendere che molti compagni di scuola hanno una diversa cultura e che non tutti credono nello stesso modo su questioni fondamentali come l’origine della vita, la morte ecc. (da «Le Courrier»del 10 marzo 2010).
Conoscere le religioni (2). Alcuni deputati vodesi hanno proposto di sostituire l’attuale «insegnamento di storia biblica» con un corso di «conoscenza delle religioni». L’insegnamento biblico, conforme ai principi del cristianesimo, è attualmente impartito a titolo facoltativo dal corpo insegnante per un’ora alla settimana nelle scuole primarie e nel ciclo di transizione. La nuova materia sarebbe invece obbligatoria per tutti. È da notare che il cosiddetto «insegnamento biblico» non è più da tempo quello tradizionale, ma segue il metodo ENBIRO (Insegnamento biblico e interreligioso romando) dove, partendo dalla tradizione giudeo-cristiana, si presentano anche altre religioni. Lo scorso anno il Governo vodese aveva dichiarato di non prevedere una riforma a questo proposito, ma la legge scolastica, che risale al 1984, è in corso di revisione e per questo almeno una discussione al proposito è da prevedere.
Presiderà l’Assemblea dell’ONU. Joseph Deiss, professore friburghese già consigliere federale, sarà proposto dagli Stati occidentali a presiedere l’Assemblea generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite a partire dal settembre 2010. È da augurarsi che al riconoscimento attribuito dalla comunità mondiale alla Svizzera corrisponda una maggiore considerazione degli svizzeri (a partire dai media) per l’attività degli organismi onusiani nella tutela della pace e della solidarietà tra i popoli. L’economista Deiss ha dichiarato di volere spendere il (poco) potere che gli deriverà dall’onorifica presidenza alla realizzazione degli obiettivi del Millenium, cioè per ridurre a metà la povertà nel mondo entro il 2015.
Non solo minareti. La Commissione zurighese di ricorso in materia di costruzioni ha respinto i ricorsi dei vicini contro la costruzione di una moschea a Volketswil, ricorso motivato dalla mancanza di posteggi adeguati. La moschea potrà contenere 500 persone; sono previsti in totale 77 posti auto. A Lucerna, un’associazione re-
cronaca
gionale di pallacanestro ha negato a una ragazza diciannovenne di partecipare alle gare ufficiali portando il velo islamico. Ma secondo il Bollettino della parrocchia cattolica dove la ragazza vive, integrarsi non vuol dire seguire la moda della maggioranza. Nessuno invece impedisce agli sponsor di trasformare gli sportivi in... manifesti pubblicitari (di banche e di case da giuoco, come nel Ticino). A Friburgo, un ufficiale istruttore, da tempo attivo politicamente nell’Unione democratica di centro, di fronte alla scelta anti-minareti dei suoi camerati, ha capito di essere fuori posto: da due anni infatti era musulmano! Subito un suo ex camerata e consigliere nazionale zurighese ne ha richiesto l’esclusione dall’esercito! Personaggi di questo «calibro» non meritano pubblicità: per questo non li nominiamo (rinvio i curiosi ad APIC, n. 328). Gli Aleviti, musulmani turchi che si rifanno alla discendenza di Ali, genero del Profeta, avranno a San Gallo un «cemevi» (casa di riunione), ma non sarà una moschea, quindi niente minareto. Gli aleviti sarebbero tra i 25 e i 30.000 in Svizzera: sono presenti specialmente a Basilea, con una decina di circoli riuniti nella Federazione svizzera. In Turchia rappresenterebbero il 20-25% della popolazione, in Europa sarebbero quasi un milione, dei quali oltre 600.000 in Germania. Le donne non sono velate, non praticano il digiuno del Ramadan, le loro moschee non hanno minareti: e così non danno fastidio ai «cristiani». Mah!
