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DALSTON’S CREEK ZINE

la guida onnicomprensiva per la Londra del nuovo decennio


DALSTON’S CREEK ZINE Londra, novembre 2009 Sara, 28 anni, mai scritto una fanzine in vita mia. Singolare, buffo, assurdo, dopo 12 anni di ‘onorata carriera’ non militante, soltanto adesso, ad uno schiocco dalla fine degli *enti, in un paese straniero, con un gap anacronisticissimo in termini di bontà e diffusione del mezzo, mi appresto a pensare, creare e pubblicare una vera e propria fanzine vecchia scuola. I casi della vita, si dice... E’ un venerdì sera ottobrino, sedute su una panchina della stazione di Liverpool Street, una lattina di Strongbow alla mano, in mezzo al via vai di una umanità eterogeneamente britannica: giovani Eastenders in cerca di eventi mondani, commuters della City in completo da lavoro strascicanti dopo una sessione al pub di 7 ore, riders hipsters, riders non hipsters, clochard riparati nelle loro coperte di cartone, teenagers con tacco 12 e tanta carne in eccesso accumulata tramite anni ed anni di fidelity cards al MacDonald. E’ qui, in questo scenario, che assieme ad Elena ed Anna, fortuite partners in crime di avventure londinesi, l’idea di questa fanzine viene concepita. Nessuna pretesa cronachistica, nessuna velleità romanzesca, solo uno spaccato di vita, una summa di eventi e situazioni bizzarre, un desiderio di comunicare dopo due anni di permanenza in una città straniera che toglie il fiato, che accelera il battito, che ti fa perdere la pazienza e ti fa restare sbalordito quasi quotidianamente, ma soprattutto dove l’esigenza di esprimersi in una lingua fisicamente e culturalmente vicino a te non è mai abbastanza. Una città dove il rischio di essere soli è sempre in agguato, le relazioni sociali sono ridotte ai minimi termini indispensabili per la sopravvivenza, la gente va e viene, ecco che all’improvviso e senza nessun preavviso due ‘angeli’ scendono dal cielo a salvarmi da questo delirio metropolitano. I casi della vita si diceva...

Londra, agosto 2011 Sara, 30 anni, mai scritto una fanzine in vita mia, fino ad ora. Quasi due anni dopo, sono ancora qui, nella stessa città, con gli stessi punti interrogativi, un bel bagaglio di esperienze in più, un numero discreto di persone importanti perse per strada, nuove (temporanee?) conoscenze e ancora la stessa voglia di far uscire questo pezzo di carta. Una visione meno romantica della città, ma lo zoccolo duro non si arrende ancora, non per il momento. Una gara di resistenza, uno sforzo di sopravvivenza. Il travaglio è stato lungo, molto più lungo e tortuoso del previsto. Elucubrazioni e dubbi, sconvolgimento degli equilibri. Ci abbiamo messo tanto perché nel frattempo Anna è tornata in Italia e da tre siamo rimaste in due, ed anche Elena, da pochi mesi, ha seguito il richiamo del paese natale come fosse stato il canto di una sirena. Un’(altra) estate a Londra non è per niente una strada in discesa, si sa. Ma raccogliamo le forze, prendiamo fiato e tentiamo la risalita in collina. Il paesaggio circostante ci aiuterà ad affievolire il senso di fatica. Uno, due, tre, via si parte! Sara, Dalston’s Creek 2011




DALSTON’S CREEK ZINE Londra, novembre 2009 La mia avventura londinese è iniziata solo un mese e mezzo fa. Tutti hanno un amico a Londra, qualcuno che conoscono, anche superficialmente, ma che almeno per i primi giorni può cedergli il divano, introdurlo alla caotica Albione, rendere tutto un po’ meno traumatico. Tutti tranne me. Io no. I conoscenti mi tirano pacco, couch surfing non funziona, chi avrebbe potuto in quei giorni non c’è. E così mi ritrovo sola, in un ostello nel bel mezzo di Camden, decisamente più indicato per i nostalgici degli anni novanta, che per chi deve trasferirsi a lungo termine. Stringo i denti, penso che sono sopravvissuta a molto peggio e la fortuna non tarda ad arrivare. Arriva sotto le sembianze di una pordenonese dai capelli rossi, momentaneamente senza casa come me, con cui condividere birre, bagels, concerti e molto altro. Ed è così che al secondo giorno mi ritrovo dotata di: una casa a due passi da Bricklane, una compagna di avventure che si rivelerà ottima, una conoscenza ridicola della città, ma altamente strategica, e mille cose da scoprire. Estremamente soddisfacente. Non tardo a scoprire che a Londra tutto è ‘un po’ di più’. A Londra che piova o che splenda il sole, il cielo è più luminoso. A Londra la metro è più profonda, le persone più in ritardo, il locali più curati, i falafel più grandi, i caffè più lunghi. A Londra tutti fanno qualcosa, ed ecco che ci inventiamo qualcosa da fare pure noi. Non-Londra. agosto 2011 Dopo quasi due anni la mia esperienza londinese è finita. Lo ammetto, mi ero stancata. Stanca di una città enorme, che offre un sacco di cose, ma di cui non puoi permettertene nessuna, perché troppo care, perché troppo lontane, perché semplicemente infattibili. La sensazione di impossibilità non mi è mai piaciuta, sì, ho manie di onnipotenza. E’ come trovarsi in un negozio pieno di cose bellissime, ma in cui non puoi comprare niente. Meglio un negozietto mediocre, ma in cui cercando bene puoi trovare qualcosa che ti piace? Forse. Magari un giorno a Londra ci tornerò, quando sarò ricca e famosa. Magari no. Da Londra però ho imparato tanto. Per due anni ho fatto le stesse strade, ho incontrato le stesse persone, ho cavalcato la stessa bici, incontrato la stessa cassiera e bevuto lo stesso schifoso caffè, finendo per farmelo piacere. E ora che non sono più a Londra, ricerco quel caffè e quelle usanze, e non chiamatela nostalgia, perché ormai è diventata abitudine. Tutto ed il contrario di tutto, disprezzo e attaccamento allo stesso tempo: questo è ciò che Londra e l’Inghilterra mi suscitano e che nelle prossime quaranta pagine proverò a comunicare. Elena, Dalston’s Creek 2011




DALSTON’S CREEK ZINE

INDICE 2 novembre 2009 Vs AGOSTO 2011 4 Indice 5 less moustaches more action #1: intervista a JODIE COX 9 DUE MESI A Southern Records 11 Il regno unito dalla A alla z 16 Esplorazioni socio-musicali: LO Spaghetti Tree FESt 20 DIY Family Tree 22 less moustaches more action #2: intervista a owen richards 27 DUE SETTIMANE IN TOUR CON I COUGH 31 La musica in uk dalla A alla z 37 Si CHIUDE.

Dalston’s Creek era un nome che ci piaceva. Suona bene, E’ un simpatico gioco di parole e descrive(va) perfettamente la nostra situazione. Un gruppo di persone che vivono o frequentano Dalston. Dalston E’ un (sotto) quartiere all’interno del borough o municipalitA’ di Hackney, East London, attraversato dalla nota Kingsland High Street e delimitato a nord da Stoke Newington, a sud da Shoreditch, ad ovest da Islington/ Canonbury e ad est da Hackney Downs/Hackney Central/ London Fields. Il paesaggio urbano di Dalston e’ piuttosto semplice e monotono: molti kebab shops, moltissimi off-licence, case vecchie e diroccate. Edifici nuovi e post moderni che piu’ o meno improvvisamente spuntano come funghi. e’ l’effetto della gentrificazione, la conseguenza di quel processo per cui pochi anni fa orde copiose di giovani si sono mescolate alla popolazione locale composta esclusivamente da minoranze etniche. Dalston fa parte di quelL’infimo triangolo che, assieme a Kreuzberg e Williamsburg, da’ casa alle migliori e peggiori specie di creativi, artisti ed hipsters mondiali. Ma non solo. e’ un quartiere di cui per ovvi motivi noi ci prendiamo gioco, ma e’ anche un quartiere che noi amiamo, perche e’ qui che la vita si svolge e superare la cortina di ferro che delimita l’East End e’ uno sforzo che il piu’ delle volte non vale la pena di affrontare. 


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LESS MOUSTACHES, MORE ACTION #1

INTERVISTA A JODIE COX Chitarrista in svariati gruppi londinesi, Jodie Cox si fa notare (dal nostro staff) giA’ dai tempi dei Bullet Union, ahinoi sconosciuti ai piU’, sino ai Tropics, nella loro doppia fase di vita (confronta l’A-Z MUSICa!). Attualmente, oltre a suonare nei Narrows con Dave Verellen dei Botch e Rob Moran di Unbroken e Some girls, Jodie lavora per una misteriosa booking agency, facendo da agente, tra gli altri, a gruppi come Mission Of Burma, Minus The Bear, Pissed Jeans, Sunn o))), Torche ed Envy. Dalston’s Creek lo ha intervistato e ha scoperto come un londinese possa destreggiarsi egregiamente tra due continenti.

Ciao Jodie, chi sei, da dove vieni e cosa fai nella vita? Mi chiamo Jodie Cox e vengo dall’Ovest di Londra, beh... da Brentford. Nella vita lavoro come booking agent e prima facevo il promoter. Suono anche in alcuni gruppi cercando di divertirmi il più possibile.

JODIE Quando hai iniziato a suonare e quale è stato il tuo percorso musicale? Ho iniziato a suonare la chitarra quando avevo 14 anni. Non posso dire di aver davvero avuto questa gran carriera come musicista, ma ho avuto modo di suonare con ottime persone e ho vissuto delle esperienze importanti. Il mio primo gruppo vero e proprio furono gli Ursa. Poi vennero i Bullet Union, infine i Rohame. Ho suonato per un breve periodo con dei musicisti straordinari in un gruppo folk chiamato ‘Defeat The Young’, anch’essa un’esperienza molto divertente. Posso anche ritenermi molto fortunato e onorato per aver suonato dal vivo con grandi band come These Arms Are Snakes e Pelican. Rohame è un progetto che va ancora avanti con alcuni dei miei più vecchi amici: Nick Keech che suona negli ottimi ‘One Unique Signal’ e




DALSTON’S CREEK ZINE Angie Cheung, che ha un progetto solista ed è altrettanto sorprendente. Tuttavia cerchiamo semplicemente di tenere vivo questo progetto senza imporci vincoli e ci dedichiamo ad esso solo quando abbiamo tempo e voglia. Al momento invece suono con più regolarità con due gruppi, Tropics e Narrows. Entrambi sono abbastanza differenti l’uno dall’altro ma comunque composti da persone splendide e ottimi amici.

Notavo come, a differenza del suono che caratterizzava i Tropics nella loro prima fase, ciascun ex componente abbia cambiato direzione in termini di genere musicale, verso qualcosa che è sicuramente di più facile ascolto e soprattutto in linea con le tendenze musicali attuali, mentre il suono dei Tropics, con l’ingresso dei nuovi membri, si sia invece più indurito. Questa differenziazione nelle scelte prettamente musicali è stato un tratto sempre presente fin dalle origini all’interno del gruppo o una repentina inversione di tendenza dovuta a vendibilità (se di vendibilità in questi contesti si può parlare)? Penso che quello con cui sono andati avanti Dan, Matt e Robin (rispettivamente Cold Pumas, Fair Ohs e Male Bonding, ndr) dopo la dipartita dai Tropics non abbia nulla a che vedere con la vendibilità. Loro sono sempre stati interessati e coinvolti in un modo o nell’altro in quel tipo di musica, e avendo trovato degli sbocchi più solidi per il loro interesse, ne hanno fatto una cosa più regolare e l’hanno abbracciata in pieno... Sono tutti molto talentuosi e davvero coinvolti in quello che hanno fatto/stanno facendo e sono davvero contento che si possano dedicare a ciò che più piace loro. I Tropics suonano diversamente ora perché ci sono persone differenti nel gruppo e ci siamo rivolti verso quel suono che aveva più senso per tutti noi. Probabilmente avremmo dovuto anche cambiare nome, ma cercare un nuovo nome per un gruppo richiede un certo sforzo e poiché Matt non aveva obiezioni nel lasciarcelo tenere, ciò ci ha risparmiato una gran seccatura. Ahah.

