248 dialoghi Locarno – Anno 49 – Ottobre 2017
di riflessione cristiana BIMESTRALE
Foto Crinari
Il futuro del GdP
Con legittima soddisfazione di chi vi ha speso fatiche e denaro si sono festosamente inaugurati i restauri della Cattedrale di San Lorenzo a Lugano. Dopo una chiusura di ben sette anni, l’edificio riaperto accoglie di nuovo le comunità celebranti e gli estimatori di un’importante testimonianza d’arte. Il restauro, costato una quindicina di milioni, è stato finanziato dagli enti pubblici (Confederazione, Can-
tone, Comune di Lugano) ma soprattutto con donazioni che hanno dimostrato generosità e adesione all’ambizioso obiettivo. Questo va riconosciuto in primo luogo. Ma «Dialoghi» sceglie di andare più in profondità, discutendo alcune scelte di questo restauro e soprattutto sottolineando il significato profondo dell’Eucarestia che si celebra attorno al «nuovo» altare. Pagg. 7-10
Il 18 luglio «Corriere del Ticino» e «Giornale del Popolo» hanno annunciato contemporaneamente la fine della collaborazione in atto dal 2004. «Un importante punto di svolta nella storia del GdP, la riconquista della piena autonomia, con l’obiettivo che la storica testata continui a essere presente ancora a lungo sulla scena mediatica ticinese e nazionale», scriveva la direttrice del giornale cattolico Alessandra Zumthor. Sullo sfondo, il crollo verticale delle entrate pubblicitarie che colpisce tutta la carta stampata, a causa del quale la società editrice gestita in comune prospettava al GdP una fortissima ristrutturazione. La scelta della via autonoma è una decisione presa dal Vescovo Lazzeri e condivisa «da tutti i collaboratori del Giornale del Popolo, redattori, tecnici, responsabili di abbonamenti e marketing». Dal 1. gennaio 2018 le due testate torneranno dunque a essere gestite in maniera separata. Si ragiona di due anni di tempo per farsene un’idea. «Dialoghi» si augura che la riflessione sia condotta da subito con tutte le forze vive della Diocesi. Le alternative al quotidiano omnibus (cioè con tutte le rubriche, dalla cronaca allo sport, alla cultura) esistono e vanno discusse. Noi ci auguriamo che il Vescovo apra a tutti la possibilità di offrire un contributo di idee e di proposte. E.M.
ALLEGATO
don Lorenzo Milani cantore e martire della Verità di Aldo Lafranchi
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i corsivi di dialoghi
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i corsivi di dialoghi Il Papa dà ragione a «Dialoghi» Beh, non è proprio così: probabilmente Papa Bergoglio non sa neppure che esista «Dialoghi»! Eppure, il motu proprio «Magnum principium» firmato da Francesco il 9 settembre, pare una risposta alle preoccupazioni espresse nell’articolo intitolato «Il confronto sul “nuovo” messale verso una soluzione? Speriamo!» («Dialoghi» n. 246, aprile 2017) circa l’ostinazione della Congregazione vaticana per il Culto Divino a voler calcare sul latino, contro il parere di alcune conferenze episcopali, la traduzione del messale romano nelle lingue moderne. «Magnum principium» recupera dal basso la possibilità di riforma, restituendo competenze alle Conferenze episcopali, riabilita l’esperienza periferica e culturale in materia di tradizione, ristabilisce l’esigenza di «interpretazione» e quindi ridimensiona le aspettative di «traduzione letterale» ricollocando la Chiesa in una storia e in una società aperta. Ci si chiede come accetterà il «dietrofront» il prefetto della Congregazione per il Culto Divino, cardinale Sarah, per il quale in luglio si è dovuta scomodare la Sala stampa della Santa Sede per smentire una notizia data da lui durante una conferenza tenuta a Londra: che cioè, a partire dalla Prima Domenica di Avvento 2017, si sarebbe tornati a celebrare «ad orientem», cioè non più rivolti all’assemblea ma verso l’altare, quand’anche fosse rivolto a Occidente come la cattedrale di San Lorenzo. In un discorso ai liturgisti italiani, il Papa ha definito la riforma liturgica «irreversibile». Sconfitto sulle cose importanti, l’eminentissimo si rifà con le minuzie. La Congregazione ha chiesto ai vescovi diocesani di vigilare sulla qualità delle ostie e del vino utilizzati per la celebrazione, in particolare sulla presenza del glutine. Secondo la Congregazione, il pane senza glutine non è autorizzato. Solo le ostie col glutine, insegna la solerte Congregazione, garantisce, come ha insegnato il Concilio di Trento, la presenza di Cristo «vera, reale, sostanziale». Anche il vino deve essere fatto solo con uva e senza aggiunta di altre sostanze. Per chi è allergico al glutine (sono circa l’uno-due per cento della popolazione, in Italia molti di più, perché possono ricevere un
sussidio…) c’è sempre la possibilità di comunicarsi col solo vino. Chi è insofferente anche al vino può ripiegare sul mosto, sempre però di sola uva. Gli austriaci tuttavia propongono «ostie senza glutine» (cioè con meno di 20 mg/kg secondo le norme dell’Unione Europea per le derrate senza glutine), e in Francia le ostie «senza glutine» sono fornite dal Carmelo di Chambery, negli USA le preparano le Benedettine del monastero di Clyde nel Missouri. La «Rivista della Diocesi di Lugano» (n. 7-8, luglio-agosto 2017) pubblica intera la «fondamentale» lettera circolare della predetta Santa Congregazione (pp. 185-187), ma non fornisce l’indirizzo dove trovare le ostie senza glutine. Ci deve pensare ancora «Dialoghi»: le ostie con ridotto contenuto di glutine sono reperibili anche in Svizzera, basta rivolgersi al monastero delle Suore benedettine di Hermetschwil del Cantone Argovia. e.m. / a.l.
I conti della Diocesi Il «Giornale del Popolo» del 16 giugno ha pubblicato i conti della Diocesi di Lugano, relativi al consuntivo 2016, approvati dall’Assemblea diocesana svoltasi in Curia il 13 giugno alla presenza di mons. Lazzeri. I conti si chiudono in pareggio, con un leggero utile di fr. 10.760, 47. La pubblicazione, ormai decennale, del bilancio e del conto economico, sia pure per grandi cifre, risponde ad un doveroso obbligo di informazione, esemplare delle diocesi e parrocchie svizzere (non succede così altrove, perché raramente nella Chiesa cattolica vale il principio sacrosantamente democratico: «chi paga, comanda»). I membri dell’Assemblea diocesana (prevista dalla Legge ecclesiastica del 16 dicembre 2002 e comprendente delegati nominati dalle assemblee parrocchiali) avranno potuto ottenere, oltre alle cifre complessive (…queste interessano solo le banche che fanno credito alla Diocesi), anche informazioni su come e quanto vengono distribuiti compensi e sussidi, e quanto sono finanziate le diverse attività diocesane. Ma è necessaria una premessa, del resto fatta propria anche dal quotidiano cattolico, a conclusione di una colonna di commento: «L’economa della diocesi, signora Luisa Bucher, ha sottolineato che il risultato positivo è stato conseguito unicamente
grazie ai ricavi straordinari dovuti a donazioni e al fondo attività diocesane alimentato dalle parrocchie». Per dire, a chi vuol intendere, che le finanze diocesane stanno in piedi con due stampelle: donazioni e eredità, sempre bene accette ma aleatorie, rappresentate nel 2016 da fr. 828.984,67, e per fr. 161.274,00 dalla partecipazione delle parrocchie. Quest’ ultima somma è il versamento volontario (anche se la sopraccitata legge lo prevede) che, secondo una precedente decisione, dovrebbe essere calcolato in ragione di due franchi per cattolico. Il conto ovviamente non torna perché secondo la statistica i cattolici ticinesi, più o meno battezzati e praticanti, dovrebbero aggirarsi attorno ai 250.000, infanti compresi. E allora, al «fedele della strada», interesserebbe conoscere la lista delle parrocchie che contribuiscono al fondo, quanto danno, insomma, alla Diocesi: magari per sollecitare una maggiore solidarietà. Ma al nostro ipotetico fedele e solerte contribuente vengono altre curiosità. Certo, la Diocesi è sulle stampelle di donazioni e contributi, ma come spende i mezzi di cui dispone? La pubblicazione del Conto economico ci dà gli importi globali delle uscite, non sempre facilmente «leggibili». Così figura, sotto la voce «Pastorale, sovvenzione sacerdoti, strutture diocesane», un dispendio di oltre un milione; e alla voce «strutture diocesane» uno di fr. 1.049.640,12… Ma quanti sono i sacerdoti «sovvenzionati», con l’importo complessivo di fr. 97.319,13? a chi vanno «contributi e sussidi» per fr. 290.850?, quali attività della «pastorale diocesana» provocano una spesa di fr. 315.769,58? Indicazioni utili a quei diocesani (molti o pochi, non importa) che avrebbero qualche idea per proporre innovazioni, cambiamenti o risparmi. Altra voce rilevante è quella rappresentata dai «Costi gestione ordinaria»: oltre 1,8 milioni di franchi, spesa certamente giustificata per il funzionamento dell’Amministrazione diocesana: ma è lecito aspettarsi maggiori indicazioni circa la spesa del personale di oltre un milione di franchi (quante persone? quale la «forchetta delle retribuzioni»? non interessano i nomi!), e come sono calcolati i «contributi interdiocesani» per circa fr. 386.000 e, sotto la voce «pastorale», come sono assegnati i «contributi e sussidi» per fr. 290.850… a.l.
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Dom Franzoni: «cattolico marginale» in attesa di una riabilitazione Pubblichiamo, per gentile concessione dell’Autore, le parti più importanti del ricordo che Luigi Sandri ha dedicato all’ex abate di San Paolo fuori le Mura, deceduto il 13 luglio, che si può leggere nella forma integrale al sito www.confronti.net. In parallelo con la biografia di Franzoni è possibile riandare, rivivendole in tutta la loro drammaticità, alle vicende attraversate dalla Chiesa italiana negli anni successivi al Concilio Vaticano II. Nella prospettiva della vita di questo cristiano coraggioso anche molti cattolici svizzeri italiani (e tra essi i redattori e i lettori di «Dialoghi») hanno vissuto e sofferto la difficile transizione della Chiesa di Roma verso la modernità; oggi constatando che vi sono segni di speranza, malgrado le contraddizioni. Alla Comunità di San Paolo e al collega e amico Luigi Sandri – la cui esperienza personale fu per molti versi parallela a quella dell’ex abate – le nostre sentite condoglianze. Da «padre» conciliare a… «La terra è di Dio» Nato nel 1928 in Bulgaria – ove i genitori si trovavano per lavoro – Mario crebbe poi a Firenze; dopo il liceo entrò, a Roma, al Collegio ecclesiastico Capranica e quindi tra i benedettini (assumendo il nome religioso di Giovanni Battista, sempre poi da lui usato), studiando al Pontificio Ateneo sant’Anselmo. Nel marzo 1964 fu eletto dai monaci abate di San Paolo fuori le Mura e, perciò, divenne membro della Conferenza Episcopale Italiana e «padre» conciliare alle ultime due sessioni del Vaticano II. Egli – me l’ha ripetuto molte volte – entrò in Concilio come «conservatore», ma ben presto «si convertì», e appoggiò i «progressisti» su tutti i temi-chiave (collegialità episcopale, la Chiesa come popolo di Dio che cammina nella storia, la partecipazione dei battezzati alla vita concreta della comunità cristiana, libertà religiosa, ripudio dell’antisemitismo, apertura ecumenica, dialogo con i seguaci di altre religioni e anche con i marxisti, insonne impegno per i diritti umani e per la pace nella giustizia). Tuttavia, egli non prese mai la parola in Concilio. Alla sua conclusione si diede un gran da fare, nel piccolissimo territorio del quale era «ordinario» e con autorità magisteriale, per attuare, con la sua gente, quanto la Grande Assemblea aveva insegnato e prospettato. Il desiderio di inverare la «partecipazione del popolo di Dio» lo spinse a invitare i parrocchiani (San Paolo, allora, era anche parrocchia) a incontrarsi
di Luigi Sandri
con lui, il sabato sera, nella «sala rossa» – così chiamata per via del broccato rosso che adornava le pareti – per riflettere insieme sulle lettura bibliche dell’indomani. Fu in questo scambio che, sollecitato dalla gente – operai, operaie, insegnanti, padri e madri di famiglia, teologi, universitari, impiegati/e – la sua esegesi delle letture sacre, esposta in basilica la domenica all’omelia della messa di mezzogiorno, si aprì sempre più a confrontarsi con l’oggi, spesso doloroso, di Roma, dell’Italia e del mondo dilaniato da guerre. Giovanni aveva fiducia in ciò che veniva «dal basso», e istintivamente vedeva con favore – seppure non acriticamente – i movimenti che, in vari paesi del mondo, tentavano di dare protagonismo e dignità a masse da secoli tenute ai margini. Anche in basilica, fu questo continuo rapportarsi con la gente – «la Chiesa è il popolo di Dio», aveva affermato il Concilio – che lo spinse a crescenti prese di posizione pubbliche: la solidarietà agli operai licenziati da una fabbrica situata nella zona Ostiense; la nonviolenza come via per superare i conflitti tra i popoli; i digiuni per la pace in Vietnam ed in Bangladesh (quando scoppiò la guerra perché il Pakistan orientale voleva essere indipendente); l’invito (1970) al presidente della Repubblica Saragat di caratterizzare il 2 giugno, festa della Repubblica, non più con parate militari ma con rappresentanze della società civile e del mondo del lavoro.