Tra i media. Dopo 58 anni, la rivista protestante di lingua tedesca «Reformatio» cessa le pubblicazioni. Il motivo della rinuncia a questa voce importante e spazio di scambio intellettuale all’interno del protestantesimo svizzero, oltre che nella diminuzione degli abbonati, sta nella difficoltà di rinnovare il corpo redazionale e di trovare un numero sufficiente di giornalisti… benevoli. Queste le motivazioni esposte dal presidente dell’Associazione Reformatio David A. Weiss. Dalla fine dell’anno, il giornalista Patrice Favre, già de «La Liberté» di Friburgo dove compilava il primo quaderno (con le notizie svizzere, estere, economiche, religiose), è passato a dirigere «L’Echo Magazine» di Ginevra. Il settimanale «cristiano e culturale» per le famiglie stampa ventimila copie (ha circa ottantamila lettori) ed è vicino a festeggiare gli ottant’anni di pubblicazione. Al nuovo direttore e al-
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la interessante pubblicazione auguri di successo nel settore sempre più difficile dell’informazione religiosa e culturale. Ha cessato di uscire, invece, la rivista «Coeur en alerte» (sei numeri all’anno), organo per la Svizzera romanda di una decina di congregazioni missionarie, che contava (ancora) 3500 abbonati paganti, pur registrando un (normale) invecchiamento. Sarà sostituita da una «lettera di contatto» per informare sui progetti missionari nel Sud del mondo. Nel 2005 aveva già cessato le pubblicazioni l’edizione romanda di «Bethlem», dell’omonimo istituto missionario, e nel 2008 avevano cessato di uscire le riviste trimestrali, in francese e tedesco, «Voce di S. Paolo». Continua invece la pubblicazione l’edizione tedesca «WeltWeit», per oltre 16.000 copie. Il «federalismo svizzero» (quando diventa individualismo irresponsabile) è spesso causa di queste «sparizioni». Ma c’è anche una sottovalutazione dell’importanza delle «piccole riviste» e viene meno l’appoggio finanziario e l’impegno del volontariato. Proposta di coabitazione. Il pastore Thomas Wipf, presidente del Consiglio della Federazione delle Chiese protestanti della Svizzera, ritiene necessario un «consenso di base sulle condizioni per la coabitazione» tra le religioni, ciò specialmente per collaborare con le altre religioni non cristiane. Propone un documento, con forza obbligatoria, che riconosca l’eredità cristiana della Svizzera, sottolinea che la diversità è un segno di forza ma nessuna religione dovrebbe rivendicare poteri; che la libertà religiosa comprende anche il diritto di non averne nessuna e di cambiarla, e che il nostro Stato si basa sul diritto e non sulla fede in una qualsiasi religione e non ci sono diritti religiosi oltre quelli previsti dalla Costituzione e dalle leggi.
Musulmani. I musulmani svizzeri fanno capo a due organizzazioni nazionali: la Coordinazione delle organizzazioni islamiche della Svizzera (KOIS) e la Federazione delle organizzazioni islamiche della Svizzera (FOIS). Ora è stato fondato un «Consiglio islamico svizzero» (CCIS) che afferma di rappresentante l’islam sunnita ed è diretto da Nicolas Blancho, un convertito, partigiano di un Islam fondamentalista. Ha subito proposto di creare un cimitero per i musulmani in ogni cantone. Non sembra una proposta ottimistica!
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biblioteca
BIBLIOTECA
Carlo Carretto profeta di laicità e di povertà
Cent’anni fa, il 2 aprile 1910, nasceva Carlo Carretto, tra maggiori i protagonisti di quel periodo politico ecclesiale che ha accompagnato le trasformazioni del secondo dopoguerra e ha alimentato e portato a (parziale) compimento l’evento conciliare. Ma Carretto è anche tra le personalità del movimento cattolico italiano che più hanno lasciato traccia nella Chiesa del post-Concilio. Nel centenario della sua nascita, un libro di Gianni Di Santo ne ripercorre la vita, attraverso una ricostruzione puntuale degli eventi fondamentali che hanno scandito la sua vicenda umana, religiosa e politica, i ricordi di chi lo ha conosciuto, una lettura della sua corrispondenza privata, due testi inediti. La narrazione si concentra soprattutto sul periodo successivo al 1946, anno in cui Carretto diviene presidente centrale della Gioventù Italiana di Azione Cattolica (GIAC). Due anni dopo, nel settembre 1948, in occasione dell’ottantesimo anniversario della fondazione dell’Azione Cattolica, Carretto organizza una grande manifestazione dei giovani di AC a Roma: è la famosa adunata dei 300 mila «baschi verdi». Dalla diversa funzione che quella nuova generazione di giovani cattolici avrebbe dovuto avere nella Chiesa e nella società italiana nasce la frattura con Luigi Gedda (a quel tempo presidente del ramo maschile di AC), che intendeva imprimere all’associazione una forte svolta in senso conservatore e clericale, soprattutto in seguito all’esito delle elezioni dell’aprile 1948 (la vittoria elettorale della Democrazia cristiana) e al rapporto sempre più teso tra le istituzioni ecclesiastiche e la sinistra di ispirazione marxista (è del 1949 la scomunica di Pio XII ai comunisti). «Noi avevamo – racconta nel libro uno dei compagni di viaggio di Carretto, Arturo Paoli – una visione laica dell’impegno temporale dei cattolici nella vita pubblica». Una visione del ruolo del laicato cattolico nell’Italia del dopoguerra che portò Carretto in rotta di collisione con il Papa stesso. «Certi episodi – racconta ancora Paoli nel libro – sono rimasti famosi: ricordo, per esempio, che qualche volta il Papa lo mandava a chiamare per rimproverargli certe in-