Essere un musicista a Londra: si può applicare la teoria dei 6 gradi di separazione (o anche di un grado inferiore)? Ciò che intendo è: sono musicisti, pubblico, luoghi e locali, in qualche modo correlati tra loro, nonostante Londra sia una grande capitale, o credi ci siano semplicemente tante scene musicali senza connessioni l’una con l’altra e dai confini più delimitati? È tutto collegato in un certo senso. E penso che tuttavia non si possa nemmeno sfuggire a queste dinamiche. A partire dal primo gruppo con cui inizi a suonare ti capita di entrare in contatto con altri gruppi, componenti o persone che gravitano attorno ad essi. È solo una questione di tempo prima che si vada a conoscere molta della stessa gente e degli stessi luoghi. E ciò in realtà mi piace parecchio. Ed è anche meglio quando questo processo si diffonde al di là di una città, o magari anche di una nazione o di un continente.

5. E poi, al di là dell’oceano, ci sono i Narrows. Come sei entrato in contatto con ex membri di Unbroken e Botch? E soprattutto come fate le prove? Via Skype? British Airways bonus vouchers? Conobbi Rob quando con Bullet Union suonammo a Berlino assieme ai Some Girls e andammo subito molto d’accordo.




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TROPICS La seconda volta che ci incontrammo per caso fu a Seattle ad un concerto dei Locust, che era proprio durante l’ultima data di un tour dei These Arms Are Snakes a cui avevo partecipato e lì ci rivedemmo. Ritornai a Seattle un paio di mesi più tardi, principalmente per visitare dei miei amici e mi misi in contatto con lui per vedersi. Quindi lui mi chiese se ero interessato a mettere su velocemente una specie di gruppo durante il mio breve soggiorno. Gli dissi che sembrava una idea interessante, quindi Rob mi informò che Sam e Dave, che non avevo mai incontrato prima, avrebbero suonato con noi e l’idea mi piacque. Infine Rob mi chiese se Ryan (da cui stavo durante la mia permanenza) fosse pure interessato a suonare con noi e Ryan accettò. Facemmo dunque un paio di prove a casa di Rob, con delle chitarre elettriche nemmeno collegate alla corrente, cosa che fu abbastanza divertente, e poi delle prove con Sam in una sala prove vera e propria.




DALSTON’S CREEK ZINE Il giorno dopo andammo in studio e riuscimmo a registrare tre canzoni che diventarono il nostro primo EP. E il risultato non fu nemmeno una totale schifezza! Ahah. Riguardo alle prove, in realtà non ne facciamo mai! Le facciamo solo quando scriviamo pezzi per un disco nuovo o il giorno prima di partire per un tour.

Il tour europeo dei Narrows si é appena concluso: come è andato nel complesso? E quali sono le differenze tra il suonare in Europa e negli Stati Uniti, se ce ne sono? Le ultime date europee sono andate benissimo. Ci siamo divertiti parecchio e c’è stata veramente una buona affluenza ai concerti. Sembra che molte più persone stiano venendo a sapere di noi e capiscano quello che stiamo facendo, e ciò è fantastico. In Europa e negli Stati Uniti, i concerti sono gestiti in un modo un po’ diverso, soprattutto per quanto riguarda i concerti senza limitazioni d’età. Negli Usa ogni tanto ci sono due differenti bar nel locale: uno per gli over 21 ed uno per gli under 21 che, secondo la legge, non possono consumare alcolici. Non ho problemi a suonare ad entrambi i tipi di concerti ma, per esperienza, sono più divertenti quelli rivolti a chiunque. Sono stato comunque piuttosto fortunato ad aver potuto suonare dappertutto sia in Usa sia in Europa, per cui, dopo un po’ tutto diventa indistinto. Durante i tour in Europa quando possiamo ci piace visitare le città: la cultura è molto più ampia e ricca, affascinante da scoprire. Per non parlare del cibo che è sempre diverso ovunque tu vada. Uno dei miei aspetti preferiti dell’andare in tour è che, se sei in una città che non hai mai visto prima e c’è qualcuno del posto, sia questi il promoter o qualcun’altro, che può farti vedere i luoghi di ritrovo locali, tu finisci per adottare il loro stile di vita per quella sera o per quel periodo di tempo per poi abbandonarlo alla stessa velocità il giorno dopo. E’ la cosa più bella... Spero si possa passare anche per l’Italia la prossima volta, essendo una nazione in cui non siamo ancora stati. Ci dovrai portare in giro!

Grazie mille per la disponibilità, e qualunque altra cosa degna di nota tu voglia sottolineare, comunicare, sponsorizzare (anche che forma avranno i baffi più trendy durante la prossima stagione) puoi farlo qua, ora. Nessun problema. Non so se sono stato utile, spero di sì. Che altro posso aggiungere? Continuate così, non smettete di fare cose creative. Parafrasando una delle mie citazioni preferite ‘Lets live our lives so well that Death will tremble to take us’ (C. Bukowski)



SARA


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DUE MESI A Southern Records QUANDO LA PASSIONE PER LA MUSICA COMPORTA lavorare (QUASI) gratis

Southern è una piccola oasi felice, un paradiso terrestre sperso nel nord della periferia londinese, tra un off-licence e una baby gang di spacciatori. Che se ti danno un appuntamento presso un’etichetta discografica tu ti immagini di trovare delle scrivanie, delle sedie con le ruote, una sorta di reception, magari una segretaria. Insomma tutte quelle cose che si trovano solitamente negli uffici. E invece no. La sede di Southern Records è un appartamento, una casa vittoriana a tre piani, proprio come quella in cui vivo io. Un quartiere residenziale, una porta e un campanello. Quasi che mi aspetto che ad aprirmi la porta venga un maggiordomo con un perfetto accento inglese. E invece no. È di Lauren che devo chiedere, ho idea di che faccia abbia solo perché la ho preventivamente stalkerata, per evitare di rivolgermi alla persona sbagliata. Via mail è sembrata estremamente disponibile, mi hanno chiamata a fare il colloquio dopo che, seguendo quanto richiesto, ho parlato delle mie uscite Southern preferite e del perché. Ho elogiato Dylan Carlson e Scott Kelly e a quanto pare l’ho fatto nel modo giusto, dopo qualche giorno l’appuntamento era accordato. Arrivo con un paio di elegantissimi minuti di ritardo e ad accogliermi è una ragazza alta-mora-tatuata, accompagnata da il suo ragazzo biondo-più-basso-e-non-tatutato. Incontro Lauren che risulta altrettanto cordiale. Parliamo parliamo parliamo, all’inizio del tempo, di Londra e degli effetti della caffeina, poi l’imbarazzo passa e la conversazione si fa più interessante, gruppi, etichette, riviste. Tutto sembra funzionare. Per i due mesi successivi ho trascorso con loro ogni giorno. Li ho aiutati in compiti noiosissimi, in compiti più interessanti e ho imparato come funzionano un sacco di cose in una etichetta indipendente. Ho conosciuto Dylan Carlson, Penny Rimbaud e ogni persona che passava di lì.




DALSTON’S CREEK ZINE Perché a Southern ti presentano chiunque, è una grande famiglia. Mi sono ritrovata senza niente da fare se non giocare con Billiela-cagna-più-dolce-che-esista, fare caffè e tè per tutti, pulire la cucina e ritenermi fortunata perché non mi era toccato il bagno che nel frattempo veniva minuziosamente strofinato da uno dei grandi capi. A Southern non ci sono grandi gerarchie, due capi, tre dipendenti, due interns, un cane. A impacchettare 300 ristampe dei Crass, ad assemblare la prossima uscita Latitudes in catena di montaggio: vinile-fonda-custodia-busta-etichetta-scatola per almeno 2000 volte. Ma se lo fai a gruppi di 25 vinili per volta, guardando stupidi quiz in tv e ridendo, non è poi così noioso.

VINILI, CD e gadgets ricevuti come premio per il mio operato I due mesi sono finiti. Ed è con un po’ di malinconia che ho passato i miei ultimi giorni là, pur pensando che tutto sommato andava bene così. No, non si può lavorare gratis a lungo, è sbagliato e non andrebbe nemmeno chiesto. Si tratta di imparare tutto il possibile, assorbire, ricordare, incamerare e poi scappare. Ma il mercato delle etichette indipendenti è a puttane, a puttane proprio. E se non vuoi scendere a compromessi, vuoi mantenere una certa etica, chiamiamola DIY, mica ce la fai a pagare qualcuno. Tutto è centellinato, le uscite, i 3 dipendenti, le spese di spedizione, le scorte di caffé, i croccantini per Billie. Ed ecco che in un attimo ti trovi a ‘approfittare’ dei volontari che, amorevolemente spinti dal fatto che Ian MacKey è passato di là, si immolano a compiere doveri a volte interessanti, ma più spesso noiosi. Rema a favore l’ottimo ambiente familiare, la semplicità e cordialità del tutto, dove puoi imparare almeno quanto dai. In un mercato morente sembra proprio che il baratto sia l’unica forma di sopravvivenza. Ed è di questo che si tratta: tu presti la tua disponibilità e mano d’opera, loro ti insegnano come funziona e ti accolgono nella loro grande famiglia. E poi diciamolo, se lo metti sul curricum fa un sacco figo:

Elena Biagi: OTT - DIC 2010 Intern @ Southern Records, London, UK.

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Il Regno Unito

dalla

A alla Z

Dal carpet alla English Breakfast, una breve analisi dei più grandi orrori.. nonché delle più grandi idee geniali, concepite dal popolo anglosassone

ALBANY ROAD PUNX Cinque / sei giovani punks e punkettes ed una gatta di nome Bill Murray sono gli inquilini di una casa vittoriana a tre piani, in Albany Road, Manchester. Avere la fortuna di fare visita a questa graziosa dimora non solo comporterà serate passate a comporre frasi impertinenti sul frigorifero con le lettere magnetiche dell’alfabeto, e a degustare una deliziosa colazione vegan-iana la mattina seguente in compagnia di altre 15 persone. Il motivo portante sarà sicuramente un concerto nel loro scantinato alto quasi quanto il settimo piano e mezzo in Essere John Malkovich. House shows d’altri tempi, atmosfera assolutamente rilassata ed amichevole, spettatori in ciabatte. Quando per una volta il superare a malapena il metro e sessanta d’altezza ha dei lati positivi. Anche ad un concerto.

BIG TAKEOVER

CARPET

Dalla prima edizione nel luglio 2009 in uno studio sotto un arco a London Bridge fino alla quindicesima all’interno di una barca ad Embankment, passando per centri sociali ad est, centri sociali a sud con giardino sul tetto, warehouses, pub, terrazzi di gallerie, case private, fino a raggruppamenti in mezzo alla strada nell’attesa di un concerto annullato all’ultimo minuto e conseguente camminata lungo la città al grido di ‘follow the punx’. E’ così che la gioventù del diy londinese si ritrova con cadenza periodica ma con una puntualità e partecipazione quasi religiosa. Le line-up, in tutta onestà, e per parere prettamente personale, sono, se non poco esaltanti, quantomeno demodé. E’ questo il dualismo londinese, o avanti di tre anni o indietro di dieci, ma tanto da quando è che non si va più ad un concerto per la musica in sé? Salvata in toto solo la quarta edizione, una serata che molti ricordano come epica in quanto a gruppi e presenza, con Battle Of Wolf 359, Bird Calls, The Sceptres, Facel Vega, The Love Triangle. Vai su www.bigtakeover.co.uk/archive per l’archivio completo e delle brevi recensioni di ciò che è accaduto sinora.