La pace è sempre stata un suo grande assillo. Perciò, anche a livello minimo della parrocchia, favorì, per quanto poté, ogni iniziativa che, a suo parere, avvicinasse la pace nella giustizia là ove la «tranquillità dell’ordine» era violata. E, per fare qualche esempio, fu ben contento quando (anni 1971-72) due universitari che frequentavano la basilica andarono in Irlanda del Nord per un campo di lavoro organizzato dalla cattedrale inglese di Coventry. O una ragazza della parrocchia partì infermiera volontaria in una zona disastrata dell’Africa. In questa scia – aiutato da persone che lo seguivano più da vicino, e non solo la domenica, e che erano sensibili a certe tematiche sociali, e alle nuove idee di Franco Basaglia – Giovanni decise di fare le pratiche necessarie per far uscire da Santa Maria della Pietà (il manicomio di Roma) alcuni giovani che, senza famiglia, di fatto erano trattati come handicappati psichici, assumendosi la responsabilità del loro mantenimento e del loro – se possibile – inserimento sociale. Ebbe un ruolo decisivo per la nascita, nel marzo 1972, di Com – giornale slegato dalle gerarchie ecclesiastiche, ma invece legatissimo alle esperienze delle comunità cristiane di base e molto aperto ai «cattolici critici» – che, nell’autunno del ’74, si fonderà con un settimanale evangelico, dando vita a Com-Nuovi Tempi, trasformatosi poi, nel 1989, nel mensile Confronti. Franzoni fece sempre parte della redazione, dando un corposo contributo all’impostazione della rivista, per la quale scrisse numerosissimi articoli. Da dieci anni, poi, aveva una sua rubrica fissa: Note dal margine. Incontrando la gente del quartiere ostiense, una zona popolare ove molti cattolici votavano a sinistra, Giovanni non poté evitare di affrontare un problema pastorale, oggi superato, ma allora incombente: il «dogma» dell’unità politica dei cattolici. In poche parole: secondo le gerarchie ecclesiastiche i cattolici coerenti dovevano votare per la Democrazia cristiana; chi, tra loro, votava Msi – «cattolicissimo»! – da esse era comunque ben tollerato; spia-
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centi erano quanti sceglievano i partiti «laici» (repubblicani e liberali, considerati «anticlericali»); intollerabili quanti votavano Psi e, peggio, Pci. E tra la gente che frequentava la «sala rossa», vi erano molti socialisti e comunisti. Giovanni non ebbe nessuna difficoltà ad avere buoni rapporti con tutti. Oltretevere, però, erano irritati che egli ammettesse come legittimo, per un cattolico, votare anche a sinistra. A proposito di un altro aspetto – il rinnovamento liturgico auspicato dal Concilio – egli sollecitò le persone presenti alle sue celebrazioni in basilica a intervenire spontaneamente alla «preghiera dei fedeli»: il che andò tranquillo, fino a che tali orazioni erano dedicate a pregare il Signore di aiutare la nonna inferma, o un figlio a trovar lavoro. La Curia romana fu invece assai turbata da una «preghiera dei fedeli» di questo genere: «Ti prego Signore di far sì che quando mio figlio sarà grandicello non ci siano più nella Chiesa romana gli scandali dello IOR». Il riferimento era a una denuncia, di quei giorni, di autorità internazionali che accusavano la banca vaticana di operazioni finanziarie torbide. A causa di questa «preghiera», riportata in Curia da qualche zelante frequentatore delle messe dell’abate, Giovanni fu convocato Oltretevere, ove gli imposero il controllo delle preghiere «spontanee». Al suo rifiuto di farlo («Come posso controllare le preghiere?»), e constatata la rigidità inflessibile dell’altra parte, egli comprese che il suo tempo come responsabile di una delle quattro basiliche maggiori di Roma stava per scadere. E accettò di dare le dimissioni, entro la metà di luglio. Si era all’inizio della primavera del 1973, e Giovanni, aiutato da un gruppo di persone di fiducia, stava ultimando lo scritto «La terra è di Dio». Si trattava di una lettera pastorale – per i fedeli del minuscolo territorio sul quale aveva giurisdizione e autorità magisteriale; ma che, naturalmente, spaziava oltre. In vista del Giubileo indetto da Paolo VI per il 1975 sul tema «Rinnovamento e riconciliazione», in essa affrontava il problema della terra, dono di Dio e «bene comune» e, in quel contesto, prospettava l’ideale della povertà della Chiesa e denunciava la speculazione edilizia a Roma, sostenuta anche da istituzioni legate al Vaticano. Quella lettera, uscita a metà giugno mentre era in atto l’Assemblea generale dei vescovi italiani (CEI),
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della quale Giovanni era membro di diritto in quanto abate della basilica ostiense, sollevò grande eco sia in campo ecclesiale che nell’opinione pubblica. Essa, comunque, segnò anche la fine dell’«abate rosso» – così veniva chiamato. Celebrata la festa di San Benedetto (11 luglio) scattarono le dimissioni: egli uscì per sempre dalla basilica, portando con sé solo una piccola valigetta con un minimo di vestiti, idealmente seguito da un notevole gruppo di donne e uomini che, nella «sala rossa», erano diventati suoi amici. Nacque così la Comunità cristiana di base di san Paolo, che si collocò in uno stanzone a poche centinaia di metri dalla basilica, e che là il 2 settembre 1973 celebrò insieme a Giovanni, tornato semplice monaco, la sua prima Eucaristia. Il referendum sul divorzio. La riduzione allo stato laicale In vista del referendum sulla legge del divorzio, previsto per il 12 e 13 maggio 1974, agli inizi di quell’anno partì in Italia un’animata campagna politica (Dc e Msi erano per il «sì» all’abolizione della legge; tutti gli altri partiti, per il «no»); da parte sua, in febbraio il Consiglio permanente della CEI, con una «Notificazione», invitò fortemente i cattolici – come impegno morale – a votare per l’abrogazione di quella legge. Nell’aprile successivo Franzoni contrastò apertamente l’indicazione dei vescovi e, in un libretto intitolato «Il mio regno non è di questo mondo», sostenne che anche i cattolici avevano il pieno diritto di votare in coscienza, come ritenevano meglio, e dunque anche per il «no». In discussione – rilevò – non era il sacramento del matrimonio, ma una legge di uno Stato laico (e la difesa della laicità dello Stato fu un altro costante impegno di Giovanni). Inesorabili, alla fine di quel mese le autorità ecclesiastiche sospesero Franzoni «a divinis»: cioè non poteva più, lecitamente, celebrare i sacramenti. La punizione vaticana suscitò molte polemiche e, dal punto di vista canonico, lasciò più di un dubbio: che «delitto» aveva mai commesso l’ex abate? Per un anno, Franzoni si astenne dal celebrare, ponendosi in attesa di un «ripensamento» delle autorità: che, però, non venne. Ritenendo comunque ingiusto il silenzio ufficiale, e partendo dal presupposto che la «sospensione a divinis» è, di regola, temporanea, in attesa di un chiarimento definitivo (assolutorio o condannatorio), Giovanni,
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vista la latitanza vaticana, alla Pasqua del ’75 decise di riprendere a celebrare. Tuttavia, come diremo più avanti, le celebrazioni nella Cdb di san Paolo avevano una non piccola particolarità liturgica e teologica che ridimensionava il ruolo del «sacerdote». Nel 1976, proprio su Com-Nuovi tempi, annunciò che alle elezioni politiche – si sarebbero tenute nel giugno di quell’anno – avrebbe votato PCI (partito del quale, sia detto per inciso, non prese mai la tessera). Conseguenza: ai primi di agosto fu ridotto allo stato laicale. Quale il motivo di una tale drastica punizione? Per capire, occorre, come sempre, situare l’evento nel suo contesto storico. Il 22 luglio ’76 Paolo VI aveva sospeso «a divinis» monsignor Marcel Lefebvre, il capo dei «tradizionalisti» che contestava radicalmente il Vaticano II e alcune riforme post-conciliari volute da papa Montini. La decisione del pontefice suscitò fortissime, seppur sotterranee, rimostranze da parte di quei porporati, di Curia e non, che ritenevano «esagerata» la misura contro il vescovo ribelle e, d’altra parte, giudicavano troppo condiscendente il pontefice verso un Franzoni considerato «debordante». Insomma, accusavano il papa di punire solo «a destra» e di tollerare «a sinistra». Giovanni ci ha raccontato (l’aveva appreso da qualche prelato amico) delle febbrili ricerche, da parte vaticana, di un ecclesiastico «di sinistra» da punire, per calmare le accuse dei «conservatori». Infine, Oltretevere si ritenne che punire lui fosse la misura più semplice, bi-partisan e a portata di mano. E così egli, dopo un grottesco processo-farsa istituito in gran fretta, e dove non ebbe la minima possibilità di difendersi adeguatamente, fu ridotto allo stato laicale. Nel 1991 ha sposato con rito civile la giornalista giapponese Yukiko Veno. La riflessione sui ministeri e sull’Eucaristia Dall’agosto 1976 iniziò dunque la… seconda parte della vita di Giovanni, durata fino alla morte, e sempre mescolata – per la sua vicenda pubblica – con l’esperienza della Comunità di base (Cdb) san Paolo. Già negli anni ’74-’75 si era molto discusso, in comunità, sul problema dei ministeri: che diceva, in proposito, il Nuovo Testamento? Le conclusioni alle quali, anche con l’assistenza di illustri esegeti (come il benedettino Jacques Dupont o il biblista Giuseppe Barba-
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glio), arrivammo, erano ben note al mondo teologico, ma non alla gente semplice: Gesù non ha mai previsto «sacerdoti» (= mediatori necessari tra Dio e l’uomo) per la sua Ekklesìa, ma solo dei multiformi ministeri (= servizi) per il suo bene-essere, aperti sia a uomini che donne, a prescindere dal loro stato di vita. Si decise perciò che l’Eucaristia domenicale venisse celebrata da tutte e tutti insieme, e perciò la preghiera eucaristica venisse letta coralmente da tutte e tutti i presenti; la Comunità, a prescindere se ci siano o no «preti» ordinati, spezza il pane memore della morte e della risurrezione di Gesù, il quale aveva detto: «Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Matteo 18, 20). Il «laico» Giovanni accettò volentieri questo nuovo cammino. Con il tempo la riflessione, anche teo logica, ma partendo dalla prassi, sui ministeri e sull’Eucaristia, si è approfondita; e chi voglia saperne di più può leggere il contributo che la Cdb san Paolo inviò al Sinodo dei vescovi che nel 2005 avrebbe affrontato il tema dell’Eucaristia (testo completo in Adista documenti n. 6, 22.1.2005). Il riferimento al Sinodo è l’occasione per dire che Giovanni, con la Cdb san Paolo, fece le scelte ecclesiali che ritenne, in scienza e coscienza, di dover fare; però non fu, e non si considerò mai un’isola felice, o una torre d’avorio. A livello di Sinodi, poi, la Cdb inviò a varie Assemblee le proprie riflessioni sul tema in esame. Nessuno mai, né sotto papa Wojtyla né sotto papa Ratzinger, dal Vaticano rispose dando almeno un segno di ricevuta. Ciò, invece, è avvenuto sotto papa Bergoglio: quando la Cdb inviò le sue proposte per i Sinodi del 2014 e ’15 sul problema della famiglia (e dell’eventuale ammissione all’Eucaristia delle persone divorziate e risposate), ricevemmo un segnale di ricezione. Un cattolico marginale Molti sono i libri scritti da Giovanni «laico». Si rimane meravigliati nel vedere quanti temi egli abbia toccato, e come abbia osato affrontare anche argomenti tabù, proponendo soluzioni ardite. Con «Il diavolo mio fratello» Franzoni riprende la tesi di Origene (III secolo), secondo il quale in un futuro indefinito il Signore avrebbe ricomposto l’ordine turbato del cosmo e delle sue creature, e avrebbe salvato anche Satana. In molti scritti, poi, Giovanni ha ribadito la sua con-
Due testimonianze significative Personalmente lo ricordo, quando era abate di San Paolo, alle Assemblee della Conferenza episcopale italiana e negli ultimi due periodi del Concilio Vaticano II. Penso alla sua attività negli anni caldi dopo il 1968; il suo libro «La Terra è di Dio» (cui seguì poi «Anche il cielo è di Dio. Il credito dei poveri») anticipava i problemi ecologici oggi sul tavolo della politica internazionale. Le sue prese di posizione sulla Chiesa dei poveri e sul dialogo con i comunisti sembrano appartenenti al passato, ma la sua dichiarazione di aver votato comunista lo portò alla «riduzione allo stato laicale». Forse i suoi atteggiamenti di contrasto non permetteranno lo si ponga tra i profeti, accanto a don Mazzolari e don Milani, ma non gli tolgono il merito di una profezia – sulla Chiesa dei poveri, sull’ecologia, sulla nonviolenza e la pace – perseguita con sincerità e con coraggio e con la coscienza di una fede sincera. Gliene restiamo grati. Mons. Luigi Bettazzi vescovo emerito di Ivrea vinzione: l’inferno non è eterno. Una dannazione «eterna» – egli affermava – era impensabile con la misericordia straripante di Dio. L’ultima preoccupazione (in ordine di tempo) che Giovanni più volte espresse in quest’anno 2017, da Pasqua in poi, era questa: mentre procediamo fiduciosi e determinati nel nostro cammino dovremmo anche – sottolineava – guardare dietro di noi, per cercare di spiegarci con chi, soprattutto in una parte del clero, non riusciva assolutamente ad accettare le nostre posizioni, sperando di giungere, pur magari senza arrivare ad una conclusione unanime, a stringerci la mano. Un’ipotesi – secondo molti di noi – francamente utopistica: ma Giovanni ci teneva moltissimo a fare questo sforzo e questo tentativo. Così ipotizzava di andare in Molise a parlare con quei cinque parroci che avevano fatto suonare le campane a morto quando la Camera in aprile aveva approvato la legge sul fine-vita. Adesso si volta pagina. Giovanni non c’è più: noi, però, faremo il possibile per onorare la sua eredità. E abbiamo
Giovanni è stato una figura profetica, un grande testimone non solo della stagione conciliare (come abate di San Paolo a Roma è stato il più giovane dei «padri conciliari» nelle ultime due sessioni del Vaticano Il), del rinnovamento della teologia cattolica e dell’impegno dei cristiani nella società, ma anche dell’ecumenismo, soprattutto attraverso la rivista ecumenica «Com Nuovi Tempi» (oggi mensile «Confronti»), nata nel 1974 dalla fusione del settimanale di area cattolica «Com» con l’evangelico «Nuovi Tempi»; un progetto ecumenico che la Federazione delle Chiese evangeliche in Italia ha sempre sostenuto con convinzione. Personalmente ho avuto per anni il privilegio di lavorare al suo fianco nella redazione di «Com Nuovi Tempi» e ho imparato molto dalla sua cultura (teologica e non solo), dalla sua creatività, dal suo senso della giustizia e dalla sua profonda umanità. Luca Maria Negro presidente della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia perfino un lembo di speranza che la sua Chiesa – la cattolica romana, nelle sue varie articolazioni, in particolare la Santa Sede e la CEI – arrivi finalmente ad avere l’ardimento di rimettere sul candelabro ecclesiale colui che, secondo molti, è stato un profeta del nostro tempo; e a riflettere, con coraggio autocritico, sulle vicende del 1974-76, che portarono – tra l’altro – Giovanni, con molti altri ed altre, ad essere un «cattolico marginale», come lui fu definito dell’editore della sua autobiografia. «Marginale» fin che si vuole, ma davvero «cattolico» per aver tentato, con alterne fortune, di affrontare, alla luce del sole, e tuttavia praticamente ignorato dall’ufficialità istituzionale e dal mondo teologico cattolico, asperrimi problemi teologici, antropologici ed etici. Egli affrontò consapevolmente la sfida – ardua, affascinante e dolorosa – di cercare di vivere l’evangelo in una società complessa, «liquida» e difficile come la nostra, e in una Chiesa, in alcune sue parti istituzionali e non, del «consenso» e del «dissenso», talora lenta ad accogliere le beatitudini proclamate da Gesù, ben sapendo che il Suo regno non è di questo mondo.
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maestri e amici
MAESTRI E AMICI Dionigi Tettamanzi , deceduto il 5 agosto, era nato a Renate (oggi provincia di Monza e Brianza) il 14 marzo 1934. Entrato a undici anni in seminario, venne ordinato sacerdote dall’allora arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI, il 28 giugno 1957. A consacrarlo vescovo nel Duomo di Milano fu l’allora arcivescovo Carlo Maria Martini, il 23 settembre 1989. Venne creato cardinale da Giovanni Paolo II nel Concistoro del 21 febbraio 1998. Dopo aver lasciato la guida dell’Arcidiocesi di Milano, per quindici mesi (dal 2012 al 2013) venne chiamato a svolgere l’incarico di amministratore apostolico nella Diocesi di Vigevano rimasta senza vescovo. Tettamanzi sentì il dovere e il diritto di affrontare, in modo chiaro e senza remore, anche i grossi problemi politici che il mondo poneva, e che l’Italia e le diocesi a cui fu a capo (Ancona, Genova, Milano) rispecchiavano e rendevano a volte spinosi, soprattutto quelli legati alla famiglia e alla società. Fissava in modo netto la distinzione tra Chiesa e Stato: «Il mio primo dovere è l’annuncio del Vangelo», «I diritti dei deboli non sono diritti deboli, ma valgono quanto gli altri», amava ripetere. Un episodio: il problema dei rom era allora scottante a Milano ed egli volle augurare loro il Natale di persona, sotto la pioggia e impantanato nel fango. La lezione, almeno per i pensosi, servì se non altro a distendere gli animi. (Da un ricordo pubblicato dal «Corriere del Ticino» del 16 agosto 2017, a firma di don Oliviero Bernasconi, teologo, parroco di campagna) In anni difficili per la città di Milano, l’arcivescovo Dionigi ha alzato la voce a difesa dei profughi che venivano buttati fuori dai campi di raccolta, non parlando dal Duomo, ma visitando quei luoghi di miseria e disperazione. Ha chiesto al Municipio di Milano che la comunità islamica potesse avere moschee per la preghiera, incurante delle vistose proteste di forze politiche xenofobe. Ovunque seppe farsi voler bene per quel suo tratto bonario, benevolo e amabile, per l’attenzione ai preti, ai religiosi, ma pure al popolo, verso il quale mostrava una paternità schietta e calorosa, attenta e presente anche nei problemi sociali, economici e culturali del nostro tempo. Ne è testimonianza, fra le sue numerose pubblicazioni, un libro dal titolo significativo: «Uscire per le strade / La sfida di costruire il bene comune». (Da un testo di mons. Giacomo Grampa, vescovo emerito, nel «Giornale del Popolo» del 7 agosto 2017) Ettore Masina , morto il 27 giugno a Roma a quasi 90 anni, è stato per decenni un riferimento imprescindibile per tutto il cattolicesimo politico di stampo conciliare e progressista, un giornalista e un intellettuale di rilievo, specie sui temi della pace, della questione palestinese e dell’America Latina. Nato a Breno, in Val Camonica, nel settembre 1928, Masina fu giornalista di varie testate e soprattutto a «Il Giorno». A partire dal 1964 cominciò a seguire i lavori del Concilio Vaticano II. Quello stesso anno Masina conobbe in Palestina il prete operaio francese Paul Gauthier, che faceva il carpentiere a Nazaret, costruendo case per i palestinesi e animando una singolare esperienza religiosa e comunitaria di solidarietà internazionale con i poveri e gli oppressi: ne restò sconvolto e fu in quella occasione che incontrò una bambina che si chiamava Radìé Resch, malata di polmonite dopo che Israele aveva demolito la sua casa. Radié Resh morì e Masina fondò l’associazione di solidarietà internazionale «Rete Radiè Resch», di cui
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fu coordinatore fino al 1994. La Rete iniziò a raccogliere fondi per costruire case e strutture per i palestinesi. Nel 1969 Masina aveva iniziato a lavorare alla RAI, dove, pur tra molte difficoltà legate alla sua militanza di cristiano di sinistra, continuò ad occuparsi di tematiche religiose ma anche di pace e solidarietà internazionale, povertà e diseguaglianze. Fu, tra l’altro, conduttore del Tg2 e tra gli autori della rubrica di approfondimento giornalistico del Tg2 «Gulliver» (1979-1984). Nel 1983 lasciò la Rai e fu eletto deputato al Parlamento italiano come indipendente nelle liste del Partito comunista, gruppo della Sinistra Indipendente ed ebbe un ruolo determinante nella stesura della legge che ancora oggi regola il commercio delle armi; lasciò l’attività parlamentare nel 1992. Tra i suoi numerosi libri va almeno citata la biografia di mons. Oscar Romero, «L’arcivescovo deve morire. Oscar Romero e il suo popolo», uscita per la prima volta nel 1993 nelle edizioni Cultura della pace, dirette da padre Ernesto Balducci, poi ampliata e ristampata più volte. (Adista) Luigi Pedrazzi. È morto lo scorso 27 giugno, all’età di 89 anni, il politologo Luigi Pedrazzi, tra i fondatori dell’associazione e della rivista «Il Mulino», importante e storico spazio culturale del cattolicesimo democratico bolognese. Cattolico progressista, uomo di grande cultura, da sempre vicino a Giuseppe Dossetti e Achille Ardigò, Pedrazzi è stato autore di numerosi saggi, ma anche un intellettuale che si è sempre «sporcato le mani». Per anni consigliere comunale a Bologna (si candidò la prima volta nel 1956 con la Democrazia Cristiana e Dossetti candidato sindaco sconfitto), animatore instancabile di iniziative giornalistiche e politiche, sempre alla ricerca del dialogo e sempre con la convinzione che il dialogo, per essere vero, deve essere praticato: soprattutto il dialogo fra cattolici e comunisti, un tema importante nella Bologna di Dossetti e del sindaco Dozza. Nel 1974, insieme ad Ermanno Gorrieri e Luigi Macario, è stato alla guida dei Cattolici per il No, i cattolici che al referendum votarono per il mantenimento della legge sul divorzio. Messo temporaneamente da parte l’impegno politico diretto, solo nel 1995 Pedrazzi, alla nascita dell’Ulivo di Romano Prodi (di cui era consigliere ascoltatissimo), aveva accettato l’incarico di vicesindaco di Bologna dal sindaco Walter Vitali (Ds): era la prima volta che un cattolico, e non un socialista o un comunista, ricopriva un incarico cittadino. Luigi Pedrazzi è stato promotore e animatore dell’iniziativa «Il nostro 58» per ricordare Giovanni XXIII e il Concilio e ha partecipato a molte iniziative per una Chiesa del dialogo e della condivisione, come La Lega democratica di Scoppola e la Rosa Bianca di Giuntella. Giovanni Miccoli. Storico della Chiesa rigoroso e di ampia visione, capace, con le sue ricerche, di mettere in crisi vulgate apologetiche in campo cattolico, Giovanni Miccoli – classe 1933 – è morto a fine marzo a Trieste, sua città natale, dove anche aveva concluso il suo insegnamento nella locale università. Anche noi lo piangiamo come un maestro. Qui, senza addentrarci nella sua vasta produzione, basti citare tre libri: I silenzi e i dilemmi di Pio XII (Rizzoli, 2000); In difesa della fede (Rizzoli, 2007); La Chiesa dell’anticoncilio. l tradizionalisti alla riconquista di Roma (Laterza, 2011). Nel primo metteva in evidenza l’incapacità di papa Pacelli di porsi in modo corretto di fronte al dramma della Shoah; nel secondo documentava la svolta restauratrice di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, nel terzo lo zelo degli «intransigenti» per disperdere la svolta rinnovatrice avviata da Giovanni XXIII con il Vaticano II. (L.S.)
