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Luca Bauccio

PRIMO, NON DIFFAMARE Difendere il proprio onore nell’era della disinformazione


Dello stesso autore L’accertamento del fatto reato di terrorismo internazionale Giuffrè, 2005 Io, presunto terrorista Aliberti, 2006 La gestione della sicurezza negli impianti sportivi (a cura di Lina Musumarra) Experta, 2009 Trattato di procedura penale (a cura di Giorgio Spangher e Giulio Garuti) Utet, 2011 Codice penale commentato (a cura di Alberto Cadoppi, Stefano Canestrari e Paolo Veneziani) La Tribuna, 2011

Primo, non diffamare di Luca Bauccio

Copyright © maggio 2011 Luca Bauccio – Tutti i diritti riservati


Questo libro viene pubblicato con ilmiolibro.it. Non una casa editrice tradizionale, ma un modo di pubblicare nuovo, dove l’autore rimane il vero padrone della propria opera intellettuale. La produzione editoriale così come quella discogra fca o dell’informazione cominciano a divenire accessibili a tutti. Certo, le case editrici così come i giornali svolgono un compito fondamentale e insostituibile, ma non si può negare il crescente ruolo che svolgono il self publishing o il giornalismo partecipativo del sito Youreporter.it, il cui slogan non a caso è La notizia la fai tu. Credo che tutte queste iniziative abbiano l’effetto di consentire tanto la pubblicazione di un libro senza costi aggiunti e senza manipolazioni quanto la diffusione di notizie dal basso e senza fltri. Per questi motivi penso che valga davvero la pena di incoraggiare questo genere di iniziative: è un fatto positivo che il sapere possa circolare a costi più bassi, senza trafle estenuanti nelle case editrici e senza politiche editoriali che a volte si sovrappongono alla libertà e alle preferenze dell’autore, l’unico vero titolare dei diritti della sua opera.


A tutti i giornalisti che ogni giorno scrivono dei fatti pensando al vero, e scrivono delle opinioni senza spacciarle per la realtà. A tutti i diffamati che hanno incontrato sulla loro strada qualcuno che ha preso la realtà per un’opinione, la verità per una chimera, e la dignità per un pretesto. A mio padre che mi ha insegnato a guardare la realtà e ad amare la verità.


Primo, non diffamare


Prologo Sulla diffamazione e sui diffamati

Ai nostri giorni siamo sommersi dalla diffamazione e dalla disinformazione. Ciascuno di noi è esposto al rischio di un’accusa falsa o di un giudizio offensivo, con effetti a volte gravi. Una falsa notizia può macchiare la biografa di chiunque, spezzare carriere, far perdere chance professionali, gettare discredito su un’impresa così come ridicolizzare un artista o far venir meno la credibilità di un politico o di un funzionario pubblico. Eppure, si dice spesso che la diffamazione rappresenti per i diffamati una macchina da soldi. Oreste Flamminii Minuto ha scritto che i diffamati considerano una «benedizione il fatto che qualche giornale abbia osato parlar male, ovvero criticare il loro operato». La cattiva fama diffusa dal media è come una specie di manna dal cielo: «Il processo per diffamazione è diventato una sorta di opportunità unica per ottenere facili guadagni con il pretesto che la lesione della propria reputazione provoca un dolore, una sofferenza, un turbamento che va lenito con la corresponsione di una somma di danaro». Insomma, non sono i soldi il ristoro per l’onore offeso e, soprattutto, il leso onore troppo spesso non è altro che un espediente per far cassa. Quante cause! Sempre a cercare soldi! L’obiezione, anche estetica – c’è da capirli, che brutto vedere tutta questa gente accalcarsi in tribunale per elemosinare il prezzo della propria dignità offesa – è molto diffusa e mi sembra possa essere ricondotta a questa idea di fondo: la lesione dell’onore è un fenomeno di costume tipico delle società democratiche, un effetto del libero mercato delle idee. Perché querelare per una critica? Non sarebbe meglio rispondere, difendersi, spiegare? Una volta l’avvocato di un tizio impegnato da anni a diffamare una serie di persone, serissimo esclamò contro i querelanti: «Costoro non accettano di salire sul 9