Il CARPET, strumento di tortura medievale (ma di quelle lente e silenziose), adibito ad uso domestico e noto ai più anche come moquette, assieme al kettle è un po’ il simbolo di una Inghilterra che dai tempi del colera mai più s’è ripresa. Il carpet è mediamente inutile, brutto, antigienico, dalle gradazioni di colore che variano dallo sterco di canarino a lingua colpita da itterizia; raccoglie in sé avanzi di cibo del cenone di natale del ‘76, macchie di birra di quel sabato d’agosto del ‘94, il primo dente da latte del secondo figlio del tuo padrone, i peli del gatto del vicino, incrostazioni di piscio della sera precedente e, tutto sommato con ancor maggiore disgusto, le desquamazioni cutanee del tuo coinquilino. E’

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DALSTON’S CREEK ZINE impossibile da pulire e alla luce di tutto ciò risulta uno di quegli oggetti per cui nel 2011 ti vieni automaticamente a chiedere perché abbia ancora tanta fortuna nella progettazione d’interni, un po’ come i rubinetti dell’acqua calda e di quella fredda separati, o l’assenza di un bidet, per intenderci. Ma la risposta è presto detta: è una valida e logicissima scusa per non pulire. CARPET DIEM!

(113) DALSTON LANE

Dove c’è 113 Dalston Lane c’è casa. Non solo perché è la dimora di alcuni giovani inglesi dediti all’arte ed alla musica (giro Cleckhuddersfax, Spin Spin The Dogs, Please), ma anche perché quando è in programma un concerto sai già che ci andrai e mica per la musica, ma perché ti ci fa sentire come a casa. Tre piani aperti al pubblico, un giardino per le chiacchiere e le sigarette, una stanza trasformata al momento in bar con birre sottoprezzo ed un grande salotto adibito a palco per gruppi noiseggianti sperimentali - solitamente durante il loro day off - ed un ‘guardiano’ che, quatto quatto, ti apre il cancello. Perché i concerti non sono mai pubblicizzati nelle pagine ufficiali dei gruppi e si tratta di eventi semisegreti, ma se tramite il passaparola ne sei venuto a conoscenza, l’entrata in questo mondo parallelo ti verrà concessa. www.113dalstonlane.com

ENGLISH BREAKFAST

L’invenzione della English Breakfast non si può dire che sia del tutto casuale. Pancetta, salsicce, uova, pomodoro, harsh brown, fagioli ed una tazza di caffè nero sono l’abbinamento perfetto per dare un taglio netto ai postumi della sbornia, il famoso hangover: o ti ammazzano definitivamente con un’impennata di colesterolo che neanche un anno di dieta a suon di Valsoia ti fa recuperare, o ti fanno rinascere e ti rinvigoriscono, battendoti anche un virtuale cinque alto finale. Dalla colazione dei campioni alla colazione degli alcolisti. Ed il tutto può essere nel tuo stomaco per la modica somma di 4 sterline dal turco in Kingsland Road.

FOUNDRY

C’era una volta il Foundry. Era un bar/pub squottato ad Old Street, e dello squat aveva tutto, dall’arredamento alla clientela, per lo più spagnoli coi dreadlocks e amicidellebici bikepunx. Reciclavano persino i bicchieri di plastica per la birra, nel senso che li lavavano in acqua fredda e te li riproponevano, abitudine che non era proprio il massimo dell’igiene se vogliamo dirla tutta. Erano anche rifornitori della Eco Warrior in bottiglia di vetro che, tutto sommato, era invece una buona alternativa per evitare problemi di germi. Poi un giorno all’improvviso lo chiusero e lo sgomberarono. Presto lo demoliranno e ci costruiranno un hotel postmoderno color bronzo dalla forma cilindrica, con galleria d’arte, ristorante e cinema. Una botta di vita. Già.

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GUY FAWKES A quanto pare Guy Fawkes è uno che nella vita verrà ricordato per aver fallito. Voleva far saltare in aria Buckingham Palace, Guy Fawkes, ma l’attentato è stato sventato per tempo, tant’è che Buckingham Palace è ancora là. E gli inglesi il 5 novembre festeggiano questo memorabile evento con un tripudio di fuochi d’artificio per tutta la città, rischiando ogni anno di far accadere quello che non è successo a suo tempo.

JOhn

Jon sta per Jonathan, John sta per John, si suppone. E’ noto come a prescindere dalla sua origine, il soggetto che ne detiene la potestà sia solitamente di dubbia moralità. E non dire che non t’avevamo avvisato!


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HOMERTON HOSPITAL Struttura ospedaliera situata nel cuore della Hackney più selvaggia - Homerton per l’appunto - è l’unico ospedale al mondo dove i pazienti, invece di essere degli anziani derelitti, sono degli hipsters con le scarpe a punta. Frequentare il pronto soccorso può essere rischioso per la tua reputazione se non ti sei appena fatto la permanente.

INnIT? Slang britannico per isn’t it? (pronuncialo: inè?), di origine asiatico-mediorientale, è pressocchè utilizzato da: asiatici di seconda generazione, neri di seconda generazione, bianchi chavs, generici nemici dell’idioma. In generale è utilizzato totalmente in maniera random come intercalare, ed anche in forma affermativa. Lo riconosci perché è fastidioso quanto un’unghia che gratta su una lavagna.

Kettle

Strumento di rara fattura ed inestimabile pregio, il kettle o bollitore elettrico è l’oggetto immancabile in ogni casa inglese che si rispetti. Ma anche in quelle assolutamente irrispettabili. Il kettle è quasi costantemente in funzione: è uno strumento di socializzazione, in un paese dove la socializzazione è un handicap comune, una stortura, un peccato capitale, un motivo di imbarazzo. Sicché gli inglesi si sono inventati degli strumenti per fare fronte all’annoso problema in questione: bere il tè, ubriacarsi come non ci fosse un domani, gite ed uscite istituzionalizzate tra compagni di scuola/lavoro. Suona strano, lo so, ma mai rifiutare un tè o vi giocherete per sempre la possibilità di stringere dei legami.

LOndon fields

Tagli di capelli anni ‘80, pantaloni fluo, mocassini senza calze, prodotti biologici, biciclette a scatto fisso, Rayban come se piovessero, questo e molto altro è quello che troverete a London Fields durante i fine settimana, un tripudio di hipsters. Da usare con cautela, non soggetto a prescrizione medica leggere attentamente il foglietto illustrativo. Non si esce vivi da un N55. Autobus notturno che collega direttamente il West End con l’East End. Nelle serate del venerdì e del sabato Chi non lo hai mai visto in prima fila, immancabill’umanità di più dubbia specie si ritrova mente da solo, sguardo serio ma circospetto, comin esso, per un rituale irrinunciabile: il posto, non una smorfia di piacere o di dispiacere ad OGNI singolo concerto della capitale? Non è possibile rientro a casa dopo le otto ore di pub. L’upper deck è interdetto all’accesso se ci non notarlo, perché lui C’E’. tieni alla tua pelle: uomini della city bia- Uomo nei suoi trenta, vestito di nero, capello corscicanti crollati in un sonno profondo vino, una borsa a tracolla, alle volte una macchina con la testa tra le gambe, (quel che resta fotografica. di) donne scalze e carne che trabocca Tutti lo hanno incrociato almeno una volta, ma non da ogni dove che cadono per terra e si si sa se sia un giornalista, un appassionato, un nerd, rotolano per scendere alla loro fermata, il quinto membro non ufficiale dei Joy Division, solo comitive di immigrati che fanno cori da il suo nome di battesimo è stato sinora rivelato ma stadio e fischiano a chiunque passi, ossa lo manterremo segreto per rispetto della privacy. di pollo fritto sui sedili, giappocinesi in Lui arriva nel locale con puntualità svizzera, prende gruppi da venti, drammi al telefono con postazione e da lì non si muove fino a fine serata. Se dovessi capitare da queste parti anche tu, cercalo, ovazioni dei presenti... se dovesse apparire saprai di essere nel posto giusto. Ehi, non è un’iperbole, è tutto vero!

N55

MYSTERIOUS GUY

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overground A lungo si è parlato della imminente apertura della East London Line che avrebbe collegato l’amata Hackney al sud est di Londra, permettendo così agli studenti della Goldsmith University, da sempre segregati in uno dei quartieri più disagiati della città, di raggiungere finalmente la zona più ambita di Londra. Poi è finalmente successo. La East London Line non è una linea qualunque. Innanzi tutto è una overground e ciò significa che è un vero e proprio treno, di quelli dai cui finestrini puoi vedere qualcosa, niente tunnel grigi o passeggeri con lo sguardo perso nel vuoto. E’ formata da un lungo unico vagone, un verme snodato in cui, durante i rettilinei, dalla testa puoi vedere la coda. E’ pulita, silenziosa e solitamente poco frequentata, ma quei pochi presenti sono sempre degni di nota.

QUeue

God Save the Queue. Perché sì, mettersi in coda ordinatamente sempre e comunque - allo sportello del bancomat, alla fermata del bus, al pub, e così via - e sapere che basta uno sguardo per far sentire in imbarazzo colui che cerca di fare il furbo, per farlo diventare piccolo piccolo, è bello e diventa un’esigenza fisica e psicologica. Un vizio peggiore del fumo. E avere dei vizi e umano e fisiologico.

RoUGH TRADE Sono convinta che la Rough Trade, nota etichetta e negozio di dischi che diede casa, tra gli altri, agli Smiths, sia uno specchietto per le allodole. Il censo, o i dipartimenti risorse umane delle aziende, dovrebbero utilizzare la sua sede di Brick Lane - che ospita settimanalmente dei brevi instore set di gruppi più o meno conosciuti alle ore più disparate della giornata - per scoprire il sottobosco di fancazzisti, creativi e/o generici assenteisti che ivi popolano. Perché non è possibile che in una giornata infrasettimanale alle ore 13 suonino i Cold Cave in un negozio oberato di gente: i soliti noti, volti nuovi, elementi che non vedevi dal 2007. Studente delle superiori in marina: salagiochi = hipster creativo: Rough Trade.

SORRY

L’inglesizzazione di parole straniere è tanto fastidiosa quanto l’italianizzazione di termini inglesi. E vada per panini usato al singolare (can i have a panini?), ma Pepperoni per indicare il salamino NO, PROPRIO NO. Sicché tu, vegetariano ignaro, stai bene attento che una pizza pepperoni oltre ad avere una P di troppo avrà la meglio anche sugli improperi che indirizzerai al ristoratore.

Anche tuo nonno ormai lo sa: la parola SORRY è la più utilizzata dai popoli anglofoni. All’inizio ne sei insofferente, ti pesa, ti sembra fuori luogo ed esagerato il suo utilizzo. Ed infatti lo è. Poi però ne resti assuefatto. E così sorry abbondano sulle bocche ti quelli che ti inciampano addosso, di quelli che ti sfiorano per sbaglio, di quelli che vengono sfiorati o colpiti per sbaglio. Tipo: qualcuno ti dà un calcio negli stinchi di soppiatto con intenzionalità celata? Da parte tua mentre soffri come un cane arriva immediatamente un sorry. Sono persino stati avvistati dei punk chiedersi scusa mentre pogavano, non sono leggende metropolitane!

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PEpperoni


DALSTON’S CREEK ZINE

TESCO UP THE DUFF Espressione gergale e piuttosto volgare per indicare che la tua compagna è in dolce attesa non pianificata. Traducibile per lo più con ‘ingravidare per sbaglio’. A quanto pare è un incidente che nei bassifondi londinesi accade piuttosto spesso, così che non mancherete di incontrare giovani fanciulle dai capelli laccati e stretti in una coda di cavallo che sembra una morsa, circondate da un numero variabile tra i tre e i cinque bambini urlanti. Immancabili pantaloni Adidas per tutti.