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La Cattedrale restaurata: il punto di arrivo di un percorso lungo, tortuoso e tribolato Cosa fatta capo ha. Si potrebbe cominciare e terminare subito così il commento dell’avvenuto restauro della Cattedrale di San Lorenzo a Lugano, inaugurato festosamente questo mese di ottobre. E relativizzare tutto quel che si potrebbe dire, in favore o contro taluni suoi aspetti. Difatti, la Cattedrale di Lugano nei secoli è stata continuamente modificata, specialmente all’interno (la facciata no: rimane un capolavoro coerente del primo Cinquecento)1. L’occasione di questo ennesimo intervento permette di sottolineare come anche stavolta non tutto quello che è stato fatto sia da considerare felice e riuscito. Anzi: di alcuni interventi si potrà dire che sono stati addirittura distruttivi. Cose simili sono accadute in molte altre chiese del Ticino: le riforme meglio riuscite sono quelle che si fanno senza fretta. Questa osservazione andrà però completata allargando lo sguardo al nucleo della riforma della liturgia: la partecipazione dei semplici battezzati all’azione liturgica, voluta dal Concilio Vaticano II. Lasciando fuori quest’ultima considerazione si dimenticherebbe l’essenziale: perché quel che si fa in una chiesa non è solo estetica ma anche e soprattutto culto e celebrazione. Non era una cattedrale… Se a qualcuno risulti troppo difficile discernere, in una delle fotografie che pubblichiamo, le caratteristiche della zona dell’altar maggiore di San Lorenzo anteriore all’episcopato di mons. Giuseppe Martinoli (1968-1978), vada a vedere la storica chiesa di Santa Maria degli Angioli, a Lugano, in Piazza Bernardino Luini. Essa ha conservato le caratteristiche di un’antica chiesa conventuale: il coro dei frati sul fondo dell’abside, preceduto dall’altar maggiore con il tabernacolo e le candele, poco spazio davanti alla tavola
1. «Risulta quindi evidente il carattere frammentario del Tempio storico e insigne» (A. Guidini, La Cattedrale di San Lorenzo in Lugano, in: La Svizzera italiana nell’arte e nella natura, Società ticinese per la conservazione delle bellezze naturali e artistiche, Fascicolo 6, Lugano 1915). Pure in: I. Marcionetti, La chiesa di San Lorenzo in Lugano: storia e simbologia, Lugano, 1972
Un particolare del «pulpito dei preti», demolito nel 1969, sul quale veniva proclamato il Vangelo. di Enrico Morresi
(bastava per il celebrante e i pochi inservienti), il tutto elevato rispetto al piano della chiesa e separato dalla navata da una balaustra sopra alti gradini: come a distinguere, anche fisicamente, l’ecclesia docens dall’ecclesia discens. Anche «il bel San Lorenzo» si presentava così, alla fine dell’Ottocento, quando il Ticino venne separato dalla Diocesi di Como e costituito in diocesi autonoma. La futura cattedrale era stata fino a quel punto una chiesa, non di frati, ma di canonici: una collegiata, onorata del titolo di semi-cattedrale (il vescovo stava a Como). La situazione era dunque in tutto simile a quella, ancora attuale, di S. Maria degli Angioli, e del resto era comune a tutte le chiese cattoliche, conventuali e non, dal Concilio di Trento in poi. Rifletteva una separazione netta – mai come in questo caso da sottolineare – tra il mondo dei «consacrati» e quello dei semplici «fedeli». Dicendo queste cose non s’intende criticare il passato ma porre le cose nel giusto contesto storico ed ecclesiologico. L’idea di Chiesa innovata dall’ultimo Concilio ha capovolto quella disposizione: la Chiesa – dice la costituzione dogmatica più importante, la Lumen Gentium, – è tutta Popolo
di Dio e la celebrazione lo convoca attorno all’altare per condividere il Pane e il Vino del culto eucaristico. Perciò, quando sia possibile, l’ideale non sarà più un altare posto sullo sfondo della chiesa, verso il quale il ministro, voltando le spalle ai fedeli, dirà sottovoce le preghiere della «consacrazione», ma piuttosto una mensa, una tavola, attorno alla quale ci si possa adunare! La nozione, come dimostra l’antico canto2 e l’applicazione che descriviamo nel riquadro a parte, è antica e il movimento liturgico precedente il Concilio ne auspicava il ripristino. Si vede bene, dunque, che la critica ad alcuni interventi operati nel post-Concilio, sia nella Cattedrale di Lugano sia in altre chiese, non è da intendere come nostalgia per la situazione preconciliare e desiderio di ritorno allo statu quo ante. Basta solo essere turisti intelligenti per apprezzare la qualità di molte realizzazioni operate dopo il Concilio in molte chiese e cattedrali sparse nel mondo, anche più cariche di storia del nostro San Lorenzo. In quei luoghi la costruzione di un altare «a mensa» si è potuta fare talvolta semplicemente lasciando sullo sfondo della navata il vecchio altare (che in qualche caso una fila di stalli monumentali già rendeva lontano dai fedeli) e avvicinando la tavola eucaristica di nuova costruzione ai banchi dei fedeli. Qualcosa di simile il Vescovo Eugenio Corecco (1986-1995) aveva immaginato anche per il «nostro» San Lorenzo: la sua idea era di arretrare l’altare monumentale settecentesco in fondo all’abside. Ma la soluzione non fu approvata dalle autorità federali competenti (San Lorenzo è un monumento protetto) e non se ne fece nulla. A quel punto, però, ci si trovava già di fronte alle conseguenze di un gesto che non si può definire se non vandalico: alcuni anni prima, una mano ignota (ma certo autorizzata «in alto») aveva fatto demolire le antiche balaustre marmoree che separavano la navata
2. Congregavit nos in unum Christi amor.
È l’inno, conosciutissimo: Ubi caritas et amor Deus ibi est. L’Oxford Book of Medieval Latin Verse (1959) lo attribuisce a Paolino di Aquileia (morto nell’802) come «Inno per un sinodo nel Friuli».
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dalla zona dell’altar maggiore3. Qualcuno argomentò: dopotutto si sono demoliti anche i pulpiti marmorei fatti costruire dal vescovo Peri-Morosini (1904-1916). Verissimo: ma le balaustre distrutte risalivano, non al Peri ma a due secoli prima, erano parte integrante della sistemazione dell’altar maggiore avvenuta alla fine del XVII e all’inizio del XVIII; mai l’autorità federale – intervenuta al principio del Novecento per impedire che si demolissero le volte «gotiche» e che nel secondo dopoguerra avrebbe ostacolato il disegno di Corecco di spostare l’altar maggiore in fondo all’abside – avrebbe approvato una manomissione così importante! Sta di fatto che con quel gesto si rese disponibile un’ampia platea tra il vecchio altar maggiore e i banchi del popolo. Nei cinquant’anni seguenti, in attesa di risolvere le questioni pendenti, bastò situare al centro di quello spazio un bell’altare «a mensa» mobile, di legno, per creare un compromesso accettabile. Sorvolo tutta la simbologia legata all’altare. Ma un punto devo precisare, perché essa si presta tanto alle più suggestive elevazioni spirituali quanto ai voli di fantasia più bislacchi (che vi abbia dato mano qualche Padre della Chiesa non importa). Mi basti citare un antico inno per la dedicazione: «Urbs beata Ierusalem, dicta pacis visio, quae construitur in caelis vivis ex lapidibus»: Gerusalemme, città beata, visione di pace, che si edifica nel cielo con pietre vive4. Vive le pietre: cioè uomini e donne in corpo e spirito, questa la realtà che conta. Salvata la nozione che l’altare è il segno di qualcosa di più alto, le soluzioni possono essere diverse ed è comprensibile che tra un altare di pietra («ex lapidibus») e un altare di legno la preferenza possa andare al primo. Nel nostro San Lorenzo, in mezzo a quell’ampio spazio resosi disponibile dopo la demolizio3. A questa storia dedichiamo un riquadro
a parte; un’altra delle foto che pubblichiamo mostra l’ampio ripiano ricavato dopo quel gesto vandalico. 4. L’autore è un anonimo dell’VIII secolo, la versione critica che cito è quella contenuta nel già citato Oxford Book. Quella riportata dai moderni libri di preghiera ne differisce alquanto (Caelestis urbs Jerusalem, beata pacis visio, quae celsa de viventibus sacris ad astra tolleris nel Breviarium Romanum 1945; Urbs Ierusalem beata, dicta pacis visio, quae construitur in coelis vivis ex lapidibus nella Liturgia delle Ore 1975) ma nessuna àltera la vertiginosa intuizione che le pietre di cui si parla non sono pietre comuni e neppure marmi pregiati: sono i credenti!
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Incensati e dimenticati Nella liturgia eucaristica solenne vi è un gesto il cui significato sfugge per almeno novantanove volte su cento. Disposti sulla mensa dell’altare il pane e il vino, la liturgia prescrive che per primi essi vengano onorati con una triplice voluta d’incenso. Poi anche l’altare viene incensato, poi la croce, poi il clero concelebrante, e infine il popolo in navata. Perché anche il popolo in navata? Per significare che da lì innanzi tutti partecipano all’unica Eucarestia. Infatti, chi presiede dice (o canta ad alta voce) la Preghiera eucaristica non in nome suo personale bensì in nome di tutti i presenti battezzati (questo il significato dell’uso della prima persona plurale: «Noi» (…) tuo popolo santo (…) ti preghiamo (…) eccetera). Non è un’invenzione delle democrazie moderne: è tipico sia delle Preghiere eucaristiche più antiche sia ne delle balaustre, quella nobile tavola di legno era un compromesso che funzionava, offrendo vantaggi che lo rendevano accettabile5. Se si dovesse necessariamente sostituirlo con un altare di pietra, inamovibile, era un parere rispettabile ma non l’unico valido. Io mi battei in passato soprattutto
5. Lo dimostra il fatto che fu la soluzione accettata per cinquant’anni e quattro vescovi, quelli succedutisi dal 1968 a oggi. Anche perché un’altra possibilità si era prospettata: l’ampio spazio offerto a un coro e un’orchestra per l’esecuzione di alcuni capolavori della musica sacra di ogni tempo – da Monteverdi a Bach, da Bruckner a Frank Martin – che esigono un certo dispiegamento di forze. Per molti anni quello spazio fu la sede ideale dei Vesperali (San Lorenzo ha un’acustica perfetta), presenti e consenzienti vescovi, cardinali, liturgisti e autori di ogni ordine e grado invitati a dare la loro testimonianza. Si comprende la preoccupazione dell’Associazione Amici della Musica in Cattedrale davanti alla prospettiva che la posa di un altare a mensa fisso impedisse quella possibilità. Al tema l’associazione dedicò un memoriale al quale non fu data, non dico una risposta, ma neppure una minima considerazione. La situazione oggi è cambiata radicalmente, con la disponibilità del LAC ai grandi concerti sinfonico-corali: resta il fatto della rinuncia a una sede certamente più consona dell’auditorio «laico» ai programmi di contenuto non solo musicale ma anche religioso.
di quelle di nuova composizione. La distinzione tra ordinati e non-ordinati viene dopo, per importanza: il Concilio è stato preciso anche su questo, anteponendo il capitolo «Il popolo di Dio» al capitolo su «La costituzione gerarchica della Chiesa» nella fondamentale costituzione sulla Chiesa, Lumen gentium. Queste cose «Dialoghi» le ripete da anni, rivendicando la partecipazione di tutto il Popolo di Dio al governo della Chiesa e in particolare a quello delle diocesi e delle parrocchie. Lo ha fatto in occasione delle nomine dei vescovi affermando il diritto di consultazione «a clero et a populo», lo ha fatto circa i rapporti con la comunità civile e l’ecumenismo; lo ha fatto ancora recentemente circa l’insufficiente considerazione per i cosiddetti «ministeri non ordinati»: quello dell’accolito ma soprattutto quello del lettore. per contestare che fosse obbligatorio6. Per molti anni, non solo a Lugano ma in molte parrocchie, furono spacciate come «nuove disposizioni» modalità di intervento che obbligatorie non erano né in fatto né in diritto. Furono scomodati liturgisti di fama per asseverare che l’altare di una cattedrale non può essere che di pietra e inamovibile: ma quei tali non avevano sott’occhio la situazione del «nostro» San Lorenzo e teorizzavano in astratto. Quando si accede all’idea del compromesso, le soluzioni si possono trovare. Un futuro cardinale, intervenuto come testimone a uno dei Vesperali tenuti in San Lorenzo, disse a me che con dei martinetti («Oggi dobbiamo usare le tecniche di cui disponiamo») l’altare poteva essere fatto scendere e salire da sotto il piano del presbiterio, secondo necessità. Ma doveva essere di sasso e fisso, e di sasso e fisso è. L’insieme del restauro (costato una quindicina di milioni, comprese cioè le altre parti di San Lorenzo bisognose di cura) è naturalmente degno di apprezzamento per molte altre cose, dal consolidamento dell’edificio al restauro della facciata e della cappella della
6. Su «Dialoghi» n. 161 (aprile 2000) di-
mostrai che le conclamate «nuove disposizioni» erano una forzatura delle norme autentiche.
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Madonna delle Grazie. La stessa sistemazione del presbiterio può anche essere, alla fine, ritenuta accettabile (con un paio di eccezioni: la cattedra episcopale, troppo vistosa e mal situata, e la posizione del Coro, che nella liturgia ha un compito importante da svolgere7 e che allo stato attuale 7. I documenti invitano a tenere in alta considerazione la funzione del coro, «specialmente nelle chiese cattedrali» (Sacrosanctum Concilium, 114). Il documento dei vescovi americani Sing to the Lord. Music in Divine Worship, dedica al coro sei para-
si troverebbe confinato al livello del pavimento, dietro un pilastro…). Altri potranno scrivere, con competenza maggiore della mia, della discutibilissima ri-creazione dell’organo antico, del felice restauro degli affreschi, delle tele, della nuova da tutti auspicata disponibilità della cappella che era di S. Luigi, poi di S. Teresa, e ora è del SS. Sacramento (come si conviene al luogo riservato in cui non si visita la grafi e il primo posto nel capitolo sui ministri della musica liturgica.
chiesa da turisti ma per pregare, e in cui d’inverno si può celebrare senza dover riscaldare tutta la chiesa), nonché di altri particolari che sarebbe troppo lungo elencare – per i quali sono dovute solo lodi. E tuttavia, come premesso, vi è un punto più importante della discussione sulla fattura del nuovo altare di San Lorenzo. La riforma liturgica non è stata solo un cambiamento di forme. Ripeto che in liturgia esse devono significare sostanza, e nel caso devono mettere in evidenza che è sacerdotale non solo il clero ordinato ma l’insieme
Il fattaccio delle balaustre Accadde il 20 agosto 1968. Quel giorno una lettera espresso diretta al prof. Giuseppe Martinola, presidente della Commissione cantonale dei monumenti storici, informava che in Cattedrale «sono stati intrapresi alcuni lavori di carattere urgente e provvisorio», in vista dell’ordinazione episcopale di mons. Giuseppe Martinoli prevista per il 15 settembre successivo. L’intervento (la lettera era firmata: «Valerio Crivelli, sac.») era inteso a permettere «una celebrazione secondo lo spirito delle recenti disposizioni liturgiche». I lavori, in particolare, comportavano «la rimozione delle balaustre dell’altar maggiore» e «la sistemazione provvisoria del presbiterio». Si aggiungeva che «le balaustre in questione (…) non sono catalogate tra i monumenti storici: vengono ad ogni buon conto sistemate in luogo sicuro e protetto». La reazione del prof. Martinola si può definire veemente: in un telegramma al consigliere di Stato Argante Righetti, direttore del Dipartimento cantonale delle pubbliche costruzioni (allora responsabile dei Beni culturali), parla di «slealtà» e di «patente infrazione della legge», in quanto «tutto il monumento [cioè la cattedrale di S. Lorenzo] è protetto». Il 22 agosto, Righetti scrive al Vescovo eletto e un incontro subito convocato termina con un accordo di «temporanea tolleranza»: dopo la cerimonia di investitura del nuovo vescovo le balaustre sarebbero tornate al loro posto. A quelle condizioni, probabilmente, si rinunciò a infliggere alla Diocesi una multa1. Promessa è debito? Il prof. Martinola, entrato in Cattedrale il 26 ottobre, cioè dopo l’ordinazione del nuovo vescovo, constata: «Non è stato fatto niente». Il 12 novembre Righetti e il Vescovo si incontrano di nuovo, mons. Martinoli si scusa di non conoscere alcuni degli interventi criticati dalla Commissione (Verscio, la Madonna del Sasso, Montecarasso, Sonvico, la Villa di Balerna) e promette: «Si stanno rimettendo le balaustre». L’architetto Alberto Finzi il 15 novembre assicura: «Ho provveduto alla ricollocazione di una parte delle balaustre». Passano i mesi. Martinola sembra convincersi che ormai il danno è fatto e si potrebbe lasciar perdere, ma 1. Da qualcuno ho saputo che la Diocesi era stata multata di fr. 500.00 dal Consiglio di Stato. Ho cercato conferma della voce e non l’ho trovata, né nella raccolta delle Risoluzioni del Consiglio di Stato, né in altri archivi. Una persona presente all’incontro tra Righetti e mons. Martinoli mi ha detto che l’eventualità fu evocata ma lasciata cadere dal rappresentante del Governo (em.).
Il presbiterio visto dalla navata dopo i restauri del vescovo Peri-Morosini (1907-1911): si vedono le balaustre demolite nel 1968 e i due pulpiti, quello di sinistra demolito nel 1958 e quello di destra demolito nel 1969. con 4 voti contro 2 (votò con la maggioranza anche don Isidoro Marcionetti) la sua Commissione lo smentisce. La Diocesi ora si impegna a presentare un progetto entro il 30 giugno 1969. Non ci sarà alcun… progetto. Niente viene eseguito di quel che era stato promesso, si dà invece avvio a una riflessione sul restauro integrale della Cattedrale, cui vengono fatti partecipare architetti ticinesi (Tita Carloni, Mario Botta) e di fuorivia. Le perizie si moltiplicano, si inseguono, si smentiscono. A chi sostiene che le exbalaustre non valgono niente si oppone un esperto che le giudica risalenti almeno al 1709, anche se «rimaneggiate all’inizio di questo secolo». La Commissione governativa, trainata sul punto da don Marcionetti, è rimasta del primo parere (ricostruzione delle balaustre), ma Giuseppe Martinola, nel verbale, sembra rassegnato al peggio: «Pare alla Commissione che, nell’ordine di un restauro scrupoloso, che avvalori quanto è rimasto di autentico, si ponga la considerazione dell’eventualità del ripristino delle balaustre». «Considerazione»? «Eventualità»? Nel frattempo, le balaustre, deposte dapprima in una cappella attigua, sono scomparse definitivamente dalla vista e dalla memoria. Il vescovo Grampa le ha dette (il 21 settembre, in una conferenza pubblica) «sepolte» sotto il giardino dei canonici.
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dei battezzati (1Pt, 2,5; 2,9). Purtroppo, se qualche tentativo è stato operato nella liturgia, questo presupposto è rimasto sulla carta nella stragrande maggioranza delle diocesi e delle parrocchie, non solo a Lugano. Nei fatti la Chiesa di Roma è rimasta profondamente clericale e ben altro ci vorrebbe che un nuovo altare e qualche canto nuovo per colmare le distanze, nelle mentalità prima ancora che nei fatti. Riletto esattamente cinquant’anni dopo, l’articolo di Plinio Martini nel primo numero di «Dialoghi»8 mette un poco di malinconia: come se la vita che abbiamo speso da quella data in poi al servizio della liturgia rinnovata in fondo abbia cambiato ben poco.