palcoscenico democratico!». È la libertà di pensiero, bellezza. Sono molti coloro i quali ritengono che il diffamato (o meglio presunto tale), se davvero fosse in buona fede, replicherebbe, senza pensare ai soldi. Tuttavia, quali possibilità concrete ha un diffamato di difendersi, contrattaccare, spiegare, convincere? E, ove fosse mai che qualcuno lo facesse accomodare su quel palcoscenico, quali possibilità avrebbe di scenderne vivo? I media sono fortezze inaccessibili, i giornalisti sono macchine della permalosità e – quando pure si è invitati e con tutti gli onori – appena si accenna a una critica nei loro confronti si è spacciati. È raro vedere un giornalista chiedere scusa dopo un errore e così pure un direttore offrire uno spazio riparatore effcace al diffamato. Non mi riferisco ai casi eclatanti – come il caso di Azouz Marzouk, il tunisino ingiustamente accusato dai media di essere l’autore della strage della propria famiglia – dove il mea culpa recitato dopo l’abbuffata della carne del diffamato sa di insincero e peloso. Mi riferisco ai casi anonimi, ai tanti diffamati i quali, piuttosto che trovare nel giornale un interlocutore onesto e leale, sono trattati come vittime collaterali di una guerra giusta – la libertà di stampa, fgurarsi – combattuta a suon di scoop tanto sensazionali quanto inveritieri, interviste fasulle, dicerie untuose, rivelazioni autoprodotte, virgolettati inventati, allusioni malevole, congetture e teoremi strambi, spesso proiezione esclusiva dei pregiudizi, della mala fede e della frustrazione di chi è in altro modo incapace di svolgere la grande professione di giornalista. Quanto rende a un giornale la diffamazione? Quanto rende ai diffamatori diffamare? Statene certi, la diffamazione è vantaggiosa. Dopo il caso Boffo, il caso Veronica Lario, il caso Fini – sui quali non sta a me dire quanto di vero vi fosse – Vittorio Feltri, ospite del programma Le Invasioni Barbariche, rispondendo a Daria Bignardi che gli chiedeva conto della “brutta fama” de «il Giornale» sobbalza dalla sedia e dice: «Perché dice brutta 10


fama se i lettori aumentano? Lo sa chi si fa una brutta fama? Chi perde copie e chiude i giornali!». Ecco un esempio di come opera il palcoscenico dei media. Volete sapere quanto la diffamazione contribuisce a creare carriere editoriali, televisive e parlamentari? È sotto gli occhi di tutti. Ci sono giornali e giornalisti che hanno fatto dell’esagerazione verbale una cifra personale, un segno di riconoscimento. Qualche tempo fa in televisione Daniela Santanchè lancia la sua clamorosa accusa: «Maometto aveva nove mogli, l’ultima era una bambina di nove anni. Maometto era un poligamo e un pedoflo». La giovane sposa, del resto, non era neppure la nipote di Mubarak. Frattanto, però, oltre un milione di credenti si sono ritrovati con il Profeta in cui credono ridotto a un criminale. Quale il giusto risarcimento del diffamato? Proviamo a immaginare una società assicurativa che si rivolga al familiare della vittima di un sinistro stradale ricordando che i soldi non potranno mai restituire il congiunto morto. Cos’altro fare? L’alternativa della legge del taglione e della giustizia privata non vanno più di moda e, a volte, non sono neppure praticabili con vantaggio. Se siete stati diffamati o sfdate a duello o andate dal giudice. Non esiste un’analisi economica della diffamazione, non sappiamo quanto renda il business della notizia falsa, del fattoide di giornata, dell’infamia in nome della libertà d’espressione. E nessuno si è ancora preoccupato di calcolare le conseguenze della diffamazione e dar loro un valore, una traduzione in termini economici e clinici. Si tratta di una prospettiva che potrebbe aiutare a capire quali conseguenze produce davvero la diffamazione nella vita quotidiana di una persona. Ai diffdenti, agli interessati e a coloro che sono sinceramente preoccupati della libertà di espressione si può provare a rispondere con le parole della voce narrante de Le Avventure del Topino Despereaux. Roscuro è un ratto dal cuore buono che, affascinato dalla bella 11


principessa, riesce a entrare nella sua stanza e, nascosto da grandi vasi, intesse un amabile dialogo con la sua amata. La principessa, incuriosita, cerca di scoprire chi sia la persona così saggia e deliziosa con la quale sta parlando. Purtroppo per il povero Roscuro, la brocca che lo protegge dallo sguardo della principessa si rovescia e lui viene visto. Sono urla di spavento e disperazione. Il topino, inseguito da guardie infuriate riesce miracolosamente a salvarsi. Trovato scampo nel sottosuolo, Roscuro si specchia sconfortato, mentre la voce narrante ci spiega con queste due domande la sua condizione: «Che cosa fareste voi se il vostro nome fosse una brutta parola? Se John o Bet o Bill fosse un insulto?». Già, cosa faremmo?

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I L’onore al tempo del colera

Di cosa si tratta esattamente? Incompetenza? Assenza di lucidità o di acutezza analitica? Ignoranza in buona fede? Errore accidentale? Cattiva fede crepuscolare, fra la menzogna e l’incoscienza? O, ricorrendo alle tre categorie di Rousseau, “impostura”, “frode” o “calunnia”? (Jacques Derrida, Breve storia della menzogna)