Yiddish

TESCO, il Supermercato. Assieme a Sainsbury’s, i più amati dai britannici. Dalla plebe e dalla classe mediobassa s’intende, mica come quelli che si possono permettere di spendere 10 sterline per un pomodoro da Marks&Spencer o Waitrose. Un po’ i corrispettivi de il Pam e la Coop, o l’Esselunga e il Despar. Che poi il primo impatto con questi supermercati è uno schiaffo allo stomaco ed al buongusto. Sembra la profezia che si avvera quando mia mamma da piccola mi raccontava, secondo leggenda, come negli anni del 2000 i cibi sarebbero stati tutti inscatolati e/o liofilizzati. Era vero. Infinite corsie di scatolame di latta: baked beans, zuppe, spaghetti, pollo. E ancora sandwich già pronti, dolci confezionati, confezioni di riso da 10 kg stile crocchette per i cani. Poi ti ci abitui e fare la spesa al Tesco, con quel logo leggermente blackflaghiano delle sue shopping bags, diventa uno dei tuoi punti di riferimento per i tuoi pasti fuori casa di basso profilo. Bagels e Cheddar come stile di vita!

VINCENT X FACTOR Personaggio noto frequentatore di 113 Dalston Lane, celebre più per le sue camicie a fiori che per essere il frontman degli Spin Spin the Dogs. Capace di trasformarti una serata media in una nottata memorabile grazie alle sue risposte random, i suoi balletti improbabili, delle uscite fuori dal comune e conversazioni al limite del surreale.

‘Sara, secondo me spetta a te il pezzo su xfactor, tu hai a che fare con più gente che...[n. d.r. Sara ha, suo malgrado, lavorato per 3 anni in un negozio di vestiti in pieno centro, va da sè...]’ ‘Accipicchia, ma xfactor qui lo guardano TUTTI, giovani vecchi, sciampiste e scienziati, cani e porci, che poi sono gli stessi che spendono 20pence per il Sun, è incredibile, irragionevole, preoccupante’. ‘Dovresti scriverlo con quella faccia’ ‘EH!’

Eh già, non solo arabi, asiatici, nord africani e jamaicani fanno parte del calderone culturale londinese, ma c’è addirittura un quartiere interamente abitato da ebrei ortodossi, altro non è che la più grande comunità chassidista d’Europa. Se vi avventurerete per le strade di Stamford Hill, a nord di Hackney, non potrà pas- Vecchi magazzini adibiti a locali per party/rave, o ad abitazioni sarvi inosservata la quan- private di 5-6-7-8-9-10 inquilini, ultimamente rintracciabili in tità di ebrei che spuntano zona Hackney Wick, solitamente di imponenti dimensioni e costi da ogni angolo. Tutti simili nulli. Tanto nulli quasi quanto comodità e termosifoni. ma con qualche leggera va- Macheccemporta del riscaldamento se c’hai il fuoco dell’arte che riazione in questo grande brucia dentro te e dipingi tele da 16x16m? (Se non sei un creativo ‘trova le differenze’ degno l’accesso ti sarà comunque negato.) della Settimana Enigmistica, vi renderete conto di essere l’unico passante senza kippa e peyot. Esperienze da Solo gli inglesi potevano inventarsi un modo così stupido di chiaripetere. mare le strisce pedonali. Personalmente mi ha sempre fatto ridere.

WAREHOUSE

ZEBRA CROSSING

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Esplorazioni socio-musicali:

LO SPAGHETTI TREE FEST Upset The Rhythm ha organizzato l’ennesimo two-days festival, evento hipsterpunkpopolare che, a prescindere dalla locazione nord sud ovest est, richiama inevitabilmente milioni di super giovani ben vestiti.

IL FESTIVAL

Premesso che, non ho le idee molto chiare su tale collettivo e sulla loro etica diy, si decide di presenziare comunque all’evento. I motivi chiave sono: tenersi aggiornati nel bene e nel male su uno spaccato socio-cultu-musicale d’oggidì, curiosità verso alcuni nomi in programma ed infine, detentore di un un ruolo sempre importantissimo nella pianificazione degli eventi mondani, il poter-passare-alcune-ore-con-amici-che-non-vedi-molto-spesso. Lo Spaghetti Tree quest’anno (come le precedenti edizioni dello YES WAY, l’altro fest annuale targato UTR) si svolge a sud del Tamigi, nel quartiere di Peckham.

Peckham, per conoscenza popolare, non è propriamente la zona in cui ti

vorresti ritrovare da solo dopo il calar del sole. Anche secondo tradizione goliardica è noto il monito ‘Watch your step, I’ve got friends in Peckham’ (‘stai attento conosco gente a Peckham’).

E Internet ce ne dà conferma: tradotto da Wikipedia ‘Peckham è un’area ad alta criminalità con un alto tasso di violenza tra bande, da cui deriva la sua malfamata reputazione, nonostante i 290 milioni di sterline spesi in un programma di rigenerazione tra la fine degli anni ‘90 e gli inizi del 2000. Il distretto di Camberwell e Peckham, che include Peckham, è uno dei più poveri e svantaggiati della nazione. [...] Ci sono molte bande a Peckham. Le principali sono i Peckham Boys, anche conosciuti come Black Gang. I suoi membri sono principalmente neri britannici. I Peckham Boys sono composti da diversi gruppi affiliati. Questi ultimi includono i Peckham Young Gunners, gli Spare No One ed i Peckham Kids.’ Sono le 17 di un sabato di inizio aprile (la serata del venerdì l’abbiamo saltata a piè pari, 22 sterline in due giorni senza contare drinks e snacks, sono troppe anche per noi. O meglio: per noi in particolare) e, come da tradizione, nessuno si è ricordato di segnarsi l’indirizzo esatto o le indicazioni per raggiungere il locale, sicché con un’attitudine totalmente approssimativa adottiamo la dottrina nota come follow the punx!, leggasi: seguire volti e sagome che fanno ben sperare. Fattostà che lo scenario appena scese dal treno è più o meno questo: la strada principale di Peckham Rye è in fermento: donne, uomini, e ancora donne incazzate con passeggini, appartenenti ad ogni minoranza etnica, si affrettano per gli ultimi acquisti della giornata in quelli che sono gli unici negozi presenti: 1 pound shops e macellerie. Sembra di essere al mercato anche se il mercato non c’è, ma le urla, gli insulti tra sconosciuti, l’odore di carcasse d’animali in putrefazione, la totale predominanza dei locals sulla strada, confondono la percezione.

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PECKhAM


DALSTON’S CREEK ZINE Di punx o finti tali, neanche l’ombra.

LA VENUE

‘Bene, benissimo’ rimuginiamo tra noi, quando, quasi come una manna dal cielo, ci accorgiamo che in fondo ad un vicoletto, dall’altra parte della strada, si apre il cortile interno del Bussey Building, un (ex) edificio industriale a tre piani, con una enorme stanza principale che costituisce il main stage, ed un’altra al piano di sopra, un po’ più piccola ma sempre notevolmente capiente.

IL FLYER DEL FESTIVAL La nostra italianità radicata, ma anche un irrinunciabile polleggio del sabato pomeriggio fanno sì che, ahinoi, non si arrivi in tempo per i primi due gruppi della giornata, sicchè Smack Wizards ed Eternal Fags CIAO. Tutto sommato non credo che la qualità della nostre vita ne sia stata inficiata in qualche maniera, anzi suddetta preoccupazione nemmeno ci sfiora.

IGNATZ

Quello che ci tange invece è il dubbio sul senso di gruppi quali Ignatz, una one-man band dal Belgio che sta suonando il suo computer davanti ad un esiguo pubblico seduto per terra. Ignatz fa un folk intriso di loop elettronici ed esplorazioni surf. Fa partire dei pezzi campionati e ogni due minuti ci suona sopra due accordi due con la chitarra, possibilmente a caso, tanto da essere subitaneamente definito da noi come ‘L’uomo Che Non Suonava. Da Solo’. Come dire: metto su una cassetta, ci singalongo su nei ritornelli e lo spaccio come un concerto.

palco ed è ora dei Kit che arrivano dalla California, con tanto KIT Cambio entusiasmo e passione da fare tenerezza. I risultati però lasciano a

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DALSTON’S CREEK ZINE desiderare. Il batterista saltella qua e là come fosse un chitarrista durante uno stop’n’go di migliore tradizione punkrock e pesta quelle pelli con una sgraziatezza da macellaio. La cantante, t-shirt dei Megadeath e passi di step alternati ad ancheggiamenti alla Zecchino D’oro, intona urletti noise isterici di stampo Giappo-core che fanno molto 2007 su un Trash Pop che lascia il tempo che trova. Tuttavia tanto di cappello a loro che sembrano giovanissimi e ci mettono tutta la volontà possibile.. Il pubblico sta aumentando e le Woolf si stanno preparando: non le ho mai viste nè ascoltate, solo letto qualche recensione qui e lì. Sono tutte donne e suonano un punk veloce. Tutti punti di partenza che potrebbero essere un’arma a doppio taglio. Ci sono degli indizi che però un accorto spettatore può cogliere per trovare risposte a questi dubbi insoluti: di norma suonare la batteria in piedi e scambiarsi gli strumenti durante il set non sono mai dei buoni segni.

WOOLF

Ma ci sono casi in cui la realtà è molto più atroce di ogni assenza di aspettative: le Woolf attaccano e spazzano via anni di lotte femministe con un solo accordo. Utilizzare la scusa della parità dei sessi per confermare le antiche teorie maschiliste lo trovo sciocco e degradante. Badate bene, se le Woolf non sanno suonare - e non gliene facciamo una colpa - non è perché sono donne, malgrado sembri questo il messaggio che vogliono veicolare. La colpa sta nel non autobarricarsi con autocoscienza in sala prove. Durante la cover di Rise Above ho visto gente estremamente in difficoltà abbassare gli occhi e secondo voci raccolte su Twitter pare che Henry Rollins si sia rivoltato nel suo letto.

‘Almeno suonano’ è il primo commento durante il set degli Hygiene, band londinese del giro Shitty Limits & Co che fanno un punk tipicamente britannico dei primi 80’s sulla scia di gruppi come Cock Sparrer, Cockney Rejects, Shame 69, ed effettivamente rispetto alle performance appena assistite sembrano dei guru della musica in ogni sua manifestazione. La stima per aver scritto un pezzo dal titolo Tesco SS (Store Locator) è innegabile, tuttavia mi sembrano un po’ fiacchi o forse è la fame che inizia a farsi sentire, dunque è tempo di andare in avanscoperta nelle groceries locali.

HYGIENE

I Peepholes non sono pervenuti, appunto causa pausa cena, ma Marty Party dice che hanno spaccato, e mentre addento un sandwich cheese and pickle Tesco, i Please fanno la loro porca figura. Suonano garage tropicale con incursioni nella psichedelia. Possono piacere o meno, ma il loro mestiere lo sanno fare.

PLEASE

E il momento degli headliners è così giunto: Japanther, Ducktails e No Age.

Il 2008 fu l’anno dei Japanther a Londra. Suonavano con una media di

una volta al mese e devo dire di averne fatto indigestione. L’ultimo spettacolo a cui assistii fu un set alternato da poesie lette e recitate da Penny Rimbaud e Gee Vaucher: una noia ed una boria al di là del tollerabile. Da quella volta decisi che io ed i Japanther avevamo già dato e non c’era alcun motivo per riaffermare l’antico sodalizio. Il fato però ha voluto che le nostre strade si reincrociassero,

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JAPANTHERS


DALSTON’S CREEK ZINE diciamo collidessero assieme a quelle di 400 altri esseri umani dalla sudorazione pesante. I Japanther si fanno attendere per mezzora prima di salire sul palco e questa volta la folla in semidelirio si è precipitata su ogni metro quadro di superficie calpestabile attendendo con una trepidazione tale che sembrava di essere ai Rolling Stones ad Hyde Park. Insomma, non più poesie di stampo hippy, per fortuna, ma la classica vecchia assestata scaletta intrisa di deliri (da) stupefacenti. di male, divertenti i Japanther, ma ho bisogno di novità e sono DUCKTAILS Nulla impaziente di sentire Ducktails che su disco promette bene, cosicché

si sale al piano di sopra e si prende posto in prima fila per tempo utile.