8. P. Martini, Del non conversar co’ laici,
«Dialoghi» n. 2, ottobre 1968, p. 3.
La situazione del presbiterio dopo la demolizione delle balaustre: la piattaforma è estesa verso la navata e ricoperta di moquette; l’altare mobile è di legno.
Papa Francesco e il patriarca Bartolomeo per la Giornata di preghiera per il creato Il racconto della creazione ci offre una veduta panoramica sul mondo. La Scrittura rivela che «in principio» Dio designò l’umanità a collaborare nella custodia e nella protezione dell’ambiente naturale. All’inizio, come leggiamo in Genesi (2.5), «nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata, perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e non c’era uomo che lavorasse il suolo». La terra ci venne affidata come dono sublime e come eredità della quale tutti condividiamo la responsabilità finché, «alla fine», tutte le cose in cielo e in terra saranno ricapitolate in Cristo (cfr Ef 1,10). La dignità e la prosperità umane sono profondamente connesse alla cura nei riguardi dell’intera creazione. Tuttavia, «nel frattempo», la storia del mondo presenta una situazione molto diversa. Ci rivela uno scenario moralmente decadente, dove i nostri atteggiamenti e comportamenti nei confronti del creato offuscano la vocazione ad essere collaboratori di Dio. La nostra tendenza a spezzare i delicati ed equilibrati ecosistemi del mondo, l’insaziabile desiderio di manipolare e controllare le limitate risorse del pianeta, l’avidità nel trarre dal mercato profitti illimitati: tutto questo ci ha alienato dal dise-
gno originale della creazione. Non rispettiamo più la natura come un dono condiviso; la consideriamo invece un possesso privato. Non ci rapportiamo più con la natura per sostenerla; spadroneggiamo piuttosto su di essa per alimentare le nostre strutture. Le conseguenze di questa visione del mondo alternativa sono tragiche e durevoli. L’ambiente umano e quello naturale si stanno deteriorando insieme, e tale deterioramento del pianeta grava sulle persone più vulnerabili. L’impatto dei cambiamenti climatici si ripercuote, innanzitutto, su quanti vivono poveramente in ogni angolo del globo. Il nostro dovere a usare responsabilmente dei beni della terra implica il riconoscimento e il rispetto di ogni persona e di tutte le creature viventi. La chiamata e la sfida urgenti a prenderci cura del creato costituiscono un invito per tutta l’umanità ad adoperarsi per uno sviluppo sostenibile e integrale. Pertanto, uniti dalla medesima preoccupazione per il creato di Dio e riconoscendo che la terra è un bene in comune, invitiamo caldamente tutte le persone di buona volontà a dedicare, il 1. settembre, un tempo di preghiera per l’ambiente. In questa occasione, desideriamo offrire un rendimento di grazie al benevolo Creatore per il magnifico dono del creato e impe-
gnarci a custodirlo e preservarlo per il bene delle generazioni future. Alla fine, sappiamo che ci affatichiamo invano se il Signore non è al nostro fianco (Sal 126/127), se la preghiera non è al centro delle nostre riflessioni e celebrazioni. Infatti, un obiettivo della nostra preghiera è cambiare il modo in cui percepiamo il mondo allo scopo di cambiare il modo in cui ci relazioniamo col mondo. Il fine di quanto ci proponiamo è di essere audaci nell’abbracciare nei nostri stili di vita una semplicità e una solidarietà maggiori. Noi rivolgiamo, a quanti occupano una posizione di rilievo in ambito sociale, economico, politico e culturale, un urgente appello a prestare responsabilmente ascolto al grido della terra e ad attendere ai bisogni di chi è marginalizzato, ma soprattutto a rispondere alla supplica di tanti e a sostenere il consenso globale perché venga risanato il creato ferito. Siamo convinti che non ci possa essere soluzione genuina e duratura alla sfida della crisi ecologica e dei cambiamenti climatici senza una risposta concertata e collettiva, senza una responsabilità condivisa e in grado di render conto di quanto operato, senza dare priorità alla solidarietà e al servizio. dal Vaticano e dal Fanar, 1. settembre 2017
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CRONACA SVIZZERA a cura di Alberto Lepori
Messaggio episcopale. I vescovi svizzeri hanno pubblicato un messaggio concernente l’Esortazione apostolica post-sinodale di papa Francesco Amorìs Lætitia, nel quale invitano a una cultura dell’integrazione e della misericordia e citano il Papa quando non esclude la possibilità che, in certi casi e dopo attento discernimento, una persona divorziata e risposata possa accedere alla confessione e alla comunione. I Vescovi ricordano a tutti i giovani dai 16 ai 29 anni, di qualsiasi religione, di partecipare alla consultazione online del Vaticano in preparazione al Sinodo che si svolgerà a Roma nell’ottobre 2018 sui giovani. (dal Giornale del Popolo del 9 settembre 2017). Due lutti a «Il gallo». Gli amici genovesi de Il Gallo hanno lamentato due «partenze» tra i componenti della redazione: Renzo Bozzo, fedele assiduo alle riunioni settimanali e nel redigere apprezzati contributi per la rivista, e Maria Pia Cavaliere, pure presente da molti decenni. Nel numero del giugno scorso pubblicava il ricordo di Renzo, in quello di settembre è ricordata e compianta con un suo testo sulla morte. Ricordava «che nulla di ciò che di vero, autentico, buono, valido abbiamo vissuto (…) andrà perduto». «Dialoghi» ne ricorda la lunga amicizia ed esprime al gruppo genovese la sua dolente solidarietà, ripetendo con Maria Pia: «Io sono la resurrezione e la vita, chi crede in me, anche se muore vivrà» (Gv 11,25). Memento. È morto lo scorso giugno a Lucerna lo storico Victor Conzemius,, nato nel 1929 in Lussemburgo, prete dal 1955. Aveva insegnato storia ecclesiastica a Friburgo e a Lucerna, era autore di molte ricerche storiche sul cattolicesimo liberale, sui rapporti tra Chiesa e i totalitarismi, su politici cristiani, tra cui il lucernese Von Segesser e l’italiano De Gasperi. Lo ricordiamo per la sua generosa amicizia con i Ticinesi. Leggere Marco. L’Associazione Biblica della Svizzera Italiana organizza da ottobre 2017 un corso di lettura continua del Vangelo secondo Marco in prospettiva ecumenica ed interculturale, aperto a tutti coloro che fossero interessati, con frequenza settimanale
presso la Casa Santa Birgitta, via Calloni 14 Lugano. Ci si iscrive ndicando il proprio nome, cognome, indirizzo postale ed elettronico, numero di telefono e orario di incontro prescelto (il corso si svolge al martedì, è iniziato il 3 ottobre e terminerà il 27 febbraio 2018; orari: 14.45-16.30, oppure 20.30-22.15). Le iscrizioni si devono inviare a: Associazione Biblica della Svizzera Italiana - via Cantonale 2a cp 5286 - 6901 - Lugano - info@absi. ch con l’indicazione «Corso vangelo secondo Marco» (quota di iscrizione fr. 110). Non ha mai indotto. Finalmente anche i vescovi svizzeri accettano e propongono ai cattolici di lingua francese la nuova traduzione corretta del «Padre nostro», che non più «induce in tentazione» ma viene pregato «di non abbandonarci». Per buona educazione ecumenica, su richiesta delle altre Chiese cristiane, l’entrata in esercizio della nuova formula, inizialmente previsto per il prossimo Avvento, è rinviata alla Pasqua 2018, se… tutte le Chiese sorelle si saranno nel frattempo dette d’accordo. «Dialoghi» aveva anticipato la necessità e l’urgenza di una revisione della traduzione nel n. 229 del dicembre 2013! Pluralismo svizzero. All’inizio di giugno è stato inaugurato a Emmenbrücke il terzo tempio induista della Svizzera centrale. L’università di Ginevra propone da quest’anno una formazione continua destinata agli imam, con un corso storico-critico dell’Islam. Il Consiglio federale ritiene che l’Esercito deve garantire la libertà religiosa a tutti i soldati, compresi quelli islamici, sempre più numerosi. Malgrado questo riconoscimento, per ora non si ritengono realizzate le condizioni per inserire rappresentanti della comunità musulmana tra i cappellani militari. Presidenza romanda. In occasione dell’assemblea tenutasi in giugno a Sarnen, patria di Nicolao della Flüe pacificatore dei Confederati, la Conferenza centrale cattolica romana della Svizzera (RKZ), «cassaforte» dei cattolici svizzeri, ha nominato per la prima volta a presidente un cattolico romando, il vodese Roland Loos. Ha pure deciso di studiare, assieme ai Ve-
scovi, un nuovo concetto globale circa la pastorale dei migranti. È noto (e regolarmente ignorato…) che un terzo circa dei cattolici svizzeri provengono dall’immigrazione e nella Chiesa cattolica i diritti si hanno in forza del battesimo, non dello ius sanguinis (o magari dopo aver superato la corsa ad ostacoli prevista per la «naturalizzazione»). Chi inquina paghi. Per questo ovvio principio, Caritas Svizzera chiede alla Confederazione un maggiore contributo finanziario per la tutela del clima nei Paesi in via di sviluppo. Non spetta infatti a loro pagare per i danni provocati dal riscaldamento globale, dovuto principalmente ai «paesi del Nord». In base all’Accordo di Parigi sul clima del dicembre 2015, i Paesi sviluppati dal 2020 al 2025 dovrebbero contribuire con 100 miliardi di dollari all’anno per aiutare i Paesi in via di sviluppo a far fronte alle conseguenze del riscaldamento globale. Caritas ritiene che, data la propria forza economica, la Svizzera dovrebbe finanziare l’operazione con un miliardo di franchi all’anno. I 450-600 milioni proposti dal Consiglio federale non corrispondono alla responsabilità della Svizzera nel riscaldamento globale. Il Consiglio federale e la maggioranza del Parlamento hanno deciso di prendere questi soldi dal budget per la cooperazione allo sviluppo: così sarebbe ancora la povertà a dover finanziare la lotta ai cambiamenti climatici! Grazie agli immigrati. Alla fine del 2016 la popolazione permanente residente in Svizzera ha toccato quota 8.419.600, con un aumento di 92.400 persone rispetto all’anno precedente. Fattore di crescita è stato l’incremento naturale (+22.900 persone), con 87.900 nati vivi, mentre i decessi furono 68.000. La crescita è invece in gran parte assicurata dal saldo migratorio, con 71.000 persone (ossia: più arrivi che partenze). Sul totale degli stranieri residenti, il 18,1% è italiano, il 14,4% tedesco e il 12,8% portoghese. Seguono francesi (6%), kosovari (5,2%) e spagnoli (4%). La Svizzera e l’italianità progrediscono grazie all’immigrazione, con buona pace degli «svizzerissimi». Niente nuova diocesi! La Conferenza di Biberbrugg, che riunisce le sette Chiese cantonali della diocesi di Coira (Grigioni, Glarona, Uri, Svitto, Obvaldo, Nidvaldo,e Zurigo) si è pronunciata contro la proposta zurighese
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di istituire una diocesi separata per i cattolici di quel cantone, principalmente per ragioni finanziarie. Così… lo sterco del demonio impedisce di realizzare una separazione diocesana più che giustificata dal profilo pastorale e di dare ai cattolici del cantone più numeroso un’organizzazione ecclesiastica adeguata. Si mantiene invece un’aggregazione di cantoni risalente a metà dell’Ottocento, quando avvenne il distacco dalla diocesi tedesca di Costanza. Riconoscimenti vodesi. L’Unione vodese delle associazioni musulmane ha deciso di presentare la domanda per essere riconosciuta dal Cantone come comunità di interesse pubblico. L’UVAM raggruppa 17 delle moschee esistenti nel Cantone e rappresenta circa trentamila persone, cioè quasi il 5% della popolazione cantonale, di cui tuttavia solo una piccola parte è praticante. La domanda di riconoscimento è possibile dopo l’insuccesso dell’iniziativa popolare dell’Unione Democratica, dal titolo «Contro l’integralismo religioso», che aveva raccolto soltanto tremila delle 12.000 firme necessarie. In difficoltà invece il riconoscimento della «Federazione evangelica vodese» (la Chiesa evangelica riformata è già riconosciuta) a causa del «creazionismo» insegnato in alcune loro scuole e di dichiarazioni che indicavano l’omosessualità come una malattia. Sacrificio Quaresimale. Le offerte ed i contributi a disposizione del Sacrificio Quaresimale (la colletta annuale dei cattolici svizzeri) nel passato anno sono diminuiti lievemente, da 23,8 a 21,8 milioni di franchi. Anche le offerte generiche hanno accusato una flessione di circa un milione di franchi e i contributi pubblici di circa 200.000 franchi (la Confederazione 5,4 milioni, altri enti pubblici 568 milioni). Il totale dei costi ha tuttavia superato i 23 milioni (l’89,5% per i progetti, il 4,2% per le spese di amministrazione, il 6,3% per la ricerca fondi). La spesa maggiore ha riguardato progetti di intervento nel Sud, per oltre 11 milioni di franchi (136 progetti in Africa per 4,4 milioni, 95 progetti in Asia per 3,3 milioni, 85 progetti in America latina, per 3,4 milioni). In totale hanno toccato 14 Paesi e 194 organizzazionipartner, a beneficio di oltre 400.000 donne e 340.000 uomini. Per progetti in Svizzera è stato destinato oltre un milione di franchi, mentre alle diocesi (che promuovono in particolare
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la colletta quaresimale) sono stati riversati 500.000 franchi. SQ non si limita a raccogliere offerte e a interventi umanitari o per lo sviluppo, ma svolge anche una coordinata azione di informazione, che nel 2016 ha riguardato la denuncia della violazione dei diritti umani nelle miniere d’oro («Non sempre l’oro luccica»), una petizione contro l’uso del benzolo nella fabbricazione di cellulari e computer e la denuncia dell’utilizzo industriale dell’acqua quando se ne privano le popolazioni locali. Il 10 ottobre SQ, in collaborazione con numerose altre organizzazioni, ha depositato alla Cancelleria federale oltre 14.000 firme per chiedere una legge «Per multinazionali responsabili», a tutela dell’ambiente e dei diritti umani. (dal resoconto annuale del SQ, ottenibile presso il Segretariato a Lugano, Via Cantonale 2 a, tel. 091.922.70.47; www.sacrificio quaresimale.ch). Un porporato quasi progressista. Il neo-cardinale Anders Arborelius, primo cardinale scandinavo, nato a Sorengo (cioè nel Ticino, come migliaia di altri ticinesi e persino la campionessa Lara Gut: la scoperta è di un solerte giornalista!), ha proposto l’istituzione di un organo consultivo speciale, composto di sole donne, simile al collegio cardinalizio, per aiutare il Papa a dirigere la Chiesa cattolica. Lo ha annunciato un servizio in tedesco di Radio Vaticana del 9 luglio, citando un’intervista del cardinale «ticinese» (ma il nostro diritto ignora lo ius soli e probabilmente il nuovo uomo neppure era stato battezzato, da protestante, in Ticino), secondo il quale «il ruolo delle donne è molto importante nella società, ma nella Chiesa siamo un po’ in ritardo». La proposta non è molto originale e piuttosto maschilista: per noi le donne vanno nominate cardinali, non confinate ancora una volta in un… reparto speciale! Chiese a Soletta. Le tre Chiese «nazionali» del Cantone Soletta si vedranno ridotto, a partire dal 2020, il contributo cantonale da 12 a 10 milioni nel quadro della stabilizzazione del budget cantonale. Negli ultimi anni il contributo alle tre Chiese, prodotto dall’imposta ecclesiastica sulle persone giuridiche, era aumentato dai 6/7 milioni degli anni ’90 a 12 milioni. A partire dal 2020 il contributo cantonale sarà fisso a 10 milioni di franchi annui, anche qualora dovesse cambiare il sistema fiscale delle persone giuridiche. Questo impegno del Cantone
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è giustificato dalle prestazioni che le Chiese «nazionali» danno alla società e sarà ripartito in relazione al numero dei membri delle tre Chiese, le quali in futuro dovranno tuttavia presentare il bilancio del loro impegno sociale. Questa decisione è stata accolta favorevolmente dalla Conferenza interconfessionale del Cantone: la diminuzione del contributo è compensata dall’impegno dello Stato per garantire una somma fissa. La proposta governativa dovrà tuttavia essere accolta dal Parlamento, che se ne occuperà nel 2018. Resta insoluta la questione del riconoscimento (e quindi del finanziamento) dei gruppi religiosi minoritari, in particolare di quello ortodosso e di quello musulmano. Secondo gli ultimi dati, su una popolazione totale di oltre 260.000, si contano il 43% di cattolici, il 31% di protestanti, lo 0,77% di «vecchi-cattolici», il 5,39% di musulmani, l’1,46% di ortodossi, quest’ultimi due gruppi di svariate appartenenze, infine oltre il 13% di «senza religione». Chiesa in diaspora. La comunità cattolica di Ginevra («Chiesa cattolico-romana di Ginevra, ECR») è costituita in società secondo il Codice civile svizzero e non gode di alcun riconoscimento statale, vigendo –anche «grazie» al voto dei cattolici all’inizio del Novecento – la separazione tra Chiesa e Stato. Retta da un vicario episcopale, si divide in 15 unità pastorali francofone, una multiculturale (spagnoli, italiani e portoghesi), una parrocchia anglofona e una tedescofona, più una parrocchia affidata ad una comunità religiosa. I cattolici vi aderiscono volontariamente come membri (soci), mentre il Vicariato episcopale è l’istanza amministrativa che coordina e finanzia le varie comunità e comprende il vicario, il segretario generale e 15 collaboratori. Il budget complessivo è di 12,7 milioni, e comprende la retribuzione di circa 60 sacerdoti, 40 agenti pastorali e i 15 impiegati amministrativi. Le parrocchie sono 52, nel 2015 hanno registrato 739 battesimi, 98 matrimoni e 404 cresime. L’ECR svolge una importante attività pastorale, con 17 operatori e centinaia di volontari, nelle 52 istituzioni sanitarie del Cantone, nell’ospedale cantonale e nelle cliniche private, nel penitenziario e in diversi altri centri sociali, per un totale di 30 posti di lavoro. Il finanziamento proviene per il 25% dal reddito di beni, e il 68% da contributi e donazioni. Per un accordo con il Cantone,
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l’Amministrazione cantonale delle finanze incassa i contributi volontari sollecitati col pagamento delle imposte. Da quest’anno la ECG finanzia anche un modulo di teologia cattolica nell’Università di Ginevra. Azionisti critici. È in aumento la quota di azionisti che si oppone alle proposte dei vertici delle grandi aziende in materia di compensi ai top manager. Risulta da uno studio pubblicato da Ethos, la fondazione che promuove principi di etica e di buon governo nelle imprese. Nelle assemblee generali degli azionisti tenutesi nel 2017, il 14% delle proposte avanzate dai consigli di amministrazione delle società quotate in borsa è stato accolto con meno del 90% di sì; il 7% ha raccolto meno dell’80% dei consensi e in 27 casi è stato addirittura registrato un rifiuto da parte degli azionisti. Questo dimostra che gli azionisti sono più consapevoli dei loro diritti e vogliono farli valere. Particolarmente controverse si sono rivelate le votazioni sui compensi delle direzioni e dei Consigli di amministrazione: nel 21% dei voti consultivi sul rapporto delle remunerazioni l’approvazione è stata inferiore all’80%. Considerate tutte le imprese, i «no» alle proposte sulle retribuzioni ai piani alti sono stati in media il 13%. I compensi ai top manager sono rimasti in media uguali, con differenze però importanti. Fra le grandi aziende finanziarie le remunerazioni sono aumentate del 4%, nonostante un calo medio degli utili del 16%. Nell’ambito della revisione del diritto azionario, attualmente all’esame del Parlamento, Ethos ha avanzato diverse raccomandazioni: la revisione
deve garantire agli azionisti l’applicazione delle regole del buon governo d’impresa. Campagna umanitaria. L’ente protestante svizzero di solidarietà EPER ha promosso nei mesi di maggio e giugno di quest’anno una campagna con lo slogan «Annunciare il colore per una Svizzera umana», in favore di una maggiore accoglienza da parte svizzera delle persone in pericolo e che cercano rifugio. Più di 65 milioni di esseri umani sono attualmente in cerca di protezione e la Svizzera non può smentire la sua tradizione di paese ospitale. L’EPER combatte le cause che provocano la fame, la povertà e l’ingiustizia in 32 Paesi di quattro continenti e interviene con aiuti urgenti in caso di catastrofi o conflitti; in Svizzera difende i diritti dei rifugiati e delle persone nel bisogno e si impegna per la loro integrazione. Nel 2016 ha potuto disporre di 71,4 milioni di franchi: il 19% in provenienza da comunità protestanti, il 24% dalla Confederazione e da altre istituzioni pubbliche, il 21% da privati, il 5% dalla Catena della Solidarietà. Le spese per l’amministrazione rappresentano il 14,4%, un tasso inferiore alla media del 21% calcolato per le organizzazioni a scopo non lucrativo. Male benefico. Non sempre il male è nocivo. Il franco «forte» ha fatto diminuire il fatturato delle armi esportate dalla Svizzera nel 2016, risultato di 411,9 milioni di franchi (in 70 Paesi diversi), contro i 446,6 milioni del 2015. Maggiori acquirenti sono stati Germania, Sudafrica, India, Stati Uniti, Pakistan, ossia Paesi più o meno
sicuri se le armi restano in loco. Le armi rappresentano solo lo 0,14% delle esportazioni svizzere, ma sono sempre armi: meglio vendere più cioccolato o più Emmental. Per i bravi predicatori. La Federazione delle Chiese protestanti di Svizzera lancia per la seconda volta un concorso per il «Premio svizzero di predicazione», aperto ai circa duemila predicatori, donne e uomini, che ogni domenica salgano in cattedra per il sermone. Il premio è modesto (fr. 3.000) ed è previsto per due categorie linguistiche (tedesco e romancio, e francese e italiano). Sarà assegnato il 6 novembre a Berna. Pagine nere. Un rapporto intermedio di una Commissione indipendente di esperti ha accertato che durante numerosi decenni (fino al 1980) è stato praticato in Svizzera il cosiddetto «internamento amministrativo» su almeno diecimila giovani e donne, con modalità diverse nei Cantoni, ma con effetti traumatici sulla vita degli internati. Il Consiglio federale nel 2010 si è ufficialmente scusato con le vittime, mentre una commissione federale dal 2014 ricerca quelle ancora in vita e provvede a risarcimenti finanziari. I casi di internamento amministrativo non sono da confondere con l’altra, non meno deprecabile, misura dei cosiddetti «collocamenti forzati», di fanciulli cioè tolti dalle famiglie, pratica continuata fino agli anni ottanta e che ha riguardato decide di migliaia di vittime. Una commissione speciale del Fondo nazionale sta conducendo un’indagine su quest’altra pagina nera della politica sociale svizzera.