Chi, dove, come si diffama I media sono divenuti un ricettacolo di diffamazione. Si diffama sui quotidiani, nei programmi televisivi, nei blog, alla radio. La vittima può essere chiunque: un vicino di casa antipatico che si ritrova su internet bollato come un guardone; un politico che viene accusato di essere un corrotto o un ladro, meglio se di auto; un magistrato accusato di essere un cancro, meglio se in metastasi; un imprenditore sulla cui onestà negli affari si fanno allusioni, o un funzionario pubblico sul cui operato si avanzano dubbi; un artista che ha esternato giudizi politici non graditi e per questo punito con illazioni sulla sua fedeltà. Oppure noi stessi, sul cui conto chiunque può scrivere in questo momento qualunque accusa e farla diventare pubblica con la straordinaria velocità e viralità di internet, con la diffusività di un giornale, con l’autorevolezza di un telegiornale o attraverso l’illusoria confdenzialità di Facebook. Nel nostro approssimativo elenco c’è pure la pubblicità, effcacissimo veicolo di trasmissione di offese a intere categorie di persone. Solo per indicarne alcune: i grassi, i neri, le etnie, i poveri, gli anziani, gli omosessuali, le donne. Si diffama per errore, per imperizia, per calcolo, per interesse politico, per odio, per convenienza, per soldi, per potere e per stupidità, sordida stupidità. Le categorie di diffamatori sono le più varie: politici, giornalisti, giornalistoidi, icone votive sotto scorta, 13


apprendisti stregoni, blogger incontinenti, polemisti che della diffamazione hanno fatto una sicura fonte di reddito. Sotto la diffamazione c’è quasi sempre un falso, un fatto che non si è mai verifcato o che non si è verifcato nei termini riferiti, una “mezza verità”. Un caso di mezza verità è riferire che Mario Bianchi è stato indagato per un reato e dimenticarsi di dire che l’indagine è stata archiviata. Si dice la verità, per metà però. L’altra metà non la si racconta e voi siete convinti che quel tizio o è ancora indagato o è stato pure condannato. Come nel caso del candidato sindaco di Milano Giuliano Pisapia. Al termine del faccia a faccia televisivo su Sky il sindaco uscente Letizia Moratti lancia la sua accusa: Pisapia è stato amnistiato per il reato di furto e l’amnistia non equivale ad una assoluzione. In altri termini, questo era il messaggio, lo sfdante non poteva essere considerato un innocente ma un ladro, salvo per il miracolo di un’amnistia. Il sindaco, come tutti sanno, si era limitato a riferire – neppure correttamente – l’esito del primo grado del giudizio, dimenticandosi di dire cos’era successo nei successivi gradi: Pisapia era stato assolto con formula piena. Anche se Pisapia riusciva a smentire davanti a telecamere e giornalisti la mezza verità diffusa dal suo avversario, il danno era comunque fatto, la falsità aveva iniziato a circolare e tanto bastava a giustifcare congetture, malevolenze, capi di imputazioni paralleli: era amico dei terroristi, frequentatore di cattivi maestri ed estremisti, altro che moderato! Se così è andata al candidato sindaco di Milano, pensate cosa accade nei tanti casi di persone anonime, senza visibilità. Per loro, non rimane che rassegnarsi a sopportare gli effetti della calunnia. In un caso di cui mi sono occupato recentemente, un giovane candidato in una lista del centrodestra viene contattato da una giornalista la quale si dice interessata alla sua scelta di campo: il padre è noto per essere di sinistra e la candidatura del fglio con il centrodestra è già una notizia. La giornalista fa domande di colore, si 14


mostra affabile. Chiama pure il padre, il quale dà le risposte di un padre: mio fglio è libero di fare le sue scelte, gli auguro ogni bene. Esce l’articolo e, sorpresa, il giovane candidato per il centrodestra si ritrova ritratto come il candidato fglio di uno che “è stato indagato” per un grave reato. Scoppia uno scandalo: in molti accusano il giovane candidato di non aver avvisato di tale situazione i dirigenti del partito, gli avversari interni montano il caso, gli alleati si affrettano a dissociarsi dalla candidatura, si scava nella vita del padre, si avanzano dubbi e sospetti sulle intenzioni del fglio candidato. Risultato, il mio giovane cliente rinuncia a candidarsi. A nulla in quel caso è valso spiegare che la giornalista aveva omesso di raccontare una circostanza importante che cambiava radicalmente le cose: l’indagine a carico del padre era stata chiusa con il proscioglimento già all’udienza preliminare e la sentenza era divenuta defnitiva. Il fglio dell’indagato era nella realtà il fglio di uno che, ingiustamente denunciato, era stato assolto con sentenza defnitiva. In alcuni casi la diffamazione consiste in un giudizio esasperato, gratuitamente volgare. Pensiamo all’insulto, alla frase denigratoria, alla parola offensiva pronunciata fuori da un ragionamento. In altri casi, la diffamazione si cela dietro affermazioni neutre, in apparenza prive di malevolenza, o sotto forma di interrogativi ingenui; forme, queste, che sono un espediente collaudato per diffamare senza assumersi la responsabilità di affermare apertamente ciò che si sa che è indimostrabile, falso, ingannevole. In altri casi ancora, il diffamatore raggiunge il suo scopo attraverso l’accostamento di fatti veri fra loro scollegati, ma che una volta legati sintatticamente l’uno all’altro producono una notizia nuova, diversa da quella che ciascun fatto esprime. Falsa, però. In questi casi il diffamatore formalmente ha solo riferito fatti veri e, statene certi, si difenderà affermando che lui non voleva certo offendere e che i signifcati offensivi che voi ne avete tratto sono