Ducktails in realtà, io non lo sapevo ma lo dovevo immaginare, è costituito da un unico elemento, un ragazzuolo dal New Jersey con le sembianze di un ingegnere. Che poi magari ingegnere informatico neanche lo è, ma sa bene come usare il suo computer. Forse pure troppo. Ed è per questo che ritrovarsi faccia a faccia con un musicista che spippola dei pulsantini e si limita e cantare sopra a delle basi registrate ti lascia un po’ interdetto o più semplicemente deluso. Dopo un inizio faticoso tuttavia anche Matt si riprende e l’assopimento che credevo essere dovuto alle birre svanisce all’improvviso.

DUCKTAILS NO AGE

Ed ironia della sorte i vincitori della serata sono coloro su cui non serbavo alcuna aspettativa: i No Age, grande impatto ed ottima presenza. Da quel momento in poi saranno solo danze nella pista ormai (al più) svuotata. Noi, il cantante dei Japanther, qualche Male Bonding e pochi altri irriducibili, impavidi e noncuranti della selezione azzardatissima di un dj che saltella senza criterio da un disco hip-hop ad uno soul e poi ancora dall’house al revival 90’s, come un’ape salterebbe da un fiore all’altro in in giorno di primavera alla ricerca del miglior polline. E poi è quasi l’alba e le luci si spengono. Chi in bici, chi con tre autobus, si risale a fatica il fiume e si raggiunge la casa dolce casa. Buonanotte.

SARA 19


Tom Hall

Ralph

Eddie O’Toole

Jim

NO

BEAT THE RED LIGHT

The sHITTY LIMITS

Tom Ellis

SALES ASSIStantS

ROUGH TRADE SHOP

THE LOVE TRIANGLE

Louis Harding

STATIC SHOCK RECORDS

THE

Tim Davis

THE SAUCE

Michael Kasparis

Nat Weiner

HYGiENE

Richard Lewis

DIRE

Pat Daintith

PLEASE

MALE BONDING

Guy Butterworth

John Arthur Webb

C’è una grande famiglia che calca le scene degli squats locali. E’ la dinastia capeggiata da quei due bellocci e talentuosi 2/4 - rispettivamente voce e batteria - degli Shitty Limits. Essi si muovono, si espandono e si moltiplicano in nome del rock ‘n’ roll. Questo albero genealogico illustrerà come la teoria dei 6 gradi di separazione sia facilmente applicabile anche al sottobosco musicale londinese e come la maggior parte dei gruppi locali siano inestricabilmente collegati tra loro.

DIY FAMILY TREE


Jake

Gaz Morgan

WARM WAYS

Ellie Roberts Sam Swift

Ashleigh Holland

GOOD THROB

SCEPtreS

CROUP

Bryony Beynon

HUNGER

Ben Fordree

RECORDS

Ma chi sono in realtà costoro? Ecco i tre gruppi cardine. SHITTY LIMITS: il garage dei 60’s, il punk dei 70’s e l’hardcore degli 80’s. Così vengono definiti dai locals e mai definizione più completa ed esplicativa è stata fornita. Se vi siete persi l’opportunità di vederli in azione dal vivo, e probabilmente questo è il caso non essendo mai passati in Italia, è un gran peccato perché, a quanto pare, si stanno sciogliendo e non potrete mai più esperire la possibilità di essere trascinati in abbracci e cori faccia a faccia con Louis. I Love Triangle e gli Sceptres non sono a parole tanto facilmente distinguibili dai sopraccitati. Sempre di garage punk poppeggiante si tratta. Da quì in poi le diramazioni si espandono ma, poiché non sono mai più state scritte recensioni utili ed intelligenti dal catalogo Greenrecords del ‘99, lasceremo i curiosi ad esplorare a loro discrezione e trarne le dovute conclusioni.

Jop Gotto

SATELLITES OF LOVE

Ski

Josh Newton

Graham

TREMORS

Simmonds


DALSTON’S CREEK ZINE

LESS MOUSTACHES, MORE ACTION #2

INTERVISTA A owen richards La prima volta che incappai in Owen Richards a Londra fu probabilmente nel 2008 ad un warehouse party nella sua dimora dell’epoca a Manor House, nord di Londra, dove la stessa sera suonarono pure i Git Some. Sembro’ da subito una persona molto alla mano e poco dopo, vedendolo frequentare piu’ o meno gli stessi ambienti, scoprii che era anche un ottimo e talentuoso fotografo che ha collaborato con diverse prestigiose riviste. (Visitate il suo sito web perche’ le foto qui pubblicate non gli rendono minimamente giustizia, Owen perdonaci! www.owenrichards.co.uk ) La nostra amica Anna Positano, professione fotografa ed ex compagna di avventure londinesi, lo ha intervistato per noi.

Ciao Owen, puoi dirci in dieci parole chi sei e cosa fai per vivere? Mi chiamo Owen Matthew Armstrong Richards e vivo a Clapton, East London. Fotografo persone, luoghi e cose. Ogni tanto giro cortometraggi.

Com’è stata la tua giornata oggi?

Oggi è stata una bella giornata, il tempo era fantastico. Ho incontrato un altro fotografo per un caffè ed una chicchierata, ho camminato fino al mio studio attraversando il parco. Ho inviato alcune email, bevuto una Coca, rovesciato della Coca e montato delle riprese. Ho fatto alcuni preparativi per un cortometraggio che girerò tra qualche settimana e ho ascoltato Dan Deacon, Titus Andronicus e Mazes. Una bella giornata.

Qui nella mia città oggi è una giornata grigia che mi ricorda tanto quelle mattine londinesi poco prima dell’arrivo della primavera. Il basso contrasto delle foto e dell’immaginario delicato delle tue fotografie dipendono dal tempo o è più una questione di intimità - la stessa che porta i londinesi ad avere un bel giardino sul retro e una piccola ed affiatata rete di amici? La mia fotografia è sempre stata influenzata dal tipo di luce e dalla sua consistenza, ma è una combinazione del rapporto personale che ho con il soggetto che dà al mio lavoro quella sensazione di intimità. Mi piace conoscere i miei soggetti prima di fotografarli, anche se si tratta semplicemente di ascoltare una canzone che hanno scritto o di scoprire qualcosa su un luogo. Contribuisce alla costruzione di un filo conduttore che si sviluppa durantegli scatti. Trovo che Londra sia un posto molto intimo, nonostante sia la casa di 7 milioni e mezzo di persone. Vivo in una zona non molto più grande della cittadina in cui sono cresciuto. Lavoro a 20 minuti dal mio appartamento, vado negli stessi bar, nei locali e alle feste in cui si ritrova la gente con i miei stessi interessi. Il fatto che persone interessate alla creatività vengano da tutto il mondo a Londra per le sue opportunità e la sua gente fa sì che si formino comunità piuttosto compatte ed unite sulla base delle passioni e dell’etica che già condividono; per questo è più facile che si costruiscano questi rapporti.

Ho appena visto una fotografia presente sul tuo sito (www.owenrichards.co.uk/projects/ elsewhere) e il riferimento a Jeff Wall mi sembra evidente. Come nelle fotografie di Wall, in molti dei tuoi ritratti trovo una sorta di narrativa interrotta, come se si trattasse di fotogrammi estratti da un film. Mi chiedo cosa debba ancora succedere... potresti dirmi un po’ di più riguardo a questa narrativa e alla tua esperienza con i registi? Questa fotografia è stata scattata sul set di un corto chiamato Elsewhere, diretto dai miei amici Mathy e Fran (www.mathyandfran.com).

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DALSTON’S CREEK ZINE Il succo del film è ‘Due innamorati scappano via, lasciandosi alle spalle un cadavere e una casa saccheggiata e intraprendono un viaggio verso una landa selvaggia’. Il modo in cui è stata girata questa scena è lievemente diverso dal modo in cui l’ho fotografata. I registi mi hanno lasciato piuttosto libero di fotografare ciò che sentivo catturare il senso della narrazione e i luoghi come avrei voluto, invece di scattare i fotogrammi esatti di ciò che è stato girato. Sia io che i registi avevamo quell’immagine di Jeff Wall come riferimento, ma non avrei mai immaginato di poter ottenere qualcosa del genere. Sotto molti aspetti è il sogno di ogni fotografo poter essere così liberi di realizzare delle foto. Queste immagini sono state poi raccolte in una piccola pubblicazione utilizzata per promuovere il film e come souvenir per il cast e la troupe. Dopo questo corto ho lavorato ancora con questi registi, ma questa volta come direttore della fotografia. Di recente abbiamo girato un corto di un minuto che univa elementi sci fi e filmati live di band tra cui No Age, Japanther e Ducktails. Mi ci sono gettato a capofitto siccome era il mio primo film come direttore della fotografia, ma è stata una grande esperienza e ho imparato molto. Spero di poter lavorare di nuovo con loro in futuro.

Fotografie messe in scena o fotografie di scena? Sono un osservatore, mi piace guardare come la gente e le cose reagiscono alla macchina fotografica; penso che questo sia parte del processo fotografico. Ci possono anche essere delle minime indicazioni unicamente per ragioni estetiche, ma ritengo che il modo migliore per catturare qualcosa di vero sia lasciare che il soggetto sia naturale.

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DALSTON’S CREEK ZINE Ok, ora parliamo di musica. Ti ho incontrato per la prima volta a un festival a Londra nel 2009. Piuttosto ovvio, visto che gran parte del tuo lavoro riguarda la musica. Hai ritratto la scena musicale emergente più interessante di Londra e allo stesso tempo i musicisti famosi. Perché? Raccontaci che tipo di rapporto c’è tra te e questa scena. Quando studiavo fotografia a Exeter di sera fotografavo un sacco di concerti. Exeter ha un locale punk incredibile, il The Cavern, dove fanno molti bei concerti ed è stato il centro della scena musicale. Lì ho conosciuto un sacco di gruppi e un sacco di amici, molti dei quali, come me, si sono trasferiti a Londra e a Brighton. Il mio giro di amici si è quindi formato con i ragazzi che suonavano in gruppi, che organizzavano concerti e lavoravano al Cavern; inoltre per anni ho ospitato i gruppi a casa mia dopo i concerti. Quelle erano le persone che ero andato a fotografare e con cui sarei andato in tour. Quando mi sono trasferito a Londra non conoscevo molta gente a parte quelli che suonavano, ed è così che si è costruito il mio collegamento con i gruppi londinesi. Posso ricollegare persone che ora suonano nel nuovo giro dei gruppi fighi alla gente che o conosciuto a Exeter, tra cui Robin che suona nei Male Bonding, Dan, Patrick e Oliver che suonano nei Cold Pumas e Rez, batterista dei Sauna Youth. Ritengo che il mio rispetto e la mia intesa coi gruppi e musicisti mi aiuti a relazionarmi con loro; mi piace pensare che mi vedano come uno di loro piuttosto che solo come un fotografo.