temperanze di alcuni giovani dell’AC. Quando gli chiedevamo come era andata la visita, lui rispondeva sempre ‘benissimo’, gli brillavano gli occhi, ma noi sapevamo che dovevano passare un po’ di ore prima che ci dicesse anche delle osservazioni critiche… Egli minimizzava, ma da altre vie sapevamo che il Papa era stato anche piuttosto duro con lui. Cominciavano tempi difficili e Carlo li sentiva molto». Carretto tirava dritto per la sua strada, fino a quando, nel 1952, si trovò nell’impossibilità di proseguire con coerenza il suo impegno in AC. Si dimise e nel 1954, avvicinatosi alla spiritualità di Charles de Foucault, divenne Piccolo Fratello del Vangelo. Dopo alcuni anni trascorsi in eremitaggio in Algeria nel deserto del Sahara, nel 1965 si trasferì a Spello, in Umbria, dove diede vita ad una originalissima fraternità di preghiera e di accoglienza. Spello divenne così meta di migliaia di persone (soprattutto giovani), credenti e non, desiderose di un’esperienza di fede vissuta attraverso un’intensa (ma non «disincarnata») spiritualità, vita comunitaria, povertà, lavoro manuale e condivisione. Spello fu però anche un importante luogo di riflessione e di azione politica ed ecclesiale, soprattutto grazie agli stimoli di Carretto, che anche dal suo eremo umbro non rinunciò mai ad intervenire sui più scottanti temi di attualità. Il libro ripercorre quelle prese di posizione: dai richiami alla povertà nella Chiesa all’opposizione alla guerra, all’adesione al gruppo dei «cattolici per il No» che difesero nel 1974 il diritto al divorzio («Voterò ‘No’ – scrisse in una intensa Preghiera sul referendum pubblicata sulla Stampa il 7 maggio 1974 – perché spero che dopo una buona lezione ricevuta sarà l’ultima volta che noi cattolici oseremo presentarci in pubblico come difensori di un passato compromesso e senza l’afflato della profezia e dell’amore per l’uomo»). Fino alla Lettera a Pietro, nella quale Carretto interveniva per sostenere la «scelta religiosa» dell’Azione Cattolica, fortemente minacciata dall’azione pastorale di Giovanni Paolo II e dalle critiche del Papa alla presidenza di Alberto Monticoni (Valerio Gigante, da ADISTA, n. 17, 27 febbraio). G. di Santo, Carlo Carretto. Il profeta di Spello, San Paolo Edizioni, 2010, pp.175, € 12.
No. 211
In questo numero I corsivi di «Dialoghi»
✧ «LO SCANDALO DELLA PEDOFILIA SCUOTE LA CHIESA
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Articoli
✧ LA PEDOFILIA DEI PRETI CATTOLICI NELL’AGENDA DEI MEDIA (Carlo Silini)
2, 4
✧ UN IDEALE, ANCHE EVANGELICO, NON PUÒ ESSSERE UN OBBLIGO (Aldo Lafranchi) 5-7 ✧ «PADRE» DELLA CHIESA CHE SI FA STORIA. Ricordo di Edward Schillebeeckx (Adista)
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✧ PERIPEZIE DELLA NOZIONE DI OBIETTIVITÀ GIORNALISTICA (Enrico Morresi) 11-15 ✧ LA DSC ED IL «LAND GRABBING» (Alliance Sud) 15 ✧ RICORDO DI P. CAMILLO DE PIAZ, PROFETA CONTRO OGNI DOGMATISMO (Adista) 17 ✧ BIBLIOTECA R. Chiaberge, Lo scisma. Cattolici senza Papa (Longanesi) G. di Santo, Carlo Carretto, Il profeta di Spello (S. Paolo) ✧ CRONACA INTERNAZIONALE
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✧ OSSERVATORIO ECUMENICO
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✧ NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE
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✧ CRONACA SVIZZERA
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dialoghi di riflessione cristiana Comitato: Alberto Bondolfi, Ernesto Borghi, don Emilio Conrad, Aldo Lafranchi, Alberto Lepori, Daria Lepori, Enrico Morresi, Margherita Noseda Snider, Marina Sartorio, Carlo Silini. Redattore responsabile: Enrico Morresi, via Madonna della Salute 6, CH-6900 Massagno, telefono +41 91 - 966 00 73, e-mail: enrico.morresi@sunrise.ch Amministratore: Pietro Lepori, 6760 Faido Tengia, tel. 091 866 03 16, email: leporipietro@bluemail.ch. Stampa: Tipografia-Offset Stazione SA, Locarno. I collaboratori occasionali o regolari non si ritengono necessariamente consenzienti con la linea della rivista. L’abbonamento ordinario annuale (cinque numeri) costa fr. 60.–, sostenitori da fr. 100.– Un numero separato costa fr. 12.– Conto corr. post. 65-7206-4, Bellinzona. La corrispondenza riguardante gli abbonamenti, i versamenti, le richieste di numeri singoli o di saggio e i cambiamenti di indirizzo va mandata all’amministratore.