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frutto delle vostre elucubrazioni e, manco a dirsi, della vostra smania di far cassa. Si diffama anche per depistare, per inquinare, per distrarre l’attenzione. Lo sanno bene i magistrati della Procura di Milano Armando Spataro e Ferdinando Pomarici che, nel bel mezzo delle indagini sul sequestro di Abu Omar, si ritrovano tra i piedi un noto giornalista, l’allora vicedirettore di «Libero» Renato Farina. Costui chiede loro un incontro per un’intervista. I magistrati concedono l’intervista. Nell’incontro il giornalista cerca di carpire informazioni e con l’occasione diffonde insinuazioni, voci, fattoidi sul coinvolgimento nel sequestro di un noto magistrato e della Digos di Milano. Butta lì la voce, chissà che i magistrati non la raccolgano e la sviluppino. Peccato però che i magistrati lo abbiano intercettato e sappiano tutto del suo piano. E chissà cosa avranno pensato quando, al termine dell’intervista fasulla, hanno ascoltato il giornalista depistatore che, compiaciuto della sua missione, aggiornava al telefono il suo referente dei servizi segreti. Il giornalista verrà indagato per favoreggiamento e patteggerà una pena a sei mesi di reclusione; dopo qualche tempo sarà radiato dall’albo dei giornalisti (non traete da questa storia conclusioni affrettate però: il giornalista radiato, un tempo a libro paga dei servizi segreti, scrive ancora sui quotidiani ed è stato eletto deputato). Il depistaggio, l’azione volta a ingenerare una falsa credenza, può avvenire anche con il mezzo della fotografa. Ce ne fa una cronaca illuminante Massimo Giannini, su «la Repubblica» del 17 febbraio 2011, dalla quale possiamo verifcare come l’accostamento e la combinazione delle parole con la rappresentazione fotografca possano manipolare la percezione dei fatti, creare suggestioni, sino a far scomparire i fatti e orientare il nostro giudizio nel modo prescelto dal depistatore. Siamo nell’ambito dello scandalo Ruby. Giannini annota che su «Chi» Alfonso Signorini ha pubblicato le foto normali del fdanzato di Noemi mentre su «il Giornale» Alessandro Sallusti ha pubblicato le foto 16


innocenti del capodanno 2008/2009 ad Arcore. Scrive Giannini a questo proposito: «Sabato Noemi e Roberta con il premier in un brindisi innocente. Domenica Roberta in jeans e maglione su un anonimo sofà a fori rosa da mobilifcio Rossetti. Lunedì istantanee di una banale tavolata (in sinergia con «Pomeriggio 5», alias Claudio Brachino). Titolo: I party del Cavaliere: ecco le foto che scandalizzano i guardoni. Ultimo “scoop”: il dagherrotipo di un Vendola del ’79 in un campo di nudisti. Lo “spin” è: i festini selvaggi del premier non sono mai esistiti se non nella mente malata dei pm rossi, e comunque tutti hanno qualche scheletro nell’armadio». Come vedete, la semplice combinazione di fotografe, in tutto e per tutto vere, ha trasformato le amiche del premier nelle ragazze della porta accanto, il premier medesimo in “Nonno Libero”, e il presidente della regione Puglia in un esibizionista e dissoluto sporcaccione. L’uso della fotografa per dare credibilità a vere e proprie imposture raggiunge a volte forme che sembrano più la trama di un genere fantastico che la cronaca della realtà. È il giorno di Pasqua 2011 e sul quotidiano «il Giornale» in prima pagina compare un articolo a frma di Magdi Cristiano Allam dal titolo allarmato: Lo scandalo del minareto a Milano. Nell’articolo si lancia un’accorata denuncia: sul fondo di proprietà di una associazione di musulmani vi è un’antenna abbandonata dell’Enel trasformata in minareto, è in atto l’islamizzazione di Milano, difendiamo le nostre «terre», non possiamo accettare che per cinque volte al giorno si senta il muezzin invocare: «Allah akbar, Allah akbar» (Dio è grande, Dio è grande). A conforto della drammatica denuncia «il Giornale» pubblica la fotografa dell’antenna, presa in lontananza, con un cerchietto colorato a indicare gli «altoparlanti» in cima all’antenna. È la prova defnitiva: tutti possono vedere ciò di cui si dà notizia. Gli altoparlanti naturalmente non si distinguono nella fotografa, ma il cerchio colorato basta: se «il Giornale» ha indicato quel punto è perché hanno 17