Il Gottardo Nel 1894, dodici anni dopo l’inaugurazione di quello che ormai è il vecchio tunnel, Carl Spitteler (futuro Premio Nobel per la Letteratura) ricevette dalla Società Ferroviaria del Gottardo l’incarico di scrivere un libro che illustrasse le bellezze e le attrattive turistiche della zona, senza tuttavia rinunciare al valore squisitamente artistico. Il volume, uscito due anni dopo, rimane oggi più che mai un prezioso documento storico e una delle testimonianze più vive, originali e letterariamente pregevoli dedicate al Gottardo inteso non solo come luogo geografico, ma anche in senso più ampio come spazio umano e culturale. di Carl Spitteler, a cura di Mattia Mantovani Collana «I Cristalli», form. 12.5 x 21 cm, 272 pagine con illustrazioni a colori, Fr. 20.–
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osservatorio ecumenico
OSSERVATORIO ECUMENICO Ospitalità eucaristica Da anni attivo in Torino, il gruppo ecumenico «Spezzare il pane», composto da persone membri di Chiese diverse, è impegnato non solo a condividere la lettura e lo studio della Bibbia ma anche a praticare, e a chiedere alle loro Chiese e ai loro pastori, l’«ospitalità eucaristica». È ormai consuetudine che, una volta al mese, il gruppo si incontri in un chiesa cattolica, luterana, valdese o battista per condividere l’eucarestia, partecipando al culto o alla messa, offìciati secondo la liturgia della Chiesa ospitante. Partecipazione alla comunione, letture e commento della Parola divengono così altrettante occasioni di condivisione ecumenica, ricollocando in primo piano la propria identità di cristiani rispetto a quella di appartenenza a una specifica Chiesa. Questo non significa che sulla questione venga richiesto di condividere un’unica possibile idea: tante possono essere infatti le comprensioni dell’ospitalità eucaristica. Secondo i promotori del Gruppo si tratta ora di andare oltre l’ambito locale e provare a prendere contatto con altre realtà simili (iniziative analoghe sono avviate anche altrove), per costruire una rete di scambio di informazioni ed esperienze circa la pratica, più o meno regolare ed autorizzata, dell’ospitalità eucaristica.
Verso l’unione A Wittenberg, la città dove nacque nel 1517 la Riforma di Lutero, il 5 luglio, la Comunione mondiale delle Chiese Riformate (World Communion of Reformed Churches, WCRC) ha aderito al consenso ecumenico sulla dottrina della giustificazione. È la seconda comunione cristiana mondiale, dopo i metodisti, a dare la sua adesione formale alla Dichiarazione sulla dottrina della giustificazione tra cattolici e luterani (1999), che nel XVI secolo era stata il punto cruciale delle controversie tra luterani e cattolici. Entro quest’anno dovrebbero aderire anche gli anglicani. Alla firma della dichiarazione comune era presente, per parte cattolica, il segretario del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei Cristiani, mons. Brian Farrell, che ha letto un messaggio di papa Francesco nel quale definisce l’adesione «un segno eloquente del nostro impegno a procedere insieme, come fratelli e sorelle in Cristo, nel cammino dal conflitto alla comunione, dalla divisione alla riconciliazione».
Richiesta di perdono Con una confessione di colpa e una richiesta di perdono, la Chiesa evangelica in Germania (Ekd, la principale denominazione luterana del paese) si è rivolta ai discendenti delle vittime di ciò che la maggior parte degli storici riferisce come il primo genocidio del XX secolo, quello a danno delle popolazioni indigene della Namibia da parte delle forze occupanti tedesche, che prese avvio a partire dal 1904, dieci anni prima del genocidio armeno, citato spesso come il primo del ’900. La strage delle popolazioni Herero e Nama è ancora praticamente ignorata dagli storici nel tragico elenco dei crimini commessi nel secolo appena trascorso. Nel documento del Consiglio dell’Ekd, la Chiesa protestante tedesca affronta le proprie responsabilità storiche davanti alle atrocità commesse nel Paese africano fra il 1884 e il
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1915. La Germania era allora titolare della colonia, di cui fu privata con la sconfitta nella prima guerra mondiale.
Ecumenismo giovanile La scorsa estate, giovani provenienti da diverse parti del mondo, dall’Iran alla Finlandia, alla Nigeria, si sono confrontati a Bossey, presso Ginevra, dove ha sede il Centro internazionale di incontro e formazione del Consiglio ecumenico delle Chiese, sul tema della costruzione della pace a partire dal dialogo interreligioso, con lezioni, laboratori e visite a luoghi di interesse. I giovani hanno potuto dialogare in un ambiente amichevole e di rispetto reciproco, con l’obiettivo di trovare soluzioni costruttive, scoprire come le religioni rispondono alle sfide del nostro tempo, e prepararsi a diventare costruttori di ponti e ambasciatori di pace nei rispettivi Paesi. L’esperienza formativa rientra nel programma di formazione continua dell’Università di Ginevra e conta sulla partecipazione della Facoltà di teologia protestante e di partner ebrei e musulmani.
Chiesa verde Hanno scelto un doppio anniversario le Chiese cristiane francesi per presentare la loro iniziativa green: i vent’anni dall’assemblea ecumenica europea di Graz (1997) e i dieci anni da quella di Sibiu (2007), che proponeva di istituire un «tempo del Creato» per promuovere «maggiore sensibilità e rispetto per la meravigliosa diversità (del Creato e) per contrastare il suo vergognoso sfruttamento» (come diceva il messaggio finale). Con questa iniziativa ecumenica, da dieci anni in tutto il mondo le Chiese cristiane osservano un periodo liturgico dedicato all’ambiente, attraverso preghiere, riflessioni e azioni concrete, dal 14 settembre, inizio dell’ anno liturgico nella tradizione ortodossa, alla festa di san Francesco d’Assisi. Sabato 16 settembre le Chiese cristiane francesi hanno proposto l’etichetta Église verte. In preparazione dal giugno 2016, questo strumento (già sperimentato in dieci Chiese locali nel corso del 2017) è stato promosso dalla Conferenza episcopale francese, dalla Federazione protestante di Francia e dal Consiglio delle Chiese cristiane di Francia. Sono previsti un laboratorio alla scoperta delle iniziative concrete avviate dalle Chiese (orto solidale, energie rinnovabili, compostaggio, apicoltura…), testimonianze dai delegati diocesani all’ecologia integrale e l’incontro con scambi di esempi di Chiese europee da lungo tempo impegnate in questo processo in Svizzera, Austria e Regno Unito.
Libertà religiosa ai profughi Si è svolto a Fort Lauderdale in Florida, dal 22 al 24 agosto, l’VIII Congresso mondiale dell’Associazione internazionale per la libertà religiosa (Ida), congresso che si svolge ogni cinque anni, al quale hanno partecipato 550 persone di 65 Paesi . In particolare stata richiamata la «Dichiarazione di New York» per rifugiati e migranti adottata nel settembre 2016 da 193 Stati, che prevede la tutela dei diritti della libertà religiosa per i profughi. Si assiste infatti a una tendenza involutiva a livello planetario, per cui il 78% della popolazione mondiale subisce limitazioni al pieno accesso alla libertà religiosa. Il congresso, intitolato «Speranza per una convivenza pacifica», si è concluso con un monito: il rispetto della libertà religiosa nei singoli Paesi è un indicatore relativo alla dignità umana. Attualmente siedono nel direttivo dell’Ida avventisti, battisti, cattolici, metodisti.
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CRONACA INTERNAZIONALE a cura di Alberto Lepori
Prime riforme in Vaticano. Malgrado gli ostacoli provocati dai curiali, qualche riforma delle molte auspicate è riuscita a papa Francesco. Dal 1. settembre 2016 sono stati raggruppati in un unico dicastero i Consigli pontificali per i laici e per la famiglia; il 1. gennaio 2017 il nuovo dicastero per lo sviluppo umano integrale ha riunito i consigli pontifici di Giustizia e pace, Cor unum, per i migranti e per la pastorale della salute. Al nuovo dicastero sono attribuiti tre sottosegretari: due chierici e la laica Flaminia Giovanelli, già in Giustizia e Pace e tra le donne con il più alto incarico nella Curia vaticana. Nel nuovo Segretariato per la comunicazione sono stati riuniti, da quest’anno, Radio vaticana e il Centro della Televisione; dovrebbe seguire anche «L’Osservatore Romano». Altre riforme più complesse hanno riguardato la gestione economica; il Segretariato per l’economia ha pubblicato, per la prima volta lo scorso marzo, il bilancio economico della Santa Sede del 2015 secondo le norme internazionali. Era ora. Il Consiglio dei cardinali, nella ventesima riunione tenutasi in Vaticano dal 12 al 14 giugno, presente papa Francesco, ha discusso la possibilità di trasferire alcune competenze dai dicasteri romani ai vescovi locali o alle conferenze episcopali. In particolare, i nove porporati hanno esaminato la possibilità di una consultazione più ampia, comprendente anche laici, per la nomina dei vescovi. Non risulta che tra i cardinali ci siano lettori di «Dialoghi», che fin dal primo numero (1968!) rivendica il diritto dei «fedeli laici» a partecipare alla scelta del proprio vescovo. I santi di Francesco. Negli ultimi dodici mesi papa Francesco ha canonizzato dieci nuovi santi, dimostrando la volontà di allargare l’attenzione a cristiani di paesi fin qui poco rappresentati, come l’Albania e l’Argentina. Lo scorso ottobre ha proclamato santo Salomon Leclercq (1745-1792), il primo martire della Rivoluzione francese, e il giovane messicano, José Sanchez del Rio (1913-1928), primo martire «cristero», e poi il secondo santo argentino, padre José Gabriel del Rosario Brochero (1840-1914). Altro santo fortemente voluto dal Papa è stato il
sacerdote francese Jacques Hamel, assassinato il 26 luglio 2016, dispensando dal periodo di attesa minimo di cinque anni dalla morte; nel settembre 2016 aveva celebrato il rituale in latino per la canonizzazione di madre Teresa de Calcutta (1910-1997), solo 19 anni dalla morte e 13 anni dalla beatificazione. A Fatima, papa Francesco ha canonizzato i due fratelli pastorelli che avevano visto la Madonna: Francesco (1908-1919) e Giacinta (19101920) Marto, i più giovani santi non martiri. Un’altra figura che predilige il Papa è quella del filosofo francese Blaise Pascal (1623-1662), su cui ha attirato l’attenzione della Congregazione per la causa dei santi. Milano nella continuità. Quale nuovo arcivescovo di Milano, in sostituzione del cardinale Scola che ha compiuto 75 anni, papa Francesco ha designato mons. Mario Delpini, di 66 anni, nato a Gallarate, prete dal 1975, scelto come ausiliare nel 2007 dal card. Tettamanzi e vicario generale dal card. Scola dal 2012. Insegnante e rettore al seminario di Venegono, responsabile della formazione del clero, è conosciuto come un uomo molto spirituale e umile, grande lavoratore ma non manager, attento ai rapporti personali col clero e dal profilo pastorale. È forse piaciuto a papa Francesco perché vive nella Casa del clero, con i sacerdoti anziani, e circola in città in bicicletta, con casco e giubbotto catarifrangente e non manca di umorismo nei libri che scrive. La scelta ha però deluso i diocesani che si attendevano «un pastore per il rinnovamento» che riprendesse il magistero del cardinale Martini e fosse aperto alle istanze e alla collaborazione del variegato laicato ambrosiano. In un comunicato stampa, l’associazione «Noi siamo Chiesa» propone che il nuovo arcivescovo organizzi subito una consultazione collettiva e generalizzata di tutti i soggetti ecclesiali, per individuare i principali problemi pastorali della diocesi. Vista l’età di mons. Delfini, a disposizione ha quasi un decennio. In pensione. Papa Francesco non ha confermato alla testa della Congregazione per la dottrina della fede il card. Gerard Müller (69 anni), nominato da Benedetto XVI nel 2012, sostituendolo con mons. Luis Francesco Ladario
Ferrer (73 anni!), che papa Francesco aveva scelto nell’agosto 2016 a presiedere la commissione di studio sul diaconato delle donne. Il Papa ha giustificato la mancata riconferma (è la prima volta che succede nella Curia vaticana per la presidenza di una importante congregazione) con l’intenzione di rompere una tradizione per facilitare i rinnovamenti: ma non è un « segreto pontificio» che il cardinal Müller ha più volte dichiarato che il testo di papa Francesco Amoris Laetitia, con la sua apertura ai divorziati risposati, «non cambia la dottrina della Chiesa» (ma certamente introduce una nuova possibile pratica!). Mons. Ferrer, gesuita, sacerdote dal 1973, dopo la carriera universitaria è divenuto consultore della Congregazione nel 1995, segretario dal 2004. Aveva studiato nel 2006 il problema del Limbo (prospettando la possibilità per i fanciulli morti senza battesimo della visione beatifica) e riprenderà diverse funzioni dirigenziali già del card. Müller, per il quale si prospetta la carica di patrono dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro. Papa Francesco non manca di ironia… Sorpresi e felici. Tra i nuovi cardinali «di periferia» promossi da papa Francesco, il più «stupito» della nomina si è detto il salvadoregno José Gregorio Rosa Chavez, vescovo ausiliario di San Salvador. Già collaboratore del martire Oscar Arnulfo Romero, invece di diventarne il successore, per ben due volte è stato scavalcato da prelati preferiti alla Curia vaticana e… dal loro diretto superiore. Attuando immediatamente il consiglio papale, di non sentirsi «principi della Chiesa», mons. Chavez è tornato in patria in classe turistica. Anche lo svedese Anders Arborelius è stata una sorpresa: primo cardinale svedese di una minoranza, convertito dal protestantesimo e… nato a Sorengo, dunque anche un po’ nostro. Cardinale di una piccola minoranza anche il laotiano Luigi Maria Ling Mangkhanekhoun, vicario apostolico di Paksé, che vuol fare della porpora cardinalizia un’occasione di testimonianza; infine l’arcivescovo di Barcellona, Juan José Omelia, compagno di studi del Papa, «un uomo del terreno e un uomo evangelico»; che ha svolto il noviziato presso i Padri bianchi e si propone di fare «una Chiesa samaritana che aiuta il mondo intero». Stupiamoci anche noi, alle spalle dei mancati cardinali di Curia, mentre aumentano quelli «con l’odore di pecora».