Che importanza ha per te il lavoro svolto dai promoter, tipo Upset the Rhythm, e dalle etichette tipo Southern Records? Come ti rapporti a loro? Hai bisogno di un pass da fotografo oppure sei diventato uno di famiglia? La comunità è diventata molto importante per me fin dai tempi del Cavern a Exeter. Il mio primo concerto, quando mi sono trasferito a Londra, è stato XBXRX al Luminaire ed era organizzato da Upset the Rhythm. C’era qualcosa di diverso nell’energia e nelle persone presenti al concerto. C’era il senso dell’etica DIY e il pubblico era infervorato ma rispettoso di chi stava suonando. Ho preso un volantino a quel concerto e ho continuato ad andare per concerti. Come fotografo per Plan B e Loud and Quiet il mio nome è diventato un’abitudine sulla guest list, ed è questo il modo in cui ho conosciuto Chris e Claire di UTR. Mi sarei presto abituato a mandare loro le foto dei concerti che non erano state utilizzate nei giornali, in modoche ne facessero un archivio; anche se Chris e Claire sono molto bravi ad archiviare le loro foto penso che faccia loro piacere che gliene spedisca di altre, volendo supportare loro e quello che fanno. Quando poi abbiamo scoperto che vivevamo vicino abbiamo cominciato a uscire assieme e a conoscerci al di fuori dell’ambiente musicale. L’anno scorso mi hanno invitato al loro matrimonio, il che mi ha fatto davvero sentire parte della famiglia. UTR continua a lavorare sodo e i gruppi ripagano quest’abnegazione con la devozione, ed è per questo che sono in grado di far suonare gruppi come No Age e Dan Deacon in warehouses a Peckham. Loro sono parte della spina dorsale della comunità che permette ai nuovi gruppi e ai musicisti di crescere ed evolversi. Senza di loro Londra sarebbe un posto molto più povero dal punto di vista della socialità e della musica.

Collabori con alcune tra le riviste più interessanti del paese e le tue foto sono apparse perfino su Plan B (r.i.p.). Che cosa ci puoi raccontare della tua esperienza con le riviste? Una delle persone che avrei voluto essere quando stavo iniziando a fotografare era Steve Gullick: lui e Everett True diedero vita a Careless Talk Cost Lives, una rivista fantastica dedicata alla musica e alla cultura, che si è fatta spazio nel mercato delle riviste commerciali.

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DALSTON’S CREEK ZINE Sotto molti aspetti si trattava di una fanzine con un budget spropositatamente alto, molti dei collaboratori lavoravano gratis e avevano creato la rivista perché amavano la musica. Ho collezionato ogni singolo numero, compresa la sua gemella Loose Lips Sink Ships, una pubblicazione più basata sull’aspetto fotografico. Ero ossessionato dal suo aspetto, consistenza e odore! Qualche anno dopo, quando ancora andavo all’università, avevo sentito che quelle stesse persone stavano lavorando a una nuova rivista chiamata Plan B. Ho preso coraggio e ho scritto alla photo editor: fortunatamente le sono piaciuti i miei lavori e siccome non ero a Londra ero incaricato di fotografare le band che suonavano nel sud-ovest. Quando mi sono trasferito a Londra hanno continuato a commissionarmi anche articoli più importanti; il punto più alto è stata la possibilità di volare fino a Birmingham in Alabama per fotografare Dan Sartrain. Amavo Plan B, non pagava quasi nulla se non la passione della gente che ci lavorava, e sono fiero di esserne stato parte. Continuo regolarmente a lavorare con Cat Stevens (una dei photo editor) che è anch’essa una brava fotografa. Ho pure lavorato a stretto contatto con Loud and Quiet per un bel po’ di anni. Ha un’etica simile a quella di Plan B, si occupa di musica nuova ed esiste solo grazie ai suoi devoti collaboratori. La grafica è bellissima, e l’editore è molto bravo a scoprire i musicisti prima che facciano il botto nel mainstream; questo mi ha dato l’opportunità di fotografare gruppi come The XX prima che fossero famosi. La mia esperienza con le riviste è che sono porte di passaggio verso altre cose. È praticamente impossibile guadagnarsi da vivere solo con le riviste, ma le persone che incontri attraverso questi servizi ti portano altro lavoro e ti aprono nuove opportunità.

INSTRUMENT, PHOTOGRAPHS BY PAT GRAHAM, CHRONICLE BOOKS Hai fatto l’assistente per Pat Graham per un po’, vero? Come l’hai conosciuto? Che mansioni svolgevi? Com’è il rapporto con un fotografo di musica così eccezionale? Come ha influenzato il tuo lavoro?

Ho scoperto il lavoro di Pat quando ero ancora a Exeter. Un amico mi ha mostrato le sue foto di gruppi come Fugazi o Nation of Ulysses. Quando mi sono spostato a Londra sapevo che aveva una galleria d’arte contemporanea americana, che avevo già visitato prima di trasferirmi. Gli ho mandato un’email chiedendogli se aveva bisogno di aiuto con la galleria; così lui mi ha invitato lì per un caffè quello stesso pomeriggio, abbiamo parlato dei Fugazi e gli ho mostrato le mie foto e così siamo diventati amici. Ho quindi lavorato in galleria e sfogliato gli archivi di Pat con le foto di Ted Leo, dei Make Up, dei Modest Mouse e sono stato ispirato.

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DALSTON’S CREEK ZINE Pat non lavora con un assistente in realtà, ma lo aiuto con alcuni problemi tecnici e nell’editing. Nell’ultimo anno abbiamo lavorato a un libro sulle relazioni tra i musicisti e i loro strumenti. L’ho aiutato a editare le foto e a cercare e organizzare le informazioni all’interno del libro. (www.chroniclebooks.com/index/main,book-info/store,books/products_id,9192/ title,Instrument/). Dovrebbe uscire presto per Chronicle Books. Il suo approccio al lavoro mi è di grande ispirazione, sia dal punto di vista visivo che ideologico. Ha idee interessanti e si preoccupa dei problemi tecnici solo in seconda battuta. Non è un procrastinatore, esce e va a fotografare, tutto qui. Mi piace questo perché oggi gran parte della fotografia è ossessionata dagli aspetti tecnici. In più il mio sogno è quello di avere una piccola galleria e vivere al piano di sopra, e al contempo andare in tour coi gruppi e fotografare gente interessante - che è esattamente quello che fa Pat!

FRANK BLACK Chiedo scusa in anticipo per quest’ultima domanda, ma te lo devo chiedere: com’è stato fotografare Frank Black? (sì, sono una sua grande fan...) Si trattava di un servizio per Loud and Quiet. Frank stava promuovendo il suo nuovo album solista sotto il nome di Black Francis. Sono andato sotto il suo hotel in centro a Londra dove sarebbe avvenuta l’intervista. L’hotel non era molto interessante ma ho dato un’occhiata alle zone circostanti con la speranza che Frank avesse piacere a fare una passeggiata con me ed il mio assistente. Fortunatamente ha accettato, nonostante il peso del jet lag. Appena prima di scattare ho avuto un’idea per rendere un po’ più interessante la fotografia: il nome Black Francis mi suggeriva qualcosa come un anti-santo e il retro del mio riflettente era nero. Questo è diventato allora una specie di aureola nera che il mio assistente teneva dietro la testa di Frank. Ha funzionato abbastanza bene, soprattutto perché come prevedibile si era vestito di nero e portava gli occhiali da sole. Frank è stato tranquillo e gentile, nonostante io avessi i nervi a pezzi - quindi la conversazione è stata un po’ limitata. Intendo dire: di che diavolo potresti parlare con Frank Black, comunque?! Penso di averlo conquistato nel momento in cui gli ho mostrato una delle foto in cui lui aveva l’aureola nera, e un sorriso ha fatto capolino sul suo viso: una cosa rara!

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ANNA


DALSTON’S CREEK ZINE

DUE SETTIMANE IN TOUR CON I COUGH QUANDO LA PASSIONE PER LA MUSICA comPORTA uN SACCO DI menate

Io in tour con un gruppo americano non c’ero mai stata. Se le cose fossero andate come dovevano ci sarei già stata due volte, ma quando per colpa di un vulcano che esplode, quando per lutti familiari, ecco che questa è la mia prima volta. Mi trovo a preparare di fretta una borsa in cui non ho idea che cosa mettere. Portare troppi vestiti non è certo una grande idea, le docce non avanzeranno e rimarcare la differenza di sesso tra me e loro non è certo il massimo. Sacco a pelo, vestiti impermeabili, felpe nere con cappuccio.

Non ho idea di che tipo di persone siano: simpatici, antipatici, vecchi, giovani, intellettuali, rednecks. Dalle poche foto le uniche informazioni che ricavo sono: metal, capelli molto lunghi, bandane come piovessero, camicie a quadri.

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DALSTON’S CREEK ZINE Tutti ti chiedono cosa ci vai a fare, tu dici che viaggerai gratis e vedrai un sacco di città inglesi che non hai ancora visto. Loro ti chiedono “E loro cosa ci guadagnano a portarti?”, tu dici che sei simpatica, accomodante e aiuterai con il merchandising. Loro ti danno della groupie e tu spieghi che sarà difficile, visto che saranno puzzolenti, capelloni e pelosi. Il primo impatto è stato traumatico. Siamo a Brighton, il locale é squallido e vuoto, le pareti nere, i pavimenti lerci. Vieni presentata velocemente, a troppe persone nello stesso momento, non ti ricordi nemmeno un nome e vuoi scappare via. La sensazione è quella di quando da bambina ti portano al campo estivo, i genitori ti accompagnano all’autobus, ti consegnano all’accompagnatore e ti salutano dal finestrino dell’autobus. Tu, mentre guardi imbarazzato gli altri bambini e provi a socializzare, senti un senso di morte invaderti, ti domandi se è proprio necessario fare tutto questo e vuoi solo ritornare a casa a dormire più a lungo possibile. In questo caso specifico basta sostituire i genitori con alcuni miei amici di Londra, l’autobus con un Volkswagen cabinato, l’accompagnatore con mio amico tour manager e gli altri bambini con i Cough. Ma che bel quadro. C’è un elemento che salva la situazione, che nel corso di questi dieci giorni aiuterà più volte, a cui da bambini non avevamo accesso e si chiama alcol. Così, finito il concerto ci buttiamo nella movida del sabato sera a Brighton. Tutti quelli che incontriamo si stupiscono: una-band-americanain-tour-a-Brighton-oh-wow e in poco tempo abbiamo un sacco di nuovi amici. Ma in tour gli amici non durano, appena conosci qualcuno è già tempo di ripartire.

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DALSTON’S CREEK ZINE Il tempo sembra non scorrere mai, ma allo stesso tempo ci sono quelle giornate in cui ti sembra di aver fatto tantissime cose. E no, non si è sempre a mille. Ci sono decisamente tanti tempi morti in cui nessuno fa assolutamente niente, ma loro sembrano essere abituati. Io rischio di impazzire, mene vado a giro per le città e penso che viaggiare, dormire e mangiare gratis è un lusso da sfruttare il più possibile. E non sono solo le città, alcune carine o addirittura belle - Exeter, Cardiff - altre passate alla storia per essere sede di disagio e devasto, sorta di città fantasma, - Stoke on Trent, Hull. Sono le persone che conosci, i Black Sabbath 24 ore su 24 alternati solo a qualche pezzo country, loro emozionati quando vedono gli Electric Wizard che entrano nel locale per sentirli suonare, svegliarsi la mattina sulle colline vista Dorset circondati da mucche. Si domandano che cosa sia un quid, c’è chi sostiene che lavarsi fa male, chi crede che bueno sia una parola italiana e ripete es bueno mille volte al giorno credendo di parlare italiano. Sostengono che gli europei non usano preservativi e che vanno in giro per casa coprendosi solo con piccoli asciugamani, ‘noi americani entriamo in bagno vestiti e usciamo vestiti.’ Siamo quasi alla fine, ti inizi a preparare mentalmente al rientro a casa ed ecco che invece no, arriva l’imprevisto. Scoppia una gomma, si cambia, ne scoppia un’altra, si cambia di nuovo. Alla terza si intuisce che è qualcosa di più grave della sfiga, ma troppo tardi, è Sabato Santo e perfino in Gran Bretagna tutto è chiuso fino al martedì seguente. Game Over. Rimanere bloccati a Colchester in un giorno di festa può essere un’esperienza ai limite del surreale. A Colchester ogni persona che incontri ti narra la storia della propria città, è il primo insediamento inglese, il più antico, più antico di Londra, e per questo abbiamo questo bel castello. È la patria dei Blur e dei Cradle of Filth (che accoppiata è mai questa?). E per strada capita addirittura di incontrare Dave Rowntree! 25 gradi al sole, un furgone rotto, l’incubo di rimanere bloccati lì per quattro giorni e sentire la storia di Colchester almeno altre cinquanta volte, la situazione si fa difficile. Ma i nostri eroi sono ancora ubriachi dalla sera prima, trovano un flauto da qualche parte e decidono che - non avendo soldi per comprarsi delle birre - forse con un bello spettacolino possono raccattare gli spiccioli necessari per mantenere alto il tasso alcolico e continuare a non pensare a quanto sono nella merda. Chiamali scemi. Ma il piano non funziona. Decidiamo che l’opzione di rimanere bloccati là è inaffrontabile, piuttosto la morte, e con alto rischio di esplosione dell’ennesimo pneumatico ci incamminiamo verso Londra. Ed ecco che puntualmente accade.