verifcato che lì ci sono gli altoparlanti. Nella realtà, però, l’antenna abbandonata dell’Enel è un ripetitore della Wind. Come svela qualche giorno dopo un video su Youreporter.it, l’antenna è circondata da una protezione impenetrabile, non ha mai ospitato altoparlanti, e quelli indicati con il cerchietto sulla foto non sono altro che ripetitori. Non c’è mai stato alcun muezzin, né invocazioni ad Allah, né altoparlanti: solo fantasmi, fotografati naturalmente. La diffamazione realizzata dai media determina una manipolazione della realtà, una corruzione del vero a favore del verosimile, categoria, questa, che torna sempre utile quando si deve accusare un innocente, offendere senza prove, insinuare il falso senza poterlo esplicitare per la sua enormità e inconsistenza. Per realizzare una diffamazione si possono colorare i fatti esistenti di ambiguità e di incertezza, o modifcarli quel tanto che basta per far assumere alla notizia un signifcato diverso dalla realtà. Non fdatevi di chi vi dirà che è stato un errore. Da chi si giustifca così pretendete sempre che vi dia conto delle ricerche che ha fatto e della causa del suo errore. In un processo per diffamazione, mi è capitato come teste un giornalista che aveva accusato due soggetti, che non gli stavano a genio, di essere stati rinviati a giudizio per un reato davvero sgradevole. Accusa falsa. Quando l’ho esaminato in udienza gli ho domandato: «Come mai ha scritto questo fatto falso?», «È stato un errore» ha risposto. «Quante volte ha commesso questo errore?», «Una volta sola» è stata la risposta. Ma una semplice ricerca mi aveva già permesso di constatare che il suo cosiddetto “errore” era stato ripetuto numerose volte nell’arco dei mesi su più giornali, senza che fosse mai stato corretto. Gliel’ho quindi fatto notare e gli ho chiesto: «Perché non lo ha corretto?», «Non me l’hanno chiesto» è stata la risposta. E si può agevolmente capire quanta mala fede ci sia in una risposta del genere.

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Chiedete sempre al diffamatore che si rintana nella scusa dell’errore che tipo di ricerche ha fatto, se vi ha mai contattati per sapere come stavano le cose e se ha mai corretto il suo errore con un articolo successivo. Vedrete che nove volte su dieci la risposta sarà negativa. È ovvio che in casi come questi la manipolazione della realtà crea un danno duraturo alla reputazione. La vittima intanto potrebbe non accorgersene, e comunque avrà bisogno di tempo per ottenere una sentenza di condanna. Il calcolo dei benefci fa pendere sempre la bilancia dalla parte del diffamatore. Lui, usando un fatto falso, imbastisce un articolo, monta un caso, fa vibrare la sua immacolata voce di denunciatore. Il lettore, gabbato, ringrazia per l’importante comunicazione che lo metterà in guardia dai soggetti denunciati e dalla loro combriccola. Frattanto il mito del denunciatore crescerà, fno ad assurgere alla santità televisiva, politica, pubblica. Quando ci si trova di fronte a questi casi viene da pensare che i media siano divenuti l’antidoto della democrazia, che una vera conoscenza si basi ormai sulla presa di consapevolezza che essi spesso dicono il falso e che sono spesso in mano a una muta di cecchini che usano il loro potere per interessi tribali e di portafoglio, che affiggono senza scrupoli le loro vittime e negano il diritto dei cittadini a conoscere e a essere informati. Ingannano e mistifcano, ma ricevono i fnanziamenti dallo Stato, e persino premi. A volte ottengono anche la scorta: non si sa mai che le fandonie diffuse non facciano giustizia del loro stregone. Perché si diffama Mi sono occupato del caso di Angela Lano, la giornalista italiana che si è imbarcata nel maggio 2010 sulla “Freedom Flottilla” per portare aiuti alla popolazione di Gaza sottoposta all’embargo israeliano. Come sappiamo, quella spedizione si concludeva pochi

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giorni dopo in modo tragico, con l’uccisione, in un’operazione spettacolare e terrifcante da parte dell’esercito israeliano, di nove componenti e l’arresto dei sopravvissuti, tra cui la giornalista di cui vi sto parlando. Angela diventa presto famosa. Dopo una brevissima prigionia nelle carceri israeliane assieme ai pacifsti israeliani che avevano partecipato alla spedizione, viene rilasciata e fa rientro in Italia dove è accolta da una folla di giornalisti e dall’attenzione dell’opinione pubblica internazionale. Diviene un simbolo e un testimone della tragedia. Rilascia interviste, racconta la sua terribile esperienza. Subito scatta la contromisura. Parte «il Foglio» e a ruota altri giornali. Scrivono che Angela Lano simpatizza per l’antisemitismo, frma appelli in cui nega l’Olocausto, scrive per siti che istigano all’odio razziale, lavora per la radio di Stato dell’Iran. I fatti però sono falsi. Mai scritto sui quei siti indicati dai giornali, mai frmato appelli in cui si nega l’Olocausto, mai lavorato per la radio di Stato dell’Iran. Ma la demolizione della reputazione di Angela Lano è ormai compiuta. Con essa vengono travolte e annientate le ragioni della sua esperienza, e persino rimossi i morti. Angela diviene una “pacifnta” che non ha nulla da raccontare e da rappresentare, e bene ha fatto Israele – è la morale della storia – a incarcerarla. Dopo la pubblicazione degli articoli, Angela riceve lettere e telefonate anonime di minaccia nelle quali sono ripetute le accuse scritte sui giornali. Della sua tragica esperienza non rimane nulla. Solo l’infamia impressa e tanta angoscia. Vi sarete chiesti come sia possibile una dissonanza così vistosa su dati della realtà, se i giornalisti prima di pubblicare l’articolo abbiano interpellato Angela Lano, chiesto conferme, raccolto la sua versione dei fatti. Niente. Nemmeno una telefonata. Non si può perdere tempo. Se qualcuno vi dirà che con la diffamazione l’offeso fa cassa, se vi diranno che con le querele si attenta alla libertà di espressione, ricordate la storia di