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Settimane sociali. Dal 26 al 29 ottobre si è svolta a Cagliari la 48. Settimana sociale dei cattolici in Italia sul tema del lavoro, presentato con una frase tratta dalla Evangelii Gaudium di papa Francesco: «II lavoro che vogliamo: libero, creativo, partecipativo e solidale». Nate all’inizio del secolo scorso (la prima si svolse a Pistoia dal 23 al 28 settembre 1907, quando era ancora in vigore il non expedit di Pio IX e i cattolici si impegnavano solo sul fronte sociale), le Settimane hanno avuto una storia piuttosto irregolare, con due lunghe interruzioni (fra il 1934 e il 1945, causa il fascismo, e dal 1970 ai 1991). Da allora si sono svolte ogni 3-5 anni, l’ultima nei 2013 su «Famiglia, speranza e futuro per la società italiana», caratterizzandosi come eventi più di vetrina che di sostanza, con relatori «affidabili» scelti dalla Conferenza Episcopale di mons. Ruini, con interventi perlopiù allineati e assenza di dibattito. Lo svolgimento sarà un’interessante verifica dell’invito di papa Francesco (fatto a Firenze lo scorso anno) a osare e prendere il largo! Giustizia negata. La sospensione da parte del Governo italiano, a causa dell’opposizione della destra nazionalista, del dibattito al Senato sulla legge che voleva facilitare l’acquisto della cittadinanza ai figli di immigrati nati in Italia che adempiono altri requisiti (il cosiddetto ius soli) non solo è stato un atto di mancata giustizia ma anche una sconfitta per i cattolici italiani. Papa Francesco aveva firmato un appello a favore e la Conferenza dei vescovi italiani, il suo nuovo presidente card. Bassetti e il segretario mons. Galantino si erano pronunciati per l’approvazione della legge, già passata alla Camera dei deputati. Religioni a scuola in Europa. In Europa i modi in cui la religione approda nelle scuole sono molto differenziati. Sono solo sei i Paesi in cui vi è coincidenza esclusiva tra questo insegnamento e quello della religione cattolica: Italia, Croazia, Irlanda, Portogallo, Slovacchia, Malta. Ben 12 Stati europei prevedono un insegnamento multireligioso; i Länder tedeschi applicano questo criterio anche nelle zone dove prevale il cattolicesimo. Altri sei Stati danno spazio all’insegnamento di diverse confessioni cristiane (cattolica, ortodossa, protestante), a volte impartito nel medesimo istituto. In Bulgaria e Russia si insegnano la religione ortodossa e quella islamica (in Russia
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«Sempre da riformare» La sessione del SAE ad Assisi Si è svolta a Santa Maria degli Angeli (Assisi) la 54a sessione di formazione ecumenica del SAE (Segretariato Azione Ecumenica): «È parso bene allo Spirito Santo e a noi». Riforma, profezia e tradizione nelle Chiese (At 15,28), svolta alla Domus Pacis dal 23 al 29 luglio con presenze cristiane, ebraiche e musulmane. Al teologo cattolico Severino Dianich e al pastore avventista Davide Romano è stato affidato il compito di delineare «il futuro delle riforme nella vita delle Chiese». I segni dei tempi, ha detto Dianich, ci mostrano che, in una società non più in regime di cristianità, l’evangelizzazione e la missione devono prender strade diverse. L’opera di ri-cristianizzazione della società chiede un rapporto da persona a persona con l’annuncio di Gesù Cristo e non della propria Chiesa, una predicazione non come proselitismo ma «per attrazione». Per la Chiesa cattolica, due valori in cui crescere sono la sinodalità, da imparare dalle Chiese evangeliche, e il decentramento, da imparare dalle Chiese ortodosse. «In questa società che ha paura del futuro, per poter parlare di riforme dobbiamo riconciliarci con la categoria del futuro» ha detto Davide Romano, che ha preso in esame l’opera di riforma dello Spirito nelle esperienze dei Risvegli che hanno dato origine a nuove Chiese come la metodista, la battista, l’avventista e le Chiese pentecostali. Lo Spirito non solo riforma le Chiese ma riforma anche la vita di ogni credente, che viene coinvolto nel suo dinamismo. L’ultima affermazione del pastore avventista è stata sul dialogo interconfessionale: «L’ecumenismo non deve privilegiare l’omologazione delle Chiese, ma valorizzare le differenze, non in un’ottica di competizione perché le differenze sono carismi diversi dati alle Chiese. Nelanche buddismo e ebraismo), mentre la Finlandia ha scelto di insegnare più confessioni protestanti. I Paesi in cui non vi è alcun insegnamento religioso sono tre: Slovenia, Ungheria e Francia (con l’eccezione di Alsazia-Lorena). «Chiesa di tutti, Chiesa dei poveri». Si terrà sabato 2 dicembre a Roma
la misura in cui il dialogo ecumenico valorizzerà le differenze, sarà un servizio per la cristianità che verrà». Il presidente Piero Stefani, che ha diretto la sessione per la prima volta in questo ruolo, ne ha indicato il bilancio: la sessione è stata vissuta in un dialogo franco e rispettoso, ha attirato anche se per visite brevi nuove presenze in ricerca, ha posto l’accento su temi fondamentali per le singole Chiese e il cammino ecumenico: la riforma, la partecipazione nella vita delle Chiese e nella liturgia, il ruolo delle donne e il rapporto uomini donne nelle religioni, la relazione dei cristiani con il popolo ebraico, l’ospitalità come accoglienza ed ascolto dell’altro, la Cena del Signore come creatrice dell’unico corpo di Cristo. La partecipazione è stata sia tema di riflessione nella giornata dedicata alla liturgia, sia realtà vissuta nelle celebrazioni confessionali ed ecumeniche che sono state realizzate da un gruppo formato da cattolici ed evangelici, coordinato dal pastore valdese Luca Baratto e con l’animazione musicale del maestro battista Emanuele Aprile. Le celebrazioni, confessionali ed ecumeniche, insieme alle preghiere mattutine, hanno costituito un momento vitale della sessione, con un’alternanza tra tradizioni liturgiche specifiche e celebrazioni polifoniche che hanno armonizzato sapientemente elementi delle diverse tradizioni, molti tratte da celebrazioni dei grandi raduni delle Chiese europee e mondiali. Un ulteriore momento di condivisione e lavoro comune sono stati i gruppi di studio e i laboratori, sui quali è stata informata l’assemblea da parte dei referenti dei gruppi di studio, sollecitati da Riccardo Maccioni, caporedattore di «Avvenire». (testo adattato da «Koinonia», luglio 2017) un’assemblea nazionale dell’associazione omonima. Il tema sarà «Ma viene un tempo, ed è questo»: asserzione motivata dalla svolta profetica del pontificato di Francesco, che spinge a guardare con fiducia al tempo che viene e a prepararne la novità. L’assemblea si terrà nel Centro Congressi Frentani (via dei Frentani 4, tra la
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Stazione Termini e l’Università) a partire dalle 10 del mattino, aperta da un’introduzione di Raniero La Valle sul tema: «In quale tempo accade il MA del tempo sperato», seguita da relazioni dello storico Daniele Menozzi su «Il MA del Vangelo nella sofferenza del mondo», del teologo Giuseppe Ruggieri su «Il MA della sola misericordia», della biblista Rosanna Virgili e del filosofo del diritto Luigi Ferrajoli su «Il MA della ragione per una civiltà senza genocidio». La seduta sarà presieduta da Monica Cantiani. Per adesioni e informazioni: Vittorio Bellavite (vi.bel@viol.it, tel. 02-2664753, cell. 3331309765), Franco Ferrari (fferraripr@gmail.com, tel. 0521-242479, cell. 3400828488); sito www.chiesaditutiichiesadeipoveri.it. Andiamo avanti! Lo storico settimanale dei cattolici francesi «Témoignage chrétien» è stato acquistato dalla già redattrice Christiene Pedotti, che intende dargli nuova vita trasformandolo dall’attuale lettera settimanale in una rivista trimestrale. TC era stato fondato nel 1941 da un gruppo di gesuiti attivi nella resistenza antinazista. Dal 1990 incontrava varie difficoltà finanziarie e subito diverse trasformazioni. La nuova proprietaria vuole farne strumento di «ciò che il cristianesimo ci dice del mondo di oggi e ciò che questo può dare al cristianesimo», sviluppando in priorità il sito Internet, facendone anche una piattaforma comunitaria, aperta alle collaborazioni volontarie. Le auguriamo buona e lunga vita. Moschea liberale. La comunità luterana della chiesa di San Giovanni, nel centrale quartiere di Moabit a Berlino, ha scelto di dare in affitto parte dei locali degli ampi edifici che compongono il complesso. Il 16 giugno in quei locali è stata inaugurata una moschea con una precisa indole liberale, che ne fa al momento un caso unico in tutta la Germania. Al suo interno sono abolite infatti divisioni tra donne e uomini, che dunque pregano insieme, fianco a fianco, non in spazi separati, e stesso discorso vale per sunniti, gli sciiti, gli aleviti, escluse invece le donne con niqab e burka. La moschea è intitolata a Goethe e al grande matematico e filosofo arabo andaluso del XII secolo Ibn Rushd, e vi si entra a capo scoperto. Il progetto è guidato dalla avv. Seyra Ates, di origini turche, nota per le sue battaglie femministe che l’hanno spesso esposta a critiche da parte degli stessi fedeli musulmani.
Con Papa Francesco È trascorso da qualche mese il quarto anniversario dell’elezione a Vescovo di Roma – vescovo, quindi, prima che pontefice – di Jorge Mario Bergoglio e allo stupore per l’inatteso annuncio di quel 13 marzo, per la scelta del nome e per il primo saluto in quel tramonto romano di tardo inverno sono seguiti quattro anni di stupore evangelico. Diciamo con franchezza che una ventata innovatrice non ce la saremmo aspettata da un papa. Dopo quattro anni Francesco è riconosciuto anche dai laici fra le persone più apprezzate e influenti, «il dono più prezioso che la Chiesa cattolica romana ci abbia offerto in questa società alla deriva, senza uno scopo e senza fiducia» (Zygmunt Bauman). Ma al di là degli entusiasmi, delle piazze piene, degli Angelus planetari, perfino delle frequentazioni nella rete, resta l’impressione che nella sua Chiesa lo spirito tridentino sia ancora ampiamente dominante. Ma le trasformazioni lente sono più durevoli e l’essenziale è non tornare indietro, neppure quando sarà l’ora della successione. Non siamo i chierichetti di Francesco e non abbiamo mai ritenuto indiscutibile l’assenso al papa, chiunque sia. Ma apprezziamo e sosteniamo la maggiore libertà di espressione nella Chiesa, la circolazione di misericordia, l’impegno sociale come attenzione alla persona e all’ambiente, stretti però fra chi ritiene che manchi a Francesco il coraggio del radicalismo e della revisione dottrinale e gli rimprovera una incoerenza con i suoi stessi annunci e chi, spesso con linguaggio rancoroso e informazioni non corrette, considera la libertà apertura al relativismo, la misericordia tolleranza o forse invito alla trasgressione, l’impegno sociale Donne in moschea. Per contrastare le tendenze più fanatiche, il Ministero egiziano dei beni religiosi ha designato 144 donne come predicatrici nelle moschee del Cairo. Diplomate da Al-Azhar, l’istituzione di referenza per i sunniti di tutto il mondo, queste predicatrici, aggiunte alle 43 già in attività, sono incaricate di fornire ai fedeli informazioni religiose in uno spirito di moderazione e di occuparsi dei temi più sensibili. Il loro numero potrebbe prossimamente au-
materia politica estranea al kerigma della proclamazione della verità di fede. Ci pare di averlo detto e scritto lungo i decenni della nostra storia, ma forse anche noi più nelle dissertazioni che nella prassi quotidiana, nelle scelte professionali e politiche: il cristianesimo non può essere ridotto a dottrina, morale e culto perché è libertà, solidarietà, gioia, in una inarrestabile ricerca che non può essere esente da errori. È impegno con le persone, è accoglienza e perdono, fiducia e consapevolezza dei limiti, è pagare per un ferito, porgere un bicchiere d’acqua, abbracciare chi si è comportato male con noi. C’è chi condivide e si ripropone questi gesti, riuscendo solo qualche volta a viverli, e chi continua a pensare che siano più importanti dottrina e culto, principi non negoziabili e sacri paramenti e che la partecipazione alla Cena del Signore sia riservata a chi si sente senza colpa. Francesco interpella su questi problemi: a noi la ricerca di pensieri e comportamenti coerenti. Senza perdere di vista che la ricerca su queste questioni non può limitarsi a consensi e dissensi formulati sui nostri parametri, sulla ragione politica, sulle prassi consolidate nei secoli: occorre avere sempre come riferimento lo spirito dell’evangelo. Quello, considerato con cuore limpido, il termine di paragone con cui confrontare il nostro punto di vista come l’insegnamento del vescovo e anche del papa. Editoriale de IL GALLO di Genova, maggio 2017, che DIALOGHI sottoscrive, ringraziando gli amici per continuare a impedire… che il gallo citato dal Vangelo (Marco 14.74) canti ancora sui nostri tradimenti. mentare a duemila per coprire tutti i bisogni nelle moschee dello Stato. Per ottenere la licenza di predicare devono avere conoscenze in materia di teologia e aver superato un esame previsto da Al Azhar; devono poter spiegare gli hadits (precetti), le parole del Profeta Mohammed e conoscere a memoria le tre parti del Corano relative alle donne e alla famiglia. Più di settemila donne attendono di poter ottenere l’incarico di predicatrice.
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BIBLIOTECA Lutero e gli Ebrei È possibile addossare almeno una parte di responsabilità della «Shoah» a Martin Lutero? O ridurla a un incidente di percorso che non diminuisce le sue qualità di riformatore, giustamente celebrate, non solo dal mondo protestante, nel quinto centenario della Riforma? Come sempre in questi casi, ci si potrebbe perdere in una sterminata bibliografia. Bisogna dunque essere grati a quegli autori che offrono al lettore non specialista una sintesi completa e precisa almeno dei temi essenziali: biografici, storici, di interpretazione. A Thomas Kaufmann, docente di storia della Chiesa all’Università di Göttingen, si deve il più diffuso e il più tradotto dei libri in argomento usciti tra il 2014 e quest’anno, in cui niente dell’essenziale è taciuto e (quasi) ogni pedanteria accademica lasciata da parte. È più che naturale, del resto, che le duecento pagine del libro si concentrino soprattutto sull’eredità che il Riformatore lasciò ai cristiani tedeschi di religione riformata, considerando che il razzismo antisemita si affermò soprattutto in Germania e i tedeschi riformati furono i meno capaci di denunciarlo. Vi è un testo del Lutero estremo («Degli Ebrei e delle loro menzogne», pubblicato nel 1543 – il Riformatore morì tre anni dopo, nel 1546) che si legge non senza rabbrividire. Vi si esortano i poteri civili a cessare ogni tolleranza, a espellerli dalle città, a distruggere le loro sinagoghe: «sbaglieremmo infatti – scrive Lutero – se non vendicassimo il sangue innocente da loro versato perseguitando Nostro Signore e i cristiani per trecento anni dopo la distruzione di Gerusalemme, se non vedessimo nei loro occhi e sotto la loro pelle il sangue che ancora versano dei nostri bambini, se li lasciassimo vivere liberamente tra noi con le loro imprecazioni, le bestemmie, le menzogne». Secondo Lutero, i cristiani, all’infuori del Demonio, non avrebbero nemico più crudele, velenoso e ostinato degli ebrei. Ancora negli ultimi giorni di vita, dei tre nemici che il cristianesimo aveva ai suoi occhi: i papisti, i turchi e gli ebrei, era predicando sugli ebrei che egli tuonava dai pulpiti. Ma è singolare che quell’estremo
pamphlet non ebbe il successo di diffusione di un precedente scritto di Lutero sugli ebrei, pubblicato nel 1523. Intitolato «Gesù Cristo è nato ebreo», vi si argomentava che le promesse di Dio al popolo d’Israele erano irrevocabili e che la loro cecità nei confronti dei cristiani avrebbe potuto essere superata mostrando loro tolleranza e vicinanza. Che poi la storia sia andata avanti per conto suo, ignorando le prediche del Riformatore, è un dato di fatto. Nel tardo Medioevo la società europea si era costruita sulla separatezza ma solo occasionalmente sulla persecuzione aperta e sullo sterminio. Vittime di locali pogrom, di espulsioni, di emigrazioni forzate ce n’erano stati, ma gli ebrei erano pure tollerati come prestatori di denaro, sia dalla piccola borghesia commerciale sia dai grandi signori feudali. Malgrado gli scritti non meno feroci di molti autori anche celebri la scelta fatta dagli imperatori e dai consigli municipali delle città libere fu piuttosto quella di convivere e non di distruggere. Una svolta si sarebbe avuta nell’Ottocento con l’avvento delle teorie razziali, un argomento basato sulla genetica e circa il quale a Lutero non si potrebbe imputare nulla. La Vienna cattolica di fine Ottocento non era meno antisemita della protestante Berlino. Anche le Chiese, salvo eccezioni, cominciarono a esserne permeate, l’essere ebreo (lo Judentum) fu proclamato in contrasto con il germanesimo (Deutschtum) e veniva preparata – come scrive benissimo l’Autore – «la paralisi mentale di ogni coraggio civile nella comunità luterana». Ai predicatori dell’antisemitismo razzista, come l’infame Alfred Rosenberg, venne perciò facile citare il libello del 1643 per affermare l’esistenza di una «natura» giudaica sovratemporale, eterna, che giustificava lo sterminio. Non avrebbe un imputato del processo di Norimberga dichiarato: «Su questi banchi dovreste far sedere Lutero»? Le responsabilità dei protestanti tedeschi (ripeto che dei cattolici il libro non si occupa…) sarebbero parse evidenti nel processo di autocoscienza che le Chiese riformate della Germania coraggiosamente intrapresero nel secondo dopoguerra. Nel libro sono citati i documenti che dichiarano la Chiesa protestante coinvolta nei crimini dello Stato nazista contro gli ebrei.
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È dunque a un processo di chiarimento, che estrae dalla storia i fatti occasionalmente sovrastimati per reinserirli in un corso più profondo, quello cui approda anche l’autore di questo libro: «L’approccio adeguato al tema «Lutero e gli Ebrei» consiste nello storicizzarlo: bisogna riportare l’atteggiamento del riformatore nel contesto dell’antisemitismo medievale. All’interno di tale storia, Lutero rappresenta un capitolo detestabile e vergognoso: ma è un capitolo, soltanto un capitolo». E.M. La recensione è pubblicata dopo lettura del testo francese dell’opera (T. Kaufmann, Les Juifs de Luther, Labor et Fides, Ginevra, 2014, pp. 228). Esiste una versione italiana: «Gli Ebrei di Lutero», Claudiana, Torino, 2016, pp. 219).