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DALSTON’S CREEK ZINE Le conseguenze sono sette ore in una piazzola dell’autostrada ad aspettare un carro attrezzi, a cui aggiungerne altre tre presso una stazione di servizio. Si salvi chi può, io scappo in treno, qualcuno in taxi, qualcuno aspetta. E riunitici tutti a Londra che si fa? Tutti a casa mia per tre giorni! Senza niente da fare. Un giro al parco, una festa, un concerto. Ormai questi capelloni sembrano essere diventati i miei migliori amici. Riparato il tutto, arriva finalmente per loro il momento di ripartire. “Vieni in Italia a vederci quando suoneremo là?” “Mmmm, credo di avervi visto abbastanza”

CONVERSAZIONI DEGNE DI NOTA Monologo tra il batterista e le macchine che passano (ripetutosi almeno due volte al giorno) “You people, drive on the wrong side!” Dialogo tra me e il chitarrista: “So, guys, you are stuck in London for three days.. there is something you wanna see?” “I think your backyard is ok” Conversazione tra il batterista e il tipo che ci ha ospitato che la mattina deve andare a lavoro: “I have to work today” “Oh shit man! Why don’t you quit?” Domanda fatta dal chitarrista a dei passanti locali: “Do you have some cigarettes... fags*?” (Scoppio di risa generale) Parlando dei Circle Takes the Square. “Why a circle should take a square?”

*Fag in Uk: sigaretta - Fag in Us: gay

ELENA 30


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la

MUSICA

in

uk

dalla

A alla Z

A seguire un breve elenco di ciò che, a nostro parere, da un punto di vista musicale, ha dato un contributo alla ricca storia musicale inglese degno di essere ricordato. Il tutto in rigoroso ordine alfabetico.

ACTION BEAT Gli Action Beat sono un gruppo che ascoltati su disco molto probabilmente non vi piaceranno. Perché non sono propriamente un gruppo, bensì un progetto di improvvisazione noise itinerante: è così che si autodefiniscono. Pochi membri fissi e un sacco di ospiti d’onore, così che tutti sono chiamati a partecipare ed ogni concerto è diverso dal precedente. Sono arrivati ad avere fino a quattordici componenti sul palco con una media di tre chitarristi e tra i due ed i quattro batteristi. Insomma, anche se non sono musicisti impeccabili, vedere dal vivo quattro batterie non succede tutti i giorni. A loro interessa suonare in giro il più possibile e ci stanno decisamente riuscendo: dal 2004 hanno fatto più di 500 concerti. Per la legge dei grandi numeri prima o poi finiranno a suonare anche vicino casa vostra e magari riuscirete anche ad accompagnarli sul palco (dove ‘palco’ va intenso simbolicamente: suonano in terra, sul palco non ci starebbero mai tutti).

BIRD CALLS

CRASS

I richiami dell’uccello. Beh insomma, abbiamo già convenuto sul fatto (AZ Regno Unito, lettera P) che le traduzioni letterali da una lingua all’altra non sempre suonano bene. Passa tu un’intera serata a spiegarlo a questi tre giovani londinesi ignari dei significati metaforici dell’idioma italiano... Io li avrei più educatamente chiamati Leo Calls. Eh no, non mi riferisco al re della giungla, ma all’altro re, quello dell’indiepunk degli anni ‘90: Chris Leo. Prendi la voce del suddetto newyorkese, catapultala nel 2011, dalla in pasto ad alcuni pezzi dei Tubers e taaaac: i Bird Calls sono nelle vostre orecchie. Per me numeri uno.

Chi non conosce i Crass? I Crass hanno fatto la storia del vero punk inglese, altro che Sex Pistols. Prima che nasceste, che scopriste il diy, l’anarco punk e quant’altro, loro esistevano già, i Crass c’erano. Ed erano già contro tutto: contro il razzismo, contro la guerra, contro la globalizzazione, politicamente impegnati per i diritti animali e delle donne, ambientalisti e anarchici pacifisti. Ai Crass non si può non voler bene.

DURAN DURAN I Duran Duran vanno ricordati per ciò che furono. Perché se ricordate bene, durante gli anni Ottanta, Duran Duran era sinomimo di New Romantic, ma soprattutto di ‘orde di fan affetti da isteria collettiva’. La leggenda narra che Simon Le Bon si presentò al provino per entrare nella band con dei pantaloni rosa leopardati. Avendo funzionato così bene - dopo trent’anni è ancora là a fare il giovane - forse dovremmo fare tutti lo stesso più spesso.

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EAST 17

Gli East 17 avevano praticamente già capito tutto nel 1992. Loro venivano dalla giungla dell’est londinese e, mica scemi, avevano intuito le potenzialità che l’ East End avrebbe loro offerto in termini di immagine, marketing e vendibilità già con venti anni d’anticipo. E’ così che chiamarono il loro gruppo con il codice postale del quartiere di provenienza, Walthamstow. Gli East 17 fecero uscire il loro primo pezzo bomba ‘House of love’ di cui girarono un video con una videocamera recuperata tramite rapina a mano armata al negozio dietro l’angolo. Spesa complessiva: dieci sterline. Non fu purtroppo questo il singolo che li consacrò alla celebrità usa e getta, tuttavia fu il trampolino di lancio per l’annoso scontro tra boyband rivali Take That vs East 17. Se i primi erano dei fighetti impettiti il cui unico disagio era un’acne cronica ed un imbarazzante sovrappeso, i secondi erano dei chavs tirati fuori dalla strada e dai giri di prostituzione (mai visto/sentito Deep?), al commercio di denti d’oro, droghe, cappelli da gnomi e storie di disagio di questo tipo. Loro stessi in una intervista piuttosto recente affermano: ‘Noi abbiamo sempre odiato il termine boyband. Boyband is fluffy. We were not fluffy, we were rough, do ya know what i mean, mate?’

FASHANU Ok, non sono particolarmente fan del pop punk adolescenziale e super felice, e anzi, di base quando una cosa non mi fa impazzire parto prevenuta, prevenutissima. Questi Fashanu però mi è capitato di vederli dal vivo per caso una sera a Manchester, e io non lo so se saranno state le pinte di birra o la situazione di benessere generale, ma quei cinque minuti che mi ero ripromessa di dedicar loro si sono poi trasformati nell’intero set. Belle voci, e pezzi catchy (ma che vorrà mai dire?), buon affiatamento, tutti i requisiti necessari per fare di un gruppo un buon gruppo. Poi magari un giorno li ascolterò su disco o li rivedrò dal vivo e mi tirerò degli schiaffi allegorici, ma per il momento ne tesso le lodi.

HUMAN HANDS Le redini di quell’emocore di metà anni ‘90 perdute con lo scoccare del nuovo millennio sono state afferrate da un’intera generazione di giovani ventenni britannici dell’ultimo lustro. Dall’emo di ebullitioniana memoria ai suoni più pop del Midwest americano, costoro, all’epoca bambini dell’asilo o poco più, hanno studiato minuziosamente la lezione di storia e noi li ringraziamo per portare rispetto a delle terminologie musicali che i loro stessi coetanei hanno stravolto e sminuito a colpi di lacca e piastre per capelli.

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GENTLE FRIENDLY Duo londinese sponsorizzato Upset The Rhythm, figlio di tastiere Casio e giri di chitarra ruffiani. Un po’ Animal Collective, un po’ No Age, i Gentle Friendly sanno come farsi voler bene e sono un ottimo ascolto da domenica mattina, sebbene ciò non tolga che presto ce li dimenticheremo.


DALSTON’S CREEK ZINE Gli Human Hands, che i più attenti di voi già conosceranno se non altro per lo split tape con i Verme, suonano come un disco degli Yaphet Kotto, degli Indian Summer e, perché no, con qualche elemento dei primi Mineral. Probabilmente nulla di originale, ma li stavo giusto ascoltando in macchina qualche settimana fa e per un attimo mi è sembrato di viaggiare in direzione Vittorio Veneto, Casa di Nausicaa. Questi sono colpi molto bassi.

HUMAN HANDS

IDEA SHOWER Questo potrebbe essere un gruppo con base a Dalston o qualunque altro quartiere dell’est londinese. E invece invece...come un fulmine a ciel sereno, arriva esattamente da Leeds dalla mente di un certo Matt, un tipo sempre sul pezzo. Prima coi Twisted, sciolti entro tempo massimo, quando il numero di gruppi britannici garage punk che strizzano l’occhio ai Rites of Spring stava superando ormai la soglia massima e poi con questa ottima idea che suona come uno dei tanti gruppi garage di questo secondo decennio del secolo. Sembra una recensione negativa ma non lo è. Mi piace questo elemento.

JUPITER LANDER Un giorno anni fa, in tempi non sospetti, ho scambiato Occhi Rossi a Colazione dei Nuvolablu per un 7” dei Jupiter Lander. Mi vergogno molto a raccontarlo oggi, però sacrifico la mia dignità per riempire questo spazio con un contenuto diverso da ‘ottimo (midwest) emocore di stampo ‘90 prodotto da giovani generazioni’

KIDS RETURN Ottimo gruppo emo di stampo ‘90 prodotto dalle giovani generazioni. Dal vivo, superiori. Ad oggi, 31 Luglio 2011 sciolti. RIP.

Lovvers Dei Lovvers si possono dire tante cose, che sono carini, divertenti, hanno degli ottimi tagli di capelli, delle mise da copertina di Vice. Duole ammetterlo, ma ciò che non si può certo dire è che sappiano suonare. Secondo la teoria per cui ‘il vero valore di un gruppo si vede quando suonano dal vivo’ dovrebbero automaticamente finire nel dimenticatoio. E invece abbiamo deciso di includerli. Perché? Perché i loro concerti sono divertenti, sanno intrattenere il pubblico, creare ressa, hanno ritornelli accattivanti e può valere la pena vederli dal vivo.

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MAZES

M come Male Bonding? NO! Troppo semplice. Una volta che l’eco di Dalston è arrivato alla Sub Pop, è stato riflesso a cerchi concentrici dal Pacifico all’Atlantico. Se avvicini al tuo orecchio una conchiglia dell’Adriatico lo puoi sentire pure da lì. Però dallo stesso quartiere e dallo stesso gruppo di amici, io sentenzio EMME come MAZES. Perché anche nella grigia e perfida Albione, dove l’estate non esiste se non a livello concettuale, c’è bisogno di caldo, sole e belle giornate. E se non puoi averle grazie a madre natura ti affidi ad altri espedienti, uno su tutti: il power pop. Più un tocco di punkrock, una spruzzata di college rock ed il cocktail risulta perfetto. Con membri di Graffiti Island nonché dell’etichetta Italian Beach Babes.