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Angela Lano: ce n’è abbastanza per ricredersi, o almeno, per rifettere. Gli effetti speciali della diffamazione La pratica della diffamazione crea, sovente, capri espiatori. Il capro espiatorio è il soggetto sul quale viene proiettata la colpa di un male collettivo. Catalizzatore del male, la sua vittimizzazione è il rito attraverso il quale la società arcaica si libera del male, lo distanzia da sé, rendendosene immune, mentre quella moderna spesso vi fa ricorso per fni di propaganda e di mera rendita politica. Nello spazio pubblico delle società moderne le bande politico-editoriali creano capri espiatori a getto continuo: non sono solo i rom, ci sono i giudici responsabili della creazione del reo, quando non si vuole che il reo sia reo, ci sono le minoranze religiose, quella musulmana in particolare, chiamate quotidianamente a giustifcare, smentire, dissociarsi, dimostrare. E ci sono pure le religioni in quanto tali, accusate a mezzo stampa di avere profeti – vissuti mille e passa anni prima – colpevoli di reati, con tanto di richiamo all’articolo del codice penale. Miracoli del sincretismo mediatico. Un esempio di scuola di creazione del capro espiatorio è la vicenda di Azouz Marzouk, l’uomo ingiustamente accusato dai media di essere un efferato omicida. Una notte, a Erba, moglie, fglio e suocera di Azouz vengono trucidati. Poi, per cancellare ogni traccia, viene appiccato un incendio. Si salva Azouz, che però non si sa dove sia. I media trovano il suo proflo, lo ritagliano. Coincide con la fgura del mostro: straniero extracomunitario, ha precedenti penali, è uscito grazie all’indulto. Così scrivono. La sua incolpazione giornalistica si basa su una colpevolezza per verosimiglianza. La strage di Erba diviene il luogo aperto, politico, in cui si mette sotto processo la res pubblica, in cui trova sfogo la contestazione di una parte contro l’altra. Ma i rituali espiatori sono duri a morire.

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Da quando è apparso chiaro che Azouz non poteva aver sterminato la sua famiglia, il tunisino ha continuato a essere colpevolizzato. Azouz era un cattivo marito, un uomo ambiguo, non integrato, un effmero. La giovane moglie era innamorata ma non amata. Per i giornali che si occupano della vicenda l’intreccio è globale: il mostro tout court viene confezionato con la carta dei giornali e con i resoconti dal profondo di una convivenza impossibile. La vittimizzazione del capro espiatorio crea un effetto illusionistico che sottrae responsabilità alla collettività e aggiunge colpe al singolo o al gruppo designato. Quando sentiamo proposte come quella di istituire “eserciti regionali” contro i clandestini, di prendere le impronte ai minori rom, di creare ronde e altre trovate per contrastare la criminalità o quando sentiamo parlare di “islamopoli” o “zingaropoli”, non si fa altro in realtà che eleggere un responsabile estremo e infernale, allestendo una fction che inscena la demonizzazione di scelti a caso, basta che siano simili al fantasma che viene agitato. Nell’incantesimo del rimedio ci si dimentica delle cause, mentre la ruota dell’inganno e dell’oltraggio all’onore gira, gira, gira… Diffamare per umiliare Al giorno d’oggi, capita spesso di assistere all’umiliazione in diretta tv di individui o di interi gruppi sociali. Sottoposti al tribunale dell’opinione pubblica sono chiamati a giustifcarsi di comportamenti individuali contrabbandati per colpe collettive, fatti dei quali un’intera comunità deve dare risposta. E già il chiedere e pretendere una risposta è un’offesa, un’umiliazione, una degradazione. Un caso tipico è l’atteggiamento usato nei confronti delle minoranze etniche e religiose. Si parla di loro come se già sul piano linguistico fossero sotto tutela. Si affronta la donna con il velo come se fosse non un interlocutore ma un soggetto minore, bisognoso di protezione, di essere