La religione nella scuola in Europa Flavio Pajer è un esperto di religione a scuola, problema del quale si occupa fin dai primi anni ’80. Egli tuttora dirige un «Notiziario» che aggiorna sulle variazioni del tema. Dalla prefazione stesa da un altro conosciuto competente, il prof. Luciano Pazzaglia, già ordinario all’Università del Sacro Cuore di Milano, presentiamo stralci che danno una stimolante panoramica del nuovo volume (235 pagine) dal titolo provocatore: «Dio in programma. Scuola e religioni nell’Europa unita»: una lettura obbligata per chi vuole affrontare il tema (attualissimo in Ticino come in tutta l’Europa) di fornire ai giovani europei, plurireligiosi e pluriculturali, un minimo di conoscenza di un «fenomeno» che interessa (ed è praticato) da diverse miliardi di uomini e donne e continua a mettere in crisi i «profeti» della secolarizzazione e della «morte di Dio». Con il vasto saggio, che è da considerare come il frutto più maturo di tanti anni di lavoro, Pajer illustra i rapporti tra l’insegnamento religioso, i diversi sistemi scolastici e il più generale contesto storico europeo non in termini astratti ma attraverso la ricostruzione storica di come tali rapporti si sono realizzati nel corso degli ultimi cinquant’anni. Pajer, molto opportunamente, più che analizzare qualche caso specifico, ha ritenuto opportuno fornire un panorama complessivo delle diverse forme in cui l’insegnamento religioso ha preso corpo nei sistemi scolastici dei vari Paesi europei. Il saggio, d’altra parte, non si limita a una
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semplice registrazione dei diversi modelli d’insegnamento religioso e della loro evoluzione ma si preoccupa al contempo di cogliere le ragioni delle scelte di politica culturale e scolastica con cui Chiese, governi, organizzazioni religiose e filosofiche, orientamenti pedagogici, istituzioni accademiche, organismi europei hanno via via contribuito a regolare la presenza della religione a scuola. Ne esce così un quadro di grande suggestione che potrebbe (se i «competenti» vorranno assumersi la fatica dell’impegnativa lettura) essere molto utile a sprovincializzare il dibattito, tuttora latente in Ticino, su come «presentare» Dio nella scuola… Pajer individua sostanzialmente tre fasi attraverso cui nella recente storia dell’Europa unita l’insegnamento religioso è passato: (a) la fase coincidente con gli anni del Concilio e del postConcilio, durante la quale l’insegnamento religioso si è de-catechizzato; (b) la fase compresa fra gli anni ’70 e la caduta del muro di Berlino, quando esso ha subito un processo di de-confessionalizzazione; (c) e la terza fase, corrispondente all’ultimo quarto di secolo, nel corso della quale l’insegnamento religioso è andato incorporando non solo le visioni religiose del mondo ma anche le visioni non religiose. Giustamente Pajer osserva che non si può parlare di un storia dell’insegnamento religioso europeo poiché ciascun Paese, sia pure sullo sfondo di alcune tendenze comuni, ha poi finito con l’adottare corsi d’istruzione religiosa correlati alle proprie specificità socio-culturali. Si deve, anzi, osservare che nei diversi Paesi le tre fasi si sono talvolta susseguite in maniera disarmonica, con il verificarsi di anticipi e ritardi. Durante la prima fase, sotto la spinta di alcuni fenomeni socio-culturali – come i processi di secolarizzazione, il ridimensionamento dell’incidenza educativa della famiglia, la rivendicazione dei diritti fondamentali dell’uomo e in particolare della libertà religiosa, l’affacciarsi tra la popolazione scolastica di diversità etniche e religiose – ma anche d’importanti avvenimenti ecclesiali come il Concilio Vaticano II – l’orientamento generale fu quello di conformare il tradizionale insegnamento di tipo catechetico ai ritmi della scuola. Dobbiamo però anche dire che le finalità e i contenuti dei corsi di religione, almeno nei Paesi a maggioranza cattolica, continuarono a restare quelli della pastorale educativa della Chiesa. In realtà,
benché dopo la seconda guerra mondiale i diversi paesi dell’Europa occidentale si fossero organizzati in Stati a carattere democratico, si continuò per diverso tempo a dare per pacifico che le Chiese cristiane, oltre ad avere proprie scuole, potessero anche disporre di un proprio insegnamento attraverso cui curare la formazione religiosa dei fanciulli e degli adolescenti delle scuole pubbliche in conformità con i propri dogmi, norme e valori. Non c’è dubbio, tuttavia, che il fatto più rilevante per il tema che qui interessa risultava il preoccupante fenomeno dell’arrivo in Europa di ondate di emigranti che avrebbero cambiato, dapprima impercettibilmente ma poi in maniera sempre più marcata, il profilo delle società europee e, correlativamente, la fisionomia culturale e religiosa delle loro popolazioni scolastiche. In questo contesto era inevitabile che la disciplina maggiormente toccata dal fenomeno migratorio fosse l’insegnamento religioso. Abbastanza presto ci si rese conto che, data la pluralità delle appartenenze culturali e religiose degli alunni, non era più pensabile che i programmi scolastici si limitassero alle presentazione della tradizione religiosa del Paese ospitante. Pajer osserva come la prima risposta per fronteggiare tale situazione fosse l’elaborazione della pedagogia interculturale che, applicata all’insegnamento religioso, avrebbe avuto come conseguenza d’indurre i corsi di religione ad assumere una prospettiva di tipo interculturale e interreligioso, sia pure con una serie di varianti da Paese a Paese. Ma quello che mette conto rilevare è il fatto che, stimolata anche dal fenomeno migratorio, l’Unione Europea elaborava una propria visione della laicità che, senza identificarsi con la laicità di questo o quel Paese, doveva tuttavia assumere i principi propri dell’ethos costituzionale che stava e resta alla base della cultura politica europea e che Pajer ravvisa, correttamente, in principi come la distinzione del potere politico da quello religioso, l’indipendenza dell’individuo e dello Stato dall’autorità religiosa, la separazione tra norme giuridiche e norme morali. Sulla base di questi principi, l’Unione era indotta ad assumere come criterio regolativo dei suoi rapporti con le religioni non il criterio di una rigida separazione (come in Francia) né quello della collaborazione (come negli Stati concordatari) bensì, come è attestato dal Trattato sul funzionamento dell’Unione del 2012,
il criterio del «dialogo aperto, trasparente e regolare». Occorre per altro dire che, nel corso degli ultimi anni, il discorso sull’insegnamento religioso a scuola si è andato ulteriormente arricchendo e precisando. Molto interessanti sono al riguardo le pagine del saggio dove l’Autore richiama gli atti (documenti, seminari, ricerche) che diverse istituzioni europee hanno via via attuato. Dalle iniziative di queste istituzioni è divenuta crescente la richiesta di un insegnamento religioso che alimenti il confronto non solo fra le varie culture e religioni ma anche fra le diverse confessioni religiose e le organizzazioni filosofiche o non religiose, comprese quelle atee, in modo che la scuola pubblica, lungi dall’incentivare fenomeni di razzismo, xenofobia, contrasti etnici, promuova, fra gli studenti e i docenti, atteggiamenti di ascolto, rispetto, collaborazione, in conformità con il valore primario della persona e i diritti inviolabili che ad essa fanno capo. Potremmo dire: un insegnamento religioso che aiuti a sviluppare il senso di una cittadinanza responsabile. Un aspetto che sembra essere stato fin qui ignorato in Ticino, nel dibattito «biblico» sull’insegnamento della civica o alla cittadinanza. Ma si può sempre «ricuperare» ora che «il popolo» ha deciso… Pajer non manca per altro di prospettare il rischio che, assumendo l’istruzione religiosa quasi una «stampella» di appoggio ai programmi di educazione alla cittadinanza democratica, si finisca con il fare della religione una specie di religione civile e con il trasformare il corrispettivo insegnamento in un succedaneo dell’educazione civica. Non sarà, perciò, inopportuno ancora una volata ricordare che l’insegnamento religioso, se è raccomandabile che abbia anche una funzione sociale, deve, prima di tutto, aiutare gli studenti a rendersi conto che la religione ha dimensioni e identità sue proprie e che le norme religiose non possono essere scambiate con quelle civili e con quelle giuridiche. Non quindi né un insegnamento di sola «civica» né di sola «storia»: se finalmente si capisce cosa significa «la religione» non si dovrebbe fare dell’orario scolastico un feticcio e un ostacolo insormontabile! (testo adattato e interpolato da a.l.) F. Pajer, Dio in programma. Scuola e religioni nell’Europa unita (1957-2017), pp. 240, Morcelliana Brescia 2017.
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NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE a cura di Daria Lepori
Diminuzione? Solo di pesci e anfibi. Un rapporto dell’Ufficio federale della sicurezza alimentare e di veterinaria evidenzia che nel 2016 629.773 animali viventi sono stati impiegati in esperimenti: si tratta di topi nei due terzi dei casi. La diminuzione del numero di animali utilizzati in laboratorio lo scorso anno riguarda principalmente la fine dei progetti concernenti pesci e anfibi. In Ticino invece è stato riscontrato un aumento del 26,8%: quasi come Ginevra che possiede però un’industria farmaceutica e un polo di ricerca universitaria. Le sperimentazioni animali hanno numerosi obiettivi: la verifica degli effetti di una misura determinata sull’animale, il test di una sostanza (medicamento o prodotto chimico), la produzione di organismi estranei alla specie quali virus, batteri o parassiti o, ancora, il prelevamento di cellule per controllare lo stato sanitario di popolazioni animali. I ricercatori – che provengono nella gran parte dei casi da scuole superiori o dall’industria – presentano le loro richieste alle autorità cantonali competenti e «devono specificamente dimostrare che i benefici per la società sono più importanti della sofferenza inflitta agli animali». Dopo l’esame della richiesta, la Commissione cantonale per le sperimentazioni sugli animali invia la sua raccomandazione al veterinario cantonale che deve decidere. Nel 2016 sono state concesse 1.068 autorizzazioni e solo 4 domande sono state respinte. Le sperimentazioni concesse sono sottoposte a uno stretto controllo. Per ogni problema riscontrato durante l’esperimento deve essere steso un rapporto per l’autorità cantonale competente. In casi estremi – inutile maltrattamento di animali per la riuscita dello studio – i ricercatori sono soggetti a sanzioni penali. Dalle statistiche risulta una leggera crescita delle sperimentazioni di grado di gravità 2 o 3 per rapporto al 2015, ciò quelle per cui l’animale subisce danni, soffre e può anche morire. Due volte Mühleberg. In Svizzera le eoliche sono poche: 37. Producono solo lo 0,2% del consumo di elettricità totale del paese. I fornitori svizzeri di energia però controllano già, completamente o sotto forma di partecipazioni, circa mille eoliche in Europa! Queste istallazioni sono
ripartite tra otto paesi: gran parte in Germania, con più di 810 megawatts «svizzeri», in Italia (più di 560 MW) e in Francia (480 MW), ma anche più modestamente in Spagna, in Bulgaria, in Svezia, in Norvegia e in Portogallo. Secondo un rapporto del 2016 di Energie Zukunft Schweiz, gli investimenti svizzeri nell’energia del vento all’estero contribuiscono alla produzione di circa 5.000 gigawatts/ora (GWh) in un anno. In altre parole, quasi il doppio della produzione annua media della centrale nucleare di Mühleberg e ben al di là degli obiettivi di produzione eolica indigena (4.200 GWh) previsti dalla «Strategia energetica 2050» della Confederazione. Se ci si rivolge all’estero è soprattutto perché vi sono a disposizione terreni con condizioni favorevoli al vento e perché le procedure d’approvazione sono meno complicate. Gli investimenti all’estero sono inoltre utili per l’acquisizione di esperienza e di competenze in Svizzera, tanto più che lo sfruttamento dell’energia del vento sarà determinante nel futuro mix energetico europeo e svizzero. Le eoliche «svizzere» all’estero non offrono tuttavia la «sicurezza di approvvigionamento» che la strategia energetica della Confederazione ha posto quale obiettivo. No ai combustibili fossili. Sono 27 le istituzioni cattoliche, riunite nel Movimento cattolico mondiale per il clima, che hanno rilasciato la Dichiarazione di disinvestimento nei combustibili fossili in attuazione dell’Accordo di Parigi sul clima. Le ultime nove si sono aggiunte a maggio: si tratta di gesuiti, francescani, suore e monaci di diverse diocesi del Regno Unito, degli Stati Uniti e dell’Italia. L’annuncio di questa importante operazione di disinvestimento congiunto di organismi cattolici giunge nel secondo anniversario dell’enciclica Laudato si’ con cui Papa Francesco ha invitato tutti alla cura della nostra casa comune. Secondo uno studio dell’associazione «Divestinvest», il movimento globale di disinvestimento comprende circa 700 istituzioni in più di 70 Paesi, per un impatto di 5.000 miliardi di dollari. I piccoli produttori perdono la pazienza. «Veniamo a Ginevra da ormai 15 anni perché vogliamo che i nostri diritti vengano riconosciuti dalle Na-
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zioni Unite, la Dichiarazione deve essere firmata adesso!». Chiara l’impazienza del movimento internazionale «Via Campesina». Lunedì 15 maggio, sulla Piazza delle Nazioni di Ginevra, un centinaio di contadini, pescatori, pastori e militanti di ONG hanno manifestato prima di entrare nel palazzo dell’ONU dove si apre un nuovo giro di negoziati. Il progetto di testo delle Nazioni Unite «sui diritti dei contadini e di altre persone che lavorano in ambito rurale» è dal 2012 nelle mani di un gruppo intergovernativo. Il principio è stato convalidato dal Consiglio dei diritti umani ma, secondo i militanti, i Paesi occidentali moltiplicano le remore. Diritto alle risorse naturali, alle sementi, a essere consultati, difesa delle culture e delle organizzazioni tradizionali: questi i punti da discutere e rendere costringenti. Se la difesa delle sementi preoccupa l’agricoltore, la sopravvivenza delle razze autoctone inquieta gli allevatori nomadi. Per loro la partecipazione alle decisioni politiche previste dalla «Dichiarazione» è fondamentale. In una società sempre più burocratica e privatizzata in cui il nomadismo fatica a trovare il suo posto il riconoscimento dei diritti dei lavoratori rurali sarebbe una vittoria anche per loro. Israele nemico dell’ambiente. Geshuri è un’industria chimica israeliana che produce pesticidi e concimi in Cisgiordania. Fino al 1982 i laboratori si trovavano in territorio israeliano. Poi un tribunale ordinò la loro chiusura perché troppo inquinanti. Dall’inizio dell’occupazione, nel 1967, sono diverse centinaia le imprese israeliane che si sono ricollocate o installate in Palestina (anche nelle colonie) dove possono inquinare a costo ridotto perché in Cisgiordania circa la metà delle leggi ambientali israeliane non vengono applicate. La quantità di rifiuti che si accumulano all’entrata dei paesi palestinesi, dove le benne sono regolarmente incendiate, contrasta con la pulizia delle colonie israeliane. Non ci sono sufficienti discariche per i rifiuti domestici e sono poche le centrali di trattamento delle acque luride. Altra fonte d’inquinamento è l’esercito. Le zone di addestramento militare coprono circa il 18% del territorio, non vengono mai ripulite e lasciano tonnellate di pezzi metallici e di esplosivi a inquinare i terreni. L’inquinamento colpisce anche la popolazione: il numero di tumori, le deformazioni, le nascite premature e le malattie della pelle sono in aumento.
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La Palestina è riconosciuta come un centro importante per la biodiversità. Sono circa 2.700 le specie di piante originarie di quella regione, vi si trovano 520 specie di uccelli, più di 70 di mammiferi e migliaia di altri insetti, rettili e anfibi. Ma la costruzione di un muro di 760 km, di un centinaio di check-points, di basi militari e di campi di addestramento, di più di 200 colonie e outposts (che accolgono quasi 40.0000 persone) e di una quindicina di zone industriali hanno irrimediabilmente sconvolto questo ecosistema. Il muro s’impone come una barriera fisica che impedisce sia all’acqua piovana di seguire il deflusso naturale sia alle numerose specie di mammiferi, uccelli o insetti di spostarsi, di variare le loro fonti di alimentazione e zone di accoppiamento, mettendo in pericolo la loro sopravvivenza. Piccola luce di speranza: in questi ultimi anni numerosi eco-progetti sono stati sviluppati in Cisgiordania in uno slancio di nuovo contatto con la natura che sta scomparendo per la manomissione israeliana. A Bil’in, un paese a nordovest di Ramallah, un parco naturale e una eco-fattoria sono stati creati su un lotto di terra sottratto alla tutela israeliana dopo anni di battaglie giu-
diziarie. Una ex-zona militare israeliana è ora lasciata allo stato naturale: vi vengono proposte escursioni educative. Il riconoscimento dello Stato di Palestina da parte delle Nazioni Unite nel 2012 ha permesso il contatto con diverse istituzioni internazionali e la ratifica di trattati, anche in materia ambientale. Lo Stato di Palestina può così rafforzare le sue capacità e le sue istituzioni. Ma soprattutto può domandare a Israele di rendere conto di tutte le pratiche distruttive dell’ambiente. Dal giugno 2016 l’Amministrazione palestinese della qualità dell’ambiente (Eqa) ha depositato tre reclami presso il segretariato della Convenzione di Basilea dopo aver sorpreso autocarri israeliani carichi di rifiuti pericolosi diretti verso discariche palestinesi. A inizio giugno, nella regione di Salfit, sono stati fermati due camion che trasportavano da 60 a 70 tonnellate di rifiuti provenienti da macelli. Grazie alla mediazione del segretariato, i rifiuti son dovuti tornare in Israele. Professione: eroe ambientale. «Cerchiamo di non buttare via niente che sia commestibile. Perciò biscotti e altri dolci esteticamente non perfetti sono utilizzati per farcire i Nussgipfel,
Non esiste olio di palma «sostenibile» L’industria attiva nella produzione di olio di palma è responsabile, in gran parte, dell’accaparramento delle terre e di violazioni dei diritti umani. Dopo aver costatato l’inefficacia della certificazione RSPO (Tavola rotonda sull’olio di palma), Sacrificio Quaresimale e Pane per tutti non vedono che una soluzione: diminuire il consumo di olio di palma. Le due organizzazione di cooperazione internazionale chiedono ai commercianti al dettaglio di ridurre il numero di prodotti contenenti olio di palma sui loro scaffali. Una petizione online indirizzata alle consumatrici e ai consumatori li invita a sostenere questa richiesta. Circa un prodotto su sei in vendita nei nostri supermercati contiene questa materia prima a causa della sua polivalenza e del suo basso costo. In occasione di colloqui con i grandi distributori svizzeri, questi ultimi si difendono, affermando di usare solo «olio di palma sostenibile». Tuttavia,
malgrado la promessa di un olio di palma prodotto in modo sostenibile, oggi sappiamo che la certificazione RSPO non impedisce la distruzione di foreste tropicali, e tantomeno i casi di accaparramento delle terre, come pure le violazioni dei diritti umani nei paesi interessati. I criteri di certificazione sono troppo vaghi e i controlli troppo blandi. La RSPO poggia su misure su base volontaria e non prevede dunque dei meccanismi effettivi per sanzionare le violazioni. Le direttive non impediscono neppure l’utilizzo di pericolosi pesticidi. Lo scorso anno, in occasione di diverse visite a piantagioni certificate RSPO in Indonesia, Pane per tutti e Sacrificio Quaresimale hanno potuto costatare la gravità della situazione. Pur trattandosi di piantagioni certificate, risulta che le popolazioni locali e le comunità autoctone non sono state coinvolte nel processo decisionale o
il pane invenduto è trasformato in grattugiato». «Nel processo di laccatura si creano molti rifiuti che devono essere separati con cura e fatti smaltire da ditte specializzate. Scelgo anche lacche che asciugano in fretta, così da non dover utilizzare ulteriore energia». «Per la piscina coperta facciamo attenzione all’efficienza energetica. In quella esterna ci preoccupiamo di non usare troppe sostanze chimiche e di purificare correttamente l’acqua. Inoltre abbiamo ottimizzato l’efficienza delle pompe». «Se i liquidi di raffreddamento finiscono nell’ambiente aggravano… il riscaldamento atmosferico: nello smantellare impianti di raffreddamento vecchi e nel montare quelli nuovi bisogna perciò fare estrema attenzione. Consiglio sempre ai clienti di scegliere sistemi efficienti». «Allo sportello della biglietteria si utilizza molta carta. Tutte le volte che è possibile stampo due pagine su una, e fronte/retro. Nel mio impiego precedente ero responsabile della gestione del materiale: per me è importante fare un uso parsimonioso di carta e di altro materiale d’ufficio». Sono cinque testimonianze dell’impegno del personale di diversi ambiti lavorativi nella protezione dell’ambiente.
a livello di pianificazione, da parte delle imprese e delle autorità. A volte sono perfino state espropriate delle terre con la violenza e il loro diritto alle loro terre ancestrali, pur essendo riconosciuto internazionalmente, è stato violato o sacrificato sull’altare della corruzione. Nonostante i 15 anni d’esistenza, la RSPO non è riuscita ad ottenere il suo obbiettivo di protezione della foresta tropicale. Dalla sua fondazione, la superficie dedicata alle monocolture è aumentata di più del 50% per raggiungere i 19 milioni di ettari (2014). Stando alle cifre della FAO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, questa espansione è una delle principali cause di disboscamento delle foreste tropicali. Solo in Indonesia, più della metà delle foreste sono state rase al suolo per lasciare spazio a palme da olio. In conclusione: solo una riduzione del consumo di olio di palma potrà offrire una soluzione a questo problema. È per questo che Sacrificio Quaresimale e Pane per tutti chiedono ai grandi distributori svizzeri di ridurre il numero di prodotti contenenti olio di palma messi in vendita.