NOPE PRIZE PETS

Ennesimo gruppo in cui mi sono imbattuta a 113 Dalston Lane e che si sono rivelati una piacevole sorpresa. Originari di Leeds e Bradford, i Nope affermano di essere ispirati dalla psichedelia e ripetitività dello sludge. Al di là delle definizioni, la verità è che dal vivo fanno un gran casino e sono un bellissimo spettacolo.

I Prize Pets li ho visti suonare casualmente quando ero arrivata a Londra da molto poco. E sarà stata la situazione familiare che si crea a Dalston Lane (vedi ‘Dalston Lane’ in A-Z Regno Unito), la novità di trovarmi ad un house show in un posto così bello, la birra o non so che altro, ma per me è stato il concerto dell’anno. I Prize Pets suonano cupi e oscuri come molti dei mostri che il ritorno della new wave ha generato, ma fortunatamente hanno qualcosa in più che ce li rende simpatici. Quando suonano sembrano imbarazzati, quasi pensassero “eh, noi siamo di Nottingham, scusate, non siamo fighi come voi londinesi, ma ci proviamo’. Il cantante cammina in cerchio a testa bassa senza tregua come un vero autistico e ha la voce di Ian Curtis. Serve altro?

QUEEN

No, ma davvero conoscete un gruppo inglese con la Q che meriti questo posto e non siano i Queen? Se sì scriveteci dalstonscreekzine@gmail. com

ROLO TOMASSI NCS/NCSP = non ci siamo/non ci siamo proprio.

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oRBITAL Diciamo la verità: di gruppi che iniziano con la O ce ne sono pochi e non ci è venuto in mente niente di meglio. Però gli Orbital erano davvero un bel gruppo, sebbene in questa lista non ci stiano a far niente.

SLEEPING STATES Sleeping States è un cantautore indie-folk che, sfortunatamente, Bristol ha rubato alla capitale. Una definizione artistica che risulta molto più noiosa, monotona e scontata agli occhi di quanto non lo sia alle orecchie. I suoi concerti dal vivo ne sono la prova e l’ulteriore conferma, anche quando da solo con set semi-acustici, riesce a creare un’atmosfera impagabile dando vita ad un’orchestra virtuale. Non è snob, non è pretenzioso, non è noioso. E soprattutto, al momento degli applausi, ringrazia guardando negli occhi ogni singolo spettatore. Senza prezzo.


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TROPICS

C’erano una volta i Bullet Union. Che nonostante avessero una giapponese al basso non facevano noise, né strillavano al microfono. Anzi, erano proprio un gruppo coi contro fiocchi. E per questo motivo, come nella migliore delle tradizioni, si sciolsero. Dalle loro ceneri nacquero i Tropics che, con il loro punk’n’roll tropicale, misero agli atti un tour con i These Arms are Snakes ed uno split 7” sempre con i suddetti. Questa fu la Tropics fase 1. Poi i 3/4 del gruppo, con un’abile inversione di tendenza rispetto al classico nostrano dare-vita-adun-all-star-band-composta-da-nomi-importanti, mollarono la presa all’unisono per dedicarsi ai loro progetti più fruttuosi: Male Bonding, Cold Pumas e Fair Ohs. Cosa fa dunque un Jodie Cox (chitarra+voce) rimasto solo (ma mica troppo sofferente, il suo cuore pulsa di mathrock e lui fa la spola tra Londra e Seattle per provare coi Narrows)? Oltre a rispondere alla nostra intervista, ingaggia i Meet Me In St. Louis e senza cambiare nome tira su un gruppo tutto nuovo, dal suono più grezzo e matematico, alzando un muro di chitarre che, oh.

VERONICA FALLS

UPSET THE RHYTHM Se trascorri anche soltanto qualche giorno a Londra incapperai sicuramente in Upset The Rhythm. In qualità di collettivo che organizza concerti, ha in mano tutto il meglio (e spesso anche il peggio) dei gruppi che passano da queste parti. E finisce che un po’ li ami e un po’ li odi. Come il tuo compagno di banco delle scuole medie, ti fa incazzare, ma in fondo gli vuoi bene. Li ami perché ti danno la possibilità di vedere un sacco di gruppi. Chi organizza i Babies? Upset The Rhythm. Peaking Lights? Upset The Rhythm. Lighting Bolt? Upset The Rhythm ovviamente. Li odi perché spesso i prezzi sono proibitivi. O se non proibitivi un po’ troppo alti per poter vedere un concerto del genere a settimana. E così te ne stai a casa odiando profondamente Upset The Rhythm. Oppure vai al concerto, spendi 12 sterline, passi tre ore circondato dalla peggior specie di hipsters e odi Upset The Rhythm per la fauna che riesce ad attirare.

Non è che se prendi per la prima volta in mano un basso o ti metti dietro le pelli a 20 anni suonati e vai a fare concerti di qua e di là tra Inghilterra ed America senza nemmeno passare dal via e ritirare le 20.000 lire (leggasi: gavetta) puoi pretendere di farci questa bellissima figura sul palco, ecco. Ed infatti questo quartetto di giovani (e giovanesse) dalle belle speranze ed apparenze, durante uno dei loro primi debutti, nel lontano novembre 2009 di supporto ai Woods, mi diedero l’impressione di essere un po’ legnosi, arrugginiti, quasi impauriti e con delle idee confuse riguardo il genere che volevano suonare. Rimasi perplessa: alla fine il belloccio chitarrista veniva dagli Your Twenties che l’anno prima mi avevano rapito l’orecchio e non mi pareva il primo stronzo in circolazione. Poi uscirono alcuni singoli super catchy e la passione per i Veronica Falls si acuì mentre nel frattempo loro continuavano la risalita che era tutta una discesa verso le riviste più hipster delle capitali con il loro lo-fi indietweepop e concerti in festival super pompati per giovani con le scarpe a punta. Passò più di un anno quando riuscii a rivederli dal vivo, questa volta nel piccolo basement di un pub a Dalston, la cui atmosfera creata dall’ambiente e dal pubblico andava tutta a loro vantaggio. In 14 mesi un po’ di esperienza se la dovevano essere fatta e il verdetto fu NI. Bei pezzi, interessanti arrangiamenti, voci deliziose, una prova sicuramente superiore alla precedente puntata, ma ancora un certa freddezza e rigidità da scalfire. Si spera che entro il 2012 la mission sia completata, nel frattempo rientrano nella mia cartella di itunes sotto la voce ‘addicted’.

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WELL WISHER

WELL WISHER

Vi mancano i Braid? Non c’è problema amici. Da qualche punto non specificato del Regno Unito (beh insomma da Manchester con tappa a Londra) arrivano i Well Wisher, e risolvono il problema. Lungi da me l’assimilarli ai guru di Chicago in quanto a tecnica, ma la passione e l’influenza dei migliori 90’s è evidente, talmente evidente che quasi ti aspetti di sentir partire The New Nathan Detroits durante un loro concerto. E, infatti, ciò che alla fine parte è Breath In. Follia, presenza sul palco, e simpatia. BOMBA! Non vi mancano i Braid? Mi spiace, ma siete invecchiati male.

YOUR TWENTIES Nel 2009 scrivevo: ‘Your Twenties è la band del bassista dei Metronomy. L’electropop di questi ultimi però viene riposto nell’armadio assieme ai leggings rosa shocking per far spazio ad un pop in stile inglese, superbo e di qualità, con voci e melodie perfette in primo piano, tastiere a go go per dare vita ad un suono tuttavia originale ed estraneo ai classici schemi preconfezionati dell’attuale indiebloodypop’. Ok, venni inizialmente attratta da questo gruppo dopo aver scoperto che ci militava il mio batterista londinese preferito (Robin Silas: Bullet Union, Tropics, Male Bonding et al). Li ascoltai e li amai. Suonavano in house party con 20 persone o di fronte a pubblici inesistenti. Poi iniziarono a suonare in supermegaserate sponsorizzate e con fior fiori di grossi nomi. Poi dissero che il tizio dei Metronomy aveva lasciato i Metronomy per dedicarsi solo a Your Twenties. Poi invece che il batterista ed il chitarrista avevano lasciato il gruppo per concentrarsi rispettivamente sui Male Bonding e sui Veronica Falls. Dei nuovi componenti non ne seppi nulla. E persi le loro tracce. Potrebbero essersi sciolti per sempre. O forse no. E tu che avevi un gruppo che faceva mediamente cagare ma che era già avviato, lo hai abbandonato per dedicarti ai tuoi pezzi non avviati, più belli e potenzialmente di successo, ma i tuoi compagni t’hanno lasciato ed hai fallito. E’ il rischio. E’ la dura legge dell’autogol. E’ per questo che ti sono vicino.

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XTC Gli XTC ormai non esistono più ed ecco che vogliamo rendergli omaggio così, perché erano uno di quei gruppi che vanno ricordati, avanti anni luce e portatori di disagio.

Zola Di questo gruppo si sa poco o nulla, solamente che sono di Northampton e che suonano come la versione inglese di un qualunque gruppo capitanato dai Kinsella e, dunque, degli Algernon Cadwallader. E ascoltarli ci evoca un sacco di belle cose.


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SI CHIUDE. Settembre 2011. Si chiude. Sembrava questo traguardo non sarebbe mai giunto, e invece. Gli ultimi giorni sono stati caratterizzati da un continuo scambio di email operative e di mole di lavoro alle ore più disparate del giorno, deliri, risate, frasi che rimarranno epiche, salti di pause pranzo in ufficio per finire di rileggere, correggere ed impaginare, il tutto senza soluzione di continuità. Solo l’ultimo sforzo, stampa ed assemblaggio, deve ancora avvenire nel momento in cui scriviamo queste righe finali. Si spera di uscirne definitivamente indenni e senza esaurimenti nervosi. Molti errori, nonostante le infinite riletture, ci saranno sicuramente sfuggiti e molte tematiche ed aspetti sono stati tralasciati, omessi, non approfonditi, un po’ per mancanza di tempo, un po’ per mancanza di spazio, un po’ per ingenuità e poca esperienza nello scrivere una fanzine. Ma va bene così, era uno sporco lavoro e qualcuno doveva pur farlo, in un modo o nell’altro. Ed al di là della valenza oggettiva di questo pezzo di carta, per noi è stato un piccolo traguardo personale. I ringraziamenti più sentiti vanno in primis a noi stesse, poi ad Anna Positano per essere stata in parte fonte ispiratrice di queste fanzine e per aver intervistato Owen Richards. A Enrica Casentini per aver disegnato la copertina. A Jodie Cox ed a Owen Richards per essere stati gentili e disponibili ed aver risposto alle nostre domande. E perché no, pure a coloro che non sono stati né gentili né disponibili a collaborare con noi. A Londra per quello che ci ha dato e ci ha tolto ed ovviamente a tutti voi che avete comprato e comprerete questo documento d’inestimabile valore. Se volete scriverci, ordinare delle copie, congratularvi o lamentarvi con noi riguardo Dalston’s Creek potete inviare la vostra lettera elettronica qua: dalstonscreekzine@gmail.com Potete trovare il team di Dalston’s Creek anche qui: Sara scrive un blog dal nome Sempre In Bilico, con l’intento di far conoscere gruppi più o meno noti della scena punk/hardcore italiana di oggi e del passato. http://www.itsallaboutturningsouth.blogspot.com/ Elena è talmente impelagata nel mondo virtuale che nemmeno lei sa più che cosa sta facendo. Come promemoria ha deciso di radunare tutto qua: http://about.me/elenaapproximative.

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Sara: ’Ma alla fine abbiamo scritto una fanza e ci siamo lamentate di tutto’ Elena: ’Non preoccuparti, E’ perche abbiamo spirito critico’

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DALSTON'S CREEK  

Dalston's Creek è una fanzine di carta che nasce nelle fredde lande d'Albione e di questa terra cerca di offrirvi uno spaccato permeato di a...

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