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avvicinata ai benefci della vita all’occidentale. Un atteggiamento paternalista del quale molto spesso sono proprio le donne le principali artefci. Denunciatrici immaginifche di nemici retrivi e sgozzatori, si appalesano come liberatrici di folle di donne con il burqa segregate nelle case italiane, parlano con cipiglio pedagogico e con la sussiegosa pretesa di guadagnare alla civiltà le ottenebrate portatrici del velo. Chissà cosa ci sia poi sotto quel velo, chissà quale malefcio, quale sortilegio, quale terribile minaccia. Lo sa bene Amritinder Singh, allenatore di un campione indiano di golf, il quale giunto nel marzo 2011 all’aeroporto di Malpensa per partecipare a un torneo in Sicilia incappa in uno sgradevole incidente. Singh è un indiano sikh e porta il turbante. La polizia di frontiera gli chiede di toglierlo per un controllo ma davanti a tutti e senza riguardo, denuncia lui. Ne nasce un caso, si muovono il parlamento e il governo indiano, viene convocato per due volte l’ambasciatore italiano. Non ci interessa come siano andate effettivamente le cose nella realtà, anche se viene diffcile immaginare l’allenatore di un campione di golf, intento ad attaccar polemiche alla frontiera per il suo turbante, neanche fosse stato il primo controllo della sua vita. Sono signifcative, invece, le sue parole di commento alla richiesta di toglierselo davanti a tutti: «È stato come spogliarsi». Anche per il ministro degli esteri indiano, la richiesta era da considerare “un insulto” e una “umiliazione”, un affronto al “simbolo religioso”. C’è abbastanza per comprendere come un velo o un turbante non siano in quanto tali un simbolo di oppressione, né un orpello diabolico ma qualcosa che appartiene all’identità di una persona, qualcosa che forma la sua pelle e tocca la sua dignità, il suo onore. Trattarlo come un indicatore di emarginazione o come una minaccia è semplicemente disonesto e demenziale. C’è in gioco l’onore, appunto. Sempre il turbante è alla base di un’altra protesta, molto più veemente, che ha incendiato nel 2006 il dibattito internazionale. Mi riferisco al caso delle 23


vignette danesi che tante proteste e allarmi hanno sollevato nel mondo. Tutto è iniziato con una vignetta pubblicata per la prima volta nel 2005 su un quotidiano danese che ritraeva il Profeta dell’Islam Muhammad con un turbante, sotto il quale vi era una bomba. Fu una sollevazione da parte del mondo musulmano. I musulmani giudicarono quella vignetta, e le altre che seguirono, un’offesa grave al Profeta e alla loro religione. Strano a dirsi ma una vignetta giudicata offensiva perché rappresentava il Profeta dell’Islam come un bombarolo anziché avvicinare le parti e far cadere i pregiudizi – se i musulmani ritengono offensiva quella rappresentazione vorrà dire che non si riconoscono nella versione violenta di tanti estremisti, no? – generò una pantomima del cosiddetto scontro di civiltà. E così, anziché chiedersi perché mai si dovesse considerare una libertà democratica l’offesa a un simbolo religioso per un miliardo e duecentomila persone, ci si è concentrati sul suo opposto: l’islam intollerante, negatore della libertà di espressione e dei diritti civili. Ma è evidente che qui come altrove la libertà di espressione, lo scontro di civiltà, la guerra tra religioni c’entri poco o niente. Qui c’entra semmai il rispetto che si deve a chi professa una religione, alla sua fede e ai suoi simboli. Come riferiscono John L. Esposito e Dalia Mogahed, nella vicenda delle vignette la risposta migliore l’ha data il Gran Rabbino di Francia, Joseph Sitruck il quale nel vivo delle proteste dichiarava alla «Associated Press»: «Non ci guadagniamo niente a svilire le religioni, a umiliarle e caricaturizzarle. E poi è una mancanza di onestà e rispetto». Il Gran Rabbino puntualizzava inoltre come la libertà di espressione non fosse «un diritto senza limiti». E il limite è appunto “l’altro”, la sua identità, i suoi valori, la sua immagine pubblica, insomma il suo onore e la sua reputazione. Del resto, l’alibi della libertà di espressione è solo una cinica trovata dei diffamatori a corto di giustifcazioni, per niente rifettente la sensibilità delle popolazioni. Un sondaggio «Gallup» ha dimostrato che il 24


57% degli inglesi e il 45% dei francesi non ritiene corretto pubblicare immagini del Profeta dell’Islam. Ancora di più quando si parla di Olocausto. Il sondaggio rivela che oltre il 75% di inglesi e francesi sostiene di essere contrario alle vignette che prendono di mira l’Olocausto, e circa l’86% è contrario alla pubblicazione di offese di tipo razziale da parte degli organi di stampa. Dopo aver esaminato questi dati comprendiamo bene come il confitto di civiltà, l’integrazione dei musulmani in Europa, la compatibilità fra Islam e democrazia e altre vuote semplifcazioni siano delle ben orchestrate chimere. A guardare bene le cose, è proprio in base ai principi di democrazia, laicità e libertà che in Francia è stato imposto il divieto d’indossare l’hjiab nelle scuole, e così pure è sulla base dei medesimi principi che in Italia una legge dello Stato vieta la propaganda di idee fondate sull’odio religioso e razziale, mentre in Germania una legge considera un reato negare l’Olocausto. Dov’è qui la libertà d’espressione? Cosa c’entrano i musulmani e la loro integrazione con questi divieti? Eppure ci sono e a tutti sembrano giustifcati, sobri, doverosi. È a tutti evidente che quando si offende una religione o si creano equivalenze tra musulmano ed estremista islamico, fancheggiatore del terrorismo suicida, seminatore di odio, la libertà d’espressione è solo un paravento che serve a sviare l’attenzione dalla gratuità dell’offesa. Trasformando la vittima di un’offesa nel nemico della libertà di espressione si crea una realtà artifciale di stampo inquisitorio e si dà vita a un gioco psicologico perverso: far sentire in colpa la vittima per avere qualcosa da difendere, e nulla importa se il profeta di una religione viene rappresentato come un terrorista o se, per il solo fatto di essere un attivista islamico, si è presentati come un simpatizzante del terrorismo. L’ipocrisia del resto l’ha smascherata il medesimo editore del giornale danese che ha pubblicato le vignette contestate. Costui, infatti, nel vivo delle reazioni dichiarava di aver precedentemente rifutato di pubblicare una vignetta che ritraeva in modo 25