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IL MESSAGGIO DEL PER LA GIORNATA MONDIALE 2018
«Accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e i rifugiati» Cari fratelli e sorelle! «II forestiero dimorante fra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu l’amerai come te stesso perché anche voi siete stati forestieri in terra d’Egitto. lo sono il Signore, vostro Dio» (Lv 19,34). Durante i miei primi anni di pontificato ho ripetutamente espresso speciale preoccupazione per la triste situazione di tanti migranti e rifugiati che fuggono dalle guerre, dalle persecuzioni, dai disastri naturali e dalla povertà. Si tratta indubbiamente di un «segno dei tempi» che ho cercato di leggere, invocando la luce dello Spirito Santo sin dalla mia visita a Lampedusa l’8 luglio 2013. Nell’istituire il nuovo Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, ho voluto che una sezione speciale, posta ad tempus sotto la mia diretta guida, esprimesse la sollecitudine della Chiesa verso i migranti, gli sfollati, i rifugiati e le vittime della tratta. Ogni forestiero che bussa alla nostra porta è un’occasione di incontro con Gesù Cristo, il quale si identifica con lo straniero accolto o rifiutato di ogni epoca (cfr Mt 25,35.43). Il Signore affida all’amore materno della Chiesa ogni essere umano costretto a lasciare la propria patria alla ricerca di un futuro migliore1. Tale sollecitudine deve esprimersi concretamente in ogni tappa dell’esperienza migratoria: dalla partenza al viaggio, dall’arrivo al ritorno. È una grande responsabilità che la Chiesa intende condividere con tutti i credenti e gli uomini e le donne di buona volontà, i quali sono chiamati a rispondere alle numerose sfide poste dalle migrazioni contemporanee con generosità, alacrità, saggezza e lungimiranza, ciascuno secondo le proprie possibilità. Al riguardo, desidero riaffermare che «la nostra comune risposta si potrebbe articolare attorno a quattro verbi fondati sui principi della dottrina della Chiesa: accogliere, proteggere, promuovere e integrare»2. Considerando lo scenario attuale, accogliere significa innanzitutto offrire a migranti e rifugiati possibilità più ampie di ingresso sicuro e legale nei paesi di destinazione. In tal senso, è desiderabile un impegno concreto affinché sia incrementata e semplificata la concessione di visti umanitari e per il ricongiungimento familiare. Allo stesso tempo, auspico che un numero maggiore di paesi adottino programmi di sponsorship privata e comunitaria e aprano corridoi umanitari per i rifugiati più vulnerabili. Sarebbe opportuno, inoltre, prevedere visti temporanei speciali per le persone che scappano dai conflitti nei paesi confinanti. Non sono una idonea soluzione le espulsioni collettive e arbitrarie di migranti e rifugiati, soprattutto quando esse vengono eseguite verso paesi che non possono garantire il rispetto della dignità e dei diritti fondamentali3. Torno a sottolineare
1. Pio XII, Cost. Ap. Exul Familia, Tit. 1,1. 2. Discorso ai partecipanti al Forum Internazionale «Migrazioni e pace», 21 febbraio 2017. 3. Intervento dell’Osservatore permanente della Santa Sede alla 103. Sessione del Consiglio dell’OIM, 26 novembre 2013.
l’importanza di offrire a migranti e rifugiati una prima sistemazione adeguata e decorosa. «I programmi di accoglienza diffusa, già avviati in diverse località, sembrano invece facilitare l’incontro personale, permettere una migliore qualità dei servizi e offrire maggiori garanzie di successo»4. Il principio della centralità della persona umana, fermamente affermato dal mio amato predecessore Benedetto XVI5, ci obbliga ad anteporre sempre la sicurezza personale a quella nazionale. Di conseguenza, è necessario formare adeguatamente il personale preposto ai controlli di frontiera. Le condizioni di migranti, richiedenti asilo e rifugiati, postulano che vengano loro garantiti la sicurezza personale e l’accesso ai servizi di base. In nome della dignità fondamentale di ogni persona, occorre sforzarsi di preferire soluzioni alternative alla detenzione per coloro che entrano nel territorio nazionale senza essere autorizzati6. Il secondo verbo, proteggere, si declina in tutta una serie di azioni in difesa dei diritti e della dignità dei migranti e dei rifugiati, indipendentemente dal loro status migratorio7. Tale protezione comincia in patria e consiste nell’offerta di informazioni certe e certificate prima della partenza e nella loro salvaguardia dalle pratiche di reclutamento illegale8. Essa andrebbe continuata, per quanto possibile, in terra d’immigrazione, assicurando ai migranti un’adeguata assistenza consolare, il diritto di conservare sempre con sé i documenti di identità personale, un equo accesso alla giustizia, la possibilità di aprire conti bancari personali e la garanzia di una minima sussistenza vitale. Se opportunamente riconosciute e valorizzate, le capacità e le competenze dei migranti, richiedenti asilo e rifugiati, rappresentano una vera risorsa per le comunità che li accolgono9. Per questo auspico che, nel rispetto della loro dignità, vengano loro concessi la libertà di movimento nel paese d’accoglienza, la possibilità di lavorare e l’accesso ai mezzi di telecomunicazione. Per coloro che decidono di tornare in patria, sottolineo l’opportunità di sviluppare programmi di reintegrazione lavorativa e sociale. La Convenzione internazionale sui diritti del fanciullo offre una base giuridica universale per la protezione dei minori migranti. Ad essi occorre evitare ogni forma di detenzione in ragione del loro status migratorio, mentre va assicurato l’accesso regolare all’istruzione primaria e secondaria. Parimenti è necessario garantire la permanenza regolare al compimento della maggiore età e la possibilità di continuare degli studi. Ai minori non accompagnati o separati dalla loro famiglia 4.Discorso ai partecipanti al Forum Internazionale «Migrazioni e pace». 5.Benedetto XVI, Lett. Enc. Caritas in veritate, 47. 6. Intervento dell’Osservatore permanente della Santa Sede alla XX Sessione del Consiglio dei Diritti Umani, 22 giugno 2012. 7. Benedetto XVI, Lett. Enc. Caritas in veritate, 62. 8. Pontificio Consiglio per la pastorale dei migranti e degli itineranti, Istr. Erga migrantes caritas Christi, 6. 9. Benedetto XVI, Discorso ai partecipanti al VI Congresso Mondiale per la pastorale dei migranti e dei rifugiati, 9 novembre 2009.
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è importante prevedere programmi di custodia temporanea o affidamento10. Nel rispetto del diritto universale ad una nazionalità, questa va riconosciuta e opportunamente certificata a tutti i bambini e le bambine al momento della nascita. La apolidia in cui talvolta vengono a trovarsi migranti e rifugiati può essere facilmente evitata attraverso «una legislazione sulla cittadinanza conforme ai principi fondamentali del diritto internazionale»11. Lo status migratorio non dovrebbe limitare l’accesso all’assistenza sanitaria nazionale e ai sistemi pensionistici, come pure al trasferimento dei loro contributi nel caso di rimpatrio. Promuovere vuoi dire essenzialmente adoperarsi affinché tutti i migranti e i rifugiati così come le comunità che li accolgono siano messi in condizione di realizzarsi come persone in tutte le dimensioni che compongono l’umanità voluta da! Creatore12. Tra queste dimensioni va riconosciuto il giusto valore alla dimensione religiosa, garantendo a tutti gli stranieri presenti sul territorio la libertà di professione e pratica religiosa. Molti migranti e rifugiati hanno competenze che vanno adeguatamente certificate e valorizzate. Siccome «il lavoro umano per sua natura è destinato ad unire i popoli»13, (13) incoraggio a prodigarsi affinché venga promosso l’inserimento socio-lavorativo dei migranti e rifugiati, garantendo a tutti – compresi i richiedenti asilo – la possibilità di lavorare, percorsi formativi linguistici e di cittadinanza attiva e un’informazione adeguata nelle loro lingue originali. Nel caso di minori migranti, il loro coinvolgimento in attività lavorative richiede di essere regolamentato in modo da prevenire abusi e minacce alla loro normale crescita. Nel 2006 Benedetto XVI sottolineava come nel contesto migratorio la famiglia sia «luogo e risorsa della cultura della vita e fattore di integrazione di valori»14. La sua integrità va sempre promossa, favorendo il ricongiungimento familiare – con l’inclusione di nonni, fratelli e nipoti –, senza mai farlo dipendere da requisiti economici. Nei confronti di migranti, richiedenti asilo e rifugiati in situazioni di disabilità, vanno assicurate maggiori attenzioni e supporti. Pur considerando encomiabili gli sforzi fin qui profusi da molti paesi in termini di cooperazione internazionale e assistenza umanitaria, auspico che nella distribuzione di tali aiuti si considerino i bisogni (ad esempio l’assistenza medica e sociale e l’educazione) dei Paesi in via di sviluppo che ricevono ingenti flussi di rifugiati e migranti e, parimenti, si includano tra i destinatari le comunità locali in situazione di deprivazione materiale e vulnerabilità15. L’ultimo verbo, integrare, si pone sul piano delle oppor-
10. Id., Messaggio per la Giornata mondiale del migrante e rifugiato (2010); Osservatore permanente della Santa Sede, Intervento alla XXVI Sessione ordinaria del Consiglio per i Diritti dell’Uomo sui diritti umani dei migranti, 13 giugno 2014. 11. Pontificio Consiglio per la pastorale dei migranti e gli itineranti e Pontificio Consiglio Cor Unum, Accogliere Cristo nei rifugiati e nelle persone forzosamente sradicate, 2013, 70. 12. Paolo VI, Lett. Enc. Populorum progressio, 14. 13. Giovanni Paolo Il, Lett. Enc. Centesimus annus, 27. 14. Benedetto XVI, Messaggio per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2007. 15. Pontificio Consiglio per la pastorale dei migranti e gli itineranti e Pontificio Consiglio Cor Unum, Accogliere Cristo nei rifugiati e nelle persone forzosamente sradicate, 2013, 30-31.
tunità di arricchimento interculturale generate dalla presenza di migranti e rifugiati. L’integrazione non è «un’assimilazione, che induce a sopprimere o a dimenticare la propria identità culturale. Il contatto con l’altro porta piuttosto a scoprirne il “segreto”, ad aprirsi a lui per accoglierne gli aspetti validi e contribuire così ad una maggior conoscenza reciproca. È un processo prolungato che mira a formare società e culture, rendendole sempre più riflesso dei multiformi doni di Dio agli uomini»16. Tale processo può essere accelerato attraverso l’offerta di cittadinanza slegata da requisiti economici e linguistici e di percorsi di regolarizzazione straordinaria per migranti che possano vantare una lunga permanenza nel paese. Insisto ancora sulla necessità di favorire in ogni modo la cultura dell’incontro, moltiplicando le opportunità di scambio interculturale, documentando e diffondendo alcune pratiche di integrazione e sviluppando programmi tesi a preparare le comunità locali ai processi integrativi. Mi preme sottolineare il caso speciale degli stranieri costretti ad abbandonare il paese di immigrazione a causa di crisi umanitarie. Queste persone richiedono che venga loro assicurata un’assistenza adeguata per il rimpatrio e programmi di reintegrazione lavorativa in patria. In conformità con la sua tradizione pastorale, la Chiesa è disponibile ad impegnarsi in prima persona per realizzare tutte le iniziative sopra proposte, ma per ottenere i risultati sperati è indispensabile il contributo della comunità politica e della società civile, ciascuno secondo le responsabilità proprie. Durante il Vertice delle Nazioni Unite, celebrato a New York il 19 settembre 2016, i leader mondiali hanno chiaramente espresso la loro volontà di prodigarsi a favore dei migranti e dei rifugiati per salvare le loro vite e proteggere i loro diritti, condividendo tale responsabilità a livello globale. A tal fine, gli Stati si sono impegnati a redigere ed approvare entro la fine del 2018 due patti globali (Global Compacts), uno dedicato ai rifugiati e uno riguardante i migranti. Cari fratelli e sorelle, alla luce di questi processi avviati, i prossimi mesi rappresentano un’opportunità privilegiata per presentare e sostenere le azioni concrete nelle quali ho voluto declinare i quattro verbi. Vi invito, quindi, ad approfittare di ogni occasione per condividere questo messaggio con tutti gli attori politici e sociali che sono coinvolti – o interessati a partecipare – al processo che porterà all’approvazione dei due patti globali. Oggi, 15 agosto, celebriamo la solennità dell’Assunzione di Maria Santissima in Cielo. La Madre di Dio sperimentò su di sé la durezza dell’esilio (cfr Mt 2, 13-15), accompagnò amorosamente l’itineranza del Figlio fino al Calvario e ora ne condivide eternamente la gloria. Alla sua materna intercessione affidiamo le speranze di tutti i migranti e i rifugiati del mondo e gli aneliti delle comunità che li accolgono, affinché, in conformità al sommo comandamento divino, impariamo tutti ad amare l’altro, lo straniero, come noi stessi. Dal Vaticano, 15 agosto 2017, nella Solennità dell’Assunzione della B.V. Maria FRANCESCO
16. Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2005, 24 novembre 2004.
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IL CREDO DEI MIGRANTI Credo in Dio onnipotente che ha guidato il suo popolo nell’esilio e nell’esodo, il Dio di Giuseppe in Egitto e di Daniele in Babilonia, il Dio degli stranieri e dei migranti. Credo in Gesù un profugo della Galilea, che è stato costretto a fuggire dal suo paese con i suoi genitori, quando la sua vita era in pericolo, e che una volta ritornato ha sofferto l’oppressione del tiranno Ponzio Pilato, servo di un potere straniero. È stato perseguitato, picchiato, torturato e alla fine accusato e condannato a morte ingiustamente. Il terzo giorno, questo Gesù disprezzato è risorto dai morti, non come uno straniero ma per offrire a noi la cittadinanza del cielo. Credo nello Spirito Santo, eterno migrante che viene tra noi, che parla ogni lingua, vive in tutte nazioni e riunisce tutti i popoli. Credo che la Chiesa è la casa sicura per tutti gli stranieri e i credenti che la costituiscono, che parlano io stesso linguaggio e hanno la stessa speranza. Credo che la Comunione dei santi inizi quando accettiamo la diversità gli uni degli altri. Credo nel perdono che ci rende uguali, e nella riconciliazione che dona una un’identità più forte della origine, della lingua o della nazionalità. Credo nella Resurrezione: Dio ci unirà in un solo popolo in cui tutti sono distinti e uguali al tempo stesso.
No. 248
In questo numero Copertina G IL FUTURO DEL GDP (E.M.)
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I corsivi di «Dialoghi» G IL PAPA DÀ RAGIONE A «DIALOGHI» (e.m./a.l.) 2 G I CONTI DELLA DIOCESI (a.l.) 2 Articoli G DOM FRANZONI: «CATTOLICO MARGINALE» IN ATTESA DI UNA RIABILITAZIONE (Luigi Sandri) 3 G LA CATTEDRALE RESTAURATA: IL PUNTO D’ARRIVO DI UN PERCORSO LUNGO, TORTUOSO E TRIBOLATO (Enrico Morresi) 7 G IL MESSAGGIO DEL PAPA PER LA GIORNATA MONDIALE DEI MIGRANTI E DEI RIFUGIATI 2018 22 G IL CREDO DEI MIGRANTI 24 Biblioteca G T. Kaufmann, LUTERO E GLI EBREI (Labor et Fides) (E.M.) 18 G F. Pajer, DIO IN PROGRAMMA. SCUOLA E RELIGIONE NELL’EUROPA UNITA (Morcelliana) (E.M.) 18 G MAESTRI E AMICI G CRONACA SVIZZERA G OSSERVATORIO ECUMENICO G CRONACA INTERNAZIONALE G NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE
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dialoghi di riflessione cristiana www.dialoghi.ch Comitato: Alberto Bondolfi, Ernesto Borghi, Serse Forni, Aldo Lafranchi, Alberto Lepori, Daria Lepori, Enrico Morresi, Margherita Noseda Snider, Marina Sartorio, Carlo Silini Redattore responsabile: Enrico Morresi Redazione: Enrico Morresi, via Madonna della Salute 6, 6900 Massagno, tel. +41 (0)91 966 00 73, enrico.morresi@sunrise.ch Amministratrice: Alliny Antunes Richina, via Roncaccio 7, 6900 Lugano, tel. +41 (0)91 79 419 22 08, allinyg@hotmail.com
Credo nella vita eterna oltre questo mondo, dove non ci sarà nessun migrante ma tutti saremo cittadini del Regno di Dio che non ha fine. Amen.
Stampa: Tipografia-Offset Stazione SA, Locarno
Credo recitato nella cerimonia ecumenica ad Assisi nella settimana del SAE, 28 luglio 2017
L’abbonamento ordinario annuale (cinque numeri) costa fr. 60.–, sostenitori da fr. 100.– Un numero separato costa fr. 12.– Conto corr. post. 65-7205-4, Bellinzona.
Con il contributo dell’Aiuto federale per la lingua e la cultura italiana. I collaboratori occasionali o regolari non si ritengono necessariamente consenzienti con la linea della rivista.