denigratorio il Messia del Cristianesimo, Gesù, con la motivazione che la vignetta avrebbe provocato una «sollevazione». La medesima, a ben vedere, che hanno provocato le vignette contro il Profeta Muhammad. Come l’offesa all’onore può diventare uno strumento di tortura L’umiliazione, la mortifcazione dell’identità, l’offesa ai simboli, alle convinzioni, alle pratiche di vita, al decoro della propria immagine è l’obiettivo comune di tutti i torturatori, non solo a mezzo media. A Guantanamo, i prigionieri senza accuse e senza processo da quasi un decennio vestono con una casacca arancione, costretti ad ascoltare a un volume assordante la musica rock, la musica degli infedeli, a rispettare divieti inutili e insensati, ad ascoltare parolacce e turpiloqui, come mi ha raccontato con le lacrime agli occhi il mio cliente – chiamiamolo Ahmid – sopravvissuto a Guantanamo e “rimpatriato” in Italia. Nella prigione di Abu Ghraib i prigionieri venivano costretti a posare nudi per i loro carcerieri, esposti al perverso gioco dei loro corpi minacciati dai cani. Nelle segrete celle egiziane all’imam Abu Omar, veniva imposto di pregare tra gli escrementi. «Questa cella è il tuo bagno, il tuo letto e la tua moschea» gli ripetevano i suoi aguzzini. Abu Omar nel suo memoriale racconta che durante le terribili sevizie sveniva. Non voleva essere neppure testimone dello scempio della sua dignità e del suo corpo. Sua moglie Nabila Ghali, al processo contro i sequestratori del marito dirà: «È diventato come un bambino». Nei campi di concentramento nazisti i prigionieri venivano trattati in modo che a capitolare fossero anzitutto la loro dignità e il loro onore. I prigionieri venivano costretti a esibirsi nudi, compiendo azioni ridicolizzanti, contro il senso del pudore, perché provassero umiliazione. Oppure, venivano assassinati con un colpo sparato alle spalle, in modo che la vittima

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non potesse vedere in faccia il proprio boia, anche questo un modo di negare la dignità. Nei commenti alla campagna del quotidiano «il Giornale» contro il direttore di «Avvenire» Dino Boffo, su internet la parola più ricorrente è “umiliazione”. Umiliazione dei cattolici, umiliazione del direttore. Umiliazione è la parola che meglio di ogni altra traduce il sentimento seguito all’aggressione mediatica, alla gogna pubblica su un presunto orientamento sessuale presentato come un vergognoso generatore di comportamenti illeciti, come il mondo sommerso e scandaloso di chi si era professato censore dei vizi altrui: umiliazione per l’offesa subita, per l’aggressione alla propria vita privata e ai propri affetti familiari, per la messa alla berlina della propria persona, ridicolizzata e sfregiata per sempre. Quanti anni occorreranno perché quando si sentirà pronunciare il nome di quel direttore non si rievochi il fatto, non si ripercorra lo scandalo, non si rianimino i sospetti, le insulsaggini, le malevoli falsità che gli sono state rovesciate addosso? Quanto occorre a chi è stato esposto alla pubblica gogna, allo spettacolo della devastazione della propria immagine pubblica affnché si liberi del marchio che i bastonatori gli hanno impresso? E questa attesa, questo test permanente, questa incertezza, altro non sono che una moderna forma di tortura e di dominio di uomini su altri uomini, i quali, forti del controllo della Parola pubblica decidono così quale piega debbano prendere i fatti, quando vi sono, o quali dovranno illusoriamente apparire, quando non vi sono, decretando così la condanna o l’assoluzione, la vittoria o la sconftta, o, banalmente, la vostra felicità o la vostra infelicità.

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Indice

Prologo – Sulla diffamazione e sui diffamati

p. 9

I.

L’onore al tempo del colera

p. 13

II.

Questioni d’onore

p. 29

III.

Le parole del disonore

p. 37

IV.

Gossip, scandali e altre stregonerie

p. 51

V.

Imputazioni a mezzo stampa

p. 61

VI.

Libera contumelia in libero Stato?

p. 69

VII.

Ectoplasmi s’aggirano…

p. 81

VIII.

Smascherare l’impostura

p. 87

IX.

Logiche diaboliche

p. 97

X.

Sulle interviste e altri espedienti

p. 107

XI.

Difendersi dalla diffamazione in tre mosse p. 121

Note a cura di Giovanni Beraldi e Tommaso Russo p.137

Ringraziamenti

p.149

151

Primo, non diffamare  

Difendere il proprio onore nell'era della disinformazione.

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